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"COMUNISMO" n. 31 - agosto-dicembre 1991
I curdi: società tribale nella morsa dell’Imperialismo
Origini e storia della classe operaia inglese [RG50 ] (continua dal n.28): Lo sviluppo del movimento socialista in Gran Bretagna - 1880, Origine della Socialist Organisation - Il giudizio di Marx - Il Lassallismo inglese
Il fallimento delle rivoluzioni nazionali nel Corno d’Africa: Etiopia - Eritrea - Somalia
Azione e teoria, classe e partito nella concezione marxista e nella rivoluzione [RG.49-50]
Appunti per la storia della Sinistra [RG.48-50 ] (continua dal n.29). La socialdemocrazia tedesca battistrada del Nazismo - Avvento del Nazional-socialismo al potere
Dall’archivio della Sinistra:
    - Le prime ripercussioni internazionali degli avvenimenti in Germania (Prometeo, n. 85, 5 marzo 1933)
    - Proletari del mondo intero, i vostri interessi si decidono oggi in Germania, manifesto della frazione di sinistra del Partito Comunista d’Italia - Ma non tutto è perduto (Supplemento a Prometeo, n. 86 del 2 aprile 1933)
 

 

 


I Curdi, società tribale nella morsa dell’imperialismo

( È qui )

 

 

 


Origini e storia della classe operaia inglese

(VIII - continua dal numero 28)

[ È qui ]

  

 

  


Il fallimento delle rivoluzioni nazionali nel Corno d’Africa: Etiopia, Eritrea, Somalia

Il nostro metodo di lavoro cerca di inquadrare gli avvenimenti che si susseguono sulla scena mondiale nell’ambito di quelle enunciazioni teoriche e programmatiche che rappresentano la sintesi dell’analisi materialista della storia, frutto di un lavoro di partito che abbraccia l’intero arco storico della specie. Alla luce di queste considerazioni generali, è noto il metro di valutazione del partito marxista per analizzare guerre e rivoluzioni nella fase imperialista.

La nostra corrente da tempo, in perfetta coerenza con Lenin e la rivoluzione bolscevica, ha suddiviso questo processo storico per aree geografiche e in tre fasi.

     «La serie dei tre periodi si pone così: appoggio alle insurrezioni nazionali nelle metropoli, fino al 1870. Lotte insurrezionali di classe, 1871-1917, una sola vittoria, in Russia. Lotta di classe nelle metropoli e insurrezioni nazional-proletarie nelle colonie con la Russia rivoluzionaria al centro, in un’unica strategia mondiale che si fermi solo al rovesciamento ovunque del potere capitalista, al tempo di Lenin».

È superfluo sottolineare che 70 anni di controrivoluzione hanno causato un pauroso rinculo del proletariato occidentale e conseguentemente un freno alle rivoluzioni antifeudali dei popoli colorati. Ciò non toglie che in questo arco storico tali paesi abbiano intrapreso, o quanto meno tentato, una battaglia in funzione antimperialista genuina. Il fallimento di questi sforzi va ricercato nel ruolo controrivoluzionario svolto dall’imperialismo, nonché nella debolezza del proletariato occidentale.

Il giudizio che diamo a questi avvenimenti deve presupporre un’analisi geostorica dei paesi considerati, in questo caso il Corno d’Africa.

La storia del Corno d’Africa nel corso di questo secolo è stata strettamente legata all’imperialismo straccione italiano. A conferma di ciò riportiamo questo significativo dato, di provenienza USA: nel 1974 gli investimenti stranieri in Etiopia ammontavano a circa 300 milioni di dollari di cui 2/3 italiani.


ETIOPIA

In Etiopia la caduta e la successiva fuga di Menghistu dimostrano ancora una volta quanto travagliata e precaria possa dimostrarsi una rivoluzione democratico-borghese in una area geografica, l’Africa, da sempre terra di conquista delle fameliche metropoli industrializzate.

Fragilità data dalla incapacità della borghesia nazionale, nata già reazionaria, a sciogliere i nodi cruciali, intrinsecamente legati fra loro, della questione agraria e nazionale. Certo che analizzare avvenimenti di tale portata e complessità estrapolandoli dal contesto generale degli equilibri strategici mondiali, e quindi della funzione controrivoluzionaria dell’imperialismo, ha dell’accademico e non appartiene certo al nostro metodo dialettico. Ciò che ci preme essenzialmente è individuare, al di là di fraseologie falsamente di sinistra, i caratteri salienti di una rivoluzione che a suo tempo definimmo “dall’alto”, condotta da una borghesia compromessa con l’imperialismo e le vecchie classi fondiarie, rappresentanti il vecchio regime, determinata solo in una direzione: escludere dalla scena e reprimere i moti delle classi diseredate.

Il precipitare degli eventi in Etiopia non rappresenta altro che la disfatta sul piano militare di una situazione deterioratasi precedentemente e che affonda le radici nelle disperate condizioni economiche in cui versa il paese, che con un reddito pro-capite di 120 dollari annui lo colloca in testa alla classifica dei paesi più poveri del mondo; se a ciò si aggiunge il drastico ridimensionamento negli ultimi due anni degli aiuti “fraterni” inviati dall’Urss, che ammontavano a circa 750.000 dollari, lo storno del 50% del PNL alle spese militari, il flagello della carestia del 1983 costata oltre un milione di morti, e quella attuale che si preannuncia ancora più grave, si evince facilmente come la situazione sia ormai insostenibile per il Derg.

Bisogna sottolineare come il vuoto lasciato dalla potenza imperiale sovietica sia stato colmato immediatamente dall’altro ancor più agguerrito imperialismo: gli USA.

Sintomatico di questa debolezza è il fatto che il Derg avesse dato nella primavera di quest’anno la disponibilità a partecipare alle trattative di Londra insieme ai vari fronti che da tempo lottavano contro il regime militare, la cui repressione gli era costata in 15 anni il dissanguamento della già precaria economia. Non è un caso però che questo negoziato avesse inizialmente come padre putativo Carter.

Nei fatti questa iniziativa è stata superata dallaescalation militare dell’EPDRF in Etiopia e dell’EPLF in Eritrea, con la fuga avvenuta il 21 maggio del col. Menghistu (aiutata dagli americani) e la nomina a nuovo capo di Stato del gen. Kidane. Con questa mossa si è tentato di ridare verginità ad una amministrazione ormai non più credibile sia a livello interno sia internazionale; è certo che i due suddetti Fronti hanno potuto cogliere una vittoria grazie agli aiuti forniti dagli USA.

Il susseguirsi degli avvenimenti non ha fatto altro che confermare questa tesi.

Dalla fuga di Menghistu il 21 maggio alla presa di Asmara del 24, e di Assab (unico accesso al mare per Addis Abeba) del 26 da parte del EPLF e la caduta della capitale etiopica avvenuta il 29 da parte dell’EPDRF sono intercorsi pochi giorni durante i quali le consultazioni fra le varie forze in campo e gli appelli alla moderazione, soprattutto da parte americana, si sono sprecati. Non è casuale che immediatamente dopo la caduta di Addis Abeba si siano verificate in Etiopia numerose manifestazioni antiamericane organizzate fondamentalmente da gruppi amhara, da sempre etnia dominante in Etiopia prima e con Menghistu, che si vedevano quindi scalzare dalla loro posizione dominante.

Dal Corriere della Sera: «La violenta manifestazione antiamericana di mercoledì scorso di Addis Abeba minaccia di essere preludio di uno scontro ben più gravido di conseguenze fra i 4 gruppi etnici etiopici: gli Amhara, gli Eritrei, i Tigrini e gli Oromo. Gli Ahamara rimproverano gli Stati Uniti di avere facilitato il successo dei ribelli contro Menghistu, a loro volta gli Oromo gli rimproverano di aver consentito ai Tigrini di entrare per primi nella capitale e di controllarne il governo. Sempre gli Amhara non vogliono essere governati dai Tigrini mentre gli Oromo rivendicano a sé il diritto di governare il paese come etnia di maggioranza».

È indubbio che la situazione in Etiopia in questa fase è aperta a svariate soluzioni ma è sintomatico che il Fronte salito al potere sia rinculato rispetto alle posizioni originali e ripiegato su soluzioni democratoidi quali libere elezioni, referendum, ecc. Ciò che preme soprattutto all’imperialismo è evitare lo spettro della balcanizzazione di questa area geografica.

Come è potuto accadere che sia crollato l’esercito meglio armato dell’Africa Nera, forte del generoso apporto dell’imperialismo russo, finché c’è stato? La risposta per noi materialisti sta nel fallimento della riforma agraria e nella mancata soluzione della questione nazionale, che in una tale area geografica è di fondamentale importanza. La presenza russa prima e americana dopo non hanno fatto altro che acuire queste contraddizioni: per ambedue gli imperialismi egemonizzare questa zona significa controllare le rotte del petrolio e avere una base stabile a ridosso dell’Oceano Indiano.

Questa regione dell’Africa è stata l’unica del continente a conservare la propria indipendenza rispetto al colonialismo europeo. L’esperienza Eritrea e della dominazione italiana meritano una trattazione a sé, di questo paese da 30 anni in lotta per la propria indipendenza, avendo un presupposto storico che la giustifica.

I gruppi etnici principali dell’Etiopia sono: gli Amhara, un quarto della popolazione, dominatori dell’impero fin dai tempi di Menelik, la cui lingua è quella ufficiale e che sono tradizionalmente dediti all’uso delle armi. Solo ad essi erano riservati i posti della gerarchia militare ed erano inoltre i notabili, i capi della polizia e i proprietari delle terre. I Tigrini, 12% della popolazione, situati a nord e comprendenti gli Eritrei; i Dancala situati intorno a Gibuti; i Somali dell’Ogaden e gli Oromo che comprendono varie popolazioni di origine e tradizione diverse, rappresentanti la massa dei contadini poveri e senza terra sottomessi ai proprietari Amhara.

Questa frammentazione, che ha determinato una incessante lotta contro il regime feudale, anche il Derg non è riuscito a superarla poiché ha perpetuato la politica imperiale della grande Etiopia già perseguita accanitamente da Hailè Selassiè.

Come già abbiamo ribadito in un articolo del 1977 apparso sul nostro giornale, la questione nazionale è la chiave di volta per comprendere i caratteri salienti di una rivoluzione. Già Trotzki nella “Storia della rivoluzione russa” pose questo problema.

     «A 70 milioni di Grandi Russi che costituivano la massa fondamentale del paese si aggiunsero gradualmente 90 milioni di “allogeni” suddivisi nettamente in tre gruppi: gli occidentali, superiori ai Grandi Russi come cultura, e gli orientali ad un livello inferiore (...) Il gran numero di nazionalità prive di diritti e la gravità della loro situazione facevano sì che nella Russia zarista il problema nazionale acquistasse una forza esplosiva enorme». «Se negli Stati nazionalmente omogenei la rivoluzione borghese sviluppava poderose tendenze centripete; sotto il segno di una lotta contro il particolarismo come in Francia, oppure contro il frazionamento nazionale come in Italia e in Germania, negli Stati eterogenei come la Turchia, la Russia, l’Austria Ungheria, la rivoluzione borghese in ritardo scatenava invece le forze centrifughe. Benché in termini meccanici questi processi sembrano contrapporsi, la loro funzione storica è la stessa nella misura in cui, in entrambi i casi, si tratta di servirsi della unità nazionale come di un serbatoio economico essenziale: per questo bisognava realizzare l’unità della Germania e bisognava invece smembrare l’Austria-Ungheria».

Da questa illuminante considerazione di Trotzki si può dedurre che lo Stato etiopico, che si presenta come plurinazionale in cui una nazionalità domina sulle altre, o addirittura nel caso dell’Eritrea una nazione a sé venga sottomessa con la forza dello Stato, è più simile al caso dell’Austria-Ungheria e della Russia che non a quella della Francia e dell’Italia.

Come abbiamo visto già i bolscevichi dovettero affrontare il problema delle nazionalità, irrisolto dal governo borghese scaturito dalla rivoluzione di febbraio, che non faceva altro che perpetrare la vecchia politica di oppressione zarista. Lenin nelle sue Tesi di Aprile diede un saggio di dialettica marxista a questo proposito.

     «Nella questione nazionale il partito proletario deve insistere soprattutto sulla proclamazione e sulla realizzazione immediata della piena libertà di separazione dalla Russia di tutte le nazioni e di tutte le nazionalità oppresse dallo zarismo, forzatamente unite o forzatamente mantenute nei confini dello Stato, cioè annesse. Tutte le dichiarazioni, i proclami e i manifesti sulla rinuncia dell’annessione che non implicano la libertà effettiva alla separazione, si riducono ad un borghese inganno del popolo o a pii desideri piccolo borghesi. Il Partito proletario tende alla creazione di uno Stato quanto più possibile vasto, perché ciò è nell’interesse dei lavoratori; esso tende all’avvicinamento e poi alla fusione delle nazioni, ma vuole raggiungere questo scopo non con la violenza ma esclusivamente con la unione libera e fraterna delle masse degli operai e dei lavoratori di tutte le nazioni. Quanto più la Repubblica Russa si organizzerà in Repubblica dei Soviet e dei deputati operai e dei contadini, tanto più potente sarà la forza di attrazione che porterà volontariamente le masse lavoratrici di tutte le Nazioni verso una tale Repubblica».

Tutto questo contraddice la politica dispotica perseguita dal Derg. Anzi, rispetto al vecchio regime imperiale di Hailè Selassiè, vi è stata una escalation sul piano militare che ha fatto regredire di parecchi anni la guerriglia in Eritrea; infatti prima del 1975 il EPLF aveva di fatto conquistato il 90% del territorio. La politica di assoggettamento del Derg si è notevolmente radicalizzata all’interno dell’Etiopia tanto da arrivare ad avere una struttura militare elefantiaca per risolvere un problema che il “sedicente marxista” Menghistu avrebbe dovuto risolvere concedendo l’immediata indipendenza a questa nazionalità, come già fecero in nome dell’internazionalismo i bolscevichi nel 1917:

     «Noi Russi dobbiamo sottolineare la libertà di separarsi mentre in Polonia si deve insistere sulla libertà di unirsi» (Lenin).

Per una rivoluzione borghese è giusto esigere la autonomia nazionale, più difficile concederla ad altri. La questione Eritrea è stata per il Derg il banco di prova più importante sulla questione delle nazionalità. La formazione di Stati nazionali indipendenti crea le condizioni per un migliore sviluppo del capitalismo quindi della lotta di classe, il perdurare dell’oppressione nazionale invece blocca questo processo e favorisce il perpetuarsi del collaborazionismo di classe.

In questo Paese l’agricoltura fino al 1974 garantiva il 95% delle esportazioni e il suo prodotto incideva su quello nazionale lordo nella misura del 70% e assorbiva il lavoro dell’85-90% della popolazione: quindi la questione agraria riveste un’importanza fondamentale. La non soluzione di questo problema, come già avvenuto in altri Paesi del terzo mondo, rappresenta il fallimento della rivoluzione democratico borghese.

Le forme di proprietà e distribuzione della terra in epoca imperiale erano prevalentemente due, entrambe arretratissime. A sud dominava il gult, caratterizzato da rapporti feudali di produzione: la proprietà giuridica della terra apparteneva ai cristiani Amhara (la Chiesa ne deteneva da sola il 30%) che l’avevano strappata agli Oromo, nomadi sedentarizzati. A nord il sistema detto rist consisteva nella ripartizione periodica delle terre, che appartenevano al villaggio, fra le famiglie contadine. In entrambi i casi i contadini dovevano rimettere il 75% della produzione alla vecchia aristocrazia e allo Stato.

La produzione manifatturiera rappresentava solo il 5% del PNL e di conseguenza la classe operaia era di gran lunga minoritaria, stimata in circa 150.000 operai industriali. Dal 1965 l’agricoltura meccanizzata e a conduzione capitalista cominciò a fare la sua apparizione nella valle del Rift, nel distretto Cilale e nella provincia di Caffa, dove alcune piantagioni di caffè furono trasformate in aziende moderne. Nel 1975 al momento della nazionalizzazione delle terre solo 750.000 ettari erano a conduzione capitalista e rappresentavano una percentuale assai bassa rispetto ai sistemi gult e rist.

In un Paese in cui la quasi totalità della popolazione attiva è data da contadini e nel quale i salariati, compresi quelli agricoli, non superano le 350.000 unità una rivoluzione democratico borghese perché sia radicale deve necessariamente partire dal basso e, come già in tutte le rivoluzioni borghesi, il proletariato, e in questo caso le masse plebee, pur alleandosi temporaneamente alla borghesia nazionale, debbono costituirsi in classe autonoma; diversamente una rivoluzione borghese calata dall’alto non può risolvere radicalmente le contraddizioni preesistenti.

Già prima dell’avvento del Derg il vecchio sistema imperiale, sotto la spinta di manifestazioni popolari, tentò di ridurre l’imponibile del contadino dal 75 al 50% ma questa misura venne bocciata dall’aristocrazia terriera.

Questo vecchio cadente sistema doveva pertanto crollare perché antistorico. La borghesia per divenire classe dominante doveva abbattere necessariamente l’assolutismo. Tale necessità storica era tanto più impellente poiché di fronte al susseguirsi di manifestazioni spontanee la borghesia doveva battere sul tempo una rivoluzione condotta dalle masse plebee. In questo contesto era logica conseguenza che fosse l’esercito lo strumento di questo processo in quanto unica forza organizzata. Contemporaneamente era necessario darsi una legittimazione politica che lo dichiarasse rappresentativo di tale rivolgimento.

Nulla di strano che, via via che la rivoluzione si radicalizzava, si accentuassero i richiami a terminologie socialisteggianti di matrici stalinista. Scrivemmo in “Il Programma Comunista”, n. 5/1958:

     «Un aspetto importante della rivoluzione afro-asiatica è dato dal fatto che i capi dei nuovi Stati nazionali borghesi adoperano concetti e linguaggi che non possono certo assimilarsi a quelli usati a suo tempo dai Cromwell e dai Robespierre. Pur essendo rappresentanti di rivolgimenti borghesi, i Nehru, i Sukarno, i Nasser [e... i Menghistu] usano fraseologie che il proletariato rivoluzionario d’Europa già vide fiorire sulle bocche dei capi del socialismo riformista. Ciò non avvenne a caso.

     Due sono le cause fondamentali del fenomeno: 1) L’epoca in cui sono scoppiate le rivoluzioni anticoloniali; 2) la formazione intellettuale delle correnti politiche sorte a lottare contro l’imperialismo colonialista. Per essere venute a cadere nell’epoca dell’imperialismo, in cui la borghesia nazionale tende a rinnegare le sue ideologie di classe a scopo di mimetizzazione sociale e a servirsi di risultati cui sono pervenute le recentissime scuole economiche, le rivoluzioni borghesi afro-asiatiche non potevano che ispirarsi ideologicamente a tali temi».

La borghesia, in un paese divorato dalla crisi economica, ha dovuto agire per prevenire una rivoluzione ben più radicale che sarebbe partita dal basso, il cui motore non sarebbero state le mezze classi ma le masse plebee delle campagne e il proletariato delle città. Questo spiega la contraddizione tra una riforma che nelle sue enunciazioni poteva apparire radicale dati i presupposti, e la sua applicazione reale nella pratica.

Il Derg emana nel marzo del 1975 la riforma agraria, a parole radicale ma mai concretamente applicata, dopo aver preceduto agli inizi dello stesso anno alla nazionalizzazione delle banche, delle assicurazioni e delle poche industrie presenti di proprietà prevalentemente straniera. Nelle città si è tentato, con gravi contrasti all’interno dello schieramento borghese, di introdurre una riforma fondiaria urbana che avrebbe dovuto abolire la proprietà privata degli immobili. Era importante per la borghesia abolire il vecchio privilegio feudale e a tale scopo miravano le misure di carattere economico intraprese, ma è certo che nei suoi sogni ciò doveva avvenire con gradualità evitando da una parte di scatenare forze che le sarebbero risultate incontrollabili e dall’altra di risparmiare il più possibile la proprietà di carattere borghese. Ciò spiega la feroce lotta sorta all’interno del Derg nei primi anni della conquista del potere e l’accentuarsi a richiami teorici e parole d’ordine vagamente socialiste via via che la situazione si radicalizzava.

Indubbiamente smantellare uno Stato autocratico che fonda le proprie radici in un modo di produzione arcaico è impresa titanica e il superamento del “vuoto” fra una economia feudale a quella socialista può determinarsi solo se si è avuta una rivoluzione proletaria vittoriosa nelle metropoli industrializzate. Diversamente è inevitabile che si diventi preda, ancor più in questo contesto geografico, dell’ingordigia dell’imperialismo, nel caso sovietico.

Per rendere attuabili concretamente queste riforme in Etiopia si è tentato di creare una struttura di base che fungesse da collegamento fra il centro e l’immenso territorio. Furono istituiti i Kebelè che altro non erano che comitati di quartiere nelle città che dovevano rappresentare l’ossatura della nuova struttura sociale. Ma in un Paese in cui non vi è stata una rivoluzione popolare e nel quale il tasso di analfabetismo era del 95% ineluttabilmente questi organismi venivano ad essere composti da piccola-media borghesia e vecchi burocrati del passato regime tanto da divenire in realtà gli esattori della rendita fondiaria urbana che era stato solo ridotta percentualmente rispetto al passato.

La riforma agraria alla sua proclamazione conteneva caratteri di radicalità, essa infatti prevedeva la nazionalizzazione delle terre; l’articolo 4 prevedeva l’assegnazione, senza distinzione di sesso, di terra sufficiente al mantenimento di una famiglia e che tale assegnazione avvenisse direttamente dal Ministero.

Già Lenin chiarì nel suo “Programma agrario della socialdemocrazia” il compito che la rivoluzione doveva porsi per superare forme di produzione pre-capitalistiche:

     «Le condizioni nelle quali i contadini possono trasformare i vecchi rapporti di proprietà fondiaria secondo un criterio nuovo, capitalistico: questa linea contadina è la spartizione della terra dei grandi proprietari fondiari e il loro passaggio in proprietà alla popolazione contadina».

Certo per creare una classe di contadini liberi accumulatori di capitale nelle campagne è necessario procedere alla nazionalizzazione della terra, ma è ancora più necessario che questo atto formale, pur se ancora di carattere borghese, non rimanga sulla carta ma trovi applicazione pratica, cosa che non è avvenuta assolutamente in Etiopia. Là dove si sono verificati tentativi di esproprio di terre l’esercito è intervenuto in difesa dei proprietari contro i contadini. In taluni casi al Sud si è tentato di creare fattorie statali con l’apporto di capitali stranieri (questa è la ragione per cui venne trasferita popolazione da Nord a Sud, oltre a quella di togliere una base sociale alla guerra che lacerava quelle regioni) ma tale iniziativa è abortita poiché i capitali necessari erano superiori a quelli a disposizione di un’azienda privata. Inoltre l’imperialismo, come nel resto del continente, impone l’uso della monocoltura (the e caffè) che ha il difetto, oltre a quello di non sfamare la popolazione, di impoverire e inaridire il terreno.

La riforma non ha trovato applicazione reale. A tale fallimento ha concorso anche la massiccia campagna di reclutamento di popolazione contadina nelle file dell’esercito per rafforzare la struttura militare e per sradicare la base sociale della riforma.

La borghesia salita al potere diviene lo spietato aguzzino del proletariato. Contemporaneamente nelle città aumenta la repressione degli scioperi e di qualunque manifestazione spontanea. Proclami quali “salari minimi garantiti e una casa a tutti i lavoratori” sono risultati vuote affermazioni e l’unica misura reale applicata è stata la messa fuori legge delle organizzazioni sindacali non di regime e la diminuzione dei salari rispetto all’aumento dei prezzi.

Era naturale che alla luce di un disfacimento di queste proporzioni si determinasse una situazione di ingovernabilità e che quindi le disattese misure economiche portassero alla formazione di organizzazioni antagoniste al Derg. Oltre al EPLF in Eritrea, la più importante è il EPDRF in Etiopia, essenzialmente formato da Tigrini i quali rappresentano la terza etnia in ordine numerico ma la seconda dopo gli Amhara come peso sociale.

I Tigrini si sono posti alla testa di movimenti insurrezionali che dopo circa un decennio di guerriglia sono diventati i detentori del potere centrale. Fino alla conquista di Addis Abeba questo fronte attaccava da sinistra il Derg. Ma oggi, con il beneplacito americano, pare abbiano fatto marcia indietro. Le ragioni di tali metamorfosi e le cause del crollo dello Stato vanno ricercate nell’economia. In un Paese come l’Etiopia dove la carestia assume periodicamente proporzioni bibliche (si calcola che l’attuale determinerà una riduzione alimentare del 90% in Eritrea e del 50% nel Tigrai) e dove per il periodo 1965-88 vi è stato un decremento del PNL di circa l’1% e dove la netta separazione fra città e campagna si è maggiormente acuita (Le Monde), la conservazione dello status quo era impensabile. Sempre più si assisterà, qui come nel resto dell’Africa, a fermenti sociali che dilanieranno intero il continente. Mai nessun modo di produzione ha ammassato tante ricchezze ad un polo e infame miseria all’altro.

Come si è visto la stessa rivoluzione borghese in queste aree è incapace di giungere a compimento, castrata dal peso controrivoluzionario dell’imperialismo. La soluzione a questa degradata condizione la può dare solo il proletariato mondiale, solo la rivoluzione proletaria che imbracci la bandiera dell’internazionalismo può permettere l’emancipazione di questi popoli.


ERITREA

L’Eritrea situata a nord dell’Etiopia su una superficie di 121.320 kmq., è stata suddivisa dal colonialismo in 8 regioni: Barka, Sahel, Senhit, Semhar, Hamascen, Serae, Akele-Guzai, Dancalia. L’Eritrea per la sua collocazione geografica riveste strategicamente un ruolo importante in quest’area, disponendo di circa 1.000 chilometri di coste e di due porti, Assab e Massaua, importanti per le rotte commerciali tra Mediterraneo e Oceano Indiano. La popolazione è suddivisa in nove etnie, i principali gruppi sono: il Tigrigno, il più numeroso, stanziato sull’altopiano attorno alla capitale Asmara, dedicato prevalentemente all’agricoltura; il Tigrè al nord che vive prevalentemente di pastorizia ed è nomade o seminomade; Afar o Basa, pastori seminomadi che vivono in Dancalia, sul Mar Rosso; Bilen, agricoltori situati intorno alla città di Keren.

Solo il Tigrigno e il Tigrè sono lingue con alfabeto, tutte le altre ne sono prive. È evidente che solo questo aspetto la dice lunga sulle condizioni di sviluppo di questa regione (condizioni per altro simili a gran parte dell’Africa). Per dirla con Lenin: «La lingua è il mezzo più importante per le relazioni tra gli uomini; l’unità della lingua ed il suo libero sviluppo costituiscono una delle condizioni più importanti per una circolazione delle merci veramente libera e vasta che corrisponda al capitalismo moderno, per un raggruppamento – libero e vasto – della popolazione in classi diverse, ed è infine la condizione per lo stretto collegamento del mercato con ogni padrone e piccolo padrone, con ogni venditore e compratore».

Lo stato di arretratezza dell’Eritrea, per quanto inferiore a buona parte dell’Etiopia, è dato dalla scarsità di industrie, praticamente concentrate solo intorno ad Asmara, mentre la quasi totalità della popolazione è occupata nell’agricoltura i cui principali prodotti sono dati dai cereali (orzo, miglio, sorgo, thaf e grano), dal caffè, dal tabacco, dal cotone e dai legumi. Anche qui prima dell’avvento del Derg la terra era suddivisa secondo il sistema gult e rist anche se, più che in Etiopia, era di un certo rilievo la proprietà straniera, conseguenza del colonialismo.

Un altro aspetto che ha influito notevolmente nella lotta all’indipendenza è quello religioso: gli Eritrei sono suddivisi fondamentalmente in cristiani (45%) e mussulmani (45%).

Quali i presupposti storici dell’irredentismo eritreo? Nel 1557 i turchi occuparono Massaua e la controllarono fino al 1800, quando subentrarono gli egiziani. L’apertura del canale di Suez nel 1869 risveglia l’interesse strategico dell’occidente. Nel 1869 la Società Rubattino di Genova acquista Assab, preludio all’occupazione di Massaua nel 1885. Nel 1889 venne sottoscritto il trattato di Uccialli con Menelik II imperatore d’Etiopia; tale trattato prevedeva che i territori occupati venissero proclamati colonie dell’Eritrea. Per la prima volta i vari regni della regione, compresa la Dancalia, formarono una unica entità.

Nel 1896 il colonialismo italiano subì una bruciante sconfitta ad Adua e fu pertanto costretto a ritirarsi entro l’Eritrea. Gli invasori incontrarono una decisa resistenza nell’insediamento sia a causa della fiera opposizione della popolazione locale, sia a causa della carenza di infrastrutture. Il fascismo tentò di superare questa mancanza potenziando il porto di Massaua e costruendo la ferrovia Massaua-Asmara-Keren-Agordat. Introdusse quindi le prime industrie leggere determinando conseguentemente un calo della popolazione contadina dal 98 al 80%. Ovviamente tale investimento non va considerato come un’opera filantropica nei confronti di un Paese povero. Come abbiamo sempre affermato noi marxisti la fase imperialista è caratterizzata dalla necessità di esportare capitali che non trovano possibilità di conseguire profitto nelle metropoli.

Nel 1935 fu cacciato Hailè Selassiè. Nel 1941 a Keren gli italiani vennero sconfitti dagli inglesi. Nel 1950 l’ONU dichiarò l’Eritrea Stato autonomo federato all’Etiopia. La pressione dell’impero etiopico si fece sempre più forte fino a determinare nel 1958 uno sciopero generale che causò parecchie vittime. La prima azione guerrigliera si ebbe nel 1961. Nel 1962 l’Etiopia annesse tout-court l’Eritrea. Non è un caso che in questo periodo (1961) venga fondato, da parte di profughi eritrei fuoriusciti in Sudan ed in Egitto, il Fronte di liberazione eritreo (FLE). Questa fu la prima organizzazione politico-militare eritrea, che però, come vedremo, nel tempo diverrà minoritaria fino a scomparire quasi del tutto. Inizialmente l’FLE recluta militanti nelle campagne del bassopiano occidentale. La componente maggioritaria dell’FLE era di origine musulmana, ciò determinò un appoggio in finanziamenti da parte di paesi arabi, conseguenza anche della politica filoisraeliana dell’Etiopia.

Alla fine degli anni Sessanta l’FLE controlla i 2/3 del Paese esclusa la capitale Asmara, che insieme ai porti di Massaua ed Assab rappresentano il centro vitale del commercio.

Già però in questa fase nel fronte eritreo si delineano grosso modo due schieramenti politici, uno “di destra” che rimarrà nell’FLE, espressione della piccola e media borghesia cittadina e mercantile e della proprietà terriera; l’altro “di sinistra” fautore di una riforma agraria più decisa, anche se non radical-borghese, maggiormente radicato negli strati più bassi della popolazione, che darà luogo ad una organizzazione separata: il Fronte popolare di liberazione eritreo (FPLE). Nel 1977 si ebbe il primo congresso del FPLE i cui obiettivi nell’immediato sono: indipendenza, democrazia, non allineamento. Naturalmente anche nelle file del FPLE convivevano tendenze eterogenee tra loro, all’interno di questa organizzazione vi è stata nel corso di questi ultimi anni una battaglia politica accesa che ha visto alla fine prevalere la posizione più morbida. Gli sviluppi recenti lo confermano.

Un’ulteriore riprova di fondamentale importanza la si ebbe allorquando l’FPLE annunciò quella che sarebbe stata la riforma agraria. Questa prevedeva la nazionalizzazione solo delle terre di proprietà straniera (per stranieri andavano intesi anche gli etiopi) e dei collaborazionisti. Tale riforma, come si vede, non prevedeva la misura più radicale che una rivoluzione democratico borghese può darsi, vale a dire la nazionalizzazione.

Va detto che seppur blanda tale riforma ha trovato applicazione laddove il FPLE controllava il territorio, a differenza dell’Etiopia dove una riforma agraria radical-borghese non ha mai avuto applicazione pratica.

A questo proposito ancora una volta è Lenin ad illuminarci: «Anche da un punto di vista strettamente scientifico, dal punto di vista delle condizioni di sviluppo del capitalismo in generale, noi dobbiamo assolutamente dire – se non vogliamo trovarci in disaccordo col secondo volume del Capitale – che la nazionalizzazione della terra è possibile nella società borghese, che essa favorisce lo sviluppo economico, facilita la concorrenza e l’afflusso di capitali nell’agricoltura (...) L’ala destra della socialdemocrazia non spinge fino al termine logico (come afferma) la rivoluzione democratico-borghese nell’agricoltura, poiché tale termine logico (ed economico) in regime capitalistico è soltanto la nazionalizzazione della terra concepita come abolizione della rendita assoluta».

E la Sinistra ribadì: «Ricordiamo (...) che i menscevichi erano per la municipalizzazione, Lenin per la nazionalizzazione, i populisti per la spartizione. Tre tipi di programma agrario diversi, ma tutti e tre borghesi e democratici, ci serve una rivoluzione borghese spinta alle conseguenze estreme, e siamo per il più avanzato dei tre, il più grande borghese, la nazionalizzazione». Più chiaro di così...

Mentre in campo agrario la borghesia eritrea ha adottato la peggiore soluzione (quella parcellare), in campo industriale ha proceduto in modo più radicale nazionalizzando le poche industrie di base esistenti. Tale politica economica in campo industriale è spiegabile col fatto che ogni borghesia che si presenta tardi sulle scene della storia è costretta per accelerare il processo di accumulazione del capitale, a centralizzare e concentrare le forze produttive del paese. La Sinistra ha sempre affermato che le nuove forze borghesi dei paesi colorati ex colonizzati nascono fasciste e stataliste.

La lotta fra le due forze organizzate della guerriglia che a partire dal 1972 dilania l’Eritrea determina la pressoché scomparsa del FLE che dal 1981 esce di scena. Negli stessi anni si assiste alla nascita di altri fronti militari anti-Derg in Etiopia. Essi sono l’espressione delle varie nazionalità, almeno quelle maggioritarie, che compongono un’entità statale multi etnica come l’Etiopia. La vecchia aristocrazia Amhara sottometteva tutte le altre: Oromo, la più consistente, Tigrigna, Somali dell’Ogaden, ecc. La rivoluzione Etiopica avrebbe dovuto sovvertire tale rapporto (Menghistu non è Amhara) ma anche qui, come per la questione agraria, il tentativo è fallito. Il Fronte Popolare di Liberazione del Tigrai, che era ed è, come confermano i fatti più recenti, la più forte organizzazione militare in Etiopia, ha stabilito un’immediata sinergia di intenti con l’FPLE.

Nel 1978 l’FPLE controllava i 9/10 del territorio dell’Eritrea. Tali successi avevano come presupposto la debolezza dello Stato etiopico appena uscito da una rivoluzione antifeudale acerba e dilaniata da una feroce lotta interna fra le varie fazioni borghesi che si contendevano il maneggio della macchina statale. Con l’avvento di Menghistu, uscito vincitore dallo scontro politico all’interno della rivoluzione etiopica, le cose cambiano notevolmente, si assiste ad un ribaltamento delle alleanze internazionali e l’Etiopia passa dalla sfera di influenza americana a quella sovietica, che vede in questo paese popoloso e potenzialmente ricco una roccaforte di grandi dimensioni aperta sull’oceano indiano.

Da prima l’aiuto dell’imperialismo sovietico contribuisce a risolvere favorevolmente il contenzioso con la Somalia circa l’Ogaden. Successivamente, a partire dal 1978, gli sforzi bellici sono rivolti verso il fronte nord, quello eritreo.

Qui, a differenza dell’Ogaden, a parte una prima fase, non si ribaltano gli equilibri militari. Il Derg, nonostante impegni non meno di 120.000 uomini, non riesce a sconfiggere la guerriglia, la quale nel corso degli anni si è sempre più radicata fra gli strati popolari. Da notare a questo proposito che fino a poco prima l’URSS aveva appoggiato l’FPLE in funzione antiamericana.

L’idea di un referendum popolare sotto l’egida internazionale, rilanciata anche di recente, fu proposta all’FPLE nel 1980. Tale iniziativa fu comunque rifiutata dal Derg. I successivi sviluppi fanno parte dell’attualità già trattata.

Questa piccola cronistoria che riguarda un Paese relativamente importante, in un continente dilaniato da fame e guerre da che l’imperialismo vi ha messo piede, serve a noi per ribadire alcuni principi fondamentali della teoria, contro deviazioni e degenerazioni che 70 anni circa di controrivoluzione hanno prodotto, rispetto alla “questione dell’autodecisione” di Lenin.

     «Il capitalismo dopo aver risvegliato l’Asia vi ha provocato ovunque movimenti nazionali, che tendono a creare in Asia degli Stati nazionali, e precisamente gli Stati nazionali garantiscono le migliori condizioni per lo sviluppo del capitalismo».

E ancora:

     «I marxisti non possono perdere d’occhio i potenti fattori economici che producono la tendenza alla formazione degli Stati nazionali (...) Significa che nel programma dei marxisti “l’autodecisione delle nazioni” non può avere storicamente ed economicamente altro significato che l’autodecisione politica, l’indipendenza politica, la formazione degli Stati nazionali».

Queste due citazioni contraddicono nei fatti la politica della grande Etiopia tanto cara ad Hailè Selassiè ed ereditata dal Derg.


 SOMALIA

Riteniamo i fatti di Somalia meno importanti nel contesto di questa area geografica non solo da un punto di vista storico ma anche perché in Etiopia si è avuta, anche se dall’alto e poi abortita, una rivoluzione democratico-borghese più vasta e profonda. Ciò non ci esime però dal ritenere opportuno riportare alcuni cenni storici su questo Paese.

I confini dello Stato Somalo sono stati tracciati seguendo, grosso modo, i confini della Somalia italiana e del British Somaliland; nell’attuale territorio così ricavato sono state escluse alcune regioni abitate da popolazioni di ceppo somalo, ciò ha determinato forti spinte irredentistiche (quindi al concetto della “grande Somalia”) che hanno influenzato i rapporti tra questo Stato e i vicini. La Somalia fu l’unico paese oltre al Marocco ad opporsi con violenza alla solenne affermazione del principio dell’uti possidetis, in occasione della conferenza del Cairo del 21 luglio 1964, tale comune posizione è da ascrivere alla questione dell’Ogaden e del Sahara Occidentale.

Tutti i governi somali si sono trovati, prima o poi, in disaccordo con il Kenya e con l’Etiopia, i quali hanno ripetutamente definito la teoria della grande Somalia una dottrina di chiara ispirazione tribale. In questo caso soprattutto l’Etiopia contraddice se stessa, ma si sa che la coerenza in tali questioni non ha alcun valore.

Nel 1974 Siad Barre ha addirittura chiesto che fosse organizzato un plebiscito in Kenya e in Etiopia e nella terra degli Afar (ora Repubblica di Gibuti) in vista di una eventuale annessione. Il contenzioso sulle popolazioni somale nel Kenya nord-occidentale si è trascinato per anni e si è esaurito solo nel 1981 quando Barre ha annunciato ufficialmente la rinuncia ad ogni rivendicazione nei confronti del Kenya.

Diverso epilogo si è avuto invece con l’Etiopia circa la questione dell’Ogaden, disputa che ha determinato uno scontro armato nel 1977. Il governo somalo, con l’appoggio dell’imperialismo americano, sopravvalutando la reale consistenza non solo delle forze ogadene ma anche di quelle Oromo e Afar che in Etiopia combattevano contro il Derg, invase l’Ogaden. Ma il massiccio intervento sovietico in favore di Menghistu ha invece comportato la sconfitta della Somalia e la rinuncia alle mire sull’Ogaden etiopico. Da allora le scaramucce sono continuate fino al 1988; in tale data i due governi hanno firmato un accordo che prevede il cessate il fuoco e la restituzione dei prigionieri.

Questo accordo non risolve di certo il problema ma questa necessità va spiegata con l’esigenza di dedicarsi anima e corpo al fronte interno fattosi incerto per entrambi. Nei momenti caldi del conflitto la propaganda etiopica è arrivata ad affermare l’inesistenza di un popolo somalo, essendo questo la somma di un insieme di tribù in guerra perenne tra loro senza alcun legame storico comune; queste affermazioni hanno un certo fondamento, ma stupisce la paternità di tali asserzioni. La quasi totalità dell’Africa (Etiopia compresa) ha questi presupposti etnici, contraddizione che è esplosa con il colonialismo.

La popolazione somala si divide in 6 etnie principali (Issaq, Darod, Hawiye, Rahanweiyn, Dighil, Dir) ognuna delle quali suddivisa in clan, questa frammentazione ha portato dopo l’indipendenza ad un proliferare di formazioni politiche a base tribale, tanto che alle elezioni del 1969 furono ammessi 64 partiti: magia della democrazia!

Con il colpo di Stato del 1969 Barre si propose come colui che avrebbe portato la Somalia al superamento del feudalesimo. Una delle prime leggi del nuovo regime fu infatti quella che proibiva cariche e privilegi su base tribale. La politica di Barre nei primi anni mirò alla ripartizione delle cariche in maniera equilibrata fra le varie etnie, riscuotendo in questo senso un certo successo, segno evidente che le condizioni generali erano mature per un superamento in senso antifeudale della società. In realtà successivamente il potere si è andato sempre più consolidando nelle mani del clan Merehan (etnia Darod) cui appartiene Barre. Questa concentrazione, pressoché familiare, si è andata rafforzando con la disfatta della guerra in Ogaden.

È di questo periodo la nascita del più importante movimento armato di opposizione, il Somali National Movement (SNM). Il SNM è formato principalmente da tribù Issaq, che compongono la classe mercantile e piccolo borghese del Nord, all’epoca detentrice di una importante fetta del potere economico. Il movimento è cresciuto, grazie anche all’aiuto di Addis Abeba, a tal punto da arrivare a controllare quasi tutto il Nord. Nel 1981 nasceva anche un altro movimento l’SSDF che reclutava le sue truppe tra le tribù Migiurtine (clan della etnia Darod) e tra le tribù Hawiye delle regioni centrali; recentemente però parte di queste ultime sono confluite nel SNM, altre hanno costituito l’USC.

La politica di Mogadiscio è stata quella di contrapporre una etnia all’altra, quindi agli Issaq le tribù ogadene (Darod), loro tradizionali nemici, che hanno formato per anni la spina dorsale delle truppe impegnate a fronteggiare la guerriglia a Nord. Infine l’accentrarsi della egemonia dei Merehan ha finito per scontentare anche quelle tribù che avevano fino ad allora appoggiato il regime o erano per lo meno neutrali, gli Rahanweiyn e i Dighil. Ricordiamo anche l’MPS in Ogaden. Non ci dilunghiamo oltre su questioni di carattere etnico data la complessa parcellizzazione.

La Somalia fu, dopo essere stata colonia, territorio ad amministrazione fiduciaria dal 1950 al 1960.

Oggi la Somalia rischia, forse in misura ancora maggiore dell’Etiopia, una estrema frammentazione politica e militare che, provocando uno stato di assoluta ingovernabilità, potrebbe consentire il rientro dalla finestra del clan Barre.

Le cifre che hanno causato la caduta di Barre sono eloquenti: reddito pro-capite di 180 dollari l’anno, vita media 45 anni, mortalità infantile del 132 per mille, l’11% del PIL destinato alle spese militari, analfabetismo dell’80% della popolazione, una classe politica che ha ingoiato prestiti esteri in modo parassitario senza avviare nessun serio progetto di industrializzazione anche solo leggera.

La politica imperialista in Somalia ha avuto un percorso diametralmente opposto a quello Etiopico, laddove c’erano gli americani sono subentrati i sovietici e viceversa.

La non soluzione delle questioni nazionale e agraria determina il fallimento di una rivoluzione; questo lo sa bene Menghistu, che in una prima fase rappresentava l’ala più radicale del Derg, tanto da decretare in campo agricolo la nazionalizzazione della terra. Ma falliva i propri obiettivi non riuscendo a portare alle estreme conseguenze tale programma, restando fermo ad indicazioni democratico borghesi, radicali sulla carta ma inapplicate nella realtà. La proprietà della terra è rimasta fondamentalmente quella di prima, cioè Amhara, anche se qua e là è cambiato qualche nome.

Come avemmo modo di scrivere nel 1977 questa era una rivoluzione dall’alto, non poteva pertanto scardinare fino in fondo il modo di produzione feudale. L’atteggiamento tenuto rispetto alle nazionalità ne è una ulteriore prova, non autodecisione ma assoggettamento militare, in perfetta coerenza con la politica della grande Etiopia di Hailè Selassiè.

Chiaramente il giudizio espresso circa Menghistu e Barre non va inteso sulle persone ma sulle classi sociali di cui sono i portavoce. La storia non ha nomi e cognomi da santificare o demonizzare, essa è il prodotto di inconciliabili antagonismi di classe, vittorie e sconfitte esulano dalla buona volontà o capacità di singoli o gruppi.

Oggi in assenza di una azione autonoma del proletariato occidentale, su tutto l’orbe terracqueo detta la controrivoluzione. Nulla quindi abbiamo da aggiungere a quanto scrivemmo nel 1981: «Perdurando l’attuale situazione di assoluta soggezione del proletariato occidentale all’imperialismo, dobbiamo affermare che ogni movimento proletario contadino nazionalista resterà inevitabilmente soffocato per l’assenza del movimento proletario nelle metropoli, in quanto la soluzione rivoluzionaria delle questioni locali è indissolubilmente legata alla situazione internazionale. D’altra parte ed a maggior ragione noi non possiamo che plaudire ad ogni movimento dei paesi sottosviluppati che sconvolga gli attuali equilibri imperialistici, ma non perché ci possiamo aspettare alcuna soluzione rivoluzionaria, né sul piano locale né su quello internazionale, almeno a breve scadenza, ma perché ogni turbamento dell’equilibrio non può che accelerare la crisi generale dei rapporti attuali tra gli Stati imperialisti».

 

  

 

  


Azione e Teoria, Classe e Partito nella concezione marxista e nella rivoluzione

Introduzione


Mentre trionfalisticamente l’ideologia borghese dominante dà per morto il comunismo e, inevitabilmente, il suo impianto teorico che va sotto il nome di materialismo storico e dialettico, mai come oggi la società divisa in classi è frantumata da una congerie di tensioni che si ama pensare eccitate dall’odio razziale, etnico e religioso.

Noi comunisti rivoluzionari, contro tutti, rimaniamo fermi nella difesa della scientificità dell’Utopia comunista, e la riproponiamo in una puntuale messa a punto, tanto più necessaria quanto più ci si illude, specie da parte delle correnti opportunistiche, di affrontare la realtà cavalcando le più disparate interpretazioni sociali di stampo sociologico o tutt’al più politologico.

Dobbiamo sottolineare la natura scientifica della visione sociale comunista, chiarendo il nostro modo di intendere la scienza sociale, che non mutuiamo da nessun corpo borghese, essendo essa il frutto pratico delle lotte di classe della specie umana culminate nello scontro finale tra borghesia e proletariato come si sono delineate, in quanto classi, nei due ultimi secoli di storia. Il socialismo scientificorivendica ancora, tramite la nostra milizia rivoluzionaria, la sua natura contro le presunte smentite più o meno recenti, più o meno clamorose.

Ci sembra il caso di sottolineare, in particolare, l’impianto dimostrativodella nostra scienza, senza il quale diventa impossibile far riferimento ai cosiddetti fatti, che, da soli, nella nostra visione delle cose, non sono in grado di spiegare niente. Noi aderiamo ad una impostazione che osiamo definire forte dell’impianto dimostrativo, anche se questo termine non significa più adesione alla versione aristotelico-razionalistica del problema. Vediamo ora che cosa comporta tutto ciò.

Scomodiamo gli "Analitici Secondi" di Aristotele, dove l’Autore considera la dimostrazionecome l’espressione necessaria e sufficiente della scienza (epistème) L’unica eccezione a questa condizione è costituita da quei princìpi indimostrabili su cui si fonda la dimostrazione e che, sebbene indimostrabili, fanno comunque parte del sistema scientifico. Tutte le altre proposizioni, per poter essere considerate scientifiche, devono essere dimostrate e dimostrabili; ciò che non è un principio della dimostrazione e non è dimostrabile resta semplice opinione o doxa.

Nella nostra visione della storia e della realtà in generale, affrontate secondo il metodo scientifico, il principio indimostrabile che è alla base della concezione materialistica, è innanzi tutto il sentimento comunista che lega la storia degli eventi umani, dall’uomo con la clava al proletario moderno. Si potrebbe obiettare che tale principio, che pure fa parte del sistema scientifico è estraneo al criterio scientifico proprio in quanto sentimento. Ma anche i princìpi indimostrabili di altre correnti politiche e sociali partono da sentimenti forti. Si pensi al razionalismo cartesiano, che comporta una chiara fede nella Ragione, o alla fede empiristica nell’esperienza umana, propria delle correnti liberali. Poiché sui sentimenti è difficile disputare, è il caso di dire che l’idea di Umanità per i comunisti, prima ancora che sentimento individuale del Sé, è egoismo collettivo del clan o della tribù: un’Idea Forte, che il comunismo di tutti i tempi, compreso quello classista, ha affermato.

Sostenere ciò comporta il riconoscimento che i Princìpi indimostrabili che stanno alla base d’ogni paradigma scientifico sono Fedi, Credenze, Emozioni.

Come si vede tutto il contrario di quello che le paludate retoriche della scienza pretendono di porre alla loro base. Ciò non solo non turba la concezione materialistica della storia e della natura, ma costituisce la potente leva che spinge nella direzione del sistema sociale comunista. Questo fa sì che possiamo sostenere che, essendo alla sua origine il Comunismo un sentimento, la Scienza viene dopo; senza contraddire affatto la rivendicazione del socialismo come regime sociale scientificamente prevedibile.

Nella nostra visione non solo la Scienza viene dopo, ma la stessa Coscienza che gli esseri umani si fanno della loro vita sociale.

Il problema, suggestivo ed affascinante, si può riassumere nella formula: All’inizio c’è l’Azione. L’uomo, prima ancora che da un piano scientifico, è mosso dalla necessità di accomodare il mondo esterno, adattandolo ai suoi bisogni, esplorandolo e elaborando una sua visione delle cose. È così che la società umana, attraverso il lavoro produce e riproduce la sua vita materiale e spirituale.

La nostra corrente, nel suo lavoro storico e teorico di sistemazione dei princìpi e della dottrina di classe, ha potuto codificare regole di comportamento e schemi interpretativi, aderendo ad un paradigma dimostrativo del suo modo d’intendere la scienza, che se per certi aspetti assume moduli logico-dialettici dal pensiero umano precedente, rivendica la sua unicità e la sua nascita in un sol blocco; ed è dunque da non confondere con altre teorie, non tanto per la sua natura cognitiva, quanto per lo stretto intreccio che in essa si verifica tra teoria e prassi, tra sentimento e ragione.

In questo il nostro schema interpretativo del nesso azione economica - teoria di classe si differenzia innanzi tutto da quello che noi abbiamo chiamato Schema trascendentalista (autoritario), che è infatti tipico delle religioni rivelate, del feudalesimo e dell’assolutismo teocratico. Questa concezione fa appello ad una divinità che nell’atto stesso della creazione ha infuso negli uomini uno spirito, che, ritrovandosi in ogni singolo assicura l’uguaglianza davanti a Dio, e quindi perlomeno nel mondo ultraterreno, e garantisce un comportamento ispirato a comuni princìpi di origine divina. Lo Stato, a sua volta, controllando coscienza e attività dei singoli, permette l’esplicarsi della vita spirituale e fisica nel suo ordine gerarchico, che rispecchia il piano divino rivelato nelle sacre scritture.

Ciò che colpisce del modello autoritario di società è che riesce ad essere ancora utilizzabile dalla moderna società capitalistica, specie di tipo europeo, dove l’onda lunga della ideologia feudale riesce a farsi ancora sentire a causa di una serie di sovrastrutture che sono state riportate in gioco dall’attitudine borghese al compromesso con la concezione autoritaria del potere, una volta che la minaccia di eversione del moderno proletariato si è dimostrata globale ed irreversibile.

L’analisi di questo primo Schema, che il nostro Testo " Il rovesciamento della prassi nella teoria marxista " illustra nella Tavola III, indica quanto sia importante per noi una chiara interpretazione dei paradigmi della dimostrazione, pena la svalutazione d’ogni criterio scientifico di analisi e di sintesi della realtà sociale.

Il materialismo storico e dialettico non s’illude di affrontare le poderose contraddizioni del modo di produzione capitalistico senza un suo specifico metodo, tale da permettere una reale descrizione del mondo, e non una semplice visione viziata da soggettivismo e caratterizzata da un approccio emotivo, tipica delle concezioni proprie del socialismo utopistico e delle versioni sociologiche oggi di moda.

Non per niente oppone al socialismo degli utopisti di ieri e di oggi una concezione scientifica, e la rivendica oggi in particolare, allorquando da tante parti si tende a gettare sospetto su questo modo di affrontare i problemi in nome del relativismo generico, dell’opinione non fondata, della libertà d’interpretazioni avulse da ogni riferimento oggettivo ai dati.

Eppure noi sappiamo bene che scientifico è un termine soggetto ad una serie di limiti e di cautele. L’attenzione per il metodo delle scienze naturali, per i progressi della logica e delle matematiche è costante in Marx, in Engels e in Lenin, per non parlare della Sinistra, accusata proprio per questo di determinismo, tanto rigorosa è apparsa la sua attitudine per la scienza e la sua appassionata difesa dei fondamenti illuministici di essa, senza fermarsi astrattamente ad essi.

Diciamo dunque che il materialismo storico riconosce che il paradigma scientifico consta di due momenti fondamentali: 1) principi indimostrabili (non in assoluto, ma in senso dialettico); 2) dimostrazione come condizione necessaria e sufficiente per la scienza. Ancora nel pensiero sei-settecentesco la scienza viene così definita da Wolff::

     «Per scienza intendo l’abito di dimostrare gli asserti, cioè inferire per conseguenza legittima da princìpi certi e innati ».

Complessivamente l’empirismo classico rimane ancorato al paradigma scientifico tracciato; sono le correnti razionalistiche a trasformare il paradigma nel programma di estendere la scienza e la dimostrazione a tutto il sapere, e di identificare di conseguenza il metodo filosofico con quello matematico.

Il desiderio razionalistico di costituire e legittimare le scienze empiriche è il nodo che deve essere sciolto nel confronto moderno tra paradigma scientifico di impianto classico e paradigma scientifico di impianto statistico-probabilistico.

Nella concezione aristotelica le premesse della dimostrazione devono essere necessarie, in modo tale che tutte le altre inferenze che non soddisfano questa condizione materiale sono escluse dal dominio della conoscenza scientifica.

Si tratta di chiarire se Aristotele intenda fare riferimento alla necessità logica od ontologica. Problema di non poco conto. Non dimentichiamo che il metodo materialistico, quando si trova davanti a questi capitali problemi non teme di tendere la corda dall’arco all’indietro fin quanto è utile. Ciò è provato dalle sottolineature di Lenin sulla dialettica in Aristotele ("Quaderni"). Ciò costituisce la prova che a noi interessa non solo, come preferiscono pensare gli avversari, la struttura, ma anche la sovrastruttura della società di classe, specie quando abbiamo agio di dimostrare che sono spesso filosofi e scienziati transfughi, lo sappiano o meno, a demolire con colpi di piccone l’edificio teorico della propria classe di appartenenza.

In ogni caso, secondo la predeterminista esigenza del sei-settecento una proposizione è necessaria se e solo se la sua negazione è impossibile. Questa impossibilità può essere conosciuta o direttamente mediante l’intuizione o indirettamente attraverso la dimostrazione. Questo tipo di concezione della dimostrazione produce una interpretazione forte del paradigma scientifico.

Cartesio si attiene al concetto di dimostrazione elaborato dalla tradizione matematica greca piuttosto che a quella aristotelica, ma nel settecento Leibniz e Wolff, secondo un programma tipicamente logistico, considerano la logica, compresa la sillogistica aristotelica, come base della matematica.

Siamo nell’epoca, diciamo pure nel secolo, in cui si preparano le premesse teoriche della rivoluzione francese, che scardinano lo schema autoritario-trascendentalista di società e di legittimazione del potere, per dare spazio e giustificazione a quello che noi chiamiamo Schema demoliberale, che illustriamo nella Tavola IV.

Il lavoro che matura nelle menti di Leibniz, Wolff e in seguito, con effetti di eccezionale portata, in Kant, produce un rivoluzionamento delle sovrastrutture di pensiero a cui mai si era assistito. È stato detto in una battuta che ha ghigliottinato più teste Kant che Robespierre. Naturalmente noi non ci crediamo, perché in realtà è stato l’avvento della produzione capitalistica a tagliare l’erba sotto i piedi alla stanca società degli aristocratici e del clero.


(continua)

  

 

 

 

  


Appunti per la Storia della Sinistra

(continua dal numero 29)

 

La socialdemocrazia tedesca battistrada del nazismo


Il 1° giugno 1929 “Prometeo” pubblica, in prima pagina, un articolo dal titolo “Il Massacro di Berlino”. L’articolo si riferiva ai fatti luttuosi avvenuti a Berlino, il 1° maggio, in occasione di una manifestazione proletaria. La polizia, per ordine del prefetto socialista, attacca i cortei operai e spara sulla folla facendo 29 morti proletari. La totale assenza di vittime da parte della polizia prova che si era trattato di un attacco premeditato e che, da parte proletaria, era completamente assente una organizzazione di difesa.

“Prometeo” commentava:

     «La realtà è proprio questa: per manifestare nelle strade, nei paesi dove l’opera di raggruppamento del proletariato comunista ha raggiunto dei risultati positivi (...) per manifestare il 1° Maggio in questi paesi occorre affrontare lo schieramento delle forze poliziesche disposte e preparate a fare fuoco».

Ancora una volta il capitalismo tedesco aveva potuto sferrare questo sanguinoso attacco controrivoluzionario «servendosi del personale socialdemocratico (...) che ha mostrato di essere al suo posto fra le forze operanti della controrivoluzione».

Il 4 agosto 1914 la socialdemocrazia tedesca, che rappresentava la più importante delle sezioni della Seconda Internazionale, passava al diretto servizio della borghesia. La sua attività di inganno delle masse proletarie sulle origini e sulle cause della carneficina mondiale le valsero gli onori e le prebende della borghesia.

Malgrado il tradimento socialdemocratico il proletariato si schierava, tuttavia, nel campo della rivoluzione. Nell’ottobre 1918 i marinai della flotta del Baltico davano il segnale della insurrezione, i primi soviet venivano costituiti, la dinastia prussiana veniva ridotta in frantumi. Nel 1917 il fronte del capitalismo era stato spezzato nel suo punto più debole e rotture analoghe si preparavano dove il corso degli avvenimenti bellici rendeva più facile l’orientamento delle masse proletarie in senso rivoluzionario. La rivoluzione vinceva in Russia e si sviluppava in Germania. La rivoluzione trionfava in Russia, paese in cui le condizioni dello sviluppo economico erano le meno favorevoli per la trasformazione al socialismo; maturava in Germania dove non solo le condizioni dello sviluppo industriale erano le più favorevoli, ma anche in un paese che, geograficamente, rappresentava il punto nevralgico di tutto il capitalismo europeo. Una vittoria rivoluzionaria in Germania avrebbe significato certamente il tracollo, a breve scadenza, del capitalismo nell’intera Europa e forse in tutto il mondo.

Ma il regime capitalista, benché barcollante, non aveva esaurito tutte le sue risorse: i Noske, gli Scheidemann e tutta la socialdemocrazia tedesca erano pronti a soffocare nel sangue l’insurrezione proletaria.

L’Imperialismo tedesco, che aveva subìto una catastrofica disfatta sul fronte esterno, e su quello interno, e che vedeva sempre più compromesse le sue possibilità di resistere alle forze rivoluzionarie, comprese che l’unica via di salvezza era quella di affidare le proprie forze a coloro che durante la guerra erano restati fedeli alla patria tradendo il proletariato.

La tattica adottata dalla socialdemocrazia fu, al principio, quella di farsi sospingere dalla rivoluzione per non esserne travolta, per poi, una volta raggiunto il potere, sferrare contro i proletari in rivolta il più duro dei colpi.

Nel gennaio 1919 la socialdemocrazia affogava nel sangue i primi movimenti rivoluzionari; Noske e Scheidemann, per salvare ancora una volta la borghesia, divennero i diretti assassini di Carlo Liebknecht e Rosa Luxemburg. Per la sua opera di repressione del movimento proletario la socialdemocrazia trovò incoraggiamento anche da parte degli ex-nemici di ieri, da parte dei governi imperialisti di tutte le potenze dell’Intesa.

Non diversamente si verificarono gli avvenimenti in Austria dove la socialdemocrazia partecipava all’armamento cosiddetto “segreto” (che sarebbe stato vietato dai trattati imposti dopo la guerra) per parare alle conseguenze della vittoria rivoluzionaria in Ungheria.

Soffocata la rivolta spartachista ed allontanato, per il momento, il pericolo della rivoluzione, con il concorso dei socialdemocratici al potere, la borghesia si accingeva a riorganizzare la propria industria facendo sopportare al proletariato tutte le conseguenze della guerra che il trattato di Versailles imponeva. In nome della patria, al proletariato tedesco furono imposti enormi sacrifici: riduzione dei salari, orari prolungati, aumenti dei ritmi di lavoro, aumento della disoccupazione, della miseria, della fame.

Ma le forze che erano esplose nel 1918-19, anche se battute dalla controrivoluzione, non erano state domate. L’eroica sfortunata “Azione di marzo” del 1921 confermava pienamente la disponibilità del proletariato alla lotta, come, una volta di più confermava la vera funzione della socialdemocrazia.

Nella rivista teorica del PCd’I “Rassegna Comunista” del 30 giugno 1921 si leggeva:

     «Nella triste e sanguinosa bisogna si distinse in prima linea la SIPO (polizia di sicurezza) composta in gran parte di iscritti al partito socialdemocratico SPD; essa fu inoltre validamente aiutata dalle truppe regolari della Reichswehr e dai corpi volontari dell’Orgesch bavarese e degli studenti württemberghesi. Si ripeterono le scene selvagge del 1919 e del marzo 1920. Ben più numerosi dei rivoluzionari caduti combattendo furono quelli fucilati o massacrati a colpi di calcio di fucile e di bastonate, poi, quando la resistenza era già scesa (...) Questi nuovi martiri dell’emancipazione proletaria offrirono nuova prova di quanto valore abbia la “democrazia”, allorché si tratta di difendere i privilegi di classe, anche nello Stato, come la Germania, che vanta di avere “la più liberale costituzione del mondo”, e dove un “socialista”, l’Ebert, era alla testa della Repubblica, un altro, il Severing, ministro dell’interno, e un altro ancora, Horsing, dirigeva l’opera di repressione della zona insorta (...) Alla repressione dettero man forte le autorità militari francesi, inglesi, belghe della zona renana occupata, mostrando così con evidenza che le borghesie della Germania e dell’Intesa sapevano dar tregua alle loro rivalità e aiutarsi reciprocamente contro il comune nemico, contro la rivoluzione proletaria espropriatrice».

È durante questo periodo che va dal 1919 al 1923 che si costituiva un grande partito comunista che aveva la prerogativa di forgiarsi al fuoco di importanti avvenimenti e particolarmente in una situazione la cui lotta contro l’illusione socialdemocratica nella massa proletaria veniva facilitata dalla funzione traditrice che questa compiva come organismo inserito all’interno dell’ingranaggio capitalistico.

Gli avvenimenti del 1921 avrebbero dovuto essere un prezioso complemento nel processo di formazione dell’avanguardia comunista. Nel 1921 l’assenza di una situazione oggettivamente matura portava l’Azione di Marzo alla disfatta, nel 1923 la presenza di tutte le condizioni indispensabili per l’assalto al potere capitalista trovava il partito comunista e la sua direzione impreparati alla loro funzione. Dopo la disfatta, anziché passare ad un esame completo di questa dolorosa lezione l’I.C. preferì seguire il solito metodo della ricerca dei responsabili e le teste di Brandler e Thälmann vennero sacrificate all’infallibilità della analisi e della tattica del Comintern.

La vittoria controrivoluzionaria del 1923 fu resa possibile anche grazie all’intervento del capitalismo americano attraverso il Piano Dawes che indicava il cammino della ripresa dello sviluppo economico sulla base di un alto potenziamento della tecnologia produttiva e di un super sfruttamento delle masse costrette a servire da sorgente di profitto non soltanto per il capitalismo tedesco ma anche per quello dei paesi vincitori della guerra e, in particolare, di quello americano che investiva capitali. La modernizzazione e la specializzazione del lavoro si accompagnava all’aumento di centinaia di migliaia di disoccupati mentre le condizioni salariali erano costituite da paghe irrisorie di fronte ad una produttività enormemente accresciuta.

Questo nuovo attacco alle condizioni della classe operaia determinò un ampio movimento di resistenza che, però, finiva per impantanarsi nell’elettoralismo che portò i socialisti al governo nel 1928 dove restarono per due anni a servire gli interessi del capitalismo.

La gravissima crisi economica che alla fine degli anni ’20 colpì tutto il mondo capitalista, si fece sentire in Germania con ancora più violenza che negli altri paesi. I prestiti stranieri di cui la Germania aveva beneficiato cessarono improvvisamente, anzi si verificò una fuga di capitali verso gli Stati Uniti con un conseguente vertiginoso calo della produzione tedesca. I disoccupati superarono i sei milioni.

Due potevano essere le soluzioni per arrivare al superamento della crisi, come due erano le classi sociali che si fronteggiavano. Per il capitalismo la soluzione era il definitivo smantellamento di ogni organismo di classe del proletariato. Per il proletariato, al contrario, la risposta sarebbe stata quella di trasformare la sua azione difensiva nella direzione dell’attacco e della lotta per la rivoluzione comunista. Da parte sua il proletariato dimostrò, in ogni occasione, di essere pronto alla lotta anche quando rimaneva inquadrato nei ranghi della socialdemocrazia. D’altra parte, con la definitiva vittoria della controrivoluzione staliniana, al movimento proletario vennero a mancare le indicazioni necessarie per poter volgere a proprio vantaggio la crisi che si aggravava.

Scrive “Prometeo” n. 41 del 15 novembre 1930 che ogni possibilità di svolgimento positivo della lotta di classe era da escludersi a priori

     «se la frazione di sinistra non interviene come elemento di chiarificazione per indicare a queste masse in movimento che occorre avanti tutto ridare al partito comunista la sua funzione storica, quella di condurre il proletariato verso la sua dittatura e non come per il passato verso la sua sconfitta. I nostri compagni tedeschi hanno la fortunata prerogativa di forgiare la loro capacità politica al fuoco di grandiosi avvenimenti e ne siano certi che il risultato delle loro lotte sarà un prezioso insegnamento per tutta l’opposizione di sinistra e per tutto il movimento proletario. Italia e Germania, camicie nere e camicie kaki, esprimono gli stessi fenomeni di una malattia inevitabile che soffrono i due capitalismi: elementi che s’incontrano, superando le divergenze, sullo stesso piano obliquo conducendo verso l’unica diagnosi del male concludentesi per la soluzione armata. Guerra o rivoluzione: in Italia come in Germania maturano e si sviluppano i germi della crisi. Per l’una o l’altra soluzione, ciò dipende dal metodo che applicheranno le due forze contrastanti nel corso della situazione. Ma perché il proletariato sia in grado di orientarsi sul suo piano, occorre che la sua avanguardia abbia la capacità di assolvere il gravissimo compito di guida. Contro gli allettamenti socialdemocratici e gli equivoci del centrismo deve porsi la sinistra marxista per rappresentare nella svolta prossima e decisiva della storia rivoluzionaria l’elemento indispensabile ed essenziale per la vittoria del proletariato».

La Frazione ribadiva che il verificarsi dell’una o dell’altra soluzione non sarebbe dipeso unicamente dall’aggravarsi della crisi economica

     «il cui precipitare potrebbe portare all’immediata vittoria del fascismo; ma essenzialmente dalla posizione di forza che il proletariato riuscirà ad acquistare» (“Prometeo” n. 44, 1 gennaio 1931).

La Frazione aveva, inoltre, ben dichiarato il concetto che in Germania si stava giocando una partita con una posta storica che andava ben al di là dei confini tedeschi. «Quanto procede è destinato a richiamare i proletari all’importanza della situazione in Germania non solamente per il proletariato tedesco, ma per la rivoluzione mondiale. Fatto che non si è verificato sovente nella storia mondiale: il punto più debole del fronte del capitalismo è nel contempo il settore dove lo sviluppo della tecnica fornisce le migliori condizioni obiettive per l’esperienza della dittatura del capitalismo europeo donde i riflessi sugli altri paesi sono decisi e sicuri».

A mali estremi il capitalismo rispondeva con rimedi estremi. Nella primavera del 1930 i socialdemocratici erano al governo, nell’autunno dello stesso anno i fascisti conquistavano una posizione di predominio che poi rafforzarono e che permise loro di scegliere i collaboratori per l’opera di demolizione degli organismi di classe del proletariato.

Le elezioni del settembre 1930 avevano portato il Partito Nazionalsocialista, di balzo, dall’anonimato al secondo posto tra i partiti tedeschi. I nazisti, che nelle elezioni del 1928 non avevano raccolto che 800.000 voti, nel 1930 ne poterono contare sei milioni e mezzo. Questa rapidità degli avvenimenti, questo fulmineo modificarsi della manovra della classe al potere che dalla democrazia passava al fascismo, fu di possibile attuazione per il fatto che il capitalismo non trovò un proletariato deciso a sbarrargli la strada con possenti movimenti di classe che sviluppassero una azione rivoluzionaria, allo stesso tempo antifascista ed antidemocratica. Al proletariato tedesco, come abbiamo già detto, non mancarono né coraggio né spirito di combattività, quello che mancò fu un partito comunista rivoluzionario che sapesse coordinare, sviluppare ed inquadrare i movimenti di classe.

Il fatto saliente delle elezioni del 1930, oltre al crollo dei partiti tradizionali borghesi, consisteva nel fatto che il fascismo aveva ottenuto grande successo anche nei centri industriali. La massa della piccola borghesia che si era schierata dapprima a favore della democrazia e della repubblica di Weimar veniva ora manovrata in direzione nazionalsocialista.

Non c’era dubbio che il partito socialdemocratico durante i suoi ultimi anni di governo aveva preparato le condizioni che avrebbero determinato il successo della mobilitazione fascista. In tale periodo il partito comunista aveva basato la propria attività sulla parola d’ordine del “socialfascismo”, solo apparentemente di sinistra. Questa posizione politica portava a considerare ogni operaio socialdemocratico come un “piccolo poliziotto” e ciò aveva contribuito all’isolamento dell’avanguardia comunista dalla massa proletaria. In Italia, quando già le condizioni della lotta erano pregiudicate, la direzione di Sinistra del PCd’I aveva applicato la tattica opposta facendo leva sulle condizioni immediate del proletariato per l’organizzazione dell’unità di classe e di lotta contro il capitalismo e contro la reazione delle squadracce fasciste. L’Alleanza del Lavoro ad un tempo spostava i proletari socialisti verso l’influenza comunista smascherando tutti i traditori socialriformisti e massimalisti.

Nei confronti del fascismo e del suo successo elettorale, il partito comunista tedesco impostò la sua tattica affermando che i fascisti facevano solo della demagogia nella lotta contro il Piano Young mentre il PC era il solo a lottare realmente per liberare la Germania dalla soggezione nei confronti delle potenze vincitrici. Si presentavano come gli unici nazionalisti conseguenti. Le acrobazie del partito centrista, oltre che sfociare nel peggiore opportunismo, finivano per disorientare la classe operaia passando con la massima disinvoltura da una tattica al suo opposto. E così, da un giorno all’altro, dalla teoria del socialfascismo si passò alla direttiva della rivoluzione popolare.

Il PC tedesco si accorse dell’avanzata nazista solo dopo le elezioni del 1930. Ma anche allora non immediatamente; le elezioni erano state presentate, infatti, sotto l’aspetto della “grandiosa” vittoria del partito. Qualche mese prima la stampa ufficiale del partito era arrivata perfino ad emettere la sicura sentenza secondo cui il fascismo tedesco si trovava in uno stadio di autodisfacimento. Questa prospettiva faceva il paio con la teoria “del terzo periodo”, della radicalizzazione delle masse e dell’imminenza della battaglia e della vittoria rivoluzionaria.

Essendosi accorti con estremo ritardo del giganteggiare del fascismo i centro-stalinisti elaborarono una tattica “adeguata” alle nuove esigenze: la rivoluzione popolare. Nel 1931 durante la sessione del C.C., Thälmann, dopo avere delineato gli elementi principali della crisi economica, precisava il significato della “rivoluzione popolare” «in quanto parola d’ordine centrale della propaganda, principale obiettivo strategico in vista del quale il partito deve guidare e riunire le masse sulla linea del suo programma di emancipazione nazionale e sociale».

Un analogo “principale obiettivo strategico” aveva già fatto la sua prova in Cina ed aveva portato al massacro del movimento proletario. Ma il PC tedesco sembrava non badarci perché aveva scoperto la necessità, anche per la Germania, di un programma di liberazione nazionale. Improntato a questa nuova concezione è l’appello che il partito comunista tedesco lanciò verso la metà del 1931:

     «Noi comunisti abbiamo sempre dichiarato – e lo dichiariamo oggi più che mai – che vi è una sola uscita dalla crisi: la presa del potere da parte della classe operaia, sotto la direzione del partito. Questo significa: l’espropriazione delle banche, dei re dei trusts, dei grandi magazzini, della proprietà fondiaria, l’annullamento del Piano Young e dei debiti di riparazioni. In una parola la sostituzione dell’economia capitalista bancarottiera con l’ordine economico socialista.

     Operai, lavoratori di Germania! Non tollerate ancora i crimini di un pugno di capitalisti! Non vi lasciate ingannare dai dirigenti socialdemocratici e nazionalistici, questi vigliacchi servitori del capitale, questi complici della catastrofe presente.

      Noi esigiamo: l’arresto e la condanna pubblica dei capitalisti colpevoli della fuga del marco e della bancarotta fraudolenta. La garanzia dei depositi dei piccoli depositanti (...) La confisca immediata della fortuna di tutti i milionari, dei grossi “profittatori”, delle grandi fortune (...) La confisca degli magazzini alimentari, vestiari ed altri beni (...) la conquista dei grandi palazzi, dei grandi appartamenti (...) Operai, impiegati, funzionari! Rispondete con lo sciopero di massa all’aggravamento delle vostre condizioni di vita (...) Noi esigiamo: il disarmo dei nazionalsocialisti e dei Caschi d’Acciaio».

“Prometeo”, nel n. 56 del 19 luglio 1931, così commentava l’appello del partito comunista tedesco:

     «Non più sollevano di fronte alle masse la necessità della lotta rivoluzionaria, ma si limitano ad affermazioni generali per la presa del potere da parte della classe operaia. Ed in quello che questa presa del potere dovrebbe significare, il fanfarone piccolo-borghese evita di porre il problema fondamentale della socializzazione e parla dei re dell’industria e non della ”classe capitalista”. Ed il piccolo-borghese vorrebbe fare passare questo per “socialismo” esattamente come il bonzo ed il mercante che credono che il socialismo consista nella difesa della loro pagnotta e non nello schiacciamento della classe capitalista per organizzare sulle sue rovine la nuova economia. E di poi l’appello enuncia il programma concreto ed immediato. Esso dice: “Noi vogliamo l’arresto dei capitalisti (e cioè il processo in pretura), la garanzia dei depositi, ecc. ecc.”. Ma da chi “lo vogliamo”? Dal governo indubbiamente. Ed ecco dove l’opportunismo conduce il partito; a reclamare dal governo capitalista, in una situazione di disperato dissesto, le misure del più volgare fanfaronismo riformista e demagogico (...) Cercate l’appello concreto del partito alle prime manifestazioni di massa. Invano. Il partito resta spettatore e scrive gli appelli della rinuncia e della denaturazione del programma del proletariato. E per l’opportunismo il socialdemocratico non è più un traditore del proletariato, il fascista non è più l’assassino del proletariato. Ma gli uni e gli altri semplicemente coloro che “ingannano gli operai”. E stiamo pure certi che se malgrado socialdemocratici e centristi gli operai scenderanno nelle strade la stampa centrista di domani griderà ai quattro venti che al suo comando, al suo “solo comando” le masse hanno combattuto entusiaste della linea giusta del partito».

Il governo Brüning non tardò a raccogliere l’invito del PC sul disarmo dei nazisti e fu così che, sotto la maschera della lotta contro il fascismo, venne metodicamente applicato un piano antiproletario che non aveva nulla da invidiare ai regimi più reazionari. Il primo decreto legge, che limitava le manifestazioni politiche, passò applaudito da tutte le correnti di sinistra, sotto il pretesto di voler arginare il pericolo fascista. Ma dato un sguardo alle sue applicazioni repressive era più che evidente che l’antifascismo del governo tedesco sarebbe stato rivolto unicamente contro il movimento operaio. Brutali violenze della forza pubblica, interruzioni di riunioni e di ogni forma di manifestazione, arresti a getto continuo, interdizione della stampa comunista. Il nazismo, al contrario, non soltanto poteva continuare indisturbato la sua attività facendosi ogni giorno più baldanzoso e ponendo in modo esplicito la sua immediata candidatura al potere. Ma in più riceveva, anche in diverse occasioni politiche, le felicitazioni del presidente Hindenburg.

Brüning, che in base al paragrafo 48 della democratica repubblica di Weimar, poteva reggere il governo del Reich in modo dittatoriale, aveva due possibilità per allargare la propria base di consenso; o allearsi con la destra nazionalsocialista (appena uscita da una vittoria elettorale nemmeno sperata) e con la quale aveva una pressoché identità di programma, oppure con la socialdemocrazia che, benché sconfitta alle ultime elezioni, restava sempre il più grande partito della Germania.

Come era prevedibile, la socialdemocrazia si sacrificò perché l’asse della politica non si spostasse troppo a destra e quindi accettò ogni sacrificio, per il proletariato, pur di riallacciare contatti con Brüning. Quest’ultimo non era però disposto a fare alcuna concessione: per poter marciare al suo fianco la premessa necessaria era quella di rinunciare, oltre che ad essere socialisti, anche ad essere democratici. La socialdemocrazia ritenne che questo fosse il minimo dei mali, che, in avvenire, avrebbe potuto consentire un mutamento favorevole della situazione. Dal canto suo Brüning trovava che questa soluzione fosse la migliore perché gli avrebbe permesso di attuare il suo programma con un minimo di resistenza da parte del proletariato; pose quindi la socialdemocrazia nella condizione di rendere ancora dei grandi servigi al capitalismo.

A tale proposito la Frazione dichiarava:

     «La socialdemocrazia ha svuotato di ogni contenuto di classe tutte le organizzazioni da essa controllate, cioè le più grandi organizzazioni di massa; e così disarmate le ha persuase della loro impotenza e le ha fatte battere in ritirata davanti ad ogni nuovo attacco del nemico, da essa sostenuto. Ed ogni ritirata, date le premesse della situazione, ecc. ecc., si è presentata come una grande mossa strategica o come una vittoria. Si è assistito all’incredibile di un ministro del dittatoriale governo reazionario che interviene al congresso delle organizzazioni sindacali proletarie, ed annuncia che il governo imporrà ancora più grandi sacrifici alle già falcidiatissime masse lavoratrici, ed i rappresentanti di queste lo hanno applaudito.

     I socialisti hanno preteso di giustificare la loro conversione verso Brüning come il minor male, come l’unica possibile reazione contro la manifestata volontà della nazione favorevole ad una accentuazione più a destra, come una tolleranza del governo Brüning non escludente nei casi concreti la opposizione: evidentemente essi facevano assegnamento sulla presenza di un forte contingente di estrema destra che avrebbe loro permesso nei casi più reazionari di mascherare la loro solidarietà con un inutile voto contrario di minoranza.

     Ma è avvenuto che la estrema destra è uscita dal parlamento, ed i socialisti si sono trovati nella impossibilità di dare un voto contrario di minoranza, poiché insieme con i comunisti venivano a formare la maggioranza: ed allora (...) essi hanno ingoiato tutti i rospi (...) a cominciare dai crediti straordinari per costruzioni militari. In quel periodo i comunisti si son divertiti un mondo riproponendo all’ordine del giorno questioni sulle quali si erano precedentemente pronunciati i socialisti come minoranza, e costringendoli quindi a pronunciarsi nuovamente ed in senso contrario. Ed i socialisti hanno preteso di giustificare la loro condotta dall’esame obiettivo del rapporto di forze uscito dalle elezioni al quale avrebbero dovuto corrispondere i deliberati del parlamento: non si sarebbe più trattato dunque di reagire alla manifestata volontà reazionaria degli elettori, ma al contrario di integrarla in mancanza dei rappresentanti più tipici della reazione sostituendosi ad essi: arrivando così all’assurdo che i fascisti abbandonando il parlamento lo hanno privato non di una rappresentanza reazionaria, ma di una rappresentanza proletaria attraverso alla loro sostituzione da parte dei socialisti.

     Questi fatti, tra i più caratteristici, che non esauriscono certo la storia dell’incredibile, sono pertanto sufficienti a dimostrare fino a qual punto la socialdemocrazia tedesca si è rinnegata, e fino a qual punto mercé la utilizzazione di essa il capitalismo ha messo al suo servizio la più grande parte delle forze organizzate e direttamente interessate contro di lui». (“Prometeo” n. 61, 11 ottobre 1931).

Se tutta l’azione della socialdemocrazia era un evidente tradimento della classe operaia, non si deve però disconoscere che un grande aiuto alla socialdemocrazia veniva portato dalla politica insensata del partito comunista. Se la trovata del socialfascismo non fu certo la più adatta per orientare le masse verso il comunismo, la politica sindacale comunista, diretta alla creazione di nuove organizzazioni di difesa economica, ebbe come conseguenza quella di isolare il partito dalle masse organizzate riducendo la sua possibilità di intervento ad una massa di disoccupati (essa stessa limitata se confrontata al sempre crescente numero di questi) ed indebolendo la sua forza all’interno delle fabbriche.

Chi avesse voluto escogitare un sistema per disorientare la classe operaia dalle proprie finalità rivoluzionarie non avrebbe potuto elaborare niente di meglio del programma di liberazione nazionale. Mentre giornalmente si verificavano scontri cruenti tra le squadre comuniste e quelle naziste, si insinuava all’interno della classe operaia che tra comunismo e fascismo potessero esistere delle finalità ideologiche e si compivano pubblici contraddittori il cui risultato era il passaggio dall’una all’altra parte di elementi anche di primo piano. «Le trombe comuniste squillavano altamente quando si trattava della conquista di qualche pezzo grosso che portava in seno al partito, col suo bagaglio nazionalista, perfino le tracce dell’antisemitismo».

I socialfascisti sfruttavano a loro vantaggio questi fatti e ritorcevano contro i comunisti l’accusa di formare un connubio con il nazismo. Il fatto più clamoroso si ebbe in occasione del plebiscito rosso del 9 agosto 1931, quando il partito comunista aderì ad un referendum indetto dall’estrema destra contro il governo socialista di Prussia. In nome della difesa della democrazia i socialdemocratici avevano permesso tutti i decreti legge di fame presentati dal governo del Reich e, perché questo non addivenisse ad una combinazione con la destra nazista la socialdemocrazia aveva permesso che i salari venissero taglieggiati, i sussidi di disoccupazione ridotti, milioni di proletari gettati nella fame o scannati nelle piazze dalla polizia socialista e dalle squadracce hitleriane.

In difesa della stessa democrazia, il 9 agosto 1931, si svolse la grande battaglia del plebiscito. Naturalmente gli stalinisti non parlarono semplicemente del plebiscito, ma di plebiscito rosso, di cui il PC cercò di contrabbandare il merito di averlo richiesto; ed infine si arrivò a dire che il partito aveva guidato il plebiscito. Per giustificare la sua partecipazione il C.C. del PC parlò di manovra per seminare la discordia nel campo dell’avversario, infatti Thälmann affermava: «Noi semineremo la disgregazione nel campo della borghesia; noi allargheremo la breccia nelle file della socialdemocrazia ed accresceremo il processo di effervescenza all’interno di questo partito; noi produrremo delle brecce ancora più profonde nel campo hitleriano». Così la manovra capitalista di dare uno sbocco elettoralistico ai gravissimi problemi prodotti dalla crisi economica ebbe il pieno appoggio del partito comunista che rivendicò per sé addirittura il ruolo di promotore allo scopo di lottare, assieme ai nazisti, per una Prussia Rossa.

     «Se non è chiaro come si sarebbe fatta la “Prussia rossa” – commentava “Prometeo” – se cioè il partito presentava alle masse come risultato del plebiscito quello della formazione di un governo comunista per fare il socialismo nella “Prussia sola”, è però chiaro che non più attraverso l’insurrezione si giungerebbe alla presa del potere, ma attraverso un plebiscito che, nel caso speciale, poteva anche avvenire in compagnia dei fascisti (...) È evidente – continuava “Prometeo” – che la ripugnante impostazione data dalla stampa del partito ai risultati del plebiscito quando si addizionano, come quantità uguali, tutti i voti raccolti dal plebiscito e si fanno titoloni sui nove milioni di elettori, è evidente che questa impostazione fa perfettamente il gioco dei riformisti i quali strillano sul “connubio tra comunisti e fascisti” e si preparano forse a servire la formula del comun-fascismo che dovrebbe fare da contrappeso al socialfascismo» (“Prometeo” n. 58, 23 agosto 1931).

Se la socialdemocrazia tedesca aveva dato lunga prova di tradimento, gli stalinisti non si dimostrarono da meno e, bruciando le tappe, arrivarono a fare fronte unico con il nazismo.

Per quanto il proletariato tedesco avesse sempre dato prova di combattività, dimostrandosi pronto a qualunque sacrificio pur di non ripiegare di fronte all’offensiva capitalistica, non poteva che essere destinato alla sconfitta. Di fronte al grandeggiare della repressione legale adottata dalla democraticissima repubblica di Weimar; di quella illegale hitleriana patrocinata dalla grande e piccola borghesia nazionale e dal capitalismo internazionale; di quella socialdemocratica, ancor più sanguinaria di quanto non fosse la stessa borghesia; di fronte all’evidente tradimento del partito comunista stalinizzato che disarmava e disorientava l’avanguardia rivoluzionaria e respingeva la parte più arretrata del proletariato tra le braccia dei boia socialdemocratici e perfino nazisti, di fronte a tanto sfacelo l’unica possibilità, non di vittoria, ma per lo meno di una ritirata organizzata e composta di modo da poter ritessere le file dell’organizzazione proletaria e rivoluzionaria quando se ne fossero verificate le condizioni favorevoli, l’unica ancora di salvezza poteva essere rappresentata dall’Opposizione di Sinistra.

Ma, non appena si trattò di uscire dal chiuso dei circoli per entrare nella quotidiana lotta di classe, l’Opposizione tedesca diede ben misera prova di sé frantumandosi con la medesima velocità con cui era stata artificiosamente raggruppata. Anche all’interno dell’Opposizione tedesca, sull’esempio delle nefaste abitudini invalse nell’Internazionale, nella ricerca del predominio di un gruppo sull’altro, indipendentemente dalla intenzione di raggiungere una effettiva chiarificazione politica, si preferiva personalizzare i dissensi, attaccando la “cricca” di Tizio o la “cricca” di Caio

     «ed è deplorevole che a questo livello si siano abbassati un compagno autorevole come il compagno Trotzki ed un organo internazionale pretendente alla rappresentanza ed alla direzione dell’Opposizione Internazionale» (“Prometeo” n. 56, 19 luglio 1931).

Così, assieme all’Opposizione tedesca faceva bancarotta quella teoria, cara a Trotzki e sempre avversata dalla Frazione, che impostava l’unificazione non sulla base di chiari principi fondamentali comuni, ma su generiche adesioni all’Opposizione russa o a deliberati di questo o quel congresso dell’Internazionale Comunista.



Avvento del nazionalsocialismo al potere

     «In tempo rapido le forze si schierano in Germania per la battaglia. La socialdemocrazia ha costituito davanti al Reichstag la difesa decisiva del governo Brüning-Gröner, come il governo che avrebbe dovuto impedire il peggio, la dittatura fascista. La prima esperienza di questo governo nelle competizioni dei partiti è stata disastrosa per la socialdemocrazia. Nel piccolo Stato del Braunschweig, che ha il triste privilegio di essere governato dai fascisti, ha avuto luogo una adunata dei fascisti della Germania centrale, i quali per due giorni consecutivi hanno fatto una prima grande manovra di stile, con assalto ai quartieri operai ed alle sedi di organizzazioni: e se un vero pogrom non si è realizzato ciò si deve alla immediata organizzazione della difesa che ha veduto formarsi l’unità del fronte proletario sotto la influenza dei comunisti» (“Prometeo” n. 63, 8 novembre 1931).

I nazisti ormai parlavano con tono di gente convinta che sarebbe stata a breve alla guida del governo. Da qualsiasi parte si guardasse nelle consultazioni elettorali si assisteva a graduali perdite del partito socialdemocratico, che, tra l’altro, aveva subito una scissione; guadagni graduali del partito comunista ed avanzata trionfale dei nazisti, soprattutto a spese dei partiti borghesi di centro.

Il partito comunista sembrava avere perso completamente la bussola ed arrivava perfino ad auspicare l’andata al governo dei nazisti (tali furono alcune affermazioni di Remmele al Reichstag) perché si diceva convinto che una volta al potere non avrebbero saputo tenere fronte ai gravi problemi che si sarebbero presentati (politica internazionale, problema dell’inflazione, ecc.) e ciò sarebbe stata la premessa per la realizzazione dell’unità rivoluzionaria.

Ma non era soltanto la borghesia nazionale tedesca ad orientarsi con sempre maggiore entusiasmo verso la soluzione nazista, che veniva auspicata in modo aperto e chiaro da tutto lo schieramento del capitalismo internazionale.

Immediatamente dopo le elezioni del settembre il Segretario di Stato Vaticano, Pacelli (il futuro Papa Pio XII) in colloqui con personalità cattoliche, si era chiaramente espresso a favore di una coalizione del Centro con il partito di Hitler, sotto la direzione del Centro. «La esperienza italiana – commentava “Prometeo” – ha evidentemente appreso qualche cosa al Vaticano. Si è poi parlato di una particolare missione del fascista Göring presso il Pontefice, che fu poi quasi totalmente smentita. In ogni modo non risulta che le direttive del Vaticano siano cambiate, ed è fuori dubbio che esse siano decisive per la politica del Centro» (“Prometeo” 29 novembre 1931).

Il Vaticano non era certo il solo ad interessarsi alle questioni tedesche e le nazioni non trascuravano il fenomeno del giganteggiare del partito nazional-socialista. La Francia, che fino a quel momento aveva dichiarato che la presenza del partito nazista in Germania era la causa principale della mancanza di garanzie per la leale esecuzione dei trattati di pace, immediatamente si disse disposta a credere che proprio i nazisti potessero dare il massimo delle garanzie. Questi ultimi si affrettarono a dare segnali di apertura e dichiararono di essere disposti ad un accordo con la Francia e disposti a garantire il pagamento dei debiti e delle riparazioni di guerra. La Francia desiderava che in materia di politica estera i nazisti assumessero le posizioni del Centro; il Vaticano voleva che le assumessero anche in politica interna. Ambedue volevano che il nazismo andasse al potere. Negli Stati Uniti l’opinione dei magnati della finanza non dava segni di opposizione: «Alcuni giornali della politica e della finanza (Francia ed Inghilterra) fanno già apertamente i loro voti per l’avvento del partito fascista al governo» (“Prometeo” 13 dicembre 1931).

L’Italia infine, dato che Hitler aveva dichiarato di rinunciare alle sue pretese sul Tirolo, non avrebbe che potuto gioire dei crimini che si stavano preparando contro il proletariato tedesco. Infine non dobbiamo nemmeno dimenticare la richiesta avanzata dai nazisti a capitalisti ebrei di alleanza contro l’ateismo bolscevico.

In Germania frattanto si intensificavano le aggressioni, le esercitazioni militari, le adunate naziste, azioni sempre più metodiche e sempre più su larga scala che ricordavano il tipico svolgimento delle manovra controrivoluzionaria in Italia. Lo Stato democratico assisteva impassibile alla preparazione nazista alla guerra civile perché era consapevole che non si sarebbe trattato di un putsch contro i poteri dello Stato, ma di un pogrom destinato a spezzare il sollevarsi delle classi lavoratrici.

Le elezioni dell’Assia, svoltesi alla fine del 1931, confermarono ancora una volta la tendenza generale allo spostamento politico della borghesia verso soluzioni dittatoriali ed alla polarizzazione dei contrasti di classe. Il partito nazista ebbe ancora una volta una insperata vittoria con un aumento superiore al 100% rispetto alle precedenti elezioni. I partiti medi praticamente scomparvero. Solo il partito di Centro mantenne un piccolo vantaggio sul partito di Hitler. Un grande calo fu registrato all’interno del partito socialdemocratico, le cui perdite andarono quasi completamente a vantaggio del partito comunista che ebbe così un incremento del 27%. I nazisti non tardarono a far sentire gli effetti della loro vittoria ed instaurarono un regime di terrore, con il favore delle autorità governative in carica. Se il partito nazionalsocialista scagliava le sue squadre di assassini per terrorizzare la classe operaia, a livello politico lavorava freneticamente per assicurarsi le condizioni più favorevoli per l’indomani con l’appoggio della borghesia nazionale ed internazionale.

Pure il Centro assumeva una posizione sempre più equivoca dalla quale si poteva intravedere la sua intenzione a congedare il compagno socialdemocratico non appena fosse stato possibile trovare un accordo con il concorrente di destra.

Il partito socialista, dato che continuava a perdere aderenti e dato che si preannunciava una diserzione di massa, cercò di arginare il fenomeno proponendo al partito comunista di aderire ad un fronte unico. Alla proposta di fronte unico avanzata dai socialisti il PC rispondeva che i comunisti «da tempo lottavano per il fronte unico, il quale sta già realizzandosi contro il partito socialista che deve considerarsi come il nemico principale».

Il “Rote Fahne” del 21 novembre spiegava infatti che il partito comunista aveva «prospettato come basi per una leale politica di fronte unico la questione della lotta per il diritto di dimostrazione, per la libertà proletaria di stampa e di coalizione e per la autodifesa delle masse organizzate contro le bande terroristiche fasciste». Il “Rote Fahne” alludeva infatti ai decreti che avevano soppresso tutti questi diritti con la complicità del partito socialista.

“Prometeo” rilevava che il rifiuto del partito comunista tedesco ad aderire al fronte unico si basava esclusivamente sulla imputazione a singoli personaggi delle azioni antiproletarie compiute dalla socialdemocrazia e non alla netta incompatibilità programmatica e sulla tattica del fronte unico fra i due partiti.

Per di più la proposta del fronte unico veniva accolta e propagandata proprio dai gruppi della Opposizione comunista di sinistra. Questo atteggiamento codista delle Opposizioni dipendeva essenzialmente da quella totale mancanza di chiarezza teorica che la Frazione italiana ormai da diversi anni denunciava, e faceva sì che le Opposizioni, quale che fosse la buona volontà e fede dei loro capi ed aderenti, si comportassero come delle ali sinistre del centrismo stalinista, non avendo un’alternativa da proporre alla classe operaia.

Per fare un po’ di chiarezza la Frazione, sul n. 70 dell’8 marzo 1932 di “Prometeo”, rifaceva pazientemente il quadro della situazione:

     «L’Internazionale Comunista “attuale”, e cioè sotto la direzione totalitaria del centrismo, toglie ai partiti la capacità politica di realizzare la dittatura proletaria. In questo consiste la giustificazione storica delle frazioni di sinistra (...)

     Le analisi delle situazioni fatte dalle frazioni di sinistra devono concludersi con la precisazione dei compiti specifici assegnati ed esse per renderle capaci di intervenire nelle ripercussioni originate dalla politica anticomunista del centrismo, al fine di liberare l’avanguardia proletaria da quell’influenza e di ristabilire l’organismo della vittoria comunista. E questo nell’interno del partito (...) o contro il partito (...)

     I documenti del compagno Trotzki sulla questione tedesca non solo non trattano nullamente di questo problema fondamentale, ma ammettono che “la chiave della situazione è nelle mani dell’attuale partito di Germania” e concludono fissando i compiti di questo “attuale partito”. Come conseguenza ne risulta che l’organismo essenziale della situazione per la vittoria comunista, non venendo nemmeno indicato, il difficile problema della sua politica propria non essendo risoluto, il proletariato si trova nelle condizioni di una ineluttabile nuova disfatta.

     La chiave della situazione non è nell’“attuale partito”, essa è nella “frazione di sinistra”. La Funzione storica del centrismo è quella di far credere alle masse che la chiave della vittoria comunista è nelle mani degli attuali partiti, di portare le masse verso la sicura disfatta attraverso la lotta mortale contro le frazioni di sinistra. Spetta a queste dimostrare il cammino cui è destinato il proletariato sotto la guida del centrismo, spetta ad esse di risolvere i problemi politici concreti che potranno spezzare questo corso nefasto».

Questa era la valutazione generale sul centrismo, sulla sua funzione storica e, al contrario, sui compiti cui dovevano assolvere le frazioni di sinistra.

La Frazione Italiana lasciava ancora aperta la doppia alternativa: o riconquista dei partiti centristi o formazione di nuovi partiti rivoluzionari. Quello che era comunque chiaro era il fatto che la politica centro-stalinista doveva essere totalmente estirpata per poter avere possibilità di vittoria. E se ciò era vero in generale, a maggior ragione lo era nel caso specifico della Germania, mentre lo stesso Trotzki delegava il PC tedesco a risolvere in senso rivoluzionario il processo di scontro di classe divampante in Germania e poneva a questo partito i compiti che avrebbe dovuto assolvere. I suoi epigoni, come del resto è naturale, si comportavano in modo ancora più disinvolto. Infatti il trotzkista Gourov in una lettera del 28 luglio dell’anno precedente aveva affermato:

     «In certi casi la vittoria è possibile anche con una cattivissima politica. Con l’approfondimento della crisi, il suo prolungamento, con la disgregazione ulteriore della socialdemocrazia, la demoralizzazione dei governanti, la vittoria del partito comunista tedesco non è esclusa malgrado la politica di direzione di Thälmann».

Erano queste posizioni che rinnegavano alla base tutte le critiche mosse dall’Opposizione russa alla politica dell’Internazionale e gli stessi documenti di Trotzki. Basti ricordare che un libro di Trotzki era intitolato: “Stalin, l’organizzatore della disfatta”.

Il commento di “Prometeo” dell’8 marzo 1932 a simili prese di posizione non poteva che essere quanto mai netto:

     «La posizione del comp. Gourov contrasta con i principi fondamentali del comunismo. In effetti l’ammissione di una possibilità di vittoria del partito “anche con una cattivissima politica”, significa ammettere la possibilità della generazione spontanea di una vittoria sotto l’impulso degli avvenimenti e delle ripercussioni politiche di questi avvenimenti. Viene così soppressa la nozione fondamentale della necessità del partito, della capacità di questo partito a preparare le situazioni, e se stesso, all’appello supremo dell’insurrezione, unica via per la vittoria comunista. Nella concezione del comp. Gourov, il partito diviene un fattore delle situazioni che può essere spinto anche dove “la cattivissima politica” dovrebbe non condurlo e cioè alla vittoria proletaria. I fondamenti stessi del comunismo attribuiscono unicamente all’iniziativa del partito la realizzazione della dittatura del proletariato.

     Nella situazione attuale dei partiti comunisti, sono le frazioni di sinistra che potranno, domani, alla testa dei partiti, o contro di essi, riprendere quell’iniziativa che non apparterrà mai al centrismo. La “rivoluzione centrista” è inconcepibile, e per fare la rivoluzione è necessario un partito che abbia saputo liquidare la politica del centrismo. Le frazioni di sinistra hanno di fronte a loro questi compiti giganteschi. Occorre oggi sollevarli di fronte ad esse, per allestire i quadri necessari a questo scopo. Ogni documento politico deve tendere a questo fine.
     Un documento politico che non trattasse di questa questione fondamentale, è un documento che non prepara le frazioni ad assolvere ai loro compiti. Un documento politico che fa credere alle masse alla possibilità di giungere alla sconfitta del nemico con gli attuali partiti, debilita le frazioni di sinistra, le annulla, ne schianta ogni possibilità di intervento. Occorre chiamare le frazioni a stabilire concretamente “come” potranno assolvere ai loro compiti diretti a risolvere la crisi del movimento soprattutto per strappare all’opportunismo la base dei partiti. A questo lavoro apparentemente più modesto, ma fondamentale, occorre non preferire l’altro che si illude di mettersi sulla via del successo comunista solo perché si ottiene una larga diffusione di documenti prodotti dal genio rivoluzionario che risponde al nome di Trotzky».

Quindi, senza andare alla ricerca di successi estemporanei, analizzare quali sarebbero stati i compiti del partito comunista, quale, al contrario, era stata la politica traditrice dello stalinismo, per giungere, infine, ad elaborare una conseguente tattica rivoluzionaria. Questo è quanto la Frazione Italiana indicava all’Opposizione tedesca, ed in questo senso era il contributo che si accingeva a dare.

Venendo all’atteggiamento che il partito comunista tedesco avrebbe dovuto assumere di fronte al dilagare fascista, “Prometeo” scriveva:

     «In definitiva la politica comunista di fronte all’attacco fascista, consisteva nel porre in linea i problemi elementari di classe posti in evidenza da quell’attacco, nel ricostituire il fronte proletario su questa base di classe, nel prendere come organo per la realizzazione di questo fronte di classe l’organo unitario specifico del proletariato, e cioè il sindacato. Evidentemente sotto lo stesso angolo venivano visti i problemi dei contadini e dei lavoratori intellettuali, cioè di quelle categorie sociali, che per i contraccolpi della crisi, sono i più soggetti alla demagogia fascista per servire quali formazioni bianche contro il proletariato. Così la socialdemocrazia vedeva diminuire le possibilità di manovra nel campo proletario. La minima esperienza veniva a confermare praticamente la politica del partito, la molla capace di ristabilire il fronte di lotta del proletariato contro il fascismo era quella stessa della lotta per i movimenti di classe contro il padronato, per i salari e contro la disoccupazione.

     L’esperienza tedesca dimostra che la politica socialdemocratica di sostegno di Brüning e quella che ha permesso il regime dei decreti di fame sono quelli che consentono l’incedere del movimento fascista. In Germania è evidente che il fascismo sarà vinto solamente dalla rivoluzione proletaria. Il corso delle situazioni può forsanco ripetere l’esperienza austriaca e Hindenburg-Gröner-Brüning possono rappresentarvi lo stesso ruolo di Schöber. Ma non è escluso che, a breve scadenza, si assista all’attacco frontale del fascismo. La rapidità del corso di questi avvenimenti dipende anche dalle vicende internazionali dei problemi della crisi dei debiti e delle riparazioni. Quale che sia il ritmo degli avvenimenti il dovere urgente del proletariato tedesco è di mobilitarsi contro il pericolo fascista» (“Prometeo” 20 marzo 1932).

Tutt’altra era stata l’azione condotta dai centristi tedeschi che avevano condannato, di fatto, il potente proletariato di Germania a non essere capace di contrattaccare il movimento hitleriano. Alle masse proletarie erano mancate le possibilità di polarizzarsi attorno al PC e si trovarono completamente incapaci di sviluppare un movimento di classe che potesse contrastare le riduzioni dei salari, la disoccupazione, la fame ed il terrorismo bianco.

Il giornale della nostra Frazione passava quindi ad enumerare alcuni degli aspetti principali che avevano caratterizzato la politica sabotatrice del partito a direzione staliniana

1) Si denunciava innanzi tutto il programma della liberazione nazionale, che significa netto abbandono dei principi marxisti della lotta diretta alla distruzione del proprio capitalismo.

2) L’isolamento al quale il proletariato tedesco era stato condannato: nessun coordinamento di azione proletaria internazionale, a difesa della classe operaia tedesca, era stato nemmeno preso in considerazione. L’Internazionale non aveva nemmeno lanciato un appello sulla situazione in Germania.

3) Accettazione della provocazione socialdemocratica della scissione sindacale. Con la formazione dell’Opposizione Sindacale Rivoluzionaria, il PC, praticamente, abbandonava le masse proletarie in mano ai dirigenti sindacali riformisti i quali, una volta liberatisi dell’avanguardia comunista, poterono asservire totalmente le grandi organizzazioni operaie al piano economico capitalista.

4) La tattica del plebiscito rosso che ha portato il proletariato a smarrire la fiducia nel suo organo di classe perché lo ha visto scendere sul terreno del referendum per la soluzione del problema dello Stato e, per di più, per una soluzione reclamata dal fascismo.

5) La teoria del socialfascismo. La tattica che fece seguito a questa teoria non tendeva tanto ad isolare la socialdemocrazia, ma spezzava l’unità della classe operaia in quanto ogni operaio socialdemocratico veniva considerato come un nemico di classe. La pratica, scaturita dalla teoria del socialfascismo ebbe, inoltre, l’altro effetto nefasto di permettere alla socialdemocrazia di contenere la crisi del suo partito. I socialdemocratici ebbero buon gioco nel dimostrare che la politica del partito comunista tendeva a coincidere con quella del nazionalsocialismo. E gli esempi, al riguardo, non mancavano: il plebiscito rosso, l’entusiasmo con cui venivano accettati nel partito gli ex dirigenti nazisti che aderivano al PC per realizzare la liberazione nazionale contro “gli imperialismi di Versailles”.

6) Il disarmo materiale della classe operaia. Nel novembre del 1931 il C.C. del partito aveva lanciato un appello contro le “tendenze terroristiche”. L’effetto fu quello di demoralizzare il proletariato che si disponeva a rispondere con la violenza ai nazisti. Non c’è dubbio che i comunisti siano per l’azione armata delle masse e che non teorizzano la violenza individuale, però i comunisti non possono disinteressarsi della difesa delle organizzazioni proletarie e della vita degli operai, anche se questa deve essere affidata a ristretti gruppi di compagni. Inoltre, ogni tentativo di reazione proletaria agli attacchi nazisti non deve essere sconfessata ma giustificata dal partito.

     «La politica centrista – commentava “Prometeo” – si riassume quindi nell’avere annullato ogni possibilità di lotta delle masse contro l’attacco capitalista: accettando la provocazione riformista per la scissione sindacale, privando cioè i sindacati dell’avanguardia comunista, il centrismo ha posto la condizione che doveva rendere impossibile non solo un contrattacco generale, uno sciopero generale del proletariato, ma altresì le agitazioni parziali contro il ribasso dei salari. Sul problema generale della lotta contro il fascismo, il centrismo non solo non ha opposto al dilemma democrazia-fascismo, l’altro dilemma capitalismo-dittatura del proletariato, ma con la parola della “liberazione nazionale” e con la tattica del “plebiscito rosso” ha smembrato le masse e l’avanguardia proletaria che venivano poi isolate nel campo internazionale ed abbandonate ad una lotta impari contro il capitalismo internazionale. La situazione tedesca conferma la funzione storica del centrismo, di immobilizzazione delle masse di fronte all’attacco del nemico, di abbandono dell’avanguardia comunista al terrore fascista e capitalista».

Leggendo i documenti dei centro-stalinisti tedeschi si stenta a credere che un partito comunista possa essere arrivato ad un punto di tale incapacità politica e di incomprensione della situazione oggettiva. Ma la cosa che lascia molto più perplessi è il constatare che perfino un capo rivoluzionario della potenza di Trotzki sia arrivato a farsi portavoce di posizioni politiche che rasentano il ridicolo arrivando addirittura, sul problema del fronte unico, a porsi a destra degli stessi stalinisti.

Nella sua “Lettera all’operaio comunista tedesco membro del PCT” (pubblicata il 26 dicembre 1931 da “La Verité”), Trotzki affermava che la «socialdemocrazia, come un tutto, con i suoi antagonismi interni, viene in conflitto acuto con i fascisti», di conseguenza «il nostro compito consiste nell’utilizzare questo conflitto, e non, nel momento più acuto, ad unire gli avversari contro di noi». Quello che sembra che Trotzki non riesca più a comprendere è la necessità per il partito comunista di spezzare il controllo socialdemocratico sulla classe operaia, riuscendo, contemporaneamente, a sviluppare un ampio movimento di classe. Trotzki non vede che la socialdemocrazia è l’espressione politica della stessa classe capitalistica di cui è espressione il fascismo. Per conseguenza quando arriva il momento dell’avanzata fascista la socialdemocrazia assume la funzione di forza di copertura che permette la fondazione della nuova forma di gestione del potere, e mai fattore di lotta contro la reazione. Il fatto che la socialdemocrazia stessa diventi vittima del fascismo non modifica questa posizione fondamentale. Per il proletariato si tratta di avere alla testa un partito che sappia condurre vittoriosamente la lotta su entrambi i fronti.

Frattanto si giunse alle elezioni presidenziali che si svolsero in primo scrutinio il 13 marzo 1932 ed in secondo scrutinio il 10 aprile. Gli elettori furono chiamati ad esprimere la loro preferenza tra 3 candidati il cui programma appariva ben delineato. Da una parte il nazista Hitler che parlava alle masse il linguaggio del terrore e della schiavitù. A suo fianco vi era Hindenburg, rappresentante della borghesia democratica, che parlava quello dei decreti di fame: le riduzioni salariali avevano diminuito dal 40 al 60% le paghe operaie. Di contro ad entrambi si presentava Thälmann, che avrebbe dovuto rappresentare il centro di coagulazione delle forze proletarie per la lotta e la rivoluzione. Il partito socialista, in nome della lotta contro il fascismo, bloccò con Hindenburg e, in quella scelta, riuscì a trascinare tutta la massa proletaria da esso influenzata.

Già i risultati del primo scrutinio non potevano essere più disastrosi per il proletariato: 18 milioni di voti furono raccolti da Hindenburg; 11 milioni andarono ad Hitler e 5 milioni a Thälmann.

I comunisti non hanno mai considerato i risultati elettorali come un riflesso veritiero dei rapporti di forza fra le classi, poiché i contrasti di classe non potranno mai essere risolti a colpi di scheda ma solo con lo scontro violento delle classi in lotta. I risultati elettorali permettono, comunque, di vedere il grado di influenza raggiunto dai partiti, le posizioni che questi hanno conquistato e le possibilità che hanno di portare a compimento i loro programmi di classe per via non elettorale. Pertanto, la gravità dei risultati elettorali consisteva nel fatto che attorno ai rappresentanti dichiarati del regime capitalista, Hitler ed Hindenburg, si erano raccolti 29 milioni di elettori; attorno a Thälmann 5 milioni.

Per quanto riguarda Thälmann il risultato non mancò di stupire tutti (cioè borghesi e PC tedesco) poiché era previsto un successo del PC molto maggiore. Alle elezioni del Reichstag, del 1930, il PC aveva ottenuto 4.600.000 voti; il fatto di essere riusciti quasi a toccare i 5 milioni nel ’32 era un aumento ben misero se, oltre tutto, si tiene presente che il Partito Socialista Operaio, staccatosi da poco dalla socialdemocrazia, si era pronunciato a favore di Thälmann. Si può quindi affermare che il PC era rimasto fermo alle posizioni precedentemente raggiunte. Al contrario il partito nazionalsocialista era passato dai 6.379.000 voti del 1930 a 11.341.000.

I risultati del secondo scrutinio (10 aprile) furono ancora più disastrosi: il PCT perse 1.200.000 voti, di cui circa un milione non si presentarono alle urne e gli altri 200.000 riversarono i loro voti su Hitler.

I risultati elettorali furono salutati dalla borghesia democratica come un avviamento alla soluzione della crisi sociale in Germania. La vittoria di Hindenburg rappresentava la vittoria dell’ordine sul marxismo e quindi la sicurezza che sarebbe stata possibile una soluzione pacifica dei problemi che travagliavano il paese. La stampa socialdemocratica esultava addirittura poiché parlava di una vittoria facendo passare come una disfatta del fascismo il fatto che Hitler non era diventato presidente della repubblica tedesca. Il risultati delle elezioni per i socialdemocratici rappresentavano la definitiva sconfitta del fascismo, la vittoria della democrazia ed un nuovo passo verso il... socialismo. Può apparire strano, ma anche il PCT si dichiarò soddisfatto dei risultati elettorali, poiché quelli del primo scrutinio provavano la eccellenza della politica dell’Internazionale, e, per quanto riguarda la perdita di oltre 1.200.000 voti al secondo scrutinio, i centristi l’interpretarono come una sorta di successo poiché – spiegava “Rote Fahne” - il partito era riuscito a non perdere di più e ad impedire che un numero maggiore di proletari votasse per Hindenburg e per Hitler.

L’organo della Frazione Italiana commentava:

     «Quanto al centrismo esso ha mostrato a nudo la sua funzione che gli avvenimenti gli hanno attribuito, togliere alle masse ed al proletariato l’unica forza che potrebbe agire in difesa del proletariato, della rivoluzione, della Russia soviettista: il partito comunista. Di già al primo scrutinio questa funzione si era nettamente manifestata per il fatto che le masse della socialdemocrazia avevano seguito compatte l’ordine di votare per Hindenburg. Il partito provava con ciò di avere tolto alle masse la fiducia che con il partito comunista esse avrebbero potuto condurre una lotta armata contro il fascismo. E le masse che non avevano più questa fiducia sono cadute preda dell’inganno di riuscire a vincere il fascismo con le schede elettorali. Il fatto che il partito abbia di poi perduto un milione e 200.000 voti, questo significa che lo smembramento del partito, la perdita della sua influenza fra le masse, sono il risultato diretto del fatto che la manovra borghese rappresentata da Hindenburg aveva avuto il suo successo» (“Prometeo”, 24 aprile 1932).

Se tra il primo ed il secondo scrutinio, e cioè nel giro di un mese scarso, il partito comunista perdeva 1.200.000 voti, il partito nazionalsocialista ne guadagnava 2 milioni provando la piena riuscita del suo piano di conquista legalitaria e democratica dello Stato.

Il governo di coalizione presieduto da Brüning si dimise il 30 maggio. Si trattava ora di predisporre una formula di governo che agevolasse l’ingresso dei nazisti. L’incarico venne dato il 2 giugno al cattolico Von Papen che all’atto del suo insediamento dichiarò che era finalmente giunto il momento di «mettere un freno alla «bolscevizzazione del paese» e di spazzare via «il bolscevismo culturale e la sovversione del pensiero ateo-marxista». Il primo gesto politico di Von Papen fu lo scioglimento del Reichstag, contemporaneamente predispose la revoca della interdizione delle formazioni paramilitari fasciste. Queste erano state messe fuori legge il 13 aprile dal ministro della Difesa Gröner, anche se, proprio con l’aiuto della polizia e dell’esercito avevano continuato, anzi, intensificato la loro azione terroristica ai danni delle organizzazioni operaie. Continuando la sua opera di battistrada del nazismo Von Papen sciolse d’autorità il governo socialdemocratico prussiano. Questa era la moneta con la quale il partito socialista veniva pagato dalla borghesia per i suoi servigi controrivoluzionari.

Il 31 luglio si ebbero delle nuove elezioni. In queste elezioni i nazisti per la prima volta mancarono di raggiungere gli strepitosi successi ai quali erano ormai abituati. Anzi ebbero un calo di circa 500 mila voti rispetto all’eccezionale successo dell’aprile. Al contrario si ebbe una buona affermazione del PCT. Scriveva Prometeo:

     «L’affermazione notevole alle elezioni del 31 luglio avrebbe avuto un significato di spostamento di forze a favore del proletariato, se il partito avesse impostato in modo comunista il problema della difesa armata contro il terrorismo fascista (...) Occorre persuadersi che l’ora dell’attacco finale giungerà nel momento in cui saranno estremamente indebolite le posizioni del proletariato. Anche se marcia su Berlino vi dovesse essere, questa si verificherebbe quando il proletariato è stato sconfitto nella serie di attacchi terroristici.

     È quindi sin da ora che il proletariato tedesco deve porsi il problema della lotta contro la violenza fascista. E questa lotta non può essere concepita altro che sul terreno dell’organizzazione dello sciopero generale di tutta la classe operaia sulla base della difesa dei salari, delle indennità di disoccupazione, delle istituzioni proletarie, del contrattacco armato contro il fascismo.

     A questo fine è inutile inventare delle organizzazioni unitarie, esistono di già, esse sono quelle sindacali. O il partito vi ritorna ed assicura così il suo collegamento con le masse e con i movimenti della lotta di classe. O il partito persiste nella tattica dell’Opposizione Sindacale rivoluzionaria, ed allora nessuna forma di fronte unico sarà concepibile e l’avanzata del fascismo raggiungerà il suo scopo.

     Modificare la tattica del partito tedesco significa risolvere a Berlino il problema della crisi comunista che ebbe origine a Mosca. Berlino può diventare la replica proletaria e comunista alla vittoria dell’opportunismo che si verificò a Mosca nel 1927. Ma, per questo, occorre una frazione di sinistra che sappia agire nella difficile e terribile situazione in Germania, occorre una frazione che sappia comprendere gli insegnamenti della lotta del proletariato italiano, della sua disfatta. Una frazione che impugni questa esperienza e ne faccia l’arma ideologica per determinare il contrattacco del proletariato nello stesso tempo in cui, sulla linea di questo contrattacco, si ricostruisce il partito di classe del proletariato, il partito comunista, senza del quale il proletariato è abbandonato alla sicura vittoria del fascismo.» (“Prometeo”, 21 agosto 1932).

Il fascismo era comunque giunto alle soglie del potere: Göring diventava presidente del Reichstag. Nell’agosto Von Papen propose la vice-cancelleria ad Hitler. Come in Italia qualche mese prima della marcia su Roma, così in Germania la democrazia propose ai nazisti di entrare nel governo in posizione di subordine. Ed allo stesso modo che in Italia Hitler reclamò gli stessi ministeri che Mussolini aveva chiesto e non ottenuto sul piano della competizione parlamentare, ma che poi ottenne dopo la pagliacciata della marcia su Roma. Infatti Hitler rispose a Von Papen che

     «a Mussolini, dopo la marcia su Roma, il re non si era limitato ad offrire un vice cancellierato, bensì aveva ceduto tutto il potere»,

e Göring affermava che

     «il prefisso “vice” davanti al nome di Hitler era semplicemente inammissibile e fu considerato dai suoi partigiani addirittura insultante».

Von Papen, messo in minoranza nel nuovo Reichstag fu costretto ad indire nuove elezioni per il 6 novembre 1932, le ultime prima dell’avvento al potere dei nazisti. Queste elezioni segnarono una nuova avanzata del partito comunista che guadagnava 11 seggi rispetto a luglio, arrivando a 100. I nazisti per la seconda volta, ed in questa occasione sensibilmente, videro diminuire il loro elettorato perdendo circa 2 milioni di voti e passando dal 37,4% del luglio al 33,1%. Von Papen fu costretto a dimettersi dopo avere tentato di svolgere lui stesso la funzione del duce elaborando un piano di riforma del Reich con l’abolizione dei partiti e dei sindacati.

Il 2 dicembre 1932 veniva nominato cancelliere il generale Kurt Von Schleicher. Von Schleicher non riuscirà ad avere una maggioranza stabile al Reichstag, mentre si faceva sempre più forte e decisa la pressione del capitalismo per un governo nazista. Scrive Colletti in “La Germania Nazista...”):

     «In un appello indirizzato ad Hindenburg, l’agrario Von Kalchreust, gli industriali Thyssen, Vögler, Krupp, Bosch, Hariel, gli armatori Woermann e Beindorff, i banchieri Schacht, Schröder e Reinhardt ed altri grandi nomi dell’economia invocarono espressamente la consegna del potere al partito nazionalsocialista (...) Già il 16 dicembre Von Papen ed il banchiere Kurt Von Schröder, del quale erano noti i legami con il capitalismo anglo-americano, gettarono le basi per l’avvento al potere di Hitler; il 4 gennaio 1933 Hitler e Von Papen si incontrarono a Colonia nell’abitazione di Schröder; fu così concordata la collaborazione fra i due esponenti reazionari (...) Il 30 gennaio Hindenburg nominava Adolf Hitler cancelliere del Reich affiancandogli Von Papen come vice cancelliere. [Frick ministro dell’interno; Göring, ministro dell’interno per la Prussia, è il terzo nazista del governo, n.d.r.].

     Ora i circoli conservatori internazionali (...) intravedevano finalmente prospettive di una stabilizzazione nel senso da loro auspicato. Il 31 gennaio il londinese “Times” poteva salutare con soddisfazione il felice connubio Hitler-Papen: “è evidente 
– scriveva l’organo conservatore – che si deve considerare il governo di Hitler come un tentativo di equilibrare l’esperienza maggiore dei conservatori nazionalisti e il numero, l’entusiasmo e la forza d’attrazione dei loro alleati”. E questo senso di sollievo rappresentava certamente lo stato d’animo di tutti i circoli conservatori di fronte all’avvento al potere del nazismo».


(continua)

 

 

 

  


Dall’Archivio della Sinistra

- Le prime ripercussioni internazionali degli avvenimenti in Germania
(Prometeo, n. 85, 5 marzo 1933)

- Proletari del mondo intero i vostri interessi si decidono oggi in Germania, manifesto della frazione di sinistra del Partito Comunista d’Italia
(Supplemento a Prometeo, n. 86, 2 aprile 1933)