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Ci corre l'obbligo, aprendo questo numero della Rivista, piuttosto che presentare come al solito gli argomenti in sommario, spendere qualche riga per «chiudere» l'esposizione del quotidiano lavoro del Partito, come è presentata alle sue periodiche Riunioni Generali, con qualche nota che ci suggerisce il grande evento del fine anno; una nota artistica di colore nel perturbato campo dell'economia, carta moneta non ancora concretizzata in segno di valore di scambio, ma quasi pronta alla bisogna, forma già definita, almeno nei disegni, delle Autorità monetarie dell'unificanda Europa.
Ecco dunque che questa Rivista, la quarantunesima della serie, con la sua struttura di sempre, ben conosciuta da compagni e lettori che la seguono, va in macchina nel suo solito e laborioso silenzio, mentre «all'esterno» squillano a tutta voce le fanfare della stampa e della televisione. L'immagine della futura «moneta europea» è ormai sotto gli occhi dello spettabile pubblico; da argomento controverso, da meta di arduo raggiungimento, capace di suscitare discussioni feroci, appassionati peana e dubbi amletici tra gli addetti ai lavori, è diventata oggetto di spettacolo, giustificazione pubblicitaria degli ennesimi, duri sacrifici che si prospettano per la piccola borghesia sempre più compressa e proletari senza più certezza di lavoro, se mai una ne avessero avuta.
Ne prendiamo atto, e più la grancassa del rispetto dei «parametri» di Maastricht suona forte, e ammonitrice per quanti credono alla loro necessità, più ci confermiamo nelle nostre convinzioni sulle sorti del capitalismo. Diamo all'evento il peso che oggettivamente merita; le forme, le coloriture fallaci del mondo borghese e del suo marketing non ci hanno mai turbato, né ingannato; perciò, sotto queste nuove immagini, il cui materiale raggiungimento dovrebbe portare una nuova era di sviluppo, benessere e buoni affari per i soci della costituenda associazione, leggiamo il fatto emblematico di un episodio della lotta tra Stati borghesi, la volontà di superare i limiti ormai angusti dei confini nazionali per presentarsi almeno con un fronte unito contro il capitalismo politicamente, militarmente e produttivamente più forte, per mantenere le proprie quote su mercati sempre più ingolfati di merci, e d'altra parte assicurarsene più ampie sui nuovi all'estremo est.
In questa fase della crisi che travaglia l'intero orbe capitalistico, l'epicentro, il punto focale pare di nuovo localizzarsi sulla vecchia Europa, passato in secondo ordine ma non scomparso lo scontro imperialistico che la smembrata URSS, e ancora confuso e non precipitato verso un esito definito quello con il gigante giapponese. E mai come in questi momenti di accumulo di energia potenziale, le componenti politiche, militari, economiche che si individuano nella trama degli eventi, appaiono concorrere, tutte, al medesimo esito.
Non pretendono queste righe un'analisi precisa dei complessi fenomeni descritti; valga a dar forza alle parole qualche esempio del sanguinoso oggi.
Le immani tragedie delle guerre «alle porte di casa» mascherate dalla sovrastruttura dei nazionalismi, fomentate in realtà dai capitalismi più aggressivi, si correlano alla crisi che la NATO, organizzazione militare a totale egemonia USA, sta subendo; e non perché sia scomparso il tradizionale avversario d'oltrecortina, ma perché stanno mutando i rapporti di forza tra «alleati» europei e padrone d'oltre oceano. Parimenti, fatti oggettivamente secondari ed in altri momenti assolutamente trascurabili valga per tutti l'elezione recentissima dell'imbelle segretario delle Nazioni Unite portano alla luce le tensioni politiche tra gli Stati. Dello stesso segno la volontà di intervenire comunque, anche da parte di Stati tradizionalmente alieni da simili avventure, a tutte le missioni «pacificatrici» compiute nelle aree di frizioni del mondo, un tempo appannaggio esclusivo della sola forza militare americana, che si caricava di ogni onere logistico, organizzativo e di comando.
Le flotte a giro per i mari e le basi militari disseminate in tutto il mondo, in primis nell'Europa cosiddetta libera, non si giustificano più come strumenti di difesa dalla pressione del «comunismo», ma rivelano il loro scopo di presenza militare sugli ambiti territoriali alleati a fine di controllo «locale»: funzione che molti Stati europei ed asiatici cominciano a trovare non più tollerabile.
Questa è la dinamica materiale che da marxisti leggiamo nel tormentatissimo processo i cui esiti, per altro, sono ancora da decidere della tentata unificazione economica degli Stati europei, che innalza quel simulacro di cartamoneta a mo' di bandiera (e mai simbolo fu capitalisticamente scelto meglio!), nel fantasioso tentativo, magari, di trovare prima o poi anche l'unificazione politica, Obbiettivo questo, che comunque conosciamo assolutamente irrealizzabile.
Gli aspetti, ameni se non fossero tragici per gli effetti che stanno avendo sulle sorti dei proletari, del tira e molla tra Francia e Germania, ora definitivamente riunita, per l'effettivo controllo ed egemonia sulla nuova struttura economica sovranazionale, ed il risibile arrancare dell'Italia, pure uno degli Stati fondatori della Comunità europea, non deporrebbe certo per una conclusione felice di questo processo; nella guerra politico-commerciale con il maxi predone americano, gli Stati d'Europa con il loro codazzo di satelliti, combattono un'altra guerricola sorda e astiosa tra loro, anch'essa di incerte vicende. Nell'ansia di fortificarsi, ciascuno contro l'altro e tutti contro il principale avversario, erigono barriere normative ferree salvo a proporne o discuterne ogni tanto qualche indebolimento e a misurare col bilancino degli indicatori economici chi sia degno «di stare dentro» e chi no; talvolta giungendo allo sconvolgente risultato che neppure le economie più forti potrebbero riuscire a stare negli intervalli delle norme!
Ma l'apparato di divieti e parametri obbligati ha ovviamente anche uno scopo «interno», costringere cioè le disorganizzate classi operaie nazionali a piegarsi totalmente agli interessi dell'economia, dando una giustificazione «teorica» e sovranazionale alle più spietate manovre di contenimento di salari e spesa pubblica, insieme ad un forsennato aumento dei carichi di lavoro per quei «fortunati» che rimarranno alla produzione: e lo sforzo di tutti i governi europei, in primis quello della disgraziatissima e dissestata Italietta a guida «di sinistra»(!) è teso a questo scopo. Anche se questo significa, per lo strutture economiche più colpite dalla crisi strisciante, un peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro che per la prima volta arriva a colpire direttamente il grande serbatoio di «consenso» sociale rappresentato dalla piccola borghesia, che rischia di essere lentamente ricacciata nelle file dei senza riserve.
La partita si viene quindi a giocare, oltre che sul tavolo della politica estera, anche su quello, altrettanto delicato, della politica interna, col rischio di indebolire la cerniera fondamentale del consenso di classe, realizzata col tramite dell'ideologia nazionalistica e del bene comune e veicolata nel seno del proletariato da partiti «di sinistra», interpreti dell'ideologia borghese. Partiti di governo e di opposizione, sindacati, stampa d'ogni tendenza e televisione sono tutti mobilitati per questo santo scopo, per evitare il minaccioso e nefasto evento; ma d'ogni lato, la dinamica economica interna e quella politico-economica esterna spingono in questa direzione. A paradigma della cosa si può portare ad esempio il caso italiano, quello che per specifiche ragioni è più eclatante e ci è più vicino, ma questo fenomeno è generalizzato per gli Stati europei. La stessa poderosissima Germania, uno dei poli dell'unificazione, soffre, nelle componenti più deboli dopo l'unificazione, la parte est, degli stessi problemi sociali ed economici.
Nei sommovimenti che agitano il mondo capitalistico, si chiude allora
il secolo con la dura questione: quali saranno i prossimi fronti su cui
gli Stati imperialistici si schiereranno per il controllo e lo sfruttamento
dei mercati mondiali, ed i conseguenti futuri schieramenti di guerra. Ove
la guerra di classe non soccorra.
(continua)
- Il "dissidio interiore"
e la responsabilità dell'azione
- Adesione personale
alla milizia nel partito comunista
- Il nostro Comandamento
- Salute e Degenerazione
- Il "Corpo Mistico"
del partito di classe
- Comunismo sentimento
primario
- "Realismo metafisico"
- L'Essere... è
- Forme della mistica
buddista
Riunione generale a Genova, maggio 1966
IL PARTITO SOCIALISTA ITALIANO AL 1914
Con la fine del primo decennio del secolo il Partito Socialista Italiano comincia a sottrarsi all'egemonia dei riformisti. Bissolati, della destra arriva a parlare di difesa della patria in caso di aggressione straniera, anche se la maggioranza dei riformisti non lo segue su quella strada. È interessante la dichiarazione di Turati al congresso di Milano del 1910 contro il «bloccardismo», giustificato solo in caso di offensiva della reazione. Questo ci dice che le politiche di alleanze elettorali con i partiti borghesi erano sempre meno tollerate nel partito, anche da settori riformisti, e ci dice che la politica del blocco antifascista degli anni trenta è figlia legittima del riformismo.
I rivoluzionari sostennero con vigore, anche se non sempre con chiarezza teorica, le proprie posizioni. L'allora compagno Mussolini condannò giustamente la tregua tra socialisti e repubblicani in Romagna, là dove c'era una aspra lotta di classe tra i braccianti socialisti e i mezzadri repubblicani. Disse inoltre che il suffragio universale tanto osannato non portava di per sé al socialismo né vi portava la legislazione sociale, e che se il proletariato italiano non avesse vantato più alcun deputato in parlamento non ne avrebbe ricavato gran danno.
Disse inoltre: «l'affare della patria, questo vecchio cliché della patria in pericolo, è il cliché ideologico di tutte le democrazie borghesi, col quale da 30 anni a questa parte si pompa il sangue della miseria del proletariato». Se col senno di poi può far sorridere il fatto che tali parole uscissero da tale bocca, noi comunisti che ai grandi nomi non diamo eccessiva importanza nel bene come nel male, non abbiamo alcuna difficoltà ad ammettere che il suddetto in quegli anni era tra i migliori esponenti della sinistra rivoluzionaria insieme a Lazzari e Serrati.
Nel 1911 usciva il settimanale «La Soffitta», diretto da Lerda e Lazzari, che insieme all'«Avanguardia», organo della federazione giovanile diretto da Vella, era il portavoce delle posizioni di classe, dato che «L'Avanti» era sempre in mano ai riformisti.
La guerra di Libia del 1911 fu osteggiata anche dai riformisti, che al congresso del partito tenutosi a Modena nello stesso anno ne rimasero alla direzione, ma l'ordine del giorno Lerda per gli intransigenti ottenne circa il 40% dei voti, mentre la federazione di Forlì non era presente dato che Mussolini ne aveva proclamata l'autonomia pochi mesi prima. I rivoluzionari forlivesi in questo caso si erano avvalsi di un'arma teorica propria dei riformisti e dei sindacalisti rivoluzionari, e cioè quella dell'autonomia del partito.
Al congresso di Reggio Emilia del 1912 i rivoluzionari prendono in mano il partito, guidati da Mussolini che nel frattempo vi era rientrato assieme alla federazione di Forlì. Questi dopo aver giustamente attaccato l'autonomia del gruppo parlamentare chiede ed ottiene a nome della frazione rivoluzionaria l'espulsione degli ultra-riformisti Bonomi, Bissolati, Cabrini e Podrecca, espulsione accettata anche se malvolentieri dai riformisti di Turati e Modigliani. Possiamo ipotizzare che un uso maggiore del bisturi nel partito, con l'esclusione della totalità dei riformisti, avrebbe potuto anticipare al 1912 ciò che avverrà nel 1921, ma lasciando perdere i se, che poco servono, dobbiamo riconoscere nel congresso di Reggio Emilia uno dei momenti fondamentali nella costruzione del partito di classe. In questo congresso la direzione del partito venne composta tutta di rivoluzionari e venne eletto segretario Lazzari, ed alla fine di quell'anno Mussolini venne chiamato alla direzione dell'«Avanti».
Egli disse anche a Reggio Emilia, «il partito non è una vetrina per gli uomini illustri!». Siamo perfettamente d'accordo, ma non possiamo fare a meno di notare che la coerenza teorica e la memoria non sono certo il forte dei nostri avversari.
Con la nuova direzione dell'«Avanti», composta tutta da rivoluzionari e quindi con l'estromissione dei riformisti, ci aspetteremmo di vedere nel giornale il vero organo del partito di classe, invece ci troviamo di fronte ad una tribuna aperta all'esterno del partito, in cui scrivono anche Salvemini, uscito dal partito e direttore de «L'Unità», collaboratori de «La Voce» di Prezzolini, e sindacalisti rivoluzionari. C'è quindi il tentativo, più o meno consapevole, di fare del giornale il perno di un «fascio» di tutte le forze rivoluzionarie, concezione quest'ultima sicuramente estranea al partito, e affine al bloccardismo già condannato da Turati, nonché a quelli che saranno poi gli «Arditi del popolo», e poi ancora ai blocchi partigiani.
L'allora compagno Mussolini è un esempio di ciò che intendiamo per opportunismo, che non è una categoria morale come pensano i borghesi, né una caratteristica propria dei soli riformisti, ma la tentazione a trovare una via più breve e più facile, tentazione che può nascere anche tra i rivoluzionari e con le migliori intenzioni. Nel nostro dizionario il termine «opportunismo» ha un sinonimo che non è «tradimento» né «riformismo», anche se finisce spesso nel secondo e sempre nel primo, ma è «scorciatoia».
Al congresso di Ancona del 1914 furono finalmente espulsi anche i massoni, mentre Lerda, massone ed esponente della frazione intransigente, se ne era già andato nel 1912. Ad onor del vero dobbiamo dire che i turatiani puri avevano sempre condannato la massoneria. La sinistra ribadì poi che non c'era nessuna tattica speciale da adottare al Sud, ma al contrario era necessaria una sola tattica poiché uno era il nemico da abbattere: lo Stato centrale unitario. Tale corretta posizione del partito è stata poi considerata una bestemmia da Salvemini come da Gramsci.
Molto lucida fu la posizione della sinistra anche sulla famosa questione morale: «Invertiremmo la nostra propaganda tuonando solo contro i borghesi ladri o disonesti e facendo dimenticare al proletariato che esso è quotidianamente vittima di un altro furto ben maggiore che non sia quello che si può compiere nelle amministrazioni locali, cioè il continuo furto che la borghesia esercita su di lui sfruttandone il lavoro nei campi e nelle officine (...) Quando si fa la questione morale, essa assorbe tutte le altre; essa diventa pregiudiziale; essa ci conduce alla solidarietà degli onesti di tutti i partiti e di tutte le classi (...) Il nostro non è un processo paziente di ricostituzione dell'organismo in disfacimento della società attuale, è un processo di demolizione di tutta l'organizzazione sociale presente». Importante fu anche l'opposizione di Serrati al riformista di sinistra Modigliani che sosteneva la possibilità di liste di accordo tra partito e sindacato, ribattendogli che il partito sarebbe stato quindi controllato dagli incontrollabili, cioè da coloro che sono al di fuori del partito stesso.
Con la fine dei blocchi amministrativi finiva anche il congresso, mentre
la questione incombente della guerra venne rinviata. Lo stesso per quella
della Confederazione del Lavoro, dominata dai riformisti e in contrasto
con l'indirizzo del partito, ignorata dalla direzione in nome della abusata
«unità», nonostante le posizioni dure e chiare della
sinistra della frazione intransigente.
Riunione di partito del maggio 1996
L'INDIPENDENZA
Come descritto nella prima parte della trattazione, nella seconda metà del 1700 si ebbe in Messico una fase di forte crescita economica, demografica e territoriale. Vi corrispose una più chiara definizione degli interessi indipendentisti nei confronti della Spagna da parte della classe dei proprietari fondiari, egemone in Messico, e della nascente borghesia.
Già da tempo gruppi e circoli di intellettuali, provenienti dai ceti borghesi, si identificavano nella affermazione della esistenza della nazionalità messicana, che risultava dall'incrocio della razza e della cultura indigena, che affondava le radici negli antichi imperi mesoamericani, con quella europea e cattolica. La nascita di questa giovane nazionalità rappresentava dunque il superamento del bipolarismo fra indiani colonizzati e spagnoli colonizzatori. Essa affermava il suo sacrosanto diritto di sovranità sul territorio di cui enfaticamente erano esaltate le bellezze e le risorse naturali.
Parte di tale movimento erano i giovani gesuiti, fondatori di fiorenti aziende agricole, importatori e fautori di moderne e specializzate tecniche agrarie, promotori di intense ricerche geografiche e di studi etnologici sul Messico. I giovani gesuiti vennero espulsi dal Messico nel 1767 per decreto del re di Spagna.
Ancora nella metà del 1700 la Spagna era in grado di tenere saldo il controllo militare e burocratico delle colonie, ma sul finire del secolo, con la potenza imperiale ormai in netto declino, la morsa si allentò.
Le notizie della rivoluzione francese e soprattutto l'esito vittorioso della guerra di indipendenza delle vicine colonie nord americane portarono in primo piano le posizioni degli indipendentisti.
Nel frattempo nelle campagne iniziavano ad esplodere i forti contrasti sociali fra latifondisti e contadini poveri e semiproletari (peones), anche a seguito di devastanti carestie che si ripeterono a cavallo del secolo e che, soprattutto nelle aree rurali, seminarono fame, miseria e morte. Numerose divamparono le rivolte ed insurrezioni locali. Alcune di generalizzarono, come quella guidata da Hidalgo nelle regioni a nord e a ovest di Città del Messico. Curato di campagna, aveva arringato i parrocchiani che si erano sollevati arrestando e giustiziando le autorità e confiscando i latifondi. In poco tempo si formò una vera armata di contadini che spadroneggiò per del tempo nelle regioni, affrontando più volte con successo l'esercito inviato dalla capitale prima di soccombere. Repressa l'insurrezione, Hidalgo fu giustiziato.
Poco dopo insorgevano le regioni a sud della capitale. Di nuovo l'armata contadina otteneva brillanti successi. Alla testa del movimento Morelos, anch'egli prete di campagna, si pose in collegamento con i circoli più radicali della capitale. Venne proclamata l'indipendenza, concesso il diritto di cittadinanza messicana agli indios, ma soprattutto attuata la confisca delle grandi proprietà appartenenti alla Chiesa e ai latifondi e divisa la terra fra i contadini. La spinta rivoluzionaria proveniente dal mondo contadino non trovò corrispondenza in un consistente e radicale movimento borghese nelle città, l'insurrezione finì così per essere schiacciata dall'esercito regolare e Morelos destinato al patibolo.
Per soffocare rapidamente e definitivamente questi movimenti insurrezionali e scongiurare la prospettiva rivoluzionaria determinante fu l'appoggio incondizionato che l'apparato coloniale ottenne da parte dei proprietari terrieri. Nonostante il momento veramente favorevole, data anche la debolezza della Spagna impegnata nelle guerre napoleoniche, le classi possidenti, di fronte e contro al movimento contadino, fecero quadrato attorno al sistema coloniale. Doveva essere sedato ogni movimento di rivolta dal basso prima di tornare a porre la rivendicazione della indipendenza. Nel 1820, epoca della restaurazione in Europa, le classi fondiarie messicane, che ormai controllavano una larga parte dell'esercito, decisero finalmente di muovere i loro passi. Fu il colonnello Iturbide a proclamare nel «piano di Iguala» l'indipendenza del Messico, attraverso l'instaurazione di una monarchia costituzionale con un sovrano che si sarebbe dovuto scegliere fra i membri delle Case regnanti in Europa.
Non era previsto alcun programma di trasformazione e di riforme sociali, salvo la proclamazione della eguaglianza giuridica e la libera compravendita della terra. A quest'ultimo provvedimento particolarmente tenevano i ricchi possidenti, premessa per lo smantellamento di tutte quelle forme di protezione delle comunità indios che il sistema coloniale aveva istituito. La terra a queste appartenente sarebbe stata accaparrata dai latifondisti e la popolazione, disgregatesi le comunità, destinata al lavoro nelle grandi haciendas.
Quasi senza colpo ferire la parte dell'esercito rimasta fedele alla
corona spagnola fu sopraffatta e l'indipendenza del Messico ratificata
nel 1821.
IL POTERE DEI PROPRIETARI FONDIARI
Con l'indipendenza le classi fondiarie del Messico erano addivenute all'esercizio diretto del potere.
Ben lontane dall'interpretare la necessità del trapasso delle forme sociali e produttive al capitalismo, l'unica volontà che esprimevano era la strenua difesa dei propri privilegi. Prive di una prospettiva e quindi di un programma sul quale sviluppare l'azione politica, questa si risolse nella frantumazione e nel conflitto fra centri di potere legati ad interessi particolari di gruppi e cosche militari più o meno influenzate dalle agenzie delle potenze imperialiste che in Messico avevano buon gioco a tessere le loro trame. Per quasi tutto il 1800 il Messico fu dunque preda di lotte intestine alla classe dominante. Eserciti prezzolati si contendevano furiosamente il potere in un susseguirsi continuo di governi abbattuti con la forza, di capi militari che si autonominavano presidenti o di presidenti fantoccio che poco dopo erano destituiti e passati per le armi, di carte costituzionali sfornate a ripetizione a suggellare ogni nuovo colpo di mano, di continue rivolte militari e cospirazioni.
In linea di massima possiamo rintracciare due tendenze all'interno della classe dominante, frazioni a loro volta divise in gruppi in guerra fra di loro: l'ala più conservatrice che di definiva «centralista», più vicina alle posizioni della Chiesa e dei vecchi proprietari fondiari, sostenuta per lungo tempo dalla Gran Bretagna; l'ala con tendenze liberali, federaliste e anticlericali, più vicina alle posizioni della borghesia e appoggiata dagli USA.
Questo stato permanente di guerre intestine non solo impedì il consolidarsi dell'apparato statale ma anche depresse per lungo tempo lo sviluppo economico. L'economia infatti, incapace di recepire il progresso tecnico e a fronte di un sistema di infrastrutture per le comunicazioni ed i commerci che anziché svilupparsi si degradava sempre più, dopo il balzo in avanti compiuto alla fine del 1700, finì per rinchiudersi e ristagnare in isole chiuse tendenti all'autarchia. Nel frattempo il Messico si indebitava sempre più nei confronti delle grandi potenze straniere ormai padrone dei destini del paese.
In tali condizioni non era possibile che il Messico potesse difendere i suoi confini dagli appetiti della emergente potenza capitalistica nordamericana in via di espansione. L'esercito stesso, impostato ancora sullo schema coloniale, era male armato e strutturato in funzione delle guerre intestine, del tutto incapace di reggere l'urto del potente confinante. Fu così che la partita apertasi con la guerra di indipendenza del Texas, si concluse con una rovinosa disfatta che portò alla perdita di quasi la metà dell'immenso territorio.
Nel 1845 gli USA, accorsi in aiuto dei coloni nordamericani da tempo installatisi in Texas e in rivolta contro il dominio messicano, dichiaravano l'annessione di quella regione, provocando la dichiarazione di guerra da parte del Messico. Immediatamente l'esercito nordamericano invadeva il Nuovo Messico, spingendosi in Arizona e in California. Contemporaneamente penetrava in territorio messicano da nord est, mentre un terzo corpo di spedizione sbarcava a Vera Cruz e, sbaragliando ogni difesa, occupava Città del Messico. Nel 1848 il governo messicano, ritiratosi a Queretario, finiva per accettare le pesanti condizioni imposte dal nemico: la concessione di Texas, Nuovo Messico, Arizona e California che venivano definitivamente annesse agli USA.
L'ala conservatrice, che con il generale Santa Anna aveva subito una
così ignominiosa disfatta, si mantenne tuttavia al potere fino al
1854, quando l'ala liberale, sostenuta dagli USA, insorse conducendo al
governo Benito Juarez.
LA REFORMA E BENITO JUAREZ
La Reforma e Benito Juarez sono tutt'oggi oggetto di celebrazioni in Messico in quanto avrebbero segnato l'inizio del trapasso ad uno Stato laico e moderno. In effetti Juarez puntò alla riorganizzazione dello Stato, organo centrale del potere politico cui la varie frazioni della classe dominante si sarebbero dovute sottomettere, chiudendo il lungo periodo di lotte intestine con risultati tanto rovinosi per il paese.
Resta però il fatto che l'apparato di potere che si intendeva rinsaldare era quello delle classi fondiarie, secondo i cui interessi si svolse la politica di Juarez, interessi in contrasto con lo sviluppo in senso capitalistico e moderno; il sistema di potere di Juarez ebbe a riorganizzare, e il successore Diaz a dispiegare in campo, era l'ostacolo che solo la rivoluzione fu in grado di rimuovere.
Ispirandosi al principio della «libertà dell'individuo», in particolare quella del latifondista di acquisire terra e mano d'opera a buon mercato, la Reforma si scagliò contro tutte le forme di monopolio costituito della proprietà terriera. Uno dei principali provvedimenti fu dunque quello di abolire la proprietà fondiaria delle corporazioni religiose e delle comunità indigene. Le proprietà della Chiesa dovevano essere poste in vendita ma, di fronte alla levata di scudi delle autorità religiose, Juarez ne confiscò tutti i beni immobiliari e sciolse gli ordini monastici. Le terre appartenenti alle comunità indigene dovevano invece essere divise ed assegnate in proprietà agli usufruttuari. La maggior parte dei questi furono tuttavia dichiarati privi di titolo legittimo di proprietà e quindi le terre confiscate alla comunità furono requisite dallo Stato.
Tale provvedimento non mirò quindi alla formazione della piccola azienda contadina, bensì al rafforzamento del latifondo, ciò in quanto le nuove terre che si rendevano disponibili venivano facilmente incamerate dai ricchi proprietari e non dai contadini, i quali, privi della cultura della proprietà privata e soprattutto delle risorse economiche per acquisirla e sostenerla, non solo non riuscivano ad ottener nuove terre ma erano costretti a disfarsi di quelle loro assegnate.
Come conseguenza oltre la terra, diveniva disponibile anche una quantità di mano d'opera, libera dai vincoli e dal sistema di protezione delle comunità in dissoluzione, che confluiva inevitabilmente verso il latifondo (le haciendas). Ciò corrispondeva fra l'altro alle esigenze della attività mineraria e della nascente industria, in attesa di braccia disponibili a buon mercato.
Iniziava dunque, seppur in ritardo, in Messico, quel processo di demolizione del sistema agricolo tradizionale che accompagna la accumulazione primitiva capitalistica. Lo smantellamento delle comunità indiane, che successivamente Porfirio Diaz portò a compimento, era inscritto nell'evitabile processo della evoluzione verso il capitalismo, tuttavia segnato da una potente contraddizione: esso non intaccava, anzi andava a rafforzare il latifondo tradizionale. Fu questa contraddizione che condusse al successivo sviluppo rivoluzionario degli eventi.
L'opera intrapresa dal governo Juarez fu interrotta da una parentesi in cui il Messico parve essere rigettato negli anni bui. Nel 1861 Inghilterra, Francia e Spagna, alleate al partito conservatore avversario di Juarez, approntavano un corpo di spedizione allo scopo di intervenire in Messico. Motivo dichiarato era quello di garantirsi il recupero dei crediti, in realtà si trattava di contrastare l'espansionismo degli USA, alleati dei liberali di Juarez, nel frattempo impegnati nella guerra di successione.
Il corpo di spedizione sbarcò a Vera Cruz, tradizionale via di accesso alla capitale, che fu conquistata rapidamente. Mentre il governo di Juarez riparava oltre frontiera negli USA, veniva nominato «Imperatore» del Messico Massimiliano d'Asburgo, inviato dall'Europa.
Costui si illuse di poter rappresentare qualcosa di più che un fantoccio tenuto su dalle briglie dell'imperialismo ed iniziò ad atteggiarsi a sovrano illuminato deciso a procedere sulla via di importanti riforme. Dopo poco il contingente europeo, sostenuto soprattutto dalla Francia, che nel frattempo era entrata in guerra con la Russia, si ritirava, anche a seguito delle energiche pressioni esercitate dagli USA nel frattempo usciti dalla guerra civile. Il povero Massimiliano, abbandonato a se stesso, finì fucilato nel 1867.
Rientrato in Messico e installatosi nuovamente al governo, Juarez si dedicò immediatamente all'opera di epurazione nell'apparato statale e nell'esercito, per procedere quindi al consolidamento dell'azione governativa nella direzione della Reforma.
Il terreno era spianato per il successivo avvento del generale Diaz
(avvicendamento al potere che, secondo la tradizione messicana, si ebbe
dopo una successione di intrighi e colpi di mano) che diede inizio alla
decisa trasformazione in campo economico e sociale che la Reforma aveva
anticipato.
IL PORFIRIATO
La storiografia messicana e la visione di molti democratici piccoli borghesi celebrano Juarez come «progressista» e condannano Porfirio Diaz come «reazionario». Invece il regime di Diaz fu in continuità come quello di Juarez, l'uno avendo aperto la strada che l'altro percorse.
La politica svolta durante il periodo del porfiriato, dal 1877 al 1910, non è di restaurazione o di terrore reazionario, sta invece sul percorso di affermazione, con mezzi non democratici, violenti e dittatoriali, del capitalismo messicano nella sua fase di accumulazione primitiva. Questo però entro i limiti ristretti dettati dagli interessi e dai privilegi della classe fondiaria e della alta borghesia, di cui il governo Diaz era interprete e portatore. Limiti e contraddizioni che porteranno in campo la rivoluzione.
La oligarchia dirigente di cui Diaz era circondato era costituita dai cosiddetti cientificos, che si autodefinivano anche «positivisti scientifici», elementi provenienti dai settori illuminati della classe dominante e collegati alle società straniere che operavano in Messico: un «governo tecnico», lo chiameremmo oggi. Tutti costoro erano fermamente convinti che la marcia del Messico verso il capitalismo non poteva più essere ostacolata ed era necessario sgombrare la via.
In campo agrario, l'intervento del governo Diaz si caratterizzò con la distruzione massiccia della proprietà fondiaria comunitaria, con la conseguente appropriazione privata da parte delle grandi aziende agrarie e la espropriazione di una massa notevole di contadini. Tale processo, già avviato da Juarez, si era svolto con lentezza perché, data la incerta situazione politica e i conflitti che aveva dovuto sostenere, non era stato in grado di fronteggiare le forti resistenze incontrate e soprattutto temendone le conseguenze sociali. Ci voleva evidentemente un riassestamento ed un rafforzamento dell'apparato dello Stato ed il riallineamento di tutte le forze espressione delle classi dominanti per consentire l'esercizio della aperta dittatura e violenza organizzata e sistematica, necessarie ad intraprendere azioni decisive.
Dal 1883 furono promulgate una serie di leggi mirate a distruggere la proprietà comunitaria. La prima autorizzava compagnie messicane e straniere, in cui tuttavia i messicani avessero una forte partecipazione, da identificare, lottizzare e mettere a coltura le terre incolte. Queste venivano poi loro concesse in proprietà a condizioni estremamente favorevoli. Tali compagnie vennero chiamate deslindadoras (delle chiudende). Non soltanto di terre vergini si andò a trattare bensì delle terre appartenenti alle comunità indigene che, nel maggior parte, non erano in grado di esibire titoli di proprietà. Nel 1889 tali compagnie avevano già incamerato 27.500.000 ettari cioè il 13% della intera superficie del Messico. Nel 1889 vennero varate le leggi sulle acque. Alle compagnie che si fossero impegnate in opere di regimazione idraulica e di irrigazione venivano date concessioni sulle terre adiacenti i corsi d'acqua. Le società finirono per privare dell'uso dell'acqua i campi in prossimità dei fiumi obbligandone i proprietari a spogliarsi ancora di nuove terre. Alcune società arrivarono ad assicurarsi il controllo di interi bacini idrografici o di intere province del Messico.
Nel 1902 una nuova legge rendeva possibile la stipula di contratti in cui lo Stato dava in concessione a privati una parte delle terre demaniali in cambio di una modesta rendita.
Se all'inizio erano stabiliti dei limiti alla quantità di terra che poteva essere acquisita da un singolo proprietario, nel 1893 tali limiti venivano aboliti completamente ed allora risultò chiaro quanto la proprietà fondiaria si fosse concentrata nelle mani di pochi latifondisti. Citiamo a questo proposito Gutelman, autore dell'utile Riforma agraria in America Latina, il caso Messico: «Per una mentalità europea, è difficile immaginarsi gli imperi fondiari creati in questo modo: come azionista di una compagni di misurazione, il magnate della tampa americana Hearst aveva ricevuto 7 milioni di ettari nello Stato di Chihahua. Una sola persona possedeva 2 milioni d ettari presso Oaxaca, mentre altre due si erano impadronite di 2 milioni di ettari nello stato di Durango. In definitiva otto persone possedevano da sole 11 milioni e mezzo di ettari. Vera Estanol constatava che in Baja California l'ettaro era diventato una unità di misura agraria troppo piccola: i lavori erano condotti con triangolazioni e rilievi astronomici. Le proprietà venivano delimitate da meridiani e paralleli».
Danno una idea della misura in cui gli indiani vennero spogliati delle loro terre i dati di una ricerca riportata in Guerre contadine del XX secolo di Wolf: «Risulta che in sei Stati oltre il 90% delle zone abitate si trovavano entro i confini delle haciendas, in otto Stati l'80%. Inoltre in dieci Stati il 50-70% della popolazione rurale viveva nei latifondi, in cinque il 70-90%». Gutelman cita uno studio di Giraldo Magana, vecchio rivoluzionario agrarista, secondo cui la ripartizione delle terre nel 1910 era la seguente: 120 milioni di ettari erano nelle mani degli haciendados; di questi solo 276 ne possedevano circa 48 milioni (per raffronto, la superficie totale dell'Italia è di 30 milioni di ettari).
Questi dati non indicano immediatamente il grado di proletarizzazione della popolazione rurale, dal momento che una larga parte dei contadini venne incamerata dalle haciendas assieme alle loro terre, divenendone affittuari.
Come abbiamo rilevato descrivendo la struttura delle haciendas, non si trattava di locatari nel senso moderno del termine, ma lavoratori strettamente legati all'hacienda. «Coltivavano appezzamenti di terra concessi loro dall'haciendado in base a contratti non scritti, conformemente alla consuetudine dell'antico diritto spagnolo. I canoni d'affitto erano pagati generalmente in natura o in giorni di lavoro, e si univano ad ogni genere di prestazioni e di servizi che facevano in realtà di questo modo di conduzione una servitù. Nella maggior parte dei casi, gli affittuari non possedevano capitali propri. Essi spesso vivevano, o addirittura sopravvivevano, soltanto grazie agli anticipi che accordava loro l'haciendado nell'ambito della famosa tienda de raya, l'emporio dell' hacienda. Le terre che essi coltivavano erano le meno fertili dell'hacienda: il proprietario riteneva più redditizio farle lavorare da affittuari, ottenendo una rendita per interposta persona, piuttosto che curarsene direttamente (...) Un numero grandissimo di affittuari erano nello stesso tempo peones, cioè operai agricoli salariati. Molto spesso, in una stessa stagione, essi lavoravano sulle terre del padrone dapprima a titolo di prestazioni gratuite, poi come salariati, mentre la moglie e i figli coltivavano la terra in affitto (...) In mancanza di dati statistici è impossibile determinare il numero degli affittuari che vivevano in Messico dall'inizio del XX secolo. È probabile che fosse molto alto» (Gutelman, pp. 36-37).
Certamente lo era, deduciamo noi, dal momento che è impensabile che la enorme quantità di terre incamerate dalle haciendas in così poco tempo potesse cambiare forma di conduzione, sempre che ciò fosse nelle intenzioni dei proprietari. Inoltre le dimensioni stesse delle proprietà che si erano costituite lasciano pensare che, per quelle che erano le tecniche agricole dell'epoca, una larga parte delle terre fosse lasciata incolta, molta altra rimanesse divisa in piccoli lotti condotta da contadini mentre solo una piccola porzione, certamente quella più fertile, fosse gestita direttamente dell'haciendado per mezzo di salariati.
Gran parte della popolazione agricola era stata del tutto o quasi privata della terra da coltivare in proprio. Erano peones direttamente dipendenti dall'azienda. Questi si dividevano in peones libres e peones alquilados, cioè affittati dall'azienda ma che ne vivevano al di fuori, impiegati a tempo pieno o parziale per lavori e raccolte stagionali. Il numero di questi aumentò notevolmente a seguito delle espropriazioni che avevano sottratto ai contadini la quantità di terra sufficiente per sopravvivere. Come nota Gutelman, tali espropriazioni rispondevano spesso più alla necessità di procurarsi mano d'opera a buon mercato, che a quella di aggiungere altri ettari alle loro tenute già immense ed in parte mantenute incolte.
Vi erano poi i peones accasillados, cioè alloggiati nell'azienda in teoria liberi salariati, in realtà in condizioni di semiservitù. Il loro lavoro solo in parte era remunerato, spesso in natura, il peon essendo costretto a lavoro gratuito come contropartita al «diritto» di installarsi nell'hacienda. Inoltre era normalmente indebitato a vita nei confronti del padrone, con il meccanismo dei prestiti presso l'emporio di azienda o tienda de raya. Tale debito raramente era rimborsato, ma andava crescendo ed il peon era definitivamente legato all'hacienda e costretto ad ogni genere di lavori servili perché la legge gli impediva di lasciare il lavoro senza prima aver pagato i debiti. Questi si trasmettevano poi di padre in figlio e il peon diveniva di fatto un vero servo a vita anche se formalmente percepiva un salario.
La figura rurale che in realtà scomparve all'epoca del porfiriato è quella del membro della comunità che dalla coltivazione della terra assegnatagli ricavava il necessario per il suo sostentamento e non necessitava affatto, o solo in minima parte, di sottomettersi all'hacienda.
Limitatamente in questa fase si affermò la piccola proprietà contadina, il cosiddetto rancho, soprattutto al nord e nel settore dell'allevamento a seguito della attribuzione delle terre statali a coloni provenienti dal Nordamerica e dall'Europa, immigrazione che il porfiriato cercò di favorire in quanto portatrice di rinnovamento delle tecniche agricole e di nuovi tipi di culture.
Si capisce bene come per portare avanti una politica di interventi così decisivi, che in poco tempo andò a sconvolgere il mondo agricolo, Diaz dovette dotarsi di un apparato di potere in grado di esercitare una ferrea dittatura. Le elezione venivano regolarmente truccate ed i parlamentari nominati dalla cricca dirigente. La magistratura era sotto stretto controllo e lo stesso la stampa. Gli oppositori erano imprigionati, assassinati o costretti all'esilio. Gli scioperi proibiti.
Nelle campagne fu creata una forza speciale di polizia, i rurales, reclutati fra i criminali e i banditi, che pattugliavano il territorio minacciando la popolazione, trucidando gli avversari del regime e reprimendo con ferocia ogni opposizione e tentativo di rivolta. Nello stesso tempo nei villaggi gli sgherri del regime riuscivano ad ottenere con le minacce e la corruzione il favore dei capi rappresentativi.
Gli effetti immediati della politica del regime porfirista furono un impoverimento generale della popolazione, non solo rurale. Gli interventi sconvolgenti il mondo contadino provocarono inizialmente un calo sensibile della produzione agricola. Dal 1894 la produzione tornò ad aumentare, tendenza dovuta all'aumento delle colture destinate all'industria nazionale e alle esportazioni, come il cotone, la canna da zucchero, il sisal, il caffè, il bestiame. Invece la produzione destinata alla alimentazione interna, più legata all'agricoltura tradizionale (mais, fagioli, chile, elementi basilari della alimentazione messicana) continuò a scendere. Si ebbe un conseguente aumento dei prezzi dei generi di prima necessità, in particolare del mais di cui il Messico divenne per la prima volta importatore. Anche a seguito di questo il tenore di vita di tutta la popolazione messicana, non solo dei contadini, si abbassò notevolmente.
È interessante a questo proposito quanto annota il Gutelman (pag. 45-46): «Questi dati tuttavia contraddicono solo in apparenza l'ipotesi di sviluppo del mercato interno, in realtà l'ampiezza di quest'ultimo non è funzione della domanda potenziale di prodotti, né del volume reale del consumo, ma della domanda che si esprime in termini monetari. Ora se il livello di consumo globale del contadino messicano tendeva a decrescere fortemente durante l'epoca porfirista, la parte del suo consumo individuale che si esprimeva in una domanda in moneta tendeva invece ad aumentare, parallelamente al processo di proletarizzazione cioè parallelamente all'aumento del numero dei salariati. Fu la monetarizzazione di una parte crescente del consumo (anche se questo diminuiva in valore assoluto) a permettere la formazione del mercato interno messicano. E, come è naturale, questo è anche l'unico fenomeno che interessa il capitalista nella fase di accumulazione originaria capitalistica».
Riguardo allo sviluppo del mercato, di primaria importanza fu l'impulso dato alla rete di comunicazione, quella telegrafica e quella ferroviaria che passò da una sola linea di 460 chilometri nel 1877, a 20.000 chilometri di strada ferrata nel 1910 (da allora praticamente le rete ferroviaria non ha più progredito). Si può immaginare l'importanza che ebbe l'arrivo della ferrovia in lontane province sulle condizioni del loro sviluppo economico e anche nei rapporti sociali. Il flusso delle merci veniva a spezzare il sistema di autoconsumo dei villaggi indigeni, ma anche la staticità dell'autarchia economica delle haciendas. Ed in più si incrinava il sistema dei rapporti di semiservitù vigente al loro interno quando divenne accessibile per i peones e gli indios cacciati dalle loro terre una via di fuga in alternativa alla ineluttabile sottomissione al padrone-signore di quella provincia, «liberi» di andarsene a vendere le proprie braccia in altri mercati della forza lavoro.
L'industria segnò nel periodo del porfiriato un notevole passo in avanti, prese corpo una vera struttura industriale per una produzione su larga scala in campo tessile, si meccanizzò e sviluppò enormemente il settore degli zuccherifici, nacque l'industria metallurgica, tutte branche della produzione legate alla fornitura interna di materie prime. Inoltre ebbe sviluppo la produzione di saponi, birra, sigarette e altri prodotti della industria leggera. Vennero infine perforati i primi pozzi petroliferi nel golfo del Messico e costruite le prime centrali elettriche. Anche in campo minerario i progressi furono notevoli, con la scoperta di nuovi giacimenti di argento e oro favoriti dalla fortissima domanda sul mercato internazionale.
Questo slancio verso la industrializzazione fu senz'altro favorito dal
rendersi disponibile sul mercato la forza lavoro che si era liberata nelle
campagne a seguito delle espropriazioni di terra con la conseguente proletarizzazione
dei contadini. Per questa ragione, in una prima fase, la borghesia industriale
e le compagnie straniere operanti in Messico dettero tutto il loro appoggio
alla politica di Diaz.
LE PREMESSE DELLA RIVOLUZIONE
Le trasformazioni portate soprattutto in campo agrario dal regime porfirista permettono di comprendere i successivi sviluppi rivoluzionari in Messico.
L'espropriazione violenta e massiccia della terra appartenente alle comunità contadine indigene non condusse alla formazione della piccola proprietà, bensì alla estensione del latifondo. Abbiamo visto che si formarono proprietà addirittura di milioni di ettari, ma tale nuova struttura fondiaria non comportava un cambiamento dei metodi di conduzione. Milioni di contadini erano ora soggetti a pochi proprietari che si erano impadroniti delle loro terre, ma non era cambiato il modo di lavorarle e di ottenere da esse il prodotto: semplicemente una parte di questo veniva ora destinata al padrone sotto forma di rendita.
La disponibilità per le haciendas di nuove terre fertili da coltivare, di milioni di braccia a buon mercato di contadini che ne erano rimasti privi, di nuove rendite da incamerare oltreché di nuove e più adeguate vie di comunicazione e nuovi sbocchi commerciali verso il mercato interno ed estero, tutti questi fatti avrebbero potuto essere di stimolo per operare nuovi investimenti, introducendo nuove tecniche e culture specializzate, meccanizzando le aziende e rendendole più competitive, avviandole così sulla via della trasformazione in moderne aziende agro-industriali.
Certamente alcuni proprietari più lungimiranti, investitori capitalisti o società straniere si incamminarono per questa strada. Ma nella grande maggioranza non poteva che prevalere l'atteggiamento del latifondista che si pasce della sua rendita e rimane sordo allo stimolo del rinnovamento se non costretto da gravi necessità. Il latifondo e le grandi haciendas rimasero in larga parte una massa statica e priva di vita, baluardo insormontabile all'ingresso del vivace capitalismo in agricoltura.
Contro questo stato di fatto non poteva non infrangersi la politica del regime di Diaz. Emanazione della classe dei proprietari fondiari, esso non poteva che seguire quella che Gutelman, riferendosi a Lenin, definisce la via «di tipo prussiano» per lo sviluppo del capitalismo in agricoltura, che presuppone l'espropriazione in forma messicana dei piccoli contadini dai loro mezzi di produzione e che si contrappone a quella di «tipo contadino» che invece presuppone l'espropriazione e la spartizione del latifondo.
Ma come afferma il nostro testo del 1921 sulla questione agraria, il passaggio dal latifondo alla moderna azienda agro-industriale non è in linea generale in una continuità storica di sviluppo: «Senza escludere che sia possibile ed anche frequente il passaggio dalla grande proprietà agraria, con la introduzione di successive migliorie e trasformazioni, alla tenuta moderna, specie quando si cominci a realizzare con un'industria agraria di sicuro successo, come l'allevamento del bestiame, il caseificio, etc., si può però affermare che in moltissimi casi, anzi nella maggioranza di essi, la pratica agraria non uscirà dalla sua stasi medievale senza che il grande corpo, anzi agglomerato senza vita del latifondo, si risolva nelle feconde cellule della produzione a piccoli lotti». Questo è il caso del Messico.
La massiccia espropriazione dei contadini non aveva portato con sé il dinamico evolversi del latifondo verso il capitalismo, per lo meno non lo avrebbe fatto in tempi sufficientemente rapidi. Aveva invece condotto le masse rurali in uno stato di tale miseria e oppressione che la rivoluzione era diventata per esse una assoluta necessità.
La politica intrapresa per assicurare vigore e prospettive alle grandi
haciendas,
divenne invece la premessa per il loro smantellamento per via rivoluzionaria.
La stasi del tradizionale mondo agrario messicano era irrimediabilmente
turbata, ma il suo nuovo modo di essere non poteva divenire quello auspicato
da Diaz, bensì quello determinatosi nel lungo percorso che ebbe
inizio con la rivoluzione del 1910.
Riunioni del settembre 1994 e del gennaio 1955
5. - Impotenza del proletariato spagnolo
Questo capitolo descrive come nacquero e si svilupparono in Spagna le sezioni della Prima Internazionale, o Associazione Internazionale dei Lavoratori. Engels ebbe da seguire da vicino queste vicende anche perché nominato, per un certo periodo, segretario per la Spagna nell'organizzazione.
La storia dell'Internazionale in Spagna all'origine coincide con quella della bakuninista Alleanza della Democrazia Socialista dato che nel 1869, quando le prime Sezioni spagnole aderirono all'Associazione, vi veniva introdotta anche l'Alleanza. Fanelli, le cui convinzioni anarchiche non gli saranno di impedimento per accettare di esser membro del parlamento italiano, in quell'anno arrivò a Madrid portando raccomandazioni di Bakunin. Fu così che praticamente tutti i dirigenti operai dell'Internazionale in Spagna all'inizio appartenevano allo stesso tempo all'Alleanza della Democrazia Socialista, cosa non permessa dai Regolamenti e condannata dal Consiglio Generale dell'Internazionale, del quale facevano parte Marx ed Engels. Così che l'anarchismo inizia a gettare le radici in Spagna, con una organizzazione gerarchica e disciplinata, che influirà sul proletariato spagnolo facendolo disorganizzato e indifeso nella battaglia per il potere politico contro la borghesia, specialmente durante la Prima e la Seconda Repubblica. In nome della libertà dell'individuo, dell'autonomia, dell'astensionismo politico, ecc., si rinunciava all'autonomia dell'azione della classe operaia alla quale la storia ha assegnato il compito non di affermare principi estetici ma di farla finita con i concreti rapporti economici e con il potere politico borghese, instaurando la sua transitoria dittatura per sottomettere le classi che a quello, per un certo periodo, inevitabilmente si oppongono, come ha fatto ogni classe che ha tenuto il potere politico nella storia.
In mancanza di propri partiti gli operai in Spagna avevano appoggiato in diverse occasioni il partito repubblicano, soprattutto la sua ala più radicale, che nelle molteplici sollevazioni repubblicane del 1869 poté contare sull'alleanza dei proletari. Questi videro poi tradito poi l'appoggio che avevano offerto ai movimenti politici liberali: anche quando col soccorso proletario la frazione borghese, in alcuna delle insurrezioni in corso, riuscì ad assicurarsi una quota del potere, gli operai vennero poi regolarmente privati di ogni vantaggio della vittoria. È anche prendendo a pretesto queste sconfitte che l'anarchismo, predicante il rifiuto di ogni potere politico, si poté aprire un varco fra i proletari spagnoli.
L'Alleanza della Democrazia Socialista, fondata dalla minoranza di un Congresso della borghese Lega della Pace e della Libertà, già nel 1868 si era data un programma e uno statuto.
(Federico Engels, «Rapporto sull'Alleanza della Democrazia Socialista, presentato al Congresso dell'Aia a nome del Consiglio Generale») «L'Alleanza della Democrazia Socialista è stata fondata verso la fine del 1868 da M. Bakunin. Si trattava di una società internazionale che pretendeva di operare contemporaneamente all'interno e all'esterno dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori. Pur essendo composta da membri di quest'ultima che chiedevano di partecipare a tutte le riunioni dell'Internazionale, essa intendeva preservare il diritto di avere i suoi gruppi locali, le sue Federazioni nazionali e si suoi Congressi particolari accanto a quelli dell'Internazionale. L'Alleanza pretese dunque fin da principio di rappresentare una sorta di aristocrazia nel mezzo della nostra Associazione, di essere una sorta di corpo di élite con un programma a sé e con privilegi particolari.Il tentativo di fare dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori il partito mondiale del proletariato va visto inserito nella fase in cui nel movimento convivono ancora tendenze eterogenee, con la necessità storica di mettere alla prova l'efficacia delle rispettive dottrine e metodi. Il modo di funzionamento corrispondente di questo partito fu trovato nel meccanismo del centralismo democratico. Ma, nonostante la coesistenza di diversi gradi di affinazione della coscienza di classe, Marx ed Engels sempre pretesero che l'Internazionale funzionasse con il maggior centralismo possibile, condizione indispensabile per la solidarietà nella lotta e l'efficacia rivoluzionaria.
«Il Consiglio Generale rifiutò di ammettere l'Alleanza finché continuava a mantenere il suo carattere internazionale separato; promise soltanto che l'avrebbe ammessa a condizione che dissolvesse la sua organizzazione internazionale particolare, trasformasse le sue sezioni in semplici sezioni della nostra Associazione e informasse il Consiglio del luogo e della forza numerica di ogni nuova sezione...
«La sezione di Ginevra è stata l'unica a chiedere l'ammissione. Delle altre sedicenti sezioni dell'Alleanza non si è più sentito nulla. Si doveva però ritenere che, nonostante i continui intrighi dei membri dell'Alleanza che si sforzavano di imporre il loro programma particolare all'intera Internazionale e di impadronirsi della direzione della nostra Associazione, l'Alleanza avesse mantenuto la sua parola e si fosse sciolta. Ma poi il Consiglio Generale ricevette informazioni piuttosto precise, dalle quali dovette dedurre che l'Alleanza non si era mai dissolta, che nonostante l'impegno solennemente assunto aveva sempre continuato a esistere ed esisteva tutt'ora nella forma di una società segreta e che si serviva di quest'organizzazione occulta per perseguire ulteriormente il suo originario obiettivo di dominio. In particolare in Spagna la sua esistenza divenne sempre più evidente in seguito a scissioni prodottesi nell'Alleanza stessa (...) La fiducia del Consiglio Generale e della intera Internazionale alla quale era stato presentato il carteggio, venne bassamente tradita. Dopo aver incominciato con una simile menzogna, questi uomini non avevano più motivo di provare imbarazzo nelle loro macchinazioni volte a sottomettere l'Internazionale o, se ciò si fosse rivelato impossibile, a disorganizzarla (...)
«È chiaro che nessuno potrebbe rimproverare ai membri dell'Alleanza di avere propagandato il loro programma. L'Internazionale si compone di socialisti di differenti sfumature. Il suo programma è piuttosto largo, proprio al fine di comprenderle tutte; la setta bakuninista è stata ammessa nell'Internazionale alle stesse condizioni di tutti gli altri. Ciò che le si rimprovera, è proprio di aver violato queste condizioni».
«L'organizzazione di una simile società segreta è una violazione flagrante non soltanto dell'impegno assunto di fronte all'Internazionale, ma anche della lettera e dello spirito dei nostri Statuti Generali. I nostri Statuti conoscono solo un tipo di membro dell'Internazionale con uguali diritti e doveri; l'Alleanza li divide in due caste, in iniziati e profani, a mezzo di un'organizzazione di cui non conoscono neppure l'esistenza (...) I fondatori dell'Alleanza sapevano perfettamente che la gran massa dei profani tra i membri dell'Internazionale non si sarebbe mai scientemente assoggettata a un'organizzazione come la loro, non appena ne avesse appreso l'esistenza. Proprio per questo la crearono «rigorosamente segreta» (...) Si tratta di una vera e propria cospirazione contro l'Internazionale. Per la prima volta nella storia delle lotte della classe operaia ci imbattiamo in una cospirazione segreta ordita in seno a questa stessa classe e mirante non già a minare il regime di sfruttamento esistente, bensì proprio l'associazione che lo combatte nel modo più energico».Quanto segue scriveva Engels nel 1872, come «Rapporto del Consiglio Generale circa la situazione in Spagna, Portogallo e Italia», una volta che fu scoperta la trama alleanzista e dopo che si era avuta la scissione in Spagna fra i difensori dell'Alleanza e i partigiani dell'Internazionale.
«In Spagna, fondata all'inizio come semplice appendice della società segreta di Bakunin, l'Alleanza doveva servire come una specie di base di reclutamento e, a sua volta, di leva per manovrare tutto il movimento proletario. Oggi è evidente come l'Alleanza cerchi ancora apertamente di mantenere l'Internazionale in Spagna nella stessa posizione subordinata nella quale la teneva allora.Quindi solo alla Conferenza di Londra alcuni membri dell'Internazionale come Anselmo Lorenzo seppero ciò che realmente era l'Alleanza, alla quale partecipavano ingannati fin dalla fine del 1869.
«A causa di questa dipendenza, le dottrine particolari dell'Alleanza: l'abolizione immediata dello Stato, l'anarchia, l'antiautoritarismo, l'astensione da ogni atto politico, ecc., si predicavano in Spagna come dottrine dell'Internazionale. Allo stesso tempo, ogni singolo membro dell'Internazionale era iscritto automaticamente nella organizzazione segreta e imbevuto della credenza che questo sistema di direzione dell'Associazione pubblica da parte della società segreta esistesse dappertutto e ne fosse una norma (...)
«Nel giugno 1870 si celebrò il primo Congresso dell'Internazionale spagnola a Barcellona, dove si adottò quel piano organizzativo che poi si dispiegò appieno alla Conferenza di Valenza (settembre 1871), che è attualmente in vigore e che ha già prodotto i maggiori effetti.
«Come in tutte le località, la partecipazione che la nostra Associazione ebbe (o di cui si accusò) nella rivoluzione della Comune di Parigi, dette anche in Spagna prestigio all'Internazionale. Questo prevalere e le prime persecuzioni governative, che seguirono immediatamente dopo, accrebbero moltissimo le nostre file in Spagna. Senz'altro, al momento della convocazione della Conferenza di Valenza non esistevano nel paese più di tredici Federazioni locali, oltre ad alcune sezioni isolate in diversi luoghi (...)
«Immediatamente dopo la Conferenza di Valenza, nel settembre 1871, si celebrò quella di Londra [questa era di livello internazionale, mentre quella nazionale spagnola]. Gli spagnoli inviarono un delegato, Anselmo Lorenzo, che fu il primo a portare in Spagna la notizia che l'Alleanza segreta era inconcepibile nella nostra Associazione e che, giusto al contrario, il Consiglio Generale e la maggioranza delle Federazioni erano decisamente contro l'Alleanza».
(Da Marx-Engels, «L'Alleanza della Democrazia Socialista e l'Associazione Internazionale dei Lavoratori, Rapporti e documenti di congresso internazionale dell'Aia». Dopo il congresso della Lega della Pace svoltosi a Berna nel settembre 1869, Fanelli, uno dei fondatori dell'Alleanza e membro del Parlamento italiano, si recò a Madrid. Era munito di raccomandazioni di Bakunin per Garrido, deputato alle Cortes, che lo mise in contatto con i singoli repubblicani, sia borghesi sia operai. Poco tempo dopo, nel novembre dello stesso anno, da Ginevra vennero inviate tessere di affiliazione all'Alleanza a Morago (Morago diventerà il demiurgo dell'Alleanza in Spagna, suo fedele servitore e abile ad ordirne gli intrighi) a Cordova y Lòpez (repubblicano che aspirava a diventare deputato, redattore di "Combatte", giornale borghese) e a Rubau Dondeu (candidato sconfitto di Barcellona, fondatore di un partito pseudo-socialista). La notizia dell'invio di queste tessere gettò lo scompiglio nella giovane sezione internazionale di Madrid; il suo presidente, Jalvo, si ritirò perché non voleva far parte di un'associazione che tollerava nel proprio seno una società segreta composta da borghesi e che si lasciava dirigere da essa (...) Dopo il congresso dell'Internazionale a Barcellona (luglio 1870), l'Alleanza si stabilì a Palma, Valencia, Màlaga e Cadice. Nel 1871 vennero fondate delle sezioni a Siviglia e a Cordova. Agli inizi del 1871 Morago e Vinas, delegati dell'Alleanza di Barcellona, proposero ai membri del Consiglio Federale (Francisco Mora, Ángel Mora, Anselmo Lorenzo, Borell ecc.) di fondare una sezione dell'Alleanza a Madrid; ma costoro si opposero sostenendo che l'Alleanza era una società pericolosa se segreta e inutile se pubblica. Per la seconda volta, la sola menzione di questo nome bastò per gettare il seme della discordia in seno al Consiglio Federale, al punto che Borell pronunciò queste parole profetiche: Sin d'ora ogni fiducia tra noi è morta.In vista del Congresso dell'Aia, l'Alleanza, tramite le sue tipiche manovre e intrighi, pretendeva che i componenti della delegazione spagnola fossero membri alleanzisti di sua fiducia (le spese dei quali fossero però a carico dell'Internazionale). A questo fine il Consiglio Federale spagnolo, già in mano ai cospiratori alleanzisti, inviò una circolare segreta che nascose alla Nuova Federazione di Madrid e al Consiglio Generale.
«Ma poiché le persecuzioni del governo avevano costretto i membri del Consiglio Federale a emigrare in Portogallo, Morago laggiù riuscì a convincerli dell'utilità di questa associazione segreta, e su loro iniziativa nacque la sezione dell'Alleanza di Madrid. A Lisbona alcuni portoghesi membri dell'Internazionale vennero affiliati all'Alleanza grazie a Morago. Tuttavia, poiché questi nuovi venuti non gli offrivano garanzie sufficienti, egli fondò a loro insaputa un altro gruppo dell'Alleanza composto dai peggiori elementi borghesi e operai reclutati tra i massoni. Il nuovo gruppo, del quale faceva parte anche un prete spretato di nome Bonanca, tentò di organizzare l'Internazionale in sezioni di dieci membri che, sotto la sua direzione, avrebbero dovuto servire a realizzare i piani del conte Peniche; questo intrigante riuscì a trascinare le sezioni in un'insurrezione simulata il cui unico fine era quello di portarlo al potere. Di fronte agli intrighi dei membri dell'Alleanza in Portogallo e in Spagna, gli internazionali portoghesi si ritirarono dalla società segreta e al congresso dell'Aia ne chiesero, come misura di salute pubblica, l'espulsione dall'Internazionale.
«Alla conferenza dell'Internazionale spagnola a Valencia (settembre 1871), i delegati dell'Alleanza, come sempre anche delegati dell'Internazionale, diedero alla loro società segreta un'organizzazione completa per la penisola iberica. In maggioranza essi erano convinti che il programma dell'Alleanza fosse identico a quello dell'Internazionale, che l'organizzazione segreta esistesse ovunque, che fosse un dovere entrarvi e che l'Alleanza tendesse a sviluppare e non a dominare l'Internazionale; decisero quindi che tutti i membri del Consiglio Federale dovevano venire accolti nell'Alleanza. Morago che fino a quel momento non aveva osato rientrare in Spagna, non appena fu informato della cosa, si recò in tutta fretta a Madrid e accusò Mora di "voler subordinare l'Alleanza all'Internazionale", il che era esattamente il contrario del fine che si proponeva di raggiungere l'Alleanza. E per dare autorità a quest'opinione, nel gennaio successivo fece leggere a Mesa una lettera di Bakunin in cui questi sviluppava un piano machiavellico per dominare la classe operaia.
«Il piano era il seguente: "Apparentemente l'Alleanza deve esistere all'interno dell'Internazionale, ma in realtà deve tenersi a una certa distanza da essa per poterla meglio osservare e dirigere. Per questa ragione i membri che appartengono ai Consigli e ai Comitati delle sezioni internazionali, nelle sezioni dell'Alleanza devono essere sempre in minoranza" (dichiarazione di Josè Mesa, in data 1° settembre 1872, inviata al congresso dell'Aia).
«Nel corso di una riunione dell'Alleanza, Morago accusò Mesa di aver tradito la società dei Bakunin con l'iniziazione di tutti i membri del Consiglio Federale, i quali si trovavano quindi ad avere la maggioranza nella sezione dell'Alleanza. Proprio per impedire che ciò avvenisse, le istruzioni segrete stabilivano che soltanto uno o due membri dell'Alleanza dovessero infiltrarsi nel Consiglio e nei Comitati dell'Internazionale per poi dominarli sotto la direzione e con l'appoggio della sezione dell'Alleanza, nella quale si prendevano in anticipo tutte le decisioni che doveva poi adottare l'Internazionale. Da quel momento Morago dichiarò la guerra al Consiglio Federale e, come già aveva fatto in Portogallo, fondò una nuova sezione dell'Alleanza che rimase ignota ai sospetti. Gli iniziati delle differenti località spagnole lo assecondarono e incominciarono ad accusare il Consiglio Federale di trascurare i propri doveri nei confronti dell'Alleanza (...)
«La risoluzione della Conferenza di Londra sulla politica della classe operaia costrinse l'Alleanza ad assumere un atteggiamento apertamente ostile nei confronti dell'Internazionale e diede al Consiglio Federale l'occasione di constatare la sua perfetta armonia con la grande maggioranza degli internazionali. Essa gli suggerì inoltre l'idea di costituire in Spagna un grande partito operaio. Per realizzare questo fine era innanzitutto necessario liberare completamente la classe operaia da tutti i partiti borghesi, soprattutto dal partito repubblicano che reclutava tra gli operai la massa dei suoi elettori e dei suoi militanti. Il Consiglio Federale consigliò l'astensione in tutte le elezioni di deputati sia monarchici sia repubblicani; per distruggere nel popolo ogni illusione sulla fraseologia pseudo-socialista dei repubblicani, i redattori della Emancipaciòn, che erano in pari tempo membri del Consiglio Federale, inviarono ai rappresentanti del partito repubblicano federalista, riuniti in congresso a Madrid, una lettera in cui chiedevano misure pratiche e ingiungevano loro di pronunciarsi sul programma dell'Internazionale. Ciò significa infliggere un colpo terribile al partito repubblicano; l'Alleanza si incaricò di renderlo più leggero poiché essa era invece alleata con i repubblicani. A Madrid essa fondò un giornale El Condenado, che aveva per programma le tre virtù cardinali dell'Alleanza: Ateismo, Anarchia, Collettivismo, ma predicava agli operai di non chiedere una riduzione dell'orario di lavoro. Accanto al "fratello" Morago, vi scriveva Estévanez, uno dei tre membri del comitato direttivo del partito repubblicano, ex governatore di Madrid ed ex ministro della Guerra (...) E per avere anch'essa il suo Fanelli alle Cortes spagnole, l'Alleanza decise di presentare la candidatura di Morago (...) Dopo l'atteggiamento assunto dal Consiglio nei confronti del partito repubblicano, che minacciava di compromettere tutti i piani dell'Alleanza, essa decise di perderlo. Il Congresso accolse le lettere che gli erano state indirizzate come una dichiarazione di guerra. La Igualdad, organo più influente del partito repubblicano, attaccò violentemente i redattori della Emancipaciòn e li accusò si essersi venduti a Sagasta (più volte ministro e capo del governo). El Condenado incoraggiò quest'infamia osservando un silenzio ostinato. L'Alleanza fece ancora di più un favore del partito repubblicano. A causa di questa lettera, fece espellere dalla Federazione internazionale di Madrid, in cui predominava, i redattori della Emancipaciòn.
«Malgrado le persecuzioni governative il Consiglio Federale, durante una gestione di sei mesi iniziata dopo la Conferenza di Valencia, aveva portato il numero delle Federazioni locali da tredici a settanta; in altre cento località aveva preparato la costituzione di Federazioni locali e organizzato otto mestieri in società di resistenza nazionali; inoltre sotto i suoi auspici si stava formando la grande associazione degli operai manifatturieri catalani. L'aver reso tali servigi assicurava ai membri del consiglio un'influenza morale tale che Bakunin sentì il bisogno di ricondurli sulla via della salvezza con una lunga ammonizione paterna, inviata a Mora, segretario generale del consiglio in data 5 aprile 1872. Il Congresso di Saragozza (4-11 aprile 1872), a dispetto degli sforzi messi in atto dall'Alleanza rappresentata da almeno dodici delegati, annullò l'espulsione e nominò nel nuovo Consiglio Federale due degli espulsi, malgrado il loro ripetuto rifiuto di accettare una qualunque candidatura.
«Durante il Congresso di Saragozza si svolsero come sempre anche i conciliaboli segreti dell'Alleanza. I membri del Consiglio Federale proposero la dissoluzione dell'Alleanza. Per non respingerla, schivarono la proposta. Due mesi dopo, il 2 giugno, gli stessi cittadini, in qualità di direttori dell'alleanza spagnola e a nome della sezione dell'Alleanza di Madrid, inviarono alle altre sezioni una circolare in cui rappresentavano la loro proposta e ne fornivano la giustificazione (...)
«Di tutte le sezioni dell'Alleanza spagnola, soltanto quella di Cadice rispose annunciando la propria dissoluzione. L'indomani stesso, l'Alleanza fece espellere nuovamente dalla Federazione internazionale di Madrid i firmatari della circolare del 2 giugno. Essa addusse come pretesto un articolo apparso sulla Emancipaciòn del 1° giugno in cui si chiedeva un'inchiesta: "Sulla fonte del patrimonio dei ministri, dei generali, dei magistrati, dei pubblici funzionari, dei sindaci, ecc... e di tutti gli uomini politici che, pur non esercitando alcuna funzione pubblica, hanno vissuto all'ombra dei governi, prestando loro appoggio nelle Cortes e coprendo le loro iniquità sotto la maschera di una falsa opposizione (...) la confisca dei cui beni dovrebbe essere la prima misura da prendere all'indomani di una rivoluzione".
«L'Alleanza, che in ciò vide un attacco diretto contro i suoi amici del partito repubblicano, accusò i redattori della Emancipaciòn di aver tradito la causa del proletariato con il pretesto che, chiedendo la confisca dei beni dei ladri di Stato, essi avevano riconosciuto implicitamente la proprietà individuale. Nulla rivela meglio lo spirito reazionario che si cela sotto le ciarlatanerie rivoluzionarie dell'Alleanza e che essa vorrebbe inoculare nella classe operaia. E nulla prova la perfidia dell'Alleanza meglio dell'espulsione in quanto difensori della proprietà individuale degli stessi uomini che essi coprivano di anatemi a causa delle loro idee comuniste (...)
«In seguito delle manovre dell'Alleanza, il Consiglio era stato trasferito a Valencia. Dei due membri del vecchio Consiglio Federale rieletti al Congresso di Saragozza, Mora non era stato accettato e, dopo poco, Lorenzo aveva presentato le dimissioni. Da quel momento il Consiglio Federale fu votato anima e corpo all'Alleanza. Perciò esso rispose al ricorso degli espulsi con una dichiarazione d'incompetenza, benché l'articolo 7 dei regolamenti della Federazione spagnola gli imponesse di sospendere, salvo rinvio al prossimo Congresso, ogni Federazione locale che avesse violato gli statuti. Gli espulsi si costituirono allora in «nuova federazione» e chiesero di venir riconosciuti dal Consiglio che, in virtù dell'autonomia delle sezioni, rifiutò formalmente. La Nuova Federazione Madrilena si rivolse allora al Consiglio Generale che la riconobbe in conformità con gli articoli II, 7 e IV, 4 dei regolamenti generali. Il Congresso generale dell'Aia approvò questo atto e ammise all'unanimità il delegato della Nuova Federazione Madrilena».
«Tuttavia questa circolare giunse nelle mani della Nuova Federazione Madrilena e venne inviata la Consiglio Generale, il quale, sapendo dell'asservimento del Consiglio Federale all'Alleanza, pensò che fosse giunto il momento di agire e rivolse al Consiglio Federale spagnolo una lettera in cui si legge: Cittadini! Abbiamo le prove che all'interno dell'Internazionale, e in particolare in Spagna, esiste una società segreta denominata Alleanza della Democrazia Socialista. Questa società, il cui centro si trova in Svizzera, ha il compito specifico di dirigere la nostra grande Associazione in accordo con le sue tendenze particolari e di condurla verso fini ignoti all'immensa maggioranza degli internazionali. Sappiamo inoltre attraverso La Razòn di Siviglia che almeno tre membri del vostro consiglio generale fanno parte dell'Alleanza... Se il carattere e l'organizzazione di questa società erano già contrari allo spirito e alla lettera dei nostri statuti quand'essa era ancora pubblica e riconosciuta, il suo segreto sussistere in seno all'Internazionale, malgrado la parola data, costituisce un vero e proprio tradimento nei confronti della nostra associazione (...) Il Consiglio Generale chiedeva loro inoltre certi materiali per condurre un'inchiesta sull'Alleanza di cui avrebbe poi presentato i risultati al congresso dell'Aia, e inoltre una spiegazione sul modo in cui riuscivano a conciliare i loro doveri nei confronti dell'Internazionale con la presenza di almeno tre membri noti dell'Alleanza nel Consiglio Generale. Il Consiglio Federale rispose con una lettera evasiva, in cui tuttavia riconosceva l'esistenza dell'Alleanza».Al Congresso dell'Aia l'Alleanza pretendeva portare, con gioco sporco e segreto, quanti più delegati possibile che le fossero fedeli in rappresentanza di diversi paesi, e così avere sufficiente forza per dominare il Congresso e assicurarsi la direzione dell'Internazionale. I rappresentanti della Federazione spagnola esibirono un «mandato imperativo», che ordinava loro di chiedere al Congresso una modifica al regolamento per le votazioni, in modo che le proposte alleanziste trovassero maggior possibilità di prevalere; se non soddisfatti minacciavano di partecipare alle discussioni ma di astenersi dal voto.
Però il mandato che meglio esprimeva lo spirito dell'Alleanza era quello portato dai delegati della Federazione svizzera del Giura, quartier generale dell'Alleanza, nel quale si affermava: (da: Engels, «I mandati imperativi al Congresso dell'Aia).
«Poiché il principio federativo si dice è la base dell'organizzazione dell'Internazionale, le sezioni si confederano liberamente tra loro e anche le federazioni si confederano liberamente, nel pieno possesso della loro autonomia, e in accordo con i loro bisogni costituiscono tutti gli organi di corrispondenza, gli uffici statistici ecc. che considerano opportuni.Sebbene il Congresso rigettasse una per una tutte le proposte che i rappresentanti delle Federazioni dominate dall'Alleanza portavano nei loro mandati imperativi, questi delegati stimarono opportuno non ritirarsi ed assistettero senza replicare uno dopo l'altro a tutti i rifiuti. Nemmeno i delegati del Giura se ne andarono quando il Congresso, non solo rifiutò le loro proposte ma addirittura risolse di rafforzare l'organizzazione, per essi l'«autorità»; solo di limitarono ad astenersi del votare.
«Partendo dai principi menzionati sopra, la federazione del Giura si pronuncia per la soppressione del Consiglio Generale e per l'abolizione di ogni autorità nell'Internazionale.
«Il Consiglio Generale, i Consigli Federali, i Consigli locali e tutti gli statuti e i regolamenti che hanno «autorità» vengono quindi soppressi. Ognuno agirà come, "nel pieno possesso della sua autonomia", più gli piace.
«I delegati del Giura devono operare in piena solidarietà con i delegati spagnoli, italiani, francesi e con tutti coloro che protestano sinceramente contro il principio autoritario. Il rifiuto di ammettere un delegato di queste Federazioni comporterà quindi il ritiro immediato dei delegati del Giura. Allo stesso modo i delegati dovranno ritirarsi assieme ai delegati delle Federazioni antiautoritarie, se il congresso non accetta i principi sopra esposti per l'organizzazione dell'Internazionale».
«(Engels: I mandati imperativi...) «Come si vede, gli uomini della Alleanza agiscono sempre obbedendo a ordini segreti e dello stesso tenore. A questi stessi ordini segreti ha indubbiamente obbedito La Federaciòn di Barcellona quando si è messa improvvisamente a predicare la disorganizzazione dell'Internazionale, poiché la forte organizzazione della nostra Associazione in Spagna incominciava a rappresentare un pericolo per i dirigenti segreti dell'Alleanza. Questa organizzazione rafforza troppo la classe operaia e di conseguenza crea delle difficoltà al governo segreto dei signori alleanzisti, i quali sanno perfettamente che nell'acqua torbida si pesca meglio.Questo non significa che il resto delle Federazioni locali spagnole tenessero dalla parte dell'Internazionale e avrebbero rispettato le risoluzioni dell'Aia, come fece la Nuova Federazione di Madrid, i cui membri erano usciti dall'Alleanza già prima del Congresso dell'Aia. Dopo la scissione che ebbe luogo al Congresso si aprì in Spagna un confuso travaglio fra le diverse Federazioni dell'Internazionale; sebbene non fosse il solo paese dove si soffrisse una spaccatura, in Spagna fu abbastanza sofferta da far fallire l'intento di coagulare il movimento intorno alla teoria del socialismo scientifico. L'anarchismo vi costituì un vero sbarramento alla penetrazione del marxismo, nonostante che alcuni membri della Nuova Federazione di Madrid potessero vantare la fiducia di Engels, come Josè Mesa, che tradusse la «Miseria della filosofia» e la pubblicò nel 1891, e nonostante i commenti di Engels che qui riportiamo, in Spagna non di giunse alla costituzione di un partito politico pienamente marxista e fallì perfino il tentativo dell'Internazionale di formarvi un vero partito operaio.
«Distruggere l'organizzazione e le acque si intorbidiranno come lo desiderate. Distruggete soprattutto le società operaie, dichiarate guerra agli scioperi, riducete la solidarietà operaia a una frase senza contenuto e avrete libero il campo per le vostre frasi pompose, vuote e dottrinarie. A patto che gli operai del nostro paese vi permettano di distruggere l'opera che è costata loro quattro anni di fatiche: l'organizzazione che è indubbiamente la migliore dell'intera Internazionale.
«Se a questo punto torniamo alla questione dei mandati imperativi, ci rimane ancora un problema da risolvere: per quale motivo gli alleanzisti, questi nemici inveterati di ogni principio di autorità, insistono con tanta tenacia sul problema dell'autorità del mandato imperativo? Perché per una società segreta come la loro, che sussiste in seno a una società pubblica come l'Internazionale, non esiste nulla di più comodo del mandato imperativo. I mandati degli alleati saranno tutti identici; quelli delle sezioni non soggette all'influsso dell'Alleanza o che si ribellano a essa saranno in contrasto gli uni con gli altri, sicché la società segreta avrà spesso la maggioranza assoluta e sempre la maggioranza relativa».
(Marx-Engels: L'Alleanza della Democrazia Socialista...) «Dopo essersi accordati a Bruxelles con i belgi sulle basi di una azione comune contro il nuovo Consiglio Generale, i giurassiani e gli spagnoli partirono per Saint-Imier in Svizzera, per tenervi il Congresso antiautoritario che l'Alleanza aveva fatto convocare dai suoi accoliti di Rimini.
«Tornati in Spagna, i quattro figli di Aimone dell'Alleanza spagnola pubblicarono un manifesto pieno di calunnie contro il Congresso dell'Aia e di lodi per quello di Saint-Imier. Il Consiglio Federale si assunse il patrocinio di questo libello e per ordine del centro svizzero convocò a Cordova per il 25 dicembre 1872 il Congresso regionale che avrebbe dovuto svolgersi soltanto nell'aprile 1873. Inoltre, il centro svizzero si affrettò ad affermare pubblicamente la posizione subalterna che questo Consiglio occupava nei suoi confronti: ignorando il Consiglio spagnolo, il Comitato del Giura inviò a tutte le Federazioni locali spagnole le risoluzioni di Saint-Imer.
«Al congresso di Cordova, su 10 Federazioni (cifra ufficiale fornita dal Consiglio Federale), ne erano rappresentate soltanto 36; si trattò perciò di un Congresso di minoranza».
«L'organo della Nuova Federazione Madrilena, L'Emancipaciòn, forse il miglior periodico che l'Internazionale possegga ovunque, denuncia l'Alleanza tutte le settimane, e, attraverso i numeri che ha inviato il cittadino Sorge, il Consiglio Generale può convincersi dell'energia, il senso comune e il discernimento teorico dei principi della nostra Associazione che pone nella lotta» (Rapporto del Consiglio Generale sulla situazione in Spagna, Portogallo e Italia)».
Continuano Marx e Engels riferendosi al Congresso di Cordoba: «Sicura della maggioranza che si era prefabbricata, l'Alleanza di sbizzarrì come voleva. Gli statuti della Federazione regionale elaborati a Valencia e approvati a Saragoza vennero messi sottosopra. La Federazione spagnola fu decapitata e il suo Consiglio Federale sostituito con una semplice Commissione di corrispondenza e di statistica cui non si lasciò neppure il compito di versare al Consiglio Generale le quote spagnole; in parole povere si ruppe con L'Internazionale respingendo le risoluzioni dell'Aia e adottando il patto di Sant-Imer (...) In Spagna esistono solo due Federazioni locali, la Nuova Federazione Madrilena e la Federazione di Alcalà di Henares, che riconoscono apertamente e totalmente le risoluzioni del Congresso dell'Aia e il nuovo Consiglio Generale. A meno che queste Federazioni riescano ad attrarre dalla loro parte il grosso dell'Internazionale in Spagna, formeranno il nucleo di una nuova Federazione spagnola» (Rapporto del Consiglio Generale sulla situazione in Spagna, Portogallo e Italia).
«L'Alleanza è riuscita a suscitare in seno all'Internazionale una lotta sorda che per due anni ha ostacolato l'azione della nostra Associazione e poi è sfociata nella secessione di una parte delle Sezioni e delle Federazioni. Le risoluzioni votate dal congresso dell'Aia contro l'Alleanza erano quindi assolutamente necessarie; il Congresso non poteva permettere che l'Internazionale, questa grande creatura del proletariato, cadesse nelle trappole preparate dai rifiuti delle classi sfruttatrici. Quanto a coloro che si propongono di privare il Consiglio Generale delle funzioni senza le quali l'Internazionale sarebbe soltanto una massa confusa, sparpagliata e per usare il linguaggio dell'Alleanza «amorfa», possiamo soltanto considerarli dei traditori o degli illusi».
6. - 1873: I bakuninisti in azione
Nel febbraio 1873 fu proclamata la Prima Repubblica dopo l'abdicazione di Amadeo Primo; nel giugno la Repubblica Federale. Si incaricò una commissione, dalla quale furono esclusi i repubblicani estremisti, chiamati intransigentes, per la redazione di un progetto di nuova Costituzione. Quando nel luglio la nuova Costituzione fu adottata si vide che non si spingeva così avanti come pretendevano gli intransigenti nel senso dello smembramento della Spagna in «cantoni indipendenti». Gli intransigenti organizzarono subito sollevazioni nelle province: dal 5 all'11 luglio trionfarono a Siviglia, Cordoba, Granada, Malaga, Cadice, Alcoy, Murcia, Cartagena, Valenza, ecc., e instaurarono in ciascuna di queste città un governo cantonale indipendente. Ma entro lo stesso mese le insurrezioni furono vinte in tutte le località con solo Valenza che lottò con un poco di energia. Cartagena potè resistere in quanto maggior porto militare di Spagna: essendo con esso caduta in potere degli insorti la Marina da Guerra, il governo si guardò bene da distruggere la propria base navale, che inoltre era ben difesa. Il «Cantone sovrano di Cartagena» visse fino all'11 gennaio del 1874, quando capitolò perché, di fatto, non aveva più alcun motivo per resistere.
In queste vili azioni risaltano le prodezze ancora più vili, degli anarchici di Bakunin, come descrive Engels, negli articoli del 1873 intitolati «I bakuninisti al lavoro».
«Oltre ai resoconti giornalistici sugli avvenimenti spagnoli disponiamo anche di un rapporto che la Nuova Federazione Madrilena dell'Internazionale ha inviato al Congresso di Ginevra.Il marxismo già allora faceva distinzione fra astensionismo politico da un lato e astensionismo elettorale dall'altro, benché Engels critichi gli anarchici per entrambi. Per il marxismo il parlamentarismo rivoluzionario ebbe senso nella misura in cui il parlamentare borghese non era dominato, monopolizzato, da una sola frazione della borghesia, il che, come visto, non era ancora in Spagna. In queste condizioni i deputati comunisti potevano influire nelle decisioni del parlamento a favore di una frazione della borghesia o di un'altra, secondo quali fossero gli interessi del proletariato, in un paese arretrato come era la Spagna. Sappiamo che questa partecipazione al parlamento è stata difesa fino ai nostri giorni dai falsificatori del marxismo, ignorando che oggi non c'è che una borghesia, imperialista finanziaria, che domina tutti i parlamenti e ha fascistizzato le democrazie. Inoltre, si noti, che il marxismo, anche quando non era astensionista, mai vide nella partecipazione alle elezioni il mezzo attraverso il quale gli operai avrebbero potuto conquistare il potere, il quale mezzo è solo la rivoluzione armata.
«Come è noto, all'atto della scissione dell'Internazionale in Spagna i membri dell'Alleanza segreta mantennero la supremazia; la grande maggioranza degli operai spagnoli parteggiava per essi. Quando nel febbraio 1873 venne proclamata la repubblica, gli alleanzisti spagnoli vennero a trovarsi in una situazione estremamente difficile. La Spagna è talmente arretrata sul piano dello sviluppo industriale, che per quel paese non si può neppure ancora parlare di un'emancipazione immediata e totale della classe operaia. Prima di pervenirvi, la Spagna deve ancora attraversare diverse fasi preliminari di sviluppo e sgomberare la strada da tutta una serie di ostacoli. Comprimere il decorso di queste fasi preliminari nel minor tempo possibile, eliminare rapidamente questi ostacoli questa era l'occasione che la Repubblica offriva. Ma tale occasione poteva venir colta soltanto con un intervento politico attivo della classe operaia spagnola. La gran massa degli operai se ne rendeva conto; essa premeva ovunque perché si partecipasse agli avvenimenti, perché si cogliesse l'occasione di agire invece di lasciar campo libero, come si era sempre fatto in passato, all'azione e agli intrighi delle classi dirigenti. Il governo indisse le elezioni per le Cortes costituenti: quale atteggiamento doveva assumere l'Internazionale? I capi dei bakuninisti si trovavano nel più profondo imbarazzo. Il protrarsi dell'inattività politica appariva di giorno in giorno più ridicolo e impossibile; gli operai volevano «fatti». D'altro canto gli alleanzisti avevano predicato per anni che non si sarebbe dovuto partecipare a una rivoluzione che non avesse come obiettivo l'emancipazione immediata e completa della classe operaia, che l'intraprendere una qualsiasi azione politica avrebbe implicato il riconoscimento dello Stato, questo principio del male, e che quindi in particolare la partecipazione a una qualunque elezione costituiva un crimine degno di esser punito con la morte. Come essi si siano sottratti a questa difficile situazione, ce lo spiega il citato rapporto madrileno:
«Le stesse persone che avevano respinto la risoluzione dell'Aia sull'atteggiamento politico della classe operaia e che avevano calpestato gli statuti dell'Associazione introducendo in tal modo la divisione, la lotta e il disordine nell'Internazionale spagnola; le stesse persone che avevano avuto la spudoratezza di descriverci agli operai come ambiziosi carrieristi i quali, con il pretesto di condurre al potere la classe operaia, miravano ad assicurare il potere a se stessi; quelle stesse persone che si definiscono rivoluzionari autonomi, anarchici ecc., in quest'occasione si sono gettate con fervore nel far politica, ma la politica della peggior specie: la politica borghese. Essi non hanno operato per assicurare il potere politico alla classe operaia questa idea, al contrario, essi la aborrono bensì per aiutare una frazione della borghesia, composta da avventurieri, da ambiziosi e da carrieristi, che si definiscono «repubblicani intransigenti», ad assumere la guida del paese.
«Già alla vigilia delle elezioni generali per la Costituente gli operai di Barcellona, Alcoy e di altre località chiedevano di saper qual politica essi dovessero seguire, sia nelle lotte parlamentari di in tutte le altre. Proprio a questo fine furono tenute due grandi assemblee, una a Barcellona e l'altra a Alcoy; nel corso di entrambe gli alleanzisti si opposero con tutte le forze alla definizione dell'atteggiamento politico che avrebbe dovuto assumere l'Internazionale (la loro si badi bene). Si decise quindi che in quanto associazione l'Internazionale non doveva svolgere alcuna attività politica, ma che individualmente gli internazionali potevano agire come meglio credevano, associandosi a loro piacimento a qualunque partito, e tutto ciò in forza della loro autonomia! E quale fu la conseguenza dell'applicazione di una così insulsa dottrina? che la gran massa degli internazionali, inclusi gli anarchici, partecipò alle elezioni, senza un programma, senza una bandiera, senza propri candidati, contribuendo in tal modo a far eleggere quasi esclusivamente dei repubblicani borghesi (...)".
«Questo è il risultato della "astensione dalla politica" predicata da Bakunin».
«Non appena gli avvenimenti stessi spingono il proletariato in primo piano, l'astensione diviene un'assurdità concreta, l'intervento attivo della classe operaia una necessità ineluttabile. E proprio questo è accaduto in Spagna (...) Visto lo straordinario fascino che il nome dell'Internazionale allora esercitava ancora sugli operai spagnoli e data l'eccellente organizzazione della sua branca spagnola almeno nei fatti a quel tempo sussisteva ancora, era certo che nei distretti industriali catalani, a Valencia, nelle città andaluse ecc., ogni candidatura posta e sostenuta dall'Internazionale sarebbe passata brillantemente, e che senza alcun dubbio nelle Cortes sarebbe entrata una minoranza sufficientemente forte per svolgere un ruolo decisivo tra le due ali dei repubblicani in occasione di ogni votazione. Gli operai questo lo sentivano, sentivano che era giunto il momento di mettere in moto la loro organizzazione che a quel tempo era ancora potente. Ma i signori dirigenti della scuola bakuninista avevano predicato tanto a lungo il vangelo dell'astensione incondizionata da non potere fare una svolta improvvisa; fu così che inventarono la penosa scappatoia consistente nel far astenere l'Internazionale come totalità, ma nello stesso tempo nel far votare i suoi singoli membri come meglio credevano. La conseguenza di questa dichiarazione di bancarotta politica fu che gli operai, come accade sempre nei casi del genere, votarono per coloro che avevano assunto l'atteggiamento più radicale, per gli intransigenti, e in tal modo si sentirono più o meno corresponsabili dei passi successivi di coloro che avevano eletto, venendovi coinvolti.
«Gli alleanzisti non potevano permanere più a lungo nella situazione ridicola in cui li aveva posti la loro furba politica elettorale; nel caso contrario il loro dominio sull'Internazionale spagnola sarebbe presto finito. Dovevano agire, non foss'altro che per salvare le apparenze. Ciò che avrebbe dovuto salvarli era lo sciopero generale.
«Nel programma bakuninista lo sciopero generale è la leva che si aziona per avviare la rivoluzione sociale. Un bel mattino tutti gli operai di tutti i mestieri di un paese o addirittura del mondo intero interrompono il lavoro e in tal modo, entro non più di due settimane, costringono le classi possidenti a sottomettersi strisciando, oppure ad aggredire gli operai, di modo che ora a questi ultimi è dato il diritto di difendersi e, in questa occasione, la possibilità di rovesciare l'intera vecchia società (...) Lo sciopero generale da tutti veniva ammesso che per attuarlo erano necessari un'organizzazione perfetta e una cassa ben fornita. E proprio qui sta il vizio di tale proposta. Da un lato i governi, in particolare quando li si incoraggia con l'astensione politica, non lasceranno mai che l'organizzazione e la cassa raggiungano il livello necessario; dall'altro gli avvenimenti politici e gli arbitrii delle classi dominanti condurranno alla liberazione degli operai molto prima che il proletariato riesca a realizzare questa organizzazione ideale e questo colossale fondo di riserva. Ma se ne disponesse, non avrebbe alcun bisogno della via indiretta dello sciopero generale per raggiungere il suo obiettivo (...)
«Nel frattempo la situazione politica evolveva sempre più nel senso di una crisi (...) Le trattative di Pi con gli intransigenti andavano per le lunghe; gli intransigenti si spazientirono; i più impetuosi tra essi incominciarono a mettere in opera l'insurrezione cantonale in Andalusia. A questo punto, se non volevano rimanere a rimorchio dei borghesi intransigenti, dovevano muoversi anche i capi dell'Alleanza. Fu quindi proclamato lo sciopero generale.
«A Barcellona venne allora tra l'altro affisso il seguente manifesto: "Operai! Facciamo uno sciopero generale per mostrare il profondo orrore che proviamo quando vediamo come il governo impiega l'esercito per combattere i nostri fratelli lavoratori, mentre in pari tempo trascura la guerra contro i carlisti ecc.".
«Gli operai di Barcellona, la più grande città industriale di Spagna, la cui storia conta più lotte di barricata di qualunque altra città del mondo, furono quindi incitati non già ad affrontare il potere governativo con le armi, di cui erano in possesso, bensì con una generale sospensione del lavoro, con un provvedimento che tocca direttamente solo i singoli borghesi, ma non il loro rappresentante generale, il potere statale! Nel periodo della pace inattiva gli operai barcellonesi avevano avuto occasione di ascoltare le frasi violente di gente mansueta come Alerini, Farga Pellicer e Vinas; quando fu venuto il momento di agire e Alerini, Farga Pellicer e Vinas pubblicarono prima il loro straordinario programma elettorale, poi fecero incessantemente il possibile per placare gli animi esacerbati e infine, invece di chiamare alle armi, proclamarono lo sciopero generale, essi si resero addirittura spregevoli agli occhi degli operai. Il più debole tra gli intransigenti si dimostrò comunque sempre più energico del più vigoroso tra gli alleanzisti. L'Alleanza e l'Internazionale da essa menata per il naso perdettero ogni influenza, e quando questi signori proclamarono lo sciopero generale con il pretesto di paralizzare, ciò facendo, il governo, gli operai si limitarono a deriderli. Ma una cosa almeno la falsa Internazionale era riuscita a ottenere: che Barcellona non partecipasse all'insurrezione cantonale; e Barcellona era la sola città la cui adesione al movimento avrebbe potuto assicurare un saldo appoggio all'elemento operaio che in esso era ovunque fortemente rappresentato, e con ciò la prospettiva di assumere infine la direzione del movimento nella sua totalità. Per di più, con l'entrata in campo di Barcellona la vittoria sarebbe stata praticamente assicurata. Ma Barcellona non mosse un dito; gli operai di Barcellona, che ben conoscevano gli intransigenti e ingannati dagli alleanzisti, restarono inattivi e in tal modo assicurarono la vittoria finale del governo madrileno (...)
«Lo sciopero generale era stato posto contemporaneamente all'ordine del giorno anche ad Alcoy. Alcoy è una città industriale di data più recente, che attualmente conta forse trentamila abitanti, nella quale l'Internazionale, in forma bakuninista, è penetrata e ha trovato rapidissima diffusione non più di un anno fa (...) Proprio per questo Alcoy era stata scelta come sede della commissione federale bakuninista per la Spagna, e qui vedremo al lavoro proprio questa commissione federale.
«Il 7 luglio un'assemblea operaia decide lo sciopero generale e il giorno seguente invia una delegazione all'alcalde (sindaco) con l'ingiunzione di convocare i fabbricanti nel giro di ventiquattr'ore e presentar loro le rivendicazioni operaie. L'alcalde Albors, un repubblicano borghese, intrattiene con belle parole gli operai e in pari tempo chiede truppe ad Alicante e consiglia i fabbricanti di non cedere e di barricarsi invece nelle loro case. Lui stesso sarebbe rimasto al suo posto. Dopo aver avuto un incontro con i fabbricanti ci atteniamo qui al rapporto ufficiale della commissione federale alleanzista data 14 luglio 1873 egli, che in precedenza aveva promesso la neutralità agli operai, lancia un proclama nel quale «offende e diffama gli operai, prende partito per i fabbricanti e in tal modo distrugge il diritto e la libertà degli scioperanti e li sfida alla lotta». Non è affatto chiaro come i pii desideri di un sindaco possano annullare il diritto e la libertà degli operai. In ogni caso gli operai guidati dall'Alleanza dichiararono al consiglio comunale, per tramite di una commissione, che, se non aveva l'intenzione di mantenere la promessa neutralità nello sciopero, al fine di evitare un conflitto era più opportuno che si dimettesse. La commissione fu rimandata indietro, e quando abbandonò il municipio la polizia sparò sulla folla che, pacifica e disarmata, se ne stava sulla piazza. Questo, secondo il rapporto alleanzista, fu l'inizio della lotta. Il popolo prese le armi e incominciarono i combattimenti che si dice siano durati «venti ore» (...) Questa fa la prima battaglia dell'Alleanza. Per venti ore di fila ci si batté, forti di cinquemila uomini, contro trentadue gendarmi e alcuni borghesi armati, li si sconfisse dopo che ebbero esaurito le munizioni, e si persero complessivamente dieci uomini. L'Alleanza ha tutto il diritto di inculcare ai suoi iniziati il motto di Falstaff che "la prudenza è la parte migliore del coraggio".
«È ovvio che tutte le notizie raccapriccianti fornite dalla stampa borghese su fabbriche bruciate senza scopo, sulla fucilazione in massa di gendarmi, sulle persone cosparse di petrolio e date alle fiamme sono pure invenzioni. Gli operai vittoriosi, anche quando vengono guidati dagli alleanzisti il cui motto è: "Si deve mettere tutto sottosopra", sono sempre troppo magnanimi con i loro avversari vinti, e costoro attribuiscono poi loro sempre tutti i misfatti che, in caso di vittoria, essi non trascurano mai di commettere nei confronti degli operai.
«Dunque la vittoria era stata raggiunta. "Ad Alcoy giubila la «Solidarité Révolutionnaire» (periodico alleanzista) i nostri amici, cinquemila di numero, sono diventati padroni della situazione".
«E che ne fecero i "padroni" della loro situazione? Su questo punto il rapporto e il giornale alleanzista non ci dicono nulla; siamo costretti a ricorrere ai comuni resoconti della stampa. Da questi apprendiamo che da Alcoy si costituì un «comitato di salute pubblica», cioè un governo rivoluzionario. Al loro congresso di Saint-Imier, in Svizzera, il 15 settembre 1872, gli alleanzisti avevano effettivamente deciso «che ogni organizzazione di un potere politico cosiddetto provvisorio o rivoluzionario non può essere che un nuovo inganno, e per il proletariato sarebbe altrettanto pericoloso quanto tutti i governi attualmente esistenti». I membri della commissione federale spagnola con sede ad Alcoy avevano anche fatto del loro meglio per indurre il congresso dell'Internazionale spagnola a far sua questa posizione. Nonostante tutto questo, troviamo che Severino Albarracìn, membro di tale commissione, e secondo alcuni resoconti anche Francisco Tomàs che ne era il segretario, facevano parte del potere governativo provvisorio e rivoluzionario, del Comitato di salute pubblica di Alcoy!
«E che fece questo Comitato di salute pubblica? Quali furono le misure che prese per "attuare l'immediata e piena emancipazione degli operai"? Vietò a tutti gli uomini di lasciare la città, mentre ciò rimase permesso alle donne, purché avessero un passaporto! I nemici dell'autorità riadottano il passaporto! Quanto al resto, assoluta perplessità, inazione, incapacità di prendere decisioni.
«Nel frattempo il generale Velarde stava sopraggiungendo da Alicante con le sue truppe. Il governo aveva le sue buone ragioni per liquidare le insurrezioni locali delle province senza clamore. E i «padroni della situazione» di Alcoy avevano le loro buone ragioni per trarsi da una situazione nella quale non sapevano che fare. Il deputato Cervera, che svolgeva il ruolo di mediatore, ebbe quindi buon gioco. Il Comitato di salute pubblica rassegnò le dimissioni, il 12 luglio le truppe entrarono in città senza incontrare resistenza, e il loro impegno preso nei confronti del Comitato di salute pubblica fu... l'amnistia generale. I «padroni della situazione» dell'Alleanza erano riusciti ancora una volta a trarsi felicemente d'imbarazzo. E con ciò si concluse l'avventura di Alcoy (...)
«Immediatamente dopo le lotte di strada di Alcoy, gli intransigenti si sollevarono in Andalusia (...) I signori intransigenti miravano innanzitutto all'instaurazione, nel più breve tempo possibile, della repubblica federale, la quale li avrebbe portati al potere e avrebbe assicurato loro un gran numero delle nuove cariche governative create ex novo nei singoli cantoni (...) A ciò si aggiungeva che i bakuninisti andavano predicando da anni che ogni azione rivoluzionaria dall'alto verso il basso era funesta, e che tutto doveva venir organizzato e attuato dal basso verso l'alto. Ora si presentava l'occasione di attuare, dal basso, il famoso principio della sovranità, almeno in talune singole città! Non poteva finire altrimenti: gli operai bakuninisti caddero in trappola e trassero le castagne dal fuoco per gli intransigenti, per poi venir ricompensati, come sempre, a calci e a fucilate dai loro alleati.
«Quale fu dunque la posizione degli internazionali bakuninisti in tutto questo movimento? Essi avevano contribuito a dargli il carattere della frantumazione federalista e, nella misura del possibile, avevano realizzato il loro ideale dell'Anarchia. Gli stessi bakuninisti che pochi mesi prima, a Cordova, avevano dichiarato la costituzione di governi rivoluzionari rappresentava un tradimento e un inganno degli operai, ora sedevano in tutti i governi cittadini rivoluzionari dell'Andalusia, ma ovunque in minoranza, di modo che gli intransigenti potevano fare ciò che volevano. Mentre questi ultimi conservavano la direzione politica e militare, gli operai vennero liquidati con frasi pompose o con sedicenti decreti di riforme sociali delle più grossolane e insensate, che per di più esistevano soltanto sulla carta (...) Accadde quindi che in pochi giorni l'Andalusia intera venne a trovarsi nelle mani degli intransigenti armati. Siviglia, Malaga, Granada, Cadice ecc. caddero nelle loro mani senza quasi opporre resistenza. Ogni città si dichiarò cantone sovrano e istituì un proprio comitato governativo rivoluzionario (junta). Murcia, Cartagena, Valencia seguirono l'esempio.
«Nonostante tutto, pur essendo stata avviata in modo insensato, l'insurrezione continuava ad avere ancora molte possibilità di successo, se soltanto fosse stata guidata con un minimo di intelligenza, sia pure limitandosi a seguire lo schema delle rivolte militari spagnole, in cui una guarnigione di una città si solleva, muove verso la città più vicina, trascina con sé la guarnigione di questa città che è già stata sobillata in precedenza, e con uno sviluppo a valanga si muove contro la capitale, finché una battaglia coronata di successo o il passaggio agli insorti delle truppe inviate a combatterli determina la vittoria (...) Nulla di tutto questo accadde. Il federalismo degli intransigenti e della loro propaggine bakuninista consisteva proprio nel fatto che ogni città agiva per proprio conto, che dichiarava essenziale non già la collaborazione con le altre città, bensì la separazione da esse, precludendo in tal modo ogni possibilità di un'offensiva generalizzata.
«Nel frattempo questa insurrezione avviata all'improvviso, senza alcun pretesto, aveva impedito a Pì y Margall di continuare le trattative con gli intransigenti. Dovette dimettersi e al potere lo sostituirono i repubblicani puri del genere Castelar, borghesi senza maschera, il cui primo obiettivo era di far piazza pulita del movimento operaio di cui fino allora si erano serviti, ma che a questo punto si era trasformato in un ostacolo. Si raccolsero due divisioni, di cui la prima, sotto il generale Pavìa, venne inviata contro l'Andalusia, la seconda, sotto Campos, contro Valencia e Cartagena.
«Il generale Pavìa si mise in movimento il 20 luglio. Il 24 Cordova venne occupata da un reparto composto da gendarmi e da soldati di linea al comando di Ripoli. Il 29 Pavìa attaccò Siviglia difesa da barricate, e il 30 o il 31 i telegrammi lasciano spesso sussistere dei dubbi circa queste date la città cadde nelle sue mani. Si lasciò alle spalle una colonna volante per assoggettare i dintorni e mosse contro Cadice, i cui difensori si erano arroccati soltanto attorno all'accesso alla città, che peraltro venne difeso debolmente per poi, il 4 agosto, lasciarsi disarmare senza opporre resistenza. Nei giorni seguenti egli disarmò, ancora una volta senza incontrare resistenza, Sanlùcar de Berrameda, San Roque, Tarifa, Algeciras e un gran numero di altre cittadine, ognuna delle quali si era costituita in cantone sovrano. In pari tempo inviò delle colonne contro Malaga, che capitolò il 3, e Granada, che capitolò l'8 agosto senza opporre resistenza, di modo che il 10 agosto, dopo neppure 14 giorni e quasi senza combattere, tutta l'Andalusia era sottomessa.
«Il 16 luglio Martìnez Campos scatenò l'offensiva contro Valencia. Qui l'insurrezione era stata iniziata dagli operai. Al momento della scissione dell'Internazionale spagnola, a Valencia i veri internazionali avevano mantenuto la maggioranza, e il nuovo consiglio federale spagnolo venne trasferito in questa città. Poco dopo la proclamazione della repubblica, quando le lotte rivoluzionarie apparivano imminenti, gli operai valenciani di orientamento bakuninista, diffidando dell'opera di pacificazione dei dirigenti barcellonesi mascherata dalle loro frasi ultrarivoluzionarie, proposero ai veri rivoluzionari di collaborare in tutti i movimenti locali. Quando scoppiò il movimento cantonale, entrambi, servendosi degli intransigenti, attaccarono immediatamente e scacciarono le truppe. Non si sa come fosse composta la Junta di Valencia; dai resoconti dei corrispondenti della stampa inglese risulta però che in essa come pure nelle brigate dei volontari valenciani predominavano nettamente gli operai. Gli stessi corrispondenti parlarono degli insorti valenciani con un rispetto che sono ben lungi dall'accordare agli altri insorti tra cui predominavano gli intransigenti; lodarono la loro disciplina, l'ordine che regnava in città e profetizzarono una lunga resistenza e una dura lotta. Non si sbagliarono. Valencia, una città aperta, resse gli attacchi della divisione di Campos del 26 luglio fino all'8 agosto, quindi più a lungo dell'Andalusia nel suo insieme (...)
«Qual'è ora il risultato di tutta la nostra indagine?
«1. Non appena si sono trovati di fronte una seria situazione rivoluzionaria, i bakuninisti sono stati costretti a sbarazzarsi di tutto il loro programma tradizionale. Dapprima sacrificarono la dottrina dell'obbligo dell'astensione politica e in particolare dell'astensione elettorale. Poi seguì l'anarchia, l'abolizione dello Stato; invece di abolire lo Stato, tentarono piuttosto di creare un gran numero d piccoli, nuovi Stati. Poi rinunciarono al principio che gli operai non debbono partecipare ad alcuna rivoluzione la quale non abbia come fine l'immediata e completa emancipazione del proletariato, e parteciparono a un movimento puramente borghese e dichiaratamente tale. Infine violarono un principio che avevano appena enunciato: che la costituzione di un governo rivoluzionario non è altro che un nuovo inganno e un nuovo tradimento della classe operaia, figurando tranquillamente nei comitati governativi delle singole città, e per di più quasi ovunque nella veste di una minoranza importante, dominata numericamente e sfruttata politicamente dai borghesi.
«2. Questo rinnegamento dei principi predicati fino ad allora ha però avuto luogo nel modo più vile e menzognero, sotto la pressione della cattiva coscienza, di modo che né i bakuninisti stessi, né le masse da essi guidate entrarono nel movimento con un qualsiasi programma né sapevano più in generale quello che volevano. Quale ne fu la conseguenza naturale? Che i bakuninisti o impedirono ogni movimento come nel caso di Barcellona; o vennero spinti in insurrezioni isolate, prive di un piano e stupide, come ad Alcoy e a Sanlùcar de Berrameda; o anche, che la direzione dell'insurrezione cadde nelle mani degli intransigenti, come è avvenuto nel caso della stragrande maggioranza delle insurrezioni. Le proclamazioni ultrarivoluzionarie dei bakuninisti, non appena si venne all'azione si trasformarono quindi o in insurrezioni prive a priori di ogni prospettiva, e nell'accodamento a un partito borghese che sul piano politico sfruttava ignominiosamente gli operai e per di più li trattava a calci.
«3. Dei cosiddetti principi dell'anarchia, della libera federazione di gruppi indipendenti ecc. non rimane altro che una smisurata e insensata frantumazione dei mezzi di lotta rivoluzionaria, la quale ha permesso al governo di impadronirsi con pochissime truppe, senza quasi incontrare resistenza, di una città dopo l'altra.
«4. La fine della canzone fu non soltanto che la bene organizzata e numerosa Internazionale spagnola la falsa come la vera venne coinvolta nel crollo degli intransigenti ed è oggi di fatto dissolta, ma anche che le vengono attribuiti gli innumerevoli, immaginari eccessi senza i quali il filisteo di tutti i paesi non riesce a concepire un'insurrezione operaia, e che a causa di ciò la riorganizzazione internazionale del proletariato spagnolo è resa impossibile, forse per anni.
«5. In sintesi, in Spagna i bakuninisti ci hanno offerto un insuperabile esempio di come non si deve fare una rivoluzione».
* * *
Abbiamo visto come le idee anarchiche fossero diffuse dall'Alleanza
in nome dell'Internazionale dato che per gli operai spagnoli organizzazioni
tanto antitetiche erano presentate come coincidenti. Leggere oggi gli insegnamenti
di Engels ci fa inevitabilmente pensare alla grande menzogna stalinista
e alle sue nefaste conseguenze nell'atteggiarsi a comunista e a marxista,
stavolta non a scala spagnola ma internazionale.
Del fondamentalismo islamico in Algeria, e negli altri paesi magrebini in generale, da un po' di tempo non se ne parla più salvo in occasioni di gravi fatti delittuosi come se il problema si fosse esaurito da sé, lasciando intendere che la situazione stia tornando lentamente sotto controllo, rimuovendo così le cause che lo hanno generato. Tutt'al più l'attenzione è concentrata sull'eterno ed insolubile calvario della questione palestinese, che rappresenta un capitolo a parte. La stampa borghese si stanca facilmente di un argomento ed è sempre a caccia di novità sanguinolente da prima pagina. Per questa sete vampiresca in questo scorcio di fine millennio non c'è che l'imbarazzo della scelta; tutto il pianeta sottomesso al dominio del capitalismo offre occasioni sensazionali.
Il nostro Partito ha costantemente seguito tutti gli avvenimenti con il metodo che lo contraddistingue: niente sensazionalismi o fretta di pubblicare saggi per primi a tutti i costi, mente fredda e correttezza rispetto il nostro metodo materialistico per la lettura di ogni avvenimento politico ed economico. A noi, al di là di ogni tragico aspetto che i conflitti sociali provocano, preme innanzi tutto conoscere quale ruolo e compito storico svolge il proletariato locale per la sua difesa, come si organizza, quale alleanze tattiche è costretto a subire se le sue forze non sono sufficienti per lo scontro ed infine quali prospettive e possibilità di vittoria ha.
Abbiamo letto l'esperienza algerina di questi anni con questi criteri ammettendo fin dall'inizio che il fenomeno generato dalla pesante crisi economica in corso nasceva abbagliato da ricorrenti putride istanze religiose, come avvenne in Iran vent'anni orsono. La nostra attesa era che il movimento si liberasse dalla pesante zavorra coranica per percorrere, pur fra mille difficoltà, la genuina strada della lotta di classe; proletariato e classi in via di divenirlo contro capitalisti e fondiari locali o stranieri che fossero. Così, al momento, non è stato anche perché il proletariato europeo, suo fratello maggiore, più forte ed esperto, è stato bloccato in casa dalla medesima crisi nel tentativo di difendere i pochi privilegi rimasti; tutti i suoi nemici di destra e di sinistra inoltre hanno saputo organizzare sapientemente una campagna di «informazione» incentrata prevalentemente sugli eccidi allo scopo, come fu per la spartizione dell'ex Iugoslavia, di creare un diffuso senso di paura ed incertezza, occultare la varie cause del conflitto che avrebbero potuto accomunare i lavoratori delle opposte sponde del Mediterraneo. In questo senso il terrorismo politico qui come altrove, con le sue vittime e le conseguenti catene di vendette e ritorsioni, si è riconfermato strumento ben collaudato per contrapporre e confondere il proletariato.
Il fondamentalismo islamico è stato temporaneamente arginato nel Maghreb, ma quella stessa crisi che lo aveva generato si è ulteriormente aggravata, continua la sua opera di devastazione e tutto ciò fa prevedere un ulteriore sovvertimento ben più ampio di quello appena trascorso: si prepari per tempo tutto il proletariato sotto la guida del suo Partito Comunista.
Tutte le notizie che giungono dai paesi islamici ci sono sempre presentate come conflitti etnico-religiosi. Così fu per l'attentato del febbraio 1994 al presidente iraniano, lo sciita Rafsanjani, da parte di un sunnita e frettolosamente un nostrano telegiornale in assenza di ulteriori notizie mostrava una scarna scheda sulle condizioni economiche: disoccupazione = 30%; inflazione = 100%; prezzo del greggio = -25% rispetto l'anno precedente. Fame o fede quindi?
Anche i fatti di Algeria dopo la vittoria elettorale del FIS (Fronte di salvezza islamico), il