– LE CAUSE STORICHE DEL SEPARATISMO BASCO [ - 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - ].
– IL
FONDAMENTALISMO
ISLAMICO NEI PAESI DEL MAGHEREB [ -
1 - 2 -
3 - 4 - ]
UNA FUORVIANTE
PROSPETTIVA
PER IL PROLETARIATO: NEL GRANDE MAGREB:
Marocco,
una relativa stabilità - Tunisia fra crisi e fondamentalismo -
Mauritania,
verso l'Africa più povera - Il «Libro Verde» di
Gheddafi.
– L'OPPOSIZIONE PROLETARIA E
SOCIALISTA
ALLA GUERRA DI LIBIA DEL 1911
In appendice: - TRA PACE E GUERRA
('L'
Avanguardia', 17 novembre 1912)
- LA FINE
DELLA GUERRA
DELL'ITALIA CONTRO LA TURCHIA (Lenin, 28 settembre 1912)
- CONTRO LA GUERRA MENTRE LA
GUERRA DURA
('L'Avanguardia', 25 agosto 1912)
- IMPERIALISMO
E SOCIALISMO
IN ITALIA (Lenin, 'Kommunist', n. 1-2)
– L'IMPERIALISMO ITALIANO GUARDA AD EST.
– Appunti per la Storia
della Sinistra: IL PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALISTA -
ROTTURA
DEFINITIVA CON IL NAZIONALCOMUNISMO [ nn.
42
- 43 - 44 - 45
- 46 - 47
- 49 - 50
].
– Dall'Archivio
della Sinistra:
Dopo il convegno di Torino:
Il Partito ai lavoratori italiani (Battaglia Comunista,
1946).
Vede la luce, il quarantatreesimo numero della Rivista, in concomitanza con la canea che è stata sollevata per la borghese e spregevole consuetudine degli anniversari, vera occasione di marketing ideologico, che ha preso a pretesto questa volta la rivoluzione di Russia ed i formidabili e drammatici accadimenti che ne sono seguiti.
Intendiamoci, ammettiamo tranquillamente che cose corrette, storicamente parlando, possano trovarsi in moltissimi testi e studi sull'argomento; corre però l'obbligo di affermare che quest'ultima ondata strabocchevole di guano ha solo scopo propagandistico, e si esaurisce nella gara a chi sputa più veleno o la dice più pesante e sonora; e per molti di questi autori, si tratta anche di rifarsi 'certa verginità', e riallinearsi agli odierni andazzi politici ed ideologici.
Da tempo il 'vento è cambiato'; se anni fa il marxismo, in varie salse e rivisitazioni – invero una più spregevole e carogna dell'altra – era di prammatica per la storiografia ela cultura in genere, oggi fortunatamente – per la Rivoluzione ed il Comunismo – il solo mostrare minima inclinazione per simili temi è rigorosamente bandito in ogni manifestazione, parlata o scritta. Trascorsi ottanta anni dall'Ottobre, ora che il rubinetto delle mazzette d'oltre cortina ha chiuso da tempo il suo getto, e si sono anche completamente esaurite le possibilità di carriera con la cultura 'marxistica', è diventato d'obbligo, per aver successo nel campo culturale ed accademico e continuare parimenti ad ingozzarsi alla greppia messa a disposizione dal mondo borghese per i suoi sicofanti, rovesciare tutto il fango possibile sull'orribile passato, dimostrare la fallacia di principio dell'idea, negare ogni ipotesi e teoria di riscatto sociale, barare su tutto quanto sia possibile e se proprio anche la minima decenza e dignità di analisi indicasse qualcosa di diverso, inventarsi infine quanto storiografia onesta non possa minimamente confermare.
Ecco allora che sulle pretese macerie della 'utopia sanguinaria' di questo inizio secolo, come la chiamano professori, scrittori e giornalisti d'ogni corrente, si è scatenata campagna furibonda che si appoggia su ogni fatto ed argomento che possa tornare utile, ed impiega un'ampia, accurata e ben orchestrata 'campagna' di convincimento su tutti i sistemi di comunicazione che la borghesia ha a disposizione. Nella più rigorosa applicazione dello stile ragioneristico-industriale oggi in voga per ogni aspetto dell'umano vivere ed operare, si applica la contabilità dei vivi e dei morti per decidere se e quando i diversi fatti della Storia siano stati 'produttivi', e misurarne il successo. Per certi aspetti desta anche divertimento osservare con quanta buona volontà schiere di professori, pensatori e praticanti dello scrivere che in altra temperie avrebbero elevato – ed hanno elevato – struggenti peana al radioso futuro dell'umanità, ed oggi invece rigorosamente al servizio della sempiterna democrazia d'occidente, consumano il loro tempo in questa attività di demolizione di ciò che è andato a catafascio per conto suo.
Qualcuno dei più arditi è arrivato insino a teorizzare la fine della Storia (con la 'S' maiuscola) come conseguenza del crollo dell'impero del male ad est; ma sono vette di ardimento teoretico che non tutti si sentono di scalare. Altri, più modestamente, si interrogano se le idee che stavano alla base, siano' colpevoli' quanto lo sono stati i 'realizzatori' nella prassi, e nell'ansia di tanto definire e comprendere arrivano fino a porsi angosciosi interrogativi... sulla rivoluzione francese (anno di grazia 1789). Di questo passo, perchè non spingersi oltre, tanto per dire, alla guerra dei Trenta anni, alla caduta di Costantinopoli, alla guerra dei Cento anni, alla caduta dell'impero romano d'occidente, e via di questo passo. Ci vuole davvero una formidabile faccia tosta per produrre scemenze di questa risma, e sopravvivere come se niente fosse!
Ma non basta. Da 'sinistra', ci sono anche dei begli spiriti che si sono calcolati, sia pure con dichiarato margine d'errore, i morti ammazzati per 'comunismo' di questo dolente secolo; 60 milioni, no, erano 50, no, conti più accurati dicono 85. E la grancassa giornalistica martella ed amplifica tutta questa gran dottrina da rotocalco, questa storiografia da romanzone d'appendice.
Tant'è, i tempi sono cambiati; gli storici borghesi che hanno affrontato negli anni passati, dal loro punto di vista, la gran questione della Rivoluzione d'Ottobre, dello Stato sovietico e dell'Internazionale, operando nel clima difficile dei tempi della guerra fredda e del grande scontro 'ideologico' si sono volutamente mantenuti 'alti ed imparziali', per non parer troppo di parte e forzare con la polemica i loro lavori. La polemica invero ce la mettiamo noi, affermando che questi studiosi, sia pure dalla loro parte della barricata, storiografia sul serio la facevano.
Oggi però che non solo baffone Stalin e morto e sepolto, ma anche i suoi epigoni, uno peggio dell'altro, hanno fatto bancarotta e l'opera che a lui ed ai suoi predecessori si
pretende iscrivere è crollata senza rimedio, la storia viene rivista col solo fine di celebrare le magnifiche sorti e progressive del migliore dei mondi possibili, che ha alla fine trionfato sull'osceno demone del comunismo, cui sono ascritte tutte le infamie, tutte le colpe e tutti i fallimenti del secolo.
Verrebbe davvero da chiedersi perché di tanto accanimento, se ormai il fallimento è così apertamente manifesto e i rottami sono ancora sul campo, se tutti i reduci di quella sciagurata avventura hanno cambiato radicalmente casacca o sono spariti nel gran polverone, tanto in loco che nei paesi liberi. L'argomento è davvero tanto di moda, tanto importante, da giustificare simile spiegamento d'ingegni e risorse? La domanda è retorica; quel che conta è infangare, strappare da cuori e menti anche la memoria del comunismo, la forza eversiva di quell'idea. E del pari, togliere ogni speranza, e rendere più solido il terreno, sul piano ideologico, per i colpi, e non più ideologici, che si preparano contro la classe – parola non più di moda, ma oramai grazie al cielo solo della nostra tradizione rivoluzionaria – operaia, da portare ad un terzo macello mondiale.
Non tocca certo a queste poche righe d'introduzione ai risultati
teorici del lavoro di Partito, difendere l'onore della Rivoluzione e
del
Comunismo, infangato e abbattuto ben altrimenti dallo stalinismo, dalla
teorizzazione del socialismo in un solo paese, dalla violenza omicida
del
partito degenerato contro gli stessi compagni che non vollero piegarsi
all'infamia ed al tradimento dei principi, infinitamente più
pesanti
e drammatici che non le pisciate pseudostoriche di simili bande di
venduti
alla democrazia borghese, ai suoi miti e atroci violenze, pari come
natura
ed effetti a quelle che pretenderebbero stigmatizzare. Troppo facile
per
noi, e tanto più enorme il numero, se volessimo noi comunisti
conteggiare
i morti, e non soltanto di ieri, bensì di oggi, di questo
preciso
momento, causati dalla cosiddetta democrazia capitalistica, che per la
sua sopravvivenza massacra giornalmente tre quarti dell'umanità,
per accrescere a dismisura la massa del lavoro morto e dare un
illusorio
benessere dei suoi schiavi. Lasciamo questa gente, che solo ieri
civettava
sconciamente con i veri affossatori della Rivoluzione e del Comunismo,
gli stalinisti ed i loro epigoni, ed oggi dimentica per rifarsi il
belletto
ideologico, e pare andare in deliquio al solo udire le parole
Rivoluzione,
Comunismo, al solo parlar di violenza levatrice di Storia; lasciamo
questa
gente finalmente alla classe che li foraggia, e riconosciamoli infine
come
avversari manifesti. Al lavoro, compagni.
Seguito del rapporto, esposto alla riunione di Torino
dell'ottobre
1996.
L'industrializzazione e i suoi effetti
Come osservato nella prima parte, pubblicata nel precedente numero di questa rivista, la sconfitta militare del carlismo, e degli interessi di classe da esso rappresentati, aveva sgombrato il terreno per una profonda trasformazione economica e sociale nel Paese basco. Questo processo non interesserà nella stessa misura tutte le province, per prime saranno la Biscaglia (Vizcaya), e in minor misura la Guipuzcoa (regione di San Sebastian), a raggiungere il maggiore sviluppo industriale.
La crescita industriale basca in questa fase ha il colore grigio del ferro. Da tempi remoti, fin dalla invasione romana, i giacimenti cantabrici di minerale di ferro furono oggetto di interesse. Ciononostante il terreno impervio e scarso di vie di comunicazione impedì l'esplorazione completa dei giacimenti da parte di Roma, che si impossessò di miniere più accessibili in altre zone della Spagna e dell'Impero.
Fu con lo sviluppo della società industriale capitalistica il ferro di Biscaglia, povero di fosforo, fu richiesto massicciamente dall'industria siderurgica europea, specialmente dall'Inghilterra, e non fu certo scarso l'apporto di capitali stranieri, soprattutto inglesi, nell'industria mineraria basca. Questo attivo commercio procurò ai proprietari delle miniere una grande accumulazione di capitale, favorita dai provvedimenti del governo di Madrid, come, per esempio, una nuova riduzione delle imposte sulla produzione del ferro, concessa al termine della guerra carlista nel 1876. Ma già un decreto del governo aveva ridotto a partire dal primo gennaio 1863 le imposte forali che rendevano impossibile la vendita del ferro fuori della Biscaglia. Poco a poco le redini del potere economico e politico andavano passando pienamente nelle mani di questo settore dell'alta borghesia basca, che andava legando i propri interessi in modo indissolubile con il resto dell'oligarchia spagnola ed anche europea. Questo doppio fatto, l'impossessarsi del potere economico e del potere politico a detrimento degli sconfitti jaunchos, sarà uno dei fattori determinanti nel nascere dell'ideologia nazionalista.
Nella misura in cui cresceva la domanda di minerale da parte dell'industria europea cresceva la produzione di ferro in Biscaglia. In solo dieci anni, dal 1870 al 1880, con la parentesi forzata della terza guerra carlista, la produzione di ferro passò da 250.000 a 2.683.000 tonnellate. Simile incremento trasse con sé lo sviluppo dell'industria di trasformazione siderurgica, e un miglioramento e ampliamento delle vie di comunicazione, in particolare ferroviarie e dei porti: quello di Bilbao stava diventando uno dei principali porti spagnoli.
In questo periodo il Paese basco registra il maggiore incremento demografico di tutta la Spagna, la massima densità di vie ferrate, il massimo investimento e accumulazione di capitale e il massimo sviluppo nella immatricolazione di bastimenti.
Non è questo un caso un po' atipico di colonialismo?
Come
abbiamo già visto il marxismo stabilisce che l'aspetto
principale
che caratterizza un regime di sfruttamento coloniale è
esattamente
l'impossibilità materiale che la colonia possa sviluppare le
proprie
forze produttive in senso moderno e capitalista a causa
dell'oppressione
esercitata dalla metropoli. Tenendo questo in conto, tutta
l'impalcatura
teorica che regge l'ipotesi del presunto carattere coloniale della
presenza
spagnola nel Paese basco, così come in Catalogna, crolla davanti
alla realtà dei fatti e dimostra il suo carattere antistorico.
L'irrompere del proletariato moderno
La grande richiesta di braccia nelle miniere di Biscaglia attrasse numerosi proletari di altre regioni spagnole, sopratutto dalle zone limitrofe, i quali, in fuga dalla miseria secolare dei contadini poveri iberici, aspiravano a migliorare le loro condizioni di esistenza. Erano chiamati maketos perché mako era chiamato, nella zona mineraria di Biscaglia, il fagotto nel quale i proletari delle altre regioni portavano i loro miseri averi. Da allora il termine è stato impiegato, con intento dispregiativo, dai nazionalisti per indicare chi non è originario del Paese basco.
Nelle miniere di Biscaglia si pagavano salari migliori che in altre zone minerarie spagnole, però questo si accompagnava a brutali condizioni di lavoro e di esistenza e ad uno sfruttamento feroce, simile a quello di cui riferiva Engels cinquanta anni innanzi nel suo classico libro sulla situazione della classe operaia inglese. Oltre a sottostare a una durissima giornata di lavoro, che solo lo sciopero delle miniere del 1890 riuscirà a ridurre a 10 ore, i lavoratori erano ammucchiati in baracche o in tuguri carenti delle minime condizioni igieniche. Così descriveva tali locali infetti un periodico di Bilbao nel 1894: «Costruzioni di tavole di legno, con vani ristretti dove vivono affastellati esseri umani, quasi senza luce poiché le finestre sono strettissime; stare all'interno di quelle abitazioni è insopportabile per soli cinque minuti tale è l'odore che vi si sente». Oltre a questo la paga in molti casi si effettuava tramite dei vaglia con i quali i minatori erano obbligati a far acquisti negli spacci dell'impresa, originandosi in questo modo abusi e frodi di ogni tipo (truck-system).
In un primo momento le reazioni operaie contro il bestiale sfruttamento capitalista si manifestarono, proprio come riconosce il Manifesto, in lotte isolate che presto misero in evidenza la necessità di un'organizzazione più ampia. Lotte pioniere di questo tipo apparirono già nel 1872 con lo sciopero degli operai della fabbrica Nuestra Señora del Carmen in Baracaldo, o lo sciopero dei panettieri di Bilbao nel 1884, sconfitto per l'impiego dell'esercito in sostituzione degli scioperanti. Le mobilitazioni operaie che ebbero luogo nel 1890 e il loro esito parziale contribuirono grandemente a dare impulso allo sviluppo in Biscaglia del Partito Socialista Operaio Spagnolo (PSOE) raggruppato intorno ad una figura carismatica, il toledano Facundo Perezagua Pérez. Questo, a seguito di rappresaglie padronali e per consiglio del massimo dirigente socialista, il sempre riformista Pablo Iglesias, si trasferì da Madrid nel Paese basco con l'obiettivo di creare nuovi nuclei socialisti. Nel giugno 1886 si costituì la Agrupaciòn Socialista di Bilbao.
Il grande sciopero del 1890 fu il primo episodio rivendicativo di grande respiro a rompere la pace sociale in Biscaglia. Il movimento si originò il 13 maggio spontaneamente nella depressione mineraria più vicina alla capitale basca, Bilbao, con la richiesta della chiusura delle baracche, del truck-system, la riassunzione degli operai licenziati e la giornata di otto ore. I minatori impedirono, con grandi picchetti l'ingresso al lavoro dei crumiri ed estesero lo sciopero ai centri metallurgici di Bilbao. Nella fabbrica La Vizcaya si ebbe una colluttazione con le forze dell'ordine borghesi con un morto e vari feriti. La risposta operaia fu la radicalizzazione del conflitto decretandosi per la prima volta in Biscaglia lo sciopero generale in tutto il settore minerario e delle fabbriche. Del carattere spontaneo e delle carenze organizzative di questo generoso movimento fanno fede le dichiarazioni del console inglese in Bilbao: «I minatori erano del tutto sprovvisti di fondi che gli permettessero di mantenersi».
La mediazione di Perezagua e dei socialisti indusse la rinuncia all'azione diretta proletaria e la trattativa di un compromesso che, nonostante tutto, si mostrava leggermente a favore dei lavoratori, benché restassero le nauseanti odiate baracche, la cui eliminazione avevano richiesto i minatori.
Gli organi di stampa riflessero bene lo spavento provato dalla borghesia grande e piccola per il movimento degli scioperi: «Il peggio è che i lavoratori hanno imparato che percorrendo vie simili a quelle ora sperimentate possono sperare in considerazione e giustizia» ('L'Imparziale' – nostre le virgolette – del 28 maggio 1890).
Molto presto però la borghesia poté provare che, per quel che si riferiva alla direzione del PSOE, i suoi timori erano in gran parte infondati. Approfittando dell'incarceramento di Facundo Perezagua, l'ala ultrariformista del PSOE, intenzionata ad arraffare la direzione del partito in Biscaglia, così si esprimeva: «Il partito socialista è un partito nascente, che prima di tutto cerca la legalità e non la turbativa dell'ordine ne lo sterminio dei borghesi, come questi credono», mettendo in chiaro che «siamo nemici dei disordini e non desideriamo che questi siano causati dal partito socialista» (José Aldaco ad un comizio a Bilbao il 14 giugno 1891). Presto questa sarà la linea dominante di quella organizzazione, favorita inoltre dalla direzione del partito e seguita da tutti, compreso Perezagua fino alla sua rottura nel 1921 per formare, insieme ad altri scissionisti, il Partito Comunista di Spagna.
Però l'atteggiamento dei socialisti baschi di fronte ai lavoratori in questo primo periodo dovette essere per forza diverso da quello tenuto dal comitato nazionale di Madrid. Seppure capitale dello Stato Madrid restava solo un centro burocratico-amministrativo con poche industrie, mentre Bilbao stava riunendo, come stava succedendo a Barcellona, tutti i requisiti che la faranno diventare la capitale industriale del Nord della penisola, e quindi centro attivo di un movimento operaio poco controllato organizzativamente dal Partito Socialista, e per questo assai tendente all'azione diretta. Però sia in Biscaglia sia in Catalogna sia a Madrid il virus del cretinismo parlamentare era penetrato profondamente dentro al Partito Socialista Spagnolo. Dal 1891, dopo il Congresso di Bilbao, la politica del partito si sottometterà al risultato elettorale, dando sempre più valore di fine in sé a quello che si considerava dapprima un mezzo, deviando e sacrificando le lotte operaie sull'altare di questo obiettivo, seguendo in questo le grandi correnti degenerative che iniziavano ad infettare ugualmente quasi tutti i grandi partiti socialisti europei.
I primi nuclei socialisti baschi non tarderanno ad estendersi dalla Biscaglia alla vicina Guipuzcoa: nasceranno sezioni socialiste a San Sebastian e a Eibar, con le loro industrie specializzate negli armamenti, centri industriali con maggiori percentuali di adesione sindacale di tutta la Spagna. Tuttavia in questo primo periodo gli scontri di classe fra proletariato e borghesia non raggiunsero in Guipuzcoa la virulenza registrata in Biscaglia: questo per diversi fattori ma il maggiore senza dubbio sarà l'inesistenza di miniere e baraccamenti in una struttura urbana differente che dava la possibilità a molti operai di origine contadina di continuare a conservare in parte il loro modo di vita tradizionale al di fuori dal lavoro.
Nel gennaio 1892 il non rispetto da parte dei grandi capitalisti dei
termini dell'arbitrato dettato dal generale Loma nel 1890 dette motivo
a un nuovo sciopero spontaneo, presto però inalveato dai
riformisti
del PSOE e la combattività dei lavoratori si vide sabotata dalla
direzione del partito sull'altare della politica elettorale.
Così
l'indirizzo conciliatore della direzione sarà l'unica politica
ufficiale
anche fra i socialisti baschi: nel 1894 il PSOE fece abortire uno
sciopero
dei minatori costringendolo nel rispetto della 'legalità'.
Questa
politica affatto conciliatoria sarà così apprezzata dal
periodico
di Bilbao 'El Nerviòn': «Si è andati molto
modificando
in quell'atteggiamento semirivoltoso nel quale il partito socialista
operaio
si collocava per chiedere l'approvazione delle riforme scritte sulla
sua
bandiera (...) Tali procedimenti sono stati abbandonati». E
in
modo irreversibile!
Fuerismo e Conciertos Econòmicos
Precedentemente abbiamo fatto menzione degli incontestabili vantaggi che le leggi forali conferivano fino dal Medio Evo alle province basche. Però l'irrompere del mercantilismo capitalista dimostrò molte di queste leggi urtassero apertamente con le necessità del nuovo modo di produzione. Quando si parla di fuerismo si deve chiaramente distinguere fra quello difeso dai grandi capitalisti baschi e l'altro che mostra un volto più popolare. Il fuerismo della grande borghesia non sarà altra cosa che pretendere maggiori vantaggi economici e fiscali dal governo di Madrid, approfittandone per ottenere la concessione dei Conciertos Econòmicos fin dal 1878. In questi si concordava una cifra globale da versare al governo lasciando libertà alle Commissioni Provinciali basche di riscuotere le imposte. Non occorre dire che, come succede ancor oggi, questi Conciertos favorivano gli industriali e i commercianti più ricchi, le imposte che colpivano le attività industriali e commerciali essendo molto minori di quelle che gravavano sulle altre attività, soprattutto quelle legate al mondo rurale.
Il processo di accumulazione capitalista nel paese basco alla fine del diciannovesimo secolo aveva propiziato una rapida concentrazione del potere economico e politico nelle mani di un ristretto numero di borghesi. Il peso anche a Madrid di questo settore della borghesia basca sarà tanto grande che imporrà al governo un forte protezionismo doganale per favorire la competitività dell'acciaio di Biscaglia sul mercato interno spagnolo, suo mercato naturale. Tale lo dichiarava apertamente la padronale Lega dei Fabbricanti di Biscaglia in una relazione presentata al Congresso dei Deputati in data 21 ottobre 1894 nella quale si affermava che l'industria «necessita imprescindibilmente di tutto il mercato spagnolo, che già è di per sé assai ristretto, che se fosse privata di esso le condizioni di produzione sono fatalmente tali che la condurrebbero senza rimedio alla sua completa rovina».
Gli interessi di quei grandi borghesi urtavano frontalmente non solo contro quelli del proletariato industriale ma anche con quelli di altri settori di una borghesia media e piccola che non erano per niente d'accordo con quella ripartizione del plusvalore estorto agli operai. In un primo momento, dopo la sconfitta del carlismo, questi settori di jaunchos scontenti, con l'appoggio di una massa contadina schiacciata dalle imposte e dai debiti, vanno raggruppandosi intorno al progetto fuerista. Questo sarà il fuerismo dal volto popolare.
Una delle principali richieste politiche di questo sarà la rivendicazione del ritorno allo status quo anteriore al 1876, o anche al 1839. È evidente che simili rivendicazioni reazionarie non erano se non il riflesso politico della insoddisfazione che fra i jaunchos provocavano i Conciertos Econòmicos contrattati fra l'oligarchia industriale e finanziaria basca e il governo di Madrid, suo alleato naturale. Espressione cinetica di questo scontento saranno i disordini di stampo fuerista avvenuti nell'inverno del 1893. La causa fu trovata nella pretesa del ministro delle Finanze Gamazo di aumentare i contributi fiscali nel successivo Concierto con le province basche e nella riorganizzazione militare col conseguente trasferimento della Capitaneria Generale da Vitoria a Burgos. Si ebbero numerosi morti e feriti in Alava e a San Sebastian.
È su questo fuerismo, erede diretto del carlismo,
sconfitto militarmente ma non ideologicamente, che si basano le fondamenta sulle quali più tardi, nel 1895, sorgerà l'edificio politico e organizzativo del Partito Nazionalista Basco (PNV).
L'evoluzione di questi nuclei di fueristi bizkaitarras,
promotori
intellettuali di una ideologia propriamente nazionalista con forte
retorica
separatista, è ciò che intendiamo riassumere nel seguito
(«Il fuerista, per esserlo davvero, deve essere
necessariamente
separatista», Sabino Arana, aprile 1894).
Nazionalismo basco e movimento operaio
Bizkaitarras, cioè abitanti di Biscaglia, si chiamarono in un primo momento, e non affatto casuale la scelta di questo nome. Già abbiamo visto che fu precisamente la Biscaglia la zona del Paese basco dove più crudelmente si mostravano gli effetti del moderno capitalismo industriale e dei suoi antagonismi di classe. Il fragile equilibrio del mondo rurale basco andò a pezzi davanti all'irrompere delle nuove forze produttive e delle componenti classiste che le erano proprie. Per questo il rimpianto di un mondo rurale idilliaco marcherà in modo determinante questa prima tappa del nazionalismo basco e di tutta la produzione intellettuale e artistica che lo accompagna.
Una forte componente anticapitalista appare in quei primi anni. Si tratta però di un anticapitalismo assai contraddittorio giacché, se da un lato le critiche verso l'industrialismo saranno aspre e frequenti, dall'altro, e non poteva essere altrimenti trattandosi di borghesia media e piccola, vi è una irresistibile attrazione verso il mondo dello sfruttamento e del profitto. Non è difficile incontrare giudizi del genere: «Preghiamo Iddio che sprofondano nell'abisso i monti di Bizkaya con tutto il loro ferro! Che sia povera la Bizkaya, che non abbia che campi e bestiame e saremo allora patrioti e felici!» (Sabino Arana, 1895). Si potrebbe obiettare che appaiono attività assai lontane non solo dall'Euskadi ma anche dai pacifici lavoratori delle campagne, le speculazioni in Borsa e l'avventura industriale dei fratelli Arana, fondatori ufficiali del PNV, nella loro società mineraria Abertzale, Patriota, ma situata in piena Maketonia, nelle miniere del Ibor in Estremadura. Euskadi è un neologismo inventato da Arana per indicare il territorio che il medesimo considerava come basco. La simbologia impiegata dai nazionalisti trova la sua origine nelle invenzioni dei fratelli Arana e dei loro affiliati, come fu per la ikurria, la bandiera, e con la depurazione linguistica e storica.
Inoltre, nelle critiche aspre che si lanciarono in quegli anni contro il capitalismo da parte dei settori nazionalisti, risultano evidenti due cose: l'impotenza del settore fuerista-nazionalista della borghesia, arrivato tardi alla spartizione della torta, e, un feroce odio antiproletario che, con netti caratteri xenofobi e razzisti, ricadrà sopra i proletari sfruttati arrivati in Euskadi dalla Maketonia.
Uno degli aspetti caratteristici del nazionalismo basco, benché attualmente nascosto dal maquillage ad uso elettorale, è l'opposizione frontale agli operai, in prevalenza provenienti dalle altre regioni, e alle loro mobilitazioni tendenti a mitigare il brutale sfruttamento patito. Il dotto nazionalista Engracio de Aranzadi ci spiega, con rigore scientifico, la vera origine della emigrazione maketa in Biscaglia e le sue analogie storiche: «Quella invasione del quinto secolo, tanto vivamente descritta dagli storici, vediamo riprodursi oggi, barbara e selvaggia come quella, però con la essenziale differenza di essere questa sospinta da Satana, quando quella germanica fu diretta dalla ammirabile e sapientissima Provvidenza Divina». Dopo aver equiparato gli operai con le orde di Pedro Botero (come farà Franco 40 anni dopo) ecco qui Sabino Arana a rimproverare ai capitalisti di aver favorito l'invasione maketa nella placida Euskadi: «Questa invasione maketa, gran parte della quale è venuta nella nostra terra col vostro appoggio, per sfruttare le vostre miniere e servire nelle officine e nel commercio, questa perverte la società bizkaina, poiché cometa è questa che non porta con sé che immondizia e non è presago che di calamità: spietatezza, ogni genere di immoralità, blasfemia, crimine, libero pensiero, miscredenza, socialismo, anarchismo... tutto questo è opera sua» (1895).
Come prova della invasione maketa Sabino Arana aveva allora effettuato una minuziosa indagine sulla purezza razziale di una città avvelenata etnicamente come Bilbao. Questi risultarono i nomi più comuni fra gli abitanti di Bilbao nel 1893: tra gli Euskericos - Echevarria 716, Aguirre 369, Arana 349, Zabala 290 - totale 1.724; tra gli spagnoli - Garcia 995, Fernandez 892, Martinez 864, Gonzales 786 - totale 3.537. La meticolosa e risolutiva indagine (esempio di attività intellettuale al servizio di una pulizia etnica) verrebbe a rimarcare, secondo Arana, con la forza dei numeri il carattere invasore dei maketos. È certo che il finale in ez o in iz di molti nomi castigliani non significa altro che 'figlio di...': il figlio di Fernando era chiamato Fernandez, il figlio di Martin, Martinez, ecc. Le fonti documentali medioevali del Paese Basco e della Navarra ci mostrano un panorama di patronimici pieno di simili esempi, prova irrefutabile di quanto si affermava nella prima parte di questo lavoro circa la trasformazione del latino volgare in territorio basco fino a configurare una serie di lingue romanze la cui convivenza con i dialetti baschi e databile da molti secoli.
Evidentemente non andremo oltre a ribattere una per una le falsificazioni di ogni tipo sopra le quali i fratelli Arana e i loro compari hanno costruito in vitro la epopea nazionale basca. Le basi di tanto voluminosa impresa sono tratteggiate nella prima parte di questo lavoro.
Dimostriamo qui invece il ruolo antiproletario e antisocialista svolto dai bizkaitarras, in ciascuna delle fasi del loro sviluppo organizzativo, fasi che vanno ad essere determinate dalla congiuntura economica e sociale spagnola.
Non può stupire che, mancando di organismi genuinamente classisti, le basi xenofobe e propriamente razziste dei nazionalisti provocassero negli operai provenienti da altre regioni un sentimento di odio e avversione verso tutto ciò che è basco. I dirigenti del Partito Socialista si fecero partecipi di questo, dimostrando ancora una volta di non essere all'altezza della dottrina e del programma del marxismo. È certo che molti operai di origine basca erano meglio trattati dai padroni, però questo fenomeno, lì dove si dava, non aveva alcuna connotazione razziale né etnica. Una parte degli operai baschi, prevalentemente di origine contadina e sottomessi all'influenza dei preti, si mostravano in un primo momento più docili e sottomessi al padronato, e questo apriva la prima breccia fra essi e i lavoratori provenienti da altre zone della Spagna. Questa divisione fu fondamentale per le aberranti teorie dei bizkaitarras e per la inadeguata replica del partito socialista, che invece di condurre una politica di avvicinamento fra tutti i lavoratori, senza escludere la lingua madre degli operai baschi, cadde nella trappola tesa dai nazionalisti.
Vediamo come impostava Sabino Arana la 'intesa' fra lavoratori nativi e forestieri: «I baserritarras (i proletari baschi di origine contadina, ndr) (...) devono unirsi e associarsi con la feccia del popolo maketo, così corrotto nelle città, ancor più degradato nelle campagne?». E rispondeva, rivolto a questo operaio baserritarra: «Se realmente aspira a distruggere la tirannia borghese (...) dove meglio che nel nazionalismo, che è la dottrina dei suoi antenati, la dottrina del suo sangue, potrà ottenerlo? E se anche del partito nazionalista si sospetta e si teme che abbia nel suo seno differenze fra borghesi e proletari, fra capitalisti e operai, perché gli operai euskerianos non si associano fra di sé separandosi completamente dai maketos escludendoli in assoluto per combattere contro la dispotica oppressione borghese che tanto giustamente cercano? Non comprendono che, se odiosa è la dominazione borghese, più odiosa ancora è la dominazione maketa?». (1897).
Di fronte a questo intento chiaramente ipocrita di dividere la classe lavoratrice, i dirigenti del PSOE risposero, nella maggioranza dei casi, non solo con una politica di critica poco dialettica del reazionario nazionalismo basco ma anche, e quel che è peggio, di opposizione aperta a tutto ciò che era basco, compresa la lingua. Questo fatale errore di valutazione teorica e tattica gettò molti operai baschi fra le braccia dei nazional-clericali, e le sue conseguenze dureranno, come vedremo più avanti, fino ai nostri giorni.
All'interno di questa lotta politico-elettorale fra il PSOE e i bizkaitarras e soprattutto per il timore che suscitavano fra i borghesi di ogni genere le massicce e a volta violente mobilitazioni operaie, si aprì un dibattito dentro il PNV per trovare la maniera di affrontare la questione. Sabino Arana incaricò il suo giovane pupillo Tomas Meabe di studiare il socialismo con l'obiettivo di conoscerlo meglio per potergli assestare colpi più centrati. Questo lavoro di studio dette i suoi frutti tanto che poco dopo Meabe abbandonava le file nazionaliste per integrarsi nel Partito Socialista del quale diventava certo uno dei maggiori propagandisti, benché tendesse con eccessiva frequenza verso un anticlericalismo semplicione che poco aveva a che fare con la critica marxista del fenomeno religioso.
Alla fine del secolo scorso, in seguito alla guerra di Cuba e delle Filippine, il governo spagnolo represse ogni tentativo di separatismo. Così il governo civile di Biscaglia fece chiudere il periodico 'Bizkaitarra' e mise in carcere diversi capi nazionalisti fra i quali Sabino Arana. In ogni modo il trattamento che ricevettero era molto migliore di quello offerto dallo Stato borghese agli operai. Il settimanale socialista di Bilbao 'La Lucha de Clases' del 28 settembre 1895 ironizzava su questo trattamento di favore, riflesso evidente che nonostante tutto i bizkaitarras non cessavano di essere i figli discoli della borghesia: «Sono tanto buoni i nostri 'rappresentanti' che non possono sopportare un'ingiustizia. I giovani della stampa li appoggiano e chiedono clemenza per essi. È che i giornalisti si irritano per qualsiasi arbitrio. È vero che quando sono operai e socialisti i perseguitati ingiustamente, né i deputati si commuovono né la stampa si preoccupa di loro. Vero è anche che i rampolli di Euskeldun (Euskeldun Batzokija, società patriottica antecedente al PNV, ndr) appartengono a famiglie distinte. Per questo esistono le classi».
Tuttavia, nonostante il clima di guerra aperta a Cuba e nelle Filippine, e le sempre maggiori tensioni con il futuro supergendarme mondiale, è certo che il PSOE contrattò la pace sociale con il governo, non sabotando la guerra e praticando un platonico pacifismo, in cambio di alcuni miglioramenti nelle condizioni di lavoro per la classe operaia. Questa pace sociale si romperà nel 1898, con gran cordoglio dei riformisti, con la ripresa delle lotte operaie a seguito della crisi economica e delle conseguenti carestie.
In occasione dello sciopero degli operai della Deputazione di Biscaglia, nel marzo 1898, i dirigenti del PSOE adottarono la seguente posizione: «Noi siamo i primi a lamentare questa forma di fare gli scioperi, poiché se gli operai della Deputazione, per se stessi, dichiarano uno sciopero, essi soli lo devono continuare, contando unicamente nell'appoggio morale e pecuniario di tutti gli operai delle miniere, che debbono rimanere al lavoro». Si trattava, e non era il primo caso, di uno sciopero spontaneo liberamente deciso, in questa occasione dagli operai della Deputazione, che usciva dal quadro stabilito dai riformisti che non era altro che il mantenimento ad oltranza della pace sociale. Lì dove scoppiavano lotte spontanee ne prendevano subito la direzione perché non andassero mai al di là dei limiti segnati dalla strategia elettorale del partito.
Così, nonostante evidenti manovre elettorali arrangiate dai grandi cacicchi baschi Chavarri e Martinez Rivas alle elezioni del marzo 1898, la direzione socialista si mostrò ferma nelle sue convinzioni: «La via della violenza non dobbiamo mai percorrerla, né mai abbandonare l'esercizio dei nostri diritti». Posizione rimarcata mesi dopo dal patriarca del socialismo spagnolo Pablo Iglesias, dato che secondo lui la borghesia «si deve convincere di una cosa: che noi non tentiamo di portarle via il potere con i mezzi che essa impiegò, la violenza e il sangue, ma con gli strumenti del diritto». (1898).
Alla fine della, per ovvie ragioni, breve guerra fra la Spagna e gli Stati Uniti un'ondata di scioperi scosse tutto il paese fino al 1903. Nel luglio del 1899 dilagò lo sciopero generale in Biscaglia per il licenziamento di alcuni lavoratori da Altos Hornos. Il rifiuto della direzione del PSOE di estendere lo sciopero fece sì che questo movimento rivendicativo terminasse in una completa sconfitta operaia. Questo si tradusse in una notevole diserzione dei lavoratori dall'organizzazione sindacale socialista, la UGT. I bizkaitarras, da parte loro, espressero molto chiaramente la loro posizione rispetto al conflitto: «Non possiamo fare a meno di vituperare la condotta codarda e perfino criminale seguita dagli scioperanti».
Nonostante i miserabili intenti dei riformisti, nell'ottobre 1903 scoppiò un formidabile sciopero nelle miniere che provocò l'instaurazione dello stato di guerra in tutta la Biscaglia. Si ebbero, fra incidenti di vario tipo, le note azioni anticlericali che tanto hanno caratterizzato il movimento operaio spagnolo: l'immagine di Santiago fu oltraggiata, Sant'Antonio fu abbattuto e San Lorenzo finì a mollo nelle per niente raccomandabili acque dell'estuario bilbaino. I lavoratori riuscirono a paralizzare completamente Bilbao e un gigantesco picchetto di 3.500 minatori impose lo sciopero ad Altos Hornos, nonostante fosse custodito da reparti militari. Un lodo del generale Zappino, inviato espressamente da Madrid, decretò l'abolizione delle immonde baracche dei minatori e il pagamento settimanale dei salari, benché il lodo fosse rispettato, come era abituale, in modo un tantino irregolare dal padronato delle miniere.
La risposta dei nazional-clericali non si fece attendere. Al vecchio stile degli oltremontani carlisti, i consiglieri del PNV e lo Ayutamiento di Bilbao presentarono una mozione sollecitando che «i rappresentanti della proprietà, delle banca, dell'industria, del commercio e del lavoro dispongano della competente autorizzazione di Stato per armarsi, sia divisi per distretti sia individualmente». Vediamo che, di fronte al pericolo operaio, i nazionalisti non esitano un attimo a chiedere l'autorizzazione dello Stato oppressore spagnolo e costituire le bande bianche armate per affrontare i lavoratori.
Di poco più di un anno prima è un fatto che ha attratto molto l'attenzione di quanti hanno studiato la traiettoria politica del dirigente nazionalista Sabino Arana: la sua conversione allo spagnolismo. Superando gli angusti limiti del personalismo ai quali si tiene adusa la storiografia borghese tradizionale, il marxismo ci insegna che, al di sopra dei barcollamenti di questo o quel personaggio con rilevanza storica, appaiono delle forze sociali davanti alle quali l'individuo si presenta non come soggetto ma come oggetto. Detto questo possiamo comprendere la conversione di Sabino Arana inquadrandola in un contesto di grandi mobilitazioni operaie davanti alle quali le sole forze del nazionalismo si mostravano impotenti.
Ma altro ancora spiega il miracolo. C'è anche il fatto che le sostanziose concessioni ottenute dai Conciertos Econòmicos faranno sì che progressivamente una parte dei borghesi beneficiati, rappresentati da un settore del PNV, andassero perdendo parte della loro iniziale retorica separatista. Ugualmente cesseranno le forti diatribe contro l'industrialismo, il quale ora sarà indicato come 'il frutto del genio basco'. «Vedi aperte e dominate le bocche della terra, tarlati i monti, raffrenati i violenti impeti del mare, solcate le acque da innumeri navi, velato da fumi l'azzurro dell'aere, convertito in luce e in forza il salto delle fonti (...) Tutto questo è opera del basco» (sempre lui, Sabino Arana!). Si confronti questa nuova impostazione con le maledizioni apocalittiche che lo stesso Arana lanciava nei primi anni del nazionalismo contro l'industrialismo capitalista. Sarà a partire da questo tempo che il nazionalismo basco ufficiale inizierà una traiettoria che lo legherà strettamente, e non poteva essere altrimenti, agli sviluppi della politica spagnola.
Questi primi anni del ventesimo secolo, come stiamo vedendo, furono di intensa attività rivendicativa della classe operaia in Biscaglia. Oltre che dello sciopero generale del 1903 possiamo riferire del particolare sciopero degli inquilini in Baracaldo-Sestao, città prossime a Bilbao, nel maggio 1905. Quest'episodio è una dimostrazione istruttiva dell'efficace funzionamento della solidarietà classista del proletariato di Biscaglia in quegli anni e un esempio in più per la classe operaia spagnola e internazionale. Per evitare una serie di sfratti le donne proletarie di Baracaldo si unirono estendendo questa azione spontanea alle fabbriche della zona. Gli abitanti del quartiere bloccarono le strade con ogni genere di masserizie e mobili, producendo tale allarme fra i borghesi che si decretò lo stato di guerra. Ancora una volta la ultrariformista direzione del PSOE mostrò la sua funzione di pompiere sociale: «Benché sia molto giusta la richiesta degli inquilini di Baracaldo, non è di tale importanza che possa compromettere tutta la classe lavoratrice della regione». A quanto sembra, agli occhi dei riformisti, la dichiarazione dello stato di guerra era un episodio di scarsa rilevanza. Simile atteggiamento di chiaro crumiraggio valse ai consiglieri socialisti il meritato disprezzo delle donne di Baracaldo e la critica dei gruppi anarchici locali. Conseguenza di questo tradimento del PSOE fu che in tutta la zona di Baracaldo-Sestao non avesse seguito lo sciopero generale del 20 luglio 1905, il primo indetto dal PSOE per tutta la Spagna.
Un seguito molto maggiore ebbe lo sciopero generale di agosto-settembre 1906 che, iniziato dapprima come uno sciopero di solidarietà contro un licenziamento dalla ferrovia di Trino, di proprietà della Deputazione di Biscaglia, si convertì in un gigantesco movimento a favore della giornata di 9 ore, aggiungendogli una serie di rivendicazioni di carattere salariale e contro il truck-system, che, nonostante tutti i tentativi dei lavoratori per abolirlo, continuava ad esistere. Lo sciopero superò i limiti della Biscaglia e si estese nella vicina Cantabria, a Castro Urdiales si registrarono violenti scontri fra i lavoratori e le forze dell'ordine borghese con due morti e sei feriti. I nazionalisti ancora una volta mostrarono il loro tradizionale modo di affrontare la questione operaia: «Supponendo che la ragione stesse del tutto dalla parte dei lavoratori (il che non è, da qualunque lato si guardi alla questione), non era questa l'occasione propizia per esigere qualcosa dai padroni (...) Vi sono nella lotta presente dei fattori occulti che cambiano l'aspetto della questione; si ha qui, come nella questione religiosa, più che lotta di interessi e di ideali, lotta di razze, lotta di popoli. Qui si cerca di colpire Bilbao, la Bizkaya, per l'odio che si prova contro di noi» (Lo sciopero generale, odio sanguinoso, Aberri, 25 agosto 1906).
Nel 1907 un decreto reale proibirà il truck-system però i padroni ricorsero ad un sistema di credito tale che nessuno poteva competere con loro. Si trattava di una nuova versione del truck-system però senza la componente coercitiva che caratterizzava il modello precedente. Dai minatori di Biscaglia e dai lavoratori portuali e carrettieri giunse di nuovo la risposta al vile sfruttamento borghese tramite un grande sciopero generale in agosto 1910, che venne a confermare quanto afferma il marxismo: nel regime capitalista ogni conquista operaia è effimera.
Il boia Canalejas decretò lo stato di guerra in Biscaglia, ma il conflitto si estese ad altre provincie di fronte all'impotenza dei riformisti del PSOE a contenerlo. Si dichiararono scioperi di solidarietà a Gijon (Asturie), a Barcellona, a Saragozza... Infine, davanti alla intransigenza dei minatori, una legge doveva riconoscere la giornata di 9 ore nelle miniere spagnole. Venti anni di violente lotte e repressioni sanguinose furono necessarie perché, nonostante i continui sabotaggi dei riformisti, si potesse abbassare di un'ora la giornata dei lavoratori delle miniere, Però non per questo diminuì l'intensità dello sfruttamento, tanto che i minatori dovettero scendere di nuovo in sciopero l'anno successivo.
Questa temperie di continue agitazioni operaie porterà i nazionalisti a fondare una loro organizzazione sindacale, del tutto pro-padronale, inspirata, come no!, alla dottrina sociale della Chiesa cattolica: «Nell'occasione dello sciopero attuale (del 1910, ndr) si va parlando di formare un'associazione di operai baschi che serva di laccio per l'unione fra gli operai di questo paese e di strumento per conseguire per vie legali e procedimenti pacifici i miglioramenti che la situazione reclama, e, nello stesso tempo, opporre una diga al socialismo e una forza che vanifichi lo sviluppo che prende nei suoi periodici scioperi. L'associazione crediamo possa riuscire formando nuclei di 20, 30 o 40 operai che si offrano ai padroni per lavorare tutti o nessuno, e separati dagli altri, sia a giornata fissa sia a cottimo» (Agli operai baschi, 'Bizkaitarra', 1910).
Una simile organizzazione di crumiri contava nelle sue file per lo più impiegati di banca e di commercio e inquadrava nuclei di baserritarras, contadini baschi proletarizzati che, influenzati dall'azione congiunta dei jaunchos e dei preti, formavano un gruppo sociale facilmente malleabile ideologicamente. Le intenzioni dei bizkaitarras si concretizzarono nel 1911 con il nascere dalla Solidarietà degli Operai Baschi (SOV) che così manifestò le sue intenzioni nell'Articolo due del suo regolamento: «Ha per obbiettivo di conseguire il maggior benessere degli operai baschi mediante una istruzione praticamente efficace che coltivi le loro intelligenze ed educhi le loro volontà, inclinandole al più fedele e geloso compimento dei loro doveri come operai e come baschi: fomentare fra essi un vigoroso slancio di mutua e preferenziale protezione e soccorso, con coscienza delle aspirazioni legittime del lavoro nella produzione, e le difenda con quei metodi che siano compatibili con la legalità, fino a vederle realizzate, conformando tutti gli atti ai principi della morale cristiana».
L'effetto di questo sindacalismo clericale fu tanto ridotto che durante lo sciopero generale del 1911 i suoi scarsi effettivi non fecero altro che nascondersi oppure andare a rimorchio forzato della massa degli scioperanti, tanto difficilmente potevano attrarre l'interesse proletario con un credo che predicava la concordia sociale ed una società chiaramente polarizzata dai conflitti di classe: «Ciò che appunto chiede questa società (il SOV) è che gli operai e i padroni lavorino più uniti, esiliando quell'odio di classe predicato dal socialismo» (1911).
Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale e la neutralità spagnola offrirà alla borghesia basca alcune possibilità di buoni affari delle quali logicamente si approfittò al massimo. In Biscaglia le 58 società per azioni del 1914 divennero 219 nel 1918.
Non resterà immune il PNV nemmeno dalla divisione della borghesia spagnola in germanofila e filo-Intesa, in funzione degli interessi commerciali stabiliti con l'uno o l'altro fronte. Aranzadi rappresenterà il settore filo-Intesa e Luis Arana quello filo-tedesco. Le divergenze in merito dovettero essere di gran peso visto che provocarono, come vedremo, perfino una scissione nel PNV. Del resto non sarà la prima importante, giacché antecedentemente alla guerra mondiale, nel 1910 un gruppo di scissionisti dal PNV formò Aberri eta Askatasuna, Patria e Libertà, organizzazione di carattere aconfessionale e piccolo borghese con arie progressiste e che ebbe un'esistenza effimera.
La fine della guerra mondiale ebbe conseguenze economiche immediate sull'economia spagnola e, a maggior ragione, nel Pese basco. I cantieri, che avevano aumentato enormemente i loro utili approfittando della neutralità spagnola nella guerra, al termine della mattanza europea videro cadere i loro guadagni di modo vertiginoso. A questo contribuirono la caduta drastica dei noli, il crollo del prezzo del carbone, le lotte rivendicative dei lavoratori portuali e la concorrenza massiccia delle navi nordamericane. Il governo spagnolo interverrà una volta ancora in appoggio agli armatori baschi autorizzando la libertà di importazione franca dai diritti doganali di alcune classi di bastimenti.
Ma ciò che indurrà un avvicinamento sempre maggiore dei nazionalisti verso il governo di Madrid sarà l'effervescenza proletaria per gli echi che arrivavano dalla Russia rossa e il conseguente panico della borghesia davanti alla minaccia rivoluzionaria, per la qual cosa si imponeva la necessità di affrontare uniti il pericolo. Il PNV adotterà un nuovo nome meno vincolato alle velleità separatiste delle origini e passerà a chiamarsi Comunion Nacionalista Vasca. Solo alcuni settori di jaunchos, senza alcun potere reale, e perciò intransigenti davanti a qualsiasi innovazione, reagirono conservando il vecchio nome del partito. In tal modo gli scissionisti continuarono a chiamare la loro organizzazione PNV, che passerà ad essere diretta da Elias Gallastegui e da Luis Arana (il fratello di Sabino), mantenendo come organo di stampa il settimanale Aberri, Patria, che a metà del 1923 diverrà quotidiano.
Ma il timore di fronte alla minaccia rivoluzionaria costituirà un elemento comune a tutte le tendenze del nazionalismo basco. Così in Aberri del 20 luglio 1923 si affermava: «I popoli colti sanno essere rivoluzionari; i popoli incolti non sanno essere che grandi macellerie. La Spagna è uno dei popoli più arretrati del globo, e la rivoluzione che la Spagna farà sarà un modello selvaggio e di sanguinose vendette. Se non ci prepariamo, se restiamo indifferenti, quando arriverà il momento non potremo scansarci e affonderemo con la Spagna nel precipizio che si apre ai suoi piedi».
Pochi mesi dopo si avrà il cosiddetto colpo di Stato
del
generale Primo de Rivera e una nuova fase si aprirà nella
situazione
politica spagnola.
NEL GRANDE MAGREB
Il grande Magreb, altrove indicato come il Magreb francofono in seguito alla profonda colonizzazione francese, comprende la Mauritania, il Sahara Occidentale, (ex Sahara Spagnolo, annesso dal Marocco nel 1975 dopo il ritiro della Spagna), il Marocco, l'Algeria, la Tunisia e la Tripolitania, ora compresa nella Libia. È logico quindi chiedersi se il movimento islamico integralista che si è sviluppato con così grande intensità in Algeria, in una posizione centrale dal punto di vista geografico, possa interessare ed estendersi al resto dell'area intera.
Anche per questi paesi del «Al Magrib», il Tramonto, nel primo periodo di indipendenza nazionale post coloniale si è ripresentata la questione di un'unità politica, economica e militare sulla falsa riga del panarabismo egiziano degli anni '60. Ma, come per i tentativi di Nasser, anche qui non si è andati oltre le grandi dichiarazioni di principio, al contrario sono subito sorti grandi contrasti fra i paesi magrebini confinanti che hanno provocato la rottura dei rapporti diplomatici per diversi anni.
Nella sostanza ciascun paese intendeva il Grande Magreb come una semplice estensione territoriale dei propri confini ai danni dei propri vicini: le mire espansionistiche della Libia di Gheddafi tendevano all'annessione della Tunisia; il Marocco con l'occupazione militare dei due terzi del Sahara occidentale, dove si trovano i più importanti giacimenti di fosfati naturali, e per questo ne diventa il terzo produttore mondiale al pari della Cina dopo gli Usa e l'ex URSS, rafforza la sua espansione verso Sud, mentre l'Algeria tenta una penetrazione nel Sahara occidentale a Sud delle precedenti frontiere del Marocco, la zona di fronte alle isole Canarie ricchissima di fosfati, soprattutto allo scopo di ottenere anche uno sbocco sull' Atlantico tagliando così la strada verso Sud al Marocco.
In questa situazione la vigorosa guerriglia condotta dal Fronte Polisario (Fronte popolare per la liberazione del Saguia el Hamra e Rio de Oro, la maggior parte dell'ex Sahara spagnolo) tra il 1976 e 1'82 per la costituzione della RASD (Repubblica Araba Sahariana Democratica) è servita a suo tempo solo all'Algeria, unico paese che la riconobbe, in funzione anti marocchina; la sorte di quei forse 200.000 sahariani per lo più nomadi, come del resto è poi successo anche per i Tuareg, che per gli interessi dei grandi centri economici valevano quanto il due di picche, è stata giocata come uno scartino su un tavolo diplomatico che comprendeva anche gli Usa e la Francia.
La Mauritania, il paese più debole e più povero del gruppo, inizialmente occupa la parte dell'ex Sahara spagnolo che momentaneamente non interessa al Marocco, che nel frattempo ha ultimato la costruzione del «muro difensivo» a difesa del Sahara «utile», quello dei fosfati con le relative infrastrutture; ma nel 1979 si ritira da tutta la zona che ha occupato solo per quattro anni.
Alla fine, come non poteva essere diversamente, gli interessi parziali e limitati dei vari gruppi economici nazionali hanno eretto barriere invalicabili a qualsivoglia forma di unità compreso gli effimeri richiami sovranazionali dell'umma coranica.
Se si fosse compiuta l'unità del Grande Magreb mediante la spinta di una borghesia agguerrita e dinamica costretta ad un progressivo processo di centralizzazione, e quindi unificatrice tramite la costituzione di grandi gruppi finanziari e
industriali, si sarebbe anche formato un consistente proletariato magrebino in grado di sferrare significativi colpi all'avversario di classe.
Ma anche queste erano e sono «fiacche borghesie arabe, giunte troppo tardi sull'arena della storia, espressione di economie deboli totalmenti dipendenti dal mercato mondiale» ed anche l'integralismo islamico non si muove verso alcuna forma stabile e consistente di concentrazione di forze, e ciò che eventualmente aggrega è solo per merito della crisi capitalistica, celato e stravolto però dal richiamo a una mitica età dell'oro della supremazia delle leggi coraniche.
Il problema dell'unità del Grande Magreb è rinviato, anche sotto forma tipo CEE e NAFTA o anche dell'instabile MCA (Mercato Comune Arabo tra Egitto, Giordania, Siria, Irak e Kuwait) e sotto il modo di produzione capitalistico, a ben altre condizioni economiche e produttive.
Per questo ora dobbiamo considerare i paesi singolarmente potendoli unire solo nelle tabelle e nei quadri statistici che ricaviamo a scopo di sintesi di una determinata area geografica.
Per quanto concerne Marocco, Algeria e Tunisia i dati pubblicati da 'Problèmes économiques', n. 2.361/1994 provengono dalle statistiche del FMI aggiornate al 1992, mentre per la Libia e per la Mauritania si fa riferimento, mediante elaborazione in quanto gli ultimi dati economici di questi due paesi risalgono al 1988, ai dati riportati dall' Atlante De Agostini 1994 e dal bollettino statitico ONU 1/1994.
Paese
Popolazione P.N.L.
P.N.L.
pro capite
(milioni) (miliardi US$) (US$)
Algeria
26,4
40,0
1515
Marocco
26,5
27,6
1042
Tunisia
8,5
15,1
1776
Libia
4,3
22,3
5186
Mauritania
2,1
0,9
428
Totale Grande Magreb
67,8
105,9
1562
Il totale del Grande Magreb ci mostra un valore già consistente di popolazione ma anche la sua debolezza economica se si considera che il PNL pro capite di quest'area di 1562 US$ è molto al di sotto del PNL pro capite medio mondiale che nel 1975 era di 1665 US$ ed è salito a 2529 US$ nel 1983, come abbiamo già riportato e commentato nel volume edito dal Partito Il Corso del capitalismo mondiale alle pagine 230/234 e nell'illustrazione dei relativi quadri sul n. 36 di questa rivista.
Per meglio comprendere il valore del PNL pro capite dei paesi
magrebini,
dalle tabelle statistiche vediamo che nello stesso anno esso è
praticamente
identico a quello della Thailandia e di ben 12 volte inferiore a quello
dell'Italia.
Marocco, una relativa stabilità
La grave crisi economica del Marocco è esplosa nel 1983: da quella data non è più stato in grado di far fronte ai suoi debiti fino a giungere al culmine nel 1985 quando il rapporto tra debito estero e PNL salì al 136,6%.
Dopo l'immediato intervento del FMI, del Club di Parigi e del Club di Londra con il solito programma di 'aggiustamenti strutturali' e riscaglionamento del debito, il rapporto tra debito estero e PNL è sceso nel 1992, e 'solo' il 75% come ben han potuto constatare le masse più povere e gli emigrati per fame dei sudditi di sua maestà Hassan II in nome e per conto della ben più importante maestà US Dollar. Il solo rapporto tra gestione e servizi del debito (interessi 'agevolati' più la restituzione di una quota-parte del prestito) sulle esportazioni si è portato al 28,5%, cifra alta ma inferiore al pesante 77% per quell'anno dell'Algeria, ulteriormente salito all'80% all'inizio di quest'anno.
Il programma di 'liberalizzazione' dell'economia, come quello adottato per l'Algeria alcuni anni fa che ha prodotto i ben noti risultati, si muove anche qui su due fronti: smantellamento dei meccanismi di formazione e di regolamentazione dei prezzi (soprattutto per quelli dei generi alimentari, farmaceutici e di prima necessità: 1'80% dei prodotti manufatturieri e il 95% di quelli agricoli hanno prezzi liberi) e drastica riduzione dei dazi doganali che in Marocco sono scesi dal 400% al 40% del prezzo delle merci importate.
Tutte le restrizioni alle importazioni sono state abolite comprese soprattutto quelle relative all'ingresso dei capitali esteri allo scopo di favorire gli investitori stranieri i quali, dagli 85 milioni di dollari investiti in Marocco nel 1988, sono progressivamente penetrati nell'economia di quel paese giungendo ai 500 milioni di dollari nel 1992 prevalentemente destinati però al settore turistico e dei servizi annessi. Parallelamente il programma di privatizzazione e ristrutturazione (cioè licenziamenti) delle imprese pubbliche del 1990 è iniziato solo nel 1992 a seguito della pausa forzata della guerra del Golfo a cui il Marocco ha partecipato con un numeroso contingente di fanteria di prima linea come carne da macello nelle trincee del deserto iracheno.
Le entrate marocchine provenienti dal commercio estero si basano su tre voci, a differenza dell'Algeria che come abbiamo visto si fonda esclusivamente sull'esportazione di idrocarburi. L'ingresso di valuta pregiata è dato prevalentemente dalla vendita dei fosfati ed altri minerali grezzi o semi lavorati e dai prodotti agricoli con il 43,5% del totale, il turismo di massa e relativi servizi coprono il 29,7%, mentre le rimesse private degli emigranti costituiscono ben il 25,8% del totale. Secondo i centri finanziari internazionali questa situazione può permettere al Marocco di affrontare la sua crisi con una certa tranquillità, tant'è che gli investimenti stranieri sono aumentati di quasi sei volte in quattro anni.
Ma, aggiungiamo noi, i prezzi dei minerali non sono fissati a Rabat e i fosfati dell'ex URSS, secondo produttore mondiale, sono venduti al ribasso, come quasi tutte le altre merci russe, per far fronte alla crisi dell'ex impero; le rimesse turistiche sono sensibilmente diminuite causa soprattutto la crisi in Europa come pure le rimesse degli emigranti, per cui la soluzione della crisi marocchina di fatto si poggia su tre pilastri molto instabili e direttamente legati all'andamento della crisi mondiale ed europea in particolare.
Inoltre gli scarsi investimenti industriali stranieri riguardano essenzialmente impianti di assemblaggio, visti i bassi salari locali, mentre l'industria pesante è sviluppata in modo insufficiente.
Per ultimo, ma non per importanza, la popolazione attiva è complessivamente di 8 milioni, il 20% è disoccupata ed il 36,7% è addetta all'agricoltura la quale è fortemente condizionata dall'incostante andamento pluviometrico naturale poiché gli impianti di irrigazione artificiale, le colture di serra su vasta scala per le primizie da esportazione e in generale l'agricoltura industrializzata sono ancora molto scarsi. Inoltre una grave siccità negli ultimi due anni ha colpito il Marocco ed ha provocato consistenti perdite agricole.
In conclusione la crisi marocchina, se non grave come quella della confinante Algeria, sta percorrendo la consueta strada voluta dal FMI che non va verso il suo risanamento economico e rafforzamento produttivo, ma ad un suo lento e progressivo indebolimento e asservimento rispetto i centri finanziari internazionali.
Se il fondamentalismo islamico delle organizzazioni algerine valicasse le incerte frontiere fra i due paesi ed esplodesse con eguale violenza contro i turisti e gli investitori stranieri, si produrrebbe, come per l'Egitto, un vistoso danno economico, una forte accelerazione della crisi ed un marcato peggioramento delle condizioni generali di vita.
Il contenimento della violenza integralista forse è l'unico problema che seriamente preoccupa la classe dirigente marocchina la quale al momento è solo impegnata in operazioni di 'vigilanza preventiva' poiché il fondamentalismo islamico in Marocco è praticamente assente dalla scena pubblica ed è presente come movimento religioso moderato e riformatore soltanto in alcune facoltà universitarie di Casablanca.
Secondo 'Le courrier international' n. 2/1994 in Marocco ci sono quattro movimenti islamici principali legati ad altrettanti capi spirituali, secondo la classica concezione delle scuole coraniche. Il più importante fra questi gruppi è noto come Al Adl val-Ihsan (Giustizia e Beneficienza) ed il suo ispiratore l'anziano Abdessalam Yassin dopo vari periodi trascorsi nelle prigioni di re Hassan II è al soggiorno obbligato nella città di Salè. L'adesione a questo gruppo comporta l'accettazione dei tre no: No alla violenza, No all'obbedienza allo straniero e No alla clandestinità.
Riconoscendosi con i Fratelli Musulmani egiziani, per vantare l'invulnerabilità dei combattenti islamici, la loro naturale alleanza con il popolo e soprattutto lo spirito di sacrificio estremo l'imam marocchino reclama la formazione di uno Stato Islamico Nazionale in attesa che maturino le condizioni per la costituzione del Califfato Federale che raggrupperà i diversi Stati islamici, un'ennesima versione dell'unità pan araba su base religiosa.
La solita perla allo scopo di deviare e confondere le masse oppresse
e sfruttate marocchine: «La depressione economica
accenderà
il fuoco che distruggerà tutti i dogmatismi materialisti. Le
ideologie
sono già morte, una nuova èra sta per nascere, il
crepuscolo
della civilizzazione atea all'orizzonte dei nostri tempi annuncia il
sole
dell'Islam» (A. Yassin).
Tunisia fra crisi e fondamentalismo
L'economia tunisina ha da tempo impostato un moderato piano di diversificazione produttiva allo scopo di sfuggire al cappio della produzione e finanziamento tramite l'esportazione di un unico prodotto. Le stime prevedono però che a breve-medio termine la Tunisia diverrà importatrice netta di idrocarburi mentre ora ne esporta una parte e quindi il processo di industrializzazione dovrà considerare anche la bolletta energetica che sicuramente non sarà calcolata secondo i precetti coranici ma secondo quelli di Wall Street.
La popolazione attiva tunisina è di 2,8 milioni ed il 23,5% è addetta all'agricoltura, percentuale simile a quella algerina ma di molto inferiore a quella marocchina. L'apporto di valuta pregiata necessaria all'autofinanziamento produttivo si basa per il 65% sull'esportazione di merci (nell'ordine per grandezza) del settore tessile abbigliamento, minerario energetico ed agro-alimentare. Seguono il turismo e relativi servizi con il 23,5% e le rimesse degli emigranti per il 9,3%.
Il rapporto tra debito estero e PNL nel 1992 si è ridotto rispetto agli anni precedenti ed è del 55%, il minore fra i tre paesi.
Il rapporto tra servizio del debito ed esportazioni è contenuto scendendo al 19%, valore anch'esso il più basso nei tre Stati magrebini. Per queste condizioni la Tunisia non ha ancora corso seriamente il rischio di non poter far fronte ai suoi creditori esteri e le politiche economiche in favore dei capitali stranieri sono iniziate, pilotate dalla Francia, già dal 1986, accompagnate sempre però dalle solite azioni di liberalizzazione dell'economia che hanno provocato anche in questo paese rivolte per la semola ed emigrazioni verso l'Europa.
In questa situazione relativamente stabile e tranquilla le tabelle del FMI mostrano una crescita reale del PNL a partire dal 1987; nel periodo 1990-92 la media annuale del triennio è stata del 6,7% mentre l'aumento dei prezzi al consumo è sceso dall'8% al 6,6% dell'ultimo periodo. Questi risultati fanno esaltare gli economisti borghesi sui miracoli dell'economia di mercato liberalizzata, ma qui, precisiamo noi, si tratta di un sistema produttivo giovane ed in crescita e la crisi dovuta alla caduta tendenziale del saggio del profitto è ancora relativamente lontana.
Il In Tunisia ('Le Courrier int.', 2/1994) la disoccupazione riguarda un terzo dei lavoratori manuali, ma anche tecnici medi e quadri superiori, senza scordare le decine di migliaia di dipendenti licenziati per le loro convinzioni integraliste e per attività sindacali, mentre il blocco dei salari e la liberalizzazione dei prezzi, in barba alle rassicuranti statistiche del FMI, hanno prodotto un peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori anche se non così devastanti come negli altri paesi magrebini.
Anche qui il movimento sindacale ha percorso la solita strada verso la perfetta integrazione nei meccanismi statali divenendo, dopo il suo ultimo congresso, un semplice apparato dell' Amministrazione degli Affari Sociali. La direzione esecutiva del sindacato è stata apertamente incaricata dal generale Ben Ali, il presidente della repubblica tunisina autoproclamatosi successore di Burghiba, di imbavagliare i lavoratori, di farli tacere e di sopprimere ogni spirito di resistenza.
Le ultime truccatissime elezioni presidenziali e parlamentari dell'aprile 1989 hanno mantenuto il sistema della candidatura unica sia per il presidente sia per il partito unico detentore di tutti i seggi al parlamento, fatto che in sé rende più efficiente e meno dispendiosa la gestione del regime della dittatura borghese, ma che fa rabbrividire i democratici puri che soffrono, non per la fame, ma per lo strangolamento delle libertà!
In questa situazione ed in assenza di genuine organizzazioni sindacali e politiche di classe, nonostante la tradizione delle precedenti lotte del proletariato tunisino, qui il richiamo del FIS è stato forte. Infatti il MTI (Movimento di Tendenza Islamica) avrebbe raccolto, secondo anche le ammissioni degli stessi organi ufficiali, il 17% dei voti alle recenti consultazioni, cifra significativa ma bassa rispetto all'82% del FIS in Algeria al primo, e ultimo, turno elettorale del 1991. La strategia governativa è di combattere a fondo questo movimento e di allontanarlo dal paese allo scopo di smembrare il suo principale oppositore e contemporaneamente mandare segnali ammonitori agli altri movimenti che contrastano l'operato di Ben Ali, impiegato modello del FMI.
Attualmente al MTI si è sostituito il gruppo En-nahda costituito nel giugno 1993 dopo la dispersione in vari paesi europei dei dirigenti del vecchio movimento e propugna la generica trasformazione della società tramite l'islam. Anche se di recente formazione è già accusato di essere implicato nel tentativo di assassinare il presidente Ben Ali; pubblica a Parigi un settimanale in lingua araba, 'El Moutaouasset' e, per solidarietà verso gli oppressi, i democratici puri di Parigi ne hanno vietato stampa e diffusione ed hanno costretto al soggiorno obbligato Salak Karkar, uno dei massimi dirigenti sia della precedente sia della nuova organizzazione.
Nell'ottobre 1995 il presidente francese Chirac concludeva la sua
visita
di stato congratulandosi col collega Ben Ali per le risposte adeguate
che
aveva dato alla sfida fondamentalista grazie anche al fatto di aver
quadruplicato
il numero dei poliziotti.
Mauritania, verso l'Africa più povera
La Mauritania presenta un aspetto decisamente diverso e più complesso. Soprattutto per il suo basso PNL pro capite e per le divisioni etnico-sociali al suo interno ci riconduce, oltre che per posizione geografica, più verso i problemi dell'Africa sub-sahariana che verso il Magreb.
Questo Stato, ex colonia francese e indipendente dal 1960, dopo un breve periodo iniziale di assestamento ha vissuto una serie quasi biennale di colpi di Stato e lotte per il potere fino a quello del 1984 col quale il colonnello Taya ha concentrato su di sé tutte le cariche più importanti.
Attualmente, sulla carta, la Mauritania è una repubblica democratica islamica multipartitica, governata dai membri del Partito Repubblicano Democratico e Sociale con 67 seggi su 79 al parlamento. Ma la realtà è un'altra: solo nel luglio del 1980 è stata abolita la schiavitù ma ancor oggi il gruppo dominante berbero possiede ancora schiavi negri e mantiene un rigido controllo sulle minoranze di colore, sicure basi per un prossimo scontro razzistico-economico.
Il PNL pro-capite, stimabile in 428 US$, è molto basso, inoltre ben il 22% della popolazione è nomade e conduce l'allevamento itinerante del bestiame, condizione certamente disagevole ma certamente meno opprimente di quella delle masse inurbate per fame, espropriazione o stato di semi schiavitù.
Vi sono stati alcuni sporadici e gravi attentati contro religiosi e studenti seguiti dall'immediato allontanamento dal paese di un centinaio di integralisti algerini, presunti appartenenti al FIS, dopo di che non sono giunte altre notizie di organizzazioni e manifestazioni. Secondo le autorità locali il problema è stato definitivamente risolto con l'eliminazione fisica o l'espulsione dei sospetti.
Da una prima considerazione appare che il destino di questo Stato, come abbiamo già premesso, non sia attratto verso le economie magrebine ma piuttosto in direzione di quello dell'intera Africa Nera, che sintetiziamo con alcune cifre tratte da un recente articolo del 'New York Times' apparso in sintesi su 'Repubblica' del 4/8/94.
«Eccetto il Sudafrica, nel 1991 il PNL dell'intero continente sub-sahariano è stato dell'1% di quello mondiale, e gli scambi commerciali il 2% dell'intero traffico mondiale, ovvero un sub continente abbandonato alla deriva; 600 milioni di abitanti vivono distribuendosi un reddito eguale a quello del Belgio che ne mantiene però solamente 10; dal 1980 l'economia di quest'area regredisce al ritmo del 2% annuo, al punto che oggi fra le 20 nazioni più povere del mondo 18 sono africane, mentre la popolazione cresce in modo sempre più incontrollato tant'è che dal 1950 al 1990 essa è triplicata passando da 220 ad oltre 600 milioni di persone».
Il tutto grazie ai miracoli dell'economia di mercato, dello sfruttamento borghese e del modo di produzione capitalistico.
* * *
Come prima sintesi finale per i tre paesi centrali del Magreb emergono i seguenti punti:
1) I movimenti islamici di opposizione ai gruppi di governo non pongono in nessun modo la questione, per noi centrale, dell'abbattimento violento della dittatura borghese ed il superamento dell'attuale modo di produzione capitalistico, ma, pur rivendicando ovviamente un miglioramento delle condizioni generali di vita degli strati più poveri della popolazione, guardano indietro nella storia in direzione di una mitica età dell'oro generale e garantita dalla supremazia delle leggi coraniche.
2) Tutti questi movimenti, fino ad oggi, hanno un forte carattere nazionale e non rivendicano alcuna forma di coordinamento internazionale, ma seguono, secondo l'antica tradizione islamica, ciascuno un proprio capo carismatico proveniente, nella maggioranza dei casi, dai vari centri religiosi. I contatti fra i gruppi dei vari paesi avvengono prevalentemente in occasione di sconfinamento per motivi di difesa tattica. Al contrario le polizie magrebine ed europee sono organizzate in un'opera di controllo dei gruppi locali e delle frange straniere che hanno sconfinato.
3) La Francia prosegue nel suo mandato internazionale di gendarme in Africa e mantiene un ruolo importante nelle politiche finanziarie rivolte al Magreb. In Francia vivono e lavorano 1.200.000 persone con passaporto magrebino, la metà delle quali sono marocchine.
4) La crisi economica algerina, per il crollo del prezzo degli idrocarburi, è insanabile senza consistenti sostegni dei centri finanziari internazionali e non accenna a rallentare.
5) La situazione del Marocco, pur con una considerevole crisi economica, è la più tranquilla e non sono presenti gruppi integralisti armati, mentre in Tunisia con una crisi meno pesante c'è una sensibile adesione ai movimenti islamici con organizzazioni già attive.
6) Il congiungimento, almeno tra le formazioni algerine e tunisine nel caso di una guerra civile in Algeria, allo stato di fatto attuale, appare un'evenienza remota.
7) Il grande assente nel Magreb, per quanto ne sappiamo, è
l'organizzazione
di classe del proletariato comunista con il suo programma
rivoluzionario
in grado di prendere il controllo della guerra civile.
Il «Libro Verde» di Gheddafi
La Libia, secondo la definizione della riforma costituzionale del 1977, è già una repubblica islamica, socialista e popolare ma, giri di parole a parte, sia per l'isolamento sia per l'embargo internazionale, a seguito del rifiuto di Gheddafi di concedere l'estradizione a due cittadini libici implicati, secondo gli investigatori inglesi, in un sanguinoso attentato ad un aereo britannico, si sa molto poco sull'aggiornamento dei dati economici fermi al 1988 e sulle opposizioni al regime statale.
La Libia diventa Stato indipendente nel 1951; nel 1969 un golpe militare di giovani ufficiali guidati dal colonnello Moammar el Gheddafi depone il re ldris I. Senza assumere alcuna carica pubblica Gheddafi si attribuisce il potere supremo di «Guida della rivoluzione». Nel 1973 Gheddafi dichiara l'islamismo via per la rivoluzione sociale ovvero la «Terza teoria universale». Nel 1976 viene proclamata la «Repubblica popolare araba di Libia» fondata sul Corano. Con la riforma costituzionale del 1977 la Libia assume la denominazione di «Jamahiriya araba libica socialista popolare» (Jamahiriya significa letteralmente movimento di massa) e viene istituito un sistema di governo popolare diretto che culmina nel Congresso generale del popolo il quale elegge un segretariato di 7 membri il cui segretario è in pratica il Capo dello Stato e un Comitato generale equivalente a un Consiglio dei ministri. Gheddafi rimane «guida della rivoluzione».
Il testo guida per questa Jamahiriya è il 'libro verde' che leggiamo nell'edizione in italiano edita a Tripoli dal Centro ricerche e studi sul libro verde. Il testo è articolato su tre parti: la prima «soluzione del problema della democrazia, il potere del popolo»; la seconda «soluzione del problema economico, il socialismo» e la terza «base sociale della Terza teoria Universale».
Nella prima parte si sviluppa la tesi che la democrazia di fatto non esiste perché con l'attuale sistema della conta dei voti la consistente parte in minoranza (il 49% schiacciato dal 51%) viene sempre esclusa dalle decisioni per cui in sostanza le democrazie di stampo parlamentare sono regimi dittatoriali camuffati. Il partito è la dittatura contemporanea: per la società la lotta dei partiti ha lo stesso effetto negativo della lotta tribale o settaria. Il sistema politico di classe è anch' esso errato perché esso rappresenta solamente una parte del popolo; non sia mai che una parte domini il tutto poiché alla lunga si riformerebbe di continuo un movimento circolare per cui chi prende il potere come liberatore col tempo diverrebbe oppressore fino a quando un nuovo liberatore insorgerebbe per scacciare gli oppressori in un sistema che continuerebbe all'infinito. Casualmente l'esempio viene fatto con la classe operaia che dopo aver preso il potere verrebbe poi combattuta da classi del tutto simili alle classi abolite.
La soluzione è semplice: «È diritto dei popoli proclamare solennemente il nuovo principio: Nessuna rappresentanza al posto del popolo». La rappresentanza è un'impostura; la soluzione è la democrazia diretta; non esiste democrazia senza congressi popolari e comitati popolari in ogni luogo. Alle masse non resta altro che lottare per abbattere tutte le false democrazie comunque denominate.
La democrazia è il controllo del popolo su se stesso e si attua attraverso congressi popolari di base di tutti i cittadini che eleggono ciascuno una sua segreteria, le quali si riuniscono per formare altri congressi popolari non di base e via via, tramite elezioni interne con un sistema piramidale, si arriva al vertice del congresso generale del popolo che si riunisce una volta all'anno ed elegge un segretariato di 7 membri ed un segretario, ovvero le massime cariche dello Stato.
Quali sono le competenze, limiti, potere, uso della forza coercitiva e delle armi, qui non è detto. Nella sostanza tutto ciò assomiglia ad una forma ibridata tra gli antichi consigli familiari-tribali ed i moderni comitati di quartiere cui sono riservati la gestione degli affari minuti ed al massimo l'espressione di pareri ed opinioni sulle grandi questioni, che poi sono sempre risolte nella tenda di Gheddafi.
Questa è la grande novità dove ogni dubbio trova conforto ed ogni questione viene risolta appellandosi alla legge naturale della società, costituita dalla tradizione a sua volta compresa nella religione. La religione quindi è una conferma del diritto naturale ed è lo strumento di governo, che è tenuto a seguire la legge naturale della società.
Come ben si vede nulla di così rivoluzionario e sconvolgente per una società fino ad ieri agro-pastorale, dove erano ancora molto forti i legami delle forme comunistiche della vita tribale, ben compresi quelli della proprietà indivisa del suolo e dell'acqua, che per le sue risorse petrolifere è stata trascinata nel vortice della produzione capitalistica per la quale il resto non conta o sono solo affari interni.
La seconda parte, sulla soluzione del problema economico, accenna al fatto che vi sono state importanti e storiche evoluzioni sulla soluzione del problema del lavoro e del suo costo fino alle norme che limitano il reddito e che vietano la proprietà privata trasferendola allo Stato ma non è stato ancora definitivamente risolto quello dei lavoratori-produttori che rimangono ancora dei salariati anche se in campo normativo si sono fatti molti miglioramenti. Il trattamento salariale rimane nonostante «i tentativi artificiosi di riforma, più vicini alla beneficienza che al riconoscimento dei diritti dei lavoratori», mentre è una sana norma che chi produce deve consumare per cui il salariato anche se guadagna di più «è come uno schiavo del padrone alle cui dipendenze permane temporaneamente e la cui schiavitù si manifesta fino a quando egli lavorerà alle sue dipendenze ed in cambio di un compenso. Ciò indipendentemente dal fatto che il datore di lavoro sia un individuo o lo Stato» (...) «La soluzione definitiva rimane nell'abolizione del salario e nella liberazione dell'essere da questo genere di schiavitù: e cioè il ritorno alle norme naturali che hanno definito il rapporto prima del sorgere delle classi, e delle varie forme di governo e delle legislazioni elaborate dall'uomo (...) Da queste norme naturali è scaturito un socialismo naturale fondato sull'eguaglianza tra gli elementi che concorrono alla produzione economica».
Quindi una eguale ripartizione del prodotto fra gli individui cui spetta una quota parte (non è ben chiaro come sono considerati attrezzi, animali, materie prime e macchinari) e «così si attua un sistema socialista al quale si attiene tutto il processo produttivo fondato su questa norma naturale».
Al contrario «le teorie storiche precedenti si sono occupate del problema economico solo dal punto di vista dell'appartenenza dei fattori produttivi e dei salari rispetto alla produzione, senza riuscire a chiarire l'essenza della produzione stessa (...) La classe operaia è in diminuzione graduale e continua, conformemente all'evolversi delle tecnologie e delle scienze (...) e sarà assorbita progressivamente dal processo produttivo. Tuttavia l'uomo nella sua nuova forma rimarrà sempre un elemento fondamentale del processo produttivo».
Nel Libro verde il rapporto bisogno-libertà è chiarito affermando che la libertà dell'uomo è incompleta se i suoi bisogni dipendono da un altro uomo, per cui la soddisfazione di quelli mancanti producono lo sfruttamento di un uomo schiavo da parte di un altro uomo. La casa, necessità insopprimibile, deve essere di proprietà di chi la abita; la libertà finisce quando si deve pagare l'affitto e quindi tutti i programmi di edilizia statale non sono la vera soluzione. «Nessuno ha il diritto di costruire una casa in più della propria e di quella dei suoi eredi per cederla in locazione»; idem per gli animali da trasporto e lavoro e gli automezzi; proprietari si, noleggiatori no.
Per quanto riguarda il sostentamento, nella società socialista non dovrebbero esserci salariati ma associati ed i proventi necessari per tutti gli acquisti devono giungere dalla quota parte come associato e non come salariato. Inoltre «La terra non è proprietà di nessuno ma è permesso ad ognuno di sfruttarla, godendone i benefici mediante il lavoro, l'agricoltura ed il pascolo».
Gli esempi che seguono definiscono un socialismo in cui si afferma la figura del lavoratore singolo, o associato in cooperative, che lavora, produce e consuma per il solo bisogno personale, della propria famiglia e degli eredi, senza servitù domestica considerata la peggiore delle schiavitù, che possiede solo la sua casa, il cammello o l'automobile e ha risparmi necessari a sopperire le prime necessità della sua famiglia. Avere un di più significa sottrarre ad altri e ridurli nel bisogno e privarli quindi della libertà.
Per noi è la descrizione di una parca società di contadini, artigiani e soci-produttori piccolo-borghesi con un processo di accumulazione appena sopra lo zero.
Queste le solenni conclusioni in campo economico: «La trasformazione delle società contemporanee da società di salariati a società di soci, è fatale conseguenza dialettica delle tesi economiche contrastanti esistenti nel mondo di oggi, ed è anche fatale conseguenza delle ingiustizie inerenti al sistema salariale (...) Il passo finale è l'avvento di una nuova società socialista, dove il profitto e la moneta scompariranno. Questo si verificherà trasformando la società in una società totalmente produttiva dove la produzione raggiungerà un livello tale da soddisfare i bisogni materiali di tutti gli individui della società. In questa fase finale scomparirà automaticamente il profitto e non ci sarà più bisogno della moneta. Riconoscere il profitto significa ammettere lo sfruttamento».
La terza parte sulla base sociale ci illustra l'insieme dei rapporti tra la famiglia, la tribù, la nazione, il rapporto con le altre nazioni, la religione ed i ruoli naturali dell'uomo e della donna {«Non vi è differenza nei diritti umani fra l'uomo e la donna e fra l'adulto e il bambino. Ma non vi è eguaglianza completa fra loro per i doveri cui devono assolvere»}. C'è spazio anche per le minoranze {ai 2 milioni di immigrati in Libia va pur dedicata una paginetta} e i negri: «ora sarebbe giunto il tempo per la razza negra di dominare poiché le altre l'hanno già fatto». Segue sulla nefanda istruzione coercitiva di tipo occidentale che con i suoi programmi ufficiali limitano la sete di sapere; la musica, le arti, lo sport visto negli stadi vengono liquidati così: «Ai popoli beduini non importa il teatro e gli spettacoli, perché lavorano sodo e sono del tutto seri nella vita. Essi realizzano la vita seria, e perciò si burlano della recitazione. Le comunità beduine non stanno a guardare chi svolge una parte, ma praticano i divertimenti o i giochi in modo collettivo, perché ne sentono il bisogno e li eseguono senza spiegazioni».
Va dato merito alla «guida della rivoluzione» di non aver tirato in ballo né Marx né Lenin come di non aver sfilato sulle note dell'Internazionale ma di aver modellato il suo parco socialismo sulla base delle consuete regole sociali delle antiche comunità beduine, come si volesse fermare il tempo ad una pretesa età dell'oro islamico fatta di lavoro e rigore morale sulla base della piccola proprietà privata che comprende però anche i vantaggi dell'industrializzazione.
Le ricchezze accumulate dalla nazionalizzazione delle risorse petrolifere sono state in parte ridistribuite sotto forma di discreti servizi sociali, derrate alimentari di base calmierate, programmi di irrigazione, ecc. Certo è che il plusvalore estorto ai 2 milioni di immigrati come salariati e domestici, la peggiore delle schiavitù, a qualcuno va.
Non ci sono dati sufficienti per leggere l'economia libica nella sua
vera struttura cioè il tipo di imprese, la suddivisione per
addetti,
il grado di meccanizzazione agricola, il tono di disoccupazione, il
ruolo
delle multinazionali e delle imprese straniere su concessione, ecc. per
cui questo libro verde rimane come un propagandistico breviario
di buone intenzioni mentre l'economia reale non va sicuramente verso il
preteso socialismo islamico né verso quello bolscevico di Lenin.
La generale crisi capitalistica ha già varcato le frontiere
libiche.
Scrive la nostra Storia della Sinistra nel capitoletto
intitolato
'Gli intransigenti prevalgono': «Quello che dette al Partito
Socialista
un violento scossone fu un fatto storico d'importanza non solo locale
ed
italiana ma collegato al corso dell'imperialismo mondiale, e gli
effetti
furono favorevoli alla posizione che il partito italiano potrà
prendere
nel 1914. Giolitti, tornato al potere (con audace manovra, egli aveva
fatto
di tutto per avere Bissolati nel Ministero, ma non vi riuscì, e
forse il più serio ostacolo si ridusse, nella pacchiana Italia,
a una questione di giacca e non frac al Quirinale!), il 29 settembre
1911
dichiarava guerra alla Turchia e la flotta italiana occupava Tripoli».
La situazione internazionale
Nel 1908 l'Impero Ottomano era stato scosso dalla rivoluzione nazionalista dei Giovani Turchi intesa a trasformarlo in uno Stato costituzionale, moderno; nel settembre successivo la Grecia annetteva l'isola di Creta; nell'ottobre Ferdinando I si proclamava zar del Regno indipendente di Bulgaria, mentre l'Austro-Ungheria annetteva all'impero la Bosnia e l'Erzegovina, di cui aveva l'amministrazione dal tempo del Congresso di Berlino. La Serbia, che vedeva compromessi i suoi piani per la creazione di un Regno grande serbo, mobilitava il suo esercito. Nella questione degli Stretti (apertura del Bosforo e dei Dardanelli) la Russia urtava contro l'opposizione britannica, si credeva giuocata dall'Austria e si schierava dunque con la Serbia. La richiesta inglese di una conferenza internazionale per chiarire la crisi bosniaca, falliva perché l'Austria, per timore di uscirne battuta, la respinse. L'Italia che temeva l'accrescimento della potenza dell'Austria nei Balcani, si avvicinava alla Russia con cui concluse nel 1909 l'accordo segreto di Racconigi con lo scopo di mantenere lo status quo in quella regione. In questo trattato la Russia riconosceva eventuali interessi dell'Italia in Africa.
In questo continente la Francia, dopo aver occupato la città di Casablanca nel 1907, intensificava la penetrazione in Marocco. Nel febbraio 1909 la Germania riconosceva il preminente interesse francese in quella regione, ma, di fronte all'occupazione da parte di truppe francesi della città di Fez, nel maggio 1911, la Germania inviò nelle acque del Marocco l'incrociatore Panther che gettò l'ancora nel porto di Agadir. La forte tensione tra Francia e Germania veniva risolta con un accordo che prevedeva la cessione alla Germania di 200.000 Kmq di territorio in Africa equatoriale in cambio della rinunzia da parte di Berlino ad ogni interferenza in Marocco.
Poche settimane dopo l'incidente di Agadir, il 29 luglio 1911, il ministro degli esteri San Giuliano inviava da Roma un promemoria segreto a Giolitti: «Dal complesso della situazione internazionale e di quella locale in Tripolitania, io sono oggi indotto a ritenere probabile che, tra pochi mesi, l'Italia possa essere costretta a compiere la spedizione militare in Tripolitania». Il ministro continuava argomentando che il principale pericolo in caso di una simile azione era che il colpo inflitto alla Turchia dalla occupazione della Tripolitania avrebbe potuto determinare una nuova crisi nel Balcani spingendone i popoli ad insorgere contro il regime dei Giovani Turchi, irritando l'Austria che vi avrebbe visto un attacco contro la sua influenza nella regione. D'altronde il momento era favorevole per l'azione perché la Francia, ancora impegnata nella tunisificazione del Marocco e in contrasto con la Germania, avrebbe probabilmente appoggiato l'impresa italiana, mentre il nuovo regime turco, ancora giovane, non avrebbe potuto opporre una seria resistenza militare.
Il pericolo dell'inazione era che altri avrebbero potuto agire al posto di Roma «I timori italiani – commenta lo storico inglese Seton Watson nella sua Storia d'Italia – non erano privi di fondamento. La Francia continuava a mangiucchiare nuovi territori lungo le frontiere tunisine ed algerine; nel 1909 l'Inghilterra aveva occupato Sollum, ed era convinzione generale che meditasse di creare un porto di rifornimento di carbone per le navi a Bomba, 270 chilometri più a ovest; la Germania era pericolosamente attiva a Tripoli, dove aveva creato banche e linee di navigazione e dove imprese tedesche effettuavano lavori pubblici ed acquistavano terre. Una fonte più grave di preoccupazione era l'ostruzionismo turco all'iniziativa economica italiana. Nel 1907 il Banco di Roma istituì una filiale a Tripoli e cominciò a finanziare imprese commerciali, compagnie di navigazione e piccole imprese industriali italiane. La Turchia aveva pienamente ragione di diffidare dell'attività del Banco che era praticamente uno strumento del governo italiano; i suoi investimenti non superavano il milione di lire e gran parte delle sue presunte attività economiche servivano in realtà di copertura ad un'azione di penetrazione politica».
Anche il ministro San Giuliano non mancava di notare che «ogni
piccolo incidente tripolino ed italo-turco è ad arte ingigantito
dalla stampa per diversi moventi, tra cui il denaro e l'intrigo del
Banco
di Roma, interessato ad affrettare l'occupazione italiana della
Tripolitania»
(G. Candeloro, Storia d'Italia). «Fin dal 1907 infatti
il Banco di Roma, i cui capitali provengono dal Vaticano e il cui
Direttore
generale è un Pacelli, ha iniziato tutta una serie di
investimenti
in quella regione; nel 1910 detiene già le linee di navigazione
Malta-Tripoli-Alessandria e Tripoli-Bengasi-Alessandria. In quest'anno
allarga ancora la sua attività con l'aprire una sua succursale a
Bengasi, creando un oleificio, una fabbrica di ghiaccio, acquistando
terreni
e monopolizzando il commercio delle spugne» (P. Maltese, La
terra promessa).
Una guerra extraparlamentare
In una lettera del 9 agosto 1911 San Giuliano comunicava a Giolitti che si era diffusa la voce di trattative del Banco di Roma con una società di banchieri austro-tedeschi per la cessione degli affari in Tripolitania e aggiungeva «più volte il Pacelli ha fatto questa minaccia ma io non credo che la tradurrà in atto finché serberà la speranza che l'Italia occupi la Tripolitania o che il Banco di Roma venga altrimenti compensato delle perdite che soffre in Tripolitania» (Candeloro).
In un primo tempo si pensava di agire dopo la fine della crisi franco-tedesca ma verso la metà di settembre sembrò probabile che tra la Francia e la Germania venisse raggiunto un accordo; il governo italiano allora decise di agire subito anche per impedire che la Germania, alleata del governo turco, intervenisse con la sua autorità di grande potenza per impedire l'impresa. «Il 24 settembre Giolitti chiese telegraficamente al Re, che si trovava a San Rossore, il consenso all'invio di un ultimatum al governo turco, che il sovrano (già informato una settimana prima da Giolitti della situazione) diede immediatamente. Il 26 l'incaricato d'affari turco disse a San Giuliano che il suo governo era disposto a concessioni economiche pur di evitare la guerra. Pressioni perché si iniziassero i negoziati su questa base furono fatte lo stesso giorno e il successivo da parte tedesca sui rappresentanti italiano a Berlino e Costantinopoli. Ma nella notte tra il 26 e il 27 partì da Roma l'ultimatum con cui si chiedeva al governo turco di consentire, entro ventiquattr'ore, all'occupazione italiana della Tripolitania e della Cirenaica. All'ultimatum fu data, come era previsto, risposta negativa, sicché il 29 settembre l'Italia dichiarò guerra alla Turchia. (...) La dichiarazione di guerra, costituzionalmente valida in base all'art.5 dello Statuto, fu fatta senza approvazione, né ratifica del Parlamento. Questo infatti aveva preso le vacanze nel luglio 1911 e si riaprì soltanto il 22 febbraio 1912 (...) La decisione di fare la guerra alla Turchia e di farla in quel momento fu presa dunque al vertice della gerarchia statale, da Giolitti e da San Giuliano con l'approvazione del Re, dei ministri militari e degli alti comandi delle forze armate» (Candeloro).
Giolitti governa con l'appoggio del PSI e ha invitato addirittura
Bissolati
ad entrare nel governo attirandolo con la proposta di allargamento
della
base elettorale anche agli analfabeti maggiori di trent'anni e con
quella
dell'istituzione di una gestione statale delle assicurazioni sulla vita
ma, allo stesso tempo, esercita una vera e propria dittatura escludendo
platealmente il parlamento da una decisione decisiva per la Nazione
come
la proclamazione di una guerra. «In questo contesto la guerra
coloniale contribuì non poco all'indebolimento delle strutture
parlamentari,
tanto che non solo le ostilità furono aperte senza il voto del
Parlamento,
anzi durante una vacanza parlamentare di oltre sette mesi, ma
addirittura
il Parlamento non fu riconvocato né per ratificare la
dichiarazione
di guerra, né per discutere il decreto di annessione, e quando
finalmente,
dopo cinque mesi dall'inizio delle ostilità, la Camera venne
riaperta,
il governo pretese l'esclusione dal dibattito della condotta delle
operazioni
militari nonché delle questioni politiche relative all'impresa.
Né meno grave fu la mortificazione delle prerogative
parlamentari
sulla politica finanziaria, con la pretesa di Giolitti di avere una
sorta
di sanatoria dell'arbitraria finanza di guerra tanto che le nuove
imposte
vennero introdotte per decreto e poi ratificate senza sostanziali
obiezioni
(...) La guerra venne pagata con artifici contabili, attraverso il
sistema
delle anticipazioni della tesoreria, il debito, la parziale
utilizzazione
del fondo di cassa» (Degl'Innocenti, I socialisti
italiani
e la guerra di Libia).
Un PSI in dottrina insufficientemente armato
La decisione della guerra non giunse però inaspettata poiché già da mesi era iniziata un'agguerrita campagna di stampa che spingeva verso l'intervento. «Tra la stampa che caldeggiava la guerra coloniale troviamo, accanto ai giornali del trust cattolico, 'Il Giornale d'Italia', finanziato dal gruppo Bastogi, dagli armatori e dall'industria bellica, 'Il Mattino', 'La tribuna', finanziata dall'industria navale genovese e dalla Banca Commerciale, il 'Resto del Carlino', organo della borghesia agraria emiliana e degli zuccherieri settentrionali, 'L'Idea Nazionale', in stretto contatto con gruppi finanziari e dell'industria siderurgica e meccanica. E appare pure significativo che un giornale come 'Il Corriere della Sera' si prestasse a 'fare della retorica' sull'impresa libica, non solo dando uno spazio determinante al filo nazionalismo di Andrea Torre, ma soprattutto mobilitando sulla guerra tutto il proprio corpo redazionale» (Degl'Innocenti).
Gli unici a non aspettarsela la guerra sembrano essere stati i dirigenti del PSI. Il 16 settembre 1911 infatti, 13 giorni prima della dichiarazione di guerra, Filippo Turati scriveva sulla 'Critica sociale': «Non ancora qui s'è scritto un rigo della 'impuntatura' tripolina (...) Confessiamo: finora, da noi, non si riuscì a prenderla sul serio (...) Si aggiunga che alle frottole infinite dei quotidiani, alla pretesa 'perplessità' dell'on. Giolitti, davamo – e diamo – la fede, che si conviene a tutti gli altri 'serpenti di mare' della zoologia giornalistica estiva. Ma, poiché il chiasso sale ormai alle stelle, e il partito socialista è tirato pei piedi nella lizza (...) – e la sezione socialista milanese suona a stormo, come già le fiamme investissero borghi e castella – non facciamo che il silenzio possa interpretarsi come acquiescenza od indecisione (...) L'attuale presidente del consiglio – senza essere personalmente né un Cavour né un Tiburzi, come pretendono sia stato diplomato da noi molti che non ci hanno mai letto – è abbastanza fine ed accorto per non dare ai suoi dolci avversari la ineffabile gioia di vederlo cascare nel trabocchetto che gli vanno ordendo dinnanzi; né vorrà, verso il limite estremo di sua carriera, fare a brani la innestata bandiera del più largo suffragio, per invidia degli allori sanguinosi che attristarono e disonorarono la canizie al Crispi (...) Ma, se il bromuro del buon senso non bastasse a prevenire nei responsabili gli accessi, di cui l'aura si annnunzia con tanto insueto fracasso; se la mulaggine dei turchi e dei tripolini d'Italia, ricusandosi alle provvide docce della fredda ragione, si accanisse a spingere le cose verso il precipizio; pensiamo – ed è l'ora forse di non dissimularlo – che il partito socialista ed il proletariato organizzato d'Italia abbiano oggi quanto basta di coscienza e di forza per tener testa; e che possano, senza iattanza o spavalderia, affrontare le bravacciate degli smargiassi, e dir loro semplicemente: Avanti pure signori! Noi siam pronti».
Queste argomentazioni di Turati, certo la personalità più significativa del socialismo riformista, dimostrano incontestabilmente la miopia politica della direzione riformista del PSI che la portava, da una parte a fondere la previsione della condotta della politica estera dello Stato italiano alle caratteristiche individuali di Giolitti invece di procedere a considerarne lo stadio di sviluppo economico, politico, sociale, e dall'altra a sopravvalutare, in modo clamoroso, la possibilità del partito e delle organizzazioni sindacali di influire sulle decisioni dell'esecutivo su un piano legalitario e democratico che si rivelerà invece del tutto ininfluente.
All'interno del PSI ben poche furono le voci che seppero indicare la linea della difesa intransigente dei principi dell'internazionalismo proletario, quali erano stati enunciati a più riprese dalla II Internazionale. Questi difficili anni in effetti, e poi più decisamente quelli cruciali tra il 1914 e il 1920, dimostreranno che per avere una corrispondenza tra enunciazioni teoriche e azione materiale del Partito una delle condizioni necessarie è che le prime siano chiare e nette e ben digerite dall'organismo 'Partito'.
L'impresa libica, nonostante la debolezza del Capitale italico sia dal punto di vista industriale sia finanziario, era una guerra imperialista, anche se da 'imperialismo straccione', (ma questo giudizio non inficiava il precedente), poteva semmai essere considerata proprio un'esibizione di forza militare per imporre la presenza dell'Italia tra l'esiguo numero delle potenze imperialiste «Non a caso – commenta Degl'Innocenti – il 1911 fu l'anno delle grandi concentrazioni industriali in una situazione finanziaria dominata, specialmente dopo la crisi del 1907, dalla banca e dalla presenza dello Stato (...) Infatti, l'impresa libica non rappresentava tanto la riscossione obbligata di una vecchia cambiale firmata dalla diplomazia internazionale e dettata da motivi di politica parlamentare interna, quanto piuttosto l'inizio di una politica estera più attiva ed 'energica', in sostituzione di quella giolittiana 'del piede di casa', e il tentativo di consolidamento di una politica estera 'mediterranea', nei Balcani e nell'impero turco più che in Africa, come «inserimento stabile dell'Italia nel mercato imperialistico internazionale».
Ma l'Odg della sezione socialista milanese del 15 settembre, se ha il pregio di 'suonare a stormo', come si era espresso Turati, richiamando il Partito ad assumersi le sue responsabilità politiche, dimostra però una forte debolezza sul piano dottrinale, soprattutto nell'analisi delle cause dell'azione militare, e non esce da quel piano legalitario al cui interno agisce la direzione del Partito: «Constatata la tracotanza con la quale le congiurate correnti militariste, affaristiche, patriottarde e nazionaliste, impadronitesi di quasi tutta la stampa politica, non esclusa una parte dello stesso giornalismo democratico, incalzano la diplomazia ed il governo italiano, fra l'antica acquiescenza del paese, smemorato o distratto, a rinnovare oggi a Tripoli, ad esclusivo servizio della borghesia germanica in sospettoso antagonismo con quella di Francia, l'errore enorme già commesso a servizio dell'Inghilterra, coll'occupazione dell'Eritrea, espiato a così duro prezzo di denaro, di dignità e di sangue nazionale; affermando una volta di più la criminosa assurdità di qualsiasi occupazione militare di colonie da parte di un paese, cui le forze e i capitali neppure bastano – né bastarono in mezzo secolo di unità nazionale – a colonizzare e rivendicare a civiltà una metà del proprio territorio – anzi neppure a iniziare questa ben più urgente e doverosa riscossa – per sottrarre se stesso alla vergogna del Meridione, economica e morale, incombente tuttora sui molteplici suoi Verbicaro; fa voto che il proletariato italiano sappia intendere in tempo la gravità dell'imminente pericolo: che le sezioni, la stampa, i propagandisti del partito socialista si mettano alacremente in campagna per illuminarlo e sospingerlo alle immediate difese; e, ricordando come, non più tardi di ieri, la colossale manifestazione pacifista del proletariato berlinese imponeva, alla megalomania militarista dell'imperatore feudale, quel rapido mutamento di stile, consacrato nel discorso pacifista di Amburgo, l'azione risoluta di un proletariato consapevole; invita la direzione del partito e il gruppo socialista parlamentare ad accordarsi senza indugio con la Confederazione generale del lavoro affinché analoghe manifestazioni proletarie solennemente ordinate e severamente ammonitrici, valgano a deprecare anche in Italia i disastri minacciati alla nazione dall'imperversare della nuova irresponsabile ubbriacatura militaresca e imperialistica» (da 'La Giustizia', 17 settembre 1911).
Il giorno dopo, come a rispondere alla chiamata, si riuniva il Comitato centrale della Federazione Giovanile Socialista che approvava il seguente documento: «Discutendo in merito all'agitazione promossa nel paese dal nazionalismo per l'occupazione da parte delle truppe italiane della Tripolitania, mentre riafferma la sua adesione al programma dell'Internazionale socialista avverso ad ogni impresa guerresca espansionistica della borghesia delibera: 1) di iniziare sul giornale federale L'Avanguardia una campagna energicamente contraria a quella dei giornali borghesi e invitare tutte le sezioni ad iniziare od associarsi a tutte quelle manifestazioni tendenti a formare nel popolo una viva corrente avversa alla minacciata invasione africana; 2) di mettersi a completa disposizione del partito socialista e della Confederazione del lavoro per tutte quelle manifestazioni ch'essi intendessero promuovere per impedire con qualunque mezzo una tale disastrosa impresa guerresca» (da 'L'Avanguardia', 24 settembre 1911).
La direzione del PSI si riuniva il 17 settembre dichiarandosi «risolutamente avversa a qualsiasi avventura militaresca in Tripolitania», ma rimandando allo stesso tempo «al gruppo parlamentare di manifestare il proprio pensiero» e riducendo l'azione diretta del proletariato all'appoggio che «deve essere dato, senza restrizioni, al gruppo parlamentare per ottenere prima la convocazione del Parlamento per agire poi alla Camera e nel Paese».
In tutto il paese intanto per iniziativa delle sezioni locali del PSI e della Federazione Giovanile, delle Camere del Lavoro, dei circoli anarchici e sindacalisti, vengono tenuti comizi, manifestazioni, si indicono scioperi contro la guerra, cercando di rintuzzare la mobilitazione nazionalista. Ma è solo il 20 settembre che si riuniscono, presso la Camera del Lavoro di Milano, il Consiglio direttivo della CGL, alcuni rappresentanti della Federterra e la Direzione del PSI.«Il Consiglio della Confederazione generale del lavoro, di fronte alle manovre del neonazionalismo che tenta di travolgere il paese in imprese nazionaliste delle quali l'Italia ebbe già a subire vergogne e danni, ritiene urgente una riunione plenaria della direzione del partito socialista, della Confederazione generale del lavoro e del gruppo parlamentare socialista. Delibera la pubblicazione di un manifesto che illumini l'opinione pubblica sui pericoli che si minacciano sulla vita politica ed economica d'Italia ed invita le organizzazioni dei maggiori centri a convocare per domenica prossima 24 pubblici comizi contro ogni tentativo di azione militare a Tripoli e dichiara che, per evitare all'Italia il disastro di una guerra, è disposta a ricorrere a tutti i mezzi non escluso lo sciopero generale, la cui effettuazione è deferita al Comitato esecutivo della Confederazione d'accordo con la direzione del partito socialista e del gruppo parlamentare» ('Avanti!', 22 settembre 1911).
Ma già da giorni, un po' in tutto il Paese le organizzazioni proletarie locali, sia politiche sia economiche si erano mobilitate per organizzare l'opposizione alla guerra. Nella direzione del partito, come in quella del sindacato non si era affatto convinti dell'opportunità della proclamazione dello sciopero generale, ma questo fu in pratica imposto dalla base socialista e dalle organizzazioni territoriali. «In realtà a vincere l'opposizione dei bissolatiani e le notevoli perplessità di Turati e di Treves, che vedevano nell'agitazione in atto nel paese solo 'uno stato convulsonario' e il pericolo di 'un'egemonia degli anarchici', furono gli organizzatori sindacali, che con decisione avanzarono e sostennero la richiesta dello sciopero generale di 24 ore per il 27 settembre, per il timore di perdere ogni contatto con la base. Rigola disse che la CGdL non poteva 'non assecondare quello che era il sentimento vivo e diffuso nelle masse', e Ludovico Calda aggiunse che l'organizzazione confederale era decisa a 'capitanare per disciplinarlo' uno sciopero che sarebbe scoppiato comunque» (Degl'Innocenti).
La direzione del gruppo parlamentare del PSI, riunita a Bologna il 25 settembre insieme ai rappresentanti della CGL, decise quindi all'unanimità di proclamare lo sciopero generale per il 27 settembre pur non nascondendo, come ben risulta dal manifesto diffuso per l'occasione, la propria riluttanza verso quest'azione di lotta che temeva potesse sfuggirle di mano: «Chiede a chi di ragione la immediata convocazione del Parlamento della nazione; e mentre consente al sentimento di protesta e di sdegno che anima oggi la manifestazione popolare; di fronte alla deliberazione presa dalla Confederazione generale del lavoro, invita i lavoratori organizzati a contenere nei confini della più severa disciplina e nei brevi limiti di tempo deliberati dalla confederazione allo sciopero generale il cui prolungarsi e il cui trascendere a dispetto del sentimento dei suoi promotori non potrebbe oggi in Italia ottenere altro risultato che di rafforzare le correnti militaristiche e della reazione che conducono a Tripoli le nostre navi; e li esorta a rafforzarsi invece nelle proprie organizzazioni e ivi addestrarsi all'assidua prova della propria battaglia sul terreno politico – la sua assenza dal quale è la vera e sola cagione che rende possibili le follie a suo danno dei governi e delle classi, che oggi ancora monopolizzano le maggioranze parlamentari».
Si intese dunque dare allo sciopero soltanto un carattere
dimostrativo,
di scissione di responsabilità, di avvertimento al Governo, non
certo quello di una manifestazione di forza, di minaccia proletaria che
potesse indurre l'esecutivo a rivedere le sue decisioni, come conferma
anche il comunicato della CGL, diramato il giorno stesso dello
sciopero:
«La Confederazione generale del Lavoro, in esecuzione di
quanto
deliberato nell'adunanza del suo Consiglio direttivo del 20 corrente;
plaudendo
all'adesione data dal gruppo parlamentare socialista nel convegno del
25
corrente all'ordine di idee esposte dai rappresentanti della
confederazione
stessa e che si concretizzano nella necessità di opporre alle
follie
espansioniste tripoline un'energica e grandiosa manifestazione di
popolo
che dia un valore tangibile alla corrente di protesta che freme
nell'anima
della nazione che lavora e che paga di persona; invita tutte le
organizzazioni
operaie d'Italia ad abbandonare il lavoro la mattina del 27 corrente,
mantenendosi
in modo che la protesta delle braccia conserte si mantenga dignitosa e
lontana da ogni atto di violenza, sia alta e solenne ad ammonimento al
governo e alle classi dirigenti che il popolo sta vigile custode delle
conquiste strappate e del suo destino» ('Avanti!', 26
settembre
1911).
L'opposizione operaia e di sinistra
Non mancava all'interno del Partito una corrente di sinistra che, attestata su posizioni di classe, cercava di portarlo sul giusto binario. Uno dei suoi strumenti era il settimanale 'L'Avanguardia', organo della Federazione Giovanile; il 24 settembre l'editoriale scriveva, con spiccata chiarezza rispetto alle dichiarazioni riformiste: «Contro Tripoli noi non opponiamo, come obbligato cliché, la Calabria e la Sardegna; non opponiamo le miserie interne; le vergogne dell'analfabetismo patrio; la siccità di acqua, di strade, e di pane meridionale: opponiamo puramente semplicemente la nostra concezione dottrinale del socialismo di classe. Provi pure la borghesia italiana ad andare a Tripoli e se ha la forza necessaria per affrontare una guerra esterna ed una interna ha in diritto di sprezzare e non tener conto delle chiacchiere sovversive e dei latrati dei cani proletari. Il diritto in tutti i campi non è che l'espressione della forza (...) È l'eterna questione che è l'anima stessa dell'attuale sviluppo storico: è il problema della lotta di classe. Al di sopra delle nazioni vi sono le classi; al di sopra dei nazionalismi vi è il socialismo internazionale e perciò superatore del problema della Patria. Chi non vuol capire ciò è un illuso o vuole illudere gli altri. Il proletariato però, con un istinto naturale forse superiore alla stessa coscienza teorica, sente profondamente questo stato di incolmabile antagonismo d'interessi, d'idealità, di azione e di fronte ai borghesi italiani farneticanti per Tripoli grida: Andate pure a Tripoli e noi scenderemo in piazza, il più forte vincerà» ('L'Avanguardia', 24 settembre 1911). A sostegno di quanto affermato dalla FIGS, si riportavano passi di molti giornali socialisti locali che sostenevano le posizioni degli intransigenti.
Lo sciopero del 27 ebbe una riuscita soltanto parziale, riuscì meglio nel Nord, mentre fallì al Sud, con esclusione di alcuni centri proletari. Le ragioni di questo risultato sono molte; non bisogna ovviamente trascurare il clima di mobilitazione nazionalista e patriottarda creato con ogni mezzo disponibile dai partiti e dalle istituzioni borghesi, né la repressione poliziesca che quando poté, impedì riunioni, comizi e manifestazioni. Ma certamente una delle cause principali fu proprio la mancanza di una direzione energica del movimento e i limiti in cui lo si era voluto imbrigliare.
Non mancarono episodi anche gravi di scontri tra manifestanti ed esercito: a Langhirano una cinquantina di operai ed operaie si recarono alla stazione del tram e, per impedirne la partenza, si stesero sui binari; caricati dalla polizia lasciarono sul terreno 4 morti e diversi feriti. A Poggibonsi le madri dei richiamati si gettarono sui binari per fermare i treni dei giovani soldati che partivano per la Libia.
«In talune località furono efficaci le dimostrazioni filotripoline dei nazionalisti, degli studenti e dei costituzionali, le quali evidenziarono la capacità inedita di mobilitazione della destra. Anche il mondo imprenditoriale non mancò di esercitare forti pressioni sul governo perché le agitazioni del 27 fossero duramente represse in nome della difesa dell'ordine pubblico e della cosiddetta libertà di lavoro» (Candeloro).
Su 'L'Avanguardia' del 1 ottobre così si commenta lo sciopero: «Il proletariato italiano, ancora una volta,ha dato una prova eloquente della sua coscienza di classe. Prova che rimane eloquente anche se lo sciopero generale, indetto dalla confederazione del lavoro, non ha avuto quel completo successo che noi fervidamente ci auguravamo (...) Il significato, diciamo, è tutto nella deliberazione precisa, e non diminuibile, presa dalla massima organizzazione del lavoro – anche attraverso le incertezze dei capi e le debolezze dei gregari – con la quale nettamente si affermava che la classe operaia si leva al di sopra della nazione e fa da sé, affermando il diritto ad un