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"COMUNISMO" n. 44 - luglio 1998
Presentazione.
– LE CAUSE STORICHE DEL SEPARATISMO BASCO   [ - 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - ].
IL FONDAMENTALISMO ISLAMICO NEI PAESI DEL MAGHEREB  [ - 1 - 2 - 3 - 4 - ]
   UNA FUORVIANTE PROSPETTIVA PER IL PROLETARIATO
            La polveriera egiziana - Il fondamentalismo in Sudan.
– MARXISMO E LEGGI DIFFERENZIALI   [ 1 - 2 - 3 ].
INVARIANZA E "CREATIVITÁ".
– Appunti per la Storia della Sinistra: LA REPUBBLICA "CATTO-COMUNISTA" [ nn. 42 - 43 - 44 - 45 - 46 - 47 - 49 - 50 ].
– Dall'Archivio della Sinistra:
     Abbasso la Repubblica borghese, Abbasso la sua Costituzione (Prometeo, marzo 1947).
     La costituente si diverte, il proletariato tira la cinghia e stringe i denti (Battaglia Comunista, marzo 1947).

 
 
 



Si apre questo nuovo numero della Rivista, che continua come sempre il tenace e sicuro lavoro del Partito, mentre l'ennesima bufera, questa volta proveniente dall'Asia, scuote i mercati finanziari e le borse del mondo intero; e nello stesso tempo la capitalistica Russia affonda nel pieno della crisi economica e finanziaria. D'altro canto non è mai cessata la violenta tensione tra Stati nelle diverse aree geopolitiche. Gli scontri tra Stati o gruppi di Stati per i controlli dei mercati si stanno facendo di tempo in tempo più aspri, le crisi politiche generali sfociano in sanguinosissime guerre locali, scoppiate anche all'immediata periferia della non più allineata Europa dell'Euro; l'estremo est dell'Asia è teatro di uno scontro gigantesco, travestito da mutuo sostegno monetario, tra antichi nemici, Cina e Giappone, per il predominio dell'immensa area.

Registriamo gli eventi con animo scientifico: ben sappiamo che quelli nel mondo finanziario sono epifenomeni, effetti secondari del più generale e contraddittorio processo di produzione ed accumulazione capitalistico. Pure, nel lungo periodo, anche gli effetti collaterali assumono valore significativo. L'intero meccanismo capitalistico mondiale sembra entrato in un grave ciclo congiunturale, mentre tutti i tassi di crescita degli indicatori economici delle principali economie mostrano valori bassissimi, frutto di una ipertrofia produttiva e dell'accumulazione spaventosa che non consente crescita degna di questo nome, e le crisi più o meno gravi si manifestano nei punti nodali più deboli o meno protetti, scaricando così le tensioni generate nel complesso del capitalismo.

Queste fasi da un ventennio almeno le vediamo ripetersi con frequenza crescente; i loro esiti nel medio periodo non sono in genere particolarmente significativi, mentre degno di nota è appunto il breve intervallo tra crisi, ripresa non impetuosa, nuova crisi.

Tale percorso, considerato nell'arco temporale di una generazione alla luce della nostra dottrina, mostra un andamento che porta ineluttabilmente ad un punto di rottura che non potrà più essere scaricato in zone periferiche, ma colpirà al cuore il sistema capitalistico con lo sbocco che naturalmente gli Stati borghesi sono costretti ad usare in questo caso. La guerra tra imperialismi, da troppo tempo assente sulla scena del mondo, effetto 'perverso' dello strapotere economico e militare del vincitore della seconda mondiale, torna allora a far sentire la sua necessità di bagno rigeneratore – bagno disumano di sangue per l'umanità lavoratrice – che distruggendo masse immense di ricchezza accumulata, permetta il successivo mentecatto ciclo di accumulazione a tassi di due cifre. Evento che da un allargamento forsennato dei mercati, ampliati senza soste, è stato dilazionato fino alle estreme possibilità, ma la cui ombra di sangue torna a manifestarsi, a dispetto dei tanti sedicenti uomini 'di buona volontà' e ridicoli sistemi politici sovra-nazionali che avrebbero la pretesa di mediare i conflitti tra Stati od intervenire a spengere i focolai di guerra.

La nostra dottrina, patrimonio oggi di pochissimi, legge in tal senso gli accadimenti turbolenti di questa estate; non ci esaltiamo per le crisi ripetute di questo meccanismo inumano, come non ci siamo mai abbattuti per i suoi temporanei successi e per come ha potuto in questa ultima tornata di millennio sradicare dal cuore dell'umanità lavoratrice speranza e certezza di un modo migliore di vivere e produrre. Non possiamo però fare a meno di leggere con gusto di questi ultimi accidenti della 'finanza globale', o almeno i variopinti commenti che la scienza finanziaria propina ad ogni scossone, a monito della delicatezza dell'argomento e consolazione delle torme di 'risparmiatori' che nel gioco delle borse hanno buttato i loro soldi più o meno sudati. Ecco allora che le altalenanti vicende della finanza mondiale fanno sbizzarrire i pronostici dei commentatori economici, che un giorno gridano alla catastrofe del sistema globale, un altro tirano sospiri di sollievo per le 'ripresine' delle borse, un altro ancora innalzano lodi alla disciplina monetaria cinese – figurarsi che genere d'argomento! – che ha eretto un baluardo contro la speculazione a sostegno della finanza asiatica e del sistema bancario giapponese, la seconda potenza economica nel mondo, la cui moneta si indebolisce giorno dopo giorno.

Il Giappone, con le banche più grandi e più integrate nei sistemi finanziari internazionali, alla mercè della buona disposizione delle autorità monetarie dell'ultimo grande Stato che si richiama al 'comunismo', il solo che sia rimasto – a parte la derelitta e folcloristica Cuba – dopo il tracollo e la disintegrazione della URSS! Miliardi e miliardi di sudati risparmi, anzi la finanza mondiale salvata dai decisi nipoti del Grande Timoniere, queste sono le delizie e mirabili novità del mondo presente.

La ricetta che erompe poderosa da tutte le gole, sale al cielo; più vigilanza da parte del Fondo monetario, più vigilanza internazionale sui sistemi bancari, e il coraggio di ristrutturare quelli in preda a 'sofferenze' non altrimenti colmabili. Perdio, coraggio e impietosa chirurgia da parte dei governi, quale che sia il loro colore. Banalità cui nessuno crede, ma che nella schizofrenia di un sistema ormai fuori di ogni controllo razionale fanno il paio con l'impotenza anche ad antivedere il sopraggiungere di ogni nuova crisi.

Ogni Stato, a conti fatti, difenderà alla fine con le unghie e con i denti il proprio sistema bancario, perché questo significa appunto difendere il proprio sistema produttivo, la propria economia, la capacità di portare la sfida sui mercati interni ed esteri. È una verità di solare evidenza, ma l'intrinseca falsità dei sicofanti del capitalismo putrescente fa intonare le pietose giaculatorie del controllo; e del resto la sterminata massa dei capitali a giro per il mondo ha il cuore sensibile, è delicata e cagionevole, e non sopporta le asserzioni brutali e dirette.

Passerà 'domani' anche questa fosca congiuntura, un cialtrone che finge di avere il più grande potere politico del mondo confessa contrito al mondo intero le sue porcheriole, e d'incanto il 'Toro' prende il sopravvento sull''Orso', Wall Street tornerà a macinare utili, seguita dalle altre spelonche infami del mercato finanziario. Poi qualche altro ingranaggio si bloccherà, e 'domani l'altro' ritornerà il buio, per le centinaia di milioni di corrotti dal gioco del capitalismo, che torneranno a trepidare per i propri soldi, a giro per il mondo in chissà quale misterioso circuito finanziario.

Ma ben altro attende, dietro l'angolo, questo mondo infame. Buon lavoro, compagni!
 
 
 
 
 
 
 
 



LE CAUSE STORICHE DEL SEPARATISMO BASCO
 

[ - 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - ]

Seguito dal numero precedente del rapporto, esposto alla riunione di Genova nel maggio '97.
 
 
 

Dalla dittatura di Primo de Rivera alla Seconda Repubblica

Il colpo di Stato del generale Primo de Rivera non fu che la risposta della borghesia di fronte alle sfide economiche e sociali. Si trattava prima di tutto di ristabilire la pace sociale e così garantire il normale sviluppo dell'economia e dei traffici, turbati da un'agitazione operaia che cresceva incessantemente attizzata dalla crisi del dopoguerra e dalla guerra in Marocco.

La neutralità nella Prima Guerra Mondiale aveva provocato conseguenze assai vantaggiose per la borghesia spagnola. Però la fine del conflitto, col pieno ritorno sul mercato mondiale delle potenze liberate dalle necessità belliche, dimostrò subito il carattere estremamente debole e arretrato dell'economia spagnola, del tutto incapace di competere a livello internazionale. Per questo il nuovo regime, in campo economico adottò il protezionismo ad oltranza, richiesto urgentemente da tutti i settori economici padronali, e, in campo sociale, la proibizione e persecuzione delle organizzazioni operaie che non si piegavano (come successe con il PSOE e con la UGT) alle nuove condizioni. Primo de Rivera fu accolto come salvatore della patria da tutti i settori della borghesia, spaventati per l'aspetto che stavano prendendo gli avvenimenti: sconfitta della controrivoluzione interna ed esterna in una Russia ancora rivoluzionaria; agitazione operaia internazionale; in Spagna scioperi e sommosse e risposte armate di nuclei operai di inclinazione anarcosindacalista alla repressione e agli attentati terroristici di bravacci al soldo padronale, soprattutto a Barcellona. Nominato Capitano Generale della Catalogna, Primo de Rivera si mostrò particolarmente sensibile alle richieste della borghesia catalana, che richiedeva misure urgenti e drastiche di fronte al clima di quasi guerra civile che si viveva in Catalogna.

Per quanto riguarda la situazione nei paesi baschi, il golpe di Primo de Rivera godette della benedizione di quasi tutti i settori padronali, eccettuata una piccola borghesia che veniva trascinando il suo scontento da decenni. Già abbiamo visto nella seconda parte di questo lavoro la scissione che allora si era prodotta nelle file del nazionalismo: da un lato i settori nazionalisti, partigiani del mantenimento dello status quo difeso dalla odiata Madrid, cambiarono il vecchio nome del partito, PNV, in Comunione Nazionalista, mentre la piccola borghesia insoddisfatta si scindeva mantenendo la sigla di sempre insieme alla rivendicazione separatista e pubblicando il settimanale Aberri. Questo dopo il golpe di Primo de Rivera fu sospeso, e per ingannare la censura del regime dovette apparire con un nuovo nome, El Diario Vasco, omettendo qualsiasi riferimento al Partito Nazionalista. Così, mentre le attività della Comunione Nazionalista centrate sugli aspetti meramente culturali e linguistici baschi sono tollerate, 34 sedi del PNV in Biscaglia furono chiuse e il suo maggior dirigente, Gallastegui, dovette esiliarsi. Accantonando il ricorso all'attività terroristica, che per il momento non sarà utilizzata, Eli Gallastegui e gli aberriani costituirono il nucleo precursore meglio definito nel campo ideologico, prima dell'ETA e poi del cosiddetto Movimento di Liberazione Nazionale Basco.

Come succederà 30 anni dopo, questa piccola borghesia basca, incapace di inserirsi con un proprio ruolo nel vortice dell'accumulazione capitalista, cercherà di accattivarsi la classe operaia, interessandosi ai suoi problemi, però dal suo particolare punto di vista, non vedendo nel proletariato che uno strumento da utilizzare per le sue finalità di classe, pienamente filoborghesi quanto a forma e a contenuto.

La politica economica della dittatura di Primo de Rivera consentì alle grandi banche e alle imprese siderurgiche basche i migliori risultati fino allora mai conosciuti. Ricordiamo il famoso discorso di F. de Echevarrìa a Bilbao, nel 1926, a nome della Lega dei Produttori di Biscaglia, per felicitarsi col nuovo regime per le direttive economiche adottate. Direttive che, sia detto di passo, essa stessa aveva proposto al governo di Primo de Rivera. Diamo come cifra di riferimento quella relativa alla produzione di acciaio che dal 1920 al 1930 aumentò del 235%. Questi risultati sono estrapolabili alla generalità delle attività economiche a livello nazionale, e questo spiega la relativa pace sociale che regnerà in Spagna durante il periodo primoriverista.

Però quest'aria di prosperità borghese si interromperà nel 1930-31, facendo cadere il regime così come lo aveva fatto arrivare, e nonostante l'appoggio della grande borghesia di Biscaglia, che ha sempre visto soddisfatte le sue aspirazioni da parte di tutti i regimi politici succedutisi in Spagna fino ai nostri giorni. La crisi dei mercati internazionali nel 1930-31 obbligherà a nuovi impostazioni nel campo economico e politico e i capitalisti faranno cadere senza troppo strepito la dittatura di Primo de Rivera dando il passo ad un periodo di transizione conosciuto come la Dictablanda, che preparerà la sostituzione tranquilla e senza soprassalti di una monarchia ridotta solo a schermo politico e che davanti agli occhi delle grandi masse della popolazione si presentava come un regime corroso dalla crisi e dalla corruzione.
 

La Seconda Repubblica e il 'Problema Basco'

La crisi economica del 1930-31 si fece assai sentire nei paesi baschi che continuavano ad essere, insieme alla Catalogna, la regione più industrializzata di Spagna. Furono particolarmente colpiti la siderurgia e la cantieristica navale, due settori chiave della struttura produttiva basca. Non è un caso che è proprio in questo periodo che rialzano la voce le rivendicazioni regionaliste e per gli Statuti di Autonomia. La questione autonomista sarà abilmente utilizzata inoltre per confondere le masse proletarie, di per sé già confuse dal collaborazionismo del Partito Socialista, dal falso apoliticismo degli anarcosindacalisti e dall'avventurismo zigzagante di un PCE senza alcuna base marxista e al servizio della politica controrivoluzionaria dittata da Mosca.

L'analisi superficiale, e per altro verso tendenziosa, della questione spiega questo fenomeno di radicalizzazione regionalistica come la risposta alla oppressione di minoranze nazionali da parte del regime di Primo de Rivera. Il governo aveva imposto come lingua ufficiale solo il castigliano, ciononostante già dal 1926 tutte le lingue parlate in Spagna erano legalmente autorizzate a far ingresso di pieno diritto alla Academia de la Lengua. Lasciando da parte gli aspetti linguistici, tanto sfruttati da allora fino ai nostri giorni, è indubitabile che l'apparizione di questi consistenti movimenti per l'autonomia in Catalogna e nei paesi baschi era legata agli effetti della crisi capitalistica del 1929-31 sulla fragile struttura industriale spagnola di allora. Prova di questa affermazione è la debolezza della rivendicazione nazionalista in Galizia, una regione nella quale l'industrializzazione ancora tarderà alcuni decenni a far sentire i suoi effetti e che mancava di una piccola e media borghesia con forza sufficiente perché si potesse udire la sua richiesta di partecipare, sotto la bandiera dell'autonomia, al riparto del plusvalore estorto al proletariato.

All'arrivo della Repubblica nel 1931 (è sicuro che la località di Éibar in Guipùzcoa fu la prima a proclamarla), la coalizione repubblicano-socialista salì al potere secondo quanto concordato fra partiti repubblicani e opportunisti nel Patto di San Sebastian dell'agosto 1930. I nazionalisti baschi non si erano integrati nel patto in parte per il carattere laico che lo ispirava e soprattutto perché non soddisfaceva le loro richieste economiche che erano ispirate 'al regime precedente il 1839'. Nel far questo evidentemente non mancavano di soddisfare demagogicamente la loro massa elettorale, che ancora rimpiangeva gli innegabili vantaggi che per le loro classi aveva rappresentato, ai suoi tempi e nel suo contesto storico, il regime forale.

Nel novembre del 1930 la Comunione Nazionalista e il Partito Nazionalista Basco tornarono a riunificarsi con il nome di sempre. Il nuovo PNV conterà sulla sua base sociale abituale: contadini, pescatori, operai di discendenza e lingua basca, clero e piccola e media borghesia. La sua linea politica tuttavia offrì ulteriori novità: indipendentismo nebuloso, reminiscenze xenofobe e soprattutto difesa ad oltranza della proprietà privata e anticomunismo esacerbato. Inoltre, e come era successo nel 1910 con Aberri eta Askatasuna, Patria e libertà, una parte della piccola borghesia intellettuale laica e urbana formò Eusko Abertzale Ekintza, Azione Nazionalista Basca, gruppo politico del tipo di Azione Catalana, che non arriverà mai ad oscurare minimamente l'influenza del PNV.

Come abbiamo visto nella seconda parte di questo lavoro, il regime dei Conciertos Econòmicos si istituì nel 1878, dopo la sconfitta militare del carlismo, come abile mezzo di compensazione del governo di Cànovas del Castillo dopo la perdita dei fueros di radice medioevale che erano sopravvissuti nella regione basca. Questi Conciertos Econòmicos si mantennero nelle tre province basche e nella Navarra durante il regime di Primo de Rivera e durante la Seconda Repubblica e fino alla caduta dei paesi baschi sotto le truppe franchiste nel 1937. Al regime repubblicano il PNV chiedeva uno statuto di autonomia per i paesi baschi simile a quello concesso alla Catalogna. Alcune iniziative di carattere autonomista non riuscirono a prosperare, come il cosiddetto Statuto di Estella del 1931 e altri nel 1932 e 1933. Le frizioni fra il governo centrale repubblicano e i nazional-clericali baschi a seguito della questione dello Statuto di Autonomia e dei suoi effetti economici e politici, assunsero talvolta carattere estremamente violento e si registrarono incidenti armati fra militanti del PNV e partigiani della repubblica. Comunque questi occasionali scontri non si spinsero oltre un limite prestabilito da entrambe le parti giacché il nemico comune, il proletariato, poco a poco andava perdendo quella fiducia iniziale che le organizzazioni che dicevano di rappresentarlo gli avevano fatto riporre nella repubblica borghese.

I fatti dell'ottobre 1934 vennero a confermare che la politica del governo di 'destra' di Lerroux-Gil Robles non era altro che la continuazione della politica antioperaia e repressiva della coalizione fra partiti repubblicani e il PSOE. Conoscendo le sue origine e traiettoria crediamo che nessuno si stupisca della posizione totalmente contraria dei nazionalisti baschi al tentativo insurrezionale della classe lavoratrice dell'ottobre 1934. Uno dei suoi più qualificati rappresentanti, Aguirre, dichiarava in atto di scusarsi: «Nella Rivoluzione di Ottobre non abbiamo preso partito, né abbiano avuto contatti spirituali né materiali (...) Né noi solidarizziamo con quel movimento protestando per gli assassini, le offese e violenze commesse nelle Asturie e nella Guipùzcoa». Già si respirava un'atmosfera insurrezionale, e di nuovo, come sempre aveva fatto in situazioni simili fin dai tempi di Sabino Arana, il PNV rimproverò i grandi borghesi che «consegnarono miniere e fabbriche nelle mani del socialismo (...) che con il loro egoismo, la loro ambizione con il loro anelito smodato per le ricchezze, nell'abbandono nel quale lasciarono il corpo e l'anima degli operai, fecero tutto, tutto, assolutamente tutto il possibile perché gli umili si appartassero dalle loro credenze (...) Con qual diritto tuonare allora ipocritamente contro gli 'estremisti rivoluzionari'?». (Euskadi, 22 settembre 1934).

Nonostante l'opposizione del PNV, l'organizzazione sindacale nazionalista, la filo-padronale STV (che nel 1933 da SOV aveva mutato la sua sigla in STV, Solidarietà dei Lavoratori Baschi, senza per questo mutare in nulla la sua linea politica e sindacale gialla-bianca), si vide trascinata suo malgrado dal movimento insurrezionale. Benché mancassero di una direzione autenticamente rivoluzionaria, le masse operaie si mostrarono senz'altro disposte a difendersi in modo intransigente dagli attacchi del padronato e del suo Stato. Della durezza degli scontri che ebbero luogo nella zona basca durante l'insurrezione operaia del 1934, ci dà un'idea la successiva occupazione militare di tutta la zona mineraria di Biscaglia e della zona industriale della costa di Bilbao e la repressione esercitata nei centri più industrializzati della Guipùzcoa.

Pochi mesi prima del movimento insurrezionale di ottobre, il Partito Comunista Spagnolo aveva creato la sua filiale basca, il Partido Comunista de Euskadi. Fin dalle sue origini il PCE aveva goduto di un certo seguito operaio, soprattutto in Biscaglia, e alle elezioni del 1933 ottenne 13.000 voti in Biscaglia e in Guipùzcoa. Il dato dimostra il progressivo disaccordo di settori della classe operaia con la politica collaborazionista del PSOE. Disgraziatamente per la classe operaia spagnola e internazionale alla base della politica del PCE, pienamente stalinizzato, non c'era altro che il mantenimento dell'ordine stabilito, secondo le direttive impartite da una Internazionale e da uno Stato russo completamente persi per la causa della rivoluzione mondiale. Così il PCE si dedicherà a recitare in moto totalmente meccanico e fuori del suo contesto reale, seguendo il dettato di Mosca, la posizione di Lenin sulla autodeterminazione delle nazionalità oppresse, comprese le minime, baschi catalani, galiziani «e qualsivoglia nazionalità sia oppressa dell'imperialismo della Spagna». Il POUM, che ugualmente mancava di una base marxista, nemmeno sfuggirà alla trappola della 'questione delle nazionalità in Spagna', ipotizzando che il suo sbocco sarebbe consistito nel passaggio della direzione del movimento dalle mani della piccola borghesia a quelle del proletariato.

Come studi di partito hanno dimostrato, sulla scorta di netti giudizi di Marx e di Engels, il carattere pienamente capitalista delle relazioni produttive e pienamente borghese del potere statale in Spagna risalgono a dir poco alla fine del secolo passato. Pertanto, in presenza di un simile contrasto sociale e storico un vero partito marxista rivoluzionario potrebbe scrivere sulla sua bandiera un solo compito emancipatore: la liberazione della classe proletaria tramite la internazionale rivoluzione sociale anticapitalista. La negazione di questa prospettiva provocherà la partecipazione dei partiti e delle organizzazioni cosiddette proletarie e comuniste ai Fronti Popolari insieme ad altre forze dichiaratamente borghesi e clericali, come succederà nei paesi baschi, facendo propri totalmente i loro piani reazionari di difesa della proprietà privata e del regime borghese repubblicano. Sarà precisamente nei paesi baschi dove risalteranno in massima chiarezza i disastrosi effetti per la causa del proletariato di questa politica fronte unico.
 

La Guerra Civile nei paesi baschi

Dopo una serie di titubazioni iniziali, il PNV decise di mantenere la sua neutralità elettorale nei comizi generali del febbraio 1936 che dettero la vittoria al Fronte Popolare. A poco servirono le raccomandazioni della curia vaticana perché i nazionalisti baschi si alleassero alla Confederazione Spagnola Destre Autonome. In questo senso i massimi dirigenti nazionalisti si mostrarono estremamente cauti nel non appoggiare in modo aperto la CEDA, la qual cosa avrebbe aggravato il malanimo della numerosa classe lavoratrice della regione e provocato un pericoloso allontanamento dai suoi dirigenti dalla stessa base elettorale nazionalista. Nei mesi precedenti allo scoppio della guerra civile la situazione sociale di Spagna mostrava caratteristiche ogni volta più preoccupanti per la stabilità dell'ordine borghese. La vittoria del Fronte Popolare conteneva momentaneamente le rivendicazioni proletarie immediate, però superata la fase di impasse iniziale, queste non tardarono a presentarsi, a volte in modo violento, nonostante i reiterati intenti di stalinisti, riformisti, POUM e della direzione della CNT-FAI per canalizzarle in senso istituzionale. La politica seguita da queste organizzazioni nei tre anni che durò il conflitto non sarà che la continuazione degli indirizzi antiproletari che avevano portato alla 'vittoria' del Fronte Popolare nel febbraio 1936.

La fase precedente lo scoppio della guerra vide, per quel che riguarda i paesi baschi, aspetti di vera polarizzazione sociale. Le aspirazioni autonomiste di una gran parte della società furono accolte nel programma del Fronte Popolare, facendo credere a tutti i settori sociali scontenti che l'ottenimento dell'anelato Statuto di Autonomia avrebbe costituito una specie di panacea universale per tutti i mali che affliggevano la società.

Altro punto che ugualmente contribuì alla vittoria del Fronte Popolare nei paesi baschi fu l'inserimento nel suo programma elettorale del blocco degli sfratti agrari. È quasi sicuro che una certa responsabilità nel calo notevole in queste elezioni del voto nazionalista e la sconfitta spagnolista è attribuibile al voto dei responsabili di questi sfratti rurali, i proprietari o jaunchos, molti dei quali legati al PNV. Il peso del fattore rurale nei paesi baschi a quel tempo era ancora grande, nello stesso modo che era mutata la sua divisione sociale in funzione della proprietà della terra. Il voto nazionalista era più numeroso nelle zone rurali nelle quali si parlava il basco e con un regime predominante di piccola proprietà e di affitto, sottomesso ad un regime di spietata spoliazione da parte dei proprietari, impoverito da imposte e ipoteche e aggravato dalla mancanza di infrastrutture e vie di commercializzazione dei prodotti. Per contro la maggioranza dei proprietari rurali più agiati, i kulak baschi e i fondiari del sud basco e della Navarra, orienteranno le loro posizioni politiche verso il carlismo, che ora si presentava come un movimento di orientamento borghese ultraconservatore e profondamente controrivoluzionario. I braccianti agricoli, molto numerosi nelle zone a latifondo del sud dei paesi baschi e della Navarra, daranno i loro voti per lo più al Fronte Popolare allettati dalle sue promesse elettorali. In provincia i proprietari e gli affittuari di Biscaglia e di Guipùzcoa si orientarono verso il nazionalismo, nonostante la caduta elettorale di questo nel 1936, mentre, al contrario, in Alava e in Navarra saranno partigiani per lo più di un carlismo adattato ai nuovi tempi. Più avanti vedremo le conseguenze che questo trarrà con sé durante la guerra civile e successivamente.

La posizione del PNV prima e durante la guerra civile non offre alcun luogo a dubbi riguardo al suo carattere autenticamente controrivoluzionario e antioperaio. Alcuni mesi prima della guerra, l'organo ufficiale dei nazionalisti baschi, Euzkadi, in un articolo redatto da una nostra vecchia conoscenza, Don Engracio de Aranzadi, chiariva le sue idee per non lasciare il minimo sospetto di ambiguità di fronte al suo elettorato, ferventemente cattolico: «Se c'è un sentimento veramente antirivoluzionario in Euzkadi, questo è quello del Partito Nazionalista Basco (...) Tutto ciò che qui ha un senso rivoluzionario non è basco (...) Solo il nazionalismo e nient'altro del nazionalismo ha fatto lavoro controrivoluzionario; al nazionalismo dobbiamo che non sia rossa, che non sia socialista, che non sia comunista tutta la massa operaia di Biscaglia (...) Pubblico e notorio è che in Biscaglia, come in Euskadi intera, l'unico nemico efficiente del sinistrismo è il Partito Nazionalista Basco» (Euzkadi, 17 gennaio 1936). Che non si trattasse di uno sfogo isolato lo provano la serie di editoriali col medesimo tono che apparirono in quest'organo nazionalista alla fine di quel mese e all'inizio di febbraio.

Pertanto, e come abbiamo potuto comprovare, non si può accusare di incoerenza il PNV, che metterà in moto tutti i mezzi per evitare qualunque iniziativa proletaria che ponesse in pericolo la pace sociale e l'ordine capitalista. Per questo scopo, come succede in ogni dramma storico, si cercava qualcuno disponibile al ruolo miserabile ma sempre necessario del fellone: tale onore è da riconoscere agli organismi cosiddetti operai, comunisti e socialisti, che non solo collaborarono in compiti di governo con un partito che si dichiarava apertamente loro ostile, ma che inoltre posero nelle sue mani i meccanismi del potere e di repressione che garantivano l'applicazione di tutta una serie di misure antiproletarie e apertamente procapitaliste. Saranno gli stessi fatti della guerra civile nei paesi baschi a mostrare nuovamente, e con prova marcata a fuoco sulla pelle insanguinata della classe operaia, la funzione mille volte controrivoluzionaria sia del nazionalismo basco, sia del possibilismo nelle sue versioni stalinista, socialdemocratica e anarchica.

Come è noto la sollevazione militare, ordita in collaborazione con il governo repubblicano, fu dapprima sconfitta nella maggioranza delle principali città e zone industriali spagnole dalla reazione inattesa delle masse proletarie che si armarono spontaneamente sconfiggendo gli insorti. Da quel momento e in entrambi i campi avversi, tutte le forze e le manovre di carattere politico e militare saranno indirizzate in un'unica direzione: disarmare il proletariato e sconfiggerlo.

In Alava e in Navarra il carlismo rinnovato era la forza politica predominante ed è lì dove iniziano a prevalere le forze fasciste. Immediatamente circa 6.000 persone saranno assassinate in Navarra, compresi alcuni membri del PNV vittime individuali della ambiguità elettorale del loro partito. In Alava, ove ugualmente trionfarono i fascisti, molti nazionalisti si unirono ad essi, alcuni per salvare la pelle e altri perché capirono che era arrivato il momento di decidere fra il fascismo e la minaccia del proletariato in armi, scegliendo coerentemente per l'opzione più affine al loro credo politico, cioè, quella fascista. La provincia di Alava era allora scarsamente industrializzata e mostrarvi inclinazioni controrivoluzionarie non implicava alcun rischio, semmai il contrario. È però significativo che fino al 18 settembre 1936 il generale Mola, capo dell'esercito fascista del nord, non sciogliesse le organizzazioni nazionaliste basche.

Senz'altro in Biscaglia e in Guipùzcoa il golpe fascista fallisce a causa della decisa opposizione del proletariato. Però la preponderanza operaia dura poco. La formazione di una Junta de Defensa e successivamente del Governo Autonomo Basco sarà il passo decisivo della controffensiva capitalista lì dove i militari erano stati sconfitti dagli operai. Non tarderanno infatti i contrasti fra il partito dell'ordine borghese (PNV, Fronte Popolare) e i comitati operai che si indisciplinavano dalle direttive dei loro massimi dirigenti. A San Sebastian la fucilazione dei fascisti da parte degli operai, in risposta al bombardamento aereo e navale della città, provocherà le dimissioni dei membri del PNV del Dipartimento dal Governo nella Junta de Defensa della Guipùzcoa. Però nella stessa Junta poi prevarrà il criterio del PNV, secondo il quale ogni resistenza sarebbe stata inutile, e che farà sì che la città di San Sebastian si consegnasse al generale fascista Beorlegui senza resistenza alcuna.

Precedentemente, il 4 settembre 1936 era stata occupata Irùn, città di frontiera, dopo una disperata resistenza degli operai male armati che, abbandonati alla loro sorte, incendiarono la località prima dell'entrata delle truppe fasciste. La consegna di San Sebastian, senza che si sparasse un colpo, ebbe grandi ripercussioni strategiche poiché l'esercito fascista poté avanzare circa di 60 chilometri verso la capitale basca, Bilbao.

L'analisi delle operazioni militari e delle misure politiche adottate dal governo di coalizione basco pone in chiaro che i nazionalisti e il Fronte Popolare fecero quanto era in loro potere per favorire la sconfitta dei lavoratori. Per farlo appianarono ogni divergenza fra loro quando fu il momento di decidere il metodo adeguato. Una cosa è innegabile: quando si è trattato di difendere, ad ogni costo, l'ordine stabilito si sono trovati d'accordo tutti i settori politici nazionalisti, dagli officialisti, agli indipendentisti della Federaciòn de Mendigoizales. Così lo ribadisce Luis Arana, qualificato rappresentante del settore più critico con la linea ufficiale pro-spagnolista del PNV: «Era nostro dovere in questa lotta, che non è la nostra, che non è della nostra razza, che non è della nostra ideologia, il mantenimento dell'ordine nella nostra casa, nella nostra Biscaglia, nella nostra Euskadi».

La testimonianza di qualcuno tanto poco sospettabile di simpatie rivoluzionarie come il consolo britannico a Bilbao è sufficientemente eloquente circa il vero spirito regnante fra i nazionalisti: «Per quanto ho udito, i baschi lamentano profondamente il compromesso politico del mese scorso (non unirsi a Franco, ndr) (...) Mi hanno detto inoltre che la Junta non è riuscita a convincerli di inviare distaccamenti a difendere San Sebastian».

L'insistenza dei rappresentanti in Madrid del PNV perché le Cortes, il parlamento repubblicano, approvassero lo Statuto di Autonomia non oscurava l'altro obbiettivo, la creazione di un corpo para-statale nei paesi baschi con l'obiettivo di proteggere la proprietà capitalista e farla finita con gli 'eccessi' degli operai armati. Non riuscirono nei loro propositi in un primo momento a causa della inferiorità delle condizioni rispetto ai lavoratori armati. Ascoltiamo a questo riguardo il testimone, ugualmente al di sopra di ogni sospetto, dell'ambasciatore inglese in Spagna, Henry Chilton: «Quando ho lasciato Zarauz il 1° agosto, un dirigente nazionalista basco chiese di parlarmi e mi informò che sebbene i baschi si siano uniti al Fronte Popolare al principio del conflitto quando era stata loro promessa l'autonomia, erano ora disgustati dagli orrori perpetrati dai comunisti, anarchici, ecc. nel territorio basco, dove si erano fucilati prigionieri insorti a sangue freddo e a caso e anche vari nemici personali dei partiti di governo. I baschi sarebbero stanchi del regime sovietico in Guipùzcoa, non dispongono di armi e si vedono, pertanto, impotenti. Con 800 fucili potrebbero, pare, affrontare le forze sovietiche della provincia. Sebbene di fatto non dicesse di sollecitare queste armi dal Governo inglese, l'insinuazione è chiara».

Lo Statuto sarà approvato il 1° di ottobre 1936 e pochi giorni più tardi sarà costituito il primo 'governo basco' presieduto dal nazionalista José Antonio Aguirre, e che conterà sulla partecipazione di membri del PCE e del PSOE. Il solenne teatrale giuramento per il suo incarico da parte di Aguirre, pronunciato in basco e in castigliano, poco concesse per giustificare la partecipazione del PCE-PSOE a questo governo autonomo: così recita: «Prostrati davanti a Dio, in piedi sulla terra basca, memore degli antenati, sotto l'albero di Guernica, giuro di adempiere fino in fondo al mio mandato...».

In questo spirito di 'intendimento' un delegato del giallissimo STV fu inviato a Mosca nell'ottobre 1936 per assistere alle cerimonie 'commemorative' della rivoluzione di Ottobre. Sicuramente nell'animo di quel discepolo del prete Larrañaga, capo spirituale del STV, si trattava di presiedere alla sepoltura definitiva della rivoluzione, nel mentre venivano eliminati e diffamati davanti alla classe operaia mondiale i vecchi bolscevichi compagni di Lenin.

La prima disposizione del governo autonomo basco fu, evidentemente, garantire l'ordine pubblico. Si creò un corpo di polizia proprio (la Ertzana) al comando di Telesforo Monzòn, e la sua presenza si fece subito notare: «Si sono avuti casi isolati di assassinii, opera degli anarchici. Da quando essi (il PNV) sono andati al potere la situazione è senza dubbio alcuno molto più sicura» (Dichiarazione del console inglese a Bilbao l'8 dicembre 1936). L'episodio dell'assalto al carcere di Bilbao di Larrinaga ci mostra molto bene qual'era la vera missione del PNV e del suo governo di coalizione con il Fronte Popolare. Il giorno 4 gennaio 1937 una folla operaia inferocita assaltò la prigione di Larrinaga e altri centri di detenzione della capitale della Biscaglia, uccidendo 224 prigionieri in risposta ai bombardamenti e ai crimini fascisti. La repressione del Governo Basco non si fece attendere e sei operai del battaglione UGT, che erano stati inviati a proteggere i prigionieri fascisti, cosa che non fecero, furono condannati a morte, condanna eseguita con l'acquiescenza e l'approvazione dei partiti del Fronte Popolare. Per proteggere meglio i fascisti un battaglione di gudaris, soldati baschi sotto il controllo stretto del PNV, fu ritirato dal fronte, dove era più forte l'offensiva dell'esercito franchista, e destinato a compiti di 'vigilanza' a Bilbao.

Se non in altro ha ragione Letamendia quando afferma che il regime sociale instaurato nei paesi baschi era 'più a destra della Repubblica', giacché si proibirono tacitamente gli scioperi, e fu il governo basco a garantire che la proprietà delle imprese restasse nelle mani di 'legittimi' proprietari. Se il governo basco non si fece carico di impresa alcuna perché i suoi proprietari, che in gran parte erano stati pro-fascisti, e il controllo governativo garantissero la impossibilità di qualsiasi iniziativa che puzzasse di espropriazione operaia.

Lo Statuto di Autonomia e la creazione di una polizia e di un esercito sotto il controllo del governo autonomo basco furono assai utili quando giunse il momento di dover dividere l'azione dei lavoratori in tutto il nord della penisola. Poter disporre di un governo basco frontepopulista-clericale servì come cintura sanitaria per evitare la saldatura fra il proletariato asturiano e cantabrico con quello basco, inoltre ad impedire che la poderosa industria siderurgica basca, chiave per decidere la sorte della guerra, cadesse in mani indesiderabili. Su questo aspetto della guerra civile spagnola l'opinione del console inglese Henderson risulta estremamente chiarificatrice: «I baschi, secondo la mia impressione, hanno più paura dell'aggressione rossa dei santanderiani e asturiani che del pericolo dei militari. Per impedire l'infiltrazione di elementi indesiderabili dall'ovest hanno alzato un rigoroso controllo della loro frontiera con Santander».

Non c'è pertanto nulla di strano che, in un simile girone, nel quale non mancarono nemmeno trattative, tramite il Vaticano, fra i nazionalisti baschi e Franco per concordare una pace separata, il sottodirettore del progetto del Cinturòn de Hierro, le fortificazioni militari intorno a Bilbao, fosse in realtà un agente di Franco, e che alla prima occasione fuggisse con i piani segreti delle successivamente mitizzate fortificazioni. Comunque il possesso di questi piani segreti non avrebbe che messo in evidenza per i capi fascisti la scarsa efficacia delle fortificazioni predisposte da ingegneri civili senza alcuna esperienza militare.

La caduta del Fronte del Nord era solo questione di tempo, e la sua realizzazione fu attuata meticolosamente, pianificata a livello nazionale e internazionale, dissimulata abilmente con qualche 'offensiva'. L'unica 'offensiva' dell'esercito basco si ebbe nel novembre-dicembre 1936 contro la capitale dell'Alava, Vitoria, che era in mani fasciste. L'obiettivo immediato era la presa di Villareal di Alava, la quale avrebbe facilitato la caduta di Vitoria. Dal punto di vista militare risulta incredibile e inconcepibile che l'esercito basco, appoggiato da unità asturiane e di Santander, molto superiore di numero e armamento, e che contava inoltre nella copertura aerea, non riuscisse a prendere Villareal, difesa da poco più di 600 fascisti con scarsa artiglieria. Dal punto di vista politico, che è quello che in definitiva determina la strategia militare, questo fatto si spiega con le caratteristiche stesse della 'offensiva', attuata per togliersi l'immagine di ignavia che il governo basco iniziava a suscitare nelle masse. Per altro la caduta di Vitoria avrebbe implicato un sollievo per Madrid, attaccata da Franco, il che non era desiderato da nessuno, né da Franco, né dal PNV, né dal Fronte Popolare i quali tutti contavano in una caduta rapida di Madrid. Però il proletariato della capitale resistette.

I compiti di retroguardia evidentemente acquisirono lo stesso peso di quelli realizzati sul fronte militare. Il primo capro espiatorio, data la sua debolezza numerica nei paesi baschi, fu la CNT, che pateticamente, e facendo astrazione ancora una volta dai suoi sacri principi apolitici e antiautoritari, reclamò un posto nel governo frontepopulista-clericale basco. Non solo si ignorò la sua richiesta: ma la tipografia del quotidiano anarchico CNT del Norte fu consegnata al partito stalinista per stamparvi Euskadi Roja.

Tutto cominciava ad esser ben preparato per la caduta definitiva di Bilbao, che se tarderà fu per la resistenza sanguinosa del proletariato di Biscaglia e per l'appoggio delle unità venute dalle Asturie e dalla Cantabria, unità che dovettero scontrarsi militarmente non solo con le truppe di Franco ma anche con quelle del governo basco, che impedirono che si attuasse una politica di terra bruciata per privare i fascisti della industria e delle miniere di Biscaglia. Il risultato fu che al cadere di Bilbao, il 19 giugno 1937, Franco trovò praticamente intatta l'industria pesante che in poche settimane iniziò a produrre massicciamente forniture per l'esercito fascista. La collaborazione suggellata fra la potente oligarchia bancaria e industriale, i juanchos del PNV e il Fronte Popolare, con l'attiva partecipazione della borghesia internazionale, aveva dato i suoi frutti.
 

Il Dopoguerra

Le massicce distruzioni originate dalla guerra civile ebbero l'effetto di rinvigorire il capitalismo ispanico. Se i grandi impianti industriali capitalistici di Biscaglia furono rispettati durante il conflitto, non successe lo stesso con i centri urbani: Bilbao, San Sebastian e, l'esempio più tragico, Guernica costituirono terreno di prova del moderno armamento che poco dopo si sarebbe impiegato contro il proletariato nella Seconda Guerra Mondiale. Poiché quasi tutte le grandi città spagnole coinvolte nei combattimenti, così come le scarse infrastrutture viarie e ferroviarie, avevano sofferto notevoli distruzioni si poté poi dar il via alla ricostruzione con i suoi grandi affari a vantaggio della borghesia. E tutto questo accompagnato dal tallone di ferro antiproletario del franchismo e dell'inquadramento e militarizzazione delle attività produttive e dei trasporti di base, imponendo alla classe operaia un regime di privazioni materiali e di disciplina del lavoro simile a quelli esistenti negli altri paesi d'Europa e negli Stati Uniti, indipendentemente dalla maschera politica adottata dal Capitale in ciascuna situazione particolare.

Dopo l'entrata delle truppe di Franco in Bilbao e lo sbandamento conseguente (si calcola che circa in 200.000 fuggissero all'estero dai paesi baschi), la borghesia basca poté respirare definitivamente tranquilla. Il potere economico della odiata oligarchia basca era praticamente intatto e questo la privilegiava rispetto al resto della borghesia spagnola. Alfonso Churruca, presidente del centro industriale di Biscaglia dichiarò nel febbraio 1939: «Per gli interessi dell'industria di Biscaglia, oltre alle costruzioni navali e la costruzione del materiale ferroviario, hanno da essere di estremo beneficio i lavori che si intraprendono d'accordo con il piano preparato dal Signor Ministro delle Opera pubbliche, la costruzione di strade e porti, che implicano la costruzioni di gru, ponti metallici, betoniere, livellatrici, attrezzatura, ecc.».

Nel 1940 il regime franchista creò il Consiglio dell'Economia Nazionale che emanerà una seria di direttive per adeguare l'economia alla congiuntura internazionale. La borghesia spagnola, che ufficialmente mostrava fervida ammirazione per l'Asse italo-tedesco, in pratica non disdegnava trattati economici con paesi nemici dell'Asse. Nell'aprile 1940 e nell'aprile 1941 la Gran Bretagna concesse consistenti prestiti alla Spagna franchista. Questa ambiguità, a distanza di pochi anni, passata la Guerra Mondiale, si convertirà in un proamericanismo aperto nella guerra fredda fra i due colossi imperialisti dominanti: Russia e Stati Uniti. In premio il piano Marshall previde la concessione di grossi prestiti alla Spagna nel 1949 al 1950.

Però i primi anni '40 non videro nei paesi baschi lo sviluppo economico che si sarebbe potuto sperare data una serie di condizioni estremamente favorevoli: grande capacità produttiva essendo restati intatti i maggiori mezzi di produzione industriali, grande domanda interna e annientamento del movimento proletario. Dopo l'entrata in Bilbao delle truppe fasciste il regime dei Conciertos Econòmicos fu abolito in Biscaglia e in Guipùzcoa, come castigo a queste province 'traditrici' per non aver favorito la 'Sollevazione Nazionale', essendo conservato per contro in Alava e in Navarra. Comunque questo non portò più che ripercussioni puramente propagandistiche poiché tale misura punitiva tanto radicale non influì in niente sulla buona marcia dei traffici e dello sviluppo dell'attività industriale in Biscaglia e i Guipùzcoa. Quindi l'origine del rallentamento nello sviluppo non deve trovarsi nell'abolizione da parte del governo di Franco del regime dei Conciertos Econòmicos, ma in fattori congiunturali come la mancanza di energia elettrica, di carbone e di rottame di ferro. Progressivamente l'industria basca andrà superando questa situazione, soprattutto al termine della guerra mondiale. In questo modo delle 191 imprese e 16.795 lavoratori che esistevano nell'industria di trasformazione del ferro in Biscaglia nel 1944 si passa a 244 imprese e 20.755 lavoratori nel 1950, arrivando a 513 imprese nel 1956. Ugualmente succederà con il settore delle macchine in ferro, che fino al 1940 era di scarso sviluppo nei paesi baschi, raggiungerà un certo livello nel 1959, fino al grande slancio successivo, rallentando solo con la crisi generale nel 1975.

La guerra civile, vissuta e sofferta tanto intensamente nei paesi baschi, pagata con un vero macello del proletariato, portò le sue logiche ripercussioni nella contrazione della forza lavoro salariata. Per questo, come successo alla fine del secolo passato e all'inizio di questo che muore, il territorio basco tornò a registrare un saldo migratorio positivo da tutti i punti della Spagna, benché principalmente dalle zone geograficamente vicine. Così nel breve periodo compreso fra il 1950 e il 1953, la crescita della popolazione nei pesi baschi fu quasi del 23% mentre la media spagnola non arrivava al 9%. Per questo non risulta in assoluto paradossale che fra le 17 province spagnole che ridussero la loro popolazione dal 1950 al 1960 non ve ne sia alcuna basca né di Navarra. Qualcosa di simile succedeva con il prodotto pro capite per il quale tutte le province basche e di Navarra superarono abbondantemente la media nazionale.

Un aspetto caratteristico della politica economica franchista di quegli anni è la progressiva emarginazione di quei settori della Falange che realmente avevano creduto integralmente al programma di nazionalizzazioni. Già nel 1940 il Generale Muoz Grandes (segretario generale della Falange Spagnola Tradizionalista) chiariva inequivocabilmente le intenzioni del regime al riguardo in una Conferenza nel 1940: «Dobbiamo preoccuparci molto assiduamente non solo di rispettare, ma di sostenere e favorire con tutti i mezzi l'iniziativa privata come fattore principale dell'economia». E José Marìa de Areilza nello stesso 1940 lo esprimeva in maniera molto più allusiva verso quei settori nazionalizzatori della Falange: «Senza l'iniziativa privata, ogni impegno autarchico, che è in sintesi l'industrializzazione crescente, si ridurrebbe a mera elucubrazione teorica. L'iniziativa privata, l'imprenditore, l'industriale o il fabbricante spagnolo è quello che deve portare sulle spalle il peso della battaglia per l'autarchia. Supporre che lo Stato vada a convertirsi in fabbricante o in industriale per supplire alle deficienze private non cessa d'essere una ingenuità infantile e, ciò che è più grave, un errore psicologico profondo». Tuttavia alcuni settori della borghesia, tramite le Camere di Commercio e di Industria, non cessarono di reclamare insistentemente e ripetutamente maggiori misure di liberalizzazione, protestando ricorrentemente contro quello che consideravano 'eccesso di interventismo'.

Gli affari per la borghesia basca e per le sue banche andavano prendendo un avviamento molto favorevole, partecipando, spesso come soci di minoranza, alla maggior parte delle imprese spagnole. La contropartita era nel degradarsi della condizione operaia fino a dei livelli che richiesero l'apertura di mense in molte fabbriche per alimentare i loro lavoratori giacché i miserabili salari erano del tutto insufficienti per sfamare loro e i loro familiari.

Lo Stato borghese, per opera della Falange, ipotizzava che la sindacalizzazione forzata riuscisse a contenere lo scontento operaio provocato da queste condizioni. Questo si augurava Muoz Grandes, a quel tempo segretario generale del sindacato, in occasione della citata Conferenza: «Parallelamente noi ci proponiamo di inquadrare, e già lo stiamo facendo,, tutti i lavoratori nelle nostre organizzazioni, spingendo alla sindacalizzazione, fino a convertire la sottomissione attuale in fervida adesione». La fervida adesione arrivò sì nell'aprile del 1951 però in una forma molto diversa da quella prefigurata dall'illustre militare: con l'adesione cioè ad un grande sciopero generale nei paesi baschi al quale parteciparono circa 200.000 lavoratori, con riuscita anche in città che tradizionalmente mai si erano distinte per la vastità di conflitti sociali, come Vitoria e Pamplona. Nonostante quel che dicevano i reazionari l'industrialismo e i suoi effetti già si facevano sentire in tutto il territorio basco. In Guipùzcoa le cose presero tale aspetto che lo stesso governatore civile, il barone Benasque, preparò i passaporti per sé e per la sua famiglia. Il ricordo dello spavento del 1936 era ancora fresco nella mente dei carnefici.

Il peso politico di queste lotte ricadde sopra i militanti del PCE, che avevano ricevuto la consegna di infiltrarsi nei sindacati fascisti. Si trattava di fatto di controllare le lotte operaie per evitare la formazione di movimenti di carattere autonomo che potessero rompere un giorno con la linea politica propugnata dagli stalinisti e dall'opposizione democratica di Franco. Il PNV e la sua appendice sindacale nei fatti si distinsero per la loro assenza per tutto questo periodo.

Molti dei militanti del PNV, imprenditori in attività, non avevano gran motivo di lamentarsi per l'andamento economico, mentre i fuorusciti per personali responsabilità politiche erano occupati a far pressione sugli americani, finché questi decisero di optare per Franco nella guerra fredda facendogli da spalla. I nazionalisti baschi mostrarono il loro disappunto di fronte a questa decisione degli Stati Uniti: «Ha urtato la nostra ingenua coscienza il fatto che coloro che diressero tanto brillantemente la seconda guerra mondiale per salvare la democrazia (...) abbiano inciampato tanto nei loro principi da considerare necessario, a quanto pare, prestare armi e denaro all'ex amico di Hitler e Mussolini» (Javier de Landàburu, 1956). Benché fosse una decisione poco intelligente per i membri del PNV con responsabilità politiche trattenersi nella Spagna di Franco, successivamente, di fatto, tanto l'esilio quanto il carcere subìto sotto il franchismo costituiranno un buon biglietto di presentazione antifranchista davanti alle masse.

Il 1956 sarà un anno chiave per le lotte operaie. Nella primavera di quell'anno si era prodotto nel Nord e in Catalogna un poderoso movimento di sciopero che riuscirà a strappare ai capitalisti un aumento generale dei salari che oscillerà fra il 25 e il 70%, ciò che dà un'idea dei salari da autentica fame fisica esistenti. In questo periodo in Spagna cominciano a soffiare nuovi venti che portavano con sé la fine della tappa cosiddetta autarchica. Il processo di riaccumulazione capitalistica postbellica era già sufficientemente maturo per poter integrare pienamente l'economia spagnola nel mercato mondiale. Tale maturità veniva esprimendosi tramite la crisi economica del 1957-59 che renderà necessario il Piano di Stabilizzazione e che, ancora una volta, imporrà una serie di misure antioperaie riducendo la capacità di acquisto ottenuta con le lotte del 1956.

Sarà in questi anni '50 che si avranno i primi segni di scontento nelle file nazionaliste rispetto alla politica di inattività del nazionalismo ufficiale. Di nuovo, come era successo agli albori del primo nazionalismo sabiniano, e come nel secolo XIX con le guerre carliste, questa nuova ondata di industrializzazione postbellica scuoterà i paesi baschi. Il mondo rurale soffrirà in grande misura i progressi della nuova industrializzazione. Già nel 1955 l'attività agraria rappresentava solo il 12,8% del prodotto interno lordo basco, e andrà riducendosi progressivamente fino all'8,1% nel 1975. La campagna si andava spopolando ed il prezzo del suolo industriale aumentava, per la qual cosa la coltivazione della terra, in una orografia così poco favorevole come quella basca, cesserà d'essere redditizia. L'allevamento del bestiame si presenterà come una via di uscita di fronte alla rovina economica o all'emigrazione nelle città, però le troppo piccole dimensioni aziendali e la concorrenza estera farà che nemmeno questa attività risulterà vitale.

Il contesto socio-politico di questo periodo sarà pertanto di una reindustrializzazione massiccia; arrivo di gran numero di immigrati dalle altre regioni della Spagna; lotte operaie sempre più numerose una volta superato il primo periodo del terrore franchista; rovina della piccola borghesia agraria e in minor misura urbana; calcolata repressione governativa delle manifestazioni culturali in lingua basca e inattività del nazionalismo ufficiale di fronte a tutto questo. Elementi più che sufficienti perché settori della piccola borghesia insoddisfatta, sempre presenti attivamente nella moderna vita politica basca, comincino a manifestare sintomi di inquietudine che si formalizzeranno nella creazione di un gruppo che porterà il significativo nome di Ekin, Fare, sorto fra gli studenti della elitaria università gesuita di Deusto nel 1952. Questo sarà il nucleo dirigente che più tardi si chiamerà Euskadi ta Askatasuna, Paese Basco e Libertà, organizzazione molto più conosciuta con la sua sigla: ETA.
 

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IL FONDAMENTALISMO ISLAMICO NEI PAESI DEL MAGHEREB
UNA FUORVIANTE PROSPETTIVA PER IL PROLETARIATO

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LA POLVERIERA EGIZIANA

Lo sviluppo della crisi economica in Egitto segue il percorso degli altri paesi arabi economicamente deboli, e in generale di tutti quelli del Terzo Mondo, tracciato ed imposto dal Fondo Monetario Internazionale mediante le consuete e ben note «manovre di riaggiustamento strutturale».

In favore della situazione egiziana intervengono però due fattori di carattere geo-strategico: primo l'Egitto è l'unico Stato cerniera e di comunicazione terrestre tra l'Africa e il Medio Oriente; secondo, sul suo territorio c'è

quell'importantissima autostrada d'acqua lunga 161 Km su cui transita il 14% di tutto il traffico mercantile internazionale via mare.

Questi due fattori, parte integrante della più complessa ed articolata questione militare in Medio Oriente, servono da oltre mezzo secolo a far allentare i cordoni delle borse americane ed europee e ad ottenere continui rinvii sulle restituzioni dei crediti. In particolare l'imperialismo americano non potrà mai rinunciare al suo controllo diretto in questo importantissimo fulcro strategico, soprattutto dopo lo smacco subito in Iran con la conseguente perdita delle basi e dell'appoggio garantito dallo scià Reza di Persia, suo fedelissimo alleato fantoccio.

Per questi due aspetti le masse derelitte e sfruttate egiziane, oltre i normali patimenti che sopportano, sono da considerarsi prigioniere ed ostaggio della classe dirigente locale poiché sono da questa utilizzate per difendere con il loro sacrificio umano, come è stato già fatto nel passato con sconclusionate operazioni militari, questi due importanti «beni della Nazione».

Il Dono del Nilo come era chiamato anticamente l'Egitto per il fatto di svilupparsi esclusivamente sulle sue alluvioni racchiude all'interno dei suoi confini politici 1 milione di Kmq compresi i 59.200 Kmq in Asia. La maggior parte di questo territorio è completamente desertico mentre la parte abitata e coltivata è di solo 55.000 Kmq, pari a 1/18 sul totale, ovvero una superficie grande il doppio della Sicilia, sui cui però vivono, secondo l'ultimo censimento, 56 milioni di individui. Ciò porta la densità abitativa reale a 1.018 abitanti per Kmq di territorio utile, contro quella puramente aritmetica di 58 abitanti per Kmq in media. Il Cairo, quindi, secondo l'ultimo censimento ufficiale del 1986, con i suoi 6 milioni di residenti ed una incredibile densità di 28.300 abitanti per Kmq, è la degna capitale di uno Stato sovraffollato. Però, secondo le ultime stime dell'agosto 1993, la popolazione totale sale a 58 milioni, mentre quella del Cairo, la città più grande dell'Africa, è stimata in 15 milioni. Nel solo infernale quartiere cairota di Imbaba, di poco superiore ai 2 Kmq, «vivono» un milione e mezzo di egiziani, il che significa poco più di un metro quadrato di spazio a testa, strade, tetti e terrazze compresi.

Nella Città dei Morti, segnalata da tutte le guide turistiche per il suo «contrastato paesaggio», ovvero un ex cimitero mamelucco delimitato da mura, fra migliaia di tombe, costruzioni e monumenti funebri «riciclati», vivono oltre mezzo milione di persone più derelitte di altre, per lo più profughi provenienti dalla zona del Canale e da qui fuggite durante la guerra del 1973 per la riconquista della piena sovranità su questo importantissimo bene nazionale!

Come popolazione l'Egitto è il secondo paese africano dopo la Nigeria è il terzo, dopo il Sudafrica e l'Algeria, come PIL con 32 miliardi di dollari nel 1992; il PIL pro capite però è sceso molto basso a 570 dollari: occorre ricordare che nel 1970 esso era di 200 dollari pro capite e salì a circa 700 nel 1987.

Le voci principali dell'economia egiziana riguardano principalmente agricoltura, materie prime, petrolio e derivati, rimesse degli emigranti, turismo di massa, pedaggi sul canale di Suez, aiuti e finanziamenti internazionali particolarmente agevolati.

L'agricoltura egiziana è favorita da eccezionali condizioni geo-climatiche: proverbiale fertilità naturale del suolo, soleggiamento continuo ed inverni caldi, territori piani, di facile accesso e raggruppati attorno al Nilo e irrigazione totale in quantità pressoché illimitata, regolarizzata dopo la costruzione della diga di Assuan, la quale però trattiene considerevolmente la discesa naturale del limo, il fertilissimo fango trasportato dal fiume nelle sue periodiche inondazioni, costringendo così i contadini a ricorrere ai fertilizzanti industriali. Il necessario prezzo del progresso, giustificano ipocritamente i grandi economisti di ogni parte!

Il terreno coltivato in Egitto è di 2,7 milioni di ettari uguale alla metà del territorio utile, oasi comprese ma ovviamente deserti esclusi: terreni sottoposti alla pratica della inondazione annuale del Nilo sono rimasti solo 400.000 ettari, mentre il resto è irrigato in modo permanente mediante opere di regolamentazione idraulica.

Queste opere irrigue e le condizioni climatiche permettono tre raccolti l'anno e determinano conseguentemente una particolare pratica e rotazione colturale contraddistinta con varietà e terminologia adatta: «Scitui», ovvero le principali colture invernali di grano, fagioli, orzo, fave, cipolle, lino ecc.; «Sefi», quelle estive di cotone, «l'oro bianco dell'Egitto», riso, mais, miglio canna da zucchero arachidi sesamo; »Nilj», o dell'inondazione del Nilo, le colture autunnali di riso, mais e miglio.

Di conseguenza la superficie seminata è molto più estesa di quella posta a coltura, la produzione di frutta ed ortaggi è continua, l'allevamento di bestiame da lavoro, da cortile, per carne e latte è estesa. Nonostante ciò, come non deve stupirci nel modo di produzione capitalistico, anche per l'Egitto si pone ancora oggi il drammatico problema dell'autosufficienza alimentare.

Da un dossier di Problèmes économiques marzo 1994 sull'economia egiziana riassumiamo una serie di dati per illustrare in sintesi la situazione. L'agricoltura assicura il 20% del PIL complessivo ed assorbe più di un terzo della popolazione attiva. Il PIL agricolo è cresciuto al ritmo medio del 2,7% annuo negli anni '60, è passato al 3,5% negli anni '70 dopo l'entrata in funzione della diga di Assuan, per poi discendere al 2,5% negli anni '80, cioè a valori inferiori a vent'anni prima. Queste variazioni però vanno rapportate al consistente incremento demografico ricordando che nel 1950 l'Egitto contava solo 20 milioni di persone, ovvero in solo 40 anni la popolazione è quasi triplicata.

Di seguito riporteremo le illuminate spiegazioni del FMI e le conseguenti manovre di aggiustamento strutturale.

Per quanto riguarda l'occupazione in agricoltura negli anni '60, non avendo a disposizione notizie in merito più aggiornate ma che rimangono comunque significative considerando il buon livello produttivo raggiunto in quel periodo, riportiamo un brano da Islam e capitalismo, di M. Rodinson. «In realtà, dopo il 1880 e l'occupazione inglese, con l'intensificazione della coltivazione del cotone che tendeva a diventare monocoltura, vi è uno sviluppo dello sfruttamento delle terre ad opera di operai salariati. Secondo il censimento del 1907, già il 36,6% della popolazione rurale attiva era composta da operai agricoli. Nel 1958-59, la cifra dei contadini senza terra saliva al 74% della popolazione rurale. Si trattava di salariati in potenza, non avendo in pratica altre risorse; tuttavia, dei 14 milioni di individui rappresentati da tale percentuale, di cui 10 milioni abili al lavoro, solo 3 milioni erano regolarmente salariati. A tale cifra bisognerebbe aggiungere proprietari delle micro-coltivazioni i quali possono vivere solo impiegandosi presso i proprietari maggiormente favoriti, vale a dire 215.000 capi di famiglia per un totale di 1.075.000 contadini: circa il 5% della popolazione rurale. Alla stessa data, si stima al 56% della superficie delle grandi proprietà (più di 20 feddans) la parte di queste che non è affittata, ma direttamente sfruttata dal proprietario, vale a dire lavorata da salariati».

Al di là delle strane definizioni sui salariati in potenza che per noi, vista la successiva descrizione, sono puri proletari agricoli, il quadro degli anni '60 ci mostra 4 milioni di salariati agricoli, tra proletari e piccoli proprietari certamente in via di proletarizzazione, che lavorano oltre la metà delle grandi aziende agricole, vere fabbriche a cielo aperto.

Tornando alla situazione attuale, i documenti ci dicono che gli investimenti pubblici in agricoltura sono diminuiti negli ultimi 25 anni, mentre ora dopo l'avvio delle manovre del FMI, con i nuovi investimenti si vuole aumentare la produzione agricola che cresce al 3% annuo, di poco superiore alla crescita demografica che per ora si è stabilizzata al 2,7% dopo gli elevati tassi degli anni precedenti. In altre parole se tutto fila liscio si continuerà a consumare, o meglio a patir la fame, come ora.

L'agricoltura è il settore dove, a partire dal 1987, la liberalizzazione economica è stata più intensa; e ben se ne vedono gli effetti. Si è iniziato a sopprimere i controlli sulla varietà delle colture, sui prezzi fissati all'origine, sulla commercializzazione delle derrate agricole e sono iniziati i programmi di privatizzazione delle aziende agricole statali e delle attività para-agricole. Anche qui la falsa formuletta, anche da noi tanto riproposta, «meno Stato, più Mercato» ha accresciuto la ricchezza di qualcuno e la miseria di molti altri.

La liberalizzazione è rimasta parziale per parecchio tempo; le produzioni agricole programmate e sottoposte al regime dei prezzi fissati statalmente e le rotazioni colturali per le derrate alimentari (riso, mais, grano, cotone), allo scopo di approvvigionare a basso costo le città e le industrie, sono state via via sostituite da colture foraggiere, non calmierate e non sottoposte ad alcun vincolo, in sostituzione di quelle per l'alimentazione umana. Il fenomeno si accrebbe al punto di far cadere le entrate di imposte per l'erario su quelle derrate da 5,5 miliardi di lire egiziane del 1985 a 1 miliardo del 1991.

Inoltre gli «aggiustamenti» programmati dal '92 prevedono la drastica riduzione delle sovvenzioni per la produzione per l'alimentazione animale, per i fertilizzanti ed i pesticidi, con l'esclusione di quelli per il cotone; la commercializzazione di questi prodotti passa al settore privato e la liberalizzazione di tutta la produzione agricola dovrà essere completata nel 1995. Le politiche del FMI inoltre tendono a realizzare incrementi di produttività sul suolo già coltivato, piuttosto che aumentarne la superficie tramite bonifiche, irrigazioni ed opere varie. Così facendo il deserto potrà riprendere la sua avanzata nonostante gli immani sforzi, Sfinge compresa, fatti per arrestarla. Ma di ciò i cervelloni dell'alta finanza non si preoccupano, fino a quando ovviamente non diventerà un'occasione su cui speculare.

Loro calcolano che si aumenterà la disponibilità commerciale delle derrate dal 20% al 40% solamente migliorando le sementi, introducendo nuove varietà e ibridi, modernizzando la raccolta, che ridurrà perdite e dispersioni, e infine razionalizzando l'irrigazione, oggi praticamente a costo zero, introducendo adeguate tariffe sui consumi che ne limiteranno «gli abusi». Parallelamente le opere per la manutenzione idraulica, bonifiche e drenaggi passeranno gradualmente a carico dei produttori.

Il Faraone del capitalismo non ricorda più o non è più in grado di adempiere alla massima incombenza dei Faraoni delle precedenti forme di produzione: la difesa del territorio e la manutenzione delle opere idrauliche compiti riservati all'unità centrale! In questo modo introducendo il pagamento dell'acqua e le tasse sull'irrigazione si limiteranno le produzioni che necessitano di grandi quantità di acqua, ovvero della canna da zucchero ma soprattutto del riso, tradizionalmente un alimento base; quindi meno acqua, meno riso, più fame.

Le cifre dell'autosufficienza alimentare sono complessivamente peggiorate e solo in alcuni settori, secondo i trionfalistici rapporti del FMI, ci sono stati rallentamenti e qualche recupero, però complessivamente sempre sotto il livello dell'autosufficienza. Un esempio per tutti il grano: nel 1960 la produzione nazionale copriva il 66% del consumo, nell'87 scende al 22%, per risalire al 45% nel 1991.

Un'altra consueta carta del FMI riguarda la limitazione dei consumi alimentari. Secondo questi obesi geniacci e i loro ben pasciuti pennivendoli le «sovvenzioni per i prezzi calmierati producono degli sprechi (zucchero e pane soprattutto) perché il costo del pane rimane sempre solamente ad un quarto del suo valore». Per loro, benché presto per considerare che la dipendenza alimentare egiziana sia definitivamente in via di attenuazione, le prospettive di incremento produttivo e di rallentamento della crescita demografica tenderebbero ad accreditare una soluzione favorevole. In altre parole: producete di più, mangiate pagando al prezzo di mercato e figliate con estrema moderazione! Quante lauree, masters e stages sono occorsi per tanto risultato?

Nel frattempo l'Egitto rimane uno dei primi paesi importatori agricoli mondiali con un enorme deficit commerciale: nel 1990/94 le esportazioni agricole sono state il 5,8% sul totale delle esportazioni, mentre le importazioni alimentari (grano, farina, mais) risultavano il 23,5% sul totale delle importazioni. Queste cifre ci mostrano come, nonostante le potenzialità e gli incrementi di produzione, la fame e la miseria capitalistica sia ben radicata.

Non consola, né sfama, il primato nel mondo per il 1990 per il più alto rendimento nella produzione del riso. Anche la produzione del cotone, l'oro bianco dell'Egitto, considerato come qualità il migliore del mondo, ha subito una caduta del 40% in 20 anni. La causa è, sempre secondo i soliti dottoroni, nei bassi prezzi imposti dallo Stato ai produttori, i quali negli ultimi anni hanno preferito pagare delle ammende piuttosto che continuarne la coltivazione. Occorre precisare che molti piccoli produttori furono costretti da questi bassi prezzi a coltivare il grano, altre derrate agricole e passare alla produzione orticola, sicuramente più remunerativa e più nutriente del cotone, mentre solo le grandi aziende potevano meccanizzarne la produzione e la sgranatura. Le superficie coltivate quindi sono scese della metà in 25 anni compromettendo così il rifornimento all'industria tessile nazionale che impiega 386.000 addetti.

Questo, come altre situazioni, non è dovuto al «più Stato, meno Mercato» ovvero all'ingerenza della macchina statale in economia, ma alle generali leggi e necessità della produzione capitalistica, come Marx ha ampliamente descritto a proposito dei processi di concentrazione e centralizzazione della produzione in questo modo di produzione nel Primo libro del Capitale al cap. XXIII, «La legge generale dell'accumulazione capitalistica».

Il programma americano sul riassetto della produzione cotonifera da una parte prevede un piano di finanziamenti per 620 milioni di dollari, da un'altra contempla la totale apertura alle importazioni «per far giocare la concorrenza», fluttuazione dei prezzi di vendita ai filatori pari ai costi reali di produzione e legati al generale andamento dei prezzi internazionali e totale eliminazione di ogni controllo statale.

Nel settore minerario il programma internazionale riguarda l'apertura al capitale privato nazionale e straniero per la ricerca e lo sfruttamento dalle non disprezzabili risorse attualmente poco utilizzate ad eccezione di ferro, manganese, fosfati e carbone. Il pezzo forte però riguarda gli idrocarburi, settore in cui l'Egitto ha una lunga tradizione; le prime esplorazioni risalgono al 1884 mentre la produzione su vasta scala è iniziata nel 1911.

Attualmente, vista la produzione record del 1991, è il 16° produttore mondiale e ne esporta la metà, mentre non si prevede ancora di esportare il gas che viene impiegato sempre più frequentemente, oltre ai consumi domestici, negli impianti industriali e in quelli termoelettrici in sostituzione del petrolio. Il ricavato o meglio la rendita in valuta straniera che compete alle casse statali è stata di 1312 milioni di dollari nel 1991, cifra ragguardevole e corrispondente al 40% delle esportazioni petrolifere.

Anche in questo settore il FMI si preoccupa di lottare contro gli sprechi energetici dovuti come al solito, «ai bassi prezzi interni calmierati» che dovranno quindi essere adeguati al livello di quelli internazionali. Il prezzo di vendita del carburante e del gas alle centrali termoelettriche erano fissati al 9% di quelli internazionali e progressivamente sono aumentati. Di conseguenza le tariffe elettriche alle famiglie, che nel 1992 coprivano solo il 58% dei costi di produzione, dovranno essere adeguate ai costi reali, limitando altresì sprechi e consumi. I dottoroni sanno benissimo che più son poveri e più sprecano, e non solo gli egiziani!

Gli introiti derivati dal Canale di Suez rappresentano la seconda fonte di valuta straniera per il paese dopo le rimesse dei 2,5 milioni di emigrati all'estero, pari all'11% di tutta la popolazione attiva, impiegati per il 93% del totale nei vicini paesi arabi mediorientali, per la maggior parte con contratti temporanei. L'anno record per le entrate derivate dai pedaggi sul traffico marittimo sul Canale è stato il 1992 con un gettito di 1,9 miliardi dollari, il doppio rispetto il 1985.

La politica tariffaria privilegia le navi di grosso tonnellaggio; il traffico annuo è stato di 16.629 unità pari a 45 mercantili al giorno per un totale di 370 milioni di tonnellate di merci in transito. Allo scopo di ridurre il traffico delle grandi petroliere in favore delle portacontainers (le superpetroliere attualmente non possono transitare per limiti di pescaggio e larghezza) si sta potenziando l'oleodotto che convoglierà tutto il flusso del petrolio tra il mar Rosso ed il Mediterraneo.

I lavori per portare da 16 a 17 metri la profondità utile del Canale entro l'anno avranno costi pari a 300 milioni di dollari, pari alle entrate di due mesi di esercizio, mentre il progetto iniziale di 1,2 miliardi per permettere il passaggio di navigli fino a 270.000 tonnellate di stazza lorda, contro le attuali 150.000, è considerato proibitivo.

Altra voce importante dell'economia egiziana riguarda il turismo di massa internazionale e quello di gran lusso dai paesi arabi che oggi trovano nell'Egitto un paese tollerante rispetto le rigide leggi coraniche. Nell'esercizio turistico 1989/90, ultimo anno di crescita, 2,8 milioni di stranieri hanno speso in Egitto complessivamente 3,5 miliardi di dollari. La guerra del Golfo ha poi provocato una caduta del 14% nell'esercizio 90/91. La stagione successiva 91/92 ha registrato una ripresa quasi ai valori precedenti ma con l'attacco armato ad una nave da crociera nell'ottobre '92 e la successiva campagna terroristica del 92/93 lanciata dal gruppo Gamaa al Islamiya (Associazione Islamica) c'è stato il crollo delle entrate derivate dal turismo valutate in 700 milioni di dollari in meno per il '93. Attualmente il crollo è pari al 40% delle entrate turistiche globali con una perdita di 200 milioni di dollari al mese. Per la ripresa del flusso turistico le navi da crociera ed i pulman verso il Mar Rosso viaggiano in convogli scortati, mentre verso il sud consigliano il trasferimento aereo.

Gli ambiziosi e lungimiranti programmi della Banca Mondiale, prevedono, una volta riportata la calma, di produrre un flusso di 4,5 milioni di turisti l'anno entro il 2000, per la realizzazione del quale occorrerà costruire 40.000 nuove camere d'albergo. Noi ci auguriamo che gli abitanti dei quartieri di Imbaba e della Città dei Morti abbandonino i loro tuguri degni dei peggiori gironi danteschi e si approprino, armi alla mano, di tutti quei conforts da 5 stelle a loro negati ì dalla dittatura capitalista!

Altro consistente capitolo del bilancio egiziano sono i finanziamenti internazionali agevolati pari al 18% del PIL. Il servizio per questo debito, attualmente pari a 50 miliardi di dollari ossia il 150% del PNL, ha assorbito il 23% delle entrate correnti del 1992/93 e dovrà scendere, sempre secondo il FMI, al 7,5% nel 95/96; questo naturalmente contenendo sprechi e consumi.

Subito dopo la guerra del Golfo è iniziato per l'Egitto, che era giunto al limite del collasso economico, un periodo favorevole, grazie alla «disinteressata generosità americana». Infatti la partecipazione all'intervento militare contro l'Irak è servito a cancellare la metà del debito estero, mentre già con la firma degli accordi di pace con Israele era iniziato un flusso di aiuti americani pari a 3 miliardi di dollari l'anno. Infine gli Usa sono riusciti a far finanziare dai ricchi paesi arabi un piano quinquennale di aiuti per 18,5 miliardi per ridurre la miseria, causa accertata del terrorismo, nei villaggi e nelle oasi egiziane.

Nonostante queste potenzialità la crisi egiziana è molto ampia: l'analfabetismo (fatto che, in sé al comunismo rivoluzionario non nuoce poiché può capire meno un laureato borghese che un proletario analfabeta) riguarda il 50% della popolazione uguale alla scolarità della fascia tra i 12/15 anni. I recenti programmi di aggiustamento hanno poi cancellato la norma vigente per la quale, allo scopo di favorire l'istruzione superiore, lo Stato assicurava a ciascun laureato egiziano un posto nell'amministrazione pubblica, decisione che, con le altre che hanno provocato perdite occupazionali, ha provocato scontri al Cairo.

La popolazione attiva egiziana, secondo i dati del 1991, era calcolata in 15 milioni, di cui 9,6 impiegati nel settore privato; 1,8 nelle imprese pubbliche e 3,6 nelle collettività pubbliche. Il piano 93/97 prevede la creazione di 3,2 milioni di nuovi posti di lavoro di cui 1,5 milioni nell'agricoltura, 700.000 nei servizi per la produzione e 1 milione nei servizi sociali.

Questo a tavolino, mentre sulle strade ci sono 3 milioni di disoccupati la metà dei quali solo nella capitale, secondo le più ottimistiche stime di un tasso di disoccupazione di solo il 20%, mentre altre, comprendenti gli emigranti occupati solo stagionalmente all'estero, indicano percentuali molto più elevate fino al 50%. Inutile riportare i trionfalistici risultati conseguiti tramite il FMI nell'ultimo periodo sulla riduzione del deficit e dell'inflazione, sulla stabilità dei cambi e la scomparsa del relativo «mercato parallelo» (ovvero scambio del dollaro al mercato nero fuori dal controllo bancario) e l'aumento delle riserve. La miseria crescente, che in parte si sfoga nel terrorismo, represso con estrema ferocia, sconfessano questi risultati.

Su questo livello di crisi economica, aggravata notevolmente dalla imperante e sfacciata corruzione a tutti i livelli, il mito del paradiso oltre tomba promesso dal Corano ha convogliato anche qui le energie di parte delle masse diseredate egiziane, deviandole, a causa soprattutto dell'assenza di reali organizzazioni classiste, sul terreno del riscatto morale e religioso della società, baluardo che occulta lo sfruttamento capitalista. Le sole cause economiche, anche se profonde e radicate come in Egitto, sono da sole insufficienti, se manca l'adeguato intervento del partito comunista rivoluzionario e dei sindacati di classe, ad ingaggiare la decisiva battaglia per la caduta del capitalismo, vera causa originante ogni male e sofferenza attuale.

Attualmente la costituzione egiziana vieta la formazione di partiti in base alla religione, alla discriminante sessuale e di quelli che si ritiene essere una copia di quelli già esistenti. Questa norma è considerata dall'attuale gruppo dirigente intoccabile allo scopo di impedire la legalizzazione dei partiti religiosi islamici, evitando quindi, come nel caso del FIS in Algeria, di perdere il potere tramite «libere e democratiche elezioni». Questo quindi non fa che radicalizzare le opposizioni, accrescere e coinvolgere negli scontri anche le organizzazioni moderate. Si rivela di conseguenza superficiale la scusa di impedire la formazione di partiti islamici, in opposizione di quelli copti che inevitabilmente si formerebbero, per impedire contrasti interni come ora sta avvenendo in Algeria tra fondamentalisti e berberi.

Il tentativo di creare un canale di dialogo ideato dal ministro degli interni A.H. Moussa, tramite degli incontri con un comitato di saggi comprendenti alcuni capi spirituali fondamentalisti, è stato immediatamente bloccato dopo l'incontro Clinton-Mubarak dell'aprile '93 con la scusa che lo Stato non può dialogare con dei fuorilegge; il ministro quindi è stato subito rimosso.

Le organizzazioni islamiche sono anche qui frammentate e divise sugli obiettivi da perseguire; sono però diffuse su tutto il territorio, hanno una formazione militare «afgana» ben collaudata sia negli attacchi alle navi e ai centri turistici, sia ai vertici dello Stato, fino all'assalto al World Trade Center di New York.

Tra i moderati i Fratelli Musulmani sono il gruppo più vecchio, come abbiamo già riferito, ed al momento sono per una soluzione «alla sudanese» ovvero non sarebbe indispensabile che siano i religiosi al potere ma occorrerebbe un governo di precisa ispirazione religiosa. In Sudan il capo di Stato è il generale Bechir mentre l'autorità suprema è un capo religioso, lo sceicco Tourabi, soluzione che si prospetta ora anche per l'Algeria dopo la scarcerazione dei capi del FIS. I Fratelli Musulmani sono vicini ed alleati con il Partito del Lavoro di matrice nazionalista e «socialista» che si è orientato verso posizioni fondamentaliste. Gli Islamisti Indipendenti hanno invece un indirizzo più morbido e si basano sul pluralismo politico e sulle maggioranze parlamentari. Invece i due gruppi Gamaa al Islamiya, o Al-gamaat (Associazione Islamica) e quelli di EI-Jihad ritengono indispensabile l'uso della forza per realizzare una vera repubblica islamica.

La repressione è durissima contro i gruppi armati fondamentalisti: dal '92 vi sono stati più di 350 morti nei vari scontri, fra cui 10 turisti stranieri e un migliaio di feriti, mentre nelle carceri sono ufficialmente rinchiusi oltre 10.000 prigionieri politici per alcuni dei quali è già pronta la forca.

Nel goffo tentativo di limitare l'influenza fondamentalista a tutti i livelli, il governo ha vietato alle studentesse di indossare il velo durante le attività scolastiche senza il consenso scritto dei genitori ed ha preso misure disciplinari nei confronti degli insegnanti che faranno pressioni per indurle a coprirsi il capo.

I gruppi più radicali, gli «afghani», per il loro moderno addestramento ed esperienza in quella guerra, al rientro in patria dopo la loro smobilitazione si sono rivelati elementi di forte destabilizzazione. Egitto, Yemen, Tunisia, Algeria e Sudan si sono trovati inizialmente impreparati a contenere questo imprevisto effetto boomerang. Questa situazione si è rivelata particolarmente pesante in Egitto ad opera del gruppo EI-Jihad che in Afganistan ha stretto forti legami con il FNI (Fronte Nazionale Islamico) sudanese ed usa il Sudan, nonostante il cambiamento parziale di rotta del regime segnato dalla consegna del terrorista internazionale Carlos, come una base per i suoi movimenti.

Il sostegno economico per i fondamentalisti egiziani arrivava tramite il principe saudita e uomo d'affari Osama Bin Laden, il quale aveva creato in Pakistan la base di Peshawar per l'addestramento dei combattenti islamici, finanziando così indirettamente il terrorismo in Egitto. Non tutti i combattenti che arrivavano lassù erano convinti fondamentalisti, ma una buona parte di questi erano semplici disoccupati egiziani, anche della piccola borghesia, che cercavano lavoro in Arabia Saudita ma che avevano scarse possibilità di occupazione e visti di breve durata e in via di scadenza.

È evidente che miseria, disoccupazione e una paga certa sono stati richiami più forti di quelli religiosi e molti di questi giovani mercenari, dopo un intenso addestramento di tre mesi di tipo militare e ideologico, sono passati dalle posizioni dei Fratelli Musulmani a quelle più radicali. Alcuni recenti rapporti del governo egiziano indicano che delle migliaia di emigranti andati a combattere in Afghanistan, non più di 600 sono ancora attivi di questi 150 sono rientrati in Egitto e 70 sono stati arrestati. Le stesse stime governative calcolano che vi siano 15.000 militanti islamici con età compresa tra i 18 e i 35 anni. Un'altra parte invece si trova in Europa e negli Usa dove hanno ottenuto asilo politico. Tra questi si trovava anche lo sceicco cieco Abdel Rahman, un novello Komeini, ritenuto l'ispiratore dell'attentato al WorId Trade Center, che a suo tempo aveva ottenuto la protezione americana in cambio dell'invio di alcune centinaia di fedelissimi combattenti integralisti contro i russi in Afghanistan.

I gruppi minori si sono allineati su questo livello di scontro militare, ma come per gli altri paesi precedentemente visti, ciascuno di questi si muove senza coordinamento con altri gruppi nazionali o stranieri, costante limite politico e strategico di queste formazioni che imbavagliano e dirottano sui binari morti dei vetusti Stati teocratici le possenti energie delle masse oppresse arabe.

Ma il vero nemico che si troveranno di fronte, nel caso di un loro consistente rafforzamento, non sarà Mubarak ed i suoi boia, che al momento contengono ancora il terrorismo fondamentalista, ma i molteplici interessi economici strategici dell'imperialismo americano, per la difesa dei quali gli Usa ritengono di dover intervenire con la loro gigantesca macchina bellica ovunque siano messi in pericolo. Gli americani non possono permettere una situazione simile a quella ancora in corso in Algeria, o ancor peggio a quella iraniana, poiché l'esplosione della polveriera egiziana coinvolgerebbe con la sua ampiezza tutto il Medioriente, compromettendo seriamente i loro grandi affari ed il potere in tutta l'area. Queste particolari precauzioni, permanendo gli attuali equilibri internazionali ispireranno le risposte alla violenta esplosione della rivoluzione comunista, pericolo ben più temuto del fondamentalismo islamico.
 

IL FONDAMENTALISMO IN SUDAN

Lo sviluppo del fondamentalismo e la sua attuale gestione del potere in Sudan sono legati a due recenti e particolari fattori. In primo luogo l'annosa guerra con tro il Movimento Popolare per la Liberazione del Sudan e le sue formazioni militari dirette dal colonnello Garang per l'abrogazione dell'uso della sharia (le leggi coraniche) nella vita pubblica e per l'autonomia, poi trasformata per l'indipendenza, nelle regioni meridionali del Sudan.

Il secondo aspetto risiede nel fatto che l'attuale gruppo dirigente, dopo l'assunzione di tutti i principi fondamentalisti nella guida del paese, ha conseguentemente trasformato il Sudan in terra di asilo e protezione a qualsivoglia combattente altrove perseguitato entrando così nella lista nera dei paesi «ad alto rischio».

Il conflitto nelle province del Sud ha evidentemente provocato il crollo economico e produttivo del paese a cui si può brevemente accennare.

Un vasto territorio di 25 milioni di Kmq, desertico ed improduttivo solo per un terzo: nel centro del paese vi sono fertili pianure alluvionali che hanno reso il Sudan un discreto paese produttore di cotone; il 62% del territorio è occupato da pascoli e savane arborate. Le stime del 1992 sulla popolazione contano 26,5 milioni di abitanti, il 40% dei quali sono arabi, il 30% sono popolazioni nilo-etiopiche e il 10% sono nomadi. La popolazione attiva é di 8,5 milioni, il 60% é occupata nell'agricoltura.

Nell'agosto 1955 con l'ammutinamento dell'Equatoria Africa Corps, nel sud del paese, iniziano le lotte per l'indipendenza del Sudan che la ottiene velocemente alcuni mesi più tardi. La stabilità non fu mai raggiunta e seguono colpi di Stato e guerre civili. Nel 1971 ufficiali dell'estrema sinistra tentano di prendere il potere. La risposta del colonnello Nimeiry che detiene il potere è l'esecuzione dei dirigenti del potente partito comunista locale. L'anno successivo ad Addis Abeba vengono firmati i primi accordi tra ribelli del sud ed autorità centrale di Khartum, l'inizio di una inutile serie di pezzi di carta.

Nel 1983 il regime del colonnello Nimeiry decide di applicare la legge coranica, la sharia, nella gestione dello Stato mentre a Sud si riaccende con maggior vigore la ribellione del MPLS, che poi si propaga al nord provocando infine la caduta del regime militare nel 1985. Seguono altre «libere elezioni pluraliste» ma quattro anni dopo ennesima giunta militare, questa volta guidata dal gen. Bashir, e scioglimento di tutti i partiti compreso il Fronte Nazionale Islamico. Vengono incarcerati indistintamente tutti i dirigenti compreso lo sceicco Turabi, ispiratore del colpo di Stato e grande guida carismatica islamica.

Attualmente però chi esercita realmente il potere in Sudan sono gli aderenti, civili, militari e religiosi del FNI, inseriti a tutti i livelli nei 26 Stati recentemente creati nel quadro della politica di decentralizzazione del paese, Bashir detiene il potere solo di nome, mentre di fatto può molto poco, ed è invece lo sceicco Turabi che coordina gli indirizzi statali.

Anche qui il fronte fondamentalista non è compatto e oltre la contrapposizione fra moderati e radicali c'è l'allontanamento, poi punito a mitragliate nelle moschee dagli «afghani», di alcune sette fra le quali la rigorosa wahhabita che denuncia la giunta di governo di utilizzare il fondamentalismo per scopi di potere personali.

Le Forze di Difesa Popolare, organizzazioni militari del FNI, guardia scelta del regime costituite per sorvegliare l'esercito regolare dopo le ultime epurazioni, sono diventate la punta armata per l'islamizzazione e l'arabizzazione forzata del Sud ed il governo attribuisce loro il merito delle recenti successi contro il MPLS.

In realtà queste parziali vittorie sono avvenute dopo la caduta nel maggio 1991 di Menghistu che aveva concesso ai separatisti di usare l'Etiopia come loro sicura retrovia. Da quella data gli scontri hanno avuto esiti alterni e mai stabili mentre il costo di questa guerra interna è arrivato per le forze governative a circa 2 milioni di dollari al giorno.

Il sud è ormai totalmente dipendente dagli aiuti stranieri, mentre solo nell'ultimo periodo sono iniziati anche al nord i problemi di autosufficienza alimentare che era stata raggiunta nel 1991 grazie alla grande estensione della coltura del grano ed alle opere di canalizzazione.

Con il salario minimo mensile ora si può comperare solo 2,5 kg di carne o 10 litri di carburante.

L'ipotesi di dividere in due Stati tra il nord e il sud il paese non è ancora attuabile poiché tutte le opposizioni ancora esistenti sono allo sbando e non riescono ad unirsi nemmeno sotto la guida del MPLS.

In questa situazione la Francia traffica in appoggio al governo di Khartum e cerca di mitigare la dura posizione americana che vorrebbe far espellere il Sudan dal FMI, tagliandogli così ogni finanziamento internazionale mentre è già operante l'embargo da parte dell'Unione Europea. Già nell'agosto del '93 vi era stato un provvedimento di sospensione dal Fondo in seguito al rifiuto sudanese di garantire il pagamento degli interessi sul debito estero che attualmente è salito a 16 miliardi di dollari più arretrati vari per circa 1 miliardo.

Il recente arresto ed estradizione in Francia del «terrorista internazionale» Carlos è certamente frutto del mercanteggio diplomatico come segnale di attenzione alle pressioni americane. Gli Usa infatti non vogliono che il Sudan si trasformi realmente in un secondo Iran ed in cambio della loro «disinteressata generosità» pretendono che il governo africano rinunci alla politica di sostegno alle formazioni terroristiche internazionali.
 

(Fine del rapporto  [ - 1 - 2 - 3 - 4 - ])

 
 
 
 
 
 
 
 
 



MARXISMO E LEGGI DIFFERENZIALI
Riunione di Genova, maggio 1998.

(Parte prima)   [ 1 - 2 - 3 ]
 
 
 

I nostri studi di partito sulla questione agraria concludono nel senso che la legge delle rendita differenziale, considerata nel suo operare in campo agrario, possa generalizzarsi nel campo della natura e sociale, traendone conclusioni che si oppongono frontalmente ai risultati della contemporanea scienza fisica e agli epigoni degenerati dei teorici dell'armonia economica-sociale, rinnegatori del determinismo storico. Ugualmente la legge differenziale è la dimostrazione scientifica della impotenza sul piano teorico e sul piano dell'azione pratica dei seguaci del concretismo e della politique d'abord.
 

Origine della Rendita Differenziale

Marx analizza due forme di rendita differenziale dei terreni agrari. La prima discende dalla diversa fertilità dei terreni man mano messi a coltura per la necessità d'alimentazione di una popolazione aumentata. La seconda scaturisce dai miglioramenti attuati nelle terre già coltivate con l'aumento del capitale e del lavoro impiegato.

Nell'analisi dell'origine della rendita differenziale prima (I) e seconda (II) Marx parte dalla critica della teoria della rendita di Ricardo. Questi aveva constatato come, mentre nella manifattura il prezzo di un dato prodotto è determinato dalla fabbrica migliore, nell'agricoltura è determinata dall'azienda peggiore. Essendo venduti i prodotti allo stesso prezzo ne deriva che i proprietari fondiari dei terreni migliori intascano una rendita differenziale. Per Ricardo la rendita fondiaria scaturisce dal monopolio della terra da parte del giuridico proprietario fondiario. Da difensore coerente del capitalismo industriale egli auspica la nazionalizzazione della terra e l'acquisizione della rendita da parte dello Stato come imposta. Marx dimostra che ciò non determinerebbe un abbassamento del prezzo della sussistenza, atteso da Ricardo, e che la causa della rendita è da ricercare non nell'esistenza del fondiario ma altrove.

La domanda centrale per comprendere l'origine della rendita differenziale è la seguente: perché il prodotto manufatto tende al prezzo minimo, determinato dalla fabbrica più avanzata, mentre il prezzo del grano può elevarsi a quello massimo, dell'ultimo quintale necessario? Marx cerca la risposta nella diversa natura dei bisogni umani. Questi si dividono in due grandi gruppi: quelli artificiali e quelli naturali. La definizione di bisogni naturali necessita di una precisazione: devono essere definiti storicamente in quanto, per esempio, l'abitazione dell'uomo delle caverne non è certamente quella dell'operaio moderno.

La soddisfazione dei bisogni artificiali, artatamente inculcati nel consumatore da una martellante pubblicità, non presenta difficoltà alcuna. Basta aprire nuove fabbriche, 'stimolare la domanda', ridurre i prezzi e il prodotto sarà certamente consumato. Il difficile in questo campo non consiste nella produzione ma nello smercio del prodotto. Da qui lo sviluppo delle tecniche di persuasione, di ricerche di mercato, ultimo prodotto della fessaggine borghese, il marketing. È chiaro, che essendo il prodotto puramente voluttuario, esso è tanto più consumato quanto più a buon mercato. Per questo il prezzo sarà determinato dalla fabbrica migliore, che ne può produrre in quantità praticamente infinita e con costi tanto minori quanto più ne produce.

Diverso è il caso dei prodotti agricoli, alimentari e non, necessari per lo più a soddisfare bisogni vitali. Qui non c'è bisogno di 'tecniche di mercato' per 'convincere' il consumatore a consumare, è lo stomaco che lo spinge a cercare e pagare il prodotto a qualsiasi prezzo. Se per placare la fame di una data popolazione è necessaria una data quantità di grano, sarà il prezzo dell'ultimo quintale che determinerà il prezzo di tutto il prodotto perché è assurdo, in base alla legge del valore, far pagare l'ultimo quintale ad un prezzo superiore a quello del primo. La conclusione che se ne trae è che la rendita differenziale ha un'origine mercantile, dalla norma ferrea dello scambio tra equivalenti, la legge del valore. Contro Ricardo la nostra scuola conclude che della rendita differenziale «non culpa l'istituto proprietà, culpa l'istituto Mercato» (Mai la merce sfamerà l'uomo, "Programma Comunista", n.8/1954).

Con lo sviluppo del capitalismo e la mineralizzazione crescente della vita, con l'ampliarsi dei bisogni artificiali, che oggi sono reputati più necessari e naturali dei naturali medesimi, si assiste al dilagare della rendita al di fuori del campo agrario d'origine. Il parassitismo sociale si estende a tutta la produzione dissipando immense forze produttive nella soddisfazione di capricci insensati a scapito dello sviluppo della produzione dei beni primari.

L'imperialismo è tutto scritto nella rendita e questa è un risultato della legge base della produzione mercantile, la legge del valore: «La portata della teoria di Marx sulla rendita, in certi passi difficili, sta nel contenere la critica essenziale di tutto il capitalismo. Per riportare i prezzi di mercato ai valori nella produzione non basta sopprimere i beneficiari dei premi che si stabiliscono tra i primi e i secondi (i proprietari fondiari, ndr); è invece vero che tali sempre più mostruose dilapidazioni sorgeranno fino a quando l'inizio degli atti produttivi e i calcoli di essi si baseranno sui fatti della sfera di circolazione delle merci, con l'applicazione della legge del valore. Tutte le forme di parassitismo dei monopoli commerciali e industriali, cartelli, trust, aziende di Stato e Stati capitalisti, non hanno bisogno di una nuova teoria sotto il pretesto asino che Marx abbia dettato la teoria del capitalismo nell'ipotesi della concorrenza. Essendosene Marx della concorrenza beffato, o meglio, avendo provato che essa è un fenomeno inessenziale al capitalismo, la teoria del monopolio e dell'imperialismo si trova già tutta scritta all'ultima frase e all'ultima formula: nella dottrina della rendita agraria».

La rendita differenziale con lo sviluppo dell'imperialismo e della mineralizzazione si risolve nell'equazione della fame integrale.

La rendita differenziale I e II non è quindi, contrariamente a quello che pensava Ricardo, causata dal monopolio giuridico della terra, ma dal monopolio economico della classe capitalistica. Essendo la legge fondamentale del modo di produzione capitalistico quella del valore, e scambiandosi tutti i prodotti secondo la legge degli equivalenti, il prodotto del terreno peggiore sarà venduto allo stesso prezzo del prodotto del terreno migliore, originando quindi un plus: la rendita differenziale appunto. Rendita che viene in gran parte pagata dal proletariato in quanto è questa classe che consuma quasi tutto il suo reddito in prodotti agrari.

La rendita differenziale trova origine quindi nel fatto che la società scambia i suoi prodotti secondo la legge degli equivalenti, dimostrando ancora una volta come l'arco su cui poggia la struttura di sfruttamento del proletariato sia la legge del valore e tutto ciò che ne consegue, produzione mercantile, lavoro salariato, legge del plusvalore etc... La forma valore è il segreto della rendita differenziale e di tutte le forme economiche borghesi.

Solo la teoria dialettica dell''universale concreto' è capace di cogliere la realtà oggettiva nel suo divenire, realtà che non è fissata in identità metafisiche, ma è essenzialmente movimento. La logica dialettica dell'universale presuppone la trasformazione del singolare nell'universale e viceversa, trasformazione che avviene costantemente in qualsiasi processo reale di sviluppo. Marx nel Capitale scopre le determinazioni universali del valore mediante l'analisi del caso particolare della circolazione semplice delle merci: l'analisi di un caso particolare dà luogo a determinazioni non singolari ma universali.

Lenin nei Quaderni Filosofici spiega come l'analisi dello scambio mercantile porti alla luce tutte le contraddizioni della società capitalistica: «Marx nel capitale analizza dapprima il rapporto più semplice, abituale, fondamentale, il rapporto più diffuso, più ricorrente, osservabile miliardi di volte, della società (mercantile) borghese; lo scambio delle merci. L'analisi scopre in questo fenomeno elementare (in quella 'cellula' della società borghese) tutte le contraddizioni (rispettivamente l'embrione di tutte le contraddizioni) della società moderna».

Il risultato dell'analisi del rapporto più semplice della società capitalistica (lo scambio diretto tra merce e merce) è il concetto della forma semplice di valore. In questa forma come in una cellula si cela tutta la restante ricchezza della forma più complessa e più sviluppata dei rapporti capitalistici. Ciò è possibile perché lo scambio mercantile è divenuto nel capitalismo il fondamento genetico universale di tutte le altre forme, perché solo nel capitalismo si è avuto lo sviluppo della forma merce a forma effettiva di dominio della società nella sua totalità.

Marx esprime lo stesso concetto in una lettera ad Engels del 22 giugno 1867: «I signori economisti non hanno finora badato all'estrema semplicità del fatto, che la forma: 20 braccia di tela = 1 vestito è il fondamento non ancora sviluppato di 20 braccia di tela = 2 sterline, che dunque la più semplice forma della merce, in cui il suo valore non è ancora espresso come rapporto con tutte le altre merci, ma invece soltanto come distinto della sua propria forma naturale, contiene tutto il segreto della forma denaro e con ciò in nuce di tutte le formi borghesi del prodotto del lavoro».

Sulla stessa linea di Marx e Lenin abbiamo scritto: «Il Capitale di Carlo Marx contiene un paragrafo, quarto del primo Capitolo che in una decina di pagine riassume tutta l'opera e la materia. Quel capitolo s'intitola 'Il carattere feticistico della merce il suo segreto'» (Il Marxismo dei cacagli).

La legge del valore costituisce quindi il mostruoso pilastro su cui si erge la costruzione del capitalismo nella sua involuzione imperialistica. L'urto della rivoluzione proletaria dovrà abbattere quel pilastro se vorrà distruggere l'intera costruzione spianando la strada all'umana società comunista. «La teoria della rendita che consente di stabilire la formazione del prezzo di mercato del grano (delle sussistenze alimentari) permette la dimostrazione che col grandeggiare della produzione capitalistica non si arriva ad alimentare la specie umana, per alto che divenga il livello delle forze produttive. Ne deriva la previsione del crollo del capitalismo. Ma la cosa importante è la dimostrazione che per aversi tale crollo, è lo scambio di mercato, colla sua legge d'equivalente che deve crollare».
 

Formulazione matematica della Legge

Formuliamo qui la legge della rendita differenziale in termini matematici. La ricerca della formula non è un esercizio accademico per soddisfare pruriti di rigore estetico: in campo economico-sociale le formule non sono neutre poiché esprimono rapporti di forza tra le classi. Come la formula del saggio del plusvalore pv/v esprime il rapporto di forze tra classe operaia e classe capitalistica, la formula della rendita differenziale esprime il rapporto di forza tra proprietari fondiari e le altre classi e più in generale il grado di parassitismo e putredine sociale. Così come il saggio pv/v è una potente formula che misura la violenza esercitata su tutta la società (da quella a livello individuale fino alla bombe atomiche), tutti i fenomeni di putrefazione e parassitismo sociale (dal dominio imperialistico del capitale finanziario e speculativo, alla disgregazione della famiglia fino al dilagare dell'oscurantismo in tutte le sue manifestazioni) trovano la loro misura nel saggio della rendita differenziale.

È interessante osservare come né il pensiero laico borghese né quello religioso, siano essi 'deboli' o 'forti', riescano a dare una spiegazione sensata a questi fenomeni di ultra oscurantismo: dalla Ragione di 'Le Monde Diplomatique' scandalizzata dallo sviluppo delle sette esoteriche, più o meno 'serie' in Francia ed in tutta Europa, alla voce di cattolici come Gianfranco Ravasi – che occupa tutta la prima pagina del supplemento domenicale del 'Sole 24 Ore' dell'8 marzo – forse preoccupati per la 'concorrenza scorretta' che il New Age pratica nei confronti delle grandi religioni costituite. Di fronte a questo 'sfacelo dello Spirito' saremmo quasi tentati di solidarizzare con l'esimio sacerdote. «Non possiamo (...) dire che il nuovo secolo sarà necessariamente credente, nel senso forte della fede delle grandi religioni, le quali sono forse tentate di edulcorare e liofilizzare anch'esse il loro depositum fidei. E invece, a nostro avviso, senza temere l'impopolarità, esse dovrebbero conservare, annunziare e testimoniare in forma pura le loro Scritture Sacre, il loro messaggio glorioso e secolare, la loro morale impegnativa, la loro generosa utopia, il loro essere lievito e seme (...) Perché (...) Cristo non ha detto ai suoi discepoli: 'Siate il miele della terra, ma il sale' che brucia e dà sapore».

Ma come pensa Gianfranco Ravasi, supposto che sia in buona fede, che una Chiesa che affida le sue sorti non alla potenza del Verbo ma alle campagne pubblicitarie televisive a favore dell'otto per mille, possa rimanere immune dalla putrefazione generale del mondo di cui è parte? Il sale della terra oggi non possono essere i discepoli del Cristo, neanche di quelli che chiedono un ritorno alle origini e all'affermazione forte dei fondamenti dottrinari, ma i militanti del partito marxista rivoluzionario i quali, avendo chiaro dove sta il marcio, sanno che è possibile estirparlo con il ferro e il fuoco della rivoluzione sociale.

A proposito di New Age, Giorgio Galli, intellettuale di punta del socialismo libertario, invita noi, marxisti ortodossi, ad abbandonare la concezione dell'invarianza del marxismo per procedere ad un suo arricchimento con elementi culturali fatti propri dal suddetto movimento, affinché il pensiero marxista ritorni a avere un ruolo politico. In particolare ci invita: 1) a non considerare il proletariato industriale come classe sociale di riferimento; 2) ad abbandonare il determinismo newtoniano per un approccio quanto-probabilistico con la realtà storica, recuperando non solo i risultati della moderna fisica quantistica, ma anche il sapere pre e protoscientifico, dall'astrologia alla cultura ermetico-alchemica. Il marxismo, a suo dire, sarebbe stato caratterizzato dall'eurocentrismo, per cui si renderebbe necessario innestare nel suo corpus dottrinale elementi di culture diverse, in particolare orientali dal Taoismo, all'Induismo, al Buddismo; 3) a depurare il marxismo del concetto di violenza come strumento di trasformazione sociale. In conclusione ci si invita ad annegare la nostra dottrina nel minestrone di un sapere costituito da tutti i rottami culturali del passato, ritornati in auge in questo secolo di rinculo.

Nel tentativo di dare dignità scientifica a questo argomentare fa appello ai risultati della fisica quantistica, che vengono visti da alcuni come la conferma di certe concezioni delle culture orientali. Per quanto ci riguarda il fatto che la maggior parte dei sostenitori della fisica quantistica nuotino in questo brodo, ci convince solo della senilità e della putrescenza del moderno pensiero 'scientifico' e non di abbandonare il nostro metodo e la nostra scienza di classe. Sono queste argomentazioni a confermarci che gli avversari dichiarati della nostra scuola sono sempre da preferire ad amici, cugini e compagni di strada.

Tornando alla rendita differenziale, i marxisti sanno che la causa 'differente fertilità' genera l'effetto 'differente rendita'. Un approccio prescientifico al problema conclude che la rendita sarebbe proporzionale alla fertilità del terreno e quindi al prodotto. Se prendiamo la tabella uno, base di tutte le considerazioni di Marx sulla rendita (Capitale, III, cap.39), vediamo che i quattro terreni, A,B,C,D, danno rispettivamente i prodotti 1,2,3,4 in misure di grano, mentre le rendite differenziali sono, espresse sempre in misura di grano, 0,1,2,3.

Se valesse la legge: 'La rendita differenziale è proporzionale al prodotto' avremmo la formuletta Rn/Pn = Costante, dove Rn e Pn sono rendite e prodotto del terreno ennesimo. In questo caso però, passando per esempio dal terreno B, il cui prodotto è 2, al terreno C, il cui prodotto è 3, la rendita passerebbe da 1 misura a 1,5 misura. Infatti dovendo rispettare l'uguaglianza R2/P2 = R3/P3 risulterà che R3 = R2/P2 x P3 = 1/2 x 3 = 3/2 = 1,5, mentre in realtà è 2.

Esprimere la legge differenziale nei termini di cui sopra «avvantaggia il proprietario fondiario borghese e politicamente frega il mio partito rivoluzionario». La giusta formulazione della legge differenziale e la sua corretta espressione matematica non sono quindi ininfluente nel rappresentarsi i rapporti di forza tra le classi e nell'azione del partito comunista.

Partiamo sempre dall'ipotesi che il prezzo del prodotto agrario sia determinato dal prezzo di produzione del terreno peggiore. Con riferimento alla fertilità dei terreni esprimeremo la legge differenziale nel seguente modo: La rendita non è proporzionale alla fertilità del terreno, ma le differenze di rendita sono proporzionali alle differenze delle fertilità. In formula: DeltaR/DeltaF = Costante. Ovvero, passando ai differenziali: «Legge di Marx: differenziale della rendita uguale una costante moltiplicata per il differenziale della fertilità». In formula dR/dF = Costante, ove dR = differenziale della rendita, dF = differenziale fertilità. Cosa distingue una differenza da un differenziale è che un differenziale è una differenza scelta piccola quanto si vuole.

Se consideriamo il prodotto P del terreno la legge differenziale diventa: «La rendita non è in proporzione del prodotto ottenuto, bensì gli 'scatti' di rendita sono in proporzione degli 'scatti' ottenuti nel prodotto». In formula DeltaR/DeltaP = Costante. La costante è uguale a 1 come è ampiamente dimostrato nel testo citato: «Nello sviluppo dimostrativo di Marx vengono dapprima dimostrate le leggi differenziali della rendita nella I e II forma, provando quantitativamente che a differenze di prodotto corrispondono esattamente altrettante differenze di rendite, fermo restando la remunerazione del lavoro e del capitale d'impresa agraria».

Riassumendo: sia per la rendita differenziale I sia II valgono le due formule equivalenti: DeltaR/DeltaF = Costante; DeltaR/ DeltaP = 1.

La differenza tra la prima e la seconda formulazione della legge differenziale non è da poco. Mentre con la prima: Rn/Pn = Costante, abbiamo che la potenza del fondiario è una costante sociale, dimostriamo con la seconda che è una potenza sociale crescente, tanto più si sviluppa il modo di produzione capitalistico. «Si tratta di intendere qual'è la tesi di Marx: collo sviluppo del modo di produzione capitalistico e coll'investimento di maggior capitale nella terra, solo mezzo di aumentare il prodotto in relazione all'aumento di popolazione, la rendita tende ad aumentare, sia nella massa totale, sia nella media per unità di superficie, a volte in rapporto maggiore di quello del capitale (e del suo profitto), poche volte con ritmo minore di esso».

Qui è in discussione l'evoluzione della rendita differenziale II, quella in rapporto a successivi investimenti di capitali sul medesimo terreno. Ma la nostra legge ci permette già ora di stabilire che passando dai terreni peggiori a quelli migliori la quota del prodotto che si trasforma in rendita aumenta. È utile al riguardo trovare un'espressione matematica della legge in cui entrano in gioco le rendite e i prodotti. In questo modo conseguiremo un doppio risultato: metteremo in evidenza matematicamente l'aumento del peso sociale del fondiario, a prescindere dagli investimenti successivi di capitali addizionali sulla terra, che non fanno che accelerare il fenomeno, e quindi il parassitismo sociale; e permetteremo una più semplice verifica della legge differenziale nei casi reali.

Nel caso ideale, infatti, la legge differenziale si conferma pienamente, mentre nei casi reali la formula DeltaR/DeltaP = Costante presenta degli scostamenti, inconveniente che è utile cercare di eliminare. «Come in ogni questione scientifica, se vediamo che nell'economia agraria effettiva (...) si va per scatti di rendita secondo gli scatti di fertilità, avremo dimostrato che la nostra ipotesi (prezzo stabilito dal terreno peggiore) era la giusta. Così l'ipotesi di Newton sulla attrazione dei corpi celesti resta dimostrata vera dalle leggi di Keplero tratte dalla osservazione, perché da quella 'supposizione' si deducono proprio quelle leggi, che di fatto seguono i pianeti muovendosi nel cielo».

La legge differenziale che esprimiamo qui sotto è equivalente a quella enunciata da Marx: 'I rapporti tra rendita e prodotto ottenuti dai terreni via via migliori descrivono una serie crescente di numeri'. In termini matematici, posto m=n+1, se Kn = Rn/Pn e Km = Rm/Pm dove Kn è il coefficiente ennesimo ed Rn e Pn sono Rendite e Prodotto dell'ennesimo terreno e lo stesso dicasi per Km, Rm e Pm, la tesi, che sarebbe facile dimostrare, è che, qualunque sia l'ennesimo terreno, sarà sempre Km maggiore di Kn.

Ritornando a Marx è facile verificare che in tutte le tabelle riportate nel III libro: 1) La serie K è crescente; 2) Il coefficiente di proporzionalità tra differenziali di rendita e di prodotti è uguale a 1.

Da parte nostra ci limitiamo a verificare come il caso concreto analizzato nel nostro testo di Partito confermi la legge differenziale come qui matematicamente formulata. Vengono considerati 5 terreni i cui dati in lire possono essere riportati nello specchietto:

Terreni              1     2     3     4     5.

P = Prodotti       3390  3900  5100  6580  7900
R = Rendite        1950  2400  3300  4600  5800

DeltaP                    510  1200  1480  1320
DeltaR                    450   900  1300  1200

K = R/P           0,575 0,615 0,647 0,699 0,734
C = DeltaR/DeltaP       0,882 0,750 0,878 0,923

La legge è ampiamente confermata anche in questo caso preso da valori reali: K aumenta regolarmente, C risulta approssimativamente costante e in valore prossimo ad 1. È messo in evidenza che mettendo a coltura nuovi terreni (rendita differenziale I) o aumentando l'investimento di capitale sullo stesso terreno (rendita differenziale II) il peso sociale della rendita aumenta, a prescindere dalle ulteriori considerazioni svolte da Marx in merito alla rendita differenziale II che dimostrano un aumento della rendita sia come massa che come saggio coll'aumento d'investimento di maggiore capitale nella terra.

Il coefficiente K = R/P svolge un ruolo simile al rapporto Pv/V. Mentre questo misura il grado di sfruttamento e quindi di violenza sociale, quello misura il grado di parassitismo sociale. Nella legge differenziale trova quindi spiegazione il parassitismo e la putrefazione crescente che pervadono tutti i rapporti della moderna società borghese, di fronte ai quali si dimostrano impotenti nelle loro spiegazioni i rappresentanti sia 'laici' sia 'religiosi' del moderno pensiero teoretico borghese.
 

(Continua al prossimo numero)  [ 1 - 2 - 3 ]

 
 
 
 
 
 
 
 



INVARIANZA E "CREATIVITÁ"

(Riunione di Genova, maggio 1998)
 
 

«In realtà di idee ne ho avute solo due, e che me ne venga una terza adesso, in una breve passeggiata, lo vedo molto improbabile». Così Einstein rispondeva ad un ammiratore che gli aveva chiesto: «porta sempre con sé un blocchetto per annotare le idee che le vengono in mente?».

Non che abbiamo scelto a nume tutelare Einstein, ma la risposta del famoso fisico assume per noi il sapore d'una conferma. Invarianza non significa "sindrome o ossessione dell'idea fissa"; al contrario comporta attenzione e curiosità per la complessa varietà dei fenomeni, non solo sociali ma anche fisici, naturali e d'altro tipo, con la preoccupazione, tipica della ricerca scientifica non fine a sé stessa, di individuare ciò che caratterizza, tipicizza realtà tra loro diverse, in modo da cogliere la legge, la tendenza che le unifica. Se non c'è questo, la scienza è morta. Invarianza dunque, alla nostra scuola, è non creatività, il "passe par tout" del nostro tempo senza effettive idee che meritano d'essere approfondite e che interessino veramente la nostra capacità di capire la realtà per trasformarla.

Nell'analizzare la figura e l'opera di Leonardo, Valéry così annotava: «Egli è immerso nella dimensione del "fare" (...) non teme le analisi: le conduce o anche si fa condurre da loro a remote conseguenze, ritorna al reale senza sforzo. Egli imita, innova non rifiuta l'antico, né il nuovo essendo "nuovo", ma consulta in sé qualcosa d'eternamente attuale». L'invarianza che sta a cuore alla nostra corrente è di questa natura: le nostre Idee non hanno bisogno del taccuino a portata di mano mentre si passeggia, perché le Idee che contano non nascono per ispirazione creativa di tipo romantico. Sono le condizioni della vita reale che le determinano, solo hanno bisogno di chi le sappia organizzare, raccogliere, rappresentare.

L'individuazione delle pietre angolari e dei principi ha bisogno del riscontro oggettivo della verifica costante sul terreno della pratica.
 

Determinismo ed "Invarianza"

Nel metodo scientifico, specie nell'approntamento di modelli interpretativi si deve tener conto dell'incidenza che elementi perturbatori possono avere sulla previsione degli eventi: con la teoria dell'Invarianza la Sinistra è stata presa di mira come la corrente che, nell'ambito del movimento operaio internazionale, non avrebbe avuto la sensibilità di cogliere certi fatti decisivi, che avrebbero costretto la storia ad impaludarsi e andare da un'altra parte, lontana dalle aspettative della previsione. Ciò che viene più spesso rimproverato, non solo alla Sinistra ma allo stesso Lenin, è di aver puntato sulle contraddizioni aperte dalla guerra mondiale, che fecero dell'anello debole Russia l'epicentro non "previsto" del moto rivoluzionario. Come si vede non un "fatto" da quattro soldi, ma le condizioni complesse della guerra imperialista. L'Invarianza come teoria avrebbe il limite di "interpolare" con troppa disinvoltura eventi storici di enorme portata, di appiattire le creste delle dif