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COMUNISMO
n. 78 - giugno 2015
– Grandi manovre dell’impotenza borghese
La negazione comunista della democrazia alle origini del movimento operaio in Italia (XII - continua dal numero scorso - esposto alla riunione del gennaio 2014) - FINO AI CONGRESSI DI PAVIA E DI BOLOGNA DEL P.O.I.: Le lotte di braccianti e contadini negli anni ‘80 - Verso il distacco dalla democrazia radicale - Contro l’impresa coloniale italiana - La questione della natura del partito (continua)
Il marxismo e la questione militare: [Indice del lavoro] - Parte quarta - L’imperialismo - A. Il proletariato contro la borghesia (XVI - continua dal numero scorso - Capitolo esposto alla riunione di Genova nel gennaio 2013): La guerra franco-prussiana e la Comune di Parigi: 1. Premessa - 2. Cronologia essenziale da Sedan alla Comune (1 settembre 1870 - 18 marzo 1871) - 3. Cronologia essenziale - i 72 giorni della Comune (18 marzo - 28 maggio 1871) - 4. La repressione - 5. Conclusioni (continua)
La successione dei modi di produzione nella teoria marxista - 2. La forma di produzione primaria (capitolo esposto alla riunione di Torino del settembre 2014 - continua dal numero scorso): Partizione del modo di produzione primario - Unità organica e naturale della forma primaria - Unione di produzione e distribuzione - Legami di sangue e riproduzione della comunità - La legge della popolazione della forma primaria - Guerra tra comunità, non guerra di classe - Il comunismo è assenza di proprietà - Dissoluzione della forma primaria (continua).
Dall’Archivio della Sinistra:
Presentazione
– AI SOCIALISTI E AI LAVORATORI D’ITALIA (La Soffitta, n. 1, 1 maggio 1911)
CONTRO L’AVVENTURA DI TRIPOLI - Il nostro manifesto (La Soffitta, 1 ottobre 1911)
LE LEZIONI DELLA STORIA (La Soffitta, 8 ottobre 1911)
Per il Primo Maggio e Contro la Guerra - IL NOSTRO MANIFESTO (La Soffitta, 1 maggio 1912)







Grandi manovre dell’impotenza borghese

Nella dinamica della crisi economica, finanziaria e politica che da oltre un decennio agita l’intero mondo capitalistico, i sintomi di un inarrestabile collasso dell’equilibrio imperialistico postbellico si moltiplicano e si sostanziano in operazioni su molteplici e diversi piani; alcune formalmente prive di esplicite minacce, ma tutte indicative di enormi rivolgimenti di un ordine internazionale non più sostenibile.

Dopo anni di contatti informali, di discussioni riservate, nel 2014 Comunità Europea e USA hanno iniziato le trattative, alcune delle quali svolte in rigoroso segreto, per dar corpo ad un trattato commerciale tra le due sponde atlantiche, il cosiddetto Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti, TTIP.

Lo scopo dichiarato pare improntato alle migliori intenzioni tra partner in paritetiche condizioni di forza in funzione del reciproco vantaggio: togliere le barriere commerciali tra Stati Uniti ed Unione Europea, sopprimendo dogane, inutili regolamenti di blocco e restrizione sugli investimenti, eliminando quindi tutti i vincoli legali e nazionali sulla compravendita di beni e servizi tra le due aree; programma per altro che la Comunità Europea, in tutte le sue storiche fasi di organizzazione ha perseguito con i risultati che la crisi attuale mostra chiaramente. Con il che raggiungere, nel più totale liberismo del laisser faire, laisser passer, quando i tanti vincoli al libero commercio saranno eliminati, crescita economica, impiego, stabilizzazione dei prezzi e tutti quei benefici per l’economia che un mercato “comune ed integrato” deve necessariamente portare, almeno secondo la visione liberista del commercio e dell’economia che nei tempi attuali il sistema capitalistico è costretto ad assumere.

Ma quella Usa è una manovra a tenaglia incardinata nell’ambito commerciale che si articola sull’intero scacchiere mondiale. Quella atlantica è la controparte dell’occidentale (dal punto di vista geografico USA) TPP, dove la prima P sta per Pacific, la seconda per Partnership, che prevede un mercato aperto che dovrebbe collegare agli USA Nuova Zelanda, Australia, Giappone, Vietnam, Malesia, Brunei, Singapore, Canada, Cile, Messico, Perù, ben 12 Stati, 8 nuovi rispetto agli iniziali 4 firmatari del 2006. Cambogia, Bangladesh ed India sono visti come “membri potenziali” in un futuro piano di allargamento. Una “naturale” espansione del vecchio ed ormai inadeguato NAFTA.

Anche in questo caso molti negoziati si sono svolti in segreto, ma bozze degli accordi sono “gocciolate” alla pubblica conoscenza tramite Wikileaks nel 2013.

Il colosso Cina, che pure in termini di movimento di capitali e di import ed export gioca un ruolo fondamentale con gli USA, ne è rigorosamente escluso, ovviamente, considerato che lo scopo non dichiarato dell’operazione è direttamente contro il gigante d’Asia. Invece scopo dichiarato del TPP, come per il TTIP, è sviluppare commercio ed investimenti, sostenere la creazione di posti di lavoro.

Per ulteriore grande scorno degli spiriti candidi che immaginano un capitalismo controllato e disciplinato dai democratici apparati nazionali e da rigorose norme internazionali, entrambi i trattati prevedono anche un insieme di regole (stilate invero prima del 2008) per allineare le legislazioni nazionali in materia a standard comuni che consentano la totale liberalizzazione del mercato finanziario comune, l’eliminazione di ogni regolamentazione, la libertà di usare qualunque tipo di prodotto finanziario, il divieto di ogni limite alla crescita delle dimensioni degli istituti finanziari. Come si scrive oggi, una totale deregulation, che comunque è già nei fatti, senza alcun bisogno di un accordo particolare tra i contraenti. Ma messo nero su bianco fa un altro effetto!

Ovviamente questo ai nostri occhi non ha grande importanza; mentre non ce ne duole affatto della democrazia violata, sappiamo che accordi stipulati “sulla testa della gente”, con i popoli tenuti all’oscuro di ciò che li riguarda direttamente, è una inevitabile conseguenza della dittatura mondiale del Capitale. Il marxismo ha da sempre anticipato quali sarebbero stati i sicuri effetti causati all’ambiente naturale e alle produzioni alimentari dalla impossibile regolamentazione e controllo sulla bulimica ed incontenibile espansione anti-umana del capitalismo, in particolare nel settore agro-alimentare. Certezza di un disastro annunciato, connaturato al sistema produttivo capitalistico, irriformabile se non con la sua eliminazione, non con interventi dall’alto di lungimiranti apparati legislativi o magari dal basso.

A maggior ragione non ci curiamo di esprimere indignazione o disprezzo per le teorizzazioni delle magnifiche sorti e progressive che secondo la stampa di regime europea dovrebbero derivare dall’adozione di questo nuovissimo “Piano Marshall senza investimenti diretti”, con straordinari benefici effetti per l’economia. Tanto per citare una voce entusiasta, uno studio del Centre for Economic Policy Research di Londra prevede un effetto positivo di 120 miliardi di euro, tutti derivanti dall’utilizzo di “economie di scala”, taglio di “spese burocratiche” (?) ed aumento delle esportazioni verso gli USA del 28%, con addirittura un effetto di crescita pari a 100 miliardi di euro per il commercio mondiale. Numeri in libertà, sparati a caso (anche se certamente non tanto a caso) che la stessa situazione di saturazione dei mercati mondiali mostra senza fondamento, però in sintonia con l’isterico e martellante ottimismo di maniera che vede sempre la fantomatica “ripresa” dietro l’angolo.

Dall’altra sponda, quella degli onesti democratici del “mantenere ma riformare e migliorare”, altri si sono messi a fare semplici calcoli, osservando che dell’effettivo interscambio commerciale della Comunità Europea quello con gli Stati Uniti è solo il 10% del totale, mentre tra gli Stati europei dell’Unione è il 70%. Gli effetti del trattato sugli scambi interatlantici andrebbero quindi a totale vantaggio delle grandi corporations ed è da prevedere un trauma per le economie non totalmente votate all’export a seguito della pretesa rimozione degli standard qualitativi sui prodotti e sulle regole per la loro fabbricazione, con l’arrivo di merci statunitensi a basso costo, con sbilancio dei saldi commerciali a tutto favore degli USA.

Insomma tutta una serie di ovvie considerazioni che in tempi di acutissima crisi dei commerci mondiali, di feroce concorrenza, di accesi scontri su estrazione, distribuzione e controllo delle materie prime, evidenziano che il trattato è nei fatti un contratto leonino. Si afferma da molte fonti borghesi che forse per gli Stati più deboli una piattaforma internazionale di commercio con controlli e vincoli debolissimi non è proprio la migliore delle idee. Queste considerazioni le riportiamo – anche se è impossibile non condividerle – con l’unico scopo di dimostrarne l’impotenza a fronte della tragedia che si sta annunciando.

Noi da marxisti rivoluzionari dobbiamo ritornare al vero scopo, al senso ultimo di queste gigantesche manovre. La volontà di separare dalla Russia gli Stati europei, ed in special modo la loro Unione, simulacro di una abortita ed impossibile unione economica, commerciale e monetaria ad effettiva conduzione tedesca. Sul fronte del Pacifico di operare nello stesso modo verso la Cina. Il muoversi in entrambi i casi tanto sul piano commerciale quanto su quello militare, identifica chiaramente la strategia per i futuri fronti bellici. È la lezione che ne dobbiamo trarre.

 

 

 


La negazione comunista della democrazia
alle origini del movimento operaio in Italia

(Continua dal numero scorso)

Capitolo 12 esposto alla riunione del 25-26 gennaio 2014

Fino ai congressi di Pavia e Bologna del P.O.I.

Le lotte di braccianti e contadini negli anni ‘80

Nel febbraio 1885 era stata richiesta l’autorizzazione a procedere contro il deputato Musini, accusato di avere pronunciato un discorso diretto a “svegliare gli odi sociali” definendo ladri i proprietari terrieri. Ecco alcuni passaggi della “autodifesa” di Musini. «Io appartengo ad una regione dove il povero lavoratore è compensato con 30 o 40 centesimi al giorno (...) a questo aggiungete che ivi la pellagra è un flagello spaventoso. (...) Chi non dirà che questi proprietari della terra sono ladri? (...) Se in quest’aula è vietato a noi di affermarci socialisti rivoluzionari [Il presidente della Camera lo aveva precedentemente interrotto dicendo: “Qui nella Camera nessuno può rappresentare un partito che sarebbe la negazione delle leggi dello Stato”, n.d.r.] voglio supporre che almeno nell’aula del tribunale, in omaggio, se non altro, al diritto di difesa, mi sarà concesso spiegare e svolgere quelle idee le quali informano il programma del partito cui mi vanto di appartenere (...) Accogliete dunque onorevoli colleghi della maggioranza le conclusioni dell’onorevole Billia! E per dimostravi la mia gratitudine, vi accerto che farò voti ardentissimi perché ogni giorno vi si domandi una autorizzazione a procedere contro di noi, sicché in poco tempo possiate liberarvi di noi, profani in questo luogo sacro, dove noi non avremmo dovuto entrare, e dove è giusto che voi abbiate a regnare sovrani» (Intervento parlamentare del 28 febbraio 1885).

Musini mostra bene quale sia il compito dei rivoluzionari nei parlamenti borghesi e ci introduce all’argomento che tratteremo nel presente rapporto.

Nel precedente abbiamo trattato della nascita e dello sviluppo del Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna, della sua partecipazione alle elezioni del 1882 (a seguito dell’allargamento del suffragio), dell’entrata dei primi socialisti nel parlamento borghese e dell’azione di vero parlamentarismo rivoluzionario condotta dai due deputati socialisti ed in modo particolare da Andrea Costa.

Ci siamo soffermati sui sistemi repressivi, instaurati dai governi a guida di sinistra, nei confronti di qualsiasi organizzazione proletaria: arresti indiscriminati, sequestro e soppressione dei giornali, violenta repressione di ogni forma di manifestazione, etc. Infine concludevamo parlando della nascita, in Lombardia, del secondo partito proletario: il Partito Operaio Italiano.

Facciamo ora un passo indietro per parlare delle condizioni e dell’organizzazione del proletariato delle campagne.

Il moderno modo di produzione capitalistico che già da tempo aveva fatto il suo ingresso nelle campagne italiane prendeva naturalmente sempre più campo arrecando i suoi nefasti effetti sulle masse contadine: la rovina della piccola proprietà sostituita dalla grande azienda centralizzata, il disgregamento del sistema mezzadrile, l’espropriazione ed espulsione dalle terre delle popolazioni contadine trasformate in masse di disoccupati alla disperata ricerca di un qualunque lavoro.

Questo stato di cose non poteva che portare ad una drastica diminuzione dei salari degli operai agricoli e questo soprattutto nelle aree di maggiore sviluppo capitalistico. I salari reali subirono tali riduzioni che dovettero passare oltre venti anni prima di tornare ai livelli del 1880.

Le misere condizioni dei contadini, curvi sulla terra dall’alba al tramonto, mal vestiti, mal nutriti, affetti da pellagra, erano però meno misere di quelle dei braccianti, la cui categoria andava sempre più ingrossandosi. Essi, disse il Marabini, «rappresentavano l’ultimo gradino della scala sociale. Per quattro o cinque lire settimanali erano costretti ad una vita di lavoro bestiale, fin quando la triste novella del lavoro esaurito non li condannava ad una disperata disoccupazione».

Durante il processo contro gli organizzatori dei contadini mantovani, l’ingegner Sartori dichiarerà: «Tra le feste, la forzata inattività invernale e la mancanza di lavoro sono quasi sei mesi all’anno che il contadino non lavora (...) La mercede dei con­tadini mantovani è dai 22 ai 89 centesimi al giorno (...) I contadini stanno indubbiamente peggio che prima del 1866. Prima non c’era la pellagra. Il governo d’Italia è, per essi, il governo dei signori (...) Mantova, che nei tempi addietro era uno staterello, era tuttavia una delle più brillanti capitali d’Europa (...) e non aveva debiti. Og­gi la nostra provincia è povera: 200.000 contadini patiscono la fame e la pellagra, mentre i nostri landlords vengono a Mantova all’epoca del raccolto a incassare i fitti, e poi vanno a spenderli a Milano, Roma, Parigi, Londra. La nostra popolazione è ignorante. Il bambino a otto anni deve andare per le risaie, a intisichire an­zitempo. Se d’altronde si vieta ai fanciulli di lavorare, di che vivranno quelle famiglie? Come potrà il contadino mantenere una famiglia con mezzo franco al giorno?».

La stessa borghesia si commuoveva, o faceva finta di commuoversi, di fronte ad un simile spettacolo di miseria e di disperazione. Jessie White Mario, ad esempio scriveva che nel 1872, visitando i paesi inondati della Valle Padana, si trovò di fronte ad alcune donne che imprecavano: «Meglio annegare tutti insieme che morire ad uno ad uno, di fame, di stenti, di tifo». Il barone Sidney Sonnino, liberale conservatore, affermò che «l’ilota dei contadini italiani, il paesano della bassa valle del Po, mangia quasi esclusivamente granoturco e soffre di fame fisiologica anche quando abbia il corpo pieno».

Agostino Bertani, nel 1872, si fece promotore di una inchiesta “sulle condizioni della classe agricola”. La proposta oltre che dai deputati della Sinistra democratica fu firmata anche da esponenti della destra conservatrice, compresi alcuni grandi proprietari terrieri, e, sottoscritta con cinquanta firme, fu presentata alla Camera il 7 giugno 1872. Apparentemente favorito anche dalla destra il progetto venne però ripetutamente sabotato ed insabbiato; solo dopo 5 anni, il 15 marzo 1877, fu emanata la legge che approvava l’inchiesta. La commissione d’inchiesta, che per presidente aveva il senatore Stefano Jacini, grande proprietario terriero, aspettò altri 4 anni prima di formulare un “proemio” nel quale non si poté fare a meno di testimoniare quale fosse «la miserrima condizione materiale di un gran numero di lavoratori della terra in parecchie provincie, specialmente dell’alta e della bassa Italia». Vi si legge: «Pessime abitazioni, vitto malsano, acqua potabile putrida, salari derisori, e per conseguenza pauperismo e malattie (...) La pellagra, le febbri palustri, mietono tante vittime, [e provocano] le emigrazioni sussultorie verso regioni incognite (...) La stessa facilità con cui infami accaparratori di emigranti riescono a sorprendere talvolta la buona fede di poveri contadini è un grave sintomo». Nel 1882, ossia dopo 10 anni dalla presentazione della proposta di inchiesta, uscì la relazione sulla Lombardia: conteneva conclusioni di carattere economico e tecnico per il miglioramento della proprietà fondiaria, ma nemmeno una parola riguardo agli orari di lavoro ed ai salari strozzineschi ai quali i proletari erano costretti a sottostare. Anche il conte D’Arco si diceva “commosso” dai mali dei contadini, ma appena eletto deputato se ne dimenticò, anzi si mise a capo della repressione.

Era chiaro che braccianti e contadini nulla potevano aspettarsi dalle istituzioni borghesi e dal buon cuore dei filantropi; d’altra parte oramai un proletariato agricolo di massa si era formato, cosciente della propria forza e della necessità di percorrere la via della lotta di classe ad oltranza. Ebbe così inizio quella lunga serie di agitazioni rurali con epicentro nel mantovano e che poi dalla bassa Lombardia si allargò verso il Vercellese e la Lodigiana da una parte e il Polesine, il Ferrarese e la Romagna dall’altra. Le masse dei lavoratori agricoli della Valle Padana, spinti dall’aggravarsi della situazione di senza riserve che si aggiungeva alla secolare miseria, entrarono in azione con dei grandi scioperi che avranno poi non poca influenza sullo sviluppo del movimento operaio e socialista in Italia. Nel 1882 vaste agitazioni erano scoppiate nel cremonese, mantovano e parmense, ma ben più vaste ed intense furono quelle che negli anni 1884/85 si svolsero nel Polesine e nel mantovano.

Nel marzo del 1882 scioperi di massa si verificarono a Moglia di Gonzaga e Bondeno, a S. Benedetto, a Suzzara e paesi vicini ed oltre il Secchia; da lì si diffusero in tutto il Basso Mantovano e fin nelle provincie di Cremona, Parma, Piacenza, Brescia. Si chiedevano salari di L. 2,50 a fronte di quelli in vigore che andavano da un minimo di 60 centesimi ad un massimo di L. 1,50, con orari di 12-14 ore al giorno. L’offerta di L. 1,80, fatta dai proprietari, fu respinta e per tutta risposta entrarono in azione due compagnie di soldati. Lo sciopero fu stroncato dalla violenza e dalla fame: molti furono gli arresti ed il Pretore inflisse condanne fino a tre mesi di carcere. Promotori e propulsori di queste lotte erano stati braccianti, salariati agricoli e contadini proletarizzati, che avevano ormai lasciato dietro di sé le caratteristiche della vecchia mentalità contadina.

Nel 1883 avevano scioperato le mondine di Molinella, dando prova della loro forza combattiva; fu il loro primo sciopero e la loro prima vittoria, anche se ebbe come risultato solo un lieve aumento di salario.

Ma il grande slancio venne l’anno successivo, nel 1884, partendo dal Mantovano. Fu questo il movimento de “La Boje”, dal grido con cui si espresse la rabbia degli scioperanti: La boje, la boje e de boto la va de fora!

Gli scioperi erano iniziati nel Polesine, zona di bonifica intrapresa con idrovore a vapore, dove sui 34.500 ettari prosciugati le popolazioni perdevano la possibilità di coltivare del mais nelle fertili isole torbose ormai scomparse ed il diritto di vagantivo, cioè il diritto d’uso concesso ai poveri di cacciare, pescare e raccogliere frutti selvatici nelle valli, dando loro una possibilità di sopravvivenza. Le nuove tecniche produttive sulle terre bonificate richiedevano la fine del vagantivo e i proprietari si avvalsero delle sentenze del tribunale di Venezia che nel 1857 avevano dichiarato “il vagare continuo” dannoso per i beni dell’agricoltura. Fino all’unità d’Italia questa pratica, che da zona a zona assumeva nomi diversi, era diffusa e consentita su tutta la penisola; lo Stato unitario scaricò sulle spalle delle popolazioni più misere una serie di leggi abolizioniste: 1865, abolizione degli ademprivi sardi. 1867, abolizione degli usi civili dell’ex principato di Piombino. 1882, abolizione dei diritti di pascolo e di erbatico nelle provincie di Belluno, Udine e Vicenza. 1885, abolizione dei diritti di pascolo e di erbatico nelle province di Treviso, Venezia e in vari comuni della provincia di Torino.

Il ministro Grimaldi, nella sua furia devastatrice, in un intervento alla Camera, affermava che «le cosiddette servitù di pascere, di vendere le erbe e di fidare sui fondi altrui (...) rimontano all’epoca barbarica e feudale (...) e rappresentano soltanto il frutto della tolleranza dei proprietari; sono fonte di immensi danni per l’agricoltura, vanno pertanto totalmente e immediatamente abolite in coerenza con quel principio che ormai informa la nostra legislazione, quello cioè di conciliare il rispetto dovuto alla proprietà con l’interesse supremo dell’agricoltura e dell’economia».

Queste trasformazioni, tra il 1876 ed il 1881, provocarono l’espulsione di circa 70.000 rurali ed un considerevole passaggio di gran parte degli “obbligati”, cioè quei lavoratori che pur non vivendo in cascina ma in paese avevano garantite un certo numero di giornate di lavoro ed alcune partecipazioni, e dei salariati fissi nelle file del bracciantato avventizio, che raggiungeva circa il 40% della popolazione attiva in agricoltura. Nella loro storia le popolazioni rurali non avevano mai avuto un rivolgimento così radicale, intenso e, soprattutto, così repentino. Costretti a contrattazioni giornaliere, queste schiere di braccianti, colpiti dalla pellagra, vagavano per la campagna, da un’azienda all’altra, da un paese all’altro cercando a chi vendere le loro braccia a giornata e a qualunque prezzo.

La proletarizzazione brutale di queste masse contadine determinò un grande moto di ribellione nei confronti della società borghese. Nonostante l’energia spiegata nella repressione (4.000 soldati fra cavalleria e bersaglieri e 800 carabinieri), lo sciopero de “La Boje”, che aveva bloccato nella provincia le operazioni di mietitura e che aveva come obiettivo il raddoppio della parte contadina sul prodotto, si risolse in un successo perché i proprietari erano impreparati ad un movimento tanto potente, generalizzato e, più che altro, inedito. Naturalmente la responsabilità dello sciopero venne addossata alla «propaganda attiva dissolvente di quel partito repubblicano socialista che mira, mercé gli imponenti scioperi, a far nascere i disordini, allargare l’incendio nella folle speranza di abbattere le libere istituzioni e proclamare la repubblica» (Sabbatucci, “Storia del socialismo italiano”).

Nel mantovano i contadini erano organizzati in due associazioni: la “Società di Mutuo Soccorso tra i contadini della provincia di Mantova”, diretta dal democratico ex-garibaldino Eugenio Sartori, e l’“Associazione Generale dei Lavoratori Italiani”, di indirizzo socialista, fondata da un altro ex-garibaldino, Francesco Siliprandi, con l’attiva collaborazione del contadino Giuseppe Barbiani infaticabile organizzatore e propagandista, circondato da larga popolarità.

La Società di Mantova aveva già alle spalle una considerevole tradizione di lotte; era stata costituita nel 1876 ed il 1° maggio 1878 quando d’autorità venne sciolta contava già oltre duemila associati. La reazione governativa che si abbatté su di essa non fece però desistere dalla lotta i suoi organizzatori e propagandisti.

Qui la lotta, che coinvolse migliaia di contadini, fu dura e lunga per la forte resistenza padronale. Le agitazioni il più delle volte nascevano in modo spontaneo, ma nello stesso tempo i lavoratori si organizzavano nelle leghe e, attraverso queste, trovavano parole d’ordine simili a quelle delle organizzazioni di resistenza già presenti in città. Più violenti ed estesi si facevano gli scioperi più si moltiplicava la capacità organizzativa delle leghe. Nacquero e si diffusero giornali di propaganda e di agitazione: “La Libera Parola” per la Società di Eugenio Sartori, e soprattutto la battagliera “Favilla” dell’Associazione di Siliprandi. C’era anche un terzo giornale al di fuori di questi due movimenti: “Il Pellagroso”, diretto dal maestro elementare Milesi. Questo giornale, di ispirazione filantropico-paternalistica e propagatore della collaborazione di classe, aveva però il pregio di riportare sempre nell’ultima pagina il “Bollettino settimanale della borsa del pellagroso” dove nella prima colonna venivano annotati i lavoratori impiegati nelle varie attività, gli orari di lavoro, i salari; nella seconda il costo dei generi alimentari e di prima necessità.

Il verbo socialista penetrava largamente fra le masse contadine. I proprietari mantovani avevano capito di essere di fronte ad un movimento non solo forte e radicale, ma soprattutto organizzato e collegato al movimento operaio. Questo spiega anche la dura reazione governativa che raggiunse il culmine nel marzo del 1885 quando il movimento si trasformò in sciopero ad oltranza. L’agitazione si fece sempre più rovente e aspra: circa quarantamila contadini erano in aperta lotta nelle province di Mantova e Cremona, imprimendo al movimento un carattere di lotta di classe aperta e profonda tale da travalicare i limiti dell’azione rivendicativa.

I proprietari, terrorizzati dagli avvenimenti, cominciarono a diffondere false notizie di incendi, di taglio dei garretti ai buoi, di imminenti assalti e devastazioni alle proprietà, di un esercito di ventimila contadini che, guidati da Barbiani, sarebbero stati in procinto di marciare su Cremona, etc., etc. L’intervento di polizia ed esercito non si fece attendere: lo sciopero venne soffocato dalle baionette, le associazioni sciolte, le sedi perquisite e circa duecento dirigenti arrestati.

Solo dopo circa un anno di carcere preventivo si ebbe il processo che, svoltosi innanzi ai giurati di Venezia dal 6 febbraio al 27 marzo del 1886, terminò con una clamorosa sentenza: tutti gli imputati furono assolti. Il tribunale di Venezia, con la sua sentenza, non è che, come alcuni storici hanno scritto, avesse riconosciuto il diritto di associazione sindacale e di sciopero; il codice penale allora in vigore non considerava lo sciopero come reato in sé, lo considerava reato solo in mancanza di causa ragionevole. E ci sarebbe voluto un bel coraggio a considerare gli scioperi della Boje come privi di causa ragionevole!

Dolorose furono nelle campagne le conseguenze immediate della sconfitta, più dura fu la fame, ma, contemporaneamente, era nata una grande forza; si era formata una coscienza di classe del proletariato agricolo di massa.

Il movimento dei lavoratori della terra durante l’agitazione della “Boje” dalla sua iniziale spontaneità aveva fatto un salto di qualità rispetto ai precedenti e ricorrenti tumulti rurali ed alle forme primordiali di protesta tipiche delle campagne italiane (incendi, tagli delle viti e degli alberi, etc.), nel corso della lotta questo movimento assunse caratteri nuovi, come l’adozione su larga scala dell’arma dello sciopero e la generalizzazione delle piattaforme rivendicative: aumenti salariali, aumento della quota contadina per la mietitura, miglioramento dei patti colonici, assicurazione del lavoro ai giornalieri. La stessa durata dell’azione rivendicativa, con le sue fasi alterne di azione e ritirata, favorì la ricerca di più adeguate strutture organizzative che permisero di superare il localismo e la frammentazione attraverso la creazione di rapporti stabili a livello comunale e provinciale. Il passaggio dalla spontaneità dal basso dell’azione locale all’organizzazione su basi territoriali più ampie fu favorito dall’incontro tra il movimento dei braccianti, dei salariati e degli obbligati, con l’azione di propaganda e di organizzazione svolta dai primi nuclei socialisti, che, aldilà della loro varia estrazione ideologica, contribuirono ad indicare ai lavoratori della Bassa Lombardia e della Valle Padana nuovi obiettivi di lotta facilitando il loro passaggio dalla protesta episodica e incosciente all’organizzazione consapevole e permanente.

Fu in onore all’eroico movimento contadino che il Partito Operaio tenne a Mantova, nel dicembre 1885, il suo secondo Congresso; e sempre a Mantova nell’aprile successivo il Partito Socialista Rivoluzionario teneva il quarto. Congressi dei quali abbiamo riferito nei precedenti rapporti.


Verso il distacco dalla democrazia radicale

Nel maggio 1886 si tornò a votare per il rinnovo del parlamento. Nelle Romagne fu rinnovata l’alleanza fra socialisti, radicali e repubblicani elezionisti. Ravenna rielesse Andrea Costa ed il rivoluzionario Amilcare Cipriani (eletto contemporaneamente anche a Forlì), che continuava a scontare la condanna ai lavori forzati.

Amilcare Cipriani oltre a risultare primo eletto nelle liste di Forlì e quarto nella provincia di Ravenna, raccolse pure molti voti in altre parti d’Italia pur non risultando eletto: in tutto aveva ottenuto quasi 15.000 preferenze. Questo il risultato di «un uomo che giace nel fondo di un bagno penale, che non ha né titoli, né influenze, né ricchezze, né alcuno di questi mezzi di cui tutti usiamo valerci, e soprattutto i ricchi si valgono, per poter essere eletti». Tutto ciò Amilcare Cipriani l’aveva ottenuto «senza spendere un centesimo, senza [mettere] in opera mezzi di corruzione, senza pressioni ufficiali da prefetti o da sindaci, senza che i preti predichino dal pergamo». (Andrea Costa, Intervento parlamentare del 16 giugno 1886).

Naturalmente, su proposta della Giunta delle elezioni, il parlamento annullò l’elezione di Cipriani. A seguito di questo annullamento a Forlì e Ravenna, il 18 luglio, si svolsero le elezioni suppletive: ma di nuovo Amilcare Cipriani venne rieletto in entrambe le circoscrizioni. E di nuovo su proposta della Giunta delle elezioni il parlamento ne annullò l’elezione. Si dovette tornare a votare il 26 dicembre: Amilcare Cipriani venne rieletto per la terza volta in entrambe le circoscrizioni e per la terza volte la sua elezione fu annullata. Alla quarta votazione suppletiva del 20 febbraio 1887 Amilcare Cipriani veniva rieletto per la quarta volta sia a Forlì sia a Ravenna, mentre l’elezione fu ancora una volta annullata.

In Lombardia invece il Partito Operaio si presentò con candidati propri in 14 collegi. Non ebbe nessun eletto, ma ottenne significativi risultati in otto collegi della Lombardia (5.451 voti nella sola Milano e 3.359 a Cremona) e in cinque collegi del Piemonte. Una notevole affermazione l’ebbe pure a Napoli con 2.083 voti. In complesso il risultato ottenuto fu di oltre 17.000 suffragi. Riguardo ai voti ottenuti dai partiti e dai rappresentanti socialisti ed operai si deve tener presente che il numero complessivo degli aventi diritto al voto superava di poco i 2 milioni e il diritto per operai e contadini era particolarmente ristretto.

“Il Secolo”, organo della democrazia radicale, ed il “Consolato Operaio”, da questa controllato, si scagliarono contro il Partito Operaio con una feroce campagna denigratoria che, incominciata già nel periodo precedente alle elezioni, continuò ancora più accanita dopo. Cavallotti, a cui pareva inconcepibile che il Partito Operaio, coerente con la propria impostazione classista, “scindesse” le forze dell’opposizione, lo accusò senza mezzi termini di essere al servizio della questura e di essere da questa finanziato. Una violenta polemica si aprì tra radicali ed operaisti; Costantino Lazzari dalle colonne del “Fascio Operaio”, con una serie di articoli intitolati “La Democrazia vile” denunciò gli sleali metodi di lotta dei radicali contro il Partito Operaio. Felice Cavallotti, questo campione della democrazia radicale e dell’onestà borghese, pur sapendo quanto false fossero le accuse da lui rivolte al POI, arrivò addirittura a presentare una interpellanza alla Camera insinuando l’accusa di connivenza tra il governo ed il Partito Operaio.

A questo proposito Andrea Costa dirà: «Posso francamente affermare, senza tema di essere smentito, che (...) il partito operaio, o socialista, contatti col Governo non ne ha avuti, non ne poteva avere, né a Milano, né a Pisa, né a Pavia, né a Torino, né in Romagna, né altrove (...) Tutto ciò che il Governo ebbe di comune con noi fino ad oggi furono i processi, gli arresti, le ammonizioni» (Intervento parlamentare del 2 luglio 1886). Ma, a fugare ogni possibilità di sospetto ci pensò il governo stesso: all’alba del 23 giugno Costantino Lazzari ricevette la visita della polizia che, dopo la perquisizione nell’unica stanzetta che gli serviva da cucina, camera da letto, studio, tipografia, gli notificò il decreto di scioglimento del Partito dichiarandolo in arresto come appartenente ad una associazione di malfattori diretta contro i poteri dello Stato, alla guerra civile, alla strage ed al saccheggio.

Date tali premesse lo scioglimento dell’organizzazione e l’arresto dei capi era d’obbligo; infatti gli articoli del codice penale 426 e 427 stabilivano che: «Ogni associazione di malfattori in numero non minore di cinque, all’oggetto di delinquere contro le persone o le proprietà costituisce per se stessa un reato contro la pubblica tranquillità e che questo reato esiste pel solo fatto dell’organizzazione delle bande o di corrispondenza fra esse ed i loro capi o di convenzioni tendenti a rendere conto o distribuire o dividere il prodotto dei reati».

Non staremo certo a perder tempo denunciando che non si trattava di provvedimenti di ordine pubblico, ma semplicemente di classe: è il decreto stesso del prefetto di Milano che, in tutta chiarezza, lo ammette. Diceva testualmente: «Essendosi potuto accertare che il cosiddetto “Partito Operaio Italiano”, costituitosi da qualche tempo in questa città vivamente si adopera per disciplinare, per cadauna arte o mestiere, le falangi del proletariato in difesa dei lavoratori stessi, organizzare la resistenza nelle città e nelle campagne contro il capitale, predisporre il passaggio dei beni patrimoniali del Comune in possesso delle famiglie di contadini.

«Ritenuta la pubblica e costante conferma del criminoso intento, per parte del pe­riodico “Il Fascio Operaio”, voce dei “Figli del Lavoro” e organo del “Partito Operaio” suddetto, come esso s’intitola, pubblicazione periodica che venne appunto condannata in persona del suo gerente con sentenza 27 luglio 1885 pel reato di provocazione all’odio contro le classi sociali e con altro del 24 aprile anno corrente, pel reato di provocazione alla ribellione (...) decreta: l’Associazione denominata Partito Operaio Italiano (...) è sciolta. Sono parimenti sciolte tutte le dipendenti Leghe di resistenza che si addimandano dei Figli del Lavoro, nonché quegli altri sodalizi che hanno fatto adesione allo statuto del più volte menzionato Partito Operaio. Saranno sequestrati i valori, la carta, la bandiera appartenente alla detta Associazione e sue filiazioni, ecc. Il sig. Questore della città e circondario di Milano e i signori sottoprefetti dei circondari di Monza e Gallarate sono incaricati rispettivamente dell’esecuzione di questo provvedimento. Milano 22 giugno 1886. Il Prefetto Basile».

Oltre a Lazzari, anche tutti gli altri dirigenti del Partito furono arrestati e le loro case perquisite. Alfredo Casati, Costantino Lazzari, Giuseppe Croce, Augusto Dante, e altri dirigenti del Partito Operaio e redattori del “Fascio Operaio”, rinviati alle Assisi furono, il 23 luglio, dopo ottanta giorni di carcere preventivo, condannati a pene dai tre ai sei mesi di reclusione, salvo il Casati che ne ebbe diciotto. Ancora una volta gli imputati poterono usare il processo come tribuna di propaganda di partito: adesso, nel post-fascismo, non ci sarebbe più consentito.

Lo scontro tra Cavallotti ed operaisti, se non altro, servì a far perdere ad Andrea Costa ogni illusione di poter fare un tratto di strada assieme alla democrazia radicale, per la conquista di libertà democratiche di comune interesse. E questa sua disillusione la espresse chiaramente nell’intervento parlamentare del 2 luglio affermando: «È doloroso, lo riconosco, in quanto io penso che democrazia e operai abbiano un lungo cammino ancora da percorrere insieme, prima che fatalmente si combattano. Ma (...) per quanto doloroso possa essere questo distacco, esso è peraltro un fatto storico inevitabile, importantissimo, del quale fa d’uopo tener conto e che può esprimersi così: il distacco della classe operaia, giunta alla coscienza della sua esistenza di classe, dalla democrazia borghese, per quanto radicale, e la costituzione della classe operaia in partito politico distinto da qualunque altro, con bandiere, con uomini propri (...) Dobbiamo riconoscere che tale distacco è un fatto storico, inevitabile, che si doveva produrre, presto o tardi, essendo esso una conseguenza dolorosa della divisione della società in classi» (Intervento parlamentare del 2 luglio 1886).

Un mese prima il comitato centrale del POI aveva scritto ad Andrea Costa: «Caro compagno, la lotta che sosteniamo ha assunto un carattere tanto aspro, feroce che non lascia nessuna speranza di amichevole o sereno scioglimento (...) È necessario difenderci solidalmente dagli attacchi dei comuni nemici. In quanto alla forma violenta con cui tempestiamo quei farabutti della democrazia vile essi non meritano altro linguaggio e gli amici ed i compagni delle sezioni tutte ci confortano a proseguire, altrimenti crederebbero (e non a torto) che noi saremmo i vili. È deplorevole la divisione profonda che va facendosi fra noi operai, i socialisti e gli anarchici e la democrazia borghese, è deplorevole ma è necessario. È necessario perché i democratici odiano i socialisti ed è bene che questi ultimi conoscano con che razza malnata di gesuiti hanno a che fare, è necessario per sceverare, secernere tutto quanto avvi di buono, di onesto e di generoso dalla zavorra ambiziosa, quattrinaja, speculatrice» (4 giugno 1986).

Questa vicenda, per quanto marginale, assume un valore sintomatico: è vero che le varie frazioni e fazioni borghesi si combattono fra loro per il controllo del potere e l’accaparramento del plusvalore estorto al proletariato, ma nei confronti del proletariato, riconoscendo che esso non è un avversario qualunque, ma la negazione del regime capitalista, fanno fronte unico: lo Stato adottando gli strumenti della violenza repressiva, la democrazia radicale e progressista adottando sistemi più subdoli: quelli della corruzione, della diffamazione e della calunnia.


Contro l’impresa coloniale italiana

Lo scontro aperto tra radicali ed operaisti provocò una frattura anche all’interno delle organizzazioni democratiche: il giovane avvocato Filippo Turati, come lui stesso si definì: “socialista oriundo borghese”, in segno di solidarietà con gli operaisti, uscì dall’Associazione Democratica seguito da un gruppetto di intellettuali. Turati che per il Partito Operaio aveva già composto l’“Inno dei Lavoratori”, aveva già una certa notorietà soprattutto attraverso una serie di articoli apparsi su “La Plebe” concernenti “il delitto e la questione sociale”, ripubblicati in seguito in un volume dal titolo: “Lo Stato delinquente”. Si trattava di scritti di sociologia radicale sui temi di delitto, questione sociale, corruzione politica e non è male riportare alcuni significativi passaggi:

«Io affermo che la società borghese è la prima delinquente, è la complice impune dei misfatti che freddamente punisce (...) In una società organicamente e necessariamente viziosa, dove lo sfruttamento dell’uomo è il cardine della convivenza, dove pochi eletti gavazzano alle spese della miseria e della degradazione della maggioranza, e il più impudico contrapposto di doviziosa ignavia e di lavoro indigente costituisce, coll’appoggio delle leggi, anzi pel fatto stesso delle leggi, una permanente e fatale provocazione a delinquere; in una tale società l’onestà è a un dipresso sinonimo di coglionaggine e il delitto vi pullula come in proprio terreno (...)

«Dove sono i ladri? Guardatevi intorno: in nessun luogo e dappertutto. Come Domineddio che li protegge. Certo nelle carceri meno che altrove. Nelle galere vi stanno i derubati che hanno tentata la rappresaglia. C’è un vizio originale nella società borghese che ci fa ladri tutti quanti, nostro malgrado, a nostra insaputa, obbligandoci a girare inutili ruote di falsi ordigni, sprecando le forze dei nervi e la moneta del tempo a favore dell’ingiustizia signoreggiante».

Il futuro Partito Socialista Italiano, soprattutto quello rinato nel secondo dopoguerra, prenderà alla lettera e fonderà tutta la sua azione politica sull’affermazione del suo fondatore: “L’onestà è sinonimo di coglionaggine”.

Turati, che sarà l’avvocato difensore dei dirigenti del Partito Operaio nel processo che seguì allo scioglimento di cui abbiamo parlato, prese l’iniziativa di fondare un “Circolo di studi sociali” che avrebbe dovuto raccogliere coloro i quali «pur non essendo operai manuali, ma avendo coscienza dell’importanza e del valore morale delle nuove forze popolari indipendenti, che per fatalità storica ed economica in ogni paese d’Europa – come da noi il Partito Operaio – sorgono a preparare nel più efficace modo la redenzione del quarto stato, stimano ufficio imprescindibile e condizione di vita della democrazia intenderle, incoraggiarle e collaborare con esse».

In una comunicazione del comitato centrale del POI ad Andrea Costa si saluta la formazione di questo Circolo: «Si sta organizzando qui a Milano un Circolo di Studi Sociali che vogliamo credere non riuscirà e non subirà la sorte degli altri pel fatto che abbiamo creato un ambiente d’operai che vedono molto volentieri il sorgere di questo circolo per poter istruirsi ed educarsi» (10 giugno 1886).

In questo stesso periodo aveva inizio la politica coloniale del governo italiano; il 17 gennaio 1885 un modestissimo corpo di spedizione salpava da Napoli per “andare a trovare nel Mar Rosso le chiavi del Mediterraneo”, come disse alla Camera il ministro degli Esteri Pasquale Stanislao Mancini; e il 5 febbraio i soldati italiani sbarcavano a Massaua. Si trattava di un contingente di appena 1.500 uomini (4 compagnie di bersaglieri, una batteria di campagna da 6 pezzi a 7, un drappello di zappatori del genio e telegrafisti). I soldati alla partenza vennero salutati con il seguente indirizzo: «Soldati, l’Italia vi affida l’onore della sua prima spedizione in Africa, e voi e i vostri Mille, emuli di quelli di Marsala, dimostrate a quei barbari che l’Italia è veramente civile, all’Europa che è potente, al mondo che è grande».

I soldati italiani però non si trovarono di fronte agli annunciati “quattro predoni”, ma diecimila guerrieri e da questi, a Dogali, il 26 gennaio 1887, furono massacrati. Due giorni prima (il 24 gennaio) il ministro Di Robilant, alla Camera, aveva affermato che non conveniva «dare tanta importanza a quattro predoni che si hanno tra i piedi in Africa».

Il 25 gennaio 1887 ras Alula aveva attaccato un distaccamento italiano comandato dal maggiore Boretti che si era trincerato a Saati (a 28 chilometri da Massaua) all’interno di un fortino in rovina. L’attacco era stato respinto ma il comandante, rimasto a corto di viveri e munizioni, chiese rinforzi. A tale scopo da Moncullo partì una colonna di cinquecento uomini al comando del tenente colonnello De Cristoforis la quale, attaccata a Dogali, venne annientata. Il presidente del consiglio Depretis il 1° febbraio comunicava alla Camera la notizia dell’eccidio e contemporaneamente presentava un disegno di legge concernente «l’autorizzazione di una spesa straordinaria di cinque milioni sui bilanci della Guerra e della Marina per spedizione di rinforzi militari sulla costa del mar Rosso».

Durante il dibattito gli onorevoli Spaventa e Di Rudinì chiesero la chiusura della discussione generale. A questa proposta, con tutta la foga e passione romagnola, si oppose Andrea Costa: «Mi pare che dopo che due o tre soli oratori hanno preso a parlare in una questione così grave come questa, non si possa decentemente proporre la chiusura (...) In una questione così grave come questa che concerne le vite di tanti figli d’Italia, fratelli nostri caduti in Africa, il chiedere la chiusura è vergognoso!». Approvata la chiusura della discussione, il presidente della Camera dava lettura dell’ordine del giorno presentato da Costa: «La Camera, convinta che la politica coloniale del Governo, incostituzionale nei suoi primordi, è divenuta oggidì disastrosa e per le vite che ha costato e per l’erario; che non si saprebbe concepire per quali ragioni si debba perseverare in un’impresa i cui obbiettivi sino ad ora sono ignoti, e che non fruttò che danni e dolori; e ciò in momenti in cui l’Italia ha bisogno di convergere tutte le sue forze al suo sviluppo economico e morale ed al miglioramento delle condizioni delle classi lavoratrici di città e di campagna; che il prestigio militare e l’onore della bandiera sono i soliti pretesti con cui tutti i governi cercano di far passare le loro imprese avventurose; deplorando i poveri e forti figli d’Italia, caduti lontani dalla famiglia e dalla patria per una causa che non è la loro, come non è quella della vera civiltà; invita il Governo a richiamare dall’Africa nel più breve tempo e nel miglior modo possibile le truppe italiane colà rimaste».

Poi, durante lo svolgimento del suo o.d.g. Andrea Costa, tra l’altro dirà: «Fin da quando nel maggio del 1885 si discusse la politica coloniale del Governo (dico del Governo, perché fu incominciata e continuata all’insaputa del Parlamento, ed il Parlamento non fu chiamato se non a mettere la sabbia su ciò che si era fatto), fin d’allora, io ed alcuni amici (...) presentammo un ordine del giorno in cui, opponendoci a tutte le velleità di spedizioni africane, che ci hanno dato i bei frutti che ora vediamo, proponevamo il richiamo delle truppe nostre dall’Africa. Ora, di fronte all’avvenimento doloroso di cui diede un pallido cenno due giorni fa l’onorevole Presidente del Consiglio (...) noi vi diciamo oggi, come allora: cessate da queste imprese pazze e criminose; richiamate le nostre truppe dall’Africa. E non ci lasciamo impressionare dalle frasi altisonanti di onore della bandiera, di prestigio militare (...): tutta questa roba qui è di quella che si adopera sempre per far passare la merce molte volte avariata (...) Voi sapete quanto me e più di me (...) quante volte questi argomenti siano stati adoperati per fini più o meno ignobili. La patria? Ma dove la vediamo noi nelle imprese africane? (...) E l’onore della bandiera? Non è da questa parte che si deve render conto dell’onore della bandiera e del prestigio militare, ma dalla parte di coloro che siedono al Governo o che il Governo sostennero e sostengono; e davvero mal si invoca l’onore della bandiera quando, incominciando da Lissa e Custoza, questo onore è stato trascinato nel fango sino a Saati. [Vive proteste a sinistra, al centro e a destra]».

Andrea Costa prosegue: «Risponderò ad un’altra obiezione che mi si fa, e che è la più grave, inquantoché non viene solamente da quei banchi, ma viene altresì dai banchi dell’opposizione e pur troppo, mi duole il notarlo, anche da alcuni miei amici dell’estrema sinistra. Si dice: infine in Africa ci siamo e bisogna restarci. Noi non possiamo, dopo una sconfitta, andarcene via con le pive nel sacco! Ora, signori miei (...) quando avremo accordato questi cinque milioni e mandato nuovi soldati in Africa, saremo sicuri di vendicare l’onore d’Italia e di ritornare gloriosi e trionfanti. Ma io domando (...) a voi onorevole Di Robilant che confondete quattro predoni con un esercito agguerrito, potete darci voi questa sicurezza che quando avremo votato i cinque milioni, saprete rivendicare l’onore d’Italia? No, o signori, voi non mi potete dare questa sicurezza: ed io alla mia volta, non vi darò un centesimo!».

Alle risate ironiche che da tutta l’Aula accompagnarono questa affermazione, Costa rispondeva: «Sì, lo capisco, siamo pochi noi quassù; il nostro ordine del giorno è firmato da quattro soli, lo capisco; ma siate certi, che (...) sicuramente il nostro ordine del giorno avrà maggiore eco nel paese che le vostre pazzie africane, e tutte le vostre frasi di patriottismo (...) Ho finito. Il nostro ordine del giorno è tanto chiaro che non credo abbia bisogno di ulteriore svolgimento. Noi siamo convinti che esso corrisponda ai sentimenti della grande maggioranza del popolo italiano che lavora e produce, e che vi dà, alla fine, e gli uomini e il denaro (...) Noi francamente (...) non ci sentiamo di dare né un uomo, né un soldo! (...) Richiamate le milizie dall’Africa (...) per continuare nelle pazzie africane, noi non vi daremo, ripeto, né un uomo, né un soldo!!» (Intervento parlamentare del 3 febbraio 1887).

Oltre che dai “colleghi” di ogni schieramento, Andrea Costa, venne più volte interrotto e ripreso dal presidente della Camera in questi termini: «Onorevole Costa, io non posso tollerare simile affermazione; se la nostra bandiera è stata qualche volta sfortunata è stata però sempre onorata [Vivi applausi da tutte le parti della Camera]. Ascolti la voce del patriottismo, onorevole Costa! [Bene!]. Onorevole Costa, ella può esprimere la sua opinione, ma non offendere i sentimenti degli altri (...) Ella, onorevole Costa, può dire imprese avventurose non mai criminose. Del resto il patriottismo non è il monopolio di nessuno, ed io non dubito che esso sia sentimento comune a tutta la Camera [Approvazioni]. Onorevole Costa, ella non deve chiamare false le manifestazioni di un sentimento che è nell’animo di tutti i suoi colleghi [Bene!]. Onorevole Costa, l’onore delle armi è inseparabile dall’onore della nazione [Vive approvazioni]. Onorevole Costa, io le tolgo la facoltà di parlare».

Durante la medesima seduta Andrea Costa dové prendere la parola in risposta a Felice Cavallotti che aveva affermato che chiedendo il ritiro delle truppe italiane dall’Africa veniva dimenticato l’onore d’Italia. Sollevando l’indignazione di tutta l’Aula, la risposta fu: «È stato espresso il dubbio che noi avessimo dimenticato l’onore d’Italia, ed io ripeto ed affermo che l’onore delle armi non è l’onore di un popolo (...) Io credo che l’onore di un popolo consista nelle sue industrie e nelle sue arti, nelle lotte che sostiene per la libertà, per la giustizia e per l’emancipazione sua; e non consista già in quei macelli stupidi ed infami che sono le guerre. Ecco perché credo che non abbiamo dimenticato l’onore del popolo italiano e perché domandiamo che si richiamino i nostri soldati dall’Africa [Vivissimi rumori a destra e al centro - Qualche applauso all’estrema sinistra]».

Il dibattito assunse un carattere politico in quanto vari deputati, tra i quali Fortis, Cairoli, Crispi, avevano fatto vivaci critiche al governo per il modo con il quale esso si era regolato sulla questione africana. Dopo l’intervento del Presidente del Consiglio, si concluse con un voto per appello nominale su di un ordine del giorno dell’onorevole Di Rudinì, a cui il Presidente Depretis dette carattere di sfiducia al suo governo. L’ordine del giorno fu respinto con 181 sì e 215 no. Per alzata e seduta l’ordine del giorno Costa fu ugualmente respinto dall’Assemblea. Il disegno di legge sulle nuove spese militari fu poi approvato a scrutinio segreto il giorno seguente (4 febbraio 1887) con 317 voti favorevoli e 12 contrari.

Quanto sopra rivela diversi aspetti molto interessanti. Innanzi tutto si vede come lo Stato se ne freghi delle regole democratiche, del parlamento e della costituzione ogni volta che gli interessi del capitalismo richiedano interventi urgenti, come sono quelli della guerra. Allo stesso tempo si vede come la democrazia parlamentare (“mai vergine e sempre martire”) non si offenda e non protesti per la violenza subita. Oltre a ciò non si può non notare come il parlamento, apatico ed indolente, in tutte le sue attività, quando sia in gioco “l’onore della patria” riesca in soli due giorni ad approvare una legge sui crediti militari. E soprattutto non si può non accorgersi del fatto che, sebbene le varie fazioni borghesi lottino fra loro, immediatamente ritrovino unità di intenti e di azione quando si tratta di schierarsi contro lo storico nemico di classe: il proletariato.

Mentre in tutt’Italia si susseguivano manifestazioni contro il colonialismo e per il ritiro dei soldati dall’Africa, erano organizzate altrettante celebrazioni degli eroici caduti e molti furono gli intellettuali di fama che vi aderirono, a cominciare da Pascoli, De Amicis, Matilde Serao, etc.

Anche il Vaticano, sebbene in lotta aperta con lo Stato italiano, partecipò con i suoi preti alle commemorazioni delle vittime delle «bande nere del feroce generale del Negus» e stigmatizzò «i soliti avventurieri del disordine [che] han voluto dar prova del loro maltalento di tumultuare». La rivista dei gesuiti, “La Civiltà Cattolica”, 1887, Vol. V, pag. 501, con entusiastica approvazione riferiva che «il Governo non si lasciò sgarare, e senza tanti complimenti, spiegò tanto apparato di forza che a nessuno dei dimostranti venne la voglia di aspettare il terzo squillo per darsela a gambe e lasciare sgombre le piazze».

Ai “cinquecento caduti” vennero innalzati monumenti, intitolate vie e piazze. Il sindaco di Roma chiese a Giosuè Carducci di intervenire componendo un’ode per l’inaugurazione dell’obelisco di Dogali. Carducci, con una lettera che varrebbe la pena pubblicare integralmente, rifiutò categoricamente questo “onore”: «Non approvo il rumore ed il fasto che si continua menare e fare su quella sventura (...) Roma leva un obelisco alle vittime di una spedizione inconsulta che furono tratte sprovvedutamente in un agguato (...) [Quei] poveri morti [sono] le vittime d’una politica fallace, insipiente e colpevole (...) Gli abissini hanno ragione a respinger noi come noi respingevamo o respingemmo gli austriaci» (15 maggio 1887).


La questione della natura del partito

Il 29 luglio moriva Depretis. La borghesia vedeva con terrore il consolidarsi e l’espandersi del movimento operaio, il moltiplicarsi delle leghe e l’aumento delle agitazioni e degli scioperi, quindi sentiva il bisogno di un uomo che apparisse autoritario, “un uomo forte” da mettere a capo del governo, un uomo che “non si piegasse”. Quest’uomo fu trovato in Crispi. La politica di Crispi nei confronti della classe operaia venne così riassunta da un suo biografo: «Fedele al suo dovere di tutore dell’ordine, di difensore delle istituzioni, Crispi non aveva debolezze verso i partiti sovversivi; l’idea che ha sedotto altri ministri della monarchia, di dominarli, di neutralizzarli con le condiscendenze non entrò mai nella mente di lui».

Nel corso del precedente rapporto abbiamo visto come il Partito Operaio avesse subito un grave contraccolpo dagli arresti di giugno 1886 e dalla persecuzione governativa che aveva messo fuori legge il partito ed il suo organo di stampa “Il Fascio Operaio”. Nel tentativo di salvare il salvabile i superstiti decisero di riorganizzarsi sotto il nome di una società di assistenza: la “Unione Mutua Operaia Istruttiva”. Solo dopo due mesi, però, gli arrestati furono prosciolti dall’accusa di “associazione di malfattori”, e furono rimessi in libertà provvisoria.

Il 10 ottobre Costantino Lazzari partecipava al primo congresso dei cooperatori, dal quale nacque la Federazione delle Cooperative Italiane. Tale congresso riuniva le più disparate tendenze operanti all’interno del movimento operaio: Socialisti rivoluzionari, operaisti, radicali, mazziniani e liberali democratici. Lazzari riuscì a far approvare una sua mozione che indicava come compito della Federazione delle cooperative l’appoggio al «movimento generale di organizzazione e di miglioramento della classe lavoratrice», e tentò perfino, senza riuscirci, di fare approvare una mozione in cui si chiedeva alle cooperative di sostenere finanziariamente i lavoratori in sciopero.

Poco dopo riappariva il Fascio Operaio che, per quanto mutilato del sottotitolo “Voce dei Figli del lavoro - Organo del Partito operaio italiano”, riaffermava il suo tradizionale indirizzo di lotta di classe. Poiché perdurava il decreto prefettizio che proibiva la riorganizzazione del Partito Operaio in Milano e provincia, il Comitato centrale venne trasferito ad Alessandria, mentre il giornale restava a Milano. Per sfuggire alla sorveglianza della polizia, la redazione del giornale venne trasferita – raccontava Lazzari – «in una lurida cameraccia di una vecchia casa, nell’ora scomparso vicolo di S. Marcellino, tetro ricovero di malviventi e di prostitute presso il Ponte Vetero. Là, nel freddo e nell’umido, ci riunivamo su quattro sedie e su quattro panche per discutere le nostre questioni e spedire il giornale».

Alla fine dell’anno si venne al processo, che finì in un successo per gli operaisti. Il collegio di difesa, nel quale ebbe una parte preminente il giovane Filippo Turati, seppe smantellare le accuse più pesanti. Gli imputati, ad eccezione di Alfredo Casati che venne condannato a nove mesi di carcere per eccitamento alla guerra civile, se la cavarono con pene leggere che andavano dai due ai tre mesi per eccitamento allo sciopero.

Il PO aveva però subìto il colpo, ridotto com’era in condizione di semiclandestinità. E se l’escamotage di darsi la veste di Unione Mutua Istruttiva permetteva di mantenere in piedi l’organizzazione, non le consentiva di svolgere una efficace azione di agitazione, propaganda ed organizzazione del proletariato.

Per evitare il sempre vigente divieto prefettizio di ricostituzione del POI nel milanese, il terzo congresso fu convocato a Pavia (18 e 19 settembre 1887), nella speranza che il prefetto di quella città non lo vietasse. «Mentre noi lavoriamo pel buon esito del Congresso – scriveva Casati a Costa – sembra che si addensino dei nuvolacci questurineschi, il nostro famoso questore è già in moto, e non vorremmo che ci preparasse la non grata sorpresa di proibire il Congresso all’ultima ora» (8 settembre 1887). Il congresso si tenne; erano rappresentate 93 Società, numerose adesioni furono inviate sia dall’Italia che dall’estero. I socialisti rivoluzionari erano rappresentati da Costa; gli anarchici da Luigi Molinari del Circolo operaio italiano di Thalwil in Svizzera e da Luigi Galleani della Lega dei lavoratori di Vercelli.

Già all’inizio dei lavori congressuali, che affrontarono in linea di massima l’aggiornamento dello Statuto, gli anarchici fecero subito sentire la loro presenza con la richiesta che il Partito Operaio si dichiarasse socialista. La proposta fu immediatamente bocciata dagli operaisti che dichiararono che il programma del POI consisteva “nella definizione della lotta di classe”, soprattutto in campo economico. Naturalmente gli anarchici con il termine “socialista” intendevano “anarchico”, insurrezionale, antilegalitario, antiparlamentare, astensionista per principio anche nelle elezioni amministrative, etc. Per questo motivo la proposta incontrò l’opposizione non solo degli operaisti ma anche dello stesso Costa. Secondo Costa il Partito Operaio era “naturalmente” socialista ma, nel suo programma, non doveva abbracciare una ideologia precisa, perché il suo compito era quello di «infondere una coscienza di classe nella massa operaia», e di «rappresentare la gran massa dei lavoratori, il cui unico vincolo è e non può essere che quello di emanciparsi dalla dipendenza in cui vivono dal capitale, di associarsi in nome della loro emancipazione economica largamente intesa», prescindendo dalle posizioni ideologiche e politiche. D’altra parte questa non era che la posizione sempre sostenuta dal PSR e cioè giungere alla integrazione lasciando però ad ognuno di loro le proprie caratteristiche: il POI avrebbe rappresentato l’organizzazione di classe per la lotta economica, il PSR l’avanguardia politica e ideologica. Ma, a causa dell’intransigenza del Partito Operaio, questo risultato non verrà mai raggiunto.

Il congresso del Partito Operaio, così come rifiutò le proposte degli anarchici, altrettanto fece per quelle di Andrea Costa riaffermando la sua distanza sia dai socialisti che dagli anarchici. Riconfermò, insomma, ciò che i suoi dirigenti avevano affermato nel corso del processo del gennaio dell’87: «Il Partito Operaio non è socialista, nel senso che non appartiene ad alcuna scuola, ma pur facendo tesoro delle scoperte del socialismo non cura che l’organizzazione delle forze operaie per riuscire al miglioramento e all’emancipazione dei lavoratori».

Senza apportare sostanziali novità furono introdotte modifiche al Programma ed allo Statuto del partito; la maggiore fu quella di allargare le rigide maglie che limitavano l’adesione al partito. In precedenza erano state accolte solo le associazioni costituite da «puri e semplici operai manuali di ambo i sessi (tanto dei campi che delle officine) salariati ed alla diretta dipendenza di padroni, intraprenditori o capitalisti», ora invece venivano ammessi anche i lavoratori indipendenti, «purché non avessero in alcun modo la condizione di sfruttatori, capitalisti, speculatori o dirigenti del lavoro altrui». La formula statutaria: «lavoratori dei campi e delle officine» venne sostituita con l’altra meno rigida di «lavoratori d’ambo i sessi, tanto della campagna che della città». Ma l’ammissione di nuove categorie non deve far pensare che il POI fosse venuto meno ai suoi principi esclusivisti, tant’è vero che venne respinta la proposta di Costa di permettere l’iscrizione al partito di tutti i cittadini, anche non lavoratori, che ne avessero accettato il programma ed i principi fondamentali e che non fossero sfruttatori e dirigenti del lavoro altrui. Con la sua proposta Costa si riproponeva che il POI accogliesse, come membri individuali, i socialisti.

D’altra parte il Partito Operaio era vittima della sua stessa struttura, finché continuava ad essere una federazione di leghe e di sindacati di mestiere, era impossibile poter accogliere quel principio. Le stesse ragioni impedivano anche agli operaisti di accettare come principio statutario la partecipazione alle lotte elettorali politiche, anche se, di fatto, il POI astensionista non era mai stato. Così anche al Congresso di Pavia, evitando di dare una direttiva di partito, fu riconfermata la decisione di permettere sulla questione elettorale completa autonomia alle varie sezioni. Il Partito Operaio intanto continuava la sua battaglia per liberare le organizzazioni operaie dalla influenza della ideologia interclassista del radicalismo democratico.

Il 26 agosto, al congresso provinciale di Como gli operaisti riportarono vittoria sia sui radicali sia su un’altra tendenza ancor più moderata, riunita attorno al giornale “Il Lavoratore Comasco”. Dalla maggioranza dei delegati venne riconfermata «la necessità della lotta di classe» e stabilito di formare leghe di resistenza, e di dare «alle società già costituite in mutuo soccorso il carattere della resistenza».

Questo importante aspetto del problema fu affrontato in maniera più specifica al successivo Congresso di Bologna (8-9 settembre 1888). Molte delle società aderenti al POI erano dedite unicamente al mutuo soccorso. Queste società, che erano state accolte nel partito allo scopo di sottrarle alla influenza della democratica Confederazione Operaia Lombarda, a breve termine rappresentarono solo un peso morto per l’organizzazione, sia perché non partecipavano alla attività del partito e sia perché non pagavano le quote per la cassa di resistenza.

La scelta di Bologna, come sede del congresso del 1888, non fu certamente una scelta felice in quanto determinò una notevole diminuzione dei delegati presenti. Erano quelli tempi in cui non tutti erano in grado di sostenere le spese di viaggio, anche per tragitti limitati; l’anno prima i milanesi erano andati a Pavia a piedi. La situazione finanziaria del partito era così mal ridotta che si decise che soltanto i congressi regionali avrebbero avuto cadenza annuale, mentre quello generale si sarebbe riunito solo quando i due terzi delle sezioni ne avessero sentita la necessità.

Il Congresso di Bologna stabilì che i soci che non avessero pagato le quote non avrebbero potuto usufruire del diritto al sussidio di una lira al giorno in caso di sciopero. Contemporaneamente ci si ripropose di intensificare l’azione per trasformare le società di mutuo soccorso in società di resistenza e di eliminare dal loro seno i soci borghesi (onorari, benefattori, benemeriti), riunendo le società in confederazioni cittadine e provinciali per poi suddividerle per categorie professionali, ed istituire cooperative di consumo destinando gli utili alla resistenza e alla propaganda.

Quando al congresso venne in discussione un quesito sulla questione del lavoro delle donne e dei fanciulli, gli operaisti ancora una volta rifiutarono di fare affidamento su soluzioni legislative affermando che questi erano problemi che sarebbero stati risolti solo attraverso la lotta di classe, ed invitarono le “sorelle di fatica” a scendere in campo e lottare per strappare la parità dei diritti e delle condizioni salariali degli uomini. Ricorderemo che a Milano la Lega per la Difesa degli Interessi Femminili era federata nel Partito Operaio. Lo stesso discorso valeva per i fanciulli. Riguardo alla regolamentazione del lavoro dei fanciulli lo Stato unitario aveva emanato il Regio Decreto del 23 dicembre 1865 che ne vietava l’impiego, se inferiori ai 10 anni, nelle miniere sotterranee; la successiva legge Berti del 1886 prevedeva il divieto di impiegare fanciulli di età inferiore a nove anni negli opifici, nelle cave e nelle miniere, ma la possibilità di impiegarvi fanciulli di età superiore ai nove anni; nei lavori pericolosi ed insalubri non potevano essere impiegati fanciulli che non avessero compiuto quindici anni d’età; per i fanciulli non ancora dodicenni era inoltre previsto che la giornata di lavoro non potesse eccedere le otto ore; inoltre, era vietato il lavoro notturno per i fanciulli che non avessero compiuto gli undici anni ed il lavoro festivo per quelli che non avessero compiuto i quindici anni. Queste erano le delizie della legislazione sociale borghese. Ma neppure queste minime regole erano applicate. Poiché i fanciulli erano troppo deboli per portare avanti una lotta contro le inumane condizioni di lavoro a cui erano sottoposti, il Partito Operaio chiamava gli operai adulti a lottare per loro con le armi della resistenza e dello sciopero.

Al centro dei lavori del Congresso di Bologna fu la discussione sul “Programma amministrativo comunale” del Partito. Infatti, qualche mese dopo, il 30 dicembre 1888, fu concesso un allargamento del suffragio amministrativo “a tutti i cittadini che hanno 21 anni, che godono dei diritti civili e che sanno leggere e scrivere”. In base a questa nuova legge il numero degli aventi diritto al voto aumentò di quasi un milione e la conquista dei Comuni da parte dei partiti operai era ormai a portata di mano. I punti principali del programma amministrativo prevedevano: l’abolizione del dazio sui consumi e la sua sostituzione con una imposta diretta, la democratizzazione della vita comunale, l’obbligo del plebiscito popolare per ogni proposta tendente ad aggravare notevolmente il bilancio, il controllo dei lavoratori sulle Opere Pie, la precedenza alle cooperative di lavoro nella gestione dei servizi pubblici, la scuola laica e le scuole professionali, la costruzione di alloggi con fitti calmieranti, l’assistenza ai vecchi e agli invalidi, la tutela del consumatore anche mediante l’istituzione di cooperative di consumo, l’aiuto alla formazione di associazioni professionali, la protezione del lavoro (orario di lavoro, lavoro dei fanciulli, igiene nelle fabbriche) e l’istituzione di uffici gratuiti di collocamento.

Infine il Lazzari fu eletto rappresentante del POI al congresso mondiale convocato in Londra dalle Trade Unions per il 6 novembre.

Al congresso era stato preso atto sia della diminuzione degli iscritti, sia del pessimo stato delle finanze del partito.

I tentativi di riorganizzazione del POI furono stroncati da una nuova ondata repressiva, scatenata il maggio successivo.

(Continua al prossimo numero)








Il Marxismo e la Questione Militare
[Indice del lavoro]
Capitolo esposto alla riunione di Genova nel gennaio 2013

Parte quarta - L’imperialismo
A - Il proletariato contro la borghesia

(Continua dal numero scorso)

LA GUERRA FRANCO-PRUSSIANA E LA COMUNE DI PARIGI

Capitoli esposti alle riunioni a Genova di maggio e a Sarzana di settembre 2013


1. Premessa

Particolarmente corposa e ricca di insegnamenti per la lotta di emancipazione del proletariato è la mole di studi di Marx, Engels, Lenin, Trotski e di tutta la tradizione della Sinistra italiana su questa guerra, che dette origine, dopo la cattura e capitolazione di Napoleone III nella battaglia di Sedan, alla gloriosa, se pur breve, Comune di Parigi. Nella nostra dottrina quella esperienza, anche se finì in una sconfitta e in un bagno di sangue, segna in Europa occidentale l’importante spartiacque della fine della lotta comune tra borghesia e proletariato contro il regime feudale, e inizia lo scontro diretto contro la borghesia del proletariato in armi, per l’affermazione dello suo Stato dittatoriale che solo può consentire, con il superamento del capitalismo e la soppressione delle classi, il dispiegarsi di un generale piano di specie, negatore della soggezione alle leggi del profitto.

Nello studio “Comunismo e Guerra” pubblicato in questa rivista nei numeri 16-17-18-21 del 1985 abbiamo esposto proprio gli avvenimenti in Europa di quegli anni, con particolare attenzione alla questione dottrinale, e ad esso rimandiamo.

Il percorso difficile, ma segnato dalla storia, che conduce il proletariato, da alleato dei movimenti delle classi liberali e democratiche a nemico della borghesia, dei proprietari fondiari e di tutte le mezze classi che a questi si accodano, parte appena il potere dello Stato passa dalle classi feudali ai nuovi padroni capitalisti.

Nonostante la potente azione progressiva messa in atto dallo incontenibile sviluppo delle forze produttive del capitalismo, risultò ben presto chiaro che lo sfruttamento cui erano sottoposti i proletari non era frutto di una individuale cupidigia o malvagità dei capitalisti stessi, alcuni dei quali come filantropi avevano cercato di alleviare le misere condizioni dei loro operai, ma dalla natura stessa del capitalismo. Una parte crescente del valore creato dal lavoro eccede il valore della forza lavoro, il pluslavoro, che si traduce in plusvalore e ricchezza trattenuta dagli imprenditori, questo il rapporto sociale da cui scaturisce il conflitto tra le classi, come Marx ben spiegò nel “Capitale”.

Fin dagli albori del capitalismo gli operai si sono organizzati per opporre resistenza al loro sfruttamento, da piccoli gruppi ad entità sempre più estese, forti e combattive. L’esperienza del movimento operaio si condensò a metà Ottocento in potenti pilastri teorici: dal “Manifesto del partito comunista” del 1848, che si conclude con l’esortazione “Proletari di tutti i paesi unitevi”, al Libro Primo del “Capitale” del 1867. Nel 1864 a Londra si era fondata l’Associazione Internazionale dei Lavoratori sulla base di una effettiva crescita delle lotte proletarie e del conseguente sviluppo di sindacati operai e di partiti socialisti in Europa. Infatti, di lotta in lotta, la classe operaia aveva già superato, dopo i ristretti confini del reparto, dell’azienda, della categoria, quelli nazionali, pur in quell’epoca di forti nazionalismi, impegnati in guerre di indipendenza, nelle quali anche i proletari si battevano al fine di favorire le rivoluzioni democratiche borghesi.

Ma in Europa il periodo delle guerre di sistemazione in Stati nazionali contro il frazionamento dell’epoca feudale, ritenute progressive dall’intero nostro corpo teorico, si stava concludendo. La Prima Internazionale si trovò a dover affrontare il grave problema storico e così si espresse, il 12 luglio 1870, con la penna di Carlo Marx, nel “Primo Indirizzo del Consiglio Federale sulla guerra franco-prussiana”: «Ancora una volta, col pretesto dell’equilibrio europeo e dell’onore nazionale, le ambizioni politiche minacciano la pace nel mondo. Operai francesi, tedeschi e spagnoli! Uniamo le nostre voci in un solo grido di condanna della guerra! (...) La guerra per una questione di predominio o di dinastia non può essere per gli operai che un’assurdità criminale. In risposta ai proclami bellicosi di coloro che si auto-esentano dal tributo del sangue e che nelle sciagure pubbliche vedono soltanto una fonte di nuove speculazioni, noi protestiamo ad alta voce, noi che abbiamo bisogno di pace, lavoro e libertà! (...) Fratelli di Germania! La nostra discordia non avrebbe altra conseguenza che il trionfo completo del dispotismo su entrambe le rive del Reno (...) Operai di tutti i paesi! Qualunque possa essere l’esito momentaneo dei nostri sforzi comuni, noi, membri dell’Associazione Internazionale degli Operai, per la quale non esistono frontiere, inviamo a voi tutti, in pegno di indissolubile solidarietà, gli auguri e i saluti degli operai francesi (...)

«A Chemnitz un’assemblea di delegati, rappresentanti 50.000 operai sassoni, ha approvato all’unanimità la seguente risoluzione: “In nome della democrazia tedesca, e in particolare degli operai formanti il partito socialdemocratico, dichiariamo che la guerra presente è esclusivamente dinastica (...) Siamo lieti di stringere la mano fraterna offertaci dagli operai di Parigi (...) Memori del motto: Proletari di tutto il mondo unitevi! Non dimenticheremo mai che gli operai di tutti i paesi sono nostri amici e i despoti di tutti i paesi nostri nemici”».

Sulla stessa linea rispose anche il comitato di Berlino dell’Internazionale e Marx nell’Indirizzo così valuta il carattere complessivo di quella guerra: «Se la classe operaia tedesca permette alla guerra presente di perdere il suo carattere strettamente difensivo e di degenerare in una guerra contro il popolo francese, tanto una vittoria quanto una sconfitta saranno egualmente disastrose. Tutte le sciagure piombate sulla Germania dopo la sua guerra di indipendenza, risorgeranno con accresciuta intensità».

Chi, in ambito militare, aveva ritenuto quelle dichiarazioni solo roboanti manifestazioni di sobillatori e intellettuali chiusi nei loro circoli sbagliava di grosso. Anche sul piano militare si stava imponendo il problema sociale. Oltre alle fughe e diserzioni individuali di sempre, si profilavano su ampia scala sabotaggi e fraternizzazione fra proletari sugli opposti fronti, arruolati ormai in forza delle leve obbligatorie nazionali, fino al rischio che i soldati cessassero di uccidersi a vicenda per volgere i fucili contro i loro ufficiali e per unirsi e combattere il comune vero nemico, la classe capitalista. Tutti i piani strategici elaborati dagli stati maggiori erano da rivedere. La fraternizzazione, più facile nella guerra di posizione con trincee poco distanti tra loro, qui non si ebbe significativamente, ma solo estese diserzioni, la maggiore nella notte tra l’11 e il 12 gennaio 1871, dopo la prima fase della battaglia di Le Mans, quando 50.000 soldati francesi, un terzo dell’armata del generale Chanzy, abbandonarono i loro reparti; a seguito di ciò, di fatto, si conclusero i combattimenti a sud di Parigi.

Intanto una avanguardia dei lavoratori aveva già compreso che la lotta difensiva non era sufficiente ad emanciparli dallo sfruttamento capitalistico e che era necessaria una organizzazione ed una dottrina politica per il compimento di una nuova rivoluzione, quella che porterà al potere la classe proletaria.

2. Le cause della guerra e la sua preparazione

La vittoria della Prussia sull’Austria nella guerra del 1866 aveva determinato l’unificazione di 22 Stati germanici a nord del Meno nella Confederazione Germanica del Nord, divenuta poi un unico Stato l’anno successivo. Per raggiungere l’obbiettivo della unificazione anche con i restanti 17 Stati del sud, la cui separazione costituiva un grosso freno allo sviluppo del capitalismo tedesco, Bismarck aveva elaborato una particolare strategia per farseli alleati, puntando sugli antichi timori tedeschi per la minaccia francese, evitando così uno scontro militare diretto tra le due Confederazioni.

Vi erano importanti cause interne di natura politica. Con l’acquisizione di nuovi territori dopo la guerra contro l’Austria e i suoi alleati, la Prussia aveva anche accresciuto i suoi cittadini, ora 24 milioni. Ma molti di questi, come gli ex-alleati austriaci sconfitti, avevano solo subito l’unificazione della Germania sotto l’egemonia della Prussia; altri Stati mantenevano un atteggiamento autonomistico, quando non ostile. La riforma legislativa, poi, si rivelò complessa per l’esistenza di tre parlamenti e complicati meccanismi di attribuzione dei seggi.

Il fermento rivoluzionario nazional-democratico era debole, la borghesia tedesca rimaneva indecisa sul da farsi e il proletariato non aveva ancora la forza per abbattere Bismarck e guidare dall’interno alcuna forma di rivoluzione. Leggiamo l’ammissione di tale debolezza nel comunicato dell’assemblea di massa degli operai a Braunschweig del 16 luglio: «Noi siamo nemici di tutte le guerre, ma soprattutto di quelle dinastiche (...) Con profondo rammarico e dolore ci vediamo costretti a sottostare a una guerra di difesa, come a una sciagura inevitabile. Ma nello stesso tempo chiediamo a tutta la classe operaia della Germania, di rendere impossibile d’ora in poi la ripetizione di un simile disastro sociale, rivendicando per i popoli stessi la facoltà di decidere della pace e della guerra e facendoli padroni dei loro destini» (“Primo Indirizzo”).

Per il Cancelliere era necessario agire celermente per anticipare manovre della Francia, che vedeva nell’unificazione tedesca un grave pericolo per il suo predominio politico ed economico in Europa. La Prussia inoltre mirava alle sue miniere di ferro dell’Alsazia e della Lorena, regioni abitate da popolazioni di lingua tedesca ma sotto dominio francese.

Napoleone III aveva differenti ma oltremodo gravi problemi: 1) la costante pressione di un futuro blocco tedesco con unico governo lungo tutta la frontiera orientale, 2) in patria, dopo aver sovvertito la Seconda Repubblica e instaurato il Secondo Impero bonapartista, doveva contrastare la forte pressione dei repubblicani che chiedevano importanti riforme democratiche, 3) la costante minaccia di una rivoluzione di una classe operaia di giorno in giorno più forte e meglio organizzata, 4) i potenti ceti raccolti intorno alla chiesa cattolica gli chiedevano una maggiore difesa del potere temporale del Papa, messo in pericolo dal processo di unificazione nazionale italiana.

Gli era inoltre ancora ben presente il fallimento dell’intervento militare in Messico (1862-67), dovuto alla sospensione del pagamento degli interessi verso l’estero decretato nel 1861 dal governo repubblicano di Benito Juárez. Napoleone III, che si era messo a capo di una coalizione di Stati, tra cui Spagna, Inghilterra e creditori minori, fu costretto a ritirare le truppe, dopo consistenti perdite, in seguito alla minaccia degli Stati Uniti d’America di intervenire direttamente nel cosiddetto “affaire Massimiliano”. Gli Usa erano fortemente contrari nel Messico ad una restaurazione monarchica di un principe europeo, Massimiliano d’Asburgo, in netto contrasto con la loro Dottrina Monroe, del 1823, prima formulazione teorica di quell’imperialismo volto ad una politica di egemonia ed espansione nel continente oltre la sua frontiera meridionale. Sebbene fosse appena finita la guerra di secessione americana (1861-65), quando si prospettò una vittoria militare francese sul regime repubblicano furono pronti ad inviare un’armata di 50.000 uomini per soccorrerlo.

Qui non approfondiamo questo caso, anche se ha diverse analogie rispetto alle reazioni al più volte attuato non pagamento del debito di altri paesi latino-americani fortemente indebitati, tra le ultime e più importanti quella del Messico nel 1982, dell’Ecuador del 2000 e dell’Argentina nel 2002.

Una guerra contro la Prussia sarebbe stata quindi per Napoleone III un ottimo sfogo delle pressioni interne, con la nazione unita dietro il suo imperatore, sepolta l’opposizione repubblicana e quella rivoluzionaria in un nazionalismo reazionario, ristabilendo la Francia prima potenza europea e garantita l’annessione di territori sul Reno, del Belgio e del Lussemburgo.

Si voleva risolvere militarmente l’annosa questione del Lussemburgo: da ex possedimento olandese a fortezza federale presidiata da truppe prussiane ma non appartenente alla Confederazione Germanica del Nord, era stato segretamente promesso da Bismarck a Napoleone III in cambio della neutralità francese nella guerra austro-prussiana del 1866, salvo poi negare pubblicamente tutto. Era stato poi smilitarizzato e dichiarato neutrale.

Queste opposte rivendicazioni territoriali non potevano che portare i due Stati a una guerra. Occorreva solo prepararla sul piano diplomatico e militare. Ancora è verificato che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi.

L’impetuoso sviluppo industriale stava mettendo a disposizione degli eserciti, sempre più grandi e preparati grazie alla leva militare obbligatoria ormai in quasi tutti i paesi, una enorme varietà e qualità di armamenti mai prima immaginati. Tutte le armi da fuoco, fucili e cannoni terrestri e navali, sono ora a canna rigata e a retrocarica permettendo rapidità e intensità di fuoco, e gittata e precisione sempre maggiori.

Per la prima volta i francesi utilizzarono le prime “mitrailleuse”, pesanti e ingombranti antenate delle moderne mitragliatrici, usate dall’artiglieria e non dalla fanteria come poi fu. Pesavano parecchi quintali, montate su affusti di cannone, scarsamente brandeggiabili, sparavano un caricatore di 25 colpi con un meccanismo a manovella ancora poco affidabile. La loro introduzione era stata tenuta segreta fino all’impiego in battaglia, per cui gli artiglieri non ne conoscevano bene il funzionamento. Perché non cadessero in mano nemica non furono disposte nella prima linea di fuoco per i combattimenti ravvicinati, a cui erano adatte, ma con i cannoni nella postazione arretrata, così che spesso, come nell’ultima difesa di Parigi, furono messe fuori uso dai precisi tiri dell’artiglieria prussiana.

Le navi sono ora completamente in acciaio, con propulsione a elica, sempre più grandi, veloci e affidabili.

Ciò avrebbe dovuto determinare una diversa impostazione e organizzazione della guerra, invece si mantenne il principio napoleonico del “marciare separati combattere uniti”. Solo l’esperienza sui campi di battaglia dimostrò che era diventato ormai impossibile risolvere le guerre con una sola e unica grande battaglia campale. L’obiettivo strategico conclusivo è adesso ottenuto attraverso azioni tattiche parziali, assedi, battaglie secondarie, a volte slegate tra loro, parallele e successive, che fiaccavano la volontà, le risorse e la capacità dell’avversario di combattere. Si doveva tendere ad accerchiare il nucleo centrale dell’avversario, tagliarlo dalle linee di rifornimento e costringerlo alla resa, avendogli precluso ogni possibilità di azione: un complesso ed elaborato “scacco matto”.

La breve guerra austro-prussiana del 1866, culminata nella finale battaglia di Sadowa, fu un ottimo collaudo di questa impostazione guerresca, abilmente preparata dal generale von Moltke, allora ancora a capo dell’esercito prussiano. Questo fu preparato, rifornito e organizzato secondo le grandi disponibilità della industria nazionale che adesso vantava un indiscusso primato europeo per qualità e quantità.

Non lo stesso fu per quella francese. La potente macchina bellica francese dalle gloriose battaglie napoleoniche era andata gradualmente perdendo d’impeto e potenza, mantenendosi comunque dominante in Europa fino alla guerra di Crimea (1854-56); poi il declino si accentuò come effetto di una classe dominante nazionale non più progressiva ma via via più reazionaria e parassitaria. Engels riferisce nelle “Note sulla guerra franco-prussiana” della diffusa corruzione dilagante nell’esercito francese, dei fondi straordinari destinati al miglioramento dell’esercito girati direttamente all’imperatore, di ufficiali inefficienti che non potevano essere rimossi perché al corrente delle losche manovre: «Era tutto un marciume; l’atmosfera di corruzione in cui viveva il Secondo Impero aveva finito per contagiare anche il suo principale sostegno: l’esercito. Nell’ora della prova null’altro era rimasto da opporre al nemico che le tradizioni di gloria del servizio e l’innato coraggio dei soldati, qualità che da sole non bastano a mantenere la superiorità di un esercito» (10 settembre 1870).

Così Trotski aggiunge nella Prefazione a quella raccolta di corrispondenze: «Il morale dell’esercito deriva dai rapporti tra le classi, dalla capacità della classe dominante di trasformare i problemi della guerra in fini soggettivi dell’esercito. Il grado di audacia e talento del personale di comando dipendono ugualmente dal ruolo storico della classe dominante, dalle sue capacità di far concentrare sui propri problemi le migliori forze creative del paese; ciò che, a sua volta, si sintetizza nella seguente questione: la classe dominante adempie un ruolo storico progressivo, o piuttosto sopravvive a se stessa e combatte solo per la sua esistenza?».

Bismarck si trovava nella necessità di celare la sua politica di aggressione e provocazione alla Francia attendendo l’occasione propizia per mostrarsi agli altri Stati europei come paese offeso e aggredito e messo nella necessità di difendersi con le armi. Il casus belli tanto atteso si presentò in occasione di una disputa dinastica per il regno di Spagna rimasto senza eredi diretti al trono. Il cancelliere prussiano si intromise nella questione e manovrò affinché il governo spagnolo offrisse la corona al titubante principe prussiano Leopoldo Hohenzollern-Sigmaringen. Ciò provocò una durissima reazione francese che, con altre manovre, indusse il principe Leopoldo a rinunciare alla candidatura già accettata. Alle perplessità dello stesso Guglielmo di Prussia Bismarck minacciò di dimettersi.

Il governo di Parigi, non pago di questo successo e mentre altre potenze europee consigliavano di fermarsi, pretese dal re di Prussia, e capostipite degli Hohenzollern, altre garanzie. La risposta del re, affidata ad un dispaccio destinato a Parigi e alla stampa, era sostanzialmente affermativa. Ma il dispaccio, intercettato da Bismarck prima della sua diffusione, fu rimaneggiato in modo che apparisse offensivo verso il governo francese. Questo permise si sollevasse a Parigi una forte indignazione patriottica.

Napoleone III, pressato dall’ala militarista e dall’imperatrice Eugenia, sua moglie, sopravvalutando le forze militari francesi e dando per certe improbabili alleanze con Danimarca, Italia e Austria, dichiarò guerra alla Prussia. Aveva dato per certo che la Danimarca intendesse riprendersi i due ducati persi nella guerra del 1864, che l’Italia avrebbe restituito l’aiuto militare ricevuto nella Seconda guerra d’indipendenza del 1859 e che l’Austria avrebbe voluto a tutti i costi ridimensionare l’egemonia prussiana. Per motivi diversi, in sostanza economici, senza contare le pressioni e le minacce della Russia, nessuno di quegli Stati intervenne a suo fianco e il tronfio nazionalismo francese si trovò solo.

La trappola di Bismarck aveva funzionato e si poteva ora dar corso a tutti i piani complessivi di guerra, preparati con estrema cura, precisione e per tempo; nulla era stato trascurato o lasciato al caso: dal miglioramento della razza equina del cavallo prussiano, per cui occorrono anni, ai minuziosi piani del trasporto ferroviario delle truppe, del materiale bellico e dei rifornimenti, suscettibili di modifiche all’ultimo momento grazie all’efficienza della produzione industriale. Di notevole precisione era tutta la cartografia militare anche dei territori francesi.

Questo fu il conflitto più importante in Europa tra il periodo delle guerre napoleoniche e la Prima Guerra mondiale.


3. Le forze in campo e i piani di guerra

Ogni modo di produzione ha una sua organizzazione militare, quella capitalista è basata su di una estesa produzione industriale di merci, maggiori mezzi finanziari e una grande disponibilità di uomini. Contrariamente agli eserciti e alle battaglie feudali dove si cercava di risparmiare il possibile, viste le limitate capacità dei principi e anche dei grandi Stati, ora invece ai fini della guerra si sovrappongono direttamente quelli dell’accumulazione: non si produce per guerreggiare ma sempre di più si guerreggia per produrre. E si fa la guerra non tanto per vincere, ma per distruggere, e poi riprodurre il distrutto, dando così nuovo impulso al ciclo del capitale e maggiori profitti ai capitalisti.

Per finanziare le imprese militari i parlamenti decretano i “crediti di guerra”, una serie di misure economiche per finanziarle con denaro pubblico e privato, tra cui l’emissione di obbligazioni statali, rendendo quindi i prestatori di capitali, piccoli e grandi, direttamente interessati all’esito della guerra. La guerra come un investimento di denaro. Al parlamento della Germania del Nord, dove dei lavoratori erano stati eletti come deputati del Partito Socialdemocratico, il 21 luglio 1870, August Bebel e Wilhelm Liebknecht votarono contro quei crediti per 120 milioni di talleri. Con questo pretesto, con altri deputati che votarono con loro, furono poi processati per attività politica sovversiva e condannati a due anni di reclusione nella fortezza di Königstein. Ben diversamente e sciaguratamente andò, nello stesso parlamento, nell’agosto del 1914.

In Francia la situazione della nostra classe era peggiore, la borghesia francese si era mossa per tempo e, dopo il terzo processo intentato dal governo bonapartista contro l’Internazionale nel giugno-luglio 1870, la classe operaia era stata privata di molti suoi dirigenti rivoluzionari, dispersa all’estero o coscritta nell’esercito. Il 2 agosto 1870 Marx scrive a Becker, rappresentante tedesco dell’Internazionale: «Le nostre sezioni francesi sono crollate. Gli uomini più fedeli o sono fuggiti o sono stati rinchiusi in prigione».

Gli eserciti riflettono le potenzialità del poderoso sviluppo industriale delle due nazioni. Sulla carta la Francia poteva disporre di 490.000 uomini nelle truppe regolari, 420.000 della Guardia Nazionale Mobile, costituita nel 1866, corpo molto versatile ma scarsamente addestrato e male armato, destinato alla difesa delle roccaforti, delle città, delle coste ma che poi fu ampiamente utilizzato contro i prussiani in rimpiazzo dei regolari. In più i 300.000 della Guardia Nazionale (G.N.), principalmente destinata alla difesa di Parigi. In tutto oltre 1.200.000 uomini. La fanteria francese aveva nel nuovo fucile Chassepot un leggero e sopravalutato vantaggio ma che talvolta fece la differenza sul tedesco Dreyse. Del tutto inefficiente la logistica per cui agli inizi delle operazioni erano disponibili sul teatro solo 290.000 effettivi.

Le truppe della Confederazione Germanica del Nord, cui si aggiunsero quelle del­la Baviera, del Baden e del Regno del Württemberg, contavano 470.000 effettivi più 740.000 tra riservisti e reparti della Landwehr (difesa territoriale); ad ogni reggimento regolare era associato uno della Landwehr i cui ufficiali provenivano da quello regolare. Numericamente le forze dei due eserciti erano simili, ma indubbia la superiorità dell’artiglieria tedesca e l’organizzazione. Secondo i piani predisposti in solo 18 giorni furono mobilitati e disposti 870.000 uomini: tre corpi d’armata con circa 300.000 uomini furono lasciati in Germania allo scopo di contrastare un eventuale attacco austro-ungarico e possibili invasioni dal Mar Baltico; tutti gli altri avrebbero invaso la Francia con un rapido attacco, la futura “Blitzkrieg”.

I piani di guerra francesi, uno di attacco nella Renania ed uno successivo di difesa da un attacco prussiano, furono poi modificati di molto da Napoleone III, assunto il comando supremo, nell’irreale convinzione che l’esercito francese sarebbe stato pronto ad entrare in campagna prima di quello prussiano. Tre armate principali d’attacco rapido: quella principale del Reno, al suo comando, avrebbe iniziato l’offensiva: passato il fiume, risalita la valle del Meno a dividere gli Stati del sud, ritenuti avversi alla Prussia, da quelli del nord. Le armate dell’Alsazia e quella di Châlons l’avrebbero seguita e completato l’occupazione di Alsazia, Lorena e Lussemburgo. Ma le tre armate erano confusamente dislocate a cordone. Un altro corpo d’armata, agli ordini del principe Napoleone Girolamo, avrebbe tentato uno sbarco sulle coste prussiane protetto dall’intera flotta francese; i suoi successi avrebbero dovuto convincere Austria e Italia ad entrare in guerra.

Napoleone III non si rese conto dei suoi errori nemmeno quando giunto a Metz si trovò con 100.000 effettivi male organizzati, contro i 150.000 forza minima mobilitabile prevista, e solo 40.000 a Strasburgo, contro i 100.000 previsti; Canrobert e Châlons stavano anche peggio. La struttura di comando fu fortemente accentrata nell’imperatore e la direttiva che impediva ogni azione autonoma degli ufficiali periferici fu estesa anche a tutti i generali, cosa che si rivelò deleteria per le continue intromissioni e improvvisazioni di Napoleone III.

I piani di campagna prussiani elaborati in tempo di pace prevedevano tre possibilità. Il concentramento delle forze nel Palatinato tra il Reno e la Mosella avrebbe minacciato il fianco destro dei francesi se questi avessero attaccato dal Belgio, il fianco sinistro, se i francesi avessero invaso il Sud della Germania attraverso il Reno, oppure, se fossero rimasti sulla difensiva, avrebbe puntato contro le linee della Lauter e della Saar; questo fu il caso che si verificò.

Furono costituite tre armate d’attacco distinte ma omogenee per organizzazione e armamento: quella di von Steinmetz di 65.000 uomini stanziate presso Waldern, una di 174.000 uomini al comando del principe Federico Carlo di Prussia e la terza di 141.000 al comando del principe ereditario Federico. Le tre armate stanziate lungo il Reno, tra Coblenza a nord e Karlsruhe a sud dovevano impegnare i francesi sui due fronti mentre questi attaccavano a est del Palatinato. La prima e la seconda avrebbero aggirato le forze francesi a sud-ovest per coglierle sul fianco e alle spalle in una vasta manovra di avvolgimento mentre la terza avrebbe operato la manovra conclusiva giungendo attraverso i Vosgi a minacciare l’altro fianco dell’armata del Reno e a tagliare le comunicazioni con Parigi. Questo piano fu studiato considerando la possibilità di un rapido e massiccio trasferimento delle truppe tramite la rete ferroviaria.


(Tav.1 - Schieramento delle armate francesi e tedesche all’inizio della guerra con le iniziali direttrici dell’avanzata prussiana in territorio francese)
Schieramento all’inizio della guerra


4. La sconfitta francese

Napoleone III, con parte dei suoi generali in profondo disaccordo, ritenne importante per motivi strategici, ma anche politici, attaccare all’improvviso con le limitate forze disponibili per cercare di anticipare il completo dispiegamento dei prussiani approfittandone per una qualche vittoria significativa. Non considerava la minuziosa preparazione prebellica prussiana né il forte ritardo dell’intendenza francese che doveva sostenere 300.000 soldati in un territorio ristretto che di suo poteva fornire ben poco. Il 31 luglio Napoleone decise di muovere le truppe necessarie per conquistare Saarbrücken, città di frontiera sulla Saar, il che avvenne con una modesta battaglia il 2 agosto, salutata dalla stampa francese come grande vittoria. Avanzando da quella città stavano incuneandosi al centro delle postazioni prussiane ma, allarmati dalle notizie riferite dai giornali esteri (e non dal loro servizio informativo!) che i prussiani stavano preparando un massiccio attacco più a sud, in Alsazia presso Wissembourg, decisero di ripiegare e disporre le truppe su un lungo cordone a difesa dei confini orientali.

Il 4 agosto con la battaglia di Wissembourg iniziò l’avanzata prussiana che proseguì il 6 a Wörth e nei centri limitrofi, obbligando le truppe francesi a retrocedere dopo forti perdite. Nello stesso giorno, più a nord, partendo da Saarbrücken, la prima armata prussiana comandata da Steinmetz con 67.000 uomini, contravvenendo ai piani di Moltke, decise di attaccare l’armata di Frossard disposta a Spicheren con 35.000 uomini, che non venne aiutato per antipatie tra generali, nonostante a meno di 20 chilometri ci fossero 3 divisioni francesi inattive. Fu una decisa vittoria prussiana, pur con forti perdite dovute al preciso fuoco degli Chassepot sui prussiani, che avanzavano allo scoperto e in un attacco male pianificato.

Insolito caso nella storia militare in cui un esercito attaccante è più impreparato di quello attaccato. L’eu­foria francese della prima settimana era svanita; la sconfitta di Mac-Mahon a Wörth e quella di Frossard a Spicheren demolirono il morale delle truppe francesi, cui concorse anche lo scadente servizio dell’intendenza.


(Tav.2 - Situazione di Metz tra il 14 e il 15 agosto: con il progressivo accerchiamento delle forze francesi e lo sbarramento della strada per Verdun che impedì l’arretramento su Châlons)
Accerchiamento di Metz

L’iniziale avanzata si trasformò immediatamente in una serie di confuse manovre volte a contenere una invasione prussiana su vasta scala. Fu annullata la spedizione nel Baltico, trasferite quelle truppe sul fronte orientale, ampliato l’arruolamento dei coscritti. Perdute le province di confine si dovette rinunciare all’offensiva e all’invasione. Napoleone III pensava di riequilibrare la situazione a oriente di Metz partendo dalla linea difensiva sulla Nied, ma quando fu informato che la II e la III armata prussiana invece di dirigersi direttamente su Metz tendevano ad aggirare la piazzaforte da sud dirigendosi ai passi della Mosella, fu costretto a cambiare quei piani e ordinò il ripiegamento generale su Metz. Ora l’iniziativa militare è prussiana, la francese è di difesa e subordinazione a quella dell’avversario.

Le indecisioni francesi sul da farsi: se arretrare tutto l’esercito sulla Marna a Châlons, dove vi era un centro permanente di addestramento servito da ferrovia, che poteva permettere l’approvvigionamento di tutte quelle truppe, abbandonando Metz, o difendere la roccaforte della Lorena avendo però l’esercito diviso in due tronconi molto separati, diedero tutto il tempo ai prussiani per completare l’accerchiamento della città facilitato dal fatto che i francesi nelle loro ritirate non distrussero mai i ponti. Da giorni inoltre erano completamente saltate le linee telegrafiche con Metz. Diversi furono i tentativi, con combattimenti accaniti, per rompere l’accerchiamento e ritirarsi su Verdun, ma ciò non fu possibile più per gli errori e le indecisioni del generale Bazaine, nominato nuovo comandante generale francese seppur ritenuto responsabile della sconfitta in Messico, che per le azioni prussiane, spesso confuse e segnate da forti perdite rispetto a quelle francesi. Tra queste le battaglie di Mars-la-Tour e la Gravelotte, tra il 14 e il 18 agosto, obbligarono Bazaine a ritirarsi entro la cerchia delle mura di Metz che fu chiusa dai prussiani con una fitta cortina militare di 50 chilometri.

Nell’ultima battaglia scarsa fu la solidarietà nei comandi francesi per loro rivalità in­terne; considerando inevitabile la disfatta, il generale Bourbaki, comandante la guardia imperiale, non volle coinvolgere le sue truppe scelte e si rifiutò di metterle in campo.

L’assedio di Metz si concluse il 23 ottobre 1870 con la resa di Bazaine, con 180.000 francesi, di cui 20.000 feriti o ammalati perché accampati all’aperto sotto piogge torrenziali, 1.700 cannoni da campo con 3 milioni di colpi, 280.000 fucili con 23 milioni di cartucce e altro materiale bellico i cui numeri, relativi a solo questo teatro, ci danno la misura della grande produzione industriale per la guerra dovuta al raggiunto poderoso sviluppo delle forze produttive. Per il suo comportamento vile e doppiogiochista, Bazaine al processo fu dichiarato colpevole di accordi col nemico e di resa senza aver intrapreso alcuna azione, degradato e condannato a morte. Graziato, incarcerato, riuscì a fuggire per poi riparare a Madrid.

Chiusa alle truppe francesi la via di fuga di Metz, la strada per Parigi era aperta.

Nel frattempo i francesi cercarono di concentrare verso Châlons le truppe non coinvolte nel fronte di Metz. Ma la strategia francese rimaneva incerta, a Parigi dimissioni e cambio di governo non facilitavano soluzioni rapide.

Il generale Mac-Mahon capo delle forze rimanenti, ritenne più utile ripiegare su Parigi, ma gli fu impedito per timore che questa palese ammissione di sconfitta innescasse i tanto temuti tentativi rivoluzionari: gli fu invece ordinato di rompere l’assedio prussiano e liberare Metz con il grosso delle forze, dopo averne stornate una minima parte per la difesa di Parigi. Arrivavano da Metz confusi dispacci circa tentativi di sortite ed intimavano a Mac-Mahon di concentrarsi a Montmédy obbligandolo a cambiare i suoi piani e direzione. I prussiani approfittarono di queste manovre confuse e con marce notturne forzate riuscirono a bloccare la strada per Montmédy e a presidiare tutti i ponti sulla Mosella realizzando una manovra a tenaglia. Ora Mac-Mahon non poteva andare in soccorso di Metz e neppure ripiegare su Parigi. Per non essere accerchiato ordinò la ritirata su Sedan, 100 chilometri a nord-ovest di Metz, zona dove poteva contare su alcune piccole fortezze. Durante questa manovra a Beaumont, il 30 agosto, parte delle truppe francesi furono sorprese nel sonno e subirono perdite di uomini e cannoni.

Von Moltke ordinò rapidi spostamenti di tutte le truppe per tagliare a Mac-Mahon ogni via d’uscita, compreso lo sconfinamento in massa nel Belgio neutrale; si vantò di aver cacciato i francesi “in una trappola per topi” e che si preparava a combattere la “battaglia di annientamento”. Nel campo francese presso Sedan il morale era a terra; a migliaia attraversarono la Mosa per riparare in Belgio dove erano disarmati e accolti. Lo stesso Napoleone III, sofferente in quei giorni di una forte calcolosi, già privo di poteri reali, demandò ogni comando. Mac-Mahon ordinò per il 1° settembre una giornata di riposo e ristoro generale; non si presero misure adeguate di protezione, non furono distrutti i ponti, per assicurarsi una rapida ritirata su Parigi, ma nemmeno presidiati i molti guadi sulla Mosa ben sapendo delle consistenti forze prussiane nei pressi. Così imprecò il generale Ducrot prima del­la battaglia finale: “Nous sommes dans un pot de chambre, et nous y serons emmerdés!”.

Disposte le forze e vista l’inattività francese, i prussiani alle 4 del mattino iniziarono con i reparti bavaresi l’attacco del piccolo forte e dell’abitato di Bazeilles.

Il generale Mac-Mahon, ferito, delegò la funzione di comando al gen. Ducrot che ordinò il ripiegamento su Parigi. A questo punto un altro generale, Wimpffen, esibì una lettera del governo di Parigi che lo autorizzava ad assumere il comando qualora Mac-Mahon ne fosse impedito. C’erano quindi due comandanti. Quello imposto da Parigi diede il contrordine d’attacco. Tutto nella scia della grande confusione che regnava sia nell’esercito sia al governo, secondo la celebre frase napoleonica su “ordre, contrordre, désordre”.

L’artiglieria prussiana, completato l’accerchiamento, con un martellante bombardamento colpiva l’esercito francese mentre stava cercando di cambiare assetto. Gli stessi generali furono “inorriditi” dall’intensità del fuoco prussiano; a niente servirono gli eroici sacrifici di due cariche della cavalleria per neutralizzare alcune batterie prussiane ed aprire un varco.

Alle 16, viste le incertezze nel comando e per la situazione sul campo, Napoleone III rientrò tra le mura di Sedan e, tra dissidi interni anche in quei momenti di difficoltà, ordinò di innalzare la bandiera bianca sugli spalti; più di 100.000 uomini, con migliaia di feriti, 500 cannoni e decine di “mitrailleuses”, si arresero. Il giorno successivo Napoleone III firmò la capitolazione, si consegnò ai prussiani e fu trasferito prigioniero in Germania. Il 4 settembre 1870 cessava di esistere il Secondo Impero francese. La strada per Parigi era sgombra.

Il 20 settembre, approfittando della difficile situazione francese, l’esercito sabaudo, attraverso la “breccia” entrava in Roma da Porta Pia per completare il suo processo di unificazione nazionale ottenendo la storica capitale e riducendo ad un simbolo lo Stato della Chiesa.

In questa fase si evidenzia:
1) la potente artiglieria prussiana disarticola le linee francesi per precisione e quantità di fuoco, i cannoni Krupp sono in acciaio a canna rigata e a retrocarica; dotati di una maggiore velocità di caricamento, sparano proiettili che esplodono all’impatto; l’artiglieria è l’arma decisiva della guerra;
2) i fucilieri francesi falciano la fanteria prussiana all’attacco sui terreni scoperti grazie al fucile Chassepot;
3) coraggiose cariche della cavalleria prussiana spesso risolvono situazioni critiche, come nella famosa “carica della morte” contro le artiglierie francesi a Vionville; analoghe cariche francesi non hanno il successo sperato;
4) la forte rivalità tra i comandanti francesi è stata causa aggiuntiva di gravi sconfitte come nel caso della battaglia di Spicheren e di La Gravelotte. “Ordre, contrordre, désordre”, che il Primo Grande Napoleone temeva, sono qui una costante, anche questo segno di una società in rapida decadenza.


5. L’assedio di Parigi e la fine della guerra

A Parigi la folla è ben felice del crollo dell’impero, iniziano i saccheggi di negozi e magazzini sia per rifornirsi di cibo sia per vendetta contro il vecchio regime. Si forma un governo di difesa nazionale per salvaguardare la capitale, si richiamano alle armi tutti gli uomini validi e si formano nuove unità anche nelle province.

Le truppe prussiane iniziano l’accerchiamento di Parigi: solo dopo la caduta di Metz, con l’arrivo anche delle armate non più impegnate in quell’assedio, si raggiunge la forza necessaria per completarlo. Il poderoso sistema di difesa di Parigi, dell’ingegnere militare Montalembert, ultimato nel 1842 ma mai prima provato in guerra, era stato concepito, annota Engels, nell’ipotesi che la totalità o gran parte dell’esercito francese battuto si fosse potuto ritirare dentro la città, molestando con costanti attacchi il nemico; dall’esterno le rimanenti truppe francesi avrebbero preso gli assedianti tra due fronti. Ma qui non avvenne. Dalla fine delle guerre napoleoniche, secondo la “scuola tedesca”, era del tutto inutile potenziare le mura delle città, dove una qualsiasi breccia aperta dall’artiglieria avrebbe provocato la caduta di tutta la cerchia; si doveva invece tenere gli scontri militari lontani dalla piazzaforte, in particolare i tiri d’artiglieria, con un sistema di forti posti a una distanza atta allo scopo e sufficientemente grandi e autonomi da resistere ad un combattimento ed un assedio. A Parigi, quindi, erano stati costruiti per tempo 16 forti esterni su un perimetro di circa 40 chilometri, tenendo conto però della portata dei tiri dell’epoca; dalla recente esperienza dell’assedio di Sebastopoli, trincee e fossati con ostacoli scavati al momento avrebbero dovuto completare le difese.

Il tempo intercorso tra l’arrivo delle altre armate prussiane, tra settembre e ottobre, fu impiegato da entrambi i fronti a potenziare le postazioni; tra novembre e dicembre non riuscirono alcuni tentativi di fermare l’avanzata prussiana o di rompere il blocco attorno a Parigi. Una proposta di armistizio fallì per le inaccettabili condizioni dettate dai prussiani. Nello stesso periodo, battendo le improvvisate armate repubblicane nelle province attorno alla capitale, che pur si batterono con onore in molte battaglie, si estendeva l’area di occupazione prussiana: a inizio novembre sono occupate Orleans, Verdun e Le Mans e all’armistizio del 28 gennaio 1871 è controllato circa un quarto della Francia.

Garibaldi, accorso in aiuto della minacciata repubblica con circa 4.000 volontari, ottenne alcuni risultati positivi a Digione nell’ambito delle operazioni dell’armata dell’Est volte ad alleggerire la pressione su Parigi, non sufficienti però a ribaltare il quadro complessivo della situazione, soprattutto dopo la caduta della fortezza di Strasburgo, sotto assedio da due mesi. L’armata del generale Clinchant di 85.000 uomini, per evitare di essere catturata, gettò le armi alla frontiera Svizzera e vi si rifugiò. Fu un susseguirsi di pesanti insuccessi.

Il 19 settembre 200.000 prussiani chiudono il cerchio attorno a Parigi. La città era difesa da una divisione di marinai distribuiti nei forti esterni, 100.000 uomini della Guardia Nazionale Mobile, 350.000 della G.N. espressamente costituita per la difesa della capitale, più tutti i volontari. La presenza dei reparti di marina con i loro ufficiali frettolosamente riconvertiti per dirigere operazioni di terra era legato a due cause: 1) si dovevano sostituire le forti perdite per caduti in battaglia e in prigionia, specialmente di ufficiali, con soldati di maggiore esperienza rispetto le ultime giovani leve; 2) dopo alcune deludenti battaglie navali, considerando impossibile un consistente sbarco in terre prussiane viste le loro forti difese, si decise di riparare la flotta in porti sicuri e sbarcare il maggior numero possibile degli effettivi.

Il censimento del 1866 aveva computato in 1.825.724 gli abitanti di Parigi, all’interno della cerchia delle mura; è presumibile che al momento dell’assedio considerando i civili dei villaggi vicini che vi si erano rifugiati più tutti i reparti militari confluiti per la difesa si possa stimare una presenza intorno ai 2.250.000 uomini, il cui sostentamento era garantito, ma pessimamente organizzato, per essere Parigi il centro commerciale di tutta la Francia centro-settentrionale con un’importante sistema di magazzini e depositi alimentari di svariati generi.


(Tav.3 - L’assedio di Parigi)
Schieramento all’inizio della guerra


Dalle “Note” di Engels leggiamo che l’assedio di Parigi, da un punto puramente militare, è cosa assai complessa, oneroso anche per l’esercito prussiano. I suoi calcoli sul numero di cannoni necessari rispetto a quanti disponibili, sulla quantità, intensità e durata dei bombardamenti necessari a far capitolare la grande città, a differenza della relativamente piccola Strasburgo e Metz, concludono sulla impossibilità di prendere la città con le bombe. Si dovrebbero inoltre modificare gli affusti dei cannoni per aumentarne alzo e gittata, rendendoli più fragili.

Nella Nota XXIII del 13 ottobre 1870 scrive: «Si direbbe che Parigi è stata bombardata non per ragioni militari, ma politiche», e in quella del 21 novembre riassume: «In realtà, un’operazione delle dimensioni e della durata dell’assedio di Parigi ha tante possibilità di essere decisa nel gabinetto di qualche potenza non belligerante, dal coagulo di alleanze e contro alleanze, quante di essere decisa nelle trincee, dalle batterie di demolizione e di breccia. Non è da escludere che si assista a un evento di questo genere. È possibile che l’improvvisa irruzione in Europa della questione orientale faccia per Parigi ciò che non può fare l’armata della Loira: salvarla dalla capitolazione e liberarla dall’assedio». Qui si allude alla denuncia della Russia degli obblighi derivanti dalla sua sconfitta nella guerra di Crimea avvenuta il 30 ottobre di quell’anno.

Del 28 novembre il più importante tentativo di rompere l’assedio dall’esterno con 80.000 francesi, ma dovettero ritirarsi oltre la Marna con forti perdite.

Parte del governo si trasferì a Tours, ancora per poco in territorio libero; il primo ministro, Gambetta, vi giunse in mongolfiera.

Una parte dell’esercito prussiano bloccava Parigi mentre la restante parte doveva affrontare le armate delle province che resistevano con onore. Man mano che queste sono sconfitte si rafforza il cerchio sulla capitale e iniziano i bombardamenti; quelli più intensi nel mese di gennaio, secondo il governo repubblicano, provocano la morte di un numero tra i 3.000 e i 4.000 parigini.

Al riguardo ricordiamo che ancora nelle operazioni militari del tempo, secondo le vecchie tradizioni, le guerre coinvolgevano solo gli eserciti regolari e i civili ne erano esclusi, per cui i bombardamenti di edifici civili e la morte degli abitanti era ammessa solo in caso di estrema necessità. Solo i civili che sparavano sui soldati regolari erano considerati briganti e fucilati al momento; se una parte di un villaggio si opponeva in armi alle requisizioni oltre le fucilazioni il villaggio veniva incendiato, come fecero i bavaresi in simili circostanze. In questi conflitti i morti erano per la quasi totalità militari. Nelle successive guerre di espansione imperialista coloniale in Africa e in Asia ma specialmente dalla Prima Guerra mondiale del 1914-18 i morti civili supereranno di molto quelli dei soldati.

Il 18 gennaio 1871 Guglielmo di Prussia fu incoronato nella reggia di Versailles imperatore di Germania, terminando così il processo di unificazione tedesca. Il giorno successivo gli assediati tentarono un’ultima offensiva in direzione di Versailles, dove era il comando germanico, ma anche quest’ultimo disperato tentativo francese fallì e si risolse in una fuga disordinata.

Vista la situazione, accettate le condizioni di resa dei prussiani, il 28 gennaio iniziò un armistizio, prima per Parigi e due settimane dopo per tutta la Francia, data l’impossibilità di ribaltare anche nelle province la situazione militare. Tutte le forze armate francesi della capitale dovevano essere disarmate eccetto pochi reparti necessari al mantenimento dell’ordine pubblico, i forti occupati dai prussiani e cedute tutte le armi e le munizioni.

Fu concesso il tempo per eleggere un nuovo sistema di potere repubblicano che proseguisse le trattative; la nuova Assemblea Nazionale il 1° marzo approvò i trattati preliminari mentre quelli definitivi furono condotti prima a Bruxelles poi, in seguito alla rivolta della Comune, ultimati a Francoforte. La Francia era tenuta a corrispondere una forte indennità di guerra di 5 miliardi di franchi oro, la cessione dell’Alsazia e della Lorena e subire l’occupazione militare di 6 dipartimenti fino alla liquidazione dell’indennità. I rapporti commerciali sarebbero stati rivisti a favore dei vincitori.

Le durissime condizioni economiche imposte, ma anche l’orgoglio nazionale ferito, scatenarono a Parigi forti ribellioni, sostenute dalla G.N., cui si imponeva la soppressione del soldo. Questa, formata da socialisti, anarchici e proudhoniani, unica forza militare validamente organizzata mentre l’esercito regolare era stato disarmato, si unì ai rivoluzionari nella proclamazione della Comune di Parigi, annunciata nell’Hotel de Ville il 28 marzo.


(Tav.4 - Il quadro complessivo dei fatti bellici del 1870-71)
Il quadro complessivo


Degli oltre 1.200.000 francesi in armi, dall’inizio della guerra alla firma dell’armistizio 140.000 perirono sul campo o in seguito per le ferite, 140.000 i feriti sopravvissuti, 200.000 casi di congelamento durante la campagna invernale e 600.000 prigionieri. Perdettero 107 bandiere, 7.500 bocche da fuoco con relativo munizionamento, 855.000 fucili e moschetti con relativo munizionamento e 12.000 tra carrozze e carri ferroviari con il materiale bellico trasportato.

Delle forze germaniche, simili per numero, all’armistizio 950.000 erano in Francia di cui 670.000 operanti nelle armate; ebbero 47.000 morti sul campo o in seguito a ferite, 80.000 feriti sopravvissuti, 13.000 prigionieri; persero una bandiera e 6 cannoni.

Nel corso degli eventi Engels e Marx attentamente considerano il ruolo del proletariato qui in lotta per la sua emancipazione politica. Engels aveva scritto a Marx il 15 agosto 1870: «Se la Germania soccombe nella lotta contro Bandiguet [nomignolo per Napoleone III] il bonapartismo è consolidato per anni, e la Germania è finita per anni, forse per generazioni. E allora non c’è neanche da pensare a un movimento operaio autonomo, la lotta per creare l’esistenza nazionale assorbirà tutto allora, e nel migliore dei casi gli operai tedeschi andranno a finire a rimorchio di quelli francesi. Se vince la Germania, il bonapartismo francese è ad ogni modo finito, l’eterno litigio per la creazione dell’unità tedesca è eliminato, gli operai tedeschi potranno organizzarsi su una scala ben diversamente nazionale che non prima, e gli operai francesi avranno certo un campo più libero che non sotto il bonapartismo, qualunque sia il governo che gli succederà».

Dopo pochi giorni, alla fine di agosto, Marx ed Engels scrivono in una lettera al Comitato del Partito Operaio Socialdemocratico: «Se la classe operaia tedesca non saprà adempiere il ruolo storico che le è riservato, dovrà incolpare solo se stessa. Questa guerra ha spostato il centro di gravità del movimento dei lavoratori continentale dalla Francia alla Germania. Questo significa che ora la classe operaia tedesca si trova ad avere maggiore responsabilità».

  

LA COMUNE DI PARIGI
primo scontro in armi tra proletariato e borghesia


1. Premessa

Nel vasto corpo teorico del Partito rivoluzionario molta parte e importanza è riservata alla gloriosa esperienza di Parigi. Pietre miliari ci restano: lo “Indirizzo del Consiglio Generale dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori”, steso da Marx negli ultimi giorni dei combattimenti sulle barricate; le due bozze di redazione de “La Guerra Civile in Francia”; lettere, appunti e documenti di Marx ed Engels; molti scritti di Lenin, di Trotski e della Sinistra Comunista italiana. È anche stato scritto molto e pesantemente polemizzato dai nostri detrattori e nemici, spinti dal terrore per la rivoluzione e il comunismo, ma in queste bassezze non entriamo ben sapendo che in guerra ogni arma è lecita e non vi si combatte in guanti bianchi.

Questa la successione dei fatti politici e militari a Parigi più rilevanti che portarono alla proclamazione della Comune.

L’incalzare degli avvenimenti imponeva scelte decise e tempestive che avrebbe potuto prendere solo un partito rivoluzionario ben radicato e conscio del suo ruolo storico. Marx così riferisce il 2 agosto 1870 scrivendo a Becker: «In Francia la situazione della nostra classe è pessima. Le nostre sezioni francesi sono crollate. Gli uomini più fedeli o sono fuggiti o sono stati rinchiusi in prigione. La borghesia francese si è mossa per tempo e, dopo il terzo processo organizzato dal governo bonapartista contro l’Internazionale nel giugno-luglio 1870, la classe operaia è stata privata di molti suoi dirigenti rivoluzionari, dispersa all’estero o coscritta nell’esercito». Anche per questo sono ben comprensibili le incertezze e gli errori commessi dalla Comune.

Va ricordato che la rivoluzione dei parigini non fu isolata in Francia, in molte altre città, Marsiglia, Tolosa, Narbonne, Grenoble, Nantes, Bordeaux, Lille, Lione solo per citare le città più grandi, si ebbero sollevazioni similari a quella della capitale seppure con percorsi diversi, segno che le condizioni oggettive per un assalto generalizzato alla borghesia erano presenti, ma furono tutte soffocate dalla reazione governativa. Esistono però solo rare prove di collegamenti tra la provincia e Parigi.


2. Cronologia essenziale
- da Sedan alla Comune (1 settembre 1870 - 18 marzo 1871)

Il 1° settembre 1870 con la disfatta a Sedan e la capitolazione di Napoleone III si apre un periodo di grande incertezza e instabilità politica e militare. Il Comitato di Difesa Nazionale, costituito alcuni giorni dopo Sedan, composto da 12 deputati, presidente il generale Trochu, governatore militare di Parigi, è favorevole ad un armistizio o una resa ai prussiani che consentirebbe all’ala reazionaria e filo monarchica di raccogliere forze sufficienti per contrastare l’avanzata di quelle repubblicane, che stanno prendendo forza in tutto il paese non occupato dai prussiani: meglio una resa che conservi loro alcuni pezzi di potere piuttosto che profonde riforme sociali.

Il 4 settembre un gruppo di deputati repubblicani moderati guidati da Favre e Gambetta, sostenuti da una gran massa di parigini, sospettando un tradimento da parte del Comitato di Difesa, si riunisce nella sede dell’Assemblea Nazionale poi all’Hotel de Ville per proclamare la nascita della Terza Repubblica, opporsi alla resa e decretare la difesa ad oltranza contro i prussiani.

Il 18 settembre inizia l’assedio prussiano della capitale durato 138 giorni. Si erano concentrate intorno a Parigi le truppe prussiane non più impegnate sul fronte di Sedan, quando un quarto della Francia è da loro occupato.

La capitale è difesa, oltre alla divisione di marinai nella cinta dei forti esterni e alla Guardia Nazionale Mobile, da 350.000 della G.N. espressamente costituita per la difesa di Parigi, forza distinta e indipendente dall’esercito fin dalla sua costituzione risalente alla rivoluzione del 1789. Inizialmente era una forza armata in mano alla borghesia con funzioni di controllo di polizia e dell’ordine cittadino. Fu più volte abolita e ricostituita secondo gli eventi politici generali. Dopo la dichiarazione della Terza Repubblica i corpi di polizia, ripartiti in 80 commissariati di quartiere con 6.000 agenti, man mano si dissolvono o fuggono e la G.N., con una forte presenza di socialisti, anarchici e proudhoniani, diventa la principale forza armata organizzata nella città.

Durante l’assedio si mobilitano tutte le risorse della città per produrre munizioni e grazie ad una sottoscrizione lanciata da Victor Hugo, gli operai versano fondi per l’acquisto di cannoni.

Il 7 ottobre Gambetta, ministro dell’interno, lascia Parigi in mongolfiera per la Provenza, dove cerca di organizzare la difesa nazionale, reclutare nuove truppe da contrapporre ai prussiani, promuovere la guerriglia nei territori occupati; politicamente è per l’istituzione di una repubblica radicale. Le sue intenzioni sono ostacolate dal Comitato di Difesa, frettoloso di giungere a un armistizio con i prussiani.

Il 27 ottobre capitola Metz con tutta l’armata di Bazaine dopo una resistenza disorganizzata e puramente formale; a Parigi questa resa è considerata un’ulteriore conferma del tradimento della casta militare imperiale; la città chiede un radicale cambiamento a favore di un governo repubblicano.

Il 28-30 ottobre fallisce una prima sortita militare da Parigi verso Le Bourget nel tentativo di congiungersi alle altre armate francesi che impegnano i prussiani sui fianchi.

Il 31 ottobre manifestazione insurrezionale a Parigi contro il Comitato di Difesa Nazionale e la cricca militare responsabile di aver trascinato il paese in quella rovinosa guerra e ora di tradimento col nemico. Un gruppo di manifestanti, guidati dal giovane Flourens, si impadronisce dell’Hotel de Ville, ripreso in serata dall’esercito regolare.

Il 3 novembre plebiscito a Parigi che conferma e approva i poteri del costituendo Governo di Difesa Nazionale come proposto il 4 settembre con 321.000 voti a favore, con una forte prevalenza di monarchici e conservatori, contro 52.000 contrari. Nulla vi traspare della rivoluzione proletaria che da tempo cova in città.

Il 5 novembre elezione dei 20 Arrondissements (municipalità di quartiere). Il decentramento amministrativo, politico e poi militare così ottenuto, se da una parte favorì la mobilitazione popolare alla rivoluzione, dall’altra, specialmente in ambito militare, impedì l’organizzazione centralizzata della difesa indebolendola gravemente.

Il 3 dicembre fallisce una sortita verso Champigny.

Il 21-22 dicembre fallisce una seconda penetrazione su Le Bourget.

Il 5 gennaio 1871 iniziano i bombardamenti prussiani sulla riva sinistra della Senna. Il freddo intenso e le bombe provocano centinaia di morti.

Il 18 gennaio nella reggia di Versailles Guglielmo di Prussia è incoronato imperatore di Germania.

Il 19 gennaio disastrosa sortita verso Buzenval e Montretout, analoga alla similare del 28 ottobre, con 40.000 uomini che contavano sulla copertura dell’artiglieria del forte di Mont Valerien, che non ci fu: 5.000 i morti senza alcun tangibile risultato.

Nei circoli e nelle riunioni si fa avanti l’idea di una Comune, simile a quella costituita dal partito giacobino 80 anni prima (Anno Secondo della Rivoluzione).

Il 22 gennaio manifestazione di fronte all’Hotel de Ville con un morto fra i manifestanti.

Il 23 gennaio Jules Favre a Versailles apre i negoziati coi prussiani per la capitolazione di Parigi.

Il 26 gennaio è firmato un armistizio per la sospensione per 21 giorni delle ostilità. I forti delle difese esterne di Parigi devono essere consegnati ai prussiani e disarmato l’esercito regolare di Parigi. È accordato il tempo necessario per eleggere una nuova Assemblea Nazionale che abbia il potere di negoziare la pace con la Germania.

L’8 febbraio elezioni dell’Assemblea Nazionale nei dipartimenti non occupati militarmente dai prussiani: risulta composta da 400 deputati della destra monarchica, favorevoli alla restaurazione dell’Impero e della monarchia e alla firma della pace; 150 deputati della sinistra repubblicana, propensi ad un rovesciamento istituzionale, 100 deputati del centro con idee e posizioni incerte.

A Parigi la situazione è ben diversa: i 485.000 aventi diritto al voto eleggono 46 deputati di cui 36 sono repubblicani e avversi al trattato di pace; tra i più radicali: Louis Blanc, Victor Hugo, Gambetta e Garibaldi, arrivato a Parigi l’anno prima per mettersi a disposizione della repubblica. La sua nomina non fu poi ratificata perché cittadino straniero. Di fatto si apre il forte contrasto tra Parigi e il governo legittimo dell’Assemblea Nazionale, considerata la rappresentanza politica dei monarchici e dei clericali con l’appoggio della provincia rurale e retrograda.

Il 12 febbraio prima riunione dell’Assemblea Nazionale a Bordeaux, sede provvisoria, sempre più orientata ad una pace a qualunque condizione, pur di bloccare le istanze rivoluzionarie repubblicane, e al ritorno della monarchia.

Il 15 febbraio si costituisce in via provvisoria la Federazione della G.N. (sarà definitiva solo il 3 marzo), una milizia armata eletta direttamente dalla massa popolare con forte presenza della classe operaia. Possiamo considerarla la prima costituzione e impiego di una forza militare del proletariato.

Il 17 febbraio l’Assemblea Nazionale designa A. Thiers capo del nuovo Governo di Difesa Nazionale. Da ministro degli interni dal 1832 al ‘34 aveva represso con durezza le insurrezioni repubblicane di Lione e Parigi: era l’uomo giusto per difendere gli interessi delle classi dominanti in quei frangenti. Immediata la risposta del Governo alla costituzione della Federazione della G.N. con la soppressione del soldo di franchi 1,50, o di 2,75 per chi aveva famiglia, corrisposto durante l’assedio prussiano. La borghesia francese avverte immediatamente il pericolo rappresentato da quella milizia e si attiva per disarmarla chiedendo la consegna dei pezzi di artiglieria in suo possesso.

Il 24 febbraio assemblea di 2.000 delegati della G.N. per la gestione della Federazione e l’organizzazione della sicurezza. Manifestazione alla Bastiglia. Parigi è in una situazione di anarchia amministrativa: i Municipi si rendono indipendenti dal potere centrale e sono gestiti in autonomia dai Comitati Popolari di Quartiere.

Il 26 febbraio a Versailles si firmano i preliminari di pace. La G.N. raduna i suoi 400 cannoni a Montmartre e nel quartiere di Belleville.

Il 1° marzo a Bordeaux l’Assemblea Nazionale ratifica i preliminari di pace con 545 voti favorevoli e 107 contrari. A causa delle durissime condizioni imposte dai prussiani alcuni deputati, tra cui Gambetta e Victor Hugo, per protesta si dimettono.

Il 3 marzo delegati rappresentanti gli oltre 200 battaglioni costituiscono ufficialmente la Federazione Repubblicana della G.N., da lì il nome di Federati, con lo scopo primario di difendere la repubblica. Oltre ai 400 cannoni dispone di 180.000 fucili. La Prima Internazionale partecipa ai lavori della Federazione con i suoi delegati Varlin, Pindy e Bouit. Sicuramente non per caso in Rue de la Corderie 14, si trovava la sede sia della sezione parigina dell’Internazionale sia del Comitato Centrale dei venti municipi.

Come risposta provocatoria l’Assemblea Nazionale nomina il generale De Paladines comandante in capo della G.N., in contrasto con l’antica sua prerogativa di eleggersi direttamente gli ufficiali. L’Assemblea Nazionale nomina inoltre il generale bonapartista Vinoy governatore militare dell’esercito regolare rimasto a Parigi.

Il 10 marzo l’Assemblea Nazionale si trasferisce a Versailles, evacuata dai prussiani, togliendo a Parigi la prerogativa di capitale. Tra i primi atti revoca i provvedimenti presi nel luglio 1870 sulla sospensione degli affitti e delle scadenze commerciali, gettando nel caos tutte le attività commerciali per la scarsità di denaro circolante e di conseguenza si preannunciano migliaia di sfratti e fallimenti. Il blocco degli affitti era stato adottato, indipendentemente dagli eventi bellici, a causa degli imponenti sventramenti previsti dalla nuova sistemazione urbanistica della città, disegnata dall’architetto Haussmann, che aveva provocato un aumento dei canoni d’affitto del 60-70%. Dal censimento del 1866 sappiamo che gli operai e i manovali, i più esposti al rincaro, erano 600.000 e i ragazzi in età scolare 250.000.

Il nuovo più razionale assetto urbano della capitale si era reso necessario per la sua espansione e il suo sviluppo industriale nei precedenti decenni, con ben 5 stazioni ferroviarie, di diverse compagnie private, con relativi scali merci, dalle quali si raggiungeva ormai ogni angolo della Francia. I viali larghi, lunghi e rettilinei erano progettati sia per questioni di prestigio di regime sia in funzione antisommossa, per impedire, nelle strette e tortuose strade del vecchio centro, la costruzione di una successione di barricate erigibili con ridotto materiale e difendibili con pochi uomini, come era successo nei moti rivoluzionari dei decenni precedenti. La larghezza dei nuovi viali rendeva impossibile la costruzione di valide difese, neutralizzabili anche da notevole distanza con le moderne artiglierie.

L’11 marzo il governatore militare Vinoy ordina la soppressione di 6 giornali di ispirazione rivoluzionaria e la chiusura di tutti i club politici di Parigi. Blanqui e Flourens si danno alla macchia e sono condannati a morte in contumacia.

Il 15 marzo 1.325 delegati in rappresentanza di 215 battaglioni della G.N. approvano lo statuto finale della Federazione e ne eleggono il Comitato Centrale definitivo, composto di 32 membri. A dimostrare la loro indipendenza dal governo i delegati dichiarano di riconoscere la sola autorità del Comitato Centrale e offrono il comando della G.N. a Garibaldi, che non accettò, scelta mai ben chiarita.

Il 17 marzo Thiers riunisce a Parigi un consiglio dei ministri in cui si decide di requisire i cannoni alla G.N. e disarmarla; di fatto apre la guerra civile.

Blanqui è arrestato in provincia; processato e condannato per sedizione, resterà in carcere fino al 1877.


3. Cronologia essenziale
- i 72 giorni della Comune (18 marzo - 28 maggio 1871)

Il 18 marzo (1° giorno della Comune) alle ore 3 del mattino con 10.000 soldati governativi inizia l’operazione voluta da Thiers per sottrarre i 400 cannoni della G.N. concentrati a Montmartre e a Belleville. Avrebbe dovuto essere un’azione a sorpresa, con soldati disposti nei punti chiave di Parigi, ma è mal preparata nel predisporre quanto necessario per scenderli dai ripidi pendii della collina di Montmartre. I brevi scontri per neutralizzare le sentinelle, la confusione, il rumore e gli ordini concitati richiamano la popolazione, in maggior parte donne e bambini, e alcuni vicini battaglioni della G.N. che respingono con forza l’assalto. Il generale Lecomte ordina di sparare sulla folla, ma parecchi sottufficiali e soldati si rifiutano e fraternizzano con gli accorsi. Negli scontri e nei tafferugli sono fatti prigionieri due generali governativi; un individuo in abiti civili dal fare sospetto è fermato mentre sta ispezionando le prime barricate: è poi riconosciuto essere il generale Thomas ed arrestato anche per essere stato il responsabile della feroce repressione dell’insurrezione popolare del 1848, un passato non dimenticato. Secondo alcune accreditate versioni il generale Lecomte sarebbe stato arrestato dai suoi stessi uomini dell’88° reggimento proprio per l’ordine fratricida e fucilato.

Alle ore 11 il generale Vinoy dà l’ordine di ritirata e fa ripiegare le truppe governative sulla Scuola Militare al Campo di Marte. Al primo pomeriggio Thiers, temendo il peggio, ordina a tutto il governo il ripiegamento su Versailles, sotto scorta militare, ma seguito solo da una parte dei ministri. Gli altri lo seguiranno verso sera quando in città sorgono le prime rudimentali barricate. Nella confusione non tutti i reparti militari ricevono l’ordine di lasciare la città.

Verso sera la G.N. occupa la Prefettura di polizia, le caserme evacuate dall’esercito e la Stamperia Nazionale. I generali Lecomte e Thomas sono trascinati dalla folla scatenata a Montmartre e senza processo fucilati dalla G.N. contro un muro di rue des Rosiers. La sera è occupato l’Hotel de Ville dopo la fuga del sindaco e vi si installa il Comitato Centrale (C.C.) della G.N. che innalza la bandiera rossa, divenuta il suo simbolo.

La rivoluzione ha conseguito la sua prima vittoria; si tratta ora, dopo l’euforia dei primi momenti, di consolidare il potere e di avviare quei profondi cambiamenti richiesti dai parigini ed attesi dai proletari di tutto il mondo.

Ma per fare questo sarebbe stata necessaria la presenza di un forte partito con le idee molto chiare. Il C.C., che inquadra la Parigi operaia e rivoluzionaria, non è un partito monolitico né all’altezza della situazione, composto da militanti di diverse ispirazioni e concezioni politiche, spesso inconciliabili tra loro: blanquisti, proudhoniani, bakuninisti e comunisti orientati dall’Internazionale. «Quello che noi siamo l’hanno fatto gli eventi (...) noi siamo la barriera inesorabile eretta contro ogni tentativo di rovesciare la repubblica». Così si esprime il C.C. in una sua relazione all’Assemblea generale dei delegati della G.N. del 10 marzo.

Di seguito vedremo le disposizioni che adotterà in favore del proletariato ma anche gli errori che ne provocheranno la caduta.

Dobbiamo considerare che, anche se la Comune fosse riuscita a sconfiggere l’esercito di Thiers, avrebbe dovuto poi affrontare non soltanto quello prussiano accampato in forze alle porte di Parigi ma anche gli eserciti di tutta la reazione europea perché, se vittoriosa, non avrebbe più costituito un problema di tipo militare, circoscritto alla capitale francese, ma un fatto sociale e politico che avrebbe minacciato tutti gli altri Stati europei più avanzati col terrore della rivoluzione proletaria e dell’enorme entusiasmo e ammirazione che stava infiammando il proletariato europeo. Se la Comune di Parigi avesse potuto collegarsi alle insorte altre grandi città francesi avrebbe sicuramente minato il potere della borghesia francese e del vasto settore rurale; purtroppo così non fu, mancò sia la chiarezza della lotta politica sia il tempo.

Le critiche di Marx al riguardo sono ben articolate ne “La guerra civile in Francia”, principalmente riguardo i suoi due errori fondamentali: uno di carattere militare, l’altro politico: «Riluttante a continuare la guerra civile della brigantesca spedizione di Thiers contro Montmartre, il C.C. si rese colpevole di un errore fatale non marciando subito contro Versailles, allora completamente indifesa e non ponendo così fine ai complotti di Thiers e dei suoi rurali». Marx sostiene, come nel ’48, la strategia offensiva, della presa di tutto il potere. Lo stesso generale Vinoy, bontà sua, scriverà poi nelle sue memorie che si era trattato di «un errore gravissimo e irreparabile», perché il C.C. non colse «tutti i vantaggi inaspettatamente conseguiti (...) In quel momento tutte le probabilità erano dalla sua parte. Avrebbe dovuto tentare l’attacco il giorno seguente».

Del secondo errore Marx aveva già scritto a Kugelmann il 12 aprile 1871: «Il C.C. ha deposto il suo potere troppo presto, per cedere il posto alla Comune. Ancora una volta per scrupolo d’“onore”».

La G.N. commette anche il gravissimo errore di non occupare immediatamente, ma nemmeno nei giorni successivi, la Posta centrale, la Banca di Francia e il forte di Mont-Valérien, che dall’alto controlla la strada per Versailles. Altro gravissimo errore dal punto di vista militare è quello, nonostante la forte superiorità numerica, di non aver intrapreso alcuna opposizione alle truppe governative in ritirata, che lasciano Parigi indisturbate. Secondo l’armistizio appena firmato coi prussiani, a Thiers è al momento concessa una forza di 3.000 poliziotti e 15.000 soldati, che poco avrebbero potuto contro anche una parte dei 35.000 della G.N. subito disponibili e ben motivati. Nemmeno sono state chiuse o controllate le porte per fermare ministri, generali e alti funzionari, farli prigionieri e ostaggi da scambiare con i rivoluzionari nelle mani di Thiers.

Si ripresentano, ma a dimensioni e ripercussioni ben maggiori, gli stessi errori dei repubblicani di Venezia nel 1848 nei confronti del governo, degli alti funzionari e delle truppe austriache lasciate partire indisturbate con le loro armi.

In precedenza era stato nominato Comandante della G.N., Charles Lullier, descritto più come un avventuriero che un esperto militare; fu destituito 5 giorni dopo ammettendo che aveva voluto favorire la fuga del governo.

Gli errori dei primi momenti sono comprensibili, mancando un saldo partito rivoluzionario. La sollevazione apparve improvvisa, a seguito del maldestro tentativo di impossessarsi dei cannoni. La G.N. non aveva prevista tanto meno preparata alcuna insurrezione, anche se da tempo vigilava le mosse di Thiers, e fu sorpresa dalla disgregazione dell’esercito.

Ciò non toglie però che nei giorni seguenti il C.C. della G.N., che si è messo alla testa dell’insurrezione e che una qualche preparazione e pratica militare deve averla almeno ai gradi superiori, vi avrebbe dovuto porre rimedio organizzando un valido piano militare, sapendo che la tempestività d’azione in casi come quello è un cardine fondamentale nella conduzione guerresca. Anche qui manca la generale visione che solo un partito marxista avrebbe potuto apportare.

Tra le cause maggiori di tipo militare di questo immobilismo della G.N. vi è la forte persistenza del sistema federativo e zonale e l’assenza di un riconosciuto comando centralizzato. Garibaldi così risponderà nel 1873 al giornale anarchico italiano “L’Avvenire Sociale”, che dibatteva sul principio dell’autorità, in forte polemica con quanto invece sosteneva l’Internazionale: «Credo che la lotta contro il principio dell’autorità sia uno di quegli errori dell’Internazionale che ostacolano i suoi progressi. La Comune di Parigi e caduta poiché a Parigi non esisteva alcuna autorità, ma solo l’anarchia».

Altro grave errore, evidenziato da Marx, fu aver lasciato indipendente la Banca di Francia, che mantiene le sue funzioni in piena autonomia fingendo una equidistanza tra la Comune e il Governo di Versailles, al quale versa per il suo funzionamento nel periodo in questione la consistente somma di 257 milioni di franchi. Le spese sostenute dalla Comune sono state poi calcolate in 42 milioni per paghe alla G.N., stipendi agli impiegati pubblici, pensioni ai feriti, alle vedove e agli orfani di guerra e altre minori spese, a fronte di entrate per 26 milioni, di cui 2 milioni per imposte versate dalle cinque Società ferroviarie parigine e 24 per dazi e imposte dirette. Solo il disavanzo di 16 milioni, un’inezia rispetto a quanto corrisposto a Versailles, è coperto dalla Banca di Francia. Il giornale “Le Vengeur” il 6 maggio 1871 pubblica il bilancio al 30 aprile della Comune: entrate per 26.013.916 franchi contro uscite per 25.138.089. «Le requisizioni non hanno dato che la cifra di 8.928 franchi, interamente presi agli ecclesiastici».

Il 20 marzo, due giorni dopo la presa del potere, il C.C. della G.N. si reca dai Rothschild ed ottiene dalla loro banca una linea di credito di un milione di franchi, questo quando nei depositi della Banca di Francia ce ne sono miliardi tra lingotti d’oro, contanti e titoli bancari di ogni tipo. Basterebbe prenderli, con le buone o le cattive: tutti i capitalisti, privati dei loro depositi, sarebbero in ginocchio di fronte alla Comune. Lissagaray, il più importante storico della Comune, che poi collaborerà con Marx a Londra, scrisse: «Dopo il 19 marzo i governatori della Banca vissero come dei condannati a morte, ogni giorno in attesa dell’esecuzione del tesoro. Di trasferirlo a Versailles nemmeno a parlarne, ci sarebbero voluti da 60 a 80 vagoni e un corpo dell’esercito (...) Tutte le insurrezioni serie si sono impadronite sin dall’inizio del nerbo del nemico, la cassa. La Comune è la sola che si sia rifiutata di farlo. Essa abolì il bilancio del ministero dei culti, che si trovava a Versailles, ma rimase in estasi davanti alla cassa dell’alta borghesia che pur aveva nelle mani». La responsabilità maggiore è dei proudhoniani che, arrestandosi di fronte all’inviolabilità della proprietà privata, non vogliono saperne di toccare la Banca di Francia, ma anche degli altri che non vi si oppongono con la forza.

Dal 19 marzo (2° giorno) spetta al C.C. della G.N. dare una nuova forma e un nuovo contenuto al potere politico che il popolo di Parigi si è conquistato, ma non ancora riconosciuto da tutti gli spezzoni delle vecchie classi che ancora resistono. Il C.C., che si riconosce un prodotto degli ultimi avvenimenti, ha di conseguenza un programma di estrema semplicità: fungere da sentinella a guardia della Repubblica, un compito militare puramente difensivo. Marx sull’alternativa tra attacco e difesa così scriverà: «Ripugnandogli la guerra civile, a cui Parigi doveva essere istigata, il C.C. continua a mantenersi in una posizione puramente difensiva, malgrado le provocazioni dell’Assemblea, le usurpazioni del potere esecutivo e la minacciosa concentrazione di truppe in Parigi e dintorni».

Sul “Journal Officiel” del C.C. del 20 marzo è pubblicato un manifesto titolato “La Rivoluzione del 18 marzo”, di cui riportiamo alcuni passi, in cui si avverte bene lo spirito e l’analisi storica del “Manifesto del partito comunista” del 1848:

«I proletari della capitale, di fronte alle deficienze e ai tradimenti delle classi governanti, hanno compreso che era giunta per essi l’ora di salvare la situazione prendendo nelle loro mani la direzione degli affari pubblici (...) I lavoratori, quelli che tutto producono e che non godono di niente, quelli che soffrono di una penuria umiliante dei prodotti accumulati, frutto del loro lavoro e del loro sudore, dovranno essere sempre schiacciati con disprezzo? Non sarà loro mai permesso di lavorare per la loro emancipazione senza che si sollevi contro di loro un concerto di maledizioni? La borghesia (...) che ha compiuto la sua emancipazione ormai da tre quarti di secolo, che l’ha preceduto nella via della rivoluzione, non comprende che ora è arrivato il turno dell’emancipazione del proletariato? I disastri e le calamità pubbliche in cui la sua incapacità politica e decrepitezza morale e intellettuale hanno gettato la Francia, dovrebbe dimostrarle che ha finito il suo tempo, che ha esaurito il compito che le era stato imposto nel ’89, e che dunque deve cedere il posto ai lavoratori, lasciarli giungere a loro volta all’emancipazione sociale (...) Il proletariato di fronte alla minaccia permanente ai suoi diritti, alla negazione assoluta di tutte le sue legittime aspirazioni, alla rovina della patria e di tutte le sue speranze, ha compreso che era suo dovere imperioso e assoluto diritto di prendere nelle sue mani i suoi destini e di assicurarsene il trionfo impadronendosi del potere».

Già il 19 marzo il Comitato Centrale Provvisorio (C.C.P.) fissa per il 22 marzo le elezioni del Consiglio della Comune. La maggioranza dei sindaci dei vari municipi, rimasti fedeli al vecchio regime, contesta la legittimità del C.C.P. e chiede di restituire loro il potere della città. Seguono trattative di conciliazione, ma il loro vero scopo era impedire ai federati di marciare su Versailles e di dare tempo a Thiers di organizzare difesa e contrattacco. Si accordano per spostare le elezioni al 26 marzo, mentre si organizzano manifestazioni contro la Comune.

Tra i primi provvedimenti presi dal C.C.P. si ha: il ripristino del blocco delle scadenze commerciali e degli affitti, l’abolizione delle norme restrittive imposte durante lo stato d’assedio, la liberazione dei detenuti politici e l’incarico della difesa di Parigi alla G.N. dopo che l’esercito regolare ha lasciato la città.

Il 20 marzo (3° giorno) l’Assemblea Nazionale si è stabilita a Versailles, che diventa la capitale della Francia. I tre quarti degli impiegati e dei funzionari pubblici ha seguito il governo a Versailles, il quale, per mancanza di sufficienti locali, è costretto a metterne la più parte in congedo retribuito. A Parigi di conseguenza c’è carenza di personale, sostituito alla meno peggio dalla Comune. In quella situazione caotica i prezzi salgono alle stelle.

Il C.C.P. ordina alla G.N. di occupare i forti esterni di Ivry, Bicètre, Montrouge, Vanves e Issy.

Il 21 marzo (4° giorno) le truppe di Thiers occupano lo strategico forte di Mont-Valérien.

Il 22 marzo (5° giorno) manifestazioni insurrezionali in molte importanti città della provincia mentre a Parigi si hanno violente manifestazioni degli “Amici dell’Ordine” contro la Comune, represse duramente dalla G.N con morti e feriti.

Il 23 marzo (6° giorno) i sindaci firmano l’incarico di comandante della G.N. all’ammiraglio e deputato J-M Sessait, nei giorni precedenti chiamato a Parigi con altri militari fedeli a Versailles, ma non riesce a trovare truppe disposte a mettersi ai suoi ordini, e il giorno successivo se ne torna a Versailles. Anche qui si vede come il mancato controllo alle porte della città sia stato un grave errore. Viene pubblicato il manifesto: “Mort aux voleurs” che inasprisce le pene a carico di ladri, saccheggiatori e speculatori. Proibito il gioco d’azzardo praticato sulla pubblica via.

Il 24 marzo (7° giorno) il C.C.P. pubblica il programma del dopo elezioni: mantenimento della Repubblica, creazione di un Consiglio comunale elettivo, abolizione delle Prefetture di polizia e dell’esercito permanente a favore della G.N. Poiché la Comune è stata proclamata anche in altre città, quella di Parigi avrebbe discusso, «unita alle altre libere Comuni della Francia, i punti fondamentali del patto che dovrà legarle al resto della nazione», assicurando i diritti e l’autonomia di ciascuna città. Sarebbe stato un sistema di libere città federate, senza alcuna ingerenza dell’Assemblea Nazionale, in cui i membri delle varie commissioni necessarie al buon funzionamento della città avrebbero dovuto essere pienamente responsabili, rendere conto delle loro azioni di fronte alla popolazione e rimovibili in ogni momento. Di ben altro tono il Manifesto sulle riforme sociali che la Comune avrebbe dovuto attuare affisso il giorno prima dal Consiglio federale delle sezioni parigine dell’Internazionale e della Camera federale delle Associazioni operaie: vi si parla di eliminare l’antagonismo di classe, di assicurare l’uguaglianza sociale, la creazione di associazioni che assicurino ai lavoratori il frutto completo del loro lavoro.

Il 26 marzo (9° giorno) in tutti i municipi si svolgono le elezioni in proporzione al numero degli abitanti: un delegato ogni 20.000. Su 485.569 elettori iscritti, votano 229.167 parigini.

Del 28 marzo (11° giorno) è la proclamazione ufficiale della Comune. Risultano eletti 87 consiglieri di cui 33 operai, 5 piccoli imprenditori, 14 impiegati, 12 giornalisti e 15 professionisti. L’età media è di 38 anni ed un quarto ha meno di 30 anni. Subito dopo 15 consiglieri delle correnti moderate o fedeli al governo Thiers, non potendo condizionare l’operato del consiglio, si dimettono per protesta contro il programma della Comune e giorni dopo seguono 4 seguaci di Gambetta per protesta contro il decreto sugli ostaggi. Saranno tutti sostituiti con le elezioni suppletive indette per il 16 aprile. I socialisti, tra blanquisti e proudhoniani, sono più della metà del Consiglio e tra di essi una ventina sono iscritti all’Internazionale; ci sono poi una quindicina di giacobini e i restanti senza una posizione politica definita. Tra i membri del Consiglio è l’ungherese Leo Frankel, suddito austriaco. Al riguardo la Comune, adottando la bandiera rossa e stabilendo l’eleggibilità dei cittadini stranieri e il loro diritto di assumere incarichi di responsabilità politica, afferma: «La bandiera della Comune è la bandiera della Repubblica mondiale» e l’appellativo di membro della Comune «è segno di fiducia più importante di quello di cittadino».

Del 29 marzo (12° giorno) la prima seduta dell’Assemblea della Comune, assente Blanqui nelle carceri di Thiers, in cui Parigi è dichiarata “città libera repubblicana”. I primi provvedimenti urgenti presi sono: la remissione dei canoni d’affitto trimestrali dal mese di ottobre 1870, fino al 30 giugno 1871 e prolungate le scadenze commerciali che verranno assolte con 12 pagamenti trimestrali senza interessi. Sospesi gli sfratti e i sequestri e la vendita degli oggetti impegnati nei vari Monti di pietà in attesa di una decisione in merito al loro destino. Sono restituiti gli strumenti di lavoro, mobili, biancheria, libri di valore non superiore ai 20 franchi dati in pegno durante l’assedio e accreditate le somme delle rate eventualmente già versate.

Segue la nomina di 9 Commissioni, che funzioneranno come ministeri; la Commissione militare sostituisce il C.C. della G.N. Oltre all’abolizione dell’esercito permanente stabiliscono l’armamento di tutta la popolazione: «non possono essere costituite a Parigi o esservi introdotte altre forze armate oltre alla G.N. (...) Tutti i cittadini validi fanno parte della G.N. (...) Una nuova era è cominciata, l’era dei lavoratori».

Il 1° aprile (15° giorno) a Versailles Thiers annuncia di essere impegnato a costituire «il più bell’esercito che la Francia abbia mai avuto». Sarà una feroce banda di assassini e saccheggiatori che si distingueranno per la ferocia nella “settimana di sangue”. Il generale Mac Mahon, ferito nelle prime fasi della battaglia di Sedan, guarito, dopo breve prigionia è lasciato rientrare in Francia con decine di migliaia di soldati francesi prigionieri e messo a capo dell’esercito che dovrà abbattere la Comune.

Nei due giorni precedenti, sospettati di tramare contro la Comune, erano stati arrestati Bonjean, presidente della Corte di Appello, l’arcivescovo Darboy, e Deguerry, il curato della Madeleine. Sono il primo nucleo di ostaggi in mano alla Comune.

Il blocco imposto dall’esercito regolare alla città è puramente virtuale ed esiste solo in piccole aree ristrette; le 5 linee ferroviarie funzionano regolarmente (una di queste apparteneva in buona parte a Thiers e a suoi ministri) e dalle zone controllate dai prussiani, treni carichi di contadini ogni giorno portano i loro prodotti ai vari mercati. La Borsa e la Banca di Francia funzionano regolarmente.

Del 2 aprile (16° giorno) il decreto di separazione tra Stato (la Comune) e Chiesa, soppressione delle spese per il culto e confisca dei beni delle congregazioni religiose, che non sarà mai attuato per mancanza di tempo. Solo le scuole delle congregazioni e alcune chiese sono sequestrate e adibite a locali d’incontro o laboratori per confezionare le uniformi della G.N. Alcune sono saccheggiate; Madame Richeton, condannata poi all’ergastolo, si difese dicendo di «non esserci colpa nel riprendere ai preti ciò che hanno carpito al popolo».

Viene fissato in 6.000 franchi l’anno la remunerazione massima per i funzionari della Comune con il divieto del cumulo delle cariche, cifra calcolata sulla base di 15 franchi al giorno, pari a 5.400 franchi l’anno, quella del salario di un operaio qualificato. Malgrado le difficoltà e qualche riluttanza, risultò che 1.500 impiegati della Comune ben sopperivano al lavoro dei 10.000 dipendenti rifugiatisi a Versailles.

In quello stesso giorno inizia l’offensiva di Versailles contro la Comune: 10.000 versagliesi attaccano di sorpresa i federati conquistando Courbevoie, ma alla sera si ritirano di fronte alla forte reazione della G.N.. Dopo uno scontro a Puteaux, 5 federati catturati sono fucilati sul posto.

Il 3 e 4 aprile (17° e 18° giorno) in risposta ai fatti del giorno precedente 23.000 federati della Comune tentano un’improvvisata sortita su Versailles, ma sono bombardati dai cannoni di Mont-Valérien e devono ripiegare. Il generale Galliffet che aveva dichiarato “una guerra senza quartiere e pietà” fa fucilare sul posto altri 3 prigionieri; il generale Vinoy per non essere da meno fa fucilare Duval, ex operaio fonditore considerato uno dei migliori organizzatori della Comune. Flourens, anche lui Consigliere della Comune catturato, viene assassinato da un gendarme che gli apre il cranio con una sciabolata.

È importante commentare dal punto di vista militare questa prima sortita che dimostra le deficienze nella direzione della Comune. Non è parte di una strategia militare complessiva ma una reazione quasi emotiva contro i versagliesi che avevano “osato” portare l’attacco alla Comune. Né la decisione è unanime nella Commissione, con i 4 membri civili contrari all’azione e i 3 militari (Bergeret, Duval, Eudens) favorevoli, nonostante sia loro ben nota la scarsa preparazione della G.N., modulata come forza difensiva urbana e priva di esperienza di combattimenti in campo aperto fra grandi formazioni. La situazione l’impone come loro prova del fuoco e solo a cose fatte se ne sarebbero valutati gli esiti.

Il piano di quella che è considerata poco più che una passeggiata è semplice: tre colonne separate, guidate dai tre consiglieri militari, dovrebbero avanzare su tre diverse direttrici per poi congiungersi presso Versailles. Ma dei 100.000 uomini ipotizzati in un primo momento se ne possono organizzarne solo 23.000, parimenti divisi nelle tre colonne, di cui solo quella di destra e quella di centro sono armate con 8 cannoni forniti di pochissimi colpi. Quando la colonna di destra è bersagliata dalle prime cannonate da Mont-Valérien le file si scompongono; mentre il grosso, guidato da Bergeret, rientra a Parigi, Flourens con un ristretto gruppo di coraggiosi continua la marcia, bloccata e annientata dai rinforzi mandati dal gen. Vinoy. Quasi tutti i superstiti sono passati per le armi sul posto. Anche la colonna di sinistra, incapace di rispondere al fuoco nemico, è costretta a ripiegare su Châtillon dove incontra il grosso del gen. Vinoy, che cattura Duval. La colonna di centro, impotente a rispondere all’artiglieria nemica, è costretta a ritirarsi su forte Issy.

Questo insuccesso dei comunardi permette ai versagliesi di prendere il controllo del ponte di Neuilly ad ovest e dell’altipiano di Châtillon a sud, garantendogli buone posizioni per contrastare altre eventuali sortite e di passare all’offensiva con maggiori garanzie. I comunardi invece risentono nel morale della sconfitta, oltre alla perdita di materiale e uomini coraggiosi; ogni piano offensivo è accantonato nonostante l’odio eccitato dalle feroci esecuzioni dei versagliesi. Mantengono ancora il controllo dei 5 forti occupati in precedenza e le trincee che li collegano ai tre villaggi vicini. Punto debole è l’avamposto trincerato presso il forte Issy, ora sotto il tiro dell’artiglieria versagliese subito posizionata sulle alture di Châtillon e sulle vicine. Parigi è circondata a nord e a est dai prussiani, a sud e ad ovest dai versagliesi.

Il 5 aprile (19° giorno), per reazione, il Consiglio vota il decreto sugli ostaggi: chiunque sospettato di complicità con il Governo di Versailles sarà incarcerato e posto sotto processo entro 48 ore. I condannati divengono «ostaggi del popolo di Parigi» e «qualunque esecuzione di un prigioniero di guerra o di un sostenitore del Governo regolare della Comune di Parigi sarebbe stata immediatamente seguita dall’esecuzione di un numero triplo di ostaggi». Questo decreto ferma per poco le esecuzioni sommarie dei prigionieri federati. L’arcivescovo di Parigi, Darboy, personalmente interessato, il 12 aprile scrive a Thiers per protestare contro le esecuzioni sommarie proponendo un suo scambio con Blanqui, detenuto in Bretagna. Questa proposta è respinta come pure la successiva che per lo scambio con Blanqui la Comune aggiunge altri 73 ostaggi. Ripresi i massacri dei prigionieri, l’arcivescovo con altri 5 ostaggi sono fucilati nel carcere della Moquette il 24 maggio. Gli ostaggi fucilati dalla Comune saranno complessivamente 85, comprese 15 spie di Versailles. Thiers ammetterà ufficialmente la fucilazione di 17.000 federati, ma la cifra reale è ben maggiore e stimata oltre 20.000.

Con questi primi scontri, Versailles inizia la sua massiccia offensiva avanzando lentamente su Parigi. Questa è possibile grazie all’aiuto fornito da Bismarck a Thiers, passando sopra l’armistizio firmato due mesi prima che fissava ad un massimo di 22.000 effettivi l’esercito francese, il quale passa in breve tempo, con il ritorno dei prigionieri di guerra e nuovi arruolati dalle campagne, a 63.000, poi 80.000 ed infine a 170.000 di cui 130.000 combattenti, posti sotto il comando di Mac Mahon. Contro la rivoluzione, o qualsivoglia ribellione del proletariato contro il loro regime tutte le borghesie sospendono temporaneamente le loro ostilità per sostenersi o unirsi nella lotta al loro comune nemico.

Un recente analogo esempio avverrà durante la prima guerra del Golfo nel 1991. La coalizione dei “pacificatori” guidata dagli anglo-americani, aveva praticamente distrutto l’apparato bellico iracheno di aria e di terra, cacciato dal Kuwait: nella ritirata la testa e la coda di una lunga colonna di tank e carriaggi iracheni fu bombardata sulla “autostrada della morte” bloccando il resto del convoglio che fu colpito in un macabro tiro al bersaglio. Nei giorni precedenti era scoppiata una grande rivolta sciita nel Sud del paese presso la città santa di Najaf e Bassora, che speravano in un aiuto americano contro il regime di Saddam Hussein. I “liberatori” non intervennero, anzi sospesero le operazioni contro quel poco che rimaneva dell’esercito iracheno, e fornirono al dittatore un certo numero di elicotteri sì che potesse meglio sedare la sua rivolta interna, che represse duramente con, stimarono, almeno 100.000 morti e la distruzione di città e villaggi. Poi “liberatori” e “dittatore” ripresero a regolare i loro affari.

Dalle piazzeforti di Tolone, Lione, Cherbourg sono trasferiti i cannoni arrivando a 293 bocche da fuoco puntate su Parigi. La scadente disciplina è ricostruita con severità, evitando che i soldati abbiano contatti con l’esterno, ma anche nutrendoli e pagandoli meglio. Il piano militare approntato per il 25 aprile è di battere i forti di Yssy e Vanves, per poi sfondare su Point-du-Jour ed aver così libera la strada per Parigi a nord-est e impedire ai parigini di raggiungere Courbevoie.

Le forze dei comunardi sulla carta sono elevate, ma dai due estremi delle fortificazioni e trincee, dal forte di Ivry al villaggio di Asnieres e Saint-Ouen, si possono schierare non più di 16.000 uomini della G.N. Per di più, per cattiva organizzazione, è trascurato l’avvicendamento ed alcuni battaglioni restano in trincea per 20 o 30 giorni, mentre altri sono sempre di riserva o si sottraggono al servizio. Anche l’equipaggiamento difetta non per mancanza ma per disorganizzazione. Le deficienze logistiche, di armamento e di strategia non si compensano con la sola volontà di battersi delle masse e con l’eroismo dei capi, per quanto importanti, se non indispensabili, siano questi due fattori.

Anche l’artiglieria della Comune sulla carta è notevole: tra cannoni, obici e mortai dispone di 1.200 bocche da fuoco. Ma ne usano solo 200. I forti di Issy e Vanves hanno ciascuno una guarnigione di 500 uomini con 20 cannoni, Ivry gli stessi uomini ma 40 cannoni, quello di Bicètre la stessa dotazione rafforzata da 3 notevoli ridotte con 500 uomini in media e 12 cannoni e il forte di Montrouge 350 uomini e 15 bocche da fuoco; i villaggi compresi tra quei forti sono presidiati da 2.000 federati. Ma la disciplina è scadente, non si comminavano punizioni né esisteva una corte marziale per il tempo di guerra e quando sarà istituita non funzionerà mai. Sull’esercito si riflettono i conflitti interni dei vari centri di potere e di comando della Comune: gli ordini arrivano da diverse autorità e non è chiaro a chi chiedere armi, rifornimenti e rinforzi. Senza un comando centralizzato la piena dell’ardore rivoluzionario si disperde in mille rivoli.

Altra grave minaccia alla disciplina viene dalla eleggibilità degli ufficiali a tutti i gradi della G.N. Imporre questo principio sotto il governo Thiers era stato un obiettivo politico rivoluzionario per impedire, o almeno contenere, la formazione di un comando fedele alla borghesia, e sarebbe stato utile estenderlo, seppure più difficilmente, anche all’esercito permanente. Dopo il 18 marzo, quando la G.N. si è liberata di tutti gli elementi filo governativi e i soldati dell’esercito regolare rimasti a Parigi sono entrati nella G.N., questo criterio non ha più ragion di essere rigidamente applicato e dovrebbe prevalere quello della massima efficienza militare per la difesa della Comune. Trotski, negli “Insegnamenti della Comune” al riguardo scrive: «Il comando eletto è in genere, dal punto di vista tecnico-militare, piuttosto debole, e anche l’ordine, la disciplina facilmente si allentano. Così, nel momento in cui l’esercito si sbarazza del vecchio comando controrivoluzionario che lo opprime, si pone la questione di dargli un comando rivoluzionario capace di assolvere il suo compito. E questo problema non può essere risolto semplicemente con l’eleggibilità (...) L’eleggibilità non può essere assolutamente un feticcio, una panacea universale. Bisogna combinare i metodi della eleggibilità con quello delle nomine».

Non è organizzato alcun piano generale né offensivo né difensivo: e verso la fine si impone la ovvia direttiva di difendersi ad ogni costo. Vi sono diverse dimissioni o sostituzioni dei delegati alla guerra, segno della debolezza della struttura militare.

Nei giorni a seguire, mentre Mac Mahon organizza un piano d’attacco e Thiers respinge tutte le proposte di mediazione, la Comune adotta importanti misure sociali tra cui l’abolizione del lavoro notturno dei fornai (20 aprile), la soppressione delle multe e ritenute sui salari (27 aprile), spesso usate dai datori di lavoro come diminuzione mascherata delle paghe, e la restituzione di quelle effettuate dal 18 marzo. Propone la giornata lavorativa di otto ore e il minimo salariale (3 maggio); raddoppia lo stipendio dei maestri e a questi equipara quello delle maestre (12 maggio). Altre di carattere generale o simbolico: la demolizione della colonna Vendôme, considerata un monumento al militarismo borghese, l’abbattimento della casa di Thiers, la chiusura delle case di tolleranza e la proibizione della prostituzione per strada, la riapertura dei teatri e dei musei, l’appello della solidarietà al Popolo Rurale, apertura delle macellerie comunali, la formazione di associazioni per la tutela dell’istruzione e del lavoro femminile, la laicità della scuola e tante altre legate al funzionamento della Comune. L’attività legislativa continua incessantemente fino agli ultimi giorni, compreso il decreto di requisizione delle officine abbandonate dai proprietari rifugiati a Versailles e il loro affidamento a gruppi di operai che ne avrebbero assunto la gestione (16 maggio).

Il 25 aprile (39° giorno) i forti a sud di Vanves e Issy sono sottoposti a forti bombardamenti; quello di Issy viene evacuato. Il Consiglio decide l’arresto del Delegato alla guerra Cluseret per indolenza e indecisione, sostituito con il colonnello Rossel. Visto l’aggravarsi della situazione in ambito militare, il Consiglio crea una nuova struttura, il Comitato di Salute Pubblica, generando ulteriore confusione nel comando.

Il 30 aprile (44° giorno) i federati riconquistano il forte di Issy.

Il 3 maggio (47° giorno), nella notte, i versagliesi penetrano nel forte di Moulin Saquet, forse per il tradimento del comandante del 55° battaglione. Il giorno successivo occupano il villaggio di Clamart.

L’8 maggio (52° giorno) parte l’ultimatum di Thiers ai parigini.

Il 9 maggio (53° giorno) le truppe di Versailles si impadroniscono nuovamente del forte di Issy, ormai un cumulo di macerie, ma in posizione strategica. Durante i combattimenti, il generale Eudes, una donna, ammiratrice e discepola di Blanqui, si distinse per valore e ardimento.

Del 10 maggio (54° giorno) le dimissioni del Delegato alla guerra Rossel. Nello stesso giorno, firma del trattato di pace a Francoforte; cessione dell’Alsazia e Lorena; i francesi pagheranno un’indennità di guerra di 5 miliardi di franchi.

Il 13 maggio (57° giorno) si intensifica l’offensiva dei versagliesi che conquistano anche il forte di Vanves, con quello di Issy, appena perduto, vanto delle difese parigine. Nemmeno i prussiani erano riusciti a conquistarli.

Il 18 maggio (62° giorno) l’Assemblea Nazionale ratifica il trattato di pace.

Il 21 maggio (65°giorno) Thiers assicura Bismarck che «l’ordine sociale sarà ristabilito nel corso della settimana». Nel pomeriggio una spia segnala agli assedianti che il settore di Saint-Cloud è senza difese e sentinelle (qualcuno sostiene a causa di un concerto alle Tuileries) e le prime colonne dei versagliesi entrano a Parigi occupando subito lo spazio tra le fortificazioni e la ferrovia. Il Delegato Dombrowsky lo viene a sapere alle 16 e telegrafa al Consiglio chiedendo rinforzi. Questo ne è informato alle 19 e decide di affidare tutti i compiti militari al Comitato di Salute Pubblica. Mentre Dombrowsky non riceve alcun rinforzo, il Comitato decide di inviare una ricognizione a Passy. Nella notte si vedono dei federati disordinatamente ammassati lungo i muri di rue Beethoven: sono tutti morti fucilati dai soldati di Versailles. È incominciato il massacro dei prigionieri e dei sospetti. Tra i soldati regolari sono aggregati all’ultimo momento 600 “Volontari della Senna” che si distingueranno per la loro brutalità. Le artiglierie versagliesi ora dispongono anche di un nuovo tipo di proiettile, mai usato nella guerra contro i prussiani: i “boulets rouges”, bombe incendiarie al petrolio in grado di sviluppare vasti incendi.

Prima di riferire per estrema sintesi su quella che passerà alla storia come la “settimana di sangue”, descritta con estrema precisione su fatti, luoghi, personaggi, atti di eroismo e di sanguinaria brutalità in diverse e complete cronache, dobbiamo fare un’importante considerazione. Quella sera il Consiglio commette l’ultimo e il più incredibile errore militare, dovuto alla generale confusione ed alla impreparazione politica: se da una parte concentra la direzione della difesa in un unico corpo, che però non può ormai più organizzare alcuna valida resistenza mancando un piano generale cui nessuno aveva mai pensato, dall’altra gli stessi capi teorizzano una difesa autonoma dei quartieri come la sola giusta soluzione, criticando le “dotte manovre” dei militari di professione. Di conseguenza la più parte dei consiglieri e dei delegati si deve disperdere nei propri municipi per preparare improvvisate barricate, circa 200, mentre sta arrivando in forze un esercito regolare.

Nei giorni precedenti i soldati di Versailles erano stati sottoposti ad un pesante indottrinamento contro i comunardi. Pio IX, da Garibaldi definito “un metro cubo di letame”, li aveva apostrofati “uomini sfuggiti all’inferno”, e quindi degni di esservi ricacciati il prima possibile dai veri uomini di fede!

I comunardi, che non avevano mai considerato necessario predisporre un sistema di difesa basato sulle barricate, né pensato a definire una cerchia di difesa più interna nella città, in quei frangenti vi devono ricorrere in fretta e furia. L’esperienza del 1848 già avrebbe dovuto insegnare che, se a quel tempo ammassare uomini dietro delle barricate aveva un senso perché l’unico modo di conquistarle era l’attacco frontale con la fanteria, ora non lo è più, visto il nuovo assetto della città. Dietro alle barricate ora deve esserci l’artiglieria, tiratori appostati nelle case colpiranno alle spalle il nemico e si devono attuare azioni a sorpresa di ogni tipo in un combattimento “asimmetrico” più congeniale alla situazione e alla formazione della G.N.

L’azione di aggiramento sarebbe stata più rapida e efficace avendo per tempo sfondato le pareti interne dei vari palazzi nelle zone chiave della città e creato così dei camminamenti interni, protetti e invisibili dall’esterno, per portare alle spalle dei versagliesi i tiratori scelti. L’aggiramento delle barricate è fatto invece dall’esercito nemico, sostenuto da tutti i borghesucci che erano rimasti tappati in casa in silenzio mentre ora dalle finestre sparano sui comunardi. Questa tecnica è attualmente largamente usata dall’esercito israeliano, ma non solo da quello, contro le barricate dei palestinesi. Ove le cortine murarie non hanno grande resistenza, i moderni carri armati, tutto distruggendo, attraversano case e cortili per portarsi alle spalle delle barricate.

Il 22 maggio (66° giorno) i versagliesi controllano già quattro porte d’ingresso alla città e il XV e XVI municipio. Dalla collina di Chaillot batterie di 80 cannoni bombardano Parigi. Con l’assenso dei prussiani, l’armata del gen. Mountaudon attraversa le loro linee e prende alle spalle da nord i comunardi. Occupano l’Eliseo, la stazione di Saint-Lazare e il XIII municipio. 16 federati fatti prigionieri in rue du Bac sono fucilati sul posto.

Il 23 maggio (67° giorno) il Comitato di Salute Pubblica fa affiggere sulle strade un manifesto rivolto ai soldati di Thiers: «Come noi, voi siete proletari; come noi, voi avete interesse a non lasciare più ai congiurati monarchici il diritto di bere il vostro sangue, come essi bevono i nostri sudori (...) Venite con noi, fratelli, le nostre braccia sono aperte». Anche il Consiglio della Comune pubblicò un appello alla fraternizzazione, ma non ebbero alcuna valida risposta.

I versagliesi occupano Montmartre senza incontrare resistenza provocando scoramento tra i federati. Alla porta Maillot a Neuilly, muore il generale Dombrowsky con il suo gruppo e i versagliesi occuparono L’Operà e la Concorde. Centinaia di parigini furono fucilati al Parc Monceau, altri 300 alla Madeleine, 37 in rue Lepic, 49, tra cui 3 donne e 4 bambini in rue des Rosiers dove erano stati fucilati Lecomte e Thomas. Per ritorsione sono fucilati dalla Comune 4 ostaggi.

Mentre le bombe incendiarie colpiscono il Campo di Marte, il Ministero delle Finanze, la Concorde, il palazzo Borbone e quello del Luxembourg, la Comune ordina di incendiare e bruciare tutti i principali edifici di Parigi simbolo del vecchio regime: Le Tuileries, la Corte dei Conti, il Consiglio di Stato, la Legion d’Onore e il Ministero delle Finanze. Nei giorni successivi andarono a fuoco 3 teatri, la sede del XII municipio, i magazzini della Villette, le manifatture Gobelins ed altre 200 case di abitazione: Parigi brucia! La stampa e il governo di Thiers ad arte creano la leggenda delle “petroleuses”, smentita peraltro anche da altri giornalisti filo governativi. Lissagaray scrisse che quella menzogna «costò la vita a centinaia di donne accusate di gettare petrolio nelle cantine: ogni donna mal vestita che porti un recipiente per il latte, una boccetta, una bottiglia vuota, può essere un’incendiaria. Trascinata a brandelli nel muro più vicino, viene finita a revolverate».

Thiers impartisce l’ordine che ogni qual volta il gruppo dei prigionieri superi le 10 unità, il plotone di esecuzione dovrà essere sostituito con una sola mitragliatrice. Purtroppo accanto ai molti eroi comunardi iniziano le defezioni nella G.N.: dei 180.000 a ruolo pare che solo 30-40.000 si siano realmente impegnati nei combattimenti e nell’ultima settimana sulle barricate c’erano solo 10.000 federati.

Il 24 maggio (68° giorno) gli incendi proseguono mentre i versagliesi catturano le cannoniere sulla Senna, occupano il quartiere del Louvre, della Banca di Francia e della Borsa, facendo saltare in aria la polveriera del Luxembourg. Il governo della Comune si trasferisce all’XI municipio. Gli invasori superano tutte le deboli barricate che incontrano e giunti al Pantheon vi massacrano centinaia di federati e di sospetti. Per rappresaglia la Comune fa fucilare 6 ostaggi tra cui l’arcivescovo Darboy, il presidente della Cassazione Bonjean, l’abate Deguerry e tre gesuiti.

Il 25 maggio (69° giorno) i comunardi devono abbandonare posizioni e ritirarsi verso la Bastiglia, poi gli scontri si attestano nei dintorni di Place du Château d’Eau. Con le barricate cadono anche i capi della Comune come Brunel, Lisbonne e Vermorel. La sera, Delescluze si espone volontariamente sulla barricata di boulevard Voltaire per trovarvi la morte.

Il 26 maggio (70° giorno) il Consiglio della Comune e il Comitato di Salute Pubblica non esistono più: tutti i poteri sono affidati da Varlin, membro dell’Internazionale, al C.C. della G.N. con sede in rue Haxo. La resistenza continua tutto il giorno, poi dalla Bastiglia e dalla Villette devono ripiegare su Belleville, ultimo bastione della Comune. Saputo della vergognosa esecuzione dei feriti ricoverati negli ospedali e nelle ambulanze da parte dei versagliesi, una folla inferocita s’impadronì di 50 ostaggi (11 preti, 35 gendarmi e 4 spie) e li uccisero con furore in rue Haxo.

Il 27 maggio (71° giorno) i versagliesi attaccano in forze Belleville; i combattimenti si concentrano all’interno del cimitero del Père Lachaise dove erano batterie di cannoni dei federati. Si combatte con accanimento tutto il giorno fino a notte avanzata; l’ultima resistenza è all’arma bianca tra le tombe. I feriti sono finiti con un colpo di pistola e i 147 prigionieri catturati sono fucilati contro un muro interno del cimitero, ora chiamato “Muro dei Federati”. Per tutta la notte Belleville è colpita da proiettili incendiari.

Il 28 maggio (72° giorno) i versagliesi portano l’attacco all’ultimo ridotto formato tra boulevard de Belleville, rue du Faubourg, rue des Trois Bornes e rue des Trois Couronnes. Le cronache dicono che l’ultimo cannone federato tace a mezzogiorno a rue de Belleville; l’ultimo colpo di fucile è sparato nel pomeriggio alle 14 dalla barricata di rue Ramponneau.

La Comune era eroicamente caduta.

Il generale Mac Mahon mandò questo messaggio: «Parigi è stata liberata! La battaglia è finita oggi; l’ordine, il lavoro e la sicurezza stanno per essere restaurati». Questo telegramma di Thiers ai prefetti: «Il suolo è disseminato dei loro cadaveri. Questo spettacolo spaventoso servirà di lezione».

Il 29 maggio Il forte di Vincennes capitola; il comandante Faltot e 8 ufficiali sono fucilati nel fossato.

Il 30 maggio a Londra, Marx presenta: “La guerra civile in Francia, Indirizzo del Consiglio Generale dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori”.


4. La repressione

Fu tremenda, come tremenda era stata la paura della borghesia per una vittoria della Comune proletaria. Si affermò che il governo di Versailles avesse istituito 20 squadre addette appositamente alle esecuzioni di massa, presso il Luxembourg, la caserma Lobau, lo Châtelet, la Scuola Militare del Campo di Marte, la prigione di Mazas, la prigione della Roquette, il parco Monceau e alcune stazioni ferroviarie. Numerosi cadaveri furono bruciati, altri sepolti in fosse comuni scavate nel mezzo delle vie cittadine.

Nello stesso ultimo giorno della Comune, il 28 maggio, nella prigione della Roquette furono uccisi 1.900 federati, in quella di Mazas 400. Un gruppo di 39.000 prigionieri, tra cui 1.000 donne e 650 bambini, arrestati e scampati alle uccisioni dei giorni precedenti, sono avviati in lunghe colonne alle prigioni dei Chantiers di Versailles. Lungo il percorso il generale Galliffet, comandante la colonna, a suo capriccio fece uscire dalla fila e fucilare quelli che gli sembravano sospetti appartenenti alla Comune. Ai più anziani disse: «Voi avete visto il giugno 1848, perciò siete ancora più colpevoli degli altri». Caddero così circa in 400: la strada da Parigi a Versailles era ricoperta di cadaveri. La notizia, riportata dal Daily News di Londra fece scalpore in tutto il mondo.

Il massacro, accelerato dall’uso delle mitragliatrici, continuò anche nei giorni successivi e non si è mai avuto un calcolo preciso dei condannati. Il governo di Versailles ne dichiarò 17.000 mentre altri, tra cui Lissagaray, parlano di 23.000. Fu l’eccidio peggiore della storia di Francia: nella notte di San Bartolomeo, nel 1572, si stima fossero uccisi circa 10.000 Ugonotti; durante la Rivoluzione francese a Parigi ci furono circa 4.000 giustiziati e non più di 12.000 in tutta la Francia.

Il timore di epidemie, la stanchezza dei soldati, il rischio di disgustare anche quanti erano favorevoli alla repressione e il tentativo di ostentare un minimo di legalità tramite processi, convinse il governo a fermare il massacro indiscriminato dei prigionieri, che grazie anche a ben 399.823 delazioni anonime, erano aumentati ad un totale di 43.522. I Comunardi che riuscirono a sottrarsi all’arresto, rifugiandosi la più parte in Svizzera e in Inghilterra, furono circa 5.000, tutti condannati in contumacia. Sempre secondo attendibili resoconti, gli arrestati maschi furono 35.000 dei quali 270 condannati a morte, delle quali eseguite 28; 231 ai lavori forzati perpetui o temporanei, 1.157 in deportazione dura nella Nuova Caledonia, nell’Isola di Nou, e 2.674 alla deportazione semplice nella vicina isola dei Pini, sperdute isole nell’oceano Pacifico a 1.550 chilometri dall’Australia, 4.000 a pene detentive minori e 26.851 rilasciati o assolti. Delle 1.090 donne, 8 furono condannate a morte con pena commutata, 19 ai lavori forzati temporanei o perpetui, 6 in deportazione dura, 22 deportazione semplice, 180 a pene detentive minori e 855 tra assolte o rilasciate. La sorte dei 651 ragazzi fu: 55 avviati a casa di correzione, 1 alla deportazione semplice, 5 a pene detentive minori e 590 assolti o rilasciati.

Il 3 maggio 1872 partì il primo viaggio di deportazione per la Nuova Caledonia nella stiva di vecchie fregate a vela che durava 5 mesi e mezzo. I più morirono di malattie e denutrizione durante il viaggio o per atti di violenza e sadismo dei guardiani.

Solo l’11 luglio 1880 fu promulgata una amnistia generale e liberati gli ultimi detenuti: 541 uomini e 9 donne, segno che la borghesia si sentiva ormai al sicuro.


5. Conclusioni

L’improvvisa rivolta che portò alla Comune fu generata da una somma di cause materiali ben precise: le condizioni dovute alla guerra e all’assedio prussiano che avevano aggravato le già dure condizioni dei parigini, con il proletariato il più esposto al peggioramento; il tradimento e l’abbandono della classe politica francese nel mal celato intento di giungere alla svelta a un qualsivoglia accordo coi prussiani pur di mantenere il potere, scaricandone tutti i pesi sulle classi inferiori; il sogno-bisogno di giungere ad una società più equa, spinsero a reagire d’impronta all’ennesima provocazione, il tentativo di disarmare la G.N. dei suoi cannoni, gli ultimi acquistati con una sottoscrizione popolare.

Le condizioni materiali spinsero alla rivolta tutte le classi e le mezze classi, ciascuna delle quali vedeva però a suo modo la soluzione dei problemi, generando così un programma di governo in cui si confondevano obiettivi e priorità diverse; fu una rivoluzione proletaria ma, nella sua base sociale, nel suo programma e nelle sue azioni, non pienamente matura e i membri dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori non furono in grado, per forze e tempo, di assumerne il pieno controllo per volgere quelle energie all’emancipazione della loro classe, che poteva necessariamente passare solo per la distruzione completa dello Stato borghese e della proprietà privata. Così non fu e il programma politico e sociale della Comune risentì di quel conflitto fra i suoi vari partiti: il partito della rivoluzione proletaria nella Comune non era sufficientemente forte e forgiato dall’esperienza per poter far da solo.

Questo è il monito che Trotski ci consegna ne “Gli insegnamenti della Comune di Parigi”: «Il vero partito dei lavoratori non è una macchina per manovre parlamentari, ma è l’esperienza accumulata e organizzata del proletariato. Solo con l’aiuto di un partito, che si appoggia su tutta la storia del suo passato, che prevede teoricamente il corso dello sviluppo e tutte le sue tappe, e ne conclude quale forma di azione sia nel momento dato quella necessaria, il proletariato può liberarsi dalla condanna a ripetere continuamente la sua storia, le sue oscillazioni, la sua indecisione ed i suoi errori».

(Continua al prossimo numero)



La successione dei modi di produzione nella teoria marxista


2. La forma di produzione primaria

Capitolo esposto alla riunione di Torino del settembre 2014


L’analisi marxista del comunismo primitivo affronta di petto il cosiddetto problema delle origini, il punto in cui la storia dell’umanità diventa un settore particolare della complessiva storia del regno animale, a sua volta parte della storia naturale. Così scrivevano Marx ed Engels ne “L’Ideologia Tedesca”: «Si possono distinguere gli uomini dagli animali per la coscienza, per la religione, per tutto ciò che si vuole; ma essi cominciarono a distinguersi dagli animali allorché cominciarono a produrre i loro mezzi di sussistenza, un progresso che è condizionato dalla loro organizzazione fisica. Producendo i loro mezzi di sussistenza, gli uomini producono indirettamente la loro stessa vita materiale».

La partizione dell’epoca preistorica nelle tre età della pietra, del bronzo e del ferro è dovuta al religioso francese Nicolas Mahudel e risale alla metà del XVIII secolo; un secolo più tardi sarà l’archeologo britannico John Lubbock a suddividere ulteriormente l’età della pietra in tre sottoperiodi. Concentriamo questa introduzione sul neolitico, di cui abbiamo maggiori e più complete testimonianze. È contraddistinto da notevoli innovazioni nella lavorazione della pietra, tra le quali la principale è rappresentata dall’uso della levigatura.

I ritrovamenti archeologici più antichi che testimoniano di culture neolitiche appartengono all’area del Medio Oriente, in particolare ai siti corrispondenti all’attuale Gerico e datano dal X millennio a.C., tribù che già da un paio di millenni avevano sviluppato insediamenti stanziali. Sempre in quel periodo le prime comunità di allevatori e agricoltori migrarono verso l’Asia Minore, l’Africa del Nord e la Mesopotamia; le colture ancora si limitavano a specie di piante selvatiche ed a qualche varietà domesticata come il farro ed il miglio, gli animali allevati erano soprattutto capre e pecore e conseguentemente il cane. Dal millennio successivo si passò all’allevamento del bue, del maiale e la sedentarietà contribuì allo sviluppo dell’arte ceramica. Accanto ed in parallelo allo sviluppo dell’agricoltura si ha una intensificazione dell’allevamento con specializzazione nella domesticazione del cane, dei suini, dei bovini e dell’asino, questi ultimi usati anche per il lavoro. Grazie a questi indubbi progressi la popolazione aumenta e comincia la colonizzazione delle zone pedemontane e degli altopiani iranici e anatolici, giungendo nella pianura mesopotamica. Da questo punto in poi l’economia diventa a netta prevalenza agro-pastorale e l’estendersi del terreno coltivato è favorito dal miglioramento delle tecniche irrigue.

La creazione di discrete eccedenze alimentari porta con sé l’estendersi delle abitazioni, e diminuisce la rarefazione delle stesse sul territorio, nonché i collegamenti tra i villaggi; questi rimangono ancora formati solo da poche abitazioni. Gli scavi archeologici dimostrano, dall’analisi dei reperti e dalla loro dislocazione spaziale, che la stratificazione sociale è poco accentuata, anzi quasi inesistente; questo porta a concludere per la tesi del comunismo primitivo come forma di produzione senza classi con differenziazione delle funzioni sociali naturale, spontanea, dovuta alle diversità fisiche tra gli individui (età, sesso, forza). In questa fase commercio ed artigianato restano attività residuali, complementari all’attività agricola principale; sarà proprio il progressivo autonomizzarsi di queste due figure che agirà come elemento disgregatore dell’antica comunità originaria, innestando in essa il germe del valore di scambio e con esso quello della proprietà privata.

Partizione del modo di produzione primario

La forma di produzione primaria cessa con lo stadio medio della barbarie e da quel periodo in poi, in maniera certo non “naturale”, anzi a prezzo di grandi spargimenti di sangue, lascia lentamente il posto alla divisione in classi della società, ovverosia alla forma secondaria o schiavistica. Sarà nello stadio superiore della barbarie che si avrà il passaggio dalla forma primaria in quella secondaria, dove avverrà la prima grande epoca di transizione che condurrà il genere umano nella civiltà.

Citiamo quasi integralmente un breve lavoro apparso sul “Partito Comunista” numero 216 del 1994, “Relazioni in sezione a Genova”.

«Stato selvaggio - “periodo in cui prevale l’appropriazione di prodotti naturali così come sono; i prodotti dell’arte umana consistono prevalentemente in strumenti ausiliari per questa appropriazione” (Engels, “L’Origine”).

«1) Stadio inferiore, fanciullezza del genere umano. Sulla terra in questo stadio erano presenti giganteschi animali da preda e l’uomo per sopravvivere viveva, almeno in parte, sugli alberi e si trovava nelle sue sedi originarie: foreste tropicali e subtropicali. Si nutriva di frutta, noci, radici. Il risultato principale di questo periodo è stato la formazione del linguaggio articolato. Di tutti i popoli conosciuti in epoche storiche nessuno si trova in tale stato primitivo. Pur essendo durato migliaia di anni, non abbiamo prova diretta della sua esistenza, ma una volta ammessa la discendenza dell’uomo dal regno animale bisogna necessariamente ammettere questo passaggio.

«2) Stadio medio. Questo stadio è caratterizzato dall’utilizzazione dei pesci e altri animali acquatici come alimentazione e dall’uso del fuoco. Questi due fatti sono collegati tra loro perché l’alimentazione ittica divenne pienamente utilizzabile solo per mezzo del fuoco. Con questa nuova alimentazione gli uomini cessarono di dipendere dal clima e dalle località. Seguendo i fiumi anche nello stato selvaggio l’uomo poté diffondersi sulla maggior parte della terra. A causa della continua incertezza delle fonti alimentari sembra che in questo stadio sia nata l’antropofagia e che da allora in poi fu praticata per molto tempo. In questo stadio medio dello stato selvaggio umano vivono ancor oggi gli australiani e molti polinesiani.

«3) Stadio superiore. Comincia con l’invenzione dell’arco e della freccia, con cui la selvaggina diviene alimento regolare e la caccia uno dei normali rami di lavoro. Arco-corda-freccia, formano già uno strumento assai complesso, che presuppone oltre ad una lunga esperienza accumulata e intelligenza acuta anche una conoscenza simultanea di una quantità di altre invenzioni. Prendendo a paragone i popoli che conoscono arco e freccia, noi troviamo già qualche principio della costituzione dei villaggi, ed una certa padronanza dei mezzi di sostentamento, vasi e oggetti in legno, la tessitura a mano (senza telaio) con filamenti di rafia, canestri intrecciati di rafia o di giunco, strumenti di pietra levigata. Inoltre il fuoco e l’ascia di pietra hanno permesso di scavare un tronco d’albero usato poi come canoa e in qualche luogo travi ed assi per la costruzione di abitazioni. Questi progressi li troviamo tra gli indiani nel nord-ovest d’America. Per lo stato selvaggio arco e freccia sono stati ciò che la spada di ferro è stata per la barbarie e la canna da fuoco per la civiltà: l’arma decisiva.

«Barbarie - “periodo dell’acquisizione dell’allevamento del bestiame, dell’agricoltura, dell’apprendimento di metodi per la produzione di prodotti naturali, accresciuta dall’attività umana” (Engels, “L’Origine”).

«1) Stadio inferiore. In questo stadio comincia l’introduzione della ceramica. Questa è sorta dall’uso di ricoprire canestri o recipienti di legno con argilla, per evitare che s’incendiassero a contatto con il fuoco: si dimostrò che l’argilla plasmata realizzava lo stesso compito anche senza l’armatura interna. Fino al precedente stato abbiamo potuto seguire il processo di sviluppo in modo generale, applicabile in un periodo determinato a tutti i popoli, senza riferimento alla località. Nello stato della barbarie invece, si cominciano a sentire le differenze tra le ricchezze naturali dei due grandi continenti della terra.

«2) Stadio intermedio. Comincia in oriente con l’addomesticamento di animali, in occidente con la coltivazione di piante alimentari per mezzo dell’irrigazione e con l’uso di mattoni crudi (essiccati al sole) e di pietre per costruzione. In occidente lo stadio intermedio dura fino alle prime conquiste europee. In oriente, lo stadio medio della barbarie, cominciò con l’addomesticamento di animali da latte e da carne. L’orticoltura invece fu intrapresa in un periodo molto avanzato di questo stadio. L’addomesticamento, e l’allevamento del bestiame e la formazione di grandi armenti sembra abbiano dato occasione di differenza tra gli ariani e i semiti dalle altre masse barbare. In luoghi adatti la formazione di armenti condusse alla pastorizia, ad esempio nelle pianure erbose del Tigri e dell’Eufrate per i semiti, nell’India per gli ariani. Ai confini di tali terre deve essersi dapprima compiuto l’addomesticamento del bestiame. In questo stadio comunque scompare a poco a poco l’antropofagia e si mantiene solo come atto religioso o strumento di magia».

Unità organica e naturale della forma primaria

«Il tipo di produzione che a questi dati di partenza corrisponde conosce una sola forma di divisione del lavoro, quella fisiologica per sesso e per età; una sola forma di proprietà, quella collettiva, mobile dapprima, temporanea poi, sedentaria infine; due soli presupposti, la natura esterna, la terra come arsenale dell’attività umana, e la società legata alla natura (nel tedesco di Marx ed Engels, naturwüchsig) ed espressa dai legami di consanguineità e di appartenenza alla comune; ignora ogni contraddizione interna, non può entrare in contrasto che con altre comunità naturali» (“Ardua sistemazione del programma comunista rivoluzionario fra i miasmi della putrefazione borghese e la pestilenza opportunista”, “Il Programma Comunista” numero 17 del 1960).

Il passo mostra chiaramente come una tale comunità, proprio perché caratterizzata da relazioni immediate, sia tra uomo e natura sia degli uomini tra di loro, non possa che avere come presupposto la natura “esterna”; persino l’altro presupposto fondamentale per la sopravvivenza della specie, la comunità, è naturale.

Il metodo marxista pertanto non può né trattare l’uomo della forma primaria quale portatore di pura capacità di lavoro, né può indagare eventuali relazioni tra lavoratori non proprietari e proprietari non lavoratori. Il lavoratore salariato non è uno dei presupposti della produzione, ma il risultato di tutto un processo storico che culmina nel capitalismo, dove si porta anche a compimento quella scissione tra proprietari delle condizioni materiali e spirituali del lavoro e nullatenenti, il proletariato.

Nella forma primaria di produzione è la comunità naturale il centro attorno a cui ruota l’intero meccanismo di produzione e riproduzione della vita; la gens e la tribù sono il presupposto dell’appropriazione comune della terra, non il risultato finale del processo. Nei modi di produzione caratterizzati da un basso livello delle forze produttive e da una scarsa divisione sociale del lavoro, è la terra il grande magazzino delle forze di produzione stesse, e la forma di appropriazione del suolo è la relazione fondamentale che dà il rango a tutte le altre.

Successivamente allo stabilizzarsi di queste comunità erranti invece «la unità non è l’Orda che viaggia unita, ma il villaggio costituito da un gruppo di abitazioni circondato da un territorio disboscato e dissodato sufficiente al consumo della comunità di villaggio, terra non spartita tra persone e famiglie, ma lavorata in comune, con comune immagazzinamento e consumo di tutti i prodotti» (“Le lotte di classi e di Stati nel mondo dei popoli non bianchi, storico campo vitale per la critica rivoluzionaria marxista”, “Il Programma Comunista”, n.3, 1958).

Quando le forze di produzione raggiungeranno un certo grado di sviluppo e il surplus arriverà ad una notevole consistenza, con ciò stesso saranno gettate le basi per l’accumulazione privata, lo sfruttamento del lavoro da parte di cricche di non lavoratori, in sintesi il valore di scambio comincerà il suo dominio sul valore di uso.

L’armonia che ha caratterizzato i rapporti tra i produttori e tra questi e la natura era dovuta principalmente alla circostanza che le condizioni della produzione, essenzialmente la terra, non erano ancora riprodotte dal lavoro dei produttori, non ne erano il risultato ma il presupposto. È la natura “matrigna” che domina completamente l’uomo del comunismo naturale, non sono ancora le forze di produzione scatenate dalla sua opera a farlo. Possiamo affermare che la parabola dell’umanità inizia con un periodo in cui l’uomo è dominato dalla natura esterna; passa attraverso una lunga fase in cui la società divisa in classi è soggiogata dal “vulcano della produzione”, dai prodotti che ne fuoriescono; termina con la tappa del comunismo superiore in cui la soppressione delle classi permette alla specie di operare una produzione secondo un piano e di dominare la natura esterna, non come un padrone borghese ma in maniera tale da riproporre quell’antico ricambio organico.

Unione di produzione e distribuzione

Il concetto di “modo di produzione” sta stretto a formazioni sociali prive di antagonismi tra classi; in queste comunità organiche la produzione è inseparabilmente legata alla distribuzione, intesa sia come divisione dei suoi membri tra le branche produttive sia come ripartizione dei prodotti; il ciclo complessivo abbraccia così la riproduzione della comunità stessa e le forme della distribuzione, in senso lato, sono collettive perché condizionate dalla forza produttiva principale, la comunità; non si ha neppure consumo individuale privato perché il produttore è tale solo in quanto membro della collettività autoriproducentesi. «Nelle società primitive, la distribuzione è inscindibile dalla produzione, dal processo di lavoro e dalla proprietà, che sono sempre comuni: è dunque sociale, ed è prima di tutto distribuzione non dei prodotti ma degli strumenti di produzione, e distribuzione dei membri della società fra le diverse branche produttive» (“Rivoluzioni storiche della specie che vive, opera e conosce”, “Il Programma Comunista”, n.8, 1960).

Certo materialismo rozzo vorrebbe il comunismo come un regno della distribuzione egualitaria dei prodotti; in realtà neanche la società comunistica “spontanea” com’era quella primitiva praticava questo tipo di ripartizione del prodotto, che puzza di individualismo ed elettoralismo borghese. La distribuzione dei beni non era “egualitaria” in quanto ogni individuo ha necessità e bisogni differenti; altra parte del prodotto deve essere consumata nel processo di produzione (una parte del raccolto va a seme), in quel ciclo che Marx nei “Grundrisse” chiama con il termine di consumo produttivo; un’ultima porzione, infine, va ad alimentare quel fondo di riserva da utilizzare per i bisogni collettivi o imprevisti della comunità. Anche il comunismo superiore dovrà destinare parte del sopralavoro della società, e sarà la grande parte, al fondo di consumo sociale; per questo motivo l’istanza proudhoniana del “frutto integrale del lavoro all’operaio” dev’essere respinta come reazionaria; merito dello stesso primo capitalismo è stato destinare grande parte del plusvalore alla produzione futura. Il comunismo dell’avvenire abolirà l’appropriazione privata del pluslavoro, già oggi non individuale ma di classe, non per distribuirlo egualitariamente fra i singoli, ma per conferirlo alla specie, nella sua più generale accezione nel tempo e nello spazio.

Legami di sangue e riproduzione della comunità

Più volte abbiamo sottolineato come il marxismo si stagli decisamente al di sopra di tutte le correnti teoriche borghesi che limitano il campo dell’economia alla produzione immediata, e ancora più restringendolo al calcolo del valore. In società primitive questa proiezione di categorie proprie del mondo borghese arriva al ridicolo: quelle comunità prima di tutto riproducevano fisicamente se stesse. «La gens consta di tutti gli individui che, per mezzo del matrimonio punalua, e secondo le idee che necessariamente vi dominano, formano la discendenza riconosciuta di una determinata capostipite fondatrice della gens. Poiché in questa forma di famiglia la paternità è incerta, vale solo la linea femminile. Poiché i fratelli non possono sposare le sorelle, ma solo donne di altra discendenza, secondo il diritto matriarcale i figli generati con queste donne straniere non rientrano nella gens. In tal modo, in ciascuna generazione, soltanto i discendenti delle figlie rimangono nell’interno dell’unione gentilizia; i discendenti dei figli passano alle gentes delle loro madri» (Engels, “L’Origine”).

Lo studio materialistico-dialettico dell’evoluzione dei legami familiari cerca la relazione tra questi e le forme nelle quali la comunità produce le condizioni della propria esistenza. I primi gruppi sono gruppi-famiglia; sono alla stessa stregua gruppi-lavoro e la loro “economia” è un rapportarsi collettivo all’ambiente fisico, verso il quale ciascuno ha lo stesso rapporto: non vi è proprietà privata, non classi sociali, non potere politico e Stato. La famiglia dev’essere trattata alla stregua di un rapporto di produzione determinato dalla sottostruttura.

Allo stesso tempo l’importanza dei rapporti di produzione non è sempre la stessa, cam­bia a seconda dello sviluppo delle forze di produzione: più queste ultime si ingi­gan­tiscono più i rapporti direttamente legati al sangue perdono di rilevanza, e viceversa.

Quella prima forma di famiglia, per escludere l’incesto fra genitori e figli, era caratterizzata dalla separazione sessuale per generazioni: tutti i nonni e le nonne costituivano insieme un solo gruppo matrimoniale, ma che non ha rapporti riproduttivi con il gruppo dei loro comuni figli, così i nipoti e i pronipoti. Non è esclusa l’unione sessuale tra fratello e sorella, fino a che non si scoprì l’utilità di evitarla: ogni famiglia primitiva si dovette allora scindere al più tardi dopo un paio di generazioni. La coscienza della sconvenienza della riproduzione da figli della stessa madre provocò la scissione di antiche comunità domestiche e la formazione di nuove: le sorelle e le loro figlie e nipoti femmine costituiranno il nucleo di una, i loro fratelli dell’altra. Più o meno così discende dalla famiglia consanguinea la forma che Morgan chiama famiglia punalua.

Anche nel matrimonio di gruppo esisteva già una certa forma di matrimonio di coppia; l’uomo aveva una moglie principale tra le molte mogli, ed egli era per lei il marito principale tra gli altri mariti. Con lo sviluppo della gens, e l’aumento delle classi di fratelli e sorelle, questo tipo di connubio andava consolidandosi sempre più.

La selezione naturale, con le sue esclusioni sempre più ampliate, aveva compiuto la sua opera portando il matrimonio di gruppo alla sua unità finale: un uomo ed una donna. Null’altro le rimaneva da fare in questa direzione. Se altre forze motrici non fossero entrate in azione non sarebbe esistito alcun motivo perché dal matrimonio di coppia venisse fuori una nuova forma familiare.

Fino allo stadio inferiore della barbarie la ricchezza stabile era consistita quasi unicamente nella casa, nelle vesti, in ornamenti, negli strumenti per procacciarsi e preparare gli alimenti: canoa, armi e suppellettili domestiche. Gli alimenti dovevano essere procacciati giorno per giorno. Adesso l’addomesticamento degli animali e l’allevamento di armenti hanno sviluppato una fonte di ricchezza fino ad allora sconosciuta per fornire alimenti più ricchi, latte e carne. Richiedendo inoltre, sia pure a scala ridotta, minore dispendio di lavoro, i mezzi usati fino ad allora per procacciarsi il cibo, la caccia e la raccolta, passarono in secondo piano.

Questa ricchezza inizialmente apparteneva alla gens, ma alla soglia della storia documentata troviamo già dovunque gli armenti compresi nella proprietà privata dei capifamiglia, come le suppellettili di metallo, gli articoli di lusso. E infine il bestiame umano, cioè gli schiavi. L’invenzione degli schiavi fu causata dalla necessità di sorvegliare gli armenti: quando gli armenti passarono definitivamente in possesso familiare, poiché il bestiame si riproduceva molto più velocemente della famiglia si richiesero più uomini a sorvegliarlo; a questo compito si utilizzarono i prigionieri di guerra.

Secondo l’uso della società gentilizia e matriarcale la discendenza era in linea femminile in modo che il patrimonio rimanesse nella gens. Seguire le accresciute mandrie nei lontani pascoli estivi è compito dei maschi, che ne assumono il controllo e possesso, dando loro una posizione nella famiglia più importante di quella della donna. Si trattò poi di trasmettere tale ricchezza ai figli maschi, abrogando la tradizionale successione matriarcale. Bastò semplicemente decidere che i discendenti maschi rimanessero nella gens e ne fossero escluse le femmine. Nacque così il diritto patriarcale.

Il rovesciamento del matriarcato segnò la sconfitta sul piano storico del sesso femminile. L’uomo prese il dominio anche della casa e sui figli, la donna fu avvilita, asservita, semplice strumento per la procreazione. Questo stato di degradazione della donna si manifesta apertamente in ispecie tra i Greci dell’età eroica e, ancor più, dell’età classica; è stato poco per volta abbellito e dissimulato e, in qualche luogo, rivestito di forme attenuate, ma in nessun caso eliminato in alcune delle successive società di classe, borghese e capitalistica compresa.

Il primo effetto del dominio esclusivo degli uomini si mostra nella forma intermedia della famiglia patriarcale, che affiora in questo momento. Ciò che la caratterizza principalmente non è la poligamia ma l’organizzazione di un numero di persone libere e non libere in una famiglia sotto la potestà del capofamiglia.

Parallelamente al matrimonio monogamico si sviluppa quello che Morgan chiama eterismo, cioè i rapporti extra-coniugali tra uomini e donne non maritate, che per tutta la civiltà fiorisce nelle forme più diverse per diventare sempre più aperta prostituzio­ne. Il concedere donne per denaro fu all’inizio praticato dalle chiese a vantaggio del te­soro del tempio; dapprima dovere di ogni donna, poi praticato soltanto da sacerdotesse. La monogamia fu la prima forma di famiglia non fondata su condizioni naturali ma economiche, sulla vittoria della proprietà privata sulla originaria e spontanea proprietà comune. La monogamia quindi appare come il soggiogamento di un sesso da parte dell’altro, proclamazione di un conflitto tra i sessi fin qui sconosciuto nella preistoria.

La legge della popolazione della forma primaria

Nel comunismo primitivo sono le condizioni naturali a dominare la riproduzione della specie, così la legge di popolazione non può che essere determinata interamente dal clima e dal territorio con la sua flora e fauna. È la disponibilità di sussistenze a de­ter­minare la popolazione: quando non più bastante si soccombe o ci si sposta verso nuo­ve terre; a quello che la natura offre si adeguano le migrazioni nelle varie regioni del pianeta; seguendo i fiumi e le coste gli uomini poterono diffondersi sulla maggior par­te della Terra. «Da tutto ciò è importante concludere che l’uomo primigenio, anche sen­za malthusiani che invocassero guerre e pestilenze, sapeva in modo naturale e is­tin­ti­vo regolare la propria progenie» (“Capitale e Popolazione”, in “Comunismo” n.55).

L’agricoltura e l’allevamento e la vita sedentaria dell’uomo del neolitico consentirono un aumento di popolazione ed un vero salto demografico; aumento che queste società primitive erano però in grado di controllare razionalmente.

In una società del genere, e fino agli albori dello stadio superiore della barbarie, il ruolo della donna era stato centrale, custode della gens e portatrice del suo futuro. Con la dissoluzione del comunismo primitivo i legami consanguinei perdono d’importanza a favore dei fattori economici in senso stretto, controllati dai maschi. La condizione dei membri della famiglia degrada, come è testimoniato dal fatto che la parola latina familia indica la totalità degli schiavi appartenenti ad uno stesso patriarca e famulus è lo schiavo domestico.

Guerra tra comunità, non guerra di classe

Nel comunismo primitivo non esistono soprastrutture di coercizione di classe di tipo politico o giuridico, né tanto meno ideologiche, funzioni separate dal controllo della comunità, esercitato nelle assemblee collettive. Le comunità primitive ignorano gli antagonismi, i conflitti di interesse, le ineguaglianze nella posizione sociale, sebbene vi si dia la necessità di affidare, talvolta, particolari funzioni ad appropriati individui o gruppi, per l’assolvimento di compiti determinati.

Esse sono però sottomesse all’esterno a un antagonismo sovente mortale, che scoppia in scontri violenti con le altre unità ogniqualvolta la moltiplicazione degli umani rende insufficienti i frutti naturali della terra. Per la gran parte i vari tipi di comunismo primitivo non sono evoluti nella superiore forma secondaria, ma, come per la società inca, sono scomparsi o in seguito alla violenza di guerre e invasioni straniere, o davanti allo sviluppo economico della forma superiore, la quale li ha lasciati sopravvivere in lenta estinzione come per gli indiani di America.

La dissoluzione del comunismo primitivo il marxismo la indaga e descrive, non la giudica, con il metro di una non si sa quale morale. Riconosce che si iscrive in una oggettiva evoluzione della società. Le società di classe infatti annunciano un duplice risultato: 1) sviluppano le forze produttive per il soddisfacimento di più variati bisogni umani, 2) creano di fatto, prima che nelle nostre aspirazioni, le condizioni perché il comunismo e i suoi rapporti comunitari inglobino tutta l’umanità in una unica collettività che produce e ne gode.

Sarà la guerra, diventata piaga endemica dell’epoca infantile del genere umano, a distruggere il comunismo primitivo: le tribù vinte venivano semplicemente sterminate, in un ciclo senza storia. Nell’epoca di dissoluzione della forma primaria le tribù perdenti saranno invece sempre più spesso fatte schiave, relegate tra le condizioni inorganiche della riproduzione, come il bestiame. La fase finale del comunismo naturale vedrà, insieme ad un grandioso aumento delle forze produttive, rivolgimenti sociali di tale portata da imporre l’ampliamento della comunità naturale. Le unità originarie si federano e formano agglomerati più vasti, ma con relazioni meno strette al loro interno; l’ampliamento lascia sussistere le antiche famiglie solo quali unità di piccola produzione e di consumo; l’allargamento ha così prodotto un contrasto nei rapporti sociali e sprigionato una sfera particolare: le piccole unità produttive familiari, atomi che ne assicurano la sussistenza e che entreranno sempre più in contrasto con l’unità più ampia dell’organizzazione sociale, la forma sociale di produzione.

Il comunismo è assenza di proprietà

Per dare un quadro chiaro e sintetico di quella che oggi chiameremmo costituzione politica della società primitiva, utilizziamo sempre il prezioso testo del Maestro: «La costituzione gentilizia, con tutte le sue puerilità e con tutta la sua semplicità, è una costituzione meravigliosa! Senza soldati, gendarmi e poliziotti, senza nobili, re, luogotenenti, prefetti o giudici, senza prigioni, senza processi, tutto segue il suo corso regolare (...) Poveri e bisognosi non ve ne possono essere; l’amministrazione comunistica e la gens conoscono i loro obblighi verso i vecchi, gli ammalati e i minorati di guerra. Tutti sono uguali e liberi (...) anche le donne» (“L’Origine”).

La proprietà è in origine appropriazione da parte della comunità, non del singolo individuo o della famiglia, delle condizioni naturali della propria riproduzione (la terra, le acque, ecc.). A rigore il produttore esiste nel duplice modo di membro della comunità ed in rapporto alle condizioni materiali della produzione. La sua esistenza è possibile solo come membro della comunità. Di proprietà si può parlare solo quando inizia a dissolversi la comunità primitiva, prima non ha senso in quanto il produttore è tutt’uno con le condizioni oggettive della propria esistenza soggettiva. «Proprietà significa dunque, originariamente, nient’altro che il rapporto dell’uomo con le condizioni naturali della produzione in quanto gli appartengono, in quanto sono sue, e in quanto sono presupposte con la sua propria esistenza; il rapporto con esse in quanto presupposti naturali di sé stesso, i quali formano per così dire solo il prolungamento del suo corpo. Egli non ha, a rigore, un rapporto con le proprie condizioni di produzione; egli esiste bensì in duplice modo, soggettivamente in quanto uomo stesso, oggettivamente in queste condizioni naturali inorganiche della sua esistenza» (Marx, “Grundrisse”).

La proprietà (nel senso di appropriazione collettiva delle condizioni naturali dell’esistenza e del lavoro) è in origine mobile, perché l’uomo si impadronisce per prima cosa dei prodotti spontanei della terra, fra i quali figurano anche gli animali e particolarmente quelli addomesticabili.

Il problema degli aspetti “soprastrutturali” (con tutte le precauzioni del caso sull’uso di questo concetto relativamente ad un modo di produzione non diviso in classi) di alcune società particolari nel loro stadio iniziale è stato affrontato dal Partito nel lavoro apparso sul numero 257 del 1998 su “La famiglia nelle forme di produzione” dove, sulla scorta del testo di Engels su “L’Origine”, si analizzano queste problematiche relativamente alla gens Irochese, Greca, Romana e Germanica.

Dissoluzione della forma primaria

Riprendiamo a questo punto la lunga citazione tratta dal numero 216 di questo giornale per delineare a grandi tratti i caratteri generali della forma primaria nell’epoca della sua progressiva e violenta dissoluzione.

«Barbarie. 3) Stadio superiore. È caratterizzato dal cominciare a fondere il ferro greg­gio e dal passaggio alla civiltà per mezzo della scrittura alfabetica e con il suo uso per trascrizioni letterarie. Per quanto riguarda la produzione questo stadio fu il più ric­co di tutti gli altri precedenti messi insieme. Il fiore più alto dello stadio superiore della barbarie ci si offre con i poemi Omerici, principalmente la “Iliade”. Le principali e­re­dità che i Greci portarono dalla barbarie nella civiltà furono: strumenti di ferro note­vol­mente perfezionati, il mantice, il mulino a mano, la ruota del vasaio, la preparazione dell’olio e del vino, la costruzione di battelli con travi e tavole, e così via. E dalla des­crizione lasciata da Cesare e persino da Tacito dei germani, vediamo quale ricchezza di sviluppo della produzione comprenda in sé lo stadio superiore della barbarie».

La progressiva dissoluzione delle società di comunismo primitivo può essere seguita ottimamente studiando lo sviluppo delle forme di proprietà, di appropriazione delle condizioni del lavoro. All’inizio dei tempi i produttori vivevano un’esistenza contemporaneamente pratica e spirituale; è lo sviluppo delle società classiste che opera progressivamente la distinzione tra lavoro manuale e intellettuale, che, se da una parte contribuisce all’aumento delle forze di produzione, dall’altra abbruttisce i produttori e crea un ceto di intellettuali di professione che si riducono a semplici difensori dell’esistente modo di produzione: le idee dominanti diventano le idee della classe dominante. Con l’aumento delle forze produttive l’unità organica della comunità originaria, primitiva, si spezza; la latente divisione del lavoro, nata su presupposti per lo più di genere, fuoriesce dalla cerchia famigliare e invade la società comunistica.

Nasce così la proprietà. «La prima forma di proprietà è la proprietà tribale. Essa cor­risponde a quel grado non ancora sviluppato della produzione in cui un popolo vi­ve di caccia e di pesca, dell’allevamento del bestiame o al massimo dell’agricoltura. In quest’­ultimo caso è presupposta una grande massa di terreni incolti. In questa fase la di­vi­sione del lavoro è ancora pochissimo sviluppata e non è che un prolungamento del­la divisione naturale del lavoro nella famiglia» (“L’Ideologia Tedesca”).

Lentamente, tuttavia, il germe della proprietà privata, alimentato dal progressivo aumento delle forze di produzione, si inserisce come un cuneo negli antichi legami comunitari, portandoli prima all’apice del loro splendore, per poi disintegrarli con lo sviluppo dell’appropriazione privata ai danni della ripartizione comunistica della ricchezza. «Nella seconda forma tribale la proprietà resta comune a tutti, ma vi è una suddivisione temporanea delle condizioni del lavoro tra i gruppi familiari, e tra esse della terra da lavorare. La forma proprietà è in tutti, la forma possesso nei singoli, ma il legame non spezzato tra l’uomo e le condizioni del suo lavoro. La evoluzione è nel senso in cui si è evoluta la famiglia: a monogama, dal matrimonio di gruppo tra i membri dell’orda dei due sessi, alta forma anti-individualista delle “fratrìe” descritte dalla mano maestra di Engels» (“Le lotte di classi e di Stati nel mondo dei popoli non bianchi”).

La fine del comunismo primitivo è segnata nel mondo dell’Antica Grecia dalla nascita della monarchia e dell’oppressione di classe. «Mancava una istituzione che rendesse eterni non solo la nascente divisione della società in classi, ma anche il di­rit­to della classe dominante allo sfruttamento della classe non abbiente e il dominio di quel­la classe su questa. E questa istituzione venne. Fu inventato lo Stato» (“L’Origine”).

Accanto a questa divisione all’interno della comunità, si sviluppa una parallela divisione del lavoro tra comunità vicine. «Tribù di pastori si separarono dalla restante massa dei barbari: prima grande divisione sociale del lavoro. Le tribù di pastori producevano viveri non solo in maggiore quantità rispetto agli altri barbari, ma anche di diversa qualità. Queste tribù avevano, rispetto alle altre, non solo assai più latte, latticini e carne, ma anche pelli, lana, pelo caprino e filati e tessuti, che aumentavano con l’aumento della quantità della materia prima. Con ciò divenne, per la prima volta, possibile un regolare scambio».

A questo punto siamo giunti in piena fase di dissoluzione della forma primaria. L’accumulazione di produzione in eccedenza rispetto ai meri bisogni di sussistenza della comunità è tale che questo ammasso di ricchezza dev’essere almeno conservato, pena la decadenza della comunità a livelli di sviluppo inferiori, quando non l’estinzione dell’aggregazione stessa. Una parte della comunità deve quotidianamente essere dedita necessariamente alla produzione materiale immediata ed ora anche alla conservazione delle prime opere durature di carattere collettivo; per la prima e le seconde è d’obbligo la presenza di una discreta quantità di lavoratori; quando questi non possono essere trovati all’interno della cerchia familiare e tribale, allora li si reperisce andandoli a “saccheggiare” dalle altre comunità.

La forma primaria termina con lo sviluppo di tutte le relazioni sociali che andranno a svilupparsi nel corso delle seguenti società: divisione in classi, famiglia monogamica, Stato, proprietà privata delle condizioni del lavoro; alla rivoluzione proletaria toccherà avviare il processo che verrà a superare e distruggere il sistema unitario di tutte quelle relazioni. Corollario: qualsiasi formazione sociale che ne conservi anche soltanto una non può essere definita comunismo.

(Continua al prossimo numero)

 
 
 
 

 


Dall’Archivio della Sinistra

Presentazione

Il 29 marzo 1911 cadeva il governo Luzzatti. L’incarico per la formazione del nuovo governo fu affidato a Giolitti, il quale da buon stratega borghese aveva pensato di coinvolgere, e quindi neutralizzare, il partito socialista assegnando un importante ministero ad un suo deputato, Leonida Bissolati.

Era molto tempo ormai che la maggioranza del partito socialista, ripudiata, se non a parole nei fatti, la lotta di classe, faceva opera di avvicinamento a tutti gli interessi e alla morale borghese.

Il metodo era quello di riabilitare, pudicamente, alcuni uomini e, attraverso loro, le loro idee e la loro classe: basta iniziare con uno per aprire la strada a tutti. E nei tutti non poteva mancare Giovanni Giolitti, quel Giovanni Giolitti “il ministro della malavita” e che lo stesso Turati nel 1893 aveva definito “La triplice incarnazione di Tiburzi, ovvero, Tiburzi finto birro, finto politico e finto magistrato: episodi di brigantaggio in Italia dedicati all’on. comm. Giolitti, presidente del Consiglio dei Ministri”.

Di Giolitti se ne scoprirono ora, accanto ai “tratti effimeri” di delinquenza politica, i “tratti profondi” di fermezza liberale. Così in men che non si dica le colpe delle violenze e delle truffe elettorali cessarono di essere attribuite a lui, e furono scaricate sulle cricche locali del Mezzogiorno. Aggiornando il giudizio del partito nei confronti dei massimi rappresentanti del potere borghese, di fatto veniva radicalmente cambiato l’atteggiamento nei confronti della intera classe e del potere borghese.

Il partito socialista, nella sua direzione e nel suo gruppo parlamentare, era entrato a tutti gli effetti a far parte del regime borghese. Dunque, pensava Giolitti, perché non chiamare uno dei suoi rappresentanti ad assumersi le responsabilità di governo?

Leonida Bissolati, uno dei più prestigiosi rappresentanti del socialismo riformista, già era stato invitato dal presidente della Camera a far parte della commissione incaricata di redigere il messaggio al re per le feste del “Cinquantenario”. È vero che rifiutò e che il gruppo parlamentare approvò il suo rifiuto. È anche vero che, salite le scale del Quirinale e conferito con il re, rifiutò il ministero offertogli, ma è pur vero che, in questo caso, il gruppo parlamentare sarebbe stato d’accordo per la sua accettazione e fu pienamente d’accordo quando Bissolati, a nome del partito, dichiarò l’appoggio dei socialisti al governo Giolitti.

Il fatto venne giustificato dicendo che si trattava di un sacrificio che il partito era costretto a compiere per ottenere quelle riforme che Giolitti, nel suo programma di governo, aveva promesso e, soprattutto, il suffragio universale. Nella realtà si trattava solo di un quasi suffragio universale: le donne erano escluse ed i maschi che non avessero un certo reddito, non avessero la licenza elementare e non avessero prestato il servizio militare, anziché a 21 anni avrebbero votato a 30.

Ma quello che conta è che il partito socialista con tale atto di sottomissione e dedizione alle istituzioni borghesi e monarchiche ribadiva il suo abbandono della lotta a favore della collaborazione di classe.

A proposito del suffragio semi-universale un giovane rivoluzionario romagnolo scriveva: «Bissolati non cavilla... tra riforme “largite” e riforme “strappate”. Sono questioni di forma e non di sostanza: purché le riforme vengano, non si bada a mezzi. Un machiavellismo da sensali, è infatti la caratteristica più saliente dell’attuale Gruppo parlamentare socialista. Ma fissiamo intanto la distinzione [...] poiché è di grande importanza. C’è una differenza abbastanza sensibile fra riforme “largite” e riforme “strappate”. Ed è questa: le prime non rappresentano alcun pericolo per la classe borghese e son prive di efficacia educativa, le ultime invece costituiscono una parziale erosione delle basi della società borghese. Le riforme largite sono un’elemosina, le riforme strappate sono una conquista! Ora, il suffragio quasi universale di Giolitti è una riforma largita, non certo strappata da quelle poche decine di comizietti deserti tenutisi qua e là nell’Alta Italia. E appunto perché trattasi di riforma largita [...] Giolitti non teme gli effetti del suffragio universale: egli sa a priori che tali effetti non saranno rivoluzionari, ma riformistici e nell’orbita delle attuali istituzioni. Giolitti sa che passato il primo periodo d’entusiasmo, il suffragio diverrà un semplice mezzo di lotta politica, attraverso la quale, non si giungerà certo, come opinava il Bissolati, alla Repubblica, al Socialismo, all’Anarchia. Se il suffragio universale conducesse veramente alla Rivoluzione noi dovremmo allora considerare Giolitti non come il più fedele e scaltro servitore che la Monarchia abbia avuto da un trentennio, ma come un pericolosissimo sovversivo. La riforma poteva avere un intimo valore socialista, s’essa fosse stata strappata, largita invece essa non è che un mezzo per riaffermare la potenza dello Stato allargandone le basi».

E, il giovane agitatore forlivese terminava il suo scritto constatando l’esistenza, all’interno del PSI, di due opposte concezioni circa il modo ed il valore delle riforme: «Quella delle riforme largite è pericolosa perché addormenta, quella delle riforme strappate mantiene vigile nel partito e nel proletariato il senso della conquista, ad un patto però: che le riforme non siano fine a se stesse, ma preparazione e allenamento a una profonda e radicale trasformazione dei rapporti economici, politici, giuridici che reggono la società borghese».

Però, come abbiamo detto, da parte del gruppo parlamentare e della stessa direzione del partito non ci fu opposizione ma adesione al comportamento di Bissolati. Una delle poche eccezioni fu rappresentata dall’on. Musatti che in un comizio, a Venezia, affermava: «Noi vogliamo rimanere fedeli ai nostri principi, alle dottrine che sempre abbiamo professato e diciamo: le frazioni intermedie devono decidersi: o col riformismo e quindi con la partecipazione al governo o con noi sul terreno della lotta di classe».

In una lettera indirizzata al gruppo parlamentare a firma di Musatti ed Agnini si legge: «Dopo le adunanze tenute ieri e oggi dal Gruppo socialista parlamentare, il più elementare dovere della coerenza c’impone l’obbligo di separarci dal Gruppo stesso, almeno fino al prossimo congresso di Modena [...] Noi non possiamo dividere le responsabilità di coloro che praticano la collaborazione di classe, appoggiando indirizzi di Governi borghesi e monarchici, conferendo ad essi le più efficaci energie [...] non possiamo infine dividere la responsabilità con coloro che si prestano all’astuzia dei governanti desiosi di screditare e infrangere l’organizzazione politica del proletariato, ogni sua energia fattiva. Rimaniamo fedeli a quella interpretazione della storia che prospetta nitido e irrimediabile l’antagonismo di interessi fra le classi sociali, che riconosce nella lotta di classe la leva di ogni progresso per la elevazione economica, morale ed intellettuale del proletariato [...] Consideriamo ancora l’azione parlamentare come funzione integratrice della lotta di classe e quindi azione limitata nei confini [...] della protesta, della critica, della pressione per benefici immediati, i quali non devono pregiudicare ogni altra attività del movimento socialista. Questo abbiamo voluto consacrato nel nostro ordine del giorno di ieri, respinto da tutti gli altri presenti».

Era forse esagerato il giudizio espresso dai due solitari deputati socialisti che decidevano di abbandonare il Gruppo parlamentare perché il rimanervi «sarebbe stata offesa alla sincerità ed alla dignità di socialisti»? Evidentemente no, se si pensa che lo stesso Giolitti nell’intervento parlamentare dell’8 aprile 1911 dava uno schiaffo ai deputati socialisti: «Io mi dolgo di una cosa sola: che l’onorevole Bissolati non abbia preso parte al governo. Io credo che tutti quelli che sono in questa Aula in certi momenti debbano assumere delle responsabilità; e trovo poi stranissimo, me lo consentano, che ci sia stato un allarme nel partito liberale perché una parte della Sinistra Estrema assumeva la responsabilità di Governo. È singolare che quando io, otto anni fa, mi rivolsi all’onorevole Turati nessuno trovò nulla a ridire. Sono passati otto anni, il paese ha camminato innanzi, il partito socialista ha moderato assai il suo programma. Carlo Marx è stato mandato in soffitta». A queste parole il gruppo socialista non si scosse, non replicò, incassò la meritata lezione.

Era verissimo, i dirigenti del partito socialista già da tempo avevano messo Marx in soffitta, tra le cose inservibili ed in attesa di disfarsene completamente. E “La Soffitta” fu il nome che la Frazione rivoluzionaria intransigente del partito socialista volle dare al suo organo di stampa che vedeva la luce il 1° Maggio 1911.

La Frazione rivoluzionaria intransigente, anche attraverso il bimensile “La Soffitta”, intraprese una lotta accanita contro le degenerazioni del riformismo con lo scopo di liberare il partito dai rinnegatori della lotta di classe assertori della collaborazione e partecipazione ministeriale.

La scadenza del congresso di Modena era troppo ravvicinata al “caso Bissolati” ed alla guerra di Libia perché la frazione rivoluzionaria potesse riuscire vittoriosa. Ma, se non prevalse, poiché la guida del partito rimase sempre in mano ai riformisti, ottenne tuttavia una vittoria morale: negli ultimi tre congressi le adesioni erano così aumentate: a Firenze 5.284; a Milano 5.928; a Modena 8.634.

Anche se la conta dei voti ha sempre un valore parziale non le possiamo negare un certo significato: i risultati scaturiti dal congresso di Modena furono i seguenti:
- a favore del “ministerialismo”, ossia per la partecipazione di socialisti al governo, sull’o.d.g. Basile 1.956 voti;
- contro il “ministerialismo”, sugli odg Treves, Pescetti, Modigliani, Lerda 19.161 voti;
- a favore del “ministeriabilismo”, ossia per l’appoggio sistematico ad un indirizzo di governo 9.365 voti tra turatiani e bissolatiani
- contro anche il “ministeriabilismo” 11.752 voti tra riformisti di sinistra, integralisti e rivoluzionari.

Per quanto questi risultati siano spuri perché frutto di convergenze occasionali tra correnti tra loro inconciliabili, rimane un dato di fatto, che il congresso di Modena sconfessò tutto l’indirizzo fino ad allora seguito dal gruppo parlamentare socialista e dalla direzione del partito.

La vittoria della corrente rivoluzionaria avverrà l’anno successivo al famoso congresso di Reggio Emilia. I compagni che vogliano approfondire questo argomento non hanno che da rileggersi i precedenti lavori di partito apparsi su questa stessa rivista.

I manifesti ed articoli che di seguito ripubblichiamo sono tratti, appunto, dal quindicinale “La Soffitta”. In questi documenti sono rintracciabili tutti i caratteri tipici e le posizioni che caratterizzano l’attuale nostro movimento.

Poiché una delle nostre caratteristiche distintive è la negazione dell’individuo non ci preoccupa minimamente quale strada successivamente imboccarono gli estensori.

Al primo, apparso sul n. 1 del periodico datato 1° Maggio 1911, crediamo non ci sia bisogno di alcun commento.

Del secondo, un Manifesto della frazione rivoluzionaria “Contro l’avventura di Tripoli”, è il caso di ricordare l’atteggiamento assunto dall’“Avanti!”. Il direttore de “La Soffitta” ne chiese la pubblicazione, lasciando ovviamente libero l’organo del partito di accompagnarlo con un suo commento. L’”Avanti!” non pubblicò il documento, ma pubblicò il commento. A seguito dell’insistenza da parte della Frazione, l’”Avanti!” si decise a stamparlo, ma lo stampò mutilato, censurando tutti i riferimenti scomodi ai socialisti riformisti e al gruppo parlamentare. E soprattutto soppresse la parte finale del documento contenente un saluto e monito ai soldati in partenza per la Libia. Riguardo alla censura nel partito “La Soffitta” faceva il seguente commento: «Che il partito nostro abbia ormai delle spiccate tendenze governative non lo dubitavamo [...] E sta bene. Ma, per carità, lasciateci almeno sperare che il vostro governo sarà un po’ liberale e non ristabilerà la censura. I sintomi sono molto inquietanti».

Riguardo alla repressione dei lavoratori di Piombino, accennata nel documento, ricordiamo che si trattò di una lotta durissima segnata da mesi di scioperi, serrate padronali e durissime repressioni. Soprattutto sono da ricordare gli episodi di generosa solidarietà proletaria, con sottoscrizioni, invio di viveri e l’accoglimento dei “figli dei serrati” presso famiglie proletarie di molte parti d’Italia.

Il bello e vibrante articolo di Costantino Lazzari metteva il dito sulla piaga del triplice tradimento compiuto da direzione del partito, gruppo parlamentare e Confederazione generale del lavoro.

L’ultimo documento (il Manifesto lanciato in occasione del 1° Maggio 1912) tira il bilancio di un anno di vita della Frazione; dalla lotta contro il revisionismo per scongiurare la definitiva rovina del partito, al comportamento intransigente tenuto al congresso di Modena, alla battaglia antimilitarista e contro la guerra di Libia, alla preparazione per dare battaglia, e vincere, al prossimo congresso di Reggio Emilia.

A Modena, riteniamo importante notare, la frazione rivoluzionaria-intransigente avrebbe anche potuto risultare vincitrice, al prezzo però di barattare l’esito genuino della prima votazione con l’ibridismo di un ballottaggio. Il motivo della decisione venne così chiarito: «I socialisti intransigenti hanno deliberato di astenersi dalla votazione di ballottaggio considerando che la votazione di ieri sera ha dimostrato essere la grande maggioranza del partito decisamente avversa al ministeriabilismo ed alla partecipazione dei socialisti al potere. E siccome gli intransigenti domandavano in questo congresso al partito la sconfessione recisa appunto del ministerialismo e del ministeriabilismo essi ritengono di avere vittoriosamente raggiunto il loro scopo onde si sentono dispensati dal partecipare ad ulteriori votazioni».


AI SOCIALISTI E AI LAVORATORI D’ITALIA
(“La Soffitta”, n. 1, 1° Maggio 1911)

Compagni,

questo Primo Maggio sorprende il Partito Socialista nei travagli di una profonda crisi risolutrice, le cui conseguenze, però, non potranno impedire e neppure ritardare il fatale divenire del socialismo. Noi lo vedremo superare le varie compressioni reazionarie della borghesia, e lo vedremo aver ragione degli errori e delle deviazioni dei socialisti riformisti, i quali si illudono di attuare il socialismo, ossia la fine del dominio borghese, con la graziosa collaborazione della borghesia medesima!

Noi vogliamo, quest’anno, consacrare il Primo Maggio alla riaffermazione energica della finalità socialista e della lotta di classe e richiamare ad essa la coscienza vigile e diritta dei lavoratori italiani.

La conquista delle riforme immediate, che i socialisti considerarono sempre una delle vie del socialismo, è diventa per i riformisti addirittura la meta definitiva del movimento proletario.

Essi sono andati anche più in là con le loro funeste deviazioni dalla strada maestra del socialismo: approvando ed incoraggiando la partecipazione dell’on. Bissolati al governo monarchico e borghese, hanno rinunziato agli infingimenti ed alle tergiversazioni con cui ingannarono il Partito nei recenti congressi, e si sono dimostrati pronti a diventare essi stessi strumenti del regime che con noi combatterono fino a ieri e che è l’organizzazione degl’interessi conservatori della borghesia!

Noi pensiamo che fin da ora il Partito, per il futuro congresso di Modena, debba prepararsi a reagire alla loro illusione, secondo la quale una maggioranza parlamentare, espressa dai ceti della borghesia, in uno stato presidiato dalla monarchia nei suoi privilegi e assicurato dalle funzioni conservatrici del Senato contro ogni possibile e seria direttiva democratica di governo, possa operare per il socialismo e per i lavoratori. In questa situazione essi saranno i collaboratori principali di un regime diretto ad assorbire e a dissolvere le energie proletarie ed a corrompere la politica del Partito socialista.

I riformisti hanno già dovuto pagare una gravosa tassa d’ingresso in questa situazione, diventando gli apologisti di Giolitti al quale fino a ieri imputavano le peggiori immoralità di governo. Domani approveranno gli enormi aumenti, già preparati, delle spese militari; in seguito si assumeranno la responsabilità degli eccidii dei nostri compagni e dei nostri fratelli di lavoro, e forse ripeteranno che la funesta corruzione della vita pubblica nell’Italia Meridionale, alimentata e diffusa dalla onnipotenza dei prefetti e dei deputati ministeriali, è un malanno puramente locale, di cui non è responsabile il governo!

Compagni, lavoratori!

Noi ci affrettiamo a separare nettamente ed energicamente, di fronte al proletariato italiano, la nostra responsabilità da quella assai grave, che i riformisti si sono assunti; e sebbene questi abbiano ancora, con la tessera, il documento dei loro vincoli con il Par­tito, affermiamo che essi sono ormai estranei ed avversi a ciò che del Partito socia­li­sta è la essenziale ragione di essere: la funzione antiborghese, la emancipazione dei la­voratori dall’oppressione politica e dallo sfruttamento economico della classe padronale.

Invano essi verranno in questo Primo Maggio fra voi a promettervi che vi rende­ran­no liberi e felici con le leggi che compileranno in Parlamento insieme alla maggioranza dei deputati borghesi: rispondete loro che da oltre un secolo la borghesia ha procla­ma­to nei suoi codici che i lavoratori hanno diritti eguali a quelli di ogni altro ceto di cit­ta­di­ni; ma questa eguaglianza continua a risolversi in pratica in una menzogna, perché non saranno mai politicamente liberi coloro che, come voi, sono economicamente servi.

Invano i riformisti vi garentiranno le sincere intenzioni democratiche della monarchia, per giustificare la loro dedizione al governo: rispondete loro che nella stessa Francia repubblicana, i socialisti hanno dovuto presto pentirsi di questi fiduciosi esperimenti e che quelli, i quali andarono al governo, divennero avversari dello stesso Partito socialista e del movimento proletario, d’onde provenivano.

E non vi lasciate adescare dalla prospettiva dei benefici immediati, per i quali si vuole la vostra rinuncia alla emancipazione sociale del proletariato.

Rimanere fedele agli ideali del Partito socialista significa rinunziare al comodo e fruttuoso idillio politico e parlamentare con la borghesia e importa continuare più che mai la lotta dura e penosa contro di essa; ma significa anche rimanere padroni sicuri dell’avvenire, vivere nel quotidiano divenire del compito storico assegnato al proletariato, sicuri di vedere gli illusi riformisti di oggi delusi nel loro vano tentativo di usare le forze politiche e parlamentari della borghesia contro i vitali interessi borghesi.

Noi confidiamo che quei socialisti, i quali andranno al governo, non vi andranno mai in nome vostro e col vostro consentimento. Tuttavia, questo è certo: il Socialismo sopravviverà alle deviazioni ed agli oblii dei suoi stessi assertori e ricercherà vittoriosamente le vie del cuore dei dodici milioni di lavoratori italiani ancora assenti al nostro movimento e inconsapevoli del loro destino, oppressi o sfruttati dalla borghesia e negletti da noi.

Essi scenderanno dalla soffitta nella piazza suscitati dal nostro ideale alla inconsapevolezza operosa del loro diritto; e, rinvigorendo la irrevocabile riscossa del proletariato, marceranno sulle traccie di luce della verità socialista, che non morirà finché singhiozzeranno sui solchi e nelle officine i dolori dell’asservito lavoro umano.

Il Comitato Centrale della Frazione Rivoluzionaria Intransigente del P.S.I.


CONTRO L’AVVENTURA DI TRIPOLI
Il nostro manifesto
(“La Soffitta”, 1 ottobre 1911)

Compagni,

Nell’ora che volge irta di pericoli, insidiosa per improvvisi vaneggiamenti e per in­caute debolezze, noi manteniamo intero e vivo il senso e il concetto del nostro dovere.

La borghesia franco-tedesca ha finalmente sistemate le sue faccende al Marocco e, di conseguenza, ha consentito all’Italia borghese di raccogliere le briciole al banchetto della depredazione e di muovere alla conquista di Tripoli.

L’Italia borghese, che da un pezzo andava convinta della docile fedeltà dei parlamentari del riformismo nostrano, s’è fatta animo e s’è decisa alla sua brava spedizione militare.

Il neo nazionalismo italiano, che inutilmente schiamazzava ieri plaudendo – per spi­rito di rappresaglia – alla venuta dello Zar in Italia e inutilmente ancor oggi intro­na­va le orecchie di tutti su Tripoli e la Cirenaica, s’è pur esso d’un tratto riscosso alla sua improvvisa fortuna. Ed il militarismo – dopo aver fatto i suoi calcoli – ha pensato che forse è venuta l’ora della gloria dovendo combattere per mare contro una nazione senza flotta.

Il nuovo nazionalismo, petulante e fanciullesco, irredentista o tripolino secondo il vento che spira, ed il militarismo, piagato ancora dal disastro di Adua, mentre foggiano i loro ideali sulle necessità della borghesia – di cui sono a un tempo emanazione e sostegno – sono pronti allo sforzo eroico.

Dovrà dunque oggi il proletariato – dimentico di sé stesso, dei suoi bisogni, delle sue lotte e delle sue aspirazioni – non levare la voce di protesta contro l’impresa di Tripoli, che è l’ultimo coronamento di una sequela di prepotente imposizione capitalistica, fusa in mirabile accordo internazionale, la quale blandamente cominciando si risolve poi in un dispendio di energie, di valori e di sangue proletario?

Noi sappiamo e sentiamo il frastuono e il clamore di tutti gli interessati a simile im­presa. Essi assordano l’aria delle loro maravigliose opere. Ma l’ubriacatura nazio­na­li­sti­ca, militaristica e guerrafondaia non ci trascina, come non ci travolge nella confu­sio­ne il tentativo di quel riformismo, che ancora si vanta socialista e che riteniamo sia sta­to uno dei maggiori responsabili, sia pure incosciente, della attuale spedizione militaresca.

Sono essi infatti – i maggiori assertori di codesto riformismo – quei che han tenuto a battesimo e han rinsaldato, con successivi e instancabili compromessi parlamentari, i ministeri borghesi di ogni specie e quello stesso che oggi furbescamente manda l’Italia a Tripoli.

E non son certo essi – i maggiori assertori di codesto riformismo – che possono impaurire la Reggia, di cui appena ieri salirono le scale per diventarne ministri.

Contro la occupazione di Tripoli – le cui conseguenze sono ignote a tutti i suoi fautori – meno che agli speculatori di ogni guerra, meno che agli istinti rapaci e depredatori della classe borghese – solo il socialismo non degenere, non viziato, non compresso dalle arti governative nella direttiva della propria coscienza può sollevarsi per dire – con schietta e non ambigua parola – al proletariato d’Italia:

«Ogni conquista coloniale, e così la conquista di Tripoli, non è che un rafforzamento di idee, concetti, energie ed interessi che sono in irreducibile contrasto con idee, concetti, energie ed interessi del proletariato.

«Ogni conquista coloniale, e così la conquista di Tripoli, non è che lo sperpero di nuovo denaro, sottratto al normale sviluppo delle condizioni sociali del proprio paese; è l’inorgoglimento di un nazionalismo fatto di spavalderia provocatrice; è il continuo pericolo di altre imprese dilapidatrici del pubblico denaro; è lo sciagurato sperpero di sangue e di vite proletarie; è la prepotenza soffocatrice d’un militarismo, che – pesando dispoticamente sulle spese dei bilanci – trova poi i suoi alleati più fedeli e le sue scorte più sicure nelle forze reazionarie e clericali.

«Tutto ciò il socialismo non può arrestare in un attimo, non può impedire in un giorno, non può respingere per opportunismo.

«Tutto ciò efficacemente e vittoriosamente si combatte rimanendo sempre nella propria direttiva politica e non dimenticando che l’esercito che la borghesia invia alle conquiste coloniali è quel medesimo esercito – composto di figli proletari – di cui la borghesia si serve nelle lotte fra capitale e lavoro, come anche ieri a Piombino».

Compagni,

noi che nella nuova avventura africana in cui l’Italia si caccia vediamo un risvegliarsi di propositi e mire guerrafondaie e una conseguente minaccia di più esperta e pericolosa reazione, ci uniamo a tutte quelle manifestazioni che il proletariato vorrà fare a tutela dei propri interessi e a dimostrazione del fatale antagonismo fra esso e la borghesia. Ci uniamo non per l’opportunismo di un’ora, ma col fermo convincimento di rispondere agli scopi delle nostre più alte e più care idealità.

E ai marinai ed ai soldati, che salpano per la oscura impresa, lanciamo il grido della solidarietà proletaria: abbasso la guerra; Viva il Socialismo; Viva l’Internazionale dei lavoratori.

Il Comitato Centrale della Rrazione Intransigente Rivoluzionaria del P.S.I.


LE LEZIONI DELLA STORIA
(“La Soffitta”, 8 ottobre 1911)

Il regime monarchico-cattolico della borghesia italiana ha dichiarato guerra alla Turchia,
- i socialisti ben pensanti la chiamano una follia coloniale, mentre non è che un fatto inevitabile nello sviluppo della civiltà capitalista ed un calcolo premeditato ed interessato della classe dominante, la quale estende così la cerchia del proprio dominio e del proprio sfruttamento;
- quei lavoratori che hanno voluto hanno fatto il loro bravo e limitato sciopero generale senza troppi disturbi, secondo il parere dei bempensanti – quelli che hanno disturbato l’ordine costituito sono stati regolarmente ammazzati e nessuno se n’è commosso più che tanto;
- il re aggiungerà una perla in più alla sua corona e il papa una gloria in più alla sua chiesa e così tutti restano soddisfatti.

Questa è la nazione ideale per la borghesia e Giolitti può fregarsi allegramente le mani in nome della libertà: liberi gli uni di fare sciopero, liberi gli altri di fare la guerra e la baracca va avanti benone con gli interessi della proprietà e del capitale. Noi classe lavoratrice italiana ne pagheremo le spese, ma ciò non conta per adesso.

È per raggiungere un simile ideale che noi proletari siamo diventati socialisti?

Questa è la domanda che ci dobbiamo rivolgere e questo è l’aspro giudizio che dobbiamo fare delle azioni passate e delle azioni presenti che si sono compiute a nostro danno da coloro che comandano nel nostro movimento.

L’Avanti! si scandalizza perché noi facciamo colpa al riformismo di quanto è successo, ma io ho sentito al comizio di Imola il deputato Graziadei confessare pubblicamente che i deputati socialisti hanno colpa di aver contribuito a dar forza al Governo presente, il quale ha potuto così impunemente preparare e compiere l’iniqua impresa di Tripoli – il ministro del tesoro che non ha denaro per i lavori urgenti ed utili ha dichiarato che può far fronte regolarmente ai bisogni di questa guerra.

Ne verrà danno alla nostra causa per il risveglio del fervore bellicoso e patriottico, ne andranno travolti per un pezzo i sapienti raggiri delle commedie parlamentari con le quali venne soffocato il nostro spirito e dimenticate le nostre aspirazioni, ma la borghesia farà i propri affari, anzi ha già cominciato a farli: appena fatta la dichiarazione di guerra, la Banca d’Italia ha aumentato lo sconto del 1/2 per cento, che è quanto dire se la vita economica della nazione avrà bisogno di danaro, lo pagherà 1/2 per cento di più ai detentori del capitale che lo hanno accumulato sfruttando il lavoro della nazione e così sono milioni e milioni già accaparrati al profitto capitalista, che noi pagheremo, si sa, sul nostro alloggio, sull’aumento insomma delle difficoltà della vita in generale. Salvo a opera compiuta, di fare qualche grosso boccone finanziario, come quello mangiato nel 1896 dopo la famigerata guerra di Abissinia, cioè il partito di 140 milioni emesso col premio del 3 per cento e coll’interesse garantito e immutabile del 4 e mezzo. Purché non capiti qualche gran disastro a mandare a rotoli i calcoli sapienti dei Gabinetti e a spargere dolori e lagrime in tutta la nazione!

Se la politica socialista che si fa da 10 anni in qua, invece di secondare e favorire tutte le combinazioni e trasformazioni ministeriali, avesse compiuto sempre la sua funzione di corrosione e di lotta contro tutto il meccanismo [una riga illeggibile] trascinare la nazione nella sinistra avventura e noi non avremmo sulla coscienza il rimorso di avervi contribuito, come lo ha confessato appunto il deputato di Imola.

La Confederazione del lavoro, cioè i suoi padroni, intendiamoci bene, annuncia pub­blicamente di essere rimasta soddisfatta dell’educato sciopero generale che essa ha per­messo ed autorizzato – per quella gente non c’è un palpito né un sentimento per i mor­ti e i feriti di Langhirano, di Nonantola, di Forlì, ecc. che hanno iniziato in patria i lutti che si preparano per il nemico – come se lo scopo dello sciopero generale dovesse essere quello di soddisfare l’ambizione di comando e lo spirito imbelle di cui ha sem­pre dato prova questa che dovrebbe essere la nostra maggiore organizzazione di lotta anticapitalista. Sicuro, dopo che per 17 anni essi, dal 1904 in poi coi loro compari del par­tito socialista, hanno lavorato a screditare, deridere, calunniare l’arma possente e in­vin­cibile dello sciopero generale con la quale la classe lavoratrice può rompere ed impe­di­re le inique imprese della borghesia, è già tanto che si sia potuto fare la piccola parata, già diventata drammatica, dello sciopero di 24 ore, senza il concorso dei lavoratori dei pubblici servizi. Ma non è per uno sciopero generale platonico, senza scopo, senza ri­sultato che noi proletari teniamo in piedi, con tanti sacrifici, le nostre organizzazioni!

E allora è contro la mancanza di anima in questi abili e sapienti raggiratori di ogni movimento di riscossa, che noi dobbiamo rivolgerci per domandare conto ad essi dell’indegno giuoco al quale si sono prestati colla inetta deliberazione di Bologna. Meglio sarebbe stata l’aperta confessione della debolezza ed incapacità nei lavoratori italiani organizzati di fare uno sciopero generale vero e proprio, dopo che per tanti anni dello sciopero generale si è sempre parlato male e dopo che si è impedita o distrutta l’unità della organizzazione, che non bandire il principio di uno sciopero generale da eunuchi, per compiacere la situazione parlamentare dei vari Bissolati, Turati, e Treves che imperano sul socialismo italiano.

Ma a colmare la misura di queste lezioni storiche per insegnare ai proletari italiani la via che dovrebbero percorrere con fermezza e con serietà, ecco che sono venuti i dottrinari Labriola e Orano, usciti dalle file del socialismo militante per ascoltare egoisticamente solo la voce del loro spirito dotto e teorico, e i deputati pratici, Podrecca, Cabrini, De Felice, Trapanese, e i diversi avvocati Bonavita, spregiatori di ogni disciplina che non si combini col loro pensiero individuale, a professarsi favorevoli alla impresa di Tripoli, in nome di immaginari interessi proletari che nel fatto sono semplicemente interessi borghesi.

Che rovina, che bancarotta per tutto questo mondo che si è abbarbicato attorno al nostro movimento semplicemente per le sue doti di sapienza, di abilità, di astrazioni e non per il bisogno vivo e reale di preparare la propria emancipazione!

E allora? Allora torniamo da capo.

Dalle dure lezioni che ci ha dato la storia di questi giorni, impariamo a seguire non l’influenza o il barbaglio delle qualità personali dell’uno o dell’altro, ma la voce dei principi per i quali le nostre aspirazioni sono diventate anche in Italia un fatto concreto, e dall’accordo normale e sincero per diffonderli e professarli, ne scaturirà quel metodo di intransigenza nell’azione di tutti che non desta cupidigie né illusioni, che elimina ogni parassitismo in buona o mala fede, ma prepara immancabilmente le forze per le future vittorie della nostra causa.

Costantino Lazzari


Per il Primo Maggio e Contro la Guerra
IL NOSTRO MANIFESTO
(“La Soffitta”, 1 maggio 1912)

Compagni!

Trascorso è ormai un anno da che, ricostituita saldamente la nostra frazione, lanciavamo ai compagni e ai lavoratori d’Italia, nel primo numero del nostro organo di battaglia “La Soffitta”, il grido ammonitore per la salvezza del nostro Partito, sconvolto ormai dalle deviazioni riformiste e da una serie di errori l’uno all’altro concatenatisi, con sofistica pertinacia, per adattarne le direttive alla necessità di una fallace collaborazione democratica.

Traverso le nostre vivaci polemiche, noi riordinammo le file scompigliate del partito, amareggiato e depresso nelle disorientazioni del suo pensiero e di ogni sua azione; e queste file noi riadducemmo, consapevoli della loro forza, dei loro metodi e delle loro vere finalità al Congresso di Modena. Qui, se non riuscimmo a trionfare, demmo però la migliore e più salda prova ad avversari interni che null’altro ci aveva guidato che la sincerità del proposito di volere affrontare le nuove orientazioni politiche del riformismo, con chiarezza di idee e con coraggio di logiche soluzioni.

Questo nostro sforzo tanto rispondeva alle necessità impellenti della vitalità del nostro partito che – mentre noi raccoglievamo, soli contro tutti gli altri, in un primo scrutinio il maggior numero di voti – circa 9000 – e non barattavamo poi l’esito genuino di quella prima votazione con il confusionismo di un ballottaggio che forse ci avrebbe fatto arridere la vittoria – esso fu bene appreso da tutti i compagni.

Da allora, infatti, imperversando sul paese la follia nazionalista nella dissennata guerra per la impresa di Tripoli – mentre il riformismo sempre più manifestava il suo nuovo pensiero di adattamento ad una concezione democratica, che presta la sua base alla conservazione dell’assetto monarchico-borghese – tutto il Partito sentì prepotente il bisogno di ritornare alle sue vere vie, alla sue vera propaganda, alla sua disciplina, tanto che, se una parte del riformismo accentuava il suo distacco dai metodi del Partito stesso, cogliendo l’occasione di nuove e cortigiane ascese al Quirinale, altri provvedeva a sanare l’interna discordia fra il proprio pensiero attuale e il pensiero realmente socialista distaccandosi, con palese atteggiamento, dalle file nostre.

Questo lento, faticoso, incessante lavorio di riorganamento della vita, del pensiero e dell’azione socialista, noi abbiamo la consapevolezza e l’orgoglio di aver suscitato ed affrettato con la nostra opera perseverante ma serena e spoglia di ogni acrimonia.

È per questo che, mentre la nazione, invasata da uno spavaldo e fanfaronesco orgoglio guerrafondaio, intona tutti i suoi inni per una impresa coloniale che ci ha trascinasti in una guerra, di cui nessuno sa quale sarà la fine; e mentre la borghesia, in nome della guerra, si affratella in un grande connubio radico-clericale e pensa così di aver per sempre soffocato il grido delle masse proletarie, che nel socialismo trovano la espressione politica delle loro voci e la difesa dei loro diritti, è per questo che noi sentiamo rinvigorite, pur nella solitudine del momento, tutte le speranze del Partito

Fatti più avveduti dalle nostre stesse esperienze, rimessi, a cagion della guerra, al confronto con le due ineluttabili realtà che si frappongono fra il pensiero e la direttiva borghese e il pensiero e la direttiva proletaria, tra la concezione borghese e quella socialista – oggi – dopo gli smarrimenti, i tentennamenti, le indecisioni, gli errori, molti dei quali sono ormai al limite discendente della loro parabola – noi sentiamo di potere con fiducia guardare ai futuri eventi, sia che pensiamo ad avviarci al prossimo Congresso di Reggio Emilia nel giugno [il congresso si terrà a luglio, n.d.r.], sia che attendiamo il maturarsi imminente di avvenimenti che al nostro Partito ridaranno quella schietta e sicura fisionomia, che lo fece un tempo temuto ed invidiato per le sue vigorose battaglie.

Compagni! Lavoratori!

In questo primo maggio – assertore delle rivendicazioni proletarie – l’opera nostra, che i governi borghesi confinano nella soffitta, riesce animosa nelle piazze e dispiega le sue bandiere per gittare contro la borghesia – riaccesa furiosa in impeto di reazione ogni qualvolta il senso socialista della nostra propaganda e delle nostre idee si affermi fra le masse per gittare al nazionalismo il grido di: abbasso la guerra, e alla coscienza proletaria – affratellata nel dolore dei campi e delle officine – il grido della sua solidarietà e della sua redenzione:

Viva l’Internazionale dei lavoratori!

Il Comitato Centrale della Frazione Rivoluzionaria-Intransigente del PSI