Partito Comunista Internazionale Indice - numero precedente - successivo
"COMUNISMO" n. 87 - Dicembre 2019 Anno XLI
È il capitalismo insostenibile
Il PCd’I e la guerra civile in Italia negli anni del primo dopoguerra (VI - continua dal numero scorso) - Gli arditi del popolo: Sottrarre forze al partito comunista - Tre difensive del regime borghese, Socialdemocrazia-Arditismo antifascista-Fascismo - Occulte originio ed inspiegate - La necessaria struttura e disciplina indipendente del partito - Una nuova manovra della borghesia italiana - Gravi cedimenti ordinovisti - Un chiaro indirizzo per l’inquadramento comunista - Misera fine altrettanto oscura - La basilare disciplina comunista
Il marxismo e la questione militare - La Prima Guerra mondiale - (continua dal numero scorso - Indice del lavoro). Da Caporetto a Vittorio Veneto [RG 129 ]: 13. La rotta dell’esercito italiano - 14. La Battaglia di arresto - 15. L’offensiva del giugno 1918 - 16. Contrattacco italiano e dissoluzione dell’esercito austriaco
– Ricapitolando sulla Questione Cinese (II): Le campagne cinesi - Contradittorio sviluppo del capitalismo in Cina - La classe operaia cinese - La prospettiva marxista nelle Tesi dell’Internazionale Comunista
– Lo sviluppo del capitalismo e della lotta di classe in Israele e nei territori occupati (II) - Il formarsi della classe operaia: Premessa - In Cisgiordania e a Gaza - In Israele e negli insediamenti ebraici - La questione palestinese - Sindacati e scioperi in Israele - Fascismo imperante - La lotta operaia in Cisgiordania - I fondamentalismi religiosi - La lotta di classe a Gaza - La lunga via verso la rivoluzione - Un problema immediato e concreto
Il capitalismo e la scuola negli Stati Uniti - “Costa troppo!”: Un po’ di storia - La situazione dei lavoratori della scuola oggi
Dall’Archivio della Sinistra:
   - Presentazione
     - Il programma fascista,
("Il Comunista", 27 novembre 1921)
     - Il Partito Comunista e il movimento romano,
("Il Comunista", 15 novembre 1921)

 

 

 

  


È il capitalismo insostenibile

Etichettata come una “svolta”, ha avuto risalto sulla stampa internazionale, instancabile megafono di propaganda del capitale, un Manifesto redatto da circa 200 top manager che pretenderebbero “modificare la natura del capitalismo”. Secondo questi generosi magnati, per troppo tempo lo scopo di vita del Capitale, il Profitto, avrebbe portato vantaggi esclusivamente ai pochi azionisti trascurando i milioni di dipendenti e di consumatori. Si impegneranno quindi a far sì che in futuro il capitalismo, che oggi impera in ogni angolo della Terra, sia più attento ai meno fortunati e ai problemi ambientali e alla redistribuzione della ricchezza. Insomma un capitalismo più umano e inclusivo, diverso da quello odierno. Da rimpiangere la sincera brutalità di Milton Friedman, della “scuola di Chicago”, che dichiarava: «le aziende hanno una e una sola responsabilità: rendere massimi i profitti».

Questi miliardari, esponenti di una società morente e malata, sono quelli che hanno qualche interesse ad appoggiare in Usa il Partito Democratico, ma recitano un copione assai utile alla borghesia di tutti i paesi. Lo scopo è alimentare l’illusione nella classe salariata che possa domani esistere un capitalismo eticamente diverso, che il sistema possa cambiare rotta sospinto dalle idee e dalla volontà dei potenti ed illuminati maggiori suoi amministratori. Ovviamente il Manifesto si scorda di dire come raggiungere questo risultato.

In realtà la disparità fra le classi va aumentando velocemente. Il rapporto tra la paga di un dirigente è ormai 254 volte quella dei suoi dipendenti, una forbice inoltre in crescita. Nella Manpower per esempio, un’azienda che fornisce lavoro temporaneo e sottopagato, il gran capo nel 2018 ha guadagnato oltre 2.500 volte la media dei dipendenti. Una manciata di grandi capitalisti si accaparra il pluslavoro di miliardi di proletari concentrando, del tutto democraticamente, un assoluto potere politico sul mondo, decidendo della pace e della guerra. Un arbitrio tiranno mai prima conosciuto. Una dittatura spietata, per loro tramite, del Capitale.

Per contro il comunismo non muove dall’invidia per i ricconi, borghesi che disprezza e deride, non chiede la redistribuzione della ricchezza, nel sogno reazionario di una società di micro-proprietari e micro-produttori, ma la radicale distruzione rivoluzionaria della forma di capitale dei mezzi di produzione e quella di merci dei beni prodotti. Fin dai tempi di Marx infatti abbiamo scientificamente demolito i fautori di un capitalismo egualitario. O sostenibile va di moda dire oggi. Il capitalismo non è e sarà sempre meno, per sua natura, sostenibile.

Invece per i borghesi il problema non è nel capitalismo in quanto tale e nelle sue ineluttabili leggi, ma nei suoi eccessi; che sarebbero eliminabili: la miseria e l’insicurezza per miliardi di uomini, la sistematica distruzione della vita sul pianeta. Il comunismo rivoluzionario sostiene che il Capitale ha una sola morale: il tasso del profitto. Sfamare gli uomini in questo non rientra. Pensare ad un capitalismo diverso è una demente o maligna utopia, una contraddizione economica.

Per altro, il capitale non ubbidisce alla volontà dei grandi della terra, ma è vero il contrario. E tanto meno a quella di quei riformatori che vorrebbero l’appoggio degli operai. Il mercato, per quando equo e solidale, è ormai sempre disumano e distruttivo. Le leggi del capitalismo, che non sono imposte da singoli e malvagi capitalisti, e nemmeno possono essere cancellate da altri individui, sono il frutto di un processo che la società umana ha sviluppato nella storia delle sue complesse trasformazioni. È il capitalismo a generare il capitalista e non l’inverso. L’egoismo che trasuda in questa società non risiede nella arroganza e prepotenza di singoli ma nella sua natura.

Il capitalismo, l’ultimo dei modi di produzione della storia umana, ha da tempo esaurito la sua funzione e spinta rivoluzionaria rispetto ai precedenti rapporti sociali. Oggi è un sistema reazionario, superato dalla storia che solo cerca con ogni mezzo di sopravvivere. Nulla può dare alla stragrande maggioranza della popolazione del pianeta se non insicurezza, sacrifici, miseria, distruzione e morte.

Fanno parte di questa disperata resistenza tutte le infinite fandonie propagandate ad arte per distogliere i lavoratori dalla loro unica missione storica: gettare questo sistema nella pattumiera della storia.

 

 

 

 

 


Il PCd’I e la guerra civile in Italia negli anni del primo dopoguerra
(VI - segue dal numero scorso)

Gli Arditi del Popolo
Esposto nella riunione di Firenze nel gennaio 2017

Iniziamo questo capitolo riportando un trafiletto del 2 agosto 1920, esattamente un anno prima della formazione degli “Arditi del popolo”, tratto da “L’Avanguardia”, giornale della gioventù socialista italiana, intitolato “Arditismo sovversivo?”:

«Gli anarchici al congresso di Bologna hanno seppellito uno dei tanti motivi con cui imbottire il cranio dei [fa]ciloni: il fronte unico proletario. Dopo ampia discussione – dice il resoconto del congresso – è stata riconosciuta la impossibilità morale e materiale della formazione del fronte unico e si è addivenuti all’accordo sulla costituzione di “gruppi d’avanguardia” in ogni paese e città, che, “al di sopra e al di fuori dei partiti” siano pronti ad agire alla prima occasione per abbattere violentemente le attuali istituzioni borghesi».

Il giornale della gioventù rivoluzionaria commentava: «L’arditismo sovversivo ci darà fiammate che avranno la durata dei fuochi d’artificio. Noi crediamo che senza una disciplina tutte le energie si dissolveranno sempre, tutte le audacie si spezzeranno, tutti i virili propositi si infrangeranno e precipiteranno nel caos. Se questo cercano i nostri cugini di sinistra, noi non possiamo seguirli perché abbiamo finalità ben precise e stabilite. Noi non dobbiamo seguire né la teoria del fatalismo, né quella del volontarismo. Non siamo anarchici noi. Abbiamo un’organizzazione ed è attraverso a questa che vogliamo e dobbiamo preparare la rivoluzione. Le sorti della rivoluzione noi non le affidiamo e non le dobbiamo affidare alla folla anonima, audace, generosa sempre, ma irresponsabile; le sorti della rivoluzione le dobbiamo affidare all’esercito disciplinato dei lavoratori, organizzato dal Partito Socialista e dalla Confederazione del Lavoro. Resteremo soli? Non importa. Né da destra, né da sinistra intendiamo esser spinti o tirati! Il nostro programma è pensiero preciso, concreto, scientifico, non solo sentimento, passione. L’azione socialista non può risolversi in una partita in cui si giuochi l’ultima carta, come il giuocatore in rovina giuoca l’ultima posta disperatamente per rifarsi del perduto o spararsi alla tempia! Siamo intesi? A ciascuno il suo! Un posto per ognuno e ognuno al suo posto!»

Questa breve citazione è sufficiente a chiarire quale differenza contrapponeva la gioventù rivoluzionaria socialista al rivoluzionarismo da operetta degli anarchici, che avrebbero preteso di compiere una rivoluzione come sommatoria di una miriade di spontanee rivoluzioncelle locali: paese per paese, città per città.

Ma gli anarchici, anche se con un folle progetto, per lo meno si proponevano di fare la rivoluzione, di abbattere il potere capitalista. Cosa avrebbe potuto dire la stessa gioventù, nel frattempo divenuta comunista, un anno dopo agli Arditi del Popolo che per programma avevano il ripristino della legalità democratica? Oltre al fatto che la loro apparizione ebbe la durata dei fuochi d’artificio!

Nel precedente capitolo abbiamo descritto la nascita e lo sviluppo dell’arditismo in tempo di guerra e la sua successiva riorganizzazione ed evoluzione a guerra conclusa. Abbiamo messo in evidenza l’ideologia dominante il movimento, la quale, essendo piccolo borghese, non poteva non essere che indefinibile e soprattutto contraddittoria, oscillando tra il più retrivo reazionarismo ed uno pseudo sinistrismo nazionalista.

La continuità degli Arditi del Popolo con l’arditismo di guerra veniva confermata dallo stesso fondatore di questa nuova organizzazione armata, Argo Secondari, che nell’intervista apparsa su “L’Ordine Nuovo” il 12 luglio 1921 affermava: «Per fare parte delle nostre centurie basta aver appartenuto ai battaglioni d’assalto o essere stati combattenti. Questi ultimi e quelli che non sono stati sotto le armi vengono considerati come volontari degli Arditi del Popolo».

Gli Arditi del Popolo, abbiamo visto, nacquero da una costola di quel movimento e i loro dirigenti erano appartenuti all’arditismo di guerra, pronti a fare il salto della quaglia, come immancabilmente avvenne.


Sottrarre forze al partito comunista

Riprendiamo il filo di quanto accadde.

Nel luglio 1921 all’interno dall’Associazione romana degli Arditi si hanno varie scissioni, uno di questi tronconi prenderà il nome di “Arditi del Popolo” proponendosi di difendere il proletariato e il popolo tutto dalla violenza fascista, contrapponendo violenza a violenza, armi alle armi.

Su quale possa definirsi l’inizio dell’offensiva fascista in grande stile il nostro punto di vista non si discosta dalla storiografia ufficiale: «Se si dovesse scegliere un punto di inizio storico della azione fascista in Italia si prenderebbe la data del 21 novembre 1920 con i noti fatti del municipio di Bologna all’insediamento dell’amministrazione socialista. Da allora in poi il sistema di attacco terroristico alle organizzazioni proletarie si è esteso per l’Emilia, la Toscana, l’Umbria, la Lombardia, il Veneto, soprattutto tra le popolazioni agrarie, investendo comuni proletari, leghe e cooperative agricole e Camere del Lavoro, in generale, dei medi centri urbani» (Punto 20 della “Relazione del CC per il II Congresso Nazionale del PCd’I”).

Quindi, la prima cosa che gli esaltatori degli Arditi del Popolo dovrebbero chiedersi è: come mai gli Arditi attesero così tanto prima di strutturarsi e schierarsi dalla parte del proletariato per difenderlo armi alla mano? Eppure all’indomani dei fatti di Bologna la loro azione avrebbe avuto molta più risonanza e riscosso molto più favore da parte delle classi vittime del terrorismo bianco: i socialisti immobilizzavano il proletariato ed il partito comunista non era ancora sorto. La risposta è semplice: non era quello il loro scopo, il loro scopo era sì di difesa, ma di difesa delle istituzioni borghesi.

L’anno successivo, il 1921, a gennaio nasceva il partito comunista con un netto programma rivoluzionario ed internazionalista, di aperta rottura e di denuncia della concezione pacifista e della pratica controrivoluzionaria del partito socialista. Già ai primi di marzo, il partito comunista lanciava al proletariato la parola d’ordine di «accettare la lotta sullo stesso terreno su cui la borghesia scende; di rispondere con la preparazione alla preparazione, con l’organizzazione all’organizzazione, con l’inquadramento all’inquadramento, con la disciplina alla disciplina, con la forza alla forza, con le armi alle armi». E la prova che non si trattasse soltanto di parole veniva dall’approntata organizzazione militare del partito che, in più occasioni, immediatamente si era messa in azione rispondendo con le armi alle armi; difendendosi e, ove possibile, attaccando.

Gli Arditi del Popolo nascevano nel luglio 1921 non perché sentissero la necessità di resistere alla violenza fascista, ma per scongiurare un contrattacco proletario diretto dai comunisti. Fino a quando il partito socialista predicava e praticava la rassegnazione gli Arditi non si erano posti il problema di contrastare il terrore bianco.

Anzi, ne erano stati ispiratori e complici. Argo Secondari nella citata intervista a “L’Ordine Nuovo” non ebbe scrupoli ad affermare: «Gli Arditi non potevano rimanere indifferenti e passivi di fronte alla guerra civile scatenata dai fascisti [...] In un primo tempo il fascismo sembrava animato da uno scopo che nelle sue forme esteriori appariva anche a noi ispirato da patriottismo: arginar cioè le cosidette violenze rosse. Noi che miriamo sostanzialmente a realizzare la pace interna [...] potevamo anche restare estranei alla contesa tra fascisti e sovversivi».

Queste affermazioni sono di una chiarezza stupefacente. Ma un altro documento mette in luce come l’ideologia degli Arditi del Popolo fosse la medesima di quella dei Legionari dannunziani e di una buona parte di Arditi tout court.

In un Convegno nazionale tenuto nell’ottobre del 1922 a Milano, nell’imminenza della marcia su Roma, gli Arditi (quelli senza attributo) approvarono un ordine del giorno di questo tenore: «Noi abbiamo sentito la necessità della violenza contro tutti i nemici della Patria fino al 1919. Adesso la situazione politica è molto cambiata. Gli Arditi d’Italia furono i veri fondatori del fascismo, ma del fascismo della prima ora che era il vendicatore della guerra rivoluzionaria ed era il più audace movimento verso la sinistra, e che prometteva, fra le altre cose, la terra ai contadini e la gestione delle fabbriche ai produttori. D’altra parte, era imminente il pericolo bolscevico [...] Quel periodo è sorpassato da un pezzo mercé lo sforzo della minoranza ardita che costituì i primi nuclei di fascisti [...] Noi intendiamo adesso garantire la libertà di organizzazione di tutti i sindacati. Noi non vogliamo la guerra al fascismo, però noi ci consideriamo equidistanti dai fascisti che per noi sono una degenerazione del fascismo, come dal comunismo che è una aberrazione dell’idea socialista. La nostra posizione è quella di termine equilibrante in mezzo al caos attuale creato particolarmente dall’assenza di responsabilità da parte degli organi statali. Questa nostra funzione è chiaramente sintetizzata nel pensiero di D’Annunzio, l’uomo cui i lavoratori guardano fiduciosi».

Tutte le sezioni ardite d’Italia si impegnarono, tramite i loro rappresentanti, ad esercitare una costante attività in favore del proletariato perché, mediante l’azione sindacale, si potesse attuare il trapasso dei poteri dalle mani dei «parassiti politici» a quelle degli organi produttivi (“La Patria del Popolo”, 12 ottobre 1922).

Il nostro partito aveva ben chiaro che il fascismo non era «un movimento che tende a mutare le basi della costituzione democratica borghese, bensì a integrare l’azione dello Stato, con tutta la naturale connivenza di questo, e procurandogli al tempo stesso un alibi che eviti che tutte le masse si convincano della necessità di prepararsi per una riscossa diretta contro le istituzioni legali [...] La situazione tende a due ben distinti sbocchi; o allo schiacciamento del proletariato e dei suoi sindacati e ad un regime di sfruttamento negriero, o ad una riscossa rivoluzionaria delle masse che in tal caso contro di sé troveranno la coalizione del fascismo e dello Stato e di tutte le forze che difendono il fondamento democratico delle presenti istituzioni» (punto 20 della relazione del CC).


Tre difensive del regime borghese:
Socialdemocrazia - Arditismo antifascista - Fascismo

Lo scopo che Legionari, Arditi, Arditi del Popolo (assieme ai socialisti di ogni gradazione e a tutta la vasta gamma di democratici borghesi) si proponevano era quello di impedire la riscossa rivoluzionaria delle masse sotto la guida del partito comunista. Che alcuni predicassero pace e rassegnazione, altri la risposta violenta, non cambiava affatto i termini del loro scopo che era realizzare la collaborazione di classe, la “pace interna”, secondo quanto affermato dallo stesso Argo Secondari. Quindi nessuna velleità rivoluzionaria animava gli Arditi del Popolo, anzi, in caso di lotta rivoluzionaria senz’altro avrebbero dato man forte al fascismo “ispirato da patriottismo”, per arginare la “violenza rossa”.

Ci siamo presi la briga di leggere un opuscoletto intitolato “Unità e riscossa proletaria” scritto da Guido Picelli nel maggio 1922. La speranza era di trovarvi qualche spunto rivoluzionario dato che il suo autore è incontestabilmente riconosciuto come l’eroe della battaglia di Oltretorrente a Parma. Non mettiamo noi in dubbio il valore militare ed organizzativo di Picelli, però all’interno del suo opuscolo non esiste nemmeno una frase che possa suonare rivoluzionaria.

L’analisi del fenomeno fascista è esatta, è la nostra, nel senso che è copiata dalle nostre tesi e di ciò ci rallegriamo. Ma seguono affermazioni contorte assai: cosa significa dire «la borghesia se ne infischia della patria e dell’ideale»? Oppure: «Al fronte unico borghese bisogna opporre quello proletario: solo con l’unità avremo il sopravvento», «le polemiche ci dividono, ma la causa comune ci unisce». La mancanza dell’unità proletaria appare dovuta alla polemica tra i vertici dei partiti e non agli opposti scopi che questi partiti si prefiggono ed ai mezzi che usano. Picelli non lo dice, ma il suo ragionamento non può portare che alla conclusione che la scissione di Livorno rappresenta, se non la causa, una delle cause della sconfitta del proletariato.

Tutto l’opuscolo è così debole che è quasi impossibile trovarvi argomenti di polemica. Più che poter dire di quello che c’è, è da notare ciò che vi manca. Non vi è nessun accenno alla rivoluzione d’Ottobre e ai tentativi rivoluzionari sconfitti in Europa, alla III Internazionale, alla dittatura del proletariato. Il partito socialista non viene citato, con la sua tattica pacifista e traditrice. Il congresso di Livorno e il Partito comunista sono completamente ignorati. Per Picelli niente è successo dal 1917 al ’22, né a livello nazionale né internazionale; se qualche cosa è accaduto è bene non parlarne perché «le polemiche ci dividono». È la tesi classica della socialdemocrazia grandeggiante. E una socialdemocrazia armata non è da preferire a quella panciafichista!

Ci si potrà replicare che Picelli, poi, entrerà nel partito comunista, ma non nel nostro partito bensì in quello centrista, come vi entrarono i “terzini” guidati da Serrati e Maffi. Ossia quando il partito aveva perduto i connotati di Livorno per adottare quelli del massimalismo.

Ne “Lo Stato Operaio” n. 10 del 1934 Picelli farà una dettagliata ricostruzione, veramente molto interessante ed istruttiva, della battaglia di Parma dell’agosto del 1922. Il resoconto termina con l’enumerazione di quelle che, secondo lui, furono le cause della sconfitta del proletariato e che condussero all’avvento del fascismo. Una di queste cause risiederebbe nell’ «errore di incomprensione politica, commesso anche dal Partito, allora ammalato di sinistrismo, nei riguardi degli “Arditi del Popolo” opponendosi alla partecipazione individuale nelle squadre dei suoi militanti [...] Il bordighismo, manifestazione tipica della mentalità piccolo-borghese, aveva condotto il Partito sul terreno opportunistico dell’assenteismo».

Quando da “Lo Stato Operaio” n. 10 dell’agosto 1936 verrà lanciato l’appello ai «fascisti della vecchia guardia» e ai «Giovani fascisti» per «la riconciliazione e l’unione del popolo italiano» ed il partito comunista dichiarerà di fare proprio «il programma fascista del 1919, che è un programma di pace, di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori...», questo appello porterà la firma oltre a quella di Palmiro Togliatti di tutto il gotha del PCI, compreso Guido Picelli. A questo giungevano i “rivoluzionari movimentisti” che accusavano la Sinistra di “opportunismo assenteista”.


Occulte origini ed inspiegate

Tra la fine di giugno ed il principio di luglio 1921, senza la minima preparazione, senza che se ne sapesse nulla anche nell’ambiente operaio, improvvisamente apparve una potente organizzazione paramilitare: gli Arditi del Popolo. A capo di questa organizzazione era un certo Argo Secondari, ex tenente degli Arditi, volontario di guerra, interventista e legionario dannunziano, non senza una punta di anarchismo, decorato con medaglia di bronzo al valore. Gli Arditi del Popolo, sorsero improvvisamente ed in modo fulmineo si organizzarono e si estesero in tutta Italia. Come non nutrire noi comunisti di sinistra seri sospetti?

Il 2 luglio gli Arditi del Popolo tennero a Roma la loro terza riunione con la partecipazione di alcune centinaia di aderenti. Il 6 luglio organizzarono un grande raduno presso l’Orto Botanico: circa 2.000 uomini sfilarono militarmente inquadrati.

Il 10 luglio, durante un comizio tenuto a Roma in piazza San Marco, Argo Secondari esponeva il programma della struttura paramilitare sintetizzato nella formula: «difesa dei lavoratori del braccio e del pensiero». Gli Arditi del Popolo vi parteciparono ancora una volta con il loro inquadramento militare: suddivisi in 5 battaglioni, corrispondenti ad altrettanti quartieri della città.

Il giorno successivo, l’11 luglio, il ministero dell’Interno segnalava ai prefetti la «costituzione anche in altre città di squadre di cosidetti arditi del popolo come sezione dell’associazione di tal nome recentemente sorta a Roma tra i più torbidi elementi anarchici socialisti e repubblicani con propositi di violenta opposizione all’azione fascista». Prudentemente il ministero raccomandava ai prefetti l’adozione di «efficaci misure intese a prevenire eventuali conflitti e rappresaglie».

Il 24 luglio, sempre a Roma, gli Arditi del Popolo tennero il convegno nazionale.

Inevitabile che molti di coloro che non erano disposti a subire passivamente la violenza fascista, ma a questa intendevano opporsi con la forza, istintivamente e con entusiasmo vi aderissero e promuovessero la formazione di sezioni di Arditi del Popolo in quelle città dove ancora non si erano organizzati. Che molti proletari abbiano aderito volontariamente a questa organizzazione è certo. Vi si inquadrarono repubblicani, anarchici e popolari, socialisti e senza partito. E anche molti comunisti inquadrati nel nostro partito.

Per quanto riguarda la diffusione e l’organizzazione degli Arditi del Popolo ci serviremo del testo di Andrea Staid, sintesi di diversi altri scritti sull’argomento. Vi si legge: «Il 6 luglio 1921, presso l’Orto Botanico di Roma, ebbe luogo un’importante manifestazione antifascista alla quale presero parte migliaia di lavoratori [...] Dopo questo imponente raduno, la struttura paramilitare antifascista divenne, nel volgere di pochi giorni, un’organizzazione diffusa capillarmente. Le linee di espansione dell’associazione seguirono, principalmente, le direttrici che dalla capitale conducono a Genova (Civitavecchia, Tarquinia, Orbetello, Piombino, Livorno, Pisa, Sarzana, La Spezia) e ad Ancona (Monterotondo, Orte, Terni, Spoleto, Foligno, Gualdo Tadino, Iesi). Ma anche in molti altri centri al di fuori di queste due vie di comunicazione gli Arditi del Popolo riuscirono a costituirsi in gruppi numericamente consistenti. Rilevanti furono, a riguardo, quelli del Pavese, di Parma, Piacenza, Brescia, Bergamo, Vercelli, Torino, Firenze, Catania e Taranto. Ma anche in alcuni centri minori gli Arditi del Popolo riuscirono ad organizzarsi efficacemente. Prendendo in considerazione le sole sezioni la cui esistenza è certa, l’organizzazione antifascista risultava strutturata, nell’estate del 1921, in almeno 144 sezioni che raggruppavano quasi 20 mila aderenti. Le 12 sezioni laziali (con più di 3.300 associati) primeggiavano con quelle della Toscana (18, con oltre 3.000 iscritti). In Umbria gli Arditi del Popolo erano quasi 2.000, suddivisi in 16 sezioni. Nelle Marche erano quasi un migliaio, in 12 strutture organizzate. In Italia settentrionale la diffusione del movimento era significativa in Lombardia (17 sezioni che inquadrano più di 2.100 Arditi del Popolo), nelle Tre Venezie (15 nuclei per circa 2.200 militanti) e, in misura minore, in Emilia Romagna (18 sezioni e 1.400 associati), Liguria (4 battaglioni e circa 1.100 Arditi del Popolo) e Piemonte (8 sezioni e circa 1.300 aderenti). Nel Meridione le sezioni erano 7 sia in Sicilia che in Campania, 6 in Puglia, 2 in Sardegna e solo una in Abruzzo e in Calabria, mentre gli iscritti erano circa 600 in Sicilia, poco più di 500 in Campania e nelle Puglie, quasi 200 in Abruzzo e poco meno in Calabria, 150 in Sardegna. Insieme alle adesioni arrivarono anche i primi successi militari [...]

«Sotto il profilo tecnico-militare, gli Arditi del Popolo erano una struttura militare agile, capace di convergere in poco tempo dove si presuma possa avvenire una spedizione punitiva dei fascisti. L’organizzazione antifascista cercava inoltre di esercitare il controllo del territorio attraverso marce per le strade cittadine oppure, alla stregua di una vera e propria milizia di quartiere, pattugliando il territorio e identificando gli elementi filofascisti [...]

«Gli Arditi del Popolo erano strutturati in battaglioni, a loro volta suddivisi in compagnie (altrimenti dette centurie) e in squadre. Ogni squadra era composta da dieci elementi più il caposquadra; ogni compagnia era costituita da quattro squadre più il comandante di compagnia; il battaglione, infine, risultava composto da tre compagnie più il comandante di battaglione. Dunque, 136 uomini coadiuvati da un plotone autonomo di sicurezza di altri 10 elementi. Ogni battaglione aveva al suo interno delle squadre di ciclisti per mantenere i collegamenti tra i vari battaglioni (rionali nelle grandi città). I ciclisti assicuravano inoltre i collegamenti tra il comando generale, i battaglioni e altri soggetti (sedi operaie, ferrovieri, tranvieri, operai d’arsenali, “ufficio stampa e giornale della sera”). L’addestramento degli inquadrati avveniva mediante apposite esercitazioni, le quali, comunque, molte volte si risolvevano in esercizi formali [...]

«Proprio perché l’organizzazione si dichiarava estranea a qualsiasi raggruppamento politico, l’inquadramento nelle centurie non avveniva, di norma, sulla base dell’appartenenza ad una determinata organizzazione del movimento operaio».

Si capisce che gli Arditi raccogliessero le simpatie e l’adesione spontanea di molti antifascisti non rivoluzionari, ma non è assolutamente possibile che una organizzazione militare di tale portata possa essere nata su iniziativa di una esigua frazione all’interno di una delle più disastrate sezioni degli Arditi d’Italia, quella romana, e spontaneamente si sia potuta diffondere ed efficacemente inquadrare a livello nazionale nel giro addirittura di giorni. Per mettere in piedi un simile apparato gerarchico e disciplinato a carattere militare non gli deve esser mancato l’appoggio di una delle strutture nazionali dello Stato.

Ed altrettanto sospetto fu il fatto che gli Arditi del Popolo, così come improvvisamente erano sorti, altrettanto improvvisamente scomparvero.


La necessaria struttura e disciplina indipendente del partito

Tutto questo doveva esser tenuto in conto dai dirigenti del partito comunista.

Andiamo per ordine. Il Direttorio degli Arditi del Popolo, riguardo ai doveri di disciplina che gli aderenti avrebbero dovuto avere nei confronti dei vari partiti di appartenenza, votò il seguente ordine del giorno: «Il Direttorio, mentre fa appello a tutti i partiti politici di voler contribuire moralmente e materialmente all’incremento dell’associazione degli Arditi del Popolo fa invito a tutti gli iscritti di non creare in seno agli Arditi del Popolo aggruppamenti politici che ne scompaginerebbero la disciplina militare». Argo Secondari aveva, infatti, precedentemente affermato che «non avrebbe mai consentito che gli Arditi fossero strumento di partiti politici determinati».

Quindi, osservò la Sinistra, la disciplina al partito si sarebbe dovuta subordinare a quella ad una organizzazione militare di cui poco si sapeva degli scopi e nulla di chi ne reggeva le file. Nella relazione del CC per il secondo congresso del partito si legge: «Un problema fondamentale tattico era quello della misura in cui si poteva collaborare con altri partiti proletari che prendevano atteggiamento antifascista, e che dettero luogo al sorgere, in episodi del luglio 1921, di formazioni di lotta dette “Arditi del Popolo”. La Centrale dette decisamente la disposizione che il nostro organismo di inquadramento dovesse restare affatto indipendente dagli Arditi del Popolo, pur lottando al fianco di questi, come è molte volte avvenuto, quando si avessero di fronte le forze del fascismo e della reazione.

«Le ragioni di questa tattica non furono di ordine teorico e pregiudiziale, ma essenzialmente pratiche e ben connesse ad un attento esame della situazione e delle eventualità a cui nell’uno e nell’altro caso si andava incontro, soprattutto in base a informazioni riservate, assunte con i mezzi di cui si disponeva, intorno agli “Arditi del Popolo” e al loro movimento.

«L’azione di un organismo militare e il suo indirizzo successivo, data la grande unità di accentramento organizzativo che esso deve avere, e quindi la poca mutevolezza della sua gerarchia dirigente, assume accentuandoli i caratteri che ha quella degli organismi politici: non è indipendente dal suo “programma” ossia dalla piattaforma su cui sorge e raccoglie adesioni. La organizzazione che in tal caso si costituisce resta strettamente legata agli obiettivi per i quali è sorta e non può essere un campo di prevalenza di date tendenze che si propongono di portarla gradualmente e con le vaste sue forme sulla via in principio intravista da una minoranza. Tutte le ragioni che dimostrano come i comunisti dovessero lavorare nel seno dei sindacati unitari, ma al tempo stesso rompere la unità del partito socialista immobilizzatrice della tendenza rivoluzionaria, stanno a dimostrare che non si poteva fare un utile lavoro nel seno degli Arditi del Popolo, e che a un certo punto questi sarebbero rimasti fermi su una posizione tale da immobilizzare chiunque non disponesse di una organizzazione inquadrata indipendentemente, producendo una situazione analoga a quelle notissime di impotenza rivoluzionaria in cui il partito socialista per la “forza d’inerzia” della sua tradizione di metodi e di organizzazione metteva non solo la minoranza di sinistra ma perfino i capi di tendenza rivoluzionaria.

«Questa differenza di scopi su cui sorgeva la organizzazione degli Arditi del Popolo rispetto alla nostra consistenza nel lavoro obbiettivo, comune a quello dei socialpacifisti, di arrivare ad un governo che rispettasse la libertà di movimenti del proletariato sulla base del diritto comune, evitando la fase della lotta contro lo Stato, anzi prendendo posizione contro chiunque turbasse la cosidetta civile lotta d’idee tra i partiti. Quindi nessuna impostazione di un simile organo di lotta sulla base, non solo della risposta al fascismo, ma della lotta rivoluzionaria portata contro lo Stato borghese, e poi della solida formazione di una organizzazione militare del potere proletario. In pratica tutto questo corrispondeva a fatti evidenti, per i giudizii non troppo velati dal sentimentalismo.

«La formazione degli Arditi del Popolo non corrispondeva al risultato improvvisamente conquistato che il proletariato riuscisse a dotarsi di una organizzazione unitaria di lotta per rispondere adeguatamente alle provocazioni fasciste. L’organizzazione non moveva dal basso, ma moveva da un centro che tendeva a monopolizzare il controllo dell’unione proletaria».


Una nuova manovra della borghesia italiana

Prosegue la nostra relazione al congresso di Roma:

«Si era in una situazione di ordine parlamentare per cui conveniva ad una parte dei partiti borghesi di governo frenare il fascismo che minacciava di diventare non un mezzo della politica complessa della borghesia, ma un organo fine a se stesso, per lo stesso enorme sviluppo che aveva preso. L’opposizione degli Arditi del Popolo coincise con l’interregno tra i gabinetti di Giolitti e Bonomi. Come essa non superò la prova della politica fascistica del secondo – ed è sciocco dire che questo fosse dovuto alla non partecipazione dei comunisti, poiché la pratica sta a provare che casi di minore resistenza proletaria si ebbero dove i nostri per fretta o poca disciplina si erano messi sul terreno degli Arditi del Popolo, e perché in ogni caso le forze dell’inquadramento comunista erano a disposizione per un’azione comune – così nel caso che un ministero di colore nittiano si fosse formato, gli Arditi del Popolo potevano divenire una forza illegale del governo legale, e non tanto per tener a freno l’arbitrio delle bollenti squadre fasciste, quanto per intervenire quando domani fosse risultato che gruppi di proletari si organizzavano per provocare una azione rivoluzionaria contro lo Stato governato dal ministero di sinistra e magari di collaborazione coi socialisti.

«Altri argomenti di ordine pratico sorgono dai casi di poca fedeltà di nostri alleati di vario colore in operazioni illegali, che convinsero praticamente il partito come in questa sfera di azione le coalizioni non siano fattibili».

La “Correspondance Internationale” del 31 dicembre 1921 riporta un breve ma significativo articolo di Umberto Terracini dal titolo: “Gli Arditi del popolo, una audace manovra della borghesia italiana”. Leggiamo: «Le esperienze del proletariato italiano contro il quale si sono scatenate delle perseveranti offensive borghesi, dovrebbero servire da insegnamento ai proletari dei paesi dove la reazione si sviluppa con meno rapidità.

«Con il fascismo, l’offensiva borghese in Italia ha assunto una forma del tutto tipica e tenta di ritogliere al proletariato, con mezzi illegali, la totalità delle sue conquiste legali. Contro il fascismo la resistenza operaia sembra organizzarsi, in questi ultimi tempi, attraverso la formazione di milizie operaie (gli Arditi del Popolo). Questa è solo un’apparenza. In realtà ci troviamo di fronte ad una nuova manovra della classe nemica. Una cricca borghese vorrebbe deviare le energie proletarie ai propri interessi. Vittime di una illusione le masse popolari affluirono, inizialmente, agli Arditi del Popolo. Oggi sono deluse e possiamo considerare gli Arditi del Popolo così come abbiamo visto. Quando, nel mese di luglio, il movimento di resistenza organizzata contro il fascismo riunì improvvisamente i lavoratori, vedemmo sorgere gli Arditi del Popolo, formazioni militari operaie che produssero un effetto prodigioso. In numerose città e soprattutto in quelle in cui infuriava il terrore bianco [...] si formarono gruppi simili. Comunisti, socialisti, anarchici ed anche “popolari” cattolici si affrettarono ad aderirvi. Fu un momento in cui si ebbe l’impressione che il fascismo sarebbe stato battuto.

«”Il Paese” [giornale di tendenza nittiana], vigorosamente assecondato da “Epoca”, un altro organo di Nitti, raddoppiò i suoi attacchi contro il governo accusato di non far altro che fomentare la guerra civile. Il governo Giolitti cadde. Nel frattempo il mistero della formazione dei primi Arditi [del Popolo] si chiarì. Si apprese infine che altro non erano che una manovra diretta da Nitti che si riprometteva di farne un movimento antifascista, diretto soprattutto contro Giolitti.

«Il leader dell’organizzazione, Argo Secondari, aveva preso parte, l’anno precedente, ad una cospirazione militare detta di “Pietralata”. Pubblicamente accusato di provocazione non si era difeso. Basta la sua personalità per screditare gli Arditi del Popolo. La loro organizzazione si installò a Palazzo Venezia, uno degli edifici più famosi di Roma. “Il Paese”, l’organo di Nitti, era anche il loro organo. Non c’è quindi da meravigliarsi se caduto Giolitti gli Arditi del Popolo si siano rapidamente disgregati. Creati non per combattere il fascismo, ma per influenzare l’opinione pubblica contro la politica di Giolitti, non avevano più ragione di esistere. Argo Secondari si ritirò ed altrettanto fece il suo stato maggiore. I socialisti si affrettarono a fare la pace con il fascismo. La sede ufficiale degli Arditi del Popolo fu chiusa.

«Senza stretti rapporti con le grandi masse proletarie, senza una seria preparazione per i loro scopi, gli Arditi del Popolo, prima di avere fatto il minimo tentativo per raggiungere gli obiettivi che si erano proposti, si dissolsero in tutta Italia

«Per differenziarsi dalle altre organizzazioni proletarie, gli Arditi del Popolo avevano pubblicato un programma politico in cui veniva chiaramente affermato che essi prendevano le armi “in difesa delle leggi violate da membri della borghesia e per ristabilire l’autorità dello Stato, minacciato dalla guerra civile”. Per principio erano “contro ogni violenza”. Coloro che avevano voluto vedervi una prima forma di inquadramento militare del proletariato si sono dunque ingannati. Mai gli Arditi del Popolo si sono dichiarati rivoluzionari.

«Ma le dimissioni di Giolitti anziché portare Nitti al potere, portarono al governo Bonomi. Nitti, candidato permanente alla presidenza del Consiglio, riprese la sua campagna contro Bonomi, ma con forme adatte alla nuova situazione. Fu la stampa borghese a creare la leggenda che presentava gli Arditi del Popolo come una organizzazione proletaria. Questa confondeva con gli Arditi del Popolo ogni organizzazione che aveva degli scontri con i fascisti.

«La creazione degli Arditi del Popolo non è stata che una manovra interessata da parte di certi elementi della borghesia allo scopo di deviare a loro vantaggio una parte delle energie proletarie risvegliate dagli attentati fascisti».

Questa la sintetica ma lucida descrizione della funzione affidata alla struttura paramilitare degli Arditi del Popolo.


Gravi cedimenti ordinovisti

Malgrado la netta posizione assunta dalla Direzione del PCd’I, su “L’Ordine Nuovo” del 12 luglio 1921, in prima pagina e con grande rilievo era stata pubblicata una intervista ad Argo Secondari ed il giornale torinese non aveva nascosto il suo favore nei confronti degli Arditi del Popolo. Benché nello stesso numero del giornale apparisse un trafiletto in cui si diceva: «L’assemblea della sezione comunista romana discusse ieri della situazione degli Arditi del Popolo [...] Quindi Bordiga, compiacendosi della importante discussione, informa che la questione degli “Arditi del Popolo” riveste carattere nazionale e come tale va risolta dagli organi centrali. L’Esecutivo non mancherà di far conoscere il suo pensiero al riguardo. Preannuncia la pubblicazione di un comunicato in merito alla costituzione delle squadre comuniste». Infatti, vedremo più avanti, comunicazioni e chiarimenti al riguardo furono puntualmente emanati nei giorni successivi.

Su “L’Ordine Nuovo” tre giorni dopo veniva pubblicato un altro articolo intitolato “Gli Arditi del Popolo”. Iniziava contestando al deputato socialista Giuseppe Mingrino, uno dei capi degli Arditi del Popolo, di aver dichiarato apertamente quello che era il loro programma. In realtà, se era vero che le sue dichiarazioni corrispondevano «alla vieta e logora psicologia del Partito socialista», era altrettanto vero che Mingrino non mentiva affermando che scopo degli Arditi del Popolo era di «pura resistenza alla violenza fascista.» “L’Ordine Nuovo” era ancora nel giusto quando diceva che «iniziare un movimento di riscossa popolare [...] ponendo preventivamente un limite alla sua espansione è il più grave errore di tattica che si possa commettere in questo momento [...] Oggi il proletariato non si trova di contro solo un’associazione privata, ma si trova contro tutto l’apparecchio statale, con la sua polizia, con i suoi tribunali, coi suoi giornali che manipolano l’opinione pubblica secondo il buon piacere del governo e dei capitalisti [...] Non si è ancora persuaso [Mingrino] che il fascismo è organicamente legato all’attuale crisi del regime capitalista e che sparirà solo con la soppressione del regime?».

Ma quello che “L’Ordine Nuovo” non voleva intendere era che Mingrino, e tutta quanta l’organizzazione degli Arditi del Popolo, non avevano nessuna intenzione di abbattere il regime capitalista e che il loro antifascismo non usciva dai limiti del campo borghese, piacesse o no ad una parte dei compagni torinesi.

L’articolo continuava: «Sono i comunisti contrari al movimento degli Arditi del Popolo? Tutt’altro: essi aspirano all’armamento del proletariato, alla creazione di una forza armata proletaria che sia in grado di sconfiggere la borghesia e di presidiare l’organizzazione e lo sviluppo delle nuove forze produttive generate dal capitalismo». Certamente i comunisti «aspiravano [ed aspirano] all’armamento del proletariato e alla creazione di una forza armata proletaria che sia in grado di sconfiggere la borghesia», ma al Partito due cose erano (e sono) chiare, ossia che l’armamento del proletariato, per essere in grado di distruggere il dominio borghese, deve avere una direzione comunista e, secondo, che gli Arditi del Popolo non rappresentavano affatto una organizzazione armata del proletariato.

Questo non appariva affatto chiaro ai compagni de “L’Ordine Nuovo”. Il carattere di classe di una formazione sociale non è determinato dalla provenienza dei suoi componenti, e nemmeno dai mezzi che essa usa, ma dalle finalità che si prefigge. Altrimenti cosa avremmo dovuto dire di carabinieri e guardie regie? Nemmeno la loro truppa era composta da borghesi, ma da “figli del popolo”.

Altra cosa non chiara ai dirigenti de “L’Ordine Nuovo” era che i proletari sono rivoluzionari solo quando inquadrati nel partito rivoluzionario. Infatti l’articolo così proseguiva: «Gli operai socialisti che sono rivoluzionari, che hanno dall’esperienza di questi ultimi mesi tratto qualche insegnamento hanno modo di far pressione sul partito socialista per costringerlo a uscire dall’equivoco e dalla ambiguità; per fargli assumere una posizione netta e precisa in questo problema che è il problema della stessa incolumità dell’operaio e del contadino. L’on. Mingrino che è deputato socialista, se è uomo sincero, come noi crediamo, prenda egli l’iniziativa di fare uscire dal torpore e dalla indecisione le masse che seguono ancora il suo partito, ma non ponga dei limiti alla loro espansione se non vuole avere la responsabilità di avere procurato al popolo italiano una nuova disfatta».

Non era chiaro a tutti anche all’interno del nostro partito ciò che lo stesso giorno scriveva “Il Comunista”: «Quanto agli operai rivoluzionari, noi, spregiando ogni demagogia anche di sinistra, riteniamo tali quelli che hanno saputo giungere a tanto da non farsi menare per il naso dai maneggioni parlamentari e sindacali. Né i capi, né gli operai sono rivoluzionari nel PSI».

Di queste “smagliature” il giornale torinese è pieno.


Un chiaro indirizzo per l’inquadramento comunista

Proprio il giorno precedente il Comitato Esecutivo del Partito aveva pubblicato il seguente comunicato che, nella sua estrema chiarezza, non poteva lasciare dubbi: «In base al lavoro svolto finora in molte località per l’inquadramento a tipo militare degl’inscritti e simpatizzanti del Partito comunista e della Federazione giovanile comunista; ed alle esperienze che ne sono risultate, la Centrale del Partito e quella della Federazione giovanile allestiscono un comunicato, che conterrà le norme da applicare dovunque in questo indispensabile lavoro d’organizzazione e preparazione rivoluzionaria.

«Poiché intanto sorgono in diversi centri italiani iniziative di tal genere da parte di elementi non dipendenti dal Partito comunista, e delle quali il Partito comunista non è ufficialmente partecipe né responsabile, si avvertono tutti i compagni di restare in attesa di tali disposizioni, prima di creare fatti compiuti locali che ostino con le generali direttive adottate dal Partito.

«Ciò vuol dire che il lavoro per la costituzione e l’esercitazione delle squadre comuniste deve dovunque continuare ed iniziarsi dove ancora non lo si è affrontato, ma attenendosi al rigoroso criterio che l’inquadramento militare rivoluzionario del proletariato dev’essere a base di partito, strettamente collegato alla rete degli organi politici del Partito; e quindi i comunisti non possono né devono partecipare ad iniziative di tal natura provenienti da altri partiti o comunque sorte al di fuori del loro partito. La preparazione e l’azione militare esigono una disciplina, almeno pari a quella politica del Partito comunista. Non si può ubbidire a due distinte discipline. Il comunista dunque, come il simpatizzante che al partito si sente realmente legato (e non merita la definizione di nostro simpatizzante chi non milita nel partito per “riserve disciplinari”) non possono, né devono accettar di dipendere da altre organizzazioni d’inquadramento a tipo militare.

«In attesa di più precise disposizioni, che del resto attraverso la pratica stessa si andranno sempre meglio elaborando, la parola d’ordine del Partito comunista ai suoi aderenti e ai suoi seguaci è questa: - formazione delle squadre comuniste, dirette dal Partito comunista, per la preparazione, l’allenamento, l’azione militare rivoluzionaria, difensiva ed offensiva, del proletariato» (“Per l’inquadramento del Partito”, “Il Comunista”, 14 luglio 1921).

Qualche giorno dopo il C.E. tornava sull’argomento pubblicando un comunicato nel quale si davano precise disposizioni per l’inquadramento delle forze comuniste nella organizzazione militare del partito.

«Fin d’ora – si legge nel comunicato – si stabilisce ch’esso deve fondarsi sulla disciplina più severa e sullo spirito di sacrificio di quanti vi partecipano. Deve dovunque essere sistematicamente organizzata una vera istruzione tecnica delle squadre con periodiche esercitazioni per completare la loro preparazione ad ogni specie di movimento». In ultimo veniva ribadito che «nessun socio del partito o della federazione giovanile può fare parte di altre organizzazioni similari, che non siano quella costituita e diretta dal partito». E concludeva: «Attendiamo che in questo campo tutti indistintamente i compagni si pongano al lavoro col massimo slancio, per dare al partito una forza reale ed una capacità effettiva di azione. Il proletariato non può contare, per la propria emancipazione, che sulla sua forza, sull’organizzazione e il disciplinamento di essa». (“Disposizioni per l’inquadramento delle forze comuniste”, “Il Comunista”, 21 luglio 1921).

Ancora più chiaro, se possibile, fu il manifesto a firma dei C.E. del partito e della federazione giovanile, pubblicato circa 15 giorni dopo.

«Nonostante le chiare e precise disposizioni diramate per la formazione dell’inquadramento comunista [...] parecchi compagni e alcune organizzazioni del partito insistono nel proporre, e nell’attuare talvolta, la partecipazione dei comunisti adulti e giovani ad altre formazioni d’iniziativa estranea al nostro partito, come gli “Arditi del Popolo”; o addirittura, anziché porsi al lavoro nel senso indicato dagli organismi centrali, prendono l’iniziativa di costituire gruppi locali di “Arditi del Popolo”.

«Si richiamano questi compagni alla disciplina e si deplora che militanti comunisti, che devono in ogni circostanza dar prova di sangue freddo e fermezza nella stessa misura della loro risolutezza rivoluzionaria, si lascino guidare da considerazioni romantiche e sentimentali, che possono indurre a gravi errori e pericolose conseguenze [...]

«L’inquadramento militare proletario, essendo l’estrema e più delicata forma d’organizzarne della lotta di classe, deve realizzare il massimo della disciplina e deve essere a base di partito. La sua organizzazione deve strettamente dipendere da quella politica del partito di classe. Invece l’organizzazione degli Arditi del Popolo comporta la dipendenza da comandi, la cui costituzione non è bene accertata, e la cui centrale nazionale, esistente malgrado non sia ancora agevole individuarne l’origine, in un suo comunicato assumeva di essere al disopra dei partiti, ed invitava i partiti politici a disinteressarsi “dell’inquadramento tecnico-militare del popolo lavoratore”, il cui controllo e dirigenza resterebbe così affidato a poteri indefinibili e sottratto all’influenza del nostro partito. Il Partito comunista è quello che per definizione si propone d’inquadrare e dirigere l’azione rivoluzionaria delle masse; di qui un’evidente e stridente incompatibilità.

«Oltre alla questione dell’organizzazione e della disciplina, vi è quella del programma. Gli “Arditi del Popolo” si propongono, a quanto sembra (sebbene in quel movimento si tenda a porre la costituzione dell’organizzazione al disopra e all’infuori della definizione degli obbiettivi e delle finalità, cosa di cui è facile intendere i pericoli), di realizzare la reazione proletaria agli eccessi del fascismo, coll’obbiettivo di ristabilire “l’ordine e la normalità della vita sociale”. L’obbiettivo dei comunisti è ben diverso: essi tengono a condurre la lotta proletaria fino alla vittoria rivoluzionaria; essi negano che prima della definizione di questo conflitto, portato nell’odierna situazione storica all’estrema e risolutiva sua fase, si possa avere un assetto normale e pacifico della vita sociale; essi si pongono dal punto di vista dell’antitesi implacabile tra dittatura della reazione borghese e dittatura della rivoluzione proletaria. Ciò esclude e dimostra insidiosa e disfattista ogni distinzione tra difensiva ed offensiva dei lavoratori, colpiti non solo dalla materiale violenza fascista, ma anche da tutte le conseguenze, dell’estrema esasperazione di un regime di sfruttamento e di oppressione, di cui la brutalità delle bande bianche non è che una delle manifestazioni, inseparabile dalle altre.

«Per queste considerazioni, che non dovrebbe essere necessario ricordare ai comunisti, e che la pratica conferma e confermerà sempre meglio, gli organi centrali del Partito comunista hanno posto opera alla costituzione dell’indipendente inquadramento comunista proletario, e non si sono lasciati deviare dalla apparizione di altre iniziative, che fino a quando agiranno nello stesso, senso della nostra, non saranno certo considerate come avversarie, ma la cui maggiore popolarità apparente non ci sposterà dal compito specifico che dobbiamo assolvere contro tutta una serie di nemici e di falsi amici di oggi e di domani.

«Non possiamo non deplorare che compagni comunisti si siano messi in comunicazione cogli iniziatori romani degli “Arditi del Popolo” per offrire l’opera loro e chiedere istruzioni. Se ciò dovesse ripetersi, più severi provvedimenti verrebbero adottati.

«Il Comitato esecutivo del Partito Comunista d’Italia e quello della Federazione giovanile comunista d’Italia avvertono tutti i compagni e le organizzazioni comuniste che dev’essere rigorosamente diffidato chiunque di persona o per corrispondenza proponga costituzione o movimenti di reparti di Arditi del Popolo, assumendo di averne mandato da organi del Partito comunista, affermando che esistono intese contrastanti con le precise disposizioni già pubblicate. I compagni e le organizzazioni non ricevono disposizioni che per via interna di partito: ogni altro mezzo deve essere scartato e respinto». (“Per l’inquadramento delle forze comuniste”, “Il Comunista, 7 agosto 1921).

Questa la posizione del partito nei confronti degli Arditi del Popolo.


Misera fine altrettanto oscura

Come abbiamo ricordato il 24 luglio a Roma si era tenuto il primo congresso nazionale degli Arditi del Popolo. In questa occasione Argo Secondari aveva ribadito l’autonomia da ogni partito e l’obbligo per i suoi aderenti, in quanto membri di un’organizzazione militare, di sottostare alla disciplina ed obbedire agli ordini provenienti dal suo direttorio.

Però all’interno dell’organizzazione sorsero i primi dissidi a nemmeno un mese dalla sua fondazione e l’autorità del Secondari ne uscì di molto ridimensionata: lasciatagli la direzione tecnico-militare, fu affiancato dal deputato socialista Mingrino per la direzione politica e dal repubblicano Vincenzo Baldazzi per gli affari amministrativi. Il Secondari fu inoltre accusato di adottare metodi assolutistici e di avere usato la cassa per scopi sospetti, motivati anche per il fatto che si fosse rifiutato di presentare i rendiconti di spesa. Ma questo è niente: oltre a ciò fu accusato di tradimento e qualcuno propose di “dargli una lezione”. Vincenzo Baldazzi ricordò che «in quell’occasione qualcuno propose di pugnalare il Secondari e non riuscì a mettere in atto il proposito solo per il deciso intervento di alcuni compagni» (“Rivista Storica del Socialismo”, n. 29, settembre 1966).

I contrasti interni si approfondirono sempre più fino ad arrivare alla pubblicazione di due contrapposti giornali ognuno dei quali si rivendicava organo ufficiale dell’associazione: da una parte “L’Ardito del Popolo”, diretto da Mingrino, e dall’altra “L’Avanguardia Sociale”, vicino alle posizioni del Secondari.

Di lì a poco il Secondari verrà estromesso dall’organizzazione; successivamente tenterà di fondare un nuovo partito: il “Partito Intellettuale”. Che non avesse tutte le rotelle a posto si può dedurre anche dal documento, del marzo 1922, elaborato per la costituzione del nuovo partito: «Il “Partito Intellettuale” racchiude in sé tutte le idee e le concezioni, ed ha per scopo lo sviluppo massimo delle Potenze palesi ed occulte dell’Intellettualismo...».

A metà settembre l’anarchico Vincenzo Fazio entrava a far parte del Direttorio Nazionale al posto del Secondari. In un comunicato del nuovo Direttorio c’è un altro passo interessante che conferma quanto affermato da noi comunisti: «È ridicolo da parte del Secondari il credersi ed il ritenersi il terrorizzatore del fascismo, egli che sa come le masse abbiano, esse eroicamente, affrontato il fascismo prima che gli Arditi del Popolo sorgessero».

Gli Arditi del Popolo si erano liberati del loro fondatore, ma non della sua impostazione politica. Il deputato Mingrino disse nel corso dell’intervista rilasciata al giornale nittiano, “Il Paese” del 14 luglio: «Se si vuole evitare la guerra civile, che purtroppo per opera dei fascisti va dilagando, occorre che il Governo mostri, se ne ha ancora la forza e l’autorità, di essere inflessibile contro qualsiasi violenza, sul cui terreno stiamo dolorosamente anche noi per scendere per salvare il proletariato, le organizzazioni e le pubbliche libertà. Il Governo e la borghesia intelligente e tutti gli uomini che vogliono sinceramente evitare la più grande jattura al nostro paese, la guerra civile, debbono cercare con tutti i mezzi possibili di giungere ad una pacificazione».

Il riformismo e il legalitarismo armato non è da preferire a quello elettoralesco e parlamentare, anzi noi comunisti lo riteniamo molto più pericoloso.

Nel giro di qualche mese quella tremenda organizzazione militare che avrebbe dovuto sconfiggere il fascismo e restaurare la legalità borghese si ridusse ad una armata dispersa. Quando i fascisti denunzieranno il patto di pacificazione riprendendo su vasta scala le loro azioni terroristiche gli Arditi del Popolo praticamente non esisteranno più. Se nell’estate, secondo le fonti di polizia, gli Arditi del Popolo in pochissimo tempo avevano raggiunto i 20.000 iscritti, secondo le stesse fonti al 31 ottobre ne rimanevano soltanto 5.000 ed il numero si ridurrà ancora di molto alla fine dell’anno.

Per concludere sulla fine ingloriosa degli Arditi del Popolo ci limiteremo a dire che se Argo Secondari era rimasto vittima delle sue illusioni esoteriche, l’altro triumviro, Giuseppe Mingrino, fece una fine peggiore: «Incappò nel 1924 in uno scandalo a base di droga, che gli costò l’espulsione dal PSI [...] Nella primavera del 1926 l’ex parlamentare passò al soldo della polizia politica. [...] Trasferitosi in Francia l’ex dirigente degli Arditi del Popolo si atteggiò ad antifascista ma consegnò a emissari dei servizi memoriali su persone o situazioni dell’esilio» (Mimmo Franzinelli, “I Tentacoli dell’Ovra”).


La basilare disciplina comunista

La posizione del partito al riguardo era chiara e netta, però al Comitato Esecutivo non fu facile farla rispettare, e all’inizio molti iscritti al partito aderirono agli Arditi del Popolo.

Era quello dell’indisciplina un grave difetto ereditato dal vecchio partito. In un rapporto del CE del partito all’Internazionale si affermava:

«Il compito del partito comunista in questo ambito è particolarmente difficile. Il partito socialista non aveva fatto nulla: al momento è felice di dichiarare le sue tendenze ultra pacifiste e di predicare la non resistenza alla violenza scatenata dagli avversari. La psicologia dei nostri compagni è assai lontana dallo spirito di riflessione e serietà che è indispensabile per la preparazione illegale. Tuttavia anche questa macchina comincia a mettersi in moto.

«Bisogna aver presente che in questo suo periodo di organizzazione il partito comunista ha dovuto constatare l’assenza di ogni preparazione sistematica per l’armamento del proletariato, la propaganda nell’esercito, l’inquadramento delle forze rivoluzionarie, ecc., e incominciare a dare una risposta a questi gravi problemi.

«La difficoltà forse maggiore è costituita dai propositi confusi e infantili di gran parte dei compagni, che, sentendosi invitati a rinunciare a certi metodi ingenui senza essere messi al corrente, come è ovvio, della diversa impostazione data al lavoro e delle nostre serie iniziative, immaginano che senza di loro non si approderà a nulla, chiedono di sapere ogni cosa, e non arrivano mai ad apprendere la disciplina dell’esecuzione senza discussioni e dell’obbedienza fedele e discreta» (Rapporto al CE dell’IC del 20 maggio 1921).

Abbiamo però anche visto come, malgrado tutto, il partito comunista riuscisse a formare proprie ed efficienti squadre armate e ad inquadrare militarmente i suoi iscritti.

Il problema maggiore era che questo atteggiamento negativo ed indisciplinato, di cui il CE si lamentava, non risparmiava nemmeno certi dirigenti del partito i quali si erano portati dietro i loro pregiudizi.

Egidio Gennari, ancora nell’ottobre 1921 su “La Correspondance Internationale” n.4, dopo aver giustamente scritto: «La reazione borghese e il fascismo in Italia provano ancora una volta che il proletariato si trova di fronte a questo dilemma: o subire il terrore e la violenza della borghesia, o esercitare la violenza rivoluzionaria ed instaurare la sua dittatura di classe [...] e tutto ciò il Partito Comunista d’Italia lo ha sempre affermato, anche nei momenti più difficili», arriva ad aggiungere: «Gli operai rivoluzionari d’Italia (...) aderiscono alla nuova formazione di combattimento, creata dal Partito Comunista, gli “Arditi del Popolo”. Al vecchio “Arditismo” trasformatosi ora in “fascismo”, noi opponiamo la nuova organizzazione degli operai rivoluzionari».

Fu Terracini ad incaricarsi di rimettere le cose a posto, nella stessa rivista, con l’articolo precedentemente riportato.

“L’Ordine Nuovo” del 7 luglio, facendo la cronaca della manifestazione romana alla quale gli Arditi del Popolo, inquadrati militarmente, avevano partecipato, riferiva che Bombacci vi aveva portato il saluto e l’adesione del partito comunista. E, anziché biasimare tale comportamento, aggiungeva: «Il compagno Bombacci rileva che l’adunata gigantesca va oltre i partiti: è il proletariato rivoluzionario di Roma che muove verso la sua redenzione». Andare “oltre i partiti” significava che i partiti politici, il comunista compreso, anziché essere l’avanguardia e la guida del proletariato, ne costituivano la retroguardia; posizione del tutto simile a quella degli Arditi del Popolo.

Il giorno successivo è sempre “L’Ordine Nuovo” a definire gli Arditi del Popolo «il primo tentativo di riscossa operaia contro le orde della reazione».

Gramsci già mesi prima aveva cercato di trovare una intesa con organizzazioni paramilitari esterne al partito, ad esempio con i legionari dannunziani. Tra la primavera e l’estate del 1921 si era recato a Gardone nel tentativo di avere un abboccamento con D’Annunzio. Ufficialmente il poeta-soldato rifiutò di ricevere Gramsci, anche se, come osservò il legionario Nino Daniele, «siccome con D’Annunzio tutto è possibile, chissà che non sia stato ricevuto segretamente, di notte, come lo fui una volta io stesso [...] Durante le nostre conversazioni – ricordava Daniele – egli [Gramsci] riconobbe lo spirito rivoluzionario e disinteressato dei legionari che sapeva distinguere nettamente dallo spirito reazionario e utilitario dei fascisti» (“Fiume Bifronte”, in “I Quaderni della Libertà”, São Paulo, 25 gennaio 1933).

Quello che conta non è se l’incontro, fisicamente, sia avvenuto o meno ma i motivi per cui Gramsci si era recato a Gardone. Togliatti in una lettera del 1962 così ricordava: «Gramsci pensava alla possibilità di una resistenza organizzata e armata, di massa, alla offensiva fascista e riteneva fosse opportuno, per rafforzare questa resistenza, estenderla e darle maggiore presa, cercando un contatto anche col movimento dei legionari fiumani, o per lo meno con una parte di esso» (“Rivista Storica del Socialismo”, n.15-16, gennaio-agosto 1962). Per l’ordinovismo, nella “lotta antifascista”, qualsiasi compagno di strada sarebbe andato bene: da D’Annunzio agli Arditi del Popolo ai socialdemocratici e alla borghesia di sinistra (Aventino).

Il problema, che Gramsci aveva difficoltà a comprendere, non era quello di “fermare il fascismo”, il fascismo poteva essere “fermato” senza sparare un colpo di pistola: per tornare nella legalità demo-liberal-borghese bastava “fermare” la lotta di classe, proprio come proponeva la socialdemocrazia. Se il progetto socialdemocratico non funzionò dipese dal fatto che il movimento proletario era intenzionato a proseguire ad oltranza la sua lotta. Il partito comunista invece, sotto la direzione della Sinistra, non si poneva lo scopo di battere il fascismo, ma di battere il potere borghese, sotto qualunque veste si fosse presentato.

(continua al prossimo numero)


 

 

 

  


Il marxismo e la questione militare
[Indice del lavoro]

Parte quarta - Imperialismo - C. La Prima Guerra mondiale
(continua dal numero scorso)
 
Da Caporetto a Vittorio Veneto
Capitolo esposto alla riunione a Genova del settembre 2017

 
13. La rotta dell’esercito italiano

Le condizioni strategiche dell’offensiva lungo l’Isonzo sono chiare. La criticità del saliente tra Plezzo e Tolmino appare evidente anche alla gerarchia militare, ma il Comando Supremo dell’Esercito Italiano non va oltre la raccomandazione di porsi in una stretta disposizione difensiva, senza per altro verificare se questi ordini siano messi in esecuzione. Conformemente all’atteggiamento tenuto durante tutta la campagna, non si rinuncia ad una posizione che favorisca il contrattacco.

La posizione di stallo per l’esercito francese dopo il fallimento dell’offensiva Nivelle, con la situazione caotica che ne seguì, insieme al crollo pressoché totale dell’esercito russo permettono una disponibilità, sia pure temporanea, di riserve tedesche da impiegare a favore dell’Austria, progettando un attacco di massa contro l’Italia per ridurla alla resa. Sette divisioni tedesche sono affluite in Italia e costituiscono, con 8 divisioni austriache, la Quattordicesima Armata, al comando del generale tedesco Otto von Below, con capo di Stato Maggiore il generale Konrad Krafftvon Dellmensingen.

La lezione del fallimento della battaglia di Verdun guida un nuovo concetto strategico dell’esercito tedesco, che si fonda sulla sorpresa, sulla distruzione della rete dei collegamenti nemici e sulla tattica di infiltrazione nei fondovalle, con una economia di truppe, impensabile fino a poco tempo prima, strutturate in agili colonne ben addestrate con mitragliatrici leggere e pesanti.

Naturalmente questo criterio innovativo non sarà sempre applicabile; il gen. austriaco Alfred Krauss, detto “il Prussiano” per le sue caratteristiche di comando, nell’attacco di sfondamento del novembre alle difese italiane sul Grappa, nel pieno della “battaglia di arresto” cercherà di forzare a questa tattica di infiltrazione sul fondovalle i suoi divisionari, che però la rifiuteranno perché non adatta alla situazione, innescando una dura polemica nel dopoguerra. Ma in questa fase ci sono tutte le premesse per il suo successo.

Questa lezione allo stato Maggiore italiano sarà chiara in seguito, durante la “battaglia di arresto”; ma adesso è inimmaginabile per Cadorna ed il suo Stato Maggiore e porta ad una disposizione difensiva che è il più grave errore strategico dei Comandi d’Armata, sul quale lo stesso Cadorna non ha una posizione decisa e chiara che consente equivoci e forzature. Così, mentre la Seconda Armata del gen. Capello si struttura per una sorta di disposizione difensiva ma sbilanciata per il contrattacco, senza spostare la artiglierie in una posizione più arretrata, la Terza del Duca d’Aosta, che non verrà coinvolta nell’offensiva, rimane in una posizione di difesa più passiva ma “esortata” al contrattacco se ci fosse un’occasione propizia.

I segnali dell’offensiva sono molteplici e chiari: la presenza di truppe germaniche è acclarata, ufficiali disertori nazionalisti portano, fin quasi alla vigilia dell’attacco, piani locali e generali del suo sviluppo. Ma la convinzione di essere trincerati in un assetto ben saldo, sulla scorta delle lezioni esperite nel passato quando l’esercito italiano era all’offensiva e quello austro-ungarico sulla difensiva, non lascia intravedere un modo diverso di attaccare le linee difese con i soliti criteri strategici statici.

Inoltre le frenetiche ridisposizioni delle unità medie e piccole sulle linee di difesa, che incredibilmente proseguono fino alla vigilia dell’attacco, non fanno che aumentare la confusione, rendere sempre meno comprensibili le linee di intervento, produrre gravi criticità sui punti di giunzione delle grandi unità, ove non sono chiare le precise responsabilità e le relative catene di comando.

Inoltre manca una organica disposizione difensiva lungo i fondovalle, ritenendo che le artiglierie avrebbero potuto controllare e sbarrare il passaggio alle truppe avversarie.

Il generale Capello ha gravi problemi di salute, è costretto a lasciare il comando ad interim al generale Montuori, senza chiare indicazioni operative. Solo il 18 ottobre, al ritorno dalle “ferie”, il Cadorna avverte la criticità della disposizione della Seconda Armata e ne chiede ragione a Capello, senza però prendere alcuna decisione o correzione e chiede solamente ai comandanti di divisione della Seconda Armata, Cavaciocchi e Badoglio, che hanno fatto una rapidissima carriera, quali necessità avessero in termini di rinforzi. È una pura mossa politica. Queste riserve non ci sono, non ci saranno nei convulsi giorni dello sfondamento; al più si tratta di spostare battaglioni, reggimenti o addirittura compagnie da un punto all’altro del fronte. I due generali rispondono di essere a posto, di non aver bisogno di nulla.

Capello, sia pure in precarie condizioni di salute, riprende il comando dell’Armata il 23 ottobre, alla vigilia dell’offensiva, con l’ovvio risultato di non aver più in mano lo stato effettivo delle truppe, aggiungendo così confusione ad una incapacità di fondo a contrastare le nuove tattiche di infiltrazione ed assalto.

Il piano dell’armata congiunta austro-tedesca a guida tedesca sfrutta magistralmente queste criticità difensive dell’esercito italiano, i cui capi sono del tutto impreparati ad un nuovo modo di portare l’offensiva, che evidenzia un’impreparazione di concetto da parte dello Stato Maggiore e dei capi militari delle Armate, cui si aggiunge l’incapacità da parte di molti generali subordinati di vedere con chiarezza lo sviluppo delle operazioni di attacco e predisporre serie contromisure.

Il solo Caviglia, fermo con le sue divisioni sul fronte della Bainsizza, rimane isolato ed impotente mentre alle sue spalle la struttura di difesa si disgrega.

Cavaciocchi e Badoglio, divisionari di Capello trasferiscono i loro Comandi, con tutti i gravi problemi di comunicazione, con stesura dei fili delle trasmissioni, che questo comportava. La posizione di Badoglio, che trasmette via radio, viene intercettata, e le artiglierie tedesche vengono puntate, senza sparare, sulla nuova posizione.

Lo stesso Badoglio, che si era tassativamente riservato il comando di dare inizio al tiro di blocco, durante le fasi iniziali dell’attacco vaga, sotto il tiro degli avversari che individuano subito i suoi spostamenti, senza poter mettersi in contatto con la sua direzione di artiglieria, e nelle fasi cruciali “scompare” per tutta la prima giornata. Col risultato che le truppe attaccanti avanzano senza difficoltà nella conca di Volzana, dove tace l’artiglieria italiana, che avrebbe dovuto costituire la “trappola” nella quale il generale pensava di stroncare quella direttrice di attacco.

Ma questi sono solo, seppur drammatici, dettagli di una follia strategica che porta alla catastrofe militare dell’Esercito Italiano.

Il piano tedesco, cui si deve adeguare il comando austriaco, si articola su due direttrici distinte, verso nord ovest per puntare all’alto Tagliamento attraverso la val Resia e la valle Uccea, e verso sud ovest in una manovra portata lungo le valli che scendono a Cividale. Sviluppa in modo brillante il concetto di attacco a tenaglia; il principale dalla testa di ponte di Tolmino, nel punto di giunzione di due divisioni, ed il secondario dalla conca di Plezzo. In tutto il corso dell’offensiva il piano sarà rispettato alla perfezione, e al di là di ogni strategia porterà gli obbiettivi molto oltre il punto previsto, il fiume Tagliamento.

L’orografia della regione segna in modo evidente le direttrici dell’attacco. Immediatamente a sud di Saga si erge il contrafforte del monte Stol che determina la vallata alta del fiume Natisone, dalla quale si sbocca nella pianura friulana. La dorsale dello Stol sovrasta Caporetto, dominata a sud ovest dal massiccio del Matajur, caposaldo strategico per l’esercito italiano perché controlla il corso inferiore del fiume Natisone. All’altezza di Tolmino, dalla dorsale del Kolovrat con la cima del Kuk si apre il corso del torrente Judrio, vallata che porta anch’essa nella pianura friulana. Queste due dorsali sono la seconda linea di difesa per il fronte italiano, dominando il corso dell’Isonzo.

Il primo sfondamento deve partire da Plezzo, a nord, per poi procedere lungo l’Isonzo verso sud a Saga con l’obiettivo della conquista dello Stol, chiave per l’alto Tagliamento, mentre a sud di Tolmino il piano prevede la risalita della valle dell’Isonzo fino a Caporetto per imboccare la valle del Natisone e scendere fino a Cividale.

Inoltre, sempre da Tolmino, un attacco frontale avrebbe dovuto impegnare e poi conquistare la dorsale del Kolovrat.

Il Kolovrat, il Matajur e lo Stol costituivano la seconda linea di difesa italiana ed erano stimati dall’Alto Comando posizioni pressoché imprendibili. Ma è su questa seconda linea che sarà giocato lo scontro per lo sfondamento.

La debolissima prima linea non è in grado di costituire un ostacolo minimamente impegnativo contro l’attacco e vien travolta nella prima giornata.

Il 24 ottobre alle 2 di notte inizia, con una violenta preparazione di artiglieria, l’attacco, con un tempo pessimo, una fitta nebbia che avvolge gran parte del fronte e favorisce l’attaccante. All’alba, la 12a Divisione germanica, uscita da Tolmino senza troppi danni perché lo sbarramento di artiglieria nella conca di Volzana, grazie al mancato ordine del Badoglio, non si fa sentire, sfonda la linea italiana, percorre la valle dell’Isonzo, a tergo della difesa avanzata e raggiunge Caporetto alle ore 15.

Al seguito di questa divisione, il corpo alpino tedesco nella giornata conquista tutta la regione orientale del Kolovrat, caposaldo della difesa di seconda linea italiana.

Nella conca di Plezzo, lo sfondamento è consentito grazie all’impiego di gas fosgene, che coglie totalmente impreparate le truppe italiane nelle trincee.

Il movimento delle prime due unità germaniche è immediatamente seguito da altre 5 divisioni.

La sera del 24 ottobre è aggirata la destra della seconda linea di difesa, da Tolmino al Kolovrat, e superato il centro della terza linea a Caporetto. Lo sfondamento, partito dalla “punta di lancia” di Tolmino è completato in un giorno. Il 25 ottobre le truppe austro-tedesche allargano notevolmente la loro manovra oltrepassando l’Isonzo a Saga e spingendosi verso il Monte Maggiore.

La resistenza dell’esercito italiano sulle alture lungo l’Isonzo è forte ma del tutto slegata.

A nord, la Decima Armata austriaca muove verso il Tagliamento. Al centro, le truppe al seguito della 12a divisione tedesca da Caporetto raggiungono la cresta laterale del Matajur. L’ala sinistra del dispositivo di attacco punta dal Kolovrat sulle strade per Cormons e Cividale. Superate nella giornata del 26 quasi tutte le posizioni difensive montane, la Quattordicesima Armata, sfociata in pianura, punta su Cividale, la Decima, a nord, raggiunge la valle del Fella. Contemporaneamente il Gruppo Armate Boroevic inizia l’offensiva sul Carso.

Nel momento critico del disastro militare, il 25 ottobre, il Capo di Stato Maggiore dell’esercito italiano, tenente generale Luigi Cadorna, emana il “bollettino della disfatta”. La truppa, la canaglia, si è vilmente ritirata dinanzi al nemico. È tutto molto semplice e chiaro nella descrizione dei fatti dello Stato Maggiore. Il disfacimento morale della politica contro la guerra, il virus del disfattismo, dell’avversione alla Patria ha trionfato contro il bene nazionale. La truppa è stata moralmente avvelenata, e si è rifiutata di combattere. Su tutto il resto, tace.

Purtroppo, diciamo noi disfattisti, non era vero!

Cadorna e tutto l’alto comando non hanno capito nulla di quel che è accaduto, di come si sono svolti i fatti, di quanta sofferenza sia costata la difesa, slegata e quasi sempre priva di un comando militare razionale, per la truppa in trincea, che ha resistito come ha potuto nello sfascio generale. Ma devono stornare dalle loro auguste persone ogni sospetto e colpa.

Il disastroso commento, che scarica la responsabilità del disastro su di un esercito combattente proletario e contadino, come lo sono tutti gli eserciti che si stanno macellando nel conflitto, ha un effetto talmente dirompente, non solo in patria, ma anche sugli Stati Maggiori degli alleati del Patto di Londra, che viene bloccato dal governo italiano prima di comparire sulla stampa nazionale. Ma non prima che sia diffuso in tutta Europa.

L’apparato politico statale borghese vede anche altre cose. C’è evidentemente anche un fronte interno da preservare, da difendere contro la collera dei proletari stanchi delle sofferenze che i loro figli e fratelli stanno patendo sui campi insanguinati, stanchi del bestiale sfruttamento della produzione militarizzata, stanchi di sacrifici e miseria, stanchi anche delle menzogne del partito che si dice proletario, schierato alla fine con i superiori destini della patria borghese.

È una stanchezza però che non si concretizza in rivolta cosciente ed organizzata. Manca, tanto nel corpo civile quanto in quello in divisa, la guida rivoluzionaria e intransigente che in Russia ha portato all’Ottobre.

Ma l’élite militare dal canto suo sente poco questa urgenza dell’ambito civile, conta soprattutto trovare il colpevole al di fuori dei propri ranghi e separare in una rigida barriera di odio di classe i proletari in divisa dal corpo degli alti ufficiali che difendono le sorti della classe che li foraggia e li blandisce con i ciondoli dell’onore militare, che per altro comportano anche i loro bravi benefici economici e di carriera.

E allora per una truppa che ha combattuto la sanguinosa guerra delle borghesie europee, fratelli contro fratelli di classe, sorge naturalmente il disgusto per il massacro, la sana voglia di farla finita, e di tornare a casa. Non nasce la ribellione cosciente, non nasce la volontà di affasciarsi in un fronte armato contro la propria borghesia.

Manca il Partito. Mancherà ancora, nell’ottobre 1918, per i proletari e contadini del disgregato esercito austro-ungarico, che saranno attratti irresistibilmente dalle sirene della patria e della nazione e torneranno ai propri paesi, per difendere gli Stati “da ogni attacco nemico”.

Ma in questo momento per l’Imperial Regio Esercito la questione delle nazionalità non si pone. Se i tanti disertori nazionalisti hanno in tutti i modi tentato di sabotare l’attacco portando informazioni precise e dettagliate all’alto comando italiano, che non ha voluto né saputo ascoltare, per accelerare la sconfitta e liberarsi dal giogo imperiale, ora che la travolgente vittoria apre la pianura veneta all’invasione i nazionalismi tacciono, anche se non cessano di masticare amaro per l’occasione sfumata. Avranno tempo di rifarsi un anno dopo.

Von Bulow non arresta l’offensiva, la prolunga verso Cividale, verso Udine. L’esercito italiano è in preda al caos. Qualche riserva che tenta di arginare la rotta e il ripiegamento oltre l’Isonzo ha un qualche temporaneo successo. Le truppe sulla Bainsizza bene o male riescono a ritirarsi verso l’Isonzo.

Cadorna il 25 ha l’idea di una ritirata, ma poi ci ripensa e dispone una linea di resistenza dal monte Kuk al monte Vodice, linea che non “tiene”, e il 27 dà l’ordine alla Seconda e alla Terza Armata di ripararsi dietro il Tagliamento, dove per altro non esisteva alcuna opera di trinceramento.

Le armate tedesche occupano Cividale, dopo una breve ma non semplice battaglia, e il giorno dopo Udine, abbandonata in tutta fretta dall’Alto Comando, e riescono poi a passare il Tagliamento, manovra che mette in difficoltà la Terza Armata, minacciata di accerchiamento, che però non si concretizza grazie anche all’esitazione delle armate di Boroevic che avanzano con lentezza.

Il ripiegamento avviene con aspri combattimenti, ancora la dissoluzione non è completa: a Mortegliano, a Basiliano e soprattutto a Ragogna reparti dell’esercito resistono duramente e non cedono il fiume, che però passano il 3 novembre sul ponte di Cornino, danneggiato ma non demolito, e a Codroipo il giorno dopo.

Sul fronte delle alte cime, nel Cadore, la Quarta Armata è attaccata come diversivo in concomitanza di Caporetto. Dal 1° novembre la Decima Armata di Von Krobatin muove contro il Cadore. De Robilant spera di mantenere le posizioni, ma l’ordine del 27 ottobre impone il totale abbandono dell’area e la ritirata si effettua il 3. Il grosso della Quarta Armata retrocede, combattendo, sulle posizioni di resistenza del Piave; il 5 novembre cade Cortina, il 9 novembre è conquistato l’intero Cadore e presi 11.500 prigionieri. Sull’alta valle del Piave a Longarone le avanguardie dell’Alpenkorps bloccano la ritirata della retroguardia della Quarta Armata, pressata a nord dalle truppe della Decima di von Krobatin, tagliando fuori dalla ritirata quasi diecimila italiani.

In pianura gli austro-tedeschi non hanno analogo successo, l’avanzata avviene con ritardo crescente. Cadorna decide scientemente di sacrificare la Seconda Armata, che ha accusato di viltà, disfattismo ed infezione bolscevica, a favore della Terza, di cui “si fida”.

Con questo si chiude la fase dell’avanzata e si prepara il successivo momento della resistenza sul Piave.

La rotta ha causato 280.000 prigionieri, 350.000 sbandati, 40.000 morti e feriti, 400.000 civili in fuga. Sono stati abbandonati 3.150 pezzi di artiglieria 1.700 bombarde, 3.000 mitragliatrici, enormi quantità di munizioni, viveri e rifornimenti d’ogni genere, che consentiranno la sopravvivenza delle truppe occupanti nei mesi a venire, e paradossalmente, aiuteranno a rallentarle nell’euforia della conquista di tutto quel “ben d’iddio”. Per la popolazione civile rimasta è una catastrofe indescrivibile, una sofferenza di fame e miseria senza fine.

Il sanguinario generale Andrea Graziani viene nominato ispettore generale del movimento di sgombero. Non è una scelta casuale: il “Fucilatore” è un paranoico che ha già in passato dimostrato la sua inclinazione all’omicidio, garantito dalla sinecura fornita da un esercito di classe che deve mantenere in armi, ma sottomessi alla disciplina, proletari e contadini che di morire per la Patria non ne hanno gran voglia. Per morire ammazzati da chi veste la stessa divisa non è necessario aver compiuto atti contro la disciplina, lo scopo è solo terrorizzare e far capire ai refrattari che lo Stato non si è eclissato con il disastro militare; qualunque morto va bene per la bisogna, e il Fucilatore è la persona adatta, perché dopo il Tagliamento la massa dei fanti, soprattutto della derelitta Seconda Armata, si sbanda.

Resta da chiedersi perché, dopo la rotta, dopo il disgusto per la guerra, dopo il suo rifiuto, benché pacifico, raggiunta la sicurezza della linea di resistenza del Piave, quella stessa truppa ritorni a combattere. In realtà la “Rivolta dei Santi Maledetti”, per dirla con Malaparte (vedi “L’antimilitarismo nel movimento operaio in Italia” in Comunismo nn.54-66), non ha mai avuto le caratteristiche e la natura di una ribellione collettiva seppur incosciente contro le forme di dominio borghese, lo Stato ed il suo esercito. Il momento critico ci sarebbe stato, se la propaganda rivoluzionaria ci fosse stata davvero, se ci fosse stata la organizzazione cosciente e determinata verso l’esito insurrezionale. Questo è completamente mancato, “l’attimo è sparito” e i Santi Maledetti sono naturalmente rientrati nei ranghi. Lo Stato borghese, nella rotta, nel disastro militare ha ottenuto ancora la sua vittoria di classe contro i suoi storici avversari.


14. La Battaglia di arresto

Il 9 novembre Amando Diaz sostituisce al vertice dell’esercito Luigi Cadorna. È una decisione che la “politica” avrebbe dovuto prendere almeno l’anno prima, ma di cui la pavida borghesia italiana non è stata capace di assumersi la responsabilità. Cade il Governo, se ne forma uno nuovo, il governo Orlando, che dovrà prendere la decisione, “auspicata” anche dagli Alleati i quali subordinano il loro aiuto alla rimozione del Generalissimo.

Cadorna, i suoi metodi di comando, la sua concezione strategica erano difesi da un non piccolo settore borghese che solo di fronte al disastro militare e disciplinare decide di abbandonarlo.

Diaz non è uno stratega militare né un trascinatore di uomini, è un burocrate che ha capito di dover tenere in conto i buoni rapporti col governo, che non si circonda di sicofanti come il predecessore, e mette in opera un diverso atteggiamento verso la truppa. Poco o nulla cambia nella sostanza, ma lo scoperto arbitrio assoluto di Cadorna viene ora mascherato da un atteggiamento paternalistico.

Sono invitati dietro le linee, ben accarezzati e “informati”, i “corrispondenti di guerra”, prima temuti e tenuti alla larga e che d’ora in poi riempiono le prime pagine di quotidiani e settimanali di evirate notiziole “dal fronte”.

Con queste premesse viene totalmente sostenuto dai rappresentanti parlamentari del Partito Socialista, che si schiera compatto sul principio della sacra difesa della patria, e si adopera in ogni modo a far tacere ogni dissenso proletario.

La borghesia italiana scopre infine che niente di meglio della democrazia può coprire e difendere il peggiore arbitrio del militarismo.

Militarmente l’esercito si mantiene in una stretta disposizione difensiva.

L’incalzare dell’offensiva, dopo la frenetica avanzata che ha occupato buona parte del Veneto, facendo retrocedere di circa 150 chilometri il fronte, inizia a rallentare. Giocano a favore dei difensori le difficoltà delle linee di comunicazione, le salmerie ed i rifornimenti che arrancano dietro le prime linee, la naturale stanchezza di un esercito che ha combattuto ininterrottamente avanzando a piedi.

Dal 10 al 26 novembre si sviluppa la cosiddetta “battaglia d’arresto” che ha per teatro l’Altopiano di Asiago, già teatro della “spedizione punitiva” del 1916, il fiume Piave e il monte Grappa, massiccio che sbarra il terreno tra il Piave e il Brenta e si articola in catene montuose a nord in direzione di Feltre. Il Grappa è posto in una posizione strategica che controlla tanto la pianura che le valli laterali, dalle quali un attacco può essere portato verso sud ovest. Anche per proteggerlo da un attacco da nord ovest, memore della offensiva del 1916, Cadorna ha deciso la costruzione di una strada, che prende il suo nome, per rifornire tutto il complesso sistema di fortificazioni ed artiglieria incavernata che organizzano questo formidabile baluardo.

L’attacco austroungarico inizia lungo il basso Piave ad opera dell’Armata dell’Isonzo comandata da Boroevic e il 12 novembre penetra nell’ansa di Zenson, ma non avanza oltre. Il 16 novembre passa il fiume anche a Fagaré, ma dopo il contrattacco deve retrocedere. Più a sud riesce però a far arretrare la linea difensiva fino al margine orientale della Laguna di Venezia. Sono indubbi successi locali, ma l’offensiva lungo il Piave fallisce e non è più rinnovata, fino all’offensiva del giugno ’18.

Nel settore dell’Altopiano di Asiago-Melette la linea di massima resistenza è in parte rioccupata.

L’offensiva si fa irresistibile nei giorni 10 e 12 novembre: Asiago viene abbandonata e le truppe italiane devono retrocedere sul Sisemol.

Gli austro-tedeschi si riorganizzano, vanno all’attacco dal 14 al 17 novembre sul monte Fior e su Castelgomberto, ma con scarsissimi progressi. Un secondo tentativo è fatto nei giorni 22 e 23 novembre, prima sul Monte Miela poi su monte Fior e di nuovo Castelgomberto. Le cime cambiarono di occupante diverse volte, alla fine rimangono in mano italiana.

Dopo una settimana di relativa calma, il 3 e 4 dicembre ultimo tentativo per sfondare sulle Melette, per scendere a Gallio ed aprirsi la strada per Bassano. Un violento attacco di artiglierie, ed una forte resistenza impediscono lo sfondamento.

La neve, che inizia a cadere abbondante, mette fine ai combattimenti.

La prima linea italiana è talmente indebolita che per necessità il Comando Supremo ordina il ripiegamento su nuove posizioni difensive dette “dei Tre Monti”: il Col d’Ecchele, il Col del Rosso e il Monte Valbella.

L’attacco al Grappa è un’operazione che si svolge in due fasi: la prima dal 14 al 26 novembre e la seconda dall’11 al 21 dicembre.

Una volta spezzata la linea italiana a Plezzo, nell’ambito della battaglia di Caporetto, il gruppo d’attacco del General der infanterie Alfred Krauss, forte di tre divisioni di fanteria austro-ungarica, si era diretto verso il complesso del monte Grappa.

Il 13 novembre Krauss divide le sue forze in due gruppi al comando di von Alpenbach e Schwarzemberg per scendere su Bassano del Grappa e Pederobba, sul Piave, ma l’attacco è fermato da un’accanita resistenza sui monti.

Il 14 novembre le truppe attaccanti, in totale 17 battaglioni, avanzano di 3 chilometri sulla riva destra del Piave, subendo però gravi perdite e catturando pochi prigionieri. Il 15 novembre l’attacco viene ripreso con forze più consistenti, e i difensori devono cedere le postazioni avanzate, ripiegando su una nuova linea difensiva, da Cismon del Grappa al Piave.

La ritirata italiana non è indolore e conta ingenti perdite. Poi l’avanzata di von Below si arresta ai piedi del Prassolan e lungo il Piave.

Nella mattina del giorno successivo il 15 novembre, il generale Krauss prosegue gli attacchi: ne ordina tre contemporaneamente condotti verso i settori occidentale, centrale e orientale. L’occidentale fallisce nei pressi di Collicello; nel settore centro venne tolta agli italiani parte del Prassolan; in quello orientale una ventina di battaglioni si impossessano del Cornella e di Quero, la “stretta” sul Piave è raggiunta la mattina del 17 novembre, facendo circa 2.400 prigionieri.

Il 20 novembre c’è un nuovo attacco nei pressi di Alano di Piave, che il 21 ottiene un successo limitato, ma i continui contrattacchi da parte dei due schieramenti durano per tutta la giornata. Sul monte Pertica si svolgono ancora combattimenti, e la cima passa più volte di mano, per venire definitivamente abbandonata dagli autro-ungarici. Questi il 24 si impossessano di una cima della dorsale dei Solaroli, con violenti combattimenti al Col dell’Orso, sul Monfenera e Col della Berretta, senza che gli attaccanti riescano a sfondare; l’attacco viene nuovamente effettuato il 26, ma con lo stesso esito.

Come da accordi tra alleati, Corpi d’Armata francesi e britannici sono schierati dal Monfenera a Nervesa.

Nei primi giorni di dicembre inizia il ritiro delle truppe tedesche.

La seconda fase della battaglia di arresto inizia con un attacco austroungarico al massiccio del Grappa. La conquista del Grappa ha un significato strategico, perché provocherebbe la rottura del fronte in due tronconi, potendo quindi portare l’attacco al campo trincerato di Treviso “dal rovescio”.

Riprendono l’11 dicembre gli attacchi. L’intento è quello di circondare il caposaldo con cime tutte in mano austroungarica, per isolarlo.

Con la conquista del Valderoa e del Monte Asolone l’esercito austro-tedesco aveva raggiunto la possibilità di irrompere verso la pianura bassanese, ma viene ancora bloccato dalla forte resistenza dei difensori.

Il 21 dicembre si interrompe ogni altro tentativo di proseguire l’offensiva e le truppe tedesche si sono definitivamente ritirate per la prossima offensiva sul fronte occidentale. A quella data, la battaglia d’arresto può dirsi conclusa.

La cima del Monte Asolone passa più volte di mano nel corso di attacchi e contrattacchi. La situazione si stabilizza con le posizioni italiane abbarbicate a ridosso della cima del monte.

Ma rimane aperta la comunicazione sulla “strada Cadorna”.

Ultimo sussulto offensivo si ha sull’Altopiano, dove si svolge la “Battaglia di Natale”. Il 25 dicembre il Terzo Corpo austro-ungarico attacca con 33 battaglioni e 560 cannoni il Ventiduesimo italiano, che disponeva di 24 battaglioni e 200 cannoni ed occupa il monte Valbella e il Col d’Echele. La difesa italiana deve consolidarsi sulla retrostante linea Cima Echar, Monte Melago, Pizzo Razea.

Sono le battute finali: il 30 dicembre la Quarantasettesima Divisione francese riconquista la dorsale fra Monte Tomba e il Monfenera e il 31 le truppe austro-ungariche nell’ansa di Zenson devono ripassare il Piave. L’esercito italiano ha contenuto l’offensiva. Dal 27 al 31 gennaio sull’Altopiano riprende l’offensiva dell’esercito italiano con la battaglia “dei Tre Monti”, che sono riconquistati.

Nel mese di febbraio e marzo le operazioni in grande stile si fermano, e si svolgono solo scontri locali e bombardamenti su città italiane: Venezia, Padova, Treviso, ed anche Napoli, da parte di un dirigibile.

L’Austria Ungheria non si impegna più in alcuna offensiva, preparando quella che spera decisiva del giugno.


15. L’offensiva del giugno 1918

Fu detta “Battaglia del Solstizio”, nella prosa magniloquente ed allucinata di D’Annunzio, o “della fame”, nell’amara coscienza dei fanti dell’Imperial Esercito.

La fase di stallo militare non può portare alcun beneficio all’esercito austro-ungarico, anzi le condizioni economiche sempre più critiche in Austria e la carestia che colpisce l’Impero sono il segno evidente che la guerra di logoramento sta portando i suoi frutti alle sorti militari dell’Intesa. Il malessere popolare comincia a montare, gli scioperi si fanno via via più ampi e più radicali. C’è per l’Impero un chiaro e pericoloso problema sociale, che impegna, a integrazione delle forze ordinarie di polizia, risorse militari per il controllo della piazza, che però vanno distolte dal fronte.

Quanto è riuscito a fare il tradimento socialdemocratico in Italia, che ha eretto un’efficace diga di contenimento dopo Caporetto schierandosi a fianco dell’apparato repressivo statale e ha tacitato il levarsi del fronte interno, non riesce alla socialdemocrazia austriaca la cui debole azione pare superata dalla collera dei proletari.

Convinti che “qualcosa debba essere fatto” per smuovere una situazione militare ed anche politica, il comando dell’esercito prepara il piano per l’ultimo sforzo, quello che dovrà essere decisivo. È il piano della disperazione, un “la va o la spacca”.

Del resto la resa della Russia ha consentito lo spostamento sui fronti sud orientali e occidentali di tutte le risorse che la guerra aveva assorbito ad oriente. L’Imperial Regio Esercito ha un numero di soldati e di armamenti che non ha mai potuto schierare sul fronte italiano. Giocano invece a sfavore le miserrime condizioni alimentari, la produzione di armi che diminuisce costantemente, lo sfacelo economico che inizia a travagliare l’Austria e la Germania, la situazione sociale interna che si fa sempre più difficile, gli scioperi che tormentano un’economia già in profonda crisi. Tutto questo rende sempre più necessaria una vittoria, a qualunque costo.

Ma le vicende belliche già alla vigilia dell’offensiva non si pongono in modo favorevole per l’Impero. Il 10 giugno nelle acque del Quarnaro viene affondata, in un’azione in mare aperto, la corazzata imperiale “Santo Stefano”, ad opera di un mezzo silurante leggero e molto veloce; una grave perdita, più che su quello militare sul piano dell’immagine e della propaganda.

L’offensiva, che va dall’altopiano di Asiago alla foce del Piave su un fronte esteso per 300 chilometri, nasce su un equivoco politico che porta a un grave errore strategico: si sviluppa nelle sue linee essenziali su una perniciosa mediazione tra i due feldmarescialli dell’esercito, Conrad von Hotzendorf, che all’inizio dell’offensiva comanderà due armate dallo Stelvio al Grappa, e Boroevic, con due armate lungo il Piave.

Conrad continua a sostenere un attacco diretto dal Trentino, sulla falsariga dell’offensiva del ’16, Boroevic insiste per un attacco sul Piave. Il capo di stato maggiore Arz e lo stesso imperatore Carlo, dopo una lunga serie di esitazioni e ripensamenti, decidono di accettare entrambi i piani, anche se quello di von Hotzendorf ha il grande difetto di ricalcare il piano del fallito attacco al Grappa. Il generale Alfred Krauss, lo stratega con i generali tedeschi della rottura a Caporetto, interpellato sull’argomento, ipotizza un attacco lungo il Garda, ripresentando il suo concetto strategico di operazioni sul fondovalle; e con questo avvalora, in un certo senso il piano Conrad.

Questa offensiva è pensata come una manovra a tenaglia che parte dall’altopiano di Asiago e dal Grappa su Vicenza e dal Piave su Treviso, unite ad un’azione di disturbo sulla linea del Tonale-Adamello-Brenta, slegata dalle due principali. Tutta l’operazione costituisce una grave diluizione delle forze in campo, aggravata dalla scarsezza delle riserve di truppe, armamenti, munizioni, che vengono ammassate per il primo colpo senza che ci sia la materiale disponibilità per sostenere l’attacco nel tempo.

Inoltre non c’è più l’illuminata strategia tedesca a guidare le truppe, la tecnica dell’infiltrazione e degli attacchi rapidi e micidiali nei punti più deboli del fronte avversario con la capacità di allargare a ventaglio l’offensiva una volta che questo sia rotto in uno o più punti.

Dal lato italiano le condizioni difensive sono ben diverse dalla balorda disposizione sull’Isonzo nel ’17 e dalla disperata difesa del novembre.

Il fronte interno del paese è tacitato, strangolato dalla morsa polizia-socialdemocrazia. L’opposizione alla guerra, sorta dopo la rotta, la volontà dei fanti di farla finita con i massacri, dopo le forsennate e terroristiche misure repressive della ritirata, che hanno dimostrato quanto lo Stato borghese sia sempre presente, è stata ricondotta nell’alveo di un tollerabile e tollerato mugugno, che non prende più l’aspetto di rivolte, sia pur localizzate e circoscritte.

Le fucilazioni, i processi continuano, ma vanno a terminare quelle senza processo ad arbitrio dei comandanti, ed una vernice di paternalismo rende più sopportabile la disciplina rispetto a quella cieca e bestiale impiegata dalla gestione Cadorna. Si costituisce un apparato di controllo degli umori della truppa condotto da una speciale sezione “P” (Propaganda) che fa capo allo stato Maggiore e ha per fine individuare e rispondere alla propaganda sovversiva. Si moltiplicano i giornaletti di trincea, si accetta la critica, nel giusto modo beninteso, ed anche la blanda ironia dei fanti in trincea.

È il metodo Giolitti applicato alla disciplina. Nulla cambia nella sostanza, si tratta sempre di mandare a morire ammazzati proletari e contadini in divisa, e qualche anima bella che aspira alla gloria, ma diminuisce lo sperpero insensato di vite umane usate come carne da cannone nelle offensive. Del resto questa è una fase difensiva, in cui si aspetta l’assalto dell’avversario, a cui tocca l’onere di esporsi.

Ma tutto questo apparato di corruzione sociale non sarebbe stato nulla se militarmente le cose non fossero cambiate.

Le lezioni di Caporetto e della Battaglia di Arresto sono state finalmente apprese. E in più comincia ad arrivare il fiume di risorse economiche con i prestiti e i materiali che l’oltreoceano rende disponibili anche per l’Italia. Il tempo ha giocato a favore dei difensori, sfavorendo gli attaccanti.

Con i finanziamenti esteri e domestici (il debito, si spera, sarà onorato grazie alle riparazioni che i vincitori estorceranno agli Stati sconfitti) è stata avviata un’imponente ripresa della costruzione di armi ed armamenti pesanti che ben compensano quelli perduti nella ritirata. Il riarmo si accompagna ad un più accurato addestramento dell’artiglieria, che viene utilizzata in un modo più adatto a seconda delle diverse fasi della battaglia, contropreparazione, blocco e interdizione.

Sul lato difensore, la riva destra del Piave, il reticolo stradale è sviluppato anche per linee trasversali, che consentono il celere spostamento di truppe ed armamenti da un punto all’altro del fronte, mentre nel Veneto occupato è essenzialmente articolato nella direzione est-ovest, con tutte le gravi difficoltà di spostamenti laterali per sostenere l‘attacco ove fosse necessario.

Le mastodontiche armate dei tempi di Cadorna sono ridotte ad unità più snelle, in cui la catena di comando e delle comunicazioni degli ordini sono più immediate e semplici. Inoltre, conformemente alle tecniche difensive austro ungariche, l’esercito si addestra ad operare in condizioni di difesa elastica, senza incaponirsi nella rigida difesa a qualunque costo delle prima linee, con l’uso di unità che operano secondo concetti di resistenza anche se accerchiati, in attesa della controffensiva.

E questa volta è l’esercito imperiale a fare la parte dell’invasore, e questo lo rende più esposto all’attività di spionaggio avversario. Ora vi sono elementi di una popolazione civile allo stremo per l’occupazione di un esercito che ha difficoltà a dar da mangiare ai suoi combattenti e sfrutta senza alcun riguardo le miserrime risorse locali, che informano la ristrutturata intelligence italiana su ogni movimento.

La situazione si è rovesciata rispetto all’ottobre 1917.

Inoltre sono arrivate truppe dell’Intesa, francesi e inglesi, che in prima battuta presidiano saldamente le retrovie e consentono di schierare in modo più ampio le truppe italiane sulla linea di difesa.

C’è un altro elemento che gioca a favore dei difensori sul Piave. Se nella dodicesima battaglia dell’Isonzo le condizioni meteorologiche sono state del tutto a favore degli attaccanti, che le hanno sapute magistralmente sfruttare, ora è la eccezionale stagione piovosa che causa una violenta piena del fiume a regime torrentizio e rende critiche le manovre di attraversamento.

La sicurezza dei piani di attacco è del tutto deficitaria e lo stato maggiore italiano ne è perfettamente informato, e questa volta dà credito alle informazioni.

La manovra di disturbo sul Tonale è addirittura anticipata con un furioso tiro di contropreparazione che disarticola l’attacco, e consente una difesa agevole che ributta indietro gli attaccanti con notevoli perdite.

Sull’altopiano di Asiago il settore più colpito è per l’ennesima volta la linea “dei Tre Monti”, che cadono di nuovo, mentre l’offensiva viene fermata sui colli circostanti. Le posizioni saranno riconquistate alla fine di giugno.

Sul Grappa è interessato il settore occidentale, e sono perdute dall’esercito italiano posizioni importanti per la difesa, Col Moschin, Col del Miglio ed altri, che però vengono ripresi con in una serie di contrattacchi.

Viene interrotta in un punto anche la “strada Cadorna”, ma la presenza di un’altra strada, la “Giardino”, aperta nei mesi precedenti, evita il blocco dei difensori del Grappa. A questo punto si arresta anche l’offensiva “Albrecht”, col ritorno delle truppe sulle posizioni di partenza. Dopo un mese di scontri furibondi, resta in mano austriaca soltanto la dorsale del Solarolo. È un risultato inconsistente per l’ampiezza delle perdite e le risorse impiegate

In pianura, le armate di Boroevic incontrano forti difficoltà nell’attraversamento del Piave in piena, ma sono due essenzialmente i punti nei quali l’attacco ha successo: su un fronte di diversi chilometri da Candelù e Caposile, ove riescono a costituire un saliente tra Monastier e Meolo per la profondità di 5 chilometri, e sul Montello, affacciato sul Piave, una collinetta carsica a nord del campo trincerato di Treviso, che pure era difeso da una quadruplice linea difensiva. Sul basso Piave la testa di ponte è contenuta, prima spezzandola in due, poi respingendo sulla riva sinistra gli attaccanti, mentre sul Montello le truppe del feldmaresciallo luogotenente Goiginger arrivano a minacciare nel settore sud occidentale la quarta linea, dopo aver travolto le prime tre.

Il Montello, area boscosa da cui la Serenissima traeva il legname per le sue navi, trasportate dalla corrente del Piave al mare, poi a Venezia, pareva al comando italiano, dell’incapace gen. Pennella, il punto più saldo di tutto il dispositivo difensivo. Gli errori compiuti nella disposizione difensiva riportano ad episodi della Dodicesima battaglia dell’Isonzo: posizionamento errato delle artiglierie, troppo vicine alla prima linea di difesa, cambio delle truppe per turno lo stesso giorno dell’attacco, con soldati che occupano posizioni che non conoscono ancora, mancanza di collaborazione tra i sottoposti di Pennella, Di Giorgio e Gandolfo.

L’attacco sfrutta magistralmente la tattica di infiltrazione tra le boscaglie, l’aggiramento e le penetrazioni fulminee tra le linee di giunzione. Il paese di Nervesa, sul Piave, è teatro di accaniti scontri, l’avanzata delle truppe austro-ungariche consente la cattura delle artiglierie troppo avanzate, che vengono girate contro i difensori. Alla fine il 21 giugno il fronte si stabilizza dinanzi alla quarta linea di resistenza.

Ma la difficoltà di mantenere l’iniziativa, le risorse in truppa ed armamenti che scarseggiano paurosamente, indicano che l’offensiva non ha più ragione di continuare, e il 23 giugno l’esercito attaccante si ritira sulle posizioni di partenza.

La vittoria difensiva dell’esercito italiano segna di fatto la sconfitta dell’Austria-Ungheria.

Il 30 giugno la “febbre spagnola” compare sul fronte occidentale, ed il primo settembre nelle retrovie di Vicenza. Durante il resto del conflitto e nel dopoguerra mieterà tante vittime quasi quanto quelle del conflitto.

Ad inizio luglio un’offensiva italiana sul delta del Piave rettifica verso est il fronte locale.

Dopo questa data non si verificano più operazioni significative sul fronte.


16. Contrattacco italiano e dissoluzione dell’esercito austriaco

I mesi successivi alla battaglia di giugno sono per l’esercito austro-ungarico di progressivo deterioramento, reso più drammatico non solo dalle condizioni di una struttura militare che si disgrega, mentre i nazionalismi del composito Impero rialzano la testa, ma dalle condizioni dei fronti interni, con la popolazione allo stremo, scossa da scioperi che terrorizzano la borghesia.

Il tentativo di Carlo di Absburgo di ricompattare l’ex Impero sotto una forma democratico-federale è una operazione senza sostanza di un regime monarchico al tramonto, che le borghesie nazionali, spaventate tanto dall’Ottobre rosso alle porte e dalla collera proletaria quanto dalle condizioni disastrate in cui versano i loro Stati, non intendono più sostenere.

Gli Stati Uniti d’America, che hanno partecipato militarmente soltanto alle ultime fasi della battaglia d’Occidente, che hanno fatto atto di presenza sul fronte sud occidentale, sono loro i veri vincitori della guerra. Loro è l’impegno economico, finanziario e diplomatico che sul finire delle ostilità detta tempi e indirizzi sulla pace e sul dopoguerra. È il fiume di aiuti che da oltre Atlantico è giunto nella stremata Europa la linfa vitale che ha consentito all’Intesa di reggere alla superiore capacità bellica e strategica dell’esercito tedesco.

Nel suo piccolo ha contribuito anche l’intervento militare della borghesia italiana, che non vorrebbe mancare all’abbuffata post bellica. È costata centinaia di migliaia di morti, storpiati, distrutti negli spiriti e nei corpi, ma almeno ha consentito di far guadagnare tempo agli eserciti francese e inglese, che hanno dovuto affrontare il solo esercito tedesco ed hanno dato l’agio alla potenza americana di dispiegarsi in tutta la sua forza, economica e produttiva in quella che è stata una guerra di logoramento, in cui hanno contato, alla fine, le risorse disponibili e non gli eroismi, le strategie geniali, il coraggio, le maledizioni dei milioni di morti ammazzati sui campi di battaglia, i grandiosi onorevoli macelli condotti dai generali con le greche sul colletto. La potente borghesia americana ha vinto sulle rabbiose e fradice borghesie europee, dell’Intesa e della Duplice.

I 14 punti di Wilson, a cui tutti i belligeranti, vincitori e vinti, sono costretti bene o male ad aderire, segnano in modo evidente questo fatto.

A Versailles saranno gli americani a dettar legge, a dosare gli egoismi smodati dei vincitori, a lasciare a bocca asciutta la italica borghesia che si aspettava, al minimo, il rispetto degli Accordi di Londra. Alla fine del ’18, quando ormai i giochi militari sono quasi fatti, occorre far presto, arrivare tardi alla tavola dei vincitori significa farsi fregare il posto.

Ma Diaz non intende muovere all’attacco per sgominare il nemico che ancora occupa “il suolo patrio”. Ritiene più saggio attendere che lo sfacelo faccia il suo corso, e pensa a ragione che ancora l’esercito austro-ungarico possa tener testa all’offensiva italiana. Però il crollo dell’esercito tedesco sul fronte occidentale, la sconfitta degli alleati della “Duplice”, Bulgaria e Turchia, rende convinti gli alleati dell’Intesa che è ora di farla finita, ad ogni costo, e si accentuano le pressioni perché l’Italia muova all’attacco.

Il governo di sottobanco minaccia Diaz di esonero, se non si sbriga. Gli Alleati generosamente mettono a disposizione due divisioni britanniche, comandate da lord Frederick Canvan ed una francese comandata da un generale còrso, Jean Cesar Graziani, con lo stesso cognome di quel Fucilatore che finirà i suoi giorni misteriosamente buttato giù da un treno in corsa, e da un altro generale Rodolfo Graziani che, dopo mirabolanti avventure coloniali condite con il gas contro i “ribelli” ed altre atrocità del genere, diventerà Viceré di Etiopia e si ritroverà, tempo dopo, a capo dell’esercito marionetta di Salò, e terminerà nel secondo dopoguerra la sua vita nel proprio letto.

Diaz tergiversa, fa assurde richieste di armamenti e truppe, ma è costretto a portare l’offensiva seguendo il piano di un brillante colonnello dello Stato Maggiore, tal Cavallero che, diventato poi Capo di Stato Maggiore generale durante la seconda Guerra Mondiale, finirà con una pallottola in testa, forse opera dei camerati tedeschi, o forse dei fascisti, o forse degli scherani di Badoglio.

È un piano ambizioso, un’ardita operazione a due direttrici, nord-est sui monti e sud-est sul Piave. Prevede un assalto alle anticime del Grappa con la Quarta Armata e ha per obbiettivo la riconquista di Col Caprile, del Monte Pertica e della dorsale dei Solaroli. Il comandante generale Giardino non è per niente persuaso dell’offensiva; a buona ragione, l’attacco fallisce contro ottime postazioni e benissimo difese, sulla falsariga delle offensive del Carso. È una carneficina; nella frenesia dello scontro sanguinoso ci sta di tutto, anche l’equivoco militare del Monte Pertica, perso, riconquistato, riperso con inutili stragi per una inutile posizione, indifendibile per entrambi i contendenti.

Le truppe italiane tornano sulle posizioni di partenza, nulla è stato riconquistato, men che meno l’inconquistabile Monte Asolone che a ovest del Grappa mantiene la sua minacciosa posizione di testa di ponte per un possibile attacco avvolgente, che però non potrà più esserci.

Il generale Caviglia, che ha sostituito l’inetto Pennella, dal Montello cerca di passare il Piave, ma la corrente impetuosa e la dura resistenza sulla sponda sinistra lo fermano e riesce a stabilire solo deboli teste di ponte.

Ma è solo questione di tempo e situazione tattica. Sul basso Piave lo sfondamento è in atto. Canvan, alla testa di due divisioni italiane e di due britanniche il 26 ottobre passa sulla riva sinistra alla Grave di Papadopoli, un’isola fluviale. E avanza, primo, verso nord. Su questo successo crolla anche la difesa davanti al Montello, e sfonda anche l’Ottava Armata di Caviglia.

Anche Graziani, il francese che comanda un’armata di due divisioni italiane ed una francese, stabilisce una forte testa di ponte a Pederobba. Questa è la fine per l’Esercito Imperiale, nel quale dilaga lo sfaldamento cominciato dalle truppe di seconda linea.

Il 29 ottobre l’Ottava Armata di Caviglia occupa Vittorio Veneto, che dà il nome alla battaglia.

Insomma, chi “ha vinto” la guerra, chi “ha perso”, chi ha perso con l’onore intatto, senza mai essere sconfitto in campo aperto?

Nella implacabile guerra di frizione e consumo, al di là degli orpelli e delle fanfare, nella dura sostanza reale non c’è posto per le bandiere, per l’onore intatto, per tutta l’oscena sarabanda di retorica costruita sconciamente sui carnai dei campi di battaglia. Tutta la sceneggiata che il demagogico sistema di consenso e intorpidimento ha messo su, prima, durante e dopo, per suscitare l’entusiasmo alla guerra, per alimentare il sacro fuoco patriottico, per dimostrare che la vittoria era meritata o che era immeritata la sconfitta avvenuta per chissà quali tradimenti, è stato solo il consueto infame inganno ai danni della classe che minacciava il mondo borghese; c’è allora un unico vero sconfitto, il proletariato internazionale che non ha bandiere borghesi, non ha patrie né nazioni.

Il disastro militare dell’Imperial Regio Esercito continua inarrestabile, le dinamiche nazionalistiche spingono masse di ex soldati in armi al ritorno alle proprie case.

Il 30 ottobre inizia lo sgombero dell’area montana intorno al Grappa, difesa fino a pochi giorni prima dai fanti in grigio blu con un tributo immane di sangue, al solo fine, non militare ma esplicitamente politico e sociale, di non farli rientrare vivi nelle loro città o il più tardi possibile, evitando la collera dei soldati smobilitati e la bufera degli sbandati.

Con un’azione combinata a tenaglia Graziani, il còrso, oltrepassa la stretta di Quero e Caviglia punta a Belluno.

I giorni successivi è sgombrato anche l’altopiano di Asiago.

Il 1° novembre si sviluppa l’attacco al sud Tirolo da tre direzioni: dalla Val di Non su Bolzano, da sud-est in direzione di Trento, dai rilievi del Cismon fino a Bolzano, Brunico e Dobbiaco fino al Brennero. Il primo novembre avviene lo sfondamento sull’Altopiano, mentre inizia il caotico ripiegamento oltre il Tagliamento.

Il 2 novembre, con il crollo del Gruppo di Armate del Tirolo, truppe italiane entrano a Udine, Gorizia, a Trento e, via mare, a Trieste, senza più combattere. La valle dell’Adige è percorsa nel tumulto della ritirata fino a Bolzano ed al Brennero, le comunità rurali di alta montagna e delle valli alpine sono andate a dormire sotto la vigile protezione dell’Aquila Bicipite degli Absburgo e si svegliano all’ombra dell’Elmo di Scipio. Cambia poco.

La borghesia austriaca ha una sola preoccupazione, evitare che le masse senza ordini né controllo entrino nei confini statali. Ha costretto la truppa stremata ad una insensata difesa sulle anticime del Grappa, lascia che le truppe che hanno sofferto pene inenarrabili siano fatte prigioniere dall’esercito italiano avanzante, anche diffondendo ad arte la notizia che l’armistizio è stato raggiunto quando ancora tutto era in discussione, mentre l’esercito italiano fa passare indenni le truppe fedeli agli ufficiali, inquadrate e disciplinate che saranno la guardi armata contro la possibilissima rivolta sociale.

Il 3 novembre, a Villa Giusti, presso Padova, al generale Viktor von Weber Webenau tocca il compito di ascoltare ed accettare in silenzio le imposizioni del gen. Badoglio, incaricato dei “negoziati”, che detta le condizioni per la capitolazione. È la fine della guerra. È la fine delle monarchie mitteleuropee. È il duro ridimensionamento delle pretese dell’italica borghesia. È la messa a dimora per un altro orrore antiproletario ed antiumano trenta anni dopo.

(continua al prossimo numero)

 

 

 

 

 

  


Ricapitolando sulla questione cinese

(continua dal numero scorso)


Rapporto esposto alla riunione di Genova nel maggio 2018

2° Parte:
- Le campagne cinesi
- Contraddittorio sviluppo del capitalismo in Cina
- La classe operaia cinese
- La prospettiva marxista nelle Tesi dell’Internazionale
 

Nel Manifesto del Partito Comunista Marx scrive in riferimento al modo di produzione capitalistico: «Con il rapido miglioramento di tutti gli strumenti di produzione, con le comunicazioni infinitamente agevolate la borghesia trascina nella civiltà tutte le nazioni anche le più barbare. I bassi prezzi delle sue merci sono l’artiglieria pesante con la quale spiana tutte le muraglie cinesi (...) Costringe tutte le nazioni ad adottare il sistema di produzione della borghesia, se non vogliono andare in rovina, le costringe ad introdurre in casa loro la cosiddetta civiltà, cioè a diventare borghesi».

La forza espansiva del modo di produzione capitalistico riuscì a scuotere ed infrangere l’edificio sociale del Celeste Impero che si era protratto quasi uniforme per millenni.

Nonostante le rivolte contadine la società cinese era restata in uno stato di equilibrio per secoli, e neanche le ondate di invasori dei popoli nomadi e guerrieri dell’Asia centrale ne avevano mutato il corso. Pur riportando la vittoria in campo militare, questi popoli invasori erano portatori di modi di produzione inferiori, per cui furono costretti ad adattarsi e a fondersi rapidamente nel paese conquistato senza nulla cambiarvi.

Solo l’impatto col modo di produzione capitalistico poteva mettere fine a quell’immobile tipo di società: nello scontro tra le diverse forme di produzione la più arretrata viene spazzata via dalla più giovane e dinamica.

A partire dalla metà dell’Ottocento la penetrazione delle potenze straniere in Cina sconvolse l’economia e l’antica società cinese. La vecchia gerarchia sociale, divisa in letterati, contadini, artigiani e mercanti, base fondante del millenario impero, fu sconvolta. Nuovi rapporti economici sorsero nelle città, mentre le campagne entrarono in una profonda crisi. Il capitalismo, con la sua tecnica, le sue merci e i suoi cannoni, distrusse l’equilibrio della società cinese e diede il via alla formazione delle nuove classi che saranno al centro delle lotte nella Cina del XX secolo.


Le campagne cinesi

Per secoli in Cina era prevalsa, quasi immutata, una economia locale in cui la coltivazione del suolo era accompagnata dalla produzione di manufatti, entrambe imperniate su una struttura familiare e condotte alla scala del villaggio. A questa forma statica si era ben presto sovrapposto il potere centrale.

Ancora alle soglie degli anni Venti del Novecento la Cina era un paese arretrato rispetto allo sviluppo capitalistico dell’Occidente, la sua popolazione era quasi esclusivamente impiegata nelle campagne, oltre 300 milioni di uomini dipendevano per il loro sostentamento dalla terra.

Il maoismo ha sempre sostenuto la teoria del carattere antifeudale della rivoluzione cinese, ritenendo la spartizione delle terre la misura necessaria e sufficiente per lo sconvolgimento dei rapporti sociali nelle campagne.

Alcuni dati ci mostrano il peso della proprietà feudale in Cina. Dal nostro studio “Il movimento sociale in Cina”, del 1964, cui ampiamente attingiamo e al quale rimandiamo il lettore, abbiamo le seguenti percentuali:

Periodi Proprietà
dello Stato
e dei Templi
Proprietà
privata
Fine XVI secolo 50 50
1877 18,8 81,2
1927-1933 6,7 93,3
Fonte: “Historie du développement
économique de la Chine”, 1840-1948,
Pechino, 1958 (tavola 172)

È evidente che da spartire c’era poco. Questo perché già nella Cina antica l’acquisto e la vendita della terra erano liberamente praticate.

Successivamente l’impatto dell’imperialismo europeo determinò un considerevole indebolimento del potere centrale, che provocò il dilapidare dei beni dello Stato a vantaggio dei mandarini e della borghesia compradora. L’imperialismo sconvolgeva i rapporti sociali nelle campagne. La vecchia classe dei funzionari governativi, dei mandarini e dei militari, arricchendosi con il commercio con gli stranieri e formandosi come grande borghesia mercantile, investiva i profitti nelle campagne strappando le terre ai contadini e alle comuni agricole attraverso i prestiti usurai e l’indebitamento.

Fame e miseria colpivano la maggioranza dei contadini, costretti a vivere, a lavorare e a campare su fazzoletti di terra insufficienti al loro mantenimento. Non solo non producevano abbastanza per disporre di eccedenze da destinare al mercato, ma erano costretti ad indebitarsi sia per l’acquisto di sementi, concimi e derrate alimentari con cui sopravvivere fino al raccolto successivo, sia per pagare l’affitto e l’uso di attrezzi agricoli. Erano costretti quindi ad ipotecare il raccolto, e, se non bastava, anche il pezzo di terra, a tassi di interesse mai inferiori al 30% annuo, con punte anche dell’80%. A ciò si aggiungeva il peso schiacciante delle imposte e le estorsioni dei signori della guerra, facendo sì che i debiti dei contadini aumentavano di anno in anno, lasciandoli alla mercé dell’usuraio e dell’esattore. Inoltre, nell’impossibilità di inviare i prodotti ad un mercato lontano, erano soggetti al mercante che manovrava i prezzi a suo arbitrio. Alla fine di una stagione di stenti e di fatiche, inevitabilmente il contadino cinese si trovava indebitato. Aggiungendo debiti su debiti finiva per perdere il pezzo di terra e si trasformava in colono; allora doveva cedere al proprietario una percentuale dal 40 al 70% del prodotto, più un insieme di regalie e prestazioni personali che si perpetuavano da secoli. Il contadino cinese era ridotto così alla condizione di fittavolo o semi-fittavolo con contratto d’affitto quale forma predominante dei rapporti sociali nelle campagne.

Pochi dati mettono in evidenza il fenomeno. Provengono dalle statistiche pubblicate dal governo di “sinistra” di Wuhan in seguito ad un’inchiesta della sua Commissione agraria, realizzata nel Centro e nel Sud del paese nel 1927 e commentata nel nostro “Il movimento sociale in Cina”:

Superficie
aziende
agricole,

mu *
Numero
aziende
Popolazione
agricola
Superficie
coltivata
1-10 44 20 6
10-30 24 12 13
30-50 16 7 17
50-100 11 4 21
100 e più 5 2 43
Totale 100 45 100
Fonte: Rapporto della Commissione Agraria
del governo di Wuhan al C.C. del Kuomintang,
citato da A.V. Bakoulin “Zapiski ob oukhanskom
periode kitaïskoï revoliutsii”
, Mosca, 1930.
* 1 mu è circa un sedicesimo di ettaro.

«Questo quadro conferma che il 55% della popolazione agricola (100-45) è costituito da contadini senza terra, costretti ad affittare un miserabile campicello dai proprietari di più di 30 mu, che posseggono l’80% della terra coltivata» (“Il movimento sociale in Cina”).

Questa situazione era particolarmente difficile nei grandi bacini fluviali della Cina centrale e del Sud, perché in queste aree prevaleva la coltivazione del riso e si aveva una polverizzazione accentuata della proprietà, mentre nel Nord dove si produceva grano le aziende agricole erano più concentrate. Ciò spiega le forme dello sfruttamento del contadiname diffuse nelle regioni centrali e meridionali: rendita in natura, con tassi molto elevati che arrivavano fino al 70% del raccolto. Bisogna sottolineare però che questa rendita era prelevata non da una classe di feudatari come nell’Europa medievale, ma dalla borghesia, la quale trovava più profittevole investire i propri capitali nella terra piuttosto che nell’industria, e che contribuiva, insieme con i notabili, a mantenere il vecchio ordine di cose nelle campagne.

In Cina, l’arrivo degli occidentali, aveva creato uno stretto legame tra i proprietari terrieri e la borghesia commerciale. Sotto la pressione dell’imperialismo i maggiori esponenti della classe dominante cinese erano divenuti i principali intermediari del capitale straniero. Essi, i famosi “compradores”, alleati all’imperialismo e veicoli della commercializzazione dei prodotti occidentali, accumulando enormi profitti, li investivano nella terra o li mettevano a frutto come capitale usuraio nelle campagne. Erano quindi parte integrante del sistema che opprimeva e sfruttava il contadino cinese. Era difficile una netta distinzione tra le varie figure sociali a cui era soggetto il contadino cinese: proprietari fondiari, esattori di imposte, funzionari locali, mercanti, usurai, signori della guerra. Gli interessi di questi gruppi erano fusi gli uni agli altri diventando quelli indistinguibili dell’intera classe dominante. Una stessa persona, ad esempio, poteva riscuotere gli affitti, gli interessi, le imposte; i proprietari terrieri potevano essere nello stesso tempo esattori di affitti, mercanti, usurai, spesso possedevano fabbriche, e inoltre fornivano ufficiali all’esercito e funzionari statali. Tutte queste figure, strettamente legate e spesso sovrapposte, formavano la classe dominante che opprimeva e sfruttava il contadino, e anche se cercavano di allentare la pressione esterna, i loro interessi erano legati a quelli degli imperialisti e il distacco che li separava dalle masse sfruttate era molto maggiore dell’antagonismo che li metteva in conflitto con gli stranieri, da qui la loro azione reazionaria di fronte ai moti di indipendenza che nascevano in Cina.


Contraddittorio sviluppo del capitalismo in Cina

Dalle guerre dell’oppio in poi, la Cina ha costituito per l’imperialismo mondiale una sterminata riserva da depredare, dove le maggiori potenze hanno gareggiato nella loro opera di brigantaggio, smembrandone l’Impero e accaparrandosi le enormi risorse economiche.

L’impatto col capitalismo occidentale produsse all’interno di alcuni settori della classe dominante cinese la convinzione della necessità di utilizzare le tecniche occidentali per poter meglio opporsi alle pretese delle potenze straniere. L’accento era posto principalmente sulla necessità dell’aumento delle forze militari e navali. A partire dalla seconda metà dell’Ottocento furono costruiti arsenali e navi da guerra di tipo moderno, ma, malgrado i notevoli sviluppi della produzione locale, essa dipendeva in larga parte dall’estero. Capitali cinesi erano impiegati anche per la realizzazione di alcune tratte ferroviarie, per l’apertura di miniere a cui erano affiancate delle fonderie e per lo sviluppo dell’industria tessile. Ma fino agli ultimi anni dell’Ottocento il capitale cinese era principalmente impiegato per la modernizzazione delle forze armate e il processo di industrializzazione dipendeva essenzialmente dalla penetrazione economica straniera.

Lo sviluppo del capitalismo in Cina, sostanzialmente, prese avvio nelle aree costiere e nel Nord, occupate o soggette all’influenza delle potenze straniere, dove furono impiantate strutture industriali e costruite ferrovie, primi passi di un lungo processo di trasformazione del paese, ancora basato principalmente sull’agricoltura.

Non possiamo qui descrivere le modalità dell’impianto del capitalismo in Cina, studio che sarebbe senz’altro di fondamentale importanza. Ci preme solo sottolineare le sue contraddizioni, che avranno una decisiva influenza sulle future sorti della rivoluzione cinese.

I capitali con i quali furono impiantate le prime fabbriche moderne erano di provenienza essenzialmente occidentale, investiti soprattutto dove era forte l’influenza delle potenze straniere e debole era il potere centrale, i cosiddetti “porti aperti”, come ad esempio Shanghai, o territori senz’altro occupati, come Hong Kong. Qui gli stranieri godevano di enormi privilegi di extra-territorialità, non sottoposti agli obblighi finanziari e fiscali cinesi.

In questo modo, la Cina, sottomessa all’imperialismo, aveva dato origine, specie nei grandi porti, oltre che ad un proletariato indigeno, anche ad una classe borghese cinese, che però, data la sua sottomissione alla opprimente presenza imperialistica, si era caratterizzata come quasi esclusivamente commerciale. Lo sviluppo di questa classe era strettamente connesso con gli interessi dei capitalisti stranieri, dei quali era il rappresentante sul territorio cinese. Non solo questa moderna borghesia cinese era strettamente legata economicamente alle grandi potenze ma, anche quando ambiva ad una maggiore indipendenza, la sua azione era fortemente limitata dalle condizioni imposte dagli stranieri.

Inoltre il giovane capitalismo cinese non era in condizione di competere con la concorrenza delle imprese straniere. Prima di tutto, a partire dai trattati ineguali del XIX secolo, le merci cinesi erano sottoposte al pagamento del li-jin, un dazio per la circolazione interna, dal quale erano esonerate le merci straniere, e che si moltiplicava a causa della frammentazione politica della Cina nei primi due decenni del Novecento per gli appetiti delle diverse autorità civili e militari locali. Ancora, le imprese cinesi, dopo il trattato di Nanchino, non potevano difendersi con la classica arma del protezionismo, perché la tariffa massima dei dazi non poteva superare il 5%.

A ciò bisogna aggiungere una mancanza cronica di capitali da investire e di un solido sistema bancario, per cui le imprese cinesi erano costrette a rivolgersi alla finanza straniera. Anche per l’acquisizione dei macchinari la Cina dipendeva quasi esclusivamente dalle manifatture straniere. Infine le prime industrie cinesi dipendevano dagli stranieri anche per lo smercio dei loro prodotti in quanto la flotta commerciale cinese non era così sviluppata come quella occidentale. Neanche lo straordinario sviluppo dell’industria cinese durante la Prima Guerra mondiale fu sufficiente a liberare il giovane capitalismo cinese dalla dipendenza dall’imperialismo.

Questa situazione ad un tempo di legame e di dipendenza con il capitalismo occidentale determina la contraddittorietà della borghesia cinese di fronte ai problemi posti dalla nascente rivoluzione nazionale: se da un lato essa aspirava ad una lotta di liberazione per spezzare le catene imposte dallo straniero, dall’altro il suo sviluppo e la sua ricchezza provenivano proprio dalle relazioni intrecciate con esso. Ma più di ogni altra cosa la borghesia temeva le incontrollabili conseguenze di un processo rivoluzionario che avrebbe messo in movimento le masse contadine che aspiravano alla terra e il nascente ma già agguerrito proletariato che si andava concentrando nei principali centri industriali.

La contraddittoria posizione della borghesia cinese era chiaramente espressa dal suo capo politico, quel Sun Yat-sen che, abbattuta la millenaria monarchia cinese nel 1911, abbandonò spontaneamente il potere nelle mani dei signori della guerra. Nel suo “Piano economico per lo sviluppo della Cina” si riflettono le illusioni della borghesia cinese che pretende di conquistare la sua indipendenza nazionale con “l’aiuto dell’imperialismo”. Scriveva Sun Yat-sen: «Io propongo un piano per l’organizzazione di un nuovo mercato in Cina che, sufficientemente esteso, svilupperà le forze produttive cinesi e assorbirà le possibilità industriali delle potenze straniere (...) Le nazioni che prenderanno parte allo sviluppo della Cina raccoglieranno grandi benefici (...) Per il successo di questo piano propongo tre punti essenziali. Prima di tutto che sia organizzato un ufficio delle potenze che forniranno i capitali, in modo che agiscano insieme e creino un’organizzazione internazionale, con i suoi organizzatori militari, i suoi amministratori e i suoi esperti nelle diverse sfere, in modo che siano preparati dei piani».

Fin dal 1912 Lenin fece chiarezza sulla vera natura della borghesia cinese e stabilì l’atteggiamento del futuro partito proletario in Cina. In un articolo su Sun Yat-sen, “Democrazia e populismo in Cina”, Lenin sostiene che il proletariato deve diffidare della borghesia, perché essa più è “rivoluzionaria” e più “socialismo” mette nella propria ideologia, più ha la possibilità di mantenere il proletariato sotto controllo. Lenin si sofferma sulla correlazione fra democrazia e populismo nelle rivoluzioni borghesi che premevano in Asia, quando la borghesia dei paesi coloniali o arretrati, in un epoca in cui il proletariato lotta per la presa del potere, mette sulle sue bandiere i colori del socialismo. Lenin rileva gli stessi tratti della borghesia russa nell’ideologia di Sun Yat-sen: «Questa ideologia di democratismo combattivo è legata, nei populisti cinesi, prima di tutto a sogni socialisti, alla speranza di evitare alla Cina la via del capitalismo; in secondo luogo, al piano e alla propaganda di una riforma agraria radicale». Ciò non basta per farne la dottrina del proletariato. «È la teoria del “socialista” reazionario piccolo-borghese. Infatti è del tutto reazionario sognare che sia possibile in Cina “prevenire” il capitalismo; che a causa del ritardo della Cina la “rivoluzione sociale” vi sia più facile (...) Lo stesso Sun Yat-sen, con quella che si può ben dire un’inimitabile ingenuità verginale, distrugge la sua teoria populista reazionaria quando riconosce ciò che la vita lo costringe a riconoscere, cioè che “la Cina è alla soglia di un gigantesco sviluppo industriale” (cioè capitalistico), che in Cina “il commercio” (cioè il capitalismo) “si svilupperà in proporzioni enormi”, che “in 50 anni ci saranno da noi molte Shanghai”, cioè centri della ricchezza capitalistica, e della miseria e spoliazione dei proletari».

In realtà la “rivoluzione economica” di cui parlava Sun Yat-sen si riduceva al trasferimento della rendita allo Stato, cioè alla nazionalizzazione della terra mediante una imposta unica. «Fare in modo che l’aumento di valore della terra sia di proprietà del popolo significa trasferire la rendita, cioè la proprietà della terra, allo Stato o, in altre parole, nazionalizzare la terra. Questa riforma è possibile nel quadro del capitalismo? Non soltanto è possibile ma rappresenta il capitalismo più puro, più conseguente, idealmente perfetto (...) L’ironia della storia vuole che il populismo, in nome della lotta contro il capitalismo nell’agricoltura, presenti un programma agrario la cui realizzazione completa significherebbe lo sviluppo più rapido del capitalismo nell’agricoltura».

Ma per Lenin i populisti erano incapaci di realizzare il loro programma, in Cina come in Russia: non furono infatti i Socialist Rivoluzionari ma i bolscevichi a prendere la misura borghese della nazionalizzazione della terra.

Per Lenin non si tratta di dissertare sulla natura della borghesia rivoluzionaria ma di cogliere la dialettica dei rapporti di classe nella rivoluzione cinese: «Nella misura in cui aumenterà in Cina il numero delle Shanghai, il proletariato cinese aumenterà formando probabilmente un partito operaio socialdemocratico che, criticando le utopie piccolo-borghesi e le idee reazionarie di Sun Yat-sen, saprà certo sceverare con cura, conservare e sviluppare, il nocciolo democratico-rivoluzionario del suo programma politico ed agrario».

A differenza del populismo che vagheggiava della possibilità di saltare oltre la fase capitalistica, il marxismo riconosce la necessità storica di questa fase. La nascita di “numerose Shanghai”, cioè la concentrazione dei proletari nei centri industriali, sarebbe stata il risultato della diffusione del capitalismo all’interno dell’arretrata Cina.


La classe operaia cinese

Lo sviluppo del capitalismo determinò la formazione del moderno proletariato. Attorno ai porti aperti agli scambi si svilupparono una serie di attività che inizialmente riguardavano il commercio e la fornitura di servizi, ben presto però iniziarono a sorgere le prime industrie e le prime ferrovie, ed iniziarono ad essere sfruttate in maniera sempre più massiccia le miniere di carbone e di ferro.

Non è semplice ricavare i dati riguardo al numero di proletari in Cina all’inizio degli anni Venti. È da tenere presente il gran numero di impiegati in produzioni precapitalistiche. Queste dominavano non solo nelle campagne ma anche in città, ad esempio nelle botteghe artigiane e nei negozi dei piccoli commercianti.

Alcune stime indicano che all’inizio degli anni Venti i proletari in Cina erano circa 2 milioni. Un numero estremamente ridotto rispetto alla popolazione, ma altamente concentrato, principalmente nelle maggiori città costiere. In queste aree si erano formati dei centri industriali con un’alta concentrazione operaia. Ad esempio a Shanghai e dintorni si contavano circa 500 mila salariati, altri 500 mila nell’area che comprende Canton ed Hong Kong.

Altra caratteristica importante la concentrazione in grandi fabbriche con centinaia e migliaia di operai, e a volte decine di migliaia. Ad esempio a Shanghai la Naigai Wata Kaisha aveva 25 mila operai, la compagnia Hanyeping (miniere, siderurgia) impiegava circa 100 mila operai, mentre il gruppo minerario Kma circa 50 mila. In particolare la concentrazione operaia era più alta nell’industria tessile, nelle miniere, nelle costruzioni navali, nei trasporti.

Il proletariato cinese era giovane tanto come classe quanto come età. Tra loro pochi erano gli operai specializzati, la maggior parte della classe operaia cinese aveva un basso livello di qualificazione. Questi operai generici erano in maggioranza ex contadini, che avevano abbandonato una vita di stenti e di fatiche nelle campagne per finire nel girone infernale dell’industria capitalistica. Nonostante il loro spostamento nei centri industriali questi operai continuavano a mantenere un legame col villaggio di provenienza. Non solo inviavano parte del salario alla famiglia ma in estate, al tempo dei lavori nei campi, molti operai facevano ritorno alla campagna.

In generale la condizione della classe operaia cinese era terribile, paragonabile a quella delle prime generazioni operaie in Inghilterra, con lunghissime giornate lavorative e pochi giorni di riposo. Il lavoro iniziava all’alba e finiva al tramonto in quanto il normale orario di lavoro superava le 12 ore. Non erano previste pause pranzo, l’operaio consumava in fretta un pasto a fianco della macchina. Dura la disciplina di fabbrica, con multe e persino punizioni corporali da parte dei capireparto. Il misero salario era appena sufficiente a mantenersi in vita. Sul lavoro non esisteva la minima misura di sicurezza ed igiene, ed altissimo era il tasso di mortalità. Veniva ampiamente utilizzato il lavoro femminile e quello di minori, le cui condizioni di lavoro erano terribili. Alcune testimonianze ricordano i rapporti degli ispettori di fabbrica in Inghilterra riportati da Marx nel “Capitale”.

Gli operai iniziano ad organizzarsi nei primi sindacati moderni a partire dal 1918; l’anno successivo la classe operaia interviene nella vita politica attiva scioperando per solidarietà con gli studenti nazionalisti nel grande movimento del 4 maggio 1919. È l’entrata in scena di quel forte e combattivo movimento operaio che si sarebbe sviluppato negli anni successivi.


La prospettiva marxista nelle Tesi della Internazionale Comunista

Il contatto col capitalismo occidentale aveva avuto profonde ripercussioni sulla società cinese modificandone le stratificazioni sociali e facendo nascere, in un paese quasi esclusivamente contadino, le classi fondamentali della società moderna: la borghesia e il proletariato.

La nostra corrente ha sempre sostenuto che una classe sociale non si riduce al dato statistico, ad «una constatazione puramente obiettiva, esteriore, dell’analogia di condizioni economiche e sociali, di posizione rispetto al processo produttivo, di un grande numero di individui». Come affermiamo in Partito e Classe: «Il nostro metodo non si arresta a descrivere la compagine sociale quale essa è in un dato momento, a tracciare astrattamente una linea che divida in due parti gli individui che la compongono come nelle classificazioni scolastiche dei naturalisti. La critica marxista vede la società umana in movimento, nel suo svolgersi nel tempo, con criterio essenzialmente storico e dialettico, studiando cioè il collegarsi degli avvenimenti nei loro rapporti di reciproca influenza (...) Il concetto di classe non deve dunque suscitare in noi un’immagine statica, ma un’immagine dinamica. Quando scorgiamo una tendenza sociale, un movimento per date finalità, allora possiamo riconoscere la esistenza di una classe nel senso vero della parola. Ma allora esiste, in modo sostanziale se non ancora in modo formale, il partito di classe».

Da questo punto di vista, possiamo affermare che in Cina, contadini, borghesi e proletari entravano nell’arena della lotta politica con obiettivi diversi, si trattava quindi di individuare quale classe e quale programma avrebbe guidato la futura rivoluzione cinese. Mentre la storia aveva dimostrato con le rivoluzioni borghesi in Europa che la classe contadina non poteva agire in modo autonomo sulla scena politica, ma doveva affidare la direzione alle classi urbane, il marxismo aveva già risolto la questione del ruolo delle classi in ogni rivoluzione. E in particolare la natura e le prospettive delle rivoluzioni d’Oriente.

Scrivevamo nelle Tesi sulla questione cinese nel 1965:

«La liberazione del contadino dai vincoli dell’economia naturale, lo sviluppo di un’industria “moderna”, utilizzante le risorse in manodopera e in capitali fornite da un’agricoltura “moderna”, la creazione di un mercato nazionale e, a coronamento di tutto ciò, l’esaltazione della “unità nazionale”, di una “cultura nazionale” e di tutti gli attributi “moderni” della potenza statale, non sono mai stati e non possono essere altro che il programma dell’accumulazione del capitale.

«Tuttavia, lungi dal limitarsi, in un movimento rivoluzionario borghese, alla rivendicazione formale dello Stato nazionale e della democrazia politica, il marxismo determina nel modo più rigoroso il ruolo delle classi sociali in ogni rivoluzione. La comparsa di un proletariato industriale in Cina, come nella Russia zarista o nell’Europa del 1848, significava per i comunisti la necessità di una organizzazione di classe che sfruttasse ai propri fini politici la crisi del regime pre-borghese. Tale è la linea del Manifesto del Partito Comunista e della Rivoluzione di Ottobre, linea che Marx ha definito col nome di “rivoluzione permanente”».

Marx lanciò il “Manifesto dei Comunisti” e definì i compiti del partito di classe durante le rivoluzioni borghesi del ‘48. Lenin e i bolscevichi riuscirono a condurre fino alla dittatura del proletariato la rivoluzione antifeudale russa. Ma e per Marx e per Lenin il successo definitivo dei lavoratori tedeschi o russi dipendeva dalle sorti della rivoluzione mondiale, delle lotte di classe nei paesi a capitalismo più avanzato, prospettiva che i futuri traditori stalinisti avrebbero rinnegato con la teoria della “costruzione del socialismo in un solo paese”.

Sempre dalle “Tesi sulla questione cinese”:

«Dal punto di vista di una vittoria definitiva del comunismo, il carattere “permanente” del processo rivoluzionario, che doveva consegnare il potere al proletariato dei paesi arretrati, aveva senso soltanto se la rivoluzione proletaria riusciva a estendersi alle metropoli del capitale. La Russia, diceva la seconda prefazione di Marx all’edizione russa del “Manifesto del Partito Comunista”, potrà evitare la fase dolorosa dell’accumulazione capitalistica solo “se la rivoluzione russa diverrà il segnale di una rivoluzione proletaria in Occidente, in modo che le due rivoluzioni si completino a vicenda”. L’Internazionale di Lenin non ha soltanto ripreso questa prospettiva per la Russia dei Soviet, ma l’ha estesa a tutta l’Asia. Come ricordavano le “Tesi del Congresso dei Popoli d’Oriente”, tenutosi a Baku nel 1920, “solo il trionfo completo della rivoluzione sociale e l’instaurazione di una economia comunista mondiale possono liberare i contadini di Oriente dalla rovina, dalla miseria e dallo sfruttamento. Perciò essi non hanno altra via per la propria emancipazione che di allearsi agli operai rivoluzionari di Occidente, alle loro repubbliche sovietiche, e di combattere nello stesso tempo i capitalisti stranieri e i loro propri despoti (i proprietari fondiari ed i borghesi) fino alla vittoria completa sulla borghesia mondiale e all’instaurazione definitiva del regime comunista”».

La prospettiva rivoluzionaria che aveva condotto alla vittoria in Russia era così estesa alla Cina.

In Russia, nell’Ottocento, tutti i movimenti sociali si erano posti la domanda se questo paese arretrato dovesse recuperare il suo ritardo sull’Occidente nel seguire la via borghese dell’Europa, o se fosse possibile evitare il capitalismo. Da una parte i liberali sostenevano che non era possibile alcun balzo storico al di sopra della società borghese, dall’altra slavofili e populisti credevano che il comunismo di villaggio, il mir, presentasse tutte le premesse di un passaggio diretto al comunismo superiore, senza nessuna considerazione sull’esistenza di un potente feudalesimo russo e sui primi germi di sviluppo capitalistico nell’impero zarista.

A queste concezioni idealiste del balzo al di sopra, o al di sotto, della fase borghese, il marxismo oppose la concezione scientifica dei rapporti sociali nella Russia zarista: da un lato il processo andava nella direzione di una decomposizione delle comunità di villaggio, dall’altro la lotta dei contadini non aveva per scopo la difesa della proprietà collettiva, ma la spartizione del suolo, il diritto alla proprietà privata. Queste lotte di classe potevano sfociare solo in una rivoluzione borghese. Ma tale rivoluzione avverrebbe in condizioni storiche tali che non soltanto la borghesia russa, ma quella mondiale aveva già generato il proprio affossatore: il proletariato.

Così, per la rivoluzione russa, è prospettata una via per cui si potrebbero sì abbreviare le miserie dell’accumulazione capitalistica e ciò sarà possibile solo se il proletariato russo riuscisse a organizzarsi in distaccamento d’avanguardia del proletariato internazionale e se la sua azione desse il segnale alla rivoluzione socialista in Europa, di modo che la rivoluzione vittoriosa nei paesi a capitalismo avanzato sarebbe corsa in aiuto della Russia arretrata dal punto di vista dello sviluppo delle forze produttive.

Nella Russia zarista si erano comunque formate isole concentratissime e ultramoderne di pieno capitalismo ed era sorto uno strato proletario che, sebbene in forte minoranza rispetto ad una estesissima popolazione contadina, era posto, date le condizioni di capitalismo avanzato in cui si trovava, sul terreno di una lotta di classe antiborghese e anticapitalista.

La minacciosa presenza di questo proletariato era vista con terrore dalla borghesia russa, da qui il suo ruolo esitante a portare a termine la sua stessa rivoluzione, a spazzare via le vecchie istituzioni precapitalistiche. Solo il proletariato poteva farlo.

La stessa questione si poneva in Cina: il ritardo ancora più grande delle campagne cinesi era bilanciato da un enorme afflusso di capitale straniero in città come Shanghai, Hong Kong e Canton, che aveva permesso la nascita di un proletariato altamente concentrato.

Come per la Russia, la situazione cinese, e in generale quella nei paesi coloniali, esaltava il ruolo di avanguardia del proletariato, dal momento che la borghesia nazionale dei paesi coloniali e semicoloniali, nel periodo storico in cui il proletariato agisce come forza autonoma, non è più come la vecchia classe borghese europea che ha lottato contro il passato feudale. Essa è una classe del tutto diversa da quella, è strettamente legata al capitalismo internazionale sia nel campo economico sia in quello politico, e anche se aspira a darsi una struttura moderna, più rispondente ai propri interessi di classe, e quindi all’indipendenza e all’unificazione nazionale, è sempre assalita dalla paura di mettere in moto forze sociali non più controllabili.

Nel XVIII secolo la borghesia europea aveva avuto un ruolo rivoluzionario contro il feudalesimo perché era riuscita a legarsi alle masse contadine che aspiravano alla proprietà della terra. La borghesia aveva potuto mettere in moto i contadini consentendo loro di dividersi le terre appartenenti alla classe feudale. In questo modo fu possibile la vittoria della rivoluzione francese, nella quale furono proprio i contadini a spazzar via il feudalesimo e successivamente a fornire le truppe agli eserciti napoleonici.

In Cina, invece, come abbiamo visto, era la stessa borghesia che, accumulando capitali nei traffici con gli stranieri, li aveva investiti nella terra e schiacciava i contadini con pesanti affitti e prestiti usurai. In Cina la borghesia non si era sviluppata come la borghesia europea in opposizione alle altre classi della vecchia società, ma come semplice appendice di quest’ultima, poiché si era naturalmente innestata alla casta dei mandarini attraverso il commercio della terra. I proprietari fondiari in Cina non rappresentavano una classe privilegiata in rapporto al Terzo Stato come nell’Europa feudale, ma erano strettamente legati alla classe dei mercanti e degli usurai. La terra non era posseduta dal nobile feudale, ma da una borghesia mercantile ed usuraia. L’oppressione esercitata sui contadini non veniva da legami personali ma da rapporti nettamente mercantili: la sproporzione tra l’enorme popolazione contadina e la terra monopolizzata da questa borghesia le permetteva di esigere degli affitti esorbitanti; inoltre la miserevole condizione del fittavolo lo metteva in condizione di dover chiedere in prestito il capitale d’esercizio, finendo nelle mani dell’usuraio.

Non esisteva dunque una proprietà feudale, e quindi le servitù dei contadini cinesi non venivano dall’attaccamento alla gleba di una manodopera di cui il signore poteva disporre liberamente, ma si trattava quasi sempre di un debito contratto per l’affitto di un appezzamento di terra. La diffusione di una rendita, in natura o in lavoro, non aveva nulla a che fare con una rendita feudale. Per questo in Cina non si poneva la questione di una rivoluzione agraria condotta dalla borghesia contro i feudatari. In generale la borghesia non poteva liberare i contadini dalla loro servitù, poiché così facendo la borghesia, che disponeva delle terre e del capitale mercantile e usuraio, sarebbe andata contro i propri interessi di classe.

Se in Russia, come constatava Lenin, «la rivoluzione borghese è impossibile come rivoluzione della borghesia», a maggior ragione ciò valeva per la Cina.

Neanche la pressione dell’imperialismo rendeva la borghesia anti-coloniale cinese più rivoluzionaria che la borghesia anti-zarista russa. Ecco cosa scrive Trotzki:

«Una politica che ignorasse la potente pressione esercitata dall’imperialismo sulla vita interna della Cina sarebbe radicalmente sbagliata. Ma non meno sbagliata sarebbe la politica che partisse da un’idea astratta dell’oppressione nazionale senza conoscere i suoi riflessi nelle classi (...) Il ruolo enorme che gioca il capitale straniero nella vita di questo paese è la causa del fatto che alcune categorie importanti della borghesia, della burocrazia e della casta militare hanno legato il loro destino alle sorti dell’imperialismo. Senza considerare questo aspetto non si potrebbe comprendere il ruolo colossale dei militaristi nella Cina moderna. Sarebbe indice di profonda ingenuità credere che fra la borghesia compradora, sarebbe a dire gli agenti economici e politici del capitale straniero in Cina, e la borghesia “nazionale” ci sia un abisso. Al contrario, queste due categorie sono incomparabilmente più vicine fra loro di quanto non lo siano la borghesia e le masse operaie e contadine. La borghesia ha partecipato alla guerra nazionale come un freno interno gettando continuamente uno sguardo ostile agli operai e ai contadini, sempre pronta a un compromesso con l’imperialismo».

La borghesia cinese era legata all’imperialismo da vincoli più forti di qualunque aspirazione all’indipendenza.

Ancora Trotzki: «L’imperialismo è in Cina una forza di primaria importanza. La sorgente di questa forza non risiede nelle navi da guerra nello Yangtse, ma nel legame economico e politico del capitale straniero con la borghesia indigena».

Ma se alla borghesia non poteva essere affidata la realizzazione dei suoi stessi obiettivi politici e nazionali, non si poteva neanche affidarla ai contadini. Nonostante l’enorme importanza della questione contadina la rivoluzione cinese non poteva risolversi in una rivoluzione essenzialmente contadina.

Dalle “Tesi sulla rivoluzione cinese”, in risposta alle concezioni staliniste prima e maoiste poi, riportiamo quello che il nostro Partito ha individuato come “l’originalità delle rivoluzioni borghesi nell’epoca imperialistica”:

«In passato tutte (le rivoluzioni) hanno messo in moto il contadiname in forme diverse, compresa l’organizzazione armata; tutte hanno realizzato in gradi diversi profonde trasformazioni nell’agricoltura. Ma il marxismo ha sempre sottolineato l’incapacità della classe contadina di avere una politica propria. Esso ha dimostrato che le insurrezioni agrarie, parti integranti delle rivoluzioni borghesi, sono riuscite unicamente muovendosi sotto la direzione delle città e cedendo loro il potere. Il “Manifesto” del 1919 dell’Internazionale Comunista insisteva già sul carattere duplice del contadiname e sulle ragioni per cui non può agire come classe indipendente: il contadino non è che il rappresentante sociale di rapporti borghesi; lascia sempre ad altri il compito della sua rappresentanza politica. A tutti i campioni del “socialismo contadino” che, in Russia come in Cina, ci rimproveravano di “sottovalutare” il contadiname, noi abbiamo contrapposto questi insegnamenti del marxismo, rispondendo che l’originalità delle rivoluzioni d’Oriente non risiedeva nell’intervento armato delle masse rurali, ma nella prospettiva di una direzione proletaria verso scopi che non fossero inevitabilmente borghesi».

Lenin, nel “Rapporto della Commissione sulle questioni nazionale e coloniale” al II Congresso dell’Internazionale Comunista, si chiede: «Possiamo noi considerare giusta l’affermazione che la fase capitalistica, nello sviluppo dell’economia nazionale, è inevitabile per i popoli arretrati che oggi si emancipano e tra i quali oggi, dopo la guerra, si osserva un movimento sulla via del progresso? Noi abbiamo risposto negativamente a questa domanda. In tutte le colonie e in tutti i paesi arretrati, non dobbiamo soltanto formare dei quadri di combattenti indipendenti, delle organizzazioni di partito, non dobbiamo soltanto svolgere la propaganda per l’organizzazione dei soviet di contadini e adoperarci per adattarli alle condizioni precapitalistiche, ma l’Internazionale Comunista deve fissare e motivare teoricamente la tesi che i paesi arretrati, con l’aiuto del proletariato dei paesi più progrediti, possono passare al regime sovietico e, attraverso determinate fasi di sviluppo, giungere al comunismo scavalcando la fase capitalista».

L’Internazionale Comunista, prima che cadesse sotto il controllo dello stalinismo, aveva delineato con chiarezza i compiti e le prospettive per la rivoluzione in Cina e negli altri paesi coloniali: il proletariato, guidato dal Partito Comunista, doveva essere all’avanguardia della lotta antimperialistica. La lotta per il potere nelle colonie doveva essere condotta nel più stretto collegamento con la battaglia proletaria nelle metropoli imperialistiche, in quanto solo la vittoria nei paesi a capitalismo avanzato poteva garantire la sopravvivenza di un potere politico comunista in un paese con un’economia ancora in larga parte arretrata, e perfino poter saltare la fase borghese nel quadro di “un piano economico generale regolato dal proletariato di tutte le nazioni”.

Le tesi del II Congresso dell’Internazionale ribadiscono senza mezzi termini:

«Esistono nei paesi oppressi due movimenti che si separano ogni giorno di più. Il primo è il movimento borghese-democratico nazionalista, che ha un programma di indipendenza politica e di ordine borghese; il secondo è quello dei contadini poveri e arretrati e degli operai che lottano per la propria emancipazione da ogni specie di sfruttamento. Il primo movimento cerca, spesso con successo, di controllare il secondo. Ma l’Internazionale Comunista e i partiti aderenti devono combattere questo controllo e sviluppare sentimenti di classe indipendenti nelle masse operaie delle colonie. Uno dei più importanti compiti a questo fine è la formazione di partiti comunisti che organizzino gli operai e i contadini e li conducano alla rivoluzione e alla instaurazione della repubblica sovietica (...)

«La rivoluzione nelle colonie, nel suo primo stadio, non può essere una rivoluzione comunista, ma se fin dall’inizio la direzione è in mano di un’avanguardia comunista, le masse non saranno ingannate e nei diversi periodi del movimento la loro esperienza rivoluzionaria non farà che crescere. Sarebbe certo un errore voler applicare immediatamente nei paesi orientali, alla questione agraria, principi comunisti. Nel suo primo stadio, la rivoluzione nelle colonie deve avere un programma comportante riforme piccolo-borghesi come la divisione della terra. Ma non ne deriva necessariamente che la direzione della rivoluzione debba essere abbandonata alla democrazia borghese. Il partito proletario deve invece sviluppare una propaganda possente e sistematica in favore dei Soviet, e organizzare i soviet di contadini e operai. Questi dovranno lavorare in stretta collaborazione con le repubbliche sovietiche dei paesi capitalisti avanzati per raggiungere la vittoria finale sul capitalismo nel mondo intero. Così le masse dei paesi arretrati, condotte dal proletariato cosciente dei paesi capitalisti sviluppati, arriveranno al comunismo senza passare per le diverse tappe dell’evoluzione capitalista».

Lo stalinismo distrusse la prospettiva comunista trasferendo alla borghesia cinese il ruolo di guida rivoluzionaria e subordinando il proletariato cinese e il Partito Comunista alla direzione del Kuomintang.

E questo non fu un errore: era la controrivoluzione borghese che stava abbattendo il potere proletario in Russia e nello stesso tempo distruggeva la visione proletaria e comunista della rivoluzione mondiale, facendo dell’Internazionale Comunista non il Partito Mondiale del proletariato ma uno strumento da utilizzare per gli interessi dello Stato russo. La vittoria della controrivoluzione a Mosca trascinò dietro di sé la sconfitta della rivoluzione cinese.

Purtroppo, proprio quando in Cina i contrasti di classe si erano talmente acutizzati da porre la questione del potere politico, l’opportunismo era già penetrato nell’Internazionale Comunista, per cui le direttive che furono impartite al proletariato cinese, consistenti essenzialmente nella rinunzia al ruolo autonomo del Partito Comunista, non poterono che condurre ad una disastrosa sconfitta le generose lotte degli anni Venti dei proletari e delle masse contadine cinesi.

(continua al prossimo numero)  

 

 

 

 

 


Lo sviluppo del capitalismo e della lotta di classe in Israele e nei Territori occupati
Capitolo, esposto a Genova nel maggio 2019

(continua dal numero scorso)

Seconda parte
Il formarsi della classe operaia


Premessa

Questa seconda parte della relazione, che segue la disamina economica della precedente, affronta lo sviluppo del proletariato su entrambi i fronti israeliano e palestinese e le sue lotte, per trarne conferma dell’indirizzo coerentemente marxista alla luce degli attuali rapporti delle forze sociali.

Per un secolo dopo la rivoluzione proletaria vittoriosa in Russia e la sua successiva sconfitta per opera dello stalinismo, forma assunta dalla controrivoluzione all’interno della dittatura del proletariato, nella successiva situazione sfavorevole e di difficile ripresa della lotta di classe in tutto il mondo, i principi teorici marxisti sono stati costantemente attaccati dai revisionisti, dagli innovatori e dagli aggiornatori.

Fino ad oggi il maggior successo della nostra rivoluzione è quello dei bolscevichi, che vide la nascita della prima dittatura del proletariato minacciante di travolgere tutto il sistema capitalistico mondiale. Fu sconfitta non tanto dalle debordanti forze di una romantica borghesia russa, che di fatto premeva per darsi una nazione capitalisticamente industrializzata, ma da quelle grandeggianti della conservazione del capitalismo mondiale.

Da quel momento è la Frazione della Sinistra Comunista l’erede della tradizione marxista ortodossa, del disfattismo rivoluzionario nella guerra imperialista, della Terza Internazionale, della fondazione del Partito Comunista d’Italia e che ha dovuto lottare contro la degenerazione di entrambi e contro il clima politico che determinò la sconfitta della rivoluzione tedesca. Tale nuovo tralignamento, sorto all’interno stesso del partito bolscevico, lo chiamiamo per brevità stalinismo.

Gli stalinisti accusavano la Sinistra di “teoricismo”, di preoccuparsi solo della teoria e di non essere “pratica” come loro. Per altro la ricerca del rigore teorico della Sinistra è sempre stata una battaglia “pratica”, e per questo è importante. L’opportunista e il borghese non lo possono capire, ma per il marxista la teoria non è opponibile alla pratica, e le lezioni teoriche che abbiamo accumulato non sono né trovate d’effetto a scopo elettorale né fredde carte inanimate di una nuova elegante filosofia uscita dalla testa di un creatore. Le lezioni storiche di cui il Partito è il custode sono la vita dei proletari di domani, quel che ci rimane del sacrificio di innumerevoli compagni ribelli morti per la causa della liberazione della Specie.

Tutto questo è stato necessario per fare del partito quello che è adesso, quel partito che, nella sua organica compagine militante, può vivere già oggi al di fuori della morta società del capitale e del denaro.

* * *

La questione della rivoluzione proletaria nella Palestina storica e la sua traduzione in pratica va risolta secondo queste premesse: grazie a uno studio metodico della storia economica e politica con il metodo del materialismo dialettico.

La controrivoluzione non soltanto ha comportato la degenerazione della corretta tattica marxista nei centri del capitalismo mondiale, ma anche nella lotta dei popoli oppressi imponendo una tattica che ha portato il proletariato a confondersi con la borghesia nazionale.

Le lezioni delle sconfitte, patrimonio tratto dallo studio di Partito della realtà sociale e della storia della lotta di classe, sono costate al proletariato fiumi di sangue. La tattica del Fronte popolare ha spinto milioni di proletari disarmati a sottostare ad una borghesia assassina e spietata. Cina, Spagna, India, Cile, ecc. infiniti sono i massacri di proletari.

Quando la grande maggioranza dei “sinistri” si lanciò nel sostegno incondizionato alla lotta dei fedayyin per la liberazione nazionale borghese in Palestina, mettendo da parte la prospettiva della lotta di classe, sembrarono scavalcare a sinistra il Partito, il quale faceva appello ai principi e alla lettura della realtà ancorata alle sue basi classiste e nella prospettiva storica dello sviluppo della lotta di classe all’interno di un conflitto che sembrava non avere fine. La storia ha poi inconfutabilmente confermato quanto il Partito aveva anticipato e non è necessario soffermarci ancora sul fallimento storico del nazionalismo palestinese.

Le questioni della lotta coloniale, della rivoluzione borghese e della rivoluzione comunista sono state approfondite dal partito nel 1983 nell’opuscolo “Lezione marxista della formazione di Stati e delle lotte sociali in MO”. A conclusione di quello studio dettagliato della questione, ne riassumemmo le conclusioni in 8 punti. Come allora non facemmo che ripetere le nostre valutazioni di molti decenni precedenti così oggi oggi affermiamo ancora che la nostra posizione sulla questione non è cambiata, e il rapporto che segue lo conferma.

All’opposto dell’immediatismo sterile, che è costato così tanti inutili spargimenti di sangue, e del pacifismo borghese efficace collaboratore della guerra tra le razze, ribadiamo che la questione palestinese è una questione di classe.

Anche su questo ormai antico scontro sociale il partito comunista, che solo oggi rappresenta la classe proletaria, si trova contrapposto a tutti gli altri partiti, libero da ogni nazionalismo e religione, Partito-Specie, vivente futuro del comunismo, che non conosce più classi, Stati e partiti politici.


In Cisgiordania e a Gaza

Secondo il censimento elaborato dall’Ufficio Centrale di Statistica Palestinese nel 2017 in Cisgiordania e a Gaza si contavano complessivamente 1.348.000 occupati, di cui 850.000 in Cisgiordania e 498.000 a Gaza. Nella tabella si indica come “forza lavoro“ tutta la popolazione al di sopra dei 15 anni e come “popolazione attiva” tutti coloro che lavorano o che stanno cercando un lavoro, ma non chi per propria volontà o per cause di forza maggiore non cerca un lavoro o non può o non intende svolgerlo. Questo è fondamentale per comprendere le cifre, le quali, tutte parziali e presentate per interessi di classe, mascherano il vero tasso di disoccupazione.

La crescita della forza lavoro palestinese è passata dai 515.000 occupati del 1995 sino quasi a triplicarsi. La loro percentuale sulla popolazione oggi è il 72%, mentre nel 1995 era soltanto il 62%.

Un altro aspetto è la scarsa partecipazione delle donne alla forza lavoro: anche se cresciuta in modo significativo, è ancora soltanto del 20% della popolazione femminile.

Un’altra statistica, relativa a Cisgiordania e Gaza, dal 1995 al 2016 dà gli occupati cresciuti da 309.000 a 980.000, rispettivamente il 60,7% e il 73,1% della forza lavoro di quegli anni. Gli occupati sono quindi cresciuti molto di numero.

Ma tutta la società è cambiata notevolmente, come abbiamo già mostrato. L’agricoltura non ha più grande importanza nell’economia palestinese, il settore dei servizi è cresciuto assai fino a rappresentare il 66,7% degli addetti, le costruzioni il 18% e l’industria fra il 12 e il 13%.

La disoccupazione, che a Gaza arriva al livello estremo del 44%, in Cisgiordania sfiora il 14%. È in aumento dalla Seconda Intifada, periodo di crisi anche in Israele. Nel grafico 3 abbiamo la percentuale della disoccupazione palestinese dal 1995 fino al 2017-18.

La tabella seguente dà il dettaglio per regioni.


Molto diversa quindi la situazione a Gaza, da oltre 11 anni sotto assedio militare da parte dello Stato israeliano, il che ha trasformato in un inferno il piccolo spazio sovrappopolato e privo di risorse stretto fra Egitto ed Israele. Nella tabella abbiamo i dati aggiornati solo al 2015, ma la situazione oggi è notevolmente peggiorata.

La tattica militare dello Stato israeliano gli consente da un lato di evitare la responsabilità di un’occupazione militare di fatto, dall’altro di continuare l’interminabile guerra contro il proletariato palestinese. Questa strategia non tende a porre fine ad Hamas, ma a tenere prigioniera la maggior parte della popolazione e fornire un altro pretesto per la colonizzazione della Cisgiordania.

Gaza è infatti popolata per la grande maggioranza da rifugiati. Rifugiati che hanno perso tutto e quel poco che resta loro non è abbastanza per sopravvivere. La mancanza di acqua potabile, di energia elettrica, la riduzione degli aiuti economici, l’enorme disoccupazione hanno tolto loro il poco che c’era. In una situazione così esplosiva è inevitabile che scoppino rivolte.

A Gaza un abitante su due è disoccupato. Questa percentuale sale al 65% fra i proletari più giovani. Anche a chi lavora non riceve un salario sufficiente a vivere.

L’Autorità Palestinese, guidata dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, ha spinto a un punto di rottura la lotta con Hamas, una lotta interna a fazioni borghesi. Dall’inizio del 2018 non paga o paga in ritardo o solo in parte gli stipendi ai dipendenti pubblici.

L’esplosione sociale dovuta a questa situazione non si è fatta aspettare. Nel febbraio 2018 gli addetti alle pulizie del servizio sanitario, dopo che per 5 mesi non avevano ricevuto alcun pagamento, hanno iniziato uno sciopero che ha minacciato di paralizzare tutto il servizio sanitario nella striscia. Questo sciopero si è esteso ai dipendenti statali, con salari ridotti fino al 60%, che all’inizio di aprile in decine di migliaia sono scesi in piazza. I lavoratori si erano resi conto che i salari erano stati tagliati solo quando sono andati a prelevare il denaro alla cassa. A ciò si deve aggiungere che il salario di un impiegato pubblico nella maggior parte dei casi è l’unico sostentamento di una famiglia proletaria.

A questa situazione di miseria si devono aggiungere le fatiscenti infrastrutture e la drammatica situazione sanitaria. Il 97% dell’acqua nella Striscia di Gaza non è potabile e viene fornita in media ogni 4 giorni. L’energia elettrica in molte zone arriva solo per quattro ore al giorno.

La rabbia e la disperazione dei proletari sono state incanalate da organizzazioni borghesi e piccolo borghesi nelle manifestazioni di fronte al confine con Israele, che separa il più grande ghetto del mondo da una delle economie più sviluppate del pianeta. “La grande marcia del Ritorno” è stata un bagno di sangue. Ha visto una grande partecipazione, per lo più di proletari disoccupati, e ancora oggi sta mettendo a dura prova il sistema ideologico borghese della democrazia e del pacifismo. “L’unica democrazia nel Medio Oriente” ha messo fine alla vita di 110 palestinesi, oltre a ferirne altri 4.000, dimostrando ancora una volta che la legittimità borghese non ha alcuna remora nel dimenticare tutta la sua verbosità sui diritti umani appena i suoi interessi si sentono minacciati.

Il 14 maggio 2018 abbiamo avuto un altro spettacolo del cinismo dell’imperialismo: mentre a Gerusalemme si celebrava fra grandi abbracci il trasferimento dell’ambasciata americana, a Gaza in 60 sono morti davanti alla recinzione e oltre 2.400 sono rimasti feriti. Nelle immagini, da una parte si davano la mano i difensori dei “valori” della democrazia e dei diritti umani, dall’altra era applicata la pena di morte a chi protestava contro l’assedio, per lo più proletari che non hanno nulla da perdere, spinti alla morte da organizzazioni politico-religiose che pretendono di proteggere la “Madre Patria”


In Israele e negli insediamenti ebraici

La forza lavoro in Israele dal 1955 è cresciuta costantemente a un ritmo medio del 3% l’anno. Oggi ci sono per lo meno 4 milioni di proletari, dei quali 3 milioni e 300 mila sono ebrei. Nella prima tabella abbiamo la serie storica della popolazione attiva dal 1955 al 2016. Chi per varie ragioni ha smesso di cercare un lavoro, i giovani sotto il servizio militare e tutti coloro che non si presentano all’ufficio di collocamento non sono considerati popolazione attiva. Questo maschera un livello di disoccupazione significativamente più alto di quello che indicano le statistiche.

L’87% della forza lavoro israeliana è composta da salariati. Due decenni prima i salariati erano l’80%.

Quello israeliano, per quanto si sforzi di dichiararsi e ripetere all’infinito che è “sionista” ed “ebraico”, è comunque uno Stato borghese e capitalista e non può sfuggire alle sue intrinseche leggi economiche. Cresce il numero dei più proletari, la ricchezza si sta gradualmente accumulando nelle mani di pochi, la piccola borghesia va in rovina e allarga le file di un proletariato sempre più numeroso, sempre più robusto: la borghesia genera a poco a poco i suoi futuri becchini. I tempi di incubazione della crisi, come quello in cui viviamo oggi, sono infatti caratterizzati dalla graduale torchiatura della classe media, dalla sua proletarizzazione.

La crisi di sovrapproduzione che ha colpito tutti i centri capitalistici nel 2008 ha visto anche in Israele l’inflazione e la speculazione minare le condizioni di vita di gran parte della popolazione, al punto di gettarla nella rovina.

I piccolo-borghesi impoveriti si lanciano in proteste per rivendicare un capitalismo più “sociale”, chiedono un ritorno antistorico alla piccola produzione, allo Stato sociale, agli affitti calmierati... In altre parole sperano in un riformismo borghese, impossibile e reazionario. Una prova di questo in Israele è stata la manifestazione degli “indignati” nel 2011, a cui il paese ebraico non è mancato.

Mentre la crisi si acuisce e si prepara già il vortice della prossima crisi economica, la quale sarà la peggiore che il capitalismo globale abbia conosciuto dagli anni ’30, vanno emergendo a poco a poco alla superficie le anticipazioni di quello che sarà l’antagonismo tra lavoro e capitale, proletariato contro borghesia.

* * *

Il 12% dei lavoratori israeliani è impiegato nell’industria, l’agricoltura occupa tra l’1 e il 2%, di loro ed è per lo più sovvenzionata dallo Stato.

Sebbene dall’inizio degli anni Novanta Israele abbia avuto una crescita sostenuta, tranne durante le crisi del 2000 e del 2007, entrambe frutto della crisi economica globale, la percentuale di israeliani che vivono al di sotto della soglia di povertà è in costante aumento e oggi è del 21% della popolazione.

La disoccupazione avrebbe raggiunto cifre inferiori al 4%, ma i criteri usati dall’Ufficio Statale di Statistica tendono a sottostimarla e sicuramente la disoccupazione è molto maggiore. Storicamente si tratterebbe del tasso più basso dagli anni Settanta, dalla grande crisi del 1975 che colpì gravemente l’economia israeliana.

Il seguente grafico mostra la percentuale della disoccupazione in Israele, dal 1955. Possiamo vedere la correlazione fra la disoccupazione e le crisi cicliche. Essa raggiunge il 10% nel 1966, prima della guerra dei Sei Giorni, poi diminuisce significativamente, per risalire progressivamente dalla crisi del 1975, per raggiungere il 7% nel 1985 e quasi il 12% nel 1989, prodotto della crisi che impose la “ristrutturazione”, termine vago per designare il periodo in cui la borghesia ha iniziato a varare i piani di salvataggio per fermare l’inflazione.

Nello stesso periodo scoppiò la Prima Intifada, frutto dell’assoluta dipendenza economica dei territori palestinesi da Israele, che sono fortemente scossi da ogni crisi a Tel Aviv, una tendenza che continua ancora oggi. Analogamente la Seconda Intifada esplose nel mezzo della crisi asiatica e della bolla della New Economy nel 2000. Infine con la grande crisi finanziaria del 2008, in realtà una crisi di sovrapproduzione, si è avuto un ulteriore aumento della disoccupazione.

Oggi l’economia israeliana in alcuni settori fondamentali dipende dalla forza lavoro straniera, al di fuori di tutte le menzogne scioviniste che i politicanti cercano di vendere. Non è vero che i proletari immigrati rubano il lavoro agli israeliani, è la borghesia che cerca di rubare quanto più plusvalore possibile da ogni proletario, se necessario anche importando manodopera a basso costo.

Numerosi lavoratori dalla Palestina attraversano ogni giorno i controlli al muro che separa i due mondi. I palestinesi che lavorano in Israele e all’interno degli insediamenti dei coloni sono circa 130.000, di cui quasi 44.000 senza permesso. Questi sono assegnati a lavori duri e ingrati, che il proletariato israeliano generalmente rifiuta. Sono quasi 22.000 i lavoratori palestinesi che lavorano negli insediamenti ebraici e in genere nella costruzione delle colonie! Il 67% dei palestinesi che lavorano in Israele sono occupati nell’edilizia. La categoria delle costruzioni è un massacro di proletari a causa della mancanza di regole e di negligenze: solo nel 2018 sono morti 38 operai e 170 sono rimasti feriti in incidenti sul lavoro.

Quasi mezzo milione di proletari non autoctoni invece lavorano e vivono in Israele: rappresentano oggi il 27% del proletariato nell’edilizia (la quale a sua volta rappresenta il 7% del valore aggiunto), il 44% nell’agricoltura. Questa tendenza è in costante crescita. Questi flussi migratori riguardano principalmente proletari provenienti dal Sudan, dall’Eritrea, da paesi dell’Europa orientale, dal Sudamerica e dal sud-est Asiatico. Ciò sta trasformando a poco a poco ma in modo non trascurabile la composizione della forza lavoro all’interno dell’economia israeliana, in settori come l’edilizia, l’agricoltura, il turismo e i servizi. Oggi i lavoratori di questi settori si trovano in condizioni di sfruttamento e di miseria, senza tuttavia ricevere alcun sostegno da parte di nessuno dei sindacati venduti al Capitale.

È prevedibile che questa parte del proletariato, sebbene la più debole, sia anche quella più propensa a collocarsi sul terreno di classe, principalmente a causa delle condizioni materiali del suo sfruttamento. Scioperi generali della popolazione di rifugiati del Sudan, dell’Eritrea e dei paesi dell’Africa orientale, e alcune manifestazioni hanno interessato il paese nel 2014, nel 2015 e nel 2018. Ma l’opposizione alle espulsioni, che le invocazioni umanitarie tipiche della borghesia pacifista non sono riuscite a fermare, né a migliorare la condizione di questa parte del proletariato.

Infine, la partecipazione degli ebrei ultraortodossi e degli arabi israeliani alla forza lavoro è ancora al di sotto della media. Gli arabi arrivano al 63%, gli ultra-ortodossi si aggirano sul 50%. Un fatto che influisce anche sulla percentuale di disoccupazione è che la maggior parte degli ultra-ortodossi di sesso maschile che afferma dedicarsi “allo studio” e non lavora, non viene considerata disoccupata.

Il capitalismo israeliano, dopo aver conosciuto una notevole crescita negli ultimi due decenni, che ha catapultato le sue classi superiori agli stili di vita dei capitalismi più sviluppati, non è al riparo dalla legge della decelerazione dell’accumulazione capitalista, che si va sempre più avvicinando allo zero. Questa legge corrisponde a quella della tendenza alla caduta del saggio del profitto, una legge fondamentale che spiega come è proprio all’interno del capitalismo stesso, nella sua ricerca dell’accumulazione, la causa del precipitare in crisi cicliche ogni volta più profonde.

Entro i confini nazionali un modo per affrontare questo problema è adottare misure che riducono i salari. Una di queste è l’importazione di forza lavoro straniera, pagata ad un prezzo molto più basso, usata anche politicamente come un pretesto per mettere i proletari gli uni contro gli altri.


La questione palestinese

Il tema è sempre stato e rimane complesso. Il Partito, ancorato alle fondamenta dottrinali del marxismo, non è mai caduto in semplificazioni, ignorando l’importanza della creazione dello Stato d’Israele o l’influenza che il confitto arabo-ebraico ha avuto nella regione mediorientale. La questione è così importante che ha diviso sia i partiti che dicono di difendere il proletariato sia i suoi aperti nemici.

Da considerazioni di principio discende direttamente l’affermazione di una nostra posizione fondamentale e storica: il sostegno che il marxismo ha sempre asserito di dover dare ai movimenti nazionali non è mai disceso da considerazioni astratte e aprioristiche, ma da valutazioni strettamente collegate ai fatti storici rivoluzionari.

Questo atteggiamento ha permesso al Partito di rimanere sempre fedele anche sulla questione palestinese ai principi, in continuità con la linea del marxismo rivoluzionario. Mentre gli altri movimenti “di sinistra” e “progressisti” si sono gettati nel sostegno incondizionato alla borghesia palestinese, il loro immediatismo e pseudo-rivoluzionarismo li ha catapultati al tradimento dei principi e alla negazione di qualsiasi teoria. Su questo tema non si tratta di questioni di “giustizia” o di “ragione”, valutazioni del rivoluzionario romantico qualunque esso sia.

* * *

Lo sfruttamento, lo sterminio, l’espulsione del popolo palestinese sono una realtà che si verifica ogni giorno. Gli errati indirizzi l’hanno aggravata, allontanando il proletariato palestinese dai suoi obiettivi politici, una dolorosa lezione che ha aggiunto sangue a sangue.

Il destino del proletariato israeliano è necessariamente legato a quello del proletariato palestinese. La liberazione del proletariato in Israele deve necessariamente passare per la liberazione del proletariato nei territori occupati. Questa relazione non è un sofisma tratto dalla mente di qualcuno, è la conferma storica della questione della lotta nazionale.

Il marxismo coglie il nesso dialettico che unisce queste due posizioni solo apparentemente contraddittorie per cogliere l’unità inscindibile della posizione rivoluzionaria comunista sulla questione. Si tratta infatti della posizione fondamentale valida per tutto il periodo storico che condurrà alla vittoria mondiale del comunismo: la nostra tesi dice infatti che la vittoria sarà possibile alla sola condizione di unire in un’unica lotta mondiale il movimento proletario delle metropoli diretto dal Partito Comunista Mondiale e i movimenti nazionalisti antimperialisti.

Di fatto i movimenti di liberazione nazionale hanno raggiunto alcune affermazioni, in Cina, in Vietnam, a Cuba, in Algeria, ma questo non ha liberato la classe operaia, anzi si sono risolti spesso in bagni di sangue e di sfruttamento per opera dello stesso alleato borghese. Il prezzo della presunta “liberazione” che il proletariato ha dovuto pagare nel passato seguendo la tattica imposta dallo stalinismo, non solo ha lasciato sotto terra milioni di proletari coraggiosi che credevano di lottare per la loro liberazione di classe, ma continua oggi a costituire un grande ostacolo all’avvicinamento del proletariato al partito comunista.

Quella dei fronti popolari, come affermò tempestivamente il Partito, era una manovra tattica errata che avrebbe portato alla creazione di sempre nuove alleanze, fino a far scomparire la differenza fra i partiti comunisti e quelli borghesi. Trotzki, Zinoviev, Kamenev, Bucharin troppo tardi compresero il pericolo.

* * *

Uno dei peggiori revisionismi è stato il terzomondismo stalinista che vedeva nell’insieme del proletariato del “Primo Mondo” un’aristocrazia operaia nemica dello sviluppo dei “paesi emergenti”. Invece di chiamare all’unità di classe si opponevano le nazioni oppresse alle nazioni “plutocratiche”, come i revisionisti nella Prima Guerra mondiale dividevano le nazioni tra militarismi aggressivi e democrazie pacifiche, o nella Seconda fra fascismi e anti-fascismi.

Questa sostituzione delle nazioni alle classi ha portato molti sinistri e progressisti, compresi alcuni che si definiscono comunisti, a catalogare il proletariato ebraico di Israele come un nemico “oggettivo” o “soggettivo” del proletariato palestinese, abbracciando quel nazionalismo che alimenta l’odio tra i lavoratori arabi, presenti su entrambi i lati di quel muro, e i lavoratori ebrei, sospinti così ad aggrapparsi alla sacra unità della Nazione.


Sindacati e scioperi in Israele

Sebbene la classe operaia in Israele sia stata tenuta a balia sin dalla nascita dallo sciovinismo borghese ciò non ha impedito lo scoppio della lotta di classe, contro tutte le previsioni.

Il sindacato Histadrut, schiacciato in tutto sul sionismo, per una lunga fase è stato il rappresentante quasi esclusivo della classe operaia ebraica in Palestina. Le sue origini risalgono a molto tempo prima della creazione dello Stato israeliano. Ha un legame storico col Mapai, Partito Sionista del Lavoro, presente nel Congresso. Creato negli anni ’20 a Haifa per le necessità di un’organizzazione unitaria degli operai ebrei in Palestina, si fece parte del progetto di colonizzazione e fin dal principio ebbe un ruolo di fondamentale importanza nella formazione del nascente Stato. David Ben Gurion, primo segretario del sindacato, più tardi, da primo ministro, dirà: «dubiterei che saremmo riusciti ad avere uno Stato senza l’Histadrut».

L’Histadrut non era nato come unione aperta a tutti i proletari, l’appartenenza era riservata agli operai ebrei. Golda Meier scriverà: «Fui inserita nel Comitato Esecutivo di Histadrut in un momento in cui questa grande unione non era solo un’unione, era una grande agenzia per la colonizzazione». Infatti, sin dal suo inizio, Histadrut incoraggiava l’odio razziale tra ebrei e arabi.

Nel 1943 l’Histadrut creò una sezione per il lavoro arabo e soltanto nel 1959 accettò gli arabi nell’organizzazione.

In questo senso, ampio era lo spettro delle sue attività. Disse David Hacohen: «Dovevo combattere i miei amici sulla questione del socialismo ebraico per difendere il fatto che non avrei accettato gli arabi nel mio sindacato, l’Histadrut; difendere l’invito alle massaie di non comprare nei negozi arabi; difendere il fatto che siamo stati di guardia ai frutteti per impedire che fossero impiegati lavoratori arabi (...) e andare a versare cherosene sui pomodori arabi; aggredire le casalinghe ebree nei mercati e rompere le uova arabe che avevano comprato (...) Comprare dozzine di dunum [di terra] da un arabo è permesso ma – Dio non voglia – è proibito che un solo dunum ebraico sia venduto ad un arabo; pretendere che Rothschild, incarnazione del capitalismo, sia socialista e chiamarlo “il benefattore”: fare tutto ciò non era facile».

Insomma, il sindacato Histadrut seguì una politica volta a ostacolare tutte le forme di solidarietà proletaria tra ebrei e arabi. Prima della creazione dello Stato israeliano Ben Gurion ha persino parlato della “maledizione del lavoro misto”. Questa politica chiamata “Aoda ivrit”, Lavoro ebraico, aveva come fine l’integrazione dei coloni ebrei e l’esclusione degli arabi dal lavoro, dalla terra e dalla sussistenza per obbligarli a emigrare.

Ma nel 1924, presso la Nesher Cement Co., nei pressi di Haifa, i 274 lavoratori ebrei organizzati nell’Histadrut iniziarono uno sciopero, a cui si unirono circa 30 egiziani. Le richieste erano chiaramente operaie: aumento di stipendio, salario uguale per uguale lavoro. Dopo due mesi di sciopero gli operai ottennero una vittoria parziale, ma l’Histadrut accettò il licenziamento degli operai arabi.

L’Unione dei Lavoratori Ferroviari, fondata nel 1919, aveva una posizione “internazionale”, cioè ammetteva che arabi ed ebrei facessero insieme parte del sindacato. Il fatto che i lavoratori arabi fossero in maggioranza nel sindacato ostacolò i tentativi dell’ Histadrut di una divisione tra i due gruppi. Dopo diversi anni di cooperazione, l’Histadrut tentò di convincere gli arabi della necessità di due sindacati.

Ben Gurion, a quei tempi dirigente dell’Histadrut, nel corso di una conferenza sindacale, disse: «L’unità tra lavoratori di diverse nazioni può esistere soltanto sulla base della libertà e dell’uguaglianza nazionale. Per gli operai ci sono questioni di interesse comune in cui non vi è differenza tra ebrei o arabi, inglesi o francesi; queste sono le cose che riguardano il lavoro: orario, salari, rapporti con il datore di lavoro, protezione contro gli infortuni, il diritto dei lavoratori di organizzarsi e così via. In tutte queste aree lavoriamo insieme. E ci sono interessi specifici per i lavoratori di ogni nazionalità, interessi specifici ma non contraddittori che riguardano i loro bisogni nazionali: la loro cultura, la loro lingua, la libertà della loro gente, ecc. In tutti questi ambiti ci deve essere completa autonomia e uguaglianza per i lavoratori di ogni nazione. Il compagno Ilya ha detto correttamente che i lavoratori arabi non vogliono unirsi alle organizzazioni nazionaliste il cui scopo sarebbe in contrasto con gli interessi dei lavoratori. Non chiediamo ai lavoratori arabi di unirsi a un’organizzazione nazionalista ebraica, ma piuttosto di essere collegati a Histadrut. Non vogliamo che l’operaio arabo si alieni dal suo popolo e dalla sua lingua».

L’obiettivo fu raggiunto nel 1925, quando il sindacato si divise in due sezioni.

Famoso, ad esempio, è il sabotaggio dello sciopero di Giaffa nel 1936, inizio dello sciopero generale: l’Histadrut partecipò attivamente al crumiraggio, fornendo operai ebrei e persino aprendo il porto di Tel Aviv per fare fallire lo sciopero.

A tutti i tradimenti dell’Histadrut si sono opposti brillanti episodi di solidarietà proletaria tra lavoratori arabi ed ebrei.

Il più importante è quello avvenuto nel 1946, condotto all’inizio dai lavoratori postali, telefonici e telegrafici. Il loro sindacato sin dagli anni ’20 aveva una storia di stretta collaborazione e partecipazione tra proletari ebrei e arabi. Stanchi di non ottenere alcuna risposta alle loro richieste, nel bel mezzo di un incontro politico del comitato anglo-americano, iniziarono uno sciopero.

Poco dopo si unì allo sciopero il Sindacato dei Lavoratori delle Ferrovie, il quale, anche se diviso in due tronconi, vantava una lunga storia di partecipazione ebraica e araba. Si stima che una settimana dopo lo sciopero il numero di dipendenti che si astennero dal lavoro fossero 23.000, una cifra mai raggiunta prima, il primo sciopero generale nella storia palestinese del servizio ferroviario e postale. Come sempre, l’Histadrut, questa volta insieme ai sindacati nazionalisti arabi, si oppose con decisione all’allargamento dello sciopero. Tuttavia lo sciopero, grazie alla sua forza e alla sua estensione, ottenne la maggior parte delle richieste, compresi un aumento di stipendio e un miglioramento delle pensioni.

Questo episodio fu forse il preludio a un massacro che non tardò a venire. Una volta che il proletariato si eleva come classe, senza distinzione di razza, lingua o nazionalità, tutti i gruppi borghesi si dispongono contro di esso e formano un fronte per distruggerlo.

Con la fondazione di Israele l’Histadrut cresce esponenzialmente. Diventa anche un datore di lavoro capitalista. Se prima del 1948 aveva già diverse società è dopo l’indipendenza e la costituzione dello Stato che raggiunge gran peso economico: si calcola che alla fine degli anni ’70, l’Histadrut possedesse quasi il 25% dell’industria israeliana e ne era il secondo datore di lavoro.

Nel 1983, l’85% dei salariati erano iscritti dell’organizzazione.

Pochi eventi si sono verificati in Israele, come lo sciopero dei marinai del 1951. Una lotta in cui il proletariato sfruttato si è trovato contro l’Histadrut, messosi a fianco degli sfruttatori. I marinai per avanzare le loro rivendicazioni avevano stilato una loro lista di delegati, in segno di protesta contro la collaborazione del sindacato ufficiale con la società di spedizioni Zim. L’Histadrut si oppose alle loro richieste e, dopo che questo aveva cercato di utilizzare sulle navi crumiri e provocatori fatti arrivare da fuori, i marinai si dimisero in massa dal sindacato. I loro atti di sabotaggio sulle navi comportarono violenti e duri scontri con le forze di sicurezza. Fu possibile porre fine allo sciopero solo con l’arrivo agli scioperanti più combattivi delle cartoline precetto per l’arruolamento nell’esercito, ma con l’impegno a soddisfare alcune richieste.

Un altro evento importante accadde nel 1969. I lavoratori delle poste e del porto di Ashdod scesero in sciopero senza preavviso. L’Histadrut arrivò addirittura ad etichettare i dirigenti dello sciopero come “agenti di Fatah”, terroristi e sabotatori.

L’importanza di questi scioperi è la prova della disponibilità del proletariato a sollevarsi anche in tempo di guerra attorno alle proprie rivendicazioni di classe.

È importante sottolineare come nella storia del movimento proletario di Israele ci sono state rivolte contro il dispositivo sindacale di un regime che si definiva di sinistra, anche se di questi fenomeni non si è avuta una continuità. Ma attraverso esplosioni sporadiche queste lotte sono riuscite comunque a minare le basi dell’unità nazionale. E questa è una tendenza che esiste ancora oggi.

Il corrotto movimento sindacale, che ha tradito ogni principio della lotta di classe, ha sottomesso il proletariato di Israele alla difesa della patria e dell’economia, allo sfruttamento e alla colonizzazione della terra. In questo senso l’Histadrut è un sindacato di regime, braccio dello Stato e della borghesia per incanalare e trattenere ogni movimento autonomo della classe operaia.

Ancora oggi l’Histadrut continua ad essere il principale sindacato di Israele. Dopo laceranti riforme interne non ha più un legame organico con lo Stato, ma rimane il sindacato del sistema capitalista e il nemico numero uno di tutto il proletariato. Non sono infatti il Likud, né Akhdut HaAvoda (l’Unione Laburista), né i coloni: è l’Histadrut che sabota dall’interno ogni minima possibilità di uscita dalla collaborazione di classe verso un’alternativa di lotta proletaria.

Anche se oggi non esiste neanche un piccolo sindacato basato sulla lotta di classe, la tendenza ad organizzarsi si è invertita. Negli anni ’80, l’80% dei lavoratori erano organizzati, la maggior parte di loro nell’Histadrut; oggi solo il 24% è iscritto ad un sindacato. Questo dopo un continuo calo che ha raggiunto il minimo del 21% all’inizio degli anni 2000.

La classe lavoratrice anche in Israele sta cambiando rapidamente, come abbiamo visto già nella prima parte di questo studio. Se la stragrande maggioranza dei proletari in Israele sono ebrei, la tendenza è verso il pluralismo della “società civile”. Un quadro che ha vari aspetti.

Quasi mezzo milione di proletari non autoctoni sono arrivati in Israele come rifugiati economici o politici. All’importazione sistematica di manodopera straniera si aggiunge la rapida crescita demografica, l’aumentata partecipazione del proletariato palestinese nell’economia israeliana, la spinta demografica della popolazione araba all’interno di Israele e la crescente conflittualità degli stessi proletari ebrei fra laici e religiosi.

Sono emersi così un certo numero di sindacati indipendenti dall’Histadrut. Hanno ancora scarsa influenza ma sono riusciti a organizzare un paio di clamorosi scioperi in alcuni importanti settori dei trasporti. Questa recrudescenza della sindacalizzazione è il risultato di un peggioramento delle condizioni di vita e dell’ormai antico tradimento dell’Histadrut. Il proletariato cerca di scrollarsi di dosso questo peso, ma ancora senza posizione e metodi di classe.


Fascismo imperante

L’assenza di organizzazioni sindacali di classe in Israele, anche a livello embrionale, non si può spiegare soltanto per l’Union Sacrée con la borghesia alla quale il proletariato ebraico è costretto fin dalla creazione di Israele, non è questa la radice del problema, lo è semmai la prolungata situazione sfavorevole a scala internazionale. L’influenza dello stalinismo a livello mondiale e il successivo antifascismo hanno condannato al deragliamento prima, alla liquidazione poi del Partito e alla distruzione di quello che era stato il formidabile movimento comunista internazionale.

La tragedia della Palestina è una questione internazionale: pur se è attuata per mano della borghesia israeliana, la responsabilità diretta è dell’intero imperialismo globale.

Fu il capitalismo europeo a cacciare il proletariato ebraico dall’Europa perché, a causa della crisi economica, non c’era posto per esso. In parte è stato sterminato, ai sopravvissuti si è trovato un altro posto.

Come il proletariato occidentale anche l’israeliano riflette oggi fedelmente l’ideologia dell’imperialismo, sancita dalla disinformazione dei media, allattato e intossicato dalla droga di un fervente nazionalismo per cercare di far dimenticare le miserie di una vuota vita sociale.

Abbiamo detto che il nazismo ha sì perso la guerra, ma come forma di organizzazione politica ne è uscito vittorioso. Nel passaggio irreversibile alla fase imperialista gli Stati della borghesia difendono i loro interessi, manipolano le masse e usano i metodi più sofisticati di repressione. Si contrappone oggi al fascismo una democrazia che non solo adotta tutte le caratteristiche dello Stato fascista, ma crea anche l’illusione che questo sia il frutto del voto popolare. Sanciti da periodiche elezioni democratiche i vittoriosi fronti imperialisti hanno imposto ovunque regimi di fatto totalitari. A questo hanno contribuito tutti gli imperialismi: europeo, americano, russo, cinese. Democrazia e fascismo non solo sono intercambiabili, oggi sono integrati in un regime esteriormente democratico ma che reprime e vigila come mai prima ed è organizzato in un partito unico, il partito controrivoluzionario.

Non ha quindi senso l’anti-fascismo. Anzi, bisogna ripeterlo, il pericolo maggiore al nostro movimento causato dal fascismo è l’antifascismo.

Israele, avamposto dell’imperialismo mondiale in questo piccolo spazio geografico, mostra come nessun altro le contraddizioni e tutta la demagogia dell’imperialismo. Un paese democratico nella forma, ma fascista nella sostanza, che entro i suoi confini cerca con tutti i mezzi di dissipare la conflittualità sociale approfittando di gruppi, razze e religioni, impiegando i più moderni strumenti di controllo sociale che il capitalismo abbia inventato. Nello stesso tempo verso l’esterno sono usati i metodi più brutali per raggiungere i suoi obiettivi imperialisti e guerrafondai, espellendo, uccidendo, annientando.

Ma, come tutto il capitalismo mondiale, Israele non ha futuro. Il futuro è destinato alla classe proletaria e, nonostante ogni tentativo da parte della borghesia israeliana di fermare questo processo, la ruota della storia non torna indietro.

La illusione di uno Stato su base razziale è sempre più insostenibile. Già oggi nella Palestina storica c’è parità demografica tra arabi ed ebrei, ma in due decenni la popolazione arabo-israeliana è raddoppiata e i proletari stranieri triplicati. La popolazione ebraica cresce solo per l’alta natalità del settore religioso-ultraortodosso.

Il proletariato anche in Israele saprà scrollarsi di dosso la collaborazione che per molti decenni lo ha sottomesso alla sua borghesia. Le condizioni della rivoluzione non si fondano sulla coscienza che gli uomini hanno di se stessi. La coscienza di classe è solo nel Partito. La rivoluzione comunista non è questione di volontà ma di necessità storica. E i fini determinano i mezzi. La necessità del comunismo, della specie, supererà qualsiasi sentimentalismo patriottico, ogni pressione sociale e metodo di repressione. In Israele non basterà il “sionismo” a sfamare i proletari ebrei.

La classe operaia israeliana non è diversa dalle altre, come lo Stato israeliano non è diverso da qualsiasi Stato borghese.

Il comunismo, bisogno oggettivo della Specie, dovrà necessariamente portare a sentimenti di solidarietà al di sopra di ogni appartenenza. La patria è l’Uomo Specie. La fame, la miseria, la morte sono congeniti al capitalismo. È un fatto storico che il proletariato ebraico li ha sofferti nella sua carne, fino quasi allo sterminio.


La lotta operaia in Cisgiordania

Il proletariato palestinese è sempre rimasto solo nella sua lotta, e gli innumerevoli massacri che ha sofferto durante questi settant’anni ne sono la prova. La ricerca di aiuto da parte della “comunità internazionale” è un’illusione che si è dimostrata letale. Il proletariato palestinese ha come suo primo nemico quel governo che ha capitolato di fronte alla borghesia israeliana, che ieri parlava di rivoluzione e oggi riceve denaro dall’oppressore, che tradendo il proletariato l’ha gettato nella miseria, nello sfruttamento e nella morte.

Il bantustan che l’OLP ha creato, insieme alla macabra strategia israeliana fatta di espulsioni e insediamenti, è il principale responsabile della situazione disperata in Cisgiordania, uno dei fattori di ricchezza della stessa Israele e della conciliante borghesia araba della regione. La creazione di questo bantustan è l’epilogo di una lunga catena di tradimenti, fra i quali gli eventi di Amman durante il Settembre Nero del 1970 e la comune di Tel el Zaatar nel 1976.

La forza lavoro palestinese è manodopera a buon mercato per la borghesia giordana, siriana e levantina in generale.

Edilizia, trasporti e agricoltura israeliana sono i settori in cui lavora. Il muro di separazione, quel muro di cemento sotto il cielo di Al Quds, è stato costruito con mani palestinesi! un grosso affare per i costruttori palestinesi e la casta al potere dopo gli accordi di Oslo. Il nemico è sempre stato in casa, e lavora per il suo sedicente nemico straniero, che finisce per essere in realtà il suo necessario alleato.

Prima della creazione dello Stato israeliano e dell’annessione della Cisgiordania da parte della Giordania, la più grande organizzazione sindacale esistente in Palestina era l’Associazione Araba dei Lavoratori, fondata ad Haifa. Prima della Nakba il sindacato aveva quasi 35.000 membri.

Con la creazione dello Stato israeliano il centro dell’attività sindacale passa a Nablus e finisce per congiungersi col movimento sindacale giordano.

Dalla entrata in vigore della legge giordana i sindacati passarono da una libertà di azione a un rigido controllo, la Federazione Generale dei Sindacati Giordani trasferì il suo centro da Amman a Nablus, dove poi nacque la Federazione Generale dei Sindacati Palestinesi, la PGFTU, che si associò all’OLP.

Con l’occupazione della Cisgiordania da parte di Israele ogni attività sindacale fu proibita. Tuttavia crebbe in maniera sorprendente nonostante la condizione di clandestinità: si stima che alla fine degli anni Settanta l’adesione al sindacato fosse di quasi 12.000 lavoratori.

Nel decennio degli anni Ottanta, il movimento sindacale si frantumò dividendosi in più di 160 sindacati autonomi che messi tutti insieme organizzavano meno di 6.000 lavoratori. Le ragioni di questa divisione si trovavano nella lotta settaria fra le diverse organizzazioni borghesi per controllare il movimento proletario e per sostituire le rivendicazioni di classe del crescente proletariato urbano con rivendicazioni nazionaliste e borghesi di quel movimento riformista che si stava preparando a negoziare l’istituzione dell’Autorità Palestinese.

È proprio questo evento che accelerò la formazione di un centro sindacale unitario, chiamato PGTUF, alleato e guidato da Fatah e poi dalla stessa Autorità palestinese, come unico sindacato dei lavoratori.

Da quel momento in poi il sindacato unitario ha risentito di una lotta settaria tra i rappresentanti di Fatah all’interno dell’Autorità Palestinese e l’esecutivo all’estero.

La più recente manifestazione di lotta proletaria è stata la protesta del 2011 e del 2012, contemporanea alla Primavera Araba e alla lotta degli Indignati in Israele. Il proletariato scese in piazza in violente manifestazioni di rabbia per difendere le proprie condizioni di vita contro l’aumento delle tasse e della benzina, contrapponendosi direttamente all’Autorità Palestinese.

Il costo della vita era aumentato a causa della crisi economica mondiale e per la politica finanziaria della Banca di Israele.

Le rivolte furono duramente represse dalla polizia palestinese che si avvalse dell’appoggio logistico delle forze d’occupazione israeliane.

Dobbiamo prevedere che prima o poi, con l’approfondirsi della imminente crisi economica mondiale e con un ulteriore peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro, il proletariato di Ramallah si sveglierà e per la propria sopravvivenza sarà costretto a svincolarsi dai sindacati corrotti del regime, a riprendere il movimento e a riannodarsi in una organizzazione sindacale di classe, opposta alla difesa dell’”unità palestinese”, per le rivendicazioni di classe e per difendere e solidarizzare con il proletariato martoriato di Gaza. Questa riorganizzazione oggi sembra lontana, ma non lo è.

Soltanto contrapponendosi alla corrotta e venduta autorità palestinese il proletariato potrà difendersi. Questo percorso non sarà privo di pericoli, e di alti e bassi, che potrebbero implicare la coniugazione del lavoro clandestino e legale, di fronte alla crescente repressione delle forze dell’ordine congiunte palestinesi e di occupazione. La vera solidarietà di classe dovrà formarsi in questo aspro processo.


I fondamentalismi religiosi

Non si deve escludere la possibilità che gruppi fondamentalisti islamici – e in Israele ebraici – provino a colmare il vuoto esistente e che persino riescano talvolta a ottenere il sostegno della maggioranza della popolazione.

Hamas è un movimento fondato sotto gli auspici dei servizi segreti israeliani per contrastare, con forti tinte religiose, il movimento proletario incontrollato dell’Intifada e il potere che deteneva allora il movimento secolare dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Il movimento di Hamas, con denaro proveniente dallo Shin Bet, i servizi segreti israeliani, ha esteso una rete di servizi sociali ed è andato organizzando progressivamente una rete di seguaci per divenire il probabile successore della resistenza palestinese.

Questo movimento antioperaio ha ottenuto indubbiamente un notevole consenso da parte della popolazione palestinese. Ma anche in questo non c’è nulla di nuovo: Hamas, indipendentemente dalla sua base sociale, composta per lo più da piccolo borghesi, studenti e disoccupati, è stato il braccio armato dello Stato israeliano, utile anche per disorientare il proletariato ebraico. Hamas è stato fondato dallo Shabak (nome ufficiale dello Shin Bet), poi è stato indirizzato dai più abietti interessi della borghesia imperialista di Tel Aviv. La tattica ha fornito incredibili dividendi al colonialismo sionista, da un lato ha permesso di ribadire il panico e lo spirito nazionalista fra gli ebrei, d’altro ha giustificato la democratica spietata persecuzione extra-giudiziaria di chiunque fosse apostrofato di “fondamentalista” o “terrorista”.

Si cerca di trasformare la questione sociale del dramma palestinese in uno dei tanti foschi episodi di guerra tra religioni o tra culture, mascheratura che copre la vera guerra: delle due borghesie unite in guerra di classe contro il proletariato, ebraico e palestinese.


La lotta di classe a Gaza

A Gaza, finché fu sotto il dominio egiziano, il movimento sindacale aveva preso una strada autonoma, venne fondata la Federazione dei Sindacati Palestinesi, PTUF, la quale organizzò un congresso nel 1964 e aprì una rappresentanza all’estero. Nel 1969 questo sindacato divenne parte integrante dell’OLP, sotto la sua direzione e influenza.

Hamas, come organizzazione armata Islamica originariamente aderente ai Fratelli Musulmani, nacque a Gaza da un gruppo di componenti del clero islamico, studenti e seguaci di Sayyid Qutb, giustiziato all’epoca dal panarbista Gamal Abd el-Nasser, tra cui spiccava il religioso Sheik Ahmad Yassin: la sua attività, nell’organizzazione Mujama al Islamiya, fin dagli anni Settanta si concentrava sull’assistenza parallela allo Stato dei bisogni sanitari, alimentari e religiosi della popolazione di Gaza. Tutto questo con il sostegno diretto dello Stato sionista e nell’intento di allontanare la popolazione della laica Organizzazione per la Liberazione della Palestina, all’epoca indicata come il nemico numero uno dello Stato israeliano.

L’ironia della storia non è altro che una conferma storica del marxismo.

Quindi il fenomeno del fondamentalismo islamico in Medioriente non è un movimento di classi pre-moderne o contadine, ma una creatura dell’imperialismo finanziario e petrolifero della regione e del maledetto Occidente. Non è un movimento di nazionalisti borghesi pronti alla rivoluzione anti-coloniale. È la creatura del capitalismo imperialista, finanziario e predatore, per le sue manovre e per prevenire la rivolta proletaria.

Il moderno capitalismo imperialista, per salvaguardare i propri interessi, si nasconde anche dietro lo scudo della religione, non avendo più alcuna idealità da offrire alla Specie.

La maggior parte della sua base è costituita da borghesi, mercanti, studenti e cattedratici, formatisi nelle università islamiche della regione.

Esso pratica una repressione continua contro qualsiasi movimento di tipo sindacale e contro qualsiasi forma di raggruppamento si diano i lavoratori. Ciononostante il proletariato a Gaza ha cominciato a sollevarsi contro la miserrima situazione economica che vive, e gli scioperi dopo l’ultima guerra hanno preso spazio, nonostante il forte controllo militare esercitato dal gruppo armato.

Hamas, obiettivamente, permette al colonialismo israeliano di giustificare le sue atrocità e la sua guerra permanente, lo spostamento della popolazione palestinese e la conquista di territorio. Questo gruppo seguirà lo stesso percorso seguito da tutti i gruppi borghesi. Oggi porta avanti una politica di riformismo armato: l’ultimo di questi atteggiamenti è la cooperazione con Israele in diversi settori della sicurezza, i colloqui per una pace duratura e la ricezione di denaro dal Qatar attraverso lo Stato sionista. La dura contesa con al-Fatah è il risultato di una lotta inter-borghese, in cui ogni partito rappresenta un imperialismo diverso.

Questo il nuovo pretesto che si profila per una guerra mondiale, “democrazia” contro “terrorismo”, un Occidente ariano e cristiano, dei diritti, della democrazia e della libertà, contro un Oriente arabo e musulmano, terrorista, primitivo, suicida. Dietro queste fumisterie già si giustificano la rapina e il saccheggio imperialista e ovunque si avvince il proletariato al nazionalismo borghese.

Gli Stati Uniti scagliano la loro retorica, e le loro armi, contro quel terrorismo islamico che lo Stato di Israele ha impiegato più di vent’anni a metterlo su, indubbiamente con eccellenti risultati.


La lunga via verso la rivoluzione

Durante l’ultima guerra su Gaza si sono viste in tutto il mondo manifestazioni di protesta. In Turchia, in Francia, nello stesso Israele. A Gerusalemme e ad Haifa le manifestazioni sono state represse dalla polizia. Ma queste dimostrazioni, se provano che esiste una generale condanna per la situazione di Gaza, lo fanno in una prospettiva pacifista e interclassista. Questa opposizione è praticamente inutile. Nessun movimento interclassista potrà mai impedire la guerra e i massacri. Il pacifismo non ha mai fermato nessuna guerra, anzi, si può affermare che ha contribuito al militarismo e alla corsa al riarmo degli Stati, siano essi democratici o dittatoriali. Il pacifismo si è sempre orientato alla difesa della pace democratica, ma sono proprio le democrazie quelle che più preparano e più combattono le guerre!

Quello che i pacifisti non capiscono è che il capitalismo non può esistere senza la guerra. Si potrebbe persino dire che la guerra è la forma naturale di esistenza dell’economia capitalista. La guerra è l’unica via d’uscita che ha il capitalismo per continuare a sussistere: distruggendo merci in eccedenza e vite umane – che in questa società non sono altro che merci – esso si rigenera e il ciclo di accumulazione può ricominciare.

Se il proletariato, diretto dal suo partito comunista, non riuscirà ad impedire la guerra con la rivoluzione, la guerra ci sarà, nonostante gli sforzi dei pacifisti per evitarla e per quante manifestazioni contro di essa, anche con milioni di partecipanti, vengano organizzate.


Un problema immediato e concreto

Che fare, quindi, il partito e i proletari, in Israele e nei Territori?

Non esistono vie facili né scorciatoie. Neppure la rivoluzione è il prodotto di volontà individuali, anche se i comunisti fortissimamente la vogliono e nel partito vi spendono tutte le loro energie.

È una lotta concreta, non esente da alti e bassi, quella che genera le organizzazioni operaie contro l’oppressione capitalista. Il Partito si nutre di queste crisi e sobbalzi sociali sui piani numerico e organizzativo, sebbene non in modo lineare e meccanico.

La stessa difesa delle condizioni di vita operaia arriverà a non poter più essere contrastata da una borghesia nel pieno della crisi economica mondiale o in procinto di scatenare la sua guerra. È in questo momento che, diretto dal Partito comunista, il proletariato si lancia all’insurrezione per prendere il potere politico. Solo la dittatura del suo unico partito mondiale riuscirà ad abbattere l’intero sistema politico dei capitalisti, zombi mostruosi che dissanguano la specie.

La classe operaia in Israele e in Palestina è molto più di una serie di dati statistici, o condizionata del suo passato, o della mancanza di un passato, il movimento del proletariato è una forza sociale, una necessità materiale, una direzione verso la quale ci avviciniamo, una tendenza storica in tutta la sua grandezza.

La velocità di sviluppo di questo processo è condizionato dalla presenza di un Partito saldamente posizionato sulle basi marxiste, sulla sua linea storica che lo collega dalla fondazione della Lega dei Comunisti fino alla rivoluzione d’Ottobre e alla ricostituzione del Partito comunista mondiale dopo la degenerazione staliniana.

Oggi dopo quasi un secolo di controrivoluzione, il Partito rappresenta la continuità dell’organo storico della classe operaia, con la sua dottrina invariante, il suo programma e la sua tattica unica e la sua organizzazione centralizzata e organica.

Il proletariato mondiale ha davanti a sé il compito di sollevarsi in una lotta per la vita, contro la guerra mondiale e la distruzione della maggior parte dell’umanità, per la rivoluzione comunista e l’inizio della storia della specie.  

 

 

 

 

 


Il capitalismo e la scuola negli Stati Uniti
“Costa troppo”!


Un po’ di storia

Uno dei vanti della borghesia sulle precedenti caste feudali era la generalizzazione dell’istruzione e la sua estensione alle classi inferiori. Eppure gli insegnanti del paese capitalista più ricco e potente, gli Stati Uniti, si sentono oggi, a dir poco, frustrati. È certo questa una dimostrazione del decadimento della società borghese, al quale i lavoratori della scuola hanno giustamente reagito con la lotta di classe, con numerosi scioperi e manifestazioni in difesa delle loro condizioni: con rivendicazioni leggermente diverse, in West Virginia, Kentucky, Oklahoma, Colorado, Arizona.

I democratici accusano i repubblicani di aver rovinato l’istruzione. Ma il Colorado ha un’amministrazione democratica, e il malcontento fra i lavoratori della scuola si è accumulato da decenni, anche durante l’amministrazione Obama. Solo che è nello “stile mediatico” dei repubblicani insultare gli insegnanti, accusarli di pigrizia e di pretendere troppo. Dai democratici insulti velati, dagli altri aperte ingiurie, ma nessuno dei due offre soluzioni agli insegnanti come lavoratori, né per i figli dei proletari quando studenti.

Gli interessi del capitale, che trovano oggi la loro più sincera espressione in Trump, sono semplici: liberarsi delle spese “inutili”, come quelle dell’istruzione pubblica, per finanziare il militarismo e sostenere il declinante capitale, in modo che questo possa soddisfare la sua costante e inestinguibile sete di espansione, sulle spalle dei lavoratori e tramite una continua distruzione. L’istruzione può ridursi alle scuole private, frequentate dalla borghesia e dalla piccola borghesia, mentre al proletariato viene offerto un sistema di istruzione pubblica in decomposizione.

Il capitale tende quindi ovunque a trasformare il sistema dell’istruzione “pubblica”, da mero e improduttivo “costo generale” in un’industria redditizia di plusvalore, un “servizio” a pagamento com’è quello delle scuole private.

Diamo uno sguardo alla storia dell’istruzione negli Stati Uniti d’America.

In Europa e negli Stati Uniti l’istruzione pubblica divenne obbligatoria in seguito alle proteste provenienti dalla classe operaia, indignata alla vista dei tanti bambini che con le loro piccole mani lavoravano nelle fabbriche, privi di qualsiasi educazione se non quella della fabbrica. Con l’industrializzazione dirompente e la crescente richiesta di operai, a molti bambini il capitale impediva di frequentare la scuola per spingerli al lavoro in condizioni dure e malsane. Dita ed arti interi finivano maciullati dalle macchine, che il proprietario della fabbrica non fermava mai: era comune pulire e riparare le macchine mentre erano in funzione e solo le mani sottili dei bambini e delle donne entravano negli spazi più stretti. La gerarchia sul posto di lavoro era stabilita in base alla forza, il maschio adulto è più forte della donna e questa è più forte del bambino; gli uomini venivano pagati di più, meno le donne, meno ancora i bambini.

Il lavoro minorile era esistito anche prima del capitalismo, ma col capitalismo moderno assunse modalità infami. Come denunciato in dettaglio da Marx ne “Il Capitale”, i bambini venivano utilizzati in Inghilterra per esempio col sistema “a staffetta”: lavoravano giorno e notte, svegliati spesso dopo non più di 4 ore di sonno per tornare al lavoro. Le fabbriche venivano chiuse a chiave per evitare che gli operai se ne fuggissero, con la conseguenza di peggiorare la qualità dell’aria. I bambini, come gli altri lavoratori, erano costretti a posizioni innaturali per 12 ore e più al giorno, al punto che i reclutatori militari britannici e prussiani ebbero di che preoccuparsi per la minore statura e per le deformazioni fisiche delle nuove classi di leva. Si arrivò, nelle strade delle principali città inglesi, a vendere i bambini a giornata, come gli schiavi africani negli Stati Uniti.

I bambini non avevano alcun tipo di relazione sana con i genitori. L’infanticidio era comune in tutte le aree fortemente industrializzate. L’ubriachezza era epidemica, con le violenze, gli omicidi e gli abusi domestici. Organizzazioni “umanitarie”, come la Temperance League, vedevano la liberazione delle donne e dei fanciulli nella fine del consumo di alcolici, quando in realtà sarebbe potuto essere solo la fine del capitalismo a liberali dalle violenze per etilismo e droghe, e a porre fine al lavoro oppressivo e alienante.

Infine la protesta cominciò a montare e in Inghilterra quella schiavitù fu denunciata – a difesa dei propri interessi – anche da alcune fazioni del capitale. Ne “Il Capitale” Marx si riferisce spesso alla borghese Commissione sul Lavoro dei Bambini (Children’s Employment Commission), la quale mise in luce molti maltrattamenti ed abusi. Ma ciò che più preoccupava quella bigotta società era l’ignoranza delle Sacre Scritture, la scarsa frequentazione della chiesa e la mancanza di morale.

Anche negli Stati Uniti le scuole erano state tenute da religiosi. Ma già personalità come Horace Mann nel Massachusetts sollecitavano un’istruzione pubblica obbligatoria. I Whigs negli Stati Uniti e il Partito Liberale del Regno Unito cominciarono a denunciare la vergogna di un proletariato miserevole. Il motivo era che il deteriorarsi delle condizioni sanitarie della classe operaia ne riduceva la forza e la capacità di farsi utilmente sfruttare; anche il dilagare della criminalità spaventava la piccola borghesia; veniva incrinata l’ipocrisia della “missione civilizzatrice” del colonialismo in Africa e in Asia. Operai talmente abrutiti, infine, erano dei cattivi soldati.

Così, all’inizio dell’800, sorsero qua e là, nel New England, le prime scuole pubbliche, in parte a seguito di motivazioni caritatevoli, in parte a causa della crescente specializzazione delle industrie che richiedevano operai più scolarizzati. Ma la borghesia nel suo insieme resistette con forza a questi cambiamenti, opponendosi in Parlamento e al Congresso; si temeva che i diseredati, in grado di leggere, scendessero nelle strade, si ribellassero e danneggiassero le loro sacre proprietà.

Anche in seguito la possibilità di studiare fu ostacolata. I bambini per andare a scuola dovevano ottenere il permesso dei loro padroni, e questo faceva sì che non frequentassero l’intero ciclo didattico. Nelle baraccopoli nauseabonde e pericolose delle principali città degli Stati Uniti i bambini spesso si trovavano a bighellonare in attesa di trovare un lavoro. Le scuole che frequentavano erano in cattive condizioni, gli insegnanti erano scelti a caso, pagati poco, ed ignoravano gran parte delle materie che avrebbero dovuto insegnare. Erano spesso spinti a firmare l’attestato di frequenza da mostrare agli ispettori delle fabbriche, in modo da far tornare in fabbrica i ragazzi mentre avrebbero dovuto essere a scuola.

C’erano anche altre resistenze di tipo ideologico, fomentate dai proprietari delle fabbriche. Negli Stati Uniti, ad esempio, i cattolici erano preoccupati per un indottrinamento secondo la regola protestante, poiché non v’era alcuna garanzia di laicità. Ma, quand’anche laica e senza Gesù scritto in ogni rigo, la scuola sarebbe diventata un mezzo per trasmettere l’ideologia della classe dominante, allora come adesso, predicando il patriottismo e il duro lavoro.

Fu così che la classe capitalista accettò il costo dell’istruzione come necessario alla sua società.

Nel secondo volume de “Il Capitale” Marx ha indagato la questione dei faux frais, dei costi generali della produzione. Questi costi generali sono pagati attraverso una sottrazione dal plusvalore prodotto. Si rende così necessaria una parte del proletariato considerata dal capitalismo come manodopera improduttiva: contabili, rappresentanti di commercio, dirigenti, ecc. Diverso il caso dei lavoratori dei trasporti, dei magazzinieri, ecc., che sono lavoratori produttivi di plusvalore.

Come dunque dobbiamo inquadrare gli insegnanti? Quelli delle scuole pubbliche non sono produttivi di plusvalore; quelli delle scuole private producono una merce, sebbene non materiale, che ha un valore di mercato, e contiene un plusvalore, del quale si appropria il capitalista che li ingaggia.

Come i lavoratori delle altre categorie gli insegnanti, che come gli altri hanno appreso il loro particolare lavoro, iniziarono ad organizzarsi e a chiedere condizioni e salari migliori, divenendo così parte del più ampio movimento sindacale di tutto il mondo industrializzato.

Una volta che il lavoro minorile fu nominalmente proibito, e in realtà diminuì significativamente, più bambini poterono studiare. L’aumento della divisione del lavoro richiedeva da un lato una maggiore specializzazione, dall’altro un maggior numero di lavoratori improduttivi ma scolarizzati.

La scuola, invece di costituire una minaccia all’ordine costituito, come da una parte ingenuamente si sperava e dall’altra si temeva, si confermò uno dei più potenti strumenti di elaborazione, difesa e diffusione dell’ideologia dominante.

Negli Stati Uniti le scuole, alcune di quelle per i bianchi, ottennero maggiori finanziamenti e migliori condizioni, e si venne a favorire anche l’insegnamento per altri settori del lavoro intellettuale, come le lettere e il giornalismo. Il giornalismo scandalistico, lo yellow journalism, ebbe un ruolo chiave per esempio nell’istigare l’appoggio popolare alla guerra ispano-americana del 1898, col quale il capitale statunitense ottenne una maggiore disponibilità di risorse come lo zucchero, la gomma, il tabacco e il petrolio provenienti dalle colonie conquistate alla Spagna. L’istruzione stimolava il patriottismo e i soldati dovevano essere abbastanza istruiti per comprendere gli ordini dei superiori e per utilizzare le nuove armi. Le scuole dovevano mettere ordine nelle questioni morali per i bambini che lavoravano. La severità era la norma, fino alle punizioni corporali.

Restavano fuori del sistema scolastico ovviamente i numerosi derelitti della società, malamente tollerati.

Ma, nonostante tutto, l’insegnamento era considerato dai socialisti una vittoria per la classe operaia – dal 1864 rappresentata dall’Associazione Internazionale dei Lavoratori – insegnamento che però non avrebbe dovuto costituire una mortifera separazione ed opposizione al lavoro.

Nelle “Istruzioni per i delegati del Consiglio Centrale Provvisorio dell’A.I.L.” redatto da Marx il 20 febbraio 1867, al capitolo “Lavoro giovanile e infantile (di entrambi i sessi)” si legge:

«Riteniamo che la tendenza dell’industria moderna sia quella di far cooperare i fanciulli e i giovani di entrambi i sessi nel vasto processo produttivo, come una tendenza progressiva, valida e legittima, sebbene sotto il capitale venga distorta in un abominio.

«In una condizione razionale della società qualsiasi ragazzo dall’età di 9 anni dovrebbe diventare un lavoratore produttivo, nello stesso modo in cui nessun adulto valido dovrebbe essere esentato dalla legge generale di natura: cioè lavorare per essere in grado di mangiare, e lavorare non solo con la mente ma anche con le mani.

«Per il momento tuttavia abbiamo a che fare soltanto con i fanciulli e i giovani di ambo i sessi appartenenti alla popolazione lavoratrice. Essi dovrebbero dividersi in tre classi da trattare in maniera differente; la prima classe riguarda l’età compresa tra i 9 e i 12 anni; la seconda tra i 13 e i 15; la terza tra i 16 e i 17. Proponiamo che l’occupazione della prima classe in qualsiasi laboratorio o lavoro domestico debba essere legalmente ridotta a due ore; quella della seconda a quattro e quella della terza a sei. Per la terza classe deve esserci un’interruzione di almeno un’ora per i pasti e per il riposo.

«Può essere desiderabile iniziare l’istruzione alla scuola elementare prima dei nove anni; ma ora trattiamo solo degli antidoti assolutamente indispensabili contro le tendenze di un sistema sociale che degrada l’uomo che lavora a mero strumento dell’accumulazione di capitale, e che trasforma i genitori, spinti dalle necessità, in mercanti di schiavi o in venditori dei propri figli (...) Se le classi medie e alte trascurano i loro doveri verso i propri discendenti, è colpa loro (...)

«Per istruzione intendiamo tre cose. Primo: educazione mentale. Secondo: educazione fisica, così come viene data nelle scuole di ginnastica, e con esercizi militari. Terzo: addestramento tecnologico, che impartisce i principi generali di ogni processo di produzione, e contemporaneamente inizia il fanciullo e il giovane all’uso pratico e manuale degli strumenti elementari di ogni tipo di lavoro (...)

«La combinazione di lavoro produttivo pagato, educazione mentale, esercizio fisico e addestramento politecnico, solleverà la classe lavoratrice a un livello ben più elevato di quello delle classi medie ed alte».

Negli Stati Uniti l’Associazione Internazionale dei Lavoratori, insieme ad altre organizzazioni di classe, gruppi di liberazione delle donne e abolizionisti della schiavitù, ottenne qualche risultato e, anche se dapprima soltanto sulla carta, nel mondo occidentale il lavoro minorile finì per essere limitato. Di fatto i bambini spesso lavoravano ancora in piccoli negozi e officine, vendevano i giornali o per la strada pulivano le scarpe ai signori. Anche nelle aziende agricole lavoravano a lungo e duramente, e alcuni lo fanno ancora oggi. Questo era considerato sano e giusto, lo spirito del lavorare duro doveva essere incoraggiato, e i bambini della piccola borghesia produttiva dovevano essere orgogliosi della loro attività in famiglia.

Il lavoro minorile resta ancora la norma per la stragrande maggioranza del mondo, specialmente nei “paesi in via di sviluppo”: l’Asia orientale e sud-orientale è piena di fabbriche che sfruttano bambini. Lo stesso capitale che sostiene l’istruzione in Occidente la ostacola nelle altre longitudini. Per esempio alcune multinazionali, per farsi pubblicità in Occidente, distribuiscono ai bambini delle scuole scarpe sportive fabbricate da altri bambini nei paesi del Sud-Est asiatico: sostengono che chi fa attività motoria riesce meglio a scuola; qui troppa scuola, là troppa ”attività motoria”. In quei paesi i bambini sono impiegati a basso costo anche in lavori pericolosi. Il capitale, che nel mondo occidentale costringe all’ozio e alla disoccupazione gran parte dei giovani, ostacola in oriente ogni tentativo di ridurre il lavoro dei bambini. Ci si preoccupa (a parole) solo dei “bambini soldati” reclutati dai signori della guerra, invece di lasciarli lavorare “in pace” nelle fabbriche.

Negli Stati Uniti la questione del razzismo si acuì dopo la guerra civile, quando i negri non potevano più essere venduti come beni di proprietà e dovevano invece vendere la loro forza lavoro, spesso sulle terre dei loro ex padroni. La Freedmen’s Aid Society tentò di istituire scuole per i bambini negri recentemente liberati, che ebbero un certo successo durante la Ricostruzione. Tuttavia queste vennero accolte con una certa resistenza dai padroni bianchi i quali preferivano che i figli dei negri si rassegnassero a lavorare la terra. Il KKK, fondato da ex ufficiali confederati (nella definizione di Marx: da schiavisti ribelli), cominciò a punire severamente coloro che sconvolgevano l’”ordine naturale delle cose”, minacciato dall’alfabetizzazione e dall’istruzione dei negri. Questi, capaci di leggere, avrebbero potuto favorire un’alleanza tra i negri e i bianchi poveri, come era accaduto fin dalla ribellione di Bacon, nella Virginia del 1676.

La Ricostruzione comportò qualche progresso. Gli ex padroni semifeudali degli schiavi erano ora diventati moderni capitalisti agrari, e i proletari negri del Sud sottosviluppato e appena industrializzato trovarono un po’ di conforto solo al Nord, dove la loro forza lavoro era richiesta nelle fabbriche. Sfruttati più dei bianchi, lavoravano più duramente e più a lungo per una paga inferiore; ma rischiavano il linciaggio per qualsiasi tentativo di darsi un’organizzazione per avanzare richieste di aumenti retributivi e di migliori condizioni di lavoro.

Molte scuole istituite dalla Freedmen’s Aid Society furono costrette a chiudere sia per minacce sia per insufficienti finanziamenti. Dei negri istruiti avrebbero potuto, oltre che ottenere posti di lavoro meglio retribuiti, organizzarsi contro gli abusi dei padroni. Così il capitalismo promosse il razzismo a scala nazionale: i negri dovevano essere mantenuti nella ignoranza e solo presentarsi abbastanza robusti a lavorare. Gli abusi della polizia avrebbero fornito costantemente lavoro carcerario nel Sud che si stava industrializzando e impedito loro qualsiasi tipo di organizzazione.

Il KKK da quando è nato è un’organizzazione che difende interessi borghesi. I suoi affiliati diminuiscono quando il governo federale decide di contenerli, ma sono tornati a crescere rapidamente in risposta all’aumento dei flussi di immigrazione.

Comunque, come in tutto il mondo, e anche per il proletariato bianco l’istruzione era di infimo livello. Gli insegnanti delle scuole ora erano più preparati, ma le aule erano stracolme. Molti studenti poveri smettevano di frequentare appena raggiunta l’età per andare a lavorare.

In Europa dall’enorme bottino coloniale furono ricavati alcuni miseri miglioramenti per i lavoratori, mentre si faceva feroce lo sfruttamento delle classi diseredate in Africa e in Asia. L’istruzione superiore venne così infarcita di razzismo “scientifico” per giustificare lo stupro dell’Africa e dell’Asia.

La scolarizzazione poteva espandersi, era un costo sociale generale riconosciuto utile al capitale, e non solo una necessità morale. Inoltre poteva servire a giustificare lo sciovinismo, il gingoismo degli Usa, e lo sfruttamento delle “razze inferiori”. Si misurava il cranio dei negri per “dimostrare” la superiorità della razza bianca. Furono istituite scuole per gli indiani d’America per insegnare loro la gloria illuminata dei bianchi protestanti: i pellerossa, quelli non massacrati, sotto minaccia vennero costretti a parlare inglese, a vestire e a comportarsi come i bianchi. In quelle scuole, dove letteralmente si moriva di fame, i figli dei nativi venivano tolti alle famiglie per farne dei proletari ad uso del capitale.

Il “Destino Evidente”, il “Fardello dell’uomo bianco”, era l’ideologia, atta a giustificare l’intensificato sfruttamento dei proletari, in particolare negri, indigeni e asiatici, che si insegnava nelle scuole ai bianchi e ai pochi delle minoranze che potevano permetterselo, oltre che ai nativi che vi erano rinchiusi.

Per mantenere le minoranze proletarie nella quantità necessaria al capitale si arrivò a praticare l’eugenetica e campagne di sterilizzazione; il matrimonio interrazziale era proibito, poiché avrebbe creato “confusione” nell’ordine sociale. Le leggi razziali e la segregazione permisero, oltre al maggiore sfruttamento dei proletari delle minoranze, condizioni orribili nelle scuole, così nascondendo ai compagni di classe sociale bianchi, con le minimamente migliori condizioni delle loro scuole, la comune durezza della loro oppressione. Mantenendo il proletariato bianco in una condizione appena migliore, l’unità fra i lavoratori bianchi e i negri sarebbe stata più difficile da raggiungere.

Organizzazioni come i Cavalieri del Lavoro e gli IWW negli Stati Uniti e l’Internazionale Comunista sostennero l’uguaglianza razziale e l’unità di classe. A questo gli Stati borghesi reagirono con la repressione perché queste non solo minacciavano gli immensi profitti ottenuti sulle spalle dei non bianchi e delle aree dominate dall’imperialismo, ma minavano la divisione del proletariato, costituendo la premessa per un rovesciamento dell’intero sistema capitalista. I “suprematisti bianchi” da allora giustamente associarono il comunismo e il movimento operaio in genere alle proteste delle “razze inferiori”, così che proletari bianchi e negri potevano essere ugualmente colpiti. Solo la generalizzazione della lotta di classe può farla finita col razzismo, perché la mercantile società capitalista metterà sempre una classe contro l’altra e i diversi settori della classe operaia in concorrenza e in guerra fra loro.

L’educazione pubblica nei primi anni del 1900 negli Stati Uniti continuò a promuovere l’insegnamento di queste ideologie razziste. Le scuole frequentate dai negri vennero lasciate cadere in rovina o nel migliore dei casi lasciate per ultime dai responsabili di distretto.

Gli insegnanti iniziarono ad organizzarsi sul piano sindacale, soprattutto nelle principali città. Dal 1897, per esempio, gli insegnanti di Chicago rivendicarono retribuzioni migliori, da finanziare con tasse sui grandi capitali.

La nazione prosperò grazie alle distruzioni in Europa della prima guerra mondiale e al continuo sfruttamento del proprio proletariato, il quale, se ottenne alcuni vantaggi, rimase sottoposto ad una totale oppressione di classe. La “Paura Rossa”, generata dall’aumento della combattività operaia organizzata dagli IWW e dai comunisti in generale, portò a repressioni e a deportazioni. Al proletariato vennero concessi moderati aumenti salariali, insieme alla minaccia che qualsiasi ulteriore agitazione non sarebbe stata tollerata.

In Europa il fascismo era sbucato fuori dalla democrazia liberale; anche negli Stati Uniti prese campo, sebbene meno platealmente e dichiaratamente, a parte l’ascesa del KKK negli anni ’20, ma sostanzialmente uguale.

La Grande Depressione fu un’esperienza terribile per il proletariato. Fu una crisi di sovrapproduzione, per la grande quantità di merce invenduta, in particolare beni di consumo e prodotti agricoli. Il capitalista, per ottenere il maggior plusvalore possibile, scaricava nel mercato più di quanto esso richieda. Allora il crollo dei prezzi e la mancanza di moneta in circolazione precipitarono l’economia mondiale in una crisi immane. Con la disoccupazione salita alle stelle crebbe il numero degli affamati e dei senzatetto. Di fronte a tutta quella disponibilità sul mercato, i lavoratori di tutto il mondo non riuscivano a sfamarsi.

Danni alla fertilità della terra, inaridimento e tempeste di sabbia derivarono dalla mancanza di rotazione delle colture e dal loroabbandono.

L’istruzione risentì molto della depressione. I giovani, malnutriti, invece di andare a scuola rimanevano spesso a lavorare con i genitori, specialmente se immigrati, ammesso che avessero un lavoro. Fu ridotta la durata delle lezioni, in aule sovraffollate e degradate. Agli insegnanti si tagliarono drasticamente gli stipendi, mentre anche le scuole subirono massicci tagli di bilancio. 20.000 scuole furono chiuse, soprattutto nelle zone rurali.

Ma nel 1933 gli insegnanti di Chicago marciarono verso le banche e il municipio per chiedere gli stipendi ed aiuti alimentari. La polizia ritenne meglio non provocare gente non pagata e che non aveva nulla da perdere. Pretendevano il pagamento degli arretrati dopo che avevano lavorato quasi gratuitamente in scuole simili a prigioni. Vinsero costringendo la città a chiedere allo scopo un prestito federale.

Le organizzazioni politiche del proletariato furono quasi completamente distrutte a seguito della vittoria della controrivoluzione in tutto il mondo e della degenerazione della Terza Internazionale di Mosca.

Ma gli insegnanti tornarono a organizzarsi, crebbe la Federazione Americana degli Insegnanti in proporzione alla diminuzione dei salari e al peggioramento delle condizioni di lavoro. Conservatori e liberali in generale si opposero all’organizzazione dei lavoratori della scuola, temendo “l’infiltrazione comunista nell’istruzione”, e volevano anche ridurre i fondi per l’istruzione distribuiti in tutto il paese attraverso la Camera di Commercio degli Stati Uniti.

Il governo federale dovette procedere a notevoli riforme per prevenire la mobilitazione operaia. Anche gli insegnanti vennero interessati dal New Deal e dalla Work’s Progress Administration: le scuole vennero aperte o riaperte e gli insegnanti furono pagati meglio. Tuttavia, la qualità della formazione si abbassò. I programmi del New Deal intendevano associare lo studio al lavoro, questo mal pagato, per combattere l’“elitarismo scolastico”. Ma tutto questo avvenne senza che si verificasse alcuna ripresa economica.

Per questa occorrerà attendere la Seconda Guerra mondiale. L’enorme quantità di distruzione di beni e la morte di decine di milioni di uomini permise, in particolare negli Stati Uniti, un notevole picco nel tasso di profitto. Il capitale statunitense godé di un momento di grazia mentre ricostruiva l’Europa col Piano Marshall.

Nel dopoguerra il capitale negli Stati Uniti conobbe quindi una forte crescita. Si ebbe anche un aumento della popolazione con il “baby boom”. Ma tutto questo è stato costruito col sangue e il sudore del proletariato, come ha dimostrato in passato il nostro partito: «Fino al venerdì nero le paghe erano salite ed il tenore di vita operaio salito anche fortemente: si è sfruttati di più pure avendo più soldi e mangiando meglio» (da Dialogato con Stalin).

I soldati che ritornavano dalla Seconda Guerra mondiale o dalla guerra di Corea furono sottoposti ad un regime di rigido duro lavoro. Per di più i proletari appartenenti alle minoranze continuavano ad essere vittime di abusi fino al linciaggio, a servizi pubblici e strutture scadenti, le scuole per prime, alla brutalità della polizia, all’impedimento di organizzarsi.

Con lo spettro della guerra nucleare si diffondevano confusione e terrorismo nella società. Il capitale americano e quello russo, in una complice concorrenza, sfruttavano i propri lavoratori, messi gli uni contro gli altri per spingerli ad una maggiore produttività. Nelle scuole ai bambini si facevano fare esercitazioni contro la minaccia nucleare, imparavano il patriottismo e che Gesù era contro i sovietici pagani. Per contenere l’imperialimo russo (il “comunismo sovietico”) e la sua sfera di influenza, si diceva, in realtà a fini di ordine sociale, erano necessari un patriottismo fervente e una devota etica del lavoro. Intanto anche in Russia si insegnava il patriottismo e che occorreva lavorare duro contro la minaccia nucleare americana.

Le scuole pubbliche – che rimanevano segregate – continuavano ad essere usate per mantenere l’ordine, il “giuramento di fedeltà” vi divenne una pratica comune, perché le anime dei fedeli cittadini del “più grande paese del mondo” dovevano consacrarsi a Dio e alla Nazione, lavorare duro e morire nelle guerre del profitto! Questa era l’ideologia da trasmettere alle famiglie, alle mogli e ai figli modello.

Con il boom economico del dopoguerra il “consumismo” entrò nella morale pubblica, a favore della valorizzazione del capitale. La forza lavoro crebbe, anche in rapporto alla popolazione.

La lunga guerra del Vietnam intendeva portare nuova vitalità al già declinante capitalismo americano. Oltre a contrastare l’avanzata verso il Sud-Est in Asia dell’espansionismo russo e cinese si contava di fare della ricostruzione di un Vietnam distrutto terreno di grandi affari per il capitale americano. Progetto evidentemente non riuscito.

Le crisi economiche degli anni ’60, che avevano già mandato in frantumi l’illusione di una inviolabilità degli Stati Uniti, si riflessero in estesi movimenti contro la guerra, soprattutto nella piccola borghesia studentesca nelle università. La mancanza delle organizzazioni di classe dei lavoratori, del partito e del sindacato, ebbe come conseguenza di rendere visibili movimenti sociali che avanzavano rivendicazioni riformiste piccolo-borghesi e pacifiste. Si ebbero proteste ed anche tumulti, specialmente dopo l’assassinio di figure come Malcolm X e Martin Luther King Jr.

Alla fine gli Stati Uniti furono costretti ad evacuare il Vietnam, la guerra stava diventando troppo costosa e rendeva poco al capitale americano. Fra i soldati americani il morale era infranto il che, in mancanza di possibilità di rivolta, si traduceva in estesi fenomeni di malessere individuale. Si rese quindi necessario accettare la sconfitta e una pausa temporanea nell’attività bellica degli Stati Uniti, in attesa di volgere le armi verso altre regioni, del Sud America, dell’Africa, dell’Asia.

La segregazione legale dell’istruzione era finita, lo Stato migliorò un poco le condizioni delle scuole e non impedì alle minoranze di condividere le stesse strutture dei bianchi. Ma se si ammorbidiva la segregazione di razza persisteva quella di classe: le tasse d’iscrizione aumentarono a causa dei tagli ai finanziamenti. Una volta, ad esempio, alla City University of New York, una università pubblica che attualmente ha 240.000 studenti, le lezioni erano gratuite, ora costano 6-7 mila dollari all’anno. Nella New York University, privata, ci vogliono quasi 70 mila dollari se si includono vitto e alloggio.

Mentre le scuole pubbliche in generale migliorarono di qualità, nelle aree impoverite rimasero sottofinanziate e sovraffollate.

Anche la popolazione carceraria aumentava, soprattutto fra i giovani delle minoranze e fra i bianchi poveri, provvedendo così una fornitura costante di manodopera a basso costo. Ai proletari delle minoranze, specialmente i giovani, imprigionati senza processo, sono imposte cauzioni che non possono pagare, per crimini insignificanti o che non hanno commesso, costretti ad accettare patteggiamenti per non ritrovarsi in condizioni ancora peggiori. La privazione dell’educazione, la miseria e la criminalità si accrescono a vicenda. I giovani sono privati della scuola per garantire un flusso costante di manodopera forzata a basso costo per produrre profitti. Con questi profitti si pagano “le migliori scuole” dove i borghesi si danno pacche sulle spalle e si compiacciono per il lavoro ben fatto. Fuori da quel giro c’è la classe degli stupidi, dei violenti e degli ignoranti, sempre in procinto di commettere reati, questo è ciò che deplorano i nuovi libri di testo per le scuole, senza nessuna compassione per coloro che languono nelle carceri e per le loro famiglie disperate.

Gli insegnanti hanno iniziato a denunciare il costante declino della qualità della scuola, ma allo stesso tempo continuano a promuovere il patriottismo e le superstizioni razziste. Certo gli insegnanti in generale non ne sono coscienti o non lo fanno volentieri: debbono spacciare quelle assurdità o rischiare il posto di lavoro. I sindacati degli insegnanti inoltre sono corrotti e hanno tradito gli interessi dei lavoratori. La United Federation of Teachers, come la loro federazione, la Federazione Americana del Lavoro, garantisce la cooperazione tra lavoratori qualificati e la classe capitalista al fine di mantenere l’ordine sociale. Oggi, a partire dagli attacchi anti-sindacali dell’amministrazione Reagan in poi, la maggior parte dei lavoratori non è organizzata.

Le “Affirmative Action” sono norme che impongono quote riservate alle minoranze nelle scuole e negli impieghi. Visto che il peggioramento dell’istruzione grava prevalentemente sulla scuola pubblica, e quindi sul proletariato, si è tentato di edulcorare la percezione della realtà con l’imposizione di queste percentuali garantite ad ogni razza, riuscendo così a ribadire le divisioni in seno alla classe operaia. Per contro la propaganda borghese accusa oggi le minoranze con questi strumenti di voler “passare davanti ai bianchi”.

Nel 2001, il problema del divario educativo tra i bianchi e le minoranze fu sollevato di nuovo ad inquietare l’opinione pubblica. Ne uscì una legge, chiamata “Nessun bambino rimanga indietro”, volta a migliorare l’istruzione in generale. Ma il vero scopo era tenere sotto controllo i costi dell’istruzione. Le scuole pubbliche da allora sono valutate secondo degli standard astratti da misurare con appositi “test” e con degli esami. Gli insegnanti sono stati così divisi ed intimoriti, oltre che a perdere il controllo sui metodi e sui programmi di studio: basta che gli studenti se la cavino nei test di Stato. Per altro molte aziende forniscono materiali didattici per la preparazione ai test, che le scuole sono costrette a comprare, anche perché i test sono preparati da queste stesse imprese.

Come risultato le sovraffollate scuole frequentate dai proletari si sono ritrovate ulteriormente spolpate e sottofinanziate. Infatti se una scuola non rispetta gli standard ministeriali perde i finanziamenti, cosa che diventa particolarmente devastante per le scuole dei più poveri, le quali spesso sono chiuse e sostituite da scuole private, “Charter School”, scuole gestite da privati che tuttavia ricevono finanziamenti pubblici. Proprietari ne sono talvolta delle finanziarie!


La situazione dei lavoratori della scuola oggi

Gli insegnanti sono giudicati “in base ai risultati” degli alunni che si affollano in gran numero di classi degradate, minacciati della decurtazione della paga in caso di “scarso rendimento”. E come si può pretendere che lavorino bene? Stanchi dopo lunghe giornate davanti a centinaia di ragazzi che odiano ciò a cui si pretende ammaestrarli. Perseguitati dalle amministrazioni scolastiche con assurdi “corsi di aggiornamento”, nonostante dedichino molto del loro tempo libero, anche nelle pause pranzo, alla preparazione delle lezioni e alle valutazioni. Chi non si sottomette viene etichettato come non interessato all’ “arricchimento della scuola”, e può essere licenziato.

La base della produzione capitalistica è la produzione di merci e richiede che le merci vengano consumate. Molti servizi – la “economia dei servizi” fatta passare come quella del futuro dagli apologeti borghesi e da presunti socialisti secondo i quali la classe operaia americana non esisterebbe più – si presentano sotto forma di spese necessarie. Si pone così per il capitale l’esigenza di eliminare o almeno ridurre queste spese improduttive, oppure di incorporarle nella produzione delle merci. E le merci legate all’istruzione sono varie e abbondanti: materiali didattici, uniformi, libri di testo, calcolatrici, computer, tablet, ecc.

Inoltre un corso scolastico finalizzato solo al superamento di un test costa assai meno, sia in termini di ore di insegnamento sia di formazione degli insegnanti. La qualità della scuola non interessa affatto alla morente classe capitalista che ha ormai la sola ossessione di risparmiare sulla spesa.

Come è stato con il lavoro manuale, con il superamento dei mestieri e la semplificazione del lavoro, così è col lavoro intellettuale. Anche gli esami nelle università stanno cambiando per diventare semplici risposte a quiz e non viene data alcuna importanza a ciò che viene appreso. Non ci si aspetta più che gli insegnanti siano competenti nelle materie che insegnano perché ciò sarebbe troppo dispendioso. Un insegnante può quindi essere spostato dall’insegnamento della matematica a quello delle scienze o dell’educazione fisica e viceversa.

La scuola non può essere che lo specchio della società borghese, e non se ne può dare la colpa agli insegnanti. Sono inevitabili le maggiori difficoltà degli studenti proletari, che talvolta nemmeno la possono frequentare. È così che la scarsa assistenza sanitaria scolastica è responsabile di molte assenze per malattia, la mancanza di educazione sessuale provoca un aumento delle gravidanze fra le adolescenti, vi si commerciano le droghe e alcuni per sopravvivere sono spinti a svolgervi piccoli traffici illegali. A molti studenti la scuola borghese appare come la preparazione alla prigione, e di fatto è possibile che, anche davanti alle scuole, siano interrogati e anche arrestati dalla polizia. Gli istituti scolastici sono incentivati a “ridurre la criminalità”, facendo trasferire i giovani “contestatori” senz’altro dalla scuola alle prigioni.

L’amministrazione Trump sta dimostrando più sincerità nella sua visione dell’istruzione pubblica rispetto all’ala liberale del capitale e ai loro lacchè del Department of Education e a quei politici che non volevano che “nessun bambino restasse indietro” (abbiamo visto come). Betsy Devos, una signora che non è mai entrata in una scuola pubblica prima dell’assegnazione del suo incarico e che scrive dando prova di una conoscenza lacunosa della lingua inglese, mira a tagliare i finanziamenti per le scuole pubbliche, in modo che se ne avvantaggino le scuole private e le Charter. Del resto già la politica scolastica dell’amministrazione Obama aveva permesso alle scuole private e alle Charter di sottrarre risorse alle scuole pubbliche utilizzandone gli stessi edifici e riservandosi le stanze migliori.

Naturalmente esse possono vendere le uniformi scolastiche obbligatorie, inviare posta elettronica spam a genitori e famiglie e raccomandare donazioni. Le scuole private, naturalmente, non sono migliori delle pubbliche, nonostante quanto affermato dai fautori del “libero mercato”: solo vi è più facile arrivare al diploma, e sono tirate a lustro per apparire meglio. Ma ridimensionare ulteriormente l’istruzione pubblica ridurrà anche quei costi generali che il fastidioso allevamento delle nuove generazioni comporta per il capitale.

La morente società borghese, come non è più in grado di mantenere i suoi schiavi salariati, nemmeno riesce più ad istruirli al lavoro. I giovani andranno ad accrescere la massa dei disoccupati, alla ricerca di un lavoro comunque pagato.

Altro problema attualmente crescente anche fra i lavoratori della scuola è la precarietà, e non solo nelle scuole pubbliche ma anche nei licei privati. Ovviamente la categoria non si limita agli insegnanti e non c’è bisogno di menzionare il personale ausiliario: dai custodi agli addetti alle mense, dai segretari ai tecnici di laboratorio. Tutti questi soffrono gli stessi peggioramenti del personale insegnante.

Dato che i professori di ruolo sono meno facili da licenziare e godono di salari più alti, negli ultimi decenni anche negli Stati Uniti si è assistito a un rapido aumento dei professori incaricati, pagati quanto le scuole possono o vogliono permettersi. Questo è più evidente nelle scuole pubbliche, dove gli incaricati, molti dei quali studiano ancora nelle facoltà universitarie, insegnano in classi sempre più numerose, nella costante ansia di non sapere se saranno richiamati nel semestre successivo, e devono coprire sempre più classi per guadagnarsi da vivere. Ad esempio nella CUNY i posti sono occupati per più della metà da incaricati (in alcuni istituti raggiungono il 65%). In quella università, in particolare, sono pagati solitamente al di sotto di quanto necessario per vivere a New York. Il 29% insegna contemporaneamente in due Campus e quasi il 10% deve fare affidamento sull’assistenza pubblica.

Nell’ambiente della scuola borghese gli educatori sono spinti ad insegnare le ideologie della piccola borghesia “progressista”. Possono giungere a descrivere i problemi della società, ma senza riuscire a spiegarne l’origine, tanto meno ad individuare la soluzione rivoluzionaria. Dalla scuola borghese può uscire soltanto la conferma dell’ordine attuale.

Senza la coscienza di questo limite e condizione della scuola in una società di classe ogni entusiasmo nel proprio lavoro, come in tutti i tipi di lavoro nell’alienato rapporto salariale, viene frustrato. Come scherzosamente si dice: “nessuna buona azione resterà impunita”. La maggior parte degli insegnanti deve così conformarsi al ruolo loro assegnato. Un insegnante ha esclamato: “l’amministrazione ti succhia la vita”. Niente di nuovo, l’aveva già detto Marx che il capitale divora il lavoro vivo.

Con la coscienza della loro condizione di lavoratori salariati gli insegnanti, al fianco nella lotta a tutta la classe operaia, si sottrarranno al frequente ricatto: “se continuate nella lotta procurerete un danno agli studenti”. È l’educazione capitalista che fa loro del male! Continuate a chiedere e a lottare, rifiutate l’acquiescenza ai sindacati venduti, organizzatevi da voi stessi, chiedete l’abrogazione delle leggi antisciopero. Tutti i lavoratori beneficiano delle vostre vittorie e, fra l’altro, sarete di esempio per i vostri studenti proletari.

È quindi evidente che ormai il capitalismo può solo istupidire, diseducare e corrompere le nuove generazioni di proletari. La loro preparazione alla vita è vista come un fastidio, un inutile costo, o un vuoto pretesto per far profitti. Solo nel comunismo, e nel partito di classe, si racchiude ormai la coscienza del futuro e anche solo la nozione di cosa è umano. Il capitalismo invece precipiterà sempre più nel baratro della sua auto-distruzione, cercando di trascinarsi dietro tutte le classi. Prima una catastrofica crisi economica, poi una nuova guerra generale per smaltire la saturazione dei mercati.

Ma le forze della storia imporranno la resa dei conti. Solo con l’inevitabile capovolgimento rivoluzionario di questa società si realizzerà anche la sognata utopia di una scuola che davvero contribuisca a migliorare l’umanità. La divisione fra lavoro intellettuale e manuale finirà, e ci si potrà allora davvero prendere cura del benessere della gioventù, fisico, intellettuale ed ideale. Lo scopo della vita sarà il bene e il miglioramento, collettivo e individuale, di tutti, senza preoccupazioni di “budget” e “rendimento”, prendendosi cura l’uno dell’altro. La società attuale soffoca sistematicamente ogni capacità, solo la sua distruzione potrà permettere di insegnare e di imparare, e dove cessa la opposizione fra chi insegna e chi impara. “Da ciascuno secondo le proprie capacità, a ciascuno secondo i propri bisogni”.

Così come Marx ci ha tramandato in “Valore, prezzo e profitto”: «Il sistema attuale, con tutte le miserie che accumula sulla classe operaia, genera nello stesso tempo le condizioni materiali e le forme sociali necessarie per una ricostruzione economica della società. Invece della parola d’ordine conservatrice: “Un equo salario per un’equa giornata di lavoro”, gli operai devono scrivere sulla loro bandiera il motto rivoluzionario: “Soppressione del sistema del lavoro salariato”».  

 

 

 

 

 


Dall’Archivio della Sinistra

Roma, 7-10 novembre 1921: dopo Firenze e Milano i Fasci Italiani di Combattimento si riunivano per la terza volta, a congresso nazionale, presso il teatro Augusteo.

Questo terzo congresso avrebbe dovuto segnare la trasformazione del movimento in partito e, nella occasione, fare convergere da tutt’Italia le squadre per “ripulire” la capitale dalle organizzazioni sovversive dando una sonora lezione al proletariato. Questo è quanto si ripromettevano i fascisti. Infatti già da vari giorni si assisteva nella capitale a continue sfilate di maglie azzurre e camicie nere con gagliardetti dei più vari colori riproducenti teschi e pugnali. Da più parti d’Italia erano giunte con treni speciali squadre di fascisti e di “Sempre Pronti”, nazionalisti, che intonando canti di guerra ed armati di rivoltelle, pugnali e mazze ferrate scorrazzavano per la città provocando e compiendo violenze a danno di persone e cose.

Da parte loro gli Arditi del Popolo, tramite l’intermediazione del deputato socialista Mario Trozzi, si erano impegnati nei confronti delle autorità politiche e di pubblica sicurezza a non disturbare il congresso e l’adunata dei fascisti, se questi si fossero mantenuti nei limiti della legalità. Si lamentarono poi, «visto che la formale promessa noi [gli AdP] l’abbiamo mantenuta», che fascisti e questore non fossero stati ai patti, «gettando la nostra città negli orrori della guerra civile» (dal comunicato del Direttorio Nazionale).

Gli Arditi del Popolo, come del resto gli anarchici, in base ai loro ideali libertari, ritenevano che i fascisti dovessero godere dei pieni diritti di riunione e manifestazione democratica. «Noi anarchici – scriveva “Umanità Nova” del 16 novembre – ci eravamo affrettati a sostenere anche per i fascisti [...] ampia libertà di riunione e di manifestazione».

Questo cosa significa? O autentica malafede o, nel migliore dei casi, colpevole ingenuità, ritenendo che i partiti e movimenti politici non rappresentino specifici interessi di classe, inconciliabili e quindi risolvibili solo nello scontro di forze sociali, ma semplicemente contrasti di idee, punti di vista, differenti approcci ai problemi, etc., etc.

Il nostro giornale di partito riteneva che il congresso fascista fosse «degno di essere osservato col più grande interesse da chi ponga mente alle forze che nel paese lo sostengono e ai problemi reali che sorgono dal diverso atteggiarsi di esse. Da questo punto di vista il Congresso dei Fasci ha una importanza non lieve» (“Il Comunista”, 8 novembre).

Mai come in quel momento all’interno del fascismo si registravano forti scontri, una lotta di tutti contro tutti. Il movimento fascista era nato organizzando forze appartenenti a gruppi e ceti tra loro fortemente disomogenei: borghesia cittadina, borghesia di campagna, agrari, industriali, affaristi, avventurieri, rinnegati dei partiti estremi, studenti, sottoproletari, spostati sociali e così via. Un solo interesse univa tutti quanti: la guerra senza quartiere al comunismo. Ma allo stesso tempo molti erano gli interessi contrastanti all’interno di queste categorie sociali e dei vari territori di provenienza. Inoltre un fatto che aveva spaccato in due il movimento fascista era stato il “Patto di pacificazione”.

Ora il fascismo era ad un bivio: o la scissione (e una volta iniziato, di scissioni ne sarebbero seguite in serie) che avrebbe determinato la fine di questo movimento, oppure la trasformazione in partito. Tutti, anche i ras più indisciplinati, capirono quale era la posta in gioco ed accettarono il partito. Però per non spezzare l’unità venne elaborato un programma del tutto generico, ossia un programma inesistente, fatto di frasi in cui tutti potessero riconoscersi e mantenere in pari tempo e per quanto possibile la loro libertà di azione.

I lavori del congresso iniziarono commemorando i fascisti caduti, vittime del sovversivismo. Una implicita ammissione, questa, che dimostrava come l’esito reale dei quotidiani scontri armati divergesse da quanto diffuso dai loro entusiastici bollettini di guerra. Il proletariato per quanto in una situazione di palese inferiorità e per organizzazione e per armamento rispondeva e sapeva rispondere.

Il congresso, specialmente nel corso delle due prime giornate, trascorse in maniera molto movimentata; non mancarono frenetici applausi ed entusiastici “alalà” nei confronti dei presenti (per la precisione: solo di alcuni presenti) ed anche di assenti («a Colui che è presente in spirito, all’esule di Gardone»); ma non mancarono neppure violente accuse (di tradimento, di diffamazione, di uso privato della cassa comune), reciproci insulti, delegati impediti di prendere la parola, sedie che volavano e match di pugilato.

Ma lo scontro più violento avvenne discutendo del defunto “patto di pacificazione”: Grandi e Marsich ferocemente attaccarono il patto e Mussolini che lo aveva voluto. La difesa da parte di Mussolini fu molto timida: «Il trattato, anche dal semplice punto di vista cronologico, appartiene al passato». Infatti qualche giorno dopo, il 15, il “patto di pacificazione” fu ufficialmente denunciato a causa «della turpe commedia giocata dal PUS [...] Da oggi il trattato è morto e sepolto» (“Il Popolo d’Italia”, 15 novembre). Dopo questa opportunistica e meschina retromarcia del duce, tutto finì in sceneggiata con abbracci e reciproci baci di riconciliazione. Il problema, come abbiamo accennato, era quello di evitare ad ogni costo le scissioni.

Riguardo al congresso fascista dell’Augusteo di Roma tre sono gli aspetti da tenere in considerazione:
     1. La trasformazione del movimento fascista in partito con il tentativo abortito di presentarsi con un programma politico nuovo e originale, tale da differenziarsi da tutti gli altri partiti ed in particolare dalla classica ideologia borghese. Il primo articolo qui ripubblicato demolisce interamente questa pretesa.
     2. Il tentativo di imporre l’ordine fascista alla capitale e la clamorosa sconfitta subita ad opera della reazione proletaria e di tutta quanta la popolazione romana. Bottai aveva avvertito il baldanzoso Balbo che non sarebbe stato il caso di fare molta baldoria perché, si disse, «Roma non è né fascista, né antifascista. Il popolo romano se è scocciato è pugnacissimo: non provochiamo. Se un romano porta un fazzoletto rosso non facciamo per questo una spedizione punitiva». Invece le provocazioni fasciste non mancarono, come non mancò la risposta proletaria e popolare.
     3. La valutazione di classe data dal partito comunista al movimento antifascista, vittorioso su tutta la linea, ma con una netta impronta interclassista.

A Roma in quei giorni oltre al congresso fascista si svolgeva la lugubre cerimonia della sepoltura del “milite ignoto”, questo sconosciuto proletario immolato due volte per gli interessi della borghesia; quando inviato in una trincea venne condannato a morte per una guerra non sua, poi disseppellito e portato attraverso l’Italia come un trofeo di vittoria. «Con la cerimonia del soldato ignoto la borghesia ha glorificato la sua vittoria. Vittoria contro chi? Non contro i nemici esterni, ma contro il suo eterno nemico, contro il popolo lavoratore» (“Il Comunista”, 8 novembre).

Questi due avvenimenti fecero sì che le orde fasciste calassero a Roma da tutta Italia. Furono circa 30 mila i fascisti e i nazionalisti che invasero la capitale.

Le loro prime bravate le compirono ancor prima di scendere dai treni, sparando ed attentando alla vita dei ferrovieri; poi i soliti atti di violenza compiuti in città ai danni di proletari isolati.

Di fronte ai ripetuti atti di violenza e alla evidente complicità delle autorità che avevano permesso il concentramento di masse ostentatamente armate, immediatamente da parte del Comitato di Difesa Proletaria fu proclamato lo sciopero generale a Roma e provincia. Mentre la città visse 4 giorni di guerriglia e di caccia al fascista, i congressisti rimasero rintanati all’interno del teatro Augusteo; vi pernottarono mentre le autorità si incaricarono di fornire il vettovagliamento.

Non possiamo far qui la cronaca delle battaglie ingaggiate, possiamo soltanto dire, parafrasando il famoso bollettino della vittoria di Diaz, che “i resti delle armate fasciste che orgogliosamente avevano invaso Roma, in disordine e senza speranza tentavano la fuga dalla capitale”. E dire che non mancava chi aveva sognato di impadronirsi dei punti strategici della città e proclamare la presa del potere.

I giornali borghesi che erano soliti incitare le squadre fasciste a compiere le loro azioni di terrore e di morte, ora “Calma!” titolavano i loro articoli e facevano appello «al sentimento civico così dei capi fascisti come dei capi dell’Associazione per la Difesa Proletaria a contenere le masse e le salvino dagli urti pericolosi e dalle proteste esagerate».

Ancora più vile dei pennivendoli borghesi fu il manifesto lanciato dai fascisti in cui si diceva: «I nostri giovani, attratti dalle bellezze e dalla suggestione delle memorie romane, si aggirano in cerca dei monumenti e dei ruderi e vengono vigliaccamente aggrediti e assassinati. È l’orgia comunista [...] che tenta nuovamente di assalire la nazione» (“Il Popolo d’Italia”, 11 novembre).

Di ben altro tono fu il manifesto lanciato dal Partito comunista:
     «Roma, 11 novembre 1921 - Ai lavoratori romani!
     «La vostra attitudine di forza ed i vostri propositi di persistere nella salda organizzazione e nella combattività del fronte proletario, dimostrano che anche il sistematico armamento della violenza reazionaria, preparato nella complicità dei poteri costituiti, non vale a fiaccare le energie della classe lavoratrice.
     «Coloro che seminarono il terrore ed imperversarono con la sopraffazione e l’oltraggio in mille centri della vita proletaria, hanno sentito, dinanzi alla riscossa del proletariato romano, di essere giunti ad un limite insorpassabile nella attuazione del loro programma di soffocare e schiantare il movimento delle masse lavoratrici, di martirizzare la loro fede nella emancipazione rivoluzionaria.
     «Il Partito Comunista, che nel vostro atto generoso vede riconfermato il suo metodo e la sua fiducia, presente nelle vostre file e pronto ad assolvere il suo compito di lotta, vi dice una parola che non è solo di ammirazione, ma anche di incitamento a persistere nella battaglia ingaggiata.
     «Possa questa vostra battaglia segnare per il proletariato italiano, che non poteva attendere più degno esempio, la riconquista del diritto a levare più in alto di prepotenze ed offese le rosse sue bandiere, segno della sua avanzata verso la suprema vittoria rivoluzionaria.
     «Viva il fronte rivoluzionario del proletariato! Viva i lavoratori Romani!».

Però il Partito Comunista, che non usa lanciarsi nella esaltazione impulsiva e non meditata, non mancò di rilevare tutte le debolezze (e non solo) di una battaglia eroica, ma con carattere interclassista. E questo è ben spiegato nel secondo dei documenti che seguono.

 

 

 


Il programma fascista
“Il Comunista”, 27 novembre 1921

Mentre pubblicava il manifesto del partito fascista redatto dalla direzione adunata a Milano, il quotidiano fascista recava anche un articolo inteso come una serie di altri, a difendersi dalla concorde accusa di mancanza di programma, di ideologia, di dottrina, mossa da molte parti al movimento fascista. Il leader fascista risponde un pò indispettito a questo coro di rimproveri: volete un programma da noi? Lo volete da me? Non vi pare che io sia giunto a fissarlo nel discorso di Roma? Ed egli trova una parata non priva di valore polemico; hanno forse dei programmi degni di questo nome molti dei movimenti politici che denunziano la delusione nella aspettativa di quello fascista?

Vi sono a questo punto da fissare due verità: una è che i partiti borghesi e piccolo borghesi appunto perché non hanno programma ne attendevano uno dal fascismo; e l’altra è che la mancanza di programma nel movimento fascista non è una accusa che gli si possa fare, ma deve essere, solo un importante elemento per intenderne e definirne la natura.

Il direttore del quotidiano fascista, che non sarà però l’organo ufficiale quotidiano del partito fascista, vuole poi assurgere al di sopra dei suoi contraddittori mostrando che se il fascismo non ha tavole programmatiche e canoni dottrinali, è perché esso si riallaccia al modernissimo indirizzo del pensiero filosofico, alle teorie della relatività che avrebbero fatto tabula rasa dello storicismo costruttore di schemi per i quali debbono passare gli avvenimenti, per affermare il valore dell’assoluto attivismo (ed ecco dunque subito, accidenti alla filosofia, qualche cosa che non è relativa, ma assoluta, cioè l’attivismo benché figlio primogenito del relativismo!).

Si potrebbe scherzare non poco sulla scoperta del duce fascista: da molti anni egli non ha fatto che del relativismo per intuizione! domandando quale cialtrone della vita politica non possa fregiarsi della stessa divisa e della etichetta di “relativista pratico”.

Ma è meglio rilevare che questa applicazione alla politica del relativismo, dello scetticismo, dell’attivismo non è niente affatto nuova, ma è un assai sfruttato ripiego ideologico la cui interpretazione oggettiva, andata a cercare, a costo di passare per “demodés” nelle nostre tavole di materialismo storico, risiede nella necessità di difesa della classe dominante che, nella sua decadenza, non sapendo più tracciarsi una via – che è non solo uno schema della storia, ma anche un insieme di formule di azione – e per scongiurare la visione della via che altre forze sociali si prefiggono nella loro aggressività rivoluzionaria, ricorre alla snervata filosofia dello scetticismo universale, indice sicuro di epoche di decadenza.

Mettiamo da parte subito la dottrina fisica della relatività di Einstein, delle cui applicazioni dell’ultima moda intellettuale nei salotti in cui si discute di filosofia noi non sappiamo nulla, e forse poco anche Einstein che simpatizza per il movimento proletario rivoluzionario.

La sua applicazione alla politica e alla storia di questo nostro povero pianeta non potrebbe avere effetti molto sensibili, quando si pensi che essa corregge la valutazione del tempo in ragione della velocità della luce e la cronologia delle faccende terrestri non ne verrebbe alterata se si pensa il tempo in cui un raggio luminoso può percorrere le massime distanze misurabili sul pianeta, che è meno di un ventesimo di secondo. Che ci può importare sapere se Mussolini fa del relativismo per intuizione da dieci anni più un ventesimo di secondo?

Ma le applicazioni del relativismo e dell’attivismo filosofico alla politica ed alla prassi sociale sono cosa vecchia, dicevamo, e sono sintomo di impotenza funzionale, semplicemente. Una sola applicazione logica di tali dottrine alla vita sociale si può ravvisare nella strafottenza soggettiva e individuale dei singoli; se cadono i programmi di riforma e di rivoluzione della macchina sociale, cadono con essi le grandi organizzazioni di collettività sociali, sopravvive l’azione degli individui e quella tutt’al più di limitati gruppi indipendenti e dotati del massimo di iniziativa.

Logicamente erano scettiche e relativiste le due notissime revisioni del marxismo rivoluzionario: il riformismo e il sindacalismo. Bernstein disse molto prima di Mussolini che il fine è nulla e la prassi, il movimento, è tutto; e nello stesso tempo in cui si tentava di togliere al proletariato la visione di una meta finale gli si toglieva la concezione unitaria della classe lottante con unità di indirizzo e si riduceva il socialismo alla prassi dei gruppi in moto per azioni contingenti con illimitata larghezza di metodi: il “mobilismo” che oggi invoca il duce fascista. Non diverso atteggiamento ideologico dava origine al sindacalismo. La critica sembra considerare come un sistema mille volte demolito e seppellito nei vecchiumi quello che alla classe proletaria parla della unità del suo movimento nello spazio e nel tempo, ma questa critica che ogni giorno si presenta come cosa nuova non è che stanca rimasticatura piccolo borghese, essa somiglia all’elegante scetticismo religioso degli ultimi aristocratici che prima della grande rivoluzione non avevano più la forza di lottare per la causa della conservazione della propria classe: nell’un caso e nell’altro siamo in presenza di sintomi della fine.

Il fascismo però secondo la vera natura del suo movimento, non ha alcun diritto di richiamarsi al relativismo, anzi si potrebbe dire che esso rappresenta gli ultimi sforzi che compie la classe dominante attuale per fissare delle linee sicure di difesa e proclamare contro gli attacchi rivoluzionari il suo diritto alla vita; uno storicismo negativo, ma uno storicismo. Il fascismo ha una unità di organizzazione indiscutibilmente salda, è la organizzazione delle forze che difendono disperatamente, nell’azione, posizioni che sono già state teorizzate da tempo, ed ecco, come già dicevamo in un nostro articolo, perché esso si presenta non come apportatore di un nuovo programma, ma come l’organizzazione che lotta per un programma da tempo esistente: quello del liberalismo borghese tradizionale.

Non deve né può ingannare l’apparente agnosticismo dinanzi allo Stato borghese del manifesto del partito fascista. La illazione da esso che anche la nozione di Stato non è per il pensiero e il metodo fascista una “categoria fissa” non è che un giuoco di parole senza senso. Il fascismo pone in rapporto lo Stato e la sua funzione ad una nuova categoria, ricca di un assolutismo non meno dogmatico di tutti gli altri: la “Nazione”. Questa parola ha acquistata l’iniziale maiuscola tolta a quella di Stato.

Come la volontà e la solidarietà nazionale non sarebbero espressioni “storicistiche” e “democratiche”, questo ci dovrebbero dimostrare i filosofi del fascismo. E dovrebbero possedere una dottrina, o un metodo critico, capace di farci intendere la differenza esatta che passa tra il loro caposaldo supremo, la Nazione, e la reale organizzazione attuale dello Stato.

La Nazione, in realtà, non è che una espressione equivalente a quella borghese e democratica di sovranità popolare, che si tradurrebbe nello Stato. Il fascismo non ha fatto che ereditare le nozioni del liberalismo, e il ricorso all’imperativo categorico nazionale non è che una manifestazione del solito inganno che dovrebbe celare la coincidenza tra Stato e classe capitalista dominante. Una critica anche superficiale dimostra che la Nazione del manifesto fascista, mentre è indiscutibilmente una “categoria” ed ha nella ideologia un valore tanto assoluto che nella pratica il bestemmiatore di essa è votato al sacrifizio espiatore della... bastonatura, questa Nazione non è altro che la borghesia e il suo regime da difendere; è l’anti-categoria della rivoluzione proletaria.

Molti movimenti piccolo borghesi che prendono atteggiamenti pseudo rivoluzionari – e che convergono oggi, per quanto possa parere paradossale, verso il fascismo – si adornano di quella espressione equivoca.

Perché sarebbe Nazione la milizia volontaria fascista, e non la massa disorganizzata o organizzata di altre minoranze che di quella milizia volontaria è il naturale nemico, non si potrebbe mai intendere, se nel giudizio critico del concetto di Nazione non si traducessero gli stessi elementi che ci conducono a stabilire che lo Stato borghese, mentre parla a nome di tutti, è una organizzazione di minoranza e per l’azione di una minoranza: la borghesia. La esistenza dinanzi alla organizzazione statale, della potente organizzazione della milizia volontaria fascista, non denota una indipendenza di movimento, ma segna uno sdoppiamento di funzioni che corrisponde alla esigenza della difensiva di classe antirivoluzionaria della borghesia. Lo Stato deve serbarsi il diritto di affermarsi espressione democratica degli interessi di tutti, ed è perciò che quella milizia di classe sorge al di fuori di esso; questa a sua volta osa tanto poco essere coerente alle filosofie di cui vorrebbe ammantarsi, che invece di presentarsi come la espressione di una élite, riduce il suo programma ad un impreciso “nominalismo” che ha anche la proprietà di essere, tradizionalmente e volgarmente, democratico: la Nazione.

Il relativismo domina negli strati borghesi smidollati e rassegnati alla sconfitta che registrano nella loro disorganizzazione il fallimento del pensiero e della forza borghese. Ma la organizzazione che affascia le ultime risorse di lotta della borghesia in un supremo e unitario inquadramento di battaglia segna la raccolta di tutte le forze del passato ancora capaci di coordinarsi, non su un programma da offrire alla storia di domani (che questo programma una corrente borghese non può trovare, e nemmeno il fascismo), ma sulla istintiva decisione di combattere contro le realizzazioni offensive del programma rivoluzionario. Se questo fosse stato battuto nel campo della critica teoretica dalle nuove seducenti tesi che brillano negli articoli del leader fascista, e se non fosse sentito come un periodo e quindi come una realizzazione di domani, il duce potrebbe licenziare gli squadristi e sciogliere, in nome della filosofia relativista e attivista, l’immobilismo della disciplina in cui sempre più proclama di doverli tenere avvinti.

 

 

 

 


Il Partito Comunista e il movimento romano
“Il Comunista”, 15 novembre 1921

L’estensione acquisita dal movimento antifascista iniziato a Roma per opera del Comitato di difesa proletaria e l’importanza nazionale che essa ha assunto per essersi risolto in un’effettiva sconfitta del fascismo, rendono necessario un esame che valga a ben precisare il suo valore e a precisare quindi il valore dell’atteggiamento tenuto in questa occasione dai diversi partiti e gruppi politici del proletariato.

In senso largo la situazione creatasi a Roma dopo le prime provocazioni fasciste e in seguito alla proclamazione dello sciopero può essere definita dicendo che in modo spontaneo e sopra il terreno della difesa dagli attacchi delle squadre dei Fasci si è costituito un fronte unico del proletariato romano.

Insieme col proletariato si sono però mossi degli strati piccolo-borghesi e borghesi, tutta quella parte della popolazione di una grande città che si suole indicare col termine generico di “popolo” e in conseguenza di ciò anche il carattere del movimento non si può dire sia stato schiettamente proletario e classistico. I piccolo-borghesi arrabbiati per aver visto turbato il loto quieto vivere, i popolani insofferenti di prepotenza e pronti a dar prova del loro coraggio personale nei conflitti con i fascisti e nella caccia alle squadre di azione, si sono mossi per motivi che non hanno molto a che fare con quelli che debbono guidare i proletari nella lotta contro le organizzazioni armate della borghesia.

Quello che sta a cuore di queste categorie intermedie è la garanzia della loro libertà; quello che esse pretendono è il ritorno alla legalità per tutti. La loro protesta contro la banda armata che usa prepotenze non può quindi fare a meno di risolversi in un appello al ritorno all’impero della legge, in una protesta contro lo Stato che questa legge non fa rispettare, e in un desiderio di vedere restaurata l’autorità dello Stato stesso, tutore e difensore imparziale di tutti i cittadini contro tutte le violenze.

Sono questi gli scopi che debbono guidare l’azione del proletariato? È possibile che esso pure si inspiri a questi principi? Evidentemente no, perché il proletariato deve sapere che la soppressione della legalità è un fatto strettamente connesso con l’acuirsi dei contrasti di classe, e deve volere, non già porre fine a questa condizione di cose, ma aggravarla, rendendo i conflitti di classe sempre più cuti aperti e palesi. Il proletariato non si muove per ottenere che lo Stato disarmi e allontani i violenti, ma si arma esso stesso, accetta la lotta sul terreno sul quale essa viene portata e soltanto nella propria violenza calcola per ricacciare quella dei suoi nemici. Un fronte unico di difesa proletaria contro il fascismo presuppone dunque la guerra aperta di tutta la classe, presuppone l’esistenza di una solida organizzazione nella quale le forze proletarie possano essere inquadrate a scopo di difesa o di attacco, ma presuppone soprattutto che sia completamente superata la mentalità di colui che vuole difesa la libertà di tutti, in egual modo, da un potere superiore e imparziale. Questa mentalità invece ha dominato a Roma in questi giorni e ad un rafforzamento di essa porta il modo come sono soliti considerare la lotta contro i Fasci i “Comitati di difesa proletaria” e le organizzazioni armate più o meno embrionali che ad essi fanno capo.

L’esempio di Roma è tipico. Roma è la città dove la lotta contro il fascismo ha avuto fin dall’origine questo carattere piccolo-borghese di azione volta a restaurare l’impero della legge, a Roma fanno capo le correnti politiche antifasciste borghesi, in Roma poi la distinzione delle classi non è così netta e marcata come nelle città industriali e nelle zone agricole del settentrionale, dove un movimento contro i Fasci non potrebbe contare che sulle forze strettamente proletarie e dovrebbe quindi risolversi in una guerra di classe. Guerra di classe non è stata invece quella che si è combattuta dal popolo romano con la dichiarazione di sciopero, per quanto siano state le categorie proletarie a muoversi per prime e a trascinare le altre dietro di sé.

Queste considerazioni servono a spiegare anche un altro fatto: il fatto che al movimento è mancata una direzione politica chiara e precisa e una guida ferma e sicura. I partiti social-democratici e piccolo-borghesi non sono riusciti a chiarire a se stessi gli scopi dell’azione loro. I socialisti, in fondo, avevano paura anche della semplice protesta di carattere piccolo-borghese. I repubblicani sono troppo incerti tra la tattica della lotta di classe e quella della vecchia democrazia. Gli anarchici, al solito, non sanno trovar la via che conduce dalle parole ai fatti.

In queste condizioni il Comitato di difesa proletaria si è trovato capace di dare soltanto la parola d’ordine di una resistenza generica e i germi di una azione di carattere schiettamente proletario e classico, che pure esistevano ed erano capaci di sviluppo, non lo hanno potuto avere.

I germi proletari vi erano. Esistono anche a Roma le categorie che hanno una mentalità puramente di classe esistono dei rioni intieri che si prestano a un inquadramento schiettamente proletario, esistono delle grandi categorie di lavoratori la cui azione non può [fare] a meno di rientrare senza residui nel quadro della lotta di classe, ma a questi elementi soprattutto è mancata la guida.

Essi stessi hanno avuto coscienza e tipico è stato l’esempio dei ferrovieri, trascinati spontaneamente ad allargare ed estendere il movimento contro le volontà dei propri capi.

Ecco ad ogni modo la cronaca esatta della parte avuta dal nostro partito negli avvenimenti:

Il Comitato di difesa proletaria sorse a Roma sulla stessa piattaforma che dette origine al movimento degli “arditi del popolo”, e che è quella tratteggiata nelle considerazioni che precedono, indicata dalla stessa espressione di “difesa”.

Vi partecipavano le due Camere del lavoro, quella Confederale e quella dissidente (che si staccò durante la guerra per interventismo) e dei partiti politici solo i repubblicani e gli anarchici. I socialisti si tennero in disparte perché la stessa difesa armata contrastava col loro atteggiamento di disarmo e di pacificazione coi fascisti; i comunisti, benché vi partecipassero attraverso la Camera del lavoro prima da loro diretta, tennero un’attitudine riservata non intendendo sottomettere alle decisioni del Comitato di difesa proletaria quelle del partito, né tampoco confondere colla organizzazione degli arditi del popolo la formazione delle loro squadre comuniste disciplinate al Partito.

In seguito la Camera del lavoro confederale, come è noto, passò per una lieve maggioranza ai socialisti, essendosi astenuti gli anarchici che prima sostenevano i comunisti. Non vi era stato il tempo di chiarire la situazione, non sapendosi nemmeno bene se il Comitato di difesa esisteva ancora o no e chi precisamente vi partecipasse e d’altra parte sperdendosi in continue polemiche tra i dirigenti la organizzazione degli arditi del popolo. Non vi era stata la possibilità di proporre una intesa di altro genere, che potrebbe legare gli organismi sindacali su di un terreno difensivo, lasciando responsabile ogni partito del suo metodo specifico di azione: i socialdemocratici alla pacificazione e alla predicazione quacqueristica, i comunisti alla preparazione rivoluzionaria, gli anarchici a quel metodo rivoluzionario che non vuole fare assegnamento sulla disciplina di una organizzazione.

Tuttavia, iniziato il movimento per lo scatto spontaneo, dei ferrovieri prima e poi di tutti i lavoratori romani, nello stato d’animo che abbiamo descritto di tutta la cittadinanza, i comunisti lo accolsero con entusiasmo e vi parteciparono con tutte le loro forze.

Gli organi del nostro partito mantennero tuttavia un certo riserbo, non volendo cogliere l’occasione di una lotta ingaggiata e bene o male diretta da un comitato che se ne rendeva responsabile col consenso degli organismi proletari, per differenziare il loro speciale punto di vista, né operare nel senso di scavalcarli quando tale attitudine poteva essere interpretata come una rottura del fronte unico stabilitosi nell’azione.

Gli aggruppamenti comunisti e i comitati sezionali e federali del partito parteciparono attivamente, e partecipano, a tutto l’andamento dell’azione proletaria. Poiché d’altra parte si chiedeva che il Partito dicesse ufficialmente quale era il suo punto di vista, una rappresentanza della sezione comunista romana e della Federazione laziale comunista intervenne alla seduta di venerdì sera del Comitato di difesa proletaria, e lesse una sua dichiarazione in cui fatte le riserve sulla costituzione e la funzione di detto comitato, dinanzi all’iniziato movimento, interveniva, oltre che a rinnovare l’impeto [impegno - ?] di parteciparvi in ogni eventualità e con tutte le sue forze, dire il suo parere proponendo la continuazione dello sciopero fino alla partenza da Roma di tutti i fascisti che vi erano concentrati.

Tale proposta influì a far modificare il deliberato del comitato che già aveva votato a maggioranza la ripresa del lavoro, ma che la sera ritornò sulle sue decisioni.

È nota la parte del nostro gruppo sindacale ferroviario nell’ottenere la continuazione dello sciopero ferroviario contro il parere di dirigenti locali e centrali, socialdemocratici o anarchici.

In conclusione il Partito comunista vede con grande simpatia questo movimento che deve servire e servirà a migliorare il livello del morale del proletariato in molti posti sbigottito dalla forza dell’avversario e dalle prepotenze del fascismo, per innestarvi attraverso la sua opera di controffensiva organizzata dalle forze proletarie, sulla piattaforma non più solo di una difesa che tenda a ritornare “all’ordine” ma di una riscossa rivoluzionaria materiata da un programma di conquista.