Partito Comunista Internazionale Indice - numero precedente - successivo
"COMUNISMO" n. 86 - Giugno 2019 Anno XLI
Oltre ogni fraudolenta alternativa borghese. La internazionale classe operaia ha un mondo intero da conquistare
Il PCd’I e la guerra civile in Italia negli anni del primo dopoguerra (V - continua) - Arditi, fascisti, legionari - L’arditismo di guerra - Nel dopoguerra - Le organizzazioni degli arditi - L’arditismo "di sinistra" - La messinscena di Fiume - Il gioco di specchi fra futuristi, arditi, legionari, fascisti - Gli Arditi del Popolo
Il marxismo e la questione militare (continua dal numero scorso - Indice del lavoro) Parte quarta, Imperialismo: C.La Prima Guerra mondiale. Sul fronte italiano [RG130-131]: 1. Il giovane vile imperialismo italico e il decrepito Impero austro-ungarico - 2. Contorsioni italiche fra neutralismo e bellicismo - 3. Il "Maggio Radioso" - 4. Guerra e grande industria - 5. Ottuse strategie borghesi - terrore e odio nei confronti del proletario - 6. La conformazione dei due fronti - 7. Le operazioni - 8. Prime reazioni internazionali dei socialisti - 9. L’offensiva sugli Altopiani - 10. Ancora sull’Isonzo - 11. L’estate del 1917 - 12. Alla vigilia di Caporetto
La successione dei modi di produzione (RG132 - continua dal numero scorso) - Parte quinta: Il capitalismo. 1. Schiavo-Servo-Salariato - 2. La compra-vendita della forza lavoro - 3. La forma salariale del valore della forza lavoro - 4. La duplice libertà del  moderno salariato - 5. La schiavitù in fabbrica -6. Verso la negazione della schiavitù
Ricapitolando sulla questione cinese - 1. La fine dell’isolazionismo: 1.1 Le guerre dell’oppio e la rivolta dei Taiping - 1.2 Marx attese la rivoluzione dalla Cina - 1.3 Penetrazione imperialistica e impotenza della borghesia cinese - 1.4 Lenin: il risveglio dell’Asia
Sionismo e antisionismo: Giudaismo e antigiudaismo - Sulla definizione di ebreo -Borghesia e  razzismo - Nascita del sionismo - Il primo antisionismo
– Lo sviluppo del capitalismo e della lotta di classe in Israele e nei Territori occupati: Quale la via maestra della rivoluzione? "Che fare" in Israele e in Palestina? - Il maturare del moderno capitalismo in Palestina - L’industria degli armamenti - Agricoltura, un passato che si allontana (continua)
Dall’Archivio della Sinistra:
     - Presentazione
     - III Congresso del Partito Socialista di Fiume (10 novembre 1921), Mozione della Frazione Comunista
     - Dal P.C.d’Italia alla Federazione della Gioventù Comunista di Fiume, Roma, 15 dicembre 1921
     - Programma del Comitato sindacale comunista metallurgico presentato al Congresso della Federazione Metallurgica Fiumana (da “Il Lavoratore”, 22 aprile 1922)
      - Il Primo Maggio dei lavoratori fiumani (da “Il Lavoratore”, 30 aprile 1922)
      - 1° Maggio 1922 - Manifesto della Federazione Giovanile Comunista

 

 

 

 

 



Oltre ogni fraudolenta alternativa borghese
La internazionale classe operaia ha un mondo intero da conquistare

Il modo di produzione capitalistico sta vivendo da oltre undici anni un processo di crisi generalizzata, che si sviluppa con alti e bassi ma che non accenna a risolversi.

Le frizioni tra i maggiori Stati capitalistici, le guerre commerciali con il risorgere concitato e stizzoso di barriere per il movimento delle merci e della forza lavoro, mostrano quanto la crisi avanzi nel corpo produttivo del capitalismo, frustrando ogni speranza di ripresa, malgrado le varie manovre finanziarie.

Per ora c’è solo il ricorso forsennato alla speculazione finanziaria, specchio della caduta degli investimenti, causata dalla incipiente crisi di sovrapproduzione di capitali e di merci. La deflazione, ora detta “deflazione da debiti”, non si arresta e minaccia l’esistenza stessa del capitalismo. Noi marxisti sappiamo che questa è la sua “malattia finale”.

La borghesia non avrà alla fine altra soluzione, per porvi temporaneo rimedio, che tentare l’avventura della guerra, la quale, con la distruzione di merci, capitali ed esseri umani “in eccesso”, permetta di riavviare il ciclo di accumulazione capitalistica. È una conclusione già due volte tragicamente sperimentata nel secolo scorso e che il marxismo ha già accertato e condannato.

Ma, di pari passo con quella economica e finanziaria, si apre anche la questione e la crisi sociale, temporalmente in ritardo, ma ben presente in tutta la sua futura gravità alla borghesia, che intanto si dà ad alimentare gli odi razziali, nazionali ed etnici al fine di dividere la classe operaia lungo evanescenti linee di lingua, di colore della pelle e di religione.

Per fare questo ha bisogno di rafforzare i dispositivi repressivi e offensivi degli Stati, tutti invariabilmente al suo servizio e già armati fino ai denti.

Nell’opera di diversione e di confusione della classe lavoratrice e della piccola borghesia in rovina, trova talvolta utile liberarsi, con ostentata brutalità, di quella veste democratica che in occidente le è stata una retorica funzionale al consenso e alla sua dominazione di classe. Appare questa oggi una tendenza diffusa, anche se non ovunque, determinata di volta in volta dalle specifiche caratteristiche nazionali dell’imbonimento.

Questo dunque sarebbe “lo spettro che si aggira per l’Europa”. È quanto serve ammannire ad una piccola borghesia terrorizzata da un avvenire sempre più buio ed incerto, ad un sottoproletariato impotente, ad una classe proletaria che ha smarrito i suoi indirizzi, ma che non può più essere ingannata e manovrata solo con la mistificazione democratica. La borghesia tende così a polarizzare una parte sempre più significativa del corpo sociale di ogni paese in un ottuso senso nazionale. Cerca di illudere il ritorno a certezze e prosperità in vecchie parole d’ordine e seduzioni politiche che una lunghissima fase di democrazia e social-democrazia non ha certo contrastato né cancellato.

Ora a questo fantasma è stato dato il nome anodino di “sovranismo”, giusto per aumentare la confusione.

La borghesia non si emanciperà mai dal sovranismo nazionale. Le nazioni sono nate con essa e solo con essa moriranno. Non è un concetto “di destra”: non fu lo stalinismo a perpetuarlo addirittura nel suo falso “socialismo in un solo paese”? non teorizzò le “vie nazionali”? non chiamò i proletari, in Russia e nel mondo, alla “grande guerra patriottica”? Contrario e avverso al sovranismo può essere solo l’internazionalismo proletario e comunista. Nel mezzo c’è il vuoto.

Dietro alla democrazia e ai suoi falsi riti si nasconde e perpetua tutta la vecchia paccottiglia ideologica del fascismo, un cumulo di pregiudizi che stanno alla base della coscienza di una società ovunque ormai reazionaria e schierata a conservare il dominio di classe. È l’inevitabile clima di odio – prima che verso i “diversi” per colore della pelle, razza, religione, eccetera – verso i lavoratori in sciopero e verso chiunque, in nome della solidarietà di classe e contro ogni divisione, si ponga sul terreno dello scontro contro il presente regime sociale.

Talvolta la borghesia ha necessità, al fine di non esporre apertamente le sue forze in armi ma democraticamente investite, di servirsi anche di truppe ausiliarie per la repressione, di bande armate di squadristi. Sa che non potrà avere a lungo la situazione sociale sotto controllo e per questo si appresta a dotarsi anche di una milizia mercenaria “illegale” per terrorizzare il proletariato, per sottometterlo allo sfruttamento salariale o per portarlo al macello in una nuova guerra.

Insomma, il fascismo, a differenza di quanto sostenuto dalle false correnti del movimento operaio, non è un rigurgito di un lontano passato, ma è l’adattamento della sovrastruttura alle esigenze proprie del capitale nella sua fase imperialistica e monopolistica che dura ormai da un secolo. Neghiamo ci sia il pericolo di un “ritorno” del fascismo, perché questa forma politica non è mai sparita, nemmeno con la sconfitta militare nella Seconda Guerra Mondiale; anzi dopo quella si è imposta nella sostanza sui democratici governi del mondo, e non saranno ora certo i fronti antifascisti, interclassisti e democratici ad impedire che si sveli anche nelle metropoli capitalistiche.

Sono quindi fenomeni appartenenti solo alla sovrastruttura ideologica delle sovrastrutture politiche, epidermici, ma anch’essi evidentemente segni di una sottostante crisi, non soltanto nei Paesi della sconnessa Europa, i cui governanti hanno sognato un futuro federale per opporsi o giocare alla pari con Est ed Ovest, ed ora invece stretta in una triplice morsa, ma anche nei grandi Stati imperialistici che si contendono la distruzione del mondo.

In realtà il capitalismo, in tutti i paesi, non è più in grado nemmeno di sfruttare con profitto il lavoro delle masse umane. La sua crisi globale le mette in movimento, pronte e a disposizione del capitale. Ma questo, nella sua fase pre-agonica, riesce solo a costruire dei muri, del resto inefficaci. Per contro i nostri giovani e robusti fratelli di classe immigrati ci danno talvolta l’esempio di come ci si organizza in sindacati e coraggiosamente e con efficacia si lotta contro i borghesi.

Questa è la strada. I lavoratori non hanno patria, come affermammo oltre 170 anni fa con il Manifesto del Partito Comunista, solo su questa strada è il futuro di salvezza dei lavoratori di tutti i continenti. Soltanto i lavoratori possono fermare la lugubre marcia del capitale con la ripresa della lotta di classe su scala internazionale, unendo i proletari di ogni razza, nazione, genere, lingua, religione o cultura. I proletari di tutto il mondo potranno rovesciare l’infame regime del capitale e cancellare i suoi orrori perché, se i lavoratori non hanno patria, hanno un mondo intero da conquistare.

 

 

 

 

 

 


Il PCd’I e la guerra civile in Italia negli anni del primo dopoguerra
(segue dal numero scorso)


Arditi, fascisti, legionari

Esposto nella riunione di Genova nel settembre 2016
 
L’arditismo di guerra

Per dare un’idea chiara di cosa erano gli Arditi del Popolo dobbiamo ripercorrere brevemente la storia degli Arditi dalle loro origini, come sono nati, si sono sviluppati durante la guerra e riorganizzati a pace conclusa, da chi erano composti.

Fin dall’inizio dell’entrata dell’Italia in guerra gli Stati maggiori dell’esercito si erano posti il problema di costituire reparti di soldati motivati, volontari, sprezzanti del pericolo, pronti a gesta eroiche, insomma dei fegatacci, degli “arditi”.

Fin dall’ottobre del 1915, in Valsugana, era stata formata la “Compagnia Volontari Arditi Esploratori Baseggio”, chiamata poi “Compagnia della Morte”. Contemporaneamente anche in Valtellina e in Val Camonica si ebbero analoghi reparti scelti sotto il nome di “centurie”. Di nuovo nel giugno del 1916 furono formati alcuni plotoni speciali, armati di pistole mitragliatrici, con compiti di pattuglia, di esplorazione e prelevamento di posti avanzati nemici. Questi, che ebbero il nome di “Arditi Reggimentali”, portavano uno speciale distintivo, formato dalle lettere VE (Vittorio Emanuele), intrecciate e sovrapposte al nodo dei Savoia.

Ma i primi veri reparti degli “Arditi” furono formati nella primavera del 1917 per iniziativa del generale Luigi Capello. Gli arditi italiani nacquero ad imitazione ed a contrasto delle Sturmtruppen (truppe d’assalto) austro-ungariche. La circolare del 14 marzo 1917 del comando supremo della Terza Armata richiamava i comandi militari italiani a porre attenzione sui «riparti d’assalto presso l’esercito austro-ungarico», e definiva le Sturmtruppen come «appositamente costituite per compiere piccole e ardite operazioni mediante azioni di sorpresa tendenti a disturbare il nemico, metterlo in allarme, catturare prigionieri, distruggere riparti, eccetera, o, concorrendo nelle azioni preparate, ad aprire la strada alle colonne d’attacco irrompendo con impeto nelle trincee nemiche e devastandole».

Ma l’esercito italiano non si limitò a copiare il modello delle truppe d’assalto nemiche. Mentre le Sturmtruppen rimasero sempre parte integrante delle unità di fanteria dell’esercito austro-ungarico, in Italia l’organizzazione degli arditi venne sviluppata dando a quei reparti un carattere indipendente dal resto della fanteria, il che determinò un elevato spirito di corpo ed un atteggiamento psicologico di superiorità rispetto al resto dei soldati, destinati a fare la vita (e la morte) del topo nelle trincee. Alle Sturmtruppen non si chiedeva di modificare l’impianto e la condotta della battaglia, ma di trascinare la massa della fanteria, invece gli arditi italiani furono vere e proprie truppe speciali, con un ruolo autonomo, originale e di forza. Il generale Capello concepì l’ardito come un soldato tolto dalla massacrante vita della trincea, addestrato nelle retrovie, che arrivasse al combattimento fresco di energie. In ogni corpo d’armata si formarono così dei “Battaglioni d’Assalto”.

Il cappellano militare degli arditi, padre Reginaldo Giuliani (in seguito fascistissimo), ricordava che «il primo requisito di ogni nuovo ardito consisteva nella libera volontà di diventarlo; le prescrizioni del comando supremo stabilivano che non si concedesse l’aggregazione ai battaglioni d’assalto che in seguito a spontanea domanda del militare».

Questi battaglioni erano costituiti da monarchici, nazionalisti, futuristi, anarchici, ex socialisti, insomma da tutta la variopinta schiera di esaltati interventisti, dai più gretti reazionari ai sedicenti rivoluzionari, convinti di partecipare ad una “guerra rivoluzionaria”.

Gli arditi furono dotati di una uniforme speciale con maglione nero; i risvolti della giubba portavano fiamme nere, verdi o cremisi, a seconda del corpo di provenienza: fanteria, alpini o bersaglieri; il distintivo sul braccio sinistro raffigurava una daga romana, col motto “F E R T”, posta tra un ramo di quercia ed uno di alloro, uniti in basso dal nodo dei Savoia. Inoltre l’ardito venne liberato dall’ingombrante zaino.

A differenza dei soldati di trincea, mandati a farsi falciare dalla mitragliatrice nemica, la vita dell’ardito era ben custodita. Erano alloggiati in «baracche comode che consentono un vero ristoro delle forze e che per evitare inutili marce saranno impiantate in prossimità del poligono ove si svolgono le istruzioni» (Comando della II Armata, circolare n. 4461 del 30 agosto del 1917). Gli arditi ricevevano un rancio migliore ed un soprassoldo giornaliero di 20 centesimi.

Molti furono i fanti che, allettati da quei privilegi, decisero di entrare a far parte degli arditi, tanto più che i pericoli incorsi nelle esercitazioni erano di gran lunga inferiori a quelli ai quali erano sottoposti i soldati in trincea.

Molti pregiudicati si arruolarono nei reparti d’assalto, aspetto questo dagli storici negato o molto ridimensionato. Basta ricordare che durante la rotta di Caporetto gli arditi compirono una serie di violenze ai danni dei contadini veneti, tanto che si disse che fecero quello che gli austriaci non avevano mai osato. Il 21 novembre 1917 il generale Giardino doveva ammettere: «Purtroppo è vero che soldati, e specialmente arditi, hanno commesso negli scorsi giorni saccheggi, depredazioni ed anche peggiori reati [...] Oltre a provvedimenti di rigore esercitati dai comandi di truppa [...si eseguì...] la fucilazione immediata e pubblica di 34 militari, specialmente arditi, colti sul fatto, eccezionalmente imposta dalla eccezionale gravità del momento» (ACS, Presidenza del Consiglio, Guerra, B. 19.4.8(102), Fascicolo 54).

Ma neppure dopo quei fatti venne impedita la presenza di delinquenti comuni nei reparti d’assalto. Si chiedeva il cappellano degli Arditi, padre Giuliani: «Perché avremmo dovuto ributtare quelle anime che nelle rivelazioni d’una rinata coscienza avevano trovato l’aborrimento della precoce delinquenza loro?» (In fondo il padre domenicano non era di una pasta molto diversa da questi ultimi se, anni dopo, durante la guerra di Etiopia avrebbe partecipato in prima persona alle incursioni e alle distruzioni delle chiese cristiano-copte).

Le grandi offensive dell’Isonzo e del Piave, tra l’estate 1917 e l’autunno 1918, nelle quali si distinsero per il loro coraggio, favorirono la nascita del mito dell’ardito eroe invincibile, mito alimentato dai Supremi Comandi dell’esercito.

Nel dopoguerra

Ma finita la guerra anche la vita eroica sarebbe terminata. Il 4 novembre 1918, armistizio di Villa Giusti, fu un giorno di lutto per gli arditi, la pace avrebbe rappresentato per loro un futuro di incertezza.

Ferruccio Vecchi scrisse: «La guerra ormai pareva diventata la nostra seconda natura [...] mi ero abituato! Ora incomincia l’altra, la più dura forse: quella per l’esistenza [...] Dove andrò io? che farò? continuerò gli studi? Non so [...] A guerra finita quelli che non hanno più una via, quelli circondati dall’abisso, quelli senza pane, siamo proprio noi. Ognuno di noi, avendo interrotto per quattro anni consecutivi gli studi o la professione o il mestiere è obbligato ad escludere la possibilità di riattaccare la propria vita al punto in cui l’interruppe nel 1915 [...] Siamo stati sostituiti materialmente da altri o, se non materialmente, un’altra volontà si è insediata nel nostro spirito, al posto di quella dell’anteguerra: gli scopi non sono più gli stessi, le mete sono cambiate: tutti siamo coscienti di ciò anche se ciò è in noi per ora indistinto» (“La Tragedia del mio Ardire”).

Negli arditi vi era la convinzione di rappresentare un’aristocrazia militare che, dopo l’onta di Caporetto, aveva conseguito la vittoria ed alla quale la nazione intera doveva considerarsi debitrice; questa convinzione contribuì ad alimentare una serie di indistinti rancori un po’ contro tutti: in primo luogo contro il bolscevismo, negatore della Patria, e contro i socialisti, che si erano opposti alla “guerra rivoluzionaria”; per la stessa ragione contro i clericali, poi contro gli imboscati, i “panciafichisti”, i partiti democratici, i profittatori di guerra, il pescecanismo sfruttatore...

La frustrazione per l’incapacità e l’impossibilità per queste masse di uomini di reinserirsi nella vita quotidiana li portava ad avversare tutto e tutti. In specie temevano lo scioglimento dei loro reparti. Scriveva “Roma Futurista” dell’8 dicembre 1918: «Si dice che il Governo, sobillato dai bolsceviki italiani che vedono negli arditi circolanti per le vie cittadine un elemento d’ordine pericolosissimo per le loro congiure teppistico-internazionaliste [...] abbia ordinato di sciogliere [...] i reparti d’assalto, divina gloria dell’Italia e del mondo».

Due giorni dopo, sullo stesso giornale Mario Carli, scrittore futurista ed ardito, annunciava la costituzione dell’ “Associazione fra gli Arditi d’Italia”: «Avvicinandosi l’ora del ritorno alle vostre case, voi pensate certamente al domani. Questo domani non può essere, per voi, che una continuazione della gloria conquistata sui campi insanguinati, e un riconoscimento da parte della Nazione del vostro valore umano [...] Le fiamme non devono scomparire con la fine della guerra [...] Arditi, Fiamme di ogni colore, appunto perché voi avete diritto ai maggiori privilegi e affinché le vostre forze individuali non si disperdano nella totalità, ma si ammassino in un unico blocco [...] Io, vostro camerata, compagno ed amico, fondo per voi l’Associazione fra gli Arditi d’Italia, alla quale possono iscriversi tutti coloro che prima della conclusione dell’armistizio abbiano portato sulla giubba, e nel cuore, una fiamma».

Il 1° gennaio 1919, Mario Carli a Roma fondava l’Associazione e il giorno 19, ad opera di Ferruccio Vecchi, nasceva la sezione di Milano.

Poiché, secondo le disposizioni militari, una simile organizzazione era vietata, furono adottati provvedimenti disciplinari, ma tali da lasciare intendere agli organizzatori che non sarebbero stati perseguiti, ma appoggiati dall’esercito e dallo Stato. Mario Carli infatti ha scritto: «Essendo caduto sotto gli occhi dei superiori Comandi della capitale il mio manifesto per l’Associazione Arditi, fu immediatamente ordinata un’inchiesta ed io fui interrogato, esaminato, scandagliato, fino all’esasperazione [...] Conclusione di questo macchinoso sgobbamento di burocrazia generalesca, fu un biglietto di arresti di rigore (giorni dieci) per aver lanciato un appello agli arditi, invitandoli a riunirsi in associazione senz’averne chiesto l’autorizzazione alle superiori autorità. I miei arresti mi furono dati in nome del Ministro della Guerra, generale Caviglia. Sta di fatto che, il giorno stesso in cui mi fu comunicata la punizione, io ricevetti la visita, alla sede della nostra Associazione, del segretario particolare di Caviglia [...] Questi venne a dirmi che il ministro deplorava il provvedimento che era stato costretto a prendere al mio riguardo e che, al termine della punizione, avrebbe voluto vedermi al Ministero. Ci andai difatti, e [...] ebbi da lui l’assicurazione che la mia attività non sarebbe stata sabotata dal superiorume, purché io avessi saputo abilmente evitare i rigori del Regolamento di disciplina» (Mario Carli, “Con D’Annunzio a Fiume”).

La conferma di quanto affermato da Mario Carli venne dallo stesso generale Caviglia quando scrisse: «Queste truppe eccezionali in guerra, non avevano ragione di esistere in pace, onde io, come comandante d’Armata, avevo dato parere favorevole per il loro scioglimento, allorché me ne pervenne la proposta [...] Ma quale Ministro della Guerra vidi la necessità di conservarle. Nei momenti politici torbidi che stava attraversando l’Italia, essi costituivano una forza utile nelle mani del Governo, perché erano assai temuti per la loro tendenza all’azione rapida e violenta» (Enrico Caviglia, “Il conflitto di Fiume”). Infatti Mario Carli aveva scritto: «Questo nemico non è solo tedesco [...] è anche italiano [...] Il nostro pugnale è fatto per uccidere i mostri esterni ed interni, che insidiano la nostra patria» (“Roma Futurista”, 20 settembre 1918).

E questo può bastare a delineare la reale funzione dell’arditismo post-bellico.

Le organizzazioni degli Arditi

Il 25 febbraio del 1919 l’Associazione contava già tre Comitati d’Azione. Il primo, quello di Roma, era composto dal capitano Mario Carli, dai tenenti Umberto Beer, Orazio Postiglione, Argo Secondari e dal sottotenente Nino Racchela; in quello di Milano c’erano il capitano Ferruccio Vecchi, i tenenti Renato Barabandi, Alberto Virtuani e Renzo Di Giacomo, il generale Vittorio Dini e l’ardito Antonio Buzzi; in quello di Torino il capitano Covre ed il sottotenente Italo Orciani.

Questa massa umana, non essendo una classe sociale, pur esprimendo un generalizzato e rancoroso malcontento era impossibilitata a darsi un programma ed oscillava in modo confuso adottando parole d’ordine estremiste e pseudorivoluzionarie.

Già alla fine del 1918, ispirato da Marinetti, era stato fondato il Partito Futurista, il quale, scriverà l’8 febbraio 1919 il questore di Roma al Ministro dell’Interno, era «animato dal proposito di demolire tutto ciò che è tradizione e consuetudine sia nel campo politico che morale – col fine, secondo gli aderenti, di liberare la società di quanto possa essere inutile freno ad un rapido sviluppo di idee nuove e di nuovi metodi di vita. Due capisaldi del programma di questo Partito erano la tutela degli interessi nazionali e la demolizione della Chiesa Cattolica». Il questore notava che «il numero degli aderenti è limitato sia perché scarsi sono i mezzi di propaganda, sia perché le idee stravaganti propagate dal futurismo politico non si fanno strada nella gran massa del pubblico». Però è vero che l’Associazione tra gli Arditi nacque per iniziativa dei futuristi. Molti arditi prima della guerra erano stati futuristi ed arditi e futuristi condividevano il motto di Marinetti: “Marciare e non marcire!”.

Mario Carli poteva affermare che «l’arditismo coincide col futurismo nella spregiudicatezza con cui affronta l’avvenire, anche se rappresentato da una serie di trincee guarnite di reticolati. Coincide nel disprezzo dell’esperienza, della storia e del passato, che non insegnano mai nulla. Coincide nell’allegria fisiologica che permette di affrontare tutte le battaglie sorridendo. Coincide negli acrobatismi di cervello e di muscoli con cui si saltano a piè pari gli ostacoli della tradizione. Coincide nella generosità con cui l’uno e l’altro si prodigano per sfondare i campi trincerati del passatismo». E “Roma Futurista” con sempre maggiore frequenza pubblicava articoli che chiamavano gli arditi a raccolta.

Il primo incontro, diciamo così, ufficiale tra gli arditi e Mussolini era avvenuto il 10 novembre del 1918, a Milano, in occasione della celebrazione della Vittoria. A cerimonia conclusa Mussolini così si rivolse loro: «Arditi! Commilitoni! Io vi ho difeso quando il vigliacco filisteo vi diffamava. Sento qualche cosa di me in voi e forse voi vi riconoscete in me. Rappresentate la mirabile giovinezza guerriera dell’Italia! Il balenio dei vostri pugnali e lo scrosciare delle vostre bombe farà giustizia di tutti i miserabili che vorrebbero impedire il cammino della più grande Italia! Essa è vostra! Voi la difenderete! La difenderemo insieme! Fiamme nere, rosse, di tutti i colori, a chi l’onore? A noi!»

A questo saluto, da parte ardita venne risposto: «Noi siamo stati con voi nei momenti della neutralità, siamo stati con voi durante la guerra, ci troviamo ora nell’ora della vittoria e sentiamo in questa ora che cammineremo per molto tempo insieme». Il giorno dopo, alla redazione del “Popolo d’Italia”, gli arditi consegnarono a Mussolini il loro gagliardetto nero.

Quando il 23 marzo del 1919 Mussolini costituì i Fasci di Combattimento, l’adunata di Piazza San Sepolcro fu presieduta dal capitano degli arditi Ferruccio Vecchi. Furono sempre gli arditi che in numerose città d’Italia costituirono i primi fasci.

Il fascio di Bologna, invece, fu fondato, ai primi di aprile, su iniziativa dell’interventista Pietro Nenni. In una segnalazione della questura di Bologna del 1919 si legge: «Nenni si è fatto promotore della fondazione del fascio dei combattenti esponendo un programma riassunto in questa espressione: né coi bolscevichi, né coi monarchici, ma per la rivoluzione e la Costituzione».

All’adunata di Piazza San Sepolcro Mussolini aveva esortato «gli intervenuti ad ostacolare le elezioni dei neutralisti, i quali vogliono la rovina dell’Italia e dichiarò che se essi hanno pronte le barricate, gli arditi ed il fascio sono disposti ad opporre barricate a barricate» (dal Telegramma espresso di Stato, n. 1951 Gab. del 23.3.1919 del Prefetto di Milano).

Non trascorse neanche un mese ed il 15 aprile 1919 a Milano si passò dalle parole ai fatti con l’assalto e la devastazione dell’”Avanti!”.

A “protezione” del giornale socialista «si trovavano un centinaio fra soldati e carabinieri disposti in due cordoni: uno sotto la facciata dell’Avanti! e l’altro di fronte, lungo la spalletta del ponte sul Naviglio» (“Avanti!”, edizione torinese, 16 aprile). Il cordone militare posto dallo Stato a difesa della libertà di stampa lasciò libero accesso agli aggressori. Il loro comandante, l’ufficiale di cavalleria Agostino Iraci, subito dopo l’assalto all’Avanti! si recò a far visita a Mussolini. I dirigenti di polizia e gli ufficiali, per questo loro eroico comportamento, furono addirittura proposti per dei riconoscimenti «per il modo ammirevole come si comportarono il 15 aprile scorso».

Mussolini, che durante l’assalto si era guardato bene dal parteciparvi, sul “Popolo d’Italia” rivendicò l’azione degli arditi.

Da parte sua lo Stato che, come tutti sanno, ha il compito di vigilare sull’ordine pubblico, non mancò di aprire una inchiesta, della quale fu incaricato il generale Caviglia. Così Ferruccio Vecchi descrisse l’iter dell’inchiesta: «La sera della nostra vittoria Treves, Turati, Caldara e Serrati, magnati dell’industria bolscevica, sbalorditi per la disfatta, ma ancora sufficientemente traditori per riprendersi e vendicarsi, tuonarono minacce alle autorità di Milano e al Governo di Roma. Tra Questura, Prefettura, Comando di Armata e Ministero degli Esteri, fili telegrafici e telefonici si tesero nevrastenicamente, stridendo come corde musicali in procinto di spezzarsi. Ufficiali! Soldati! Arditi! Bombe a mano! Pugnali: notizie terribili capaci di far saltare qualunque filo! Inchiesta! e soprattutto aprire le galere! Dato l’elemento preponderante che partecipò alla battaglia [ossia gli arditi, n.d.r.], l’unico Ministro adatto non poteva essere che quello della guerra. Arrivato e disceso all’Hotel Continental Caviglia chiamò Marinetti e me. Vivevamo nascosti da due giorni per non farci arrestare, ma a quel soldato ci presentammo senza sospetti di sorta. Ci disse testualmente: – Capitano, Signor Marinetti, mi compiaccio dell’azione compiuta. Capitano i suoi arditi hanno salvato la Nazione. Treves, Turati, Caldara, Serrati, mi hanno chiesto la sua incarcerazione come condizione per la cessazione dello sciopero generale. – E lei, Eccellenza?, lo interruppi. – Io ho loro risposto: Vecchi non ve lo do! E dopo un silenzio, pieno di emozione, aggiunse: – Ma se loro sapessero come a Roma si trema! – Eccellenza – gli domandai – non potrebbe l’Eccellenza Vostra considerare come non avvenuto questo nostro incontro e lasciarci mano libera per qualche giorno ancora? La mia richiesta passò certamente i limiti e con grazia ma fermezza mi fu data immediata risposta: – Questo non posso! E ci salutò con una vigorosa stretta di mano» (Ferruccio Vecchi, “La battaglia del 15 aprile 1919” in “L’Ardito d’Italia”, numero speciale del 19 gennaio 1936).

Dopo il 15 aprile le violenze degli arditi si moltiplicarono e si estesero in gran parte d’Italia; gli industriali capirono di poterli usare come guardie bianche contro il proletariato e gli arditi compresero che, al servizio degli industriali, potevano far quattrini a volontà. Come ebbe a dire il prefetto di Milano: era «un continuo spillare denari alla borghesia, che, nella speranza di esser garantita, continuamente somministra i mezzi alla detta Associazione».

Grazie a questi aiuti generosi l’Associazione degli Arditi ebbe uno straordinario sviluppo e dopo appena 3 mesi dalla sua costituzione aveva raggiunto i 10.000 iscritti.

Dopo l’assalto all’”Avanti!” il comitato centrale dell’Associazione degli Arditi da Roma fu trasferito a Milano esautorando il suo fondatore, Mario Carli. Si veniva a rendere sempre più manifesta quella spaccatura fra destra e sinistra di questo scompigliato e caotico movimento che, reazionario di fatto, abusava di una fraseologia pseudorivoluzionaria.

Frattanto il generale Caviglia, con Circolare Riservata Personale ai Comandi dei Corpi d’Armata Territoriali, al Comando della Divisione Militare di Cagliari, al Comando Generale dell’Arma dei RR.CC, dichiarava la sua intenzione «di non addivenire allo scioglimento di un Corpo che ha dato tanto glorioso contributo alla nostra vittoriosa guerra. E in tale proposito mi conferma sempre più l’atteggiamento ormai palese dei partiti sovversivi, i quali [...] cercano di allarmare il Paese esagerando ogni più piccolo incidente in cui i medesimi abbiano preso parte ed indurre il Governo a sopprimere un Corpo in cui ormai ravvisano il più pericoloso ostacolo all’attuazione dei loro iniqui piani». La circolare affermava infine che gli arditi sarebbero stati utilizzati «nei servizi in cui attualmente sono impiegate le truppe.» La funzione di repressione antiproletaria assegnata loro dallo Stato non poteva essere più chiara.

L’arditismo “di sinistra”

In risposta a questa circolare del Ministro della guerra, l’ormai esautorato Mario Carli scriveva un articolo intitolato: “Arditi non gendarmi”, in cui affermava: «Quali sono questi servizi? [...] si tratta di servizio d’ordine pubblico? Cordoni, pattuglie, picchetti armati nelle varie città più o meno terremotate da mine bolsceviche? Abbiamo motivi per credere fondata questa ultima ipotesi. Ebbene, in tal caso, Signor Ministro [...] voi che dite di conoscere ed amare gli Arditi [...] ora infliggete loro la peggiore umiliazione, trasformandoli in poliziotti e in sgherri governativi» (“L’Ardito”, 18 maggio 1919).

Contemporaneamente Vittorio Emanuele Orlando e Sidney Sonnino, in segno di protesta contro il rifiuto di assegnare all’Italia la costa dalmata, secondo quanto stabilito dal “Patto di Londra”, e la città di Fiume, abbandonavano la Conferenza di pace di Parigi. Gli arditi approvarono entusiasticamente il comportamento del Capo di governo italiano che, tornato in Italia, ricevette accoglienze trionfali, con la sua automobile spinta a mano fino al Quirinale. «Né mi parve atto servile – scrisse Mario Carli – ma perfettamente intonato allo stato d’animo universale, che gli arditi conducessero in trionfo colui che era riuscito ad interpretare la più ardita tendenza dell’anima nazionale col grido: “L’Italia conosce le vie della fame non quelle del disonore”» (da “Con D’Annunzio a Fiume”). A dare man forte intervenne D’Annunzio che con un discorso all’Augusteo di Roma reclamò l’annessione di Fiume all’Italia, una questione di prestigio nazionale.

Quando a fine maggio Orlando si dimise, fu rimpiazzato da Nitti. Mussolini vide con favore il nuovo governo anche per il suo atteggiamento decisamente antisocialista. Gli arditi, invece, non ebbero esitazione a definire Nitti «losca figura dell’affarismo italiano [...] reincarnazione del manigoldo di Dronero [ossia Giolitti, n.d.r.]» (“L’Ardito”, 13 luglio 1919).

Mussolini, accusato di “cedimento” dagli stessi arditi aderenti al Fascio di Combattimento, fu costretto a ritrattare. Le lacerazioni fra l’arditismo ed il nascente fascismo cominciavano a delinearsi sempre più nette: una sezione importante dell’Associazione Arditi aveva rifiutato di assolvere apertamente la funzione di sgherri al servizio della reazione.

Anche in politica, sia interna sia estera, le disuguaglianze aumentavano. Mario Carli scrisse un articolo con un titolo che sconcertò: «Partiti d’Avanguardia: se tentassimo di collaborare?». Veniva lanciato un esplicito appello di collaborazione al Partito Socialista per lottare «contro le attuali classi dirigenti, grette, incapaci, e disoneste, si chiamino borghesia o plutocrazia o pescecanismo o parlamentarismo. Non è possibile lasciar loro più oltre la potenza del denaro e il potere governativo o amministrativo; sono una casta che deve cadere e cadrà. È questa caduta che noi dobbiamo affrettare, con tutti i mezzi e con tutte le forze disponibili. Or ora, l’esperimento del “caro-viveri” in tante città d’Italia, ci ammonisce che di fronte a problemi gravi e pressanti, non c’è l’odio di parte né antipatia sentimentale che tenga [In diverse località gli arditi avevano partecipato alla lotta contro il caro viveri, n.d.r.]. Noi possiamo ben dare (e l’abbiamo data) una valida mano ai pussisti [socialisti, n.d.r.] per impedire che il popolo sia affamato. Non potrebbero i socialisti vedere nel nostro gesto disinteressato e leale una prova della nostra profonda simpatia per il popolo, si chiami combattente o si chiami operaio e riconoscere che la nostra azione tende, quanto e più forse della loro, ad equiparare le classi sociali?» (“Roma Futurista”, 14 luglio 1919).

Anche “L’Ardito”, riprendendo un articolo del “Resto del Carlino”, aveva auspicato se non proprio una intesa, almeno un riavvicinamento tra socialismo ed arditismo. «Le classi dirigenti non debbono farsi illusioni sull’attitudine degli arditi a funzionare da cani mastini del capitalismo. È chiaro invece che questi elementi militari organizzati fuori dell’esercito costituiscono piuttosto un terreno rivoluzionario, anche se non antipatriottico, perché non è affatto dimostrato che patriottismo e rivoluzione debbano sempre essere agli antipodi».

La messinscena di Fiume

Contemporaneamente, in nome della “Vittoria mutilata”, era in pieno svolgimento la campagna per Fiume italiana.

“L’Ardito” il 13 luglio 1919 scriveva: «L’Italia, livellata alla Bulgaria, alla Turchia, alla Jugoslavia, diventa una quantità négligeable che non merita se ne occupi e preoccupi il magno filosofo americano [Woodrow Wilson, n.d.r.], né il frigido figlio di Albione [David Lloyd George, n.d.r.]. Forse non hanno tutti i torti. Non ci prendono sul serio. Dubitano forse perfino che degli italiani siano morti in guerra». Ed il 3 agosto: «Davanti ai ben forniti alleati l’Italia ha avuto il destino dell’eroe che, quantunque vittorioso, deve invocare lavoro e pane all’arricchito imboscato [...] Noi Arditi [...] coi nostri vessilli neri, scenderemo in campo e ad alta voce imporremo l’annessione di Fiume [...] Intanto Fiume sanguina insultata e mercanteggiata». Infine, il 14 settembre, l’organo degli Arditi annunziava: «Fiume è italiana nella fede e nella realtà. L’Italia conosce la fame, non il disonore».

Già due giorni prima, il 12, era uscito il primo numero del “Bollettino Ufficiale” del “Comando di Fiume d’Italia”, nelle 4 pagine, fitte fitte, riportava la lunghissima (e di impossibile lettura) prolusione di D’Annunzio. Il Bollettino n. 2, del giorno 13, titolava: “L’Italia è a Fiume per valore dei Legionarii e per opera dei Fiumani”: «Ieri alle ore 11,40 GABRIELE D’ANNUNZIO alla testa di manipoli dell’esercito insorti e trascinati al grido di “FIUME O MORTE” entrava in Fiume, obbligando il corpo interalleato a chiudersi nelle caserme prima, e ad evacuare poi. Sul palazzo, al posto delle bandiere francese inglese e americana, resta, a sfida, la sola bandiera d’Italia, simbolo di conquista e di liberazione». Nel Bollettino n. 3, del 19: “Hic manebimus optime” campeggia a tutta pagina. Nel Bollettino n. 4, del 21: “Fiume celebra il Natale della Terza Roma”.

Scriveremo noi in “Rassegna Comunista” del 15 settembre 1921: «Fiume era occupata per conto degli alleati da truppe italiane. Forze italiane vigilavano, attorno alla città, la linea di armistizio. Tutta la Venezia Giulia ed il contorno di Trieste erano tuttora tenuti da forze imponenti dell’esercito italiano. I “legionari” [...] passarono senza difficoltà, e, insieme al battaglione fiumano che loro era venuto incontro sulla linea di armistizio, entrarono in Fiume, prendendone possesso. [...] L’onorevole Nitti [...] ricevuta la notizia di quanto era avvenuto [...] interruppe la discussione tra l’universale stupore con un pugno sul banco ministeriale e forse una bestemmia vernacola, e dandosi a gesticolare incompostamente apostrofò il ministro della guerra che gli sedeva accanto e infine si allontanò simigliando quello che è stato morso dalla tarantola [Anche i quotidiani del giorno 13 riferirono, quasi con le stesse parole, della reazione incomposta del presidente del consiglio; peccato che negli Atti Parlamentari questa sceneggiata non sia stata riportata, n.d.r.]. Ma era poi sincera l’indignazione del presidente del Consiglio? Derivava essa dall’essere completamente al buio di quanto si tramava da tempo, coll’invio a Fiume di molti e molti giovani di belle speranze e con mille altre manifestazioni note all’ultimo pettegolo dell’Aragno? Occorrerebbe supporre che Nitti oltre all’epiteto di cafone meritasse quello di “fesso”, il che non ci sembra giustificato. Piuttosto noi azzardiamo l’ipotesi che non il fatto in sé, ma certi dettagli della sua esecuzione avessero sorpreso Nitti: egli doveva sapere, ma fu forse giocato su certe modalità concordate».

A Fiume, il 30 ottobre 1918 era sorto un Consiglio Nazionale Italiano (CNI) che, in nome “dell’autodecisione delle genti”, aveva proclamato l’annessione della città all’Italia. Era affiancato da una organizzazione militare di tipo fascista, dedita ad azioni di violenza ai danni della popolazione slava e del proletariato a prescindere dall’etnia.

Emissari del Consiglio Nazionale si erano recati a più riprese in Italia alla ricerca di qualcuno che, alla testa di un esercito di mercenari, occupasse Fiume. Inizialmente, allo scopo erano stati contattati Sem Benelli e “Peppino” Garibaldi; alla fine fu Gabriele D’Annunzio ad occupare Fiume con i suoi legionari.

Tutto questo maneggìo non poteva svolgersi a totale insaputa del governo italiano. L’esercito italiano, che avrebbe dovuto arrestare la marcia dei legionari, non solo li lasciò passare ma fornì gli autocarri necessari al loro celere trasporto. Nemmeno le truppe di occupazione alleate opposero la minima e simbolica resistenza: alle 6 del mattino del giorno 14 gli inglesi si imbarcarono e se ne andarono alla chetichella; seguirono poi gli americani; infine il 2 ottobre la corazzata francese Condorcet, ultima unità navale alleata, lasciava la rada di Fiume portandosi appresso i residui soldati serbi dell’armata dell’Oriente. Da quel momento le uniche forze presenti a Fiume saranno quelle legionarie.

Che tutta quanta l’operazione non fosse altro che una messinscena è dimostrato innanzi tutto dal fatto che i militari italiani, “ammutinati” per seguire D’Annunzio, continuavano a ricevere regolare lo stipendio. Il socialista Vella in Parlamento il 12 dicembre si scandalizzava per «i soldati sediziosi di Fiume pagati ancora da voi».

Inoltre una delegazione fiumana poté tranquillamente venire a Roma ed incontrare il capo del governo (il “cagoia” Nitti) e tante altre personalità politiche e perfino vaticane. Sul “Bollettino Ufficiale” del Comando di Fiume d’Italia del 7 giugno 1920 si legge: «La delegazione del Consiglio Nazionale [...] si recò a Roma, con l’approvazione del Comandante, per conferire col Governo [...] Il giorno seguente (27 maggio) la deputazione [...] fu ricevuta dall’on. Nitti [...] Nel colloquio con l’on. Nitti si discusse ampiamente della questione di Fiume [...] La delegazione ebbe ancora dei colloqui con l’on. Scialoja, col conte Sforza, col capo del partito popolare don Sturzo, col cardinale segretario di Stato Gasparri, col presidente della Croce Rossa sen. Ciraolo e con altre personalità politiche [...] Dappertutto la delegazione incontrò la massima benevolenza e simpatia».

Marinetti, accorso a Fiume aveva scritto a Mussolini: «Carissimo Mussolini, sono arrivato qui con molti compagni futuristi dopo una marcia dura e contrastata nei boschi e nel mare nostro. Qui si respira, si mangia, si beve meglio che nella vecchia Italia. Meravigliosa atmosfera futurista gonfia di eroismo. Fede assoluta in Gabriele D’Annunzio. Pronti a tutto, o Italia o morte! Pensiamo al grande italiano Benito Mussolini, agli amici del valoroso “Popolo d’Italia”. Ti abbraccio gridando: Marciare non marcire!». Ma Mussolini si guardò bene dal compromettersi con l’impresa.

A seguito del Trattato di Rapallo tra i regni d’Italia e di Iugoslavia (11 novembre 1920) finalmente avrà termine il contenzioso adriatico. Fiume, con un territorio delimitato dai confini della città e del distretto e con un corridoio per la continuità territoriale con l’Italia, fu costituito in “Stato Libero”. D’Annunzio e legionari avrebbero dovuto sloggiare. Nella notte tra il 24 ed il 25 dicembre 1920 la città fu attaccata dalle regie truppe italiane. D’Annunzio che aveva dichiarato «o Fiume o morte», ed aveva aggiunto: «io non uscirò di qui vivo e non uscirò di qui morto, perché vorrò avere qui la mia sepoltura», non optò né per l’una, né per l’altra soluzione: ferito da alcuni calcinacci staccati da due cannonate della flotta italiana dalla facciata del palazzo del governo, lasciava Fiume. A presidio della città restavano le truppe italiane.

In quel “Natale di sangue”, quando l’esercito italiano con qualche cannonata fece sgombrare D’Annunzio, nulla fecero in sua difesa i fascisti che, stando alle promesse di Mussolini, avrebbero dovuto insorgere “come un sol uomo”. I legionari fiumani non dimenticarono il “tradimento” e, costituitisi in Federazione, nel gennaio del 1921, saranno ostili al fascismo in modo (più o meno) intransigente. Fino a quando, nel 1926, la loro organizzazione, al pari di tutte quelle contrarie al regime, sarà disciolta.

Riguardo al periodo della “Reggenza”, in “Rassegna Comunista” del 15 settembre 1921 scrivemmo: «Nel novero della leggenda pura vanno naturalmente ricacciate le voci sulle tendenze soviettiste del regime». Ciò però significa che questa leggenda esisteva. Innanzitutto per il fatto che l’ex (?) anarco-sindacalista Alceste De Ambris, oltre ad aver redatto la prima stesura della “Carta del Carnaro”, durante l’occupazione di Fiume e dopo fu uno dei più stretti collaboratori di D’Annunzio.

Gli anarchici si infervoravano quando D’Annunzio rilasciava dichiarazioni di questo tipo: «Sono per il comunismo senza dittatura [...] Nessuna meraviglia, poiché tutta la mia cultura è anarchica, e poiché in me è radicata la convinzione che, dopo quest’ultima guerra, la storia scioglierà un novello volo verso un audacissimo progresso. È mia intenzione fare di questa città un’isola spirituale dalla quale possa irradiare un’azione, eminentemente comunista, verso tutte le nazioni oppresse» (“Umanità Nova” del 9 giugno 1920). Vuoti proclami che non impressionavano certo i comunisti.

A riprova di quale fosse il “soviettismo” dannunziano, ci limitiamo a riportare una interrogazione parlamentare del deputato socialista Ciccotti e brani di una lettera indirizzata all’“Avanti!” da un gruppo di 24 socialisti fiumani.

Ciccotti: «Il sottoscritto chiede di interpellare il presidente del consiglio dei ministri per sapere se il governo è informato dei recentissimi avvenimenti di Fiume. Ivi delle bande armate al comando di svaligiatori di viandanti sulle strade maestre e di falsificatori di banconote, hanno chiuso nelle prigioni locali circa 800 lavoratori che si erano posti in sciopero, diffamandoli nella compiacente stampa come “croati complottanti contro Fiume italiana”» (dagli Atti parlamentari, 5 maggio 1920).

L’“Avanti!” (8 maggio 1920): «A provare ancora una volta [...] come ci sia accordo e complicità fra le autorità militari italiane e le bande di Fiume, diamo la seguente lettera giunta da Volosca: [...] “Compagni aiutateci! Siamo stati presi a Fiume (dove siamo domiciliati) portati qui a Volosca nottetempo mediante autocarri, bastonati a sangue e poi rinchiusi in celle lugubri, con poca aria, una volta al giorno da mangiare, e dormire sulla paglia; siamo qui rinchiusi da 13 giorni e non sappiamo il perché. [...] Qui non è territorio occupato dalle truppe di D’Annunzio, ma vi sono truppe regolari qui. Siamo in mano dei reali carabinieri [...] Non sappiamo perché ci hanno rinchiusi qui dove c’entra soltanto il governo di Nitti e non già D’Annunzio. Noi 24 di Fiume [...] protestiamo altamente contro un simile agire barbaro e inumano del quale è responsabile il governo di Nitti».

Anche “Rassegna Comunista” del 15 settembre 1921 riportava che «gli elementi fiumani a noi più vicini, i lavoratori e i compagni comunisti o simpatizzanti, si esprimono nel senso che il regime dannunziano era intollerabile e che le prepotenze e le vessazioni contro i lavoratori erano continue [da parte degli] avventurieri e i lanzichenecchi del legionarismo e del fascismo, che costituivano la grande maggioranza dei “liberatori”». E più oltre: «Finora il proletariato non ha avuto libertà di azione nel campo sindacale e politico, avendo dominato il regime dell’arbitrio. È noto che i dannunziani, capitanati da quell’Alceste De Ambris che ancora oggi si atteggia a sindacalista, hanno ripetutamente invase e distrutte le sedi riunite degli organismi proletari di Fiume».

Un altro contributo al diffondersi della leggenda di un D’Annunzio rivoluzionario e filosovietico fu la stretta solidarietà e collaborazione che si era instaurata tra il “poeta soldato” ed il capo del sindacato dei lavoratori del mare (FILM), Giulietti. Questo, oltre a finanziare D’Annunzio attraverso la sua organizzazione sindacale, nell’ottobre del 1919, era riuscito a sequestrare e a dirottare a Fiume il piroscafo “Persia” con un carico di armi e munizioni destinate agli eserciti bianchi in Russia impegnati nella guerra civile contro i Soviet. Il presidente del consiglio Nitti aveva assicurato che la nave era carica di «vecchie casseruole e rottami di ferro»; secondo il corrispondente a Fiume de “La Stampa” il carico trasportato dal “Persia” e sequestrato dai fiumani era invece costituito da «circa trentamila fucili, nove batterie di artiglieria, due cannoni di medio calibro, una cinquantina di mitragliatrici, alcuni milioni di cartucce e di proiettili» (12 ottobre 1919).

A ringraziamento di questo cadeau D’Annunzio si iscrisse al sindacato marittimi: «Anch’io voglio essere un federato – affermò – perché sono un marinaio: ho la patente di Capitano di Cabotaggio. Fin da ora resta dunque inteso che faccio parte della Federazione, che ha dimostrato a fatti di essere indipendente, ardimentosa, incorruttibile» (G. Giulietti, “Pax Mundi”).

Secondo quanto riportato da Tasca, fu sempre Giulietti che, nello stesso periodo, rese possibile il ritorno clandestino di Malatesta in Italia, gli fornì i fondi per il quotidiano “Umanità Nova” e lo mise in contatto con D’Annunzio. Un anno dopo Giulietti ci proverà anche con il PCd’I, questa volta però con esito negativo, chiedendo la candidatura in cambio di 300.000 lire...

Il fine a cui D’annunzio aspirava (e che Mussolini temeva) era quello di fare di Fiume la base di partenza per Roma: Roma era la meta a cui D’Annunzio mirava ed i suoi legionari cantavano: «I nostri bersaglieri con Ceccherini in testa – Andranno da Cagoia e gli faran la festa».

Al contrario dei comunisti Malatesta non si scompose, da autentico anarchico non gli interessava quale rivoluzione e come e dove sarebbe spuntata, l’importante era che qualcuno la “facesse”, quindi entusiasticamente aderì all’idea di una marcia fiumana su Roma. Per non incorrere nel rimprovero di dire falsità nei confronti degli anarchici, citeremo quanto scritto da Luigi Fabbri, loro esponente di spicco: «Risale alle prime settimane del 1920 l’idea che si ebbe per qualche momento, tra una piccola cerchia di rivoluzionari, di utilizzare la situazione creata da Gabriele D’Annunzio con l’occupazione di Fiume [...] Malatesta fu dei pochissimi (il principale anzi) mescolati alle brevi trattative di quel momento intorno al progetto» (dalla prefazione agli “Scritti” di Malatesta). E per chi non credesse neanche a Fabbri, citeremo direttamente Malatesta: «Si trattò, al principio del 1920, di un progetto insurrezionale, di una specie di marcia su Roma se la si vuol chiamare così. Il primo ideatore della cosa, il quale avrebbe potuto avere da Fiume soccorso di uomini e specialmente di armi, metteva come condizione sine qua non il concorso o almeno l’approvazione dei socialisti, e ciò sia per maggiore sicurezza di riuscita, sia perché temeva che lo potessero qualificare di agente dannunziano. Vi furono in proposito un paio di riunioni a Roma; i socialisti non ne vollero sapere, e così non se ne fece nulla» (Lettera a Luigi Fabbri riportata negli “Scritti”).

Il gioco di specchi fra futuristi, arditi, legionari, fascisti

Dopo il clamoroso insuccesso elettorale del 1919 Mussolini si rese conto che avrebbe avuto migliore possibilità di riuscita se avesse abbandonato l’atteggiamento pseudo-rivoluzionario del primo fascismo schierandosi apertamente a destra, al servizio dichiarato della reazione, e mettendo una pietra sopra le velleità repubblicane ed anticlericali.

Ancora una volta “L’Ardito” il 25 gennaio 1920 volle evidenziare quanto le posizioni tra fascismo ed arditismo si fossero differenziate. Scriveva il maggiore Baseggio: «Sento allargarsi ed approfondirsi il distacco dai Fascisti, perché al programma politico iniziale non mi pare che corrisponda più l’attuale indirizzo di azione [...] In occasione degli scioperi dei Postelegrafonici e dei Ferrovieri e del Prestito Nazionale [...] i Fascisti, [...] si sono apertamente dichiarati contro i Postelegrafonici ed i Ferrovieri, rivelando, sotto la facile bandiera dell’amore di Patria, una marcata tendenza conservatrice. Essi non hanno osservato che gli scioperi che da qualche tempo si susseguono [...] non sono che la fatale conseguenza del rincrudirsi del caroviveri per effetto della grande speculazione per nulla affatto infrenata dal Governo che ne avrebbe l’obbligo [...] Chi ha fame non può aspettare eternamente, e non bisogna dimenticare che v’è chi soffre da quattro anni di guerra e da quattordici mesi di pace, peggiori sotto certi aspetti della stessa guerra [...] La sperequazione fra le classi va facendosi ogni giorno più grande per opera del capitale privato, che è maneggiato da una piccola élite di speculatori, i quali, mai sazii, a null’altro mirano che ad ingrossare con un crescendo impressionante i loro guadagni [...] La teoria della guerra e dell’interventismo, che io non diserto, e che mi ha allontanato dai Socialisti, ha ormai compiuto il suo ciclo storico [...] Ora trattasi di marciare alla conquista delle rivendicazioni sociali ed economiche delle classi lavoratrici ed al raggiungimento del benessere nazionale basato sul lavoro e sull’espansione commerciale e sullo sviluppo agricolo e industriale. Sono questi i veri grandi problemi del dopoguerra».

Ma la sconfitta elettorale, ancor più che i fascisti aveva colpito gli arditi. Nel gennaio del 1920 la sezione di Milano non contava che 14 iscritti e delle altre sezioni l’unica che funzionava era quella di Torino. Si pensò allora di risolvere le sorti dell’Associazione abbinandovi un nome prestigioso: Gabriele D’Annunzio, che ne fu nominato “capo onorario”. La risposta di D’Annunzio non poteva che essere: «capo non onorario ma sempre militante».

Ma il prestigio di D’Annunzio non bastava a rimettere in piedi l’Associazione, soprattutto ci volevano i quattrini: il sostegno per la pubblicazione de “L’Ardito” venne da Mussolini. Questo aiutò molto a “ricomporre” i dissapori tra fascismo ed arditismo.

A fine maggio 1920 si tenne a Milano il 2° congresso nazionale dei Fasci: fu in questa occasione che avvenne la spaccatura tra futuristi e fascisti, con gli arditi schierati con i fascisti.

I futuristi, dopo aver dichiarato, per bocca di Marinetti, che «i Fasci di Combattimento debbono avvicinarsi alle masse, iniziando una politica decisa in difesa delle rivendicazioni proletarie, appoggiando e scioperi e agitazioni che siano formulati su un principio di giustizia», si staccarono dal fascismo. Seguì Marinetti anche Mario Carli, uscendo contemporaneamente anche dall’Associazione Arditi che aveva fondato. Fascisti ed arditi furono accusati di aver assunto un carattere decisamente reazionario, ostile alle “rivendicazioni del proletariato”.

Gli arditi si schierarono con Mussolini, visto che era lui che pagava, e sul loro giornale scrissero: «V’era [...] una tendenza demagogica, un rimasuglio di quella tabe socialista che era ed è anche ora molto comune nei fasci: la tendenza dei faciloni con le tasche piene di rimedi per il popolo, espropriatori di terre, sindacalisti, etc. etc. [...] Il discorso di Mussolini arrestò senz’altro la tendenza socialisteggiante che minacciava di iniziare una specie di corsa al più rosso su piccola scala».

Dopo qualche mese fu silurato anche Ferruccio Vecchi, il fondatore della sezione Milanese degli Arditi: tra le varie accuse che gli furono mosse v’era quella di avere creato e approfondito il dissidio coi Fasci di Combattimento e avere pubblicato, o tentato di far pubblicare, articoli para-socialisti.

D’Annunzio, perduta Fiume ed amareggiato dal tradimento dei fascisti (e non solo di loro), fin dal 6 gennaio 1921 decise che i suoi legionari avrebbero dovuto raggrupparsi in una propria associazione, indipendente e distinta da tutte le altre, con un proprio giornale e la “Carta del Carnaro” quale loro programma politico. Immediatamente fu fondata, a Milano, la Federazione Nazionale dei Legionari Fiumani, con lo scopo «di tener viva in Italia la fiamma dell’ideale sacrificato col sangue, per cui [i legionari] patirono e lottarono in Fiume durante sedici mesi» (Art. 1 dello Statuto). Nel giro di un anno furono costituite circa novanta sezioni, con undici Federazioni regionali con una decina di giornali. Naturalmente la dirigenza della Federazione fu affidata «unicamente al Comandante».

Un grosso problema che la Federazione dovette affrontare fu quella di riuscire a tener separati i legionari dai fascisti. «I legionari non devono mai dimenticare che l’unico loro Capo è il Comandante D’Annunzio e che perciò hanno il dovere di attendere la sua parola prima d’impegnarsi entrando a far parte di aggruppamenti di qualsiasi colore». Questo scriveva “La Vigilia” del 29 gennaio del 1921, e continuava: «Per essere precisi, mettiamo in guardia i Legionari contro le insidie di certi “benefattori” i quali profittano del bisogno in cui versano e – sotto colore di collocarli al lavoro – li spingono al crumiraggio più indecente. [L’articolo si riferiva allo sciopero organizzato dai dipendenti comunali di Torino fallito anche ad opera di alcuni legionari che, organizzati dai fascisti, si erano sostituiti ai netturbini ed ai becchini, n.d.r.]. In guardia dunque! Sappiano i Legionari che chiunque li incita ad occupare il posto di uno scioperante, può forse essere amico dei pescecani, ma non è sicuramente amico della Causa nostra, che non si propone certo di combattere chi lavora per tutelare quella borghesia che plaudiva ai reali carabinieri ed alle guardie regie quando compivano l’assassinio di Fiume».

Belle parole, ma il fatto era che quegli sbandati di legionari avevano bisogno di trovare qualcuno che gli assicurasse la minestra, oltre al fatto che tra loro ed i fascisti, praticamente, le differenze erano solo sfumature. Infatti i legionari, che pretendevano di difendere i proletari schiacciati dai pescecani, contemporaneamente nel loro Manifesto affermavano che uno dei pericoli imminenti per l’Italia erano «gli appetiti incomposti delle masse ubbriacate da una politica demolitrice d’ogni necessaria disciplina [...] Un internazionalismo che attinge non già alle fonti limpide della universalità concepita, prima d’ogni altra dall’anima latina; ma ai torbidi sogni fumigati su dalle steppe asiatiche».

Anche se a non tutti i nostri compagni la questione era chiara, lo era però per il partito, che affermava: «Noi vediamo nella polemica tra legionari e fascisti una preoccupazione solamente tattica. Gli uni e gli altri hanno il medesimo fine [...] Il proletariato comunista si troverà, quindi, a combattere contro un nemico di duplice aspetto. La sua azione dovrà costringerlo a consolidarsi in una sola forza controrivoluzionaria. Il fascismo e il fiumanesimo sono l’organizzazione cellulare della controrivoluzione, anche attraverso l’apparente superficiale dissidio fra le due tendenze» (“Il Comunista”, 20 febbraio 1921). Ed ancora: «Domani noi avremo nell’opposta trincea con i socialdemocratici, con i fascisti e con la guardia bianca, anche i legionari, i quali non potranno rimanere neutrali nel duello fra le classi nemiche per fare un dispetto alla borghesia, della quale pure essi fanno parte e della quale pure sentiranno di difendere la vita e la storia» (“Il Comunista”, 3 marzo 1921).

Quindi non impressionarono affatto il partito affermazioni dannunziane, frutto della contingente polemica antifascista: «Sono capaci di far valere la loro forza soltanto quando hanno il permesso delle superiori autorità e l’aiuto delle guardie regie». «Non può essere con noi chi sa di non poter essere nelle ore critiche con il popolo nelle piazze e dove più ferve la lotta e dove più il pericolo è grande».

Il 13 e 14 marzo 1921 gli arditi tennero a Milano il loro primo congresso nazionale. Mussolini, presentatosi al congresso, venne accolto con prolungati applausi. Quasi tutti gli interventi evidenziarono la totale comunanza di intenti con i fascisti.

Malgrado questa entusiastica adesione al fascismo, i delegati emiliani sostennero la necessità di differenziarsi condannando «l’aggressione dei molti contro uno», tipica delle squadre fasciste e proposero di aiutare «effettivamente le masse lavoratrici nelle oneste competizioni economiche».

Venne approvato un ordine del giorno in cui si affermava che gli arditi nella loro azione si sarebbero attenuti ai «postulati fascisti che nel nuovo schieramento dei partiti politici del dopoguerra sono i più direttamente rivolti a rinnovare la Nazione ed a consolidarla contro gli attacchi di un internazionalismo di marca prettamente straniera».

Passando poi ad esaminare i rapporti tra gli arditi e i legionari di D’Annunzio, tutti gli interventi concordarono nel dire che questi ultimi erano su posizioni ostili agli arditi e ai fascisti. Tuttavia si decise di fissare un abboccamento col Comandante allo scopo di scambiare i rispettivi punti di vista. Ma, il 5 aprile, ancor prima di ricevere i delegati degli arditi, il “Comandante” ricevette Mussolini. A conclusione del colloquio fu diramato il comunicato: «Oggi a Gardone Riviera, Benito Mussolini è stato ricevuto da Gabriele D’Annunzio. Nel colloquio è stata esaminata la situazione politica e furono gettate le basi degli accordi per la prossima lotta nazionale» (“Il Popolo d’Italia”, 6 aprile 1921). Il laconico comunicato significava che tra i due un accordo non era stato trovato e quando il 26 aprile i delegati degli arditi si recarono a Gardone, D’Annunzio non mancò di ricordare loro come lui fosse il loro “capo onorario” e che, quindi, le sue direttive dovevano essere eseguite. Inoltre rammentò come i tre quarti dei suoi legionari fossero degli arditi. I delegati presero atto della reprimenda e si dichiararono agli ordini del Comandante. “L’Ardito” relazionando sull’incontro di Gardone scrisse: «Il Comandante ha parlato assai chiaramente [...] La questione dei Legionari soprattutto, che per noi era la più penosa ed incresciosa, è stata risolta senza equivoci: e di questo siamo grati al Comandante».

Però, subito dopo, tra gli arditi e D’Annunzio ci sarà un nuovo strappo: in occasione delle elezioni del maggio 1921 gli arditi, con i fascisti, aderirono ai Blocchi Nazionali giolittiani. Al contrario D’Annunzio rifiutò le 30 candidature offertegli e, in più, proibì ai legionari di partecipare alle elezioni.

Da questi pochi cenni appare chiaro come l’arditismo (in quanto movimento, per non parlare dei suoi singoli aderenti) oscillasse perennemente tra i due opposti caporioni, Mussolini e D’Annunzio, e tra una pratica di aperta e dichiarata reazione antiproletaria e velleità “rivoluzionarie” di sinistra: sono le mezze classi che si dibattono nella loro impotenza.

La crisi tra arditismo e fascismo si sarebbe prodotta nel corso del primo Consiglio nazionale della Associazione Arditi d’Italia che si aprì a Roma il 29 giugno. Fin dalle prime relazioni si poté notare un atteggiamento ostile al fascismo: i delegati di Sicilia, Campania, Emilia, Liguria ed altri ancora dichiararono di essersi staccati dai fascisti ed uniti ai legionari dannunziani. Da Gardone il Comandante inviava il messaggio-ordine per l’unione tra arditi e legionari. Alceste De Ambris, che al congresso del marzo era stato tacciato da “losco individuo”, poteva ora partecipare al Consiglio e fare un intervento nettamente antifascista. Il nuovo ordine del giorno approvato dal Convegno dichiarava di fare propria, come programma, la Costituzione del Carnaro e di non riconoscere altro capo all’infuori di Gabriele D’Annunzio. Si invitarono «pertanto gli arditi che fanno parte dei fasci Italiani di Combattimento a dimettersi entro un necessario limite di tempo onde non danneggiare la disciplina dell’Associazione».

Su quest’ultima parte dell’ordine del giorno, votata separatamente, si verificò la spaccatura dell’Associazione Arditi. Una minoranza, con Giuseppe Bottai, votò contro e si rifiutò di dimettersi dai Fasci di Combattimento. Successivamente, a Bologna, pochi giorni prima della “marcia su Roma” fondò la Federazione Nazionale Arditi d’Italia. A differenza dell’“Associazione”, che aveva ormai scelto di sottomettersi alle direttive dannunziane, la “Federazione” si dichiarò solidale con il fascismo «poiché questo rappresenta l’unica corrente nazionale capace di cancellare un cinquantennio di rinunce, di opportunismi e di ipocrisia» (“Il Popolo d’Italia”, 25 ottobre 1922).

Tra i nomi dei componenti il Comitato Centrale ritroviamo quel Mario Carli che due anni prima era uscito dai movimenti fascisti ed arditi accusandoli di svolgere azione reazionaria ostile alle rivendicazioni del proletariato.

Da parte sua D’Annunzio si era sempre proposto come difensore delle “legittime richieste” del proletariato. La “Riscossa dei Legionarii Fiumani” nel suo supplemento del 14 maggio 1921 scriveva: «Meditino coloro che vollero un Gabriele D’Annunzio militarista, e nemico della classe operaia: meditino i proletari d’Italia che prestarono fede cieca a tutte le menzogne dei loro falsi pastori che vollero dipingere Gabriele D’Annunzio alleato dei pescecani e della reazione [...] Nello stesso momento in cui il Comandante [...] manda la sua parola di solidarietà agli scioperanti, nel momento in cui Gabriele D’Annunzio incarica Alceste De Ambris di ricordarlo ai contadini come il primo e migliore amico, il giornale “Il Progresso” vanta i giovani fascisti come i debellatori di questo sciopero. Noi [...] ci rifiutiamo di credere che in quest’opera di polizia antiproletaria possono confondersi coloro che tante volte inneggiarono a Gabriele D’Annunzio e lo acclamarono capo supremo delle loro schiere».

In seguito, quando i fascisti attaccarono il sindacato di Giulietti, questo si mise sotto l’ala protettrice del poeta-soldato per farsi proteggere dai legionari dalle aggressioni delle squadre mussoliniane. A Genova, ad una assemblea dei marittimi, il 25 aprile 1922 Giulietti affermava che «per la bontà e la giustezza della nostra causa, oggi abbiamo la solidarietà dei legionari di D’Annunzio e degli arditi d’Italia» e un ordine del giorno dell’assemblea proclamò D’Annunzio protettore della gente di mare.

Molto ci sarebbe ancora da dire sui rapporti tra il Comandante, il sindacato marittimi e non solo quel sindacato. Non dimentichiamo i grandi mandarini della CGL: il 1° aprile 1922 fu Gino Baldesi ad andare di soppiatto alla Villa “Cargnacco” di D’Annunzio. Scoperto l’incontro segreto, Baldesi si affrettò a dire che si era trattato di una sua iniziativa personale risoltasi con un nulla di fatto. Ma, al di là del nulla di fatto, che non si trattasse di iniziativa personale lo dimostra il fatto che due mesi dopo, il 26 maggio, anche Ludovico D’Aragona andò, e questi in modo palese, ad abboccarsi con il Comandante. A D’Aragona D’Annunzio regalò pure un ritratto di Dante per la Camera del Lavoro. Qualche giorno dopo D’Aragona lo ringraziò con quella lettera che fece sbellicare dal ridere l’Italia intera: «... Nei tratti lignei al lume della santa lampa spira l’angoscia dell’esilio, l’affanno contenuto del figlio profugo di villa in villa, auspicante la Patria grande...»

“Santa lampa” a parte, i pochi cenni che abbiamo dato sul presunto appoggio alle rivendicazioni del proletariato sia da parte dei legionari sia degli arditi, sono sufficienti a dimostrare che il sorgere degli Arditi del Popolo non apportò assolutamente niente di nuovo. Il filone di sinistra nazional-proletario era stato, fin dall’inizio, una delle molteplici componenti della confusa ideologia dell’arditismo.

Se dalla miserevole storia del movimento nazionale degli Arditi si scende allo specifico della sua sezione romana, che diede i natali agli “Arditi del popolo”, si arriva, non si sa bene, se al pietoso o al ridicolo.

Già il 29 giugno 1919 il prefetto di Roma con una Riservata preveniva il Ministero dell’Interno che «un capitano degli Arditi, non ancora identificato, avrebbe avuto contatti con elementi anarchici locali allo scopo di conoscere se essi fossero pronti a secondare un eventuale movimento insurrezionale. In tale colloquio [...] si sarebbe vagamente accennato al forte Pietralata, ove sarebbero accasermati dei soldati arditi e dove esisterebbe una grande quantità di bombe a mano, col proposito d’impadronirsene per tentare un colpo di mano in città».

Secondo questo astuto piano, progettato da Argo Secondari, nella notte tra il 6 e 7 luglio, il gruppo dei rivoltosi avrebbe dovuto prendere il forte di Pietralata ed impadronirsi delle armi; poi, assieme ai militari insorti, sarebbero tornati in città per occupare il Parlamento ed il Ministero dell’Interno; dopodiché assaltare le caserme dei carabinieri e della pubblica sicurezza. Portata a termine questa prima operazione avrebbero preso d’assalto il Ministero della guerra ed il Quirinale; il popolo quindi si sarebbe sollevato... ed ecco bell’e fatta la rivoluzione, con poca spesa e massimo profitto.

Secondo la questura di Roma «il Tenente Secondari aveva anche preparato dei timbri con la scritta “Comitato Combattenti e Popolo”. Riuscito il colpo sarebbero stati requisiti i negozi di generi alimentari e di tutte le altre merci e a tale scopo erano stati preparati dei cartellini con la dicitura “A disposizione del Comitato Combattenti e Popolo”» (Informativa al Ministero dell’Interno del 16 luglio 1919).

Senonché, come sempre accade nei complotti dove ci sono di mezzo gli anarchici, vi era anche una spia (e forse non solo una) che permise alle forze dell’ordine di prevenire il “moto rivoluzionario”. I capi furono arrestati all’osteria intenti a dare gli ultimi ritocchi al piano d’attacco. D’altra parte quale migliore posto di una osteria per non dare nell’occhio ed organizzare segreti piani insurrezionali? Infine quelle poche decine di aspiranti rivoluzionari che si avvicinarono al forte di Pietralata per invitare alla rivolta i soldati furono tratti in arresto dalla polizia che li aveva preceduti. Argo Secondari, riuscito a scampare la cattura, poco dopo fu arrestato pure lui. Ma già nel marzo del 1920 tornò in libertà a seguito di una amnistia.

Successivamente fu detto che il piano era stato organizzato dalla stessa polizia per dare a Nitti il pretesto di dichiarare lo stato di emergenza e di fare ricorso a sistemi coercitivi per il mantenimento dell’ordine pubblico nel Paese.

I risultati del complotto di Pietralata contribuirono ad accelerare la crisi già in atto nella sezione romana degli arditi che, di fatto, per diversi mesi risultò inesistente. Per ridargli fiato e notorietà fu pensato di compiere un atto eclatante; assaltare e distruggere la tipografia romana dell’“Avanti!”, così come avevano già fatto i confratelli di Milano. Ma a compiere l’azione furono invece i fascisti il 21 luglio 1920.

A dicembre del 1919, sotto la direzione di Giuseppe Bottai, l’Associazione sembrò uscire dalla crisi, e per raccogliere nuove adesioni se ne permise l’iscrizione anche a non-arditi. «Rompendo le sue chiuse file, allarga le iscrizioni a quanti giovani, oggi, in Italia, abbiano ardimento di pensiero di vita. Non chiusa casta di reduci, ma libera organizzazione di energie: è questa la sola maniera di traduzione dell’arditismo di guerra in arditismo di pace, concepito non come spavalda retorica, ma come ferma e tenace volontà di rinnovazione» (Documento citato da F. Cordova, “Arditi e Legionari Dannunziani”).

Si parlò ancora di complotti ed insurrezioni ed a questo scopo venne aperta una campagna di raccolta fondi. Tra i maggiori sottoscrittori troviamo il generale “Peppino” Garibaldi che avrebbe versato 8.000 lire, circa 10.000 euro di oggi; però «accortisi [...] in seguito – scrisse il Questore di Roma – che le somme in parola servivano soltanto alla pubblicazione del giornale ed a provvedere alle spese personali dei dirigenti l’associazione, Bottai, Businelli e Carli, gli elementi repubblicani ed anarchici si distaccarono e sorsero nell’associazione violente dispute fra gli aderenti» (citato da F. Cordova). I dissidenti, tra i quali primeggiava Argo Secondari, cominciarono allora a riunirsi nei locali del quotidiano “Il Tempo”, diretto dal nittiano Filippo Naldi e qui su proposta di “Peppino” Garibaldi pensarono di estromettere Bottai dalla presidenza dell’Associazione Arditi.

Dopo varie vicissitudini segnate da incontri e scontri le due “anime” dell’arditismo romano presentarono la propria lista dei componenti il nuovo Consiglio Direttivo. Il questore di Roma osservò che «nonostante l’avvenuta scissione tanto coloro che fanno capo al Bottai che quelli capitanati dal Secondari, hanno nominato Presidente Onorario il generale “Peppino” Garibaldi, il quale si afferma abbia sovvenzionato largamente l’associazione presieduta dal Bottai, mentre ora ha attirato a sé gli elementi turbolenti capitanati dal Secondari Argo, il quale è in intimi rapporti col repubblicano Ribaldi Pierino, emissario del Garibaldi, e col maresciallo Penati Antonio in servizio presso l’81° Reggimento di Fanteria».

Ma pure il filo fascista Bottai teneva il piede in due staffe, infatti il giornale ardito “Le Fiamme”, di cui era direttore, veniva stampato nella tipografia del “Tempo”. “Il Tempo” ad una delle due fazioni concedeva i locali per riunirsi, all’altra la tipografia per stampare il giornale.

Nello scontro tra Bottai e Secondari sembra che la vittoria arridesse a quest’ultimo (sembra perché la cosa è molto ingarbugliata ed a noi interessa il giusto!). Ma subito dopo si verificava una ulteriore lacerazione tra i sostenitori di Argo Secondari e quelli di “Peppino” Garibaldi. Il 4 luglio del 1920 la Questura di Roma informava il Ministero dell’Interno che «l’Associazione degli Arditi, di cui era stato eletto Presidente il noto ex tenente degli Arditi Argo Secondari [...] può dirsi sciolta».

Gli Arditi del Popolo

L’anno dopo, nel marzo 1921, si tentò, senza successo, di ricostituire la sezione romana dandone l’incarico al tenente Umberto Beer. Argo Secondari, allora, assieme al repubblicano Luigi Piccioni e all’anarchico interventista Attilio Paolinelli, pensò di dare all’associazione romana un carattere di difesa proletaria antifascista. Il 22 giugno venne convocata l’assemblea generale degli arditi e simpatizzanti allo scopo di fondare la nuova organizzazione: gli Arditi del Popolo.

Ma questa riunione, a causa dei violenti scontri tra il Beer ed il Secondari si chiuse con un nulla di fatto, quindi venne aggiornata al 27 dello stesso mese.

Nell’intervallo fra le due riunioni, Argo Secondari indirizzò, agli «Arditi del Lazio, dell’Umbria e delle Marche», un manifesto che, con uno stile di dozzinale dannunzianesimo, si rivolgeva agli «apostoli di vittoria e di fede», ai «compagni neri delle ore più nere», annunciando però che «la Resurrezione è nostra perché nostra fu la morte». E, andando di questo passo si diceva: «I tristi ci han destinato a sparire dai ricordi degli uomini, ma l’ardito risorge oggi in un costume nuovo, in un coro solenne di vittoria che sarà lugubre e tremenda nel giudizio [...] Arditi, rilanciamo il motto tremendo per una marcia di fierezza contro ogni torto, contro ogni prepotenza [...] Seppelliamo nel buio quel mondo vecchio e tarlato ed apriamo l’epoca più vera di gloria e di passione». E tralasciamo i richiami a Cristo, alla compagnia di angeli, al bacio di madre...

La nascita della organizzazione militare degli “Arditi del Popolo” si ha quindi a Roma il 27 giugno 1921, generata da una costola della scompaginata “Associazione fra gli Arditi d’Italia”. All’adunanza, alla quale il Beer non partecipò per protesta, Argo Secondari affermò: «Un solco profondo di sangue e macerie fumanti divide fascisti ed arditi».

Il suo primo Direttivo fu composto dal tenente Argo Secondari, dal tenente Ferrari e dal sergente maggiore Pierdomenici, tutti e tre ex-arditi di guerra. Il Ferrari ed il Pierdominici, per ordine di D’Annunzio, che vietava ai legionari di iscriversi ad altre associazioni, si dimisero subito dopo.

Nella stessa seduta fu costituito il “Battaglione degli Arditi del Popolo”, composto da tre compagnie: la “Dannata”, la “Folgore”, la “Temeraria”; anche i nomi non vengono scelti a caso. Il distintivo che gli Arditi del Popolo appuntano sul petto rappresenta un teschio che stringe un pugnale tra i denti, esattamente uguale a quello degli arditi di guerra. Il timbro dell’organizzazione riporta un pugnale contornato da ramoscelli di quercia ed alloro. Gli inni degli Arditi del Popolo, con alcune varianti, sono “Giovinezza” e tutte le altre canzoni di guerra degli arditi.

A differenza dell’organizzazione militare del partito, a contenuto nettamente anti-legalitario, gli Arditi del Popolo si presentavano come un movimento tendente, scrive “Il Comunista” del 23 febbraio 1922, «ad operare nell’orbita dell’appoggio di un governo parlamentare borghese. Una prova ne è data dal loro organamento a tipo “fascista”, ossia a tipo quasi legale, operante alla luce del sole, colla centrale nel palazzo Venezia, colle squadre pubblicamente costituite [...] e questo spiega il consenso di correnti nettamente controrivoluzionarie».

Improvvisamente, quasi dal niente, sorse quindi una organizzazione militare antifascista: gli Arditi del Popolo. Questa immediatamente riscosse una grande popolarità e con estrema rapidità si diffuse ramificandosi in tutt’Italia, tant’è che per un breve periodo sembrò (non certo a noi) che la formula della “difesa proletaria” potesse dare i frutti di una insperata unità di azione. Il Prefetto di Roma informò il Ministero dell’Interno che «l’organizzazione tende ad estendersi con rapidità sorprendente, specialmente a Torino, a Milano, a Genova ed a Roma, ed i resoconti giunti agli organizzatori di Roma fanno ascendere gli arditi [del popolo, n.d.r.] a parecchie migliaia».

Poi, nel giro di qualche mese, come improvvisamente era apparsa, altrettanto improvvisamente l’organizzazione scomparve.

Tutto questo dovrebbe bastare a rendere la cosa notevolmente sospetta. Per altro, ne “Il Comunista” del 4 marzo 1922 si scriveva, riferendosi agli Arditi del Popolo: «Per mostrare che via prenderebbe oggi un’alleanza generale politica e di partiti cosiddetti proletari in Italia, basta riassumere quello che risulta da mille indizi che non sono solo portato di critica ma anche di quelle informazioni che chi sta alla testa di un movimento deve sapersi procurare sui piani degli avversari... e degli alleati».

Nel prossimi capitoli verremo a descrivere come il partito di allora giudicò il movimento degli Arditi del Popolo e la conseguente tattica che proponeva si assumesse nei suoi confronti.

(continua al prossimo numero)

 

 

 

 

  


Il marxismo e la questione militare
Parte quarta - Imperialismo - C. La Prima Guerra mondiale
(continua dal numero scorso)
IX. Sul fronte italiano
Capitolo esposto alla riunione di gennaio 2017
 
1. Il giovane ma già vile imperialismo italico e il decrepito Impero austro-ungarico

La prima grande guerra sul fronte europeo nasce e si sviluppa dopo un lungo periodo di pace tra gli Stati, un mezzo secolo, ove si escludano guerre limitate nei Balcani e fuori dai teatri europei. Ma è un secolo di pace armata, nella quale gli Stati imperiali non cessano di aumentare le spese per il riarmo, che accompagnano uno sviluppo tumultuoso ed incessante della forza industriale e finanziaria. Anche se non si può parlare di corsa agli armamenti, che si concretizza negli anni di poco precedenti il fatale 1914, la guerra è il convitato di pietra che attende il momento di entrare in scena per definire, “una volta per tutte”, almeno nella concezione degli imperialismi, chi dominerà sul continente europeo. Governi borghesi di destra e di sinistra proseguono imperterriti nell’espandere la spese militare.

Occorrerà però un altro cinquantennio ed una guerra ben più devastante alla scala mondiale per chiarire e definire la questione.

Nell’Italia, che con fatica si affaccia sull’agone europeo e cerca il suo “spazio al sole” nel consesso delle potenze, quelle spese sono le più basse fra tutti: se qualche governo le incrementa sono quelli della sinistra liberale borghese, i Depretis, i Giolitti. Questo che, ancora alla vigilia dell’entrata in guerra, con un anno di ritardo, cerca di forzare la permanenza nella non belligeranza, con la famosa frase che dalla neutralità l’Italia “avrebbe avuto da guadagnarci parecchio”.

Ogni borghesia ha i suoi buoni motivi imperiali per scatenare quella che si crede una guerra intensa sì, ma di breve durata. Qualche decina di migliaia di morti, e le gerarchie tra le potenze saranno chiarite. L’episodio che causa la detonazione giunge quindi come una ineluttabile necessità storica.

Ma come organizzare una strategia globale di guerra è altra questione; riguarda gli Stati Maggiori, certamente, ma anche i Governi che devono finanziare il conflitto.

Lo Stato Maggiore dell’esercito del Kaiser ha forse le idee più chiare su come condurre lo sforzo bellico. La manovra aggirante “ampia” del Piano Schlieffen per l’attacco alla Francia a Nord-Ovest individua i principi della “guerra di movimento”, però in anticipo sulle tecnologie belliche, richiedendo capacità e rapidità dei trasporti non realizzabili allo stato dei tempi. In effetti, come abbiamo descritto nei precedenti capitoli, durante la prima fase di attacco il piano deve essere modificato; il Capo di Stato Maggiore tedesco, allora Moltke il Giovane, è costretto ad effettuare una correzione “corta” legata alla comprensione delle condizioni dei tempi di movimento e della logistica. L’avanzata verso Parigi è arrestata nel settembre del ’14, poi, dopo la battaglia della Marna, via via che il fronte di attacco si allunga verso Nord-Ovest, si allunga anche il fronte difensivo e lo scontro si impantana in una micidiale guerra di trincea: tratto distintivo e fondamentale di tutta la prima guerra mondiale sul fronte europeo. Dove artiglieria, con l’essenziale controllo degli osservatori per dirigere il tiro, mitragliatrici e barriere di filo spinato per frenare e poi bloccare l’attacco, richiedono un terrificante tributo di sangue ai fanti, contadini ed operai, che si svenano nei carnai innominabili della guerra borghese.


2. Contorsioni italiche fra neutralismo e bellicismo

L’Italia, legata fin dal 1882 ad Austria-Ungheria e Germania da un patto difensivo, la Triplice Alleanza, che ha caratteristiche solo difensive, deve entrare in guerra, ma al suo giusto momento. Non è un passaggio facile: la classe operaia e i contadini fanno sentire con vigore la loro opposizione, e nemmeno tutta la classe borghese è all’inizio unanime, con la Corona e la Chiesa. Inizia quindi il balletto sconcio delle promesse, delle concessioni sottobanco, dei mercanteggi, nei quali rifulge tanto il “genio italico” quanto il cinismo ruffiano degli Stati belligeranti, che comprendono come, malgrado l’impreparazione militare, malgrado la scarsissima fiducia delle italiche virtù guerriere e la doppiezza della borghesia, malgrado tutto, l’intervento, o anche l’astensione da parte dell’Italia potrebbe costituire lo sbilanciamento decisivo per le sorti belliche. Ed è, alla fine un calcolo giusto. Di quanto valga la sua astensione o la sua partecipazione, la borghesia italiana ne è ben consapevole.

Nel luglio del ’14 muore il capo di Stato Maggiore italiano generale Pollio e assume il ruolo l’anziano Cadorna, figlio di quel Raffaele che portò la “gloria militare” della presa di Roma; qualche mese dopo muore il Ministro degli esteri Antonio Paternò Castello marchese di San Giuliano, entrambi favorevoli alla Triplice Alleanza e vicini all’ala filotedesca della borghesia nel campo militare e in quello politico; questo è sostituito agli Esteri da Sonnino, favorevole all’Intesa.

I contorsionismi politici di tutto l’anno 1914 alla fine si devono concretizzare in una scelta di campo. La martellante propaganda interventista, appoggiata dallo schieramento filo-inglese, tutta sbracata contro la “odiata” Austria-Ungheria, che infiamma la piccola borghesia sognante gloria ed elevazione sociale, hanno alla fine sopravvento sulle strenue resistenze proletarie contro la guerra, non sostenute dal suo partito socialista, che prende una posizione falsamente equidistante, nei fatti favorevole alla guerra. Della cui drammatica gravità, però, la socialdemocrazia non si vuole render conto, cullandosi nella speranza di un duro, sanguinoso ma breve conflitto, passato il quale si possano riprendere i vili traffici della opposizione parlamentare.


3. Il “Maggio Radioso”

Gli ultimi “rilanci” della Germania per la neutralità, cadono nel vuoto. Non che avessero tanta più sostanza alla fine di quelli proposti dall’Intesa, che furono semplicemente cassati senza tante storie in sede di Conferenza di Pace dal presidente Wilson senza che Francia ed Inghilterra muovessero un dito per il rispetto del Patto di Londra. Anche le ultime offerte della Germania all’Italia (sulla pelle dell’Austria-Ungheria, per altro), almeno a leggere le memorie del generale Cramon, l’alto ufficiale di collegamento tra i due Stati Maggiori di Conrad e Falkenheim, erano destinate a rimanere carta straccia una volta terminata e vinta la guerra; e si fosse provata l’Italia a reclamare qualcosa.

Arriva infine il “maggio radioso” del 1915. Il “sacro egoismo” del Salandra, il Capo del Governo, la vince sul “parecchio” di Giolitti.

La duplice Monarchia austro-ungarica è stata costretta l’anno precedente a scatenare una guerra che non può più essere locale e contenuta, anche se forse i governanti austriaci non ne hanno completa coscienza. L’incendio si espande in Europa, in Africa, in Medio Oriente.

Il composito Stato austriaco è dilaniato da una serie di problemi derivanti dal suo mosaico di nazionalità, che si scontrano, spinte centrifughe che minano l’integrità della compagine statale. Deve chiudere i conti con la Serbia, una spina nel fianco orientale fomentatrice della più robusta struttura nazionalista anti-absburgica. Deve risolvere in qualche modo la più tenue ma non meno insistente pressione del nazionalismo italiano, oltre affrontare i tanti altri movimenti nazionalistici. Deve infine uscire da una sempre più difficile situazione economica, che la sua nominale bicefala struttura, Austria e Ungheria, complica perché i due Stati hanno un proprio peso e interessi non componibili sotto l’ombrello dell’Impero.

L’esercito è paradossalmente l’organismo statale più solido, malgrado sia costituito, come la società civile, da una serie di nazionalità e lingue diverse: la Honved, la componente ungherese, poi il complesso austro-croato-bosniaco, ed un buon contingente di soldati madrelingua italiana, di cui l’Austria-Ungheria poco si fida, ma che nel complesso si dimostrano fedeli alla Duplice Monarchia, e che saranno impiegati essenzialmente sui fronti orientali. Salvo la Marina, il cui nerbo operativo è composto da sudditi italiani.

L’apparato militare è ancora legato a vecchie concezioni strategiche, ma ha ottime capacità di tenuta, soprattutto difensiva. Ha un ottimo sistema di intelligenza militare, enormemente superiore a quello italiano, con grande capacità di leggere le informazioni sul campo, i movimenti e le intenzioni degli avversari e disporre piani di disturbo, controinformazione e diffusione di notizie per propalare falsi, per disorientare e seminare confusione.

Sul fronte italiano è capace di un uso sapiente e organizzato delle artiglierie, superiore di gran lunga all’avversario, almeno fino alla fase di resistenza sul Piave.

I piani di attacco all’Italia sono già preparati dal 1908. Quello dello scontro con l’avversario storico, dal 1848 in poi, è un chiodo fisso del capo di Stato Maggiore Imperiale, Franz Conrad von Hötzendorf, che li fa ancora aggiornare nel 1913. Gli scontri sul fronte est, con la Russia e con la Serbia, che l’Imperial Regio Esercito conduce con fatica, fanno sospendere l’aggiornamento di questi piani, che però saranno ripresi nel 1916 con l’attacco del maggio-giugno sul fronte trentino dell’Altopiano di Asiago.

Il 24 maggio l’Italia dichiara quindi guerra all’Austria-Ungheria. Il generale Luigi Cadorna è il capo di Stato Maggiore dell’esercito, scelto per anzianità tra una platea invero molto scarsa sul piano professionale.

Luigi Amedeo di Savoia assume il comando della Marina, arma che condurrà una guerra “di rimessa”, essenzialmente di appoggio ad operazioni rivierasche, mentre le flotte se ne stanno chiuse al riparo nei porti ben difesi, salvo brevi intermezzi di bombardamenti costieri di pura propaganda e terrorismo verso i civili ma di nessun significato strategico. Episodi di poco significato vedono la perdita di qualche nave, ma sostanzialmente nessuno dei due contendenti ha particolare voglia di rischiare le proprie flotte, tanto meno l’Italia, la cui Marina è inferiore per capacità di manovra e calibro alle navi austriache.

Il maggior successo per la Marina Italiana è nel giugno del ’18 con l’affondamento nelle acque del Quarnaro (Ancona) della corazzata austriaca Santo Stefano, ad opera però di un mezzo d’assalto agile e veloce, una combinazione specificamente tattica, non in grado di stabilire un vero e proprio piano strategico navale; successo che pareggia l’affondamento della corazzata italiana Leonardo da Vinci nel porto di Taranto ad opera di un sabotaggio nell’agosto del ’16. Nessuno dei due contendenti sente il bisogno di piani strategici navali, nelle strette acque dell’Adriatico.

All’entrata in guerra anche l’arma aerea non viene concepita che in funzione tattica di appoggio all’osservazione di artiglieria. Del resto in questa prima fase la qualità degli aerei italiani è inferiore a quella dei corrispondenti austriaci, non ci sono mezzi idonei ad effettuare ampi bombardamenti, che l’aviazione austriaca è invece in grado di compiere, anche se essenzialmente sulle città. Né del resto esiste ancora il concetto di bombardamento strategico e saturazione sui campi di battaglia, tanto per lo stato tecnico dei mezzi aerei quanto per l’incapacità dei Comandi di antivedere cosa avrebbe portato il futuro. Solo a guerra avanzata qualcosa cambia, i mezzi aerei italiani diventano qualitativamente migliori di quelli austriaci e l’Aeronautica si emancipa dal puro controllo del campo di battaglia ed inizia la tecnica, ancora rudimentale, del bombardamento non sulle città, ma sulle trincee.

Il colonnello Douhet teorizza i nuovi concetti strategici, ma la sua critica feroce al modo di condurre la battaglia lo porta per mesi “in fortezza”.

La propaganda nazionalista borghese lo chiama il “maggio radioso”, ma la realtà dei fatti è ben altra. L’esercito è impreparato, scarso di effettivi, ha gravi lacune organizzative, tecniche, non ha una struttura di informazione e controinformazione degna di questo nome, è carente di armamenti leggeri e pesanti, di addestramento. È diffusa, ed a ragione, la scarsa considerazione della truppa da parte della gerarchia di comando, che non si fida di una massa di coscritti che fino all’ultimo si sono opposti all’arruolamento, ma è ben decisa a mantenere ordine e disciplina feroce con ogni mezzo, ricorrendo alle pratiche più estreme; e questo sino alla fine del conflitto, malgrado il “nuovo clima” che il Comando Diaz promuove per rinsaldar le file di un esercito scosso e demoralizzato.

Quello della disciplina militare è uno dei capitoli più infami nella guerra. Tutti gli Stati Maggiori temono i proletari che hanno costretto in armi, ben sapendo il rischio per gli Stati borghesi che questo comporta, ma lo Stato Maggiore italiano è quello che più degli altri porta a livelli terribili la repressione verso la truppa recalcitrante, procedendo indiscriminatamente verso chiunque capiti sotto le unghie, non fosse altro che per “dare l’esempio”. Le cronache sono piene di episodi sanguinosi di giustizia sommaria, ma è ancora più diffuso l’utilizzo sottaciuto e diffuso della disciplina assassina verso singoli, della sopraffazione verso gli inferiori da parte della gerarchia militare. I fanti si accorgono della imminente offensiva perché i Carabinieri, le truppe scelte per il controllo dei coscritti e la repressione del dissenso, montano le mitragliatrici alle spalle della trincea per impedire ai soldati di tornare indietro o di non avanzare all’assalto. Le decimazioni senza pietà e senza processo, la Giustizia Militare che soggiace all’arbitrio dei Comandi sono i mille episodi di vera e propria guerra di classe contro i soldati, che tutte le gerarchie militari sanno benissimo essere i loro potenziali veri nemici.

Esasperata da una conduzione della guerra che la considera carne da macello, destinata a morire per la patria borghese, nella truppa serpeggia sempre, sottaciuta ma non doma, una volontà di opposizione, che però non riesce a concretizzarsi e rimane circoscritta ad individui o a piccoli gruppi. Mancò a quei contadini soldati e a quegli operai soldati dalle retrovie della società civile il necessario appoggio materiale e politico, che può venire solo da una classe operaia diretta da un partito rivoluzionario, anti-patriottico e disfattista, che non c’era.


4. Guerra e grande industria

L’Austria-Ungheria ha alle spalle già un anno di guerra durissima, sui fronti serbi e russi dove ha dislocato la maggior parte delle proprie truppe. Mentre sul fronte russo ha potuto, a volte con scarso esito a volte subendo sconfitte, praticare una guerra di ampi spazi avanzando in movimento, su quello serbo, come abbiamo visto nel corso del lavoro, si è trovata impantanata in scontri violenti in spazi angusti, attaccando posizioni dominanti ben difese, e ha sperimentato, sia pure in negativo, l’arte della difesa da posizioni superiori. La lezione è stata appresa dai Comandi dell’Imperial Regio Esercito.

I piani dello Stato Maggiore Italiano sono rimasti invece, come concezione bellica, alle guerre risorgimentali, agli scontri di masse in campo aperto, alle manovre di tipo napoleonico in cui artiglieria, fanteria e cavalleria sono usati per sfondare fronti opposti e mettere in fuga l’avversario. Le caratteristiche della guerra statica di trincea, gli ostacoli passivi (filo spinato, campi minati) e quelli attivi (mitragliatrici, che richiedono poche risorse umane ma ben addestrate, ed artiglierie, che necessitano di strutture di osservatori e direzione tiri) non sono comprese.

La guerra imporrà ad entrambi gli schieramenti un forsennato consumo di uomini e materiali; alla fine prevarrà quello italiano, sostenuto essenzialmente dagli aiuti degli alleati, ed in particolare dagli Stati Uniti, che sono il vero motore economico e finanziario, determinante nell’ultima fase del 1917-18, mentre l’impossibilità di sostenerne lo sforzo porterà al crollo prima l’Austria-Ungheria, vittima anche di una durissima carestia alimentare, e a ruota la Germania.

Per quanto riguarda l’impegno italiano in termini di truppa ed ufficiali inferiori, la leva del ’16 ed i richiami successivi portarono 1,5 milioni di soldati al fronte e 1 milione sul territorio. Con anticipi di leva e abbassamento delle caratteristiche, nel ’17 si superò costantemente 2 milioni di uomini. Un problema particolarmente critico fu la carenza cronica di sottufficiali ed ufficiali inferiori, di carriera poi di complemento: oltre 50.000 sottotenenti furono reclutati dai ceti medi, impiegatizi, studenteschi, scarsamente addestrati e il cui “consumo” nelle ostinate offensive fu altissimo.

La produzione per armamenti parte molto piano, in ritardo rispetto alle effettive esigenze, che si potevano facilmente cogliere dalla esperienza dell’anno trascorso. Con l’andar del tempo per tener dietro al cresciuto fabbisogno e al rimpiazzo dell’usurato interviene in prima fase l’Amministrazione Militare, che non è capace di reggere il passo. Viene quindi costituita una struttura specifica mista pubblica-privata di “mobilitazione industriale” guidata da un “manager” in divisa, il gen. Dallolio, con pagamenti ai fornitori privati a prezzi sempre crescenti. Naturalmente si scatena la corruzione ed il ladrocinio; ma per le esigenze belliche va ovviamente bene così.

Il mercato delle armi e degli armamenti cresce vertiginosamente di 15 volte dal 1915 al 1917. Il disastro militare della controffensiva austroungarica sul fronte dell’Isonzo nell’ottobre del ’17 con la perdita di una immane quantità di equipaggiamento militare è una manna per l’industria privata, che aumenta a dismisura le sue forniture, potendo contare sul sostegno industriale e finanziario degli alleati. Il problema del pagamento dell’astronomico debito contratto sarà tranquillamente demandato al vittorioso dopoguerra, magari mediante i “risarcimenti” dovuti dagli sconfitti. Anche se sul tavolo dei negoziati le cose non andranno proprio così.


5. Ottuse strategie borghesi - Terrore e odio nei confronti del proletario

Nel “Maggio radioso” nessuno si cura dell’assoluto dilettantismo con cui inizia la guerra. Cadorna però ne ha buona coscienza, sa che l’esercito combattente è quasi da costruire ex novo e lo fa con spietata energia. Ma anche i difetti dell’intera linea di comando hanno un peso notevolissimo. L’accentramento assoluto del Capo di Stato Maggiore non responsabilizza, ma soprattutto non supervisiona in modo efficace i subalterni. Cadorna è un buon stratega a tavolino, ma non è in grado di intervenire tempestivamente a battaglia iniziata, e in caso di insuccesso, si limita a silurare i generali (per la truppa il trattamento è ben diverso, punizioni esemplari e decimazioni nei casi peggiori) e mai a capire il perché dell’insuccesso; che è sempre colpa di qualcun’altro. Nel prosieguo delle operazioni tutti i grandi difetti del Comando si evidenziano drammaticamente.

Sul piano strategico il Comando Supremo non è capace di una gestione ragionevole delle riserve, tenute di solito, quando ce ne sono, a decine di chilometri dalla prima linea, e non è in grado di impostare l’arretramento tattico per la difesa elastica preferendo un terrificante spreco di soldati per mantenere le posizioni ad ogni costo. Si muore, ma non ci si ritira. I soldati sono carne da cannone, il cui macello è fermato solo quando davvero smisurato.

Questa scelta tattica e la strategia delle grandi offensive contro postazioni dominanti, ben difese da capi militari maestri nella tattica dell’arretramento, costerà decine di migliaia di morti inutili. Ovvero utili alla decimazione dei giovani di una classe potenzialmente rivoluzionaria.

La lezione sarà imparata e praticata solo con la resistenza sul Piave, quando sarà cambiato il Capo, e da attaccante l’esercito italiano dovrà assumere il ruolo di difensore. Ma passata quella fase, le follie strategiche degli assalti alla “si vince o si muore” riprenderanno; gli attacchi insensati alle anticime del Grappa nell’ottobre-novembre del 1918 lo evidenziano con chiarezza.


6. La conformazione dei due fronti

All’entrata in guerra i confini sono invero quanto di peggio ci possa essere per l’attaccante, laddove l’esperienza ed i relativi piani strategici si fondano ancora sul concetto della manovra in campo aperto. La realtà fisica è ben diversa.

Per comodità espositiva, distinguiamo due fronti, che da un punto di vista militare hanno sviluppi diversi: il Fronte dell’Isonzo e quello Alpino

Il Fronte dell’Isonzo corre ad est lungo una linea spezzata nord-sud e segue il tracciato del fiume dalle Alpi Carniche alla laguna di Grado. È il fronte su cui si esercita il massimo sforzo per lo sfondamento delle difese, per aprire la strada o verso l’Austria o verso l’Istria. Lo impegnano due Armate italiane, la Terza, comandata dal duca Emanuele Filiberto di Savoia, che ha sostituito il gen. Zuccari, “silurato” dopo pochi giorni di guerra, e la Seconda, comandata prima dal gen. Frugoni, poi da Capello.

Le fronteggiano le armate del generale, poi feldmaresciallo, Boroevic, slavo di Lubiana, cui sarà attribuito l’altisonante epiteto di “Leone dell’Isonzo” ed il patronimico nobiliare “von Bojna” (in croato “battaglia”).

Il fronte si svolge lungo l’arco delle Alpi Giulie. Partendo da nord, dalla conca di Plezzo si giunge alla Stretta di Saga e si arriva poi al monte Sabotino, circa a metà del fronte, che domina le basse colline dinanzi Gorizia, a sud. In questo tratto il fiume scorre tra ripidi versanti montani e collinari costituendo un ostacolo formidabile. Gli schieramenti a difesa si trovano in una eccellente condizione, di converso molto difficile per gli attaccanti. Proseguendo verso sud le trincee che fanno perno sul Sabotino difendono la città di Gorizia, fino a passare nuovamente l’Isonzo, si congiungono con le linee fortificate del massiccio del S. Michele, e proseguono lungo il ciglione del Carso fino al mare. A sbarrare la via per Trieste la montagnola dell’Hermada, monte Querceta in italiano, che sarà organizzato come una formidabile posizione difensiva.

Su questo fronte si svolsero le battaglie più cruente, con un totale di 11 offensive tra il maggio del ’15 e l’agosto-settembre ’17; da questo fronte mosse la controffensiva tedesca-austriaca dell’ottobre 1917 che travolse le linee italiane fino al Piave.

Molto più frastagliato il Fronte Alpino che va, da est ad ovest, dalle Alpi Carniche alle Dolomiti, con Cortina D’Ampezzo, il Col di Lana poi la Marmolada, la catena del Lagorai, l’Altopiano di Asiago (fronte del Trentino), il Pasubio, i monti Lessini, il breve tratto italiano della valle dell’Adige, intercetta poi la punta nord del Lago di Garda e dalle valli Giudicarie e le Alpi Camoniche fino ad arrivare al monte Adamello, al passo del Tonale, ai quasi 4.000 metri dell’Ortles del Cevedale e termina infine al passo dello Stelvio, al confine con la Svizzera.

Corrisponde grosso modo alla frontiera tra Italia e Duplice Monarchia stabilita dopo la Terza Guerra d’Indipendenza e l’annessione del Veneto. Confine essenzialmente montuoso, con andamento irregolare ed alte cime a controllare i passi alpini; un ambiente estremo in certe parti e nelle stagioni invernali, che non permette grandi operazioni di movimento, fatto salvo l’Altopiano dei Sette Comuni, che è delimitato ad est dalla Val Sugana ove scorre il Brenta e da cui si può raggiungere l’alto corso dell’Adige in territorio austriaco e quindi Trento; altopiano che a nord piomba ripidissimo sulla valle del Brenta (sempre in territorio austriaco) con la corona di montagne, Cima Dodici, Cima Undici, Cima Ortigara, Cima della Caldera, ed è limitato ad ovest dalla valle dell’Astico, che porta anch’essa in territorio austriaco.

Tutta la parte ovest dell’Altopiano è disseminata di forti, a protezione del fianco ovest, che avranno breve vita nel corso delle offensive austroungariche nel 1916 (Spedizione Punitiva, come è comunemente conosciuta). È un’area critica per il fronte italiano perché un’invasione proveniente da occidente, se non arrestata, avrebbe consentito un facile ingresso nella pianura veneta e la “presa di rovescio” delle Armate italiane impegnate sull’Isonzo. Questo concetto strategico costituirà l’asse portante dell’offensiva austroungarica del 1916.


7. Le operazioni

A maggio del 1915 quindi le truppe italiane passano il confine dopo brevi scaramucce con qualche morto da ambo le parti ed occupano i territori sgombrati dagli austroungarici, che si sono saggiamente ritirati su confini più sicuri. La guerra si preannuncia per l’Imperial Regio Esercito difensiva.

 

 

I primi giorni danno l’impressione di una guerra tutto sommato “facile”. La Prima Armata del gen. Brusati occupa da occidente il passo del Tonale e la val Camonica fino ai contrafforti del monte Pasubio, la Quarta Armata del gen. Nava occupa i passi di confine nel settore del Cadore.

Sul fronte dell’Isonzo la scarsità di truppe obbliga gli austriaci ad una disposizione più arretrata; la vallata di Caporetto è abbandonata, e le trincee, molte in via di completamento, si oppongono alle truppe italiane in posizioni dominanti. Il fronte austro-ungarico si struttura in questo modo: a partire dal monte Rombon passa per il cruciale campo trincerato di Tolmino, e mette in collegamento riva destra dell’Isonzo, molto ripida e difficile da attaccare, con le trincee del monte Sabotino sulla riva destra. Partendo da questa cima si sviluppa la difesa della città di Gorizia per ripassare l’Isonzo fino al massiccio del monte San Michele con le sue quattro cime, e, passando per il borgo di San Martino del Carso, monte Sei Busi e Doberdò del Lago, arriva al primo “ciglione” del Carso.

Le conquiste territoriali sono minime, ma la pressione delle truppe italiane desta qualche preoccupazione tra gli alleati; così, malgrado la guerra tra Italia e Germania non sia stata ancora dichiarata (l’atto formale avverrà il 1916), il 25 maggio sul fronte dolomitico trentamila soldati tedeschi dell’Alpenkorps si schierano a protezione dei passi. A fine maggio l’esercito italiano arriva a Cortina.

Sul fronte dell’Adige l’esercito italiano arriva ad Ala, all’imbocco della stretta valle del fiume e il Comando accarezza l’idea di una facile avanzata su Rovereto e Trento.

Sul fronte “delle alte cime”, ad ovest Passo del Tonale, Adamello, Ortles-Cevedale, ad est l’area delle Dolomiti, la Marmolada, il Lagazuoi, si sviluppa nei tre anni un tipo di guerra tutt’affatto particolare, combattuta da relativamente pochi uomini, fatta di colpi di mano su abissi montani, gallerie di mine da far scoppiare sotto gli arroccamenti nemici, cime, bocchette e ghiacciai ferocemente contesi, da cui controllare i passi in alta quota neppure agibili in inverno, anche se alla riapertura primaverile ed estiva possono costituire pericolose vie di ingresso alle truppe avversarie. È la guerra “eroica e pura” delle grandi altezze, contrapposta alla sudicia lotta da topi nel fango delle trincee, quella che vellica lo spirito eroicizzante di piccola e grande borghesia, che la stampa e i proclami di entrambi i contendenti esaltano al parossismo nella opinione pubblica. Una avanzata di poche centinaia di metri, una quota conquistata arditamente, e la retorica bellica italiana ed austriaca si scatena nell’ebbrezza sciovinista. Ma anche una guerra in cui il gelo e la tormenta chiedono ad entrambi i contendenti più vittime di quante se ne procurano vicendevolmente, falciati dalla “Morte Bianca”.

Una guerra che continua con alterne vicende di perdite e riconquiste sanguinose fino alla rotta dell’ottobre 1917, quando si rende necessario all’ esercito italiano il veloce sgombero di tutta l’area dolomitica e dell’Agordino, mentre ad ovest, su Adamello, Cevedale, si continua a combattere ed a morire per i soliti pochi metri di sassaie.

Due fronti sono quelli particolarmente significativi nei primi due anni di guerra, che vedono attacchi in grande stile e difese più o meno organizzate: quello del Trentino, con l’attacco dell’esercito austro-ungarico sull’Altipiano dei Sette Comuni, che impegna i contendenti in uno scontro durissimo per tutto il 1916, con alterne vicende, e una gestione da parte italiana decisamente scellerata per quanto attiene ai contrattacchi; e quello dell’Isonzo, sul quale almeno fino all’ottobre del 1917 l’esercito austriaco è in genere sulla difensiva ma opera decisi contrattacchi locali, fino a che non cede alla crisi dell’agosto del 1917.

Il fronte dell’Isonzo, con le sue undici offensive italiane, presenta momenti distinti della condotta bellica, laddove la capacità difensiva austriaca si consolida sempre uguale a se stessa, con organizzazione impeccabile delle riserve e delle prime linee, uso accorto delle artiglierie, capacità di difesa elastica del territorio e contrattacchi limitati ma efficaci, e nessuna offensiva autonoma, almeno fino all’ottobre del 1917.

L’antefatto è già stato descritto nel sostanziale fallimento delle operazioni iniziali, con i ritardi di mobilitazione, la prudenza nei movimenti e gli armamenti vecchi o non adatti.

Mentre l’Imperial Regio Esercito resta sempre sulla difensiva, la condotta delle operazioni dello Stato Maggiore Italiano evidenzia nelle totali undici offensive fino al ‘17 quattro “fasi” diverse, nelle quali appunto il macello dei nostri fratelli di classe in divisa non cambia, ma i concetti strategici hanno mutamenti di prospettiva e mezzi impiegati.

La Prima Fase della guerra, nella quale la strategia si riduce al semplice “andare comunque avanti”, si sviluppa in quattro offensive, dal giugno al dicembre 1915.

La Prima Offensiva va dal 23 giugno al 7 luglio, con gli obbiettivi a sud di Gorizia, più politici che militari, e a nord lo sgombero dell’Altopiano carsico tra Plezzo e Tolmino. Nessuno di questi obbiettivi è raggiunto, anche se l’esercito italiano supera di poco il corso meridionale dell’Isonzo. Il bilancio del macello è raggelante: morti 250.000 contro 115.000 austriaci; 15.000 fuori combattimento contro 10.000.

La Seconda Offensiva dal 18 luglio al 4 agosto presenta lo stesso sconfortante esito: il fronte si sposta solamente di qualche chilometro in avanti: viene interessato l’altopiano carsico.

Ciò che risalta è l’impreparazione alla guerra di trincea dell’esercito italiano, che non intende come l’attacco dell’artiglieria sulle prime linee avversarie batta su trincee poco presidiate, mentre il grosso delle truppe è in ricoveri fuori del tiro, pronto a riprendere posizione integro di fronte all’assalto delle fanterie italiane.

Nell’agosto si riaccende il fronte dolomitico, nella zona delle Tre Cime di Lavaredo per scardinare il dispositivo difensivo austriaco. Dopo i successi iniziali, nella valle di Sesto l’esercito italiano subisce il solito sanguinoso arresto su trincee e reticolati intatti anche dopo il feroce bombardamento, compiuto con calibri non adatti.

La Terza Offensiva si sviluppa dal 18 ottobre al 3 novembre, lanciata per alleggerire la pressione tedesca sulla Serbia. Ha un piano molto articolato, partendo dalla testa di ponte dinanzi a Gorizia con un concetto di manovra avvolgente con attacchi al monte Podgora, la cima dinanzi alla città di Gorizia per prendere di rovescio il monte S. Michele. Ma tutti gli attacchi falliscono di fronte ad una linea di artiglierie e mitragliatrici incavernate. Nel settore carsico fallisce anche l’attacco tra San Martino del Carso e il Monte Sei Busi. Ancora una volta il bilancio dei soldati messi fuori combattimento è tragico: 67.000 mila contro 42.000.

Nel novembre si riaccendono scontri sul fronte dolomitico contro il Col di Lana, conquistato con un colpo di mano, ma perso subito dopo per il solito contrattacco austriaco.

La Quarta Offensiva va dal 10 novembre al 2 dicembre e si sviluppa davanti Gorizia e sulle cime del San Michele, del Sabotino ed ancora del Podgora e sul fronte carsico.

Per un guadagno di poche centinaia di metri si contano 50.000 italiani fuori combattimento contro 25.000 austriaci: è una micidiale, durissima guerra di logoramento.

Nel periodo successivo, da dicembre a febbraio 1916, gli scontri sono limitati ad azioni ridotte sulle Alte Cime (Lagazuoi) ed in Valsugana.

A marzo 1916, fino ad agosto, ha inizio la Seconda Fase della guerra di logoramento, con la Quinta Offensiva lanciata per aiutare l’esercito francese impegnato nel ciclo offensivo di Verdun e successivamente l’offensiva russa, poi la Sesta Offensiva per l’assalto finale a Gorizia, con un sostanziale miglioramento dell’artiglieria che impiega per la prima volta le bombarde, sorta di grandi mortai a tiro parabolico corto, essenziali per la distruzione dei campi di filo spinato non altrimenti attaccabili, se non con i rudimentali tubi di esplosivo, o peggio, delle cesoie che non portano ad altro che al sacrificio dei poveri fanti comandati.

 
La Quinta Offensiva, dal’11 al 29 marzo 1916, si svolge con l’attacco continuato alle posizioni austroungariche sul fronte della Seconda e Terza Armata. Gli obiettivi della Seconda Armata erano il Mrzli, il Santa Maria, il Podgora, la Cima 4 del San Michele, le trincee della Cappella Diruta e San Martino del Carso. La Terza Armata, venuta a mancare l’azione della Seconda e con le truppe bloccate dal fango che aveva messo fuori uso molto materiale bellico, esplicò solo una forte azione di artiglieria contro gli obiettivi assegnati. Un nulla di fatto, senza sostanziali avanzamenti del fronte.


8. Prime reazioni internazionali dei socialisti

A un anno dall’inizio dell’immane carnaio, dal 5 all’8 settembre 1915, si era svolto un evento politico internazionale determinante per il movimento proletario, la conferenza di Zimmerwald tra i rappresentanti dei partiti socialdemocratici europei, provenienti da Stati in guerra tra loro: Regno Unito, Francia, Germania, Impero Russo e Italia, e dai neutrali Norvegia, Svezia, Olanda, Svizzera, Romania, Bulgaria. Cadeva l’ultimo velo sul tradimento delle socialdemocrazie, e la finzione di una vera Internazionale Socialista.

Tra quei delegati dei vari partiti nazionali che avevano aderito alla guerra borghese, non si salva certo quello italiano che con Costantino Lazzari si era ancorato all’infame formula “Né aderire né sabotare”, che aveva avuto l’unico significato di lasciar libera mano allo Stato borghese e aveva consegnato inermi i soldati alla gerarchia militare, tradendo la combattività dei moti antimilitaristi e contro la coscrizione dei proletari e dei contadini nell’anteguerra. Questa finzione di neutralità, più infame di un’adesione dichiarata, sarà smascherata tre anni dopo dallo stesso Turati, che, di fronte al disastro militare, dichiarerà che “La Patria è sul Grappa”.


9. L’offensiva sugli Altopiani

Alla metà di maggio si apre inaspettatamente un altro fronte. Non che manchino le indicazioni di disertori e avvisi dai soldati dell’area del Trentino, ma al solito il Comando Supremo non se ne dà per inteso, ed ordina alle Armate, in modo generico, di mettersi sulla difensiva, essendo la loro predisposizione essenzialmente offensiva.

Il 15 maggio 1916, dopo essere stata rimandata per qualche tempo a causa del maltempo, ha inizio l’offensiva austriaca sugli altipiani, condotta direttamente dal Capo di stato Maggiore Conrad, forte di 20 divisioni. Il piano strategico è chiaro, penetrare da nord-ovest, arrivare nella pianura veneta e spezzare in due tronconi lo schieramento italiano. L’offensiva è conosciuta come strafexpedition, spedizione punitiva, a significare la punizione per il “tradimento” dell’entrata in guerra contro i precedenti alleati. Durerà con alterne vicende fino al 27 giugno.

L’offensiva parte ad ovest del massiccio dell’Altopiano di Asiago, dalla val Lagarina, che inizia circa 10 chilometri a sud di Trento, lungo un tratto del fiume Adige, delimitata dal Lago di Garda ad ovest, dal Massiccio del Pasubio e dall’Altopiano di Folgaria ad est. Si sviluppa quindi sulla Valsugana e sulle propaggini settentrionali dell’altopiano di Asiago.

Ad ovest la resistenza italiana si stabilizza intorno al monte Pasubio con combattimenti durissimi, ed anche in Valsugana l’attacco austriaco viene arrestato, mentre sulla direttrice dell’Altopiano c’è il crollo dovuto principalmente all’incapacità dei Comandi di operare una difesa elastica, ancorati alla linea di difesa e con una gestione assolutamente incapace delle riserve, gettate senza criterio a rinforzare le aree più deboli.

 

Perse Cima Portule e Cima Mandriolo, sul ciglio nord ovest dell’Altipiano, entra in crisi la difesa della Val d’Assa. Cade Arsiero il 27 maggio, e Asiago il 28. La perdita di Arsiero, nella bassa valle dell’Astico è di particolare gravità, perché in quel punto la valle si apre alla pianura veneta, alle spalle del Piave. È il massimo di estensione raggiunta dall’esercito austriaco: “mancò un soffio”, come scrive Karl Schneller nel suo diario della Strafexpedition.

Il generale Brusati che non aveva abbandonato le posizioni iniziali d’attacco per trincerarsi in difesa, viene sostituito dal generale Pecori Giraldi, ed è costituita in fretta e furia la Quinta Armata con soldati provenienti dal fronte albanese e dell’Isonzo.

Fino al 10 giugno lo scontro infuria durissimo sull’Altipiano ma la spinta offensiva dell’Imperial Regio Esercito si va attenuando. Poi l’offensiva di Brusilov dal 4 giugno al 20 settembre costringe Conrad a dislocare truppe sul fronte russo. Nella seconda quindicina di giugno gli austriaci arretrano e l’esercito italiano riprende Asiago ed Arsiero.

Alla fine di giugno il fronte si stabilizza su una direttrice che corre dalla cima dell’Ortigara a nord, che rimane in mani austriache sino alla fine della guerra, corre verso sud fino al monte Zebio, quindi verso ovest intercetta la riva destra del torrente Assa fino a raggiungere la valle dell’Astico.

Il disastro sfiorato sull’Altipiano non è senza conseguenze. Era forse quello il momento di licenziare Cadorna, ma per questo ci vorrà l’altro disastro, ben più grave, un anno dopo. Cadorna, pur tra mille critiche resta al suo posto, il Governo Salandra va in minoranza a giugno, il 19 del mese s’installa il Governo Boselli.


10. Ancora sull’Isonzo

Sul fronte dell’Isonzo fino alla fine di luglio non si hanno importanti azioni, sono mantenute le posizioni e potenziate le scorte di materiale e di munizioni in vista dell’azione per la conquista di Gorizia, che si realizza con la Sesta Offensiva, dal 6 al 17 agosto, con il fronte che va dal Sabotino al Podgora ed è lungo in tutto circa 12 chilometri.

Il Sabotino viene conquistato in poco tempo. La sua caduta costituì la fortuna di uno dei personaggi più loschi della storia d’Italia, il generale Badoglio, che se ne prese tutta la gloria, anche se, a detta di storici e dei suoi colleghi, era usurpata. Questo figuro attraverserà due guerre e le più indecorose vicende nazionali uscendo sempre salvo anche dalle peggiori, con un opportunismo spudorato sopravvivendo a Re, Dittatori, disfatte e occupanti, fino a spirare negli anni ’50 in odore di “Padre della Patria”.

Perduto il Sabotino, la linea austro-ungarica si sgretola: il Podgora cade in mano italiana il 7 agosto con il monte San Michele e, fallita una serie di contrattacchi, gli austro-ungarici sgombrano la riva destra dell’Isonzo; l’8 agosto i primi italiani entrano a Gorizia, abitata ormai da non più di 1.500 civili

Sul massiccio del San Michele l’esercito italiano prende la vetta e il villaggio di San Martino del Carso, respingendo un contrattacco notturno delle riserve di Borojevi?. Senza più il controllo del San Michele, le forze austro-ungariche abbandonano l’intero Carso occidentale spostandosi su una nuova linea difensiva che va dal Monte Santo di Gorizia a nord, al Monte Hermada a sud, passando per le vette del San Gabriele e del Dosso Faiti.

Ma qui l’offensiva italiana si arresta. Rispetto alle passate vicende la sesta offensiva è descritta come un successo: in effetti, dopo più di un anno di assedio alle postazioni austro-ungariche, si guadagna solo qualche miglio. Anche la conquista di Gorizia è di poca importanza militare e buona giusto per gratificare l’opinione pubblica e il pollaio parlamentare. Le truppe austro-ungariche si trincerano infatti sui contrafforti montani ad est della città in una posizione fortissima, potendo oltretutto tenere sotto controllo l’intera pianura. Cadorna di questo è ben convinto, come scrive in una lettera alla figlia.

La Terza Fase della guerra si sviluppa da settembre a novembre 1916. Il concetto strategico che la sottende è il cambio dello sforzo offensivo che da logoramento passa a forti assalti di sfondamento: le “spallate”.

La Settima Offensiva va dal 14 al 17 settembre, con la dichiarazione di guerra alla Germania e l’ingresso in guerra della Romania a fianco dell’Intesa. Cadorna si è convinto che la perdita di Gorizia abbia indebolito le truppe di Borojevic e cerca di approfittare dell’entrata in guerra della Romania che, in teoria, costringerebbe l’Impero Austro-Ungarico a trasferirvi nuove divisioni. Il calcolo è sbagliato, la Romania non è in grado di opporre una valida resistenza, neppure difensiva. Invece le truppe asburgiche non sono affatto impreparate. I rinforzi, specialmente quelli materiali, sono arrivati in poco tempo e nessun uomo viene spostato verso il nuovo fronte rumeno.

L’attacco della Terza Armata su un fronte di 8 chilometri è decisamente respinto, in tre giorni di battaglia l’esercito italiano non ottiene nessun successo; entrambi gli schieramenti subiscono perdite gravissime. Qui l’esercito austro-ungarico, malgrado il successo difensivo, comincia a mostrare le prime difficoltà e defezioni. Le avverse condizioni meteo impongono una sosta e solo il 10 ottobre riprende l’attacco italiano, che raggiunge Jamiano, a sudest di Doberdò, che però non riesce a mantenere. La resistenza austroungarica salva una sua situazione critica, dal momento che le nuove difese sull’Hermada sono ancora inadeguate e l’esercito italiano riuscirebbe probabilmente a sfondare e proseguire verso Trieste.

Dopo qualche settimana riprendono gli attacchi con la Ottava Offensiva dal 10 al 12 ottobre 1916, concomitante all’offensiva russa. Con l’8ª Battaglia la linea del fronte è arrivata a pochi chilometri dalle difese della città di Trieste. Gli austriaci arretrano di alcune centinaia di metri, abbandonando il Vallone di Gorizia, ritirandosi su una nuova linea che fa perno sul Monte Santo e verso il mare si appoggia alle colline dell’Hermada.

La Nona Offensiva va dall’1 al 4 novembre 1916. Il 1° novembre inizia la 9ª Battaglia dell’Isonzo con i consueti bombardamenti seguiti dall’attacco della fanteria. Verso sera l’Undicesimo Corpo d’Armata italiano opera uno sfondamento del fronte nel suo settore, mentre il Tredicesimo Corpo d’Armata è fermato dalla violenta reazione austroungarica. Il 2 novembre sono conquistate nuove posizioni sull’altopiano carsico nella zona di Castagnevizza mentre a sud le trincee di fronte all’Hermada resistono all’esercito italiano.

Per lo scarseggiare delle munizioni e considerate soddisfacenti le nuove posizioni conquistate, Cadorna ordina la sera del 2 la sospensione delle operazioni.

Dal 1° al 4 novembre la Seconda e la Terza Armata hanno fuori combattimento circa 39.000 uomini, gli austriaci 33.000.

Alla fine del mese, approfittando di un miglioramento delle condizioni atmosferiche, l’esercito italiano riprende i bombardamenti verso le linee austro-ungariche, che si intensificano il 1° novembre. La Terza Armata, con una concentrazione di 200.000 uomini in pochi chilometri, attacca poco prima di mezzogiorno riuscendo ad avanzare di alcuni chilometri sul Dosso Faiti, una collina di 430 m. e una delle principali alture della zona, persa il 3 novembre. Il Comando austroungarico è consapevole che se l’attacco continuasse lo sfondamento italiano sarebbe inevitabile. L’ultimo battaglione di riserva è inviato sulla quota 464 vicino al Faiti per cercare di respingere l’avanzata degli italiani sei volte più numerosi. Con una tenace resistenza la quota è difesa e ancora una volta il fronte non cade.

Il 4 novembre Cadorna decide di sospendere immediatamente le operazioni. Dalla fine di agosto sono stati uccisi o catturati almeno 130.000 uomini. Da più parti ormai si hanno infatti proteste e aspre critiche sul modo di condurre la guerra e sul trattamento riservato ai soldati. Dal canto suo Cadorna risponde intensificando la censura ed infliggendo pene sempre più severe a coloro che esprimono giudizi negativi o pessimistici sull’andamento della guerra.

La Quarta Fase della guerra prende corpo nella primavera del 1917. Anche per le pressioni alleate conseguenti all’esaurimento delle offensive francesi sull’Aisne e nella Champagne, è lanciata la poderosa Decima Offensiva, dal 12 al 28 maggio 1917, con 38 divisioni. Il ritorno al concetto della manovra comporta un nuovo coordinamento delle forze: la Seconda Armata muove da Plava a Gorizia per forzare la linea montana Kuk-Vodice fino all’altopiano della Bainsizza.

La lotta, che con alterne vicende si protrae violentissima sino al 22 maggio, porta all’ampliamento della testa di ponte di Plava, alla conquista della dorsale Kuk-Vodice, al raggiungimento di importanti posizioni alle spalle di Gorizia. La Terza Armata deve forzare posizioni dell’Hermada e puntare su Trieste. Ma dell’Hermada non vengono impegnati neppure i primi bastioni di resistenza. Il solo raggiungimento delle alture del Kuk e del Vodice provoca nelle file dell’esercito italiano 112.000 caduti. Quando viene la volta dell’attacco al Monte Santo l’avanzata si arresta, i soldati italiani non riescono a muoversi dalle loro nuove posizioni e gli attacchi verso l’ultimo crinale falliscono completamente.

La controffensiva austroungarica parte dal 4 al 6 giugno 1917 sul Monte S. Marco, la pianura di Gorizia ed il Monte Faiti, sul Carso. In particolare a Flondar una manovra imprevista di infiltrazione e aggiramento operato dall’esercito austriaco, non grave ma paradigmatica perché riporta in scala ridottissima quel che avvenne poi con la rotta dell’ottobre, respinge di 1 chilometro il fronte italiano. Il piccolo disastro non porta alla comprensione e all’assimilazione del senso della tattica austriaca, ma, al solito, al siluramento del gen. Zuppelli, l’ex ministro della guerra tornato a comandare un Corpo d’Armata.


11. L’estate del 1917

Sul fronte del Trentino l’idea di riprendere l’Altopiano di Asiago continua ad essere accarezzata da Cadorna, che ordina un’offensiva a questo fine. Le avverse condizioni climatiche al marzo 1917 la fanno posporre, e poi posporre ancora. Quella che doveva essere una sorpresa, blindata dal segreto militare, diventa il segreto di Pulcinella. L’intelligenza austro-ungarica, l’organizzatissimo ed efficiente Evidentzburo, conosce tutto, consentendo di organizzare al meglio la difesa sulle posizioni dominanti delle linee austriache. La stessa operazione d’assalto italiana, guidata dal generale Mambretti, è organizzata nel peggiore dei modi.

L’Ortigara è il perno difensivo della linea austriaca, presidiato dalle migliori truppe da montagna. Le truppe italiane della nuova Sesta Armata si ammassano in pochi chilometri di spazio, causando il collasso della rete di comunicazione e dei rifornimenti, la confusione tra reparti vicini che si frammischiano nelle operazioni. Di suo ci si mette il maltempo, con pioggia e nebbia che complicano l’attacco. All’alba del 10 giugno 1917 l’offensiva inizia con le cariche delle artiglierie, che cessa dopo nove ore. Le truppe italiane sono mandate al solito macello contro le mitragliatrici austriache. Anche il giorno successivo l’attacco riprende con gli stessi esiti; la cima dell’Ortigara è temporaneamente conquistata, ma subito ripersa. I contrattacchi austriaci proseguono contro ogni avanzata dell’esercito italiano che non riesce neppure ad avvicinarsi agli obbiettivi del piano.

Dettagliare gli eventi è impossibile: un massacro insensato, che termina con un nulla di fatto. Anche le piccole conquiste di terreno, strappate con un fiume di sangue, sono abbandonate col ritorno alle postazioni di partenza. Il generale Mambretti se la cava con lo spostamento ad un tranquillo presidio di frontiera. Di quella folle ecatombe nessuno è chiamato a rispondere.

Fallisce invece nel ridicolo la cosiddetta Cospirazione di Carzano, in cui due ufficiali disertori, uno sloveno l’altro bosniaco, animati da nazionalismo anti-austriaco, rivelano ad ufficiali italiani la possibilità di un facile colpo di mano nella Valsugana che consentirebbe un’irruzione lungo il Brenta fino all’Adige: non gli crede nessuno al Comando Supremo, e la cosa finisce nel nulla.

Sull’Isonzo, dopo la pausa per la ristrutturazione ed il riarmo, si sviluppa la Undicesima Offensiva, dal 17 agosto al 10 settembre. Vede la massima concentrazione di forze per rilanciare la manovra: gli obbiettivi sono la caduta della testa di ponte di Tolmino, l’irruzione sull’altopiano della Bainsizza e l’aggiramento delle posizioni sul Carso, cui è destinata la Terza Armata a sud per cogliere di rovescio il formidabile caposaldo dell’Hermada, baluardo verso Trieste e mai accostato in un attacco diretto.

L’altopiano della Bainsizza è un territorio carsico tormentato ed arido, senza ripari naturali e aperto a tutti i venti, gelido d’invero e soffocante d’estate, senza una minima rete stradale. Da un punto di vista militare è di estrema complessità in termini logistici e di manovra. L’azione, brillante sul piano strategico ma fallimentare su quello tattico, viene condotta senza una seria e ragionata pianificazione, pur se diretta dal generale Caviglia, forse il migliore comandante dell’esercito.

L’offensiva è il più grande attacco mai operato dall’esercito italiano. Dal monte Mrzli (Tolmino) al mare, il fronte si snoda per 80 chilometri, con 25 divisioni di attacco, 18 di riserva (50 divisioni compresa la Terza Armata) per un totale di un milione e mezzo di soldati. Differenti rispetto al passato i criteri di impiego delle quasi 5.200 bocche da fuoco: preparazione breve, tiro successivo di controbatteria (a colpire i nidi delle artiglierie nemiche), tiro finale di interdizione.

L’offensiva si prolunga per un mese, con la Seconda Armata che si addentra per svariati chilometri all’interno dell’Altopiano della Bainsizza, con la conquista del Monte Santo il 24 agosto. L’entusiasmo arriva fino ai Comandi Alleati e Lloyd George si convince che la Grande Guerra sia a una svolta definitiva. Ma nei giorni seguenti quella che sembra un’inarrestabile avanzata si interrompe bruscamente; le difficoltà logistiche di trasporto dei calibri pesanti e di approvvigionamento la rallentano e l’ultimo obiettivo di questa operazione, il Monte San Gabriele, è ancora ben presidiato dagli austroungarici. Di tutta la campagna, l’unico successo è quello sulla Bainsizza, cui risponde l’esercito austro-ungarico con mirate controffensive di contenimento e in un’accanita difesa del monte San Gabriele.

Ma la situazione militare non è assolutamente buona per l’Austria; la posizione sull’altopiano è temporaneamente difesa ma non oltre difendibile e lo sfondamento è diventato una questione di risorse e di tempo, con conseguenze difficili sul corso successivo: la via per Trieste sarebbe aperta, e la sua conquista non sarebbe un obiettivo solo propagandistico, come era stato per Gorizia.

Caviglia insiste con lo Stato Maggiore della Seconda Armata perché lo sforzo principale sia diretto contro quel punto più debole e critico dello schieramento austriaco, ma il generale Capello, il comandante dell’Armata, è focalizzato sullo sfondamento nelle conche di Plezzo e Tolmino, dove regge la decisa resistenza austriaca. La criticità di quelle conche, un settore di circa 30 chilometri è evidente: portano direttamente alle testate di tre fiumi le cui vallate permettono un facile accesso alla pianura di Udine e Cividale. A loro difesa sono schierate divisioni della Seconda Armata e della Terza Armata, ma l’offensiva dell’ottobre ne dimostrerà l’inconsistenza.

Sulla Bainsizza alla fine la soluzione strategica viene risolta con un ragionevole azzardo, suggerito dal feldmaresciallo luogotenente Goiginger, tra i migliori comandanti austriaci, al feldmaresciallo Boroevic, nel deciso arretramento su posizioni più difendibili.

A questo momento il fronte si stabilizza, ed i due contendenti si trincerano in una fase di attesa, ricollocamento delle truppe e riarmo. Per i due Stati Maggiori si pone, al termine di quella lunga undicesima battaglia, il problema di come predisporsi per il prosieguo delle operazioni, tenendo in conto le proprie criticità.


12. Alla vigilia di Caporetto

Lo Stato Maggiore italiano opta per una sorta di posizione difensiva, senza precludersi la possibilità di spinte offensive di contrattacco. Cadorna in realtà teme un nuovo attacco sul fronte trentino come nel ’16, e non riesce a decidere una chiara strategia difensiva, dubitando anche di un contrattacco austriaco contro posizioni italiane che vengono credute solidissime. In questo Cadorna, Capello, tutti i capi militari si sentono molto sicuri.

Su questo equivoco di fondo si basa la balorda, da un punto di vista strategico, disposizione difensiva della Seconda Armata di Capello, organizzata in modalità offensiva. È una chiara situazione di incomprensione tra il Capo di Stato Maggiore e il Comandante d’Armata, dalle conseguenze nefaste. La mancanza di una struttura difensiva di seconda linea scaglionata su aree gradualmente successive, con truppe di riserva vicine alle prime linee, contribuisce alle condizioni del disastro militare dell’ottobre. Nella estrema ipotesi di sfondamento non viene presa in considerazione neppure una linea difensiva naturalmente forte come il Tagliamento. Dietro le prime linee italiane c’è quasi il nulla, eccettuati pochi reparti, per giunta lontani dal fronte.

Ma l’autocrate Cadorna ha forti dubbi su un contrattacco dall’Isonzo. Il Servizio Informazioni dell’esercito è una organizzazione che serve più a spiare a Roma i “nemici politici” del Generalissimo che non ad informare, studiare prove ed indizi e movimenti dell’avversario. Anzi, si affretta a confermare quel che il Capo pensa della situazione, e non si azzarda ad esprimere una valutazione in contrasto con le “Sue” convinzioni.

Eppure prove di una imminente offensiva austriaca ce ne sono parecchie. Dalle dichiarazioni dei disertori delle varie nazionalità dell’Imperial Regia Monarchia, che pervengono anche due giorni prima dell’attacco, ai più che sospetti movimenti di truppe tedesche. Ma il timore di manovre diversive e di controinformazione e i tanti bluff tattici dell’Evidenztburo austriaco, che surclassa lo spionaggio italiano, paralizzano la lucidità di Cadorna, il quale non è del resto mai riuscito ad anticipare le mosse dell’esercito avversario. Nel timore di un’offensiva dal Trentino, il Generalissimo se ne va in vacanza a ritemprarsi in villa, con l’intenzione di fare poi un’attenta ispezione su quel fronte. Che non avrà mai il tempo di fare. Ci sono tutte le condizioni per il disastro.

Allo Stato Maggiore austro-ungarico è chiaro che non può ulteriormente reggere in una condizione di perenne difesa. È necessaria un’offensiva decisa, come quella del ’16 sugli Altopiani, per togliersi da una situazione che può solo condurre alla sconfitta.

È naturale chiedere aiuto, a questo punto, all’alleato tedesco. C’è invero una conflittualità latente tra Austria-Ungheria e Germania. Carlo di Absburgo, che ha ereditato il trono dopo la morte nel 1916 dell’Imperatore Francesco Giuseppe, si trova a condurre una guerra che non riesce a risolvere. Ma non intende chiedere aiuto all’alleato, dimostrando la debolezza dell’Impero, anzi lo ha sempre tenuto lontano da quello che considera il fronte naturale di battaglia della sua dinastia e che dovrebbe concludersi con il rientro nell’Impero del Veneto perso nella seconda Guerra di Indipendenza.

Ma a questo punto è costretto, tramite il generale Waldstatten, ufficiale di collegamento tra i due Stati Maggiori, a chiedere aiuto al Capo di Stato Maggiore tedesco Ludendorff, che accetta di intervenire ma impone un comando subordinato alla Germania con il Tenente Generale Otto von Below, Capo di Stato Maggiore dell’armata di Kraft von Dellmensingen, esperto bavarese di guerra in montagna.

L’esercito tedesco è il più attrezzato dei contendenti alle manovre offensive improvvise e strategicamente perfette. Ne ha fatto ampia esperienza sul fronte occidentale, ha armamenti adatti agli assalti, un’eccellente artiglieria, usa con gelida capacità operativa i gas, ha soldati perfettamente addestrati all’infiltrazione e ad operare, pur nel quadro di una strategia ben definita, in ampia autonomia. Ha una ottima capacità di pianificazione delle operazioni. È lo strumento adatto per prendere di sorpresa una struttura burocratizzata nella catena di comando e stravolta dalle continue sanguinosissime offensive, che ha combattuto quasi sempre all’attacco e non è mentalmente attrezzata alla difesa. E i cui Capi sono fossilizzati in vecchie concezioni strategiche, senza aver nulla capito delle ultime lezioni del fronte occidentale.

C’è un altro fattore che gioca potentemente a favore dell’attaccante: la conoscenza perfetta delle disposizioni logistiche, del posizionamento delle artiglierie, la localizzazione dei comandi, della rete trasmissiva e radio dell’esercito italiano.

Questo, per contro, è di fatto l’occupante di una regione non italiana, anche se la goffa italianizzazione dei toponimi croati vuol far credere che di territorio nazionale riconquistato si tratti. Gli abitanti delle zone occupate, anche se non amano particolarmente l’Imperial Regia Monarchia, odiano di più gli “invasori” e sono una fonte più che preziosa di informazioni.

Con queste premesse, l’offensiva dell’ottobre 1917 che prende il nome dalla località di Caporetto, italianizzazione del croato Kobarid, la 12ª Battaglia dell’Isonzo, l’offensiva di Plezzo e Tolmino, è quasi una cosa assolutamente prevedibile.

Che poi l’offensiva che si doveva fermare come manovra pianificata al Tagliamento, suo obbiettivo massimo, sia proseguita e la rotta dell’esercito italiano abbia consentito alle Armate congiunte di arrivare al Piave e al Monte Grappa, è una conseguenza non di viltà dei proletari in divisa, né, purtroppo, di disfattismo, ma dell’insipienza e miopia della catena di comando italiana.

(continua al prossimo numero)

 

 

 

 

 

 

  


La successione dei modi di produzione nella teoria marxista
(continua dal numero scorso)
 

5. Il capitalismo
Capitolo esposto alla riunione generale di Torino nel gennaio 2019

1. Schiavo-Servo-Salariato

Lo studio del passato per il Partito non è un esercizio d’erudizione ma è la ricerca di norme per la guida del proletariato nel processo della sua liberazione dalle catene della schiavitù salariata. Le premesse di quella sono già presenti nel grembo della società capitalistica giunta all’estrema sua maturazione. Dopo aver portato a termine, da una parte, lo sviluppo al massimo grado – consentito dai rapporti di produzione vigenti – delle forze produttive e la loro socializzazione su scala planetaria, dall’altra, l’espropriazione dei produttori, la borghesia ha il destino segnato per l’incapacità a garantire persino la misera esistenza dei propri schiavi.

Questo studio della dottrina delle forme di produzione ci ha condotti sulla soglia della più perfezionata tra quelle basate sulla opposizione di classi, pertanto la più spietata. Ma, prima di procedere con l’analisi, è bene tornare sulle similitudini e sulle differenze fra schiavismo, servaggio e lavoro salariato.

È possibile suddividere l’intera storia dell’umanità in tre grandi ere, un percorso che conduce il comunismo primitivo al comunismo superiore attraverso un’intera epoca dominata dalla divisione in classi della società. Dal punto di vista particolare che andiamo ad analizzare, ciò che lega le forme di produzione a carattere classista è la progressiva espropriazione dei produttori dei mezzi di riproduzione della vita.

Perché una classe possa sottometterne un’altra la prima deve per necessità possedere «i mezzi di lavoro mediante i quali essa possa impiegare l’asservito e, nel caso della schiavitù, che disponga inoltre anche dei mezzi di sussistenza con i quali mantenere in vita lo schiavo» (Engels, Anti-Dühring).

Nel modo di produzione secondario il rapporto di dipendenza è ancora personale, per così dire “immediato”; relazione che si perpetua nel modo di produzione terziario, nel quale «il servo della gleba era schiavo del pezzo di terra sul quale era nato; l’operaio è schiavo delle più elementari necessità della vita e del denaro con cui deve soddisfarle; ambedue sono schiavi della cosa. Il servo della gleba aveva la sua esistenza garantita dall’ordinamento della società feudale, che assegnava a ciascuno il suo posto; il libero operaio non ha alcuna garanzia, poiché ha un posto nella società soltanto se la borghesia ha bisogno di lui, diversamente lo si ignora, come se non esistesse. Il servo della gleba si sacrificava per il suo signore in tempo di guerra, l’operaio in tempo di pace. Il padrone del servo della gleba era un barbaro, considerava il suo servo come un capo di bestiame; il padrone dell’operaio è un essere civile, lo considera come una macchina. Insomma ambedue, servo della gleba e operaio, stanno press’a poco sullo stesso piano, e se svantaggio vi è, esso è dalla parte del libero operaio. Ambedue sono schiavi, ma la schiavitù dell’uno era palese, aperta, mentre quella dell’altro è ammantata d’ipocrisia, astutamente celata a lui e a tutti gli altri, una servitù teologica, che è peggiore di quella antica» (Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra).

Engels riesce perfettamente a riassumere l’opposizione tra la condizione del servo e quella del salariato e alla fine deve concludere che l’operaio ha l’esistenza in balia della classe borghese, la sola proprietaria dell’insieme dei mezzi di produzione senza i quali la sua esistenza fisica è impossibile. Se il rapporto di sottomissione era palese nel feudalesimo, è talmente velato nel modo di produzione capitalistico da farlo apparire inesistente. Su tale apparenza torneremo per trattarla più nel dettaglio: l’illusione di una libertà definitivamente conquistata dal lavoratore salariato è la catena dorata che tiene soggiogata la razza dei nullatenenti al trionfante capitale.

Sulla scorta dei Grundrisse possiamo affermare che, con la fine del comunismo primitivo e l’ingresso nelle forme di produzione classiste, «i rapporti di dipendenza personale sono le prime forme sociali (all’inizio su una base del tutto naturale), nelle quali la produttività umana si sviluppa in un ambito ristretto e in punti isolati». A questa forma non sviluppata della soggezione dei produttori fa seguito nel capitalismo «la indipendenza personale fondata sulla dipendenza materiale» quale «seconda forma importante in cui giunge a costituirsi un sistema di ricambio sociale generale, un sistema di relazioni universali, di bisogni universali e di universali capacità». Sarà soltanto nel comunismo che la «libera individualità, fondata sullo sviluppo universale degli individui e sulla subordinazione della loro produttività collettiva, sociale, quale loro patrimonio sociale» potrà divenire la forma delle relazioni sociali.

La ricerca dei caratteri comuni alle tre differenti forme in cui si manifestano i rapporti sociali delle epoche classiste non cade nel classico inganno pseudoscientifico dei sicofanti della borghesia i quali, per sostenere la tesi della naturalità ed eternità del capitalismo, omettono di rilevarne le differenze specifiche ed arrivano, conseguentemente, ad una fantomatica definizione puramente astratta di “lavoro” in generale; in questo modo «spogliano tanto il salario quanto il plusvalore, tanto il lavoro necessario quanto il pluslavoro del loro specifico carattere capitalistico» e, così facendo, «non rimangono più queste forme, ma solo le loro fondamenta, che sono comuni a tutti i modi di produzione sociali» (Marx, Il Capitale, III, 50).

Il rapporto fra il capitale e il lavoro salariato è posto al di fuori della storia, precludendo sia la possibilità di comprendere il passato sia di individuare la necessità dello sbocco futuro. «Un pluslavoro in generale, come lavoro eccedente la misura dei bisogni dati, deve sempre esistere. Solo che nel sistema capitalistico, come in quello schiavista, ecc., esso ha una forma antagonistica ed è completato dall’ozio, null’altro che ozio, di una parte della società» (Il Capitale, III, 48). È proprio l’antagonismo di questa particolare forma di creazione del pluslavoro a venire cancellata! A scopo di conservazione dei rapporti sociali basati sullo sfruttamento dell’uomo da parte di un altro uomo, passato, presente e futuro vengono confusi in un eterno presente.

Al contrario, storicamente la forma valore assunta dal pluslavoro sorge solamente nel momento in cui la produzione e la riproduzione della vita della comunità, più o meno ampia che sia, ha come scopo la creazione di valori di scambio. Non è stato il capitale ad inventare il pluslavoro: «Dovunque una parte della società detenga il monopolio dei mezzi di produzione, il lavoratore, libero o no, è costretto ad aggiungere al tempo di lavoro necessario al proprio sostentamento un tempo di lavoro supplementare per produrre mezzi di sussistenza destinati al proprietario dei mezzi di produzione, sia esso un kalòs kagathòs ateniese, un teocrate etrusco, un civis romanus, un barone normanno, un negriero americano, un bojardo valacco, o un moderno landlord o capitalista inglese. Ma è evidente che, quando in una formazione socio-economica predomina non il valore di scambio del prodotto ma il suo valore d’uso, il pluslavoro trova un limite nella cerchia più o meno vasta dei bisogni, ma dal carattere stesso della produzione non nasce un bisogno sfrenato di pluslavoro. Perciò, nel mondo antico, il sopralavoro tocca punte terrificanti là dove si tratta di ottenere il valore di scambio nella sua forma autonoma di denaro, cioè nella produzione d’oro e d’argento. Qui, lavorare fino a morirne è la forma ufficiale del sopralavoro: basta leggere Diodoro Siculo» (Il Capitale, I, 8).

Il salto di qualità del modo di produzione capitalistico rispetto ai precedenti basati sulla divisione in classi sta nella compiuta polarizzazione fra il lavoratore senza proprietà e il proprietario non lavoratore, nella produzione di merci quale unico impulso e scopo che muove la formazione economica. «Pluslavoro, lavoro eccedente il tempo necessario per il mantenimento dell’operaio, e appropriazione da parte di altri del prodotto di questo pluslavoro, sfruttamento del lavoro, è dunque fenomeno comune a tutte le forme di società esistite sinora, nella misura in cui queste si sono mosse sul piano degli antagonismi di classe. Ma solo allorché il prodotto di questo pluslavoro assume la forma del plusvalore, allorché il proprietario dei mezzi di produzione trova di fronte a sé come oggetto dello sfruttamento il lavoratore libero, libero da vincoli sociali e libero da un possesso proprio, e lo sfrutta ai fini della produzione di merci, solo allora il mezzo di produzione assume il carattere specifico di capitale» (Anti-Dühring).

La duplicità di valore d’uso e valore ha qui raggiunto il massimo sviluppo, il secondo rapporto si è reso autonomo e si è sottomesso completamente il primo. A questo punto «tutto il sistema di produzione capitalistico si aggira attorno al problema di prolungare questo lavoro gratuito prolungando la giornata di lavoro o sviluppando la produttività, cioè con una maggiore tensione della forza lavoro, ecc.». Ragion per cui il lavoratore ha il permesso di lavorare e mantenersi in vita soltanto quando quell’attività è in grado di riprodurre profittevolmente il capitale, configurando un «sistema di schiavitù, e di una schiavitù che diventa sempre più dura nella misura in cui si sviluppano le forze produttive sociali del lavoro, tanto se l’operaio è pagato meglio quanto se è pagato peggio» (Marx, Critica del Programma di Gotha).


2. La compra-vendita della forza lavoro

L’arcano della produzione di plusvalore viene svelato solamente dalla scienza marxista la quale ha indagato in profondità la dinamica dei rapporti sociali così come si sono sviluppati nel corso del succedersi dei modi di produzione. Viceversa l’economia politica non riesce a scendere dal livello di pura “meteorologia” in quanto sofferma l’analisi sulla forma di quei rapporti così come appaiono in superficie, dove si incontrano il libero compratore e l’altrettanto libero venditore di forza lavoro.

A differenza dello schiavo e del servo, il lavoratore salariato offre la propria unica merce, la capacità di lavoro, alla classe dei borghesi; non offre direttamente la propria persona. Questa peculiarità, invece d’essere una insignificante apparenza, è ciò che permette al rapporto di capitale di spezzare i rapporti di dipendenza personali per trasformarli in una sottomissione puramente economica.

«Il lavoro non è sempre stato lavoro salariato, cioè lavoro libero. Lo schiavo non vendeva la sua forza lavoro al padrone di schiavi, come il bue non vende al contadino la propria opera. Lo schiavo, insieme con la sua forza lavoro, è venduto una volta per sempre al suo padrone. Egli è una merce che può passare dalle mani di un proprietario a quelle di un altro. Egli stesso è una merce, ma la forza lavoro non è merce sua.

«Il servo della gleba vende soltanto una parte della sua forza lavoro. Non è lui che riceve un salario dal proprietario della terra; è piuttosto il proprietario della terra che riceve da lui un tributo. Il servo della gleba appartiene alla terra e porta frutti al signore della terra.

«L’operaio libero invece vende se stesso, e pezzo a pezzo. Egli mette all’asta 8, 10, 12, 15 ore della sua vita, ogni giorno, al migliore offerente, al possessore delle materie prime, degli strumenti di lavoro e dei mezzi di sussistenza, cioè ai capitalisti. L’operaio non appartiene né a un proprietario, né alla terra, ma 8, 10, 12, 15 ore della sua vita quotidiana appartengono a colui che le compera. L’operaio abbandona quando vuole il capitalista al quale si dà in affitto, e il capitalista lo licenzia quando crede, non appena non ricava più da lui nessun utile o non ricava più l’utile che si prefiggeva. Ma l’operaio, la cui sola risorsa è la vendita della forza lavoro, non può abbandonare l’intera classe dei compratori, cioè la classe dei capitalisti, se non vuole rinunciare alla propria esistenza. Egli non appartiene a questo o quel capitalista, ma alla classe dei capitalisti; ed è affar suo disporre di se stesso, cioè trovarsi in questa classe dei capitalisti un compratore» (Marx, Lavoro Salariato e Capitale).

La condizione del lavoratore salariato è sì in parte simile a quella dello schiavo e del servo della gleba, anch’essi schiacciati sotto il potere di una classe avversa. Ma l’appartenenza degli operai moderni all’intera classe borghese, e non ad un singolo borghese, è la base sulla quale il proletariato può costruire la propria emancipazione nel comunismo. Il nullatenente è per definizione privo di proprietà, non ha da abolire una forma particolare di proprietà – quella sulla propria persona, quella sul mezzo di produzione, ecc. – ma distruggendo la proprietà privata di una classe (non la proprietà di un singolo), cancella la proprietà privata in generale. «Lo schiavo è considerato un oggetto, non membro della società borghese; il proletario è riconosciuto come persona, come membro della società borghese. Lo schiavo può quindi avere un’esistenza migliore del proletario, ma il proletario appartiene a uno stadio di sviluppo superiore della società, e si trova egli stesso su di un grado superiore a quello dello schiavo. Lo schiavo si emancipa abolendo fra tutti i rapporti di proprietà privata solo il rapporto della schiavitù, solo divenendo in tal modo egli stesso proprietario; il proletario si può emancipare solo abolendo la proprietà privata in genere» (Engels, Principi del Comunismo).

Per la prima volta nella storia il produttore non mette in vendita direttamente se stesso ma la propria capacità di lavoro. Questa circostanza, se rappresenta un progresso enorme, copre in una coltre di nebbia il rapporto di sfruttamento che sta alla base di quello che pare essere un puro scambio mercantile di equivalenti. Ma non è a livello mercantile che si penetra l’intimità dei rapporti sociali ed è proprio questa apparente uguaglianza uno degli ostacoli principali alla possibilità per il proletario di comprendere la propria collocazione sociale. «Ciò che l’operaio vende non è direttamente il suo lavoro, ma la sua forza lavoro, che egli mette temporaneamente a disposizione del capitalista. Ciò è tanto vero che la legge di alcuni paesi del Continente fissa il massimo di tempo durante il quale un uomo può vendere la sua forza lavoro. Se fosse permesso all’uomo di vendere la sua forza lavoro per un tempo illimitato, la schiavitù sarebbe di colpo ristabilita. Una tale vendita, se fosse conclusa, per esempio per tutta la vita, farebbe senz’altro dell’uomo lo schiavo a vita del suo imprenditore» (Marx, Salario, Prezzo e Profitto).

Riportiamo qui un’altra citazione che riassume l’intero capitolo: perché la compra-vendita tra proprietario e lavoratore sia possibile è necessaria la loro totale separazione di classe. «Perché il possessore di denaro trovi già pronta sul mercato la forza lavoro come merce è necessario che siano soddisfatte diverse condizioni. In sé e per sé, lo scambio di merci non include altri rapporti di dipendenza che quelli derivanti dalla sua propria natura. Stando così le cose, la forza lavoro può apparire sul mercato come merce solo in quanto e perché offerta o venduta come merce dal suo possessore, dalla persona di cui è forza lavoro. Affinché la venda come merce, il suo possessore deve poterne disporre, quindi essere libero proprietario della sua capacità lavorativa, della sua persona. Egli e il possessore di denaro s’incontrano sul mercato ed entrano in rapporto reciproco come possessori di merci di pari diritti, unicamente distinti dal fatto che l’uno è compratore e l’altro venditore quindi anche come persone giuridicamente eguali. Il perdurare di questo rapporto esige che il proprietario della forza lavoro la venda sempre soltanto per un determinato tempo, perché se la vende in blocco, una volta per tutte, vende se stesso, si trasforma da uomo libero in schiavo, da possessore di merci in merce. Deve, in quanto persona, riferirsi costantemente alla sua forza lavoro come a sua proprietà, quindi come a sua propria merce, e può farlo solo in quanto la mette a disposizione del compratore sempre soltanto in via transitoria, per un periodo di tempo determinato; gliela lasci temporaneamente in uso, e perciò, con la sua alienazione, non rinunci alla proprietà su di essa» (Il Capitale, I, 4).


3. La forma salariale del valore della forza lavoro

Le catene che legano il proletariato sono le più potenti mai costruite da una classe abbia per soggiogarne un’altra, eppure assumono un’apparenza di altrettante conquiste storiche di cui non si possa più fare a meno. Anche per questo motivo sono di difficile distruzione.

L’analisi della forma assunta dal prezzo della forza lavoro costituisce uno dei cardini della teoria scientifica del valore che Marx sviluppa in tutto il Primo Libro del Capitale ed è sempre stata un mistero sociale rivelato su cui si è spesso soffermato il suo pensiero. «Primo: il valore, o prezzo, della forza lavoro prende l’apparenza esteriore del prezzo, o valore, del lavoro stesso, quantunque, parlando rigorosamente, valore e prezzo del lavoro siano espressioni prive di significato. Secondo: benché solo una parte del lavoro giornaliero dell’operaio sia pagata, mentre l’altra parte rimane non pagata, benché proprio questa parte non pagata, o pluslavoro, rappresenti il fondo dal quale sorge il plusvalore, o profitto, ciò nonostante sembra che tutto il lavoro sia lavoro pagato. Questa falsa apparenza distingue il lavoro salariato dalle altre forme storiche del lavoro. Sulla base del sistema del salario anche il lavoro non pagato sembra essere lavoro pagato. Con lo schiavo, al contrario, anche quella parte di lavoro che è pagata appare come lavoro non pagato» (Salario, Prezzo e Profitto).

Ciò che distingue il modo di produzione capitalistico dai precedenti è la difficoltà con cui si riesce a distinguere quella parte della giornata nella quale il produttore lavora “semplicemente” per riprodurre il valore dei mezzi di sussistenza necessari alla produzione e riproduzione della razza dei senza riserve, da quella nella quale egli lavora per la classe che si appropria del plusvalore. È proprio la forma del salario che «cancella ogni traccia di divisione della giornata lavorativa in lavoro necessario e pluslavoro, in lavoro pagato e lavoro non pagato: ogni lavoro appare come lavoro retribuito. Nella corvèe, il lavoro che il servo fa per sé, e il lavoro che è costretto a fare per il signore, si distinguono nello spazio e nel tempo in modo tangibile ai sensi. Nel lavoro schiavistico, anche la parte della giornata lavorativa in cui lo schiavo si limita a reintegrare il valore dei propri mezzi di sussistenza, e nella quale, perciò, lavora di fatto per se stesso, appare come lavoro per il suo padrone: ogni suo lavoro appare come lavoro non pagato. Nel lavoro salariato, invece, anche il lavoro non pagato, il pluslavoro, appare come lavoro pagato. Là il rapporto di proprietà nasconde il lavoro compiuto dallo schiavo per sé; qui il rapporto monetario nasconde il lavoro che il salariato compie gratuitamente» (Il Capitale, I, 17).

La relazione tra lavoro necessario e pluslavoro non cambia – se non nella forma – se ci si trova in presenza di un produttore che lavora alcuni giorni della settimana per se stesso nel proprio campo ed i restanti giorni della settimana nel podere del signore senza essere pagato, oppure di un operaio che lavora sei ore al giorno per sé e le altre sei per il padrone. Questa verità è ben nascosta «dall’intervento di un contratto e della paga che ha luogo alla fine della settimana. Il lavoro non pagato in un caso appare come dato volontariamente, nell’altro caso sembra preso per forza. La differenza è tutta qui» (Salario, prezzo e profitto).


4. La duplice libertà del moderno salariato

Il proletariato ha sì conquistato la libertà rispetto agli schiavi e ai servi della gleba. E l’intero arco ideologico borghese si è sempre fatto vanto del progresso costituito dalla liberazione dagli antichi vincoli di dipendenza personale che ha consentito ai salariati di cancellare le differenze basate sulla nascita per addivenire ad una divisione in classi puramente economica. Questo processo di emancipazione è stato accompagnato dalla privazione di ogni proprietà: un proletariato “libero” da qualsiasi proprietà. È questa liberazione che ha consentito al denaro di trasformarsi in capitale, al possessore di denaro di trovare «sul mercato delle merci il lavoratore libero, libero nel doppio senso che quale libera persona dispone della sua forza lavoro come propria merce e, d’altra parte, non ha altre merci da vendere, è nudo e spoglio, libero da tutte le cose occorrenti per la realizzazione della sua capacità lavorativa» (Il Capitale, I, 4).

Nel capitalismo pertanto gli operai sono nello stesso tempo schiavi e membri della comunità. «La schiavitù della società civile è apparentemente la libertà più grande, poiché è l’indipendenza, apparentemente compiuta, dell’individuo, il quale considera il movimento non più vincolato da legami generali ma dall’uomo, il movimento sfrenato dei suoi elementi vitali alienati, per esempio la proprietà, l’industria, la religione, ecc., come la sua propria libertà, mentre essa è piuttosto la sua compiuta schiavitù ed inumanità. Al posto del privilegio è subentrato qui il diritto» (Marx-Engels, La Sacra Famiglia).

Nella schiavitù moderna, sciolti i vecchi lacci personali e finalmente spezzate le differenze di sangue, di educazione ecc., «gli individui sembrano entrare in un contatto reciproco libero e indipendente (questa indipendenza che andrebbe detta più esattamente indifferenza) e rapportarsi in questa libertà. Ma tali essi sembrano soltanto a chi astrae dalle condizioni di esistenza nelle quali questi individui entrano in contatto (ove queste condizioni sono a loro volta indipendenti dagli individui, e, sebbene prodotte dalla società, si presentano per così dire come condizioni di natura, ossia incontrollabili da parte degli individui). La condizione che nel primo caso è una limitazione personale dell’individuo da parte di un altro, nel secondo caso si presenta sviluppata come una limitazione materiale dell’individuo da parte di rapporti che sono indipendenti da lui e poggiano su se stessi. (Poiché l’individuo singolo non può eliminare la sua condizione personale, ma può ben superare e subordinare a sé rapporti esterni, nel secondo caso la sua libertà appare maggiore. Ma un’analisi più precisa di quei rapporti esterni, di quelle condizioni, mostra l’impossibilità, per gli individui di una classe ecc., di superare in massa tali rapporti e condizioni senza sopprimerli. Il singolo può casualmente farla finita con essi; la massa di coloro che ne sono dominati no, giacché il loro semplice sussistere esprime la subordinazione, e la subordinazione necessaria degli individui ai rapporti stessi). Questi rapporti esterni, oltre a non essere una rimozione dei “rapporti di dipendenza”, ne sono invece soltanto la versione in una forma generale; sono piuttosto l’elaborazione del principio generale dei rapporti di dipendenza personali. Anche qui gli individui entrano in relazione reciproca soltanto come individui determinati. Questi rapporti di dipendenza materiali opposti a quelli personali (il rapporto di dipendenza materiale non è altro che l’insieme di relazioni sociali che si contrappongono autonomamente agli individui apparentemente indipendenti, ossia l’insieme delle loro relazioni di produzione reciproche diventate autonome rispetto a loro stessi) si presentano anche così: che gli individui sono ora dominati da astrazioni, mentre prima essi dipendevano l’uno dall’altro. L’astrazione o l’idea non è però altro che l’espressione teoretica di quei rapporti materiali che li dominano» (Marx, Grundrisse).


5. La schiavitù in fabbrica

Il luogo in cui questa schiavitù è più evidente è quello nel quale si produce il plusvalore, alimento della società basata sulla produzione per la produzione. Il nuovo signore è diventato il capitalista. Il suo «potere egli lo ottiene associandosi ad altri grandi capitalisti che hanno gli stessi suoi interessi, sì da costringere efficacemente ai suoi disegni coloro che egli impiega. Ora il grande capitalista nuota nella ricchezza, del cui retto uso egli non ha né esperienza né conoscenza. Con la sua ricchezza ha acquistato un potere. La sua ricchezza e il suo potere accecano la sua mente, fino a fargli credere che ogni sua più atroce oppressione è una grazia accordata (...) I suoi servi, come vengono chiamati, di fatto i suoi schiavi, vengono ridotti alla degradazione più disperata; la maggioranza di essi viene privata della salute, del conforto domestico, delle comodità e dei sani piaceri goduti all’aria aperta nei tempi passati. Per l’eccessivo esaurimento delle loro forze, dovuto alle occupazioni monotone, lungamente trascinate, sono indotti ad abitudini abnormi e alla distorsione del pensiero e della riflessione. Non possono avere diversivi fisici, intellettuali o morali se non della peggiore specie; tutti i veri piaceri della vita rimangono loro completamenti estranei. Insomma, l’esistenza che una parte molto consistente degli operai conduce sotto l’attuale sistema, non vale la pena di essere vissuta» (Grundrisse).

Al di là di ogni apparenza la classe operaia è sotto il controllo totale dei borghesi per il fatto che questi sono i padroni dispotici di tutti i mezzi di sussistenza; questa condizione di totale soggezione è descritta magnificamente dall’opera che Engels ha dedicato alla classe operaia inglese, vero ritratto degli schiavi moderni costretti a vendersi giorno per giorno pena morir di fame e stenti. Ne riceve solo un misero equivalente che spesso è appena sufficiente a consentirgli di ripresentarsi il giorno seguente al mercato degli schiavi: «Il proletario è di diritto e di fatto schiavo della borghesia, la quale ha su di lui poteri di vita e di morte. Essa gli offre i propri mezzi di sussistenza, ma per un “equivalente”, per il suo lavoro; gli lascia perfino ancora l’apparenza di agire di sua spontanea volontà, di stipulare con essa un contratto con un’adesione libera, non forzata, da uomo padrone del proprio destino. Bella libertà, nella quale all’operaio non rimane altro che sottoscrivere alle condizioni che la borghesia gli impone, oppure... morir di fame, di freddo, dormire nudo con gli animali della foresta! Bell’“equivalente”, il cui importo è lasciato interamente all’arbitrio della borghesia! E se il proletario è tanto pazzo da preferire di morir di fame anziché accettare le “eque” proposte dei borghesi, dei suoi “superiori naturali”, beh, è facile trovarne un altro, vi sono abbastanza proletari nel mondo, e non tutti sono così pazzi, non tutti preferiscono la morte alla vita» (Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra).

Concludiamo con il Manifesto del Partito Comunista: «Ogni società si è basata finora sul contrasto fra classi di oppressori e classi di oppressi. Ma per poter opprimere una classe le debbono essere assicurate condizioni entro le quali essa possa per lo meno stentare la sua vita di schiava. Il servo della gleba, lavorando nel suo stato di servo della gleba, ha potuto elevarsi a membro del Comune, come il cittadino minuto, lavorando sotto il giogo dell’assolutismo feudale, ha potuto elevarsi a borghese. Ma l’operaio moderno, invece di elevarsi man mano che l’industria progredisce, scende sempre più al disotto delle condizioni della sua propria classe. L’operaio diventa un povero, e il pauperismo si sviluppa anche più rapidamente della popolazione e della ricchezza. Da tutto ciò appare manifesto che la borghesia non è in grado di rimanere ancora più a lungo la classe dominante della società e di imporre alla società le condizioni di vita della propria classe come legge regolatrice. Non è capace di dominare, perché non è capace di garantire l’esistenza al proprio schiavo, neppure entro la sua schiavitù, perché è costretta a lasciarlo sprofondare in una situazione nella quale, invece di esser da lui nutrita, essa è costretta a nutrirlo. La società non può più vivere sotto la classe borghese, vale a dire la esistenza della classe borghese non è più compatibile con la società».


6. Verso la negazione della schiavitù

Può sembrare che queste citazioni si riferiscano ad un tempo oramai dimenticato, relegato alla preistoria del capitalismo, ai suoi anni di giovinezza e di crescita selvaggia; in realtà la sostanza del rapporto di capitale non muta in conseguenza di leggere modificazioni della sua forma. Nessuna “industria 4.0” può cancellare l’appropriazione di plusvalore da parte di una classe ai danni di un’altra. Ancora oggi masse di «operai addensate nelle fabbriche vengono organizzate militarmente e vengono poste, come soldati semplici dell’industria, sotto la sorveglianza di una complessa gerarchia di sottufficiali e ufficiali. Gli operai non sono soltanto servi della classe dei borghesi, vengono asserviti giorno per giorno, ora per ora dalla macchina, dal sorvegliante, e soprattutto dal singolo borghese fabbricante in persona. Questo dispotismo è tanto più meschino, odioso ed esasperante quanto più apertamente esso proclama come fine ultimo il guadagno» (Manifesto del Partito Comunista).

All’inizio il produttore immediato ha perso ogni controllo sulle condizioni di riproduzione della società. Non ha più nulla da perdere se non quelle catene che abbiamo provato a descrivere in precedenza. Successivamente il sistema di fabbrica si è sviluppato nella manifattura e lo ha mutilato e storpiato trasformandolo in un semplice operaio parziale. Infine questo processo è giunto a compimento nella grande industria che ha separato la scienza dal lavoro come potenza produttiva indipendente e l’ha piegata al servizio del capitale.

Se all’inizio l’operaio vendeva al capitale la sua forza lavoro perché gli mancavano «i mezzi materiali per la produzione di una merce, ora la sua stessa forza lavoro individuale vien meno al suo compito quando non sia venduta al capitale: funziona ormai in un nesso esistente solo dopo la sua vendita, nell’officina del capitalista. Reso incapace per costituzione naturale a compiere alcunché di indipendente, l’operaio manifatturiero si riduce a sviluppare l’attività produttiva come puro e semplice accessorio dell’officina del capitalista» (Il Capitale, I, 12). La scienza – al servizio del capitale, s’intende, non potendo esistere scienza slegata dal modo di produzione del quale è il riflesso spirituale – si erge di fronte agli operai «come piano, praticamente come autorità del capitalista, potere di una volontà estranea che sottomette la loro attività ai propri fini» (Il Capitale, I, 11).

Nel capitalismo l’intero processo produttivo si è reso autonomo ed opposto ai produttori e li domina. Tuttavia questo è il presupposto oggettivo e soggettivo perché questa potenza possa ritornare al servizio di una società liberata dalla divisione in classi. Abbattute le sopravvivenze politiche borghesi ed economiche del capitale, si darà inizio ad una progressiva liberazione delle forze produttive e delle abitudini individuali e sociali, che porterà il lavoro a divenire “il primo bisogno dell’uomo”, la sua “auto-realizzazione”. «Il che non significa affatto che sia un puro spasso, un puro divertimento, secondo la concezione ingenua e abbastanza frivola di Fourier. Un lavoro realmente libero è al tempo stesso la cosa maledettamente più seria di questo mondo, lo sforzo più intensivo che ci sia. Il lavoro di produzione materiale può acquistare questo carattere solamente 1) se è posto il suo carattere sociale, 2) se è di carattere scientifico, e al tempo stesso è lavoro universale (...) una attività regolatrice di tutte le forze naturali» (Grundrisse).

(continua al prossimo numero)

 

 

 

 

 

 

 


Ricapitolando sulla questione cinese
Primo capitolo esposto alla riunione di Firenze nel gennaio 2018

Il lavoro del partito sulla Cina

Con questo primo rapporto riprendiamo lo studio della questione cinese che, nel corso degli anni, ha avuto nel nostro lavoro di Partito abbondanti sviluppi.

Scrivevamo nel 1970: «Nella dottrina marxista e nella storia delle lotte di classe del proletariato mondiale, la Cina occupa un posto che solo il nostro Partito ha saputo difendere contro il tradimento del social-imperialismo russo e le falsificazioni della storiografia nazionale maoista» (“Riprendendo la questione cinese” (Il Programma Comunista).

Contro traditori e falsificatori che annunciavano la “costruzione del socialismo” in Cina e altrove, il Partito ha sempre ribattuto che tale “costruzione del socialismo” altro non poteva significare che l’accumulazione del capitale e l’estensione di un’economia di mercato, sottolineando comunque la grande portata storica di quegli eventi. La rivoluzione cinese «è stata capitalistica, ma è stata», e fin dall’inizio dovette assolvere al suo compito storico di sviluppare il capitalismo, di favorire il commercio e l’industrializzazione dell’immenso paese, dominato da uno sconfinato e arretrato mondo rurale.

Negli anni Ottanta, a conclusione di un approfondito lavoro, “L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato” (Il Partito Comunista, 1980-84), nel capitolo “Bilancio di una rivoluzione borghese” ribadivamo un punto fermo nell’approccio della nostra scuola alla questione cinese: «Da quando l’Ottobre russo, come vittoria proletaria internazionale, è stato spento dall’ondata controrivoluzionaria di nazionalismo grande russo, il fatto più rivoluzionario della storia contemporanea è stata la rottura della tradizionale immobilità economica e sociale dell’Asia, evento al quale la rivoluzione cinese, con le sue alterne vicende di avanzamenti e rinculi, ha grandemente contribuito».

La grande stabilità delle costruzioni storiche è stata una costante inderogabile dell’evoluzione sociale cinese ed estremamente lungo ed arduo è stato lo sforzo rinnovatore tendente a creare nuove forme sociali. Ancora una citazione, tratta da “Le lotte di classi e di Stati nel mondo dei popoli non bianchi storico campo vitale per la critica rivoluzionaria marxista” (Il Programma Comunista, 1958): «Perché le forze rivoluzionarie, germinanti nella decrepita società agrario-burocratica, riuscissero finalmente a soverchiare la resistenza opposta dal campo della conservazione, è occorso un lavoro titanico che copre un secolo intero, quanto corre tra la prima guerra dell’oppio e la fondazione della Repubblica Popolare, e cioè tra il primo sconvolgente urto vibrato dall’esterno al mummificato edificio della monarchia Manciù e il costituirsi della Cina nelle forme dello Stato moderno».

Il secolo della rivoluzione cinese racchiude in un medesimo arco di tempo una sequenza incessante di avvenimenti, mutamenti, guerre, rivoluzioni e controrivoluzioni che non ha paragoni nella storia di altre nazioni. Ma la rivoluzione cinese, pur mirando a finalità nazionali, si sviluppa in stretta connessione dialettica col mutare dei grandi eventi mondiali, per cui la Cina diventa il principale teatro su cui si intrecciano e scontrano la penetrazione dell’imperialismo, con le sue crisi e le sue guerre, la rivoluzione nazionale e la rivoluzione socialista. In particolare la vittoria rivoluzionaria dell’Ottobre aveva aperto alla Cina la grande prospettiva delineata dalle Tesi dell’Internazionale, per cui nello scontro mondiale contro il capitale, era necessaria la saldatura tra le lotte dei proletari delle metropoli e quella dei popoli d’Oriente.

Dal 1920 al 1927 la Cina ha dato il più importante esempio di un’azione indipendente della classe proletaria nella storia dei moti anticoloniali, e ciò rappresenta un’altra ragione fondamentale per cui occupa un posto di prim’ordine nel lavoro di Partito. Negli anni Venti il proletariato cinese, in numero fortemente ridotto rispetto all’oceano contadino, riuscì ad avere un posto di assoluto rilievo nelle lotte di classe che si svilupparono in Cina e si pose alla testa della nascente rivoluzione. I sindacati, quasi inesistenti in Cina prima degli anni Venti, si formarono in quegli anni, e condussero lotte e scioperi che furono delle vere e proprie guerre di classe, che lasciarono sul campo tanto sangue operaio ma anche delle significative teste di ponte, come la vittoria dell’insurrezione di Shanghai, che prima di essere sconfitta dalle armi di Chiang Kai-shek fu disarmata e condotta al massacro dal tradimento staliniano.

Il Partito Comunista Cinese, sebbene poco numeroso alla nascita, si mise ben presto alla testa dei sindacati e divenne il punto di riferimento per il proletariato cinese e, in alcune zone, anche per le masse contadine. Il PCC, che era nato nel ’21 come il Partito in Italia ma senza avere dietro di sé una consolidata tradizione marxista, si sviluppò nel pieno di grandi lotte sociali e avrebbe potuto assumere il ruolo di guida della rivoluzione cinese se l’opportunismo, che era penetrato nell’Internazionale Comunista, non lo avesse condannato a rinunciare alla sua autonomia politica ed organizzativa. L’Internazionale, facendo entrare il PCC nel Kuomintang e affidando a quest’ultimo la guida della rivoluzione cinese, determinò l’inevitabile sconfitta del comunismo in Cina.

La disfatta dei comunisti in Cina, imputabile essenzialmente alla direzione politica dell’Internazionale, ha avuto per le rivoluzioni dell’Oriente l’importanza che in Europa ebbe il fallimento della rivoluzione tedesca.

Ritornare sulle grandi lotte che hanno sconvolto la Cina negli anni Venti significa per il Partito ricercare le cause della sconfitta e prepararsi per il prossimo assalto rivoluzionario. Il Partito, da sempre, ha sostenuto (“Tesi di Napoli”, 1965) che «teoria ed azione sono campi dialetticamente inseparabili e gli insegnamenti non sono libreschi o professorali ma derivano da bilanci dinamici di scontri avvenuti tra forze reali di notevole grandezza ed estensione, utilizzando anche i casi in cui il bilancio finale si è risolto in una disfatta delle forze rivoluzionarie», metodo che noi chiamiamo “lezioni delle controrivoluzioni”.

Il 1927 rappresenta la sconfitta della rivoluzione proletaria in Cina. Da allora il movimento rivoluzionario riprenderà solo dopo la Seconda guerra mondiale, ma dalle zone agricole e più arretrate della Cina, con un carattere di classe assolutamente diverso, nazionalista ed antimperialista e non comunista. Da queste regioni le armate contadine di Mao dilagheranno a conquistare le città, fino alla costituzione della Cina in Stato nazionale indipendente nel 1949.

La realizzazione dell’unità e dell’indipendenza nazionale costituiva la premessa per lo sviluppo borghese in Cina. La Cina di oggi, dopo travagliati decenni di sviluppo capitalistico, è diventata uno dei maggiori Paesi imperialisti, e si presenta sul mercato mondiale come un brigante tra i briganti, pronta a sostituirsi agli Stati Uniti come maggiore potenza mondiale. I proletari cinesi oggi conoscono bene cosa significa portare le catene dell’oppressione capitalistica e domani saranno chiamati a versare anche il sangue per la Patria dei borghesi.

L’imperialismo cinese cerca, e cercherà sempre di più di corrompere le giovani generazioni operaie per distoglierle dalla lotta per i propri interessi, per provare a fermare le lotte rivendicative che crescono sempre di più. I proletari cinesi non hanno da schierarsi a sostegno del proprio imperialismo. Devono al contrario continuare ad estendere la lotta per aumenti salariali, per la riduzione dell’orario di lavoro, dando impulso all’organizzazione di classe, alla rinascita di sindacati classisti, e tornare a ricollegarsi con il programma del comunismo rivoluzionario.

Non è qualcosa di nuovo per il proletariato cinese. Quel giovane proletariato ha una gloriosa tradizione a cui richiamarsi: tornerà ai metodi di lotta e di organizzazione delle sue prime generazioni di operai.


1. La fine dell’isolazionismo cinese

Per poter compiutamente descrivere la lotta di classe che si sviluppa in Cina negli anni Venti, è necessario ricostruire gli sconvolgimenti delle vecchie forme economiche e delle organizzazioni sociali che si sono succedute nell’immenso paese.


1.1 Le guerre dell’oppio e la rivolta dei Taiping

Scrive Marx nel Manifesto del Partito Comunista: capitolo “Borghesi e proletari”: «La scoperta dell’America, la circumnavigazione dell’Africa crearono alla sorgente borghesia un nuovo terreno. Il mercato delle Indie orientali e della Cina, la colonizzazione dell’America, gli scambi con le colonie, l’aumento dei mezzi di scambio e delle merci in genere diedero al commercio, alla navigazione, all’industria uno slancio fino allora mai conosciuto, e con ciò impressero un rapido sviluppo all’elemento rivoluzionario entro la società feudale in disgregazione».

Verso il Cinquecento tra Europa e Asia non ci sono scontri politici o militari, ma è in corso una lotta sul terreno economico. Ad imporsi saranno gli Stati che riusciranno ad accelerare il ritmo dell’accumulazione originaria, a formare grandi fortune mercantili e finanziarie, presupposto e punto di partenza del modo di produzione capitalistico. «La grande lotta tra l’Asia e l’Europa si deciderà sui mari, sulle rotte oceaniche che apriranno la strada al commercio mondiale» (“Particolarità dell’evoluzione storica cinese”, Il Programma Comunista 1957).

Alla fine, gli Stati che riusciranno a monopolizzare il commercio mondiale, che saranno in grado di schierare potenti flotte commerciali e da guerra per eliminare i loro concorrenti, sono gli Stati che usciranno vincitori.

La grande svolta intorno al Cinquecento è che il commercio ha assunto un’importanza che supera paesi e continenti, è diventato mondiale. È pertanto fondamentale collegare direttamente i due continenti. L’Asia non partecipa a questa impresa, lo faranno i nuovi Stati sorti sull’Atlantico. Le nuove monarchie di Spagna, Portogallo, Francia e Inghilterra possiedono i mezzi finanziari necessari ad allestire flotte per le spedizioni oceaniche. La scoperta dell’America permette a Spagna e Portogallo di conquistare immensi territori, ma non ha un’influenza immediata sulla storia mondiale. Fondamentale è la circumnavigazione dell’Africa di Vasco da Gama e successivamente l’eroica spedizione di Magellano che, spingendosi fino all’Atlantico australe, trova il passaggio a Sud-Ovest sfociando nel Pacifico. La circumnavigazione del globo sanziona il primato dell’Occidente, poco importa se esso passerà da iberici a olandesi, inglesi e francesi. La vittoria dell’Europa è completa: l’accerchiamento dell’Asia è compiuto.

Tale superiorità navale dell’Occidente non era frutto del caso. La tecnica delle costruzioni navali e l’arte della navigazione avevano avuto un grande impulso in Occidente, perché la civiltà nata sulle rive del Mediterraneo aveva imposto ai popoli che aspiravano alla supremazia di dotarsi di moderne flotte, di diventare delle potenze navali. Al contrario gli Stati asiatici non hanno mai avuto la necessità di dotarsi di flotte paragonabili a quelle dell’Occidente. La Cina, per esempio, era minacciata dalle invasioni di barbari che provenivano da nord, mentre non aveva da affrontare il pericolo di invasioni dal mare. L’Oceano era per essi una barriera insormontabile. Quando l’Oceano fu violato, si trovarono senza difese. L’Asia, che per millenni era stata la fonte inesauribile di popoli conquistatori che invadevano l’Europa, diverrà a sua volta oggetto d’invasione e di brutale conquista. I nuovi conquistatori non verranno a dorso di cavallo come le vecchie tribù nomadi, ma con navi da guerra e cannoni prodotti dalla moderna industria.

Nella prima metà del Cinquecento, i primi ad arrivare in Cina sono i portoghesi, seguiti poi da inglesi, francesi, olandesi. Da questo momento ha inizio un lento ma continuo sgretolamento della potenza cinese.

Nella sua prima fase, l’espansione occidentale non è in grado di scalfire uno Stato ben organizzato come quello cinese. La libertà di commercio è fortemente limitata. Verso la fine del Seicento, sotto la dinastia Qing è permesso agli stranieri di commerciare con la Cina solo nel porto di Canton. I mercanti europei sono considerati pericolosi dalla Corte cinese e si tenta di porli sotto controllo burocratico. Viene creata una gilda di mercanti cinesi, chiamata Co Hong (formalizzato con un editto imperiale del 1760), che ha il monopolio del commercio con gli stranieri ed è strettamente connessa alle autorità cinesi.

Dinanzi agli emissari del capitalismo occidentale, che spingono per un maggiore accesso al ricco mercato cinese, la Cina si chiude in se stessa; ancora fino al 1793, quando gli inglesi avanzano alla Corte cinese richieste per una maggiore apertura al commercio, queste sono fermamente respinte.

Ma l’Inghilterra, divenuta la fabbrica del mondo, non può più fare a meno di un mercato così vasto per la sua produzione industriale; non può continuare ad importare i prodotti di cotone e di seta prodotti dall’artigianato domestico cinese; le importazioni di tè cinese, che aveva preso il posto del latte nella magra colazione del lavoratore inglese, sono aumentate considerevolmente. Per far fronte a questo deficit commerciale sono utilizzate grandi quantità d’argento.

L’Inghilterra ferma questa emorragia di metalli preziosi con il commercio dell’oppio. Vendendo questa droga in Cina gli inglesi risolvono la loro principale difficoltà: i prodotti cinesi, principalmente tè e seta, prima pagati in argento, possono essere scambiati con l’oppio. L’argento, nel primo periodo di scambi importato in massa dai cinesi, dal 1826 comincia a defluire.

Marx ricostruisce la storia del commercio dell’oppio. Fino alla metà del Settecento la quantità di oppio esportata in Cina si era limitata a poche centinaia di casse, e il prodotto era utilizzato principalmente come medicinale. Il quasi monopolio di questo commercio con la Cina era detenuto dai portoghesi che si procuravano la droga in Turchia. Ma nel 1773 i dirigenti della Compagnia delle Indie Orientali ebbero l’idea di coltivare l’oppio in India e di esportarlo in Cina. Ad inizio Ottocento le casse di oppio importate in Cina erano salite ad oltre duemila, e negli anni seguenti proporzioni sempre più vaste: nel 1820, le casse introdotte in Cina era salite ad oltre cinquemila, settemila nel 1821, per superare le dodicimila nel 1824. Nel 1837 le casse di oppio contrabbandate in Cina erano trentanovemila.

Fino a questo momento gli scambi con l’estero avevano permesso alla Cina di incamerare grosse quantità di argento. Ma nel 1837 il Governo cinese si trovò al punto in cui un intervento radicale non poteva essere più differito: il continuo drenaggio di argento per pagare l’oppio cominciava a disorganizzare le finanze e a sconvolgere la circolazione monetaria dell’Impero. Il Governo decise di «non legalizzare lo scellerato commercio, a causa del danno che esso arrecava al popolo» (Marx, “Libero scambio uguale monopolio”). E si rifiutò anche di applicare un’imposta il cui gettito sarebbe aumentato in proporzione alla decadenza fisica e morale del popolo. Le misure eccezionali del Governo cinese a partire dal 1837 culminarono nella confisca e distruzione dell’oppio contrabbandato. Ciò fornì il pretesto per la prima guerra anglo-cinese.

L’attacco militare che la principale potenza dell’epoca, l’Inghilterra, seguita poi dalla Francia, sferra più volte contro la Cina per spezzarne l’isolazionismo mira esclusivamente a rimuovere un ostacolo che si oppone al commercio capitalista. L’espansionismo capitalistico, per le inflessibili leggi economiche che lo governano, tende ad allargare incessantemente i confini del mercato mondiale, a distruggere qualsiasi barriera lo ostacoli, e non poteva arrestarsi davanti alla chiusura dei porti cinesi. L’Impero cinese, che aveva bandito l’oppio, viene forzato con le armi a riammetterne l’uso; la Cina, che non produceva tale droga, è costretta ad importarla dall’India in quantità sempre crescenti e a permetterne il libero commercio al proprio interno.

La Cina diventa così un mercato coatto del capitalismo occidentale. Attraverso la breccia aperta dalla droga, e via via allargata dai cannoni inglesi e francesi durante le due guerre dell’oppio del 1839-42 e del 1856, irrompono anche tutti gli altri prodotti. Dal 1860, anno della fine della seconda guerra dell’oppio, gli occidentali estendono la loro penetrazione anche nella Cina del Nord e nell’interno; nel 1870 vi sono in Cina circa 15 “porti aperti”. Con l’ingresso delle cotoniere inglesi, l’esportazione di tessuti dalla Cina comincia a declinare. L’importazione di manufatti di cotone cresce fino a rappresentare circa un terzo delle importazioni complessive cinesi nel 1870; pochi anni dopo è la principale importazione, avendo scavalcato l’oppio. Tra il 1870 e il 1880 l’oppio e i tessuti di cotone continuano ad essere tra i principali prodotti esportati in Cina, ma si sviluppa anche l’esportazione di altri prodotti, principalmente metallici e metallurgici.

A partire dalla seconda metà degli anni Ottanta dell’Ottocento la penetrazione straniera in Cina si accresce e assume forme nuove. Il ritmo incalzante dello sviluppo industriale occidentale, l’apertura del Canale di Suez, del 1869, lo sviluppo della navigazione a vapore, danno un forte impulso all’aumento degli scambi commerciali con la Cina e soprattutto ad un forte incremento delle esportazioni in questo Paese, il cui valore raddoppia in un decennio fra il 1885 e il 1894. Questi sono gli anni in cui la bilancia commerciale volge definitivamente a vantaggio degli stranieri.

Commercio estero cinese
(in migliaia di liang)
Anno Importazioni Esportazioni Differenza
1864 51.293 54.006 +2.713
1870 69.290 61.682 -7.508
1876 70.269 80.850 +10.581
1887 102.263 85.860 -16.403
1890 127.093 87.144 -39.949
1894 162.110 128.997 -33.223

Negli ultimi decenni dell’Ottocento avviene il passaggio del capitalismo alla sua fase imperialistica. Anche in Cina all’afflusso di merci presto seguono gli investimenti di capitale e i prestiti internazionali. Verso la fine del secolo la vita economica cinese è in mano agli stranieri, che ne possiedono i principali settori.

Ma la sconfitta militare nelle due guerre dell’oppio determina anche l’asservimento politico della Cina, che deve subire le imposizioni delle potenze occidentali. Con la guerra sono imposti i cosiddetti “trattati ineguali”. In base a questi la Cina deve pagare pesanti indennità che contribuiscono a dissanguare le casse imperiali; è imposta l’apertura ai traffici mondiali di porti di mare e di fiumi; i dazi cinesi sono limitati ad una tariffa del 5%; le merci straniere in Cina non sono sottoposte alla tassa di circolazione, il “lijin”; sono instaurate le concessioni territoriali, da cui si origineranno le diverse sfere d’influenza dei Paesi imperialisti; è introdotto il regime di extraterritorialità, in base al quale i cittadini stranieri sono sottratti alla giurisdizione cinese ed esentati dal pagamento delle imposte; infine le navi da guerra delle potenze straniere possono stazionare nei porti aperti e approdare in ogni porto cinese «quando l’avessero richiesto gli interessi del commercio». La Cina non cade direttamente sotto il controllo coloniale solo a causa delle acute rivalità fra i briganti imperialisti.

La dinastia imperiale, oltre ad essere piegata dalla forza delle potenze straniere, deve fronteggiare anche gravi difficoltà interne. Le guerre dell’oppio, avendo provocato uno sconvolgimento del vecchio equilibrio economico, determinano profonde crisi sociali. La diffusione dell’oppio, il deflusso dell’argento, il dilagare di manufatti stranieri aggravano ulteriormente una crisi agraria che affonda le radici nel rapido aumento della popolazione e nella penuria di terre coltivabili. Questi fenomeni si innestano sulla tradizionale povertà del contadino cinese, che l’arrivo degli occidentali ha esasperato. Tutto l’edificio sociale pesa sulle spalle dei contadini, che pagano l’affitto ai proprietari fondiari, l’interesse a mercanti e usurai, e le imposte allo Stato. Inoltre nella metà del XIX secolo si hanno ripetute carestie, siccità e inondazioni, di fronte alle quali il potere imperiale, le cui casse sono svuotate, è impotente: senza mezzi finanziari adeguati non si possono attuare i necessari lavori di regolamentazione delle acque.

Storicamente in Cina quando il peso cumulativo degli affitti, dei debiti e delle tasse si rendeva intollerabile, e a ciò si aggiungevano le catastrofi naturali, scoppiavano localmente delle rivolte contro gli esattori delle imposte e dei fitti, che potevano trasformarsi in grandi guerre contadine. Ripetute sommosse, scaturite da questa pesante crisi economica, culminano nel 1850 in una poderosa rivolta contadina, che dal Kwangsi si estende a nord e per undici anni tiene sotto controllo la valle dello Yangtze. È la rivolta dei Taiping.

Questa apre in Cina l’era rivoluzionaria moderna. Può essere considerata l’ultima guerra contadina della storia cinese e il primo tentativo fallito di creazione di uno Stato moderno e democratico. I Taiping riescono a fondare uno Stato che dura ben 15 anni (1851-1865). Signori terrieri e mandarini sono uccisi dai ribelli, i contadini occupano le terre e impongono la distruzione dei titoli di proprietà e la gestione collettiva della terra. La lotta fisica è accompagnata da una critica sferzante all’ideologia della classe dominante. Il comunismo agrario dei Taiping si esprime in formule come questa: «Tutta la terra che è sotto il cielo dovrà essere coltivata da tutto il popolo che è sotto il cielo; che la coltivino tutti assieme e, quando raccoglieranno il riso, che assieme lo mangino».

Inevitabilmente, il radicalismo agrario dei Taiping va a cozzare contro tutte le forze del privilegio urbano e rurale, e mina l’autorità e il prestigio della vecchia casta burocratica. I contadini in rivolta si scontrano direttamente con tutti quei settori della società cinese che, in un modo o nell’altro, sono legati alla proprietà terriera, i quali si schierano compatti attorno alla dinastia mancese. Ma questi trovano un alleato anche nelle potenze straniere. I Taiping, tra le varie misure che adottano, tentano di sopprimere il commercio dell’oppio, scontrandosi con gli interessi degli occidentali. Dopo una iniziale neutralità, truppe franco-britanniche intervengono direttamente nel conflitto. Un esercito comune dell’Imperatore e degli europei nel 1864 schiaccia gli eroici Taiping ed entra a Nanchino spargendo fiumi di sangue.

La grande rivolta fallisce perché la tradizionale guerra contadina è incapace di risolvere una situazione mutata rispetto ai secoli precedenti. Ora non si trattava di abbattere una dinastia e sostituirla con un’altra, che attuerebbe tentativi di riforma sociale ed agraria. Nella società cinese è intervenuto un nuovo fattore che rende impossibile questa soluzione della questione contadina: le potenze occidentali, che difendono le loro posizioni appoggiandosi su tutti quegli strati sociali che hanno dei privilegi da salvaguardare. Se sono disposte anche a mettere da parte una dinastia moribonda, non possono rinunciare ad un blocco con le classi possidenti e privilegiate: latifondisti, mercanti e funzionari. Questo blocco ha un interesse comune a tenere sottomesso e a spremere il contadino cinese. Da questo momento è chiaro che la rivoluzione cinese potrebbe vincere alla sola condizione di combattere ad un tempo sia contro le classi possidenti cinesi sia contro le potenze imperialiste.


1.2 Marx attese la rivoluzione dalla Cina

Già ad inizio degli anni Cinquanta, in uno dei suoi primi articoli sugli eventi in Cina, Marx aveva collegato l’espansione del capitalismo in Cina e la guerra dell’oppio con la crisi sociale del millenario Impero e la possibilità di sviluppi rivoluzionari. In un articolo del 14 giugno 1853, significativamente intitolato “Rivoluzione in Cina e in Europa”, Marx poneva direttamente il quesito dell’effetto che avrebbe potuto esercitare una rivoluzione in Cina sul capitalismo occidentale. «Può sembrare un’affermazione strana e perfino paradossale che la prossima sollevazione del popolo europeo, e il suo prossimo movimento a favore della libertà e di un sistema di governo repubblicano, possano dipendere più probabilmente da ciò che avviene nell’Impero Celeste (l’estremo opposto dell’Europa) che da qualunque altra causa politica attuale, perfino più che da una minaccia della Russia e della conseguente possibilità di una guerra europea. Ma non è un paradosso, come possono capire tutti esaminando i vari aspetti della questione».

Marx sosteneva che la guerra dell’oppio e la rivolta dei Taiping erano strettamente collegate. L’occasione alla rivolta sociale dei Taiping l’aveva data il cannone inglese che cercava di imporre alla Cina il commercio dell’oppio. La forza delle armi inglesi aveva spezzato il secolare isolamento in cui la Cina era chiusa. Le ragioni erano esclusivamente economiche: la bilancia commerciale favorevole alla Cina doveva essere rovesciata con il contrabbando dell’oppio. Le autorità imperiali provarono a bloccare il commercio, ma furono sconfitte militarmente. Dopo l’oppio, altri prodotti inglesi invasero il mercato cinese, mandando in rovina l’industria e l’artigianato locale. Il declino dell’autorità imperiale, la rovina dell’artigianato domestico per la concorrenza dei prodotti industriali occidentali, l’aggravamento fiscale sui contadini, tutti questi fattori misero fine alla stabilità millenaria dell’Impero cinese. Da qui l’origine della rivolta dei Taiping.

Senza farsi illusioni sul “socialismo” dei Taiping, Marx si chiedeva se la rivoluzione borghese in Cina avrebbe avuto ripercussioni sul capitalismo bianco e avrebbe dato una scossa rivoluzionaria alla vecchia Europa. «Ora che l’Inghilterra ha provocato la rivoluzione in Cina, si pone il problema di come quella rivoluzione col passare del tempo reagirà sull’Inghilterra, e attraverso l’Inghilterra sull’Europa. Problema di non difficile soluzione». L’entrata della Cina nel mercato mondiale era il risultato dell’espansione del capitale, ma anche la possibilità storica di nuove crisi e nuove rivoluzioni. Secondo Marx una rivoluzione borghese in Cina avrebbe avuto conseguenze funeste per il capitalismo in Occidente: contrazione del mercato, crisi commerciale e rivoluzione sociale in Europa. Lo straordinario sviluppo dell’industria manifatturiera inglese sarebbe stato travolto da una grande crisi commerciale di sovrapproduzione che avrebbe provocato disoccupazione e miseria in Inghilterra e avrebbe avuto ripercussioni in tutta Europa.

Scrive Marx sulla relazione tra crisi, guerre e rivoluzioni: «Dall’inizio del XVIII secolo non c’è stata in Europa rivoluzione seria che non sia stata preceduta da una crisi commerciale e finanziaria. Ciò vale per la rivoluzione del 1789 non meno che per quella del 1848. È certo non solo che ogni giorno è dato osservare sintomi sempre più minacciosi di contrasti tra i governanti e i loro sudditi, tra lo Stato e la società, tra le differenti classi, ma anche che gli attriti tra le potenze stanno gradualmente raggiungendo il punto in cui si dovrà brandire la spada (...) Nelle capitali europee pervengono quotidianamente dispacci forieri di guerra generale, che scompaiono sotto i dispacci del giorno successivo, i quali assicurano che la pace durerà un’altra settimana o poco più. Possiamo essere sicuri, tuttavia, che per quanto acuti possano essere gli attriti tra le potenze europee, per quanto minaccioso possa apparire l’orizzonte diplomatico, qualsiasi moto possa essere tentato da qualche gruppo fanatico in questo o quel paese, l’ira dei principi e la rabbia del popolo saranno in pari misura placate dal soffio della prosperità. Né guerre né rivoluzioni potranno sconvolgere l’Europa, se non come conseguenza di una crisi generale commerciale e industriale, il cui segnale, come al solito, dovrebbe essere dato dall’Inghilterra, che rappresenta l’industria europea sul mercato mondiale».

Ad acutizzare tale crisi poteva essere la resistenza all’espansione del commercio in Cina, determinato dalla rivoluzione in questo paese. «La rivoluzione cinese farà scoccare la scintilla nella polveriera satura dell’attuale sistema industriale, provocando l’esplosione della crisi generale lungamente preparata, che si propagherà all’estero e sarà seguita a breve distanza da rivoluzioni politiche sul continente».

Anche se questa tracciata prospettiva non si è verificata, è di enorme importanza il legame individuato tra la rivoluzione in Cina e il sollevamento dell’Europa, ed è di grande significato l’affermata possibilità storica che i moti europei potessero essere determinati da una rivoluzione sociale nella lontana Cina. L’idea che vi possa essere concomitanza, nell’azione contro il capitalismo, delle metropoli bianche, tra la lotta di classe interna degli operai e la ribellione dei popoli di oltremare al dominio coloniale, non è quindi una novità nata a cavallo tra Ottocento e Novecento, da quando Lenin studiò il fenomeno dell’imperialismo, ma è una possibilità storica intravista già da Marx e da Engels.


1.3 Penetrazione imperialistica e impotenza della borghesia cinese

Il momentaneo successo ottenuto dalla dinastia imperiale contro i Taiping le permette di mantenersi ancora aggrappata al potere per qualche decennio, ma il suo destino è segnato. Gli ultimi anni dell’Ottocento vedono una potenza dopo l’altra strappare brigantescamente alla Cina concessioni territoriali, commerciali, ferroviarie.

L’imperialismo sta progressivamente smembrando la Cina, che perde numerosi territori e tutte le province tributarie dell’Impero cinese: Vietnam, Nepal, Birmania, Siam, Laos e Corea cadono sotto il controllo straniero. Tutte le potenze imperialistiche partecipano al banchetto. Fra il 1860 e il 1870, la Francia occupa la Cambogia e l’Annam, e con la guerra franco-cinese del 1884-1885 costringe la Cina a rinunciare ad ogni diritto sul Vietnam, che diventa protettorato francese; l’Inghilterra, che già aveva ottenuto Hong Kong, occupa la Birmania; a nord, la Russia zarista costruisce lungo la frontiera con la Cina la ferrovia che le permette di aprirsi una zona d’influenza nella Manciuria settentrionale; il Giappone, che intanto ha avviato la modernizzazione del suo apparato produttivo adottando modi di produzione e di organizzazione occidentali, inaugura un’era di rapida espansione, e nel 1894 infligge una pesante sconfitta al vicino cinese, ottenendo il protettorato sulla Corea e aprendosi una sfera d’influenza nella Manciuria meridionale. La Corte imperiale, ormai impotente, firma trattati su trattati e accorda concessioni su concessioni.

Con il Trattato di Shimonoseki, 1895, che pone fine alla guerra col Giappone, la Cina, oltre a rinunciare alla sovranità sulla Corea, deve cedere al Giappone Taiwan, le Isole Pescadores e la penisola del Liaotung, pagare una pesantissima indennità di guerra e permettere la creazione di fabbriche giapponesi in tutti i porti aperti. Il governo cinese per pagare le quote dell’indennità di guerra al Giappone è costretto a ricorrere a prestiti stranieri: il primo da un consorzio di banche russe e francesi, il secondo da banche inglesi e tedesche. Nel corso dei negoziati per l’accesso al prestito la Cina è costretta a fare ulteriori numerose concessioni alle potenze straniere. Il Trattato di Shimonoseki rappresenta un punto di svolta nella penetrazione imperialista in Cina perché tutte le potenze possono far valere l’autorizzazione ad impiantare delle imprese industriali già concessa al Giappone, in virtù della clausola di nazione più favorita. Immediatamente iniziano investimenti stranieri volti alla apertura di industrie sul territorio cinese.

Negli ultimi anni dell’Ottocento l’imperialismo compie straordinari progressi in Cina. Tra il 1894 e il 1899 la Cina ha contratto all’estero prestiti per 370 milioni di tael d’argento, ma le entrate annuali del tesoro centrale non superano gli 80 milioni. Il campo d’azione degli investimenti stranieri si è allargato considerevolmente. Le banche già installate in Cina aumentano le proprie filiali, e si inaugurano nuovi istituti finanziari che dispongono di grandi capitali. La funzione principale delle banche non è più quella di finanziare il commercio, ma, con l’appoggio dei rispettivi governi, diventano gli agenti fondamentali dell’invasione economica occidentale. Le banche investono nelle ferrovie, nelle miniere e nell’industria. Il capitale finanziario internazionale è ormai il padrone assoluto dello sviluppo economico e politico della Cina.

L’imperialismo oltre a smembrare la Cina, provoca una serie di mutamenti economici e sociali che sconvolgono profondamente la situazione interna. La crisi economica e sociale in cui è caduto il Paese causa un malcontento diffuso. La presenza straniera che schiaccia la Cina crea un sentimento di rabbia e avversione verso lo straniero, giapponesi o occidentali che fossero. Da questa situazione e da questo stato d’animo esplode nelle regioni settentrionali un’ennesima rivolta di massa, passata alla storia come “dei Boxer”. Inizialmente la rivolta ha come obbiettivi sia la cacciata delle potenze straniere sia della dinastia mancese, ma ben presto la parola d’ordine “Contro la dinastia, cacciate gli stranieri”, diviene “Viva la dinastia, cacciate gli stranieri”. La dinastia mancese e la burocrazia tentano di servirsi della rivolta per sfruttarla in senso anti-occidentale, contro le potenze straniere. Il risultato è un nuovo disastro. La potenze straniere si uniscono per schiacciare la rivolta.

I vincitori trattano la Cina con enorme durezza. Si arriva al “Protocollo del 1901” che pone la Cina in una totale dipendenza di fatto dal complesso delle potenze imperialistiche. Le viene imposto di pagare una pesantissima indennità, gravata da forti interessi, e a garanzia del pagamento le potenze straniere assumono il controllo delle dogane cinesi e la riscossione di tributi facilmente percepibili, come la tassa sul sale. Il pagamento della pesante indennità e il continuo drenaggio delle risorse finanziare della nazione priva la Cina di ogni possibilità di reale sviluppo economico.

Ma ben più gravi delle conseguenze economiche sono le conseguenze politiche del “Protocollo”: oltre alla possibilità di poter interferire in materia di politica interna, le potenze straniere impongono alla Cina il disarmo unilaterale, la distruzione di alcuni forti e si assicurano la possibilità di mantenere truppe entro il quartiere delle Legazioni e lungo alcune ferrovie. Con le forze armate di cui dispone e con il diritto di ispezione delle finanze e dell’amministrazione il corpo diplomatico a Pechino diviene una specie di super governo, che decide, al di sopra della Corte, delle sorti dell’Impero. La Cina si trova dominata da un consorzio di potenze, che costituiscono una vera e propria società per lo sfruttamento del Paese. All’uopo le potenze straniere si servono del tradizionale apparato di burocrati e di notabili, culminanti nella Corte imperiale. Questo è l’unico motivo che tiene ancora in vita la dinastia, che ormai non detiene alcun potere effettivo. Si è talmente indebolita che in varie regioni si afferma il dominio dei capi militari, che diventeranno i cosiddetti signori della guerra, i quali detengono il potere fondato su eserciti mercenari formati da contadini senza terra, sradicati da ogni fonte di sussistenza e vaganti sull’intera estensione del paese.

A partire dall’inizio del Novecento, apertosi con la rivolta dei Boxer, il movimento rivoluzionario cinese assume pienamente il duplice compito del sovvertimento sociale interno e della lotta nazionale contro la soggezione straniera. Già la rivolta dei Boxer, con l’assedio delle legazioni a Pechino, ha lanciato una sfida, una dichiarazione di guerra a tutto l’imperialismo, il segnale che la Cina si sta effettivamente svegliando e che è tempo che le nuove forze prendano in mano e portino a termine i compiti che la storia affida loro.

Dal primo decennio del Novecento si verifica un considerevole affermarsi del capitalismo in Cina, con il conseguente sviluppo delle classi sociali moderne, borghesia e proletariato. Per la prima volta sorgono organizzazioni politiche modellate sui partiti occidentali, come la Lega Rivoluzionaria di Sun Yat Sen, la quale nel 1905 formula il suo programma politico, sintetizzato nei “tre principi del popolo”: indipendenza nazionale, democrazia e benessere del popolo. La rivoluzione cinese doveva restaurare lo Stato nazionale affidandone il governo soltanto ai cinesi; doveva creare istituzioni repubblicane e parlamentari che garantiscano l’uguale godimento dei diritti politici a tutti i cittadini; infine doveva provvedere ad una maggiore distribuzione della ricchezza, in modo da assicurare una decorosa sopravvivenza al popolo. Il tipico programma democratico-borghese, che sarà ereditato dal maoismo.

Falliti i tentativi di riforma di fine Ottocento (“Riforma dei Cento Giorni”), i militanti riuniti attorno a Sun Yat Sen si rendono perfettamente conto che tale programma può essere realizzato soltanto con metodi e strumenti di carattere rivoluzionario. Nel loro programma è chiaramente indicato che la trasformazione si sarebbe attuata con l’iniziativa violenta e armata dell’avanguardia rivoluzionaria, e che dopo la presa del potere sarebbe stato necessario servirsi per un certo periodo di un regime autoritario dittatoriale.

Nonostante l’estremo impegno dei militanti rivoluzionari per il rovesciamento della dinastia, la loro organizzazione è spesso carente, ma soprattutto non ha seguito fra le masse. Numerosi sono i colpi di mano tentati nella Cina meridionale, e non mancano tentativi di suscitare l’ammutinamento delle forze armate, ma non hanno successo, suscitando una spietata repressione da parte della dinastia.

L’occasione della rottura rivoluzionaria è data da una controversia tra il centro e le province a proposito delle ferrovie: all’inizio del secolo il capitale straniero è sempre più impiegato nella costruzione di una rete ferroviaria che costituisca anche il veicolo materiale per l’apertura di alcune zone interne e per il loro inserimento nel complesso del mercato imperialistico. In questa situazione le potenze straniere spingono il governo di Pechino a nazionalizzare le ferrovie, il che non significa affatto impedirne il controllo straniero, bensì sottrarle a quello locale. Ciò provoca nel settembre 1911 lo scoppio nello Sichuan di una rivolta contro i funzionari imperiali; un mese dopo si ha l’ammutinamento della guarnigione di Wuchang, organizzata da militari legati agli ambienti repubblicani. La rivoluzione del 1911 sprigiona quel tanto di forza necessaria a far crollare la dinastia. L’Impero si sfascia, ma non c’è una forza in grado di dirigere l’opera di trasformazione della Cina, di risolvere la crisi agraria, di resistere alle pretese delle potenze straniere e riconquistare l’indipendenza della nazione.

Nel 1911 la rivoluzione abbatte la dinastia imperiale ed instaura la repubblica borghese sotto la presidenza di Sun Yat-sen, ma ben presto si rivela la sua inconsistenza. Il paese resta preda dell’intervento dei signori della guerra, tanto che presto Sun Yat-sen, spontaneamente, abbandona il potere nelle mani di Yuan Shih-kai, uno dei signori della guerra. Il rinnovamento sociale è soffocato sul nascere. Si tratta, in sostanza, di una rivoluzione incompiuta, a cui altre ne sarebbero succedute.

Nella Cina di allora, gravida della rivoluzione borghese, la borghesia non è capace di realizzare due compiti imprescindibili: assicurarsi l’indipendenza nazionale e attuare la riforma agraria, premessa per lo sviluppo industriale. L’estrema debolezza della classe borghese cinese, come in Russia, la rende impotente a mobilitare l’immensa massa dei contadini per espropriare la terra ai fondiari e ripartirla, mettendo così fine all’oppressione del contadino. È questo un compito troppo grande per essa, nata in condizioni storiche e internazionali del tutto diverse da quella della borghesia francese della Grande Rivoluzione del secolo XVIII. Ancora più difficile sarebbe per essa lottare contro le potenze straniere dal momento che spesso i suoi interessi economici sono con queste strettamente collegati.

Lo stesso programma politico di Sun Yat-sen esprime tutte le illusioni e le indecisioni tipiche della borghesia cinese. Da una parte si spera di portare a compimento la rivoluzione nazionale con il sostegno delle potenze straniere, dall’altro ci si guarda dal coinvolgere nel movimento sia le masse contadine affamate dall’imperialismo e dai proprietari terrieri, sia il piccolo ma già pericoloso proletariato indigeno, la cui azione è già vista come una minaccia.

L’impotenza della borghesia cinese permette che il potere effettivo in Cina passi nelle mani dei signori della guerra. Il loro dominio rafforza la dominazione straniera sull’economia e la politica del Paese. I signori della guerra sono strettamente legati alle potenze straniere. L’autorità di un signore della guerra su una regione corrisponde grosso modo alle diverse zone di influenza degli Stati imperialistici. Nello Yunnan e nel sud del Guanxi, i militaristi subiscono il controllo e l’influenza della Francia. Le valli dei grandi fiumi, economicamente dominate da Hong Kong e Shanghai, passano in modo ancor più deciso sotto il controllo britannico. Le province a nord e sud della Manciuria sono divise fra la Russia e il Giappone. Così, le guerre civili che ben presto si accendono fra i signori della guerra finiscono per rispecchiare in larga misura i contrasti fra le principali potenze imperialistiche.

Inoltre il potere dei militaristi rende ancora più dura la situazione della classe contadina cinese. Gli eserciti dei signori della guerra, non solo sono formati da contadini disperati divenuti mercenari, ma il loro sostentamento, fondato sul denaro, è possibile attraverso prelievi sul reddito rurale. Questo compito fondamentale è portato avanti dai notabili dei villaggi e dai proprietari terrieri locali, che vedono nelle truppe dei signori della guerra l’unico strumento capace di tutelare l’ordine sociale nelle campagne, garantendo l’appoggio armato alla repressione di eventuali rivolte contadine.

Il regime dei signori della guerra è doppiamente nefasto per le masse contadine: da un lato per le distruzioni indiscriminate operate dalle truppe nelle numerose battaglie; dall’altro per l’aggravato sfruttamento imposto dai proprietari e dai notabili. L’antica miseria contadina ne risulta aggravata e la produzione agricola decade. Milioni di contadini rimangono senza terra e, condannati alla fame, accrescono le truppe dei signori della guerra, o si danno al banditismo. Masse di contadini si riversano nelle città cercando un impiego nell’industria.

È proprio in questo settore, che lo scoppio della Prima Guerra mondiale produce profondi cambiamenti. Per i circoli d’affari cinesi il periodo della Grande Guerra è definito come l’”età d’oro della borghesia cinese”. La guerra assorbe tutti gli sforzi economici e produttivi delle grandi potenze, e la Cina ne approfitta per aumentare l’esportazione di beni richiesti dai paesi in guerra. Impressionante è il ritmo di espansione dell’industria in quegli anni. Vengono impiantate numerose nuove industrie e le macchine procedono alla sostituzione del lavoro artigiano. Nello stesso tempo si moltiplicano i mezzi di trasporto e di comunicazione terrestri, fluviali e marittimi. L’erompere delle forze produttive porta sulla scena del dramma un nuovo attore che sarà al centro dei profondi rivolgimenti degli anni Venti: il proletariato.


1.4 Lenin: il risveglio dell’Asia

Scrive Lenin nel 1913: «È forse trascorso molto tempo da quando la Cina veniva considerata il modello dei paesi in completo e secolare ristagno? Ora in Cina ferve la vita politica, un movimento sociale e uno slancio democratico si manifestano vigorosamente. Dopo il movimento russo del 1905 la rivoluzione democratica si è estesa a tutta l’Asia: la Turchia, la Persia, la Cina».

Il “risveglio dell’Asia” di cui parla Lenin è riferito alla rivoluzione democratico-borghese e nazionale che va sviluppandosi in Oriente. Ciò pone una importante questione da precisare: i limiti storici e i criteri della partecipazione e del sostegno del proletariato ad un movimento nazionale di massa. Ecco come lo spiega Lenin nel 1914 nello scritto “Sul diritto di autodecisione delle nazioni”:

«Innanzi tutto è necessario separare rigorosamente i due periodi del capitalismo, periodi radicalmente distinti dal punto di vista dei movimenti nazionali. Da una parte sta il periodo del fallimento del feudalesimo e dell’assolutismo, il periodo in cui si costituiscono una società e uno Stato democratici borghesi, in cui movimenti nazionali diventano, per la prima volta, dei movimenti di massa, trascinando, in un modo o nell’altro, tutte le classi della popolazione nella vita politica per mezzo della stampa, della partecipazione alle istituzioni rappresentative. ecc.

«D’altra parte davanti a noi sta il periodo degli Stati capitalistici completamente costituiti, il periodo in cui il regime costituzionale è consolidato da lungo tempo, in cui l’antagonismo tra il proletariato e la borghesia è fortemente sviluppato, il periodo che può essere definito come la vigilia del fallimento del capitalismo.

«Il primo periodo è caratterizzato dal risveglio dei movimenti nazionali, dalla partecipazione a questi movimenti dei contadini, lo strato sociale più numeroso e il più difficile “a mettere in movimento”, attratti alla lotta per la libertà politica in generale e per i diritti delle nazionalità in particolare. Il secondo periodo è caratterizzato dalla mancanza di movimenti democratici borghesi di massa; è il periodo in cui il capitalismo sviluppato, riavvicinando e mescolando tra di loro le nazioni già del tutto attratte nella circolazione delle merci, porta in primo piano l’antagonismo tra il capitale, fuso su scala internazionale, e il movimento operaio internazionale».

La questione nazionale può porsi come questione specifica del movimento proletario soltanto nella fase rivoluzionaria del capitalismo, quando la borghesia si lancia all’assalto del potere politico e si adopera per distruggere le vecchie istituzioni precapitalistiche e condurre a termine la sua opera di trasformazione economica e sociale. In una fase di capitalismo già maturo, invece, ogni programma nazionale di un partito operaio che rivendichi il perfezionamento delle istituzioni dello Stato borghese o della sua base economica costituisce un programma di collaborazione di classe e di difesa della patria. Appunto perciò il marxismo ha sempre strettamente delimitato per aree geografiche queste due fasi successive del capitalismo. Ancora Lenin:

«Nell’Europa occidentale continentale, l’epoca delle rivoluzioni democratiche borghesi abbraccia un intervallo di tempo abbastanza preciso che va circa dal 1789 al 1871. È questa l’epoca dei moti nazionali e della creazione di Stati nazionali. Chiuso questo periodo, l’Europa occidentale si era trasformata in un sistema costituito di Stati borghesi, di Stati nazionali generalmente omogenei. Cercare oggi il diritto di autodeterminazione nei programmi dei socialisti di Europa occidentale, è non sapere l’abc del marxismo». Invece: «Nell’Europa orientale e in Asia l’epoca delle rivoluzioni democratiche borghesi è cominciata solo nel 1905. Le rivoluzioni in Russia, in Persia, in Turchia, in Cina, le guerre nei Balcani, questa la catena degli avvenimenti mondiali della nostra epoca nel nostro Oriente».

Ma già dal 1913 Lenin ha tirato gli insegnamenti dalla prima ondata delle rivoluzioni nazionali borghesi in Oriente: Russia (1905), Persia (1906), Turchia (1908), Cina (1911): «Le rivoluzioni dell’Asia ci hanno mostrato la stessa mancanza di carattere e la stessa viltà del liberalismo, la stessa straordinaria importanza dell’autonomia delle masse democratiche, e la stessa delimitazione tra il proletariato e tutta la borghesia» (“I destini storici della dottrina di Carlo Marx”).

La rivoluzione russa del 1905 aveva costituito il banco di prova di quelle che Lenin aveva definito le “due tattiche della socialdemocrazia”. È nell’analisi degli avvenimenti del 1905 che il bolscevismo trova la conferma della sua tattica e si separa definitivamente dalla corrente menscevica. In Russia, constatava Lenin, «la rivoluzione borghese è impossibile come rivoluzione della borghesia». Il proletariato non può dunque aspettare che la borghesia abbia realizzato la sua opera politica (l’abbattimento dello zarismo) o sociale (l’abolizione della proprietà feudale) per scendere in lotta. Prendere la testa del movimento sociale senza rinchiuderlo in forme giuridiche borghesi, come ad esempio l’Assemblea Costituente, tale è il senso delle parole d’ordine: “Dittatura democratica degli operai e dei contadini!” e “Tutto il potere ai Soviet!”. Il risultato di questa tattica non è l’instaurazione di una democrazia borghese, ma la dittatura aperta del proletariato.

La vittoria del proletariato in Russia aveva aperto questa grandiosa prospettiva all’Asia intera, aveva posto tutti i paesi di fronte all’alternativa: rivoluzione comunista o controrivoluzione borghese. Dal momento in cui la Russia si era strappata dalla catena dell’imperialismo, e in tutto il mondo era all’ordine del giorno la questione della rivoluzione proletaria, anche in paesi arretrati come la Cina si poteva e doveva ingaggiare direttamente la lotta per un regime dei Soviet. L’Internazionale Comunista, prima che cadesse sotto i colpi della controrivoluzione stalinista, aveva lanciato la grande prospettiva di un’unione tra la lotta di classe nelle metropoli, a capitalismo avanzato, e le insurrezioni nazional-popolari nelle colonie, con la Russia politicamente comunista al centro, un’unica strategia mondiale volta all’abbattimento del potere borghese in tutto il mondo.

(continua nel prossimo numero)

 

 

 

 

 

 


Sionismo e antisionismo

Il 16 luglio 2018, per commemorare il rastrellamento degli ebrei di Parigi nel 1942, il presidente Macron, in presenza del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, “mon cher Bibi”, invitato per l’occasione, ha dichiarato: «Non cederemo in nulla all’antisionismo perché è la nuova forma dell’antisemitismo». Poi Macron ha fatto prudentemente marcia indietro sulla sua proposta di una legge per perseguire penalmente l’antisionismo.

Ne è seguito il solito polverone sull’antisemitismo, l’antisionismo, l’agitare fuori di ogni contesto gli orrori della Shoah, il “ritorno” del fascismo, ecc. ecc. Contro questo caos mediatico è necessario tornare almeno sulla definizione marxista dei termini ebraismo, antisemitismo, sionismo, antisionismo.

Il 19 luglio 2018, la Knesset ha adottato una nuova Legge Fondamentale dello Stato di Israele che definisce il paese “lo Stato-nazione del popolo ebraico”, istituendo così formalmente l’apartheid della sua popolazione araba (il 20% della popolazione israeliana, senza contare i territori occupati), e conferma nuovamente Israele come “la patria di tutti gli ebrei”.

La questione quindi torna di attualità: si contrappongono le visioni, entrambe borghesi, di uno Stato laico, “dei cittadini”, per il quale la religione è una questione privata, e quella dello “Stato del popolo ebraico” che, a dire il vero, nessuno riesce a capire cosa significa, ma che serve benissimo a camuffare un antiproletario e controrivoluzionario Stato del capitale, come tutti gli altri.


Giudaismo e antigiudaismo

Piuttosto che “antisemitismo” più esatto sarebbe dire “antigiudaismo”.

La Riforma protestante nel XVI secolo riscoprì le radici del cristianesimo nella Bibbia ebraica. Il termine semita fu poi inventato nel 1781 dall’orientalista tedesco August Ludwig von Schlözer, derivato dal nome di uno dei figli di Noè, Sem, per designare la parentela, stabilita fin dal Medioevo, fra le lingue ebraica, aramaica e araba, di popolazioni che vivevano principalmente nel Medio Oriente, nel Nord Africa e nel Corno d’Africa.

Le scoperte filologiche del XIX secolo portarono alla denominazione degli ebrei contemporanei come semiti, i discendenti razziali degli antichi ebrei.

Il termine semita è stato ripreso dai propagatori della concezione delle razze, cui il francese Ernest Renan contribuì ampiamente: la razza superiore essendo l’indo-europea, o ariana, mentre quella dei semiti, ebraica e araba, era considerata inferiore. Le teorie razziali si sono diffuse fino ad oggi, estendendo alla specie umana le stesse leggi applicate agli animali. Queste teorie si diffusero presto in Europa, Inghilterra compresa.


Sulla definizione di ebreo

Quando i popoli dell’Europa si divisero in nazioni, gli ebrei divennero “una nazione nella nazione”, uno Stato nello Stato; e così quando nacque la nazione tedesca.

Ma esiste un “popolo ebraico”, un gruppo umano con la stessa origine geografica, linguistica e religiosa?

Quello che oggi si chiama “popolo ebraico” ha origini geografiche diverse a causa della sua dispersione storica, proprio come nel caso dei cristiani o dei musulmani. Biologicamente la gran parte di coloro che sono ritenuti ebrei ha poco o nulla a che fare con le tribù della Palestina e i palestinesi di oggi sono certamente molto più vicini in senso genetico agli antichi popoli della regione rispetto agli odierni abitanti di Israele e agli ebrei di tutto il mondo.

Recenti studi sulla popolazione ashkenazita, quella degli ebrei originari dell’Europa orientale e centrale, hanno dimostrato che in media l’80% del loro patrimonio genetico ha un’origine europea e che solo una piccola porzione proviene dal Medio Oriente. Gli ebrei d’Europa si sono infatti incrociati con popolazioni del Nord e specialmente dell’Est e del Centro del continente: Moravia, Polonia, Lituania, oltre a slavi e kazari (turchi delle steppe convertiti all’ebraesimo). E si sono mescolati con popolazioni dalla Mesopotamia alla Spagna.

Questi ebrei parlavano l’yiddish, proveniente da molti dialetti germanici innestati su basi ebraiche e aramaiche, incorporando frasi slave e romanze, ma scritto in caratteri ebraici. Alcuni storici hanno così evocato l’esistenza di un “popolo yiddish”.

Gli “ebrei” non formano quindi una razza, come asserisce ancora oggi la borghesia israeliana, che pratica l’etnocrazia come l’Europa “razzista” del XIX e XX secolo!

Di conseguenza l’antisemitismo non si applica contro una razza o contro una popolazione geograficamente stanziale ma contro una religione e, più in generale, una cultura, una filosofia. Per contro la nozione di “popolo ebraico” su cui si basa la creazione e la costituzione dello Stato di Israele nel 1948 non ha alcuna base oggettiva. Ciò non toglie che lo Stato di Israele esista eccome! Ogni Stato, celata oppressione di una classe sociale su di un’altra, ha bisogno dei suoi miti, anche dei più insensati e ridicoli.

Qual è dunque la definizione del qualificativo o del sostantivo “ebreo”? Ovvio che indica una cultura, un rapporto col mondo, e non un gruppo etnico e ancor meno una razza, che non esiste.


Borghesia e razzismo

Fino alla rivoluzione borghese, nel corso della storia le popolazioni sono state spesso divise in “comunità” separate. Per esempio l’Impero Ottomano, pur definendo l’Islam religione di Stato, tollerò le altre religioni, organizzate in “comunità” separate e riconoscibili, con propri quartieri nelle città, governate ciascuna da un “consiglio” e con leggi proprie.

Ma ancora oggi in alcuni borghesissimi e democratici Stati i cittadini sono registrati in base alla loro appartenenza a una “comunità religiosa”, come in Svizzera, in Germania e in altri paesi del Nord Europa, alla quale talvolta devono per legge versare del denaro, e anche se l’individuo si dichiara ateo o del tutto indifferente.

Perfino in Francia la separazione tra Stato e chiesa risale solo al 1905 e il solenne “principio di laicità” proclamato nella Costituzione non ha fatto sparire del tutto la realtà di una nazione “cristiana”, diffidente nei confronti delle altre religioni, dell’“ebreo”, preso a simbolo dell’usura e della finanza internazionale, e oggi dei praticanti l’islam, per esempio.

In Germania il nazismo non discriminò solo la popolazione ebraica. Nacque in reazione alla lotta di classe e una sua funzione essenziale fu lo sterminio dei comunisti. Poi, fra le altre “razionalizzazioni” della borghese nazione tedesca, si impegnò nella eliminazione di una sovrappopolazione che pesava sulla riproduzione del Capitale. Questa oltre ai comunisti, includeva gli ebrei, gli zingari, gli omosessuali, i malati di mente, i rom e gli slavi. L’”olocausto” deve quindi comprendere le decine di milioni di morti “senza etichetta”, sterminati dalle due guerre mondiali. Tutte queste morti, nei campi di concentramento, sotto le bombe e sui campi di battaglia, sono servite a salvaguardare l’ordine capitalista e a dare nuova vita al sistema capitalistico.

Secoli ormai di regimi democratici e di solenni Costituzioni non hanno fatto sparire i pregiudizi razziali, nazionali e religiosi e le persecuzioni e discriminazioni, legali o di fatto. Il razzismo è un valido strumento che le classi dominanti useranno sempre per dividere il proletariato e distoglierlo dai suoi compiti storici.


Nascita del sionismo

Ove nel XIX secolo si erano affermati gli Stati-nazione si era avuto un indebolimento delle precedenti istituzioni medioevali delle comunità, ebraiche in particolare, e la richiesta degli stessi diritti degli altri cittadini.

L’Haskalah, “educazione”, fu un movimento ebraico di pensiero ispirato all’illuminismo europeo, emerso in Germania nel XVIII-XIX secolo. Esprimeva il desiderio di integrare gli ebrei in società laiche, abbandonando la cultura ebraica e la lingua yiddish, opponendosi così alla tradizione. L’Haskalah cercò di rompere l’egemonia dei rabbini ortodossi sugli ebrei delle piccole città dell’Europa orientale e di rinunciare a tutto ciò che percepiva come cultura ebraica “medievale” a favore della moderna cultura secolare europea. Un giudaismo riformato, protestante, emerse dal seno dell’Haskalah. Questo programma assimilazionista si proponeva di integrare gli ebrei nella modernità europea.

Ma con i pogrom del 1880 perse terreno come via per l’integrazione degli ebrei.

Il sionismo nacque senza dubbio come reazione ai pogrom. Questi si moltiplicavano, specialmente alla fine del secolo in Russia e in Polonia, dove viveva la maggior parte delle comunità ebraiche. Da qui, nel secolo, si era sviluppata una forte emigrazione, principalmente verso gli Stati Uniti, che continuerà ad essere accolta fino agli anni ‘30, mentre una piccola parte di essa si dirigeva verso la Palestina.

Ma anche l’affare Dreyfus in Francia del 1898 ebbe un’eco notevole nel mondo occidentale e accentuò lo sviluppo del movimento sionista.

Era un sionismo teso a creare uno Stato per gli ebrei, a differenza delle precedenti correnti sioniste, spirituali o culturali. Fomentava un sentimento nazionale per la creazione di un centro territoriale o uno Stato popolato da ebrei in “terra di Israele”, la Palestina del mondo moderno, che faceva allora parte dell’Impero Ottomano, dove la popolazione ebraica era vissuta nell’antichità.

Il suo teorico era l’austro-ungherese Teodoro Herzl, nato a Budapest, vivente in Austria, ebreo assimilato e laico. Come giornalista aveva seguito l’affare Dreyfus, e nel 1896 aveva pubblicato un’opera “Der Judenstaat”, “Lo Stato degli Ebrei” (non “Lo Stato ebraico”, come spesso viene tradotto), in cui considerava che gli ebrei non sarebbero mai stati integrati negli altri Paesi e che avevano bisogno di uno Stato proprio. Il sionismo quindi chiedeva un ritorno a Sion, che è una delle colline che circondano Gerusalemme. Nessun accenno vi si fa all’esistenza in quella terra di una popolazione autoctona.

Si trattava di fatto di un progetto colonialista, inserito nel contesto del colonialismo e dell’imperialismo europeo.

Del resto, nei secoli andati, non avevano forse i profughi protestanti colonizzato il Nordamerica? In pieno Novecento, nel 1938, anche Mussolini avanzerà la possibilità della formazione di una “patria ebraica”, che avrebbe costituita nelle colonie africane, nei Migiurtini. Questo scrive il 30 agosto Galeazzo Ciano nel suo “Diario”: «Il Duce mi comunica anche un suo progetto di fare della Migiurtinia una concessione per gli ebrei internazionali. Dice che il Paese ha notevoli riserve naturali che gli ebrei potrebbero sfruttare». È da notare che tre mesi dopo l’Italia emanerà le leggi razziali. Una contraddizione? Certo che no! dimostra come sia vero che sionismo ed antisemitismo vanno a braccetto.

Herzl vantava presso le borghesie occidentali l’interesse che esse avrebbero potuto trarre dal vedere partire una popolazione povera e che si stava spostando dall’Oriente verso Occidente.

Nel 1897 Herzl convocò a Basilea il primo Congresso sionista. Si avvicinò al banchiere francese Edmond de Rothschild che aveva iniziato a comprare terreni in Palestina già nel 1882.

Comprendendo che il suo piano per il futuro dell’ebraismo europeo era in linea con quanto desiderato dal movimento anti-giudaico, Herzl sviluppò rapidamente una strategia di alleanza con quest’ultimo. Scrisse in “Der Judenstaat” che «i governi di tutti i paesi colpiti dall’antisemitismo saranno molto interessati ad aiutarci ad ottenere la sovranità che vogliamo», aggiungendo che «non solo gli ebrei poveri» avrebbero contribuito ad un fondo per l’emigrazione degli ebrei europei, «ma anche i cristiani che vogliono liberarsi di loro». Herzl confidò senza complessi al suo diario che «Gli antisemiti diventeranno i nostri amici più fidati, i paesi antisemiti i nostri alleati».

Nel 1902, Herzl si mise in contatto con il governo britannico, in particolare con il Segretario di Stato Chamberlain, ed ottenne il sostegno del ricchissimo Lord Walter Rothschild, partigiano e sostenitore finanziario del sionismo. Nel 1903 incontrò dei noti antisemiti come il Ministro degli Interni russo Vyacheslav von Plehve, che aveva organizzato pogrom anti-ebraici in Russia, cercando di proposito un’alleanza. E si rivolse anche ad un altro famoso antisemita, Lord Balfour che, come Primo Ministro della Gran Bretagna, promosse nel 1905 la Legge sugli Stranieri o Aliens Act. Questa aveva lo scopo di frenare l’immigrazione verso il Regno Unito di profughi ebrei provenienti dall’Impero russo in fuga dai pogrom, al fine, come dichiarò apertamente, di salvare il paese dai «mali incontestabili di una immigrazione essenzialmente ebraica». Le tesi razziste e antisemite avevano e hanno molto seguito in Inghilterra.

Il comunista Bund, l’Unione generale dei lavoratori ebrei di Lituania, Polonia e Russia, che fu fondato a Vilna, nella Lituania russa, il 7 ottobre 1897, poche settimane dopo lo svolgimento del primo Congresso Sionista a Basilea, divenne il più aperto nemico del sionismo di Herzl. Il Bund su questo si trovò allineato alla esistente coalizione di rabbini, ortodossi e riformisti, antisionisti in quanto memori dell’articolo di fede che gli ebrei non avrebbero avuto una loro terra prima della venuta del Messia.

Ma la situazione politica in Medio Oriente progrediva nel senso desiderato da Herzl. Dalla fine del XIX secolo le potenze imperialiste, come la Francia, la Gran Bretagna, la Russia e anche la Germania si stavano preparando a spartirsi l’Impero Ottomano che si decomponeva rapidamente. Ma contemporaneamente nasceva anche il nazionalismo arabo che veniva abbracciando le conquiste ideologiche europee.

La nascita del movimento operaio in Medio Oriente ebbe luogo prima del 1914 con organizzazioni di mestiere dove i proletari indigeni si mescolavano con il proletariato coloniale europeo.

L’imperialismo inglese, al fine di indebolire ulteriormente l’Impero Ottomano, incoraggiò il movimento per l’indipendenza, all’inizio composto da arabi cristiani e musulmani, ma ancora debole a causa delle ostilità tribali e della concorrenza tra le borghesie regionali. Inoltre, la “perfida Albione” ovviamente preferiva affidarsi alle organizzazioni religiose sunnite, come avevano fatto prima gli Ottomani, in una regione in cui gli sciiti erano molto numerosi. La diplomazia britannica quindi incoraggiò il nazionalismo arabo, pur cercando di dividerlo, con la promessa fatta nel 1915 allo Sceicco sunnita della Mecca Hussein e ai suoi beduini, come a Ibn Saud, in cambio della loro partecipazione alla guerra contro i turchi ottomani, di «riconoscere e sostenere l’indipendenza degli arabi» e di favorire la creazione di un grande Stato arabo indipendente.

Ma già nel 1916, il Regno Unito firmò l’accordo segreto con i francesi detto Sykes-Picot, che spartiva tra i due paesi imperialisti il grande regno destinato agli arabi (senza prevedere alcun Focolare nazionale ebraico). Il mantenimento delle promesse fatte a Hussein era fuori questione!

La grande rivolta araba guidata dall’emiro Hussein e dai suoi figli dal 1916 al 1918 permise a Londra di aprire un fronte a sud dell’Impero Ottomano. A missione compiuta il pericolo per l’imperialismo inglese era ormai il nazionalismo arabo: la strategia fu quella di creare dalle rovine dell’Impero Ottomano degli Stati deboli e opposti tra di loro. Divide et impera, vecchio congegno ma sempre attuale.

Dopo aver simulato di sostenere il nazionalismo arabo per indebolire l’Impero Ottomano, ora si trattava di trovare il modo di opporsi a questo nazionalismo arabo! Nel mezzo del conflitto mondiale Londra si rivolse al movimento sionista. Promettere ad esso un “Focolare Nazionale” poteva – pensavano gli strateghi britannici – trasformare gli ebrei in una risorsa: in Palestina, dove essi avrebbero appoggiato le truppe del generale Allenby; negli Stati Uniti dove avrebbero accentuato l’impegno del paese nella guerra; in Germania, in Austria-Ungheria, in Russia, dove gli imperialisti speravano che, essendo molti capi bolscevichi e menscevichi di origine ebraica, ne sarebbero stati distolti. Senza dimenticare che si trattava anche di contrastare la presenza francese.

Negli ultimi decenni si erano già stabilite in Palestina delle colonie di ebraiche, provenienti, dal 1878, principalmente dalla Russia a seguito dei pogrom. Ma ancora all’inizio del XX secolo, la Russia zarista impantanata in disordini politici, nella guerra russo-giapponese, poi nella rivoluzione del 1905, conobbe ancora un’ondata di pogrom; furono quasi un milione gli ebrei che lasciarono il paese, e 40.000 di loro, tra cui molti socialisti, si diressero verso la Palestina, la “Terra Santa”.

Nel 1917 iniziò l’occupazione britannica della Palestina. Fu poi pubblicata la famosa Dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917. La data della lettera era quella della vittoria decisiva che l’esercito britannico aveva ottenuto a Gaza contro le forze ottomane. La Dichiarazione Balfour consisteva in una lettera aperta, dattilografata, che Lord Arthur James Balfour, allora Ministro del Foreign Office, aveva inviato il 2 novembre 1917 a Lord Walter Rothschild, “capo” della “comunità ebraica britannica”, finanziatore del movimento sionista, e che fu pubblicata sul “Times” il 9 novembre nell’inserto “La Palestina per gli ebrei - La simpatia ufficiale”. La lettera è breve e vale citarla nella sua interezza.

«Foreign Office, 2 novembre 1917
     «Caro Lord Rothschild,
     «A nome del Governo di Sua Maestà, sono lieto di inviarvi la seguente dichiarazione di simpatia per le aspirazioni sioniste ebraiche, dichiarazione presentata al Gabinetto e da esso approvata.
     «Il governo di Sua Maestà vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico, e farà ogni sforzo per facilitare il raggiungimento di questo obiettivo, essendo chiaramente inteso che nulla sarà fatto che possa pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche in Palestina e i diritti e lo status politico di cui godono gli ebrei in qualsiasi altro paese.
     «Le sarò grato se porterà questa dichiarazione all’attenzione della Federazione Sionista.
     «Arthur James Balfour».

I promotori cristiani del sionismo, Lord Shaftesbury fin dal 1839 (in quell’anno aveva acquistato una pagina completa del “Times” per pubblicare un articolo in cui suggeriva il ritorno degli ebrei in Giudea e in Galilea: “una terra senza popolo per un popolo senza terra”) e Lord Balfour nel 1917, pensavano così di sbarazzarsi del problema della immigrazione degli ebrei in Gran Bretagna. Lord Arthur James Balfour fu infatti sostenuto da un “Sionismo Cristiano” sostenitore del “ritorno” degli ebrei in Palestina al fine di ripulire dagli ebrei il paese a maggioranza cristiana.

Edwin Samuel Montagu, ebreo, fu l’unico membro del gabinetto di David Lloyd George, a cui apparteneva Balfour, ad opporsi alla dichiarazione Balfour, che considerava antisemita, e al progetto sionista nel suo complesso. Montagu mise in guardia contro la prospettiva che l’impresa sionista avrebbe comportato l’espulsione di musulmani e cristiani indigeni dalla Palestina e che avrebbe rafforzato anche in tutti gli altri paesi le correnti che volevano sbarazzarsi degli ebrei.

La famigerata Dichiarazione Balfour vanificò gli impegni che Londra aveva precedentemente fatto ai nazionalisti arabi, che gridarono al tradimento. Lawrence d’Arabia poteva andare a cambiarsi d’abito!

Il Regno Unito si dichiarò quindi favorevole alla creazione di una nazione ebraica in Palestina, la quale non avrebbe dovuto però danneggiare le preesistenti comunità non ebraiche esistenti! Una contraddizione di cui presto si raccoglieranno gli amari frutti.

Nel 1917 gli inglesi favorirono l’immigrazione ebraica in Palestina. Secondo le istruzioni della Società delle Nazioni, nel 1922 fu creato un sistema politico autonomo responsabile per gli ebrei, attorno ad un’assemblea eletta e ad una Agenzia Ebraica incaricata del potere esecutivo. Quest’ultima era una branca dell’Organizzazione Sionista Mondiale fondata nel 1897 a Basilea da Teodoro Herzl (la sede fu in seguito spostata a Berlino, Londra, New York e oggi si trova a Gerusalemme). Il Jewish Colonial Trust (Fondo per la Colonizzazione Ebraica) fu fondato da Herzl nel marzo del 1899 e raccolse i capitali ricevuti da tutta la diaspora ebraica; nel 1901 il Fondo Nazionale Ebraico riuscì ad acquistare i terreni messi in vendita in Palestina, in primo luogo dagli ottomani poi, dopo il 1919, dai proprietari terrieri arabi, indifferenti al destino dei contadini che vivevano su quelle terre e le coltivavano. Questo fondo si trasformò in una banca anglo-palestinese e poi nella National Bank of Israel nel 1951.

La popolazione ebraica della Palestina passò quindi da 94.000 nel 1914 (con 525.000 musulmani e 70.000 cristiani) a 630.000 nel 1947 alla fine del mandato britannico (con 1.181.000 musulmani e 143.000 cristiani); l’80% della popolazione ebraica era costituita da ashkenaziti provenienti dall’Europa. Nel 1926, arrivarono in Palestina 100.000 ebrei, dato che dal 1925 gli Stati Uniti avevano limitato l’ingresso di ebrei: nel 1924 si contarono 50.000 ebrei immigrati negli Stati Uniti e 14.000 in Palestina, l’anno seguente l’opposto. Nel 1931, la popolazione ebraica in Palestina raggiunse le 164.000 persone (il 16% della popolazione della Palestina), di cui un quarto era di origine orientale; nel 1938 erano 217.000, principalmente provenienti dalla Russia, dai Paesi Baltici e dall’Europa centrale; il tasso di emigrazione in Palestina raddoppiò a partire dal 1933.

L’ascesa del nazismo, ovviamente, provocò un’accelerazione dell’immigrazione ebraica dalla Germania: dal 1932 al 1939 ci furono 247.000 arrivi, cioè 30.000 all’anno, quattro volte di più rispetto agli anni seguenti la Prima Guerra Mondiale. Rappresentando più una fuga dalle persecuzioni che una “scelta sionista” questo trasferimento in Palestina beneficiò dell’accordo detto “Haavara”, concluso dall’Organizzazione Sionista con le autorità naziste di Berlino il 25 agosto 1933 e che funzionò fino al 1939. Questo accordo facilitava l’emigrazione degli ebrei tedeschi in Palestina, in cambio questi ultimi avrebbero versato del denaro per comprare merci tedesche per la Palestina, aggirando così l’embargo britannico. Ne beneficiarono 20.000 ebrei tedeschi. Molti di questi avrebbero preferito migrare verso altre aree del mondo più prospere, ma la maggior parte dei paesi europei (la Gran Bretagna in particolare) e gli Stati Uniti si mostrarono piuttosto ostili, e questo anche dopo la Seconda Guerra Mondiale.

In Medio Oriente il malcontento contro il tradimento inglese e le sue promesse mancate, già vivo nel 1917, crebbe nel periodo tra le due guerre mentre si rafforzava la costruzione del Focolare Nazionale ebraico, il cui sviluppo violava la clausola del mandato che avrebbe dovuto proteggere teoricamente le popolazioni “non ebraiche” che costituivano la grande maggioranza.

Di qui le rivolte sempre più massicce e sempre più violente, con un Regno Unito preoccupato soprattutto di non lasciare che il suo potere sulla regione venisse messo in discussione.

Dopo gli scontri del 1920, alla vigilia della Conferenza di San Remo, (5 morti ebrei e 4 arabi) e quelli del 1921 a Jaffa (47 ebrei e 48 arabi uccisi), avvenne l’esplosione, molto più grave, del 1929: gli scontri avvennero un po’ ovunque, anche a Gerusalemme, attorno al Muro del Pianto, e a Hebron, dove parte della popolazione araba uccise decine di ebrei mentre un’altra parte li protesse. In totale, in una settimana di agosto, le rivolte costarono la vita a 133 ebrei e 116 arabi. Alla fine, nel 1936, ci fu un vero e proprio sciopero insurrezionale palestinese, che durò quasi tre anni.

Dal 1945 al 1947, i 100.000 soldati britannici di stanza in Palestina combatterono l’attività dei gruppi sionisti che erano diventati molto aggressivi. La tragedia della nave Exodus, durante l’estate del 1947, quando fu impedito ai sopravvissuti dei campi di sterminio di sbarcare in Palestina, ricoprì di ignominia il governo di Sua Maestà, ma la responsabilità andava estesa a tutte le borghesie uscite vittoriose dalla guerra.

Comunque sia, la Seconda Guerra Mondiale aveva suonato la campana a morto per l’imperialismo britannico, che dovette passare la mano allo statunitense. Il governo di Sua Maestà stimò che il Regno Unito, stremato dalla guerra mondiale, non poteva più permettersi di stazionare 100.000 uomini in Palestina – un decimo delle sue forze all’estero – né spendere 40 milioni di sterline l’anno per il suo mandato. Non dimentichiamo che Londra sopravvisse solo grazie al prestito di 39 miliardi di sterline da parte degli Stati Uniti (un debito che non sarà rimborsato completamente che nel 2006!).

Restava da trovare la migliore soluzione per preservare gli interessi britannici in Medio Oriente.

Un fattore altrettanto determinante per la regione fu la pressione internazionale, in particolare quella degli Stati Uniti e dell’URSS. Oltre alla urgente necessità di risolvere la questione degli scampati al genocidio, Washington e Mosca condividevano uno stesso calcolo strategico, naturalmente ciascuno a pro’ suo: cacciare i britannici dalla Palestina per indebolire la loro presa in tutta la regione. Ancora i due grandi vincitori della guerra mondiale non erano passati alla cosiddetta “guerra fredda” – questa iniziò nel febbraio 1948 con la presa del potere da parte dei “comunisti” a Praga in Cecoslovacchia.

Il 18 febbraio 1947 il Foreign Office dovette consegnare il suo mandato alle Nazioni Unite. Largo ai vincitori! Il 14 maggio 1948, lo Stato di Israele fu proclamato alla radio dalla voce di Ben Gurion.

L’esercito inglese lasciò la Palestina. I gruppi terroristi ebraici si dettero ad atrocità contro la popolazione palestinese inerme per spingerla a fuggire. Lo Stato di Israele fu immediatamente riconosciuto dagli Stati Uniti e dopo due giorni dall’URSS. La Turchia fu il primo paese musulmano a riconoscere Israele nel 1949. Le due maggiori potenze imperialiste di allora, USA e URSS, avevano capito l’importanza controrivoluzionaria di questo piccolo Stato per contrastare i movimenti nazionalisti e di decolonizzazione non solo in Medio Oriente ma nel mondo intero.

Dopo il 1948 molti ebrei continuarono ad immigrare verso Israele, dato che non erano graditi in Europa e neppure negli Stati Uniti. Nei primi anni dopo la fine della guerra, centinaia di migliaia di ebrei, che non avevano più casa, vivevano ancora nei campi di concentramento. Anche la Palestina era per loro chiusa dagli inglesi. Per i polacchi tornare significava spesso perdere la vita. Gli Stati Uniti, terra di migranti, già nel 1921 avevano ridotto l’immigrazione attraverso delle leggi che limitavano la quota al 3% per ogni Paese; nel 1924 una legge restrittiva riguardò l’immigrazione dall’Est e dal Sud dell’Europa; pochissimi ebrei erano stati accolti durante la guerra; una nuova legge contro l’immigrazione fu approvata nel 1952 (gli Stati Uniti non firmarono la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati provenienti da paesi in cui erano perseguitati). Un milione di ebrei arrivò invece in Israele dal Maghreb, sia perché erano stati espulsi, come nel caso dell’Egitto, sia perché convinti a farlo da organizzazioni di propaganda ebraiche.

Alla fine degli anni ‘70, l’emigrazione riprese dall’URSS, che attraversava una grave crisi economica, e si accelerò con Gorbaciov nel 1988.

La Comunità russa di Israele è oggi la più numerosa, più di un milione. Gli ebrei russi, prima diretti verso gli Stati Uniti, si sono volti nel 1990 verso Israele dopo l’inasprimento della politica di immigrazione negli Stati Uniti. Per ragioni economiche, più che ideologiche, si sono stabiliti anche negli insediamenti della Cisgiordania e di Gaza: i russi sono il 96,6% della popolazione della colonia di Ariel, l’84,9% di Ma’ale Adunim, il 74,5% di Kiribati Arba. Gli affitti in questi insediamenti, “città dormitorio” vicino alle zone di lavoro di Tel Aviv, di Gerusalemme e più in generale lungo la Linea Verde, godono di sovvenzioni statali.

Attualmente Israele ha una popolazione di 6,5 milioni di ebrei (il 75% della sua popolazione totale), mentre la popolazione mondiale di ebrei è stimata in 15 milioni, di cui 6 negli Stati Uniti.


Il primo antisionismo

Il sionismo fin dalla sua nascita nel XIX secolo incontrò rapidamente ostilità all’interno delle comunità ebraiche, sia di religiosi, riformatori o conservatori, sia di laici, molti dei quali si professavano socialisti. La maggior parte della popolazione ebraica del mondo viveva allora nell’Impero Russo, non in Russia ma in Lituania, Polonia, Bielorussia, Ucraina, Moldavia. Si può quindi affermare che l’antisionismo era soprattutto diffuso e maggioritario tra le comunità ebraiche, in Europa e negli Stati Uniti, che continuavano a vedere il sionismo come un movimento anti-ebraico, e questo fino agli anni ‘40. Per questi ebrei si trattava di combattere per rimanere nel “loro” paese, non per essere mandati in un territorio che non riconoscevano assolutamente come loro patria. Anche per questo, quando lo Stato di Israele afferma che è lo “Stato degli ebrei”, si riferisce agli ebrei sionisti, e di fatto ha bisogno e si alimenta dell’antisemitismo.

Gli ambienti religiosi ebraici consideravano, e considerano, il sionismo addirittura una bestemmia, idolatria, perché nella loro dottrina non ci può essere una patria per gli ebrei senza la precedente venuta del Messia.

L’organizzazione del Bund, Unione generale dei lavoratori ebrei di Lituania, Polonia e Russia, creata nel 1897 in Lituania, era un movimento socialista ebraico laico, lottava per i diritti dei lavoratori ebrei, rivendicava l’uso della lingua yiddish e si opponeva al sionismo, visto come complice del colonialismo britannico. Fu riconosciuto come una frazione del Partito socialdemocratico dei lavoratori di Russia nel 1898, era vicino ai menscevichi. Nel 1905 il Bund fu in prima linea nelle proteste in Bielorussia, nel 1917 non passò ai bolscevichi, ma numerosi suoi iscritti aderirono infine al Partito bolscevico. Ricordiamo che il bundista Marek Edelman, uno dei capi della rivolta del Ghetto di Varsavia del 1943, si dichiarava apertamente antisionista.

Quindi l’antisionismo nasce storicamente come opposizione ebraica ad un progetto che nega che un individuo che si dichiara ebreo possa essere integrato nel Paese e cittadino di pari diritti nello Stato in cui è nato e vive. Antisionisti erano gli ebrei che non riconoscevano la Palestina come il loro Paese.

Ancor oggi, la maggioranza degli ebrei, che vive al di fuori di Israele, considera la possibilità di una loro “alià”, “salita” (a Gerusalemme) solo quando siano nella necessità di emigrare dal paese che abitano da secoli, tranne casi di idealismo religioso.

È evidentemente cosa del tutto indipendente dall’antisionismo di chi dissente e condanna la politica della borghesia israeliana di colonizzare i territori palestinesi e di opprimere le popolazioni arabo israeliane, agitando freneticamente l’alibi della Shoah.

Noi comunisti, come abbiamo scritto, non siamo anti-israeliani, come non siamo anti-americani, per esempio. Definiamo la politica della borghesia israeliana come colonialista, una politica di oppressione contro la sua popolazione araba e anche contro lo stesso proletariato, ebreo ed arabo, di Israele. Siamo ugualmente critici nei confronti della borghesia palestinese, complice della borghesia israeliana nell’oppressione del proletariato palestinese. E auspichiamo l’unione delle classi proletarie israeliana e palestinese, per combattere il loro nemico comune, la borghesia israeliana e palestinese unite fra loro e sottomesse alla borghesia internazionale. Siamo internazionalisti e la nostra lotta è quella del proletariato internazionale contro la borghesia internazionale.

Siamo anti-sionisti come siamo nemici di tutti gli Stati borghesi. In particolare, nella regione, prefiguriamo un sovvertimento anche delle presenti istituzioni statali, che può andare ben oltre la soluzione a “due Stati” e verso una federazione di repubbliche nate dalla sollevazione rivoluzionaria delle classi lavoratrici.

Ciò che invece interessa il governo israeliano e molti dei suoi sostenitori non è combattere l’antisemitismo e la “rinascita del nazismo”, come dimostrano i flirt con le forze di destra in Europa e negli Stati Uniti, continuando ad applicare la ricetta di Teodoro Herzl. Chi difenderà infine gli ebrei (i proletari ebrei) dagli ebrei (dai borghesi ebrei)?

Ma non denunciamo solo la politica colonialista di Israele, denunciamo la connivenza dei grandi Stati imperialisti prima della Seconda Guerra mondiale nella creazione dello Stato di Israele, in una terra palestinese squassata da movimenti nazionali arabi, e la connivenza dopo la guerra, e anche quella attuale, di tutte le borghesie, comprese quelle arabe, per controllare qualsiasi movimento delle masse proletarie arabe e dello stesso proletariato israeliano.

L’imperialismo offre il suo sostegno incondizionato alla politica di Israele, un piccolo Stato ma fortemente sostenuto dal gigante americano. Oggi lo Stato di Israele è una delle roccaforti militari statunitensi in Medio Oriente, che garantisce il mantenimento dell’ordine sulle nazioni arabe che lo circondano e in Nord Africa sull’Egitto, ma soprattutto sul proletariato di tutte queste nazioni la cui unità è stata finora impedita.

Il proletariato israeliano, schiacciato dalla propaganda che la sua borghesia gli ammannisce quotidianamente, non ha altra soluzione se non sfuggire a questa oppressione con la lotta di classe contro la sua borghesia, che lo sfrutta materialmente, lo opprime con leggi sempre più dispotiche e fasciste, lo indebolisce moralmente con la propaganda bellicista e gli inculca l’odio contro un presunto aggressore per separarlo dai suoi fratelli di classe arabi e palestinesi.

Di fronte alla crisi economica globale gli attacchi contro i lavoratori continuano a moltiplicarsi, e ogni scusa è buona per aizzare l’odio tra le varie “comunità” e dividere il proletariato.

Solo il proletariato internazionale, percorrendo la via della difesa delle sue condizioni di vita e di lavoro nelle sue organizzazioni economiche, conquistate alla direzione del Partito Comunista, potrà salvare non solo se stesso ma tutta l’umanità dalle atrocità del sistema capitalista stabilendo, prima di tutto con la sua dittatura sulle altre classi, le basi di una nuova società in cui non esisterà più lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, dove la divisione in classi, il salario e il capitale, la proprietà individuale e l’odio per “l’altro” non avranno più alcun posto!

 

 

 

 

 

 


Lo sviluppo del capitalismo e della lotta di classe in Israele e nei Territori occupati
Primo capitolo, esposto a Torino nel gennaio 2019

Quale la via maestra della rivoluzione?
“Che fare” in Israele e in Palestina?

Il Partito ha dedicato non pochi studi alla questione mediorientale, lungo l’intero processo di formazione dello Stato di Israele e dell’imporsi della cosiddetta “questione palestinese”.

Questo nuovo rapporto non reca scoperte o aggiornamenti ma continua il naturale scolpimento della dottrina dallo studio metodico dei testi del partito. Attraverso cifre e dati economici si intende riaffermare con prove statistiche e storiche, azzardiamo dire scientifiche, la veridicità e l’esattezza del metodo dialettico-storico di Marx, della sua teoria economica e della tradizione del Partito, rappresentato oggi dal poco numeroso, ma saldamente ancorato ai principi marxisti, Partito Comunista Internazionale.

Ottanta anni di conflitti in Medio Oriente sono stati la continuazione quasi ininterrotta della Seconda Guerra imperialista, la più grande di tutti i tempi, nella quale la borghesia ha soppresso milioni e milioni di proletari al fine di poter sopravvivere come classe, la soppressione in massa di una parte della sovrappopolazione che non avrebbe trovato spazio nella convulsa ricostruzione del capitalismo postbellico.

Le varie correnti della “sinistra”, progressiste, pseudo rivoluzionarie e guerrigliere, sono riuscite a impantanare il proletariato palestinese, e soprattutto quello ebraico di Israele, nel marciume del nazionalismo.

Invece la situazione e le sofferenze del proletariato in questa area strategica del mondo sono direttamente legate ai problemi del capitalismo globale, su scala internazionale. La creazione di uno Stato proto-imperialista nella regione è stata una conseguenza diretta della Seconda Guerra mondiale, un effetto del trapasso dell’egemonia globale dall’imperialismo anglo-europeo a quello statunitense.

Il partito ha previsto nel suo lungamente sviluppato lavoro teorico sulla questione del Medio Oriente, e la storia l’ha confermato, che tutti i movimenti borghesi nazionali arabi erano destinati a capitolare di fronte all’imperialismo, condannati fin dall’inizio, nonostante il loro agitarsi bellicoso e molte volte “ultrarivoluzionario”, e malgrado il loro panarabismo, a perseguire un irraggiungibile programma unitario.

L’unica strada che il partito conosce verso la rivoluzione proletaria, e con essa per la liberazione dell’umanità, è quella della lotta di classe. Non v’è più da guadagnare un terreno che il capitalismo non abbia già occupato, oggi nella sua forma più sviluppata di imperialismo; non v’è più spazio storico per doppie rivoluzioni. Lo sviluppo della lotta politica di classe, e delle organizzazioni proletarie di lotta economica, che al momento segnato si trasforma in lotta armata fino all’insurrezione, sotto la guida della dottrina storica della liberazione del proletariato, il socialismo scientifico, incarnato nel Partito Comunista, è una condizione necessaria che poco a poco concresce nella società. È questa la condizione necessaria per raggiungere il comunismo.

Non ci sono manovre intelligenti o svolte inaspettate che possano accelerare questo processo, o squilli di tromba, né lo può la sola volontà di un manipolo di eletti votati al ruolo di eroi nella storia. Nessun uomo può portare il mondo sulle spalle, come l’Atlante del mito, il quale nemmeno potrebbe oggi reggere tutta l’oppressione che il capitalismo produce, fino al punto di mettere a rischio l’esistenza stessa della Specie.

Il comunismo si imporrà con una rivoluzione internazionale. Non c’è altra via di uscita, come sempre abbiamo affermato contro ogni revisionismo e stalinismo: la rivoluzione comunista è internazionale e solo essa potrà farla finita con la guerra, con tutte le guerre, e con tutti gli Stati.

È chiaro quindi che questo lavoro non pretende di trovare la soluzione del conflitto di oggi, a differenza della stragrande maggioranza dei sinistri, i quali credono di poter “costruire” la rivoluzione con le proprie mani, vecchia pretesa stalinista della “costruzione del socialismo” in Russia. Questo lavoro, di ricapitolazione, intende solo ribadire che c’è sì un modo per risolvere il conflitto, che, sebbene oggi sembri lontano, è più vicino di quanto si pensi, e passa necessariamente per la conferma dei passaggi previsti dal marxismo, per lo sviluppo atteso di un forte proletariato di senza patria, guidato dal rinato Partito di domani.

Niente di nuovo, niente di facile, niente di veloce, una consegna che non riguarda soltanto il Medio Oriente, ma è un principio per tutta la questione della rivoluzione comunista mondiale, in ogni punto del globo.

Qui il nocciolo della questione. Non è stato un caso che solo il Partito abbia potuto prevedere la fine che avrebbero fatto tutti i gruppi di impronta nazionalista, gli stalinisti e la sinistra di ogni genere, un immediatismo traditore davanti al quale hanno inchinato la bandiera rossa. Quanto è costata al proletariato palestinese la mistificazione della “resistenza”, di fatto un movimento manovrato dalla controrivoluzione, votato alla capitolazione e ai massacri? Quanto è costato consegnarlo nelle mani dei nemici?

Quei tradimenti e quelle disfatte non sono avvenuti per caso, sono serviti allo sterminio di proletari, il sangue dei quali non ha smesso di versarsi sulle pietre di Gerusalemme, ieri come oggi.

Al Quds non sarà mai l’incontestato tempio del mito sionista, di una nazione razziale e del suo Dio, perché è ancora oggi al centro, all’epicentro delle correnti del capitalismo globale e di tutte le sue contraddizioni, contraddizioni che dal suo interno lo lacerano e lo porteranno a morte.

L’ebreo proletario non si dividerà fra “ebreo di sinistra” o “di destra”, in quanto la sua stessa esistenza dipenderà dalla lotta contro l’ebreo borghese. Non sarà più un ebreo, ma un proletario.

La stessa questione è vitale per i palestinesi, di cui continua a scorrere il sangue. La morte e la distruzione nella colonizzata Palestina sono il riflesso dell’essenza cruenta del capitalismo. I governanti arabi assoggettano il proletariato palestinese, coraggioso e determinato, insieme ai suoi fratelli di classe in tutta la regione, col mito del nazionalismo borghese, che l’imperialismo attizza, utilizzando la resistenza palestinese come una cortina fumogena a nascondere la schiavitù salariale.

È una questione di classe la salvaguardia della vita dei proletari palestinesi ed ebrei dalla continuazione delle guerra imperialista. Questo richiede la costituzione del partito di classe in tutta la regione. Oggi non esiste. Oggi, che nemmeno le organizzazioni di lotta economica di classe esistono nel firmamento mediorientale, sembra illusione se non follia parlare di rivoluzione comunista. Però noi sappiamo che il sotterraneo procedere della rivoluzione è in atto, le determinazioni del comunismo premono sempre più, la necessità del comunismo oggi, alla vigilia di una nuova grande crisi economica globale, si impone per la salvezza non solo del popolo palestinese e del proletariato ebreo, ma come la necessità esistenziale della specie intera.

Ovviamente è un processo lungo e doloroso. Il martirio subìto oggi dal proletariato nelle aree colonizzate sotto il giogo militare e l’occupazione da parte di Israele di territori dove la popolazione è in gran parte araba, merita un’attenzione particolare, e una strategia concreta che ponga al centro la reale situazione che il sionismo produce nella regione.

La lotta di classe in una regione esplosiva come quella mediorientale potrebbe accelerarsi in modo molto rapido quando il proletariato occidentale, e principalmente israeliano, riuscisse a dare la sua solidarietà di classe per la difesa del proletariato palestinese. Questo non è solo il nostro auspicio ma anche l’unica strada per la soluzione della questione mediorientale dal punto di vista classista e comunista.

Lo sviluppo complessivo della lotta delle classi nel mondo e la liquidazione del partito comunista mondiale come si era affermato negli anni Venti, hanno ridotto le forze del partito a quantità numericamente esigue rispetto ai suoi più gloriosi trascorsi, limitandone l’influenza sul proletariato. Ma anche così il partito ha continuato il suo cammino, sulla linea rivoluzionaria del partito storico, anche quando sembrava “sorpassato a sinistra” da organizzazioni di matrice piccolo borghese, falsamente comuniste, quelle stesse che non si erano peritate nel passato ad apostrofare noi di “ultrasinistri”, mentre ingannavano il proletariato mediorientale ed europeo limitandolo ad una lotta di liberazione nazionale e spingendolo verso un riformismo borghese bagnato di sangue proletario e condannandolo nella regione a una guerra tra proletari senza senso e senza scopo.

Ma il tempo rimette tutto a posto, sono passati decenni e molte cose appaiono oggi chiare, la OLP-Fatah non può più spacciarsi come il partito dei fedayn e si è comprovato il suo carattere traditore.

Cosciente del contesto e dei rapporti di forza fra le classi, l’avanguardia del proletariato mondiale, il partito, saldo e determinato, anche se oggi di pochi seguaci, fuori da illusionismi insensati e avventurismi guerriglieri, potrà e necessariamente sarà esso a dare una guida illuminante al prossimo scoppio della rivoluzione mondiale in Medio Oriente.


Il maturare del capitalismo in Palestina

Israele è oggi uno dei capitalismi più sviluppati del Medio Oriente.

In tutta la sua storia è stato condizionato dalla funzione che ha svolto all’interno degli schemi dell’imperialismo mondiale. Lo Stato sionista nasce come creatura dell’imperialismo, nel trapasso dal dominio franco-britannico nella regione al nuovo blocco imperialista dominante russo-americano.

Prodotto della impotenza strategica degli imperialisti nella regione, è finito per essere un punto focale dello scontro imperialista dopo la Seconda Guerra mondiale fra America, Russia ed Europa

Dopo l’acquisizione delle terre e la espulsione della popolazione araba e il dirompere della cosiddetta “questione palestinese”, con le costanti guerre contro le opposte borghesie arabe, appoggiate dal blocco dell’Est, Israele ha finito per essere uno dei centri del conflitto interimperialista.

Oggi dispone di alcune delle industrie di armamenti e di tecnologia più importanti al mondo. Occupa il settimo posto mondiale nel commercio delle armi, è il primo paese per la produzione pro-capite di armi, che costituiscono il 25% delle sue esportazioni. L’industria militare ha svolto un ruolo centrale nello sviluppo del capitalismo israeliano e della sua struttura produttiva fondata sugli armamenti, in collegamento con la guerra infinita che si combatte nella regione.

È nella sua natura capitalistica il passaggio da una giovane nazione, con alti tassi di accumulazione, allo stato attuale, un capitalismo industrializzato con tassi più bassi, ma infinitamente più esteso, simile ai capitalismi sviluppati in Europa e in Asia.

Come ha scoperto la teoria di Marx, la crescita del capitale porta ad una riduzione del saggio medio del profitto e a periodiche crisi. Sebbene la massa del capitale circolante cresca in maniera stratosferica, il saggio medio del profitto tende a diminuire. Possiamo misurare questo nella riduzione della crescita percentuale dell’accumulazione capitalista. Mentre la massa di merci che si riproduce cresce, e il lavoro sociale diventa più produttivo, la quantità impiegata di lavoro vivo diminuisce rispetto al “lavoro morto”, al Capitale già accumulato: poiché solo il lavoro crea il plusvalore, il tasso di crescita del capitale diminuisce. La redditività dell’investimento è inferiore, il capitale si accumula in poche mani mentre i magazzini sono pieni di prodotti pei quali presto non si trovarà alcun compratore. Si abbatte allora la crisi di sovrapproduzione.

Ma il marxismo insegna che nemmeno il capitalismo israeliano potrà sfuggire nel suo sviluppo alla crisi di sovrapproduzione, punto culminante di tutto il processo di accumulazione ciclica del capitalismo.

Per la conferma in Israele della teoria marxista della riduzione del saggio medio di profitto, abbiamo preso la serie degli indici della produzione industriale come pubblicata dalla Banca di Israele, dal 1960 ad oggi. Per rendere il fenomeno abbiamo diviso lo sviluppo della produzione industriale in sei periodi, delimitati dall’anno nel quale la produzione ha raggiunto un picco. Infatti importante è la tendenza: anche se la curva è generalmente in aumento, tranne che in tempi di recessione, e salta occasionalmente in alto o in basso: in media, nella tendenza a lungo termine, il saggio relativo di crescita tende a 0%.

Come può essere ricavato dal grafico, la crescita media annua percentuale del capitalismo israeliano nei successivi cicli è la seguente:

1960-1966 11,2%
1966-1979 8,1%
1979-1987 3,0%
1987-2000 4,6%
2000-2008 3,2%
2008-2018 2,1%
Il primo e l’ultimo ciclo sono incompleti: prima del 1960 non abbiamo dati e il 2018 non sarà un anno di massimo.

La tendenza generale alla diminuzione è netta.

Sono da considerare le vicende occorse in Israele in questo sessantennio in esame.

Nel periodo 1966-79 cadono la guerra dei Sei Giorni, quella dello Yom Kippur e quella del 1978 in Libano: evidentemente la guerra fa bene al capitale.

La recessione del 2000 è legata alla crisi finanziaria asiatica e alla bolla IT, che ha gravemente colpito il capitalismo mondiale.

Tra il 2000 e il 2008 la crescita media è solo del 3,2% all’anno, un periodo che termina con l’arrivo della crisi economica globale del 2008, che ha colpito tutto il capitalismo.

Ma negli anni 2008-2018 Israele è cresciuto ancora meno, solo del 2,1% (e il ciclo non è ancora terminato), seguendo una tendenza evidentemente al ribasso.

Tuttavia sia il grafico sia i numeri dimostrano come il capitalismo israeliano abbia avuto una certa ripresa dall’inizio degli anni Novanta, raggiungendo un volume di produzione che è il maggiore in Medio Oriente. Con una breve parentesi tra la crisi del 2000 – la cosiddetta bolla dot-com – la crisi finanziaria asiatica, e la crisi economica mondiale del 2007-2008, il giovane capitalismo israeliano ha raggiunto la piena industrializzazione, paragonabile a quella degli altri paesi del vecchio capitalismo europeo. E molto è stato detto sul miracolo economico israeliano, sulla economia delle startup, di quella piccola nazione che solo pochi decenni fa esportava solo arance.

Ma lo sviluppo dell’economia israeliana non contraddice gli studi economici del Partito. Il moderno capitalismo israeliano ha fatto strada per conto del capitalismo mondiale, in una regione prospera e strategicamente importante per lo scontro fra gli imperialismi, irrompendo con metodi avanzati di produzione, a sua volta distruggendo e cancellando nel suo percorso tutta la tradizionale economia agraria, instaurando il moderno capitalismo industriale e finanziario, sostenuto dai diversi interessi imperialisti dei blocchi europei e americani, con tutta la tecnologia necessaria e, naturalmente, con il loro appoggio militare ed economico.

Per questo è servito lo sfruttamento a fondo del proletariato, proprio e palestinese, le guerre periodiche e, soprattutto, l’appoggio dell’imperialismo americano. Insieme a questo Israele ha visto prima la crisi di sovrapproduzione negli anni Settanta interrompere quella robusta crescita, per poi trarre slancio economico e politico dalla guerra del Golfo e dalla crisi di sovrapproduzione della riforma del blocco russo.

In seguito ha subìto di riflesso il cambiamento nei rapporti di forza con la trasformazione del blocco imperialista russo in un attore secondario nella scena globale. È proprio con la riforma del capitalismo nell’Unione Sovietica, con l’avvicinarsi dell’imperialismo statunitense ai paesi della Lega Araba in Medio Oriente, con gli eventi previsti negli accordi di pace con la Giordania, con la guerra del Golfo e con l’istituzione dell’Autorità Palestinese che l’economia israeliana, baluardo dell’imperialismo americano nella regione, fa davvero un grande salto economico.

Dopo un periodo di crisi economica iniziata con la crisi di sovrapproduzione del 1975 e il successivo “piano di stabilizzazione”, che fortemente peggiorò la vita del proletariato e fu fattore determinante nel scoppio della Prima Intifada, con l’estensione e l’apertura di nuovi mercati, e con il processo che portò agli accordi di Oslo, il capitalismo israeliano riuscì a riconquistare tassi di crescita che non aveva sperimentato in due decenni.

Ma non sarà il mito ebraico dell’unione sacra del “popolo eletto” a salvarlo dalla condanna a profitti relativi decrescenti. Israele, passando da un capitalismo giovane ed esuberante ad uno moderno e assestato, non può sfuggire alle sue leggi economiche. La crescita diminuisce tendenzialmente e si avvicina la grande crisi economica di sovrapproduzione, con la recessione economica e la polarizzazione delle classi. Noi non possiamo che rallegrarci di tale processo ed esclamare: benvenuta, prima è meglio è!

Aggiungiamo qui, con riferimento a quanto abbiamo detto finora sullo Stato di Israele, qualcosa sull’economia dei territori occupati, e sulla sua interrelazione con la dominazione del capitale israeliano. Qui un risultato per niente sorprendente, ma piuttosto rivelatore.

Abbiamo ricercato il valore aggiunto della produzione in Cisgiordania e a Gaza:

La Cisgiordania, fortemente influenzata da Israele, esperimenta ugualmente una crescita iniziata negli anni Novanta. Dal 1990 al 2000 il valore aggiunto è aumentato di quasi il 70%: l’espansione dell’economia israeliana si propaga nei Territori, i mercati si aprono, l’Autorità Palestinese diventa il partner commerciale del colonialismo israeliano, il processo di pace con la Giordania, sponsorizzato dagli americani, genera un flusso di capitali nella regione.

L’importanza del grafico è vedere la somiglianza, non certo sorprendente, con la curva dello Stato di Israele, con chiara evidenza del rapporto di totale dipendenza dell’economia della Cisgiordania e di Gaza da Israele e dal suo divenire economico.

Ma anche la borghesia israeliana trarrà un ritorno economico dai Territori: la maggior parte del cemento con cui si costruisce, e ricostruisce, Gaza è di produzione israeliana!

Mentre le importazioni da Israele sono oggi solo il 55% del totale, l’82,5% delle esportazioni dalla Cisgiordania e da Gaza finiscono in Israele. Persino le guerre periodiche danno impulso all’economia palestinese. Insomma, anche la borghesia palestinese condivide i profitti dell’occupazione, affratellata con le borghesie dei paesi arabi circostanti ma nello stesso tempo in collaborazione con lo Stato di Israele, al servizio dell’imperialismo, spargitore del sangue proletario palestinese.

Niente comprova meglio la sporca collaborazione della borghesia palestinese nello sfruttamento e nello sterminio del proletariato palestinese di due esempi recenti.

Uno è il caso della vendita del cemento, attraverso società palestinesi, per la costruzione del muro di separazione. Mentre Yasser Arafat denunciava al mondo la costruzione del muro che oggi separa i Territori, e che annette gran parte di Gerusalemme e dei villaggi circostanti, imprese palestinesi di proprietà dei suoi stessi ministri e sotto i suoi occhi, fornivano allo Stato di Israele per la costruzione del muro il cemento sovvenzionato dallo Stato egiziano per la ricostruzione di Gaza e della Cisgiordania. I profitti stimati da 8 a 9 milioni di dollari hanno scatenato gran scandalo a Ramallah. Yasser Arafat, simbolo della resistenza palestinese, che intanto guardava dall’altra parte, oggi sappiamo che era consapevole e informato del traffico e che decise di non muovere un dito per evitarlo.

Ma questo è solo un episodio: in tutto il settore delle costruzioni v’è una stretta collaborazione tra la borghesia israeliana e quella palestinese: l’occupazione è edificata con imprese e con lavoro palestinese.

Hamas, che sventola la bandiera della resistenza all’occupazione e si pone ad esempio nella lotta alla corruzione, ha appena firmato un accordo in base al quale riceverà denaro del Qatar, tramite Israele, per pagare i suoi dipendenti a Gaza. L’accordo prevede la cessazione delle azioni armate contro “l’entità sionista”. Il risultato di questa politica di “riformismo armato” sarà il riconoscimento del gruppo islamista e la sua collaborazione con lo Stato israeliano. Praticamente lo stesso percorso che hanno seguito l’OLP e la borghesia palestinese che, allo stesso tempo, collaborano con lo Stato di Israele e reprimono il movimento operaio, e cercano quel poco di indipendenza necessaria per sfruttare il loro proletariato senza la concorrenza del capitale israeliano.


L’industria degli armamenti

La produzione di armi è stata forse il settore più importante per il decollo del paese ed è rimasto centrale nell’economia. Dagli anni Ottanta ha rappresentato il 25% del PIL israeliano e il 20% della forza lavoro. Oggi è ancora in crescita. Marx ha detto che il principale settore e pioniere del capitalismo è l’industria bellica: niente di più azzeccato per Israele. Sull’industria della guerra si fonda il capitalismo israeliano, intorno ad esso è sorta la sua tecnologia avanzata ed è ancora oggi l’industria più importante.

Per dare un esempio dell’importanza che l’industria militare rappresenta nella crescita del capitalismo israeliano abbiamo nella seguente tabella il valore delle esportazioni, in milioni di dollari, dal 1963 al 2018 (Fonte Sipri). Israele oggi rappresenta la settima potenza nel commercio di armi

Inutile dire che queste armi hanno servito i regimi più reazionari e le guerre più efferate, in Iraq, in Bosnia, in Ruanda, in El Salvador, in Cile. Quando dei pacifisti israeliani chiesero di rivelare il coinvolgimento di Tel Aviv nella vendita di armi al Ruanda durante il genocidio dei tutsi il giudice lo vietò per motivi di “sicurezza nazionale”...

Nel 2017 l’industria degli armamenti ha fatto un balzo rispetto all’anno precedente, grazie a grandi commesse dall’India, rivale della Cina, il nuovo grande imperialismo.

Però, se l’esportazione di armi si mantiene in crescita, dalla fine degli anni Settanta Israele diminuisce la spesa per la difesa. Nel 1965 la percentuale sul bilancio statale della spesa per la difesa era del 10%. Negli anni Settanta, al tempo della crisi economica globale, della guerra dei Sei giorni e della guerra dello Yom Kippur, arrivò al 30%. Il picco storico è nel 1975. Nel convulso decennio degli Ottanta era diminuita intorno al 15%. Poi la tendenza al ribasso accelera, con alcuni aumenti sporadici solo durante le repressioni nei Territori e le incursioni militari nei paesi limitrofi: Gaza 2014, Libano dal 2000 al 2016. Attualmente è inferiore al 5-4%, il punto più basso nella storia dello Stato.

Queste cifre sono tutte relative, la quota della spesa militare sul totale, nello sviluppo di una nazione dalla sua formazione, impegnata nelle guerre, con alti tassi di accumulazione, a un capitalismo ormai maturo, con un’elevata tecnologia militare e con un’agricoltura industrializzata.

 Ma non dobbiamo interpretare questi dati come rispondenti ad una pacificazione dell’imperialismo israeliano, anche se molti “di sinistra” lo credono. È proprio il contrario. Seppure invecchiato economicamente, il capitalismo israeliano mantiene tutta la sua necessità di espansione e ha continuato ad aumentare la spesa militare. Se prendiamo le cifre in valore monetario costante, la spesa per la difesa non ha smesso di crescere, come dimostra il grafico seguente. Il confronto fra queste due tabelle descrive lo sviluppo militare di un capitalismo moderno: sempre militarista, passa a produrre le armi non solo per sé ma anche per gli altri briganti imperiali.

IIl grafico rappresenta il bilancio della difesa in dollari costanti del 2010.


Agricoltura, un passato che si allontana

 La questione agraria è sempre stata un aspetto centrale nelle doppie rivoluzioni. I dati che presentiamo qui di seguito sono coerenti sul filo del tempo del lavoro nel Partito sulla Palestina. Confermano il passaggio in tutta la regione da un’economia agraria parcellare alla industrializzazione moderna.

Nuovi dati sull’agricoltura in Israele aggiornano quelli esposti nel nostro “Lezione marxista della formazione degli Stati e delle lotte sociali in Medio Oriente”, del 1983. Lo sviluppo capitalistico in agricoltura ha visto l’aumento della produttività con l’uso di tecniche più avanzate e dei metodi moderni di coltura. Vi è stato l’esproprio della terra dei contadini arabi, trasformati in proletari, e il suo trasferimento alla moderna industria agricola, base del capitalismo industriale, questione questa fondamentale per il partito e le sue prospettive.

Occorre confrontare l’economia israeliana e quella, ad essa legata, in Cisgiordania e a Gaza per dimostrare le diverse tendenze frutto della repressione coloniale cui è sottoposta la popolazione palestinese sotto occupazione.

Il grafico mostra il valore aggiunto in agricoltura, in percentuale del PIL, nei territori della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Vediamo la curva discendere molto velocemente, qui dal 1994. Con l’espropriazione della terra palestinese e la conversione delle famiglie da contadine a proletarie, partendo da un’economia fondamentalmente agraria, nel 2016 l’agricoltura arriva a rappresentare soltanto il 3,6% del PIL della Cisgiordania e di Gaza assommati. In corrispondenza il proletariato cresce di numero. I piccoli proprietari vengono a poco a poco espropriati di tutto. Si trovano abbandonati in una dimensione sociale nuova, senza proprietà, senza patria, senza nulla da perdere. 

Sono oggi trasferiti non tanto nel settore industriale, come in passato, ma nel terziario o nei servizi. A questi si aggiunge la gran quantità di rifugiati nei paesi vicini, che vivono in condizioni di affollamento, repressione e sfruttamento da parte delle diverse borghesie della regione.

Questa tendenza è confermata dai dati numerici, in questo quadro relativo agli anni 2012-2015 e che riporta la produzione agricola totale: oltre che in percentuale, la produzione è in declino anche in assoluto.

Se passiamo ai dati di Israele ci rendiamo conto che da un po’ di tempo l’agricoltura non è più un fattore economico primario nemmeno per il capitalismo israeliano, ridotta ormai intorno all’1,2% del PIL. Oggi la maggior parte dei prodotti agricoli viene importata e la produzione interna è spesso sovvenzionata per competere con quella straniera.

Nel settore agricolo in Israele il lavoro viene svolto principalmente dal proletariato immigrato, forza lavoro a basso costo, e dai palestinesi con permessi di lavoro entro i confini del 1948.

Tornando alla Cisgiordania e a Gaza, si rileva che nei territori occupati le produzioni sono stagnanti se non addirittura in decrescita. In calo anche la terra coltivata. Questo a causa della parcellizzazione della terra, degli espropri e dei pochi investimenti nelle infrastrutture e in macchine. Sarebbe ingenuo credere che lo Stato israeliano non ne sia un fattore, e forse determinante, con la politica di colonizzazione e, a partire dal 1980, di edificazione di nuovi e numerosi insediamenti che hanno portato oggi la popolazione israeliana in Cisgiordania a quasi 600.000 abitanti.

Allo stesso tempo si è esteso il settore dei servizi: dal 50% del PIL totale nel 1995 al 60% nel 2010. Il valore aggiunto è cresciuto del 14,5% tra il 1995-2010, la produzione del 13% e la forza lavoro del 7,5%. 

In Israele, mentre presenta anch’esso una curva discendente dell’importanza relativa dell’agricoltura e dell’industria di trasformazione, che ormai poco significa nella sua economia, invece la produttività in agricoltura non ha smesso di crescere.

Nel grafico abbiamo gli indici di produttività del suolo, sopra, e per metro cubo d’acqua d’irrigazione, sotto.

Il risultato è una produttività più che doppia in Israele rispetto alla Cisgiordania e a Gaza, sebbene condividono simili tipi di suolo e di clima. La seguente tabella ne dà una misura relativa agli ultimi 16 anni fino al 2010.

Riguardo al numero degli occupati nell’agricoltura in Palestina, la seguente tabella mostra la loro diminuzione dal 2002 al 2014, in particolare dello donne: uomini dal 12 all’8% del totale, donne dal 30 al 21%! Nel passaggio a un capitalismo moderno le braccia non si debbono dedicare al campicello familiare ma, salariate, direttamente al Dio Capitale.


* * *

In conclusione vediamo come l’occupazione israeliana e la sua politica di colonizzazione, soprattutto dopo gli accordi di Oslo, hanno significato la rovina dei contadini palestinesi, trasformati in proletari, in profughi affamati alla mercè del capitalismo internazionale.

Questo il risultato inevitabile dell’impianto del capitalismo moderno nella regione. Se i sentimenti degli ebrei e degli arabi sembrano così lontani, la loro realtà di vita si avvicina sempre più, mano nella mano sospinti dal comune sviluppo produttivo ed economico borghese. Il capitalismo distrugge tutte le vestigia delle società antiche, che trasforma a sua immagine, nel vortice del commercio mondiale; lasciando migliaia di morti sul suo cammino, trasforma violentemente la vita di milioni di uomini, in nome del profitto.

L’impianto del capitale nella regione si è di fatto attuato con l’espansione del colonialismo israeliano.

Oggi il palestinese non è più un fedain, con i suoi fini reazionari tipici della piccola borghesia, ma è più che mai un proletario, che sta di fronte direttamente alla propria borghesia, la quale conosce soltanto gli affari, il denaro, l’azienda.

E dove ci sono aziende ci sono rapporti commerciali, e fra nazioni diplomazia, trattati e alleanze. E noi continuiamo: e guerre!

Noi Partito Comunista non possiamo materialmente scegliere fra la pace borghese e la guerra borghese, che sappiamo storicamente inevitabile. Combattiamo e la pace e la guerra dei borghesi. E approfitteremo di ogni pace e di ogni guerra per rovesciare il potere dei borghesi, bellicosi o pacifisti che siano.

(continua al prossimo numero)

 

 

 

 

 


Dall’Archivio della Sinistra

In questa rubrica dedicata all’“Archivio della Sinistra” ripubblichiamo alcuni documenti del più piccolo tra i partiti comunisti aderenti alla Terza Internazionale e che, tra tutti, ebbe la più breve vita: il Partito Comunista di Fiume.

La città di Fiume aveva goduto della condizione di “corpus separatum” della Corona ungarica, sancito dall’imperatrice Maria Teresa con diploma del 23 aprile 1779 che dichiarava Fiume città libera: «Separatum sacrum regni Hungariae coronae adnexum corpus [...] neque cum alio Buccarano vel ad regnum Croatiae pertinente ulla ratione commisceatur».

Fino al 1892 aveva goduto delle condizioni favorevoli di porto franco e dell’esenzione dal regime doganale ungherese. La condizione di corpus separatum, in vario modo e con interruzioni, continuò fino alla cessazione della compagine statale asburgica del 1918, o, se vogliamo, fino allo smantellamento dello Stato Libero nel 1924.

Il famigerato Patto di Londra del 1915 aveva assegnato Fiume alla Croazia, però l’Italia sulla base dell’armistizio di Villa Giusti aveva il pieno diritto di sottoporre ad occupazione tutta l’Istria, fino alle porte di Fiume, e poteva inviare truppe di occupazione a tutela dell’ordine pubblico a Fiume e oltre, in Dalmazia, fino alla decisione sulla sua assegnazione finale da prendersi in seno alla conferenza di pace.

Per un brevissimo tempo Fiume fu inclusa nello Stato degli Sloveni, Croati, Serbi. Ma il 4 novembre 1918 le autorità militari italiane occuparono la città dando, naturalmente, appoggio a quelle forze politiche che richiedevano l’annessione all’Italia. Poi, come abbiamo visto in altra parte di questo numero della rivista, dal settembre 1919 alla fine del 1920 si ebbe il dominio terroristico (terroristico per la classe operaia) di D’Annunzio.

Con il Trattato di Rapallo, sottoscritto dalle delegazioni italiana e iugoslava l’11 novembre 1920, fu creato il nuovo Stato “indipendente” di Fiume. «Il Regno dei Serbi, Croati, Sloveni e il Regno d’Italia assicurano il pieno riconoscimento dello Stato libero e indipendente di Fiume, impegnandosi a rispettarlo fedelmente» (ex art.4 del trattato).

Il suo territorio, comprendente il corpus separatum, delimitato dai confini della città e del distretto di Fiume, più una ulteriore striscia che gli avrebbe garantito la continuità territoriale con il regno d’Italia, misurava circa 100 chilometri quadri con una popolazione approssimativa di 50.000 abitanti.

Avendo rappresentato il solo sbocco sull’Adriatico dell’Ungheria il governo vi aveva investito le risorse necessarie per rendere fiorente quel suo unico porto. Per il fatto stesso di essere un centro specificatamente commerciale ed industriale Fiume era una città proletaria. Al tempo del suo massimo sviluppo il numero degli operai occupati raggiungeva i 20.000; addetti soprattutto al porto, al cantiere, al silurificio, a stabilimenti metallurgici minori e ad altre industrie quali la raffineria, la produzione di cioccolata, etc. La classe operaia fiumana si era dotata di una buona organizzazione economica e, oltre ai sindacati, non mancavano tutte quelle istituzioni proletarie di assistenza, mutualità, cooperazione, tanto diffuse nella Venezia Giulia.

Ma al termine della guerra l’intera vita economica di Fiume si era arrestata: nel 1921 gli operai al lavoro superavano di poco i mille. Scrivevamo su “Rassegna Comunista” del 15 settembre 1921: «Oggi la situazione del proletariato di Fiume è estremamente critica, in relazione a quella che è la situazione economica della città. Fa una impressione penosa percorrere le banchine e i parchi ferroviari del porto di Fiume, corredati con tutte le risorse della tecnica moderna di impianti potentissimi, e vedere crescere l’erba sulle banchine e tra i binari, e la ruggine e la mancanza di manutenzione rovinare i macchinari inerti. Nel porto sono alcuni piroscafi in disarmo, che anch’essi sono immagine penosa di inerzia e di paralisi, qualche nave petroliera, le navi da guerra italiane. Ridotto ad una intensità insignificante è il movimento dei battelli per passeggeri che prima incrociavano frequentissimi fra i prossimi ridenti arcipelaghi [...] Le industrie riducono il personale e minacciano la serrata. Si calcola che l’80% dei lavoratori siano disoccupati, e quindi in lotta con la miseria».

La fiorente città industriale di un tempo, importante nodo commerciale e portuale, strappato al suo territorio nazionale e al suo retroterra economico, aveva un aspetto desolante, a Fiume regnavano la disoccupazione e la fame. In un appello pubblicato il 16 aprile 1920 dalla “Nova Istina” di Zagabria, tra l’altro si legge: «La classe operaia di Fiume, raggiunto il Calvario al suo culmine, prima di morire lancia il suo grido di disperazione ai lavoratori di tutto il mondo: Fratelli salvateci!». Ancora 2 anni e mezzo dopo la situazione non era certamente cambiata se "Il Lavoratore" di Trieste, il 1° ottobre 1922, lanciando un appello per la salvezza dei bimbi di Fiume, titolava: "Il Calvario dell’infanzia proletaria fiumana".

Fiume, al pari di Trieste, aveva una forte tradizione rivoluzionaria e, a ragione della sua composizione etnica, internazionalista. Prima della guerra i socialisti fiumani erano una sezione del Partito Socialdemocratico Ungherese; in seguito rimasero isolati e non poterono avere stabili contatti nemmeno con i socialisti italiani e iugoslavi.

Comunque sia, il Partito Socialista di Fiume al suo secondo congresso, svoltosi in contemporanea con il secondo congresso dell’Internazionale, deliberò l’adesione al Comintern. Chiaramente si trattò di una adesione puramente simbolica, come era stata quella del PSI nel 1919, e non poteva che essere così in quanto i famosi 21 punti saranno adottati pochi giorni dopo.

Il Partito di Fiume sebbene contasse un numero limitato di iscritti (qualche centinaio) aveva tuttavia il controllo della Camera del Lavoro (Sedi Riunite), la quale, nel limite delle sue forze, cercava di mobilitare il proletario nella lotta contro la disoccupazione, per le otto ore di lavoro, per l’aumento dei salari e contro l’espulsione degli operai da Fiume.

È il caso di soffermarsi sul problema delle espulsioni, un’arma terroristica che gravava sulla testa di ogni proletario indistintamente e, in modo particolare su quelli di origine serbo-croata. Per spiegare di cosa si trattasse faremo ancora una volta riferimento a quanto scritto sullo stesso numero di “Rassegna Comunista”: «Gli organizzati, e soprattutto gli organizzatori non hanno mai goduto di libertà di movimenti: soprattutto è sempre stata sospesa su di loro come una spada di Damocle la minaccia dello sfratto da Fiume [...] L’indipendenza ha recato questo beneficio; che mentre tutta una teoria di delinquenti e di mascalzoni vi si è tranquillamente insediata e vi vive indisturbata, gli stessi cittadini che da anni vi dimorano e vi lavorano sono in pericolo di essere cacciati come stranieri. Per avere a Fiume tutti i diritti di cittadinanza, di voto, di residenza occorre essere “pertinenti” alla città [...] Nel 1874 vennero dichiarati pertinenti tutti coloro che da cinque anni dimoravano nella città. In seguito la pertinenza non si poteva ottenere che per una deliberazione dell’autorità comunale, che, essendo nelle mani dei borghesi, fu sempre restia a concederla ai lavoratori. Si dava così il caso di autentici fiumani e figli di fiumani, che da decenni vivevano nella città, senza avere la pertinenza. Oggi che il comune è divenuto uno Stato a sé, le migliaia e migliaia di fiumani non pertinenti alla città sono considerati come stranieri, la loro presenza è soltanto tollerata, e un decreto dell’autorità locale quale che essa sia basta a sfrattarli. Il governo dannunziano si guardò bene dal concedere la pertinenza agli operai e tanto meno ai socialisti e comunisti considerati come avversari pericolosi. Intanto venivano nominati cittadini fiumani tutti gli armati che vi affluivano ad ingrossare le schiere dei “liberatori” [...] Il proletariato si trovava e si trova dunque in una condizione di inferiorità evidente, non solo perché privo di diritto di voto, ma anche perché il non avere i diritti di cittadinanza espone i lavoratori e i loro organizzatori a tutte le rappresaglie, culminanti in quella comodissima per gli avversari, dello sfratto dalla città».

L’adesione del Partito Socialista di Fiume alla Terza Internazionale aveva lo stesso valore di quella del Partito Socialista Italiano al congresso di Bologna. La riprova si ebbe a Livorno per il Partito Socialista Italiano e al congresso del 10 novembre 1921 per quello di Fiume. Quel congresso per la verifica dell’accettazione o meno delle 21 condizioni di Mosca non fu possibile convocarlo prima del novembre 1921 a «causa del regime terroristico che imperversava a Fiume, per cui i migliori compagni erano stati espulsi o erano costretti a vivere nascosti» (“Il Lavoratore”, 13 novembre 1921).

Una dettagliata cronaca del congresso è riportata da “Il Lavoratore” del 13 novembre. A questo congresso, per il Partito Comunista d’Italia intervennero Cesare Seassaro di Trieste che portò il saluto e l’augurio dell’Internazionale, oltre che del partito italiano e Secondino Tranquilli a nome dell’Esecutivo dell’Internazionale giovanile comunista.

Due furono le relazioni presentate al congresso: quella comunista e quella centrista. Sulla relazione comunista non ci soffermiamo poiché è uno dei documenti di seguito ripubblicati.

Il relatore unitario svolse la sua relazione affermando di accettare 20 dei 21 punti di Mosca, insistendo nel voler conservare il nome di Partito Socialista; la questione della espulsione dei riformisti venne del tutto ignorata. La mozione insisteva sulle “condizioni speciali” di Fiume, sulla conquista di riforme contingenti e democratiche e non faceva accenno alla questione sindacale né ai rapporti internazionali. Nel corso della discussione questi concetti tipicamente socialdemocratici furono addirittura ampliati affermando che Fiume non poteva seguire il “metodo russo” della conquista violenta del potere. Naturalmente per i centristi non si trattava di dichiarare l’impossibilità della presa del potere rivoluzionario nel lillipuziano territorio di Fiume, si trattava di negare il concetto stesso di conquista violenta del potere.

Citiamo dallo stesso numero de “Il Lavoratore”: «Chiusa la discussione ha parlato il compagno Seassaro, spiegando la profonda differenza teorica e pratica che esiste ormai tra la parola “comunista” e la parola “socialista”; poiché la cosiddetta internazionale socialista, cioè l’internazionale due e mezzo di Vienna, è la peggiore nemica dell’Internazionale comunista, ed è il centro degli intrighi controrivoluzionari mondiali, e perché l’opera svolta in questi ultimi tempi dai vecchi partiti socialisti di tutto il mondo si vede che è stata opera perfidamente controrivoluzionaria».

L’esito della votazione, eseguita per appello nominale, diede una maggioranza, seppure di non larga misura, alla mozione comunista. Per la gioventù fu diverso: Secondino Tranquilli il 15 novembre comunicava alla centrale italiana che «il congresso giovanile è riuscito trionfalmente: tutti i giovani hanno votato l’adesione al nuovo partito comunista».

Il minuscolo Partito Comunista di Fiume ebbe vita breve, circa due anni e mezzo. Infatti il 27 gennaio 1924 furono firmati a Roma gli accordi italo-iugoslavi in base ai quali l’esistenza del piccolo “Stato libero” di Fiume, ormai da tempo dominato dal fascismo veniva cancellato anche de jure ed annesso al regno d’Italia. Di conseguenza il Partito Comunista di Fiume fu incorporato in quello d’Italia. Con lettera del 24 maggio 1924 Togliatti comunicava all’Internazionale che era stata «condotta a termine l’azione necessaria per l’aggregazione del partito comunista di Fiume [e che] l’ex partito comunista fiumano è stato costituito in Federazione del Carnaro e collegato con il centro del PCI secondo lo stesso sistema che vale per le altre Federazioni del nostro Partito».

Data l’estrema limitatezza territoriale, la estesa disoccupazione, la miseria imperversante e, soprattutto, il regime dittatoriale al quale le masse lavoratrici, “liberate” dalla dominazione asburgica, erano state sottoposte, dato tutto questo è ben comprensibile che il Partito Comunista di Fiume abbia potuto ben poco operare da un punto di vista pratico, ma tutto ciò non toglie valore alla impostazione programmatica espressa nei documenti che produsse.

Un’altra precisazione che dobbiamo fare è che il giornale “Il Lavoratore” da cui sono tratti alcuni dei documenti riportati è il quotidiano triestino del Partito Comunista d’Italia. Dal 1909 al 1913 era uscito anche a Fiume “Il Lavoratore”, organo dei socialisti fiumani. Poi, dopo una lunga interruzione, il 25 dicembre 1921 venne annunziata la ripresa delle pubblicazioni, come bimensile, organo del Partito Comunista di Fiume. Ma finora non è stato possibile «rintracciare nessun numero del nuovo “Lavoratore”, né appurare quanti numeri del giornale siano usciti all’epoca» (“Il Partito Comunista di Fiume, 1921/1924”).

 

 

 

 

 


III Congresso del Partito Socialista di Fiume
(10 novembre 1921)
Mozione della Frazione Comunista

Il terzo Congresso del Partito Socialista di Fiume dopo adeguata discussione intorno all’indirizzo del Partito, basata sull’esame della situazione politica locale ed internazionale e di tutti i deliberati dell’Internazionale Comunista con particolare riguardo alle tesi del Secondo Congresso sulle condizioni di ammissione dei partiti nella Internazionale e alla l7.a di quelle sui compiti principali dell’Internazionale.

Richiamandosi ai principi marxisti, ed agli insegnamenti che scaturiscono dalle vicende della lotta rivoluzionaria, condotta dal Proletariato mondiale dopo la grande guerra imperialistica: adotta le seguenti deliberazioni:

1) Conferma l’adesione alla Terza Internazionale Comunista, impegnandosi a tutti quei provvedimenti che sono necessari per rendere la struttura e l’attività del Partito conformi alle condizioni di ammissione, con le quali il II Congresso dell’Internazionale ha efficacemente provveduto alla necessità di vita e di sviluppo dell’organo mondiale di lotta del proletariato rivoluzionario.

2) Adotta i criteri generali della revisione programmatica modificando nella forma ed in alcuni concetti particolari il programma del Partito, che resterà formulato secondo il testo unito alla presente mozione: e dichiara che il programma stesso dovrà costituire la base per l’adesione personale al Partito di ciascun suo iscritto attraverso la integrale accettazione di principio.

3) Decide di cambiare il nome del Partito in quello di Partito Comunista di Fiume, (Sezione della III Internazionale Comunista).

4) Afferma essere incompatibile la presenza nel Partito di tutti coloro che sono contro i principi e le condizioni dell’Internazionale Comunista dichiarando che si sono posti e si pongono in tale situazione di incompatibilità, come pure di tutti gli iscritti al Partito che nel presente Congresso daranno il proprio voto contro il programma comunista del Partito, e contro l’impegno all’osservanza completa delle 21 condizioni di ammissione all’Internazionale.

5) Adotta come fondamento dell’organizzazione e della tattica del Partito, le risoluzioni del II Congresso dell’Internazionale Comunista dichiarando obbligatoria per tutti gli iscritti la più stretta disciplina nella loro azione alle risoluzioni stesse, attraverso l’interpretazione e le disposizioni degli organismi centrali direttivi internazionali e locali l’applicazione di questi criteri tattici, in relazione alle esigenze della situazione politica locale, fissa al Partito i seguenti compiti principali:
     a) preparazione nel campo spirituale e materiale dei mezzi indispensabili per assicurare il successo dell’azione rivoluzionaria del proletariato;
     b) costituzione in seno a tutte le associazioni proletarie di gruppi comunisti per la propaganda, la preparazione rivoluzionaria e l’inquadramento delle forze proletarie da parte del Partito;
     c) impegno per tutti gli iscritti al Partito che quali organizzati e organizzatori militano nel movimento economico, a sostenere in ogni circostanza nel seno di questo i criteri e le decisioni degli organi del Partito, e a lottare su tale piattaforma per assicurare ad elementi designati del Partito le cariche direttive sindacali;
     Adesione della Camera del Lavoro (Sedi Riunite), all’Internazionale dei Sindacati Rossi, con la modalità prevista dallo statuto di questa;
     d) partecipare alle elezioni politiche e amministrative con carattere completamente opposto alla vecchia pratica socialdemocratica e con l’obbiettivo rivoluzionario di affrettare il disgregamento degli organi della democrazia borghese;
     e) disciplinamento con la elaborazione di un nuovo statuto interno per il Partito, le Sezioni, di tutti i rapporti di organizzazione riguardante la stampa del Partito; il funzionamento delle rappresentazioni elettive nel Comune e nel Parlamento; il movimento giovanile e femminile; l’istituzione del periodo di candidatura al Partito pei nuovi iscritti; e le revisioni periodiche di tutti i membri del Partito, di cui la prima dovrà immediatamente seguire il Congresso.

(“Il Lavoratore”, 13 novembre 1921).

 

 

 

 


Dal P.C.d’Italia alla Federazione della Gioventù Comunista di Fiume
Roma, 15 dicembre 1921
 
Cari compagni,

con molta gioia abbiamo appreso la notizia della costituzione in partito comunista ed in federazione comunista della maggioranza degli iscritti al partito socialista fiumano ed alla federazione giovanile socialista di Fiume. I nuovi compagni che vengono ad ingrossare le file della Internazionale Comunista vi porteranno il loro prezioso contributo di attività, ed il loro entusiasmo. Mentre i vostri compagni più vecchi avranno da svolgere – pur nel piccolo ambiente di Fiume — una profonda opera di propaganda comunista, per conquistare quei lavoratori delle due nazionalità che abitano nello Stato borghese di Fiume, e che sono lontani ancora dal sentire la propaganda comunista, voi giovani avete l’importante missione di preparare le reclute alla forte legione dei comunisti fiumani, unità attiva del più grande esercito internazionale dei lavoratori comunisti.

Voi preparerete quella unità spirituale fra i lavoratori giovani italiani e jugoslavi che deve rinsaldare le forze proletarie di Fiume le quali formano un ponte di passaggio per il giorno in cui i lavoratori italiani potranno finalmente stendere la mano ai compagni slavi, nella vera redenzione auspicata dai due proletariati oggi schiavi delle politiche imperialistiche di Belgrado e di Roma.

A nome del partito comunista d’Italia noi vi salutiamo!

Fateci il favore di comunicare al compagno segretario del P.C.F. che risponderemo presto a quanto ci ha riferito la compagna Ella Seidenfeld per suo incarico.

(Documento tratto da: “Il Partito Comunista di Fiume 1921/1924”)

 

 

 

 

 

 


Programma del Comitato sindacale comunista metallurgico presentato al Congresso della Federazione Metallurgica Fiumana
(da “Il Lavoratore”, 22 aprile 1922)

Domenica 23 cor., alle ore 9, verrà tenuto nella sala maggiore delle Sedi Riunite, il Congresso annuale della locale Federazione Metallurgica. Gli operai metallurgici di Fiume si preparano con grande interesse a questo Congresso, la cui data trova questa forte categoria di lavoratori in piena offensiva padronale contro i salari, offensiva che per essere già riuscita nel più grande opificio locale, il Cantiere “Quarnaro”, per il tradimento dei social-autonomi che fanno parte della Commissione Interna, minaccia di conseguenza la diminuzione dei salari a tutto il resto degli operai metallurgici.

Il Gruppo sindacale comunista metallurgico ha deciso di presentarsi al Congresso con lista propria per la nuova Direzione, precisando il suo programma di immediata attuazione nei capisaldi che seguono.

1. Adesione incondizionata all’Internazionale dei Sindacati Rossi;

2. Intensa agitazione per il fronte unico nel campo sindacale con i capisaldi che seguono:
      a) Impegno solenne ed effettivo al reciproco appoggio in un’azione comune tra tutti i Sindacati in difesa di qualunque di essi venga colpito dalle manifestazioni dell’offensiva padronale;
      b) difesa dei postulati che rappresentano il diritto all’esistenza del proletariato e delle sue organizzazioni e in prima linea della causa dei disoccupati; ripristinamento dei patti di lavoro e dell’integrale mantenimento degli stessi e del livello dei salari;
      c) impiego dei mezzi dell’azione diretta sindacale con la diretta preparazione dello sciopero generale di tutte le categorie di lavoratori.

Siamo certi che gli operai metallurgici di Fiume accetteranno con spirito battagliero questo programma che è l’unico che rispecchia fedelmente le giuste aspirazioni del proletariato e solidali coi lavoratori di tutte le categorie sapranno spezzare l’offensiva padronale e strappare da questi condizioni immediate di diritto all’esistenza.

La parola ora agli operai metallurgici di Fiume: Tutti al Congresso.

Il comitato sindacale comunista metallurgico

[Per una dettagliata relazione del congresso metallurgico si veda “Il Lavoratore” del 27 aprile. I compagni comunisti dimostrarono in maniera inconfutabile il tradimento dei delegati sindacali e della commissione interna socialisti, che operavano in stretto rapporto con gli industriali per la riduzione dei salari e pure per il licenziamento degli operai più combattivi. L’ordine del giorno approvato all’unanimità fu quello comunista, come formulato come nei punti 1 e 2 del precedente documento, n.d.r.]

 

 

 

 

 


Il Primo Maggio dei lavoratori fiumani

Il Partito Comunista di Fiume prende parte quale avanguardia delle aspirazioni dei proletariato e per la manifestazione ha lanciato il seguente appello:
 
COMPAGNI! LAVORATORI!

Per la prima volta da che esiste, il Partito Comunista di Fiume solennizza la festa internazionale del lavoro, il

PRIMO MAGGIO

La grande ora che volge, nella quale tanto tragicamente sono in giuoco le sorti della nostra classe, e gli avvenimenti degli ultimi tempi che tanto d’appresso riguardano i nostri interessi e le vostre aspirazioni, fanno sì che non vi giunga ignota indifferente la voce del nostro Partito, che è il vostro Partito; poiché, sorto attraverso episodi della vita politica del paese che hanno richiamato tutta l’attenzione delle masse proletarie fiumane, rappresenta la coscienza di questa alla grande famiglia dei lavoratori rivoluzionari del mondo intero:

L’INTERNAZIONALE COMUNISTA

Anche quella parte del movimento proletario internazionale e locale che non è organizzata nelle file dell’Internazionale Comunista, celebra oggi, in forza di una più di trentennale tradizione, la ricorrenza del Primo Maggio, e rivolge alle moltitudini parole che suonano giustizia, eguaglianza, emancipazione. Ma l’Internazionale Comunista viene a voi, compagni lavoratori, in questa occasione, come in tutte le altre, per prospettarvi la necessità urgente di dare alle vostre aspirazioni un migliore regime, una precisa coscienza e un sicuro indirizzo d’azione.

L’Internazionale Comunista e il Partito Comunista di Fiume, che a nome di essa vi parlano, non si stancano di additarvi le grandi verità che formano il contenuto essenziale del metodo rivoluzionario propugnato dai comunisti.
 
COMPAGNI! LAVORATORI!

La miseria imperversa in tutto il mondo. Nei paesi capitalisti vinti: Germania, Austria, Ungheria, la miseria aumenta continuamente. Nei paesi vincitori, la disoccupazione va aumentando. La rovina economica si accentua ogni giorno sempre più.

Anche Fiume, ridotta in estrema miseria, soffre e si dissangua sotto le zampe di varii imperialismi voraci che se la contendono da preda preziosa!

Gli speculatori capitalistici credono di poter trasformare in mendicanti la metà ed anche più della metà della popolazione di tutti i paesi, senza che nessuno disputi il loro potere.

L’inferno che è costituito dalla vita sociale del dopoguerra non può presentare altra via d’uscita che la rivoluzione sociale internazionale, il rovesciamento del regime capitalistico da parte del proletariato.

Questa non può iniziarsi che con la conquista del potere politico da parte della classe lavoratrice, strappandolo con la violenza alla classe borghese, incapace ormai di amministrare la società, ma risoluta ad abbandonare la dirigenza solo dopo di averla difesa con tutti i mezzi in suo potere.

COMPAGNI! LAVORATORI!

Noi vi lanciamo con l’Internazionale Comunista questo invito:

Qualunque siano le vostre divergenze politiche, tutti avete interessi comuni; formate una sola classe e se ne costituite un blocco, nessuno vi potrà resistere. Levate in alto il programma delle vostre più urgenti rivendicazioni. Entrate in lotta per farle trionfare. Unitevi. Formate il fronte unico degli sfruttati da opporre al fronte unico degli sfruttatori.

Il Partito Comunista di Fiume, che era il primo a lanciare al proletariato di Fiume l’invito di costituire il fronte unico degli sfruttati, sempre ligio e conseguente a questo suo principio, è il primo fra tutti che agiscono tra la classe lavoratrice ad aderire alla solenne manifestazione del Primo Maggio organizzata dalla nostra Camera del Lavoro (Sedi Riunite).
 
OPERAI! RIVOLUZIONARI!

Proclamate lo sciopero generale per ventiquattro ore e accorrete tutti, senza distinzioni di partiti politici alla

MANIFESTAZIONE DEL 1° MAGGIO

Al comizio, che per cura della Camera del Lavoro (Sedi Riunite) viene indetto, si agiteranno i seguenti nostri problemi immediati: La giornata di otto ore. La disoccupazione causata dalla politica delle riparazioni. L’azione comune del proletariato contro l’offensiva capitalista. L’aiuto alla Rivoluzione russa e alla Russia affamata. La ripresa delle relazioni economiche e politiche di tutti gli Stati con la Russia dei Soviet. Il fronte unico proletario in ogni paese e nell’Internazionale.
 
COMPAGNI COMUNISTI!

Sentite la parola d’ordine dell’Internazionale Comunista:

Ecco la parola d’ordine del Partito Comunista di Fiume per il Primo Maggio:

Noi ci dobbiamo porre alla testa delle masse senza partito, che aspirano al miglioramento della loro condizione di esistenza. La pazienza delle masse lavoratrici, il momento in cui esse non vogliono più sopportare le sofferenze e le pene loro imposte dal capitalismo agonizzante può giungere da un momento all’altro. E allora che l’avanguardia Comunista adempierà con gioia al suo dovere di trascinare con sé le masse nella lotta per la conquista del potere.

L’Internazionale Comunista e il Partito Comunista di Fiume richiama tutti i lavoratori di Fiume alla necessità di riunire tutti i loro sforzi, ed essere uniti e pronti alla lotta.

Noi non siamo in un periodo di lento lavoro di agitazione e di propaganda, ma in un periodo di lotte sempre più aspre. I comunisti di tutti i paesi sono le truppe d’assalto di queste lotte. La nostra bandiera bagnata di sangue, non deve essere soltanto il simbolo delle lotte future. No! Essa deve essere portata avanti nelle grandi lotte di oggi e di domani.

Noi vogliamo dimostrare alla borghesia locale e mondiale in questo Primo Maggio, che siamo pronti alla lotta, che vogliamo che la bandiera rossa sventoli su tutte le fabbriche e su tutte le officine, e che sia portata in testa ai nostri cortei, perché risvegli le coscienze delle masse proletarie, le quali devono udire l’appello:

Unitevi, voi tutti che siete sfruttati; perché l’unione di tutti gli oppressi è la miglior arma della lotta per la quale vi preparate!

Pace e libertà a tutti i popoli!
Tutto il potere al proletariato!
Viva la Repubblica dei Soviet di Russia!
Viva la rivoluzione proletaria universale!
 
Il Comitato Centrale del Partito Comunista di Fiume (Sezione  dell’Internazionale Comunista)

(da “Il Lavoratore”, 30 aprile 1922)

 

 

 

 

 


1° Maggio 1922
Manifesto della Federazione Giovanile Comunista

 
Giovani Lavoratori e Lavoratrici!

L’Internazionale Giovanile Comunista e per essa la Federazione Giovanile Comunista di Fiume si rivolge a voi giovani operai e operaie di Fiume in questo giorno del Primo Maggio affinché voi manifestiate sul fronte della lotta comune di tutta la classe lavoratrice, affinché voi rafforzate le file del proletariato indispensabile per la lotta comune e per le più immediate rivendicazioni.

Giammai dopo trent’anni che il proletariato organizza delle manifestazioni in questa giornata di lotta per le sue rivendicazioni, giammai la situazione è stata tanto difficile come oggi.

Le conseguenze della guerra non sono sparite, una crisi economica giammai vista getta la grande massa della classe lavoratrice nella più squallida miseria.

I governi capitalisti tentarono a più riprese di salvare la situazione, recandosi a numerose conferenze, stabilendo dei trattati innumerevoli, ma essi permangono sempre nell’impossibilità di restaurare l’economia capitalista, di padroneggiare la miseria che hanno provocato. E ciascun loro sforzo non porta un miglioramento nella situazione del proletariato, ma al contrario ogni loro tentativo è un punto di partenza di nuovi mali, di nuove miserie e sofferenze per la classe operaia.

Incapaci di ricostruire l’ordine economico colle proprie forze, i capitalisti cercano il rimedio per questa crisi riducendo i salari agli operai, che già da lungo tempo hanno salari di fame, cercando di salvar la situazione con un prolungamento della giornata di lavoro allorquando l’allargarsi della disoccupazione rende ancor più difficile la situazione della classe operaia.

Il capitalismo ha intrapreso in tutti i paesi, compreso Fiume, un’offensiva potente contro le conquiste del proletariato.

Il frutto di una lotta di trent’anni è in pericolo.

Ma il proletariato conosce questa minaccia e dopo una breve esitazione si rimette e inizia una lotta energica.

Scioperi formidabili si manifestano in tutti i paesi, ma il capitalismo non rincula davanti a nessun mezzo di lotta di classe la più accanita e si serve contro il proletariato di questa arme di resistenza immensa e di tutte le armi del militarismo.

Malgrado tutti i discorsi e le promesse di disarmo, sulla pace dei popoli, gli armamenti militari delle potenze capitalistiche diventano giornalmente più forti e lo spettro di nuove guerre imperialiste mondiali si delinea più nettamente agli occhi della classe lavoratrice.

In questa lotta ad oltranza tra capitale e lavoro, la gioventù operaia ha tutto l’interesse che tutta la classe lavoratrice deve parteciparvi, poiché essa specialmente è la più minacciata.

La gioventù è la prima vittima del militarismo, essa è la carne da cannone del capitalismo. La gioventù si trova nelle più misere condizioni economiche. Il capitalismo cerca di creare un contrasto tra la gioventù lavoratrice e l’interesse di tutto il proletariato, perché cerca di approfittare della sua debolezza, vuol fare di essi gli strumenti di riduzione di salario di fronte ai proletari adulti.

La Federazione Giovanile Comunista di Fiume vi invita perciò, giovani lavoratori di Fiume, qualunque siano le vostre divergenze politiche, a lottare con tutte le vostre forze contro i tentativi del capitalismo, di formare il fronte unico di combattimento del proletariato giovanile e adulto, di combattere nelle file della totalità del proletariato per le sue rivendicazioni.

Al tentativo di prolungare la giornata di lavoro, i giovani devono rispondere con la difesa energica della giornata di otto ore ed esigere per essi la giornata di sei ore.

Devono lottare con tutta energia contro tutte le riduzioni di salario, per dei salari minimi che corrispondono al minimo dell’esistenza.

Contro il capitalismo che vuole approfittare della vostra debolezza, che vuole creare un contrasto di interessi fra voi e il proletariato, chiedete un salario eguale per un eguale lavoro.

Lottare per la completa abolizione del lavoro notturno dei giovani e per una licenza di quattro settimane per tutti i giovani operai sotto i 18 anni.
     Lottare contro il militarismo capitalista e contro nuove guerre.
     Per poter realizzare le vostre rivendicazioni manifestate il Primo Maggio uniti con tutto il proletariato di Fiume, con la parola d’ordine:

Sciopero generale per 24 ore.

Intervenite tutti al comizio pubblico che si terrà in piazza Cesare Battisti alle ore 10, per tramite della Camera del Lavoro (Sedi Riunite), per agitare i suesposti problemi immediati della nostra lotta.

Viva il Primo Maggio!
Viva il fronte unico di tutti i lavoratori!
Viva la rivoluzione proletaria universale!
Viva l’Internazionale Comunista!

Il Comitato Centrale

(da “Il Lavoratore”, 30 aprile 1922)