Partito Comunista Internazionale Sulla questione sindacale


Basi storico-programmatiche del comunismo rivoluzionario circa il rapporto tra partito, classe e associazioni economiche operaie

(da Il Partito Comunista, 1971)


MARX-ENGELS - [Il Programma Comunista, 1971, n.22]
- Premessa - “Situazione della classe operaia in Inghilterra” (Engels 1844-45) - “Miseria della Filosofia” (Marx 1846-47) - “Manifesto del Partito Comunista” (Marx-Engels 1848) - “Salario, prezzi e profitti” (Marx 1865) - Risoluzione proposta da Marx approvata dal Consiglio Generale - Istruzioni del Consiglio Generale, Congresso di Ginevra, 1866 - Sull’azione politica della classe operaia, Conferenza di Londra, 1871 - “L’indifferenza in materia politica”, Marx 1873 - Lettera di Engels a Bebel del marzo 1875.

MARX - [Il Programma Comunista, 1971, n.23]
- Premessa - “Il Capitale”, Libro 1, cap 8 e 15 - Lettera a Bolte del 9 novembre 1871 - Lenin - Premessa - “Che fare?”, 1901 - “La Neutralità dei Sindacati“, 1908 - “L’estremismo malattia infantile del Comunismo”, 1920 - Trotzky-Lenin - Premessa - “Terrorismo e Comunismo”, 1920

L’INTERNAZIONALE COMUNISTA 1920 - [Il Programma Comunista, 1971, n.24]
- Premessa - Tesi su Il movimento sindacale e i consigli di fabbrica - L’Internazionale sindacale rossa 1921 - Premessa - Deliberazione sulla questione della tattica - La Sinistra Comunista 1920-26 - Premessa - Tesi della Frazione Astensionista, 1920 - “Partito e classe” 1921

LA SINISTRA COMUNISTA 1920-1926 - Il Programma Comunista, 1972, n.1]
- Premessa - “Il fronte unico sindacale” 1921 - “Il principio democratico” 1922 - Tesi di Roma 1922 - Internazionale Comunista, IV Congresso, Progetto di tesi del PCd’I, 1922 - Tesi di Lione 1926

IL PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE - Il Programma Comunista, 1972, n.2]
- Premessa - “Le scissioni sindacali in italia” 1949 - “Partito rivoluzionario e azione economica” 1951 - “Il rovesciamento della prassi nella teoria marxista” 1951 - Tesi caratteristiche del partito 1952 - Considerazioni sull’organica attività del partito 1965 - Tesi sul compito storico l’azione e la struttura del partito comunista mondiale 1965- Tesi supplementari sul compito storico 1966









MARX-ENGELS

È opportuno, in vista di una ripresa sistematica dei temi fondamentali della cosiddetta questione sindacale, nei suoi postulati teorici come nei suoi riflessi di indirizzo pratico, riprodurre una serie di brani dai classici testi marxisti costituenti il corpo dottrinario e programmatico del Partito.

Dalla loro lettura appare in luce meridiana la linea continua da Marx ed Engels a Lenin e a noi, su cui, nelle alterne vicende della lotta rivoluzionaria di classe, si è costituita l’organizzazione del Partito politico.

Vuole essere, questo, un contributo alla riaffermazione di principi inalienabili nel periodo di aperta controrivoluzione che imperversa da quasi mezzo secolo, durante il quale generazioni proletarie si sono smarrite e si è perso addirittura il senso delle più elementari concezioni classiste e della lotta rivoluzionaria.

Sondare” nel passato di classe è il metodo storico di cui il Partito si serve per decifrare l’oggi triviale e il domani luminoso, conscio che non è nel cervello né nella coscienza di nessuno che si trova la soluzione ai gravi problemi che affliggono la classe operaia, sospinta dalle contraddizioni della società capitalistica verso il cammino della rivoluzione.

Il Partito è consapevole che il ristabilimento dei principi in ogni campo della sua azione è conditio sine qua non per abilitarsi alla guida della classe operaia in ogni lotta economica, sociale e politica, tesa verso la conquista del potere. La difesa del Programma è lotta contro i nemici della rivoluzione e del comunismo, contro i contaminatori del marxismo rivoluzionario. Questa lotta senza quartiere è disseminata di ostacoli eretti dal regime capitalista in putrefazione, di cui l’opportunismo traditore è il prodotto più bieco.

Nel proclamare odio al capitalismo, il Comunismo rivoluzionario indica nell’affossamento dei falsi partiti socialcomunisti l’azione irrinunciabile per la distruzione della società del capitale. Contro di essi si scontrano i comunisti organizzati tra le file proletarie, nelle associazioni economiche che la classe si è creata e si crea nel fuoco del suo conflitto col capitale. Laddove abbandonare questa lotta significherebbe rinunciare per sempre alla sconfitta del nemico storico e dei suoi agenti camuffati da amici degli operai.

La guerra all’opportunismo nelle file del proletariato organizzato è dunque un imperativo categorico, un caposaldo programmatico, non un’opinione. Nella consapevolezza che non solo la situazione che precede la lotta insurrezionale, ma anche ogni fase di deciso incremento dell’influenza del partito tra le masse non possa delinearsi senza che tra il partito e la classe si stenda uno strato di organizzazioni economiche a fine immediato e con alta partecipazione numerica, in seno alle quali vi sia una rete permanente del partito (nuclei, gruppi e frazione sindacale comunista).



Da “Situazione della Classe operaia in Inghilterra”, Engels, 1844-45

... Si domanderà perché gli operai scioperino in casi in cui è evidente l’inefficacia della loro azione. Semplicemente perché essi devono protestare contro la diminuzione del salario e perfino contro la necessità di tale diminuzione, perché devono dichiarare che, come uomini, non possono uniformarsi alle condizioni esistenti, ma che sono le condizioni stesse che devono adattarsi ad essi, gli uomini; perché il loro silenzio sarebbe un riconoscimento di tali condizioni, un riconoscimento del diritto della borghesia di sfruttare gli operai nei periodi di prosperità commerciale e di farli morire di fame quando i tempi sono difficili...

Esse (le associazioni operaie, o sindacati) presuppongono la consapevolezza che il potere della borghesia poggia unicamente sulla concorrenza degli operai tra di loro, cioè sulla frammentazione del proletariato, sulla reciproca contrapposizione degli operai. E appunto perché esse, sia pure in modo unilaterale e limitato, sono dirette contro la concorrenza, contro questo nerbo vitale dell’attuale ordinamento sociale, l’operaio non può colpire la borghesia, e con essa tutta la struttura attuale della società, in un punto più nevralgico di questo...

In generale questi scioperi sono soltanto scaramucce di avamposti, talvolta sono già scontri di una certa importanza; non decidono nulla, ma sono la prova migliore che la battaglia decisiva tra il proletariato e la borghesia si sta avvicinando. Essi sono la scuola di guerra degli operai, nella quale si preparano alla gran lotta ormai inevitabile; sono i pronunciamientos di singole categorie di operai sulla loro adesione al grande movimento operaio... E, quali scuole di guerra, queste lotte sono di un’efficacia insuperabile.



Miseria della filosofia”, Marx, dicembre 1846‑giugno 1847

Malgrado i manuali e le utopie, le coalizioni non hanno cessato un istante di progredire e di ingrandirsi con lo sviluppo e l’espansione dell’industria moderna... Così la coalizione ha sempre un duplice scopo, di far cessare la concorrenza degli operai tra loro, per poter fare una concorrenza generale al capitalista. Se il primo scopo della resistenza è stato il mantenimento dei salari, a misura che i capitalisti si uniscono a loro volta in un proposito di repressione, le coalizioni, dapprima isolate, si costituiscono in gruppi e, di fronte al capitale sempre più unito, il mantenimento dell’associazione diviene per gli operai più necessario ancora del salario...

In questa lotta, vera guerra civile, si riuniscono e si sviluppano tutti gli elementi necessari a una battaglia che si prospetta nell’immediato futuro. Una volta giunta a questo punto, l’associazione acquista un carattere politico...

Le condizioni economiche avevano dapprima trasformato la massa della popolazione del paese in lavoratori. La dominazione del capitale ha creato a questa massa una situazione comune, interessi comuni. Così questa massa è già una classe nei confronti del Capitale, ma non ancora per se stessa. Nella lotta, della quale abbiamo segnalato solo alcune fasi, questa massa si riunisce, si costituisce in classe per se stessa. Gli interessi che essa difende diventano interessi di classe. Ma la lotta di classe contro classe è una lotta politica...

Non si dica che il movimento sociale esclude il movimento politico. Non vi è mai movimento politico che non sia sociale nello stesso tempo.



Da “Manifesto del Partito Comunista”, 1848

Con lo sviluppo dell’industria, il proletariato non cresce soltanto di numero, esso si addensa in grandi masse, la sua forza va crescendo e, con la forza, la coscienza di essa. Gli interessi, le condizioni di esistenza all’interno del proletariato, si livellano sempre più, perché la macchina cancella sempre più le differenze del lavoro e quasi dappertutto riduce il salario a un uguale basso livello. La crescente concorrenza dei borghesi fra di loro e le crisi commerciali che ne derivano, rendono sempre più oscillante il salario degli operai; l’incessante e sempre più rapido perfezionamento delle macchine, rende sempre più precarie le loro condizioni di esistenza; i conflitti fra il singolo operaio e il singolo borghese assumono sempre più il carattere di conflitti fra due classi. È così che gli operai cominciano col formare coalizioni contro i borghesi e si riuniscono per difendere il loro salario. Essi fondano perfino associazioni permanenti per approvvigionarsi in vista di eventuali sollevamenti. Qua e là la lotta prorompe in sommosse...

Di quando in quando gli operai vincono, ma solo in modo effimero, il vero risultato delle loro lotte non è il successo immediato, ma la unione sempre più estesa degli operai. Essa è agevolata dai crescenti mezzi di comunicazione che sono creati dalla grande industria e che collegano tra di loro operai di località diverse. Basta questo semplice collegamento per concentrare le molte lotte locali, aventi dappertutto uguale carattere, in una lotta nazionale, in una lotta di classe. Ma ogni lotta di classe è lotta politica...

Questa organizzazione dei proletari in classe, e quindi in Partito politico, viene in ogni istante nuovamente spezzata dalla concorrenza che gli operai si fanno tra loro stessi. Ma essa risorge sempre di nuovo più forte, più salda, più potente.



Da Marx, “Salario, prezzi e profitti”
Rapporto al Consiglio Generale dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, 20 e 27 luglio 1865

Tutta la storia dell’industria moderna mostra che il capitale, se non gli vengono posti dei freni, lavora senza scrupoli e senza misericordia per precipitare tutta la classe operaia a livello della più profonda degradazione...

Opponendosi a questi sforzi del capitale con la lotta per gli aumenti di salario corrispondenti alla maggior tensione del lavoro, l’operaio non fa niente altro che opporsi alla svalutazione del suo lavoro e alla degenerazione della sua razza...

Lo schiavo riceve una quantità fissa e costante di mezzi per il suo sostentamento; l’operaio salariato no. Egli deve tentar di ottenere, in un caso, un aumento del salario, non fosse altro che per compensare la diminuzione dei salari nell’altro. Se egli si rassegnasse ad accettare la volontà, le imposizioni dei capitalisti come una legge economica permanente, egli condividerebbe tutta la miseria di uno schiavo, senza godere la posizione sicura dello schiavo...

La determinazione del suo livello reale (cioè del livello del saggio del profitto), viene decisa soltanto dalla lotta incessante tra capitale e lavoro; il capitalista cercando costantemente di ridurre i salari al loro limite fisico minimo, mentre l’operaio esercita costantemente una pressione in senso opposto. La cosa si riduce alla questione dei rapporti di forza delle parti in lotta...

È proprio questa necessità di un’azione politica generale che ci fornisce la prova che nella lotta puramente economica il capitale è il più forte. Ma, se la classe operaia cedesse per viltà nel suo conflitto con il capitale, si priverebbe essa stessa della capacità d’intraprendere un qualsiasi movimento più grande...

Nello stesso tempo la classe operaia, indipendentemente dalla servitù generale che è legata al sistema del salario, non deve esagerare a sé stessa il risultato finale di questa lotta quotidiana. Non deve dimenticare che essa lotta contro gli effetti, ma non contro le cause di questi effetti; che essa può soltanto frenare il movimento discendente, ma non mutarne la direzione; che essa applica soltanto dei palliativi, ma non cura la malattia. Perciò essa non deve lasciarsi assorbire esclusivamente da questa inevitabile guerriglia, che scaturisce incessantemente dagli attacchi continui del capitale o dai mutamenti del mercato.

Essa deve comprendere che il sistema attuale, con tutte le miserie che accumula sulla classe operaia, genera nello stesso tempo le condizioni materiali e le forme sociali necessarie per una ricostruzione economica della società.

Invece della parola d’ordine conservatrice: “Un equo salario per un’equa giornata di lavoro”, gli operai devono scrivere sulla loro bandiera il motto rivoluzionario: “Soppressione del sistema del salario”.



Da Risoluzione proposta da Marx alla fine del suo rapporto
approvata dal Consiglio Generale

La tendenza generale della produzione capitalistica non è di elevare il salario normale medio, ma di ridurlo. Le Trade Unions compiono un buon lavoro come centri di resistenza contro gli attacchi del capitale; in parte si dimostrano inefficaci a causa di un impiego irrazionale della loro forza. Esse mancano, in generale, al loro scopo perché si limitano a una guerriglia contro gli effetti del sistema esistente, invece di tendere nello stesso tempo alla sua trasformazione e di servirsi della loro forza organizzata come di una leva per la liberazione definitiva della classe operaia, cioè per l’abolizione definitiva del sistema del salario.



Da Istruzioni del Consiglio Generale ai delegati al Congresso internazionale di Ginevra
settembre 1866

Il capitale è potenza sociale concentrata, mentre l’operaio non dispone che della propria forza lavoro. Perciò il contratto fra capitale e lavoro non può mai poggiare su giuste condizioni, giuste neppure nel senso di una società che contrappone la proprietà dei mezzi materiali di vita e di lavoro alla vivente forza produttiva. L’unica forza sociale dei lavoratori è il loro numero. Ma la forza del numero viene spezzata dalla disunione. La disunione degli operai è prodotta e mantenuta dalla loro inevitabile concorrenza reciproca...

Le associazioni di mestiere sorsero in origine grazie ai tentativi spontanei degli operai di eliminare o almeno limitare questa concorrenza per ottenere condizioni contrattuali che almeno li elevassero al disopra della posizione di puri e semplici schiavi. Il loro scopo immediato si limitava quindi ai bisogni del giorno, ai mezzi per difendersi dalle continue usurpazione del capitale; insomma, a questioni di salario e tempo di lavoro.

Questa attività non è soltanto legittima, è necessaria. Non se ne può fare a meno finché sussiste l’attuale modo di produzione. Al contrario, è necessario generalizzarla mediante la fondazione e unificazione di associazioni di mestiere in ogni paese.

D’altra parte, senza averne coscienza, queste associazioni sono divenute centri di organizzazione della classe operaia come, per la borghesia, lo erano i Comuni medievali e le gilde. Se esse sono necessarie per la guerriglia fra capitale e lavoro, lo sono ancor più come forza organizzata per la soppressione dello stesso sistema del lavoro salariato e del dominio del capitale.



Da IX Risoluzione su l’azione politica della classe operaia
adottata dalla Conferenza di Londra del settembre 1871 della Associazione Internazionale degli Operai

Considerando, che contro il potere collettivo delle classi possidenti il proletariato può agire come classe soltanto organizzandosi da se stesso in partito politico distinto da tutti i vecchi partiti formati dalle classi possidenti e opposto a essi.

Che questo organizzarsi del proletariato in partito politico è indispensabile per assicurare il trionfo della rivoluzione sociale e della sua meta finale, l’abolizione delle classi.

Che la coalizione delle forze operaie già ottenute con le lotte economiche deve servire al proletariato come leva nella sua lotta contro il potere politico degli sfruttatori.

La conferenza ricorda ai membri dell’Internazionale che il movimento economico e l’azione politica della classe operaia in lotta sono indissolubilmente legati tra loro.



Da Marx, “L’indifferenza in materia politica”, 1873

La classe operaia, sostengono gli anarchici, non deve costituirsi in partito politico; essa non deve sotto alcun pretesto avere azione politica, poiché combattere lo Stato è riconoscere lo Stato: ciò che è contrario ai principi eterni. Gli operai non devono fare gli scioperi, poiché fare sforzi per farsi accrescere il salario o per impedirne l’abbassamento, e come riconoscere il salario: ciò che è contrario a i principi eterni dell’emancipazione della classe operaia... Gli operai non devono fare sforzi per stabilire un limite legale della giornata di lavoro, perché è come fare dei compromessi coi padroni... Gli operai non devono formare delle singole società per ogni mestiere, perché con ciò essi perpetuano la divisione del lavoro sociale, come la trovano nella società borghese...

In una parola, gli operai devono incrociare le braccia e non perdere il loro tempo in movimenti politici ed economici. Nella vita pratica di tutti i giorni, gli operai devono essere obbedientissimi servitori dello Stato; ma nel loro intimo essi devono protestare energicamente contro la sua esistenza e testimoniare il profondo loro sdegno teorico con l’acquisto e la lettura di trattati letterari sull’abolizione dello Stato; devono pure guardarsi bene dall’opporre altra resistenza al regime capitalista all’infuori delle declamazioni sulla futura società, nella quale l’esoso regime avrà cessato di esistere...

Nessuno vorrà negare che, se gli apostoli dell’indifferenza in materia politica si esprimessero in modo chiaro, la classe operaia li manderebbe a quel paese e si sentirebbe insultata da questi borghesi dottrinari che sono sciocchi ed ingenui al punto da interdirle ogni mezzo reale di lotta, perché tutte le armi per combattere bisogna prenderle nell’attuale società.



Da lettera di Engels a Bebel del marzo 1875

Qui si tratta del Programma del partito operaio tedesco, che Engels, sulla falsariga delle “Glosse” di Marx, critica aspramente

Non si fa parola (nel progetto di programma) dell’organizzazione della classe operaia come classe a mezzo dei sindacati di mestiere. È questo un punto molto essenziale, perché questa è la vera organizzazione di classe del proletariato, in cui esso combatte le sue lotte quotidiane contro il capitale, in cui si addestra, e che oggi nemmeno la peggiore reazione (come ora a Parigi) non è più in grado di distruggere del tutto. Data l’importanza che questa organizzazione assume anche in Germania, secondo la nostra opinione, sarebbe assolutamente necessario farne menzione nel programma e possibilmente lasciarle un posto nella organizzazione del Partito.







MARX

Dalla miniera dei fondamentali testi marxisti, ci limitiamo a stralciare i brani che seguono. In essi è descritta sinteticamente la base deterministica da cui scaturiscono le lotte difensive del proletariato sul terreno economico.

La classe non perviene alla esplicazione del suo ruolo storico – assolto tramite la lotta di classe e la sua forma più alta, l’insurrezione e la presa del potere – per virtù ideologica, ma a seguito del diuturno esercizio classista della difesa contro la degradazione sociale, alla quale la classe capitalista la condannerebbe in eterno se potesse stabilire a suo piacimento la ripartizione del plusvalore. Il livello del salario, commenta Marx, è determinato dal rapporto di forza fra la classe dei salariati e quella del capitale.

Sorge da qui per il proletariato la deterministica necessità di organizzarsi in associazioni di resistenza, o sindacati, fortemente centralizzati come centralizzato è il potere borghese; ma sorge anche l’insopprimibile esigenza per la classe organizzata nelle associazioni economiche di rompere il precario e labile equilibrio di volta in volta raggiunto su questo terreno – il terreno della contrapposizione di “diritto” a “diritto”, entrambi consacrati dalla legge dello scambio delle merci – lanciando la sua storica offensiva rivoluzionaria.

Questa offensiva è possibile soltanto se il proletariato si costituisce in classe, se, cioè, si arma di un programma storico, di un metodo d’azione, di una organizzazione combattente: insomma del Partito.




Da “Il Capitale”, Libro 1°, capitoli 8° e 15°

È evidente, astrazione fatta da limiti del tutto elastici dalla natura dello scambio delle merci, così com’è, non risulta nessun limite della giornata lavorativa, quindi nessun limite del plusvalore. Il capitalista, cercando di rendere più lunga possibile la giornata lavorativa, e, quando è possibile, cercando di farne di una due, sostiene il suo diritto di compratore... mentre l’operaio, volendo limitare la giornata lavorativa a una determinata grandezza normale, sostiene il suo diritto di venditore. Qui ha dunque luogo una antinomia: diritto contro diritto, entrambi consacrati dalla legge dello scambio delle merci. Fra diritti uguali decide la forza.

Così nella storia della produzione capitalistica la regolamentazione della giornata lavorativa si presenta come lotta per i limiti della giornata lavorativa, lotta fra il capitalista collettivo, cioè la classe dei capitalisti, e l’operaio collettivo, cioè la classe operaia...

In secondo luogo: la storia della regolamentazione della giornata lavorativa in alcuni modi di produzione, la lotta che ancora dura per tale regolamentazione, dimostrano tangibilmente che il lavoratore, come “libero” venditore della forza-lavoro, soccombe senza resistenza quando la produzione capitalistica ha raggiunto un certo grado di maturità. La determinazione della giornata lavorativa normale è dunque il prodotto di una guerra civile, lenta e più o meno velata, fra la classe dei capitalisti e la classe degli operai.



Da lettera di Marx a Bolte del 29 novembre 1871

Riportiamo questo brano famoso perché mette in chiara evidenza il rapporto dialettico fra lotte economiche e lotte politiche. Rapporto che è, da un lato di determinazione reciproca, dall’altro di elevamento delle prime al superiore livello dello scontro frontale della classe dei salariati contro il Capitale, verso l’obiettivo storico della classe.

Il movimento politico della classe operaia ha naturalmente come scopo ultimo la conquista del potere politico per la classe operaia stessa, e a questo fine è naturalmente necessaria una previa organizzazione della classe operaia, sviluppata fino a un certo punto e sorta dalle sue stesse lotte economiche. Ma d’altra parte ogni movimento in cui la classe operaia si oppone come classe alle classi dominanti, e cerca di far forza su di esse, con una pressione dal di fuori, è un movimento politico.

Per esempio, il tentativo di strappare una riduzione della giornata di lavoro al capitalista singolo in una fabbrica, o anche in una sola industria, mediante scioperi ecc., è un movimento puramente economico; invece il movimento per imporre una legge delle 8 ore e simili, è un movimento politico. In questo modo, dai singoli movimenti economici degli operai, sorge e si sviluppa dovunque il movimento politico, cioè un movimento della classe per realizzare i suoi interessi in forma generale, in una forma che abbia forza coercitiva socialmente generale.

Se è vero che questi movimenti presuppongono una certa organizzazione preventiva, essi sono da parte loro altrettanti mezzi per lo sviluppo di questa organizzazione. Dove la classe operaia non è ancora progredita nella sua organizzazione tanto da poter intraprendere una campagna decisiva contro il potere collettivo, ossia contro il potere politico delle classi dominanti, essa deve comunque essere preparata a ciò da una permanente agitazione contro l’atteggiamento avverso nella politica delle classi dominanti: altrimenti, rimane un giocattolo nelle loro mani.








LENIN

I brani si riferiscono a tre diversi periodi ma strettamente collegati. Il primo precede di poco la formazione del partito bolscevico e la rivoluzione del 1905, e addita ai militanti comunisti il compito di importare nella classe quella coscienza dei fini ultimi e della via per raggiungerli che solo il Partito può dare, rompendo il quadro angusto della mentalità trade-unionista in cui ogni organizzazione economica immediata e spontanea inevitabilmente si rinchiude se abbandonata a se stessa.

Il secondo, del periodo controrivoluzionario seguito alla sconfitta del 1905, respinge l’assurda teoria della neutralità dei sindacati (cara agli immediatisti sia di destra sia di sinistra, riformisti e anarchici) e pone al Partito il compito di realizzare una stretta unione coi sindacati, «ai quali il Partito deve essere di guida».

Il terzo, scritto dopo la vittoria di Ottobre e la fondazione dell’Internazionale Comunista, ribadisce la necessità che i militanti rivoluzionari svolgano la loro attività rivoluzionaria nei sindacati «anche i più reazionari», e importino negli organismi operai di massa in generale il programma comunista, in vista di una generalizzazione della lotta di classe su scala mondiale: compito che assume un carattere del tutto specifico di fronte alle deviazioni operaiste di varia provenienza che pretendono di «costruire» di sana pianta organismi di per sé incontaminati ed incontaminabili, portatori di quella coscienza e direzione rivoluzionaria che soltanto del Partito è propria.



Da “Che fare?”, 1901-1902

Ma vi è spontaneità e spontaneità. Anche negli anni sessanta e settanta vi furono in Russia degli scioperi accompagnati da distruzioni “spontanee” di macchine e simili. In confronto con queste “rivolte”, gli scioperi avvenuti dopo il 1880 potrebbero persino essere chiamati “coscienti”, tanto è importante il passo avanti fatto nel frattempo dal movimento operaio. Ciò prova che in fondo l’“elemento spontaneo” non è che la forma embrionale della coscienza. Anche le rivolte primitive esprimevano già un certo livello di coscienza: gli operai perdevano la loro fede secolare nella solidità assoluta del regime che li schiacciava; cominciavano, non dirò a comprendere, ma a sentire la necessità di una resistenza collettiva e rompevano risolutamente con la sottomissione servile all’autorità. E tuttavia questa era ben più una manifestazione di disperazione e di vendetta che una lotta.

Gli scioperi della fine del secolo, invece, rivelano bagliori di coscienza molto più numerosi... Mentre prima si trattava semplicemente di una rivolta di gente oppressa, gli scioperi sistematici rappresentano già degli embrioni – ma soltanto degli embrioni – di lotta di classe. Presi in sé questi scioperi costituivano una lotta tradunionista, ma non ancora comunista; annunciavano il risveglio dell’antagonismo fra operai e padroni; ma gli operai non avevano e non potevano ancora avere la coscienza dell’irriducibile antagonismo fra i loro interessi e tutto l’ordinamento politico e sociale contemporaneo, cioè la coscienza comunista. Gli scioperi della fine del secolo dunque, malgrado il progresso immenso che rappresentano in confronto con le “rivolte” anteriori, restavano un movimento puramente spontaneo.

Abbiamo detto che gli operai non potevano ancora possedere una coscienza comunista. Essa poteva essere loro apportata soltanto dall’esterno. La storia di tutti i paesi attesta che la classe operaia colle sue sole forze è in grado di elaborare soltanto una coscienza tradunionista, cioè la convinzione della necessità di unirsi in sindacati, di condurre la lotta contro i padroni; di reclamare al governo questa o quella legge necessaria agli operai.



Da “La neutralità dei sindacati”, 4 marzo 1908

In ogni paese capitalista esistono un partito comunista e dei sindacati, ed è nostro compito definire i rapporti fondamentali tra l’uno e gli altri. Gli interessi di classe della borghesia fanno sorgere inevitabilmente la tendenza a confinare i sindacati in una attività spicciola, ristretta, sulla base dell’ordinamento esistente, a distoglierli dallo stabilire legami qualsiasi col socialismo, e la teoria della neutralità è il rivestimento ideologico di queste aspirazioni borghesi...

Il nostro partito ha riconosciuto ora che nei sindacati bisogna lavorare non con uno spirito di neutralità, ma con lo spirito del più stretto avvicinamento tra i sindacati e il partito comunista. È stato riconosciuto anche che lo stretto legame tra partito e sindacati deve essere ottenuto esclusivamente per mezzo dell’attività dei comunisti in seno ai sindacati, che i comunisti devono costituire nei sindacati delle cellule compatte, e che, qualora non siano possibili i sindacati legali, bisogna costituirne di illegali...

I bolscevichi dimostrarono che non si poteva fare una divisione netta tra azione politica e sindacale, e conclusero che doveva esserci una stretta unione tra il partito comunista e i sindacati, ai quali il partito doveva essere di guida.



Da “L’estremismo, malattia d’infanzia del comunismo”, 1920

I sindacati, all’inizio dello sviluppo del capitalismo, hanno costituito un eccezionale progresso per la classe operaia, in quanto hanno rappresentato il passaggio dalla dispersione e dall’impotenza degli operai ai primi germi dell’unità di classe.

Quando poi ha cominciato a svilupparsi la forma suprema dell’unità di classe dei proletari, il partito rivoluzionario del proletariato (che non sarà degno del suo nome finché non riuscirà ad unire i capi con la classe e con le masse in un tutto unico, in qualche cosa di inscindibile), i sindacati hanno cominciato inevitabilmente a rivelare alcuni tratti reazionari, una certa angustia corporativa, una certa tendenza all’apoliticismo, una certa fossilizzazione, ecc.

Ma in tutti i paesi del mondo il proletariato si è sviluppato e poteva svilupparsi solo per mezzo dei sindacati, solo attraverso l’azione reciproca tra sindacati e partito della classe operaia.

La conquista del potere politico da parte del proletariato costituisce un gran passo in avanti che il proletariato compie come classe, e il partito deve ancor più, in forme nuove e non solo come in passato, educare i sindacati e dirigerli, senza però dimenticare al tempo stesso che essi sono e resteranno ancora a lungo una necessaria “scuola di comunismo” e una scuola preparatoria che addestra i proletari a realizzare la loro dittatura, un’unione necessaria degli operai per il passaggio progressivo della gestione di tutta l’economia del paese nelle mani della classe operaia (e non di singole professioni) e quindi nelle mani di tutti i lavoratori.

Un certo “carattere reazionario” dei sindacati, nel senso in cui si è detto, è inevitabile durante la dittatura del proletariato. Non capire questo significa non capire niente delle condizioni fondamentali per il passaggio dal capitalismo al socialismo. Temere questo “carattere reazionario”, tentare di cavarsela senza di esso, cercare di saltare oltre è la più grave delle stoltezze, perché significa temere la funzione dell’avanguardia proletaria, che consiste appunto nell’istruire, nell’illuminare, nell’educare, nel condurre a una nuova vita le masse e gli strati più arretrati della classe operaia e dei contadini.

D’altra parte, sarebbe un errore ancora più grave differire la realizzazione della dittatura del proletariato fin quando non resti più un solo operaio che dimostri grettezza professionale, un solo operaio con pregiudizi corporativi e tradunionisti.

L’arte dell’uomo politico (e la giusta comprensione dei propri compiti da parte di un comunista) consiste appunto nel valutare giustamente le condizioni e il momento in cui l’avanguardia del proletariato può prendere vittoriosamente il potere, in cui essa può garantirsi, per la conquista del potere e dopo tale conquista, un appoggio adeguato di strati abbastanza vasti della classe operaia e delle masse lavoratrici non proletarie, in cui, dopo di ciò, essa riuscirà a mantenere il suo dominio, a consolidarlo, ad estenderlo, educando, istruendo e conquistando masse sempre più grandi di lavoratori.

Proseguiamo. In paesi più progrediti rispetto alla Russia, quel certo carattere reazionario dei sindacati si è manifestato, e doveva indubbiamente manifestarsi, con molta più forza che da noi. I menscevichi russi hanno trovato (e in pochissimi sindacati trovano tuttora) l’appoggio dei sindacati appunto in conseguenza della grettezza corporativa, dell’egoismo e dell’opportunismo professionale. I menscevichi dell’Occidente “si sono annidati” molto più stabilmente nei sindacati; in Occidente si è delineato – con molta più forza che da noi – uno strato di “aristocrazia operaia” corporativista, gretta, egoista, sordida, interessata, piccolo-borghese, di mentalità imperialistica, asservita e corrotta dall’imperialismo. Questo fatto è innegabile.

La lotta contro i Gompers, contro i signori Jouhaux, Henderson, Merrheim, Legien e soci, in Europa Occidentale è infinitamente più difficile della lotta contro i nostri menscevichi, che rappresentano un tipo sociale e politico assolutamente omogeneo. Questa lotta deve essere condotta implacabilmente e, come noi abbiamo fatto, deve essere continuata fino a svergognare completamente e ad espellere dai sindacati tutti i capi incorreggibili dell’opportunismo e del socialsciovinismo.

Non si può conquistare il potere politico (e non bisogna tentare di prenderlo) finché questa lotta non sia portata a un certo grado, e questo “certo grado” non sarà lo stesso nei diversi paesi e in circostanze diverse, e di esso sapranno tener conto dei dirigenti politici del proletariato che siano riflessivi, competenti ed esperti...

Noi conduciamo la lotta contro l’“aristocrazia operaia” in nome della massa operaia e per attrarre questa massa dalla nostra parte; conduciamo questa lotta contro i capi opportunisti e socialsciovinisti per attrarre dalla nostra parte la classe operaia. Sarebbe sciocco dimenticare questa verità del tutto elementare ed evidente. E proprio una simile sciocchezza commettono i comunisti tedeschi “di sinistra”, quando dal carattere reazionario e controrivoluzionario dei vertici dei sindacati giungono alla conclusione che... bisogna uscire dai sindacati!!! Rinunciare a lavorare in questi sindacati!!! Creare nuove forme di organizzazione operaia inventate di sana pianta!!! È questa una sciocchezza imperdonabile, è questo il maggior servizio che i comunisti possono rendere alla borghesia.

I nostri menscevichi, come tutti i capi opportunisti, socialsciovinisti, kautskiani dei sindacati, altro non sono infatti che gli “agenti della borghesia nel movimento operaio” (come abbiamo sempre detto contro i nostri menscevichi) o i “labour lieutenants of the capitalist class”, secondo la bella e giustissima espressione dei seguaci di Daniel de Leon in America. Non lavorare all’interno dei sindacati reazionari significa abbandonare le masse operaie arretrate o non abbastanza evolute all’influenza dei capi reazionari, degli agenti della borghesia, dell’aristocrazia operaia, ossia degli “operai imborghesiti” (cfr. lettera di Engels a Marx del 1858, a proposito degli operai inglesi).

Proprio l’assurda “teoria” della non partecipazione dei comunisti ai sindacati reazionari mostra con la massima evidenza con quanta leggerezza questi comunisti “di sinistra” affrontino il problema dell’influenza sulle “masse” e quale abuso facciano nei loro sproloqui sul termine “masse”.

Per aiutare le “masse” e conquistarsi la simpatia, l’adesione, il sostegno delle “masse”, non si devono temere le difficoltà, gli intrighi, gli insulti, le persecuzioni da parte dei “capi” (che, essendo opportunisti e socialsciovinisti, sono nella maggior parte dei casi legati direttamente o indirettamente alla borghesia o alla polizia), e bisogna lavorare assolutamente là dove sono le masse. Bisogna saper sopportare qualsiasi sacrificio, superare i maggiori ostacoli, per svolgere una propaganda e una agitazione sistematiche, tenaci, costanti e pazienti, proprio nelle istituzioni, nelle società, nelle leghe, anche nelle più reazionarie, dovunque si trovino le masse proletarie o semiproletarie.

I sindacati e le cooperative (queste ultime almeno qualche volta) sono le organizzazioni dove si trovano le masse. In Inghilterra il numero degli iscritti alle Trade Unions è salito da 5,5 a 6,6 milioni tra la fine del 1917 e la fine del 1918. Alla fine del 1919 esse contano 7,5 milioni di iscritti. Non ho i dati corrispondenti per la Francia e per la Germania, ma i fatti attestanti il grande aumento del numero degli iscritti ai sindacati anche in questi paesi sono assolutamente incontestabili e universalmente noti.

Questi fatti dicono nel modo più chiaro ciò che è convalidato da mille altri indizi: lo sviluppo della coscienza di classe e della tendenza all’organizzazione appunto nelle masse proletarie, negli strati “inferiori” e negli strati arretrati. Milioni di operai in Inghilterra, in Francia, in Germania passano per la prima volta dalla completa disorganizzazione alla forma organizzativa più elementare, più bassa, più semplice, più accessibile (per coloro che sono ancora imbevuti di pregiudizi democratici borghesi), cioè ai sindacati, mentre i comunisti di sinistra, rivoluzionari ma irragionevoli, se ne rimangono in disparte e gridano che vogliono le masse e si rifiutano di lavorare all’interno dei sindacati!!! E inventano una nuova “Lega operaia”, pura, monda di pregiudizi democratici borghesi, di pecche corporativistiche e di grettezze professionali, una “Lega operaia” che dicono sarà (sarà!) ampia e per entrare nella quale si porrà come condizione soltanto (soltanto!) “il riconoscimento del potere sovietico e della dittatura”!!.

Non si può immaginare una assurdità maggiore, un danno più grave per la rivoluzione di quello causatole dai rivoluzionari “di sinistra”! Se oggi in Russia, dopo due anni e mezzo di vittorie senza precedenti sulla borghesia della Russia e dell’Intesa, ponessimo come condizione per l’ammissione nei sindacati il “riconoscimento della dittatura” commetteremmo una sciocchezza, compromettendo la nostra influenza sulle masse e facendo il gioco dei menscevichi. Il compito dei comunisti è infatti quello di saper convincere gli elementi arretrati, nel saper lavorare fra loro, di non separarsi da loro con parole d’ordine “di sinistra” cervellotiche e puerili...

Non c’è dubbio che i signori “capi” dell’opportunismo ricorreranno a tutti gli stratagemmi della diplomazia borghese, all’ausilio dei governi borghesi, dei preti, della polizia, dei tribunali, per impedire ai comunisti di entrare nei sindacati, per scacciarli con tutti i mezzi dai sindacati, per rendere il loro lavoro nelle organizzazioni sindacali quanto più è possibile ingrato, per offenderli, vessarli e perseguitarli. Bisogna saper reagire a tutto questo, affrontare tutti i sacrifici e – se necessario – ricorrere ad ogni genere di astuzie, di furberie, di metodi illegali, alle reticenze, all’occultamento della verità, pur di introdursi nei sindacati, rimanere in essi, compiervi a tutti i costi un lavoro comunista.

Sotto la zarismo, fino al 1905, noi non avevamo nessuna “possibilità legale”, ma quando Zubatov, funzionario della polizia segreta, organizzò delle assemblee operaie e delle società operaie del tipo delle centurie nere per dar la caccia ai rivoluzionari e per lottare contro di essi, noi mandammo in quelle riunioni e in quelle società dei membri del nostro partito... i quali stabilirono il collegamento con la massa e riuscirono a svolgere la loro agitazione e strapparono gli operai all’influenza degli agenti di Zubatov (In nota: I Gompers, gli Henderson, i Jouhaux, i Legien sono anch’essi degli Zubatov, che si distinguono dal nostro Zubatov unicamente per l’abito europeo, per la vernice europea, per i modi civili, raffinati, democraticamente agghindati di svolgere la loro vergognosa politica).

Naturalmente nell’Europa occidentale, che è particolarmente impregnata di pregiudizi legalitari, costituzionali, democratici-borghesi, radicati in modo particolarmente tenace, ciò è più difficile da realizzarsi. Ma può e deve essere compiuto, e compiuto sistematicamente.








TROTSKY-LENIN

I due brani si riferiscono al periodo della dittatura proletaria e della guerra civile, e mostrano come la nostra rivendicazione del sindacato quale “cinghia di trasmissione” del Partito valga per i marxisti, non soltanto per la fase precedente la conquista del potere, ma, e a maggior ragione, per quella successiva. Da una parte sussistono ancora le angustie corporative di strati anche larghi della classe lavoratrice, dall’altra il Partito deve far leva, per assolvere i suoi compiti economici e militari, su organizzazioni raggruppanti i più vasti strati della classe che, attraverso il partito, esercita la dittatura. Il sindacato deve continuare ad essere una scuola di guerra, perché la guerra sociale non si esaurisce se non con la completa distruzione dei rapporti borghesi e delle loro sequele anche “abitudinarie” persino nelle file del proletariato.



Da Trotzki, “Terrorismo e comunismo”, 1920

Per la sua più intima essenza la dittatura del proletariato significa il dominio diretto dell’avanguardia rivoluzionaria, che si appoggia sulle grandi masse e, possibilmente, spinge la parte più retrograda a orientarsi secondo la punta avanzata.

Ciò vale anche per i sindacati. Dopo la conquista del potere da parte del proletariato, essi assumono un carattere obbligatorio: devono abbracciare tutti gli operai industriali. Il Partito ne accoglie nelle proprie file i più forniti di coscienza e abnegazione, e allarga i suoi quadri soltanto sotto rigoroso controllo. Di qui deriva il ruolo dirigente della minoranza comunista nei sindacati, che corrisponde al dominio del Partito Comunista nei soviet ed è l’espressione politica della dittatura del proletariato.

I sindacati diventano così i portatori diretti della produzione sociale, esprimendo gli interessi non solo degli operai di industria, ma della stessa industria. Nel primo periodo le tendenze tradunioniste nei sindacati rialzano ancora in vario modo la testa, inducono i sindacati a mercanteggiare con lo Stato sovietico, a porgli condizioni, a esigerne garanzie. Col tempo, tuttavia, i sindacati riconoscono sempre più la loro qualità di organi della produzione dello Stato sovietico e assumono la responsabilità dei suoi destini non contrapponendosi ma identificandosi con esso. I sindacati diventano i realizzatori della disciplina del lavoro; chiedono agli operai un lavoro intenso nelle condizioni più difficili nella misura in cui lo Stato operaio non è ancora in grado di modificare tali condizioni; eseguono le rappresaglie rivoluzionarie contro gli elementi parassitari e indisciplinati della stessa classe lavoratrice. Dalla politica tradeunionistica, che fino a un certo punto è inscindibile dal movimento sindacale nel quadro della società capitalistica, i sindacati passano su tutta la linea alla politica del comunismo rivoluzionario.



Da Lenin, “L’estremismo, malattia d’infanzia del comunismo”, 1920

I rapporti fra capi, partito, classe e masse, e insieme l’atteggiamento della dittatura del proletariato e del partito proletario verso i sindacati, si presentano oggi, da noi, nella seguente forma concreta: la dittatura viene esercitata dal proletariato organizzato nei Soviet e diretto dal Partito Comunista...

Il partito si appoggia nel suo lavoro direttamente sui sindacati, che oggi, secondo i dati dell’ultimo congresso (aprile 1920), contano più di 4 milioni di iscritti, e sono formalmente apartitici.

Di fatto, tutti gli organi direttivi della stragrande maggioranza dei sindacati, e in prima linea, naturalmente, il Centro o Ufficio sindacale di Russia (Consiglio Centrale dei Sindacati di tutta la Russia), sono composti di comunisti ed applicano tutte le direttive del partito. Si ha, in complesso, un apparato proletario formalmente non comunista, flessibile e relativamente ampio, molto potente, mediante il quale il partito è strettamente collegato alla classe e alle masse e attraverso il quale, sotto la direzione del partito, si realizza la dittatura della classe.

Senza il più stretto legame con i sindacati, senza il loro entusiastico appoggio, senza il loro lavoro pieno di abnegazione non soltanto nell’edificazione economica, ma anche nell’organizzazione militare, non saremmo riusciti a governare il paese e a realizzare la dittatura, non dico per due anni e mezzo, ma neanche per due mesi.

S’intende che questo strettissimo contatto implica nella pratica un lavoro di agitazione e propaganda molto complesso e vario, con riunioni tempestive e frequenti, non solo con i dirigenti, ma anche in generale con i membri attivi e influenti dei sindacati, una lotta energica contro i menscevichi, che possono contare tuttora su un certo numero, benché molto esiguo, di sostenitori e li inducono a servirsi di tutte le possibile insidie controrivoluzionarie, a cominciare dalla difesa ideologica della democrazia (borghese) e dalla propaganda della ”indipendenza” dei sindacati (dal potere statale proletario!) per finire con il sabotaggio della disciplina proletaria, ecc. ecc...

A nostro giudizio, il collegamento con le masse attraverso i sindacati è insufficiente. La pratica ha creato presso di noi, nel corso della rivoluzione, un’altra istituzione, le conferenze di operai e contadini senza partito, che noi ci adoperiamo in tutti i modi di appoggiare, sviluppare e allargare, per seguire la disposizione d’animo della masse, avvicinarsi ad esse, per rispondere alle loro richieste, per scegliere nel loro seno i lavoratori più adatti a coprire posti di responsabilità nello Stato, ecc. In uno degli ultimi decreti col quale si trasforma il Commissariato del popolo per il controllo statale in “Ispezione operaia e contadina”, si è concessa alle conferenze di senza partito il diritto di eleggere gli incaricati del Controllo Statale per ispezioni di varia natura, ecc...

Il capitalismo lascia inevitabilmente in eredità al socialismo, da un lato, le vecchie distinzioni professionali e corporative fra gli operai, distinzioni che si sono stabilite attraverso i secoli, e, dall’altro, i sindacati, che possono svilupparsi e si svilupperanno solo con molta lentezza, nel corso di molti anni, in sindacati di produzione (che abbracciano interi rami di produzione e non soltanto una corporazione, un mestiere, una professione) più larghi e meno corporativistici. In seguito, per mezzo di tali sindacati di produzione, si passerà alla soppressione della divisione del lavoro tra gli uomini, all’educazione, istruzione, preparazione di uomini sviluppati e preparati in tutti i sensi, di uomini capaci di far tutto. A ciò tende il comunismo; a questo deve tendere e arriverà, ma soltanto dopo un lungo periodo di anni. Tentare oggi di anticipare praticamente questo futuro risultato del comunismo pienamente sviluppato, pienamente consolidato e formato, completamente dispiegato e maturo, è come voler insegnare la matematica superiore a un bambino di quattro anni.

Possiamo (e dobbiamo) incominciare a costruire i socialismo non con un materiale umano fantastico e creato appositamente da noi, ma con il materiale che il capitalismo ci ha lasciato in eredità. Ciò è senza dubbio molto “difficile”, ma ogni altro modo di affrontare il problema è così poco serio, che non vale la pena di parlarne.









L’INTERNAZIONALE COMUNISTA - 1920

Le tesi sindacale del 2° Congresso del 1920 sanciscono il compito dei comunisti nei sindacati operai per importare nelle grandi masse organizzate il programma rivoluzionario e sottoporli, in una prospettiva di avanzata rivoluzionaria, all’influenza ed eventualmente alla direzione del Partito, non esitando per questo a lavorare nelle vecchie organizzazioni riformiste, anche le più reazionarie, ma nel contempo appoggiando e cercando di influenzare quelle sorte per reazione ad esse al fine di liberarle dai pregiudizi anarco-sindacalisti.

Pur nel rivendicare come condizione favorevole allo sviluppo di tale lavoro l’unità sindacale, e nell’escludere le scissioni provocate artificialmente, le tesi danno la direttiva di appoggiare la scissione su scala nazionale quando essa si renda materialmente inevitabile; e gettano pure le basi dell’Internazionale Sindacale Rossa in antitesi a quella “gialla” di Amsterdam, dipendente dalla Società delle Nazioni e perciò dall’imperialismo mondiale.

Pienamente condivise dalla Sinistra, le tesi si esprimono anche in modo inequivocabile sui consigli di fabbrica, negando che possano considerarsi sostitutivi dei sindacati.



Da “Tesi su il movimento sindacale e i consigli di fabbrica”, 1920

[I]

1) I sindacati creati dalla classe operaia durante il periodo dello sviluppo pacifico del capitalismo rappresentavano delle organizzazioni operaie destinate a lottare per l’aumento dei salari sul mercato del lavoro e per il miglioramento delle condizioni del lavoro salariato. I marxisti rivoluzionari si proponevano di mettere in collegamento i sindacati con quello che era allora il partito politico del proletariato, la socialdemocrazia, per la lotta comune per il socialismo.
     Le stesse ragioni che, salvo rare occasioni, avevano fatto della socialdemocrazia internazionale non un’arma della lotta rivoluzionaria del proletariato per il rovesciamento del capitalismo ma un’organizzazione che distoglieva il proletariato dalla rivoluzione secondo gli interessi della borghesia, ebbero per effetto che, durante la guerra, i sindacati si presentarono il più delle volte come parti dell’apparato militare della borghesia, che aiutarono a sfruttare la classe operaia con la maggiore intensità possibile al fine di condurre la guerra nella maniera più energica per gli interessi del Capitale.
     Organizzando essenzialmente gli operai qualificati, i meglio retribuiti dai padroni, essendo confinati nella loro grettezza corporativa, incatenati da un apparato burocratico completamente estraneo alle masse, sviati dai loro capi opportunisti, i sindacati hanno non soltanto tradito la causa della rivoluzione sociale, ma perfino quella della lotta per il miglioramento delle condizioni di vita degli operai da essi organizzati. Hanno abbandonato il terreno proprio della lotta sindacale contro i padroni, e l’hanno sostituita con un programma di pacifiche transazioni ad ogni costo con i capitalisti.
     Questa politica è stata condotta non solo dalle Trade Unions liberali in Inghilterra e in America, dai sindacati liberi tedeschi e austriaci sedicenti socialisti, ma anche dalle unioni sindacali francesi.

2) Le conseguenze economiche della guerra, la disorganizzazione completa dell’economia mondiale, il folle aumento del costo della vita, l’impiego su vasta scala del lavoro femminile e minorile, il peggioramento delle condizioni di alloggio, tutto questo spinge le grandi masse proletarie sulla via della lotta contro il capitalismo.
     Per l’estensione e il carattere che assume ogni giorno di più, questa lotta è una lotta rivoluzionaria che distrugge obbiettivamente le basi dell’ordine capitalista. L’aumento dei salari ottenuto da questa o quella categoria di operai mediante la lotta economica, è immediatamente annullato dal rialzo del costo della vita. Ora l’aumento dei prezzi deve ulteriormente accentuarsi, perché la classe capitalista dei paesi vincitori, pur dissanguando con la sua politica di sfruttamento l’Europa orientale e centrale, non solo non è in grado di riorganizzare l’economia mondiale, ma la disorganizza sempre più.
     Per avere successo nella lotta economica, le larghe masse operaie che rimanevano fino ad oggi fuori dai sindacati, affluiscono in essi. Si constata dunque in tutti i paesi un poderoso incremento dei sindacati, che non rappresentano più l’organizzazione dei soli elementi avanzati del proletariato, ma delle sue grandi masse. Entrando nei sindacati le masse cercano di farne la loro arma di battaglia.
     L’antagonismo delle classi, che diventa ogni giorno più acuto, spinge i sindacati a organizzare degli scioperi, che dilagano a ondate in tutto il mondo capitalistico interrompendo costantemente il processo della produzione e degli scambi. Aumentando le loro rivendicazioni nella misura in cui cresce il costo della vita, le masse operaie, che ne risentono duramente gli effetti, distruggono con ciò stesso le basi di ogni calcolo capitalista, questo presupposto elementare di ogni economia organizzata.
     I sindacati, che erano divenuti durante la guerra gli organi dell’influenzamento delle masse operaie nell’interesse della borghesia, rappresentano oggi degli organi della distruzione del capitalismo.

3) Ma la vecchia burocrazia sindacale e le vecchie forme di organizzazione sindacale ostacolano in tutti i modi questa trasformazione del carattere dei sindacati. Essa cerca in ogni modo di tenere in piedi i sindacati come organizzazioni dell’aristocrazia operaia, mantenendo in vigore le norme che rendono impossibile l’ingresso delle masse operaie peggio retribuite nei sindacati.
     La vecchia burocrazia sindacale si sforza anche di sostituire l’arma dello sciopero, che assume ogni giorno di più il carattere di un conflitto rivoluzionario del proletariato con la borghesia, con una politica di conciliazione coi capitalisti, una politica di contratti a lungo termine che perdono ogni significato anche solo per il vertiginoso e ininterrotto aumento dei prezzi. Essa cerca di imporre agli operai la politica delle commissioni paritetiche, dei “Joint Industrial Councils”, e di ostacolare, con l’aiuto delle leggi e dell’apparato statale capitalistico, l’organizzazione di scioperi.
     Nei momenti critici del conflitto, la borghesia semina la discordia fra le masse operaie in lotta e impedisce alle azioni isolate delle singole categorie operaie di fondersi in una lotta di classe generale. Essa è sostenuta in questi tentativi dalla forma antiquata di organizzazione dei sindacati di mestiere, che divide i lavoratori di una branca d’industria in gruppi professionali separati, benché il processo dello sfruttamento capitalistico li leghi tutti quanti.
     Essa si appoggia al potere della tradizione ideologica della vecchia aristocrazia operaia, benché quest’ultima sia incessantemente indebolita dall’abolizione dei privilegi di particolari gruppi del proletariato in seguito al generale sfacelo del capitalismo, al livellamento della situazione della classe operaia, alla generalizzazione della sua miseria e insicurezza.
     In questa maniera la burocrazia sindacale divide la poderosa corrente del movimento operaio in esigui rivoli, baratta gli scopi rivoluzionari generali del movimento contro rivendicazioni parziali riformistiche, e ostacola in generale la trasformazione della lotta del proletariato in una lotta rivoluzionaria unica per la distruzione del capitalismo.

4) Dato l’afflusso di potenti masse operaie nei sindacati e dato il carattere obbiettivamente rivoluzionario della lotta economica che queste masse sostengono in antitesi alla burocrazia professionale, è necessario che i comunisti di tutti i paesi entrino nei sindacati e lavorino per farne degli organi di lotta coscienti per l’abbattimento del regime capitalistico e il trionfo del comunismo. Essi devono prendere l’iniziativa della creazione di sindacati dove non ne esistano ancora.
     Ogni diserzione volontaria del movimento sindacale, ogni tentativo artificiale di creazione di particolari sindacati senza esservi costretti o da atti eccezionali di sopraffazione da parte della burocrazia sindacale (scioglimento di singoli gruppi rivoluzionari nei sindacati da parte delle centrali opportunistiche) o da una gretta politica aristocratica che precluda alle grandi masse di lavoratori poco qualificati l’ingresso nelle organizzazioni sindacali, rappresenta un pericolo enorme per il movimento comunista.
     Esso minaccia di isolare dalle masse gli operai di avanguardia, dotati di maggior coscienza di classe, e le consegna ai capi opportunisti che lavorano per gli interessi della borghesia. Le esitazioni delle masse operaie, il loro atteggiamento indeciso e la loro accessibilità ai sofismi dei capi opportunisti potranno essere superati nel corso della lotta, che si acuisce sempre più, soltanto nella misura in cui gli strati più vasti del proletariato impareranno attraverso la loro esperienza, attraverso le loro vittorie e sconfitte, che mai il sistema economico capitalistico permetterà loro di conseguire condizioni di vita umane, e nella misura in cui gli operai comunisti d’avanguardia impareranno, nella lotta economica, ad essere non solo i propugnatori delle idee del comunismo, ma anche i capi più risoluti della stessa lotta economica e dei sindacati. Solo in questo modo sarà possibile cacciare dai sindacati i capi opportunisti. Solo così i comunisti potranno prendere la direzione del movimento sindacale e farne un organo della lotta rivoluzionaria per il Comunismo. Solo in questo modo sarà possibile superare la frammentazione dei sindacati di mestiere, sostituirli con organizzazioni per industria che permettano di eliminare la burocrazia estranea alle masse e surrogarla con un apparato di delegati di fabbrica, lasciando alle Centrali solo le funzioni più strettamente necessarie.

5) Poiché i comunisti danno più importanza al fine e alla essenza dell’organizzazione sindacale che alla sua forma, essi non devono arretrare di fronte a una scissione delle organizzazioni sindacali se la rinuncia alla scissione equivalesse alla rinuncia al lavoro rivoluzionario nei sindacati, alla rinunzia al tentativo di farne uno strumento della lotta rivoluzionaria, alla rinunzia ad organizzare gli strati più sfruttati del proletariato. Ma anche se una tale scissione si rivelasse necessaria deve essere consumata soltanto se i comunisti riescono con una lotta incessante contro i capi opportunisti e la loro tattica, con la più intensa partecipazione alla lotta economica, a convincere le grandi masse operaie che la scissione viene intrapresa non per fini rivoluzionari remoti e ancora incomprensibili ad esse, ma per l’interesse concreto e più diretto della classe operaia allo sviluppo della sua lotta economica.
     In caso di necessità di una scissione, i comunisti devono vagliare con vigile attenzione se tale scissione non li porti ad isolarsi dalla massa operaia.

6) Dove la scissione fra la direzione opportunista e quella rivoluzionaria dei sindacati è già avvenuta, dove, come in America, accanto ai sindacati opportunisti esistono unioni con tendenze rivoluzionarie anche se non comuniste, i comunisti hanno l’obbligo di appoggiare questi sindacati rivoluzionari, di sostenerli e di aiutarli a liberarsi dei loro pregiudizi sindacalisti e a porsi sul terreno del comunismo, che solo può servire da bussola sicura nel groviglio della lotta economica.
     Dove, nel quadro dei sindacati o fuori di essi, si costituiscono nella fabbrica delle organizzazioni come gli Shop Stewards Committees (Comitati dei delegati di reparto), i Betriebsraete (Consigli di fabbrica), ecc., che si prefiggono la lotta contro le tendenze controrivoluzionarie della burocrazia sindacale e l’appoggio alle azioni dirette e spontanee del proletariato, i comunisti devono naturalmente sostenerli con tutta a loro energia.
     Ma l’appoggio dato ai sindacati rivoluzionari non deve significare l’uscita dei comunisti dai sindacati opportunisti che sono in fermento e si spostano sul terreno della lotta di classe. Al contrario, sforzandosi di accelerare questa evoluzione dei sindacati di massa che vengono a trovarsi sulla via della lotta rivoluzionaria, i comunisti potranno esercitare la funzione di un elemento che unisca idealmente e organizzativamente nella lotta comune per la distruzione del capitalismo gli operai sindacalmente organizzati.

7) Nell’epoca di disgregazione del capitalismo, la lotta economica del proletariato si trasforma in lotta politica molto più rapidamente che nell’epoca di sviluppo pacifico del capitale. Ogni grande conflitto economico può mettere direttamente gli operai di fronte al problema della Rivoluzione. È quindi dovere dei comunisti chiarire agli operai, in tutte le fasi della lotta economica, che questa lotta può essere coronata da successo soltanto se la classe operaia vince la classe dei capitalisti in una battaglia aperta e, mediante la dittatura, intraprende l’opera della edificazione socialista.
     Partendo da questo presupposto, i comunisti devono tendere, nella misura del possibile, a realizzare una piena unità fra i sindacati e il Partito Comunista, subordinandoli alla direzione effettiva di quest’ultimo come avanguardia della rivoluzione proletaria. A questo scopo i comunisti devono organizzare dovunque nei sindacati e nei consigli di fabbrica delle frazioni comuniste e, col loro aiuto, impadronirsi del movimento sindacale e dirigerlo...


[II]

I sindacati tendevano già in tempo di pace a una unificazione internazionale, perché durante gli scioperi i capitalisti ricorrevano ad operai di altri paesi in funzione di crumiri. Ma, prima della guerra, l’Internazionale sindacale aveva solo un’importanza secondaria. Essa si occupava dell’organizzazione di soccorsi finanziari reciproci e di un servizio di statistica sociale, non dell’organizzazione della lotta comune, perché i sindacati diretti da opportunisti cercavano di evitare ogni lotta rivoluzionaria di portata internazionale.

I capi opportunisti dei sindacati che, durante la guerra, erano ognuno nel suo paese i lacchè della borghesia, cercano ora di ricostruire l’Internazionale sindacale e di farne un’arma per la lotta diretta del capitale internazionale contro il proletariato. Sotto la direzione dei Jouhaux, Gompers, Legien, ecc. essi creano un “Bureau du Travail” presso la Società delle Nazioni, questa organizzazione del brigantaggio internazionale capitalistico. Essi cercano di soffocare in tutti i paesi i movimenti di sciopero costringendo gli operai a sottomettersi alle corti arbitrali dei rappresentanti dello Stato capitalista, e, mediante compromessi coi capitalisti, di ottenere concessioni a favore degli operai qualificati per spezzare così la crescente unità della classe operaia.

L’Internazionale sindacale di Amsterdam è dunque un surrogato della fallita Seconda Internazionale di Bruxelles. Gli operai comunisti appartenenti ai sindacati di ogni paese devono invece tendere a creare un fronte internazionale di lotta dei sindacati. Non si tratta più di soccorsi pecuniari in caso di sciopero: occorre che, nel momento del pericolo incombente sulla classe operaia di un paese, i sindacati degli altri paesi in quanto organizzazioni di massa contribuiscano alla sua difesa e facciano l’impossibile per impedire alla borghesia del proprio paese di dare aiuto a quella di un altro che si trova in lotta con la classe operaia.

La lotta economica del proletariato diviene sempre più in ogni paese una lotta rivoluzionaria. Perciò i sindacati devono fare coscientemente uso di tutte le loro forze per l’appoggio a ogni azione rivoluzionaria sia nel loro paese che in altri; e, a questo scopo, non solo proseguire in ogni paese la massima centralizzazione della lotta, ma farlo su scala internazionale, aderendo all’Internazionale Comunista, unendosi con essa in un solo esercito, i cui diversi reparti conducano di concerto la battaglia sostenendosi l’uno con l’altro.








L’INTERNAZIONALE SINDACALE ROSSA, 1921

Dell’ISR riportiamo la parte delle tesi sulla questione della tattica presentate al I Congresso mondiale del luglio 1921, riguardante l’analisi dei sindacati nei rispettivi paesi prima, durante e dopo la guerra imperialistica.

Non riproduciamo le altre perché, in linea di massima condivise dalla Sinistra, ne sarebbero una ripetizione.

La descrizione dello stato del movimento sindacale mondiale invece ben si accorda con la prognosi della Sinistra che il riformismo socialdemocratico avrebbe spianato la strada alla più brutale sopraffazione anche degli organismi di difesa economica del proletariato da parte della classe dominante, grazie ad esso vittoriosa sulla classe operaia e, infine, all’inquadramento di quest’ultima in “sindacati” di completa emanazione statale e di natura corporativa.

L’ISR sorse come l’unione internazionale dei sindacati classisti, orientati, grazie all’influenza del partito comunista, verso la rivoluzione e la dittatura proletaria, in contrapposto all’Internazionale di Amsterdam. L’ISR era l’organo sindacale dell’IC. Si stava realizzando in campo mondiale lo stretto collegamento, la “cinghia di trasmissione”, tra il partito unico del proletariato e il movimento sindacale, per il cui mezzo la classe operaia avrebbe potuto compiere vittoriosamente la sua avanzata rivoluzionaria.

È questo un presupposto storico che sta a indicare come la resurrezione di classe di domani comporti la ricostituzione non solo del partito comunista mondiale, ma anche dell’organizzazione sindacale rossa, dal partito influenzata e diretta.

Va sottolineato che nel 1925-26 la Sinistra si oppose energicamente allo scioglimento dell’ISR voluto dallo stalinismo, e alla sua ventilata riunificazione con l’Internazionale di Amsterdam.

La traduzione è quella pubblicata in opuscolo dal PCd’I nel 1921.




Da ISR, “Deliberazione sulla questione della tattica”, 1921

I SINDACATI PRIMA DELLA GUERRA

7) Durante il XIX secolo e i primi decenni del XX nel movimento sindacale si formarono essenzialmente tre tipi caratteristici, tre gruppi fondamentali: anglo-sassone (tradeunionismo), germano-austriaco (riformismo socialdemocratico) e franco-spagnolo (sindacalismo rivoluzionario).
     Nel movimento mondiale dei sindacati, questi tre gruppi fondamentali si distinguevano tanto per la natura della loro opera, quanto per i metodi. In essi si esprimevano tre differenti ideologie, tre differenti programmi d’azione.

8) Il carattere fondamentale del movimento sindacale anglo-sassone consisteva nel suo stretto corporativismo, nell’apoliticismo, nel neutralismo verso i partiti socialisti e nella concentrazione di tutta l’attenzione sui problemi immediati e concreti del giorno.
     Il tradeunionismo considerava la lotta sociale con criterio corporativo, e con queste vedute limitate pretendeva di risolvere tutte le questioni sociali ed economiche. Esso riuniva principalmente gli strati più elevati della classe operaia, e la sua ideologia rappresentava la filosofia dell’aristocrazia operaia.
     Dai teorici e dai pratici del tradeunionismo, capitale e lavoro erano considerati non come due mortali nemici di classe, ma come due fattori della società che si integrano a vicenda, il cui sviluppo armonico doveva condurre alla pace fra capitale e lavoro e all’equa distribuzione fra loro dei beni sociali.

9) Il movimento sindacale austro-germanico, apparso più tardi dell’anglo-sassone e svoltosi in diverse condizioni, fin da principio fu compenetrato da idee socialiste. Il movimento sindacale di Austria e di Germania fu tenuto a battesimo dalla socialdemocrazia, e quindi la sua ideologia era imbevuta di spirito socialdemocratico. Ma il programma e la tattica socialdemocratica assunsero carattere di riformismo e quindi i sindacati della Germania furono la culla del riformismo, il cui contenuto ideologico consiste, com’è noto, nel campo politico nel preconizzare l’evoluzione pacifica e graduale, tendente al socialismo attraverso la democrazia, nell’attenuare l’antagonismo di classe, nella pavida rinunzia alla rivoluzione e al terrore classista, nella speranza che lo sviluppo delle istituzioni democratiche condurrà automaticamente al socialismo senza sconvolgimenti e senza rivoluzione. Invece nel campo strettamente sindacale esso esprime la tendenza a mantenere i sindacati lontani dalla lotta politica rivoluzionaria, la predicazione della neutralità verso il socialismo rivoluzionario, il collegamento intimo col socialismo riformista, e finalmente la sopravalutazione dei contratti collettivi e la tendenza a creare il diritto paritetico, cioè a costruire rapporti sociali per cui, pur permanendo il regime politico e economico borghese, possa tuttavia conciliarsi l’eguaglianza di diritto fra operai e imprenditori con la conservazione del sistema di sfruttamento.

10) Il sindacalismo rivoluzionario, sorto come reazione all’opportunismo del Partito socialista francese, aveva nel suo concetto fondamentale un contenuto realmente rivoluzionario. Esso lanciò l’idea della azione diretta, della lotta immediata delle masse, fece propaganda dello sciopero generale, affermò la necessità di abbattere violentemente il capitalismo, condusse agitazione e propaganda antimilitariste, affermò la teoria antistatale proclamando che i sindacati erano le uniche organizzazioni capaci di fare la rivoluzione sociale e di edificare con le proprie forze la società socialista. I teorici di questo movimento pretendevano che il sindacalismo rivoluzionario fosse la sintesi del proudhonismo e del marxismo.

11) Il sindacalismo rivoluzionario formulava dunque una serie di concetti (in questo appunto consiste il suo merito) tali da renderlo superiore alle altre forme del movimento operaio e da accostarlo al socialismo rivoluzionario. Simili concetti, come quello dell’azione diretta, della pressione rivoluzionaria delle masse sui capitalismo e sullo Stato, dell’abbattimento del capitalismo, la predicazione della rivoluzione sociale, rappresentano il merito dei sindacalisti rivoluzionari e il lato pratico delle loro teorie in generale. Per converso incontriamo nel sindacalismo il concetto dell’indipendenza, del neutralismo verso tutti i partiti politici, compreso quello del proletariato, la negazione anche dello Stato proletario, la sopravalutazione dello sciopero generale, e un contegno errato riguardo alle aspirazioni parziali degli operai. Economia e politica sono due cose diverse per i sindacalisti rivoluzionari, mentre invece è noto che la politica non è altro che un “concentrato di economia”. La separazione tra questi due fattori, malgrado la sua apparente essenza rivoluzionaria, è sfruttata dalla borghesia, che per suo conto non ha mai praticamente separato nella sua lotta l’economia dalla politica.

12) Il movimento sindacale si formò e sviluppò soprattutto nel periodo del pacifico e organico sviluppo della società capitalistica; quindi recava taluni caratteri, che poi, specialmente durante la guerra, dovevano permettere alla borghesia di servirsene per le sue mire di classe. Questi caratteri particolari sono: il gretto corporativismo, l’isolamento dei sindacati, la lotta di molti di essi contro il lavoro femminile, lo spirito nazionalista e patriottico derivante dalla confusione tra gli interessi dell’industria nazionale e quelli della classe lavoratrice. Essi hanno trovato la loro massima espressione durante la guerra, quando gli interessi di classe sono venuti a contrasto con gli interessi nazionali.


I SINDACATI DURANTE LA GUERRA

13) La guerra mondiale, causata dall’antagonismo tra i vari capitalismi nazionali, ha rivelato fino a qual punto la classe operaia e le sue organizzazioni subissero l’influenza della società borghese. Nella maggior parte dei maggiori paesi d’Europa, non appena dichiarata la guerra i sindacati cessarono di esistere come organizzazioni classiste di lotta e immediatamente si convertirono in organizzazioni imperialiste di guerra, la cui funzione consisteva nell’aiutare il governo e la borghesia a sconfiggere, con le loro forze riunite, il concorrente sul mercato mondiale. I vecchi raggruppamenti del movimento sindacale scomparvero. In ogni paese i dirigenti dei sindacati, tranne poche eccezioni, si combatterono tra loro sui fronti di battaglia, stringendo invece alleanza con la borghesia della propria patria: gli interessi della borghesia nazionale furono preposti agli interessi di classe.

14) Il periodo della guerra mondiale è quello del dissolvimento morale dei sindacati di tutti i paesi capitalisti. La più gran parte dei dirigenti sindacali appaiono come agenti del governo: essi assumono spontaneamente il compito di soffocare tutti i tentativi di protesta rivoluzionaria, sanzionano a varie riprese il peggioramento delle condizioni di lavoro, acconsentono di legare gli operai alle fabbriche secondo i voleri del capitalista, rinunziano a conquiste ottenute con lunghe lotte, insomma eseguono senza fiatare tutto ciò che le classi dirigenti ordinano.

15) Il malcontento contro la guerra, e le manifestazioni di esso, avutesi sempre più frequentemente già durante la guerra stessa, furono soffocati fino dal loro nascere dagli stessi dirigenti del vecchio movimento sindacale. La paura della rivoluzione, che costrinse per molti anni le classi dirigenti ad astenersi da azioni e da avventure belliche, scomparve, giacché contro la rivoluzione stavano ormai non solo la borghesia ma anche i sindacati i cui dirigenti si erano trasformati in cani da guardia del capitalismo. Ciò rappresentò la più strepitosa vittoria morale delle classi dirigenti, e a un tempo una solenne sconfitta della classe operaia nel periodo della guerra mondiale.

16) L’opera nazionalista dei dirigenti del movimento sindacale seminò una profonda discordia tra le masse. Invece della predicazione della lotta e dell’odio di classe, per qualche anno dalle bocche dei rappresentanti operai uscirono soltanto appelli alla fusione di tutte le forze contro il nemico nazionale, in difesa della “patria” e per l’”unione sacra” delle classi. Questa propaganda di tradimento, fatta con l’appoggio della stampa borghese e con l’aiuto finanziario del Governo, è stata la causa principale del perdurare della guerra e degli innumerevoli sacrifici, cui la classe operaia fu sottoposta in conseguenza della guerra mondiale. La guerra ha dimostrato l’assoluto fallimento di tutte le varie organizzazioni del movimento sindacale. I dirigenti delle Trade-Unions d’Inghilterra e d’America, dei sindacati di mestiere d’Austria e Germania, dei sindacati rivoluzionari di Francia, si ritrovarono insieme sul terreno del tradimento degli interessi della classe operaia.


I SINDACATI DOPO LA GUERRA

17) I caratteri essenziali che la politica dei capi sindacali di vari paesi ebbe durante la guerra si conservarono essenzialmente immutati anche dopo. Tale politica consisté nel prolungare l’unione sacra delle classi, conclusa durante la guerra, e nel subordinare gli interessi delle classi operaie alla ricostruzione dell’economia capitalista.

18) In Francia questa politica ha acquistò un carattere oltremodo ributtante, giacché i suoi esponenti erano i sindacalisti rivoluzionari di ieri, coloro che si dicevano antistatali e antimilitaristi. La Confederazione generale del lavoro, per bocca dei suoi dirigenti, reclamando l’onore di lavorare nelle Commissioni per l’elaborazione del trattato di Versailles, assunse l’iniziativa di costringere gli operai tedeschi a risarcire la Francia delle perdite causatele dalla guerra, disgregò il movimento degli scioperi rivoluzionari, combatté a fianco del governo e di tutta la borghesia l’idea stessa della rivoluzione sociale, proclamando il principio della ricostruzione del capitalismo in base alla collaborazione di tutte le “forze vitali” della società moderna, cioè dei lavoratori, imprenditori e rappresentanti del Governo. Questa tattica alimentò la tracotanza della borghesia, corrompendo la coscienza operaia, e generando nelle masse sfiducia verso le parole d’ordine e gli appelli rivoluzionari. Quanto più la Confederazione Generale del Lavoro era di fatto subordinata alla borghesia, tanto più esaltava l’indipendenza e l’autonomia del movimento, riportandosi, a questo proposito, alla “Carta di Amiens”.

19) Contro questo inaudito tradimento, contro la vergognosa violazione degli elementari principi rivoluzionari della classe lavoratrice, sorse e si è diffuse in Francia un forte movimento di protesta che trovò la sua espressione e la sua direzione nel Comitato centrale dei Sindacati rivoluzionari. L’opposizione rivoluzionaria riuniva già quasi la metà dei membri della Confederazione Generale del lavoro, ma, nonostante questo incremento numerico, essa era debole a causa della sua insufficiente unità interna. L’intera opposizione era concorde nella lotta contro il manifesto ed occulto tradimento degli interessi della classe operaia, ma, sebbene combattesse realmente questa lotta e vi riportasse anche delle vittorie grazie al fronte unico, tuttavia essa stessa non aveva ancora determinato in modo abbastanza chiaro i propri concreti intendimenti, il proprio programma e le parole d’ordine della lotta. L’opposizione, formata da anarchici, sindacalisti rivoluzionari e comunisti, proclamava il motto: “torniamo alla Carta d’Amiens”. Parola d’ordine insufficiente già per il solo fatto che anche la stessa maggioranza della Confederazione Generale del Lavoro si richiamava ad essa.

20) La “Carta d’Amiens”, sintetizzante la protesta delle masse operaie contro l’opportunismo del Partito socialista, non poteva servire di base per l’azione concreta, non solo perché era stata scritta quindici anni prima della guerra e della rivoluzione, ma soprattutto perché fin dal principio essa non risolveva tutte le questioni che la classe lavoratrice aveva dinanzi a sé. La guerra mondiale, la decadenza del capitalismo, la rivoluzione, tutto ciò imponeva alla minoranza della Confederazione generale del lavoro di Francia di non chiudersi nei limiti della ormai invecchiata Carta d’Amiens, bensì di elaborare un nuovo programma in conformità con il nuovo stato di cose.

21) In Germania i dirigenti dei sindacati professionali tedeschi, in sostanza assunsero, dopo la guerra, la parte di salvatori della borghesia e della cricca guerresca germanica. La rivoluzione del 1918 realmente impaurì la borghesia tedesca, tanto da indurla a rivolgersi essa stessa ai sindacati tedeschi per salvaguardare il suo dominio di fronte alla rivoluzione sociale.
     I dirigenti dei sindacati conclusero un accordo con la borghesia tedesca intorno alle commissioni paritetiche del lavoro che servì di base per tutta l’attività svolta dopo la guerra dal movimento sindacale tedesco. Il dominio della borghesia nel campo politico ed economico: ecco il risultato di questo sistema paritetico. Conseguenza di tale accordo è stato l’aiuto attivo prestato dai sindacati nell’opera di repressione del movimento rivoluzionario. I dirigenti dei sindacati tedeschi si adoperarono con ardore a difesa del capitalismo, non esitando a tal fine neanche ad appoggiare le repressioni sanguinose operate dalla borghesia contro la classe operaia.

22) Simile atteggiamento controrivoluzionario della burocrazia sindacale aveva sollevato le proteste indignate delle masse operaie. Tali proteste cominciarono a prender forme concrete col formarsi, in seno al movimento sindacale, dei gruppi d’opposizione e dei nuclei comunisti, i quali diramandosi in vasta rete per tutta la Germania assunsero il carattere di fenomeno di massa. Il pessimismo, provocato dall’atteggiamento dei sindacati trovò anche la sua espressione nella parola d’ordine della “distruzione dei sindacati“, motto che però contrastava con gli interessi veri della classe operaia e con quelli della rivoluzione sociale. Oltre all’opposizione sorta in seno ai vecchi sindacati, sorsero anche parecchi raggruppamenti al di fuori (Sindacato operaio indipendente di Gelsen-kirchen, Unione generale operaia, Unione sindacalista), ciascuno dei quali si era sviluppato per conto proprio invece di svolgere una lotta concorde contro i capitalisti e i loro fiancheggiatori annidati nei sindacati professionali. A questi raggruppamenti già esistenti si erano aggiunti gli espulsi dalla burocrazia sindacale che, intimorita dal crescere dei nuclei di opposizione in seno al vecchio movimento sindacale, aveva proceduto all’espulsione di singoli, nonché di sezioni sindacali rionali e locali accusati di “comunismo”.

23) In Inghilterra, immediatamente dopo la guerra, i sindacati ingaggiarono una lotta ostinata per ottenere il miglioramento delle condizioni di lavoro e per consolidare le posizioni conquistate. I grandiosi scioperi dei minatori e di altre categorie di lavoratori,dimostrarono la forza e la fermezza del proletariato inglese nella lotta. Ma nello stesso periodo successivo alla guerra si era rivelata tutta la forza del legame tra una parte dei capi del movimento sindacale e la borghesia. Ogni sciopero, ogni serio conflitto urtava anzitutto contra una resistenza accentrata nel seno delle organizzazioni interessate e degli altri sindacati. Queste particolarità, oltre all’indiscutibile processo di rivoluzionamento ideologico, per quanto abbastanza confuso, rappresentavano il carattere essenziale del movimento sindacale inglese, il quale tuttavia, in confronto al periodo precedente alla guerra, aveva certo fatto un grandissimo passo avanti.

24) I Comitati di fabbrica e d’officina, sorti spontaneamente durante la guerra e relativamente molto influenti negli anni 1917 e 1918, erano poi decaduti di importanza, nonostante il diffondersi delle idee rivoluzionarie e dell’inevitabilità della lotta rivoluzionaria fra le masse proletarie d’Inghilterra. La debolezza degli elementi di opposizione organizzata si spiega col fatto che essi non avevano coordinato adeguatamente l’attività fra le masse. La fusione di tutti questi elementi rivoluzionari poteva ottenersi mediante l’allargamento e l’approfondimento dell’attività dei Comitati Operai. Scopo che poteva conseguirsi non distaccando i migliori operai dalle masse organizzate nei sindacati, e costituendo altre organizzazioni al di fuori, ma nell’indirizzare l’attività all’interno di essi
     Gli elementi più coscienti, più rivoluzionari e attivi nelle fabbriche, devono concentrare l’attività su tutti i livelli del movimento sindacale, dal più basso al più alto, sforzandosi dappertutto di conquistare i posti di responsabilità e di direzione. Questa è la via maestra per svolgere un’opera sistematica ed insistente, atta a ottenere risultati concreti e permanenti in un paese con un così esteso movimento sindacale e tuttavia così imbevuto di conservatorismo.

25) In America più che altrove i dirigenti sindacali si rivelarono come agenti del capitale. A Gompers e alla sua cricca che presiedeva la Federazione Americana del Lavoro persino l’Internazionale di Amsterdam sembrava troppo rivoluzionaria, per cui si rifiutarono di farne parte. La Federazione americana poneva tutte le sue speranze nella buona fede della borghesia e non voleva saperne della possibilità di una lotta per l’instaurazione di un nuovo regime sociale. Si ebbe qui l’esempio tipico e classico della collusione fra i dirigenti della classe operaia e lo Stato borghese. Tale dipendenza dalla borghesia e dai miliardari americani costituì la ragione sostanziale del perché tutti questi Gompers invocarono a gran voce l’autonomia del movimento sindacale.
     La Federazione americana rappresentò il miglior sostegno alla borghesia, determinata ad annientare il movimento rivoluzionario, anche se poi perfino essa fu trascinata nella lotta contro la borghesia, poiché quest’ultima, non paga di tanta sottomissione, voleva ottenere profitti anche maggiori di quelli già ottenuti.
     Quindi, sebbene la Federazione americana come tale finora non prendesse parte alla lotta, nacquero distaccamenti isolati, e organizzazioni locali, che sempre più venivano in contrasto con l’apparato statale e con gl’interessi del capitale. Se essi restavano ancora all’interno dell’organizzazione, tuttavia nella realtà si allontanavano sempre più dai principi fondamentali sui quali era basata la Federazione Americana del lavoro.

26) L’organizzazione indipendente americana degli “Operai industriali del mondo” (I.W.W. era troppo debole per sostituire i vecchi sindacati.
     Gli IWW avevano dei pregiudizi prettamente anarchici contro la lotta politica, dividendosi in due opposti campi in quella questione d’importanza cardinale che è la dittatura del proletariato. I sindacati autonomi esistenti accanto a queste due organizzazioni, solo formalmente erano indipendenti dalla Federazione Americana del Lavoro, mentre gran parte di essi dipendeva moralmente da tutta l’ideologia e pratica dei dirigenti controrivoluzionari di quella. Il problema della creazione di nuclei e gruppi rivoluzionari in seno alla Federazione Americana del Lavoro e ai sindacati autonomi, era della massima urgenza. Non vi era altro mezzo per conquistare le masse operaie, fuorché quello di fare una lotta sistematica in seno ai vecchi sindacati.

27) In Italia, la situazione aveva assunto un carattere affatto particolare: la grande maggioranza del proletariato italiano aveva aderito al punto di vista della lotta rivoluzionaria e della dittatura del proletariato; invece il nucleo dirigente della Confederazione Generale del Lavoro (CGL) nutriva grande diffidenza per i metodi rivoluzionari di lotta, e così, in teoria e in pratica, si avvicinava assai più al socialismo riformista che al socialismo rivoluzionario.
     Oltre alla CGL, esistevano l’ “Unione Sindacalista” e altri sindacati autonomi, che a differenza di quelli americani erano profondamente imbevuti di spirito rivoluzionario. Essi, nella loro attività pratica, accettavano le direttive della Internazionale Comunista e dell’Internazionale dei Sindacati Rossi.

28) Negli altri paesi d’Europa e d’America, il movimento sindacale aveva fatto un gran passo avanti. In seno ai vecchi sindacati di parecchi paesi si era costituita una risoluta minoranza di opposizione (Cecoslovacchia, Polonia, ecc.), mentre altrove (Bulgaria, Iugoslavia, Norvegia) con i fautori della rivoluzione sociale e della dittatura del proletariato stava già la maggioranza.

* * *

Questa specifica situazione del movimento sindacale di tutto il mondo, dimostrava quale profondo mutamento era avvenuto fra le vaste masse operaie. Gli insegnamenti della guerra e della rivoluzione russa non erano stati vani per le moltitudini dei lavoratori.

Lo spirito rivoluzionario che si manifestava nei sindacati era il risultato del naturale svolgersi delle cose.

Per i dirigenti dei Sindacati rossi, il problema stava nel seguire il processo rivoluzionario e dirigerlo verso la risoluta lotta contro il regime borghese, per la dittatura del proletariato.








LA SINISTRA COMUNISTA - 1920-21

I testi coprono un periodo complesso che va dalla nascita del Partito Comunista, sotto la guida della Sinistra, fino alla sua estromissione, dalla vittoria del fascismo fino alla sconfitta del movimento comunista mondiale.

Se dovessimo pubblicare tutti i testi di riaffermazione programmatica e di documentazione dell’attività della nostra corrente, riempiremmo un intero volume. Ci limitiamo ad alcuni testi fondamentali, che permettono di seguire le posizioni programmatiche e di battaglia del Partito da noi diretto o influenzato.

Sarà compito di successivi testi specifici, in particolare dei futuri volumi della Storia della Sinistra Comunista, rievocare la gigantesca attività allora svolta in questo settore, esplicata non da un partito con milioni di effettivi ma da poche decine di militanti, la cui forza consisteva appunto nel possesso di un sano e corretto indirizzo programmatico.

La Sinistra, all’unisono con Lenin, ripudia il “sinistrismo “ operaista latino, tedesco e olandese, e ribadisce che il collegamento con la classe e la direzione del partito su di essa sono impossibili senza una sensibile influenza sui sindacati operai e sulle organizzazioni di classe in genere, anche se gli stessi sindacati rossi subivano la direzione di forze reazionarie, tendenti ad un crescente accostamento allo Stato capitalista per condurre il movimento sindacale sotto la protezione statale borghese.

Il fascismo, dopo di aver distrutto, con la complicità della democrazia e della socialdemocrazia, insieme al movimento politico proletario anche quello sindacale di classe, fonderà dei sindacati coatti, di Stato, nel tentativo di organizzare centralmente e unitariamente le forze produttive, pur nel quadro della fondamentale anarchia borghese.

La Sinistra fu la sola a capire il nesso dialettico tra opportunismo e fascismo, e ad opporsi a tutte le iniziative della stessa Internazionale miranti, in un’ottica distorta, alla conclusione di blocchi, alleanze e perfino fusioni tra i Partiti comunisti, false sinistre socialdemocratiche e partiti opportunisti, tra Mosca e Amsterdam in campo sindacale, nella prospettiva, da noi condannata in partenza, di rafforzare il fronte d’attacco rivoluzionario.

Quando i sindacati fascisti prevalsero e la direzione socialdemocratica della CGL si autoeliminò, la Sinistra lanciò la parola d’ordine della difesa e del potenziamento dei Sindacati Rossi. Restò sola, anche nel Partito, a proclamare, col sabotaggio dei sindacati statali coatti, la rinascita dell’organizzazione di classe.



Da “Tesi della Frazione Astensionista”, 1920

II - Critica di altre scuole - Punto 10 - Punto 11 -

III - Punto 4 - Punto 5 - Punto 6 - Punto 13



Da “Partito e classe”, 1921

Si vorrebbe ravvisare...








LA SINISTRA COMUNISTA - 1921-26

Nel numero precedente abbiamo iniziato la pubblicazione di passi significativi di tesi o articoli emananti dalla Sinistra Comunista, prima e dopo il Congresso di Livorno, per mettere in evidenza come la nostra visione dei rapporti fra lotte economiche e lotta politica generale, per la preparazione alla presa rivoluzionaria del potere, e la nostra concezione del compito del partito nel vivo degli scontri di classe e in seno alle organizzazioni sindacali, anche se dirette da opportunisti, coincidessero pienamente con le tesi sostenute dai bolscevichi, e in particolare da Lenin, e come le divergenze su alcune questioni tattiche con la Terza Internazionale non incidessero sulla piena convergenza nelle questioni di principio.

Dagli stessi brani risulta come su tali basi il Partito Comunista d’Italia, diretto dalla Sinistra, abbia impostato, nel 1921-23, una vigorosa azione sindacale.

Proseguiamo nella pubblicazione di alcuni testi dell’epoca per rendere ancora più evidente la continuità sia delle posizioni di principio, sia dell’azione pratica mantenuta dalla Sinistra in tutto il periodo che va fino al trionfo rovinoso della degenerazione staliniana, cioè al 1926.



Da “Il fronte unico sindacale”, 1921

Il comunismo rivoluzionario si basa sull’unità della lotta di emancipazione di tutti gli sfruttati, e nello stesso tempo si basa sulla organizzazione ben definita in Partito politico di quella “parte“ di lavoratori che hanno migliore coscienza delle condizioni della lotta e maggiore decisione di lottare per la sua ultima finalità rivoluzionaria, costituendo quindi l’avanguardia della classe operaia.

Dimostrerebbe di nulla avere inteso del programma nostro chi trovasse una contraddizione tra l’invocazione all’unione di tutti i lavoratori e il fatto di staccare una parte di essi dagli altri, organizzandoli in Partito con metodi che differiscono da tutti quelli degli altri partiti, ed anche quelli che si richiamano al proletariato e si dicono rivoluzionari, poiché in verità quei due concetti non hanno che la stessa origine.

Le prime lotte che i lavoratori conducono contro la classe borghese dominante sono lotte di gruppi più o meno numerosi per finalità parziali ed immediate.

Il Comunismo proclama la necessità di unificare queste lotte, nel loro sviluppo, in modo da dare ad esse un obbiettivo e un metodo comune, e parla per questo di unità al di sopra delle singole categorie professionali, al di sopra delle situazioni locali, delle frontiere nazionali o di razza. Questa unità non è una somma materiale di individui, ma si consegue attraverso uno spostamento dell’indirizzo dell’azione di tutti gli individui e gruppi, quando questi sentono di costituire una classe, ossia di avere uno scopo e una programma comune. Se dunque nel Partito vi è solo una parte di lavoratori, tuttavia in esso vi è l’unità del proletariato, in quanto lavoratori di diverso mestiere, di diverse località e nazionalità vi partecipano sullo stesso piano, con le stesse finalità e la stessa regola di organizzazione.

Una unione formale, federativa, di sindacati di categoria, o magari un’alleanza di partiti politici del proletariato, pur avendo maggiori effettivi di quelli del partito di classe, non raggiunge il postulato fondamentale della unione di tutti i lavoratori, perché non ha coesione e unicità di scopi e di metodi.

Tuttavia i comunisti affermano che la organizzazione sindacale – primo stadio della coscienza e della pratica associativa degli operai che li pone contro i padroni, sia pure localmente e parzialmente – appunto perché soltanto uno stadio ulteriore di coscienza e di organizzazione delle masse le può condurre sui terreno della lotta centrale contro il regime presente, in ragione del fatto che raccoglie gli operai per la loro comune condizione di sfruttamento economico, e col loro riavvicinamento a quelle di altre località e categorie sindacali, li avvia a formarsi la coscienza di classe – l’organizzazione sindacale deve essere unica ed è assurdo scinderla sulla base di diverse concezioni del programma di azione generale proletaria.

È inoltre assurdo chiedere al lavoratore che si organizza per la difesa dei suoi interessi, quale sia la sua visione generale della lotta proletaria, quale sia la sua opinione politica; egli può non averne nessuna o una errata, ma non lo rende incompatibile con l’azione del sindacato, da cui trarrà gli elementi del suo ulteriore orientamento.

Per questo i comunisti, come sono contro alla scissione dei sindacati, quando la maggioranza degli aderenti o la furberia dei capi opportunisti dà loro una direttiva poco rivoluzionaria, così lavorano per l’unificazione delle organizzazioni sindacali oggi divise, e tendono ad avere in ogni paese una unica centrale sindacale nazionale.

Qualunque possa essere l’influenza dei capi opportunisti, l’unità sindacale è un coefficiente favorevole alla diffusione della ideologia e della organizzazione politica rivoluzionaria, e il partito

di classe fa in seno del sindacato unico il suo migliore reclutamento e la migliore sua campagna contro i metodi errati di lotta che da altre parti si prospettano al proletariato.



Da “Il principio democratico”, 1922

Il sindacato ha...



Da “Tesi di Roma”, 1922

III - Rapporti tra il Partito Comunista e la classe proletaria:
 Punto 10 - Punto 11 - Punto 12 - Punto 13 - Punto 14 - Punto 15Punto 16

IV - Rapporti del Partito Comunista con altri movimenti politici proletari:
  Punto 19 - Punto 20



Da Progetto di tesi presentato dal PCd’I
al 4° congresso della Terza Internazionale, 1922

(il testo integrale)

La conquista delle masse non si può realizzare con la semplice propaganda delle ideologie del partito e col semplice proselitismo, ma partecipando a tutte quelle azioni a cui i proletari sono sospinti dalla loro condizione economica. Bisogna far capire ai lavoratori che queste azioni non possono per sé stesse assicurare il trionfo dei loro interessi: esse possono solo fornire un’esperienza, un risultato organizzativo ed una volontà di lotta da inquadrare nella lotta rivoluzionaria generale. A ciò si riesce non negando tali azioni, ma stimolandole con l’incitare i lavoratori ad intraprenderle e presentando ad essi quelle rivendicazioni immediate che servono a realizzare un’unione sempre più larga di partecipanti alla lotta...

Attraverso le azioni per le rivendicazioni parziali il partito comunista realizza un contatto con la massa che gli permette di fare nuovi proseliti: perché completando con la sua propaganda le lezioni della esperienza, il partito si acquista simpatia e popolarità e fa nascere attorno a sé tutta una rete più larga di organizzazione collegata ai più profondi strati delle masse e dall’altra parte al centro direttivo del partito stesso. In questo modo si prepara una disciplina unitaria della classe operaia. Ciò si raggiunge col noyautage sistematico dei sindacati, delle cooperative e di ogni forma di organizzazione di interessi della classe operaia. Analoghe reti organizzative devono sorgere appena possibile in tutti i campi dell’attività del Partito: lotta armata e azione militare, educazione e cultura, lavoro tra i giovani e tra le donne, penetrazione dell’esercito e così via. L’obbiettivo di tale lavoro è la realizzazione di una influenza non solo ideologica ma anche organizzativa del partito comunista sulla più grande parte della classe operaia. Per conseguenza, nel loro lavoro nei sindacati i comunisti tendono a realizzare la massima estensione della base di essi, come di tutte le organizzazioni di natura analoga, combattendo ogni scissione e propugnando la unificazione organizzativa dove la scissione esiste, pur che sia loro garantito un minimo di possibilità di lavorare per la propaganda e pel noyautage comunista. Tale attività in casi speciali può anche essere illegale e segreta.

I partiti comunisti, pur lavorando col programma di assicurarsi la direzione delle centrali sindacali, apparato indispensabile di manovra nelle lotte rivoluzionarie, col mezzo della conquista della maggioranza degli organizzati, accettano in ogni caso la disciplina alle decisioni di questo e non pretendono che negli statuti delle organizzazioni sindacali ed affini od in patti speciali, venga sancito l’impegno ad un controllo del partito.



Da “Tesi di Lione”, 1926

II. QUESTIONI INTERNAZIONALI: Punto 8

III. QUESTIONI ITALIANE: Punto 11 -  Ponendosi oggi...










IL PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE

Il gruppo di testi qui riprodotto copre i vent’anni dal 1949 al 1966.

I titoli indicano con sufficiente esattezza l’ordine di problemi in essi sistemati come vero e proprio bilancio storico e programmatico. È la funzione principale che la nostra compagine deve svolgere nella prospettiva della ripresa della lotta rivoluzionaria di classe, grande assente in questo ultimo mezzo secolo.

Si è già consumato un ventennio “democratico”, succeduto al ventennio fascista, e siamo in grado di stilare un altro bilancio storico che per sommi capi può riassumersi nella frase lapidaria: il fascismo è caduto sui campo di battaglia dell’ultima guerra imperialistica, ma vive e vegeta nel campo economico, sociale e politico, a dispetto della vetrina parlamentare, del suffragio universale e di tutta l’impalcatura democratica. È una ragione di più per maledire la democrazia borghese, con la quale si è fatta digerire ancora una volta alla classe operaia la persistenza del regime capitalistico, responsabili principali di questa operazione i partiti del tradimento, i partiti “comunisti” nazionali.

Come vive e vegeta il fascismo sotto il manto della democrazia postbellica? In campo economico si ha il primeggiare di una economia statizzata o semi-statizzata, trionfo, quindi del monopolio capitalista per eccellenza. In campo sociale il controllo ferreo delle grandi masse lavoratrici da parte di partiti ufficiali, diretti da bande di controrivoluzionari di professione, e dalle centrali sindacali, dirette da carrieristi infeudati allo Stato borghese. In campo politico, la totale esautorazione del “potere legislativo” (parlamento) a vantaggio del “potere esecutivo” (governo), con caduta a livello di farsa delle elezioni generali per la stessa borghesia; ubriacatura “popolaresca” di schietta marca mussoliniana innaffiata di patriottismo e nazionalismo, sulla base della collaborazione di classe già tipica della democrazia e innalzata a regime permanente dal fascismo. Nel campo della teoria il totale disprezzo per qualunque corpo di principi, analogo alla rivendicazione mussoliniana del ripudio di ogni ”vincolo“ dottrinario.

È in questo bilancio che si collocano i sindacati di oggi, diversi dai sindacati di ieri, anche se muniti di sigle identiche o affini.

Essi marciano ogni giorno più nella stessa direzione dei sindacati unici fascisti, quella dell’assoggettamento allo Stato politico del capitale. Al proletariato si imporrà dunque la rinascita dei sindacati di classe, liberi da vincoli statali e di regime capitalistici. Il modo di questa rinascita non è né può essere ancora nel campo visivo del Partito e della lotta di classe. Venga essa dalla conquista “a legnate” di organizzazioni economiche più che “reazionarie” (Lenin), come quelle esistenti, o scaturisca per altra via dall’intreccio delle lotte proletarie sull’onda di una ripresa generale di classe.

È certo che l’esistenza di organismi intermedi economici è un presupposto della direzione rivoluzionaria della classe ad opera del Partito comunista.

Se tener spezzata la rete associativa classista è necessario obbiettivo del capitalismo e dei suoi lacchè, incombe dialetticamente al partito politico di classe il dovere di indirizzare il proletariato alla sua ricostruzione.

È anche in funzione di questo compito che il Partito tesse la rete dei suoi gruppi di fabbrica e sindacali, con cui organizzare le forze sane della classe operaia, per deboli numericamente che siano oggi, sulla base di una netta e rigida contrapposizione e al capitalismo e all’opportunismo, queste due facce di una stessa realtà controrivoluzionaria, nel campo rivendicativo come in quello politico e organizzativo.

Questi gruppi non sono né mirano a diventare “nuovi” sindacati, per giunta “puri”, “incorrotti”, ecc. ma costituiscono certo l’avanguardia e il lievito della classe. Grazie ad essi il proletariato potrà finalmente ritrovare i suoi organi di battaglia, di cui il principale, l’insostituibile, è il Partito.



Le scissioni sindacali in Italia”, 1949




Da “Partito rivoluzionario e azione economica”, 1951




Da “Tesi caratteristiche del partito” 1952

      II - Punto II.4 - Punto II.6 - Punto II.8
      IV - Punto IV.4 - Punto IV.8 - Punto IV.9 - Punto IV.11



Da “Considerazioni sull’organica attività del partito”, 1965

     Punto 8 - Punto 12



Da “Tesi sul compito storico l’azione e la struttura del partito comunista mondiale”, 1965

     Punto 9



Da “Tesi supplementari sul compito storico”, 1966

    Punto 2