Partito Comunista Internazionale Il lavoro del partito sulla marxista Teoria della Crisi

Gruppo di rapporti alla riunione interfederale di Milano del 9‑10 giugno 1962
Alle insidiate vicende delle battaglie proletarie mondiali solo la teoria offensiva del marxismo è direttiva inflessibile che lega le grandi tradizioni al domani di potente riscossa
Questioni di economia marxista - Cronologia delle crisi - Teoria delle crisi

(in Il Programma Comunista n. 19, 1962)





Questioni d’economia marxista

Come fu annunciato nel primo resoconto sommario della riunione, apparso nel nr. 12 del giornale, ai relatori non fu possibile esporre delle conclusioni anche relative del lavoro di ricerca teorica sull’economia marxista. Tuttavia, per la vastità, la profondità e la difficoltà della ricerca, queste conclusioni non saranno immediate, né da esse ci si dovrà attendere il disvelamento di chi sa quali misteri, o di chi sa mai quali novità.

La teoria dello "sciupio", è tesi centrale del marxismo non solo da un punto di vista economico, quanto e in primo luogo da un punto di vista rivoluzionario. La trattazione della teoria prese l’avvio dalla riunione di Genova del 4-5 novembre 1951, il cui resoconto scritto apparve nei numeri 1 e 2 del giornale dell’annata in corso. Lo sciupio è la dilapidazione delle forze produttive, dei prodotti e della ricchezza sociale. Usando il metodo dei "tre momenti", chiave dialettica per la lettura del Capitale e del marxismo, lo sciupio a livello aziendale, cioè nel primo momento, si ridurrebbe allo sfruttamento del lavoro salariato da parte dei capitalisti; ma sarebbe sempre poca cosa. Infatti, Marx picchiò in testa al "frutto indeminuto del lavoro" di Lassalle, chiarendo che anche nella società comunista sarebbe esistito il plus prodotto, cambiando però radicalmente la forma e la destinazione sociale.

È nel secondo momento, nella società capitalista presa nel suo insieme, nell’insieme delle aziende, che si consuma inutilmente gran parte del lavoro umano. Questo "sciupio" sociale appare maggiormente evidente e criminale se si confrontano la società capitalista e quella futura, la comunista. È, infatti, il modello comunista dell’organizzazione della produzione e della forma del lavoro umano che pone bene in risalto i caratteri nefandi del modo di produzione capitalistico, una volta unanimemente ammesso che nella storia le forme della produzione si succedono sulla base dell’aumento delle forze produttive. Per la società capitalista, secondo i suoi corifei, non esiste sciupio, lavoro inutile, distruzione di ricchezza, se non in maniera del tutto accidentale, come nelle guerre tra Stati. Marx invece mette costantemente in evidenza il carattere distruttivo del capitalismo, sulla base delle continue giustapposizioni tra società capitalista e società comunista.

I "faux frais" le false spese della circolazione del capitale proprie di una società scambista ed esasperata dalla "libera concorrenza" sulla base di una economia aziendale, mercantile e monetaria; il militarismo, la stessa patria e la famiglia, costituiscono elementi di distruzione effettiva o di irrazionale utilizzazione del lavoro e di ricchezza: anguste forme di atrofizzazione della produttività del lavoro. Le crisi sono, quindi, lo sbocco naturale delle molteplici manifestazioni di "sciupio", il risultato periodico e ricorrente dell’accumularsi di pluslavoro inutilmente prodotto, irrazionalmente riprodotto, sulla base di una produzione sociale e di una appropriazione privata.
 

Cronologia delle crisi

Le date che diamo in questo testo sono desunte dai testi marxisti, e pertanto significano crisi che furono oggetto di riflessione e di studio dei nostri maestri. La serie si apre con la crisi del 1800 che, secondo Ricardo, fu causata dalla carestia di cereali per cattivo raccolto ed ebbe sede solo in Inghilterra. La successiva si verificò nel 1815, per le stesse ragioni – secondo il giudizio di Ricardo – della precedente.

La crisi del 1825 ebbe invece il suo epicentro negli Stati Uniti d’America e in India, e fu una crisi cosi cosiddetta commerciale. Marx (Il Capitale, libro 3° Vol. III pag. 250) così caratterizza le crisi commerciali: «Il fenomeno più generale ed evidente delle crisi commerciali è la diminuzione improvvisa, generale, dei prezzi delle merci, che dopo un loro aumento prolungato, generale». Le crisi di questi anni si manifestano tutte sotto le spoglie di crisi commerciali, cioè per restrizioni di mercati esteri, e i fenomeni che esse generano sono pressoché gli stessi, più o meno accentuati. Alla crisi del 1847-48 Marx dedica un lungo scritto anche nella Neue Rheinische Zeitung, oltre che i continui accenni negli altri testi, particolarmente nel Capitale. In questo testo Marx esamina tutti i fenomeni che s’intrecciano prima e dopo le crisi stesse. La prosperità, il benessere d’oggi, precede il travaglio critico. «Gli anni 1843-1845 – scrive Marx – furono quelli della prosperità industriale e commerciale, conseguenze necessarie della depressione quasi permanente dell’industria nel periodo 1837-1842. Come sempre la prosperità fece scattare molto presto la speculazione. La speculazione sorge regolarmente nei periodi dove la sovraproduzione raggiunge il suo culmine. Essa fornisce alla sovraproduzione i suoi canali di scolo momentanei sollecitando nel contempo l’irruzione della crisi e aumentandone la violenza. La crisi scoppia anzitutto sul terreno della speculazione e non è che più tardi s’installa nella produzione (...) Noi non possiamo in questo momento tracciare la storia completa della crisi (1846-48) e ci limiteremo dunque a fare il bilancio di questi sintomi della sovraproduzione».

I nostri opportunisti vorrebbero il benessere senza intrallazzi, il boom senza la speculazione: il nostro maestro insegna che in regime capitalista la prosperità è madre di speculazione, in cui si riversano in un primo momento gli immediati effetti della incipiente sovraproduzione. Marx traccia già la sinusoide della produzione capitalistica, con le sue periodiche alterne vicende d’esaltazione e depressione produttiva. La crisi è preceduta da un periodo d’intensa ripresa produttiva, preceduto a sua volta da un periodo di crisi. La caratteristica della produzione d’alto bordo fu allora la corsa agli investimenti nelle ferrovie. Oggi il contenuto produttivo del benessere è la speculazione universale delle linee di comunicazione internazionali: autostrade, trafori, transatlantici, jet a reazione, missili, e il grande Barnum della cosmonautica.

Si ritrova ancora in questo testo la classica previsione della catastrofe storica del capitalismo: «Gli schiavi saranno emancipati, perché sono divenuti inutilizzabili in quanto tali. È esattamente per la stessa ragione che il lavoro salariato sarà abolito in Europa, appena che avrà cessato d’essere non soltanto una forma necessaria per la produzione, ma ne sarà divenuto un ostacolo». Ogni qual volta la crisi esplode nel bel mezzo della beata apparente eternità del capitalismo, l’inutilità delle forme capitalistiche dell’economia appare in luce meridiana: nulla ha più valore, il denaro serve al massimo per bisogni fisiologici, le categorie intoccabili dell’economia del capitale saltano, è il caos.

Marx svolge, inoltre, un’analisi "a volo d’uccello" della più vulcanica macchina produttiva americana, nella quale intravede un potente focolaio delle contraddizioni del capitalismo e il futuro centro dello sviluppo sfrenato della borghesia mondiale: «La prosperità dell’Inghilterra e dell’America si ripercuote rapidamente sul continente europeo. Il mercato mondiale collega ogni angolo della Terra e lo obbliga a sottomettersi al capitale». I due centri, Inghilterra e America, del capitalismo mondiale sono «il demiurgo del cosmo borghese», dai quali ha origine «il processo iniziale» e delle crisi e della prosperità. Cosicché, «se, per conseguenza, le crisi generano delle rivoluzioni anzitutto sul continente, la loro origine si trova non di meno in Inghilterra. È all’estremità dell’organismo borghese che debbono naturalmente prodursi le commozioni violente prima d’arrivare al cuore, perché la possibilità d’una compensazione è più grande qui che là. Inoltre, la proporzione con cui le rivoluzioni continentali si ripercuotono in Inghilterra è nello stesso tempo il termometro che indica in quale misura queste rivoluzioni mettono realmente in questione le condizioni d’esistenza borghesi, e fino a che punto esse non raggiungono che le loro formazioni politiche». Questa preziosa lezione teorica, tratta dall’intreccio economico che aveva avviluppato già allora i due continenti, ma ancora in prevalenza l’Europa e la Gran Bretagna, e dal quale esplose la crisi del ’47, anticipa e sancisce la validità della posizione rivoluzionaria difesa da Lenin e dalla Sinistra italiana, per la quale la Rivoluzione d’Ottobre avrebbe resistito ad ogni ritorno reazionario a condizione che fossero crollate le centrali europee, segnatamente la Germania, dell’imperialismo capitalista.

La chiusa a questo testo costituisce un tremendo ceffone a volontaristi e immediatisti d’ogni tempo: «Essendo data la prosperità immediata generale, nella quale le forze produttive della società borghese si schiudono per quanto lo permettono i rapporti sociali borghesi, non si potrà parlare di vera rivoluzione. Questa non è possibile che nei periodi di cui questi due fattori, le forze produttive moderne e le forme borghesi della produzione entrano in conflitto le une con le altre. Le differenti questioni alle quali si dedicano oggi i rappresentanti delle diverse frazioni del partito dell’ordine del continente, e nelle quali esse si compromettono reciprocamente, ben lontano dal fornire l’occasione di nuove rivoluzioni, non sono al contrario possibili che perché la base dei rapporti sociale è momentaneamente così sicura e, ciò che la reazione ignora, così borghese». «Ogni tentativo fatto dalla reazione per arrestare lo sviluppo borghese si brucerà così sicuramente come ogni indignazione morale e ogni proclama infiammato dei democratici. Una nuova rivoluzione non sarà possibile che a seguito di una nuova crisi: l’una è tanto certa quanto l’altra..."

La nuova crisi del 1857 ebbe il suo epicentro negli Stati Uniti, ma ben presto contagiò l’Inghilterra e la Germania. In Gran Bretagna la stessa agricoltura fu investita dalla depressione economica, come Marx aveva già sentenziato nel 1850. Nella misura in cui le forme capitalistiche della produzione afferrano ogni ramo dell’attività produttiva, si schiudono canali traverso in cui fluisce la crisi. Tutta l’economia così è soggetta alle crisi!
 

Teoria delle crisi

Dal ’73 al ’78 la crisi si fa cronica negli USA e nel ’75 rimbalza di nuovo in Inghilterra. L’ultima data che si ritrova nei testi di Marx è del 1879, di cui egli dà un accenno sommario nella lettera a Danielson, economista russo che traduceva il 1° libro del Capitale. In essa Marx metteva ancora il luce la desolazione dell’economia e soprattutto l’apparente tranquillità delle banche e delle ferrovie, le quali accumulano ogni giorno debiti e azioni.

Marx nota che le crisi ricorrono all’incirca ogni dieci anni e, se la sua preoccupazione di cogliere le ragioni di questa quasi costante periodicità si fa sempre viva nella ricerca dei fenomeni immediati che si sviluppano prima e durante le crisi stesse, tuttavia e sopratutto l’interesse per i fatti contingenti serve a dimostrare la validità della dottrina. Quante volte si dovette dileggiare il vezzo piccolo-borghese di correggere le nefandezze del capitalismo con la proposta di ricondurlo alla produzione semplice delle merci! Marx prese la testa di turco di Proudhon e dimostrò che le malattie del capitalismo adulto avevano la sua origine nel capitale, nelle semplici categorie dell’economia capitalistica. Non era necessario ricorrere alla riproduzione allargata per spiegare la crisi, anche se la straripante produzione ingolfava i canali dell’economia. Marx parla sempre di sovraproduzione relativa: «Quando si afferma che non si tratta di una sovraproduzione generale, ma di una mancanza di proporzione fra i diversi rami di produzione, si afferma semplicemente che nella produzione capitalistica la proporzionalità di diversi rami di produzione risulta continuamente dalla loro sproporzione, poiché qui il nesso interno della produzione complessiva si impone agli agenti della produzione come una legge cieca, e non come una legge compresa e dominata dal loro intelletto associato, che sottomette il processo di produzione al loro comune controllo (...) Ma tutto il modo di produzione capitalistico è solo un modo di produzione relativo, i cui limiti non sono assoluti ma lo diventano per il modo di produzione stesso» (Il Capitale, Vol. III, Tomo I, pag. 314 Ed. Rinascita).

D’altra parte tutta l’economia capitalistica è pronta a fornire le forme più semplici e più complesse della crisi. «La forma più astratta della crisi, e per conseguenza la possibilità formale della crisi, è dunque la metamorfosi della merce stessa, in cui solo come movimento sviluppato è contenuta la contraddizione, insieme nell’unità della merce, fra valore di scambio e valore d’uso, tra denaro e merce» (Teoria delle dottrine economiche, Vol. 2° pag. 559). È già nella merce la forma primaria della crisi, nel fatto cioè di essere al tempo stesso prodotto per soddisfare un bisogno e portatrice di valore, di lavoro medio sociale e plusvalore. È quindi nella contraddizione sociale su cui poggia la produzione capitalistica che vanno ricercati il contenuto e la causa delle crisi.

La lezione leniniana sulle cause delle crisi è perfetta: «Le crisi sono possibili (...) perché il carattere collettivo della produzione entra in conflitto col carattere individuale dell’appropriazione» (Sui caratteri del romanticismo economico). Ancora Marx in forma stringata: «Tre fatti principali della produzione capitalistica: 1° Concentrazione dei mezzi di produzione in poche mani, per cui cessano di apparire come proprietà dei lavoratori diretti (artigiani) e si trasformano in potenze sociali della produzione, anche se, a tutta prima, come proprietà privata dei capitalisti. Questi sono i trustees (i fiduciari) della società borghese, ma intascano tutti i frutti di questa posizione di fiducia. 2°. Organizzazione dello stesso lavoro come lavoro sociale, mediante la cooperazione, la divisione del lavoro, il collegamento del lavoro e delle scienze naturali. Nei due sensi il modo di produzione capitalistico sopprime, benché in forme antitetiche, la proprietà privata ed il lavoro privato. 3° Creazione del mercato mondiale. L’enorme forza produttiva, per rapporto alla popolazione, che si sviluppa nel quadro del modo di produzione capitalistico, e, benché non nelle stesse proporzioni, l’aumento dei valori-capitale (e non solo del loro substrato materiale), che crescono più rapidamente della popolazione, sono in contraddizione con la base (che, relativamente alla ricchezza crescente, diviene sempre più ristretta) per la quale questa enorme forza produttiva lavora, e con le condizioni di messa in valore di questo capitale crescente. È qui l’origine della crisi. (Il Capitale, Lib. III Ed. Dietz, pag, 293). E un’altra citazione tra le mille: «Il capitale si manifesta sempre come una potenza sociale, di cui il capitale è l’agente, che ha ormai perduto qualsiasi rapporto proporzionale con quello che può produrre il lavoro di un singolo individuo; ma come una potenza sociale estranea indipendente, che si contrappone alla società come entità materiale e come potenza dei capitalisti attraverso questa entità materiale. La contraddizione tra questa potenza sociale generale alla quale si eleva il capitale e il potere privato del [singolo] capitalista sulle condizioni sociali della produzione, si va facendo sempre più stridente e deve portare alla dissoluzione di questo rapporto e alla trasformazione delle condizioni di produzione in condizioni si produzione sociali, comuni, generali. Questa trasformazione è il risultato dello sviluppo delle forze produttive nel modo capitalistico di produzione e della maniera in cui questo sviluppo di compie» (Il Capitale, Libro 3° Vol. 1 pag. 322 Ed. Rinascita).

Purtroppo, le traduzioni dei testi marxisti, monopolizzate dalle ricche centrali opportuniste, sono sempre interessatamente fiacche e non riescono a rendere il vero senso del testo originale. Infatti, per capitalista non si deve intendere solo il capitalista-uomo, ma soprattutto l’azienda capitalista, l’agente della produzione capitalista, l’impersonale e anonima organizzazione produttiva capitalista. Altrimenti sarebbe di assoluta incomprensione il capitalismo di Stato, nel quale non esistono i capitalisti intesi come padroni individuali dei mezzi di produzione, mentre esistono, come in Russia, i "fiduciari intascanti i frutti della società borghese" di cui Marx più sopra. I trustees del "profeta" Carlo si chiamano oggi operatori economici.

Ed allora appare in luce meridiana l’analisi di Marx sulla origine delle crisi: da una parte la socializzazione delle forze produttive, la produzione sociale; dall’altra la privata disponibilità dei mezzi di produzione e delle stesse forze produttive da parte delle unità produttive. È qui il caos sociale: le unità produttive capitaliste non riescono più a contenere le crescenti forze sociali della produzione, le aziende sono troppe anguste per organizzare la forza lavoro, controllare il pluslavoro e distribuirlo nella società. Di conseguenza l’anarchia della produzione, la sovrappopolazione relativa di produttori, la distruzione continua di ricchezza, costituiscono le stigmate del capitalismo. E questo anche quando la concentrazione più avanzata dei capitali sparsi induce gli agenti borghesi a farneticare di programmazione, di controllo della produzione, di piano. In realtà, essi avvertono l’assoluto e urgente bisogno di pianificare la produzione, ma cozzano nelle contraddizioni insormontabili fra produzione associata e appropriazione aziendale, privata, di plusvalore. Il nocciolo della questione è tutto qui: non è un fenomeno meramente economico, ma sostanzialmente sociale: la produzione di plusvalore e profitto è il principio e il fine del modo di produzione capitalistico. Il capitalismo ha potuto e dovuto – questo è il suo merito storico – socializzare la produzione, ma non l’appropriazione, che è rimasta al livello privato e pecuniario, per tutti, borghesi e proletari.

Da questa constatazione generale parte, per esempio, la nostra critica rivoluzionaria alla pretesa pianificazione in URSS, dove, appunto, è del tutto naturale che si smonti il controllo centralizzato della produzione e del consumo, e dell’appropriazione, perché la base dell’economia russa è l’azienda con il suo bilancio attivo in vista di realizzare plusvalore e profitto e il salario in moneta.