— NUOVO ASSALTO DEL PROFITTO ALLA
NATURA
L’uso capitalistico delle
moderne tecniche in genetica.
— Partito e Sindacato in Germania
e Italia tra vecchio e nuovo secolo
(Continua
dal n. 47)
NASCITA DELLA CONFEDERAZIONE GENERALE DEL LAVORO
IN ITALIA.
— CONTRO PRODUZIONE, DISTRIBUZIONE E REDISTRIBUZIONE CAPITALISTICA.
— Appunti per la Storia
della Sinistra [ nn. 42
- 43 - 44
- 45 -
46
- 47 - 49
- 50 ]
FASTI ITALICI DELLA CONTRORIVOLUZIONE.
— DALL’ARCHIVIO
DELLA SINISTRA
- Discorso di Amadeo Bordiga... se De Nicola
non fosse fuggito, 4 aprile 1924.
- Lo Stato, Consiglio di amministrazione della
borghesia
(«Battaglia Comunista», nn 21-22, giugno 1948).
La nostra Rivista si presenta ai lettori mentre infuria un nuovo scontro nell’iperuranio delle “idee„, il cui rumore di sciabole scende fino alla piatta, tragica banalità del quotidiano vivere nella bolgia del capitalismo trionfante, questa sì reale e terribile. Anche se somigliante alla classica battaglia di rane e topi, tutta giocata sul palcoscenico dei grandi nomi, dei “big„ del mondo a convegno, merita, per rimanere nel campo della teoria, che la presentazione del lavoro oscuro e tenace del Partito si apra con un “omaggio„ a queste “nuove„ frontiere della teoria del mondo, alla maniera irridente e sprezzante del Comunismo verso le mistificazioni della borghesia e del finto antagonismo piccolo borghese.
Viene ripetuto e martellato fino all’esaurimento che ora il mondo si presenta nuovo e diverso, e le grandi sfide che il Novecento ha posto sulla scena del mondo sono completamente cambiate, vertono su altri temi e si decidono su altri tavoli. Oggi i veri problemi di fondo da risolvere sono la ridistribuzione dell’immane ricchezza prodotta dalle economie nei paesi sviluppati, la lotta a fame e miseria che attanagliano due terzi degli uomini, l’allargamento senza confini della democrazia dell’Occidente opulento e la lotta agli “estremismi„ che destabilizzano l’armonico svilupparsi dell’economia mondiale, la stabilizzazione manu militari degli esasperati conflitti locali. E, su un altro versante, la calante produttività del lavoro, il dogma del mercato “globale„ che non deve conoscere limiti al suo allargarsi, il difficilissimo mantenersi sul ciglio del burrone della crisi finanziaria ed economica.
“Globalizzazione„ è il concetto attuale su cui e contro cui si giocherebbe il futuro prossimo venturo; con il trionfo della più esasperata “tecnologia„ volta ad accorciare spasmodicamente tempi e distanze, le vecchie soluzioni, i vecchi rimedi non avrebbero ragione d’essere, e tutta la pretesa intelligenza della nuova epoca si dà un gran daffare per mantenersi “teoricamente„ all’altezza di questo dibattito “scientifico„.
Fatti salvi pochi sparuti sopravvissuti, senza più alcuna reale influenza sulle cose, che continuano testardi su una strada “negata dalla storia e dallo sviluppo dell’umanità„, il mondo si sarebbe a questo punto sbarazzato, non senza aver pagato un tributo immane di vittime, delle vecchie utopie degeneri dell’Ottocento. L’epoca che si è chiusa, quella delle grandi e orribili dittature è tramontata senza appello; questa è l’epoca delle piccole dittature locali, da risolvere facendo ricorso a guerricciole striscianti altrettanto locali, che si devono necessariamente concludere, secondo un preteso “diritto internazionale„, con processi ad imputati di gran nome per “delitti contro l’umanità„. Questa è l’epoca degli integralismi religiosi che impongono sfide differenti per essere ridotti alla “ragione„, della lotta al “terrorismo„ organizzato che turba i sonni della borghesia e il suo “nuovo ordine„ mondiale. Tali sarebbero le “grandi novità„ dell’epoca. E a stare a sentire i nuovi teorici d’ogni confessione e risma, il futuro della società aperta avrebbe oggi tutt’altri nemici, dopo la liquidazione del “comunismo„.
Se le migliori menti del pianeta si affannano a dimostrare che nella sostanza – per non dire nella forma – tutto è cambiato, o sta cambiando, verrebbe voglia di crederci. Ma pare proprio, invece, che i problemi, le sofferenze, le speranze che le generazioni passate hanno patito, sognato e combattuto, siano esattamente le stesse di questo presente. E, modestamente, dobbiamo rilevare che di vittorie dottrinali, questa teoria che si vorrebbe liquidata molte ne ha ottenute, dopo che il Comunismo, come idea e prassi politica, ma soprattutto come compagine organizzata di Partito, è stato stimato battuto dall’opportunismo, rinnegato, negato e quindi dichiarato morto e sepolto.
Un esempio semplice, banale ma significativo: in un recentissimo rapporto dell’Agenzia per il Commercio e lo Sviluppo dell’ONU si afferma che “Da trenta anni il mondo è diventato più povero„. E pur considerato che il termine “povero„ assume valori diversi a seconda delle aree geopolitiche che si vanno a considerare, c’è da dubitare che anche la conquista teorica del marxismo, la più infamata dalle scuole borghesi, il concetto di “miseria crescente„, anzi, per essere precisi, di “massa crescente della miseria„ – enunciata e dimostrata a metà Ottocento – tanto campata per aria, non sia; anche se non abbiamo certo bisogno del sussiegoso ma preoccupato rapporto ONU per esserne noi convinti. E il proletario d’Occidente che con il suo lavoro “dà vita„ alla “tecnologia più avanzata„, rispetto alla massa di valore che ivi si produce e ai prezzi che paga per i beni di consumo, non è così lontano, almeno qualitativamente, dal lavoratore del “terzo mondo„ che ha il giusto per il pasto quotidiano per sé e per la sua famiglia.
Questa è veramente la “globalizzazione„ nel nostro senso rivoluzionario
ed anticapitalista. E non i cinematografi della cattiva coscienza piccolo
borghese, che sta dando così brillante prova di sé al seguito
dei consessi plenari dei pretesi Grandi, che fanno finta di decidere le
sorti del mondo.
Rapporto esposto alla riunione di Genova, maggio 2001
Quando oggi si usa la parola “biotecnologie” si evoca un qualcosa di quasi soprannaturale, un insieme di conoscenze e tecniche, appannaggio di un ristretto gruppo di scienziati, così sofisticate da realizzare qualunque sogno, qualunque fantasia, anche quelle che sembravano oggettivamente irrealizzabili a causa di ostacoli ritenuti insormontabili. L’uomo oggi crede di non conoscere limiti, la natura non può che piegarsi al suo volere e modificare le sue stesse leggi per compiacere questo essere che, da suddito, sembra ergersi a suo signore assoluto, quasi un Dio onnipotente cui niente si possa negare.
Cosa sono queste biotecnologie? Sono davvero così rivoluzionarie e radicali da modificare le stesse leggi che regolano la società e la produzione? Saremo gli stessi tra 30 anni, o vivremo in una società nuova, con nuove regole? Insomma, noi marxisti dobbiamo rassegnarci e metterci a letto, e smetterla di propagandare la rivoluzione sociale, visto che la società la stanno rivoluzionando i biotecnologi?
Anticipiamo subito a chi, magari per un attimo, ha provato dello smarrimento di fronte al rutilare degli effetti speciali e alla emozione mercenaria dei gazzettieri, che non nascerà una società nuova dalle tecniche che vengono messe a punto nei laboratori di tutto il mondo, e men che meno una società migliore. L’entusiasmo è tutto capitalista, ed è determinato dall’unica prospettiva capace di eccitare il borghese-massa, che stimola le sue secrezioni ormonali e ghiandolari, che mette in moto le sue capacità più riposte, che solletica la sua fantasia e risveglia il suo spirito di avventura: si tratta della prospettiva di alti profitti, naturalmente, che tutta racchiude l’unica spiritualità che il borghese possa mai esprimere.
È per giustificare gli enormi investimenti nei laboratori pubblici
e privati, provenienti dal sopralavoro operaio, che bisogna dare un alone
di progresso alla gretta manovra, in realtà tesa a sostenere
il tasso di profitto, impresa ogni giorno più ardua. Così
giornalisti, divulgatori, scienziati e politici, tutti si affannano a istruirci
sugli enormi vantaggi che ci verranno dalle biotecnologie. Certi
sono i profitti per i borghesi, in quanto i benefici per il proletario
saranno a caro prezzo. Ma si tratta poi di veri benefici?
Cosa sono le biotecnologie
Se con biotecnologia si intende quello che l’etimo della parola indica, e cioè tecniche predisposte dall’uomo per influenzare i processi biologici spontanei in modo da riceverne un vantaggio, allora si può dire che la specie ha sempre vissuto utilizzando biotecnologie, a cominciare dal passaggio all’agricoltura avvenuto a diverse migliaia di anni fa. Biotecnologia è la trasformazione del latte in formaggio, dell’uva in vino, del malto in birra, della farina in pane. Ma anche tecniche come l’irrigazione o l’aratura modificano la vita delle piante. Non parliamo del miglioramento genetico per incroci e selezioni, che nel corso di migliaia di anni ha messo a disposizione dell’uomo innumeri varietà di piante alimentari e di animali da allevamento adatti alle più svariate situazioni ed esigenze. É quindi biotecnologico il modo in cui l’uomo si procura il cibo da quando non si è accontentato di raccolta e caccia.
Però oggi la parola biotecnologia assume un significato particolare: si tratta di tecniche di controllo e modificazione del patrimonio genetico di esseri viventi, che operano in profondità sia in senso qualitativo sia quantitativo, e che determinano quindi effetti amplificati. Trattandosi di tecniche che possono comportare enormi profitti, tutte le multinazionali dell’agrochimica si sono buttate a capofitto in questa avventura che promette di essere l’affare del secolo.
Le tecniche fondamentali sono due: l’ingegneria genetica e la clonazione, in un certo senso opposte e complementari.
L’ingegneria genetica è la modifica dell’informazione genetica, che si ottiene sostituendo pezzi di DNA, materiale che contiene l’informazione genetica all’interno delle cellule degli organismi che interessano (piante, batteri, animali, uomo). In tal modo si ottiene un nuovo organismo, quasi uguale a quello di partenza, se non per quel carattere particolare che costituisce la novità, il “valore aggiunto”, ovviamente da vendere a caro prezzo. La trasformazione avviene nel nucleo di una singola cellula, che poi viene fatta moltiplicare e differenziare fino a ricostituire un nuovo organismo, che viene chiamato geneticamente modificato (OGM).
I difensori della tecnica dicono che non è altro che il miglioramento genetico tradizionale, nel quale si incrociano varietà diverse fino a ottenere un individuo migliorato, reso estremamente più rapido. C’è da obbiettare che con l’ingegneria genetica è possibile compiere operazioni che non lo sarebbero con le tecniche tradizionali: non ci sono limiti agli incroci possibili, compresi geni di batteri inseriti su piante, o geni umani su batteri, o geni umani su maiali, connubi ai quali la natura spontanea pone barriere insormontabili. Così non è più notizia incredibile quella di geni di meduse impiantati su piante per renderle luminescenti, o geni di pesci trasferiti sui pomodori per migliorarne la conservabilità, o geni di batteri trasferiti nelle piante per renderle velenose per gli insetti.
La clonazione, invece, non è altro che la moltiplicazione di un individuo, o di una cellula, producendo più individui tutti uguali tra loro; infatti se non si passa dalla riproduzione sessuata, con produzione di gameti o cellule sessuali, il patrimonio genetico non si modifica, teoricamente, mai. Come in noti film di fanta-politica, da una cellula del mignolo di Berlusconi si potrebbero ottenere innumeri Berlusconi; il problema, per il capitalista che li fabbricasse, e quello di trovare un acquirente per lo stock di piccoli Berlusconi, anatomicamente tutti uguali al prototipo ma senza la dote di migliaia di miliardi... La pecora Dolly è un caso di clonazione, più semplice perché le pecore non hanno conto in banca.
La tecnica non è nuova, ed è stata adottata con le piante legnose da migliaia di anni con talea, innesto, margotta. La novità è l’applicazione agli animali superiori e all’uomo: la natura rende propagabili clonalmente solo le piante e alcuni animali inferiori (il lombrico tagliato in due...); le nuove tecniche permettono di clonare tutto, superando anche in questo caso barriere ritenute insuperabili.
Con queste prospettive le aziende si sono scatenate a ricercare da un lato metodiche sempre più efficienti, dall’altro le basi conoscitive della genetica, le sequenze geniche dei più svariati organismi per individuare dove tagliare, introdurre, sostituire pezzi di DNA, creando nuovi organismi inimmaginabili solo pochi anni fa, i cosiddetti transgenici. La “grande avventura” in cui si sono impegnate le “Industrie delle Scienze della Vita”, come amano chiamarsi queste multinazionali, creerebbe un mondo di abbondanza e di salute per tutti, privo di “controindicazioni”.
Le possibilità in verità non sono da poco: piante più produttive e più nutrienti, che non richiedano l’uso di fitofarmaci; alimenti che si conservano più a lungo, con conseguente riduzione degli sprechi; animali anch’essi più produttivi, che trasformano il cibo in carne in modo più efficiente; produzione di farmaci a basso costo grazie a piante, animali o microrganismi ingegnerizzati; animali che sviluppano organi o tessuti compatibili con i nostri, da utilizzare per trapianti; terapia di malattie genetiche intervenendo direttamente sulle cellule difettose modificandole e così via.
La questione però è: potrà-saprà il Capitale
impiegare utilmente questa nuova arte ? (oltre la prospettiva
di dividendi da corsa all’oro)? E: quali saranno le procedure che
adotterà per non rischiare di trasformare l’avventura in
una disavventura? Le risposte, per chi vuole leggerle, ci sono già.
Le biotecnologie e l’ambiente
Naturalmente le industrie sostengono che l’introduzione delle biotecnologie su vasta scala non avrà alcuna seria conseguenza ambientale. Si tratta di affermazioni cui nemmeno loro possono credere: sarebbe la prima volta nella storia che un’innovazione tecnica ad ampio raggio rechi conseguenze “solo benefiche”. La realtà è che la rivoluzione biotecnologica lascerà sull’ambiente una particolare sua impronta. Nessuno può prevedere quanto pericolosa impronta e quanto grave minaccia alla biosfera e la ragione prima di ciò sta nel fatto che “non sanno quello che fanno”.
Il principio che ispira i biotecnologi (i ricercatori cioè, mentre quello dei capitalisti loro finanziatori è il dollaro!) è il riduzionismo genetico secondo il quale ad ogni gene corrisponde una e una sola caratteristica, mentre sembra sempre più dimostrato che ogni gene agisce di concerto con numerosi altri dello stesso cromosoma, concerto del quale è per ora impossibile conoscere i meccanismi. Anche le variazioni dell’ambiente possono influenzare di molto questi fenomeni. Inoltre, il gene può mutare, ricombinarsi e trasferirsi ad altre specie affini, e su queste esercitare effetti non prevedibili. Ed anche quando sono prevedibili e previsti vengono ignorati per ragioni aziendali. Purtroppo si tratta di effetti non immediati, le cui conseguenze si possono misurare a distanza di anni o decenni dall’introduzione della novità biotecnologica, quando spesso non è possibile rimediare al danno. Esistono numerosi casi di disastri ecologici seguiti all’immissione nell’ambiente di organismi modificati per un certo carattere: purtroppo quegli organismi non ci stanno ad esprimere quel solo carattere, e spesso la manifestazione di tutte le loro potenzialità è incontrollabile.
È tipica la sindrome da “apprendista stregone” della borghesia, che per il suo profitto scatena forze – spesso utilmente rivoluzionarie in senso antiborghese – che non riesce a controllare. La complessità degli organismi viventi non si presta alla mentalità da “tempi e metodi” dell’azienda borghese; e lo stesso vale per la sciocca pretesa di “brevettare” la vita.
Un esempio di possibile effetto negativo è quello delle piante modificate con l’inserzione di una tossina derivata da un batterio: gli insetti non se ne cibano facendo risparmiare insetticidi. Prima di tutto non sempre l’effetto c’è; quando c’è spesso la produttività della coltura è inferiore. Ma i pericoli più gravi sono altri: il peggiore è il crearsi, in poche generazioni, di ceppi di insetti resistenti alla tossina; ma c’è di più, le piante ingegnerizzate si incrociano con quelle spontanee, cedendo la resistenza anche a queste: da un lato anche le infestanti divengono resistenti e si potrebbero propagare maggiormente, dall’altro queste e quelle diventano velenose per una gamma di insetti, non per uno solo, e quindi sono sterminati anche insetti utili o innocui, come la farfalla monarca che si ciba del solo polline.
La presenza di organismi geneticamente modificati nell’ambiente, oltre al possibile effetto descritto di inquinamento genetico, ne ha anche uno esiziale sulla biodiversità: via via che gli agricoltori in tutto il mondo adottano singole varietà di piante o razze di animali più convenienti per qualche aspetto, la varietà di forme che si era prodotta in decine di migliaia di anni di agricoltura nei diversi ambienti va perduta. Mentre 50 anni fa si coltivavano nella sola Pianura Padana centinaia di varietà di mais, già ora esse si sono ridotte a poche decine, molto simili tra loro, tutte di origine USA, uguali a quelle coltivate dall’agricoltore indiano, russo o nigeriano. Questo fenomeno non è caratteristico della sola ingegneria genetica, si tratta di un peggioramento di una situazione che ha cominciato a crearsi con la Rivoluzione Verde, della quale abbiamo già scritto.
Ma la prova che per la borghesia dovrebbe essere incontrovertibile
riguardo alla pericolosità della nuova tecnica proviene dalla borghesia
stessa: nessuna Società di Assicurazione accetta di coprire il rischio
di danni provocati dalla liberazione nell’ambiente di organismi geneticamente
manipolati!
Biotecnologie e salute umana
I cibi che derivano da organismi modificati potrebbero avere effetti negativi diretti sull’uomo. Questo potrebbe avvenire attraverso diversi meccanismi.
a) La modificazione di un prodotto alimentare può provocare allergie o intolleranze alimentari. Gli esempi sono ormai numerosi, sia per la soia sia per il mais; per quest’ultimo una varietà, la Starlink, era stata autorizzata solo per l’alimentazione animale (chissà perché), ma naturalmente i meccanismi del profitto l’hanno fatta approdare alla produzione di tacos, alimento molto popolare in USA; come risultato centinaia di consumatori hanno accusato disturbi anche gravi. L’ultima notizia è che la varietà è stata bandita anche come alimento animale. Questo fenomeno vale per tutti gli organismi nuovi, anche se ottenuti in modo tradizionale: i casi di allergia al glutine del frumento (celiachia) negli ultimi anni si sono decuplicata, probabilmente a causa dell’introduzione su tutti i mercati delle nuove varietà “migliorate” più produttive. La ragione di questi fenomeni è evidente: a differenza del miglioramento genetico del passato, che operava in tempi che si misuravano in secoli, questo è quasi istantaneo, e l’umanità non riesce a sottoporre alla sua selezione questi nuovi cibi in tempo per evitare che si affermino in modo irreversibile.
b) È impossibile sapere se in una data cellula il gene modificato è stato incorporato nel DNA o no, a meno di aspettare che si sia formato l’organismo completamente sviluppato. Siccome la tecnica di trasformazione consiste nello “sparare” pezzi di DNA alla cieca nel mucchio, sperando che qualche cellula abbia la compiacenza di accettarlo nel suo patrimonio cromosomico, sarebbe praticamente impossibile sapere quali cellule, tra migliaia trattate, restano trasformate, se non ci fosse un qualcosa a marchiare in modo palese la trasformazione; questo qualcosa sono i marcatori, di solito caratteri di resistenza agli antibiotici: in tal modo trattando tutte le cellule con antibiotici si possono distruggere tutte quelle non trasformate. Bisogna però ricordare che con questo sistema per introdurre un carattere se ne devono in realtà introdurre due. Il problema è che il marcatore, che rimane in tutta la discendenza e quindi anche negli alimenti che l’OGM produce, una volta che si trova nell’apparato digerente può trasmettere le sue caratteristiche ai batteri saprofiti che ci vivono e da questi trasmettersi a quelli patogeni per l’uomo, rendendoli immuni a quegli antibiotici. Puo essere così invalidato un potente strumento di difesa contro le malattie infettive.
c) Molte varietà OGM sono studiate per resistere a forti quantità di diserbanti, in modo da far guadagnare le multinazionali sia con la vendita dei semi sia con la vendita dei diserbanti. Ma è sempre più dimostrato che il più importante di questi diserbanti, il glifosato della Monsanto, ha effetti cancerogeni; poiché il maggiore consumo di diserbanti derivato dall’introduzione degli OGM si traduce in una maggiore presenza di diserbanti nell’ambiente, per esempio nelle falde acquifere, il pericolo per la salute dell’uomo è palese. Naturalmente la Monsanto si è premunita, in molti paesi nei quali riesce a manovrare i politici, facendo innalzare i limiti accettati di residui di diserbante negli alimenti e nell’ambiente, di 3-4 volte i valori originari. Basta pagare, e il gioco è fatto.
d) I geni esogeni, inseriti ovviamente in modo più o meno casuale, determinano una instabilità genetica, con spostamenti di porzioni di DNA, e con conseguente possibile alterazione dell’espressione di geni diversi da quelli su cui si è operato. In poche parole, gli organismi trasformati possono avere comportamenti del tutto imprevedibili. Un esempio rivelatore, anche per altri versi, è stato quello che ha coinvolto il dr. Pusztai, un ricercatore ungherese impiegato presso un istituto di ricerca in Scozia. Dai suoi studi su una patata OGM, ottenuta inserendo nel DNA materiale di bucaneve e di un virus del cavolfiore, apparve evidente che topi alimentati con la stessa patata restavano gravemente danneggiati negli organi vitali, e nel sistema immunitario; quel che è peggio, il danno sembrava causato proprio dal DNA del virus, virus che è comunemente usato per ottenere molti OGM. Questa ricerca importantissima si è però fermata a quel punto, in quanto non appena resi noti i risultati alla stampa il suddetto ricercatore ha ricevuto la lettera di licenziamento dai datori di lavoro. E non sembra che altrove gli studi sulla produzione di tossine da parte di OGM sia così coscienziosa. I risultati sperimentali li avremo solo tra 10, 20 anni. Solo dopo 10 anni, per esempio, si è saputo che il triptofano prodotto da batteri ingegnerizzati, utilizzato come complemento dietetico, ha ucciso almeno 37 persone in Usa, e ha causato danni anche gravissimi in almeno altre 5.000.
e) Un altro fattore di incertezza è quello legato al consumo
di carni di animali nutriti con vegetali OGM. Infatti la gran parte del
mais e della soia transgenici vanno a far parte delle diete degli animali
da carne, anche perché ormai sono numerosi i paesi che ne rifiutano
l’importazione. La distanza tra OGM e organismo umano è maggiore,
e quindi è più difficile stabilire correlazioni, o meglio,
è più facile per le multinazionali intorbidare le acque.
Ma che una alimentazione innaturale degli animali possa avere conseguenze
dannose per la salute sia di animali sia degli esseri umani che se ne cibano
è dimostrato ampiamente dal recente scandalo della “mucca pazza”,
il quale mostra inoltre con ampia evidenza quali interessi vi siano coinvolti,
al punto di compromettere interi governi.
Biotecnologie e medicina
I vantaggi presunti che all’umanità potrebbero derivare dalle applicazioni delle biotecnologie alla medicina sono tra quelli più sbandierati dai difensori del “nuovo ordine biotecnologico” trattandosi di un argomento al quale il grande pubblico è particolarmente sensibile: chi può dirsi contrario a ogni strumento che possa alleviare le sofferenze di un malato o consentirgli una vita normale? Si tratta però anche di un campo ricco di rischi, a fronte di vantaggi in gran parte solo presunti (a parte i profitti di chi ci investe, naturalmente).
Gli xenotrapianti, cioè il trapianto di organi o tessuti da animali OGM all’uomo, sono un affare da diversi miliardi di dollari l’anno. Questo spiega l’interesse e i soldi investiti in questo comparto della ricerca, soprattutto da parte di ditte farmaceutiche che prevedono anche di incrementare le vendite di immunosoppressori, sostanze che abbassano le difese naturali dell’organismo per evitare i fenomeni di rigetto. Il kit completo, insomma, come i semi e i diserbanti visti sopra.
Nessun xenotrapianto ha avuto successo fino ad oggi, ma anche ove, un giorno, riuscissero ciò non significherebbe superare i gravi pericoli celati nella tecnica. Uno di questi è il passaggio di agenti patogeni sconosciuti dall’animale all’uomo. Normalmente ciò non è possibile per le barriere naturali (su pelle e tratto gastrointestinale), e per le difese immunologiche dell’organismo; ma se trapiantiamo, utilizzando insieme gli immunosoppressori, noi aggiriamo queste difese e l’organismo diviene indifeso a nemici completamente sconosciuti finché non si manifestano. Per molti scienziati il virus dell’AIDS si è sviluppato da un virus delle scimmie utilizzate per produrre un vaccino; lo stesso si può dire per il virus Ebola, o per il morbo di Creutzfeldt-Jacob e gli esempi sono numerosi. Le conseguenze possono andare dal contagio singolo all’epidemia.
Le differenze tra uomo e animali essendo tali da provocare rigetto acuto in seguito al trapianto, si deve ricorrere all’inserimento di geni umani negli animali donatori (i maiali per esempio), ma anche ad un uso massiccio di immunosoppressori, i quali però, oltre ad essere estremamente tossici, aumentano il rischio per il paziente di contrarre date malattie. Inoltre, dopo il trapianto, finché il paziente vive, si è visto che la modificazione non si limita all’organo sostituito: le cellule dell’animale si diffondono in altri organi, facendo del trapiantato una “chimera” (animale mitologico composto da parti provenienti da numerosi animali). Un orientamento sarebbe quindi quello di aumentare il numero di geni umani inseriti nell’animale donatore, per renderlo “più compatibile”. Così si avrebbe un maiale umano “per una certa percentuale”. Si porrebbe il problema etico-giuridico di stabilire da che percentuale in poi quel maiale debbasi considerare umano, e quindi titolare di diritti, tra i quali quello di non essere fatto a pezzi!
Ma il problema morale, semmai, è un altro. Gli xenotrapianti, anche quando divenissero possibili, sarebbero comunque ingiustificabili per gli altissimi costi che richiedono, cosa che d’altronde già accade per molti tipi di trapianti che già si praticano, con contorno di aerei, elicotteri e piccoli eserciti di persone dedicate all’illustre malato che deve essere salvato spesso solo per consentire ad un barone della medicina di conquistare qualche rigo in cronaca o qualche attimo in televisione. Tutto ciò costa cifre tali da significare risorse più ridotte per tutti gli altri interventi sanitari, di basso costo ma molto più efficaci nel ridurre le sofferenze umane e nel salvare vite, almeno “a parità di costi”. Ma la sanità “normale” non fa arricchire il capitale con la stessa velocità delle terapie basate sulle “tecnologie avanzate”. É invece dimostrato che ogni lira spesa nella prevenzione è molto più efficace di quella spesa per qualsiasi terapia, quella chirurgica in primis. Si riducono di anno in anno i finanziamenti per gli ospedali, basti l’esempio dell’Inghilterra, una volta faro dell’assistenza sanitaria pubblica, la sanità pubblica precipita nella miseria in tutti i paesi occidentali (in quelli poveri non può scendere ancora), è questo il progresso, il benessere, se non per i preziosissimi e ricchissimi borghesi?
L’altro vanto dei sostenitori delle biotecnologie sono le terapie geniche, cioè l’intervento o la prevenzione di alcune patologie agendo direttamente sui geni. Più facile a dirsi che a farsi, vista l’ignoranza che a tutt’oggi esiste sui meccanismi di funzionamento dei geni. Inoltre le tecniche adottate per veicolare i nuovi geni spesso si basano sull’uso di virus, che possono determinare infezioni pericolose per il paziente e per tutta la popolazione.
Ma altra potenzialità è che, una volta che si abbia la tecnica a disposizione, la si utilizzi per modificare i nascituri; inizialmente per evitare malattie congenite gravi, ma se si può, perché non anche aumentarne l’altezza, cambiare il colore degli occhi, schiarire la pelle? In sostanza: l’inizio delle cure e dell’educazione dei figli si potrebbe anticipare di nove importanti mesi. Il sogno è di tentare di creare una razza migliore.
Intanto, in questa società, sarebbe caratterizzata dal fatto di aver avuto genitori facoltosi che si sono potuti permettere interventi sul genoma del figlio. Se non intervenisse la continua osmosi sociale tra le classi si assisterebbe allora ad una differenziazione genetica tra proletari e borghesi! Qui si aprirebbe un capitolo molto interessante, sul quale qui non possiamo soffermarci ma che dovremo trattare a parte: la cosiddetta eugenetica. Nata negli Stati Uniti oltre cento anni fa e riesumata qualche decennio dopo dal nazismo tedesco e dalla democratica e pacifica Svezia: il primo dovette smettere per sconfitta militare, la seconda ha continuato fino a pochi anni or sono. Ancora una volta alla società si aprono prospettive che non possono essere contenute nelle strette maglie del mercantilismo e della contrapposizione di classe.
Ma il problema è ancora più complesso. Le malattie genetiche vanno proprio cancellate dalla collettiva ricchezza cromosomica? É saggio, ove possibile, modificare il patrimonio genetico degli uomini, tra l’altro sapendo così poco di come funziona? Molte malattie genetiche dell’uomo non sono vere e proprie malattie, ma mutazioni che si sono affermate, per effetto dell’ambiente, in certi periodi e aree, perché erano modificazioni che servivano. É il caso dell’anemia mediterranea, causa di gravi patologie se trasmessa da entrambi i genitori; se invece proviene da un solo genitore (eterozigosi) rende il figlio più resistente alla malaria. Ora la malaria non c’è più nel Mediterraneo, ma sarà sempre così? Noi non sappiamo a cosa serve la gran parte dei geni presenti nel nostro genoma; come possiamo permetterci di modificarlo? E quindi nostro interesse mantenere il massimo di diversità dei nostri geni, invece di cancellare quelli presunti “cattivi”, perché non sappiamo quali problemi potremo avere negli scenari del nostro futuro di specie.
Soprattutto se gli azzeccagarbugli delle biotecnologie avranno la possibilità
di fare i loro comodi. Costoro non sono animati da spirito filantropico,
ma da smania di profitti; prova ne è che tutto quello che fanno
viene brevettato, geni compresi. Ma chi non guarda il DNA con lo
sguardo del malfattore che contempla una mazzetta di banconote, sa che
la perfezione della natura risiede nel non essere perfetta.
Il brevetto della vita
Sì, anche i geni, cioè la conoscenza delle sequenze di proteine che compongono i geni, può essere brevettata. Questa possibilità, che era solo americana, da non molto si è estesa anche all’Europa grazie alla collusione dell’Ufficio Europeo per i Brevetti con le multinazionali. Dopo aver acquisito i diritti sul patrimonio genetico degli abitanti di Tonga (le piccole comunità isolate possono fornire preziosissime informazioni genetiche sull’uomo), il capitale internazionale si è assicurato i diritti sul genoma degli irlandesi e, da noi, degli abitanti di Limone sul Garda e di alcuni paeselli dell’interno della Sardegna, e chissà di quanti altri si stanno in questo momento “impadronendo”.
Dire “brevetto della vita” non ha senso, visto che non vengono brevettati né quello che è tuttora il mistero della vita né nuovi singoli geni. I biotecnologi riescono solo a tagliare e cucire geni esistenti in nuove combinazioni, non a crearne di originali, compito ancora riservato alla “divinità” essendone noi estremamente ignoranti. Viene, dicevamo, brevettata la scoperta di una sequenza genetica. Inoltre, se il laboratorio riesce a immettere un gene estraneo o a modificare il genoma in qualche modo, ecco che anche la novità viene salvaguardata dal brevetto, e nessuno può più lavorare, se non paga, su quel carattere, in quanto il brevetto non copre solo il prodotto finale, ma anche l’informazione e la tecnica necessaria a ottenerlo. L’informazione genetica di un organismo può essere utilizzata per i fini più svariati, dalla diagnosi e prevenzione delle malattie genetiche alla manipolazione genetica, alle ricerche statistiche.
La legge concede al detentore del brevetto il diritto di vietare a chiunque l’accesso al materiale brevettato; il risultato è una estesa paralisi della ricerca biomedica. Trattandosi del diritto di escludere dalla ricerca gli altri soggetti, enti pubblici compresi, la conseguenza perversa è che una volta brevettato un gene o un genoma la ricerca su quella sequenza può cessare del tutto, perché gli altri enti di ricerca possono non avere convenienza a pagare diritti ai titolari dei brevetti, mentre questi ultimi non sono tenuti a studiare il gene in questione se la cosa non conviene loro. Però è comodo essere proprietari di più sequenze possibile: se un giorno la convenienza ci sarà, ecco che si riaprirà una miniera d’oro. É la vera realizzazione della proprietà privata: tale non per l’uso che ne fa il proprietario, ma per la privazione, l’esclusione dall’uso di tutti gli altri.
Che il brevetto sia il cuore della strategia biotecnologica lo dimostrano le cure con le quali le aziende produttrici difendono le loro creature anche oltre la loro vita naturale: il brevetto su qualsiasi organismo vivente copre anche la discendenza di questo organismo per tutto il periodo di validità del brevetto originario (di solito 15-20 anni). Per le piante e gli animali ciò impedisce il loro utilizzo per la riproduzione, e cioè per la produzione di nuovi organismi. Insomma, l’agricoltore non può più, come ha fatto per migliaia di anni, mettere da parte della semente per la semina dell’anno successivo, né scegliere i migliori riproduttori tra gli animali che alleva. Così diviene totalmente dipendente dalla ditta biotecnologica, che ovviamente lo può obbligare ad acquistare dei “kit” completi di prodotti, intervenendo così pesantemente nel determinare che tipo di agricoltura si fa in una data zona.
L’esasperazione di questo aspetto ha portato alla produzione di sementi con il gene “Terminator”: il seme germina, la pianta cresce, produce nuovi semi; ma questi semi non germineranno mai, perché resi sterili. Quindi ogni anno si deve tornare col cappello in mano dalla ditta a chiedere nuova semente. Una tecnica alternativa a questa, ma altrettanto efferata, è quella dei semi “Traitor”: in questo caso i nuovi semi germinano solo se trattati con una particolare sostanza chimica. Indovinate chi vende questa sostanza, a peso d’oro?
É ovvio (ovvio in questa società) che le prospettive di
lucro smisurato abbiano risvegliato l’avventuriero che è in ogni
borghese e in ogni consiglio di amministrazione, e che le ricerche di organismi
e geni utili da sfruttare si siano moltiplicate. Iniziate negli anni ’70,
si sono via via intensificate, fino a determinare investimenti grandiosi
per missioni di studio nel terzo mondo, quello più ricco di biodiversità
inesplorata. La metodologia è: scoprire cosa c’è e
a che serve (classico è il caso delle piante medicinali di antica
tradizione popolare), prenderlo, modificare un gene o due, poi brevettarlo.
A questo punto, in teoria, le popolazioni locali, col cui sapiente lavoro
hanno selezionato quegli organismi per migliaia di anni, se li vogliono
allevare dovrebbero acquistarli o pagare i diritti alle multinazionali.
Non c’è da stupirsi se questa pratica è stata ribattezzata
“biopirateria”. Recenti sono le notizie di sconfitta legale delle multinazionali
sulla proprietà di organismi vegetali indiani quali il riso basmati
e l’albero del neem, entrambi centrali nella vita e nella cultura del subcontinente
indiano; effettivamente sarebbe stata troppo grossa se dei privati se ne
fossero impossessati. Ma per una piccola vittoria degli agricoltori, le
multinazionali trionfano centinaia di volte, con sopraffazioni che le agenzie
mancano quasi sempre di riportare, sopraffazioni di solito favorite dalle
inique regole della World Trade Organisation.
Biotecnologie e agricoltura
Nel campo dell’agricoltura la retorica stucchevole delle aziende biotecnologiche ha raggiunto livelli di ipocrisia difficilmente superabili. L’argomento principe è che le biotecnologie sono in grado di fornire organismi vegetali e animali più produttivi, e dotati di superiori proprietà nutrizionali; ergo, chi è contro le biotecnologie collabora alla persistenza della fame nel mondo. Sembra un argomento invincibile. Ma la realtà del girone capitalistico è ben diversa, tanto che il disastro della fame per il 15-20% della popolazione mondiale è stato provocato proprio dall’applicazione di quelle tecniche che avrebbero potuto forse ridurlo.
In primo luogo non è vero che le piante OGM siano sempre più produttive: in alcuni casi c’è qualche vantaggio per gli agricoltori, ma nella maggior parte dei casi gli OGM producono quanto le altre varietà, e spesso anche meno; questo è ormai evidente per molti agricoltori nordamericani, che tra l’altro vedono il valore delle produzioni crollare perché molti mercati, tra cui quello europeo, rifiutano di importare soia e mais GM. Inoltre, e questo è un problema che era già sorto per le varietà ad alto rendimento della Rivoluzione Verde, le nuove varietà richiedono un massiccio impiego di mezzi tecnici (concimi, acqua, lavorazioni, insetticidi, diserbanti, ecc.) la cui assenza o carenza può significare rese disastrose. Lo sanno bene molti agricoltori indiani, che dopo aver creduto alle lusinghe delle novità biotecnologiche, hanno visto con le nuove colture fallimenti produttivi che sarebbero stati impensabili con le vecchie varietà locali, molto più rustiche e resistenti, e si sono trovati perfino nella necessità di vendere organi dei loro corpi per pagare gli strozzini; molti altri si sono suicidati per la disperazione.
Ormai i dati sulla incerta produttività delle piante OGM cominciano ad abbondare, dopo qualche anno di esperienza degli agricoltori, e nonostante i disperati tentativi delle aziende biotecnologiche di tenerli nascosti. Notevole, per esempio, è un disastro produttivo rilevato di recente in Indonesia per il cotone GM.
Per quanto riguarda la qualità nutrizionale delle nuove varietà ingegnerizzate, a parte i casi non così rari di contenuti addirittura tossici, dei quali abbiamo parlato sopra e che ogni giorno aumentano di numero, i dati seri rilevati ci dicono, per esempio, che la percentuale di proteine nella soia “RR” è di gran lunga inferiore rispetto alle varietà tradizionali; dato che la ditta sementiera in questione, la Monsanto, aveva tenuto nascosto alla Food and Drug Agency degli Usa.
Ma c’è un vero asso nella manica delle ditte sementiere, che dovrebbe mettere tutti sull’attenti: si tratta del tanto decantato “Golden Rice”, il riso d’oro (per loro!), che è stato geneticamente modificato in modo da favorire l’aumento di produzione di vitamina A nell’uomo; il che significa che dovrebbe rappresentare la soluzione ideale per i milioni di bambini denutriti dell’Asia. Come se la malnutrizione si risolvesse con l’aggiunta di una sola vitamina in un unico alimento! Inoltre, gli stessi produttori hanno calcolato che per soddisfare il bisogno giornaliero di vitamina A un adulto dovrebbe consumare almeno 3,7 kg di prodotto crudo, ossia 9 kg di prodotto cotto, un donna in allattamento il doppio. Cosa intendono fare, modificare geneticamente gli asiatici per far loro avere uno stomaco più capace?
La realtà è ben altra, e già l’abbiamo affrontata più volte sulla nostra stampa. Non c’è nessun rapporto tra fame, in certe zone e in certi periodi, e disponibilità di alimenti, localmente o a livello mondiale. Il pianeta non ha mai conosciuto in precedenza una abbondanza di cibo come negli ultimi 50 anni, eppure la fame, temporanea o cronica, ha interessato numeri sempre maggiori di esseri umani, e la morte per fame o per conseguenze di denutrizione o malnutrizione non è mai stata così comune. Il problema, lo ripetiamo, non è la disponibilità di cibo; il cibo in questo sistema di produzione è una merce, e chi vuole una merce la deve pagare, altrimenti piuttosto la si distrugge. Non è una favola che l’India esporti cereali anche quando in alcuni suoi Stati la gente muore di fame, né che più di 150 anni fa l’Irlanda esportasse frumento mentre 3-4 milioni di irlandesi morivano di fame. Chi non sa che in molti paesi lo Stato paga gli agricoltori per lasciare incolta una certa superficie, allo scopo di abbassare le produzioni e così mantenere i prezzi alti? E chi di noi non ha provato disgusto quando ha saputo di quantità enormi di frutta, pomodori, e altri prodotti semplicemente distrutti per lo stesso scopo? Quindi le aziende borghesi e i loro Stati di classe non sono certo quelli che risolveranno i problemi dell’umanità, visto che essi stessi sono “il” problema.
Dei pericoli per la biodiversità da parte delle nuove varietà avevamo parlato qualche anno fa. Erano le varietà della Rivoluzione Verde, e quelle OGM hanno esattamente gli stessi effetti, nello scacciare e far scomparire le innumerevoli varietà tradizionali selezionate dall’uomo nel corso di diecimila anni di agricoltura. Il pericolo è che il mondo venga coltivato con pochissime varietà, e che quindi questa omogeneità genetica si traduca in una vulnerabilità irrimediabile, visto che nel frattempo tutte le antiche varietà di cui abbiamo detto saranno scomparse; il pericolo ovviamente è maggiore per le piante erbacee, che ogni anno vanno riseminate, che per gli alberi. Si arriverà ad un apparente paradosso: l’ingegneria genetica, che si vanta di inventare nuove combinazioni genetiche, varietà prima inimmaginabili, sotto il capitalismo darà il risultato opposto di aumentare l’uniformità genetica tra le piante coltivate e di provocare perdita di biodiversità.
Il danno è maggiore di quanto appaia. Il modo stesso in cui le nuove varietà sono costituite è foriero di perdita di caratteri. Il vecchio approccio è molto complicato,e molto lontano dalle capacità di qualsiasi scienziato; le varietà si costituivano lentamente, con l’incorporazione del nuovo carattere in un genoma che però restava quello di base, che aveva consentito l’affermazione della varietà di partenza. L’uomo e la natura agivano di concerto, per ottenere genotipi veramente migliorati, che si affermavano solo in assenza di difetti gravi (vedi il caso delle allergie negli alimenti da nuove varietà, per esempio). Le nuove tecniche sono piuttosto primitive se confrontate con i processi naturali, in quanto forniscono una risposta a un singolo problema, senza valutare l’interazione dell’intero organismo nel lungo termine con l’ambiente. Nel rincorrere il singolo gene che conferisce la resistenza spesso si trascura, e talvolta si distrugge, il complesso genico che costituisce la vera base per l’adattamento di una specie ad un ambiente; la nostra ignoranza fa sì che neppure ci rendiamo conto di quello che facciamo finché non se ne vedono le conseguenze.
Ma forse il vantaggio degli OGM è che il loro uso consente di utilizzare meno sostanze chimiche (fitofarmaci) sulle piante, e quindi di rispettare di più l’ambiente e la nostra salute? Niente di meno vero. Anche nelle zone in cui si coltivano piante modificate per produrre al loro interno le sostanze insetticide, l’uso di pesticidi non è diminuito; per non parlare delle prospettive di resistenze negli insetti. Immaginiamo poi cosa succede nell’ormai classico caso della soia “RR”, cioè resistente al Roundup (o glyphosate), un diserbante; visto che la pianta coltivata resiste, possiamo rovesciare in quell’ambiente tonnellate di diserbante, tale da distruggere qualsiasi esile filo d’erba estraneo alla coltura che osi germinare. Forse la soia non resta danneggiata dai massicci trattamenti, ma certo ne assorbe un bel po’ più di prima; tanto è vero che in diversi paesi la ditta produttrice del Roundup (e che lo vende insieme ai semi OGM), la solita Monsanto, ha fatto formale richiesta alle autorità affinché i livelli tollerati di questo prodotto negli alimenti vengano innalzati di 200 volte (ricordiamo che recentemente il glyphosate è stato dimostrato pericoloso per l’uomo in quanto favorisce l’insorgere di un tipo particolarmente pernicioso di linfoma).
Nel caso poi delle piante modificate per resistere a insetti si viene a creare un problema non da poco. La storia del Bacillus thuringiensis, cui abbiamo già accennato, è una storia educativa, e mostra come la legge del profitto distrugga molto più di quanto non produca. Questo batterio, detto Bt, costituisce una malattia mortale per gli insetti; anni fa fu notato e fu ideata una tecnica di lotta basata sull’irrorazione sulle piante da difendere di soluzioni contenenti il bacillo coltivato: gli insetti vengono colpiti, ma solo alcuni, in certi stadi di sviluppo, restano uccisi, molti si salvano. Ma ai fini agricoli ciò è sufficiente, perché se l’infestazione scende al di sotto di una certa soglia non costituisce più un problema.
Ma ecco che arrivano i biotecnologi. Scoprono quale è il gene tossico nel batterio, lo isolano, lo impiantano nel DNA di cellule di mais, ottengono piante intere che cominciano a fare semi, e il gioco è fatto: d’ora in poi tutti gli insetti che si ciberanno delle piante discendenti da quelle trasformate moriranno, perché ingeriranno la tossina. Tutti, o quasi tutti. Sembra perfetto. Senonché, poiché la tossina nelle cellule vegetali è presente in quantità altissime, i pochi insetti che sopravvivono sono chissà perché resistenti; inizialmente saranno pochi, ma poi si moltiplicheranno e torneranno ad essere numerosi, e assolutamente immuni al veleno. Così il mais “Bt” non servirà più a nulla, e per sovrammercato sarà stato buttato al vento uno strumento utile, se usato con saggezza, che spesso vuol dire senso della misura, proprio quello che manca al profitto. I casi denunciati di resistenze si moltiplicano, sia per le piante “Bt” che per quelle “RR”, tra gli insetti per le prime, tra le piante infestanti per le seconde (ma in questo caso le aziende non si scompongono, si limitano a consigliare di aumentare le dosi di diserbante!).
I pericoli non si fermano qui. C’è l’inquinamento genetico da non dimenticare, forse il peggiore perché meno controllabile. Vento, pioggia, uccelli, api, insetti vari hanno tutti, in qualità di vettori del polline, cominciato da anni a trasportare il polline alterato geneticamente in giro per l’ambiente, e cioè sui campi vicini a quelli con OGM. In questo modo piante “normali” sono state contaminate e hanno prodotto semi che contenevano quei geni estranei. Questo DNA è un qualcosa su cui si perde subito il controllo; le piante alterate geneticamente, essendo viventi, sono assai meno prevedibili dei contaminanti chimici: possono riprodursi, spostarsi, e mutare. Ammesso e non concesso che le aziende sementiere abbiano mai controllato qualcosa. Per esempio, la proteina responsabile della tossina del Mais OGM Starlink, quello ritirato dal mercato, è stata ritrovata in altri mais OGM ancora in circolazione. Nella soia “RR” il DNA immesso è più di quello che la Monsanto credeva, e non sanno bene quali sono gli effetti del DNA in più. Una volta diffusi nell’ambiente è praticamente impossibile far tornare gli organismi modificati in laboratorio.
È stato infine dimostrato da diverse ricerche che i geni utilizzati
per modificare le specie coltivate hanno saltato le barriere della specie;
per esempio, nell’intestino di api è stato trovato il gene di resistenza
agli erbicidi, nei polli è stato trovato DNA di mais, che si è
trovato anche nelle mucche da latte. Insomma, il DNA che nelle piante “vecchio
stile” se ne stava ben fermo al suo posto, nelle piante transgeniche appare
più instabile, capace di staccare geni o sequenze geniche che possono
ricombinarsi con il DNA di organismi con i quali entra in contatto. Il
che significa che non è fantascienza la possibilità che anche
noi diveniamo più resistenti agli erbicidi, o velenosi per gli insetti,
o più conservabili in frigorifero. Più tutti gli effetti
negativi di quel DNA nella sua interazione con il nostro organismo, che
il capitalismo non ha nessuna possibilità di prevedere, ammesso
che ne abbia il desiderio.
Conferme
Come in tutte le imprese in cui si intravedono grandi profitti, la borghesia si è buttata sulle biotecnologie con enormi capitali e con tutti gli strumenti possibili, leciti e illeciti.
Chi è contro le “multinazionali”? Specificatamente gli “ecologisti”. Questi non possono proporre niente di alternativo, che non sia il puro e semplice ritorno ad un utopico passato arcadico, perché non osano ipotizzare una società non fondata sul profitto. Portano voti a questo o quel partitello perché un po’ di confusione ecologista serve a dare credito alla sinistra borghese, e a creare ulteriori diversivi alla lotta di classe.
I problemi sono reali, abbiamo visto. Ma niente, assolutamente niente può impedire al capitale di investirsi lì dove può trarre profitti. Nessuna scienza o ragione potrà prevalere su questa esigenza vitale e cieca iscritta nel DNA della società capitalistica.
Occorre rovesciare il sistema capitalista nel suo insieme, e non basta emendarlo. Ogni altra iniziativa è, nella migliore delle ipotesi, pio desiderio, illusione, quando non vera e propria, cosciente falsificazione della realtà per impedire alla classe operaia di ricongiungersi al suo programma storico, che guidandola alla distruzione della società capitalistica rimedierà anche alla piaga delle moderne biotecnologie asservite al profitto.
Non siamo oscurantisti. Al contrario, siamo i più tenaci assertori dell’importanza della conoscenza, di tutti i fenomeni e a tutti i livelli. Il controllo comunista anche sulla scienza non avrà mai bisogno di proibire una qualsiasi ricerca che in qualche modo contribuisca ad aumentare le nostre conoscenze in una qualsiasi branca, e si ridurrà di molto, rispetto alle società di classe dei precedenti millenni, la paura dell’ignoto.
La nostra dottrina politica è la prima che possa fregiarsi dell’aggettivo “scientifica”, e riconosce che molto deve alla precedente stessa scienza borghese. Non temiamo la scienza in sé, perché questa non può che confermare i nostri assunti. Denunciamo l’asservimento della scienza alla classe dominante. Qui sta il punto: questa scienza non può liberarsi dai ceppi imposti dalla società borghese, che vuole che ogni suo investimento renda, prima o poi, in un modo o nell’altro, un profitto. Un profitto monetizzabile, e in tempi brevi, sempre più brevi.
Questo è il vizio insanabile della ricerca in ambiente borghese (cioè sull’intero pianeta) di veder stravolto ogni suo progresso. Così i miglioramenti delle produzioni unitarie in agricoltura sono risultati in fame; le conquiste nel campo farmaceutico hanno allungato la vita media nell’occidente ricco (ma più ai borghesi che ai proletari), e l’hanno abbreviata nel sud povero, dove la sovrappopolazione si è incontrata con l’ipersfruttamento del suolo, la desertificazione, le guerre, le epidemie, le carestie, fenomeni eccezionali nella gran parte del mondo fino a mezzo secolo fa. Un esempio recente dell’imbrigliamento della scienza nel reziario del mercato è stata la vertenza sul prezzo dei farmaci anti-AIDS: la ricerca ne ha fornito la chiave e il modo di produrli a prezzi minimi, ma il Sudafrica ha dovuto sfidare il WTO, cioè un’organizzazione potente e che dispone di armi di ritorsione letali, per poterne acquistare a prezzi non di monopolio; nel frattempo quanti milioni di africani sono morti grazie al brevetto?
È stato fatto notare il pericolo che l’infezione di AIDS, non curata in Africa, potrebbe dilagare in tutto il mondo. Ma al capitale non interessa la prospettiva oltre la durata del suo ciclo: settimane, mesi. La domanda che invece si farà l’uomo comunista, che non dovrà far tornare conteggi monetari, è: come sarà il mondo dopo? fra 10, 100, 1000 anni? Quale sarà il suo effetto a regime sulla salute degli uomini, sull’ambiente vivente, sull’ambiente geologico, sul clima? Eviteremo, per quanto possibile sapere e prevedere, esperimenti che utilizzano gli uomini come cavie, come è invece la norma per il capitale.
Lungi da noi la sciocchezza di pretendere che la natura resti “incontaminata”: l’uomo moderno è tale perché ha modificato l’ambiente per consentire la sua sopravvivenza e il suo sviluppo sociale, materiale e anche spirituale. In questo cammino, in tutte le epoche ha provocato non pochi disastri, senza mai addivenire alla furia distruttrice del capitale. Anche nel futuro, la società a misura d’uomo, che sarà anche a misura di natura perché sarà l’uomo la sua misura, taglieremo, scaveremo, costruiremo, distruggeremo, ove necessario.
Ma il socialismo non è la cementificazione del pianeta,
perché il socialismo non è l’estrapolazione del capitalismo,
ma la sua negazione. È il “socialismo reale” che pretendeva
d’essere un “super-capitalismo” e, per molti aspetti, lo era. Il socialismo
sarà un mondo nel quale l’uomo vivrà in armonia con se stesso,
quindi con la natura. In questa armonia la scienza sarà di grande
aiuto: prima di modificare è utile sapere cosa stiamo facendo. Gli
strumenti tecnici e conoscitivi ci sono, molti altri e migliori li acquisiremo.
Non avremo fretta non avendo da rendere conto all’assemblea annuale degli
azionisti sui risultati della gestione finanziaria.
Rapporto esposto alle riunioni generali di gennaio e settembre 2000.
Nascita della Confederazione Generale del Lavoro
LA QUESTIONE DEL RICONOSCIMENTO GIURIDICO
Molti dibattiti interni ed esterni alla C.G.d.L. appena sorta, se letti distrattamente, potrebbero sembrare datati oggi, tanto si assomigliano sempre le argomentazioni dei servi della borghesia. Solo ai nostri giorni viene loro aggiunto l’aggettivo “nuovo”.
La contrattazione collettiva, punto di forza della Confederazione, poteva essere un’arma a doppio taglio per la dirigenza riformista. Ricorriamo ancora al Pepe: «Subito dopo la diffusione della prassi della contrattazione collettiva sia da parte di un’ala della borghesia economica e politica sia da parte di certi settori dello stesso movimento sindacale, s’era preso a sostenere l’inscindibilità del potere della contrattazione collettiva da quello del riconoscimento giuridico dei sindacati. Le ragioni dei padroni erano niente affatto peregrine, in quanto miravano a fare del sindacato un’istituzione responsabile a tutti gli effetti nei loro riguardi per quanto concerneva la regolare applicazione e ottemperanza dei lavoratori alle norme sottoscritte. Al sindacato si vedeva conferito un vasto potere di rappresentanza globale delle masse operaie, ma doveva giuridicamente adempiere un ruolo di repressione antisciopero o di collaborazione. Il ragionamento dei settori del sindacalismo – invero assai minoritari – favorevoli a questa soluzione, puntava sul riconoscimento giuridico per far conseguire ai sindacati quell’egemonia complessiva sui lavoratori che era la ragione della loro esistenza e della loro forza, e che risultava impossibile, data l’arretratezza sociale e psicologica del proletariato italiano, conquistare con la semplice organizzazione e con la lotta sindacale».
Ovviamente questa prospettiva non poteva trovare l’approvazione della dirigenza sindacale né di Turati. Sulla “Critica Sociale” del 1° gennaio 1907 leggiamo: «Preme dovunque il problema del riconoscimento delle Leghe operaie (...) Ma il terreno è qui particolarmente seminato di insidie. Se da un lato le Leghe operaie irresponsabili presentano oggi, ed è vero, troppo poche garanzie agli industriali e all’industria nel caso di equi temporanei componimenti, d’altro canto la reazione politica ed economica sta in agguato per occultare nell’apparente benefizio della personalità giuridica, i veleni paralizzatori dello slancio della solidarietà del movimento operaio».
Turati, ancora una volta, aveva capito perfettamente qual’era la posta in gioco. Scrive il Pepe: «Si individuava in questo modo la ragione vitale che imponeva al sindacato di rifiutare tale proposta, e cioè che essa avrebbe bloccato di fatto ogni possibile sviluppo e potenziamento delle organizzazioni, e le avrebbe poste come organi subordinati e quasi parassitari alla mercé dei padroni (...) Il sindacato intendeva il contratto non come un vincolo giuridico, ma come il risultato di un rapporto di forze transeunte, del quale semmai la legge doveva regolarizzare il risultato, non mai precostituirlo e predeterminarlo secondo schemi giuridici. La Confederazione poteva accettare un’autodisciplina operaia e sindacale sulla proclamazione, sulla natura e sull’intensità degli scioperi, sul rispetto delle clausole contrattuali, ma non poteva accettare una limitazione legale ed esterna delle funzioni sindacali, pena la distruzione del sindacato stesso».
Venne quindi presentata una proposta di legge dall’on. Gino Murialdi sui contratti collettivi e sulla personalità giuridica dei sindacati, proposta che prevedeva la registrazione tramite iscrizione all’Ufficio del Lavoro, facendo domanda in carta libera in duplice copia, allegando lo statuto e le firme dei promotori autenticate da un notaio. «Tutta l’attività politica, l’organizzazione e la stessa amministrazione finanziaria erano perfettamente controllate, e l’associazione veniva a trovarsi alla mercé degli organi tutori dello Stato; mentre impossibile sarebbe risultata l’esistenza delle associazioni non registrate» (Pepe).
La parte della proposta di legge che riguarda i contratti collettivi di lavoro andava nel senso facilmente intuibile. Guardiamo uno solo di questi tipi di contratti attraverso le parole dello storico che qui ampiamente utilizziamo: «Infine il concordato di tariffa, che era la forma più antica e imperfetta ed era il risultato di uno sciopero, veniva condizionato da una serie di norme volte ad ottenere che lo sciopero fosse il risultato o di una Associazione registrata oppure di una assemblea degli scioperanti, alla quale doveva presenziare un pubblico ufficiale (notaio, sindaco, conciliatore, brigadiere dei carabinieri, delegato di P.S.) e che doveva registrare a verbale la presenza di almeno 2/3 degli scioperanti e il voto di oltre la metà dei presenti. Il concordato così sancito fissava il minimo di salario che il padrone doveva versare, e il massimo di richieste degli operai, e valeva per tutti gli operai anche non iscritti all’associazione. Esso poteva sciogliersi o per mezzo dello sciopero o per mezzo della serrata. L’intento di questo punto era palese. Esso consisteva nel bloccare in tutti i modi, attraverso il contratto collettivo, il diritto di sciopero, per mezzo delle stesse organizzazioni operaie o con i vincoli formali sul numero dei votanti e dei voti ecc».
Evidente è la contrarietà dei socialisti verso tale proposta di legge, come ribadisce l’”Avanti” del 29 gennaio, scrivendo che il contratto collettivo «si rende maturo e quindi si impone autonomamente in un ambiente evoluto di rapporti economici, in cui l’organizzazione proletaria abbia raggiunto una coesione disciplinata, sia riuscita a sindacare la totalità o quasi della mano d’opera in un determinato ramo di mestiere e in cui gli stessi imprenditori abbiano già attinto dall’esperienza la convinzione dell’utilità anche per essi di assegnare all’incoercibile ascensione economico-sociale dei proletari un procedimento quasi ritmico, mercé un’adeguata formula contrattuale che vincoli gli interessi non dei capitalisti, ma quelli obiettivi della produzione dal perturbamento degli scioperi». E “La Confederazione del Lavoro” del 1° febbraio 1907 scriveva: «riteniamo assolutamente prematuro, per quanto congegnato in modo che rivela la grande competenza dell’autore, il progetto Muraldi sul riconoscimento giuridico».
Il Pepe conclude: «Per il momento era prevalso il criterio confederale, e del riconoscimento non si faceva cenno nei molti contratti collettivi che venivano stipulati in questi anni. Ma i tentativi di regolarizzare e disciplinare l’organizzazione operaia e il diritto di sciopero non erano però spenti, anche se per iniziativa del governo dovevano mutare obiettivo ed appuntarsi ora sui pubblici dipendenti e sull’imposizione ad essi dell’arbitrato obbligatorio, come garanzia della rinunzia al ricorso alla sospensione o all’intralcio del lavoro nei pubblici servizi (...) (Il sindacato accettava) un’autolimitazione del diritto di sciopero, nel duplice aspetto di potenziamento del controllo sindacale sulla massa operaia e di riconoscimento di fronte ai padroni del sindacato come unico e valido interlocutore in rappresentanza dei lavoratori».
Il primo contratto collettivo fu quello tra la Fiom e l’Itala. Tale accordo comportava, tra le altre cose, il monopolio delle assunzioni da parte del sindacato tramite l’ufficio di collocamento da esso controllato, e la ritenuta diretta della quota per l’iscrizione alla Fiom. Casalini sulla “Critica Sociale” scriveva: «Con esso vengono di un tratto risolti e nel modo più radicale molti dei problemi più ardui, più acuti dell’organizzazione professionale e del contratto di lavoro. La Lega di mestiere non è più un’intrusa nella fabbrica ma è una potenza riconosciuta. È il trionfo del sindacato: ancor più è l’apoteosi del sindacato obbligatorio. Nell’interno dell’opificio non vige più il regime assoluto ma è penetrato il regime costituzionale».
Un’altro contratto collettivo importante era quello della Federazione vetraria che recita: «La Federazione vetraria italiana s’impegna in proprio e in rappresentanza del personale per la scrupolosa osservanza della presente convenzione, s’impegna inoltre per sé e per il personale stesso a che, data l’osservanza dei patti stabiliti da parte della società, non abbiano ad avvenire scioperi, né alcuna sospensione del lavoro, né altrimenti alcun intralcio nell’andamento normale della fabbrica sotto pena di risarcire i danni che alla società derivassero da tali trasgressioni; dando perciò piena facoltà alla società stessa di rivalersi sul deposito fatto dal personale per tale risarcimento».
Su “La Confederazione del Lavoro” del 15 agosto leggiamo: «Alla democrazia politica e al burocratismo gerarchico nello Stato e all’autoritarismo gerarchico nella fabbrica si sostituisce per opera delle organizzazioni sindacali la democrazia e la disciplina tecnica nello Stato e nella fabbrica. Lo Stato si trasforma, non si distrugge; perde i suoi caratteri di imperio e regalistici e diventa l’amministrazione degli interessi collettivi».
Ci fu poi la proposta di legge di Giolitti sull’arbitrato obbligatorio per i pubblici dipendenti, che quindi riproponeva una soluzione giuridica allo sciopero per una parte consistente di lavoratori. In questo caso i riformisti mostrarono una prudenza, se così vogliamo chiamarla, ancora maggiore poiché gli arbitrati di fatto venivano accettati mentre veniva ribadito il principio del diritto assoluto per tutti allo sciopero.
La Confederazione, scrive il Pepe, «criticava l’esclusione nel progetto governativo del riconoscimento dell’organizzazione come unica garanzia della libertà di stipulazione del contratto e di controllo della sua applicazione. In assenza di ciò, l’arbitrato obbligatorio diventa un’arma pericolosa a doppio taglio, specie nella stipulazione del contratto, comportando la rinuncia pregiudiziale allo sciopero da parte dei lavoratori. Anche per i pubblici servizi solo l’organizzazione poteva accettare l’arbitrato ed imporre, essa, l’autolimitazione dello sciopero».
Nel giornale della Confederazione del 21 dicembre si legge: «Il riconoscimento delle organizzazioni e la creazione d’accordo coll’organizzazione di organismi arbitrali facoltativi per la stipulazione e la rinnovazione e sia pure d’organismi arbitrali obbligatori per l’applicazione e l’interpretazione del contratto collettivo di lavoro, col personale dell’impresa, sono gli unici mezzi efficaci per evitare e eliminare le cause e le ragioni dei conflitti. Senza queste condizioni l’arbitrato diventa un mezzo per violentare gli interessi delle classi lavoratrici anche nei servizi pubblici che non possono, sol perché tali, mettere in una condizione di minorità gli operai che vi sono addetti».
Gli odierni sindacati di regime, ancor più venduti dei loro predecessori
a direzione riformista, hanno ripreso tutto questo ciarpame ideologico
borghese chiamandolo con un nome nuovo: concertazione.
INFLUENZA DEL RIFORMISMO
La posizione della C.G.d.L. alle sue origini sui salari e sul costo della vita ricorda, data la concezione interclassista in cui sfociano, le chiacchiere cui ricorrono i sindacati post-liberali e post-fascisti di oggi, ormai senza più la giustificazione della inesperienza storica.
«La tesi confederale metteva l’accento maggiormente sulle storture e le ingiustizie della distribuzione del reddito nazionale tra le diverse classi sociali, e sulla nequizia della speculazione capitalistica per quanto concerneva il livello dei prezzi dei generi di largo consumo popolare; essa tendeva così a concentrarsi piuttosto sulla formulazione di un programma di rivendicazioni che colpissero, attraverso l’intervento dello Stato, i fenomeni degenerativi e parossistici del profitto capitalistico, o le più gravi contraddizioni della rendita parassitaria dei proprietari terrieri. Non potendo sperare di conseguire nel breve periodo un forte e consistente incremento dei salari, e non potendo neppure fronteggiare con proposte specifiche il fenomeno latente della disoccupazione industriale le cui dimensioni erano considerate più o meno normali e comunque inevitabili in un’economia capitalistica, l’unica politica, secondo i dirigenti confederali, rimaneva quella rivolta a bloccare o a ridimensionare il generale rincaro del costo della vita. Del resto questa “politica del consumo” rientrava assai bene nella strategia confederale di questi anni, intesa a darsi un’impostazione programmatica sempre più simile a quella di un autentico partito del lavoro, e si prestava perciò ad integrare il riformismo sindacale di fabbrica con un più generale riformismo politico-parlamentare gestito dalla direzione confederale» (Pepe).
Anche leggendo l’interpellanza alla Camera dell’onorevole Cabrini, del maggio 1910, sulla disoccupazione, ci sembra di ascoltare gli odierni sindacati di regime e gli odierni ex-opportunisti: «I provvedimenti che possono efficacemente combattere la disoccupazione sono diversi e vanno da tutto ciò che serve a distribuire più equamente e razionalmente la mano d’opera ai provvedimenti sull’emigrazione esterna, sugli uffici di collocamento, sulle case di lavoro, sulle colonie agricole, alla riduzione delle ore di lavoro, alla sistemazione dei turni e via dicendo, e sono integrate da queste forme recenti di assistenza e di integrazione alla libera iniziativa delle associazioni operaie e cioè da quei provvedimenti che secondo Livio Marchetti sono diretti al fine di sostituire alla perdita temporanea causata dalla mancanza di lavoro una perdita distribuita omogeneamente su un tempo più lungo, sostituendo al danno incerto un danno certo ma minore del primo. Tale categoria comprende tutti i sistemi di risparmio e di assicurazione additati per la risoluzione del problema». Il Cabrini sostenne poi che lo Stato dovesse integrare un’assicurazione libera gestita dalle organizzazioni sindacali.
Ancora il Pepe: «Le organizzazioni sindacali trovavano così, nell’estensione della loro sfera d’azione alla disoccupazione, una forte spinta all’espansione e al rafforzamento della struttura organizzativa, numerica, finanziaria e politica». Oggi tale tattica si è assai perfezionata, dato che negli attuali sindacati il numero dei pensionati supera in molte categorie quello dei lavoratori attivi.
Nell’ottobre del 1910 il C.D. della Confederazione votò un ordine del giorno, su cui il Pepe dice: «Il documento, dopo aver premesso che il problema poteva trovare una sua definitiva soluzione soltanto con un radicale mutamento dei rapporti di produzione, distribuzione e consumi, giudicava indispensabile predisporre urgenti riforme volte ad attenuare i danni e le estreme conseguenze di tanto malanno. Esso individuava queste riforme in una decisa ed energica azione dello Stato e degli altri Enti pubblici nel combattere talune delle cause con provvedimenti finanziari e di previdenza sociale, e nell’abolizione del dazio sui grani, la cui agitazione dovrà essere ripresa e sospinta avanti fissando come obiettivo di immediata conquista la temporanea soppressione».
Il C.D. decideva quindi: 1) di redigere un memoriale da inviarsi al governo onde invitarlo ad occuparsi urgentemente del grave problema; 2) di promuovere direttamente e a mezzo delle organizzazioni operaie delle manifestazioni simultanee (comizi, riunioni, convegni) alle quali siano chiamate a parteciparvi le rappresentanze politiche, amministrative e le masse dei consumatori.
Nel dicembre l’”Avanti!” pubblica un’articolo dal titolo “la questione del giorno” in cui leggiamo: «Tre forze potrebbero utilmente cooperare al ribasso del costo della vita in Italia. Prima lo Stato, abolendo o riducendo fortemente i dazi sui grani, sul cotone, sul ferro; abolendo o riducendo fortemente le protezione concessa agli zuccherieri e abbassando la tassa di fabbricazione. Ma il compito del governo non si arresta qui, giacché dovrebbe ancora facilitare il trasporto delle derrate mediante tariffe ridotte e dovrebbe attuare tutta una legislazione rivolta a sollevare il consumatore povero. Secondo, i poteri amministrativi locali coll’accordarsi per fare venire per esempio le carni macellate dell’America, coll’istituire l’annona, col favorire i contatti diretti fra produttori e consumatori, colle municipalizzazioni e con gli aiuti alle cooperative. Terzo, l’iniziativa proletaria coll’associazione, la cooperazione e così via».
Sempre il Pepe: «Questo programma democratico tendeva ad impostare, come dirà Casalini commentando il significato della mozione socialista alla Camera sul caro-viveri, una vera grande politica di consumi popolari e di riforme che sarebbe stata non solo un atto di giustizia sociale, ma un atto di suprema necessità economica nello stesso interesse delle classi capitalistiche».
Le posizioni antiprotezionistiche, interclassiste ed anti-proletarie dei riformisti sono, se possibile, più chiare nel dibattito alla Camera del gennaio-febbraio 1911 e in particolare nel discorso di Graziadei: «Vi fu un periodo inaugurato dalla politica di libertà interna dell’on. Giolitti, in cui la classe operaia, libera per la prima volta di organizzarsi per la difesa legale dei propri interessi, si gettò, e venne assorbita completamente, nell’azione della resistenza. I frutti furono notevoli, perché negli anni precedenti, all’aumento del valore della terra e del capitale, all’aumento dei profitti e delle rendite, non aveva corrisposto un aumento dei profitti e delle rendite, non aveva corrisposto un aumento proporzionale dei salari monetari; in quanto appunto era venuto a mancare, per la politica non liberale del governo precedente, lo strumento primo per creare questo equilibrio fra salario e guadagno, e cioè la forza dell’organizzazione operaia. Ma una volta ristabilitosi l’equilibrio, una volta rafforzatosi l’organizzazione anch’essa di resistenza, degli industriali e dei proprietari, l’organizzazione proletaria italiana guidata oggi per fortuna nostra e di tutti, da uomini di grande valore intellettuale e morale, ha cominciato a comprendere che la resistenza non avrebbe potuto dare se non frutti relativamente limitati, e limitati appunto dalla gradualità nell’aumento della ricchezza. Ed ecco che l’organizzazione si avvia anche ad un’azione di cooperazione. Quando la resistenza non dà più frutti sufficienti, l’unico modo per aumentare notevolmente il guadagno della classe operaia è di renderla da pura lavoratrice, proprietaria del capitale stesso con cui lavora (...) Ma altre e più gravi esperienze hanno indotto a concezioni ancora più larghe le nostre masse organizzate. Si è visto che l’organizzazione operaia se si disinteressa dei fenomeni economici e tributari e della ripercussione che la sua azione esercita sull’esterno mondo economico corre pericolo di fare un’opera di sisifo (...) La Confederazione si è fatta suscitatrice di un’azione che non può e non deve essere semplice accademia, ma deve essere diretta ad allargare e completare la coscienza delle masse ed aumentare le forze democratiche per imporre le ragionevoli riforme».
Riunione di Firenze, gennaio 2000
IL MARKETING MODERNO
Il sogno capitalistico è quello di azzerare le coordinate spazio temporali, afflitto com’è dalla insanabile contraddizione interna determinata dallo scarto tra i tempi e gli spazi della produzione ed i tempi e gli spazi della distribuzione. Quanto più, per l’affinamento tecnico, diminuiscono i tempi della produzione, più si fa necessario accorciare i tempi della distribuzione delle merci. Le crisi di sovraproduzione però stanno lì a confermare che la forbice non si riesce a chiudere.
L’ultima delle novità, secondo le mode più aggiornate, consisterebbe nel “modello americano”, che avrebbe fatto il miracolo di accompagnare la rivoluzione tecnica con la “rivoluzione merceologica”. Mentre in Europa, insomma, l’aumento di produttività non comporta aumento di occupazione, ma espulsione dalla produzione, secondo la legge tendenziale classica, lì l’aumento della produttività comporterebbe “creazione” di posti di lavoro grazie alla più affinata capacità di piazzare i prodotti. La rivoluzione merceologica, la capacità di individuare e creare mercati capaci di assorbire la sovrapproduzione avrebbe raggiunto il risultato di eliminare quella forbice.
Che l’economia sia diventata “marketing”, non è una scoperta.
Tenere alta la capacità d’acquisto dei salari in modo da permettere
l’assorbimento delle merci è una battaglia costante e mai risolta
dal mercato capitalistico. Ma che i tempi della distribuzione si siano
armonizzati con i tempi della produzione è fuori dalle caratteristiche
intrinseche del modo di produzione capitalistico. È necessario ricordare
che per “distribuzione” non s’intende l’assorbimento, il consumo delle
merci, ma la realizzazione, come sempre, del prezzo, e quindi del
profitto.
Se nella fase imperialistica in corso l’America del nord si dimostra più
dinamica, per ragioni strutturali, in rapporto ad altre aree economiche,
non è una smentita della forbice tra produzione e distribuzione,
ma conferma della differenza tra le aree di sviluppo del Capitale, e nient’altro.
È IL PLUSVALORE LA LEGGE DI GRAVITÁ DEL CAPITALE
Qualcuno ha scritto: “Marx è morto, riposi in pace”. Ma un furbo ha risposto in latino: “Marxismus mortuus est, sed non requiescit in pace”. Neanche a dirlo è un ecclesiastico che ha dimostrato di saperla più lunga, per mestiere millenario. Né è la prima volta che Marx viene relegato in soffitta, e che la borghesia si è illusa d’essersi liberata da un’ombra inquietante. Perché non riesce ad essere sepolto, il “marxismo”? Perché è vivo. Tutto qui.
È pensabile che il capitalismo possa vivere al di fuori della legge del plusvalore? Ma il capitalismo è la legge del plusvalore. Ed allora, al di là del culto o della profanazione di barbe, fosse pure quella di Marx, si tratta d’essere almeno, come dicono lorsignori, “intellettualmente onesti”.
Che cosa permette al capitale di prosperare se non la forza lavoro a buon mercato, specie se questo buon mercato riesce a rompere tutte le barriere, i protezionismi, le bardature e in nome della “flessibilità” alla potenza estrema dà adito al capitale di estorcere plusvalore nello stesso tempo non nell’ambito dei confini d’una entità statale, ma a livello mondiale, secondo quel miracolo della “globalizzazione” che altro non è se non imperialismo capitalistico?
La borghesia è stata abile e ben coadiuvata nelle varie fasi
storiche a giocare con le parole, a proporre interpretazioni, a parlare
di ben cinque “rivoluzioni tecnologiche”. Il Marxismo non è morto,
perché, tenendo ben dritta la barra al di là delle facili
manipolazioni linguistiche, ha continuato a individuare nell’estorsione
di plusvalore la chiave della sopravvivenza d’un modo di produzione
che a livello mondiale sta portando alla fame (per ammissione dei responsabili)
qualcosa come oltre un miliardo di esseri umani. Con la globalizzazione
le imprese “transnazionali” (altri preferiscono “multinazionali”!) azzerano
il tempo e rendono unico lo spazio: in parole semplici, con il beneplacito
dei governi nazionali, subregionali, magari “tribali”, riescono ad estorcere
sudore e sangue in tutte le parti del mondo che si dimostrino adatte e
favorevoli alle sue necessità: abbassare i costi di produzione,
costi quello che costi.
FALSA RISORSA DELLA DISTRIBUZIONE
La borghesia, afflitta sempre di più dalla crisi economica di sovrapproduzione, presenta il momento distributivo e soprattutto redistributivo della ricchezza, come capace di salvarla e di rinnovarla in eterno. Al contrario noi abbiamo sostenuto insistentemente che il modo di produzione capitalistico, in quanto storico, è soggetto al processo che conosce nascita, sviluppo e morte inevitabile. La nostra corrente nega che si possa parlare di economia politica spostando ogni attenzione e discorso sulla sfera distributiva e redistributiva, evitando accuratamente di studiare e valutare la produzione e le sue vicissitudini.
Sappiamo anche che questa operazione ha una sua valenza “ideologica” (altro che morte dell’ideologia!) poiché permette ai fautori del capitalismo, qualunque sia la sua età storica ed i suoi guasti irreparabili, di distrarre il proletariato dalla necessità di lottare per l’abolizione d’un modo di produzione ormai nefasto, per accontentarsi di piccoli aggiustamenti, di compromessi per strappare qualcosa nella contrattazione della forza lavoro, in nome d’un riformismo spicciolo, sempre più anemico e senza speranze.
La nostra tradizione, come abbiamo rivendicato in molte occasioni, non ha nulla da aggiungere ai nostri testi classici, non tanto perché ci manca la forza e la voglia di studiare ancora il Capitale, ma perché siamo consapevoli che ogni pretesa di manomettere la teoria consolidata è soltanto un tentativo di negare l’impianto fondamentale del capitalismo, che consiste in un modo di produzione, prima ancora che di distribuzione, della ricchezza sociale.
Come sempre il maneggio della dialettica si fa necessario per padroneggiare adeguatamente la questione: «Produzione, distribuzione, scambio, consumo formano così (secondo la dottrina degli economisti) un sillogismo in piena regola: la produzione è il “generale”, la distribuzione e lo scambio, il particolare; il consumo l’individuale in cui tutto si conchiude. Ora, questa è certamente una connessione, ma superficiale. La produzione (secondo gli economisti) è determinata da leggi di natura universali; la distribuzione da contingenza sociale, ed essa può pertanto agire in senso più o meno favorevole sulla produzione; lo scambio si situa tra entrambe come movimento formalmente sociale; e l’atto finale del consumo, che è inteso non solo come termine ma anche come scopo finale, sta propriamente al di fuori dell’economia, fin quando non reagisce sul punto di partenza e avvia di nuovo l’intero processo» (Marx, “Per la critica dell’economia politica”, Appendice).
Come la produzione non è concepibile in quanto astrazione, allo stesso titolo la distribuzione, lo scambio e il consumo. Ma una volta riconosciuto che tali momenti sono tra loro dialetticamente connessi, si tratta di soppesare quanto, nelle diverse fasi del modo capitalistico di produzione, ciascuna di loro influisce sull’altra, tenendo conto dei diversi momenti storici di sviluppo del sistema stesso.
Perché l’economia borghese oggi punta tanto sulle potenzialità della distribuzione delle merci e redistribuzione dei “redditi”? Perché preferisce stornare l’attenzione dal momento base della produzione?
Le obiezioni che gli “economisti politici” ed i loro avversari si rivolgono,
e che Marx ricorda, sembrano scritte oggi. «Niente di più
comune che il rimprovero mosso agli economisti politici di concepire la
produzione troppo esclusivamente come fine a se stessa. La distribuzione
avrebbe un’importanza altrettanto grande. Alla base di questo rimprovero
sta la concezione economica che la distribuzione è una sfera autonoma
e indipendente, accanto alla produzione. Oppure (si muove l’obiezione)
di non concepire i momenti nella loro unità. Come se questa dissociazione
non fosse passata dalla realtà nei libri, ma dai libri nella realtà,
e come se qui si trattasse di una conciliazione dialettica di concetti
anziché della dissoluzione di rapporti sociali».
ARMONIZZATORI ALL’OPERA
“Dissoluzione di rapporti sociali”! Al tempo di Marx. Figuriamoci oggi, in piena crisi ultraputrida del modo di produzione capitalistico. Si capisce che non sarà certo la finzione di possibili conciliazioni libresche a risolvere la forbice. Tutti gli sforzi capitalistico-borghesi di trovare un’armonizzazione d’una “dissoluzione di rapporti reali” sono falliti e destinati al fallimento. Non c’è “terza via” o moltiplicità di “democrazie possibili”, secondo l’indicazione di Dahrendorf, che possono trovare via di sbocco. Sappiamo quale è stata la forzatura delle socializzazioni di marca nazista o staliniana, oppure la natura degli statuti sociali da Repubblica sociale a cui ricorse la “buonanima” sospirando: «possiamo fare qualunque cosa dal momento che tutto è inutile»! Ben detto, ci lasciamo scappare noi questa volta. E se non fosse stato per il soccorso del tradimento opportunista in tutto il secondo dopoguerra, del neo/corporativismo compromissorio nel gioco di sponda tra democratici ed ex-comunisti di marca staliniana, l’apparato statale borghese non avrebbe certamente potuto reggere alla pressione proletaria che nessuna repubblica “sociale” potrà mai coinvolgere definitivamente.
La “dissoluzione di rapporti reali”, nel linguaggio di Marx e nostro, significa il guasto sociale determinato da un modo di vita che nell’ambito propriamente produttivo comporta l’assoggettamento del proletario al regime di fabbrica, nel quale l’universo concentrazionario che è passato per vari stadi (dalla produzione di tipo fordista fino alle decantate “isole” attuali che comporterebbero minore alienazione, ma che non tolgono nulla alla condizione operaia), non può sottrarsi all’estorsione della forza lavoro, e nell’ambito “distributivo” significa apparente riconquista della “libertà” in quanto individuo “libero” che deve ricreare la forza lavoro, ma inevitabilmente nei limiti del potere d’acquisto del salario, appena sufficiente a riprodurre le condizioni vitali per rientrare nel luogo di produzione.
Il circolo chiuso e vizioso di questo modo di organizzazione sociale può variare da fase a fase, ma senza mai fuoriuscire dal rapporto che lega capitale e lavoro. Questo tipo di legame non a caso viene presentato dagli economisti borghesi, da sempre, come “naturale”, e non storico. Per essi l’operaio “come individuo conforme a natura non è infatti, secondo la loro concezione della natura umana, originato dalla storia, ma posto dalla natura stessa. Chi pretendesse di rompere il circolo vizioso entrerebbe, come è storicamente successo, in collisione col sistema capitalistico nella sua totalità; sia dal punto di vista sociale, sia economico, sia politico. A meno che non accetti la “natura” e la naturalezza del capitalismo.
Non c’è dubbio che ogni universo concentrazionario ha le sue
regole e che lo stesso proletario finisce per assuefarsi sia al regime
di fabbrica sia al sistema distributivo segnato dal denaro. Non solo: una
certa forma di “sindrome di Stoccolma” può finire per stabilire
tra il “carceriere” (Capitale) ed il proletario “carcerato” una sorta di
complicità. Non è forse vero che l’operaio rimasto senza
lavoro invoca “Pane e lavoro”? Per questo noi abbiamo sempre sostenuto
che la nozione di classe non è possibile senza Partito di classe,
la cui analisi e influenza è possibile solo se distinto dalla classe
statisticamente intesa.
IL “CONSUMO PRODUTTIVO”
Niente come il nesso produzione-consumo si presta ad un esercizio vuoto della dialettica. Quale borghese, o “individuo” in generale, non è disposto ad ammettere che “la produzione è immediatamente anche consumo?” Ciò anzi gli dà il destro per dire che tout se tient, e che dunque tutto ciò che riguarda il processo economico è “naturale”.
Al contrario, per la dialettica materialistica, questo modo di ragionare deve fare i conti con tutti i possibili momenti del movimento, in modo tale da non perdere di vista in che modo il momento della produzione attraverso la fase della distribuzione e dello scambio porta al consumo che a sua volta riattiva il processo produttivo. Ci si domanda, ad esempio, qual’è la contraddizione che, mentre spinge il Capitale ad estorcere una certa parte di lavoro della classe operaia, sembra poi lasciare il momento distributivo al libero gioco delle “scelte”, per cui ogni operaio si fa “persona” responsabile libera di acquistare quel che vuole, sia pure entro quantità che rientrino nei limiti della miseria del salario?
Non è sufficiente, per rendere ragione di questo processo, la semplice “logica formale”. Come abbiamo recentemente segnalato in “Nota su due momenti centrali del metodo dialettico” (in Comunismo n.46, giugno 1999), «la logica dialettica esige che si consideri l’oggetto nel suo sviluppo, nel suo “moto proprio” come dice Hegel, nel suo cambiamento», oltre che considerare che «tutta la “pratica umana deve entrare nella “definizione” completa dell’oggetto, sia come criterio di verità sia come determinante pratica del legame dell’oggetto con ciò che occorre all’uomo”».
Quando oggi gli economisti volgari fanno qualche generico riferimento a certi aspetti cospicui del processo produttivo/distributivo, scelgono qualche “momento” che fa comodo per alludere ai loro bisogni impellenti, che sono suggeriti dalle esigenze contingenti del Capitale. Ad esempio si fa gran parlare del “consumo produttivo” contro presunti “consumi non produttivi”, come moralisticamente vengono certi consumi “superflui” non meglio qualificati. Non solo ma si lascia intendere che una “politica progressista”, in antitesi ad una “reazionaria” o conservatrice, consisterebbe proprio nella capacità ed abilità nel pilotare processi produttivi che determinino forme di “consumo produttivo”, contro altre che al contrario sarebbero capaci di indurre solo “consumi improduttivi o superflui”. Ancora una volta è necessario sfatare questo tipo di sottili furbizie, poiché è in questo modo che, giocando con gli opposti, si arriva a deduzioni semplicistiche o peggio ancora tautologiche: «l’atto di produzione è in tutti i suoi momenti anche un momento di consumo. Ma questo gli “economisti” lo concedono».
La produzione come immediatamente identica al consumo, il consumo come immediatamente coincidente con la produzione, essi lo chiamano “consumo produttivo”. Questa identità di produzione e consumo viene ad essere la proposizione di Spinoza: “determinazio est negazio”.
«Ma questa definizione del consumo produttivo è presentata solo per separare il consumo che è identico alla produzione dal consumo propriamente detto, che è concepito piuttosto come «l’antitesi distruttiva della produzione». Ed oltre, «la produzione è immediatamente consumo, il consumo è irrimediabilmente produzione. Ciascuno è immediatamente il suo opposto. Al tempo stesso, tuttavia, tra i due si svolge un movimento mediatore. La produzione media il consumo, di cui crea il materiale al quale senza di esso mancherebbe l’oggetto. Ma il consumo media a sua volta la produzione, in quanto crea ai prodotti il soggetto per il quale essi sono dei prodotti. Il prodotto riceve il suo “finish” (perfezionamento) nel consumo» (Marx, ibidem).
La dialettica, come si vede, non è un gioco tra opposti senza il passaggio per una mediazione, che già Aristotele pensava avvenisse per il “substrato”. La natura della dialettica si manifesta così inevitabilmente come materialistica, la sostanza è la materia, e senza di essa non c’è movimento dialettico.
Morale: mentre non accettiamo che si parli di momento distributivo come a sé stante da quello produttivo e sul quale “giocare” una politica “progressista”, dobbiamo nello stesso tempo rimarcare che ha una sua relativa autonomia. Non solo: che nella fase imperialistica del Capitale i tempi della distribuzione diventano così lunghi e labirintici per la loro stessa natura in rapporto alla pressione di quelli produttivi, che tutti gli escamotages messi in atto dal sistema distributivo delle merci, dall’ormai incancrenita pervasione subliminale alle forme più pacchiane della vendita porta a porta, o per via “informatica”, non impressionano più di tanto, per il semplice fatto che non c’è sofisticatezza o astuzia pubblicitaria che possa saltare le metamorfosi della merce, dannata, in un modo o nell’altro, a trasformarsi in denaro, pena la revoca in discussione dell’intero meccanismo produttivo/distributivo che va sotto il nome di Capitalismo. Si potrebbe dubitare se queste ovvie considerazioni siano o no presenti nella testa dei fautori del “consumo produttivo”, ormai quasi disperati nella ricerca di accorgimenti “riformistici” che possano scongiurare la crisi generale del sistema.
Ciò non significa, da parte nostra, l’affermazione che i rabberci dello Stato borghese siano capaci di tenere in piedi il moribondo Capitale, ma una minima conoscenza della “economia politica” (anche se non merita più questo nome!) dovrebbe confermare che, al di là delle “tecniche” merceologiche o di marketing, l’economia capitalistica non è in grado di indicare prospettive di lungo periodo per le quali “valga la pena di morire”, come si diceva una volta. I tempi lunghi determinati dall’accorciamento sempre più parossistico delle tecniche produttive sono così inevitabili, e la forbice, anche statisticamente, si allarga sempre più. Di merce insomma sempre più si muore, ed i fattori dell’economia del profitto ne sono disperatamente consapevoli.
Proprio per questo, in quanto consapevoli, responsabili, e dunque colpevoli,
destinati alla dura condanna da parte del proletariato!
PARADIGMI DI BASE SUL TEMA “GIUSTIZIA”
Non è possibile aggirarsi nei meandri della “giustizia” senza aver prima fatto chiarezza sui paradigmi di base della “spartizione”. È nota l’attitudine del Leone a proporre divisioni del bottino partendo da posizioni di forza, senza tener conto delle condizioni che hanno permesso la sua conquista. Di fronte alla spartizione della classica torta è noto, come paradigma di base, che chi è il più forte può permettersi il lusso di imporre al debole la divisione “secondo la sua giustizia”. Il debole, per la sua condizione di debolezza, considera una fortuna poter se non altro prender parte alla divisione, e senza tanti problemi è disposto ad accettare il patto leonino che gli permette di sopravvivere.
Fuori dal gioco di metafore: gli anti-globalizzatori – che ci risulta spaziano dai cattolici agli ecologisti, dalle estreme sinistre alle estreme destre – che pretendono di parlare di economia e di giustizia senza indagare sulle condizioni sociali che hanno condotto alla produzione della torta, sono senza ombra di dubbio in malafede.
Se il mercato è il metro di misura supremo del lavoro umano in tutte le sue espressioni, se sul mercato si incontrano, secondo il dogma capitalistico, “libere volontà di contraenti” che si scambiano “servizi”, quanto più ciò avviene, tanto più la “socialità” umana sarebbe esaltata e la specie arricchita. In un certo senso questo sarebbe “il comunismo capitalistico”!
Se non fosse che questa messinscena costituisce la più grande turlupinatura della storia, la sua falsificazione più sfacciata. Anche il più sprovveduto dei “contraenti” sul mercato sa che la sua “volontà” prevarrà o troverà l’incontro con quella d’altri, alla condizione che si verifichi una propensione del probabile compratore a sacrificare certe sue necessità o priorità. In condizioni di necessità si è disposti a scambiare un certo bene anche sacrificando il proprio corpo, “l’integrità della persona”, come retoricamente sostengono alcune anime candide. Nel mercato si incontrano “volontà storiche e sociali” che possono anche dare l’impressione di essere “scelte soggettive libere e volontarie”. In realtà non c’è mercato dove non c’è possibilità e praticabilità di monopolio.
Tutto questo appare, ai sostenitori del mercato, come arbitrario e senza fondamento scientifico, “ideologico”, come si lamenta. Ma appena si assiste allo “scambio” nel mercato di “servizi” offensivi della morale, in tutte le possibili salse, allora si comincia a gridare allo scandalo, a richiedere misure e regole. La vera immoralità del tempo capitalistico è invece proprio questo, aver sostenuto che la merce è base d’ogni scambio, che il valore d’uso è subordinato a quello di scambio. Se tutto si misura sul mercato, se tutto è “prestazione”, quale prestazione dovrebbe essere sottratta al metro di misura? Soprattutto, chi avrebbe l’autorità di stabilirlo? Ecco la miseria, l’ignominia del mercato portato alle sue naturali conseguenze dal modo di produzione capitalistico. Né ci si può illudere di contrastarlo con le prediche.
Ma il Leone, a ragione, non si ferma al teorema della torta. La divisione in parti uguali, per sua ammissione, non si pone tra individui, ma tra componenti la società leonina. Consapevole della sua forza, senza nominarla, allude alla natura della produzione. È necessario, alla luce di questa logica, accumulare una parte, anzi la parte teoricamente massima, se fosse possibile “tutta”, per ulteriore produzione. La fame, i bisogni, specie della parte più debole, sono solo un incidente da ridurre al minimo. Quanto più s’investe, tanto più grossa sarà la torta futura, da dividere ancora secondo la parte del Leone. Provate a pensare la progressione in termini esponenziali, e al termine gli “incidenti” saranno ridotti a porzione trascurabile. La torta, un enorme ammasso, neanche da consumare, ma da idoleggiare come trofeo, puro idolo cui inginocchiarsi. La reificazione del Capitale segue questa logica.
I bisogni (leggi, capacità d’acquisto per il consumo) sono importanti e preziosi, ma solo come stimoli per la produzione, fattori dello sviluppo. Se i proletari non mangiassero sarebbe una fortuna, ma si rallenterebbe lo smercio di derrate! Così oggi si scopre la genialità di Ford, che avrebbe avuto in mente di fare dei proletari gli acquirenti delle macchine, dilatando così il processo produttivo e la fruizione oltre la ristretta cerchia dei proprietari e dei borghesi.
Spostato il discorso dai prodromi della distribuzione e dai pelosi criteri di giustizia, il terreno della produzione capitalistica svela d’essere il vero dominio che permette di svelare i segreti del modo di produzione.
Il patto che il Leone, Re della giungla, impone davanti al bottino si
rivela come la mascheratura d’una impostura che si è consumata
sul terreno della produzione. Così, senza peli sulla lingua,
dovrà ammettere anzi vanterà la sua superiore forza, farà
pesare sul piatto della bilancia la sua necessità: senza di me non
c’è né produzione né torta né consumo. Senza
di me la morte!
IL COMUNISMO È UN DEMONE
«Poscia che il destino questa stirpe dissolse / demoni sacri, li si disse, della terra / benigni, tutori, custodi degli uomini mortali» (Esiodo, “Le Opere e i giorni”). Socrate commenta: «Per ciò che io penso, egli ha detto d’oro quella stirpe non perché fatta d’oro, ma perché buona e bella: e me ne fa fede il fatto che chiama noi stirpe di ferro» (Cratilo, Platone).
Il demone, memore e custode in qualche misura dell’età dell’oro, che nella metafora allude al comunismo selvaggio, che noi comunisti moderni non rinneghiamo, da cui anzi prendiamo le mosse per poter pensare e delineare il comunismo di specie come organizzazione compiuta dell’umanità, ci ricorda di strappare dal cuore l’anagrafe in cui ci ha collocato una società di classe quante altre mai fetida ed ostile ai proletari ed agli uomini in generale.
Questa provenienza e questa prefigurazione ci fa “intolleranti con i tolleranti”, proprio il contrario del decantato motto dei liberali borghesi, che si dipingono “umani” in quanto “tolleranti con i tolleranti” e “intolleranti con gli intolleranti” secondo la formula di Ludwig Von Mises: «il liberalismo proclama la tolleranza verso qualsiasi fede e qualsiasi concezione generale della realtà (...) fermamente convinti che su ogni altra cosa deve prevalere la sicurezza della pace sociale». La “pace sociale” capitalistica — ormai è confessato — poggia su miliardi d’uomini esclusi dalla borghese “pace sociale”, pace delle fosse, della fame e dello sterminio per sottosviluppo e sfruttamento.
Il comunismo non può dichiararsi tollerante verso questo tipo di pace sociale, ed in forma intransigente osteggia tutti gli apparati di forza e di coscienza che cospirano al mantenimento di questo insopportabile disordine.
Il demone che anima il comunismo ha buona memoria della società
non divisa in classi, custode non d’un lontano ricordo, ma d’un inevitabile
avvenire che è scritto in lettere di fuoco nel movimento della
Storia.
FASTI ITALICI
Capitolo esposto alla riunione generale a Torino dell’ottobre 1999.
La super sbornia elettorale del ’48
Nel dicembre 1947 PCI e PSI, in vista delle elezioni della primavera successiva, si erano accordati per la partecipazione su di una piattaforma unitaria e fondarono il “Fronte Democratico Popolare” che, per simbolo, aveva adottato la faccia barbuta di Garibaldi incorniciata dallo Stellone d’Italia. “Battaglia Comunista” del 7 aprile 1948 commentò nel modo seguente la scelta del simbolo socialcomunista: «I comunisti di Togliatti non osano più appellarsi alla lotta di classe e alla sua ideologia, ma hanno preferito appellarsi a Garibaldi, e giustamente. Garibaldi è l’avventuriero più romantico e politicamente più incostante del Risorgimento; è il repubblicano che consegna l’Italia alla più retriva e più spergiura delle monarchie, quella dei Savoia; è l’uomo del compromesso con Cavour e con le forze sociali e politiche i cui ideali e interessi si riannodano con l’antico regime. I comunisti di Garibaldi hanno bene il diritto di chiamar noi falsi comunisti, noi che siamo rimasti a Marx, a Lenin e alla Rivoluzione di Ottobre».
Alla manifestazione schedaiola prese parte, con i suoi simboli, il Partito Comunista Internazionalista: sulla valutazione di questa posizione torneremo in un prossimo rapporto. La federazione del PCI milanese affisse un manifesto in cui venivano riprodotti, l’uno accanto all’altro i simboli della falce e martello e quello di Garibaldi. Sotto la falce e martello era scritto: «Questo è il simbolo dei falsi comunisti», sotto la faccia di Garibaldi: «Questo è il simbolo sotto cui milita il PCI nel Fronte Democratico Popolare», cioè quello stesso simbolo che univa operai e borghesi, attori, scrittori, avvocati, Fausto Coppi, Corrado Alvaro, dipendenti della Pirelli e Pirelli Junior che, con qualche ragione, da Indro Montanelli venne definito “gaglioffo”. Anche il Comitato per la Tregua Elettorale (composto da liberali, qualunquisti, monarchici, repubblicani, democristiani, socialisti nenniani e saragattiani, nazional-comunisti, ecc.) si interessò alla partecipazione degli internazionalisti, e, con un manifesto apparso su “L’Unità” del 4 aprile deplorava «le indebite intromissioni e coercizioni morali sugli elettori, con richiamo a motivi e sentimenti estranei alla competizione elettorale». Purtroppo avevano ragione.
I programmi dei partiti del vasto arco democratico, tutti a sfondo nazionale
e nazionalista, erano identici e tutti si arrogavano il merito di avere
salvato la patria e di doverla salvare per il futuro.
– Il “blocchetto” n. 1, di destra, composto da Nitti, Giannini, Lucifero,
terminava il suo manifesto con le rituali parole d’ordine: «Pane,
pace, libertà» e l’ormai fatidico grido di «Viva l’Italia!»
– Il blocco n. 2, composto da Chiesa, governo, partito democristiano,
oltre alla salvezza delle anime, prometteva: «Pane, pace, libertà»
e terminava con l’inconfondibile grido di «Viva l’Italia!»
– Il blocco n. 3, composto da Togliatti, Nenni e circondari sparsi,
prometteva al popolo «Pane, pace, libertà» ed, in nome
di Garibaldi, gridava a squarciagola: «Viva l’Italia!».
«Il Fronte Democratico Popolare – scriveva “L’Unità” del 3 febbraio – lotta per le riforme già maturate nell’esperienza e postulate dalla Costituzione della repubblica italiana». Come piattaforma non c’era proprio male: non c’è borghese che, per principio, sia contro le riforme, specialmente quelle “maturate dall’esperienza”. “L’Unità” continuava: «il Fronte Democratico Popolare impone la difesa del lavoro (per rendersi conto di come il PCI volesse imporre la difesa del lavoro bastava dare un’occhiata alla “Voce di Napoli”, organo locale del PCI, del 2 marzo, in cui si leggeva che il partito stalinista si sarebbe fermamente opposto ai tutti i licenziamenti... «non necessari»! n.d.r.), la difesa di tutte le attività professionali e tecniche e intellettuali da cui il nostro paese può trarre il suo vero prestigio, la difesa della donna e della famiglia, il rispetto assoluto ai sentimenti e ai principi cristiani del popolo italiano, garanzia della pace religiosa affermata con l’avvento della repubblica, la difesa della produzione e della media e piccola proprietà, la difesa della grande tradizione italiana, splendida sempre, nella pace e nell’operosa amicizia con tutti i popoli, che nell’Italia riconoscono la terra dei geniali apporti alla civiltà». Mancava solo ricordare «i santi, i navigatori, i poeti». Mussolini non era morto invano!
Auspice Terracini, venne fondato il ricordato Comitato per la Tregua Elettorale che stabilì che la campagna sarebbe stata condotta con metodi da gentiluomini e, a garanzia della parola data, venne firmato un proclama nel quale, tra le altre stupidaggini, si leggeva che «la lotta elettorale deve essere “paragone” fra i programmi politici, competizione chiara tra i più capaci e i più adatti». Avevano inventato il darwinismo elettorale! Il manifesto continuava poi affermando che mai sarebbe dovuto accadere che «il più forte possa prevalere sul più debole, l’armato sul disarmato, il grande sul piccolo, il ricco sul povero». L’ex rivoluzionario Umberto Terracini era l’ideatore di questo buffonesco proclama ed in calce la sua firma si confondeva con quelle di borghesi ed avventurieri di ogni risma.
La nostra risposta fu: «lasciamo questi signori alla loro ipocrita, gesuitica, furbesca battaglia; noi (...) non abbiamo mai creduto, né preteso, né invocato, né sperato che la lotta elettorale fosse niente di diverso dalla società in cui si svolge, un’altra manifestazione della dittatura economica, sociale, politica di una classe sull’altra. E di fronte a questo manifesto di “onesti mercanti” ripetiamo ancora una volta e con più convinzione che mai: BUFFONI!» (“Battaglia Comunista”, 28 febbraio 1948).
I gesuitici buoni propositi espressi nei manifesti comuni non impedivano che la lotta elettorale esplodesse nelle forme più virulente, non fosse altro per il fatto che il popolo per essere ingannato esige le forme dello scontro, anche se solo verbale. Quindi, a questo esclusivo uso, in vista delle elezioni politiche si sviluppò una schermaglia elettorale sotto forme fino ad allora inedite e che sorpassarono ogni possibilità di immaginazione. In ogni località della penisola, ogni giorno, avevano luogo innumerevoli comizi.
Pietro Calamandrei descriveva in questi termini la campagna elettorale del 1948: «Tutto è ridotto a un’alternativa; ancora una volta, più che alla scelta dei suoi rappresentanti, il popolo italiano è chiamato a un plebiscito, che non comporta (o almeno così si dice) altro che due soluzioni: un si o un no (...) Quantunque figurino sui muri decine di liste e di partiti, la polemica elettorale non ha avuto carattere corale, e neanche di colloquio a molte voci. Si è ridotta ad una specie di contrasto amebèo tra due maschere di primo piano, De Gasperi e Togliatti. Dilemma centrale di tutte le discussioni: comunismo o anticomunismo. Tutte le altre alternative scritte sulle cantonate o gracidate dagli altoparlanti non sono state che formule mascherate del dilemma centrale. Nel campo costituzionale, scelta tra libertà e dittatura; nel campo spirituale, tra salvezza e dannazione; nel campo economico, tra pane e fame; nel campo internazionale, tra America e Russia, od anche tra guerra e pace (...) Il curioso è che da tutti e due i fronti si sono sentite uscire le stesse intimazioni: “la libertà e la pace sono da questa parte; chi vota contro di me è per la dittatura e per la guerra... “. E l’altro fronte rimandava indietro le stesse frasi, come un’eco. I cattolici sono riusciti a dare alla loro propaganda il carattere di una crociata religiosa: questa è stata indubbiamente una prima vittoria del fronte democristiano. Il dilemma tra comunismo e anticomunismo non solo è stato sussurrato dai confessionali, ma gridato dai pulpiti, come scelta perentoria tra inferno e paradiso. In tutta Italia ogni elettore ha ricevuto il suo volantino su cui era riportata la minaccia dei vescovi: “Gli elettori che danno il loro voto ai partiti che professano dottrine contrarie alla fede cattolica, commettono peccato mortale... “ L’assoluzione è stata spesso negata, ma più spesso contrattata (...) e lo Stato ha confessato la sua natura confessionale: processioni religiose sono state adoperate come mezzo di propaganda elettorale (ma anche il fronte del popolo ha fatto le sue sfilate di carri agricoli e industriali, e Scelba le sue parate di carri armati: mentre gli anticomunisti portavano in giro le madonne, i comunisti sbandieravano gli “intellettuali”). Anche il Pontefice ha preso parte attiva alla propaganda elettorale: per aver la gioia di passare un’ora serena a vedere “Bambi” di Disney, il pubblico ha dovuto ogni sera pagare il pedaggio di una mezz’ora di “attualità cinematografiche”, costituite da pellegrinaggi, miracoli, processioni, riviste passate dal vescovo castrense (vescovo che ha giurisdizione sui cappellani militari, n.d.r.) e alla fine il discorso pasquale tutto intero. Campagna elettorale in clima di vigilia di guerra: perfino nella terminologia e nelle ingiurie: “Fronte” (al maschile), “Avanguardisti”, “Staffette della libertà”. Anche il gesuita Padre Lombardi aveva raccolto le sue prediche sotto il titolo bellicoso di “squilli di mobilitazione”, senza parlare delle accuse di “traditori”, “agenti dello straniero”, “venduti”, oro americano, oro russo, dollari e rubli. E poi voci di mobilitazione non soltanto verbale: i partigiani di Longo, i partigiani di Cadorna, carichi d’armi che sbarcano, depositi d’armi che spuntano nei boschi come funghi. E intanto per le vie di campagna, pacifiche e ridenti nel sole d’aprile, sfilano con fragore i cortei dei carri armati della “celere” di Scelba: e i contadini dai campi si fermano appoggiati alle zappe per guardare e pensano senza sorridere che poco più di tre anni fa, in quelle stesse pianure, anche i carri armati tedeschi sfilavano così. Clima di terrore, artificiosamente coltivato da tutte e due le parti. In certe campagne nel Centro e nel Nord d’Italia, i “borghesi” vivono da settimane sotto il terrore del comunismo: dicono che alle Camere del lavoro hanno già spartito le terre, che geometri rossi sono andati in giro tra i contadini a scrivere i nomi sulle mappe. Anche le automobili sono già assegnate ai nuovi padroni (...) A chi gioverà la impostazione della lotta elettorale in questi termini di tensione guerresca? A giudicare da come le cose si son messe alla chiusura della campagna, c’è da credere che il terrore gioverà ai democristiani. La paura sarà l’argomento decisivo che spingerà sulle loro braccia la massa fluttuante degli incerti: se non lo faranno per salvare la religione, lo faranno per salvare il quieto vivere, e soprattutto il portafoglio» (“Il Ponte”, novembre-dicembre 1947).
La Democrazia Cristiana ebbe a beneficiare grandemente dello zelante intervento, ad ogni livello, della Chiesa cattolica. Il 28 marzo Pio XII avvisò i romani che «la grande ora della coscienza cristiana è suonata»; il cardinale Siri ed altri membri dell’episcopato ammonirono che era peccato mortale non votare o votare «per le liste ed i candidati che non danno sufficiente affidamento di rispettare i diritti di Dio, della Chiesa e degli uomini»; nelle chiese i parroci rivolsero prediche che erano spudorati appelli elettorali per la DC. Basti ricordare le processioni delle “Madonne Pellegrine”, le apparizioni della Madonna, le statue della Madonna che si muovevano, quelle che piangevano, i crocifissi che sanguinavano, a Napoli, il corpo di suor Giuseppina di Gesù Crocifisso, morta di cancrena, dopo 15 giorni era sempre intatto e non puzzava, i discorsi radiofonici del gesuita padre Lombardi, ribattezzato “microfono di Dio”. Per dare un appoggio ulteriore il presidente dell’Azione Cattolica, Luigi Gedda, fondò i “Comitati Civici”, gruppi di agitazione su scala locale allo scopo di coordinare l’attività anticomunista delle varie organizzazioni dell’Azione Cattolica o da questa influenzate il cui compito principale era quello di convincere i cattolici ad andare a votare in massa il giorno delle elezioni e di istruire i vecchi e gli analfabeti su cosa dovevano fare all’interno dei seggi. Questa vasta organizzazione capillare, che era stata costituita con specifica approvazione papale, affiancò, ed in diverse regioni addirittura diresse l’attività elettorale della democrazia cristiana, la cui organizzazione, rispetto all’Azione Cattolica, non aveva raggiunto una vera e propria autonomia. Cosa che farà negli anni successivi e dovendo superare non poche resistenze da parte del clero che si vedeva “tradito”.
La stessa Democrazia Cristiana impostò una campagna elettorale al tempo stesso virulenta ed efficace. I suoi manifesti mostravano mamme italiane che strappavano i loro figli dalle fauci dei lupi comunisti, serpenti che inducevano al “libero amore” per distruggere la famiglia italiana, uno Stalin gigantesco che calpestava il monumento al milite ignoto, un altro raffigurava un soldato che da dentro il reticolato di un campo di concentramento russo scongiurava la mamma perché votasse contro i suoi aguzzini. A queste paure immaginarie si aggiungevano richiami più concreti: «Coi discorsi di Togliatti non si condisce la pastasciutta. Perciò le persone intelligenti votano per De Gasperi che ha ottenuto gratis dall’America la farina per gli spaghetti ed anche il condimento». Sui muri di tutte le piazze e le vie d’Italia apparve un manifesto in cui era disegnato uno sfilatino di pane tagliato a metà con l’avvertenza che una delle due parti era fatto con grano americano. Da una parte c’era l’America che dava pane, dall’altra la Russia che non liberava i prigionieri di guerra.
La Democrazia Cristiana non volle in alcun modo apparire esclusivamente come il partito dei padroni. La presenza della corrente di Dossetti, che rappresentava la sinistra democristiana, rendeva possibile un appello diretto ai lavor