Partito Comunista Internazionale Indice - Numero precedente - Numero successivo
"Il Partito Comunista" n° 298 - maggio-giugno 2003 - [.pdf]
PAGINA 1 Primo Maggio - Contro la collaborazione fra le classi, Per una società senza classi.
Una Roadmap per l’Inferno.
Una generazione proletaria tradita.
Lo dicono loro...
PAGINA 2 Lavori alla riunione del partito - Genova, 23-24 maggio [RG86]: CORSO DELL’ECONOMIA - L’IMPERIALISMO NELLA REGIONE MEDIORIENTALE - ANTIMILITARISMO E MOVIMENTO OPERAIO IN ITALIA - DIRITTO E RIVOLUZIONE - STORIA E SVILUPPO DEL BRASILE - L’INTERMINABILE AGONIA DEL CAPITALE - ORIGINE DEI SINDACATI IN ITALIA - I GIOVANI MARX ED ENGELS, GLI OPERAI, LE LOTTE, I SINDACATI.
PAGINA 3 ALGERIA, IERI E OGGI: 9. LO STALINISMO ALL’ALGERINA OVVERO LA DITTATURA ANTIPROLETARIA (1962-’78). <>B. 1965̽1978: L’ERA BOUMEDIENE - La dittatura militare - Il capitalismo di Stato e l’economia fondata sulla rendita petrolifera. 10. CAPITALISMO A VISO SCOPERTO - Degrado economico e sociale (1978-1988).
PAGINA 4 I sindacati impongono il contratto ai ferrovieri: lavorare di più e meno paga ai nuovi assunti.
– Aumenta lo sfruttamento nel le Poste inglesi.
– Ricorrente arcadia - Lo zoo-business delle epidemie.






PAGINA 1


PRIMO MAGGIO 2003
CONTRO LA COLLABORAZIONE FRA LE CLASSI
PER UNA SOCIETÀ SENZA CLASSI

Se la fine del secolo appena trascorso ha visto il crollo di uno dei pilastri dell’Imperialismo mondiale che era l’URSS, il nuovo secolo marcia con l’annuncio del declino irreversibile dell’altro è più imponente pilastro imperialista, gli USA.
Al "Nuovo Ordine Mondiale" in pochi anni è subentrato il "Disordine Mondiale". Il tanto decantato "migliore dei mondi possibili" in quest’ultimo decennio ci ha già regalato ben quattro guerre: del Golfo n°1, dei Balcani, in Afganistan e ultima ancora in corso, del Golfo n°2.
Ma non è solo sul piano militare che si manifesta l’irreversibile instabilità del sistema capitalistico: è più che emblematica la crisi che ha investito l’America Latina (Argentina, Brasile, Venezuela) che va ad aggiungersi alle gravi crisi economiche del Sud Est Asiatico (Corea, Singapore, Taiwan e soprattutto Giappone). Le crisi economiche tendono ad assumere carattere cronico, investendo oramai l’intero pianeta, comprese le rocche forti del sistema capitalistico: Europa Occidentale e soprattutto Stati Uniti. Oggi l’economia americana conta poco più di un quinto del prodotto mondiale, il Dollaro ha già perso contro l’Euro circa il 30%, per non parlare dell’enorme debito pubblico.
Tutto ciò sarà foriero di due effetti: da un lato lo scontro interimperialistico diverrà sempre più acuto, con le sue "guerre umanitarie" o "guerre preventive" sempre più frequenti al fine di impedire l’emergere di una potenza antagonista in Asia e in Europa. Dall’altro lato masse sempre più vaste di proletari saranno spinti a lottare per difendere la propria sopravvivenza fisica.
Ma ancora la risposta del proletariato a questi durissimi attacchi è totalmente inconsistente, immerso in un torpore prodotto dall’oppio dalla controrivoluzione. In una paralisi indotta da una serie di "garanzie" ha buon gioco il ruolo nefasto dell’opportunismo politico e sindacale con la sua retorica democratica, il pacifismo guerrafondaio, l’antifascismo, la difesa degli interessi generali, spingendo il proletariato in un abbraccio contro natura col suo nemico storico, la borghesia.
A maggior ragione dunque, mentre la parola sta per tornare alle armi per ristabilire un "ordine" adeguato ai mutati rapporti di forza, è urgente sottrarsi a questo abbraccio mortale ribadendo alcune necessità di classe di fronte alla guerra borghese:
1) Rifiuto di ogni solidarietà alla classe dominante mondiale, e dunque e in primo luogo alla propria borghesia in tutte le sue manifestazioni;
2) Rifiuto di schierarsi a favore di uno qualunque dei fronti in guerra o di appoggiare il pacifismo interclassista di questo o quel paese;
3) Lotta e riorganizzazione della classe, sul piano politico del suo partito comunista e sul piano della sua difesa sindacala immediata.
La potenza oggettiva e impersonale del Comunismo, nuova forma di produzione che è matura e preme nel ventre dell’economia capitalista, torna a presentarsi come drammatico aut-aut storico: o guerra o rivoluzione. L’alternativa che il secolo passato pose nel 1914 al proletariato mondiale, va riproponendosi di nuovo oggi.
Far pendere la gigantesca bilancia dalla parte della classe operaia e della rivoluzione è il compito delle giovani generazioni proletarie. È compito arduo, cui non basta la volontà di singoli o di piccoli gruppi, ma chiede che il proletariato ritorni alle sue tradizioni di classe, esterna ed opposta alla società borghese. Richiede il suo organo partitico, in grado di guidare i sindacati e indirizzare la lotta operaia, facendola uscire dai vicoli ciechi puramente rivendicativi, collegandola oltre i limiti fisici della fabbrica, della categoria della nazione. Allora solo, su questa strada il dilemma storico sarà sciolto positivamente, dando vita alla futura società senza classi, al comunismo, unico sistema sociale finalmente di specie.
Rafforzare il partito comunista rivoluzionario, questo è il compito di oggi, fuori da ogni illusione elettoralistica, movimentista, gradualista.

OGGI COME IERI, GUERRA ALLA GUERRA!
IL NEMICO È NEL NOSTRO PAESE!
PROLETARI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI!








Una Roadmap per l’Inferno

Il 30 aprile scorso è stato ufficialmente consegnato al primo ministro israeliano Ariel Sharon dall’ambasciatore degli Stati Uniti a Tell Aviv un nuovo piano di pace, elaborato stavolta da Stati Uniti, ONU, Russia e Unione Europea (strana alleanza di questi tempi!), mentre l’inviato dell’ONU Terije Larsen lo consegnava al nuovo primo Ministro palestinese Mahmud Abbas.
Quest’ultimo, gradito agli occidentali, sarebbe nei loro confronti “più cedevole” di Arafat, affermazione questa davvero difficile a comprendere, dopo che il vecchio satrapo, benché “terrorista”, aveva ceduto già tutto quello che poteva cedere della “causa palestinese” pur di mantenere se stesso e la sua camarilla ben seduti sulla cassa dei denari. Non a caso la “mappa stradale” è precisa solo per quanto riguarda i soldi, con la confluenza di tutte le “donazioni” in un Single Treasury Account presso un nuovo Ministero palestinese delle Finanza con funzionari... da nominare.
Il piano viene presentato come un meditato, equo e saggio compromesso tra le parti, ma in effetti è vuoto di qualsivoglia contenuto. Nella sua stesura confusa prospetta solo un modesto allentamento della morsa dell’occupazione militare, che certo comincia a farsi necessaria anche per motivi interni allo Stato e alla società israeliana, specie se compensata con un ridimensionamento, che evidentemente si vuole temporaneo, del “terrorismo”.
Scorriamolo, sconnesso com’è.
Nella Fase I la “comunità internazionale” auspica un rafforzato controllo della polizia palestinese sui palestinesi. Solo «con il consolidamento della riorganizzazione completa dei servizi di sicurezza [palestinesi], le Forze di difesa israeliane si ritireranno progressivamente dalle aree occupate dopo il 28 settembre del 2000». Quanto “progressivamente” e quanto “consolidato” l’autorevole documento non lo dice.
«Il Governo di Israele riaprirà la Camera di Commercio palestinese e altre istituzioni palestinesi da tempo chiuse nella parte Est di Gerusalemme a seguito dell’impegno di queste istituzioni di attenersi strettamente ad accordi precedenti firmati fra le parti». Ma non è scritto a quali “istruzioni” quelle istituzioni palestinesi si dovranno “attenere strettamente”.
Si prevede che «Israele prenderà misure per (...) migliorare le condizioni umanitarie, togliendo il coprifuoco e facilitando il movimento di persone e beni», ma senza precisare cosa s’intenda per “migliorare”.
Unica affermazione che sembra categorica è che «il Governo israeliano smantellerà immediatamente gli insediamenti successivi al marzo 2001 (...) il Governo israeliano congelerà tutte le attività di insediamento, compresa la crescita naturale degli insediamenti». Anche perché su quelle sassaie c’è ormai poco più da insediare.
Nella Fase II, detta di “Transizione”, «gli sforzi saranno focalizzati sulle opzioni per la creazione di uno Stato palestinese indipendente con confini provvisori». A rigor di termini uno Stato con “confini provvisori” non è uno Stato; per di più considerando “quei confini” di quello “Stato”. Purtuttavia «il passaggio alla Fase II sarà basata sul giudizio concorde del Quartetto circa la realizzazione delle condizioni adeguate per passare alla fase successiva», come dire che dipenderà dall’umore e dagli appetiti egoistici della diplomazia imperialista.
Su drammatici contenziosi, centrali e mai risolti, si ha il cinismo di scrivere queste sole parole: «Si ripristineranno gli impegni multilaterali su questioni quali le risorse idriche della regione, l’ambiente, lo sviluppo economico, i rifugiati, e il controllo delle armi».
Infine sulla questione delle questioni, la terra, ci si limita ad auspicare: «attuazione degli accordi precedenti per migliorare la contiguità territoriale comprese ulteriori azioni sugli insediamenti, in connessione con l’istituzione di uno Stato palestinese con frontiere provvisorie». Come vorranno “migliorare” la continuità territoriale di una Stato “a macchia di leopardo” non si dilungano. Però se ne parlerà in una «Conferenza internazionale». È quindi ovvio che uno Stato palestinese, vero, in realtà, non ci sarà mai.
Nella Fase III, detta “Accordo per uno Stato permanente e fine del conflitto Israelo-palestinese, 2004-2005”, è prevista una Seconda Conferenza internazionale, convocata dal Quartetto (si auto-definiscono così) «che porti a una risoluzione finale e permanente nel 2005, che comprenda i confini, lo status di Gerusalemme, i profughi, gli insediamenti e per sostenere i progressi verso un accordo complessivo per il Medio oriente fra Israele e Libano e tra Israele e Siria da raggiungere quanto prima possibile». Si parla di «porre fine all’occupazione iniziata nel 1967» e di «una soluzione concordata, giusta, equa e realistica per il problema dei profughi e una risoluzione negoziata dello status della città di Gerusalemme che tenga conto degli interessi politici e religiosi di entrambe le parti, e protegga gli interessi religiosi di ebrei, cristiani e musulmani a livello mondiale». Si tace sulla liberazione delle migliaia di prigionieri politici.
Tutto qui.
Nel frattempo continuano le incursioni indiscriminate di mezzi corazzati israeliani e gli attentati suicidi. Questi, che evidentemente non sono azioni individuali, a seguito, e sembra ad accettazione, della Road Map, da contro i civili sono stati dirottati verso i soldati.
Il numero dei morti palestinesi, in questa seconda intifada, sale a 2.290, quello degli israeliani a 763; tremila proletari morti per il cinico lavoro dell’imperialismo. Nei dieci anni tra il 1993 e il 2002 la popolazione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania è raddoppiata, passando da 100.000 a 198.999 unità; gli insediamenti coprono ormai il 42% della superficie della Cisgiordania.
Intanto Israele si dibatte in questo momento in una crisi gravissima. La sua crescita, del +6% nel 2000, attualmente è negativa: -0,9% nel 2001 e -1% nel 2002. Ha perduto quasi la metà degli investimenti diretti esteri: 11 miliardi di dollari nel 2000, 6 miliardi nel 2002. Il suo debito estero è passato dal 35% del prodotto interno lordo nel 2000 al 40% attuale. Il debito pubblico, è aumentato dal 93% del Pil a fine 2000 al 105% a fine 2002. Il tasso di disoccupazione supera l’11%, riparte l’inflazione (zero nel 2000, 7% nel 2002), con oltre il 20% degli israeliani e il 30% dei bambini che vivono al di sotto della soglia di povertà. Percentuali “arabe”?
Insomma è chiaro come gli imperialismi, rinfocolati nelle rivalità in questo “dopo-Iraq”, sono in condizioni di ricattare tutti nella regione e intendano allungare le mani, ben più forti delle borghesie e dei vari Staterelli-servi, i cui popoli hanno fatto dissanguare per decenni nella piccola gabbietta di Palestina.
La Road Map non è quindi uno sforzo per la soluzione del conflitto ma un cinico arnese per farlo continuare.
Quel focolaio di guerra permanente conviene a tutti gli imperialismi, crocevia di troppi traffici, di banchieri, di mercanti e di eserciti. Il “terrorismo” è strumento di governo perfetto, non ci si sporca le mani e con esso si volge a piacimento qualsiasi “opinione pubblica”. Come già molti si stanno accorgendo, nei piani dell’imperialismo è di fare della Palestina il Mondo. Starà al proletariato dei grandi paesi dell’Ovest e dell’Est, del Nord e del Sud non farsi ridurre ad “israeliani” e “palestinesi”, ma internazionale classe operaia schierata contro tutti i governi del Capitale.






Una generazione proletaria tradita

Anche quest’anno i sindacati del regime borghese hanno festeggiato il Primo Maggio, cosiddetta “Festa dei Lavoratori”, ma con rituali, e contenuti, che non hanno nulla a che fare con i bisogni, i sentimenti e le speranze di chi davvero lavora. Il solito ben propagandato “mega-concerto” in piazza San Giovanni a Roma, organizzato dalla Triplice, è ormai l’unico strumento che i confederali hanno per attirare i “giovani”. Ma non i giovani lavoratori, visto che, quando tali li lasciano in completa balia del padronato. Quando i giovani faticosamente riescono a trovare un’occupazione si trovano isolati dai compagni più anziani e costretti a subire ogni sopruso e ricatto legalizzato.
Non sono forse stati i confederali a rivendicare la “flessibilità”, a proporre, propagandare e accettare, come se fossero state delle “conquiste”, i contratti a termine, i contratti Co.Co.Co, ecc.?
Questa la situazione dei lavoratori sotto i 35 anni (un tempo età sinonimo di raggiunta stabilità economica e previdenziale): l’80 per cento dei giovani proletari guadagna meno di 1.000 euro mensili lavorando settimanalmente più di 40 ore; le ore aggiuntive sono retribuite fuori busta, ma di solito nemmeno contate né pagate. E questi sono i “ragazzi” fortunati in quanto ormai la quasi totalità dei nuovi avviamenti al lavoro sono contratti a tempo parziale o a tempo determinato.
Chi entra per la prima volta in fabbrica, specie se l’azienda è di piccole dimensioni, non viene informato sulle misure e precauzioni e, benché inesperto di tutto, viene avviato alle lavorazioni più pericolose: il risultato è che i giovani, mandati al macello come in guerra, sono vittime di un terzo del circa 1 milione di infortuni annui sul lavoro.
Inoltre i giovani, inseriti nelle qualifiche più basse, sono i più indifesi nei confronti delle persecuzioni padronali, specie quando partecipano agli scioperi. Essendo lavoratori prevalentemente “atipici” il rischio di licenziamento è inevitabile e inappellabile in quanto si presenta come mancato rinnovo del contratto o mancata regolarizzazione. Per essi la modifica, mitologica e su cui si fa gran frastuono, dell’articolo 18 non apporterebbe nessun vantaggio.
La classe operaia sta pagando ben duramente la divisione di trattamento, imposta dai sindacati di regime, fra i giovani ed gli anziani “garantiti”. Si sono costrette le vecchie generazioni operaie, accecate dal mito del “Progresso” borghese diffuso dai partiti dei destra e di sinistra e dai sindacati, ad abbandonare e tradire i giovani, consegnati indifesi al supersfruttamento padronale. Ed è facile oggi per i borghesi opporre e mettere in concorrenza le basse paghe dei giovani e il loro gravi carichi di lavoro con le condizioni dei vecchi, che saranno presto anch’essi rovinati e con pensioni da fame.
I giovani proletari hanno solo da perdere le loro catene, ritrovando la strada della lotta che altri hanno abbandonato e smarrito. Le loro catene le potranno perdere però solo quando si saranno ridati un vero sindacato di classe, quello del quale i più anziani sono stati privati, un sindacato territoriale, organizzato fuori dai posti di lavoro, che li tragga dall’isolamento nel quale sono stati precipitati, che tutti li affratelli contro l’insieme dei padroni grandi e piccoli, contro la classe dei padroni.
Queste risorte energie proletarie, votate ad un duro impegno e alla dura lotta di classe, saluteranno con sonora pernacchia i variopinti e ipocriti pifferai assoldati della Triplice e dallo Stato dei padroni per far scordar un giorno la miseria ai proletari e sopportarla tutti gli altri.







Lo dicono loro…

«L’economia mondiale sta viaggiando sul filo del rasoio. Basta un niente per farla precipitare nella parte buia. E questo, secondo alcuni sarebbe già avvenuto o potrebbe avvenire nel giro di pochissimo tempo». A scrivere queste parole non è un marxista, ma un tal Giuseppe Turani su “Affari e Finanza”.
Il Turani osserva fra gli economisti una specie di corsa planetaria a tagliare le stime di crescita dell’economia mondiale e che si fa strada una tesi: una volta concluso il conflitto iracheno si troveranno a dover fare i conti con un’economia che arranca e dei profitti che ristagnano.
La nostra scuola insegna che il capitalismo per la sua forsennata accumulazione non può fare altro che entrare in crisi di sovrapproduzione e che il suo corso naturale porta alla necessità della guerra per la distruzione delle merci e del capitale variabile eccedente per poter ripartire con un nuovo ciclo. La guerra di cui noi parliamo non è certo la guerra all’Iraq, ma una terza mondiale dove si scontreranno gli Stati con le economie più avanzate.
Il Turani riferendosi al precipitare dell’economia conclude: «Allacciate le cinture di sicurezza. E se ci credete, pregate un po’». Agli economisti borghesi altro non rimane che pregare e sperare, visto che ormai non hanno più alcuna ricetta per far quadrare i conti. Noi al contrario con la "fede" del materialismo storico concludiamo: proletari di tutto il mondo unitevi per la rivoluzione comunista. Nel modo di produzione comunistico non ci sarà accumulazione di capitale e non ci saranno più merci, cause di crisi e di guerre.







PAGINA 2


Lavori alla riunione del partito
Genova, 23-24 maggio 2003 [RG86]


CORSO DELL’ECONOMIA
L’IMPERIALISMO NELLA REGIONE MEDIORIENTALE - [Resoconto esteso]
ANTIMILITARISMO E MOVIMENTO OPERAIO IN ITALIA - [Resoconto esteso]
DIRITTO E RIVOLUZIONE - [Resoconto esteso]
STORIA E SVILUPPO DEL BRASILE - [Resoconto esteso]
L’INTERMINABILE AGONIA DEL CAPITALE - [Resoconto esteso]
ORIGINE DEI SINDACATI IN ITALIA - [Resoconto esteso]
I GIOVANI MARX ED ENGELS, GLI OPERAI, LE LOTTE, I SINDACATI - [Resoconto esteso]

La riunione generale del partito si è tenuta a Genova gli scorsi 23 e 24 maggio con l’affluenza di ampia rappresentanza di quasi tutti i nostri gruppi. Abbiamo proseguito il nostro poco risonante metodico lavoro di ricerca marxista e di presentazione alla classe operaia dei suoi risultati e delle sue prospettive, ben consapevoli della difficoltà e della lunghezza del cammino, per abbreviare il quale non confidiamo in nessun particolare espediente di volontà o di propaganda. Il partito è una condizione della rivoluzione, non un grimaldello per anticiparla.
I numerosi rapporti, dei quali qui diamo breve sintesi e che saranno pubblicati per intero nei prossimi numeri di “Comunismo”, hanno la modestia di solo darsi all’arduo e difficile compito di coerentemente ripetere e ribadire, proseguendo il confronto fra il passato della nostra classe e del nostro partito e una quotidianità, in tutto prevista dal marxismo, tormentata e che ancora pone solo le condizioni materiali di una futuro tornare a dispiegarsi della lotta di classe sulle sue vere basi.

CORSO DELL’ECONOMIA

Il rapporto di aggiornamento statistico si è avvalso, come e più del solito, di grandi grafici facilmente apprezzabili da tutti i presenti. Sono stati mostrati, nell’ordine dell’esposizione, le seguenti tavole.
Serie storiche della Produzione industriale, con inizio dalla prima guerra mondiale, della Produzione industriale di Gran Bretagna, Stati Uniti, Germania, Francia, Giappone, Italia. Da questi si è messo in evidenza, al di sotto della tendenza generale al rallentamento della crescita relativa del capitalismo, un alternarsi di grandi cicli. Evidentissimi sono gli intervalli decennali del ciclo industriale, già ben individuato e descritto da Marx nell’economia inglese dell’800. Al di sopra di questi si evidenzia l’insorgere di contemporanee generali “depressioni”, serie di anni che, nella loro media, marcano un rallentamento più accentuato della curva: notevoli quella del primo interguerra e quello segnato dalle ripetute recessioni dal 1970 al 1982.
Sempre per le serie storiche si erano predisposti dei nuovi diagrammi relativi a paesi di recente industrializzazione ma che già vengono ad imporsi sul teatro mondiale: queste prime serie, relative a solo questo secondo dopoguerra, ovviamente, riguardavano l’India, la Corea del Sud e il Brasile. Qui gli indici della crescita sono molto più sostenuti e a volte altissimi, all’esordio della locale rivoluzione industriale. Per l’India la curve “media” è già ben sincronizzata con quelle dei vecchi capitalismi; Brasile e Corea mostrano ancora “irrequietezze” giovanili.
Quindi si sono illustrati gli “ingrandimenti” delle stesse serie di dati mensili degli ultimi due anni, descriventi la debolezza della recente contingenza nei medesimi paesi.
Infine il rapporto si è focalizzato sulla crisi del capitale in corso negli Stati Uniti. Si è mostrato: andamento della Disoccupazione (dal 1970), attualmente nelle misure d’ufficio al 6%, non altissima per quel ricco, quindi poverissimo, paese; Inflazione/Deflazione dei prezzi (dal 1914), con andamento medio difforme: deflazione negli anni ’20, inflazione negli anni ’70, tendenza, forse, alla deflazione recente; Debito estero, curva davvero impressionante che, partendo da zero nel 1970, s’impenna in particolare dal 1995, tocca i 1300 miliardi di dollari (correnti) nel 1998 e 1999, cala a 1000 nel 2001, risale a 1200 oggi.

L’IMPERIALISMO NELLA REGIONE MEDIORIENTALE

La guerra appena finita contro l’Iraq, conclusasi con l’occupazione militare del paese da parte della coalizione angloamericana, non è che l’ultimo episodio in ordine di tempo dell’ormai secolare scontro tra le potenze imperialiste per il controllo di una regione importante sia per la posizione geografica sia per le risorse naturali.
La maledizione dell’oro nero ha pesato sul destino di quelle popolazioni, nel secolo trascorso, come quella dell’oro giallo pesò nel XVI secolo sulle civiltà indigene dell’america latina.
Ma la lotta per il petrolio, nonostante il tanto parlare che si fa sulle fonti energetiche “alternative”, ha aperto anche questo secolo, su cui grava la minaccia di un nuovo scontro generale interimperialistico.
Il nostro lavoro ha ricostruito la storia del Medio Oriente risalendo alla prima guerra mondiale, ossia al primo scontro generale tra blocchi di Stati per il controllo del pianeta.
All’inizio del secolo, dalla divisione delle spoglie del “grande malato”, l’Impero turco, fra le influenze dei grandi Stati Europei, hanno avuto origine gli attuali Stati della Turchia, del Libano, della Siria, della Giordania, della Palestina, dell’Iraq, dell’Arabia Saudita, tutti Stati creati “a tavolino” sulla base di trattative diplomatiche tra imperialisti che non tennero in alcun conto la distribuzione delle diverse popolazioni su quei territori, ponendo le basi, come nei Balcani, per gli scontri e le guerre future.
Il secondo scontro mondiale interimperialista diede origine ad un nuovo cambiamento radicale dei rapporti di forza nell’area che, nel giro di pochi anni, passò dal controllo sostanziale degli anglo-francesi a quello degli Stati Uniti e vide, alla fine della guerra, la nascita dello Stato d’Israele.
La seconda metà del secolo ha visto la ripresa e la ingloriosa fine del movimento nazionalista arabo, che già durante la prima guerra mondiale aveva dato qualche filo da torcere ai piani degli imperialisti.
Gli ultimi decenni infine sono segnati dall’interminabile conflitto israelo-palestinese, una ferita sanguinante, tenuta aperta per imporre ai proletari uno stato di guerra permanente.
Altro fronte è stato quello della guerra tra Iraq e Iran che negli anni Ottanta dissanguò il giovane proletariato dei due paesi in un massacro interminabile favorito dagli Stati imperialisti, tutti d’accordo a fiaccare le due emergenti potenze regionali.
L’incancrenita questione nazionale curda è un’altra arma usata dal capitale per impedire il sorgere della solidarietà di classe tra il proletariato turco e il numeroso proletariato curdo spinto nel cul di sacco della rivendicazione di un proprio Stato.
Allo stesso scopo sono fomentate le divisioni religiose, con grosso impiego di quattrini sonanti, per dividere i proletari, per sviarne la rabbia contro condizioni di vita inaccettabili, per giustificarne lo sfruttamento bestiale, per mobilitarli in guerre feroci al servizio dell’uno o dell’altro schieramento imperialista.
“Né con Bush né con Saddam” hanno gridato i proletari iracheni in faccia ai soldati americani che la propaganda occidentale voleva presentare come “liberatori”. Qualcuno ha compreso dunque lo sporco gioco di Washington e dei suoi alleati, convergente in quello dei Saddam e dei suoi protettori. L’islamismo “terrorista” o “moderato” è da tutti tenuto sù per ritardare il naturale ed inevitabile futuro schierarsi di classe del proletariato mediorientale.

ANTIMILITARISMO E MOVIMENTO OPERAIO IN ITALIA

Il rapporto sull’antimilitarismo, proseguendo la trattazione svolta nel corso della precedente riunione generale, ha coperto il periodo che va dalle prime guerre coloniali italiane all’impresa libica, preludio della prima carneficina internazionale.
Il Partito Socialista fin dal suo sorgere aveva dovuto prendere posizione nei confronti del problema militarista, ma la sua opposizione non sempre era caratterizzata da posizioni di classe. Il più delle volte, da parte dei dirigenti socialisti, si vedeva il militarismo come un residuo della vecchia società feudale, una macchina repressiva che gravava sulle spalle delle classi lavoratrici, ma anche un peso economico per la stessa borghesia, che ne ostacolava lo sviluppo industriale. Da tali premesse veniva prospettata l’alleanza delle organizzazioni operaie con i settori più illuminati della borghesia nella battaglia contro gli eserciti permanenti e la guerra. Non mancavano però, nel partito, posizioni di classe, allora rappresentate da Filippo Turati che dichiarava che la propaganda per il disarmo portata avanti dai socialisti non avrebbe potuto e dovuto avere nulla di comune con quella dei movimenti democratici borghesi. Però quale che fosse il prevalere fra le due posizioni, un problema che il partito socialista mai si pose fu quello della penetrazione all’interno della struttura dell’esercito attraverso l’organizzazione dei proletari in divisa; ciò impedì che esempi gloriosi e spontanei di rivolte proletarie potessero avere una guida politica e determinassero un rafforzamento dell’organizzazione del partito e della coscienza di classe.
Dopo la disfatta di Adua del 1896, ad esempio, la rivolta popolare scoppiata da un capo all’altro d’Italia sfiorò l’insurrezione vera e propria, ma il partito socialista ne restò del tutto estraneo, incapace di dare al proletariato una qualsiasi guida od un semplice indirizzo alle manifestazioni istintive. Le masse popolari scendevano nelle strade e confluivano nelle piazze al grido di “Viva Menelik” ed “Abbasso Crispi”, mentre il presidente del consiglio veniva bruciato in effigie scontri con la polizia si susseguivano ovunque ed i prefetti non trovavano niente di meglio da fare che barricarsi all’interno dei loro palazzi presi d’assalto dalla folla. Una descrizione della tensione sociale ed allo stesso tempo della incapacità del partito socialista di prendere la direzione delle masse ci è data da Turati che su Critica Sociale scriveva: «Non è chi non abbia sentito, per una buona settimana, un vento schietto di rivoluzione soffiare sul paese: Basterebbero gli ammutinamenti nelle caserme non osati punire in quei giorni, e le diserzioni a drappelli dei nuovi chiamati, e le proteste nei municipi e le grandi manifestazioni del popolo fraternizzante coi militi e questi con lui; basterebbero questi fatti a dire sulla polarizzazione degli animi (...) non manca se non chi sappia imprimergli direzione rapida e precisa per vedere instaurato un governo provvisorio e repubblicano».
Agli inizi del nuovo secolo, grazie soprattutto ai sindacalisti rivoluzionari, si diffuse in Italia quella dottrina antimilitarista ed antipatriottarda che in Francia veniva predicata da Gustave Hervé. A seguito di ciò si formarono vari gruppi antimilitaristi con ispirazione classista che si adoperavano affinché la caserma divenisse luogo di proselitismo socialista. Il rivoluzionario non sarebbe più stato colui che si rifiutava di indossare i panni del soldato, ma colui che entrava nella caserma con la ferma risoluzione di comportarsi da soldato del socialismo. Ma anche gli antimilitaristi di tendenza rivoluzionaria non erano esenti da deviazioni dovute ad aspettative troppo ottimistiche quale quella che, dalla premessa che gli eserciti avessero una funzione essenzialmente antiproletaria e repressiva, arrivava a sostenere che le guerra fra nazioni capitalistiche fosse solo un pretesto per giustificare la corsa al riarmo, perché l’internazionalizzazione del Capitale (la globalizzazione, diremmo oggi) aveva di fatto reso impossibile la guerra fra Stati capitalistici.
Di passaggio è stato fatto cenno anche alle organizzazioni pacifiste borghesi ed al loro capo carismatico, Ernesto Teodoro Moneta, premio Nobel per la pace nel 1907, che nel 1911/12 aderì con tutto il suo trasporto alla guerra di Libia e, nel 1914/15, con pari ardore alla Prima Guerra mondiale.
D’altro canto non da meno furono i dirigenti del sindacalismo rivoluzionario che, in occasione della guerra italo-turca, passarono, pressoché al completo, da un millantato antimilitarismo rivoluzionario ad un altro non meno millantato militarismo rivoluzionario fornendo alla borghesia quella giustificazione teorica che essa non ne avrebbe saputo dare. Nazionalisti e sindacalisti rivoluzionari scoprirono di avere sempre avuto unità di intenti. A quell’epoca Mussolini si trovava saldamente sul terreno rivoluzionario di classe, ma quando passò dall’altra parte della barricata la piattaforma teorica del fascismo gli era stata già preparata.
Ad un così sbracato tradimento non arrivarono mai i rappresentanti del vecchio riformismo socialista, tuttavia, forse in maniera più subdola, tramite la Direzione del PSI, il gruppo parlamentare e la CGL circoscrissero il movimento di rivolta proletario in modo tale da renderlo completamente impotente tanto che il presidente del consiglio Giolitti poteva informare il re che da parte dei partiti tradizionalmente avversi alla dinastia ed all’ordinamento sociale costituito, il repubblicano ed il socialista, nessuna azione di disturbo sarebbe stata arrecata, mentre tutte le loro iniziative sarebbero state volte a contenere ed attenuare il malcontento proletario e popolare.

DIRITTO E RIVOLUZIONE

Il rapporto, in polemica con teorici contemporanei del diritto ed “esperti” del cosidetto “diritto sovietico”, recuperava alcune testimonianze della normativa emanata dal governo rivoluzionario comunista in Russia, raffrontata con legislazione del successivo periodo staliniano. In questa degenerata fase, che dalla nostra comunista retrocedeva politicamente a rivoluzione borghese, venne a formarsi e ad imporsi, oltre che un corposo sistema di leggi e di codici, una peculiare “filosofia del diritto”, che è propria dello stalinismo non in quanto post-capitalista ma per gli stessi motivi e determinanti storiche che anche nell’occidente hanno prodotto diverse concezioni del diritto, dal quello di impianto romano a quello anglosassone, per esembio, benché tutti pienamente e pacificamente borghesi.
Ciò non toglie che lo Stato comunista rivoluzionario, per quanto effimero e destinato ad “estinguersi”, non possa non bardarsi, fra l’altro, di un apparato di norme dittatoriali. Queste non prenderanno, nè presero nella Russia comunista, una sistemazione perenne, organica e completa, ma, finché ce ne sarà bisogno a rintuzzare i controrivoluzionari, assumeranno l’aspetto di provvedimenti dispotici, di decreti rivoluzionari, che trovano la loro ragione non nella pretesa di modellare il mondo degli uomini secondo un progetto da imporre loro con codici e tribunali, ma come provvedimenti di emergenza finalizzati solo alla difesa della Rivoluizione.
Rispose splendidamente un bolscevico alle rimostranze di un attonito borghese: nostro scopo non è la Giustizia, il problema è un altro.

STORIA E SVILUPPO DEL BRASILE

Il rapporto si è articolato nelle seguenti parti.
1- Breve richiamo storico ove si descrive la spinta del capitale mercantile del 15° secolo alla ricerca di rotte commerciali verso l’0riente, vuoi circumnavigando l’Africa, vuoi per l’Ovest.
2- Gli accordi per la spartizione delle Americhe tra Spagna e Portogallo, con l’interessata mediazione del papato.
3- Basi economiche: il Brasile per secoli fu una potenza agroalimentare e di prima trasformazione, basata sul lavoro degli schiavi e il grande latifondo. Si formano vaste aree a monocoltura contando sulla grande estensione di terre vergini e fertili.
4- Sviluppo demografico: tratta degli schiavi fino al 1850 e successiva immigrazione europea con la formazione di 3 gruppi razziali. Descrizione delle attuali cinque macroregioni economiche, con redditi molto diversi, espressi con tabelle numeriche.
5- La questione agraria, che evidenzia la forbice tra enormi latifondi, spesso incolti o abbandonati, e i piccolissimi appezzamenti individuali, è stata esposta mediante tabelle numeriche. Nascita del Movimento dei Senza Terra e lotte per le occupazioni-espropriazioni delle terre incolte.
6- Il piano Proalcol, ripreso dopo un clamoroso fallimento; ora, dopo gli accordi di Kyoto sul “commercio delle emissioni”, il Brasile si lancia in un gigantesco piano di produzione di combustibile per autovetture derivato dalla canna da zucchero mediante i finanziamenti della Germania che vuole penetrare il mercato indiano e cinese di questo tipo di autovetture.
Il lavoro proseguirà con la descrizione del rapido processo di industrializzazione che ha fatto del Brasile l’ottava potenza industriale; la formazione delle organizzazioni di classe e lo scontro fra capitale e lavoro.

L’INTERMINABILE AGONIA DEL CAPITALE

Abbiamo ritenuto interessante ed utile osservare, non certo in modo neutrale, l’interminabile agonia del modo di produzione capitalistico, che abbiamo preconizzato come inevitabile per quanto lungo sia il tempo necessario. Dalla visuale dell’Italiuzza, il paese dalle mille risorse, dai mille travestimenti, anello debole d’una catena che continua a tenere, ma sempre più slabbrata, stanca, destinata a sgranarsi.
Perché la scelta dell’Italia, visto che è non certo lo Stato per eccellenza, né la potenza da proporre come determinante? Innanzi tutto perché non è senza ragione che in questo paese si è salvata la tradizione della “Sinistra Comunista”, ed in questo paese si è ristabilito nel 1945 il Partito Comunista Internazionale, per la prima volta secondo un modulo che definiamo “organico”, senza congressi e confronto di frazioni, dittando esclusivamente il programma storico. L’altra ragione perché, se è vero che la moderna rivoluzione industriale ha avuto la sua culla nelle isole britanniche, è vero che moderne forme di capitalismo nascono in italia dai Comuni del Medioevo, e culminano nel Rinascimento italiano, allorché teoria politica dello Stato e mercatura segnarono la svolta che porta alla modernità, per ammissione unanime.
Se infatti dovessimo dire a quando data la forma di produzione capitalistica, come abbiamo fatto, dovremmo distinguere una fase “formale” da una “materiale”. Quella che stiamo vivendo e che consideriamo ultra matura, o anche putrescente, per il groviglio di contraddizioni che la contraddistingue a livello generale, con degradamento non solo della vita degli uomini, ma dello stesso ambiente naturale, spremuto, ridotto a sopportare non più tanto una forma di civilizzazione, ma di manomissione. Nel corso del lavoro intendiamo individuare le fasi e i tempi che segnano l’agonia del capitale, studiato da un angolo visuale di particolare interesse conoscitivo.

ORIGINE DEI SINDACATI IN ITALIA

Il rapporto è giunto ad illustrare i primi anni della FIOM, la federazione dei metallurgici, fondata nel 1901. Nei suoi primi anni ebbe scarso seguito fra gli operai e si dette una direzione nettamente riformista, secondo la formula “Il mercato del lavoro al sindacato, la gestione della fabbrica all’imprenditore”, tradeunionista ma non ancora cogestionaria.
Ma presto, dalla rivendicazione del monopolio della forza lavoro si passò a rivendicare quello della sua “formazione” e, infine, alla “responsabilità” del buon andamento della fabbrica. Il concetto era del sindacato come fornitore collettivo del lavoro, e, quindi, anche garante di ogni lavoratore e vigilante sul comportamento di ogni singolo operaio. In questa visione, che potremmo dire corporativa, il sindacato si arroga la funzione del collocamento, tutelando prezzo e qualità del lavoro. Coerente con il rivendicato monopolio del lavoro sono gli atteggiamenti coercitivi o di discriminazione nei confronti dei non organizzati.
Un ulteriore passo è quello da garante del lavoro a interessato alla disciplina industriale.
L’arrivo della Prima Guerra, mentre il proletariato veniva mandato al macello nelle trincee, vedeva il sindacato già attivo nella macchina amministrativa di supervisione della produzione di guerra. Buozzi, nuovo segretario della Fiom, nel 1917, segnando un ulteriore scivolare nel tradimento, si pronunciava per «un più sano industrialismo» che «corregga la scarsa coscienza industriale italiana». La Fiom, ancora contraria ad ogni forma di partecipazione operaia agli utili, si schierava per la partecipazione a tutte le commissioni consultive di Stato e per la cogestione dell’innovazione industriale.
Affermava ancora Buozzi: «Scioperi e serrate non possono impedire la piena e cordiale collaborazione nel campo tecnico» ed auspica «organismi atti a dirimere le inevitabili controversie».
Il cosiddetto “industrialismo operaio” è all’origine essenzialmente produttivismo puro, che non prefigura alcun “modello operaio” alternativo di gestione della fabbrica. «Nondimeno – scrive giustamente il Berta, uno storico del sindacato – sarebbe arbitrario negare i nessi di parentela tra il produttivismo sindacale e il produttivismo della successiva tradizione ordinovista e gramsciana: l’enfasi sulla funzione titanica delle forze produttive nella trasformazione della società, il richiamo alle inefficienze e ai ritardi dell’imprenditorialità italiana».

I GIOVANI MARX ED ENGELS, GLI OPERAI, LE LOTTE, I SINDACATI

Infine veniva esposta una sintesi di un più corposo studio sul primo appoggio dei nostri due grandi maestri, personalmente di provenienza intellettuale e borghese, alla condizione degli operai, allo studio delle loro lotte e delle organizzazioni difensive di cui si stavano attrezzando. Nella “evoluta”, ma anche incarognita e corrotta, situazione di oggi, val la pena di rinfrescarsi la memoria sui fondamenti della nostra dottrina sulla questione sindacale, come prima scaturì, e definitiva. La storia “biografica” di Carlo Marx e Federico Engels, così intrecciata e spesso coincidente con la storia del nostro partito, comprova come essi abbiano sempre considerato il fatto, essenziale e motore della storia, della effettiva lotta fra le classi da scientificamente studiare come un fenomeno naturale con la sua oggettività, forza, regolarità e necessità, e come subito abbiano ben impostato la basi della strategia comunista nei sindacati, ribadita poi in testi e tesi di congressi, che disegna il dialettico rapportarsi del moto spontaneo difensivo della classe con la coscienza completa ed offensiva del partito comunista.
Nella prima parte del rapporto abbiamo dato un breve riassunto del lavoro giovanile di Marx dai tempi della sua redazione alla Rheinische Zeitung all’esilio a Parigi, solo ricordando il suo sviluppo intellettuale di transizione dall’hegelismo radicale al materialismo comunista.
Fin da quei primi studi restano identificati alcuni principi che rimangono pietre miliari per l’atteggiamento del Partito nell’avvicinarsi alle organizzazioni dei lavoratori:
1. Il minimo possibile livello dei salari è quello necessario alla sopravvivenza del lavoratore come tale ed al più sufficiente a sostenere la sua famiglia ed impedire che la razza dei lavoratori perisca.
2. Offerta e domanda di lavoro, cioè la concorrenza fra i capitalisti alla ricerca di operai e fra gli operai alla ricerca di un capitalista, causano delle fluttuazioni intorno a questo livello medio.
3. L’illusione sindacalista di un forte aumento nelle paghe si potrebbe socialmente mantenere solo con l’esercizio permanente della forza operaia.
4. L’aumento dei salari si risolverebbe solo in un compenso migliore per degli schiavi, non significherebbe una diversa né migliore dipendenza del lavoratore dal capitale. L’eguaglianza delle paghe, rivendicata da Proudhon, solo trasformerebbe l’attuale rapportarsi dell’operaio con il suo lavoro nel rapporto di tutti gli uomini con il lavoro. La società sarebbe concepita come un capitalista in astratto.
Alle indagini di Marx si aggiungerà il grande contributo di Federico Engels, che si dedicherà anch’esso alla formulazione della materiale dialettica del sindacalismo operaio. Ancora nel 1892, in una nuova Introduzione al suo studio giovanile “Le Condizioni della classe operaia in Inghilterra”, il nostro modestissimo Federico dirà di considerare il libro «una delle fasi dello sviluppo embrionale del marxismo», ma, nel precisare la sua visione dei sindacati dopo l’esperienza di mezzo secolo, è costretto a tirar fuori quello che aveva scritto nel 1844: che la lotta sindacale, isolata dalla battaglia contro il capitalismo, è condannata al fallimento. Questo punto di vista chiave, ribadito così insistentemente nel suo vecchio libro, da allora ci serve a irrevocabile smentita di tutte le sempre rinnovate teorie che cercano di mantenere e giustificare la separazione della classe operaia, organizzata in sindacati, dal suo partito politico di classe.
Abbiamo riassunto così i più importanti punti conclusivi nel testo:
1. Senza la pressione concentrata e collettiva dei lavoratori organizzati in sindacati i capitalisti, per effetto della concorrenza fra loro, schiaccerebbero i salari ad un livello minimo;
2. I sindacati hanno un potere effettivo riguardo ad ambiti temporanei e delimitati e in condizioni ad essi favorevoli del mercato del lavoro;
3. I sindacati sono impotenti contro le grandi forze economiche che influiscono sull’offerta e sulla domanda di lavoro;
4. I sindacati hanno la tendenza a rimanere isolati all’interno dei rispettivi settori; riescono a concentrarsi solo in tempi di generale eccitazione operaia;
5. I sindacati sono la scuola di guerra degli operai nei quali, senza esserne coscienti, si inquadrano e si preparano per la grande battaglia che li attende e nella quale verranno a negarsi in quanto classe del lavoro salariato;
6. I sindacati saranno ingranaggi indispensabili nella lotta più generale della classe volta alla conquista dei sui massimi fini politici, ma ciò comporterà un’accresciuta coscienza politica che sarà apportata, dal suo esterno, dal partito politico comunista.







PAGINA 3


ALGERIA, IERI E OGGI
(continua dal n. 297)

9. LO STALINISMO ALL’ALGERINA OVVERO
LA DITTATURA ANTIPROLETARIA (1962-’78)
B. 1965-1978: L’ERA BOUMEDIENE
Industrializzazione pesante - Agricolutra sacrificata - Nazionalizzazioni
La dittatura militare
Capitalismo di Stato ed economia fondata sulla rendita petrolifera
10. CAPITALISMO A VISO SCOPERTO
Degrado economico e sociale (1978-1988)

(Continua al prossimo numero)










PAGINA 4


I sindacati impongono il contratto ai ferrovieri:
lavorare di più e meno paga ai nuovi assunti

Ad aprile i Confederali, gli autonomi dello SMA e dell’UGL hanno firmato il contratto del settore ferroviario e quello “di confluenza” per gli attuali ferrovieri. Il contratto, estremamente negativo, è tristemente simile ad altri precedentemente siglati nelle telecomunicazioni, nell’energia e tra i bancari. È anch’esso costruito su un’intelaiatura che favorisce le imprese esterne, introducendo il doppio regime per gli attuali occupati, che saranno divisi tra vecchi e nuovi, con salari base diversi.
Va pur detto che questo accordo si discosta enormemente da quello accettato dai sindacati di regime e mai approvato dai ferrovieri nel 1999. Quel patto prevedeva, infatti, la polverizzazione delle ferrovie italiane sul modello britannico, con l’eliminazione pratica di qualsiasi tutela per i lavoratori, vincolati interamente agli interessi ed agli obiettivi societari. Questo, invece, è sì un contratto molto penalizzante, ma che mantiene alcuni picchetti assai importanti; starà alla lotta futura moltiplicarli e renderli operativi.
L’OrSA, che non ha firmato questo contratto e vi si oppone fermamente, è uno dei componenti di questo risultato, assieme naturalmente alle lotte dei ferrovieri negli ultimi anni.
Ciò premesso, enumeriamo, in estrema sintesi, i punti maggiormente peggiorativi: 1) mancanza di una clausola sociale che obblighi tutte le ditte che lavoreranno in ferrovia ad assoggettarsi allo stesso contratto; 2) differenza notevole che si creerà nel medio periodo con i nuovi occupati, condizione per un ricatto anche dei vecchi; 3) aumento salariale sotto la media dei rinnovi contrattuali, con un recupero esiguo per il passato: il contratto è scaduto dal 1999 e le competenze accessorie non subivano maggiorazioni dal 1992; 4) aumento generalizzato dei carichi di lavoro con particolare riferimento ai settori macchina e viaggiante che passano a dieci ore giornaliere di lavoro, 11 ore di riposo tra un servizio e l’altro, sino a 42 ore settimanali per almeno 14 settimane l’anno; 5) eliminazione dei vincoli chilometrici e massimi dell’impegno mensile; 6) estrema elasticizzazione a favore della società, che potrà stabilire d’autorità turni e periodizzazioni; 7) inasprimento della disciplina; 8) eliminazione della maggiorazione per personale di macchina e per il personale di bordo delle ore notturne ed ad agente unico; 9) obbligo di effettuare almeno due ore di straordinario, in caso di necessità, ai treni, arrivando a dodici ore d’impegno.
Come si può notare l’attacco è particolarmente rivolto alle categorie che gestiscono il treno e la sua circolazione, proprio quelle che sono state da sempre in prima fila nella lotta alla ristrutturazione. Certamente questo è coerente con la lotta condotta dal padronato, che cerca la sconfitta di quelle minoranze che da sedici anni tengono in scacco tutto il sistema. Ma questa condizione d’attacco aperto impone anche una radicalizzazione delle lotte dei ferrovieri, che oggi non possono più sperare nei se e nei ma sollevati in questi anni dai confederali. I macchinisti ed i capo treno hanno oramai ben compreso che la lotta dovrà farsi sempre più dura se vorranno non essere completamente schiavizzati e forse addirittura espulsi dalla produzione.
Infatti questa è una condizione che il contratto prevede per le eccedenze, ovvero per tutto quel sovraorganico che si verrà a determinare alla sua applicazione; eccedenze che non potendo usufruire delle condizioni di favore delle leggi sulla mobilità, saranno tutte a carico della cassa integrazione. Molti ferrovieri non credono a questa possibilità, ma nemmeno credevano di dover lavorare giornalmente dieci ore e senza riscuotere il “sacro” straordinario, per poi ripartire dopo solo undici ore, condizione che può prevedere anche tre notti pesanti ribattute.
L’OrSA, pur con una parte contraria al suo interno, tra cui noi comunisti, si è limitata a chiedere un referendum fra i ferrovieri che possa invalidare l’operato dei confederali. Questi però, assieme all’azienda, hanno già fatto sapere di non essere per niente d’accordo a che un sindacato “non firmatario” metta il naso nelle “loro cose”. Che la scelta poi cada invece su l’astensionismo poco cambia: resta il fatto che ancora è mancata la proclamazione di uno sciopero e di un calendario di lotte. Noi sappiamo benissimo l’uso e l’abuso che si è fatto dei referendum solo “abrogativi” d’accordi in passato, che smorzano la rabbia operaia, per demoralizzarla dinanzi ad un risultato negativo, frutto della massiccia propaganda, degli inciuci sotterranei, dei brogli e pure del desiderio di una parte dei lavoratori, consultati uno per uno, di abbandonare il tempo dell’impegno per intascare un po’ di denaro, sia pur poco ed avvelenato.
Noi comunisti restiamo decisamente contrari a tale linea di condotta “in negativo”, una china pericolosa per l’OrSA che la porterebbe a compromessi di vertice e ad una sua crisi interna. Tuttavia, ad oggi, l’OrSA si dichiara ancora nettamente contraria al contratto e disponibile ad una lotta anche di lungo periodo. È ovvio che reazioni di lotta di fronte a cambiamenti significativi o a disapplicazioni degli accordi stessi (come accaduto nel contratto precedente) potrebbero rimettere in discussione tutto.
Intanto la Commissione di Garanzia ha già comunicato che non accetterà nessuna proclamazione di sciopero che riguardi un contratto già firmato dai sindacati “maggiormente rappresentativi”. Prende così ancor più corpo oggi la necessità di riappropriarsi dello strumento della lotta, lo sciopero, senza dover soggiacere ai vincoli imposti dalla controparte. Una condizione al momento di difficile realizzazione: ancora oggi sono preponderanti le forme di lotta per loro debolezza costrette nelle maglie della legislazione anti-sciopero, dei ricorsi ai giudici del lavoro, agli articoli 28, dalle rinunce all’uso dello sciopero in caso di condanna (anche solo morale) della Commissione.
Di fronte alla prepotenza e l’arroganza dell’attacco padronale e al tradimento aperto dei sindacati di regime lo sciopero invece, senza limiti, dovrà tornare ad essere l’arma fondamentale della lotta di classe.





Aumenta lo sfruttamento nel le Poste inglesi

In Gran Bretagna la prevista perdita di posti di lavoro nei servizi postali sta per divenire realtà: si annunciano più di 30.000 tagli nel prossimo futuro. L’attacco tende a spezzare una grande concentrazione di lavoratori, così come è avvenuto nel caso dei portuali e dei telefonici. Ma anche si punta anche a i tagli nei servizi sanitari, secondo una logica che prevede l’accesso di imprese e di capitali privati.
Se l’introduzione delle regole di “libero mercato” da un lato può attrarre l’interesse dei capitali, dall’altro il rischio è di scardinare il servizio. E in effetti sulla questione delle ristrutturazioni dei servizi postali negli Stati europei è intervenuta una speciale Commissione comunitaria la quale ha stabilito il principio che il monopolio statale può essere sussidiato, sebbene non in quei settori nei quali è possibile la concorrenza di altri soggetti privati, come ad esempio nel servizio di consegna dei pacchi, in cui da tempo operano ditte private.
Nel Regno Unito si parla di mantenere a gestione statale gli uffici principali e lasciare ai privati gli uffici locali, ma anche di eliminare una buona parte di questi tramite l’uso di carte magnetiche per i pagamenti e i ritiri da effettuarsi presso le banche. L’operazione si prospetta su larga scala: 13.000 esuberi vengono annunciati nel servizio di consegna pacchi e 17.000 nel servizio postale stesso.
Per aprire la strada vengono inviati funzionari nelle singole agenzie a spiegare ai lavoratori quanto il sistema postale sia in perdita e quanto la ristrutturazione sia necessaria per riequilibrare i bilanci. E, non potendo il servizio soffrire troppo dei tagli previsti, il peso della ristrutturazione dovrà essere sostenuto dai lavoratori che resteranno, in termine di orari e in generale di aumento dello sfruttamento.
Ma essenziale è la concertazione con il sindacato. Di fronte a queste operazioni l’atteggiamento iniziale del sindacato dei lavoratori delle poste (CWU) è stato quello di minacciare la rottura con il Labour Party, considerato corresponsabile di questi piani. Ma tale minaccia è subito rientrata con la dichiarazione che il segretario generale Billy Hayes si è subito premurato di fare, affermando: «Non esiste una alternativa pratica al Labour Party».
Il sindacato ha quindi preteso la pubblicazione dei bilanci 2001/2, laddove si manifesta una perdita di 1,1 Miliardi di Sterline sotto la voce “Spese per esuberi”, creata a bella posta per andare a giustificare il taglio di un terzo della forza lavoro. E di fronte a ciò, accettando implicitamente una ristrutturazione svolta sulla pelle dei lavoratori, ha dichiarato: «Pretendiamo che la Compagnia ci dimostri che la ristrutturazione funzionerà» (ma per chi?).
Il CWU si è detto subito disponibile ad accettare il blocco delle assunzioni e a “consultare “ i lavoratori alla ricerca di volontari per le dimissioni incentivate. Tuttavia la lentezza con cui si svolgeva questo processo ha spinto la direzione ad un’azione più incisiva travalicando e mettendo con le spalle al muro i rappresentanti sindacali che, ben lungi da rispondere mobilitando i lavoratori, si predispongono con più solerzia a coadiuvare le mosse della direzione.
Risulta certamente chiaro che questo processo, tuttora in corso, avrà un epilogo disastroso per i lavoratori se essi non riusciranno a svincolarsi da questi pseudo-sindacati compromessi col regime ed iniziare il percorso di riorganizzazione per la lotta in difesa delle proprie condizioni.





Ricorrente arcadia - Lo zoo-business delle epidemie

La diffusione di malattie infettive tra gli animali allevati in modo industriale ha resuscitato ancora, tra l’altro, la nostalgia per una mitica pastorizia “naturale”, per gli allevamenti al pascolo, che garantirebbero al “consumatore” la salubrità dei prodotti trasformati, latticini e carni. Anche le associazioni dei capitalisti agrari motivano con la salvaguardia dei consumatori la richiesta agli Stati che vengano a difendere la “tipicità” dei prodotti delle varie campagne d’Europa.
Ma l’ideologia piccolo borghese ambientalista non riesce a nascondere che anche la pastorizia è ormai ovunque organizzata secondo i criteri del modo di produzione capitalistico, mira al profitto ed è condizionata dal mercato. Le ripartizioni delle “quote di produzione” decise a livello europeo altro non è che un riflesso della crisi di sovrapproduzione di merci e nel loro dato quantitativo esprimono il rapporto di forza fra le varie lobby agricole nazionali.
Al contrario delle speranze degli “ambientalisti”, in un mercato minato dalla crisi di sovrapproduzione, per gli allevatori diventa una fonte di profitto addirittura la malattia dei loro animali, e specialmente per i più “piccoli”, privi di organizzazione aziendale efficace capace di ridurre i costi e di accesso alla grande distribuzione organizzata. Allora brucellosi, lingua blu, leucosi bovina, afta epizootica, influenza aviare, persino la Bse diventano fortunate risorse e non sciagura.
Infatti i capitalisti della zootecnica sono riusciti a far approvare direttive comunitarie, leggi nazionali o decreti ministeriali che indennizzano i proprietari di capi malati da abbattere. Il decreto del 1° marzo 2001, ad esempio, prevedeva il rimborso di 662.000 Lire per capo abbattuto infetto da brucellosi o leucosi bovina e addirittura l’indennità raddoppia se la carcassa deve essere interamente distrutta. Di fronte a queste provvidenze, la malattia degli animali diventa un vero affare e questo spiega il motivo perché spesso si viene a scoprire che in certi allevamenti capi infetti vengano tenuti in promiscuità con i capi sani, senza troppi timori di contagio dell’epidemia.
È fin troppo chiaro che, dopo che il capitale ha violentato la supposta originaria – e ampiamente mitica e sogno di poeti – innocenza del pascolo, la via d’uscita è in avanti e non all’indietro, verso impossibili atavismi. La modernità degli allevamenti in stalle tecnicamente attrezzate a livello industriale, giunge nel capitalismo ad alimentare gli erbivori contro natura, ad imbottire i polli di antibiotici per farli sopravvivere stretti in batteria. È questo che diffonde epidemie come la BSE e la SARS. Ma nel piccolo capitalismo questi difetti non sono minori e forse è lì che sono da cercare i peggiori untori. E il ricorso al controllo e all’intervento degli Stati, evidentemente, in regime capitalistico, fa peggio che meglio.