Partito Comunista Internazionale
Il Partito Comunista N. 378 - luglio-agosto 2016
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Indice dei numeri
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organo del partito comunista internazionale
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: – la linea da Marx a Lenin, alla fondazione della III Internazionale, a Livorno 1921, nascita del Partito Comunista d’Italia, alla lotta della Sinistra Comunista Italiana contro la degenerazione di Mosca, al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani – la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco
PAGINA 1 La dialettica del militarismo
Regno Unito - Ultima risorsa di classi borghesi in crisi mortale, un nauseante razzismo contro il proletariato e contro il comunismo: Il sorgere dell’UKIP - Razzismo per dividere la classe operaia - Classi dominanti impotenti e divise - Una borghesia che non può porre condizioni - Il Regno Disunito - La classe operaia
– La parola del partito: Contro il referendum sull’Unione Europea! La classe operaia può difendere le sue condizioni solo con l’organizzazione e con la lotta di classe! Il diversivo dell’immigrazione - "Sovranità"
Le manifestazioni in Francia contro il precariato e il sabotaggio della Cgt
PAGINA 2 Riunione generale del partito, Cortona - 21-22 maggio 2016 [RG125]: L’intervento del PCd’I nella guerra civile in Italia - Germania 1919-1923: Fra Socialdemocrazia e Comunismo - La questione militare, Prima Guerra mondiale, La campagna austro-serba (continua)
Per
il sindacato
di classe
– 14 giugno 2016 - Solidarietà alla lotta del proletariato francese: Contro la legge sul lavoro - Contro i sindacati collaborazionisti - Per il sindacato di classe senza confini!
La borghesia in Messico spara sui maestri in sciopero
Duro ma isolato lo sciopero dei portuali sloveni
L’opposizione di facciata della Fiom spalleggia il corporativismo della Cgil, 8 anni di tradimento degli interessi operai (continua dal numero scorso): Nuovo episodio di “la FIOM sulle barricate” - E nuova manovra di rientro - Ancora sconfitta a Pomigliano - Altro passo verso il “rientro” - Il Testo Unico sulla Rappresentanza - Il XVII Congresso Cgil - Il Jobs Act - Il grande sciopero a Terni - Pompieri a Melfi (continua)
Il “fronte unico rivoluzionario”?, Il Soviet Numero 25 del 15 giugno 1919
PAGINA 5 – Crolla il prezzo del petrolio: nuova crisi per l’economia del Venezuela
PAGINA 6 – La questione nazionale e coloniale al Primo Congresso dei Popoli d’Oriente, Bakù, settembre 1920 (segue dal numero scorso): Le tesi del Secondo Congresso - La convocazione a Bakù (continua)

 

 
 
 
 
PAGINA 1

La dialettica del militarismo

Il capitalismo si muove all’interno della contraddizione tra il vulcano della produzione e la palude del mercato: il caotico movimento tra l’imponente capacità produttiva della moderna industria, che genera nuovo valore per il capitale, e l’incapacità di trovare un mercato solvibile per le sue merci. Questa contraddizione si manifesta in cicliche e profonde crisi che provocano la distruzione e la perdita di capitali sotto forma di merci, in una generale svalorizzazione. Per la nostra scuola marxista questo processo storicamente si collega alla legge della discesa del tasso medio di profitto per la quale il capitale si sviluppa secondo una curva che progressivamente si avvicina sempre più allo zero. Questa è, sotto ogni aspetto, la legge più importante della moderna economia politica capitalista.

Perché il capitale ripeta il suo ciclo produttivo gli necessitano sempre più massicci investimenti. Questi provocano un aumento della sua composizione organica, la quota del capitale destinato alle strutture produttive e ai materiali, che si definisce costante perché non aumenta di valore ma si trasferisce non accresciuto nei prodotti. Ne deriva una discesa del tasso di profitto perché solo il lavoro umano genera nuovo valore. Ma il lavoro è sempre proporzionalmente minore nel valore delle merci.

Il capitale si sforza di contrastare questa discesa, specialmente nella sua fase senile quando subisce al massimo la spinta delle immense forze produttive sociali. Il rimedio, il contrasto a tale caduta, lo trova, paradossalmente, nella massiccia distruzione del capitale. Distruggere capitale e distruggere profitti per salvare il tasso del profitto.

Il capitale, che per sopravvivere deve ad ogni costo crescere, oggi, non riuscendo a crescere è minacciato nella sua sopravvivenza: «Il capitalismo ha troppo costruito e vive nella antitesi storica: distruggere o saltare» (Drammi gialli e sinistri..., 1956).

Quando i mercati sono saturi si giunge all’odierna fase di sciupio sistematico. Si tratta qui, per dirla con Engels, di una guerra “nascosta” rispetto alla guerra quotidiana, totale ed onnipresente contro la classe lavoratrice, di trovare delle vie di uscita dalla sovrapproduzione, di cui Marx, citando Malthus, ha dato l’elenco seguente: «tali mezzi artificiali consistono in pesanti imposte, spese per ogni genere di sinecura nello Stato e nella Chiesa, per grandi eserciti, un debito pubblico considerevole e, di tanto in tanto, delle guerre dispendiose».

La militarizzazione di una parte della produzione è l’unica politica economica possibile del tardo capitalismo imperialistico. Gli economisti e gli statisti hanno tratto dalle guerre moderne proficui insegnamenti: chi prepara la guerra vede i profitti risalire verso cime perdute; chi della guerra subisce le distruzioni vede la sua economia ancora più a lungo risorgere. L’imperialismo deve ricorrere al militarismo, alla corsa agli armamenti, al colonialismo, alle guerre locali, fino alla guerra totale.

Il capitalismo da decenni spende ogni anno quanto durante tutto l’ultimo conflitto mondiale ed i suoi ordigni sono così numerosi da poter distruggere venti e più volte il pianeta.

Questo dimostra che la guerra, arte militare per riportare la vittoria, sconfiggere il nemico ed ottenere date affermazioni storiche e strategiche, non è più il compito affidato dalla borghesia ai generali, ma un ramo di industria. Si utilizzano mezzi sproporzionati sotto la pressione di altre cause e per altri scopi, quelli di una società mostruosamente iperproduttiva che soffoca nel delirio della sovrapproduzione di merci.

Al capitale in crisi urge la distruzione della sovrapproduzione e della sovrappopolazione, la parte prolifica della popolazione nei continenti di colore, la vera “bomba atomica” pericolosa per il capitale, più che mai malthusiano. Dietro la sovrapproduzione si profila il verdetto di morte per le masse umane, da sacrificare alle divinità del Capitale. Le guerre sono essenzialmente dirette contro i proletari soprannumerari per il capitale. La guerra è diretta contro la classe operaia e contro la rivoluzione.

Nell’Antidühring Engels descrive i meccanismi imperialistici: «L’esercito è diventato fine precipuo dello Stato e fine a se stesso; i popoli non esistono più se non per fornire e nutrire i soldati. Il militarismo reca in sé anche il germe della propria rovina. La concorrenza reciproca dei singoli Stati li costringe da una parte ad impiegare ogni anno più denaro per esercito, marina, cannoni, ecc. e quindi ad affrettare sempre più la rovina finanziaria».

Anche in campo militare ogni nuova invenzione tecnica elimina la precedente. Come dice Engels la corazza delle navi aumenta di spessore proporzionalmente all’efficacia dei cannoni: in questa corsa le navi divengono sempre più pesanti e costose, dunque sempre meno efficaci.

La corsa al perfezionamento tecnico è una gara tanto enormemente costosa, quanto talvolta inutilizzabile militarmente. Vige anche per il militarismo la legge dell’interno moto dialettico per cui, come ogni altro fenomeno storico, sarà condotto alla rovina dalle conseguenze del suo stesso sviluppo.

Ciò non significa che il militarismo perisca per la sua propria dialettica (il fenomeno evidentemente va studiato nel concreto), che si estingua da sé, ma che la crisi economica del capitale spinge verso il militarismo e quella e questo verso la guerra, nella quale le economie e gli Stati sono messi duramente alla prova e possono crollare militarmente e politicamente, se il proletariato si è preparato per tempo: in tempo di pace, ad opporsi alle atrocità del regime capitalistico e una sua minoranza si è disposta cosciente nel partito comunista per cambiare la forma sociale. Secondo l’espressione di Lenin, allora la guerra può essere la madre della Rivoluzione.

  

  

  

  

  


Regno Unito - La parola del partito:
Disertare il referendum !

Ultima risorsa di classi borghesi in crisi mortale, un nauseante razzismo contro il proletariato e contro il comunismo

Ci vorrebbero far credere che sia stato il voto del 52% degli inglesi per “uscire”, contro il 48%, a mettere in forse la sopravvivenza dell’Unione Europea, con i mercati finanziari in caduta libera e l’insieme dei partiti inglesi in totale scompiglio.

Quel risultato è stato attribuito dai politici e dai media di entrambi gli schieramenti ad una “rivolta della classe operaia” contro la “casta”. Non è stato affatto così. Se è vero che molti appartenenti alla classe operaia hanno colto l’occasione del voto sull’Unione Europea per protestare contro i sacrifici, il governo, la globalizzazione e la finanza internazionale, manifestando il loro senso di disperazione, quella protesta è stata incanalata in una precisa direzione: contro i lavoratori immigrati, non solo europei ma anche da fuori, col motto dei Brexit “ridateci il nostro Paese”: come se la classe operaia ne avesse mai avuto uno!

Ma anche i fautori del Restare si sono portati su questo terreno, rimproverando al Labour Party di non aver “ascoltato” sulla questione immigrati “la sua base elettorale”. Hanno lanciato l’allarme, nel caso di uscita dalla UE, sulla perdita di posti di lavoro e la riduzione dei salari ignorando che la classe operaia è da molti anni che soffre della politica dei sacrifici!

Meglio incanalare una possibile vera “rivolta della classe operaia” verso il razzismo e la sottomissione al rito elettorale.

Di fatto, lungi da essere una rivolta degli operai, tutta la faccenda è nata come un tentativo di risolvere una annosa contesa all’interno delle classi dominanti inglesi, che ha già determinato la caduta di governi conservatori, quello di Margaret Thatcher e di John Major. Queste divisioni montarono in guerra aperta nel 1992 sul trattato di Maastricht, che dava inizio al processo verso una unione sempre più politica ed economica. Gran parte della borghesia inglese vedeva positivamente gli accordi con l’Europa: le aprivano il libero accesso e su un piano di parità ad un mercato più grande e la possibilità di reclutare lavoratori e specialisti da un bacino più vasto. La parte borghese che si opponeva a Maastricht, rappresentata invece dai membri del Partito Conservatore eufemisticamente chiamati “euroscettici”, voleva invece una UE limitata ad un’area di libero commercio con minime o nessuna interferenza politica delle istituzioni europee, in particolare della Commissione, “burocrati che nessuno ha eletto”, intenti a distruggere “la sovranità inglese”. Quando divenne evidente che stavano combattendo una battaglia perduta, questi chiesero la totale uscita del Regno Unito dal progetto europeo: la “Brexit”.

Gli “euroscettici” del Partito Conservatore, frustrati per la mancanza di risultati, se ne uscirono per fondarne uno nuovo, dapprima chiamato Partito per il Referendum, al fine di chiedere un plebiscito sulla uscita dall’Unione. Ma la direzione ne fu conquistata dai “nativisti” di Nigel Farage, che concentrò tutto il partito sulla lotta all’immigrazione. Il Partito per l’Indipendenza del Regno Unito (Ukip) guadagnò influenza a seguito della crisi finanziaria del 2008 e del tracollo, o quasi, delle economie di Grecia, Spagna, Italia, Portogallo ed Irlanda, che ne seguì.

Il sorgere dell’UKIP

La Brexit è stata la bandiera da sempre della rivolta piccolo borghese dei militanti di base del Partito Conservatore, quella gente che inizia con “io non sono razzista ma...” per poi dire qualcosa di razzista. Molti di loro, delusi dai conservatori, ora definiscono i tre maggiori partiti un blocco antipatriottico: “LibLabCon” nel linguaggio dell’Ukip. Come molti movimenti piccolo borghesi è più che altro una rivolta disperata e impotente contro la modernità di una classe che non ha futuro nella economia globalizzata, che esaspera le divisioni fra capitale e lavoro e fra grande e piccola borghesia. Gente che per anni ha infilato buste e fatto propaganda porta a porta a vantaggio dei loro “superiori” nella gerarchia del Partito, che espone la bandiera in occasione dei matrimoni reali, che crede a tutto quel che legge circa l’Unione Europea sul Daily Mail o sul Sun. Vorrebbero tornare ai tempi gloriosi dell’Impero e nelle “loro” strade non voglion sentire accenti stranieri.

Ma, poiché questa gli era una base sociale insufficiente, e poiché l’Ukip non era riuscito ad ottenere una rappresentanza in parlamento, divenne chiaro a quelli attorno a Nigel Farage che dovevano estendere il loro elettorato: portare la classe operaia a votare contro gli immigrati. Questa demagogia ha avuto un certo successo in quelle regioni del Regno Unito che hanno visto il declino dell’industria pesante, come il Nord-Est dell’Inghilterra e il Sud del Galles, benché, guarda caso, la gran parte di queste regioni ospiti pochi immigrati.

Lo Ukip inoltre ha guadagnato terreno nelle aree rurali come il Lincolnshire dove le aziende hanno tratto vantaggio dai lavoratori agricoli arrivati in massa dall’Europa orientale: l’Ukip ha accusato questi lavoratori di peggiorare ai residenti l’accesso alle scuole e ai servizi sanitari. Se questo può essere vero, in misura molto limitata, la realtà è che la vera causa della miseria è il peso della montagna del debito del Regno Unito e la conseguente mancanza di fondi per gli investimenti pubblici. Le tasse pagate dagli immigrati al Tesoro britannico hanno consentito di ripagare gli interessi sul debito e finanziare le banche in fallimento, ma non per costruire nuovi ospedali e scuole, mentre i trasporti inglesi e le infrastrutture sanitarie stanno cadendo in rovina.

I LibLabCon, col “politicamente corretto” dei “liberal” della “casta”, sono sordi alle rimostranze della “gente comune” le cui opinioni sulla immigrazione, dice lo Ukip, sono totalmente ignorate. La “liberale Britannia” non ha mancato però di raccogliere l’argomento: il primo ministro David Cameron ha promesso di ridurre gli immigrati di decine di migliaia. Ma la promessa non potrà essere mantenuta perché, oltre che il mercato comune della UE impone la libertà di movimento, perché molti settori dell’economia britannica, specialmente a Londra e nel Sud-Est, soffrono di una mancanza di lavoratori. È più facile reclutare operai specializzati dalla Polonia, o bravi braccianti agricoli dalla Bulgaria, piuttosto che farli venire dal Nord-Est dell’Inghilterra o dalle Midlands Occidentali.

Sicuro di ottenere la maggioranza, nel 2014 David Cameron scommise alle elezioni interne del Partito Conservatore di ottenere l’approvazione dal paese dopo aver rinegoziato i termini dell’adesione del Regno Unito alla UE, così risanando la frattura all’interno al partito. Come ora sappiamo, ha sbagliato.

Si sono uniti contro di lui nel campo della Brexit non solo lo Ukip e i militanti di base del Partito Conservatore, ma alcuni importanti ministri conservatori, come il suo già alleato Michael Grove e, più importante di tutti, il suo vecchio compagno di camera ad Eton, l’ex-sindaco di Londra Boris Johnson. Questo l’ha abbandonato all’ultimo momento per mettersi a far campagna per la Brexit: evidentemente uno spregiudicato ed opportunistico tentativo di far fuori David Cameron ed impossessarsi della direzione del Partito. Fino a poco fa cantava ancora le lodi della E.U., asserendo che il Regno Unito poteva così avere il meglio di entrambi i mondi, essendone membro ma non nell’Euro e nell’area Schengen, il che permetteva agli inglesi di viaggiare senza controlli alle dogane.

A parte gli opportunismi personali, politicanti come Johnson e Grove sono espressioni di sezioni della borghesia britannica che vorrebbero una “uscita morbida” dalla UE: non una rottura ma un ulteriore indebolimento del sistema di regolamenti che Bruxelles sta imponendo al Regno Unito. In questa categoria ricadono imprese piccole e medie non orientate alla esportazione (un esempio è la Wetherspoons, catena della ristorazione che occupa 35.000 lavoratori sottopagati, molti dei quali proprio provenienti dall’Europa orientale); rami di servizi finanziari che trovano troppo onerosi i costi della regolamentazione, in atto o in progetto; imprese i cui padroni si sentono in svantaggio concorrenziale nella legislazione di Bruxelles su questioni come i parametri ambientali (un esempio notevole è la Dyson, che produce pompe a vuoto energicamente inefficienti) ed infine, i più importanti, alcune grandi imprese con sede in paesi non europei, in particolare nel settore dei media, che esercitano una enorme influenza sul pubblico tramite il loro controllo sulla stampa “popolare” e sulle reti televisive.

Essendo legati più al capitalismo americano che a quello europeo, i sostenitori sia della uscita sia della uscita “morbida”, ed anche qualcuno nel campo avverso, tendono a vedere il futuro del Regno Unito più vicino ed allineato all’imperialismo americano che a quello europeo. Sono in particolare ostili all’idea di un esercito europeo. Sulla scena internazionale, quindi, la Russia vede con favore la crisi politica nel Regno Unito: il suo ruolo nel rafforzare la frazione anti-russa a Berlino ne sarebbe indebolito. La Polonia e gli Stati baltici hanno tutte le ragioni per essere preoccupati.

Razzismo per dividere la classe operaia

Nel corso della campagna referendaria, le promesse fatte dai sostenitori dell’uscita hanno passato ogni limite. Esagerando grossolanamente il peso economico inglese e la sua influenza politica nel più vasto mondo, hanno affermato che i capitalisti di paesi come la Cina e del “nostro Commonwealth” si sarebbero messi in coda davanti alla porta del Regno Unito una volta che questo si fosse liberato dai ceppi dell’Europa. Hanno promesso che i 350 milioni di sterline “spediti a Bruxelles” ogni settimana (in realtà il contributo netto britannico è circa la metà) sarebbero stati spesi per il servizio sanitario nazionale. Ma lo stesso denaro è stato promesso volta volta per una miriade di altri progetti. Hanno detto che il fiume dell’immigrazione si sarebbe ridotto a un rigagnolo e le paghe sarebbero di conseguenza salite per i lavoratori indigeni. Ovviamente hanno già ritirato queste e le altre promesse, e la velocità con la quale l’hanno fatto ha impressionato molti di quelli che hanno votato per loro.

Anche l’altro lato, quello del “Bremain”, dominato dalla gerarchia del Partito Conservatore, con appoggio esplicito dei rappresentati del business e della finanza, e di potentati stranieri come il presidente del FMI Christine Lagarde ed il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble, ha dimostrato quanto lontano fosse dalla realtà quotidiana della classe operaia. L’intera campagna per il Restare è stata dominata dalle minacce di un Armageddon economico nel caso della Brexit. Ma per un numero enorme di operai britannici, che in otto anni di austerità hanno perso il posto di lavoro e visto salari e condizioni peggiorare, lo Armageddon c’è già.

Negli ultimi giorni la campagna referendaria si è andata surriscaldando da entrambe le parti, fino alla diffusione dell’allarme per 75 milioni di turchi che starebbero per affollarsi davanti alle case inglesi, una tensione artificialmente provocata che ha spinto all’uccisione di un deputato per mano di un fascista impegnato nella propaganda apertamente razzista dello Ukip.

Classi dominanti impotenti e divise

Bisogna ascoltare con attenzione quello che dicono i politici borghesi, e, altrettanto importante, quello che non dicono. Così, benché Nigel Farage e l’Ukip avessero dichiarato che il 23 giugno sarebbe stato per il Regno Unito il “giorno dell’indipendenza”, poi nulla si è celebrato e non si è stappato champagne alla conferenza stampa del mattino dopo con Johnson e Gove. Chi non l’avesse saputo avrebbe potuto credere che avevano perso: hanno farfugliato senza anticipare nulla di quello che ora avrebbero fatto. Johnson ha addirittura proclamato che il voto per la Brexit aveva reso gli inglesi “più europei che mai”. Né hanno fatto alcun cenno ai passi necessari da intraprendere per uscire dalla UE.

Johnson e molti dei suoi sostenitori nel mondo degli affari evidentemente speravano che uscisse una leggera maggioranza a favore del Restare: un voto debole abbastanza per indebolire la credibilità di Cameron, consentendo a Johnson di puntare alla direzione, ma forte abbastanza per dare al Regno Unito un altro argomento per ottenere da Bruxelles un ulteriore ammorbidimento dei regolamenti.

Fatto sta che la borghesia inglese, che nella sua crisi non ha ancora risolto come aggiustare i suoi problemi con la UE, si è svegliata il 24 giugno in stato confusionale. Il genio le è uscito dalla bottiglia e non sarà facile farcelo rientrare. Il valore della sterlina è precipitato, con il governatore della Banca di Inghilterra che ha dovuto accantonare 250 miliardi di sterline di riserve estere per sostenerla. Miliardi sono volati via per la svalutazione delle azioni. I contraccolpi si sono sentiti in tutto i mondo: con la caduta del prezzo delle azioni fino a Singapore e ad Hong Kong. L’impatto maggiore, tuttavia, si è sentito sui membri più deboli della eurozona come la Spagna.

E ora, come ne esce il capitalismo inglese? La semplice risposta, forse, è che non lo sa cosa succederà a breve. È chiaro per ora che lo smarrito personale politico del Regno Unito sta cercando di mettere nel congelatore il risultato del referendum.

Ma che gli altri capi di Stato europei siano disposti a non approfittare di questa debolezza per azzannarsi alla gola, e a tollerare una prolungata incertezza che permetta alla borghesia inglese di risolvere le sue questioni, è un’altra questione.

Lo Ukip passerà all’offensiva, eccitando sempre più il risentimento contro i lavoratori immigrati. Vedremo violenti attacchi contro di loro – di questo non c’è dubbio, e di fatto stanno già cominciando.

Una borghesia che non può porre condizioni

Subito dopo il voto il primo diplomatico anziano inglese, il commissario europeo Jonathan Hill, ha reso le dimissioni. Difficile sorprendersi: il compito di rinegoziare le relazioni con l’Unione Europea sarà un compito da gigante. L’ “austerity” ha tagliato all’osso anche il personale diplomatico e i dipartimenti economici ed esteri.

I burocrati della UE inoltre potranno a piacere trascinare all’infinito le trattative sui complessi dettagli della separazione e sicuramente ogni singolo Stato europeo si comporterà solo secondo i suoi propri egoistici interessi. Alcuni vorranno giocare duro per bloccare il contagio prima che si diffonda ed incoraggi i loro movimenti populisti “euroscettici”: in particolare due paesi centrali in Europa, la Francia e l’Olanda.

Questo, però, dovrà esser fatto con una certa cautela, per dare una qualche credibilità alla favola del “popolo che si è espresso”, che il referendum conti qualcosa, per non far svanire, ancora una volta, il mito della democrazia. Da qui il messaggio “andiamoci piano” intanto diffuso da Martin Schulz, Donald Tusk ed altri.

Il Regno Disunito

Il voto per la Uscita conferma il disintegrarsi del Labour Party: metà del governo ombra è dimissionario; nel Galles l’appello di Palid Cymru per il Bremain è stato respinto. Il solo partito politico borghese che è affiorato da tutto il letamaio vantando vittoria è stato il Partito Nazionale Scozzese. Il SNP ha dichiarato la sua intenzione di tenere un secondo referendum sull’indipendenza, mentre il Sinn Fein ha richiesto un referendum pan-irlandese per l’unificazione.

Queste minacce centrifughe daranno al governo ulteriore incentivo ad ignorare il voto. D’altro lato è prevedibile che la UE rigetterebbe qualunque richiesta di adesione immediata della Scozia: paesi come la Spagna, con forti movimenti separatisti, vi metterebbero il veto. In ogni caso richiederebbe anni di trattative. Quanto all’Irlanda, i governanti della Repubblica sono intervenuti dalla parte dei Bremain, perché il Paese è inestricabilmente legato al Regno Unito e i politici del Sud temono il montare dell’appello populista del Sinn Fein.

Insomma, ci sarà un periodo di intensa volatilità e di riallineamento all’interno delle classi dominanti che cercheranno di afferrare la situazione da ogni lato. Intanto il futuro primo ministro inglese scoverà un motivo per scansare la notifica prevista dall’Articolo 50. Per proseguire la farsa elettorale potrebbe anche convocare un secondo referendum, oppure si potrebbero avere le elezioni generali.

La classe operaia

Noi possiamo trarre un po’ di soddisfazione dal fatto che la democrazia si è rivelata una finzione. Ma non possiamo festeggiare finché non vedremo una genuina risposta di classe.

Qualunque sarà l’esito di questo periodo di confusione una cosa è certa: la classe operaia non ne trarrà nessuna delle ricompense promesse e dai sostenitori dell’Uscire e da quelli del Rimanere. Se la classe operaia ha interesse a seguire gli eventi e a prevedere le loro conseguenze, non ha assolutamente alcun interesse nel prender parte a questa disputa fra borghesi. Non è compito della classe operaia risolvere le sventure delle classi dominanti. Questo è stato vero in tutti i paesi dell’Europa occidentale fin dalla fine del secolo 19°, e in Gran Bretagna, il primo paese capitalisticamente industrializzato, almeno dal 1848 quando Carlo Marx e Federico Engels osservavano la scena dell’Europa e dichiararono che “gli operai non hanno patria”.

Chi è caduto nell’inganno di poter “riprendere il controllo del nostro paese” o che vi sarà un qualche vantaggio sul servizio sanitario nazionale a seguito della Brexit sarà tristemente deluso. Ugualmente chi ritiene che la politica dell’immigrazione possa essere determinata “dal popolo” piuttosto che dagli interessi del business. Coloro che pensano che le paghe saliranno come risultato della contrazione dell’immigrazione subiranno ugualmente una smentita. La classe operaia non è mai così vulnerabile come quando i politicanti borghesi, di qualsiasi partito o corrente, riescono a persuaderla che il suo nemico sono i lavoratori “stranieri” piuttosto che il sistema capitalista del proprio paese.

È noto, inoltre, che i sostenitori dell’uscita, e specialmente il capo del Labour Party Jeremy Corbyn, non hanno mai difeso la causa della unità della classe operaia. Il meglio a cui Corbyn poteva arrivare era una tiepida difesa della legislazione UE come la Direttiva sugli orari di Lavoro, che è largamente ignorata e al più solo imporrebbe una miseria uniforme all’intera classe operaia europea. Il ruolo del Partito Laburista è proprio quello di garantire che una posizione di classe mai emerga e che gli elettori laburisti attribuiscano le loro difficoltà all’ “austerity” “dei conservatori”, e che l’austerità sia un atto di crudeltà di un particolare partito politico piuttosto che una necessità del capitalismo, indipendentemente da chi è al governo.

Nei trascorsi 20 anni tutti i partiti borghesi hanno proposto fittizie soluzioni ai problemi del capitalismo nascondendone le cause: Farage biasima l’Europa, i conservatori l’incompetenza dei laburisti, i laburisti l’austerità dei conservatori, il Partito Nazionale Scozzese i frequentatori di Westminster, George Galloway accusa la spesa per la difesa e le guerre, e così via. Mai fanno menzione delle contraddizioni fondamentali del sistema capitalista: questo è rigorosamente escluso.

Una “rivolta della classe operaia” può avere un significato solo quando si impegni in sue proprie lotte contro il sistema capitalista, autonomamente dalle altre classi, per i suoi propri interessi, e, cosa più importante, come una classe, non atomizzata in individui in una elezione borghese o in un referendum. Nulla potrà raggiungersi senza l’unità al di sopra delle nazioni, delle etnie e di altre artificiali divisioni, compresa la tradizionale lealtà alla borghesia dei partiti opportunisti. La frammentazione della classe operaia può solo esser sormontata con forme di organizzazione alla dimensione della classe, che uniscano i lavoratori nelle fabbriche, negli uffici e nei servizi, non consentendo che le loro lotte siano deviate dal Partito Laburista e dai dirigenti dei sindacati, cointeressati al sistema capitalista. La classe operaia può solo proteggere i suoi interessi tramite le sue organizzazioni – il partito comunista internazionale – opponendosi agli attacchi da qualunque parte provengano.

Mentre l’attenzione del mondo era fissata sul referendum inglese, altri operai stavano combattendo di queste lotte in tutta Europa: i ferrovieri, i giovani medici e gli insegnanti nel Regno Unito, i lavoratori dell’energia e dei porti in Francia, della logistica in Italia, solo per nominarne alcuni. Una vera “rivolta della classe operaia” consiste non nell’infilare una scheda nell’urna ma nell’estendere e nell’unire tali lotte fra categorie e oltre i confini nazionali.

Perché questo non solo accada ma prosegua fino all’assalto finale ai bastioni del Capitale, è necessario un internazionale partito di classe.

Dentro o fuori della UE il Regno Unito è parte di un sistema economico globale, che è sovraccarico di debiti e sull’orlo di una nuova crisi. La crisi economica non è, come la campagna laburista ci vorrebbe far credere, il risultato dei “burocrati di Bruxelles” o della “iper-regolamentazione” o della debolezza dell’Euro. Né è possibile rimandare all’infinito una crisi economica tramite una maggiore integrazione politica ed economica all’interno dell’Europa o con accordi di libero commercio fra la UE e gli altri blocchi economici, come il TTIP, questo difeso da chi sostiene il Rimanere.

No, la crisi economica che sta arrivando è, come le precedenti, inseparabile dalle contraddizioni senza uscita del sistema capitalista. Tutti i paesi del mondo ne sono sempre più colpiti, anche quelli che finora hanno goduto di una rapida crescita, come i cosiddetti paesi BRIC.

Per portare avanti queste lotte, la classe operaia deve totalmente rigettare l’idea borghese della “sovranità popolare” o del “potere del parlamento”. L’argomento dei sostenitori dell’uscita dalla UE che dobbiamo “riprendere il controllo del nostro paese” è privo di significato poiché la classe operaia in questa società non può esercitare nessun controllo sull’economia – la sua sola possibilità è spezzare il sistema capitalista e sostituirlo con uno nuovo.

Le mediazioni all’interno della Unione Europea servono solo a regolare il capitalismo nel continente nell’interesse del capitale europeo. Col che vorrebbero dilazionare la prossima catastrofe, ma solo per farla riapparire peggiore che mai.

La semplice realtà è che non esiste un “noi” – l’idea della sovranità popolare è una volgare finzione per mascherare il fatto che quelli che davvero incombono sono solo opposti interessi di classe. I lavoratori non hanno patria – non possono perdere quello che non hanno. Potranno esercitare “sovranità”, come classe internazionale, solo tramite la loro dittatura del proletariato.

 

 

 


Questo il testo che abbiamo distribuito nei giorni precedenti il referendum

Contro il referendum sull’Unione Europea !
La classe operaia può difendere le sue condizioni solo con l’organizzazione e con la lotta di classe

In Gran Bretagna per mesi e mesi la classe operaia è stata assalita dai media con le idiozie dei vari portavoce del capitale sul problema del futuro del “loro” paese. Tanto che anche il primo ministro David Cameron, per rassicurare i suoi deputati, ha promesso di rinegoziare l’adesione ad una Unione Europea “riformata”: ma ha ottenuto molto poco. L’estenuante baruffa fra politicanti, riflesso delle profonde divisioni all’interno delle classi dominanti, che con gran fracasso dibatte se la Gran Bretagna debba andare o restare nella Unione Europea, arriva alla facezia di affermare come meravigliosamente bene stia andando l’economia inglese rispetto agli altri 27 paesi della Unione.

Per nascondere i reali guai del capitalismo inglese i sostenitori dell’uscita danno la colpa all’immigrazione. I lavoratori inglesi sarebbero travolti da milioni di immigrati dall’Europa (mentre in realtà i più vengono da fuori dell’Europa), richiamati dalle necessità dell’economia. Al gran numero di lavoratori che si spostano dagli altri paesi della UE in Gran Bretagna, che si avvantaggerebbero del suo sistema assistenziale, viene attribuita la causa del continuo aumento della disoccupazione. Si propone quindi di “risolvere il problema” contrattando una limitazione ai nuovi arrivi.

In realtà è evidente che la difficoltà di trovare lavoro, alloggi ed accesso alle scuole e agli altri servizi non è provocata dall’arrivo di lavoratori stranieri, ma dai continui attacchi alla classe operaia. È stata la politica liberistica stile Thatcher, che ha teso a farla finita con gli scioperi chiudendo le industrie, a dare a più generazioni di proletari “una buona dose di disoccupazione”, in modo che fossero costretti ad accettare qualunque condizione di lavoro. Manca la richiesta di forza lavoro dalle industrie, molto delle quali se ne sono andate all’estero. Le effimere riprese durante il governo di Major e di Blair provenivano in gran parte da settori non produttivi come i servizi finanziari e la speculazione sull’aumento dei prezzi degli immobili. Mentre il debito pubblico e privato cresceva si indebolivano tutte le protezioni della classe operaia.

La crisi del capitalismo è a scala mondiale e non un fenomeno solo della Unione Europea, è parte di una crisi mondiale

Ridicolo attribuire la colpa di tutto questo alla “soffocante” regolazione normativa e tariffaria imposta dai "burocrati di Bruxelles". Chi ne chiede l’uscita afferma che vi siano grandi opportunità di commercio con il resto del Mondo. La irrealtà di questo approccio la dimostrano gli altri paesi fuori dell’Unione, finiti esattamente nello stesso incaglio. Uno sguardo ai cosiddetti Brics lo dimostra: il Brasile è un colabrodo finanziario, la Russia è duramente investita dalla caduta del prezzo di petrolio e gas e, nonostante India e Cina ostentino alti ritmi di crescita, gli investimenti vi stanno crollando rapidamente.

Fuori dall’Unione Europea i capitalisti inglesi, si dice, si darebbero liberamente alla competizione commerciale con gli altri paesi. Ma lo potrebbero fare solo riducendo il prezzo dei loro prodotti: e questo significa ridurre il costo del lavoro. Tagliare le paghe e le condizioni dei lavoratori in Gran Bretagna è ciò a cui i capitalisti si preparano, sia che rimangano nel Mercato Comune sia commerciando “liberamente” con l’Europa e con il resto del mondo.

Il diversivo dell’immigrazione

Non è esagerato dire che il referendum di fatto non è stato presentato come una scelta sull’Unione Europea, ma un’occasione per fomentare l’ostilità degli inglesi verso gli immigrati. È questa studiata e provocata eccitazione che è arrivata a produrre ed è responsabile dell’uccisione di un deputato laburista per mano di un fascista al grido di "Britain first".

"Britain first" è il grido di coloro che invitano ad uscire dalla UE, sostenendo che i problemi del capitalismo, e dei lavoratori inglesi, potrebbero essere risolti riducendo il numero dei lavoratori stranierei. Ma i sostenitori del restare nella UE non questo lo negano, solo sconsolati ammettono che l’immigrazione è il prezzo da pagare per restare nel Mercato Comune

L’attacco alla condizione operaia è in atto in tutta Europa. In Francia vediamo la risoluta resistenza dei lavoratori; le coraggiose lotte degli operai in Italia nel settore della logistica arrivano a duramente scontrarsi sia contro i padroni e le loro forze dell’ordine, sia contro i sindacati asserviti allo Stato. La lezione centrale è che se la classe operaia non combatte come classe contro questo attacco sarà ovunque sconfitta! Ai capitalisti non interessa se sei inglese, polacco, irlandese o romeno: vedono in tutti solo una opportunità di far profitto, e da gettar via quando i profitti crollano.

La frammentazione attuale del proletariato può essere superata solo con forme di organizzazione estese a tutta la classe, che uniscano operai alla base, nelle fabbriche e nei servizi, e non consentano che le loro lotte siano deviate dai funzionari laburisti e dei sindacati. La classe operaia può proteggere i suoi interessi solo con la sua organizzazione e le sue lotte, facendo così fronte agli attacchi borghesi, sia che provengano dai parlamenti nazionali, sia da Bruxelles.

"Sovranità"

Tutta la montatura intorno al referendum gira intorno alla menzogna borghese della “sovranità popolare” e della “rappresentanza parlamentare”. Il principale argomento dei sostenitori dell’uscita dalla UE è “noi dobbiamo riprenderci la capacità di decidere”; quello dei sostenitori del restarci, “noi possiamo così aver più potere al tavolo delle trattative”. In realtà non esiste alcun noi: il concetto della sovranità popolare è una finzione che maschera la realtà, cioè che esiste solo una inconciliabile opposizione di interessi di classe.

Quindi, qualunque sia il risultato del referendum, vile illusione di “esercizio della sovranità popolare”, poco cambierà e l’attacco alla classe operaia continuerà in parallelo al peggiorare alla crisi del capitale.

Per altro la borghesia inglese, come tutte, non farà certo dipendere la sua politica economica e imperiale dai risultati elettorali, lo scopo dei quali è solo frastornare la classe operaia e deviarla dalla sua aspra ma necessaria strada.

La classe operaia ha il suo programma storico, comunistico e internazionale, fondato sulla solidarietà fraterna dei lavoratori non solo di Europa ma di tutto il mondo, successivo all’abbattimento ovunque del potere degli Stati borghesi.

Quello di restare o di uscire dalla Unione Europea è invece un problema di meschine classi dominanti, inglesi e no, prodotto del loro egoismo, della loro decadenza, impotenza e incapacità di darsi una qualsivoglia prospettiva di futuro.

Anche in questa occasione la classe operaia quindi non ha da scegliere né da votare: i suoi interessi, storici ma anche immediati, e la loro difesa, sono al di fuori dei referendum e della democrazia. Gli operai non hanno patria. I diversi Stati nazionali rappresentano solo gli interessi delle classi dominanti opposti a quelli della classe operaia. Sarà solo con la rivoluzionaria dittatura comunista che gli operai potranno esercitare la loro internazionale “sovranità” di classe.

  

  

  

  

  

  

  


Le manifestazioni in Francia contro il precariato e il sabotaggio della Cgt

Da decenni a questa parte, e in particolare dopo la legge delle 35 ore del 1998-2000, anche in Francia la questione del diritto del lavoro viene regolarmente imposta dai diversi governi borghesi di destra e di sinistra: numerose sforbiciate hanno da allora largamente intaccato i diritti e le protezioni dei lavoratori, in un contesto di crisi economica mondiale. Le istituzioni finanziarie internazionali e i governi nazionali esigono delle “riforme strutturali” al fine di aumentare il tasso del profitto del capitalismo, che tende ineluttabilmente a diminuire. Le misure sono state progettate in stretta collaborazione con Berlino e, in particolare con Peter Hartz, il burocrate sindacale socialdemocratico autore delle leggi imposte in Germania dieci anni fa per ridurre i salari e peggiorare le condizioni di vita dei lavoratori.

Si tratta in sostanza di attaccare le condizioni di vita e di lavoro dei salariati facilitando i licenziamenti, aumentando la “flessibilità” del mercato del lavoro, abbandonando gli accordi nazionali di categoria per sostituirli con accordi aziendali, diminuendo le tutele legali e la spesa per le imprese e per lo Stato in materia di protezione sociale (salute, famiglia, pensioni). Come negli anni 1930, la crisi dell’economia capitalistica mondiale, che niente può fermare, spinge le classi dominanti in Francia e di tutto il mondo sia alla guerra e al militarismo sia a sempre nuovi attacchi alla classe salariata, produttrice di ogni ricchezza.

In questo contesto arriva il progetto di legge El Khomri il cui scopo è dare nuove libertà alle imprese. Presentato a nome del governo socialista Hollande-Valls, fa seguito ad un rapporto redatto nel gennaio 2016 da una commissione che raccomandava un rimaneggiamento delle leggi per rendere più dinamico il mercato del lavoro.

Mentre un’ondata di proteste si sviluppava in Belgio, scioperi più o meno partecipati si hanno in Francia, nelle raffinerie di petrolio, nei porti, nell’aviazione civile, nelle ferrovie, nell’energia, nei trasporti e nelle costruzioni, sotto la guida il più delle volte dei sindacati Cgt, FO e l’unione Sindacale Solidale, senza però provocare una vera paralisi dell’economia.

La Cgt, descritta come l’organizzazione più combattiva e alla testa dei movimenti, in realtà gioca un ruolo funesto di pompiere della lotta di classe per evitare l’azione generale della classe salariata, l’unificazione radicale delle sue lotte.

Dalle ultime elezioni di categoria, del marzo 2013 (con una partecipazione molto bassa: hanno votato soltanto in 5.460.000), la Cgt ha avuto il 26,7% dei voti, risultando il primo sindacato in Francia; la Cfdt ha raccolto il 26,0%, FO il 15,9%, Cfe-Cgc il 9,4%, la Cftc il 9,3%, l’Unsa il 4,2%, e Sud 3,4%. Ma la Cgt vede il suo seguito diminuire continuamente (ora ha 676.000 iscritti) e rischia di essere superata dalla Cfdt all’inizio del 2017.

Philippe Martinez, il nuovo capo della Cgt, dopo la sua elezione nel febbraio 2015, per rinsaldare l’organizzazione in crisi da parecchi anni ha indetto alcune mobilitazioni nazionali, che si sono rivelate il più delle volte assai poco partecipate. In occasione del 51° congresso, il 19 aprile 2016, ha rinnegato la politica di riconciliazione con la Cfdt, portata avanti dal vecchio dirigente Bernard Thibault, ponendo fine alla strategia del “sindacalismo riunificato”.

Oggi asseconda il movimento contro la legge El Khomri già avviato dalla mobilitazione dei giovani. Ma il contenuto degli appelli della Cgt è per una ambigua “generalizzazione” dello sciopero, non lo sciopero generale, vale a dire l’unificazione delle lotte operaie in un unico potente movimento, al quale di fatto si oppone.

Ricordiamo brevemente i fatti. Il progetto El Khomri è annunciato il 17 febbraio 2016. Dieci sindacati (Cfdt, Cfe-Cgc, FO, Fsu, Sud, Unsa, Unl, Fidl) si riuniscono il 23 febbraio per chiedere il ritiro delle indennità forfettizzate in caso di licenziamento. La Cgt, la Fsu e il Sud si dichiarano favorevoli ad organizzare delle manifestazioni. All’interno del Partito Socialista il testo sarà criticato da una fronda che ne denuncia la “deriva liberale”.

Il 3 marzo, cinque centrali sindacali cosiddette “riformiste” (Cfdt, Cfe-Cgc, Cftc, Unsa) firmano un testo comune in cui chiedono che il progetto di legge sia modificato, mentre i sindacati cosiddetti “contestatori” (Cgt, FO, Fsu) rifiutano di firmare e ne chiedono il ritiro.

La Unione Studentesca e la Unione Nazionale Liceale si accodano ai sindacati contestatori, mentre la Fage degli studenti a quelli cosiddetti riformisti. Torna ad aleggiare lo spettro delle manifestazioni dei giovani del 1994 contro il contratto di inserimento professionale e di quelle del 2006 contro il contratto di prima assunzione CPE.

Il giorno in cui il progetto è presentato al Consiglio dei ministri, il 9 marzo, i sindacati Cgt, FO e Solidali e le organizzazioni studentesche (Unef, Unl, Fidl) organizzano numerosi cortei locali, con un numero di manifestanti fra i 224.000, secondo la polizia, e 500.000, secondo i sindacati, assai ridotto a paragone con le grandi manifestazioni del 2006 che avevano portato 2 milioni in strada costringendo a ritirare il Cpe.

Il 14 marzo, dopo aver incontrato i sindacati, il governo annuncia di aver modificato il testo, ottenendo l’apprezzamento della Cfdt mentre la Cgt, il FO e l’Unef ne continuano a chiedere il ritiro.

Altre tre giornate di manifestazioni sono promosse il 17 e il 24 marzo dalle organizzazioni studentesche, con una partecipazione, a seconda delle fonti, fra i 69.000 e i 150.000 manifestanti, e il 31 marzo anche dai sindacati Cgt, FO, Sud, Fsu. Quest’ultima vede una partecipazione in crescita, licei e università bloccati, scontri tra giovani e forze di polizia a Parigi, Nantes, Tolosa, Grenoble e Rennes.

Nella capitale molti manifestanti, soprattutto giovani, si ritrovano in Place de la République e da qui nasce il movimento “Nuit debout” (Notte in piedi) che si presenta come cittadino e pacifista, ispirato agli “indignati” spagnoli e del movimento statunitense “Occupy Wall Street”.

Altre due giornate di manifestazioni si svolgono il 28 aprile, con 209 cortei che contano tra 170.000 manifestanti, secondo la polizia, e 500.000 secondo la Cgt, e il 1° Maggio, nella quale la polizia spezza il corteo separandolo dai giovani, nella “indifferenza” del servizio d’ordine della Cgt.

Il 10 maggio Manuel Valls decide di ricorrere all’articolo 49 comma 3 della Costituzione che permette di fare adottare il testo senza passare per il voto in parlamento. Il 12 maggio, mentre si svolgono nuove manifestazioni, la mozione di censura presentata all’Assemblea Nazionale riceve il voto favorevole di uno schieramento eterogeneo (destra, repubblicani, UDI, Fronte di sinistra) ma non della frangia dissidente del Partito Socialista, non raggiungendo così la quota richiesta di 288 voti. Pertanto la mozione viene respinta ed il progetto di legge è adottato in prima lettura. Il testo deve ora essere riesaminato dal Senato.

Il 12 maggio i portuali, i lavoratori del settore petrolifero e i ferrovieri scendono in lotta a Le Havre, uno dei centri nevralgici dell’economia francese, inaugurando il movimento di sciopero vero e proprio.

Nella settimana dal 16 al 22 maggio, mentre si svolgono nuove manifestazioni, scendono in lotta in tutta la Francia camionisti, ferrovieri, i dipendenti delle raffinerie, degli aeroporti e dei porti. Ma il movimento, inquadrato dalla Cgt, nei trasporti non provoca alcuna paralisi.

Migliore la situazione nelle raffinerie, dove gli scioperi determinano dal 23 maggio un’interruzione parziale della distribuzione di carburante. Lo stesso giorno la polizia interviene con la forza per sbloccare il deposito di Fos sur Mer. Il giorno dopo, in risposta, tutte le otto raffinerie francesi sono bloccate dagli scioperi. Il 25 maggio l’accesso al deposito di Douchy les Mines nel Nord, bloccato da giovedì 19 maggio da circa 80 sindacalisti, per la maggior parte della Cgt ma anche alcuni della Sud, è sgomberato dalle forze dell’ordine.

Il 26 maggio è proclamata una ”giornata nazionale” di scioperi dalla Cgt-FO. A Parigi, la prefettura conta da 18.000 a 19.000 manifestanti, 100.000 secondo i sindacati. La penuria di carburante riguarda ormai oltre il 20% delle stazioni di servizio mentre le centrali nucleari riducono la produzione di energia elettrica: 5 reattori nucleari, su un totale di 58, sono stati fermati il 25 e il 26 maggio. Se non è la prima volta che scioperi nelle centrali provocano cali di produzione, è raro che ciò accada nel quadro di un movimento sociale non legato alla situazione nella categoria.

Lo stesso giorno il sindacato dei tipografi della Cgt impedisce la pubblicazione delle testate della stampa nazionale che si sono rifiutate di pubblicare un intervento di Philippe Martinez.

Il 28 maggio alle manifestazioni partecipano tra 150.000 e 300.000; proseguono i blocchi nei depositi di combustibili e nelle centrali nucleari. In particolare a Le Havre scendono in piazza 10.000 portuali.

La sera del 31 maggio, a dieci giorni dal campionato di calcio europeo, incomincia uno sciopero ad oltranza nelle ferrovie proclamato dai tre sindacati principali (Cgt, Unsa, Sud-Rail). La Cfdt, quarta forza sindacale nei ferrovieri, non si è associata né ai precedenti né a questo sciopero.

Nei ferrovieri gioca anche il negoziato, in fase finale, sul progetto di riforma dello Statuto dei ferrovieri, in particolare sull’orario di lavoro (più flessibilità in vista dell’apertura alla concorrenza a partire dal 2020). L’Unsa, la seconda forza sindacale nella Sncf, si oppone soltanto al progetto di riforma dello Statuto di categoria e non chiede il ritiro della riforma del lavoro, come invece fanno Cgt e Sud-Rail. La Cgt ha solide roccaforti tra i macchinisti e i controllori. Tuttavia lo sciopero sembra aver avuto un seguito limitato. Secondo il ministro hanno circolato il 60% dei treni dell’alta velocità, il 50% dei treni dell’Ile-de-France e il 45% degli intercity. Anche alla Ratp (trasporti parigini) è proclamato uno sciopero, ma non ha molto seguito; la Cgt invece proclama lo sciopero illimitato.

La sera di lunedì 31, in occasione di un incontro-dibattito con il capo della Cfdt, Philippe Martinez afferma di essere “pronto a ridiscutere” con il governo senza esigere il ritiro del testo. Solo elenca quattro punti di disaccordo: l’inversione della gerarchia dei contratti con la preminenza di quelli aziendali sull’organizzazione del lavoro; la definizione dei licenziamenti economici; l’indizione di un referendum in caso di un accordo di minoranza; la riforma della medicina del lavoro.

Il 31 maggio è stata una giornata di lotta anche in Belgio, stabilita da tempo, con manifestazioni e scioperi nei servizi, nei trasporti pubblici, nelle scuole e nella posta. Altre azioni, manifestazioni e scioperi generali sono già stati pianificati per il 24 giugno ed il 7 ottobre. È evidente che lo stato di emergenza introdotto l’anno scorso in Francia e in Belgio dopo gli attentati di Parigi, non riguardava soltanto le reti terroristiche islamiche, ma era anche in previsione dell’opposizione sociale che già si andava sviluppando.

Ovunque in Europa i lavoratori, che hanno seguito attentamente le lotte in Francia, in Belgio, in Grecia, devono respingere ogni tentativo di dividerli secondo i confini nazionali per cercare di unire il loro movimento dentro e fuori i loro paesi. Ma per raggiungere questo obiettivo non li aiuterà nessuna delle attuali centrali sindacali! Ben al contrario.

 

 

 

 

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Riunione generale del partito
Cortona - 21-22 maggio 2016

[RG125]

Il corso verso la catastrofe dell’economia capitalistica mondiale
L’intervento del PCd’I nella guerra civile in Italia
Germania 1919-1923: fra Socialdemocrazia e Comunismo
La questione militare: Prima Guerra mondiale, la campagna austro-serba
Il confronto fra imperialismi sul campo di battaglia siriano
Attività sindacale
Resoconto sul lavoro della nostra sezione venezuelana
Il movimento operaio in Usa: La preparazione alla guerra mondiale
La dittatura rivoluzionaria prima di Marx: Babeuf

 

La riunione di Cortona ha visto la presenza di compagni da Gran Bretagna Torino Genova Veneto Francia Cortona Germania Roma Firenze Parma Bari. Le sedute si sono svolte nel consueto clima di impegno ordinato e serrato, senza le perdite di tempo – personalismi, polemiche, dibattiti, ecc. – che caratterizzano il metodo democratico-congressuale, che è esattamente il contrario del nostro.

Siamo coscienti della gravità e difficoltà del lavoro – intrapreso ormai da un settantennio, e che ci sta davanti – richiesto al nostro piccolo partito volto alla ritessitura dell’organo politico davvero internazionale della classe operaia e del comunismo.

A tal fine abbiamo sempre considerato le periodiche e le frequenti riunioni generali il migliore degli strumenti per tramandare un bagaglio di nozioni e di atti che sono solo propri della nostra compagine militante. Un partito, unico fra i vari che hanno seguito nella classe operaia, che riesce, seppure oggi a scala quantitativamente ridotta, a darsi quei comportamenti coerenti alla sua natura comunista che il nostro movimento, nella sua complessa e secolare storia, da Marx in poi, ha prefigurato ed avrebbe voluto vivere nell’organo politico dell’emancipazione proletaria, sebbene nemmeno la Terza Internazionale riuscisse compiutamente a comprenderne la necessità e a metterli in pratica. Un modulo d’essere e di funzionamento quindi antico e nuovo, opposto e incompatibile anche con quelli dei partiti a loro tempo rivoluzionari della classe borghese.

Qui subito la prima metà dei riassunti delle molte ed impegnative relazioni che abbiamo ascoltato.

 

L’intervento del PCd’I nella guerra civile in Italia

Proseguendo la serie sulla guerra civile in Italia nel primo dopoguerra, il rapporto ha preso in esame la struttura militare dal Partito Comunista d’Italia, organizzata già nei mesi successivi alla sua costituzione.

Prima di entrare nell’argomento il relatore ha ripetuto la posizione del marxismo nei confronti dell’uso della violenza nella lotta fra le classi. Il materialismo dialettico vi si pone di fronte con atteggiamento storico e non morale astratto. La violenza sociale non si giudica, si spiega. Sorge dalla natura dei rapporti sociali capitalistici. Il comunismo esalta quella della classe operaia, combatte quella del nemico borghese.

Ma i comunisti inoltre prevedono che la violenza proletaria sarà sempre una indeprecabile necessità storica, sia contro la violenza difensiva padronale e statale, sia per l’abbattimento del potere della classe borghese. È questo un cardine fondamentale del programma del partito.

Ne segue che non possiamo partecipare allo sciocco gioco su chi fu il primo ad infrangere la legalità e ad introdurre metodi violenti nella normale e civile competizione politica. Nel periodo che trattiamo questo sistema dello scaricabarile, che accomunava socialisti e fascisti, rappresentò un vero tradimento in quanto supponeva che la reazione borghese avrebbe potuto essere evitata e che il proletariato non avrebbe dovuto reagire alla reazione bianca.

I comunisti sostenevano il criterio opposto, ossia di dover rispondere all’avversario con gli stessi suoi metodi; compito difficile, e che veniva ostacolato dal pacifismo degli altri partiti proletari. Proprio per questo suo atteggiamento intransigente e rivoluzionario il partito comunista e le sue organizzazioni divennero il bersaglio preferito della repressione legale statale e di quella extralegale fascista.

Di fronte a questa congiunta repressione di Stato e fascismo l’atteggiamento del partito comunista era chiaro: «La ventata di reazione che ha sorpreso il nostro partito nel suo nascere è stata, per certo riguardo, salutare. È servita quale addestramento agli individui ed agli organi di comando [...] Poiché gli avvenimenti urgono e la preparazione nostra deve affrettarsi, non è ammissibile che i comunisti italiani perdano un minuto solo nell’opera di consolidamento delle proprie file [...] Poiché il nostro partito non è reclutato col sistema della coercizione, chi non sente di fare tutto quanto il partito vuole che si faccia può liberamente e subito allontanarsi da noi. Ma coloro che accettano di rimanervi firmano, entrando nel Partito Comunista, la dichiarazione di rinunzia a molte libertà [...] Siamo nella guerra guerreggiata, ed anche per noi e per i nostri militi vige un codice di guerra» (“Il Comunista”, 7 aprile 1921).

Non esistevano che due vie: o la dittatura aperta della controrivoluzione, o la dittatura rivoluzionaria del proletariato.

Lo scontro tra proletariato e guardia bianca era inevitabile non perché la seconda compisse una azione eversiva nei confronti del legale ordinamento costituito, al contrario, perché essa rappresentava l’ultima difesa di quell’ordine contro l’avanzare della rivoluzione. Altro che piagnucolose proteste contro presunti sovvertitori dell’ordine democratico, legale, civile: è il proletariato, inteso come classe rivoluzionaria, lo “aggressore”, il “provocatore” e il “violento” che persegue l’obiettivo storico del sovvertimento dell’ordine presente, quand’anche la borghesia se ne stesse pienamente all’interno dei suoi canoni democratici e costituzionali.

Magnifiche battaglie che si scatenarono in molti centri proletari misero in evidenza la determinazione alla lotta della classe operaia e la sua immediata predisposizione ad accettare il Partito Comunista come naturale riferimento e guida.

Il relatore si è soffermato sulla organizzazione delle squadre armate del partito, come verrà ampiamente riportato nella stampa estesa del rapporto. Per ordine tassativo del centro l’organizzazione militare doveva evitare ogni pubblicità od ostentazione, che solo avrebbero dato al nemico indicazioni sulle nostre forze. Quella riservatezza silenziosa indusse i nostri avversari a dedurne che l’apparato clandestino del PCd’I fosse pressoché inesistente, e gli stalinisti, pur sapendo di dire un falso, hanno fatto propria questa tesi.

La impostazione, all’interno dell’apparato illegale, del settore paramilitare era strettamente connessa alla politica complessiva del partito. Si poneva «il problema della preparazione rivoluzionaria su queste basi: affasciare, inquadrare, organizzare anche militarmente le forze che mirano a spostare le basi dello Stato, ma solo quelle che concepiscono questo spostamento come una antitesi tra due eventualità della storia: o la conservazione dello Stato borghese, democratico e reazionario allo stesso tempo, o la costruzione dello Stato proletario fondato sulla dittatura di classe» (“Il Comunista”, 7 agosto 1921).

Questa tattica di intransigenza e di “isolamento”, evitando ogni alleanza centrale o locale tra organi politici, avrebbe permesso di polarizzare verso il partito comunista la parte più combattiva del proletariato, quella che, pur nella ritirata, faceva fronte al nemico sotto le bandiere classiste della rivoluzione.

All’inquadramento illegale erano tenuti a partecipare tutti i membri del partito e della gioventù comunista, a meno che non ne fossero fisicamente impediti o fossero adibiti ad altri incarichi. Comprendeva pure quei simpatizzanti sui quali si potesse nutrire una completa fiducia. Oltre a questi nelle squadre comuniste erano ammessi anche elementi sindacalisti e anarchici, purché dichiarassero di non essere impegnati da altri vincoli disciplinari nelle loro azioni.

Le squadre erano mobilitate in permanenza per difendere le sedi di partito, le “ronde rosse” vigilavano nei centri proletari delle città rendendoli inespugnabili alle squadre fasciste. Ogni squadra era tenuta alla partecipazione a corsi paramilitari attraverso le “associazioni ginniche proletarie”. I capi aggruppamento erano chiamati ogni 15 giorni a rapporto, nel quale riferivano al comando del lavoro di sorveglianza, controllo, inquadramento, colle difficoltà e le obiezioni del caso. Dopo un riassunto generale del comandante veniva distribuito l’ordine del lavoro per la quindicina seguente. I responsabili, tramite delle staffette, erano in grado di rintracciare e disporre all’azione i loro uomini nel giro di un’ora. Le squadre ausiliarie, composte da donne e da non idonei fisici, svolgevano mansioni di informazione e procuravano rifugi per sottrarre i militanti alle ricerche della polizia.

A partire dall’inverno 1921/22 l’organizzazione militare comunista acquistò una consistenza sempre maggiore: reparti bene armati ed efficienti si avevano a Trieste, Torino, Milano, Novara, Genova, Firenze, Roma, Bari.

Accanto alla pratica più propriamente di scontro armato, alcuni elementi scelti svolgevano compiti di studio, informazione, penetrazione nell’esercito, nei magazzini, nelle officine militari dello Stato, sui loro mezzi ecc.

Una azione era fatta sulla lega mutilati, invalidi e reduci di guerra perché si trasformasse in un centro di forze scelte della classe operaia per la lotta armata.

Naturalmente prima base dell’organizzazione illegale era la Federazione Giovanile del partito. Questa curava l’organizzazione dei coetanei sotto le armi allo scopo di tessere una rete clandestina per procurare armi e reclutare uomini pronti a rivolgerle contro il nemico di classe in caso di guerra civile, nonché assumere informazioni sui reggimenti, sui depositi, sulla configurazione delle caserme.

Altro aspetto dell’attività illegale del partito, che non è mai stato preso in considerazione da chi ha scritto sull’argomento, era lo spionaggio, la capacità di infiltrare agenti all’interno degli organismi repressivi dello Stato: questure, esercito, etc.

 

Germania 1919-1923: Fra Socialdemocrazia e Comunismo

Essendo stata la mancata rivoluzione in Germania negli anni 1919-1923 il fattore determinante della sconfitta allora dell’intero proletariato occidentale e della possibilità di estensione della Rivoluzione dalla Russia all’Europa, cui sarebbe seguita la titanica vittoria del Comunismo in tutto il mondo, il partito ha ritenuto necessario riprenderne lo studio per trarre la giusta lezione, da una esperienza in parte in negativo, ma della nostra classe e della nostra Internazionale, in frangenti così gravi e difficili. Gli insegnamenti da fatti potenti come quelli di Germania varranno ad imprescindibile e sicura guida ai rivoluzionari di domani.

I compagni oggi delegati a questo compito hanno a loro disposizione una solida base nei molteplici lavori del partito dedicati al tema, considerati sempre dei semilavorati. L’intento è da un lato di ripresentare le conclusioni cui il partito è pervenuto riguardo i fattori che hanno determinato quella sconfitta, dall’altro approfondirne cruciali aspetti particolari.

Si è ritenuto necessario dapprima descrivere le modalità della costituzione del moderno Stato borghese tedesco con la Germania che diveniva una delle prime potenze industriali mondiali e con la formazione di una classe operaia moderna e ben organizzata. Dal 1848, allorché la borghesia, timorosa di essere travolta dall’onda rivoluzionaria, rinuncia a raggiungere i suoi scopi, al 1862-1871 in cui l’esercito prussiano e l’abile politica di Bismarck costituiscono lo Stato unitario nazionale, con la borghesia al coperto della burocrazia imperiale e della casta militare degli junker. In tali condizioni la rivendicazione dei socialdemocratici e degli indipendenti nel 1918 della repubblica borghese, a differenza che in Russia nel febbraio 1917, assumeva un carattere del tutto reazionario.

In questo humus cresce e si sviluppa il Partito Socialdemocratico Tedesco, ritenuto a ragione il più importante della Seconda Internazionale: sarà questo il tema da esporre alla prossima riunione.

La mancata rivoluzione in Germania negli anni 1919-1923 deve innanzi tutto essere imputata al carattere e alla funzione controrivoluzionaria della pletorica Socialdemocrazia, ormai palese fin dal voto dei crediti di guerra del 1914. A questo fattore se ne accosteranno altri due.

Primo, fino al gennaio del 1919, la mancanza del Partito Comunista, dovuta alla remora della Lega di Spartaco di distaccarsi dall’SPD prima e dall’USPD poi, nel fallace tentativo di non perdere influenza sul proletariato tedesco e sulle sue grandi organizzazioni che la Socialdemocrazia controllava.

Inoltre v’era il grave errore programmatico che le masse operaie avrebbero potuto insorgere spontaneamente senza bisogno della guida del partito. In assenza del partito e del suo chiaro indirizzo politico il proletariato, lasciato alla spontaneità della sua rabbia, sarà inesorabilmente votato alla sconfitta e alla repressione. È vero che la scissione e la fondazione di un partito non si può decidere ed attuare in qualsiasi momento, ma è altrettanto vero che la maturità storica, che ha selezionato il programma di un partito e chiama alla necessità della scissione, non la si rintraccia nel contingente grado di coscienza diffusa nelle masse. O il partito è in grado di leggere la lezione degli eventi storici e di trarne la giusta tattica, anticipando a se stesso e alle masse le future necessità della lotta, o qualunque seppure generoso e vasto movimento spontaneo è votato all’insuccesso.

Negli anni successivi contribuirono alla sconfitta anche gli errori di tattica, che sembravano rincorrersi fra quelli del KPD e quelli dell’Internazionale Comunista, col risultato ultimo della degenerazione del nostro movimento mondiale. Il KPD, sempre legato in qualche modo alla Socialdemocrazia, rimase convinto della possibilità di un trapasso pacifico e graduale al socialismo e, pronto al richiamo dello sciopero, non lo era a quello della insurrezione armata; scivolò, sotto la direzione della Internazionale, nel bestiale errore tattico del Fronte Unico fra partiti e in quello successivo del Governo Operaio.

Oggetto di studio del partito sono inoltre le frange estreme della sinistra: tirare dal KAPD e dalle “Unionen” gli insegnamenti negativi, portati al parossismo dai Gorter e dai Pannekoek, è necessario per la riproposizione integrale del marxismo rivoluzionario, l’analisi e la critica dell’immediatismo, dello spontaneismo, dell’operaismo, dell’aziendalismo, del consiglismo, che furono effetto e causa della debolezza del proletariato in Germania.

Dunque ripercorrendo i nostri semilavorati, e anche fonti storiche di borghesi ed avversari, mostreremo come la posizione della Sinistra Comunista italiana – levatasi subito all’interno della Terza Internazionale contro la sua tattica erronea, con esemplificazione estrema nella Germania ma comune ad altre situazioni ivi compresa quella italiana – sia stata confermata dagli eventi che ne seguirono. Conferma che non ha intento storicistico ma vuol segnare le false strade da evitare ai rivoluzionari di domani.

 

La questione militare
Prima Guerra mondiale - La campagna austro-serba

Il fronte orientale, su cui si contrapponevano gli Imperi Centrali e la Russia, lungo oltre mille chilometri, dalla Lituania fino all’Ucraina, con vaste foreste, laghi e paludi, ed estese pianure, non poté essere saturato di uomini, cannoni e trincee come ad occidente, dove poi prevalse la guerra di posizione. Qui avvenne un combinato tra guerra di rapido movimento e di posizione.

Due erano qui le questioni politiche: l’appartenenza o la spartizione della Polonia tra Germania, Austro-Ungheria e Russia e l’espansione panslavista della Serbia.

La guerra austro-serba, breve e collaterale, che si sviluppò in tre successive campagne tra l’agosto e il dicembre 1914, fece emergere inefficienze insospettabili nel collaudato esercito austroungarico, non in grado di chiudere in breve tempo la questione contro il piccolo ma tenace esercito serbo. La scelta di Vienna di impegnarsi contemporaneamente su due fronti, russo e serbo, opposti e lontani, si rivelò insensata quando avrebbe potuto prima liquidare la Russia con l’aiuto della Germania.

Erano due eserciti profondamente diversi. Quello austroungarico, moderno, ben equipaggiato e addestrato alle grandi campagne di stampo napoleonico, però multietnico, con forte componente di soldati di origine slava che si facevano prendere prigionieri, specialmente gli ufficiali, per poi entrare nelle file serbe.

L’esercito serbo era diviso in tre livelli, dei quali il terzo non aveva nemmeno le divise e un valido armamento, era però composto di tenaci montanari con forti motivazioni alla guerra raggruppati in agili piccole formazioni. Scarsa l’artiglieria, fornita dalla Russia, mentre Francia e Inghilterra provvedevano al munizionamento.

Il teatro scelto dal comandante austriaco per l’invasione della Serbia era la zona di confine a ridosso del Danubio, della Sava e della Drina, caratterizzata da corsi d’acqua impetuosi che scorrono in gole scoscese o in fitti boschi, zona assolutamente inadatta al suo esercito che necessitava di comode e rapide vie di comunicazione per i rifornimenti, mentre in quella zona vi erano poche strade e nemmeno una linea ferroviaria. L’unica era a ridosso delle linee serbe.

Inizialmente Vienna ritenne la Russia neutrale e dette l’avvio alla mobilitazione di sette corpi d’armata. Quando solo dopo una settimana fu chiaro l’intervento della Russia, furono subito ritirati due corpi d’armata da destinare al nord e anche ad un terzo fu ordinato di tenersi pronto a partire per la Galizia. Nonostante questo sensibile ridimensionamento delle forze il comando austriaco attaccò, avendo anche il problema di impedire una invasione dell’esercito serbo nel sud della Bosnia, abitata da una numerosa comunità serba che lo avrebbe sicuramente aiutato.

La prima campagna dal 12 al 24 agosto 1914 inizia con il bombardamento di Belgrado. L’avanzata fu difficoltosa per il terreno difficile, inadatto al trasporto di artiglieria pesante e colonne di carri. I due eserciti avanzavano “cercandosi”.

I combattimenti durarono fino al 19 agosto quando gli austriaci furono costretti ad una ritirata disordinata oltre la Drina, abbandonando sul campo una gran quantità di materiale. Ma l’inseguimento serbo fu debole per la stanchezza delle truppe e la mancanza di rifornimenti.

In soli 12 giorni di guerra gli austriaci accusarono 22 mila tra morti e feriti e 25 mila prigionieri, la maggior parte slavi, più la perdita di tutto il materiale bellico.

Il comando supremo austriaco aveva commesso l’errore politico di affrontare due campagne contemporaneamente ed il generale Potiorek quello strategico di insistere sulla manovra avvolgente dopo la riduzione delle sue forze. Ma la sconfitta fu più dannosa per l’Austria sul piano morale che pratico, su un impero di oltre 50 milioni di sudditi.

Il successo serbo fu dovuto alla conoscenza del territorio, all’appoggio della popolazione e alla migliore lucidità strategica del generale Putnik, che seppe attendere con calma l’avversario in una zona a lui favorevole; questa vittoria però fece perdere il senso della misura ai serbi che intrapresero la seconda campagna con spavalderia e piani sbagliati.

Per la seconda campagna, settembre 1914, la riorganizzazione dei due eserciti a scopo offensivo era iniziata immediatamente dopo la prima campagna perché erano intervenute pesanti le pressioni dei rispettivi alleati.

Potiorek concentrò le forze in un’area più ristretta ma sempre nella stessa zona di cui conosceva le difficoltà e l’assenza di vie di comunicazione. Erroneamente non credeva ad un attacco austriaco nell’agevole valle della Morava, accesso di tutte le storiche invasioni della Serbia.

Ai serbi i russi chiesero di portare una qualche offensiva allo scopo di ritardare la partenza dei contingenti austriaci destinati alla Galizia, dove i russi erano in difficoltà dopo aver subito due sconfitte nelle battaglie di Kraśic e di Komaróv.

Ma il precedente successo difensivo dei serbi sul proprio territorio non li garantiva affatto per una offensiva in territorio nemico, che non conoscevano altrettanto bene, e per la mancanza di rifornimenti, mezzi di trasporto truppe e addestramento offensivo, in un territorio le cui popolazioni croate, ungheresi e rumene non sarebbero state loro favorevoli. Ragionevolmente avrebbero dovuto portare l’attacco nella Bosnia attraversando la Drina.

L’attacco di Putnik a nord di Belgrado fu prontamente neutralizzato provocando perdite significative ai serbi. Potiorek attaccò dalla Bosnia ma i serbi riuscirono a fermarlo. Le forze serbe passate alla controffensiva con l’appoggio dei montenegrini dettero il via ad una manovra aggirante con una limitata invasione della Bosnia. L’armata austroungarica dovette retrocedere con duri combattimenti durati 4 giorni.

Dal 4 ottobre a causa delle forti piogge, che resero impraticabili le poche strade esistenti e ingrossarono i fiumi, cessarono le operazioni su vasta scala e anche su questo fronte iniziò la guerra di trincea con sporadici attacchi di portata locale.

Nella terza campagna, dall’ottobre al dicembre 1914, l’offensiva austroungarica riprese con l’arrivo di rinforzi e si sviluppò con particolare durezza nell’altopiano di Valjevo dal quale i serbi furono scacciati solo il 6 novembre.

La situazione serba divenne presto critica sia per la scarsità di munizioni sia per la conduzione della guerra di trincea cui non erano addestrati e nelle loro file iniziarono diserzioni.

Putnik si decise a retrocedere le truppe a protezione di Belgrado, represse duramente gli ammutinamenti, reclutò tutte le riserve e nuove reclute e lanciò una controffensiva dal 3 dicembre su un fronte lungo ben 120 chilometri, possibile ora con l’arrivo delle munizioni francesi attraverso Salonicco. Dopo duri scontri i serbi ripresero il controllo dell’altopiano di Valjevo e del corso superiore della Kolubara. Potiorek il 9 dicembre ordinò il ripiegamento generale oltre la Drina e la Sava, che non si trasformò in una catastrofe solo perché le strade fangose impedirono l’inseguimento all’esercito serbo. Anche il settore nord presso Belgrado, meno colpito, fu infine richiamato e Belgrado fu evacuata il 15 dicembre 1914, ponendo fine al terzo tentativo di invasione della Serbia.

Le perdite austriache furono molto pesanti in uomini e in materiale; in più circa 20 mila soldati di nazionalità ceca, serba, croata, slovena del multietnico esercito austroungarico erano passati nelle file dell’esercito serbo vittorioso, forse contando in un qualche aiuto per la loro indipendenza.

La seconda campagna fu intrapresa proprio mentre a Leopoli (Lvov) in una gigantesca battaglia era in gioco il destino dell’intero impero austroungarico, mentre ben 5 loro armate erano insensatamente impegnate in Serbia.

Ai serbi mancarono i mezzi per ottenere una brillante vittoria; nella sola battaglia finale della Kolubara persero ben 70 mila uomini tra caduti e per malattie, oltre 18 mila feriti e 15 mila prigionieri. Nei primi mesi del 1915 in Serbia scoppierà una terribile epidemia di tifo con ben 300 mila morti.

Vienna progressivamente ritirò truppe per destinarle al fronte delle Alpi Orientali appena apertosi con l’Italia.

Con l’ingresso della Bulgaria a fianco degli Imperi Centrali alla fine del 1915 sarà lanciata una nuova offensiva contro la Serbia, il cui esercito indebolito e attaccato da più fronti, sarà definitivamente sbaragliato. Quello che ne rimase, in pieno inverno, sotto tormente di neve e con scarso equipaggiamento, dovette valicare impervie montagne per giungere sulle sponde dell’Adriatico, dove la flotta dell’Intesa, in prevalenza italiana, ne raccolse i superstiti portandoli a Corfù dove saranno poi impiegati a Salonicco sul fronte della Macedonia.

(continua al prossimo numero)

 

 

 

 

Per il sindacato di classe Pagina di impostazione programmatica e di battaglia del Partito Comunista Internazionale
Per la rinascita del sindacato di classe fuori e contro il sindacalismo di regime. Per unificare le rivendicazioni e le lotte operaie, contro la sottomissione all’interesse nazionale. Per l’affermazione del­l’in­dirizzo del partito comunista negli organi di difesa economica del proletariato, al fine della rivoluzionaria emancipazione dei lavoratori dal capitalismo

La borghesia in Messico spara sui maestri in sciopero

Gli insegnanti messicani sono tornati a lottare contro la “riforma” dell’istruzione, cioè contro le abbiette e artificiali divisioni “meritocratiche”, per la difesa del posto di lavoro e dei salari. Il duro sciopero è iniziato il 15 maggio proclamato dal Coordinamento Nazionale (CNTE), affiliato al Sindacato Nazionale dei Lavoratori dell’Istruzione (SNTE).

I lavoratori hanno conquistato l’appoggio degli insegnanti pensionati, dei professori universitari e dei genitori degli alunni. Lo sciopero, ad oltranza, è stato accompagnato da manifestazioni, occupazioni di piazze, blocchi stradali, fino a bruciare le schede e le urne elettorali per boicottare le elezioni del 7 giugno, per la nomina di deputati, governatori e sindaci.

La riforma scolastica è stata istituita dal presidente messicano Enrique Pena Nieto nel 2013 e, tra le altre cose, ha creato un sistema di valutazione obbligatoria per tutti gli insegnanti che – come in Italia – vuol creare la base giuridica per licenziamenti in massa o riduzioni di salario.

Le lotte si sono concentrate negli Stati di Chiapas, Guerrero, Veracruz, Morelos, Hidalgo, Sonora, Puebla, lo Stato del Messico e la capitale.

Il governo ha rifiutato di trattare e ha messo in carcere tre dei capi dello sciopero. Domenica 19 giugno ha dispiegato decine di migliaia di poliziotti. A Nochixtlán, 80 chilometri a Nord-Ovest di Oaxaca, la polizia ha aperto il fuoco contro i lavoratori, uccidendone 13 e ferendone decine. Altri 25 manifestanti sono risultati dispersi. Di seguito la polizia ha preso d’assalto anche l’ospedale della città.

Il massacro non ha spezzato il movimento che invece ha reagito guadagnando vigore. Il governo ha allora deciso di aprire le trattative. I rappresentanti del CNTE hanno quindi indicato ai lavoratori il ritorno al lavoro per mercoledì 29 giugno, dopo due mesi di sciopero, sostenendo che il ritorno a scuola rispondeva “all’impegno verso i genitori di terminare l’anno scolastico” e non a un segno di disponibilità verso il governo.

La ricetta applicata della borghesia messicana, coi licenziamenti, i bassi salari e la feroce repressione (che ovunque si prepara), è la stessa che applicano i governi borghesi di tutto il mondo nel disperato tentativo di uscire dalla crisi del capitalismo.

Come si vede, la sola strada cui è costretta la classe operaia è quella della lotta, attraverso l’organizzazione in veri sindacati di classe per difendere i bisogni immediati, economici, dei lavoratori – salario e condizioni di lavoro – e nel partito rivoluzionario – il Partito Comunista Internazionale – per la conquista del potere e l’abbattimento del capitalismo assassino.

 

 

 

 


Duro ma isolato lo sciopero dei portuali sloveni

Sui giornali del settore marittimo di inizio luglio ha primeggiato la notizia che il porto di Trieste ha superato lo “stress test”, così usa dire oggi, sull’aumento di lavoro improvviso: il nuovo record di movimentazione su nave singola è di 4.000 container contro il precedente di 2.600. Il picco di traffico ha reso necessario instradare nuovi treni merci, aumentati da 3 a 5 a settimana per l’Ungheria ed aprire una nuova direttrice in tempo record verso la Slovacchia.

Il motivo di questo aumento di traffico merci non è dovuto ad una impennata del commercio ma, udite udite, allo sciopero dei lavoratori portuali della vicina Capodistria (Koper). Proprio così: i lavoratori del principale porto della Slovenia hanno scioperato per 5 giorni bloccando lo scarico delle merci ed i treni verso i paesi dell’est.

Il motivo della lotta è la privatizzazione dello scalo, che va a peggiorare le loro condizioni. Il governo ha ritirato il progetto, dichiarando che lo scalo rimarrà “strategico” per lo Stato sloveno. Vedremo se i lavoratori avranno la forza di opporsi qualora, come probabile, l’attacco alle loro condizioni giungerà proprio per mano del padrone pubblico, senza farsi abbacinare dalla falsa contrapposizione fra capitalismo privato e statale, giungendo alla comprensione del fatto che ogni intervento dello Stato capitalista nell’economia è sempre e solo a vantaggio della borghesia, mentre la difesa degli interessi della classe operaia dipende solo dalla sua forza e capacità di mobilitazione.

Il commissario dell’autorità portuale di Trieste ha dichiarato: «Nessuno ruba i traffici ai vicini (...) Desidero solo ringraziare le nostre maestranze per aver lavorato con professionalità e rapidità in una situazione potenzialmente critica (...) Il porto di Trieste ha dato una prova eccellente, segno che l’organizzazione del lavoro funziona e questi risultati lo dimostrano».

Elogi padronali che fanno riflettere. Un sindacato che avesse a cuore la classe operaia avrebbe indetto lo sciopero in solidarietà con i fratelli di classe, per impedire che le merci non scaricate a Capodistria lo fossero a Trieste, e non avrebbe perso l’occasione di compiere un passo in avanti nell’unità della classe lavoratrice.

L’unico “cenno” è venuto dal Coordinamento Lavoratori Portuali di Trieste, associato all’USB, un cui comunicato del 1° luglio affermava: «La solidarietà e la fraternità sono i valori portanti dei lavoratori portuali. Avviso ai portuali triestini, noi in segno di amicizia oggi andremo a portare la nostra solidarietà ai nostri amici colleghi portuali di Capodistria». Ma questo tipo di solidarietà serve a poco se nel frattempo non si fa nulla per impedire che i portuali triestini svolgano il lavoro non compiuto da altri portuali in sciopero.

Eppure il CLPT-USB gode di un effettivo seguito se è vero quanto affermato dal suo portavoce che, dal palco della cosiddetta “assemblea nazionale” dell’USB, a Milano il 3 aprile scorso, dichiarò 260 iscritti fra i portuali e raccontò del successo dello sciopero che l’agosto di un anno fa bloccò il porto.

In queste condizioni la gita a Capodistria appare come una foglia di fico per coprire l’intenzione di non voler compiere con lo sciopero la sola e vera azione di solidarietà operaia, assecondando in questo modo la concorrenza e le divisioni fra lavoratori di porti e paesi diversi.

  

  

 

  


L’opposizione di facciata della Fiom spalleggia il corporativismo della Cgil

8 anni di tradimento degli interessi operai

 (continua dal numero scorso)


Nuovo episodio di “la FIOM sulle barricate”

Dopo aver sfondato sul fronte delle pensioni, senza incontrare resistenza alcuna, il governo Monti passò a lavorare a una riforma del lavoro che ebbe quali principali contenuti la modifica peggiorativa degli ammortizzatori sociali, con l’abolizione di diverse forme di integrazione salariale e l’introduzione al loro posto di una Assicurazione Sociale per l’Impiego (ASpI), e una prima importante modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Dopo aver favorito la sconfitta alla Fiat, aver accettato l’accordo del 28 giugno e non aver fatto nulla contro la riforma delle pensioni la Fiom tornò a rinfocolare l’illusione sul suo presunto ruolo di “sindacato di lotta” in opposizione al padronato e alla sua stessa Confederazione.

Il 9 marzo dispiegò otto ore di sciopero generale dei metalmeccanici, a sostegno della piattaforma approvata a settembre e in opposizione a qualsiasi modifica all’articolo 18, mentre la Cgil trattava col governo sulla riforma del lavoro. Altre due ore di sciopero furono indette il 19 marzo. Si trattò di un modo per fare pressione sulla sua Confederazione seduta al tavolo, anticipandone le decisioni, non di indisciplina esecutiva, come avrebbe invece implicato accettare la proposta della sinistra Fiom di settembre a Cervia in merito all’accordo del 28 giugno 2011.

Il 21 marzo il Direttivo Nazionale Cgil proclamò 16 ore di sciopero, 8 da svolgere divise per territorio ed azienda e altre 8 con uno sciopero generale di tutte le categoria, a data da definirsi. In questo modo ogni possibile rinfocolarsi del contrasto fra Fiom e Cgil fu spento sul nascere. Il 4 aprile fu depositato in parlamento il disegno di legge con una piccola modifica che bastò alla Cgil per temporeggiare sulla proclamazione dello sciopero generale, per poi ritirarlo al Direttivo Nazionale del 19 giugno.

Fu in questo lasso di tempo, dal Direttivo Nazionale Cgil del 21 marzo a quello del 19 giugno – tre mesi – che la Fiom dimostrò nuovamente l’insussistenza delle sue proclamate velleità di lotta e della sua presunta contrapposizione alla Confederazione.

Una nuova assemblea nazionale dei delegati Fiom – il 10 e l’11 maggio – affermò la necessità che la Cgil desse seguito a quanto deciso il 21 marzo, ma si rifiutò di anticipare nuovamente la Confederazione, come aveva fatto il 9 marzo, proclamando lo sciopero generale dei metalmeccanici. A maggior ragione si guardò dal compiere quello che sarebbe stato un vero atto coraggioso e di contrapposizione, ossia unirsi allo sciopero generale proclamato il 22 giugno dal sindacalismo di base, che tornava dopo del tempo ad agire unito (con la sola esclusione della Confederazione Cobas).

Per non lasciare adito a dubbio, dopo la proclamazione il 4 giugno dello sciopero da parte dei sindacati di base, la Fiom organizzò tre giornate di manifestazioni e scioperi, di poche ore e divisi per azienda, il 13, 14 e 15 giugno, per indebolire la mobilitazione del 22, e quello stesso giorno Landini presenziò come ospite a Bergamo all’assemblea nazionale di Confindustria!

La sinistra Cgil diede allora sostegno allo sciopero dei sindacati di base contestando Landini al suo ingresso all’assemblea degli industriali con un piccolo corteo composto da militanti sindacali, operai della Same di Treviglio (Bergamo), della Piaggio di Pontedera e di altre aziende.

Il 27 giugno la riforma fu approvata. La rottura fra la maggioranza Fiom e la sinistra era consumata.


E nuova manovra di rientro

Il 23 luglio Fim, Uilm e Federmeccanica iniziarono la trattativa per il rinnovo del contratto nazionale separato in scadenza a fine 2012, escludendo la Fiom. Questa proclamò 4 ore di sciopero per quello stesso giorno. Ma, al Comitato Centrale del 5-6 settembre, votò per l’abbandono della piattaforma approvata dall’Assemblea Nazionale dei delegati di Cervia a settembre 2011 e per una nuova proposta a Fim, Uilm e Federmeccanica ancor più cedevole, come logica vuole, verso le loro posizioni.

In quel Comitato Centrale si ribaltarono anche le alleanze interne: la maggioranza centrista di Landini si alleò con la minoranza di destra, allineata con la maggioranza Cgil, in opposizione alla minoranza di sinistra, il cui unico esponente nella segreteria nazionale, Sergio Bellavita, fu buttato fuori attraverso un escamotage organizzativo. La contestazione di Bergamo e l’adesione allo sciopero generale del sindacalismo di base erano ripagate.

La nuova proposta della Fiom fu di nuovo rigettata da Fim, Uilm e Federmeccanica che il 5 dicembre 2012 annunciarono la firma del nuovo contratto separato 2012-2015 mentre Landini parlava a Milano dal palco della manifestazione per lo sciopero generale, a mettere in chiara luce l’inconsistenza dell’azione di lotta della Fiom.

Nel frattempo le deroghe al contratto nazionale previste dall’accordo del 28 giugno 2011 furono accolte nei rinnovi contrattuali, unitari, dei lavoratori delle cooperative di distribuzione (febbraio 2012), dei chimici (settembre 2012), degli alimentaristi (ottobre 2012), del settore energia e petrolio (gennaio 2013), delle telecomunicazioni e degli elettrici (febbraio 2013).

Il 1° febbraio la Fiom siglò con Fim e Uilm un accordo per il cantiere navale di Castellammare di Stabia della Fincantieri nel quale furono inserite deroghe persino al contratto nazionale separato metalmeccanico appena firmato, e il 5 aprile un altro accordo analogo fu sottoscritto per il cantiere di Sestri Ponente (Genova).

Il 12 aprile Landini avanzò a Fim e Uilm una “proposta d’intesa” offrendo il ristabilimento del patto di solidarietà – quello per spartirsi il terzo dei seggi Rsu riservato ai sindacati firmatari del Ccnl – che era stato rotto nell’ottobre 2009 all’indomani della firma del primo contratto separato.

Ma la proposta perdette di valore perché il 30 aprile gli Esecutivi Nazionali di Cgil, Cisl e Uil – riuniti congiuntamente a Roma – approvavano una nuova intesa sulla rappresentanza che introduceva l’esigibilità degli accordi votati a maggioranza e il diritto a far parte delle Rsu solo a quei sindacati che la accettavano.

Si trattava di uno degli elementi centrali di quello che sarebbe stato il Testo Unico sulla Rappresentanza del gennaio 2014. Un attacco al sindacalismo di base, posto di fronte alla scelta se difendere la propria libertà di sciopero o le prerogative sindacali. Tutti i componenti dei direttivi votarono a favore, compreso il segretario generale della Fiom, con la sola esclusione del capo storico della sinistra Cgil, Cremaschi, al quale fu persino impedito di parlare e che, a seguito delle sue proteste, fu sbattuto fuori dalla sala.

Con una prassi collaudata del sindacalismo di regime, l’ulteriore passo contro il sindacalismo di classe fu coperto con una finta mobilitazione, in questo caso con una manifestazione, tenutasi a Roma sabato 18 maggio, che significativamente portò in piazza un numero di lavoratori sensibilmente inferiore a quello del 16 ottobre 2010.

Il 31 maggio, questa volta col pieno sostegno della Fiom, sindacati confederali e Confindustria firmarono il “Protocollo d’intesa sulla rappresentanza” che accoglieva l’esigibilità, per ora, solo per i contratti nazionali di categoria.

A giugno veniva ufficializzato lo scioglimento della minoranza congressuale “La Cgil che vogliamo”, di fatto giunta al suo epilogo già un anno prima.

Il settembre successivo, l’Assemblea Nazionale dei delegati Fiom si svolse alla presenza, dopo quattro anni, del segretario generale della Cgil, a sancire l’allineamento della maggioranza Fiom con quella Cgil, in vista del XVII Congresso dell’anno successivo, e quindi il ribaltamento dell’alleanza al XVI congresso del 2010 e l’isolamento della corrente più a sinistra. L’Assemblea affermò essere «ineludibile e non più rinviabile l’applicazione dell’Accordo interconfederale del 31 maggio 2013».


Ancora sconfitta a Pomigliano

L’8 marzo 2013 Fim, Uilm e Fismic avevano siglato il rinnovo del Contratto Collettivo Specifico di Lavoro (Ccsl) per i lavoratori FIAT, scaduto a fine 2012, nuovamente di validità annuale.

Come abbiamo scritto, il 2013 sarebbe stato l’anno peggiore per i livelli produttivi degli stabilimenti italiani, con 388 mila automobili, all’incirca la quantità che veniva prodotta nella seconda metà degli anni ‘50.

Nello stabilimento FIAT di Pomigliano d’Arco la produzione, dopo il rinnovo degli impianti, era ripartita dal dicembre 2011. Dei suoi 4.500 operai un anno e mezzo dopo ne erano impiegati in modo continuativo circa 1.800. La maggioranza restava in cassa integrazione, applicata dall’azienda arbitrariamente per dividere i lavoratori, lasciando a casa certi operai e chiamandone al lavoro altri.

In questa situazione, da fine maggio la FIAT iniziò a ricorrere allo straordinario obbligatorio il sabato, per fronteggiare una lieve salita produttiva. La Fiom e lo Slai Cobas correttamente reagirono proclamando lo sciopero dello straordinario per sabato 15 giugno, rivendicando al suo posto il richiamo degli operai fuori produzione e una equa rotazione della cassa integrazione. Il giorno dello sciopero un ingente schieramento poliziesco intervenne a spezzare i picchetti.

Per il sabato successivo fu rilanciato lo sciopero. Questa volta però intervenne la Fiom nazionale che in pompa magna annunciò la sua partecipazione: fu organizzata nella notte del venerdì una sorta di festa, alla presenza di Landini, con delegati da varie parti d’Italia e anche qualche parlamentare. Ma questa volta il picchetto non provò nemmeno a opporre resistenza al nuovo intervento poliziesco: appena le forze dell’ordine si fecero avanti Landini ne ordinò lo scioglimento. L’intervento dei dirigenti della Cgil – come insegna mezzo secolo di battaglie operaie in Italia – non era volto a rafforzare la lotta ma a fare pompieraggio.

Lo Slai Cobas, dal suo canto, palesò il suo profondo declino, colpito dal trasferimento al polo logistico di Nola dei suoi iscritti e militanti, dalla cassa integrazione e, a livello nazionale, dalla scissione che nel 2010 portò alla nascita del SI Cobas.

Il sabato successivo Marchionne si recò nella fabbrica per festeggiare la nuova sconfitta operaia.


Altro passo verso il “rientro”

Pochi giorni dopo, il 3 luglio, la Corte Costituzionale dichiarò l’illegittimità dell’esclusione della Fiom dal diritto a costituire le Rappresentanze Sindacali Aziendali (RSA) in FIAT e quindi a godere delle relative prerogative sindacali, come stabilito dall’articolo 19 della legge 300, lo Statuto dei Lavoratori, che l’azienda aveva disposto dopo il rifiuto della Fiom a firmare gli accordi di Pomigliano e Mirafiori e il nuovo Ccs1L, e la Fiom questa aveva contestato con una sessantina di ricorsi legali nei vari stabilimenti d’Italia.

Era una fondamentale vittoria legale per la Fiom che consentiva il suo rientro nel circolo delle organizzazioni tutelate dai cosiddetti “diritti sindacali in azienda” e della quale essa avrebbe potuto giovarsi per improntare la sua azione a obiettivi che effettivamente riguardassero la condizione degli operai e non solo l’agibilità del sindacato. A conferma del fatto che, invece, questo rientro era un obiettivo in sé, a cospetto del quale tutti gli altri erano sacrificabili, la sentenza segnò il passo verso un ulteriore abbandono di ogni velleità di lotta, sempre rimasta nel campo delle vaghe affermazioni.

Il 18 ottobre la FIAT riconobbe la RSA Fiom nello stabilimento di Mirafiori. Il segretario torinese della Fiom – Federico Bellono, succeduto ad Airaudo – commentò: «La Fiat avrebbe potuto aspettare che i giudici dei singoli tribunali assumessero la sentenza della Consulta per dar corso al riconoscimento delle RSA (...) Invece a settembre Marchionne ha fatto una dichiarazione di riconoscimento (...) e ha interrotto la guerriglia giudiziaria». Insomma, il riconoscimento di una condotta volta alla cessazione delle ostilità e al ritorno alla collaborazione. L’11 dicembre Fiom e FIAT siglarono una riconciliazione che pose fine al contenzioso giudiziario.


Il Testo Unico sulla Rappresentanza

Il 10 gennaio 2014 Cgil, Cisl, Uil e Confindustria siglavano il Testo Unico sulla Rappresentanza (TUR) col quale si intendeva dare definitiva sistemazione ed applicazione ai due precedenti accordi interconfederali del 28 giugno 2011 e del 31 maggio 2013.

Il TUR estendeva l’esigibilità degli accordi da quelli nazionali di categoria – come stabilito dal Protocollo d’Intesa del 31 maggio 2013 – a quelli aziendali, approvati a maggioranza della RSU, e, per assicurarne il rispetto, introduceva un sistema di sanzioni economiche e disciplinari per chi eventualmente non li avesse rispettati. La minoranza di delegati eventualmente contraria a un accordo approvato a maggioranza non avrebbe potuto, secondo il TUR, né proclamare scioperi né svolgere propaganda contro di esso, pena la perdita delle prerogative sindacali.

I sindacati che non accettavano questa limitazione della libertà di sciopero, non potevano aderire al TUR, e perciò perdevano sia il diritto a veder misurata la loro “rappresentatività”, e quindi ad avere la possibilità di essere considerati “rappresentativi”, sia a far parte delle RSU, e quindi ad avere garantito l’accesso alle prerogative sindacali. Rimaneva, per i sindacati che non avessero aderito all’accordo, al fine del godimento delle prerogative sindacali, l’ardua via del riconoscimento della RSA.

La firma del TUR cadde all’inizio dei lavori per il XVII Congresso della Cgil.

Per le differenze del TUR rispetto al Protocollo del 31 maggio 2013 – l’esigibilità estesa ai contratti aziendali e le sanzioni – la Fiom assunse posizione avversa ad esso, analogamente a quanto aveva fatto all’inizio con l’Accordo del 28 giugno 2011, ma con toni più duri: sospese i lavori congressuali; annunciò una consultazione fra gli iscritti con regole diverse da quelle proposte dalla segreteria della Cgil, affermando – al Comitato centrale del 22 febbraio – che solo nel caso in cui fossero state applicate da tutta la Confederazione avrebbe considerato vincolante l’esito della consultazione; denunciò – per bocca di Landini – come “antidemocratiche” e “inaccettabili” le regole per la consultazione degli iscritti stabilite dal Direttivo Cgil del 26 febbraio.

Il 14 febbraio, la Cgil Lombardia giunse a convocare un attivo a Milano senza invitare i dirigenti e i delegati della Fiom. Cremaschi, che vi si recò ugualmente e cercò d’intervenire, fu cacciato fuori dalla sala a spintoni dal servizio d’ordine. Due episodi, l’esclusione della Fiom e la cacciata di un suo storico dirigente da un attivo regionale, che per la loro gravità avrebbero dovuto incoraggiare a proseguire in modo conseguente il confronto della Fiom verso la maggioranza Cgil.

Invece, già il Comitato Centrale del 3 marzo – svoltosi alla presenza della Camusso – si limitò a definire le regole della sua consultazione interna senza nulla affermare in merito al valore di quella della Confederazione.

Per quanto riguarda il Congresso, i lavori erano stati ripresi pochi giorni dopo la loro sospensione, evidentemente farsesca, e la segreteria Fiom confermò il suo appoggiò al documento della maggioranza Cgil.

Infine, come già era avvenuto per la consultazione sull’Accordo del 28 giugno 2011, la vittoria dei contrari al TUR (85%) nella consultazione interna alla Fiom non ebbe alcuna conseguenza pratica: Landini si sottomise, a dispetto delle precedenti affermazioni, all’esito plebiscitario della consultazione nelle altre federazioni, col 97% dei favorevoli.


Il XVII Congresso Cgil

Al congresso, quindi, la parte maggiore della disciolta area “La Cgil che vogliamo” – cioè la maggioranza Fiom col segretario generale Landini e l’ex segretario Rinaldini – aderì al documento di maggioranza della segreteria confederale, limitandosi a sostenere undici emendamenti. L’area programmatica “Lavoro e Società” sostenne il documento di maggioranza senza alcun emendamento, come ai precedenti due congressi. Solo la Rete 28 Aprile presentò un documento contrapposto intitolato “Il sindacato è un’altra cosa”. Il documento di maggioranza guadagnò nei congressi territoriali e di categoria il 96,7% di consensi. Quella de “Il sindacato è un’altra cosa” nella minoranza di assemblee di base dove fu presentato si attestò quasi al 20% ma nel complesso non andò oltre un risicato 2,4%.

Al Congresso Nazionale – svoltosi dal 6 all’8 maggio a Rimini – Landini, Nicolosi e Moccia si risolsero all’ultimo a presentare un documento alternativo nel quale fra l’altro si denunciava il carattere fasullo del processo congressuale, con una partecipazione degli iscritti alle assemblee di base del 17% e una platea alla quale erano stati presentati e spiegati gli emendamenti e il documento di minoranza ancora minore.

L’elezione dei 151 membri del nuovo Comitato Direttivo nazionale vide il documento della maggioranza scendere all’80,5% delle preferenze, il documento degli ex emendatori guadagnare 16,7% e 25 componenti, il documento della minoranza di sinistra attestarsi al 2,8% con 4 delegati.

A giugno fu eletta la nuova segreteria nazionale confederale, sette elementi più il segretario generale. La rottura al congresso da parte di quella area di sinistra che si era inizialmente limitata a presentare gli emendamenti al documento di maggioranza fu sancita con l’esclusione del suo rappresentante (Nicolosi).

Per questa ragione, a luglio questo schieramento costituì una nuova area, da statuto definita “minoranza congressuale”, denominata “Democrazia e lavoro”, patrocinata da Rinaldini, Nicolosi – già dirigente di “Lavoro e società” – e da altri elementi considerati ancora più a destra. 


Il Jobs Act

A fine del febbraio 2014 entrava in carica il Governo Renzi, che riprese risoluto a spron battuto l’offensiva contro la classe lavoratrice.

Il 20 marzo il governo emanò il decreto legge Poletti – dal nome del nuovo ministro del lavoro, già presidente della Lega Coop – che sarebbe stato convertito in legge il 16 maggio. Il decreto era una prima parte della nuova riforma del lavoro, dopo quella cosiddetta Fornero del governo Monti, cui era stato dato il noto titolo di Jobs Act.

Questo primo attacco del governo Renzi stabilì:
- l’elevazione da 12 a 36 mesi della durata del rapporto di lavoro a tempo determinato per il quale non è richiesto il requisito della causalità;
- la possibilità di prorogare fino ad un massimo di 8 volte il contratto a tempo determinato entro il limite dei tre anni;
- il limite massimo, per i contratti a tempo determinato, del 20% dell’organico complessivo del datore di lavoro, lasciando però alla contrattazione collettiva aziendale la possibilità di ampliare tale quota;
- il peggioramento delle condizioni di assunzione col contratto di apprendistato.

La parte più consistente del Jobs Act fu presentata sotto la forma di legge delega, un provvedimento legislativo che definisce i limiti entro i quali il governo successivamente legifera attraverso dei decreti legislativi – anche detti attuativi – che non richiedono l’approvazione parlamentare. Uno strumento per dar mano più libera al governo.

L’8 ottobre vi fu l’approvazione del Senato. La Cgil organizzò uno sciopero generale il 12 dicembre, 64 giorni dopo quella prima approvazione della legge e nove giorni dopo la sua approvazione definitiva, il 3 dicembre!

La Fiom, come già aveva fatto per la riforma delle pensioni del governo Monti, finse di distinguersi con uno sciopero generale di otto ore, il 14 novembre, ovviamente insufficiente a fermare il governo.

La legge delega avrebbe trovato applicazione attraverso otto decreti legislativi, tutti emanati nel corso del 2015, i cui contenuti principali, per sommi capi, sono stati:
- maggiore libertà di licenziamento per le imprese, grazie all’introduzione del contratto “a tutele crescenti” che abolisce l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori per i nuovi assunti nei primi tre anni di impiego;
- libertà per le imprese di demansionare i lavoratori;
- maggiore libertà per le imprese nel controllo a distanza (video, telefono e computer) dei lavoratori;
- sostituzione dell’ASpI (che aveva sostituita l’indennità di disoccupazione con la riforma Fornero) con la NASpI.


Il grande sciopero a Terni

Nel corso dell’approvazione della nuova riforma del lavoro – da l’8 ottobre al 3 dicembre – si svolse la magnifica lotta operaia alle acciaierie di Terni: il più lungo sciopero in Italia in una grande fabbrica da quello alla FIAT di Mirafiori del 1980. E come quello durato ben 35 giorni, tradito da Fiom, Fim e Uilm e risoltosi in una dura sconfitta. Ne abbiamo riferito con dettaglio nel n. 369 di questo giornale.

Un sindacato di classe avrebbe portato a questa importante lotta la solidarietà di tutta la categoria dei siderurgici, dei metalmeccanici e di tutta la classe operaia, inserendola nel movimento generale contro la nuova riforma del lavoro e traendone esempio e alimento. La Cgil e la Fiom invece la isolarono, ne parlarono il meno possibile fra i lavoratori e non chiamarono allo sciopero nazionale in solidarietà nemmeno la categoria dei siderurgici.

Un anticipo della grande battaglia si era avuto nell’estate, quando il pomeriggio del 31 luglio una palazzina all’interno dello stabilimento, dove si stava svolgendo una riunione del consiglio d’amministrazione del gruppo per decidere sui licenziamenti, fu circondata da centinaia di operai in sciopero e solo alle cinque del mattino l’intervento della polizia – per la prima volta nella storia recente inviata all’interno della fabbrica – permise all’amministratore delegato di fuggire precipitosamente in auto, inseguita di corsa dai lavoratori.

Il 17 ottobre, nel corso del corteo a Terni per lo sciopero generale provinciale a sostegno della lotta, toccò alla Camusso, coperta di fischi durante il suo comizio, abbandonare la piazza in fretta e furia protetta dai suoi guardaspalle.

Lo sciopero a oltranza iniziò il 22 ottobre. Il 6 novembre, per un primo tentativo di smorzare lo sciopero, Landini fu contestato dagli operai sotto il MiSE, a Roma.

Il 20 novembre l’ennesima assemblea fuori dai cancelli della fabbrica, ancora alla presenza di centinaia di operai, rigettò la proposta dell’Ugl di “rimodulare lo sciopero”. Ma dietro il sindacato “più a destra”, mandato allo scoperto, si nascondeva la volontà di tutti i sindacati di regime.

Domenica 23 novembre la RSU riunita calpestò la decisione dell’assemblea di tre giorni prima e decise la “rimodulazione” dello sciopero, cioè la sua fine e la sconfitta.


Pompieri a Melfi

Il 12 gennaio 2015 Marchionne annunciò da Detroit l’assunzione di mille lavoratori alla Fiat Sata di Melfi. Intervistato da Repubblica il 14 gennaio, Landini dichiarò: «È un’ottima notizia. Diciamo bravissimo a Marchionne. È la dimostrazione che con gli investimenti e i nuovi prodotti arriva l’occupazione». La logica era la stessa che fece salutare positivamente a Rinaldini il piano industriale “Fabbrica Italia”, poche settimane prima che esso rivelasse il suo significato per gli operai: l’accordo di Pomigliano.

Questo accade mentre alla Fiat di Melfi i delegati Fiom avevano iniziato a promuovere scioperi contro i sabati e le domeniche di straordinario. L’adesione, pur minoritaria, era stata robusta: fra i 300 e i 400 scioperanti sui circa 2.000 operai chiamati al lavoro.

Un analogo sciopero contro lo straordinario fu proclamato a Pomigliano, per sabato 14 febbraio. Qui la Fiom scontava – oltre a tutta la sua storia passata – il peso della messa in scena di un anno e mezzo prima (giugno 2013) – qui sopra raccontata – quando la dirigenza nazionale presente al picchetto ne ordinò immediatamente lo scioglimento non appena le forze dell’ordine si schierarono davanti. Uno sciopero da essa organizzato non aveva alcuna credibilità d’essere condotto sul serio. E come se ciò non bastasse, esso non fu in alcun modo preparato: senza propaganda, né assemblee, né volantinaggi; solo appendendo un volantino nella bacheca. Il suo fallimento – ad arte amplificato dalla stampa borghese – fu colto a pretesto dalla dirigenza nazionale Fiom, decisa ad andare a fondo col disfattismo delle forze del sindacalismo di classe.

Il 20 febbraio, in una riunione fra direzione nazionale, direzione regionale della Basilicata ed RSA dello stabilimento di Melfi, fu decisa la sospensione dello sciopero in quella fabbrica. Il 25 febbraio, a Napoli, Landini confermò il ritiro delle mobilitazioni in FIAT, invocò la necessità di ricorrere a forme di lotta alternative allo sciopero e lanciò la sua “coalizione sociale”, un ennesimo diversivo della sinistra borghese contro la lotta operaia.

L’aspetto più importante della ritiro della mobilitazione da parte della Fiom fu che esso avvenne nel mezzo di una cruciale trattativa sul passaggio da 18 a 20 turni a Melfi. In tal modo questa fabbrica sarebbe divenuta il primo impianto automobilistico a ciclo continuo d’Europa, sottoponendo gli operai a condizioni ancora peggiori di quelle in vigore dal 1993 – coi 18 turni e la cosiddetta “doppia battuta” – contro cui avevano lottato con lo sciopero dei 21 giorni del 2004, ottenendo i 15 turni.

L’accordo fu siglato il 26 febbraio da Fim, Uilm, Fismic e Ugl. Nelle assemblee, i giorni successivi, vi furono contestazioni di un certo peso ma la Fiom non solo non organizzò alcuna azione di lotta ma ritirò, come visto, quella già in campo.

Una minoranza di delegati – cinque su sedici – disubbidì alla decisione presa nella riunione del 20 febbraio e proseguì a proclamare le fermate contro gli straordinari il sabato e la domenica. Il 9 marzo la corrente di minoranza “Il sindacato è un’altra cosa” lanciò una manifestazione nazionale davanti ai cancelli della Sata di Melfi per sabato 14 marzo a sostegno di un nuovo sciopero contro lo straordinario, appellandosi alla partecipazione del sindacalismo di base. Intervenne allora direttamente il segretario nazionale che due giorni dopo – l’11 marzo – presenziò all’attivo dei delegati della Fiom provinciale di Potenza, allargato ai direttivi della Fiat Sata, nel quale ribadì la fermata degli scioperi e ammonì al rispetto della disciplina da parte dei delegati. Quindi, per confondere gli operai sul suo ruolo di pompiere, Landini si recò a volantinare davanti ai cancelli della fabbrica.

Alla manifestazione di sabato 14 parteciparono diversi sindacati di base (SI Cobas, Usb, Cub, SLAI Cobas), delegati e iscritti della Fiom di Sevel e di Termoli e della minoranza congressuale “Il sindacato è un’altra cosa” nella varie federazioni di categoria. Di quest’area, non partecipò la sua minoranza rappresentata da uno dei suoi quattro rappresentanti nel Direttivo confederale Cgil, a testimonianza delle divisioni interne che si sarebbero manifestate in modo ancora più aperto in seguito.

(continua al prossimo numero)

 

 

 

 


14 giugno 2016
Solidarietà alla lotta del proletariato francese
Contro la legge sul lavoro
Contro i sindacati collaborazionisti
Per il sindacato di classe senza confini !

Da decenni a questa parte, e in particolare dopo la legge delle 35 ore del 1998-2000, anche in Francia la questione del diritto del lavoro è stata regolarmente messa sul tappeto dai diversi governi borghesi di destra e di sinistra e da allora numerosi provvedimenti hanno colpito i diritti e le protezioni dei lavoratori in un contesto di crisi economica mondiale. Il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Centrale Europea e altre istituzioni finanziarie esigono dai governi delle "riforme strutturali" al fine di aumentare il tasso del profitto del capitale, che tende ineluttabilmente a diminuire. Si tratta in sostanza di attaccare le condizioni di vita e di lavoro dei salariati facilitando i licenziamenti, aumentando la "flessibilità" del mercato del lavoro, abbandonando gli accordi nazionali di categoria per sostituirli con accordi aziendali, diminuendo le tutele legali e le spese delle imprese e dello Stato in materia di protezione sociale (salute, famiglia, pensioni).

Contro questa legge si è sviluppato in Francia un vasto movimento di sciopero nelle raffinerie di petrolio, nei porti, nell’aviazione civile, nelle ferrovie, nell’energia, nei trasporti, nelle costruzioni, nelle telecomunicazioni, nella scuola, nella sanità, nella logistica, sotto la guida il più delle volte di sindacati di regime come la Confederazione Generale del lavoro (CGT), Force Ouvrière (FO) e l’Unione Sindacale Solidale, senza però provocare una vera paralisi dell’economia.

In effetti la CGT che viene descritta dalla stampa borghese come l’organizzazione più combattiva alla testa del movimenti, svolge in realtà il ruolo funesto di pompiere della lotta di classe. Essa ha raccolto le rivendicazioni che emergono spontaneamente tra i lavoratori, in parte per far concorrenza alle altre burocrazie sindacali, ma soprattutto per cercare di evitare una ribellione generale della classe salariata e l’unificazione radicale delle sue lotte, cercando di imbrigliare la lotta e tenerla sotto controllo.

Oggi 14 giugno 2016, nel giorno in cui in Francia i lavoratori scenderanno in strada per la quattordicesima giornata di mobilitazione nazionale contro la legge El Khomri con 84 manifestazioni, il nostro Partito saluta le manifestazioni indette dalle varie organizzazioni del sindacalismo di base in solidarietà con la lotta dei lavoratori francesi. Ma allo stesso tempo rileva che questa mobilitazione è ancora troppo debole. Per contrastare efficacemente le politiche antiproletarie di tutti i governi d’Europa bisognerà arrivare ad essere in grado di proclamare uno sciopero generale di solidarietà, uno sciopero che va preparato soprattutto lavorando al superamento delle divisioni che imperversano nel sindacalismo di base per costituire quel fronte unico sindacale che è il solo organismo capace di rispondere unitariamente all’attacco padronale e alla politica di aperto tradimento degli interessi dei lavoratori condotta dai sindacati confederali CGIL, CISL, UIL e Ugl. Queste organizzazioni mantengono un silenzio tombale sugli scioperi in Francia nel timore che questi possano contagiare anche i lavoratori italiani spezzando quella pace sociale che sta loro tanto a cuore.

Per la ripresa della lotta di classe in difesa delle condizioni di vita e di lavoro!
Per un fronte unico sindacale internazionale capace di contrapporsi all’offensiva capitalistica in tutti i paesi!

 

 

 

 

 

 

 


Il “fronte unico rivoluzionario” ?

Il presente articolo, tratto da “Il Soviet” del 15 giugno 1919, rappresenta la continuazione e l’ulteriore spiegazione di “L’errore dell’unità proletaria”, dal numero precedente, e che noi abbiamo pubblicato nel numero 376 di questo giornale.

Quello, prendendo lo spunto dalla costituzione a Bologna di un “Comitato rivoluzionario” frutto di una promiscua unione politico-sindacale, metteva in evidenza la falsità della tesi secondo cui una simile unificazione sindacal-partitica delle organizzazioni operaie avrebbe rappresentato uno strumento utile per la vittoria rivoluzionaria.

A diradare la grande confusione che anche allora regnava nel movimento, si affermava che, secondo il marxismo, sono i partiti politici e non i sindacati gli attori delle rivoluzioni, perché sono i partiti e non i sindacati che rappresentano appieno i veri interessi della classe. Il sindacato è strumento di difesa e di lotta, non un organo rivoluzionario, anche se sarà indispensabile al partito per i fini della rivoluzione.

Vi è ridimensionato il ruolo attribuito da socialdemocratici ed anarchici ai sindacati dopo la presa del potere. L’idea della fabbrica agli operai, la terra ai contadini, i treni ai ferrovieri, ecc. non è nostra ma interpretazione operaista allo stesso tempo sindacalista e corporativa. Alla amministrazione, o gestione, da parte delle categorie produttive noi contrapponiamo, dopo la sparizione delle classi e del potere politico di classe, il superamento delle categorie produttive e del mestiere a vita, con una mobilità degli individui, all’interno di un unico piano di vita mondiale.

Per altro, sono proprio i comunisti rivoluzionari a prospettare la tattica del fronte unico sindacale e della unificazione dal basso dei sindacati. Il partito comunista non si rivolge ai partiti perché si uniscano in un “fronte unico rivoluzionario”. Prospettare tale fronte delle organizzazioni sindacali equivale a proporre il fronte unico dei partiti, politico. Il partito comunista si rivolge direttamente ai proletari iscritti ai vari sindacati perché impongano la loro volontà di lotta e costringano i loro dirigenti a condurre azioni che tendano ad interessare il proletariato nella sua totalità. È chiaro che il raggiungimento di questo obiettivo rappresenterà il preludio alla cacciata dei vertici collaborazionisti e la trasformazione dei sindacati in importantissimi strumenti per l’azione rivoluzionaria diretta dal partito.

Sarà il Comitato Sindacale del Partito Comunista d’Italia a lanciare l’appello ai tre grandi sindacati allora presenti e ben radicati nella classe (Cgl, Usi, Sindacato Ferrovieri), facendone larga propaganda tra i lavoratori, per una azione congiunta a difesa sindacale, lo sciopero generale nazionale. La costituzione dell’Alleanza del Lavoro, nel 1922, seppure tardiva, contrastata e sabotata dai bonzi sindacali, fu il risultato di questa attività svolta dal Comitato Sindacale comunista.

Un “fronte unico rivoluzionario” non può non ridursi a fronte in difesa dell’ordine democratico, anche se attuato con metodi illegali e di lotta armata, come fu per l’effimera esperienza degli “Arditi del Popolo”.

La energia di qualsiasi blocco politico non si eleva al grado di chiarezza del componente più alto, ma si adegua a quella del più basso. Nei periodi rivoluzionari non si stemperano ma si accentuano le divergenze programmatiche, che non devono essere celate dietro transitorie rivendicazioni parziali, solo apparentemente coincidenti.

Se storicamente abbiamo avuto la conferma di come i partiti socialdemocratici abbiano costituito l’ultimo baluardo della difesa dell’ordine borghese svolgendo l’azione di boia della classe operaia, l’articolo dimostra come il partito comunista non possa aderire a fronti unici nemmeno con organizzazioni rivoluzionarie, quali quelle degli anarchici, negatori della funzione del partito e della dittatura del proletariato.

È nella corretta formulazione del rapporto con operaisti, riformisti, anarchici ed anarco-sindacalisti – ancor oggi ben presenti ed anche egemoni all’interno del movimento sindacale, in Italia e fuori – che è tutta l’attualità di queste fondamentali considerazioni.

 


Il Soviet

Numero 25 del 15 giugno 1919


Giungevamo – nell’articolo del numero scorso – alla conclusione che il problema della unità proletaria sindacale si riduce a quello della collaborazione tra le varie correnti politiche che s’incontrano nelle file del proletariato.

Oggi questa collaborazione politica, più o meno estesa, viene da molte parti invocata ed ha già trovato la formula in cui compendiarsi: il “fronte unico rivoluzionario”.

Noi crediamo che questo nuovo fronte unico non abbia maggiore ragion d’essere e maggior fortuna di quello... degli alleati, che non ha accelerato di un’ora la sconfitta della Germania, e, forse, l’ha ritardata, e non ha evitato, all’indomani della vittoria, il conflitto tra i vincitori.

Il sistema di associarsi nell’azione prescindendo dalle differenze di programmi è un luogo comune che incontra molto favore, specie se associato alle abituali declamazioni contro le teoriche, ma esso non è che un motivo demagogico peggiore di molti altri, e suscettibile di introdurre nell’azione maggior confusione, ma non maggiore efficacia.

Ogni partito ha una visione propria degli svolgimenti storici dell’avvenire, e la sua forza dipende dal progressivo realizzarsi o meno delle sue concezioni programmatiche. Caratteristica della politica borghese e piccolo borghese è l’affasciamento transitorio di partiti per raggiungere determinate realizzazioni ed in genere il pregiudizio che su ogni quistione agitata nella vita sociale tutti gli elementi politici debbano aggrupparsi in non più di due avverse alleanze.

Caratteristica del movimento politico del proletariato è invece il possesso di un metodo preciso e diritto che è nello stesso tempo – inseparabilmente – il risultato di una indagine critica ed un programma di azione.

Ciò che importa per il trionfo della causa della classe lavoratrice, per la migliore eliminazione di tutti gli elementi interni negativi che potrebbero incepparla, è il concentramento delle forze proletarie in un partito politico i cui sviluppi programmatici e il cui indirizzo tattico non presentino contraddizioni coll’effettivo svolgimento storico della lotta.

L’affasciamento di tutto il proletariato in un organismo sindacale unitario – indipendentemente dalle varie scuole politiche che seguirebbero i suoi membri – non risolve il problema, se, come sostenemmo, non è l’organismo sindacale il protagonista della lotta rivoluzionaria ed il gestore del nuovo regime sociale.

La prima tendenza politica delle tre che per semplicità consideriamo, l’operaismo riformista, ha nella sua concezione programmatica la evoluzione graduale del regime capitalistico verso quello socialista senza conflitti violenti e nell’ambiente di una democrazia generica che esclude la lotta armata delle classi e la dittatura della classe lavoratrice. I riformisti perseguono dunque una serie di conquiste da realizzare mentre ancora il potere è nelle mani della borghesia, e sostengono che se anche la maggioranza proletaria avesse il sopravvento dovrebbe riconoscere i diritti politici alla minoranza borghese fino alla sua eliminazione economica graduale.

Tale concetto è utopistico, poiché lo svolgimento degli avvenimenti contemporanei converge colla critica massimalista nel provare che l’urto delle classi è inevitabile e che nelle mani della minoranza borghese il diritto politico equivale al dominio della società.

Allearsi coi fautori di tale programma equivale dunque a calcolare, per sovvertire la borghesia, sulle forze che indubbiamente tendono a sorreggerla.

L’altra tendenza, quella anarchica sindacalista, è nella realtà in quanto vede la necessità dell’urto rivoluzionario tra le classi, ma il suo programma contrasta in tutto lo svolgimento posteriore coll’unica via di realizzazione dell’emancipazione proletaria – va a finire cioè in un’altra utopia.

Una parte degli anarchici nega la dittatura del proletariato all’indomani della caduta dello Stato borghese, nega la necessità di un governo rivoluzionario. L’anarchismo vede nella classe borghese un nemico da annientare finché è al potere e conculca la libertà delle masse, ma la sua concezione dei rapporti tra gl’individui non può tollerare che gli individui di quella classe, dopo la caduta del suo potere, siano messi in una condizione non di eguaglianza, ma di inferiorità rispetto agli altri individui.

Questo concetto della dittatura – che non è incidentale ma sostanziale nel sistema marxista, come può dirsi incidentale in esso il concetto di democrazia, sostanziale nel pensiero borghese – è respinto dall’anarchismo o assai limitatamente accettato, in quanto esso vede nella effettiva trasformazione tecnico-economica della produzione un fatto quasi coincidente col breve e convulsionario periodo del rovesciamento del potere borghese.

L’assetto della società non diremo definitivo, ma succedente alla effettiva eliminazione di ogni forma di privata proprietà dei mezzi di produzione, è poi concepito dagli anarchici come mancante di ogni amministrazione direttiva centrale, e gestito vuoi dai sindacati, vuoi dai gruppi autonomi di produttori, mentre il socialismo è appunto caratterizzato dalla organizzazione e direzione centrale delle attività economiche, che manca al regime borghese.

Sono differenze sostanziali, e non certo gli anarchici le negano. Ma, dicono taluni, le differenze vengono dopo e non prima – quindi nulla impedisce di associarsi ora nell’azione.

Questo è un ragionamento – sia esso fatto da un socialista o da un anarchico – compiutamente minimalista. È infatti caratteristica del riformismo il compromettere l’avvenire per facilitare le conquiste che cadono nell’immediato nostro raggio visivo.

Se noi siamo convinti che il processo anarchico della rivoluzione non è realizzabile, dobbiamo riconoscere che è pericoloso farlo credere realizzabile associandosi agli anarchici in una unione che tende ad obliterare la nostra critica al loro indirizzo.

Il problema è teorico; cioè è un’importantissimo problema pratico di domani. Il governo socialista succedente alla rivoluzione sarà ostacolato dalle correnti anarchiche, negatrici di ogni forma di potere, che tenteranno anche le espropriazioni dirette indipendentemente dai successivi deliberati del nuovo potere.

Questa sarà una seria difficoltà per l’effettivo successo della rivoluzione: e la precedente eventuale alleanza tra socialisti ed anarchici avvalorerà enormemente la loro critica dinanzi alle masse, sempre propense per l’atavismo del servaggio borghese a credersi tradite.

È quindi necessario chiarire fin da ora tutto il complesso svolgimento del processo rivoluzionario. E se noi siamo convinti che questo proceda come nella concezione marxista e negli esempi di Russia e di Ungheria, rappresentando l’unica possibilità esistente nella situazione di superare l’epoca del dominio capitalistico, ogni concessione a metodi diversi ed irreali, dobbiamo coraggiosamente dichiararlo, equivale a fare opera controrivoluzionaria.

È perciò che noi vediamo la soluzione del problema di rendere massima l’efficienza rivoluzionaria del proletariato (cioè affrettare la caduta della borghesia, ma anche rendere impossibile il fallimento del nuovo regime) non nella creazione di un blocco di correnti che si dichiarano rivoluzionarie, ma nella formazione di un movimento omogeneo che enuclei un programma preciso, concreto ed attuabile in tutte le successive sue fasi – essendo disposti a considerare rivoluzionario solo un programma che risponda a tal requisito.

Nell’ora decisiva il proletariato sarà tutto su quella via.

 

 

 

 

 

 

 

 

PAGINA 5


Crolla il prezzo del petrolio: nuova crisi per l’economia del Venezuela

A scala mondiale si sta palesando una sovrapproduzione di materie prime, comprovata dall’aumento delle riserve, in particolare di petrolio negli Stati Uniti. Col tempo questo è venuto a rallentare gli investimenti nel settore, alcune imprese lamentano perdite finanziarie e si annunciano riduzione delle produzioni e licenziamenti.

Si prevede che il prezzo del petrolio si manterrà basso per il restante 2016, con l’aggravarsi della sovrapproduzione per il ritorno dell’Iran sul mercato dopo la sospensione delle sanzioni a suo carico. Inoltre è poco probabile che si arrivi ad un accordo sulla riduzione dell’offerta con la Russia, con l’Arabia Saudita e con gli altri paesi produttori, molto dipendenti dalle esportazioni e dalla rendita relativa. L’Arabia Saudita a gennaio ha aumentato la produzione a 600 milioni di barili al giorno, ed aumenti si segnalano dall’Iraq e dalla Libia.

A questi si aggiungono gli Stati Uniti. Con l’estrazione del greggio dagli scisti, dal 2009 gli Stati Uniti hanno aumentato la produzione. L’Arabia, seguita dall’Opec, segue la politica di non tagliare la produzione anche per escludere dal mercato la produzione americana dagli scisti, che richiede che il barile si quoti ad un prezzo superiore all’attuale e si disponga di ampie quote di mercato.

Però ancora questo effetto non si è avuto, tanto che è previsto che quest’anno la produzione degli Stati Uniti sarà maggiore di quella del 2014. Le imprese che estraggono il petrolio dagli scisti hanno migliorato notevolmente la produttività, i giorni necessari per la perforazione di un pozzo si sono ridotti da 22 a 9, il numero dei pozzi perforati è aumentato nell’anno da 16 a 41 e sta ancora migliorando la tecnica per trivellare strati rocciosi. Negli ultimi tre anni la produzione iniziale di un pozzo è aumentata del 50%.

Anche il prezzo del rame si è abbassato a 4.300 dollari la tonnellata; poi è risalito a 4.500 ma prevedono che presto crollerà a 4.000. Il ferro è sceso a 40 dollari la tonnellata e si stima che potrebbe continuare fino a 30. Alcune grandi imprese minerarie non hanno distribuito dividendi e ridotto la produzione per milioni di tonnellate.

Ma la causa profonda che sottostà alla sovrapproduzione e a tutte queste manifestazioni della crisi del capitalismo mondiale è la tendenza alla caduta del tasso medio del profitto.

In Venezuela, nel grande affare del petrolio cominciano a vedersi incursioni del capitale straniero. La PDVSA statale ha ricevuto 500 milioni di dollari dalla maggiore azienda petroliera russa, la già statale Rosneft, con un aumento al 40% della sua partecipazione azionaria nella impresa Petromonagas, che estrae greggio nella Fascia dell’Orinoco. Il 19 febbraio PDVSA e Rosneft hanno firmato un altro accordo che impegna i russi nell’estrazione di gas naturale fuori costa con il 50% di partecipazione azionaria nel progetto Mariscal Sucre.

Nella stessa direzione il governo venezuelano ha iniziato ad aprire le porte al capitale internazionale nel restante settore minerario. Le miniere sono per il governo venezuelano una delle fonti con le quali può pareggiare i suoi conti. Si è quindi associato ad imprese nazionali ed internazionali per l’esplorazione e lo sfruttamento dell’Arco Minerario dell’Orinoco. Si stima che il sottosuolo del paese potrebbe nascondere 7.000 tonnellate d’oro, che costituirebbero la seconda maggiore riserva del pianeta. Ma il presidente Maduro afferma che esisterebbero molte altre possibilità di investimento nel settore minerario: non solamente oro ma diamanti, ferro, alluminio, fino al coltan.

Anche con la costituzione delle Zone Economiche Speciali si punta ad attrarre capitali stranieri. Sono regioni nelle quali vige una legislazione particolare orientata verso il “libero mercato”, la legislazione nazionale non vi si applica al fine di dare pieno sfogo al profitto industriale e mercantile: zone di libero commercio, parchi industriali, porti, tutto al di fuori delle norme sulle importazioni.

La manovra governativa sarebbe centrata sulla svalutazione del bolivar rispetto al dollaro, su un livello dei cambi che favorisca le imprese nazionali e attragga le transnazionali, che cioè renda convenienti investimenti dall’estero e stimoli le esportazioni. Ma, dato che in America Latina si trascina un generale ritardo tecnologico, in molte di queste economie in crisi, con le monete svalutate risulteranno rincarati gli acquisti di nuove macchine e impianti; è quindi da attendersi che lo sfruttamento capitalista si concentri ancora più sulla ricerca del plusvalore assoluto che sul plusvalore relativo, cioè le imprese punteranno ancor di più sull’aumento degli orari ordinari e straordinari di lavoro.

Dobbiamo attenderci nella regione un ulteriore aumento della concentrazione dei capitali e il fallimento dei piccoli e medi, in tutti i settori dell’economia.

Ed anche in Venezuela conseguenza della crisi è che i capitalisti riducono la spesa pubblica corrente, impongono la riduzione dei salari reali, aumentano il carico fiscale sui salari. Sono da attendersi aumenti delle tariffe dei servizi pubblici. È prevista anche la eliminazione del gran peso delle sovvenzioni finanziarie all’industria petrolifera PDVSA, fra le quali notevole quella sul prezzo della benzina, che sarà aumentato per lo meno fino a coprire il costo di produzione.

Il governo borghese sta cercando, secondo le richieste dei capitalisti, di mantenere fra le masse salariate la illusione di poter continuare a contare sulle briciole che le sono state distribuite per nascondere la loro sottomissione. Alcune imposte sarebbero cancellate per la massa dei salariati, ma, per finanziare la spesa corrente dello Stato, i lavoratori dal 2015 hanno cominciato a pagare l’imposta sul reddito. I provvedimenti anticrisi necessariamente colpiranno i lavoratori tanto per il loro impatto sul salario reale quanto perché saranno varati dei provvedimenti complementari tesi ad aumentare la flessibilità del lavoro (intenzione che il governo ancora non dichiara apertamente per mantenersi il voto operaio e far fronte alla opposizione dell’altra frazione borghese che chiede di tornare al governo).

È con queste misure che il borghese governo venezuelano muove i suoi passi per “uscire dalla crisi”. Nuove leggi renderanno più facili e meno costosi i licenziamenti, aumenteranno l’età del pensionamento, le ore ordinarie e straordinarie, la possibilità di contratti di esternalizzazione. Questo, ancora, per favorire i capitali nazionali e per invogliarne l’arrivo dall’estero.

Negli ultimi giorni ci sono stati dei saccheggi nei negozi, promossi dall’opposizione al governo. Ma si è trattato di poche azioni e di piccolo raggio, in realtà ingigantite dai media.

Alla classe operaia reagire con la lotta in difesa delle sue condizioni. In tal caso la mobilitazione dei lavoratori troverà ogni governo borghese pronto a mostrare i denti della repressione.

 

 

 

 

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La questione nazionale e coloniale al Primo Congresso dei Popoli d’Oriente
Bakù, settembre 1920


Le tesi del Secondo Congresso
(continua dal numero scorso)


La Seconda Internazionale si era concentrata sulle classi urbane e industriali, mentre in Russia e nelle regioni asservite dagli imperialismi dominavano i contadini oppressi dai grandi proprietari fondiari, in società dove coesistevano i resti del dispotismo asiatico con un capitalismo indigeno importato dai coloni, una borghesia indigena sviluppatasi conseguentemente, una classe contadina povera, l’artigianato e un proletariato poco numeroso. Bisognava valutare il movimento di queste forze di un formidabile potenziale e utilizzarle per la rivoluzione mondiale diretta dal proletariato rivoluzionario e dal suo partito comunista mondiale.

«Sì, la Seconda Internazionale non aveva capito nulla di questo, aveva condannato l’imperialismo, ma poi era caduta nelle sue spire per non avere inteso che contro di esso bisognava mobilitare tutte le forze: nella madre patria il disfattismo della insurrezione sociale, nelle colonie e nei paesi semi-coloniali anche la rivolta nazionale. Era caduta nell’inganno della difesa della patria, i suoi capi traditori avevano mangiato nel piatto dell’imperialismo, invitando i lavoratori della grande industria ad accettare qualche briciola del feroce sfruttamento su milioni di uomini di oltremare.

«Oggi noi, Internazionale Comunista, noi, Russia dei Soviet, noi, partiti comunisti che in tutte le nazioni progredite tendiamo alla conquista del potere, in guerra dichiarata alla borghesia e ai suoi servitori socialdemocratici, stipuliamo nei paesi di Oriente una alleanza tra il giovanissimo movimento operaio, i nascenti partiti comunisti e i movimenti rivoluzionari che tendono a cacciare gli oppressori imperialisti. Abbiamo in una discussione, alla luce della nostra dottrina, stabilito di non parlare di movimenti democratici borghesi, ma di movimenti nazionalisti rivoluzionari, poiché non possiamo ammettere alleanze colla classe borghese ma solo con movimenti che stiano sul terreno della insurrezione armata (...)

«In quali circostanze storiche ed economiche parlava Lenin al Cremlino, Zinoviev pochi mesi dopo a Baku? Le tesi lo scolpiscono. “Il fine essenziale del partito comunista è la lotta contro la democrazia borghese, di cui si tratta di smascherare l’ipocrisia”. Questa ipocrisia copre la realtà della oppressione sociale nel mondo borghese tra padrone ed operaio, e la realtà della oppressione dei grandi e pochi Stati imperiali sulle colonie e semicolonie. Per stabilire la nostra strategia in Oriente, le tesi di Lenin ribadiscono una serie di capisaldi. “Dobbiamo por fine alle illusioni nazionali della piccola borghesia sulla possibilità di una pacifica convivenza e di una eguaglianza tra le nazioni sotto il regime capitalista”. “Senza la nostra vittoria sul capitalismo non possono essere abolite né le oppressioni nazionali né l’ineguaglianza sociale”. “La congiuntura politica mondiale attuale [1920] mette all’ordine del giorno la dittatura del proletariato; e tutti gli avvenimenti della politica internazionale convergono inevitabilmente intorno a questo centro di gravità: la lotta della borghesia internazionale contro la repubblica dei Soviet, che deve raggruppare attorno a sé, da una parte tutti i movimenti di classe dei lavoratori avanzati in tutti i paesi, dall’altra quelli emancipatori nazionali nelle colonie e nazioni oppresse”. Nel compito della Internazionale Comunista va tenuto conto “della tendenza alla realizzazione di un piano economico mondiale la cui applicazione regolare sarebbe controllata dal proletariato vincitore di tutti i paesi” (...)

«Il piano significa che ove in Oriente scoppia la lotta contro il locale regime feudale agrario o teocratico, e al tempo stesso contro le metropoli coloniali, i comunisti locali e internazionali entrano nella lotta e la appoggiano. Non per darsi come postulato un regime democratico borghese, autonomo e locale, bensì per scatenare la rivoluzione permanente, che si fermerà alla dittatura sovietista. Marx ed Engels, ricordò Zinoviev, l’hanno sempre detto: lo dissero per la Germania del 1848!» (Oriente).

Nel giugno del 1920 il comitato esecutivo dell’I.C., secondo quanto riportato da Edith Chabrier (I delegati al primo congresso dei popoli d’Oriente (“Cahiers du monde russe et soviétique”, vol 26 n.1, 1985), prese la decisione di riunire un Congresso dei Popoli d’Oriente, decisione pubblicata nel rapporto d’attività del CE che fu letto al II Congresso dell’I.C. del luglio-agosto del 1920.

A questo Congresso erano all’ordine del giorno le condizioni di ammissione dei partiti comunisti, la questione coloniale e nazionale e la questione agraria. La Sinistra italiana, che doveva costituirsi in PC l’anno successivo, intervenne soprattutto sulla questione parlamentare e dunque sulla tattica (la tattica disastrosa del fronte unico con i partiti opportunisti condurrà in effetti alla distruzione di tutte le energie rivoluzionarie in occidente!), sulla questione della scissione del Partito Socialista Italiano, e sulle condizioni di ammissione, introducendo la famosa 21ª condizione, l’obbligo di accettarle tutte!. Ma non espresse alcuna obiezione alle tesi sulla questione agraria e coloniale, e scrisse dei testi fondamentali dal 1920 al 1926 che svilupparono quelle tesi.

La 8ª condizione d’ammissione già precisava: «Nella questione delle colonie e delle nazionalità oppresse, i partiti dei paesi dove la borghesia possiede delle colonie e opprime altre nazioni devono avere una linea di condotta particolarmente chiara e netta. Tutti i partiti desiderosi di appartenere alla III Internazionale devono smascherare inesorabilmente le imprese dei ”loro” imperialisti nelle colonie, sostenere, non a parole ma nei fatti, tutto il movimento di liberazione nelle colonie, esigere che siano espulsi gli imperialisti nazionali, di alimentare nel cuore degli operai del proprio paese un atteggiamento veramente fraterno nei confronti della popolazione laboriosa delle colonie e delle nazionalità oppresse».

In occasione del rapporto alla Commissione nazionale e coloniale del 26 luglio 1920 Lenin spiega l’idea fondamentale delle tesi, «La distinzione tra nazioni oppresse e nazioni che opprimono»: il 70% della popolazione terrestre apparteneva alle nazioni oppresse. L’altra idea direttrice delle Tesi era che le relazioni reciproche dei popoli e tutto il sistema politico mondiale sono determinati dalla lotta di un piccolo gruppo di nazioni imperialiste contro il movimento sovietico; non bisognava perdere di vista questo punto per porre correttamente la questione nazionale o coloniale.

Le dieci Tesi sulla questione coloniale e nazionale furono redatte e presentate da Lenin. L’espressione “movimenti democratici borghesi”, che suggeriva un blocco borghese legalitario, fu sostituito da “movimenti nazionali rivoluzionari”, ovvero che si pongono sul terreno dell’insurrezione armata.

Il comunista indiano Manabendra N. Roy (indiano del Bengala, stabilito in Messico, rappresentante del PC messicano al congresso) presentò nove Tesi Supplementari, accettate da Lenin. La sesta delle Tesi supplementari metteva in evidenza il legame esistente tra questione agraria e questione nazionale e coloniale, evocando la rapida concentrazione della proprietà del suolo nelle mani dei proprietari terrieri, locali o stranieri, e affermava che il primo passo della rivoluzione doveva essere l’eliminazione nelle colonie della dominazione straniera che ostacolava il libero sviluppo delle forze economiche. Concludeva senza equivoci: «l’aiuto apportato alla distruzione della dominazione straniera nelle colonie non è in realtà un aiuto al movimento nazionalista della borghesia indigena, ma l’apertura della strada per il proletariato oppresso lui stesso». La contro-rivoluzione staliniana ha tradito questo principio, partecipando ad annientare l’energia rivoluzionaria anche in Oriente.

La 10ª Tesi presentata da Lenin era ugualmente molto esplicita: «L’internazionalismo proletario esige: 1) la subordinazione degli interessi della lotta proletaria in un paese all’interesse di questa lotta nel mondo intero; 2) da parte delle nazioni che hanno vinto la borghesia, il consenso ai più grandi sacrifici nazionali in previsione del capovolgimento del capitale internazionale».

Si trattava di concludere nei paesi d’oriente «una alleanza tra il nuovo movimento operaio, i partiti comunisti nascenti, e i movimenti rivoluzionari che cercavano di cacciare gli oppressori imperialisti», scrivevamo nell’articolo intitolato Oriente (“Prometeo”, n.2, febbraio 1951), ma non di piegarsi alle illusioni nazionali piccolo-borghesi sulla possibilità di una coesistenza pacifica tra le nazioni in regime capitalista. «Ciò significava che dappertutto in Oriente, dove la lotta scoppiava contro il regime feudale, agrario o teocratico, nello stesso tempo che contro le metropoli coloniali, i comunisti locali e internazionali entrano nella lotta e l’appoggiano. Non per darsi come obiettivo un regime democratico borghese locale e autonomo, ma molto utile per scatenare la rivoluzione in permanenza, che avrà termine soltanto con l’instaurazione della dittatura sovietica (...) Marx e Engels non avevano detto altro: lo dicevano già per la Germania del 1848! La successione dei tre periodi si configura dunque nel modo seguente: fino al 1870 appoggio alle insurrezioni nazionali nelle metropoli; dal 1871 al 1917 lotta insurrezionale di classe nelle metropoli; una sola vittoria, in Russia. All’epoca di Lenin, lotta di classe nelle metropoli e insurrezioni nazional-popolari nelle colonie, con la Russia rivoluzionaria al centro, secondo una strategia mondiale unica che non sarà superata se non con il capovolgimento del potere capitalista in TUTTI i paesi».

La grande prospettiva di Lenin di un piano economico mondiale unitario fu tradita dalla contro-rivoluzione stalinista, dalla politica nazionalista russa e dalle sue molteplici alleanze con partiti e Stati borghesi. Gli stalinisti sottometteranno i movimenti rivoluzionari nelle colonie e le lotte sociali del proletariato occidentale agli interessi dello Stato russo divenuto a sua volta uno Stato imperialista, rovesciando così la piramide, invece di avere l’Internazionale Comunista che controllava il partito bolscevico e attraverso di lui lo Stato russo, è stato lo Stato russo, che dopo aver sottomesso il partito bolscevico, sottomise l’I.C. al suo interesse nazionale-borghese.


La convocazione a Bakù

Lo scopo di questo congresso era di collegare il movimento comunista internazionale, principalmente centrato sui paesi occidentali e la Russia, con le lotte anticoloniali e antimperialiste provocate per la rimessa in questione del potere coloniale dopo l’esito della guerra imperialista – in Egitto nel 1919, in Iraq nel 1920, in Palestina nel 1921 e nel 1924, in Tunisia nel 1922, a Rif in Siria – e aiutare la diffusione del movimento negli altri paesi d’Oriente. Si trattava d’utilizzare per la rivoluzione mondiale in corso, la potente energia che questi movimenti contenevano. Per questo l’I.C. intendeva riunire il più gran numero di rappresentanti delle forze di opposizione, ma in un tempo troppo breve per organizzare un consesso di grande ampiezza nel corso delle aggressioni militari e con difficoltà di comunicazioni e di spostamenti.

Trotzki in un discorso per il terzo anniversario dell’Università dei Popoli d’Oriente il 21 aprile del 1924 riprese i fatti. Spiegò che il capitalismo aveva due facce: il capitalismo delle metropoli, il cui modello era la Gran Bretagna, e il capitalismo delle colonie, di cui la più tipica era l’India. I capitalisti usurai come la Gran Bretagna e gli USA fanno dei prestiti, dopo la prima guerra mondiale, per la maggior parte ai paesi coloniali di cui finanziano lo sviluppo industriale (Asia, America del Sud, Africa del Sud). Tutto ciò «prepara la mobilitazione delle masse proletarie che, tutto ad un tratto, usciranno da uno stato preistorico, semi-barbaro e si getteranno nel crogiolo industriale, nelle fabbriche». Il movimento nazionale in Oriente è un fattore di progresso nella storia, anche se la lotta si limita ai compiti nazional-borghesi. Il giovane proletariato d’Oriente, continuava Trotzki, deve appoggiarsi su questo movimento progressista, ma il nucleo di base comunista che emergerà dall’Università dei Popoli d’Oriente agirà come lievito di classe.

All’Ovest, il movimento della rivoluzione poteva essere contenuto come in Gran Bretagna da Mac Donald, allora alla guida di un governo laburista, la forza più conservatrice d’Europa. La Gran Bretagna di Mac Donald «sta per rovesciare in Afghanistan la frazione di sinistra nazional-borghese, che cerca di europeizzare un Afghanistan indipendente, e raduna gli elementi più neri reazionari, impregnati dei peggiori pregiudizi del panislamismo, il Califfato». Questo è ciò che gli Stati imperialisti fanno adesso dappertutto: organizzare i “neri reazionari panislamici” dello Stato Islamico.

Nel giugno-luglio 1920, il CE della III I.C. lanciò un appello Alle masse popolari asservite di Persia, Armenia e Turchia, pubblicato in “The Comunist International”, giugno-luglio 1920), in cui si denunciava l’oppressione feroce del governo persiano venduto ai capitalisti britannici, quella dei governi inglesi, italiani, francesi in Turchia alleati ai beck e agli effendi, e la disputa aizzata dai capitalisti stranieri tra armeni, turchi e curdi. L’appello era indirizzato ugualmente ai contadini della Siria e dell’Arabia dove imperversavano la Francia e l’Inghilterra, il cui giogo subentrava a quello del sultano ottomano. Essi erano inviati, a nome degli operai inglesi, francesi, americani, tedeschi e italiani, a inviare dei rappresentanti al “Congresso degli operai e dei contadini di Persia, d’Armenia e di Turchia” previsto il 1° settembre a Baku, per unire i loro sforzi a quelli del proletariato europeo al fine di lottare contro il nemico comune. L’appello era indirizzato ai rappresentanti delle Indie e ai popoli musulmani viventi nella Russia sovietica, così come agli operai e ai contadini del Vicino Oriente (Mesopotamia, Siria, Arabia).

Per il congresso fu scelta la città di Baku, in Azerbaigian, antica provincia dell’impero russo conquistata dai bolscevichi e diventata indipendente nel 1918. È situata in riva al Mar Caspio all’intersezione di Asia ed Europa. La Persia, l’Armenia e la Turchia erano vicini a quel primo bastione bolscevico in Transcaucasia.

Grazie alle sue risorse petrolifere era una una città industriale, nel solo paese musulmano ad avere dei militanti e un partito comunista prima del 1917. I pozzi di petrolio erano in uno stato rovinoso e gli operai, per la maggior parte persiani, alloggiavano in miserabili capanne, racconta Rosmer. Sotto l’impero zarista la provincia era trattata come una colonia e la borghesia armena dominava la città; un mosaico di popoli ci lavoravano (azeri, russi, armeni, musulmani iraniani, tatari). Scioperi erano scoppiati nel 1903, 1904, 1913, 1914. Nel 1904 fu fondata l’organizzazione rivoluzionaria Hemmat, che divenne nel 1917 il Partito Rivoluzionario Azerbaigiano e prese parte attiva nella rivoluzione bolscevica creando nel febbraio 1920 il PC azerbaigiano. Nel 1920 era al potere un governo bolscevico, mentre una Repubblica socialista sovietica persiana era stata proclamata a Rasht all’inizio di giugno 1920.

Ma nel 1920 i bolscevichi russi, che avevano trionfato sulla contro-rivoluzione bianca e sull’Intesa, erano ancora minacciati a Baku, nel Caucaso del Nord e in Crimea, così come nel Turkestan dove imperversava la rivolta dei contadini musulmani basmachi. Le armate polacche, sostenute dall’Intesa, e quelle comandate dall’ex ufficiale russo Piotr Nilolaïevitch Wrangel (russo germano-baltico) occupavano la Crimea e continuavano a tormentare la regione. Nell’ottobre del 1920, la Russia firmava la pace con la Polonia e in novembre metteva in rotta l’armata di Wrangel.

Per la preparazione del congresso di Baku, come ce lo descrive Chabrier, che ha avuto accesso a documenti russi dal 1920 al 1934, il CE nominò un ufficio di organizzazione con G.K. Ordzonikidze (bolscevico che aveva diretto il lavoro politico dell’Armata Rossa nel Caucaso dal 1918 al 1921 e presidente dell’Ufficio Caucasico del PCRb dall’aprile 1920), E.D. Stasova (bolscevico russo, segretario dell’Ufficio Caucasico dal luglio del 1920), A.P. Mikojan (bolscevico armeno, attivo a Baku dal 1917), Nari-man Narimanov (azerbaigiano, membro del POSDR dal 1905, uno dei fondatori di Hemmat, presidente del Comitato Rivoluzionario dell’Azerbaigian), Saïd Gabiev (daghestano, membro del PCRb dal 1918, presidente del Comitato Rivoluzionario del Daghestan dal 1920 al 1922). Quest’Ufficio invitò delegazioni dalla Persia, la Turchia, l’Armenia, la Georgia, l’Azerbaigian, il Turkestan sovietico, Khiva e Buchara nell’Uzbeskistan, l’Afghanistan e da altri paesi e popoli. Si prevedeva l’arrivo a Baku di ben 3.280 delegati.

La scelta dei delegati non fu facile. Le sezioni dei comunisti turchi e iraniani a Baku si impegnarono a far venire rappresentanti dei loro paesi e una vasta campagna di propaganda fu lanciata nelle regioni orientali controllate dai bolscevichi. Tranne che in Azerbaigian, dove furono organizzate le elezioni dei delegati, i rappresentanti furono molto spesso designati dai vari partiti comunisti, come per la Persia e la Turchia. Numerosi altri ebbero il mandato in rappresentanza di movimenti locali talvolta unicamente etnici, nazionalisti, senza partito, in rivolta contro l’oppressione imperialista.

(continua al prossimo numero)