Partito Comunista Internazionale
Il Partito Comunista N. 388 - anteprima
[ Pdf ]
Indice dei numeri
Numero precedente
- successivo
organo del partito comunista internazionale
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: – la linea da Marx a Lenin, alla fondazione della III Internazionale, a Livorno 1921, nascita del Partito Comunista d’Italia, alla lotta della Sinistra Comunista Italiana contro la degenerazione di Mosca, al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani – la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco
PAGINA 1 Roma, sabato 24 febbraio - Fuori e contro il teatrino elettorale, Per la ripresa della lotta di classe
La strategia nazionale americana presentata dal Presidente Trump
Potere al popolo!
PAGINA 2
Per il sindacato
di classe
Roma, venerdì 23 febbraio - Per il fronte unico sindacale di classe
PAGINA 5
PAGINA 6
PAGINA 7
PAGINA 8

 

 

 

 


Roma, sabato 24 febbraio
Fuori e contro il teatrino elettorale
Per la ripresa della lotta di classe

I proletari non si devono sottomettere al cretinismo del rito elettorale, che rappresenta solo un ingannevole teatrino per mascherare l’oppressione economica e politica della classe borghese su di essi, ma lavorare alla organizzazione della loro forza indipendente di classe, sia sul piano sindacale sia su quello politico.

Il proletariato deve mettersi in grado, tramite le sue organizzazioni economiche, di difendere le sue condizioni di vita e di lavoro ogni giorno sotto attacco da parte della borghesia, dei proprietari fondiari, del loro Stato.

Il partito comunista rivoluzionario, che oggi non può che essere internazionale, non ha nulla da spartire con questa democrazia borghese e considera che i governi democratici sono altrettanto reazionari, antiproletari e controrivoluzionari quanto lo sono i governi apertamente fascisti.

L’antifascismo a cui si richiamano tutti i partiti dell’arco parlamentare, e anche quelli sedicenti extraparlamentari, è un vecchio arnese che la borghesia usa per cercare di abbellire la sua logora democrazia e lo screditato sistema parlamentare.

Democrazia e fascismo sono due forme dell’oppressione borghese contro il proletariato. Non si può combattere il fascismo senza combattere il regime del capitale, senza abolire il regime del lavoro salariato, della merce, del profitto.

Non si può combattere il militarismo senza lottare per l’abbattimento del capitalismo! Sono le più grandi democrazie del mondo, in proficua collaborazione con gli Stati apertamente dittatoriali, che seminano guerre e distruzioni dall’Africa al Medio Oriente all’Asia centrale, con il solo scopo di assicurarsi mercati e materie prime, che investono enormi capitali nella produzione di armi per fare profitti sullo scempio dell’umanità intera. Sono essi che costringono milioni di uomini ad abbandonare i loro paesi per sfuggire alla fame e alla disperazione trasformandoli in mano d’opera a basso prezzo. Sono essi che si preparano ad un nuovo scontro bellico generalizzato per cercare di uscire dalla crisi economica che condanna questo sistema ad una catastrofica fine.

I lavoratori più combattivi, i giovani che non hanno futuro in questa società in putrefazione, i disoccupati, gli immigrati costretti al lavoro nero, alla clandestinità, a vendersi per un tozzo di pane, hanno un interesse comune che li unisce, costruire un fronte unico sindacale di classe in grado di respingere l’offensiva del padronato, spalleggiato dallo Stato, dai sindacati collaborazionisti, dai partiti opportunisti, per difendere e migliorare le loro condizioni di vita e di lavoro!

È combattendo su questa strada che si prepara la rivoluzione comunista, internazionale, dittatoriale, diretta dal Partito che ha fatto suo il programma storico del comunismo rivoluzionario!

 


La strategia nazionale americana presentata dal Presidente Trump

Nel documento letto dal piantagrane Trump, presidente degli Stati Uniti dal gennaio 2017, ma scritto da James Mattis, Segretario alla Difesa, gli Stati più citati come una minaccia alla sicurezza e agli interessi politici e soprattutto economici degli Stati Uniti sono la Cina (citata 33 volte), la Russia (25), l'Iran (17) e la Corea del Nord (16). Monta arrogante la voce del più forte che rivendica apertamente l'uso sia della sua diplomazia (sull'aggettivo "segreto" si sorvola) sia dei suoi strumenti militari sia economici, e possiamo aspettarci nel prossimo futuro un valzer di alleanze delle medie e piccole potenze per corteggiare i grandi imperialismi in guerra per il mercato mondiale.

Il grande nemico degli Stati Uniti viene chiaramente identificato nella Cina, largamente in testa fra i nemici della grande nazione americana. Del resto se la Cina avesse la stessa franchezza metterebbe ugualmente Washington al primo posto!

Per quanto riguarda il Medio Oriente, ora è chiaro che gli Stati Uniti sono lontani dal ritirarsi dalla regione come promesso dal “pacifista” Obama. Né lui né Trump hanno toccato la massiccia presenza militare statunitense nel Golfo, e con la presidenza Trump sono aumentate le truppe Usa in Iraq e in Siria! L'Iran ora diventa l'obbiettivo principale della diplomazia americana in Medio Oriente. Ma già prima la diplomazia più "cortese" di Obama aveva lo stesso scopo. Si trattava e si tratta di contrastare l'azione del potente dragone cinese, che si nasconde in giro per il mondo, spesso accompagnato dal piccolo orso russo.

Trump e Mattis (ex generale dei Marines nelle guerre in Afghanistan e in Iraq, dal piglio arrogante) denunciano l'espansione regionale dell'Iran con la sua influenza su un territorio che attraversa il Medio Oriente dal Golfo Persico al Mediterraneo: in Iraq (dove l'intervento americano ha sbarazzato l'Iran del nemico Saddam Hussein), in Siria (attraverso il sostegno di Teheran a Bashar Assad, con la complicità con la Russia), in Libano (alleato di fatto alla milizia degli Hezbollah). Teheran sarebbe anche responsabile della mancata risoluzione della questione palestinese a causa del sostegno dell'Iran ad Hamas.

La diplomazia americana cerca quindi un riavvicinamento con Israele, che si riconferma la fortezza degli USA, e con quegli Stati arabi sunniti che si sentono minacciati dall'Iran. È noto che le reazioni che hanno fatto seguito alla decisione a tutto volume di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele ha incontrato reazioni tenui tra i governi arabi della regione, tra cui quelli dell'Arabia Saudita e dell'Egitto. Il "salvatore" Ben Salman in Arabia Saudita – che concede "generosamente" alcuni diritti alle donne ma imprigiona per “reati economici”, in realtà politici – era solo in attesa di questo, essendo l'Iran la potenza regionale più pericolosa per il suo Paese (i due Stati sono schierati su fronti opposti nella guerra in Yemen), superando in questo la Turchia.

Ma l'Iran ha altre risorse. A causa dell'errore tattico del blocco economico saudita contro il Qatar, in ritorsione del sostegno dato questo ai Fratelli Musulmani e per colpire il canale televisivo di Al Jazeera, Teheran, e la Turchia, hanno potuto riavvicinarsi a Doha con cui l'Iran condivide lo sfruttamento del più grande giacimento di gas naturale del mondo. Inoltre Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, è stato il centro commerciale dell'Iran durante il periodo delle sanzioni ed è oggi la capitale finanziaria di quel Paese!

La questione della risoluzione del problema palestinese è sempre più secondaria per tutte le borghesie, ad eccezione di quelle rappresentate a Bruxelles che ancora persistono nel nominare uno Stato palestinese a cui nessuno crede, compresa una buona maggioranza dei palestinesi, presi nella morsa tra la repressione esercitata dell'Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania e Hamas a Gaza da un lato e quella israeliana dall'altro.

Infine il grande gioco sulla scacchiera regionale continua con l'entrata di truppe turche nel nord della Siria per attaccare la città di Afrin, controllata dal 2012 dalle Forze Democratiche Siriane, vicine al PKK, con lo scopo di impedire la formazione di una zona controllata dalle milizie curde sul confine siriano con la Turchia, un'azione per la quale certamente Erdo?an ha ottenuto l'assenso di Mosca.

Il generale Mattis ha dichiarato che «comprende le legittime preoccupazioni di sicurezza» di Ankara (“Le Monde”, 24 gennaio), quindi l'"alleato" statunitense non interverrà e lascerà che i curdi vengano di nuovo calpestati. Si tratta ancora una volta per i clan curdi di prendere atto che la loro funzione di mercenari li espone ad essere da tutti sfruttati e traditi.

 

 

 

  


Potere al popolo!

Tutti hanno celebrato il centenario dell'Ottobre. Nessuno ne ha appreso le lezioni. La più importante delle quali è la grande conferma dell'unica via rivoluzionaria scritta nelle parole di Marx: “Dittatura del Proletariato”.

La quasi totalità di coloro che ancora oggi si dichiarano seguaci di Marx e di Lenin invece rifiuta la condanna della democrazia, che l'Ottobre riuscì meravigliosamente a svergognare e vincere, sia come principio di dottrina storica sia come strumento politico che il partito comunista possa utilizzare per l'emancipazione del proletariato. Negano, ancora in questi tempi di crisi economica del modo di produzione capitalistico, che potrebbe diventare anche sociale e politica, che la borghesia si trincera dietro il mito democratico e i suoi inganni, solo una maschera delle istituzioni statali, strumento di cui la classe dominante si serve per conservarsi al potere. Non è dunque un caso se continua, nonostante tutto, lo stanco rito dell’appello al “popolo”, entità sovrana che sarebbe in grado di sanare il decrepito e barcollante baraccone del potere, in realtà nelle salde mani della classe dei capitalisti. Lo sforzo del ceto politico al servizio della classe dominante è di dare a intendere a quella dominata che lo Stato borghese sia neutrale, al di sopra di tutti gli strati sociali, la cui imparzialità sarebbe sancita dalla Costituzione, testo sacro a garanzia dei “diritti” di ciascun “cittadino”, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

L’idolatria verso i feticci della democrazia e della Costituzione è assai diffusa fra le anime belle della cosiddetta “sinistra radicale”, anche di quella che si vuole “antagonista” e “antisistema”, la quale periodicamente ne riscopre le pretese virtù purgative di ogni pubblica corruttela, nel rito lustrale delle elezioni politiche. A tempo utile sorgono “a sinistra” nuovi partitini a riportare nell’alveo della democrazia e della “competizione elettorale” quelle minoranze proletarie che iniziano a manifestare scetticismo ed avversione nei confronti del politicantismo parlamentare.

Così, per iniziativa di un Centro Sociale “alternativo” napoletano, alle elezioni politiche del prossimo 4 marzo concorrerà una nuova lista dal nome altisonante quanto vuoto di “Potere al popolo”, che già avrebbe avuto adesioni in molte parti d’Italia. Evidentemente la fantasia non fa parte delle prerogative dei promotori.

Noi non sappiamo, né siamo interessati a sapere, cosa può avere spinto questi adoratori dell’urna a muoversi sulla strada della competizione schedaiola. La cosa che invece presumiamo di conoscere bene, e in anticipo, è la traiettoria e l’esito finale di tale genere di operazioni, le quali, dopo avere suscitato un effimero entusiasmo, si concludono col disvelare il loro saldo ancoraggio al campo politico borghese, in verità mai negato sin dall’inizio.

La collocazione all’interno della compagine politica borghese della lista “Potere al popolo” la possiamo desumere dal suo stesso nome. Cosa è mai infatti il popolo per noi marxisti se non un amalgama indistinto di classi diverse e naturalmente conflittuali fra loro? Fare appello al cosiddetto popolo non significa quindi porsi programmaticamente sul piano del più stantio e demagogico interclassismo?

I comunisti non fanno appello al popolo, che comprende tutte le classi ed esprime l’unità della nazione borghese, ma si rivolgono soltanto ai lavoratori, cioè a coloro che per vivere sono costretti a vendere la loro forza lavoro.

Senz’altro coerente il programma elettorale di questi aspiranti “rappresentanti del popolo”, ansiosi di proseguire la loro campagna di imbonimento delle masse nei dorati emicicli. Al primo punto infatti si legge “Difesa e rilancio della costituzione nata dalla Resistenza”. Si ignora che la tanto incensata carta costituzionale è stata il quadro giuridico all’interno del quale si sono consumati ben 70 anni di dominio della classe borghese in Italia. Nel paragrafo troviamo una sperticata difesa della costituzione che non risulterebbe indigesta neanche al più conservatore dei liberali.

Ma andiamo avanti. Fra le altre richieste i nostri politicanti in erba affermano di volere «ripristinare l’elezione del Parlamento attraverso un vero sistema proporzionale, contro il rafforzamento del potere esecutivo». Nostalgica visione di una mitica età dell’oro della borghese Repubblica Italiana che, dal 1946 al 1993, garantì mezzo secolo di stabilità al regime sotto il saldo dominio della Democrazia Cristiana. Ma forse essi guardano con ancora più vivo rimpianto alle “forze della sinistra” che in tale epoca hanno contribuito a sostenere il regime del capitale ingannando i lavoratori con le chimere di impercorribili “vie italiane al socialismo” o con pretese e mai realizzate “alternative di sinistra”, convincendo poi la grande massa che fosse necessario e fatale approdare al “compromesso storico” fra PCI e DC, riproposizione di quei ”governi di unità nazionale” che fra il 1944 e il 1947 avevano caratterizzato la fase costituente, alla fine del massacro di proletari della Seconda Guerra Mondiale.

Dopo questo tributo alla costituzione della Repubblica borghese e alla Resistenza – cioè all’appoggio a uno dei due fronti imperialisti impegnati nel massacro mondiale! – seguono altri punti in cui si mescola l’uscita dell’Italia dall’Unione Europea e dalla Nato, la cancellazione del Jobs Act, la riduzione dell’orario di lavoro a 32 ore, il diritto alla pensione a 60 anni, l’imposta sul patrimonio, l’abolizione dei ticket per le prestazioni sanitarie e tanto altro per andare incontro alle illusioni e pregiudizi dei cosiddetti “elettori medi di sinistra” pasturati per decenni dall’imbonimento demagogico delle consorterie sinistre dello schieramento politico del capitale.

Ma “Potere al popolo”, anche quando avanza rivendicazioni che si vorrebbero a favore degli interessi della classe lavoratrice, non prospetta altra strategia per sostenerle che quella di chiedere voti. Ecco allora che i promotori si adoperano a confezionare un manifesto che soddisfi gli appetiti di uno spettro più ampio possibile di elettori, con una predicazione anodina, in una pacchiana commistione di conformismo e di pretese illuministe.

Tutto ciò non ci stupisce affatto. La nostra critica dell’elettoralismo ha radici lontane e parte dalla constatazione che, nei paesi ove il potere borghese e la forma democratica di governo sono ben affermati, le campagne elettorali sono per la classe dominante il migliore antidoto per prevenire il manifestarsi e il generalizzarsi della lotta di classe.

Già nel maggio del 1920 la Frazione Comunista Astensionista del PSI affermava nelle sue Tesi:
     «La partecipazione alle elezioni per gli organismi rappresentativi della democrazia borghese e l’attività parlamentare, pur presentando in ogni tempo continui pericoli di deviazione, potevano essere utilizzate per la propaganda e la formazione del movimento nel periodo in cui, non delineandosi ancora la possibilità di abbattere il dominio borghese, il compito del partito si limitava alla critica ed alla opposizione. Nell’attuale periodo aperto dalla fine della guerra mondiale, dalle prime rivoluzioni comuniste e dal sorgere della Terza Internazionale, i comunisti pongono come obiettivo diretto dell’azione politica del proletariato di tutti i paesi la conquista rivoluzionaria del potere, alla quale tutte le forze e tutta l’opera di preparazione devono essere dedicate.
     «In questo periodo è inammissibile ogni partecipazione a quegli organismi che appaiono come un potente mezzo difensivo borghese destinato ad agire tra le file stesse del proletariato e in antitesi alla struttura e alla funzione dei quali i comunisti sostengono il sistema dei consigli operai e la dittatura proletaria.
     «Per la grande importanza che praticamente assume l’azione elettorale, non è possibile conciliarla con l’affermazione che essa non è il mezzo per giungere allo scopo principale dell’azione del partito: la conquista del potere; né è possibile evitare che essa assorba tutta l’attività del movimento distogliendolo dalla preparazione rivoluzionaria».

A quasi un secolo da queste tesi, il nostro partito è consapevole del fatto che siamo oggi più lontani di allora dalla conquista rivoluzionaria del potere. In tutto questo ciclo storico, attraverso la carneficina imperialista della Seconda Guerra mondiale, la borghesia è riuscita a rafforzare enormemente la sovrastruttura politica, ideologica e militare del suo dispositivo di potere statale e ha dato prova di sapere distogliere i lavoratori dalle lotte per i propri interessi economici vitali. È riuscita in questo anche attraverso l’imposizione di una fitta agenda di scadenze elettorali.

La democrazia è una trappola che ha dimostrato e continua a dimostrare la sua efficacia se frotte di gonzi – non sappiamo se più fessi o più loschi – riscoprono a ogni piè sospinto il facile cammino elettorale, che la classe dominante graziosamente offrirebbe alla classe dominata per la sua difesa sociale.

 

 

 

 

 

 

Per il sindacato di classe Pagina di impostazione programmatica e di battaglia del Partito Comunista Internazionale
Per la rinascita del sindacato di classe fuori e contro il sindacalismo di regime. Per unificare le rivendicazioni e le lotte operaie, contro la sottomissione all’interesse nazionale. Per l’affermazione del­l’in­dirizzo del partito comunista negli organi di difesa economica del proletariato, al fine della rivoluzionaria emancipazione dei lavoratori dal capitalismo


Roma, venerdì 23 febbraio
PER IL FRONTE UNICO SINDACALE DI CLASSE

Oggi il sindacalismo di base ha chiamato allo sciopero nazionale i lavoratori di quattro categorie: una del settore privato – la logistica (SI Cobas e ADL Cobas) – e tre del settore statale: scuola, sanità e vigili del fuoco (Usb).

È un fatto molto positivo che nella mobilitazione dei lavoratori della scuola – e parzialmente in quella della sanità pubblica – tutti i sindacati di base (Confederazione Cobas, Cub, Usb, Sgb, Unicobas, SI Cobas, Usi-Ait) abbiano ritrovato l’unità d’azione organizzando uno sciopero in una unica data, superando le misere contrapposizioni fra le loro dirigenze che l’autunno scorso hanno impedito uno sciopero generale unitario. Nella scuola ciò ha permesso l’adesione anche della opposizione di sinistra in Cgil, consentendo un ulteriore rafforzamento dello sciopero.

Un altro elemento positivo è che l’Usb, unico sindacato di base ad aver accesso al tavolo di trattativa nazionale nella categoria dei vigili del fuoco, non ha firmato il rinnovo contrattuale, così come precedentemente non aveva firmato quello del comparto delle Funzioni Centrali, siglato dai confederali il 23 dicembre scorso.

Tutti i quattro scioperi infatti sono stati convocati con riguardo ai rinnovi contrattuali di categoria, nonostante per tre su quattro di queste – logistica, scuola e vigili del fuoco – i sindacati di regime (Cgil, Cisl, Uil) abbiano già apposto la loro firma su contratti “a perdere”, che avvallano l’ulteriore perdita di potere d’acquisto dei salari, in atto da anni.

Per gli statali – che hanno subito per 8 anni il blocco contrattuale – la Cgil non ha vergogna d’affermare di “aver riconquistato il diritto al contratto”, volendo dare a bere che non fosse già intenzione dello stesso padronato in veste statale procedere a tali rinnovi, naturalmente alle sue condizioni.

Per il contratto nazionale della logistica è da sottolineare come questi sindacati tricolore – in linea con quanto fatto almeno dalla fine degli anni settanta – si siano premurati di sottoscrivere una ulteriore limitazione della libertà di sciopero, inserendo una parte delle lavorazioni del settore nell’insieme della attività che debbono sottostare alle leggi anti-sciopero 146/1990 e 83/2000, che già colpiscono tutto il pubblico impiego, con l’evidente intento di fermare la forza crescente del movimento operaio in questa categoria, sviluppatasi in questi anni grazie al sindacato SI Cobas.

Se questo sciopero non riuscirà a riaprire i tavoli negoziali esso servirà in ogni caso a propagandare fra i lavoratori delle categorie coinvolte il fatto che vi sono dei sindacati che non hanno accettato e che rigettano con la lotta questi schifosi rinnovi contrattuali.

L’unione nello sciopero di quattro differenti categorie e, in questa giornata, del sindacalismo di base sono un piccolo passo avanti verso l’unità d’azione della classe lavoratrice ed un fronte unico sindacale di classe, due condizioni necessarie e fondamentali affinché i lavoratori tornino ad avere la forza per difendersi.

Ma su questa strada vi è ancora molto da fare e molti errori, e nemici, da superare e sconfiggere.

Scioperi unitari del sindacalismo di base per i lavoratori del pubblico impiego – di comparto e generali – avrebbero dovuto essere organizzati prima della fase finale di rinnovo dei contratti nazionali. Ciò non è stato possibile – in questi otto anni di blocco contrattuale – per le divisioni fra le dirigenze delle varie organizzazioni che vengono superate solo allorquando la gravità della situazione lo rende inevitabile ma riaffiorano puntualmente dopo, a sconfitta subita, impedendo la costruzione di un movimento che si muova per tempo e sviluppi la forza adeguata a rispondere all’azione concertata di padronato e sindacati di regime.

Anche nella giornata di oggi una compiuta unità d’azione si è avuta per i lavoratori della scuola, con l’organizzazione, oltre allo sciopero unitario, di una manifestazione nazionale comune. Nella sanità invece non è stata organizzata una manifestazione unitaria e vi sono state alcune defezioni dallo sciopero, di parte della Confederazione Cobas e dell’Usi-Ait.

Inoltre, in questi due comparti, e non solo, gli scioperi non dovrebbero limitarsi ad impegnare solo i dipendenti pubblici ma dovrebbero coinvolgere anche i sempre più numerosi lavoratori degli istituti privati, per spingere a una equiparazione delle condizioni d’impiego verso le condizioni di miglior favore.

Infine, l’impegno delle organizzazioni sindacali in fronti unici politici o elettorali – anche quando si pretendono anticapitalisti – è una fattore di freno e arretramento, niente affatto d’avanzamento, sulla strada dell’unità d’azione dei lavoratori e del sindacalismo conflittuale, base necessaria e fondamentale per la costruzione di fronte unico sindacale di classe. La dirigenza di un sindacato può infatti legittimamente dichiarare di appartenere ad un partito ed esprimere la sua preferenza per un dato fronte di partiti ma non deve impegnare il sindacato, le sue energie, le sue strutture a sostenerlo perché così va ad aprire una divisione all’interno del sindacato, con gli iscritti che a quella parte politica non appartengono, ed eleva un ostacolo all’adesione di altri lavoratori al sindacato, che facilmente ravvedono in esso lo strumento di un partito e non della generale difesa della classe. Si va poi ad imboccare una strada opposta a quella del fronte sindacale di classe: quella della guerra fra ibridi sindacati-partiti, che è quanto oggi avviene nel sindacalismo di base.

La lotta in difesa delle condizioni di vita e d’impiego della classe lavoratrice è in sé anticapitalista e tendenzialmente rivoluzionaria, e tanto più quanto sviluppa l’unità d’azione dei lavoratori. L’autentico partito comunista rivoluzionario persegue questo obiettivo col suo peculiare indirizzo sindacale classista – che preconizza il fronte unico sindacale di tutta la classe – e denuncia le alchimie politiche tipiche dell’opportunismo, fatte di fronti unici fra partiti e gruppi, e il suo vizio connaturato di mettere al loro servizio – danneggiandoli – il movimento operaio e le sue organizzazioni sindacali.