Partito Comunista Internazionale Indice - Numero precedente - numero successivo
"COMUNISMO" n. 85 - dicembre 2018
Anno XL
Ad un secolo dalla fine della prima carneficina imperialista: Una guerra contro la classe operaia
Il PCd’I e la guerra civile in Italia negli anni del primo dopoguerra (continua dal numero scorso) - Parte quarta: La difesa del partito e della classe [RG Cortona, maggio 2016]: La funzione dell’apparato illegale in un partito comunista - L"Ufficio I" - Al congresso di Roma - La questione della violenza nella guerra fra le classi - L’attacco armato del Partito Comunista - La reazione del PCd’I agli attacchi di Stato e fascismo - Le nostre fonti - Nel Partito Comunista Iugoslavo - Prepararsi al regime di illegalità - Preparare la difesa armata del partito - Spontaneità proletaria e direzione del partito - Non "putschismo" ma difesa del partito e della classe - Ammissioni Fasciste - La federazione Giovanile Comunista - L’organizzazione in compagnie e squadre - Menzogne staliniste sull’attrezzaggio militare del PCd’I - Nella Lega proletaria mutilati e reduci e nella Lega inquilini - Nell’esercito e nelle istituzioni borghesi - Opposti criteri comunista e socialdemocratico
Il marxismo e la questione militare - (continua dal numero scorso - Indice del lavoro) Parte quarta, Imperialismo: C. La Prima Guerra mondiale, VIII. La fase finale sul fronte occidentale [RG130-131]: 1. Lo stallo del 1915 - 2. Opposte strategie - 3. La guerra d’attrito - 4. Le offensive del 1916: Verdum e sulla Somme - 5. La situazione del 1917 - 6. Il 1918: nuovi rapporti di forza contro le grandi offensive tedesche - 7. L’offensiva di primavera - 8. La controffensiva degli Alleati - 9. Il fronte interno - 10. Verso la smobilitazione e il dopoguerra
– La successione dei modi di produzione nella teoria marxista (continua dal numero scorso - RG132) - Parte quarta: La forma di produzione terziaria: 1. La transizione dalla forma secondaria alla terziaria - 2. Caratteri essenziali della forma di produzione - 3. Capitale commerciale e usuraio - 4. Servi della gleba e artigiani - 5. Dissoluzione della forma terziaria - 6. Soprastrutture ideologiche feudali
Dall’Archivio della Sinistra:
      - Movimento giovanile - Giovani proletari! Iscrivetevi alle squadre d’azione della Gioventù Comunista!  (“La Comune”, Como, 17 giugno 1921)
      - Alle giovani reclute del 1902 (“Il Bolscevico”, Novara, 9 febbraio 1922)
      - Il Comando centrale delle squadre comuniste (“L’Adda”, Sondrio, 20 ottobre 1922)
      - Fascismo e riscossa proletaria (“Rassegna Comunista”, 31 luglio 1922)

 

 

 

 

 


Ad un secolo dalla fine della prima carneficina imperialista
Una guerra contro la classe operaia

Quando nel 1871 le truppe vittoriose di Prussia si schierarono assieme al vinto esercito francese per soffocare nel sangue la Comune di Parigi, il primo vero tentativo organizzato di “assalto al cielo”, la lezione che il marxismo ne trasse fu che da quel momento tutti gli eserciti erano confederati contro il proletariato; quella data segna uno spartiacque definitivo per la storia delle classi e del loro scontro, per l’atteggiamento dei partiti comunisti da un lato, per la dinamica imperialista del Capitale dall’altro.

Da quel momento qualunque giustificazione o affermazione di un presunto vantaggio per i proletari derivante dai successi, anche militari, della propria nazione, è una infamia orchestrata dagli agenti della borghesia nel seno della classe, e chiunque, soprattutto se richiamandosi al socialismo, parli di vittorie, di conquiste per la collettività, di “santi sacrifici” per il bene della patria è un traditore, è un nemico di classe.

Quarantacinque anni dopo quella data, trascorso un periodo di pace armata, turbato soltanto da guerre di “sistemazione” nei Balcani, gli Stati imperialistici di Europa scatenarono una “guerra totale” per l’egemonia sul continente e per la riassegnazione e spartizione del ricco bottino delle colonie. Il clima spensierato e gaudente delle classi superiori di tutta Europa, certe di un futuro radioso e per sempre sicuro, mutò nell’inquieta attesa di un evento che scompaginava e rimetteva in discussione l’intero assetto europeo e mediorientale.

Parlare del militarismo tedesco quale detonatore del grande conflitto, presumere che la necessità di tenere unito l’imperial-regia compagine statale sotto il trono degli Adsburgo contro i ricorrenti nazionalismi in uno Stato-mosaico avesse reso necessaria la guerra, è una visione non parziale ma falsa. Se ogni Stato denunciò come necessaria la discesa in guerra “per difendersi”, anche in modo preventivo, dalla minaccia portata dagli altri belligeranti; se Germania ed Austria-Ungheria ebbero nella vigilia del 1914 un atteggiamento formalmente più aggressivo, tutte le altre maggiori potenze non avevano risparmiato provocazioni negli anni precedenti. Gli Stati che scesero in guerra – compreso l’ultimo, l’Italia, che per non mancare al tavolo della spartizione delle spoglie dei vinti si decise l’anno seguente, dopo attenta valutazione dei benefici e dei rischi – tutti vi si impegnarono per la stessa volontà imperialistica di potenza, tutti per aumentare i loro spazi commerciali, territoriali ed industriali che la concorrenza imperialistica tendeva a ridurre.

In tutti i paesi militarismo e nazionalismo furono, all’inizio di quel primo novecento, due modi complementari con cui si determinò e polarizzò la cosiddetta opinione pubblica, l’ideologia delle mezze classi e dei loro partiti. Facendo passare la guerra come “essenzialmente” difensiva si poté influenzare e contaminare i partiti aderenti alla Seconda Internazionale, e disorientare il sentire del proletariato per il fallimento di quell’organismo sovranazionale dei partiti socialisti, che si adattò supinamente, salvo l’eccezione del partito di Lenin e delle frazioni di sinistra, alle necessità politiche del capitale nazionale e delle sue classi dominanti. Il senso patriottico della “nazione minacciata” diventò man mano un consenso diffuso, alimentato da tutto il complesso apparato ideologico dello Stato, consenso che permise alle classi possidenti di portare alla guerra la classe operaia e i contadini. L’illusione di una rapida vittoria, da ottenersi con poco dispendio di energie e vite umane, trascinò anche la piccola borghesia.

I partiti socialisti nazionali docili si accodarono. Nessun partito della classe operaia antivide con chiarezza l’abisso di sfruttamento, rovina e morte che le borghesie nazionali andavano approntando per i proletari in divisa e per le popolazioni, sottoposte ad un immiserimento progressivo ed intollerabile, fame e miseria, fatica e sfruttamento oltre ogni limite. Le forze operaie e contadine si scannavano in nome delle future e prospere sorti della nazione, carne da cannone mandata al macello contro i fratelli di classe in altra divisa. E da controllare sempre, in quanto con le armi in mano, con ogni mezzo, compreso decimazioni e fucilazioni indiscriminate, disciplina feroce e sanguinaria, ma non cieca, mirata a spezzare ogni pur flebile cenno di rivolta, di fraternizzazione tra truppe avversarie.

È, nella sua semplicità sanguinaria e terribile, un lucido esempio di lotta di classe: condotta dallo Stato borghese contro i proletari.

La borghesia, che aveva scatenato per gli interessi del Capitale nazionale una guerra che si stava dimostrando ben più dura e micidiale di quanto preventivato, e che rischiava la reazione di classe dei proletari mandati ad una carneficina di cui non si vedeva la fine, altro non poteva fare che rafforzare sino all’esasperazione i suoi strumenti repressivi.

Poche frazioni di sinistra in Europa tutto questo ben compresero, ed una sola, in Russia, si preparava davvero a mutare la guerra tra gli Stati in guerra tra le classi, e riuscì in questo sommo compito, nella Rivoluzione di classe, sull’onda di una sconfitta sanguinosissima causata anche dall’inefficienza politica e militare dell’impero dello Zar in decomposizione.

I fieri nemici si ritrovarono improvvisamente accomunati contro lo Stato della Rivoluzione comunista. Allora “scoppiò la pace”, anche per l’assoluto sfinimento di tutte le parti in causa. Le borghesie, magari con una devastante sconfitta sulle spalle, ieri in lotta tra loro si ritrovarono unite nel paventare lo sbandamento dei reduci che tornavano al lavoro che non c’è più, alla miseria morale e spirituale.

Gli Stati vincitori o sconfitti preferirono lasciare alla prigionia più dura i soldati che fino ad ieri facevano scannare nelle trincee, dopo averli inchiodati in difese senza speranza su linee di fronte senza alcuna giustificazione strategica, salvo consentire il rientro alle truppe garanti dell’ordine borghese.

I soldati rientrati nei propri paesi e tornati semplici civili chiederanno allora di saldare i conti con la propria borghesia, e cercheranno l’assalto al cielo, ma senza il Partito della Rivoluzione fallirà ogni loro tentativo.

Anche noi comunisti onoriamo le vittime di quel gran primo carnaio, tutti i proletari e i contadini di ogni nazione a cui è stata tolta vita o salute per la folle ferocia dei capitalismi. Li abbracciamo in ogni loro uniforme, nostri fratelli di classe, noi memori delle vittorie delle loro generazioni passate e di quelle a venire che verranno a vendicarli. E additiamo al disprezzo e all’odio dei proletari quanti ancor oggi pretendono il vanto di aver servito gli Stati borghesi e la loro guerra.

 

 

 

 

 

 


Il PCd’I e la guerra civile in Italia negli anni del primo dopoguerra
Esposto nella riunione di Cortona nel maggio 2016  

(segue dal numero scorso)

 
IV. La difesa del partito e della classe

La funzione dell’apparato illegale in un partito comunista

Dopo aver ricordato a grandi linee il quadro sociale degli anni del primo dopoguerra, con le sue lotte di classe e l’energia rivoluzionaria espressa dal proletariato, con il falso rivoluzionarismo e il tradimento del Partito Socialista, con la reazione legale ed extralegale della borghesia e del suo Stato, è ora da affrontare la questione dell’attività illegale e dell’organizzazione militare del partito comunista.

Iniziamo riportando pochi accapo da “Partito e azione di classe” che pubblicammo in Rassegna Comunista, n. 4 del 31 maggio 1921. Vi si chiarisce in maniera inequivocabile quale sia la posizione del partito comunista rivoluzionario nei confronti dell’organizzazione militare e dell’uso della violenza di classe.

«Nessuno che sia comunista può affacciare pregiudiziali contro l’impiego dell’azione armata, delle rappresaglie, anche del terrore, e negare che il partito comunista debba essere il diretto gerente di queste forme di azione che esigono disciplina ed organizzazione. Così pure è bambinesca quella concezione secondo la quale l’uso della violenza e le azioni armate sono riservate alla “grande giornata” in cui sarà sferrata la lotta suprema per la conquista del potere. È nella realtà dello sviluppo rivoluzionario che urti sanguinosi tra il proletariato e la borghesia avvengano prima della lotta finale, non solo nel senso che potrà trattarsi di tentativi proletari non coronati dal successo, ma nel senso di inevitabili scontri parziali e transitori tra gruppi di proletari spinti ad insorgere e le forze della difesa borghese, ed anche tra manipoli delle “guardie bianche” borghesi e lavoratori da esse attaccati e provocati. Né è giusto dire che i partiti comunisti debbano sconfessare tali azioni e riservare ogni sforzo per un certo momento finale, poiché per ogni lotta è necessario un allenamento ed un periodo di istruzione, e la capacità rivoluzionaria di inquadramento del partito deve cominciare a formarsi e a saggiarsi in queste preliminari azioni.

«Darebbe però a queste considerazioni una valutazione errata chi concepisse senz’altro l’azione del partito politico di classe come quella di uno stato maggiore dalla volontà del quale unicamente dipenda lo spostamento delle forze armate e il loro impiego; che si costruisse la prospettiva tattica immaginaria del partito che, dopo essersi fatta una rete militare, ad un certo momento, pensandola abbastanza sviluppata, sferri un attacco credendo di potere con quelle forze battere le forze difensive borghesi.

«L’azione offensiva del partito non è concepibile che allorquando la realtà delle situazioni economiche e sociali pone le masse in movimento per la soluzione di problemi che direttamente interessano la loro sorte, e la interessano sulla più grande estensione, creando un sommovimento, per lo sviluppo del quale nel vero senso rivoluzionario è indispensabile l’intervento del partito, che ne fissi chiaramente gli obiettivi generali, che lo inquadri in una razionale azione bene organizzata anche come tecnica militare. Anche in movimenti parziali delle masse è indubbio che la preparazione rivoluzionaria del partito può cominciare a tradursi in azioni preordinate, come indispensabile mezzo tattico è la rappresaglia dinanzi al terrore dei bianchi che tende a dare al proletariato la sensazione di essere definitivamente più debole dell’avversario, e farlo desistere dalla preparazione rivoluzionaria.

«Ma credere che col gioco di queste forze, sia pure egregiamente e largamente organizzate, si possano spostare le situazioni e determinare da uno stato di ristagno la messa in moto della lotta generale rivoluzionaria, questa è ancora una concezione volontarista che non può e non deve trovar posto nei metodi della Internazionale marxista.

«Non si creano né i partiti né le rivoluzioni. Si dirigono i partiti e le rivoluzioni, nella unificazione delle utili esperienze rivoluzionarie internazionali, allo scopo di assicurare i migliori coefficienti di vittoria del proletariato nella battaglia che è l’immancabile sbocco dell’epoca storica che viviamo».

Ciò premesso facciamo un po’ di storia.

Già all’inizio del 1920 la Frazione Comunista Astensionista del PSI prospettava come necessità irrinunciabile la costituzione di un apparato illegale. In una sua lettera indirizzata all’Internazionale Comunista così si esprimeva: «Le elezioni generali del 16 novembre, pure svolte da parte del P.S.I. sulla piattaforma del massimalismo, hanno ancora una volta provato che l’azione elettorale esclude e fa dimenticare ogni altra attività e soprattutto ogni attività illegale. In Italia il problema non è di unire azione legale ad azione illegale, come Lenin consiglia ai compagni tedeschi, ma di cominciare a diminuire l’attività “legale” per iniziare quella “illegale”, che manca affatto» (11 gennaio 1920).

Due anni e mezzo dopo, in un rapporto sempre all’Internazionale, il partito comunista affermava: «Cosciente di essere un partito di minoranza, il PCd’I non ha mai creduto di potere con le forze da esso direttamente inquadrate preparare il colpo di mano per la conquista rivoluzionaria del potere. Non per questa illusione, ma per le necessità stesse della sua esistenza e della sua penetrazione fra le masse, il PCd’I si è formato un inquadramento militare e ha condotto e conduce azioni di guerriglia contro le forze borghesi» (8 giugno 1922).

Lo stesso concetto veniva ripreso ed ancor meglio definito nel Programma di azione del PCd’I, dell’ottobre 1922: «Senza tendere con questo all’abbattimento del potere borghese o alla sconfitta campale del fascismo, e senza lasciarsi trascinare ad azioni che comprometterebbero la propria organizzazione e preparazione, il partito comunista deve curare la preparazione e l’armamento necessari a sostenere con le opportune risorse tecniche la guerra contro un avversario di forze superiori e che si trova in posizione di vantaggio. La ragione non è solo quella di allenare e provare il proprio inquadramento militare, né quella di potersi vantare di avere dato esempio di coraggio e di eroismo come fine a se stessi, ma è in rapporto diretto con la tattica del fascismo. Questo tende a demoralizzare e battere il proletariato col metodo terroristico, ossia spargendo l’impressione della sua invincibilità e della impossibilità a resistergli. Per contrastare questo processo di demoralizzazione della massa è necessario far sentire al proletariato che l’opporre forza a forza, organizzazione ad organizzazione, armamento ad armamento, non è solo una vaga parola che sarà attuata solo in un avvenire remoto, ma una possibile e pratica attività nell’esplicazione della quale sarà solo possibile preparare una riscossa armata proletaria».

Le tre citazioni precedentemente riportate, assieme alle altre due che seguono, quasi prese a caso tra le decine se non centinaia a cui potremmo attingere, stanno a dimostrare come per il PCd’I la costituzione di un apparato illegale e militare fosse ritenuta una inderogabile necessità.

«L’offensiva iniziata dalla controrivoluzione, che è caratteristica della situazione in Italia, nell’ultimo anno, pone di fronte al partito non solo tutta una serie di questioni economiche e politiche, ma anche la questione della lotta diretta contro le azioni politiche dei poteri ufficiali e delle bande borghesi e reazionarie dei fascisti, sostenute materialmente e moralmente dal governo. Per questa lotta il partito, fedele ai principi della centralizzazione più assoluta e della disciplina più rigorosa, ha istituito una speciale organizzazione di combattimento. In numerose località, e in primo luogo là dove il terrore bianco colpiva con maggiore rabbia, il partito si è affrettato a passare all’azione clandestina per difendere le proprie organizzazioni dalle violenze della polizia e dei fascisti. Inoltre, benché le sue forze siano molto inferiori a quelle dei fascisti, il partito ha proceduto all’armamento di gruppi di combattimento destinati a lottare attivamente contro questi ultimi. Pur astenendosi da ogni attacco armato, i nostri distaccamenti ispirano tuttavia un certo timore all’avversario, contribuendo così ad elevare il morale delle masse terrorizzate dai fascisti e provando con l’esempio la possibilità della resistenza e della lotta per il diritto alla vita delle organizzazioni rivoluzionarie proletarie [...] Sottolineiamo tra l’altro che i nostri distaccamenti comunisti non hanno niente in comune con i gruppi denominati “Arditi del Popolo”, la cui inopinata entrata in scena e la cui attività complessiva non cessano di essere sospette. Così in tutto l’anno passato, il partito non ha smesso di prepararsi a condurre la lotta contro la borghesia ed a rispondere al governo nel caso in cui decidesse di metterci fuorilegge» (“L’Internationale Communiste”, 20 aprile 1922).

«Il partito per assolvere il suo compito specifico non deve solo predicare e dimostrare con ragionamenti che la via pacifica e legale è una via insidiosa, ma deve “trattenere” la parte più avanzata del proletariato dall’addormentarsi nell’illusione democratica e inquadrarla in formazioni che da una parte comincino a prepararsi alle esigenze tecniche della lotta col fronteggiare le azioni sporadiche della reazione borghese, dall’altra abituino se stesse e una larga parte circostante delle masse alle esigenze ideologiche e politiche della azione decisiva con la loro critica incessante dei partiti socialdemocratici» (“Il Comunista”, 29 gennaio 1922).


L’ “Ufficio I”

In effetti il PCd’I fu l’unico partito che mise in piedi una efficiente organizzazione militare clandestina (non potendosi parlare di clandestinità per il fascismo) e Bruno Fortichiari, responsabile dell’Ufficio I, poteva a ragione essere fiero della “sua” creatura.

Lo “Ufficio I” era una organizzazione “coperta”, “non pubblica”, ossia “segreta” per quanto riguardava la sua struttura organizzativa interna ed i suoi aderenti, ma ne veniva pubblicizzata l’esistenza e lo scopo. Quindi non era necessariamente illegale, ossia perseguibile dalla legge. Solo un settore di questa organizzazione era illegale nel vero senso della parola: la struttura militare.

La “I” sta per “Illegale”, non per “Primo”, come di solito viene detto. Infatti di un partito rivoluzionario l’attività clandestina e militare non ne rappresenta la funzione primaria. Nel partito al primo posto stanno la coscienza dei fini, nel vivere nella sua compagine la teoria e il programma, e nel praticare la sua tattica, pubblica e dichiarata, su tutti i piani; anche nel PCd’I gli apparati clandestino e militare erano solo strumenti di difesa ed offesa a quelli funzionali. Ne “Il Comunista”, organo centrale del Partito, del 21 luglio 1921 si leggeva: «Un primo compito del partito è di natura ideologica e politica consistendo nella formazione d’una coscienza sociale e storica dell’avanguardia della classe lavoratrice, che critica ed interpreta gli avvenimenti, per trarne le esperienze utili ai suoi fini rivoluzionari».


Al congresso di Roma

Nella Relazione del Comitato Centrale per il secondo Congresso Nazionale del PCd’I (Roma, 20-24 marzo 1922), il punto 11 è dedicato al “Lavoro illegale ed inquadramento”. Per la sua importanza lo dobbiamo riprodurre interamente:

«Il lavoro illegale del partito comunista ha un doppio aspetto ed un doppio scopo. Anzitutto si deve preparare una tale attrezzatura che metta la organizzazione del partito, anche in quanto assolve a funzioni che la legge vigente non vieta, al sicuro dai colpi degli avversari, siano essi altri partiti politici ed organizzazioni di lotta civile, o le autorità dello Stato con la loro opera di sabotaggio che certo non si arresta innanzi all’arbitrio contro le stesse disposizioni di legge.

«Un secondo aspetto del lavoro illegale è poi quello che tende ad organizzare le forze dell’azione rivoluzionaria per renderle idonee ad assolvere il compito specifico per cui vengono create.

«All’una e all’altra esigenza il nostro partito si è largamente dedicato con misure che, per ragioni ovvie, non possono essere qui estesamente indicate e che d’altronde troveranno posto, in parte, nella relazione orale che verrà fatta al congresso.

«Per la sicurezza del funzionamento del nostro partito in tutte le sue organizzazioni, dagli uffici centrali fino alle sezioni locali, si è incominciato a costruire, anche per le opportune disposizioni emanate dalla centrale, una esperienza nuova per i compagni italiani, abituati troppo alle manifestazioni esteriori anche quando queste non presentano alcuna utilità e poco atti a serbare un contegno riservato e prudente nel lavoro politico. Al mutamento di queste cattive disposizioni psicologiche in fondo l’attuale situazione di reazione ha favorevolmente contribuito.

«Norma fondamentale per raggiungere questo scopo è che ogni compagno limiti strettamente la sua azione a quanto gli compete e non si creda in diritto di essere informato di cose che stanno al di fuori della sfera d’azione di cui è direttamente responsabile, e non interpreti come una menomazione personale il fatto di essere tenuto all’oscuro di tutto quanto non è indispensabile che sappia per le mansioni a lui affidate. Dinanzi a questa disciplina deve sparire ogni forma di fiducia e confidenza personale tra i compagni al di fuori della rete stabilita dal partito per azioni riservate.

«Per tutte le esigenze richieste da questa prima parte del lavoro illegale, si deve sempre più allestire quella suddivisione delle sezioni del partito in gruppi di circa dieci esponenti, munito ciascuno di un capo gruppo collegato al centro, che facilita il funzionamento delle sezioni specie quando maggiori divengano gli ostacoli e le difficoltà da sormontare. A questa prima forma di inquadramento devono essere tenuti tutti indistintamente i componenti del partito. Oltre che a soddisfare alle esigenze di cui sopra esso completa la trama dell’organizzazione interna delle sezioni, assicurando che ogni militante nel partito comunista partecipi alla vita di esso non solo con una platonica adesione e con manifestazioni intermittenti, ma con la continuità della sua azione, migliorandosi il controllo sulla disciplina e sulla attività dei singoli, permettendosi la utilizzazione delle istituzioni statutarie circa la candidatura e la revisione degli iscritti.

«Passando poi alla seconda parte del lavoro illegale, e alla seconda forma di inquadramento [ossia, quello militare - n.d.r.], una volta gettate le basi di esso, si ritenne opportuno annunziarne pubblicamente la parola d’ordine, come è ben noto.

«All’inquadramento comunista sono tenuti a partecipare tutti i soci del partito e della gioventù comunista che non ne siano impediti fisicamente o abbiano mansioni di partito strettamente continuative. Esso però comprende anche i nostri simpatizzanti, a condizione che in essi si possa nutrire fiducia completa e che non militino in altri partiti politici esigenti una ubbidienza disciplinare.

«Il criterio organizzativo che imposta tutto questo lavoro sulla più rigida disciplina e riservatezza e su di una gerarchia severamente responsabile al partito, giustifica l’indipendenza di inquadramento anche dinanzi alle proposte di costituzione di corpi proletari a cui partecipassero altri partiti: questione che dal punto di vista tattico si esamina più oltre.

«L’inquadramento del partito dovrà essere maggiormente sviluppato. Non è possibile esporre qui il piano di questo lavoro, ma si deve dire che molte sono le difficoltà da superare in questo campo. La impostazione del lavoro è comune al Partito e alla Federazione giovanile.

«Neppure è il caso di dire del grado di preparazione e di applicazione di tutte le altre forme di attività illegale che il partito va svolgendo.

«Oggi è possibile dichiarare che, malgrado il regime di eccezione che si è da oltre un anno instaurato in Italia sotto la maschera di una pretesa libertà democratica, non è stato possibile né in nessun caso sarà possibile sopprimere il partito comunista, malgrado la molteplicità di inimicizie che esso si onora di veder concentrate sulla sua organizzazione di combattimento e sulla sua bandiera rivoluzionaria».


La questione della violenza nella guerra fra le classi

Mussolini, nel suo intervento parlamentare del 1° dicembre 1921 poteva ridicolizzare i socialisti: «Voi essendo incapaci di battervi sul terreno pratico [...] perché il vostro materiale umano è inefficiente sul terreno della violenza [...] con una contradizione palese, formidabile, dite: dateci un Governo, che sarebbe un Governo borghese, ristabilite l’impero della legge [...] Voi ricorrete all’ausilio del Governo, chiedete a protezione la forza di un Governo, che è governo borghese, e non sapete uscire da questa contradizione in cui si annulla tutto il vostro programma» (dagli Atti Parlamentari).

Se era facile prendere in castagna i socialisti per la loro posizione sulla violenza sociale non altrettanto si poteva nei riguardi dei comunisti, che la consideravano dal punto di vista del materialismo dialettico. Scrivevamo su “Il Comunista” del 2 dicembre 1921: «Il fascismo è nato dalla situazione rivoluzionaria. Rivoluzionaria perché la baracca borghese non funziona più, rivoluzionaria perché il proletariato si è già messo a dare i primi colpi. Se la volgare demagogia e la insuperabile bassezza delle varie sfumature dei falsi capi proletari che ospita il partito socialista han sabotato l’avanzata proletaria, ciò non vuol dire che non debba al proletariato rivoluzionario d’Italia essere fieramente rivendicata l’iniziativa dell’attacco allo Stato borghese, al Governo, all’ordine capitalistico, all’imperio di quella legge che è il presidio dello sfruttamento dei lavoratori».

Da materialisti dialettici non ci siamo mai posti di fronte al fenomeno della violenza con atteggiamento moralistico, esaltando la nostra e condannando quella del nostro nemico. Nemmeno abbiamo mai considerato socialmente risolutiva la forza militare interna al partito, che ha funzione essenzialmente difensiva della sua organizzazione, fintanto non le divenga possibile prendere la direzione di reparti significativi della classe operaia pronti a portarsi sul terreno dello scontro armato per il potere.

Per noi «la violenza proletaria è una indeprecabile necessità storica, contro la inevitabile violenza reazionaria borghese; entrambe sorgono parallelamente dalla natura dei rapporti sociali capitalistici; anche senza l’accelerazione della crisi rivoluzionaria derivata dalla guerra, il ricorrere del proletariato alla violenza, come una sua iniziativa, per un’azione offensiva (e non soltanto per difendersi quando eventualmente la borghesia passasse ad attacchi diretti violando le stesse sue leggi e concessioni) era cardine fondamentale del metodo marxista» (“Il Comunista”, 17 marzo 1921).

In altra occasione era ribadito che nella sua propaganda il partito non aveva mai esagerato il tono di protesta contro gli eccessi e gli arbitri della reazione: «Questa attitudine deriva sia da ragioni di principio, per le quali la nostra propaganda deve mostrare che questa lotta spietata contro i rivoluzionari è una necessaria caratteristica dell’azione della borghesia nel periodo attuale, ed anche la necessità di educazione, per abituare le masse a rispondere agli attacchi di cui sono oggetto non con la dimostrazione che si è trattato di sopraffazioni e di arbitrio, ma con la preparazione effettiva per pervenire a respingere e vendicare le offese patite, a colpire a fondo le organizzazioni degli avversari» (Relazione al quarto Congresso dell’Internazionale).

Ai socialisti che, con il pretesto che si trattasse di violenza “individuale”, pretendevano di condannare ogni azione violenta proletaria a danno delle persone e dei beni della borghesia, veniva risposto che il partito comunista «si prefigge di aggiungere a questa guerriglia determinata dalle situazioni storiche l’influenza organatrice della sua opera, che deve dare miglior utilizzazione ed efficacia alla ribellione proletaria» (“Il Comunista”, 17 marzo 1921).

Parlando dello scontro tra proletariato e fascismo-Stato, nel volume “Il Processo ai Comunisti Italiani 1923” si legge: «Il massimo di efficienza della classe proletaria si raggiungeva nell’autunno 1920, ma dopo, soprattutto per effetto della insufficienza e degli errori del Partito Socialista, le forze del proletariato andavano declinando e si costituirono potenti organizzazioni della classe avversa; si sviluppò e si avviò alla vittoria, attraverso il sistematico smantellamento delle posizioni proletarie, il movimento fascista [...] L’azione fascista offrì allora il tipo classico della reazione extralegale e “illegalista” con la violenza adoperata ad impedire le manifestazioni degli organismi proletari ammesse dalla legge [...] Il Partito Comunista partecipò a questa lotta e ne fu duramente provato nelle persone dei suoi militanti [...] I comunisti sostenevano il criterio di rispondere all’avversario con gli stessi suoi metodi; [ma] tale compito, già difficile per sé, era ostacolato dalla attitudine passiva di altri partiti proletarii».

“Il Comunista” del 6 febbraio 1921 con un articolo intitolato “Guardia bianca e Guardia rossa” chiariva perfettamente il problema della violenza e della illegalità di classe. L’articolo prendeva le mosse da una inchiesta parlamentare riguardo ad una aggressione squadrista subita a Bologna, il 18 dicembre 1920, da due deputati socialisti, avvocati difensori di 44 operai processati per violenze contro il parroco di Trebbo di Reno.

«La lettura delle due relazioni (di maggioranza e di minoranza), presentate alla Camera dalla Commissione nominata per esaminare la situazione bolognese dopo le aggressioni compiute contro i deputati Bentini e Niccolai, ci convince sempre più della inutilità di codesti sopraluoghi e della infantilità che molti hanno nel credere che lo Stato possa impedire alla borghesia di difendersi contro le forze irrompenti del proletariato [...] Le deposizioni fatte dal Prefetto e dal Questore di Bologna e dai maggiori esponenti dell’Agraria emiliana alla Commissione parlamentare mal celano una verità profonda e fondamentale che per noi non è né può essere una rivelazione: la reazione bianca – cioè – nasce per contrasto all’azione di forza e di violenza delle masse lavoratrici, le quali – a detta della borghesia – stanno per creare uno Stato nello Stato. Di fronte a tale verità semplice e logica non si comprende davvero la polemica bizantina che da qualche mese occupa la stampa ed il parlamento. E il giuoco serraturatesco [tipico di Serrati, n.d.r.] dello scaricabarile, accettato dai meno furbi rappresentanti della borghesia, per cui si tenta di conoscere chi fu “il primo” a gettare il sasso, chi fu il primo a provocare [...] rende alle masse un triste servizio che è anche un vero e proprio tradimento: giacché vuol mostrare: a) che la reazione bianca potrebbe essere evitata; b) che il proletariato non deve rispondere alla reazione bianca con le armi che questa sceglie [...] È stolto vedere – l’abbiamo già detto – nella reazione bianca un episodio eminentemente volontaristico di alcuni gruppi di criminali, una forma patologica residuale della febbre bellica, dei postumi di delinquenza bellica [...]

«L’episodio emiliano ha delle origini gloriose per il movimento proletario italiano. Esso è nato appunto dalla reazione padronale alla forma dittatoriale del proletariato che – a mezzo dei suoi sindacati e delle sue cooperative – iniziava lo strangolamento della potenza borghese. Meravigliarsi della reazione avversaria è come stupirsi che l’impiccato, mentre il nodo scorsoio gli stringe le carotidi e lo soffoca, non ringrazi del gentile servizio del boia oculato e presente [...]

«Gli episodi del bolognese culminanti, oggi, nel pronunciamento delle associazioni costituzionali contro il disarmo decretato dal governo centrale (lezione di sincerità cotesta, che i socialdemocratici non possono ammirare come l’ammiriamo noi!) ci consigliano di prepararci sollecitamente alle battaglie. E come gli elementi coscienti della borghesia ripudiano i vili che ne ostacolano l’opera classista, così noi riteniamo nemici della causa proletaria quei capi che intralciano l’opera di difesa e di preparazione del proletariato».


L’attacco armato al Partito Comunista

“L’Ordine Nuovo” del 26 marzo 1921, informando dello sciopero della fame intrapreso dagli anarchici Malatesta, Borghi e Quaglino, incarcerati in assenza di una precisa imputazione e detenuti senza la fissazione di data del processo al solo scopo di impedire la loro attività di dirigenti del movimento anarchico e sindacalista, riferiva che tale atteggiamento repressivo aveva «causato un vivo fermento che tende ad organizzarsi in una agitazione generale nella quale la solidarietà dei comunisti non può mancare». Ma l’articolo continuava affermando che la repressione statale non solo non risparmiava il partito comunista, ma tutto lasciava intendere che questo sarebbe divenuto il suo bersaglio preferito: «In intere plaghe, in intere provincie imperversa una vera orgia di persecuzioni contro i comunisti, le loro associazioni, le loro sedi, i comuni da essi amministrati. In molti posti i capi sono stati direttamente colpiti».

La Relazione del Comitato Centrale al congresso di Roma afferma: «Se si dovesse scegliere un punto di inizio storico della azione fascista in Italia si prenderebbe la data del 21 novembre 1920 con i noti fatti del municipio di Bologna all’insediamento dell’amministrazione socialista. Da allora in poi il sistema di attacco terroristico alle organizzazioni proletarie si è esteso per l’Emilia, la Toscana, l’Umbria, la Lombardia, il Veneto, soprattutto tra le popolazioni agrarie, investendo comuni proletari, leghe e cooperative agricole e Camere del Lavoro, in generale, dei medi centri urbani».

Direttamente contro il Partito Comunista, a Trieste, il 9 febbraio era stata incendiata la sede del quotidiano “Il Lavoratore”.

Il 27 a Firenze veniva assassinato Spartaco Lavagnini.

Il 20 marzo polizia e bersaglieri, dopo avere invaso e perquisita la sede del partito di Milano, asportato documenti e materiale di propaganda e arrestati i compagni che vi si trovavano, la occupavano per oltre due mesi.

Il 21 aprile a Pavia veniva ammazzato il giovane dirigente Ferruccio Ghinaglia. Sul periodico di Partito “Falce e Martello” del 19 febbraio aveva scritto: «Non dobbiamo illuderci che sia solamente il fascismo che terrorizza le piazze d’Italia; è la borghesia col suo governo, le sue spie, i suoi armati, che cerca tutti i mezzi per strangolare la volontà dei lavoratori [...] Non sono le sole organizzazioni fasciste, perché allora basterebbero le forze giovanili nostre per ridurre al silenzio questa gente, ma è tutta l’intera borghesia».

Il 22 maggio, a Milano, la Guardia Regia occupava la sede di fortuna del partito allestita in via Sarpi. Tra gli altri dirigenti comunisti che venivano arrestati senza motivazione o con gravissime imputazioni possiamo ricordare Giuseppe Tuntar, Edmondo Peluso, Ersilio Ambrogi, senza parlare dell’episodio tragicomico della “estradizione” in Austria di Virgilio Verdaro (si veda “Il Comunista” 12 giugno).

La violenza extralegale era usata per cacciare dal Parlamento Francesco Misiano. A questo proposito è bene riportare i commenti della stampa comunista sull’episodio: «Ci guarderemo bene dal protestare contro la violazione delle garanzie costituzionali e simili barzellette [...] Noi attendevamo qualcosa di simile. Né diamo al fattaccio tutta l’importanza che giornali borghesi e socialdemocratici gli han dato. Quanti sono i comunisti le cui case sono state saccheggiate? E quanti i comunisti uccisi? Molti, senza dubbio. Ma anche molti fascisti han lasciato questo mondo [...] Questo è il nostro commento» (“Il Comunista”, 19 giugno). «Il precedente della espulsione di un membro della camera elettiva dalla sede del Parlamento è stato creato [...] Già una rivoltella ha lampeggiato nell’aula di Montecitorio. I comunisti non si dolgono dell’accaduto. Essi prevedono la soppressione delle garanzie costituzionali, da parte dello Stato borghese, allorché più acuta sia la crisi rivoluzionaria. I comunisti che tendono alla distruzione del Parlamento [...] non possono dolersi se un loro rappresentante venga cacciato dal palazzo dell’Assemblea elettiva. Essi vedono confermata nei fatti le ragioni della loro critica. E non possono non compiacersene; mentre si augurano di essere presto in grado di cacciare essi, armi alla mano, tutti gli altri, compresa la nota cocotte internazionale: Madama Maggioranza» (“Rassegna Comunista”, 30 giugno).

Per inciso segnaliamo che nel sito ufficiale del Senato della Repubblica ancora oggi sono in mostra le fotografie di Francesco Misiano, con un cartello al collo, rasato, imbrattato, e costretto a sfilare fra due ali di fascisti che lo insultano e deridono. Che sia un democratico avvertimento?


La reazione del PCd’I agli attacchi di Stato e fascismo

“Il Comunista” del 7 aprile aveva già espresso la propria posizione nei confronti della repressione dello Stato e delle milizie borghesi: «La ventata di reazione che ha sorpreso il nostro partito nel suo nascere è stata, per certo riguardo, salutare. È servita quale addestramento agli individui ed agli organi grossi e piccoli di comando [...] Poiché gli avvenimenti urgono e la preparazione nostra deve affrettarsi, non è ammissibile che i comunisti italiani perdano un minuto solo nell’opera di consolidamento delle proprie file [...] È certamente difficile prepararsi lottando, ma è necessario. Non possiamo evitare la lotta con il pretesto della deficiente organizzazione. Faremo il possibile e qualche cosa di più del possibile. Poiché il nostro partito non è reclutato col sistema della coercizione, chi non sente di fare tutto quanto il partito vuole che si faccia può liberamente e subito allontanarsi da noi. Ma coloro che accettano di rimanervi firmano, entrando nel Partito Comunista, la dichiarazione di rinunzia a molte libertà [...] Vogliamo avere la sicurezza che nessuno mancherà al proprio dovere qualora il partito esiga sacrifici e rinunzie [...] Siamo nella guerra guerreggiata, ed anche per noi e per i nostri militi vige un codice di guerra».

Tornando al sopracitato articolo de “L’Ordine Nuovo” del 26 marzo:

«Agitiamoci, sì; operiamo sì per ottenere l’obiettivo di recare il doveroso aiuto ai compagni nostri che più si sacrificarono, per restituire al movimento delle masse i suoi dirigenti. Ma evitiamo l’errore di considerare l’azione che questo resultato deve conseguire come cosa avulsa da tutto il restante quadro della nostra azione [...] Non interpretiamo il problema come quello di riportare l’avversario nella legge, nella SUA legge. Questo vorrebbe dire avvalorare l’illusione controrivoluzionaria che l’ambiente della legalità borghese si presti alla lotta di emancipazione delle masse [...] Ciò vorrebbe dire che l’imperio dell’attuale sistema costituzionale è per noi una situazione desiderabile, vorrebbe dire dimenticare che, secondo la critica marxista, la libertà che esso ostenta di concedere non è altro che una turlupinatura ed una risorsa conservatrice [...]

«I comunisti sono su ben altro terreno. Essi sanno che nei limiti convenzionali della legalità borghese non si ritornerà più. Essi dichiarano che la storia ha universalmente posto questo dilemma: o se ne esce per realizzare la dittatura aperta della controrivoluzione, o per fondare la dittatura rivoluzionaria del proletariato [...] I comunisti non dicono alla borghesia: bada che se non rientri nella tua legalità faremo la rivoluzione... per conseguirla. Essi si propongono invece di varcare i limiti del potere borghese con la loro azione rivoluzionaria [...] Il problema delle vittime politiche e della lotta contro la reazione non è dunque problema incidentale e negativo, ma si riconduce al problema positivo e generale dell’azione contro l’attuale ordine di cose [...] Il Partito Comunista lotta contro il potere borghese, anche quando questo non ecceda dalle sue funzioni LEGALI. Esso conduce questa lotta [...] accettando di portarsi sul terreno della illegalità e della violenza, non perché l’abbia scelto la borghesia, ma perché è l’unico che possa scegliere il proletariato per accelerare il dissolversi della legalità borghese [...] La reazione è il potere stesso della borghesia, mai ci troveremo di fronte l’avversario con diverse e più vulnerabili armature. È per questo che i comunisti scendono in lotta contro le prepotenze e le violenze avversarie con tutta la precisa fisionomia della loro organizzazione e della loro tattica di Partito».

Già nel lontano 1848 Marx chiudeva il Manifesto del Partito Comunista affermando che «i comunisti disdegnano di nascondere le loro opinioni e le loro intenzioni e dichiarano apertamente che i loro fini possono esser raggiunti soltanto col rovesciamento violento di tutto l’ordinamento sociale finora esistente». Altro che piagnucolose proteste contro presunti sovvertitori dell’ordine democratico, legale, civile. È il proletariato, inteso come classe rivoluzionaria, che persegue l’obiettivo storico del sovvertimento dell’ordine borghese. Infatti così continua la citazione dal Manifesto: «Le classi dominanti tremino al pensiero d’una rivoluzione comunista. I proletari non hanno da perdervi che le loro catene. Hanno un mondo da guadagnare».

I marxisti sanno bene che lo scontro tra proletariato e guardia bianca è inevitabile non perché la seconda si riprometta una azione eversiva nei confronti del legale ordinamento costituito, al contrario perché essa rappresenta l’ultima difesa di questo ordine contro l’avanzare della rivoluzione. Quindi, come scrivevamo nell’articolo appena citato: «noi non siamo coi socialdemocratici che credono di poter fare a meno dell’infrangimento della legalità borghese, non siamo coi libertari che credono che ad uno sforzo che infranga il vecchio sistema non debba seguire il costituirsi di un nuovo sistema di potere, di organizzazione disciplinata, di militarismo ed anche di polizia, ed anche di reazione contro la classe borghese».

Nella Relazione del Comitato Centrale per il Congresso di Roma, il punto 20 è intitolato “La lotta contro la reazione fascista”:

«Resta risolta una prima quistione: quella della resistenza da opporre al fascismo [...] Il partito comunista deve sostenere la resistenza con tutti i mezzi possibili e dichiarare che è giusto ed utile adoperare contro il fascismo gli stessi suoi mezzi offensivi, passando ad organizzare la preparazione e l’impiego di tali mezzi.

«Una tale parola d’ordine veniva data dal partito nostro in occasione dei fatti di Firenze, con un manifesto ai lavoratori apparso il 6 marzo 1921, invitando il proletariato alla lotta con tutti gli stessi mezzi dell’avversario e sviluppando poi quel vasto lavoro di inquadramento di cui abbiamo già detto dal punto di vista organizzativo».

La relazione proseguiva chiarendo il problema fondamentale tattico sulla misura in cui si poteva collaborare con altri partiti proletari che prendevano atteggiamento antifascista e che dettero luogo al sorgere, in episodi del luglio 1921, di formazioni di lotta dette Arditi del Popolo. Ma di questo ci occuperemo più avanti.


Le nostre fonti

Tutta una documentazione è quella raccolta dalla polizia. Però quanto presente negli archivi di Stato è da valutare con la massima cautela: vi sono infatti circolari riservate del partito, intercettate o sequestrate nel corso di perquisizioni in sedi, circoli comunisti, abitazioni di iscritti; ma ve ne sono moltissime altre apocrife fabbricate dalla polizia stessa a scopo di provocazione e per impiantare teorie accusatorie. Ci sono rapporti di spie infiltrate che, per giustificare la loro gratifica, avevano la necessità di dire sempre qualcosa di nuovo, di scoprire complotti, programmi di insurrezione armata, etc., etc. La stessa polizia a volte riteneva che parte di tutto quel materiale raccolto fosse falso. Per esempio, nel maggio 1921, in un rapporto della Pubblica sicurezza di Milano si legge che certi documenti molto probabilmente erano falsi «pel fatto che di tali circolari nessuna traccia si è trovata né alla sede centrale del partito comunista in Piazzale Venezia che il 20 venne perquisita, né nelle varie perquisizioni successivamente eseguite presso le sedi di questi circoli comunisti in via Sarpi ed in Via Marghera, come in altre 450 perquisizioni presso singoli iscritti al detto partito disposte dalla locale questura in imminenza delle elezioni politiche».

Ma vi sono anche altri rapporti dovuti alla mancanza di avvedutezza di compagni troppo loquaci che, per vantare le proprie attitudini rivoluzionarie, si lasciavano ad esternazioni compromettenti, anziché attenersi a quella discrezionalità che la disciplina di partito impone.

Data la situazione nella quale operava era più che evidente la necessità per il Partito Comunista di dotarsi di una organizzazione clandestina.

«Non è stata mai una novità per chi segue il movimento politico, che i partiti estremi, in momenti di reazione, si avvalgono per garantire la propria esistenza ed attività di un insieme di misure precauzionali difensive, che nel linguaggio dei comunisti si chiama “lavoro illegale”. Il Partito Comunista Italiano non aveva mai fatto mistero della necessità di abituare i compagni in modo sistematico all’uso di queste risorse: [...] si usavano indirizzi convenzionali, uffici non pubblici e noti a pochissimi compagni, collegamenti organizzativi preservati con ogni cura dalle sorprese avversarie, e ciò anche allo scopo di assicurare i lati meno allarmanti legalmente della attività del partito: ad esempio la distribuzione della stampa, etc» (“Il Processo ai Comunisti Italiani, 1923”)

Questo aspetto di appoggio all’attività legale e palese del partito da parte dell’apparato illegale era stato più volte ribadito anche in documenti ufficiali. A questo riguardo abbiamo già riportato il punto 11 (“Lavoro illegale ed inquadramento”) della Relazione del Comitato Centrale per il secondo Congresso Nazionale del PCd’I.

Forzando la cronologia, vogliamo iniziare riportando una citazione dal n. 10 della rivista teorica del PCd’I, “Rassegna Comunista” del 15 settembre 1921: «Il partito si addestra sempre meglio all’incessante combattimento: la sua rete organizzativa è ormai tale da non essere mai raggiunta nei nodi vitali dai colpi incessanti della reazione statale, e le sue formazioni lottano con successo contro le bande reazionarie del fascismo, benché queste siano sostenute dalla logica connivenza governativa e dalla ignominiosa complicità socialdemocratica. Non sono pochi i nostri caduti e i nostri martiri: ma essi non sono più soltanto vittime impotenti, e l’avversario deve mordere frequentemente la polvere».

Il coordinamento centrale della attività illegale del partito comunista fu affidato al compagno Bruno Fortichiari. L’ “Ufficio I” aveva la sua sede centrale a Milano dietro il paravento di una azienda commerciale. Anche le diverse sedi clandestine erano camuffate da aziende di commercio; i loro uffici erano arredati in maniera da non recare sospetto ad occasionali visitatori. Così la polizia descrive il tenebroso antro comunista, scoperto nel cuore di Roma, in via delle Fratte 12: «A meglio raggiungere l’intento criminoso sulle pareti erano posti ritratti di S.A. il Duca d’Aosta, di S.E. Diaz, nonché la effigie di S.E. Mussolini con la scritta: Viva il Duce!».

Gli addetti di queste fasulle aziende commerciali generalmente «non erano tenuti ad alcun impegno ufficiale di partito e non presentavano condizioni di vita che attirassero l’interesse della polizia. I suoi corrieri avevano le caratteristiche e l’attività dichiarata di viaggiatori rappresentanti, regolarmente coperti da documenti ineccepibili [...] venivano selezionati fra i compagni di base, specialmente giovani, non pregiudicati politicamente. Questi elementi si preferiva chiamarli a collaborare all’Ufficio I fra coloro che già dipendevano regolarmente da aziende e da amministrazioni pubbliche; oppure si faceva il possibile per farli assumere in via normale (uffici di collocamento, inserzioni sui giornali, interventi di amici “autorevoli”, ecc) [...]

«Alla fine del secondo anno di lavoro dell’Ufficio I [fu possibile] superare la fase delle tipografie private per la stampa di circolari e documenti riservati e passare alla stampa in una piccola tipografia di appartenenza dell’Ufficio stesso, ma regolarmente funzionante sotto l’aspetto legale. Questa particolare attrezzatura, che per tutta la durata dell’Ufficio I costituito dal primo esecutivo del partito non ebbe mai a subire interventi polizieschi o fascisti, fu oggetto di un rapporto speciale del rappresentante in Italia della III Internazionale.

«A Mosca esisteva un reparto dell’IC adibito al lavoro extralegale, lo componevano valorosi compagni esperti in lavoro cospirativo, lavoro compiuto negli anni del dominio zarista e nella fase kerenskiana. Essi riconobbero di particolare importanza la realizzazione di una tipografia come azienda legale ma a totale servizio del partito in una situazione di accanita vigilanza poliziesca e fascista. Richiesero frequenti informazione sul lavoro dell’Ufficio I e uno schema dell’organizzazione extralegale in Italia [...]

«Al III congresso dell’Internazionale partecipa una delegazione del PCd’I. L’Ufficio I ne approfitta per una esperienza di espatrio illegale. Mentre i delegati ufficiali del PCd’I e una delegazione massimalista invitata da Mosca ottengono passaporti regolari per la Russia, da Milano partono due compagni collaboratori dell’Ufficio I in missione particolare [...] Essi, privi di documenti regolari, riescono avventurosamente a superare le molte frontiere che separano l’Italia dalla Russia e a rientrare dopo il congresso. L’esperienza avrà in seguito e più volte efficacia anche per far riparare in paesi esteri, e specialmente in URSS, compagni e operai di sinistra perseguitati dalla magistratura e dalla polizia italiana per conflitti sanguinosi con gli squadristi fascisti» (Bruno Fortichiari, “Comunismo e Revisionismo in Italia”).

Anche i delegati italiani che parteciparono al congresso del PCF, a Marsiglia (dicembre 1921), entrarono ed uscirono dalla Francia “senza alcun documento e senza alcuna difficoltà” (Rapporto del PCd’I al CEIC del 14 gennaio 1922). Dobbiamo dire che in quella occasione i nostri compagni riportarono una pessima impressione del partito fratello transalpino. Nel rapporto all’Internazionale è scritto: «La mancanza di organizzazione e l’inesperienza dei compagni francesi per il lavoro illegale ha ostacolato il nostro lavoro dal punto di vista pratico. Abbiamo dovuto fissare noi stessi degli incontri segreti [...] Un inquadramento reale delle masse non esiste, né sul terreno sindacale, né sul terreno militare. Questa forma di azione sembra essere per i compagni francesi assolutamente utopica. Essi ignorano il lavoro illegale e attendono per avviarlo l’impossibilità di lavorare legalmente».


Nel Partito Comunista Iugoslavo

L’inderogabile necessità per un partito rivoluzionario di dotarsi di un’organizzazione clandestina e militare ci è data pure (anche se come esempio purtroppo negativo) dalle vicende che travolsero il partito comunista iugoslavo. Questo, «dal punto di vista parlamentare era così forte che nel giuoco dei partiti ministeriali e delle opposizioni determinava uno squilibrio completo e rendeva quasi impossibile ogni politica di governo. L’influenza del partito diveniva preoccupante anche perché era nelle sue mani il controllo di tutti i sindacati ed aumentava continuamente il suo ascendente fra i piccoli contadini [; ma il fatto] di dedicarsi tutto alle lotte elettorali gli aveva impedito di compiere quello che il partito prima della scissione di Vucovar aveva completamente trascurato: la preparazione alla lotta rivoluzionaria» (“Rassegna Comunista”, 30 agosto 1921).

L’attentato del luglio 1921 in cui il ministro Milorad Draskovic rimase ucciso fu il segnale dello scatenarsi della bufera reazionaria. Immediatamente le forze statali attuarono una feroce azione repressiva del movimento proletario; i deputati comunisti che non fecero a tempo a darsi alla fuga in barba all’immunità parlamentare vennero arrestati. Ed in barba alla democraticissima costituzione, appena votata, in pochi giorni più di 14 mila comunisti furono catturati e rinchiusi in campi di concentramento e la struttura organizzativa del partito comunista iugoslavo ricevette un colpo durissimo. L’amara riflessione del nostro partito fu la seguente: «Si potrebbe chiedersi perché il Partito iugoslavo che aveva grandissimo seguito tra le masse [...] non è stato in grado di raccogliere la sfida e accettare la lotta contro la reazione statale [...] L’azione elettorale, assorbendone le energie, gli aveva impedito di darsi una organizzazione illegale ed un inquadramento capace di dirigere le masse in una azione rivoluzionaria [...] A noi pare che ciò voglia dire che non è sufficiente per un Partito Comunista avere al proprio seguito vaste masse allenate a rispondere ai suoi appelli nell’azione elettorale e sindacale. Il partito non deve solo ricevere dalle masse quello che è certo l’alimento primo e indispensabile della sua funzione; esso deve anche dialetticamente riflettere sulle masse la coscienza e la volontà d’iniziativa nella lotta rivoluzionaria di cui è per natura il serbatoio. Un vasto seguito di adesione popolare conta poco quando manchi la seconda condizione [...] Prima, quindi, di compiacersi di un vasto seguito tra le masse bisogna vedere se il Partito è in grado di utilizzarlo dando ad esse i termini di una chiara e cosciente visione delle finalità della lotta, ed un saldo inquadramento organizzativo non adatto solo all’azione elettorale e sindacale ma altresì alla battaglia rivoluzionaria».


Prepararsi al regime di illegalità

Al proposito le Tesi di Roma sono chiare: Il partito ha «bisogno di un inquadramento a tipo militare di una certa efficienza oltre che di tutto l’attrezzamento di azione illegale e soprattutto di comunicazioni e collegamenti incontrollabili da parte del governo borghese che gli consentano di conservare la direzione sicura del movimento nella prevedibile situazione di essere messo fuori della legge con misure di eccezione» (“Azione tattica diretta”, tesi 41).

Sullo stesso argomento il partito ritornerà ancora varie volte in seguito: «IL P.C. si prepara a sprofondare nell’illegalità portandovi integra la rete delle proprie sezioni pronte al lavoro di sgretolamento e di ripresa» (Relazione del PCd’I al IV congresso dell’Internazionale – ottobre 1922). Il partito nel medesimo documento afferma di essere già «costretto per i tre quarti della sua attività a svolgere un lavoro illegale».

Un altro aspetto importante era l’ordine tassativo del partito che l’organizzazione illegale dovesse evitare ogni forma di pubblicità, rifuggendo da qualsiasi tipo di appariscente ostentazione, manifestazioni che avrebbero solo danneggiato l’efficacia dell’inquadramento con il dare al nemico indicazioni sulle nostre forze.

A tale proposito è interessante rileggere una forte reprimenda di “Peppino” (Giuseppe Dozza) ai compagni di Piacenza le cui squadre facevano sfilate pubbliche con canti rivoluzionari: «A parte il fatto – scrive il fiduciario del partito – che siffatti spettacoli coreografici denotano poca serietà e sono sintomo allarmante di una mentalità socialdemocratica [...] un simile contegno delle nostre squadre è anche pericoloso perché serve a svelare alla polizia e ai nostri nemici di ogni colore, il nome, il numero e la capacità delle nostre formazioni» (10 agosto 1921).

Questa riuscitissima attività silenziosa ed occulta ha indotto i nostri avversari a dedurne che l’apparato clandestino del PCd’I fosse pressoché inesistente, e gli stalinisti, pur sapendo di dire un falso, hanno fatto propria questa tesi. Per dimostrare il contrario ci basterà citare un solo esempio dal quale si ricava che soltanto il Partito Comunista d’Italia possedeva una rete capillare tale da permettere di raggiungere, ed anche in certo senso organizzare, non solo i compagni iscritti al partito, ma il proletariato nel suo insieme, da un capo all’altro d’Italia.

Quando nell’estate del 1922 l’Alleanza del Lavoro si trovò nella necessità di indire lo sciopero generale, la CGL, volendolo evitare, «aveva dichiarato di non possedere una rete di mezzi di comunicazione atta a trasmettere a tutte le Camere del Lavoro aderenti la disposizione di iniziare il movimento di sciopero. Dinanzi a tale inqualificabile atteggiamento, il nostro inviato, secondo le istruzioni dategli dal nostro esecutivo, si offrì di curare coi nostri mezzi illegali, che erano ignoti ai poteri statali, la diramazione dell’ordine di sciopero che la Confederazione era invitata a formulare. La Confederazione e gli altri convenuti accettarono la nostra offerta, dato che altrettanto non poteva essere organizzato da parte non comunista, e così noi facemmo pervenire anche ai centri più lontani l’ordine ufficiale di sciopero, mobilitando la nostra rete organizzata del partito e dei nostri gruppi sindacali, per sostenere con ogni forza l’attuazione del movimento» (intervista ad A. Bordiga, Storia Contemporanea, 1973).

Un’altra importante conferma ci viene dagli stessi organi di polizia. Citiamo da “I Servizi Segreti del Duce” di Romano Canosa: «Un funzionario di polizia particolarmente esperto in comunismo era il Bertini, che se ne era occupato in precedenza a Berlino e che, diventato prefetto reggente della questura di Roma, non mancava di trasmettere al capo della polizia le notizie in suo possesso. Così, il 22 febbraio 1924, con una “riservata urgente” informava il suo superiore che il movimento comunista [... con la sua...] organizzazione illegale molto ben preparata dal noto Amadeo Bordiga (intelligente ed attivo capo del movimento, sebbene molto silenzioso ed appartato) [... costituisce...] l’unica organizzazione da ritenersi effettivamente pericolosa».


Preparare la difesa armata del partito

È ovvio che, all’interno dell’apparato illegale, il settore paramilitare assumesse un aspetto importante, ma non per questo disgiunto dall’organica complessiva attività del partito. Nel 1923 la Sinistra ricorderà come «le condizioni della lotta proletaria al principio del 1921 erano ormai compromesse dalla influenza del Partito Socialista, tanto che non apparve possibile una offensiva rivoluzionaria da parte di un partito, come il nostro, di minoranza. Ma l’azione del partito poteva e doveva prefiggersi di ottenere la maggiore efficienza della resistenza del proletariato alla sferrata offensiva borghese, ed attraverso la resistenza conseguire il concentramento delle forze operaie nella migliore possibile condizione, intorno alla bandiera del partito, il solo che possedesse un metodo capace di garantire la preparazione di una riscossa» (Manifesto della Sinistra ai compagni del partito, 1923).

La direzione di Sinistra del partito, dall’esperienza della complessa congiuntura politica italiana, traeva la conferma che fosse indispensabile porre «il problema della preparazione rivoluzionaria su queste basi: affasciare, inquadrare, organizzare anche militarmente le forze che mirano a spostare le basi dello Stato, ma solo quelle che concepiscono questo spostamento come una antitesi tra due eventualità della storia: o la conservazione dello Stato borghese, democratico e reazionario allo stesso tempo, o la costruzione dello Stato proletario fondato sulla dittatura di classe» (“Il Comunista”, 7 agosto 1921).

Nel maggio 1921 l’esecutivo del partito informava l’Internazionale che la situazione italiana non era tale da permettere una azione di attacco contro la roccaforte dello Stato capitalista: «Siamo ora in un periodo di preparazione e non ancora di azione diretta. Ma questa preparazione deve compiersi sul piede di guerra perché l’avversario non ci lascia una tregua per organizzare le nostre forze. Ed è bene che essa si compia in questo modo perché è urgente esercitare il proletariato alla lotta, alla quale i suoi avversari non cessano di provocarlo».

Per la realizzazione di un efficace apparato di difesa proletaria il compito principale consisteva nell’impiantare una solida struttura nazionale, rafforzando ed estendendo la rete già esistente fin dalla fondazione della frazione astensionista all’interno del PSI. Ottenuto questo, cioè dopo avere organizzato una serie di punti di collegamento in modo da poter sintonizzare contemporaneamente in più parti l’intervento del partito, il lavoro tattico avrebbe avuto il compito di realizzare contemporaneamente due condizioni: «concentrare per una difensiva efficiente contro la borghesia-fascismo il maggior numero possibile di lavoratori, e nello stesso tempo diradare le nebbie del confusionismo programmatico e organizzativo dei cento gruppetti ciancianti di rivoluzioni di vario tipo». Si sarebbe realizzata così la vera, organica, unità rivoluzionaria «evitando ogni alleanza centrale e locale tra organi politici» (Schema di tesi in vista della conferenza di Como, 1924).

Per la direzione del PCd’I questo non era un puro progetto, realizzato a tavolino e rimasto poi sulla carta; al contrario era frutto di esperienze e di insegnamenti appresi al fuoco della lotta, che non mancarono di dare i loro frutti.

La Sinistra ha sempre ribadito come questa sua posizione intransigente fosse l’unico sistema per smascherare il tradimento dei capi degli altri partiti operai ed antifascisti. Come vedremo più avanti l’aperto tradimento dell’azione proletaria, operato da riformisti e massimalisti, si ebbe con il sabotaggio dello sciopero generale dell’agosto 1922, cioè di quello «che avrebbe potuto costituire l’ultima occasione per un grande urto in cui si sarebbero potute battere, forse, le squadre fasciste». (Intervista ad A. Bordiga in “Nascita di una Dittatura”). La politica di intransigenza e di “isolamento” adottata dal PC «mise in evidenza il partito comunista e polarizzò verso di lui la parte del proletariato che pur nella ritirata voleva fronteggiare il nemico e tenersi sotto le bandiere classiste della rivoluzione».

In occasione dell’incendio della tipografia del “Lavoratore” di Trieste, l’“Azione Comunista” (n.3 del 12 febbraio 1921), l’organo di stampa fiorentino diretto da Spartaco Lavagnini, scriveva: «Occhio per occhio, dente per dente! [...] Il proletariato riceve dai suoi nemici molti insegnamenti. Li accolga. Saprà mettersi in grado di apprestare la sua difesa, di imporre il suo “basta!”, di muovere all’attacco delle posizioni avversarie. È l’ora dei fatti, questa. Non vane parole: l’intenda chi deve!”».


Spontaneità proletaria e direzione del partito

Il successivo giorno 27 Spartaco Lavagnini fu trucidato a Firenze. Immediata fu la risposta proletaria e dallo sciopero, immediato, spontaneo e generale, si passò ad una vera e propria insurrezione che non si limitò alla sola Firenze ma dilagò in gran parte della Toscana. Di questi esaltanti episodi di lotta ci occuperemo in seguito. In quella occasione a firma del Partito e della Federazione Giovanile veniva lanciato un appello ai proletari italiani contro la reazione fascista. L’appello, secondo il costume rivoluzionario, era estremamente chiaro, tale da non lasciare spazio ad equivoci di sorta. «In molte plaghe e città d’Italia episodi sanguinosi della lotta tra il proletariato e le forze regolari od irregolari della borghesia si susseguono con un crescendo eloquente. Tra le tante vittime note od oscure il Partito comunista deve registrare la perdita d’uno dei suoi militi più valorosi: Spartaco Lavagnini, caduto a Firenze al suo posto di responsabilità dinanzi al proletariato ed al suo partito».

Era un dato di fatto che il proletariato fosse costretto a subire la violenta azione repressiva e terroristica della classe avversaria, ma ciò non induceva il partito comunista, come era uso dei socialdemocratici, a piagnucolare sulla legalità infranta ed i diritti calpestati, ma incitava il proletariato alla riscossa ed esaltava gli episodi di reazione di classe, compresi gli atti individuali. «Gli eventi che incalzano mostrano che il proletariato rivoluzionario d’Italia non cede sotto i colpi del metodo reazionario, inaugurato da alcuni mesi dalla classe borghese e dal suo Governo a mezzo delle bande armate dei bianchi [...] Dalla rossa Puglia, da Firenze proletaria, da tanti altri centri giungono notizie che il proletariato, malgrado l’inferiorità dei suoi mezzi e della sua preparazione, ha saputo rispondere agli attacchi, difendersi, offendere gli offensori».

Se il proletariato si trovava, al momento, in uno stato di inferiorità ciò dipendeva soprattutto dalla mancanza di un «inquadramento rivoluzionario quale può darlo solo il metodo comunista, attraverso la lotta contro i vecchi capi e i loro metodi sorpassati di azione pacifistica. I colpi della violenza borghese vengono ad additare alle masse la necessità d’abbandonare le pericolose illusioni del riformismo e di disfarsi dei predicatori imbelli d’una pace sociale che è fuori delle possibilità della storia». Il partito indicava quindi «ai lavoratori come i peggiori nemici i capi di quegli organismi, che ipocritamente rinculano dinanzi a queste responsabilità, e che con una propaganda, di cui gli avversari giustamente si ridono, inseguendo utopie idiote di civiltà e di cavalleria nella lotta sociale, seminano il disfattismo tra le masse ed incoraggiano la baldanza della reazione». Tutto all’opposto, il partito comunista, «proclama con entusiasmo la sua solidarietà con quei lavoratori che hanno con gli stessi loro mezzi risposto all’offensiva dei bianchi [...] La parola d’ordine del partito comunista è dunque quella di accettare la lotta sullo stesso terreno su cui la borghesia scende [...] è di rispondere con la preparazione alla preparazione, con l’organizzazione all’organizzazione, con l’inquadramento all’inquadramento, con la disciplina alla disciplina, con la forza alla forza, con le armi alle armi».

La magnifica battaglia di classe che si scatenò in Toscana come risposta all’assassinio di Spartaco Lavagnini mise in evidenza la determinazione alla lotta della classe operaia e la sua immediata predisposizione ad accettare il Partito Comunista come naturale suo riferimento e guida.

In quella occasione il Ministero degli Interni incaricava il prefetto di Firenze di riportare la pace; oltre che con il ferro e con il fuoco, anche attraverso l’intervento pompieristico dei deputati socialisti toscani. Il prefetto, il 1° marzo, rispondeva con un telegramma nel quale si dichiarava impossibilitato ad assolvere tale compito perché «movimento è in mano comunisti sui quali influenza deputati socialisti è molto relativa».


Non “putschismo” ma difesa del partito e della classe

Il nostro partito era immune sia dal “putschismo” sia dalla “tattica dell’offensiva”. Anche in questa occasione, per alcuni aspetti esaltante, il partito seppe non farsi trascinare dalle emozioni che avrebbero potuto portarlo a gesti avventuristici ed alla disfatta. Mentre dava «la norma della resistenza locale su tutti i fronti dell’attacco dei bianchi, della rivendicazione dei metodi rivoluzionari, della denuncia del disfattismo dei socialdemocratici», allo stesso tempo avvertiva che «molto deve ancora compiersi perché la risposta proletaria agli attacchi dell’avversario assuma quel carattere d’azione generale e coordinata che solo potrà assicurare la decisiva vittoria». Gran parte del proletariato italiano era ancora inquadrato in partiti e sindacati «i cui metodi e la cui struttura non possono condurre che a nuove delusioni: lanciare le masse su di una via senz’altro sbocco che l’inevitabile situazione di essere o fermate, o abbandonate da coloro che le guidano [...] Il partito comunista non inizierà un movimento generale con simili prospettive e attraverso rapporti con simili elementi se non in una situazione che chiudesse ogni altra via, e che ci costringesse a subirla. Allo stato dei fatti, il partito comunista afferma che non si deve accettare un’azione nazionale diretta da coloro il cui metodo non può condurre che al disastro. Se questa azione si dovrà iniziare, il partito comunista farà il suo dovere perché il proletariato non sia tradito nel massimo del suo sforzo, e vigilerà da tutti i lati sugli avversari della rivoluzione» (“Il Comunista”, 6 marzo 1921).

Anche in un rapporto all’Internazionale Comunista di qualche mese successivo veniva ribadito che «i nostri militanti e le nostre formazioni lottano ogni giorno contro le armate della reazione borghese, cadono talvolta per la nostra causa, rintuzzano sempre più spesso l’arroganza dell’avversario; ma noi teniamo fermo senza cadere nell’errore di lasciarci imporre delle avventure in condizioni sfavorevoli» (Dal rapporto del PCd’I al CEIC, 19 settembre 1921).

All’inizio di questo lavoro abbiamo visto come, già nel 1919, gli astensionisti avessero puntualizzato: la borghesia spera che «il proletariato si lasci trarre anzitempo, davanti a provocazioni sapientemente preordinate, a un moto di piazza, che permetta l’eccidio desiderato dai lanzichenecchi della classe dominante, e l’arresto degli elementi dirigenti [...] Il proletariato ha imparato molte cose [...] Sarebbe certo più comoda per la classe dominante una rivolta a breve scadenza e a data fissa; ma appunto perché la cosa sarebbe comoda alla borghesia, il proletariato la eviterà» (“Il Soviet”, 27 aprile 1919). Fino a che la direzione degli organismi di classe che inquadravano le masse proletarie non fosse stata strappata ai dirigenti traditori, sarebbe stato quindi suicida ogni azione a livello generale.

Ma questa cautela non impediva, anzi imponeva la realizzazione di una struttura militare, centralizzata e capillare del partito in vista di lotte locali e soprattutto in previsione dello scontro generale finale. In brevissimo tempo venne costituita una organizzazione paramilitare, estesa a tutta la penisola, molto efficiente, anche se, come abbiamo ricordato, per niente appariscente.


Ammissioni fasciste

Da quel momento gli episodi di scontri tra proletariato e fascisti si moltiplicarono. Mentre il partito socialista non cessava di raccomandare la calma e la resistenza passiva, ossia la non-resistenza, i nuclei comunisti lottavano con tutte le loro forze, e molto spesso proletari socialisti, anarchici, repubblicani ed anche cattolici si schieravano al loro fianco. Molti compagni caddero durante la lotta, ma molte volte i fascisti furono respinti. Intere città insorsero. In quei casi intervenne l’esercito per “ristabilire l’ordine,” uccidendo, disarmando, arrestando i proletari ed esponendoli alle rappresaglie dei fascisti.

Sentiamo ancora una volta cosa scriveva il fascista Malaparte che, suo malgrado, doveva ammettere che non era sempre facile, per i fascisti, avere ragione delle difese proletarie: «Non bisogna credere che i fascisti non abbiano conosciuto rovesci molto gravi. Talvolta dei quartieri, dei paesi, delle regioni intiere insorgevano in armi. Lo sciopero generale dava il segnale dell’insurrezione. Le camicie nere erano assalite nelle loro case, le barricate sorgevano nelle strade, bande di operai e di contadini armati di fucili e di granate occupavano le campagne, marciavano sulle città, davano la caccia ai fascisti. Il massacro di Sarzana basterebbe a mostrare che gli operai non erano così ipocriti come i loro capi. Nel luglio 1921, nella città di Sarzana, una cinquantina di camicie nere furono massacrate; i feriti furono sgozzati fin sulle barelle, sulla soglia degli ospedali; altri, un centinaio, che si erano salvati con la fuga disperdendosi nelle campagne, furono inseguiti nei boschi da torme di donne e di uomini armati di forche e di falci» (“Tecnica del colpo di Stato”).


La Federazione Giovanile Comunista

Come è naturale l’avanguardia dell’organizzazione militare del partito era costituita dalla federazione giovanile.

Nel giugno 1921, ad esempio, fu pubblicato sulla stampa di partito e diffuso in migliaia di volantini l’appello dal titolo: “Giovani proletari! Iscrivetevi alle squadre d’azione della gioventù comunista!”. Il mese precedente si erano avute le elezioni politiche ed ancora una volta il Partito Socialista aveva conseguito una strepitosa vittoria elettorale. Nell’appello si diceva: «Convincetevi che la “valanga” delle schede che tanto entusiasma il partito “socialista” non è che una valanga di carta, che con essa non si seppellisce e non si annienta la forza organizzata ed armata della classe dominante – la quale potrà essere debellata soltanto dalla forza organizzata ed armata, ma infinitamente più numerosa e perciò più potente, del proletariato».

Il documento terminava incitando: «Giovani lavoratori! La federazione giovanile comunista vi lancia questo appello a stringervi intorno alla sua bandiera: la bandiera della gioventù operaia di tutto il mondo, la bandiera dell’Internazionale Comunista. Essa vi chiama a raccolta per inquadrare e per organizzare l’avanguardia della riscossa rivoluzionaria del proletariato, che per prima sferrerà la sua controffensiva alla violenza fascista. A noi, giovani guardie del Comunismo e della Rivoluzione mondiale».

A Torino ai primi di luglio i fascisti, dopo avere tentato l’assalto ad alcuni circoli comunisti, davano la caccia agli operai e ne uccidevano due. In un breve trafiletto de “Il Comunista” del 14 luglio 1921 si legge: «Cosa gli operai faranno? Si rassegneranno a morire di fame e di mitraglia, così, passivamente, come mandrie di bestie stanche? Ah, no, perdio! Più che il diritto di vivere gli uomini hanno il dovere di vivere. Hanno il dovere di difendere la propria vita. Con tutte le armi. Questo noi ricordiamo al proletariato torinese, questo l’Internazionale dice al proletariato di tutto il mondo».

Nello stesso numero del giornale erano annunciate prossime direttive generali “per l’inquadramento del partito”. Intanto si affermava che il «lavoro svolto finora per l’inquadramento a tipo militare degli iscritti e simpatizzanti del Partito comunista e della Federazione giovanile comunista [...] deve dovunque continuare ed iniziarsi dove ancora non lo si è affrontato, ma attenendosi al rigoroso criterio che l’inquadramento militare rivoluzionario dev’essere a base di partito, strettamente collegato alla rete degli organi politici del Partito [...] Formazione delle squadre comuniste, dirette dal Partito comunista, per la preparazione, l’allenamento, l’azione militare rivoluzionaria, difensiva ed offensiva, del proletariato».

Nel numero successivo, del 21 luglio, a firma del Comitato Esecutivo venivano pubblicate le “Disposizioni per l’inquadramento delle forze comuniste”. Nel documento è contrapposto il concetto di militante come è interpretato nei partiti borghesi e come in quello comunista. Nei primi al militante, oltre ad una adesione ideale, si richiede il voto ed il pagamento della iscrizione, o poco più; nel partito comunista è tenuto a dare in modo continuativo la sua attività pratica secondo le esigenze del partito. E la milizia comunista si realizza attraverso l’inquadramento di tutti gli inscritti al partito ed alla federazione giovanile (effettivi o candidati) in gruppi locali anche più ristretti delle sezioni, che nominano un loro capo, salvo conferma da parte del Comitato esecutivo della sezione. Questi gruppi, composti dai compagni di un villaggio, un rione o un gruppo di case contigue, per mezzo del loro capo sono a continua disposizione del partito per il lavoro di propaganda, distribuzione di giornali e stampati del partito, proselitismo, attività elettorale, informazioni, partecipazione a dimostrazioni di partito, ecc. Tutto ciò per quanto riguarda l’attività, diciamo così, di routine; quando da questa si passa all’attività illegale e militare la disciplina diviene ancora più stretta


L’organizzazione in compagnie e squadre

L’apparato militare del partito era grosso modo strutturato in questa maniera: compagnie ciascuna di 50-100 unità; le compagnie suddivise in 5-10 squadre composte da 10 unità ciascuna, con un caposquadra ed in continuo collegamento con il centro.

All’inquadramento militare erano tenuti a partecipare tutti i membri del partito e della gioventù comunista, a meno che non ne fossero fisicamente impediti o adibiti ad incarichi strettamente continuativi. Comprendeva anche quei simpatizzanti sui quali si potesse nutrire una completa fiducia e che non militassero in altri partiti politici con ubbidienza disciplinare, «I sindacalisti e gli anarchici possono far parte delle nostre squadre purché si dichiarino non impegnati da altri vincoli disciplinari nelle loro azioni. Gli iscritti alle nostre squadre non possono far parte di organizzazioni similari».

Le squadre erano mobilitate in permanenza per difendere le sedi di partito, le “ronde rosse” vigilavano nei centri proletari delle città rendendoli inespugnabili alle squadre fasciste. Ogni squadra era tenuta alla partecipazione a corsi paramilitari attraverso le “associazioni ginniche proletarie”. «La creazione di società sportive riveste per il partito importanza notevole quando la si ponga in rapporto con il lavoro illegale e con l’inquadramento» (Programma di azione del PCd’I, ottobre 1922).

In un rapporto di partito si legge: «la formazione organica era stata costituita da un piccolo nucleo di esperti militari dei quali tre avevano funzioni di comando. Essi sceglievano i capi degli aggruppamenti (da venti a trenta di quartiere). Ogni aggruppamento aveva le sue tre, quattro, cinque o sei squadre scelte d’autorità. Ogni organizzato era fatto consapevole che in momenti di azione doveva essere capace di condurre dieci o dodici operai [...] Il nucleo di esperti rappresentava un mezzo di affiatamento e di chiarificazione. I capi aggruppamento avevano ogni 15 giorni una adunata a tipo rapporto militare, nella quale facevano relazioni al comando del lavoro di sorveglianza, controllo, inquadramento, colle difficoltà, le obiezioni incontrate. Dopo un riassunto generale del comandante veniva distribuito l’ordine del lavoro per la quindicina seguente» (L’intero rapporto è stato riprodotto nel nostro giornale nn.41-43, 1978: “Documento interno del PCd’I sulla guerra civile in Italia negli anni 1919-’22”).

Tornando sull’argomento, “Il Comunista” del 31 luglio riportava un comunicato del C.E. in cui, dopo avere ricordato che norme sull’inquadramento del Partito erano già state pubblicate, che altre più dettagliate sarebbero seguite e che i comunisti non possono aderire ad altre iniziative che non fossero di partito, si ribadivano quei concetti di disciplina a cui i militanti comunisti dovevano uniformarsi: «L’inquadramento militare del Partito non può essere compiuto e rispondere allo scopo se non attraverso la rinuncia nei compagni a particolari punti di vista tattici che possono essere sostenuti soltanto in sede opportuna (assemblee, congressi) [...] L’inquadramento militare del Partito Comunista d’Italia non è da noi “inventato” per imitazione di altre organizzazioni simili oggi create. Il nostro inquadramento risponde ai criteri di organizzazione rivoluzionaria di tutti i partiti comunisti aderenti alla Terza Internazionale. E, se esso non fu da noi iniziato prima d’ora, ciò trova ragione nel fatto che l’inquadramento militare dei Partiti Comunisti deve essere preceduto dall’inquadramento politico, al quale furono rivolte le nostre cure speciali dal Congresso di Livorno in poi. I due inquadramenti non si sostituiscono né si ostacolano, ma si completano a vicenda».

Le squadre ausiliarie, composte da donne e da non idonei fisici, svolgevano mansioni di informazione e procuravano sicuri rifugi per quei militanti che dovevano sottrarsi alle ricerche della polizia.

A partire dall’inverno 1921/22 l’organizzazione militare comunista acquista una consistenza sempre maggiore: reparti bene armati ed efficienti si hanno a Trieste, Torino, Milano, Novara, Genova, Firenze, Roma, Bari, ecc.

Con un rapporto del 26 novembre 1921 alla direzione generale della PS il questore di Trieste informava che in quella città non esistevano formazioni di Arditi del Popolo. Esisteva «invece l’organizzazione degli “arditi rossi” che si differenzia da quella degli “Arditi del Popolo” perché formata tutta da elementi comunisti puri, mentre i repubblicani hanno per loro conto squadre formate da propri consenzienti». Il più delle volte le squadre comuniste nei rapporti di polizia sono sbrigativamente definite “arditi rossi”. Il questore di Trieste continuava: «Fino ad ora sono state costituite squadre di “arditi rossi” di una trentina di uomini ciascuna, più una squadra di ciclisti ed una femminile che contano una ventina di iscritti ognuna. Il capo delle squadre è lo studente di nautica Vidali Vittorio, recentemente arrestato e prosciolto, e sottocapo Enrico Bercè (ora detenuto per porto d’armi abusivo) e sede generale la Camera del Lavoro comunista. Vi sono poi per i singoli rioni altrettante sedi con denominazioni diverse. Il compito di dette squadre è quello di formare l’avanguardia nelle dimostrazioni, di mantenere l’ordine nelle diverse manifestazioni, di fare le dovute segnalazioni».

Il prefetto di Torino con un suo rapporto alla direzione generale della PS datato 16 novembre 1921 informava dell’esistenza di squadre di azione presso i circoli comunisti cittadini, e, precisamente: «Una con sede presso il circolo comunista “Barriera di Milano”, in corso Vercelli 58, con circa 100 aderenti. Una presso il circolo comunista “Regio Parco” in via della Maddalena 1, con 25 aderenti. Una presso il circolo comunista “Carlo Lienknecht” in via Mantova 59, con 25 aderenti. Una presso il circolo comunista “Fratellanza internazionale” in via Mongrado 30, con 40 aderenti. Una con sede presso il circolo comunista di “Borgo S.Paolo” e “Pozzo Strada” in via Virbe 9/b, con circa 25 aderenti. Una con sede in Condole di Susa (Casa del Popolo - Villa Quenda) con circa 40 iscritti. La funzione di tali squadre sarebbe attualmente limitata a provvedere alla guardia nella sede del giornale L’Ordine Nuovo e al palazzo dell’Associazione Generale Operaia».

Presso la sede del giornale “L’Ordine Nuovo” era stato impiantato un vero e proprio “fortilizio”. Gramsci, Leonetti ed altri subirono un processo proprio per possesso di bombe e di altro materiale bellico. Il processo si concluse con verdetto di assoluzione il 12 aprile 1923, quando il fascismo era al potere, Mussolini capo del governo e ministro degli interni.

Le squadre comuniste non si limitavano alla difesa dai colpi dei fascisti ma si spingevano a rispondere con rappresaglie ed attacchi ai loro cortei e comizi. Un esempio fra tutti: a Roma nel maggio 1922 si tenne un’adunata fascista: «Operai comunisti attaccano il corteo nel quartiere di S. Lorenzo, lo sbaragliano senza farsi sorprendere con tattica risoluta, rapida e fattiva [...] Esili gruppi collegati col centro di comando con delle vedette. Tre adunate prestabilite per il momento dell’azione, pochi minuti di fuoco, sparire tutti, tornare ad adunarsi in un nuovo punto lontano, sempre in ordine sparso, rapporto di quanto era avvenuto, ordini della nuova azione da svolgere» (“Documento interno...”).

I responsabili, tramite delle staffette, erano in grado di rintracciare e disporre all’azione gli uomini nel giro di un’ora. «Per sperimentare praticamente come funzionavano il collegamento e la disciplina furono fatte improvvise adunate notturne scaglionando secondo un piano prestabilito formazioni sottilissime per tutta la città. Alle ispezioni risultavano cifre di duemila o tremila operai che silenziosi e tranquilli, possibilmente armati, senza conoscere se si sarebbe ingaggiata una lotta o no venivano a mettersi a disposizione. Anche nei diversi scioperi tale organizzazione funzionò. Si ottenne la mobilitazione di forze in modo non appariscente, il loro collegamento continuo con il centro unico» (“Documento interno...”).


Menzogne staliniste sull’attrezzaggio militare del PCd’I

Ricordavamo come gli stalinisti abbiano fatta propria la tesi che l’apparato illegale del partito, impiantato e diretto dalla Sinistra, fosse solo millantato perché di fatto inesistente. Così Togliatti, che come Giulio Cesare amava parlare di se stesso in terza persona, volendo ridicolizzare quelle formazioni armate, a partito completamente stalinizzato, scrisse: «Togliatti era sempre stato molto critico di questo settore di lavoro del partito, di cui parecchie volte aveva constatato l’inefficienza, mascherata da una ostentazione di cospiratività piuttosto romantica che rivoluzionaria. Si può ricordare un fatto curioso accaduto durante la Marcia su Roma. Ritenendo che fosse giunto il momento di una resistenza armata, forse, l’ufficio illegale aveva fatto partire dal nord, in treno, un suo messo con una valigetta contenente alcune rivoltelle (quattro di numero). A Civitavecchia il traffico era interrotto e qui si era pure interrotto il cammino delle rivoltelle, che non si sa dove andassero a finire» (Togliatti, “La Formazione del Gruppo Dirigente del PCI”).

Non è il caso di spendere parole sulle porcherie di Togliatti, come quella secondo cui il partito all’epoca della Marcia su Roma avesse valutato propizio il momento di una resistenza armata, da farsi con quattro rivoltelle. Le carognate degli stalinisti però ci danno occasione per accennare al problema dell’armamento del partito. Abbiamo appena visto come la sede de ”L’Ordine Nuovo” di Torino fosse stata armata e fortificata. È naturale che il partito non facesse rendiconti pubblici sul suo armamento e che lo mostrasse in pubbliche parate; quello che possiamo oggi sapere in merito si può dedurre, in minima parte, dai rapporti di polizia messici a disposizione, ma soprattutto dalla violenza di alcune battaglie alle quali i comunisti parteciparono in prima fila. Ma il poco che sappiamo ci basta per affermare che il partito aveva dotato i suoi organi di difesa di un adeguato armamento. Il partito aveva a disposizione armi immagazzinate durante l’occupazione delle fabbriche in Piemonte, rastrellate in Venezia Giulia a seguito della ritirata dell’esercito austriaco, trafugate dall’esercito, ecc. Oltre a queste, quantitativi considerevoli di armi erano stati acquistati dagli uffici centrali e da alcuni periferici, dietro autorizzazione della centrale. Questi uffici provvedevano poi allo smistamento presso i fiduciari provinciali, i quali, a loro volta, si occupavano della loro distribuzione alle squadre.

Fortichiari, in una intervista concessa allo storico Luigi Cortesi, ricordava: «Tutto quello che non avevamo a disposizione lo si andava a cercare. Avevamo un tramite che era abbastanza comodo e permanente [...] Nel periodo della rivoluzione ungherese c’era stata una diffusione di armi, c’era una persona che non era iscritta, ma molto vicina e [...] attraverso lui abbiamo recuperato molto materiale. Questo lavoro aumentò nel 1922 e specialmente alla vigilia della Marcia su Roma [...] Avevamo dei compagni che rischiavano anche la pelle, con dei sacchi da montagna, con valigie ecc, passando le armi da gruppo a gruppo [...] Avevamo anche un altro mezzo, portare via le armi ai fascisti, e molte volte i nostri compagni avevano questa funzione. In uno scontro dovevano preoccuparsi soprattutto di portare via delle armi [...] Poi fra di loro c’erano molti elementi che bastava pagarli per avere: fra di loro c’erano fior di canaglie, fior di malavita».

Dai documenti caduti nelle mani della polizia si può dedurre che l’acquisto di quantitativi di materiale bellico fosse iniziato verso il novembre 1921 e sia regolarmente continuato fino alla vigilia della Marcia su Roma. Ad esempio un certo “Bruno Ferrari” di Firenze il 5 dicembre 1921 scrive: «In merito a quei due sacchi di semola li puoi comperare per 20 lire l’uno, e io ti rimborserò dietro ricevuta la somma; ma però dovrai tenerla a disposizione di Loris [Fortichiari - n.d.r.]. Per quelle due casse di fagioli occorre far recapitare il campione a Loris, affinché possa darvi un giudizio [...]. Prepara il terreno per una prossima mia venuta come combinato». Particolarmente interessanti sono due lettere di Erik [Berti - n.d.r.]; la prima, del 16 agosto 1922, dice: «Comunica al più presto a Severo la tua autorizzazione a comprare al prezzo convenuto il materiale che sai. A questo bisogna aggiungere una cassetta contenete circa 20 kg di gelatina esplosiva con detonante, miccia e otto bombe cariche prezzo L. 400. Essa è già stata consegnata». La seconda del 19 agosto dice: «Ottimo affare; duecento ottime rivoltelle ordinanza marina prezzo complessivo lire cinquemila. Noi saremmo pronti a dare subito la somma impegnandovi voi a restituirla fra un mese al più tardi. Abbiamo già preso accordi con Severo ma egli dice che occorre attendere perché locale deposito non è sufficiente. Frattanto noi acquistiamo: venticinque. Possiamo cominciare a lavorare per l’acquisto di un forte stock di proietti. Ci raccomandiamo vivamente a che, con tutte le facilitazioni che noi vi concediamo, voi teniate fede ai vostri impegni verso la nostra ditta, rimborsandoci delle numerose spese per voi fatte già e di quelle che stiamo per fare a scadenza di un mese al più tardi. Affettuosi saluti. Erik. P.S. Dimenticavo di dire che tutto lo stock delle duecento è stato fermato a nostra disposizione».

Nel 1923, a Genova, in una sede clandestina del partito, la polizia scopre, tra altro materiale, due documenti riguardanti le spese per l’armamento del partito. Il primo rappresenta un elenco di “Pagamenti e acconti” contenente data, località e cifra spesa: le date vanno dal novembre 1921 all’ottobre 1922. Come avevamo detto in precedenza, le località sono Milano, Bologna, Firenze, Cremona, Parma, Alessandria, Ravenna Forlì, Foggia. Quasi tutte più volte ripetute accanto a date diverse. La cifra totale spesa è di 11.140 lire.

Il secondo documento contiene un elenco di “acquisti”, senza data ma allegato al precedente. Si tratta di 340 pistole di vario tipo, 17 fucili, 40 bombe a percussione e circa 10.000 proiettili, per una somma complessiva di 23.575 lire e 65 centesimi.

Accanto alla pratica più propriamente “militare”, alcuni elementi scelti svolgono «un’azione più costruttiva di studio, di informazione, di raccolta, di penetrazione nell’esercito, nei magazzini, nelle officine militari dello Stato, sui loro mezzi ecc; una terza azione viene fatta sulla lega mutilati, invalidi e reduci di guerra perché questa assuma il carattere tecnico militare che l’esperienza della massa dei suoi iscritti deve darle. Perché sia un centro non di rivendicazione, ma di forze, e forze scelte della classe operaia per la lotta armata. Questo programma viene agitato per oltre quattro mesi. Finché cessa di essere pubblico per divenire illegale (avendo i socialisti mantenuto il Consiglio direttivo della lega nelle loro mani) (vedi “Documento interno...”).


Nella Lega proletaria mutilati e reduci e nella Lega inquilini

Molto affidamento i comunisti avevano riposto sulla Lega Proletaria Mutilati e Reduci di Guerra. «La lega proletaria degli ex combattenti è, oggi, per la volontà dei suoi componenti, una organizzazione rivoluzionaria. I giovani che la compongono sono in gran parte politicamente orientati verso il comunismo [...] La Lega proletaria, anche per le sue ragioni sentimentali di esistenza, è un organo capace di polarizzare i giovani reduci sinceramente rivoluzionari. Ha nel suo seno gli strazi sanguinanti di un dolore sofferto per una causa non sentita [...] È un organo capace di sobillare le masse ancora incerte, di sospingerle alla passione di un sacrificio assai grande compiuto per la redenzione della classe oppressa» (“Il Comunista”, 20 febbraio 1921). E nel numero del 3 marzo dello stesso giornale si legge: «Il compito precipuo della Lega Proletaria deve consistere soprattutto nell’opera di educazione militare del proletariato [...] Educazione militare, nel senso di preparazione spirituale e tecnica del proletariato all’adempimento del suo più alto, più arduo e più nobile dovere verso la Rivoluzione e verso l’Umanità: il dovere militare rivoluzionario».

A sfatare il presunto dogmatismo del PCd’I, che lo avrebbe costretto ad un volontario isolamento e che avrebbe determinato il suo distacco dalle masse e reso sterile ogni sua azione pratica, possiamo riferirci ai positivi risultati derivanti, oltre che dall’azione per il fronte unico sindacale, dai rapporti con Lega Proletaria Invalidi e Reduci per l’inquadramento militare delle forze proletarie.

Altro esempio di partecipazione ad organismi non strettamente operai è quello nella “Lega nazionale inquilini”, cui fu dato un indirizzo di classe e di aperto scontro sociale. La questione degli alloggi, «com’è naturale, è risentita più fortemente dalle classi povere e medie [...] Organizzare il malcontento dei senza-tetto e di coloro cui il possesso di una abitazione è ogni giorno insidiato dal proprietario o dal suo abbiente coll’aiuto e il concorso della legge, vuol dire aggiungere un nuovo battaglione all’esercito che muove all’attacco del regime. Con questa valutazione si è costituita la Lega Nazionale Inquilini che ha raggiunto una forza considerevole e che è diretta da comunisti. Il partito deve appoggiare in ogni modo l’azione della Lega la quale, pure valendosi anche dei mezzi legali, agisce normalmente con l’azione diretta e violenta opponendosi agli sfratti, occupando locali vuoti, ecc. I comunisti devono, inscrivendosi alla Lega, fare parte delle squadre d’azione incaricate di compiere tali operazioni».


Nell’esercito e nelle istituzioni borghesi

Come si è detto la punta dell’organizzazione illegale era costituita dalla Federazione Giovanile del partito che curava in modo particolare il lavoro da svolgere tra i coetanei sotto le armi. «Il partito deve compiere una opera di avvicinamento a quella parte della classe operaia che è nell’esercito nazionale. Una propaganda opportunamente preparata con collegamenti stabiliti, avvalendosi dell’organizzazione della gioventù comunista, permette di lavorare fra i soldati portando loro la parola comunista [...] cercando di rendere più difficile la utilizzazione dell’esercito ai fini della reazione borghese» (Programma di azione del PCd’I al IV congresso dell’I.C, ottobre 1922).

«Il vecchio socialismo apologizzava la diserzione: il gesto molto semplice e molto comodo di chi, incapace di lottare e di resistere, si squaglia lasciando i compagni negli impicci. I comunisti proclamano che i lavoratori non debbono disertare dalle file dell’esercito borghese, ma penetrarvi e rimanervi, colle orecchie e cogli occhi bene aperti e coi nervi a posto; debbono imparare il maneggio delle armi e la tecnica militare, debbono imparare quanto più possono di arte militare e di scienza militare, debbono accettare, anzi tendere a conseguire i gradi nell’esercito borghese – per potere diventare domani i soldati, gli ufficiali dell’esercito proletario dopo aver fatto saltare, nel momento decisivo, l’apparato di quello borghese» (“Il Comunista”, 3 marzo 1921).

I fiduciari giovanili provinciali ricevevano quindi istruzioni per effettuare opera di penetrazione tra i proletari in divisa con la costituzione di “fiduciari di distretto” dai quali dipendevano i “fiduciari di reggimento” e i “fiduciari di compagnia”. Lo scopo era quello di tessere una rete clandestina destinata a raccogliere armi e reclutare uomini pronti a rivolgerle contro il nemico di classe in caso di guerra civile, nonché assumere informazioni sui reggimenti, sui depositi di armi, sulla configurazione delle caserme.

Un volantino fatto circolare tra i militari diceva:

«Fratelli nostri! Vi daranno delle armi, vi addestreranno ad attaccare e ad uccidere. Apprendete anche quest’arte! La violenza, che è ragione di vita per l’Esercito, la violenza sarà la vostra salvezza e la salute del Proletariato. Noi non vi diciamo l’evangelico: non uccidete! Vi sono uomini che non rendono all’umanità se non morendo col ferro e col fuoco. Noi non vi diciamo: rifiutate la violenza! Vi sono istituzioni atte a perpetuare l’ingiustizia e la prepotenza che con la violenza debbono essere soppresse.

«Giovani militari! Imbracciando il fucile che vi sarà affidato dai vostri nemici implacabili, pensate che il vostro dovere di uomini e di lavoratori è di dedicare armi, coraggio e addestramento al bene a alla liberazione del proletariato».

Oltre che nell’esercito il partito svolgeva la sua attività di penetrazione perfino all’interno della Guardia Regia, benché questo corpo militare fosse stato costituito da Nitti a scopo controrivoluzionario. Nel Programma di Azione del PCd’I si affermava che la «propaganda antimilitarista deve essere diretta anche a scuotere la compagine del corpo delle “Regie Guardie” il quale per il suo grande sviluppo, che lo ha portato ad inquadrare molte e molte decine di migliaia di militi, ha perso un poco il suo carattere primitivo di tipico rappresentante della forza armata antiproletaria». Infatti gli inquadrati della Guardia Regia avevano più volte preoccupato l’ordine pubblico a causa delle loro manifestazioni e vere e proprie rivolte. Per farsi un’idea potrebbero bastare le notizie riportate ne “L’Ordine Nuovo” del 18 giugno 1921 e ne “Il Comunista” del 10 ottobre 1922. Ammutinamenti con conflitti a fuoco con reparti di truppa e carabinieri si ebbero nel dicembre 1922 a Torino, Napoli, Genova, ecc. Non a caso questo corpo, poco affidabile, fu immediatamente sciolto dal fascismo.

Altro aspetto dell’attività illegale del partito che, stranamente, non è mai stato preso in considerazione da chi ha scritto sull’argomento è quello dello spionaggio, cioè della capacità di infiltrare agenti del partito all’interno degli organismi repressivi dello Stato. Nel Programma di Azione del PCd’I dell’ottobre 1922 si prescrive: «Assicurarsi nel seno stesso delle organizzazioni avversarie punti di osservazione e spionaggio». Ma il servizio di spionaggio già da prima funzionava, e funzionava bene, ci basti leggere un comunicato apparso su “Il Comunista” del 24 luglio 1921, quando il partito aveva appena sei mesi di vita. Riguardo questa particolare attività non abbiamo rintracciato che questo riferimento, ma è sufficiente per dimostrare che funzionava, e funzionava bene; ed è presumibile che l’opera dei “servizi” comunisti, con l’estendersi dell’attività illegale del partito, si sia a sua volta estesa e rafforzata.


Opposti criteri comunista e socialdemocratico

Un altro aspetto tipico del partito comunista è quello di presentare i risultati degli scontri che quotidianamente avvenivano tra il proletariato e le guardie bianche non come un piagnucoloso belare per i colpi ricevuti dal nemico di classe, ma una energica risposta alle azioni dell’avversario, pur non nascondendo lo stato di inferiorità del proletariato rispetto alla organizzazione del braccio armato della borghesia.

“Rassegna Comunista”, la rivista teorica del PCd’I, nel suo primo numero del 30 marzo 1921 scriveva: «La reazione bianca [...] ha contribuito ad una netta differenziazione fra i comunisti d’occasione e le giovani forze del nuovo partito. I primi hanno rivelata tutta la vacuità dei loro atteggiamenti, il secondo ha dato prova di essere già in grado di agire come un centro di accolta delle energie proletarie, che con contrattacchi decisi hanno posto fine alle serie di facili successi dell’avversario. I socialisti hanno ripudiata ogni solidarietà con queste azioni delle masse – hanno perseguita in ogni circostanza, con tradizionale cretinismo parlamentare, la prova che erano stati i lavoratori ad essere “provocati”, ad essere trascinati fuori della legalità, ad essere picchiati anziché picchiare – hanno auspicata la tregua di classe, la pace civile, l’evolversi pacifico dell’attuale crisi sociale [...] A Roma i fascisti si adunano ufficialmente – mentre le nostre bandiere salutano l’immolazione generosa di Lavagnini – a commemorare le vittime fasciste del comunismo, e sembrano così commettere ancora alle forze ufficiali dello Stato borghese la lotta contro un avversario meno comodo di quelli che sistematicamente rinculano rinnegando pietosamente ogni proposito offensivo».

Nel numero successivo si può leggere: «Norme elementari di guerra vogliono che si esaltino i propri successi e si deprimano le vittorie avversarie: si celino le proprie perdite e si pongano in evidenza quelle nemiche. Questo si fa per rialzare il morale dei propri. Chi sa che i suoi le hanno date si rinvigorisce nello slancio ad agire e... le dà sul serio» (“Rassegna Comunista”, 15 aprile 1921).

Nel febbraio, a Trieste, fascisti e forze repressive dello Stato davano l’assalto e procedevano alla distruzione alla tipografia del quotidiano comunista “Il Lavoratore”. «Coloro che si attendono da noi – scrisse “Il Comunista” del 13 febbraio 1921 – espressioni di alta meraviglia o di indignazione per l’assalto alla sede del Lavoratore di Trieste dalla guardia bianca e per la distruzione del nostro giornale, si disinganneranno di fronte alla nostra serenità dolorosa. Il rammarico per il danno materiale subito e per la sorte dei nostri compagni non ci commuove al punto da farci perdere la visione esatta degli avvenimenti dei quali siamo spettatori ed attori [...] I compagni comunisti di Trieste hanno dimostrato in questi ultimi giorni di avere largo consenso nella massa lavoratrice. A questa noi rivolgiamo una parola virile. Non ricerchiamo le cause del doloroso episodio in un gesto casuale [...] Il giuoco delle responsabilità non è il nostro giuoco. Due nemici mortali non misurano i colpi, si affrontano in campo aperto, ove lo possono; e dove ciò non sia possibile si insidiano gettando i lacci per colpire di sorpresa l’avversario. La tattica di guerra è tattica di astuzia come di forza.

«Alla organizzazione avversaria, formidabile perché creata dalla classe che ha nelle mani il potere statale, si affretti e vi si contrapponga l’organizzazione proletaria armata, di tutto il proletariato comunista. Di fronte a questa necessità che è oggi salvazione della vita dei lavoratori, e che sarà domani la vasta formazione d’assalto delle masse rivoluzionarie, ogni suggerimento pacificatore deve essere interpretato come intenzionalmente rivolto a tradire la causa proletaria. La guerra civile infuria. Essa non può concludersi che con la vittoria completa del proletariato. Ma per vincere bisogna combattere. Gli episodi hanno le fluttuazioni delle battaglie. La guerra civile continua più aspra e più dura. Lavoratori comunisti di Trieste, lavoratori comunisti d’Italia, non disperate dell’avvenire: preparatevi a conquistarlo con sacrificio e con dolore! Domani la vostra vendetta sarà inesorabile!».

Il PCd’I sempre si mostrò orgoglioso del funzionamento del suo apparato illegale. Di esempi ne possiamo trovare quanti ne vogliamo.

«Nelle lotte di questi giorni abbiamo potuto rilevare con piacere che il meccanismo organizzativo del nostro partito diventa sempre più capace di affrontare le situazioni difficili. Abbiamo potuto diramare delle istruzioni e degli ordini, sia di natura politica che militare, con sufficiente sicurezza. Abbiamo avuto cura di non impegnarci in lotte senza sbocco e senza via d’uscita, facendo attento uso delle nostre forze, abbiamo tuttavia effettuato delle azioni, soprattutto a Novara contro i fascisti, inviando delle forze da Milano e da Torino che hanno attuato in maniera soddisfacente il loro compito [...] La nostra parola d’ordine è di sospendere ogni attacco aperto dei nostri quadri quando non vi è azione né movimento di grandi masse, continuando tuttavia le azioni di rappresaglia e i colpi a sorpresa» (Rapporto al segretariato dell’Internazionale, 23 luglio 1922).

La diversità di atteggiamento riguardo l’uso della violenza tra il giovane partito comunista e quello socialista non derivava dal fatto che a dirigere il secondo vi fossero dei pavidi od inetti, anche molti di loro in più occasioni avevano dato prova di fermezza e coraggio. La diversità era conseguenza della differente impostazione programmatica dei due partiti: rivoluzionario il comunista, e quindi intenzionato ad abbattere il regime del capitale, riformista il secondo, avente quindi per scopo quello della sua “trasformazione”.

Era dunque logico e conseguente il metodo piagnone adottato dai socialisti, i quali erano felici quando potevano dire e dimostrare che i lavoratori, quieti, inermi, passivi, senza nulla avere osato, erano vittime della violenza nemica. I socialisti puntavano sulla simpatia molto ipotetica che riscuote la vittima di fronte all’aggressore, affidando la rivincita al gioco di questo effimero coefficiente emotivo.

Ma, oltre a questo aspetto, secondario, vi era la principale ragione di questa opera di “pacificazione degli animi”, che consisteva nel disarmo materiale e morale del proletariato, perché, se lo Stato borghese avesse fermato il fascismo, consegnando a loro la guida del governo, non si sarebbero limitati a fornire dei ministri alla borghesia, ma anche gli scherani per fronteggiare il proletariato avanzante sulla via del comunismo. Nella relazione del PCd’I al IV congresso dell’Internazionale si afferma: «Non vi è alcuna probabilità che il fenomeno fascista abbia a cessare per dar luogo a un regime di liberalismo pratico e di neutralità dello Stato nella lotta tra classi e partiti [...] La situazione tende a due ben distinti sbocchi: o allo schiacciamento del proletariato e dei suoi sindacati e ad un regime di sfruttamento negriero, o ad una risposta rivoluzionaria delle masse, che in tal caso contro di sé troveranno la coalizione del fascismo, dello Stato e di tutte le forze che difendono il fondamento democratico delle presenti istituzioni».

Se il partito comunista, sotto la dittatura aperta del ventennio, a differenza di tutti gli altri raggruppamenti antifascisti, poté contare su di una organizzazione clandestina, ramificata ed efficiente, e continuare non soltanto a vivere ma anche a svolgere una certa attività, fu proprio grazie all’apparato illegale che la direzione di Sinistra aveva così meticolosamente realizzato già all’indomani di Livorno. Ed i colpi inferti alla sua struttura si devono attribuire, più che alla efficienza della polizia, all’opera di smantellamento di tutta la rete organizzativa che gli stalinisti intrapresero, quando assunsero la direzione del PC, per escludere da ogni carica di responsabilità chiunque, fra capi e coraggiosi militi, fosse ritenuto poco malleabile alle disfattiste direttive moscovite.

(continua al prossimo numero)

 

 

 

 

 

 


Il marxismo e la questione militare
Parte quarta - Imperialismo - C. La Prima Guerra mondiale
(continua dal numero scorso)

VIII. La fase finale sul fronte occidentale
Capitolo esposto alle riunioni generali di gennaio e maggio 2018

1. Lo stallo del 1915

Dal punto di vista strategico, l’apparente stagnazione delle linee del fronte occidentale durante il 1915 fu la conseguenza degli esiti alterni delle sanguinose battaglie nell’autunno del 1914: dalla prima battaglia della Marna del 5-9 settembre del 1914, che decretava sul campo il fallimento del piano d’attacco strategico tedesco Schlieffen, alla prima battaglia di Ypres nell’ottobre-novembre 1914, dove le forze dell’Intesa riuscirono ad evitare lo sfondamento dei tedeschi. Dopo questi grandi scontri cessò la guerra di movimento ed iniziò quella estenuante e parimente sanguinosa della guerra di trincea.

Gli opposti Stati Maggiori non erano stati in grado di trovare e realizzare il metodo di attacco idoneo per rompere il fronte avversario, compito molto difficile perché le truppe erano state dispiegate in posizioni adeguatamente fortificate disposte in linee di trincee una dietro l’altra per una profondità anche di 10-20 chilometri saturata di soldati. Nella loro iniziale avanzata i tedeschi avevano occupato le alture e costruito le loro fortificazioni. Da quelle posizioni favorevoli controllavano bene i movimenti degli avversari e li obbligavano ad attaccare in salita. Le intricate barriere di filo spinato con innumerevoli nidi di mitragliatrici erano in grado di falciare i fanti in attacco.

Un esempio di questi sconsiderati attacchi è il primo tentativo anglo-francese di aprire una breccia nel fortificato sistema di trincee della “quota 140” sul crinale di Vimy il 9 maggio 1915, parte della Seconda battaglia di Artois, estesa su un fronte di ben 34 chilometri, combattuta contemporaneamente alla Seconda battaglia di Ypres. Dopo un bombardamento di 5 ore i francesi uscirono dalle trincee, percorsero circa un chilometro allo scoperto per arrestarsi di fronte ai reticolati tedeschi ancora intatti. Sotto il fuoco delle mitragliatrici, aperti dei varchi con le cesoie, avanzavano fino alla successiva fila di reticolati. Quanti riuscirono ad infilarsi nelle trincee tedesche, che erano state abbandonate con ordine, si trovarono sotto il tiro delle proprie artiglierie. Le truppe francesi-marocchine non riuscirono a tenere la posizione e furono ricacciate indietro. Nei giorni successivi la stessa posizione fu così presa e riperduta con gran numero di caduti. Altri attacchi anglo-francesi ebbero risultati negativi, come l’ennesimo tentativo di conquistare il vicino crinale di Aubers, che solo nel primo giorno causò la morte di 458 ufficiali e 11.161 soldati inglesi e indiani. La contemporanea seconda battaglia dell’Artois provocò complessivamente la perdita di 100.000 francesi e 75.000 tedeschi.

Diversi successivi attacchi in profondità in tutto il settore occidentale furono rallentati o addirittura interrotti per la penuria di rifornimenti. Su tutto il fronte la guerra si risolse in una continua sequenza di colpi di mano contro le trincee nemiche, bombardamenti intermittenti ed assalti improvvisi, che nelle intenzioni degli Alleati avrebbero dovuto alleggerire la pressione sulle truppe russe del fronte orientale.

Una successiva offensiva fu attuata dal 25 settembre 1915 dai francesi nella Champagne, appoggiata da altra inglese nella zona di Loos. La fanteria francese, dopo tre giorni di bombardamenti, riuscì ad avanzare per 3 chilometri; ma il giorno seguente la contrastarono rinforzi tedeschi, fino ad arrestarla il 6 ottobre. Si esaurirono senza successo anche alcuni nuovi tentativi, fino a che il contrattacco tedesco del 30 ottobre riconquistò tutto il terreno perso nei giorni precedenti. L’offensiva fu poi sospesa il 6 novembre anche per le piogge torrenziali che avevano allagato le trincee.

Nonostante il comandante in capo francese J. Joffre la presentasse come un successo, per la cattura di 25.000 prigionieri e di 150 cannoni, questa offensiva si risolse in uno stallo strategico nel quale i francesi persero, tra morti, feriti e dispersi, 145.000 uomini contro i 72.000 tedeschi, oltre i predetti prigionieri. Molto più concretamente il nuovo comandante in capo tedesco Falkenhayn si convinse che sul fronte occidentale per nessuno dei due eserciti sarebbe stato possibile sfondare le linee avversarie.

La poderosa offensiva britannica a Loos fu anche in questo caso preceduta da un bombardamento preventivo con 250.000 granate, che non furono però sufficienti a distruggere il complesso sistema difensivo tedesco. 40 minuti prima dell’assalto furono aperti dagli inglesi 5.243 cilindri contenenti un totale di 150 tonnellate di cloro, una nuova arma introdotta dai tedeschi. Questo primo utilizzo inglese fu parziale perché molte valvole delle bombole per il freddo non si aprirono, le lenti delle maschere antigas si appannavano, i filtri presto si intasavano: costretti a togliersele, per l’assenza di vento o con vento contrario, gli stessi addetti alle bombole rimanevano intossicati. In totale si procurò la morte immediata di 600 tedeschi nelle trincee e l’intossicazione di 2.600 inglesi.

Loos è però da considerare una sconfitta per gli inglesi, causata da gravi carenze logistiche, per eccessivo logoramento delle truppe, per i trascurabili guadagni territoriali, per la perdita di 60.000 uomini, con 7.800 morti e 18.000 dispersi nel teatro principale dell’attacco ed altri 11.000 in quelli ausiliari. Le perdite tedesche dichiarate furono di 25.000 uomini.

Anche qui, a causa delle intense piogge che durarono per tutto novembre allagando le trincee, in alcune di esse fino alle ginocchia, furono sospesi i combattimenti mentre l’inverno mieteva le sue vittime.

Allo scopo di impedire quella fraternizzazione spontanea che si era avuta l’anno precedente con la “tregua del Natale 1914” furono diramati precisi severi ordini dai comandi alleati: il giorno di Natale del 1915 furono sparate migliaia di granate contro le postazioni tedesche. Presso Wulvergem i fanti tedeschi avevano innalzato sul parapetto della prima linea un albero con delle candele accese: durarono fino a quando un ufficiale inglese ordinò di sparare a volontà fino a distruggerlo.


2. Opposte strategie

In questa situazione il comando tedesco si preoccupava di mantenere le posizioni conquistate in Francia e in Belgio col minimo delle forze, per concentrare il grosso delle truppe sul più esteso fronte orientale contro la Russia.

Entrambi i fronti assegnavano all’artiglieria la distruzione delle difese avversarie con intensi bombardamenti che talvolta duravano giorni interi, dopo di che la fanteria doveva avanzare, con evidente difficoltà su un territorio devastato dalle bombe, dalle macerie, nel fango, mentre gli attaccati presto dovevano ricostruire nuove difese e far affluire nuove truppe: un immane sterminio di risorse materiali e di carne proletaria!

L’uso dell’artiglieria seguiva però due opposte strategie: il comando anglo-francese puntava alla distruzione delle difese tedesche tramite l’artiglieria per favorire il successivo attacco dei fanti; quello tedesco considerava l’artiglieria, con estesi e continui bombardamenti, l’arma strategica per mettere fuori combattimento quanto più possibile soldati francesi ancora concentrati nelle trincee.

Lo scopo della Germania era costringere la Francia a rinunciare all’alleanza con l’Inghilterra e ad una pace separata. Il nuovo capo dello stato maggiore tedesco generale Falkenhayn, subentrato a Moltke, e la propaganda tedesca puntavano, come risulta dai rapporti al Kaiser Guglielmo II, sulla riluttanza dei soldati francesi a farsi ammazzare per gli interessi dell’Inghilterra: «La Francia è arrivata sull’orlo del cedimento sia in ambito militare sia economico – ciò soprattutto a causa della perdurante mancanza degli importanti giacimenti carboniferi nella Francia nord-orientale (...) Se riusciamo a far capire chiaramente al popolo francese che sul piano militare non ha più nulla da sperare, la situazione giungerà ad un punto di rottura, e all’Inghilterra salterà di mano la spada migliore».

Per questo dovevano individuare un luogo simbolico verso cui attirare i francesi nel raggio d’azione dell’artiglieria ed imporre loro una pesante sconfitta, dopo averli fatti “dissanguare goccia a goccia” con ripetuti bombardamenti. La scelta cadde sulla piazzaforte di Verdun. Falkenhayn sapeva che quei luoghi avevano un valore ideale, oltre che strategico: erano stati fortificati da Vauban sotto il Re Sole; quelle fortezze, arrendendosi ai Prussiani nel 1792, avevano scatenato la furia rivoluzionaria di Parigi; i tedeschi non erano riusciti a conquistarle nel 1870 durante la guerra franco-prussiana; nell’esercito ricostruito e riorganizzato dopo quella sconfitta era esaltato il sentimento che a Verdun batteva il cuore della Francia e la Francia non l’avrebbe lasciata al nemico, a qualunque costo. Sosteneva anche il generale che un’eventuale offensiva francese da quella piazzaforte avrebbe costituito un serio pericolo per il fronte tedesco. Contava infine sulla sorpresa perché «neanche il più sprovveduto ufficiale francese avrebbe mai considerato di concentrare le truppe d’attacco su un saliente circondato su tre lati dal nemico».


3. La guerra d’attrito

In parallelo e a complemento di questi piani si sviluppava la guerra di attrito che, tramite limitati ma continui attacchi, intendeva consumare le risorse materiali ed umane nonché logorare il morale del nemico per costringerlo ad una rapida trattativa, anche separata, o per impedirgli nuove iniziative. Mentre nella impostazione classica delle battaglie si intende conseguire gli obiettivi col minimo di perdite possibile, in questa, quando e laddove non c’erano evidenti fini strategici, importava invece che le perdite nemiche fossero molto superiori alle proprie, strategia utilizzata tra eserciti che non sono in grado di prevalere l’uno su l’altro in scontri diretti e decisivi, come in questo caso. Questa strategia è usata anche nelle guerre asimmetriche quando una parte è in forte minoranza numerica e di risorse rispetto all’avversario e non lo si può impegnare in scontri diretti in campo aperto, come fu ad esempio nella seconda guerra boera che si era appena conclusa nel 1901.

Nell’arte militare europea questa modalità ha origini antiche: ne è considerato ideatore ed esecutore il console romano Quinto Fabio Massimo, per questo soprannominato Temporeggiatore, che dopo la sconfitta subita ad opera dell’esercito di Annibale al Lago Trasimeno nel 217 a.C. la adottò ottenendo buoni risultati. Non riuscì però a convincere il Senato, il quale ordinò di portare battaglia in campo aperto, conseguendo la disastrosa sconfitta di Canne nel 216 a.C. Occorsero 10 anni all’esercito romano per riorganizzarsi e sconfiggere poi definitivamente l’esercito cartaginese nella fortunosa vittoria di Zama nel 202 a.C., in Africa.

Questa strategia fu più volte adottata in conflitti non solo europei tra cui la guerra di Indocina quando nel maggio del 1954 le ridotte forze del generale vietnamita Giap ottennero una definitiva vittoria a Dien Bien Phu sulle più forti forze coloniali francesi. Succeduti nell’area gli americani ai francesi, la guerra riprese nel 1960 tra il Vietnam del Nord e quello del Sud, entrambi appoggiati da opposte coalizioni di Stati, e se assunse, anche per l’estensione del teatro di guerra, caratteristiche diverse dalla precedente guerra anticoloniale, la strategia d’attrito costrinse le forze americane ad un logoramento conclusosi con la caduta di Saigon nell’aprile del 1975.

Nella Prima Guerra mondiale, per questioni legate alle particolari condizioni del territorio nel fronte orientale, in quello caucasico e mediorientale, la guerra d’attrito ebbe limitato impiego, mentre fu usata sul fronte italiano dal comandante italiano Luigi Cadorna con l’appellativo di “guerra delle spallate”.

Ancora una volta si conferma la validità dell’osservazione di Engels sul fatto che i moderni generali non fanno altro che adeguare ai nuovi mezzi tecnici a loro disposizione i piani strategici elaborati dai grandi condottieri del passato.


4. Le offensive del 1916: Verdun e sulla Somme

All’inizio del 1916 negli Stati Maggiori erano allo studio due diversi piani d’attacco. Quello tedesco, di logoramento, considerava un punto strategico la piazzaforte di Verdun, già nota in epoca romana col nome di Virodunum per la sua importanza militare. Costituiva il fulcro della difesa francese, poiché saldava il settore settentrionale con quello meridionale; uno sfondamento delle linee nemiche e una penetrazione in profondità avrebbe tagliato in due le forze francesi e aperta la strada per Parigi.

Il sistema difensivo della zona attorno Verdun era formato da una ventina di forti principali ed una quarantina di strutture minori disposti su tre cerchi concentrici a cavallo della Mosa e le cui artiglierie coprivano il territorio per 360°. I due forti principali erano quello di Douaumont e Vaux. Il primo era considerato il più difficile ad espugnare al mondo per le sue imponenti moderne opere difensive e potenza di fuoco; aveva resistito bene ad un primo attacco l’anno precedente, nonostante fosse stato centrato da 62 colpi della “grande Berta”, ma in seguito le sue artiglierie più potenti erano state spostate altrove e ridotto notevolmente il suo organico.

Lo Stato Maggiore inglese stava invece preparando una grande offensiva da portare nella tarda estate del 1916 nella zona presso il fiume Somme, a circa 80 chilometri dal suo sbocco nella Manica, non tanto per conseguire particolari obiettivi strategici, inesistenti in quel settore, ma per sostenere l’alleato francese in difficoltà ed impedirgli di capitolare, soprattutto dopo l’attacco su Verdun. Una consistente offensiva avrebbe dovuto far trasferire da Verdun verso la Somme una parte degli attaccanti; anche ai russi sul fronte orientale fu chiesto di intensificare le operazioni.

Contando sulla efficiente industria bellica inglese, si intendeva procedere ad una intensa e continua guerra d’attrito: prolungati ed estesi bombardamenti, neutralizzate le fortificazioni e la resistenza tedesca, avrebbero consentito un massiccio attacco di fanteria che, eliminate o costrette alla ritirata le formazioni tedesche, avrebbe seguito l’avanzata in profondità della cavalleria fino alla vittoria definitiva.

Questo ottimistico piano non teneva però conto delle favorevoli posizioni occupate dalle linee tedesche che costringevano le truppe inglesi ad avanzare di corsa e in salita, ostacolate da un pesante zaino che pesava fino a 30 chilogrammi. Laddove le trincee distavano quasi due chilometri, spazzati dalla mitraglia, ai fanti fu dato l’ordine di avanzare al passo per non sfiancarli prima del contatto col nemico. Altra inferiorità inglese era la maggiore esperienza delle truppe tedesche che, per la leva obbligatoria, contavano già due anni di servizio, mentre l’esercito inglese, formato maggiormente da giovani reclute volontarie, avevano una preparazione di solo pochi mesi e senza alcuna esperienza di combattimento.

In gran fretta e tutta segretezza si stavano mettendo a punto tecnicamente e preparando gli equipaggi della nuova arma di movimento: il carro armato.


a) Verdun

L’articolato piano d’attacco tedesco a Verdun, denominato Gericht, era semplice: ogni batteria aveva un suo preciso settore ed i suoi obiettivi; ci sarebbero stati attacchi secondari per distrarre l’attenzione dal principale, contando sul fatto che i francesi non si attendevano un’offensiva in quel punto; bombardamento al mattino e avanzata della fanteria il pomeriggio, fino alla resa prevista in pochi giorni. Inoltre la strada proveniente da Bar-le-Duc per Verdun, l’unica via di comunicazione con le retrovie, poteva essere controllata con adeguato bombardamento impedendo così ogni rifornimento e rinforzo.

Nelle vaste distese boschive davanti a Verdun i tedeschi occultarono facilmente i pezzi d’artiglieria più grandi, le munizioni, le truppe d’assalto, gli ospedali da campo. L’attacco fu preparato in fretta e in gran segreto; era noto solo al Kaiser e a Falkenhayn, nemmeno l’alleato austroungarico era stato avvisato, tanto meno il suo stato maggiore, che comprendeva anche il principe ereditario: ne furono informati solo pochi giorni prima dell’attacco.

L’importanza data all’artiglieria pesante si rileva da questi pochi numeri: su un fronte di circa 14 chilometri furono dispiegati 1.220 pezzi d’artiglieria, uno ogni 12 metri, con 2,5 milioni di proiettili, necessari solo per i primi 6 giorni di bombardamento, lì trasportati con 1.300 treni insieme al resto del materiale. Erano previste anche 8 compagnie di lanciafiamme, al loro primo impiego in battaglia. Furono costruite le piazzole per i calibri maggiori, i depositi delle munizioni e immensi rifugi (“stollen”) per proteggere la fanteria dai bombardamenti. Anche agli aeroplani fu affidato un primo limitato bombardamento dai cieli.

Il generale Herr, comandante francese di Verdun, si rese conto di quegli importanti movimenti, confermati dalle osservazioni aeree, e della sua impossibilità a reggere un massiccio attacco con organici ridotti, opere di difesa lasciate incompiute e scarsa artiglieria, ma non fu nemmeno ascoltato dal generale Joffre, responsabile del Grand Quartier Général, che non si preoccupò minimamente dell’imminente pericolo continuando a credere Verdun imprendibile.

Il 21 febbraio 1916, dopo aver rinviato più volte l’attacco per le pessime condizioni meteo e le copiose nevicate, iniziò il bombardamento tedesco su tutto il fronte di Verdun come previsto dal piano; il pomeriggio la fanteria avanzò conquistando buona parte degli obiettivi previsti, nonostante un’ancora forte resistenza francese. Così fu per i tre giorni seguenti, anche se divenne praticamente impossibile far avanzare le grandi artiglierie in un terreno profondamente devastato dal loro stesso cannoneggiamento. Si creò una certa confusione tra i gruppi d’attacco che persero il reciproco contatto, con alcuni avanzati oltre gli obiettivi e trovandosi così esposti al fuoco della propria artiglieria; le perdite per fuoco amico furono notevoli in entrambi i fronti.

Il forte Douaumont, simbolo di Verdun, cadde il 25 febbraio dopo il consueto bombardamento del mattino seguito dall’avanzata della fanteria, che in 25 minuti percorse i 1.200 metri che la separavano dal forte, sbaragliando le poche forze in difesa e facendo 200 prigionieri. Nel pomeriggio una pattuglia tedesca di 6 uomini penetrò nel forte da una feritoia lasciata indifesa perché la maggior parte della guarnigione si era rifugiata nei sotterranei per ripararsi dal bombardamento e solo 56 francesi erano rimasti nella torretta del cannone da 155 mm a sparare i pochi colpi rimasti. Arrivate altre pattuglie tedesche i pochi difensori si arresero senza sparare un colpo.

La propaganda tedesca esaltò questa prima vittoria mentre quella francese la minimizzò affermando che ai tedeschi era stato lasciato occupare dei forti abbandonati.

Il comando delle operazioni francesi nel settore fu subito affidato al generale Pétain che, contrariamente alle teoria “De Grandmaison” finora adottata dell’assalto ad oltranza, preferì resistere concentrandosi su obiettivi limitati ed iniziando un’operazione solo disponendo di una forza superiore a quella del nemico. Annullò l’ordine di riconquista di Douaumont e passò subito ad organizzare il contrattacco ricostituendo il sistema delle comunicazioni e dei rifornimenti. Nacque così il mito della “Voie Sacrée” ovvero l’unica arteria percorribile per i rifornimenti a Verdun, dove nella fase più acuta della battaglia di giugno transitarono 12.000 veicoli al giorno, uno ogni 14 secondi.

Esaurito l’impeto iniziale, l’attacco tedesco rallentò sensibilmente, Falkenhayn avendo dovuto inviare rinforzi all’alleato austroungarico in difficoltà sia sul fronte russo sia su quello italiano; sorsero controversie all’interno del comando tedesco che gli impedirono di portare il colpo finale ai francesi, permettendo a quest’ultimi di riorganizzarsi e di far affluire nuove truppe.

L’avanzata tedesca su obiettivi secondari proseguiva con alterne vicende con limitati spostamenti del fronte che non superavano i 1.000 metri in un continuo massacro di uomini. La teoria del “dissanguamento totale” coinvolgeva quindi anche le truppe tedesche, ridotte il primo maggio a 126.000, contro i 133.000 francesi.

Il 1° giugno Falkenhayn, temendo un’offensiva inglese di alleggerimento, fatte affluire ingenti riserve che portarono i suoi effettivi ben al di sopra delle limitate forze previste dal piano originale, decise un ennesimo sfondamento con una energica azione verso i forti di Vaux e Thiaumont e quello più importante di Souville, ma trovò il disaccordo degli altri comandanti che ormai consideravano fallita l’operazione Gericht.

I primi due forti furono conquistati a fatica in una settimana di durissimi scontri; Souville resistette procurando ingenti perdite agli attaccanti.

Il 1° luglio 1916, per alleggerire la pressione su Verdun partiva l’imponente offensiva anglo-francese sulla Somme, che obbligò Falkenhayn ad occuparsi di quel settore. Il 10 luglio fallì clamorosamente l’ultimo tentativo di prendere la fortezza quando i tedeschi furono ricacciati sulle loro posizioni di partenza. Il 14 luglio fu dato l’ordine di fermare qualunque offensiva tedesca a Verdun, ma la carneficina continuò perché i tedeschi erano inchiodati a difendere strenuamente le posizioni conquistate che se abbandonate avrebbero avuto un forte impatto negativo sulle truppe. Falkenhayn il 28 agosto fu sostituito al comando dalla coppia degli anziani generali von Hindenburg e Ludendorff, che ordinarono immediatamente la cessazione di ogni attacco, in attesa delle inevitabili controffensive francesi.

Ma nel mese di settembre anche queste verso il forte Douaumont furono un sanguinoso fallimento. Le decisive avvennero il 23 ottobre quando il forte fu preso grazie ad un nuovo tipo di attacco, ideato dal generale Nivelle, mediante l’utilizzo del tiro di sbarramento mobile, ossia un esteso lancio di un fronte di granate che avanzava parallelamente alla fanteria, in modo da bloccare il nemico e favorire l’avanzata dei soldati. Questi avanzarono ben oltre la linea del forte riconquistando in pochi giorni molte delle posizioni perdute a febbraio e il 2 novembre rioccuparono il forte di Vaux. Poi tornò l’inverno e dal 1° dicembre quel fronte si considerò chiuso, anche se vi furono sporadici scontri fino alla fine della guerra.

A Verdun nessuno vinse e tutto si risolse in uno stallo sul fronte con insignificanti avanzamenti tedeschi. Le truppe francesi, inferiori per numero, riuscirono ad impedire lo sfondamento. Il fallimento del piano di Falkenhayn, nonostante l’indiscussa superiorità tecnica e numerica, fu la conseguenza di diversi errori. Da segnalare il mancato assalto simultaneo iniziale sulle rive della Mosa ai lati di Verdun ma soprattutto la mancata concessione di truppe di riserva nel momento centrale dell’attacco tra febbraio e marzo, che avrebbero potuto sfondare le linee francesi nel momento più critico.

Non è chiaro risalire a quanti soldati parteciparono nei 10 mesi alla battaglia a causa dei numerosi avvicendamenti, specialmente in campo francese dove si volle farvi partecipare, oltre quelle territoriali, la maggior parte delle divisioni disponibili, 70 su 96, opposte alle 47 tedesche. Il mito borghese della “patria in pericolo” qui ebbe il suo trionfo, e purtroppo non si segnalarono episodi di ammutinamenti e diserzioni.

È più preciso il conto delle perdite: tra il 21 febbraio e il 15 luglio i francesi persero 275.000 soldati e 6.563 ufficiali, di cui 70.000 morti e 65.000 prigionieri, di questi 120.000 solo negli ultimi due mesi. I tedeschi dichiararono la perdita di 250.000 uomini in questa prima offensiva ed altri 30.000 dopo la sostituzione di Falkenhayn e la cessazione di ogni attacco. Le stime francesi invece riferiscono che complessivamente a Verdun si ebbero perdite per 420.000 uomini per parte, 800.000 avvelenati dai gas o feriti. 150.000 cadaveri non identificati o parti di essi furono raccolti nell’ossario di Douaumont. È stato calcolato che l’artiglieria tedesca abbia sparato 22 milioni di colpi, quella francese 15 milioni.


b) Sulla Somme

Il governo inglese del primo ministro Asquith, dopo gli insuccessi nella campagna di Gallipoli e la faticosa avanzata in Mesopotamia, nel 1915 era intenzionato a non intraprendere più azioni in regioni lontane ed addirittura ritirare truppe dai Balcani. Russia, Serbia e Italia con insistenza sostennero i suoi oppositori inglesi, fino alla sua sostituzione con il più deciso Lloyd George, così che le operazioni ripresero con impegno.

Il comandante francese Joffre convinse il generale britannico Haig ad organizzare insieme una vasta offensiva su un fronte di ben 60 chilometri lungo il bacino della Somme con lo scopo primario di alleggerire la pressione su Verdun, nel momento in cui i russi attaccavano in Ucraina e sul fronte italiano si sviluppava l’ennesima offensiva sull’Isonzo. Mentre si susseguivano i rinvii del piano d’assalto e delle necessarie opere logistiche, i francesi si trovarono costretti ad impegnarsi maggiormente a Verdun, per cui alla fine il fronte d’attacco sulla Somme si ridusse a solo 13 chilometri con la disponibilità di solo 16 divisioni sulle 40 ipotizzate, delle quali solo 5 per l’attacco stabilito per il 1° luglio 1916, obbligando i britannici a destinarvi maggiori truppe e materiali.

Haig presumeva che i tedeschi stessero esaurendo tutte le loro riserve; un prolungato bombardamento da un esteso e potente fronte di artiglieria avrebbe distrutto le difese tedesche dando via libera ad una facile e rapida avanzata della fanteria. Riuscì a disporre la più grande concentrazione di artiglieria mai raggiunta dalle forze britanniche: oltre 3.000 tra cannoni ed obici di vario calibro, uno ogni 20 metri, con 2 milioni di colpi.

Nei mesi precedenti i genieri britannici avevano scavato sotto la linea del fronte, che insisteva su vaste stratificazioni di gesso, e fin sotto le principali difese tedesche di cemento armato, 10 profonde gallerie e una fitta diramazione di caverne, tutte riempite con tonnellate del nuovo potente esplosivo, l’Ammonal, con le tre più grandi che ne contenevano 20 tonnellate ciascuna. Dovevano esplodere subito dopo il bombardamento preventivo e poco prima dell’assalto dei fanti. Ad ogni unità fu assegnato un particolare obiettivo da raggiungere entro tempi prestabiliti dopo l’attacco simultaneo di tutti i reparti.

Per sopperire al gran numero di fanti necessari per un attacco di queste dimensioni, il ministro della guerra Kitchener aveva creato speciali formazioni territoriali di volontari che risposero all’invito arruolandosi in massa, con la garanzia di essere assegnati a reparti formati da individui provenienti da una medesima località: villaggio, quartiere, fabbrica, ecc. allo scopo di favorire la reciproca solidarietà; nel 1916 raggiunsero quota 1 milione. Si formarono così 30 nuove divisioni, formati da “pal battalion” (battaglioni di amici) privi però di qualsiasi esperienza militare, che si unirono alle 10 di veterani regolari e alle 14 dei territoriali. I componenti la truppa di questa “New Army” provenivano in buona parte dalla classe operaia delle città industriali e dai distretti minerari, dalle povere campagne del nord ed anche dal sottoproletariato.

Il 24 giugno 1916 iniziò il bombardamento preventivo che durerà una settimana durante il quale furono aperte anche 10.000 bombole di cloro e fosgene, quando il vento era favorevole.

Ma per le piogge l’attacco fu rinviato di 48 ore costringendo i fanti a stazionare nelle trincee allagate nella sfibrante attesa dell’ordine d’attacco.

Il mattino del 1° luglio il bombardamento giunse al culmine: nell’ultima ora furono sparate 250.000 granate, 70 al secondo. Alle 7,20 esplose l’enorme mina sotto il crinale dello strategico caposaldo di Hawthorn, i cui bordi dell’immenso cratere formatosi in superficie dovevano essere occupati dai fanti inglesi. Alle 7,28 esplosero le rimanenti mine ed iniziò il lancio di proiettili al fosforo contro le difese tedesche: nel primo giorno della battaglia furono aperte 26.262 bombole di gas. Alle 7,30 le truppe anglo-francesi uscivano dalle trincee per l’attacco su un fronte di 40 chilometri.

Subito iniziò l’immane ecatombe. Le prime linee scoprirono che il pesante bombardamento era risultato insufficiente a distruggere la fitta rete dei reticolati: molte granate inglesi non erano esplose perché difettose. Le linee tedesche erano praticamente intatte perché ai primi bombardamenti i difensori si erano rifugiati negli immensi bunker sotterranei. Riemergevano all’arrivo della fanteria, che sterminavano facilmente perché questa avanzava lentamente in file allineate; tiravano sugli ufficiali che indossavano ancora un’uniforme differente rispetto a quella della truppa. Interi battaglioni d’assalto furono ridotti a radi superstiti e solo pochi obiettivi furono raggiunti. Era anche mancato l’effetto sorpresa perché il prolungato bombardamento e il rinvio dell’attacco aveva dato tempo ai tedeschi di spostare velocemente truppe di riserva grazie alla fitta rete ferroviaria nel settore. Nemmeno l’uso dei primi rudimentali ed insicuri carri armati inglesi fu risolutivo perché concepiti ancora più per la guerra di trincea che di movimento.

Il risultato del primo giorno fu un completo disastro per la British Expeditionary Force (BEF) che subì 19.240 morti, 35.493 feriti, 2.152 dispersi e 585 prigionieri per un totale di 57.470 perdite, contro 8.000 perdite tedesche presunte. Caso estremo il settore di Ovillers dove il rapporto tra le perdite dei due fronti fu 18 a 1. Andarono leggermente meglio le cose nel settore francese con alcuni obiettivi raggiunti.

Il terreno di battaglia era così devastato che occorsero alcuni giorni ai comandi inglesi solo per avere una visione di quanto era accaduto e pensare ad un proseguimento dell’offensiva che, abbandonato ben presto l’obiettivo dello sfondamento totale, ora puntava solo a conseguire un limitato avanzamento tramite obiettivi parziali, al prezzo di enormi perdite, rivelando anche l’impreparazione strategica con cui lo stato maggiore britannico aveva affrontato l’offensiva.

In campo tedesco la sostituzione di Falkenhayn portò anche qui all’abbandono della strategia delle grandi offensive su vasti fronti a favore di azioni mirate in settori ridotti, per cui seguirono mesi di continue limitate azioni di una guerra di attrito, con minimi avanzamenti anglo-francesi.

Il prematuro arrivo di forti piogge autunnali rese la situazione ancora più difficile per entrambi i fronti; il 18 novembre cessò ogni attività e riprese la guerra di trincea, segnata dalle granate, i cecchini e il fango.

Quindi la lunga battaglia della Somme non aveva avuto un vincitore, le conquiste territoriali anglo-francesi furono di circa 110 chilometri quadrati e di 51 villaggi riconquistati con soli 8 chilometri di massimo avanzamento a fronte di circa 600.000 perdite contro le 450.000 tedesche ed il consumo di un enorme quantità di materiale bellico, che il poderoso sviluppo delle rispettive forze produttive era ancora in grado di fornire.

Dopo Verdun e la Somme furono modificati i piani d’attacco della fanteria inglese che sostituì come unità minima di manovra la compagnia di circa 120 uomini con la più agile sezione di soli 10 uomini.

In campo francese fu rimosso il generale Joffre sostituito con il “vincitore” di Verdun, generale Nivelle, ma non mutarono affatto le loro insensate e inconcludenti strategie, i cui ripetuti errori avrebbero provocato gli ammutinamenti di massa nell’esercito francese nel 1917.


5. La situazione nel 1917

Il bilancio complessivo delle operazioni del 1916 era leggermente a favore delle forze dell’Intesa, anche se non risolutivo perché non erano riusciti ad avere un netto vantaggio sugli Imperi Centrali, nonostante ogni sorta di sostegno dai loro alleati, gli Usa e il Canada. Dal punto di vista militare esisteva ancora una forte rivalità tra i comandi inglesi e francesi e questo si tradusse in una mancanza di leale e corretta collaborazione sul fronte occidentale.

Come era chiaramente fallito il piano di sbaragliare i francesi a Verdun, neppure si era riusciti a chiudere rapidamente il fronte austro-tedesco con l’Italia. Inoltre le forti offensive russe sul fronte orientale avevano messo in difficoltà gli Imperi Centrali. Anche qui non vi fu una concreta ed efficiente pianificazione dei piani strategici.

Tramontava definitivamente il disegno tedesco di una guerra lampo, difficilmente realizzabile tra due schieramenti di queste dimensioni e potenza, che alla fine del 1916 poterono schierare 425 divisioni dell’Intesa contro le 331 avversarie, che sarebbero aumentate ulteriormente nei mesi a venire.

Nelle prime fasi della guerra si erano persi i migliori e più esperti soldati e quadri di carriera e le nuove leve erano composte da riserve di età adulta e da giovani richiamati in anticipo, frettolosamente istruiti alle nuove tecniche militari e poco allenati fisicamente, mentre si diffondevano nelle masse le idee della rivoluzione sociale, nonostante le terribili rappresaglie attuate da tutti i comandi per arrestarne il dilagare.

Tutti i piani militari approntati dai vari comandi per il 1917 furono scardinati da due importanti avvenimenti: la rivoluzione russa il 23-27 febbraio (nel calendario giuliano) e l’entrata in guerra degli Stati Uniti d’America il 6 aprile del 1917.

Il nuovo comando tedesco dopo Verdun e la Somme decise per una strategia di difesa su tutto il fronte occidentale arretrandolo sulla linea Hindenburg, appena organizzata tra Arras e Soissons, allo scopo di accorciare il fronte di circa 40 chilometri disimpegnando così 13 divisioni da destinare alla riserva. Era ispirata ad una nuova concezione di difesa militare dinamica, per altro ideata dai francesi ma carpita dai tedeschi che la perfezionarono: consisteva nel dividere la linea del fronte in 3 successive cinture difensive in cui le poche truppe della prima linea dovevano solo rallentare l’offensiva nemica ingaggiando brevi combattimenti, per poi mettersi al riparo della seconda linea, ben strutturata in fortini e bunker, per poi lanciare il contrattacco, mentre la terza linea, di riserva, interveniva in caso di bisogno.

I tedeschi costruirono quindi una linea non continua, con fortificazioni di ridotte dimensioni ma in gran quantità, lunga circa 160 chilometri. In 5 mesi a cavallo dell’inverno 1916-17 vi lavorarono circa mezzo milione di salariati tedeschi e prigionieri di guerra russi. Arretrando facevano terra bruciata di ogni cosa: interi villaggi, fattorie, frutteti, ponti e strade.

Puntavano inoltre a sfiancare l’economia del principale avversario, l’Inghilterra, attraverso una guerra sottomarina senza limiti, iniziata il 1° febbraio, per impedire l’enorme flusso via mare dei rifornimenti provenienti dall’esteso impero e dagli alleati. Fu subito una caccia spietata ai mercantili, praticamente disarmati, che viaggiavano da soli o in piccoli gruppi raggiungendo la massima efficacia nel mese di aprile quando gli u-boot tedeschi affondarono circa un milione di tonnellate di naviglio mercantile, interpretando a loro favore i vari cavilli dei codici di navigazione mercantile in tempo di guerra. Più della metà di quel tonnellaggio era inglese: con quel ritmo di affondamenti, priva di vitali rifornimenti, specialmente americani, l’Inghilterra non sarebbe sopravvissuta ancora per molto; l’ammiraglio Jellicoe ne aveva calcolato il limite: il 1° novembre 1917.

I tedeschi sapevano che avrebbero dovuto prima o poi affrontare l’entrata in guerra degli Usa, ma la possibile rapida uscita dal conflitto della Russia dava loro una possibilità di chiudere in anticipo la guerra, avendo così buone carte da giocare al tavolo delle trattative di pace. Ma i sondaggi diplomatici si arenano tra molte difficoltà, specialmente per quanto riguardava l’assetto dei futuri confini italiani. Man mano entravano nel conflitto altri Stati prima neutrali.

Il comando americano modificò il sistema di trasporto con grandi convogli scortati da navi militari dotate di strumenti idonei ad individuare i sottomarini e scaricare bombe di profondità; in più nel mare del Nord fu stesa una barriera di mine contro gli u-boot lunga 400 chilometri.

L’arruolamento negli Usa, su base volontaria, poteva fornire un primo contingente di un milione di uomini, facilmente incrementabile a tre; la loro efficiente macchina organizzativa necessitava però di almeno un anno per funzionare a pieno regime, ed è in quel lasso di tempo che i tedeschi dovevano giocarsi tutte le carte.

È in questa situazione internazionale che il 9 aprile 1917, tre giorni dopo la dichiarazione di guerra degli Usa, dalla Svizzera, dopo una complessa e minuziosa organizzazione, partiva il vagone blindato che portava Lenin a Pietrogrado. Nei piani tedeschi il suo arrivo avrebbe esasperato le difficoltà o addirittura provocato la disgregazione del nuovo governo provvisorio russo, costituito il 15 marzo dopo l’abdicazione dello zar, portando alla sperata uscita dalla guerra della Russia.

Intanto il comando anglo-francese preparava un’altra potente offensiva tendente allo sfondamento totale delle linee tedesche, nonostante i pesanti fallimenti delle precedenti ed ora anche senza il sostegno russo.

Il 9 aprile il generale Haig lanciava un’offensiva nella zona di Arras con la consueta tattica di cinque giorni di pesanti bombardamenti, ed ora anche di scontri fra aerei in ricognizione, dei quali era netta la supremazia tedesca per velivoli, equipaggi e tattiche di combattimento. Subito dopo iniziava “la barriera di fuoco”, o “sbarramento mobile” (creeping barrage), quando l’artiglieria sposta di continuo in avanti la sua linea di fuoco di un centinaio di metri seguendo l’avanzata della fanteria e dei carri armati nella terra di nessuno, mentre i difensori non possono uscire dalle trincee per azionare le loro potenti mitragliatrici, per intensità di fuoco e tiro utile superiori a quelle britanniche.

Ma questa tattica riuscì solo in pochi casi: era difficile sincronizzare la linea dello sbarramento mobile con il movimento delle truppe, in più il degrado delle canne delle artiglierie, sottoposte ad un uso eccessivo, provocava una imprecisione del tiro; ne risultavano non ben calcolabili perdite per fuoco amico. Inoltre i primi carri armati si bloccavano per la rottura dei cingoli o impantanati nel fango, mentre i cannoni trainati dai cavalli non riuscivano ad avanzare nel terreno sconvolto dai bombardamenti.

Dopo cinque giorni di ripetuti attacchi Haig decise di sospendere l’operazione per le gravi perdite a fronte dei pochi risultati: le difese della linea Hindenburg avevano sostanzialmente retto. Ripresero gli attacchi in maggio riuscendo questa volta a far arretrare le linee tedesche di qualche chilometro e facendo 20.000 prigionieri e catturando 252 cannoni pesanti.

Il 16 aprile iniziava una grande offensiva del generale francese Nivelle su un fronte di 40 chilometri sul fiume Aisne sostenuta da un’azione diversiva nella Champagne utilizzando quasi un milione di soldati con 7.000 mitragliatrici e i primi carri armati francesi. Al suo progetto, studiato dal dicembre 1916, si erano opposti fermamente il capo di Stato maggiore Pétain, il generale Haig e buona parte del governo francese perché con il riposizionamento tedesco sulla linea Hindenburg erano venute meno le principali motivazioni strategiche. Il piano era ormai parzialmente noto all’esercito tedesco tramite il suo servizio di spionaggio mentre erano scarse le informazioni di Nivelle sulla nuova consistenza nemica.

L’offensiva si risolse in un completo disastro e nessuno degli obiettivi fu raggiunto. Nivelle aveva previsto lo sfondamento delle linee tedesche e una avanzata di 10 chilometri ma i suoi reparti furono fermati dopo soli 600 metri. Le perdite francesi, che aveva previsto in 15.000, furono quasi 100.000. Dei 128 carri armati entrati in azione 32 furono distrutti solo il primo giorno e dei 200 aerei previsti solo 131 si alzarono in volo, per avere la peggio contro quelli tedeschi. Fallì anche il tentativo di prendere i forti sulle alture attorno Reims dai quali i tedeschi bombardavano la città. Nonostante l’apertura di una modesta breccia nel fronte, il 20 aprile la battaglia fu interrotta con l’ammissione di Nivelle che era impossibile sfondare quelle linee nemiche. Fu una doppia sconfitta perché le grandi aspettative riposte in questa impresa e l’impegno richiesto ai soldati si risolse nell’ennesimo inutile bagno di sangue, crollò il morale dei reparti di prima linea, esplose il risentimento contro la guerra e si intensificano le sporadiche diserzioni che si trasformeranno in veri ammutinamenti. Non bastò la sostituzione del duro Nivelle il 15 maggio, trasferito in Africa, con Pétain, che infine concesse alle truppe periodi di riposo più lunghi, congedi frequenti e rancio migliore.

Il 27 maggio, giorno dell’arrivo dei primi reparti americani in Francia, ben 30.000 soldati di prima linea abbandonarono le trincee sulla strategica via dello Chemin des Dames, teatro di sanguinosi scontri, per portarsi nelle retrovie. Le proteste continuarono ed il 1° giugno un reparto si impadronì di un piccolo villaggio delle retrovie e vi nominò un governo pacifista: per una settimana in tutto il settore i soldati si rifiutarono di tornare a combattere. La repressione dei comandi fu subitanea e con arresti di massa; le corti marziali condannarono per ammutinamento 23.395 soldati con pene varie tra cui 400 condanne a morte e lavori forzati nelle colonie. Pétain poi ammorbidì quelle pene riducendo a 50 le fucilazioni. Durò sei settimane il periodo di grave crisi nel settore e quando cessò l’Alto Comando francese si rese conto di non poter più contare completamente sulle truppe le quali non avrebbero più sopportato le terribili condizioni di una nuova offensiva generale ma al più erano disposte a mantenere la difesa delle posizioni senza assalti oltre le trincee.

Solo ad ottobre le truppe francesi riusciranno a far arretrare il fronte tedesco sulla linea del fiume Ailette ma questo limitato successo non compensò la precedente disfatta. Questo avvenne per l’introduzione di una nuova tattica basata concentrando su uno specifico punto del fronte il massiccio uso dell’artiglieria e dei carri armati.

Il compito dell’offensiva generale passò ora al comando britannico, sostenuto da quello americano, quando divenne prioritario impedire ai tedeschi di approfittare della profonda crisi delle forze francesi. Haig ripropose un precedente piano per un attacco nelle Fiandre, con il centro a Ypres, per la conquista delle coste del Belgio, dove erano le basi degli U-boot, convinto che «la forza e la resistenza del popolo tedesco sono ormai logore da indurre a ritenerne possibile il crollo entro quest’anno».

Il 7 giugno i britannici, dopo due mesi, dettero inizio ad una seconda grande offensiva lungo il crinale di Messines-Wytschaete (seconda battaglia di Ypres) dove sotto le linee tedesche i genieri britannici nel corso di tutto l’anno precedente avevano scavato 19 gallerie riempite di 500 tonnellate di esplosivo. Fatte saltare contemporaneamente provocarono la morte all’istante di 10.000 tedeschi e diverse migliaia di storditi. Seguì poi il massiccio bombardamento di 2.266 cannoni che permise di occupare gli obiettivi sulle alture e fare migliaia di prigionieri, ma l’offensiva si dovette arrestare il giorno stesso per il terreno fangoso e devastato.

Il 31 luglio altra grande offensiva britannica presso Passchendaele (terza battaglia di Ypres) con un iniziale avanzamento dai 2 ai 4 chilometri, costato ingenti perdite. Nonostante le piogge nei giorni seguenti ripresero gli attacchi contro le ben guarnite difese tedesche che resistettero bene agli assalti; questa offensiva da dinamica divenne di puro logoramento convincendo i comandanti inglesi dell’impossibilità dello sfondamento. Solo Haig era ostinatamente convinto che il morale delle truppe tedesche fosse sul punto di cedere e solo un’ultima spallata avrebbe provocato la rottura del fronte.

Dalla metà di agosto a fine settembre gli attacchi britannici realizzarono a caro prezzo avanzate di qualche centinaio di metri; i contrattacchi tedeschi furono neutralizzati dalle artiglierie britanniche. Le operazioni continuarono nonostante le incessanti piogge che trasformavano l’intera area in un mare di fango, ma ciò non impedì ad Haig di ordinare ai primi di ottobre altri duri attacchi verso i villaggi di Passchendaele e Poelkapelle conquistati solo il 6 novembre. Il giorno dopo il capo di stato maggiore di Haig visitò per la prima volta il campo di battaglia e il suo rapporto convinse il comandante in capo a sospendere ulteriori assalti.

Occorreva anche considerare sia il crollo italiano nella disastrosa sconfitta di Caporetto (dodicesima battaglia dell’Isonzo dal 24 ottobre-19 novembre), che rendeva necessario inviare al più presto rinforzi anglo-francesi in Italia, sia il trasferimento di buona parte delle 44 divisioni tedesche dal fronte russo, ora non più attivo, a quello occidentale dopo la rivoluzione russa.

Tutti gli storici affermano che per gli imprecisi piani ed obiettivi e per le terribili condizioni in cui si svolse la battaglia di Passchendaele, essa fu una delle più insensate di tutta la guerra, dimostrando al tempo stesso il completo disinteresse degli Alti Comandi, lontani dal fronte, per le condizioni delle truppe. Le vittime a Passchendaele furono molto alte da entrambe le parti con resoconti molto diversi: 245.000 britannici e 8.000 francesi; tra questi diverse migliaia perirono annegando nelle trincee e nei crateri delle bombe invase dell’acqua e dal fango. Il tutto per l’arretramento del fronte tedesco per una profondità massima di 7 chilometri. I tedeschi ebbero perdite maggiori: tra i 280.000 e 400.000 tra morti e feriti e furono maggiormente colpiti nel morale poiché perdevano lentamente posizioni.

I fatti e la necessità di un chiaro successo infine convinsero Haig a cambiare strategia ed accettare un piano precedentemente proposto dal Corpo Carristi che, rinunciando al pesante bombardamento preventivo su un obiettivo primario, puntava sull’effetto sorpresa dell’impiego in massa di 474 carri del nuovo tipo Mark IV in appoggio a 6 divisioni di fanteria su un tranquillo fronte secondario, piano, solido, non fangoso e non ancora devastato dai bombardamenti. In origine doveva essere un’incursione, per «mettere fuori combattimento uomini e cannoni del nemico, demoralizzandolo e disorganizzandolo, e non per occupare terreno (...) Deve essere breve, da otto a dodici ore, in modo che il nemico non abbia tempo di concentrare forze nella zona per effettuare un contrattacco».

Fu individuato intorno alla città di Cambrai, snodo per i rifornimenti tedeschi nella linea Hindenburg, con vicine alture da cui poi minacciare le retrovie tedesche.

Il 20 novembre alle 6 del mattino iniziò il tiro di sbarramento di 1.003 cannoni sui punti critici delle difese tedesche cui seguì il tiro di sbarramento con fumogeni per coprire le unità avanzanti. Nonostante le informazioni ricevute, i comandi tedeschi, vista l’assenza del consueto bombardamento preventivo di diversi giorni, non avevano allarmato le unità di prima linea. L’attacco a sorpresa dei carri britannici nel mattino ebbe l’effetto sperato con un’avanzata di 8 chilometri in un sol giorno, la distruzioni di due divisioni tedesche, la cattura di 7.500 prigionieri e 120 cannoni.

Nel Regno Unito fu ordinato di suonare le campane a stormo per celebrare la tanto attesa grande vittoria. Ma suonarono a vuoto perché, svanito l’impeto iniziale, i carri furono fermati dalla precisa artiglieria tedesca e dai guasti meccanici, a nemmeno metà strada da Cambrai; il 23 furono bloccati nel bosco Bourlon e le perdite di uomini e carri crebbero sensibilmente. Nei giorni seguenti cadde la prima neve e la guerra dei carri divenne guerra di fanti all’arma bianca, fino al 27 novembre, quando i britannici si convinsero di sospendere l’attacco con Cambrai ancora lontana.

Il 30 novembre partì il contrattacco tedesco combinato di armi chimiche e aerei in appoggio alle truppe di terra che avanzarono di 5 chilometri. I britannici il 5 dicembre si attestarono su una linea più sicura dopo aver perso gran parte del territorio conquistato. La battaglia di Cambrai nel breve arco di due settimane segnò una vittoria tattica tedesca, ma dal punto di vista strategico si risolse in un nulla di fatto con circa 45.000 perdite da ambo le parti e 179 carri inglesi persi.

I britannici appresero che le migliorie apportate ai carri per lo sfondamento dei reticolati avevano sostanzialmente funzionato, che un massiccio attacco dei carri avrebbe avuto la meglio sulle difese delle migliori trincee e ben presto questi carri sarebbero diventati un’arma strategica d’assalto e non solo tattica nella guerra di trincea.

I tedeschi da parte loro stavano perfezionando la formazione delle Stoßtruppen, speciali battaglioni d’assalto composti dai migliori soldati raggruppati in piccole unità dinamiche con armamento adeguato e particolare addestramento. A loro il compito di risolvere la staticità della guerra di trincea con decise azioni mirate nella terra di nessuno e in determinati punti delle linee avversarie in cui dovevano aprire significativi varchi per riprendere la guerra di movimento con l’avanzata dei grandi reparti di fanteria.

In generale la situazione alla fine del 1917 si chiudeva con l’Intesa in difficoltà: sul fronte occidentale si manteneva un precario stallo strategico con la Francia in crisi e l’Inghilterra che non riusciva ad ottenere una significativa vittoria mentre i tedeschi resistevano ancora con le truppe di rinforzo dal fronte orientale appena chiuso; il governo dei soviet russi aveva iniziato i contatti per un trattato di pace e in Italia gli austroungarici da Caporetto erano avanzati fino al Piave.

Era il momento propizio per l’entrata in guerra degli Stati Uniti d’America.


6. Il 1918: nuovi rapporti di forza contro le grandi offensive tedesche

Il 26 giugno 1917, al comando del generale Pershing, arrivò in Francia il primo contingente americano di 140.000 uomini che iniziò l’addestramento sul campo prima dell’impiego in battaglia, che avverrà solo il 23 febbraio 1918 accanto alle truppe francesi. Il costante flusso degli arrivi portò il loro totale a 500.000 nel maggio 1918, che raddoppiò nel luglio seguente.

Ciò avrebbe modificato sensibilmente il rapporto di forze in campo perché la Germania, dopo la definitiva resa della Russia con il trattato di Brest-Litovsk del 3 marzo 1918, aveva potuto dislocare sul fronte occidentale 192 divisioni contro le 172 dell’Intesa, a quel momento. Sfruttando questa momentanea superiorità numerica la Germania avrebbe dovuto ottenere ora una rapida vittoria per chiudere positivamente la guerra.

Già dal novembre 1917 Ludendorff aveva studiato una nuova strategia d’attacco sostituendo un’unica grande offensiva su vasto raggio con una serie di poderosi attacchi in forze da lanciare in successione in più zone del fronte, mettendo in linea ogni volta la massa delle truppe necessarie per l’azione successiva, manovra possibile grazie alla efficiente rete dei trasporti. Fu detta la Kaiserschlacht, “battaglia per l’Imperatore”.

Il piano di Ludendorff prevedeva un primo attacco (operazione Michael) contro le truppe britanniche, sfavorite nel rapporto di forze e tatticamente inferiori alle francesi, nelle Fiandre dove avevano un ridotto spazio di manovra; in caso di successo i tedeschi avrebbero occupato i porti sulla Manica conseguendo un importante risultato strategico.

Memore del grande pantano in cui era finita la battaglia di Passchendaele, ritenne che il terreno non sarebbe stato sufficientemente asciutto per un attacco in forze prima di aprile, per cui, non giocando il tempo a suo favore, decise di lanciare il primo attacco a marzo nella Piccardia, punto di giunzione tra le armate britanniche a nord e quelle francesi a sud: incuneandosi in quel settore le avrebbe definitivamente separate.

Un successivo attacco nelle Fiandre (operazione Georgette) avrebbe accerchiato i britannici spingendoli sulle coste della Manica, lasciando loro la scelta o di essere annientati o ritornare velocemente in gran Bretagna abbandonando gli alleati.

Ludendorff pose particolare cura nella pianificazione del piano poiché le criticità erano considerevoli. L’attacco combinava le nuove tattiche di infiltrazione delle Stoßtruppen, sperimentate con chiaro successo sul fronte orientale e a Caporetto, con l’uso di aerei per l’attacco al suolo ed un accurato sbarramento di artiglieria con uso massiccio di gas per agevolare la difficile e lenta avanzata su un terreno già devastato dalla battaglia della Somme e dalla ritirata tedesca sulla linea Hindenburg.

L’attacco e l’avanzata in profondità era affidato alla sola capacità delle truppe d’assalto poiché la cavalleria era scarsa e mal equipaggiata e i loro primi carri erano pochi, ancora inefficienti e non in grado di competere con quelli inglesi.

Previde di dover subire perdite significative delle sue migliori truppe soprattutto nei primi assalti: successivamente affidava la difesa delle posizioni acquisite alle divisioni ordinarie composte da truppe di livello inferiore.


7. L’offensiva di primavera

Il 21 marzo 1918 iniziava la prima parte dell’offensiva, l’operazione Michael, lungo il fronte tra Arras e San Quintino con il più devastante bombardamento d’artiglieria di tutta la guerra: 6.400 cannoni, la metà circa di tutti i pezzi d’artiglieria sul fronte occidentale, 3.500 mortai e 730 aerei, in alcune ore scagliarono un volume di fuoco sulle linee della 5a armata britannica così intenso da metterla fuori combattimento permettendo alle truppe d’assalto tedesche di occupare solo nel primo giorno un territorio pari a quello conquistato dai britannici nei 140 giorni della Somme. Nella settimana seguente l’avanzata proseguì di altri 65 chilometri, portando così il fronte verso ovest di oltre 100 chilometri, avvicinandosi sensibilmente a Parigi.

Le importanti conquiste non furono solo territoriali: 90.000 prigionieri, 1.300 cannoni, 212.000 soldati nemici morti o feriti e un’intera armata britannica messa fuori combattimento. Ma la vittoria fu onerosa anche per i tedeschi che persero 240.000 tra soldati e ufficiali delle truppe scelte con alcune divisioni ridotte a metà degli effettivi.

Non tutto andò come previsto: la città di Arras che apriva la strada verso nord e i porti della Manica non fu presa e la veloce avanzata a sud ovest del bacino della Somme il 28 marzo fu fermata dall’arrivo dei rinforzi francesi. I comandi francesi e inglesi agivano in modo indipendente e poco coordinato per cui, per contrastare l’offensiva tedesca, si rese necessario costituire un comando congiunto degli alleati, affidato al generale francese Foch avente autorità sia su Haig sia su Pétain.

Il 9 aprile iniziava nelle Fiandre l’operazione Georgette (quarta battaglia di Ypres) contro il fronte inglese, con truppe portoghesi, lungo il fiume Lys. Dopo 2 giorni di bombardamento il fronte era sfondato e i tedeschi in 2 altri giorni avanzarono di 6 chilometri riconquistando molte delle zone che gli Alleati avevano a loro volta riconquistato a fatica, come Passchendaele, Messines e Neuve Chapelle, ma i rinforzi francesi e australiani bloccarono ai tedeschi la conquista del nodo strategico di Hazebrouch.

Il 25 aprile riprendeva l’offensiva di Ludendorff congiunta ad una più a sud verso Amiens, senza conseguire i risultati sperati perché nelle Fiandre non riuscirono a scacciare i britannici da Ypres e furono fermati dagli anglo-francesi ad Amiens, dove si svolse la prima battaglia tra carri armati della guerra. L’arrivo di continui rinforzi agli Alleati il 29 aprile aveva invalidato l’attacco tedesco per cui Ludendorff ordinò la sospensione dell’offensiva, rivelatasi un nuovo fallimento strategico.

Ludendorff progettò subito un nuovo piano in due parti: un massiccio attacco verso sud contro le forze francesi con lo scopo di attrarvi i rinforzi alleati, per poi riprendere l’offensiva a nord contro gli inglesi per accerchiarli sulla Manica. Il 27 maggio iniziava l’operazione tedesca Blücher-York contro la 6a armata francese sull’Aisne e lo Chemin des Dames. I battaglioni d’assalto si infiltrarono nelle linee e nelle retrovie per circa 40 chilometri occupando Soissons, giungendo a 90 chilometri da Parigi. Ma il 31 maggio gli Alleati riuscivano a fermare i tedeschi alle porte di Reims.

Qui finiva la lotta contro il tempo dei tedeschi per vincere la guerra prima del poderoso intervento delle forze americane, fino a quel momento utilizzate come unità frazionate e sparse in tutto il fronte in appoggio alle forze anglo-francesi, anche se il generale Pershing insisteva per utilizzarle in modo unitario.

Il 9 giugno Ludendorff con l’operazione Gneisenau contro Compiègne, punta avanzata ancora tenuta dai francesi nei nuovi territori appena conquistati dai tedeschi, intendeva infliggere loro un definitivo colpo mortale ed aprire una via diretta per Parigi. Ma la 3a armata francese resistette bene, pur con forti perdite, cedendo solo 9 chilometri ai tedeschi, i quali sospesero l’operazione il 12 giugno.

Il 15 luglio, nonostante i ripetuti insuccessi, Ludendorff dette il via all’operazione Friedensturm, ovvero “Assalto della pace”, più ad est verso Reims, un attacco tutto per tutto, sperando con questa vittoria di por fine alla guerra. In questa seconda battaglia della Marna l’attacco tedesco ad est di Reims fu un disastro perché i francesi riuscirono ad anticiparlo. Invece ad ovest riuscirono ad avere la meglio sul II Corpo d’armata italiano in Francia e a stabilire una testa di ponte sulla Marna. Questo fu l’ultimo successo dell’offensiva tedesca, pagato caro con 140.000 perdite per entrambi i fronti.


8. La controffensiva degli Alleati

Il piano strategico di Foch rinunciava ad onerosi attacchi di sfondamento in un unico punto, abbandonato anche dai tedeschi vista la sua provata impraticabilità, per affidarsi invece ad una serie di azioni limitate ma in continua successione lungo zone disparate del fronte. Lo scopo era tenere sotto pressione i tedeschi avendo cura di avere sempre la superiorità numerica nell’azione, ora possibile con i forti rinforzi americani e degli altri Stati da poco entrati nel conflitto, e con il consistente appoggio dei carri armati.

Il 18 luglio gli Alleati scatenarono a sorpresa un violento contrattacco contro la punta avanzata tedesca sulla Marna in un settore lungo 40 chilometri dove da più di un anno non avvenivano attacchi. Preparato in gran segreto e senza bombardamento preparatorio l’attacco iniziò alle 4,45 del mattino preceduto solo da un preciso fuoco di accompagnamento. Si combatterono due distinte battaglie durate più giorni: una a Soissons con 3 armate francesi comandate da Foch, l’altra a Chatâteau-Thierry con 5 divisioni americane comandate da Pershing. Determinanti per il successo alleato furono la sorpresa e il massiccio uso di carri leggeri Renault. Il 1° agosto Soissons fu riconquistata; il 2 e il 3 agosto i tedeschi si ritirarono dalla testa di ponte sulla Marna. Il 4 agosto i tedeschi arretravano di 50 chilometri: l’offensiva era ormai finita e svaniva ogni loro possibilità di vittoria.

Non ebbero altrettanto successo i tentativi inglesi nel 1918 di attaccare le basi principali degli u-boot nei porti di Ostenda e della vicina Bruges, nonostante diversi raid navali e con l’affondamento di vecchi mercantili agli imbocchi dei canali d’ingresso: i genieri tedeschi riuscirono sempre in pochi giorni a riaprire le vie d’acqua ai sommergibili. Inoltre l’efficiente produzione delle industrie tedesche superava gli affondamenti costituendo fino alla fine della guerra una seria minaccia per i rifornimenti britannici alla Francia. Il blocco dei 2 porti avvenne solo con l’occupazione di Ostenda e Bruges ad opera delle forze di terra alleate.

L’8 agosto nel settore di Amiens gli anglo-francesi con 4 divisioni di fanteria canadese lanciarono alle 4,20 del mattino in una fitta nebbia un poderoso e improvviso attacco con l’appoggio di 456 carri armati e blindati per il trasporto truppe tanto che il fronte tedesco fu sfondato su una lunghezza di 23 chilometri e una profondità media di 7 con 6 divisioni distrutte o accerchiate.

Ludendorff definì questo “il giorno più nero per l’esercito tedesco” non solo per la perdita di 30.000 soldati più 13.000 prigionieri ma per il crollo del morale delle truppe che si erano arrese in massa mentre, come riferì, molti soldati urlavano agli ufficiali che li esortavano a combattere: ”state cercando di prolungare la guerra”, oppure “crumiri” alle riserve che arrivavano al fronte!

Nei giorni successivi continuò l’avanzata degli alleati con risultati meno vistosi per effetto dell’opposizione delle riserve tedesche; il 10 agosto i tedeschi si ritirarono dalle posizioni conquistate durante l’operazione Michael per ripararsi sulla linea Hindenburg.

L’uso massiccio dei carri armati sempre più perfezionati e i primi scontri tra carri degli opposti schieramenti riproponeva la guerra di movimento rispetto alla staticità della guerra di trincea.

Sul piano strategico questa battaglia costituì un punto di svolta nella guerra sul fronte occidentale perché da questo momento fu chiara agli Alleati la possibilità di una rapida vittoria. Foch ora pensava ad una grande offensiva con una serie di attacchi alle linee tedesche su diversi assi tutti convergenti su Liegi, mentre sul fronte tedesco si doveva passare subito alla difensiva.

Il 21 agosto britannici e americani attaccarono sulla Somme e in una settimana respinsero i tedeschi da tutta l’area occupata durante l’operazione Georgette. L’avanzata alleata proseguì lentamente in settembre anche oltre la vecchia linea del fronte.

Il 26 settembre le forze americane, guidate da Pershing, iniziarono un’offensiva nelle foreste delle Argonne, che procedette lentamente a causa del terreno difficile e delle forti piogge ma soprattutto per gravi carenze tattiche e la mancanza di esperienza in grandi battaglie moderne: i loro ripetuti assalti frontali furono duramente vanificati dalle difese tedesche ben schierate in difesa sulla linea Crimilde. In una settimana gli americani avanzarono di circa 15 chilometri, sulla loro sinistra i francesi di circa 30. In questa offensiva il corpo di spedizione americano subì le maggiori perdite in morti e feriti.

L’alto comando tedesco, vista anche la perdita di 230.000 uomini nel solo mese di settembre, dovette ammettere che il fronte occidentale era prossimo al collasso, e con esso la sorte di tutta la guerra. Il 29 settembre Ludendorff si recò personalmente dal Kaiser Guglielmo II per chiedergli di avanzare immediatamente una proposta di pace allo scopo di evitare una pesante sconfitta militare sul campo, maggiormente incolpando della situazione “le idee spartachiste e socialiste che avevano avvelenato l’esercito tedesco”.

Il 4 ottobre il nuovo cancelliere tedesco, von Baden telegrafa a Washington per chiedere un armistizio sulla base dei “Quattordici punti” che il presidente americano Wilson aveva annunciato in precedenza al Congresso per una pace e una nuova sistemazione dei confini in Europa.

Il 1° novembre i francesi infine occupavano l’importante nodo di Sedan e nei giorni successivi gli americani i territori attorno.


9. Il fronte interno

Il 3 novembre il fronte interno della Germania è in subbuglio, e qui si sposta la guerra sul terreno delle classi sociali. Quel giorno, dopo vari tumulti il 29 e 30 ottobre, l’intera flotta tedesca si ammutina a Kiel, fermamente opponendosi al piano degli ammiragli di organizzare un’ultima incursione suicida contro le coste britanniche. Quel giorno segna l’inizio della “Rivoluzione di novembre”. Il 6 novembre la rivolta dei marinai si estende alla base navale militare di Wilhelmshaven.

Il 4 novembre i britannici lanciano un ultimo grande assalto sulla Sambre, che è anche l’ultima offensiva della guerra. L’offensiva delle Argonne dà il colpo finale all’esercito tedesco, dissanguato e demotivato con i vari problemi politici in Germania che si riflettono al fronte.

La maggior disponibilità di uomini e mezzi e il grande contributo degli Stati Uniti d’America fa la differenza permettendo di schierare in campo una forza molto superiore alla tedesca; ciononostante gli Alleati in questa ultima offensiva non riescono né a sconfiggerli e nemmeno a respingerli dalla Francia e dal Belgio.

La Germania nel frattempo è rimasta sola dopo che il 30 ottobre l’Impero Ottomano aveva firmato l’armistizio di Mudros con gli Alleati ed il 4 novembre l’Austria-Ungheria aveva capitolato e firmato l’armistizio di Villa Giusti con l’Italia.

Ma l’arretramento tedesco è sempre ordinato e mai una rotta, tanto che alle ore 11 e 11 minuti del l’11 novembre, giorno dell’entrata in vigore dell’armistizio di Compiègne, dopo ben 51 mesi di combattimenti, le truppe tedesche sono ancora schierate in armi nelle trincee e postazioni controllando ancora una parte considerevole di territorio avversario: gran parte del Belgio, il Lussemburgo e la regione attorno a Sedan in Francia mentre nessun territorio della Germania è occupato dagli Alleati.

La Germania non appare sconfitta sul campo come invece vorrebbe il generale americano Pershing, che vorrebbe continuare la guerra per almeno una settimana per raggiungere quel chiaro e vistoso risultato. Anche i francesi e gli inglesi sono in difficoltà, pur con gli aiuti americani.

Ma stanno entrando in gioco anche considerazioni di stabilità politica nel resto d’Europa, vista la vittoriosa Rivoluzione bolscevica in Russia, i numerosi ammutinamenti su tutti i fronti della guerra, duramente repressi, ed ora in Germania dove sono crollate le vecchie istituzioni imperiali con la proclamazione della precaria repubblica di Weimar. Temono sicuramente che il vittorioso vento rivoluzionario russo spazzi via tutti quei sanguinari governi borghesi!

Solo in questa “offensiva dei 100 giorni” il conto delle perdite alleate è enorme: su un totale di 1.070.000 effettivi, le perdite della Francia furono 531.000, dell’Impero britannico di 412.000, degli Stati Uniti di 127.000. Oltre a queste vanno conteggiate quelle del Belgio, Canada, Australia e Portogallo, che avevano inviato truppe su quel fronte.

Quelle tedesche furono: 786.000 tra morti, feriti e dispersi, più 387.000 prigionieri, per un totale di 1.173.000 effettivi, e 6.700 cannoni catturati. L’alto numero di prigionieri tedeschi in questa offensiva è dovuto anche al rifiuto dei soldati di continuare a combattere in una guerra che sanno ormai persa, preferendo arrendersi.

Alcune statistiche per il solo fronte occidentale riferiscono per gli Alleati 2 milioni di morti e 6,6 milioni di feriti, con 450.000 civili tra morti feriti e dispersi. In campo tedesco i morti sarebbero 600.000 con 3,6 milioni di feriti e 630.000 tra dispersi e prigionieri.


10. Verso la smobilitazione e il dopoguerra

Difficile sarà il piano di smobilitazione dell’esercito tedesco e della sua marina.

52 delle 74 navi della germanica Flotta d’alto mare il 21 giugno 1919 si auto-affondarono nella base navale britannica di Scapa Flow in Scozia, dove erano state relegate con parte degli equipaggi, per evitare che la flotta fosse spartita tra le marinerie dei paesi vincitori.

Complesse ed onerose per la Germania saranno le clausole del trattato di pace firmato a Versailles, che comprendeva l’incondizionata accettazione della “clausola della colpevolezza della guerra”, attribuita alla sola Germania.

I lavori a Versailles dureranno, a più riprese, per un anno, dal 18 gennaio 1919 al 21 gennaio 1920. Vi si disegneranno nuove frontiere, si creeranno nuovi Stati, in particolare gli Stati cuscinetto nell’Europa centrale contro la Russia bolscevica, ed altri nei paesi slavi del sud per contenere l’espansionismo italiano sulle coste adriatiche.

Dopo questa guerra l’Inghilterra, pur vincitrice, non sarà più la prima potenza marittima del mondo, posto occupato dagli Stati Uniti d’America, ora prima potenza economica mondiale.

La guerra dimostrò il poderoso sviluppo degli apparati industriali dei principali paesi belligeranti che avevano permesso la produzione di enormi masse di ogni tipo di sistema d’arma, naviglio di superficie e sommergibile, apparati di comunicazione ed ogni tipo di fornitura, in continuo ed efficiente miglioramento. Tale produzione fu possibile anche con l’utilizzo generalizzato del lavoro delle donne nelle fabbriche in sostituzione degli uomini al fronte.

Le statistiche sui caduti in questa Prima Guerra mondiale sono tuttora approssimative. Quelle più accettate sui militari morti stanno in una forbice tra i 9 e 12 milioni, di cui degli Alleati circa 6 milioni, degli Imperi Centrali 4 milioni. In percentuale: Impero russo 30%; Francia 25%; Impero britannico 16%; Italia 12%; Serbia 8%; Romania 6%; Stati Uniti 2%; altri paesi 1%.

A queste vanno aggiunte le decine di milioni di morti dovuti alla grande epidemia della febbre spagnola, conseguenza della guerra, che imperversò in quasi tutto il mondo tra il 1918 e 1919.

Si calcola che i morti civili siano stati tra 6 e 9 milioni, escludendo quelli nella guerra civile russa e il genocidio armeno.

Il totale generale delle perdite nel conflitto si stima in 16 milioni di morti più 20 milioni di feriti e mutilati, sia civili sia militari. Questo immane macello fu dovuto all’insistere nella apparentemente insensata tattica, dopo 4 anni di guerra, degli attacchi frontali. Non di insipienza dei generali si trattava ma della cosciente volontà di sterminare le file di quelli che sarebbero potuti diventare, dopo la smobilitazione, dei giovani proletari rivoluzionari.

(continua al prossimo numero)

 

 

 

 

 


La successione dei modi di produzione nella teoria marxista
(continua dal numero scorso)


4. La forma di produzione terziaria
Capitolo esposto alla riunione generale del settembre 2018

4.1 La transizione dalla forma secondaria alla terziaria

Il crollo dell’Impero Romano d’Occidente produsse lo sgretolamento dei legami commerciali che si erano andati formando tra i vari centri produttivi; l’orizzonte economico si restrinse; le vie di comunicazione magistralmente costruite andarono progressivamente in rovina a causa della mancanza di manutenzione. Mancava ogni protezione ai viaggiatori, tanto che le carovane che osavano compiere tragitti di una certa importanza erano costrette a farsi scortare da armati; neppure i viaggi per mare potevano dirsi immuni da pericoli, anzi il commercio marittimo conobbe un vero e proprio arresto dovuto alle scorrerie dei popoli pirateschi che non si limitavano a predare i convogli ma attaccavano direttamente i porti e spesso riuscivano anche a penetrare nell’entroterra ove razziavano tutto quanto disponibile. L’economia europea era allo sfacelo. «Per tre secoli vari popoli scorrazzarono nei territori del vecchio Impero Romano, determinando un regresso economico di tal portata (abbandono dei campi, epidemie, ecc.) che il crollo demografico divenne inevitabile» (Comunismo, 2003/55).

Il modo di produzione schiavista era oramai entrato in una crisi irreversibile, il costo degli schiavi era fortemente aumentato costringendo i latifondisti a liberarli, di fatto trasformandoli in un ibrido, forma di transizione verso il nuovo modo di produzione. «Alle guerre di conquista, che avevano un tempo provveduto la forza-lavoro degli schiavi a buon mercato e promosso il suo più largo impiego nei latifondi, fecero seguito le guerre di difesa. Era infatti avvenuta la rovina dei produttori liberi (piccoli contadini specialmente ed artigiani) che costituivano il nerbo degli eserciti romani: quindi crisi economica e della potenza militare di Roma. Dopo la piccola produzione anche la grande, basata sul lavoro di grandi masse di schiavi, a causa del rincaro di questi ultimi, cessò di essere remunerativa: la schiavitù non conveniva più. Gli stessi grandi proprietari furono costretti a liberare parte degli schiavi per trasformarli in coloni che divennero una specie di precursori dei servi del Medioevo, qualcosa di mezzo tra gli schiavi e gli uomini liberi. Essi infatti non potevano più essere uccisi ma restavano legati alla terra e potevano essere venduti con essa» (Il Programma Comunista, “Il programma comunista quale folgorò a mezzo l’Ottocento, traverso un secolo di rifiuto dell’infetta cultura borghese, illumina ombre del passato, annunzia morte alla viltà dell’oggi”).

L’Impero Romano era diventato un gigante dai piedi d’argilla, pronto ad essere abbattuto non appena forze giovani e vigorose lo avessero attaccato. Queste arrivarono dai popoli cosiddetti germanici, in più ondate di invasioni che diedero il colpo di grazia al morente Stato dominante su innumeri popoli.

«Il feudalesimo non fu affatto portato già pronto dalla Germania, ma ebbe origine, durante la conquista stessa e da parte dei conquistatori, nell’organizzazione militare dell’esercito, e questa si sviluppò in vero e proprio feudalesimo soltanto dopo la conquista, sotto l’effetto delle forze produttive incontrate nei paesi conquistati. Fino a che punto questa forma fosse condizionata dalle forze produttive è dimostrato dai falliti tentativi di imporre altre forme derivate da reminiscenze dell’antichità romana (Carlo Magno, ecc.)» (Marx-Engels, “L’Ideologia Tedesca”).

La nuova base economica reagì presto sulla forma delle relazioni sociali e cominciò a distruggere gli antichi legami comunitari. Se «i componenti delle antiche gentes avevano già perduta la uguaglianza sociale nel corso delle migrazioni e delle conquiste, presto essi perderanno, nella gestione semi-comune e semi-allodiale della terra occupata, anche la libertà e l’autonomia. Ricomincia il processo di concentrazione del possesso terriero nelle mani di capi militari, funzionari, cortigiani del re, corpi religiosi» (Il Programma Comunista, “I fattori di razza e nazione nella teoria marxista”).


4.2 Caratteri essenziali della forma di produzione

I secoli immediatamente seguenti alle invasioni registrarono un netto peggioramento del quadro economico generale con tendenza al ritorno a forme di autosufficienza produttiva e scomparsa della produzione per il mercato.

Tuttavia con la svolta dell’anno Mille a questa economia “naturale”, in cui agricoltura e artigianato erano intimamente associati, seguirono man mano una maggior divisione sociale del lavoro, una più elevata produttività, un estendersi degli scambi ed un aumento della popolazione. Le colture agricole migliorarono e se ne introdussero delle nuove. L’allevamento, specie dei cavalli per i bisogni militari, si estese, ed uno stesso sviluppo seguirono i mestieri che, grazie al perfezionamento continuo degli utensili artigianali, si specializzarono sempre più.

«Nel regime medioevale del feudalesimo appare in generale abolita la tecnica della produzione con manodopera di schiavi e la relativa impalcatura legale che disciplina la proprietà sulle persone umane. La disposizione della terra agraria assume una forma più complessa di quella classica del diritto romano in quanto su di essa si adagia una gerarchia di signori che culmina nel sovrano politico, che distribuisce ai dipendenti vassalli le terre con un regime giuridico assai complesso. La base economica è il lavoro agricolo a mezzo non più di schiavi, ma di servi della gleba, che non sono oggetto di vera proprietà ed alienazione da padrone a padrone, ma non possono in generale lasciare il feudo su cui lavorano con la loro famiglia. I prodotti del lavoro da chi sono appropriati? In una certa parte dal lavoratore servo, e in generale dandogli un piccolo appezzamento i cui frutti gli devono bastare per alimentarsi coi suoi, mentre egli è tenuto a lavorare solo o con gli altri nelle più vaste terre del signore, e tali maggiori prodotti sono a questi consegnati. Tale lavoro è la cosiddetta comandata. Nelle forme più recenti il servo si avvicina al colono in quanto tutta la terra del feudatario è smistata in piccole aziende familiari, ma dal prodotto di ognuna una forte quota viene consegnata al padrone. In questo regime il lavoratore ha un parziale diritto ad appropriarsi dei prodotti del suo lavoro per consumarli a suo beneplacito. Parziale in quanto vi incidono i tributi, in tempo di lavoro o in derrate che siano, al padrone feudale, al clero e così via» (Prometeo, “Proprietà e Capitale”).

Occorre ora analizzare nel dettaglio il rapporto del produttore immediato con le condizioni della produzione, avendo come criterio il concetto per cui il corso storico delle forme di produzione classiste è caratterizzato dalla progressiva dissoluzione dei legami comunitari primitivi, con finale spoliazione ed espropriazione totale di detti produttori e conseguente creazione di una classe di senza riserve, i moderni proletari.

«Dissoluzione dei rapporti in cui [il produttore] figura come proprietario dello strumento (...) Questa proprietà del lavoratore sullo strumento presuppone una particolare forma di sviluppo del lavoro manifatturiero come lavoro artigiano; a questo è connesso il sistema delle corporazioni, ecc. (...) L’abilità particolare nel lavoro garantisce anche il possesso dello strumento, ecc. ecc. Ereditarietà quindi, in certo qual modo, della tecnica di lavoro, insieme con l’organizzazione del lavoro e lo strumento del lavoro (...)

«Poiché lo strumento stesso è già un prodotto del lavoro, sicché l’elemento oggetto della proprietà si presenta già prodotto dal lavoro, la comunità non può più presentarsi qui nella forma naturale, come nel primo caso [nel comunismo primitivo] (...) ma come comunità già essa stessa prodotta, sorta, secondaria, già prodotta dal lavoratore. È chiaro che là dove la proprietà dello strumento equivale al rapporto con le condizioni di produzione del lavoro in quanto proprietà, lo strumento, nel lavoro effettivo, figura solo come mezzo del lavoro individuale; l’arte di appropriarsi effettivamente dello strumento, di adoperarlo come mezzo di lavoro, si presenta come una particolare abilità del lavoratore, abilità che fa di lui il proprietario dello strumento. In breve, il carattere essenziale del sistema corporativo, del lavoro artigiano come suo soggetto, in quanto è fondamento della proprietà, va risolto nel rapporto con lo strumento di produzione – strumento di lavoro come proprietà – distinto dal rapporto con la terra, col suolo (con la materia prima in quanto tale) come cosa propria» (Marx, “Grundrisse”).

Entrambe le forme secondaria e terziaria hanno come denominatore comune il fatto che il produttore è ancora proprietario dello strumento di produzione e di un fondo di consumo da cui attingere i mezzi di sostentamento. Nel capitalismo invece i produttori si presentano come lavoratori astratti, che non sono in possesso di un fondo di consumo (nullatenenti) se non vendendo la propria capacità di lavoro. Nel comunismo le condizioni della produzione non saranno “proprietà”, neppure della società, potendosi semplicemente parlare di “ricambio” tra Specie e Natura.

«Ambedue i casi implicano che [il produttore] prima di produrre possegga i mezzi di consumo necessari per vivere come produttore durante la sua produzione, quindi prima del completamento di questa. Come proprietario fondiario egli appare provvisto direttamente del fondo di consumo necessario. Come maestro artigiano egli lo ha ereditato, guadagnato, risparmiato, e come garzone artigiano egli è dapprima apprendista, condizione questa in cui egli non figura ancora affatto come vero e proprio lavoratore autonomo, ma siede in modo patriarcale alla mensa del maestro. Come lavorante (effettivo), esiste una certa comunanza del fondo di consumo posseduto dal maestro. Anche se questo non è proprietà del lavorante, in virtù delle leggi della corporazione, delle sue tradizioni ecc., egli è per lo meno associato al possesso, ecc.» (Marx, “Grundrisse”).

Lo sviluppo sociale medievale non poteva ancora, pertanto, effettuarsi unitariamente e questo modo di produzione sarà caratterizzato da un processo contraddittorio che darà origine a due rapporti: da una parte signori e servi, dall’altra artigiani e mercanti e la cui evoluzione procederà in due sfere distinte.

Per tale motivo la sfera della produzione di merci potrà assumere uno sviluppo autonomo che dovrà condurre prima o poi alla produzione per la produzione, al dominio del valore di scambio.

Nel feudalesimo la proprietà fondiaria domina ancora tutti gli altri rapporti, senza però impedirne lo sviluppo, anzi, sarà proprio la formazione di un plusprodotto crescente che permetterà l’avviamento di altri settori che, ad un determinato livello del loro sviluppo, staccheranno il lavoratore dalla terra per liberarlo come nuda forza-lavoro al servizio del futuro capitale. A quel punto saranno i rapporti sociali autonomizzatisi e oggettivati nel capitale che domineranno la proprietà fondiaria, arrivando ad industrializzare l’agricoltura.

Nel feudalesimo l’antagonismo tra città e campagna si acutizza e si assiste al processo di ruralizzazione delle città decadenti perché il motore dello sviluppo delle forze di produzione è la campagna con la corrispondente proprietà della terra. Sarà tuttavia proprio nella città che si instaurerà il germe del capitalismo con la sua tendenza all’universalizzazione dei rapporti sociali. I mercanti (all’inizio anche industriali) diventeranno l’anello di collegamento tra le isole produttive e con ciò comincerà a dominare la produzione staccata dalla sussistenza e nello stesso tempo la produzione staccata dal produttore, disinteressato al prodotto.

«Mentre l’antichità muoveva dalla città e dalla sua piccola cerchia, il Medioevo muoveva dalla campagna. La popolazione allora esistente, scarsa e dispersa su una vasta superficie, debolmente incrementata dai conquistatori, determinò questo spostamento del punto di partenza. Al contrario della Grecia e di Roma, lo sviluppo feudale comincia quindi su un terreno molto più esteso, preparato dalle conquiste romane e dalla diffusione dell’agricoltura che originariamente vi è connessa (...) Insieme col completo sviluppo del feudalesimo compare anche l’antagonismo con le città. L’organizzazione gerarchica del possesso fondiario e le relative compagnie armate davano alla nobiltà il potere sui servi della gleba. Questa organizzazione feudale era un’associazione opposta alle classi produttrici, precisamente come la proprietà nella comunità antica; solo che la forma dell’associazione e il rapporto con i produttori diretti erano diversi, perché esistevano condizioni di produzione diverse.

«A questa organizzazione feudale del possesso fondiario corrispondeva nelle città la proprietà corporativa, l’organizzazione feudale dell’artigianato. Qui la proprietà consisteva principalmente nel lavoro di ciascun singolo. La necessità di associarsi contro la rapace nobiltà associata, il bisogno di mercati coperti comuni in un tempo in cui l’industriale era insieme mercante, la crescente concorrenza dei servi della gleba fuggitivi che affluivano nelle città fiorenti, l’organizzazione feudale dell’intero paese, portarono alle corporazioni; i piccoli capitali risparmiati a poco a poco da singoli artigiani e il loro numero stabile in seno a una popolazione crescente fecero sviluppare il rapporto di garzone e di apprendista, che dette origine a una gerarchia simile a quella esistente nelle campagne.

«Nell’età feudale dunque la proprietà principale consisteva da una parte nella proprietà fondiaria col lavoro servile che vi era legato, dall’altra nel lavoro personale con un piccolo capitale che si assoggettava il lavoro dei garzoni. L’organizzazione dell’una e dell’altro era condizionata dalle ristrette condizioni della produzione: la limitata e rozza cultura della terra e l’industria di tipo artigianale» (Marx-Engels, “L’Ideologia Tedesca”).


4.3 Capitale commerciale e usuraio

Appena l’industria si separa dall’agricoltura è nella natura delle cose che i suoi prodotti divengano merci la cui vendita richiede la mediazione del commercio. Il corpo dei mercanti feudali non ha niente a che vedere coi popoli mercanti della forma secondaria: il primo corrisponde ad un determinato grado di sviluppo delle forze produttive all’epoca della crescente dissoluzione della proprietà fondiaria feudale, di cui è un agente.

«Come lo scambio si scinde in due atti reciprocamente indipendenti, così lo stesso movimento complessivo dello scambio si separa dai soggetti dello scambio, ossia dai produttori di merci. Lo scambio per lo scambio si separa dallo scambio per le merci. Tra i consumatori si inserisce un ceto mercantile, un ceto che non fa che comprare per vendere e vendere per ricomprare, e che in tale operazione non mira al possesso delle merci come prodotti, ma semplicemente ad ottenere valori di scambio in quanto tali, ossia denaro» (Marx, “Grundrisse”).

Assistiamo, in sintesi, allo sviluppo del capitale commerciale. Nonostante la produzione dell’artigiano dipenda dal commercio per il suo rinnovamento, questo genere di produzione ha per scopo fondamentale la sussistenza dell’artigiano in quanto tale, ovvero il valore d’uso e non il valore di scambio in quanto valore di scambio. Nonostante questi limiti l’artigianato si è dovuto difendere dal potere dissolutore del denaro; nel sistema delle corporazioni, infatti, il denaro non può comprare mezzi di produzione per mettere al lavoro operai salariati, lo può solo il denaro della corporazione, pertanto è prescritta la quantità di mezzi di produzione che l’artigiano può utilizzare.

La crescente divisione del lavoro causò «la separazione di produzione e relazioni commerciali, la formazione di una classe speciale di commercianti, separazione che nelle città storicamente affermate era già presente (fra l’altro con gli ebrei) e che in quelle di nuova formazione apparve ben presto. Con ciò era data la possibilità di comunicazioni commerciali che oltrepassavano la cerchia più immediata, possibilità la cui realizzazione dipendeva dai mezzi di comunicazione esistenti, dallo stato della sicurezza pubblica nelle campagne, dipendente dalle condizioni politiche (è noto che durante tutto il Medioevo i mercanti viaggiavano in carovane armate), e dai bisogni più o meno rozzi o evoluti, condizionati caso per caso dal grado di civiltà, del territorio accessibile agli scambi.

«Con i traffici riservati ad una classe particolare, con l’estensione del commercio, grazie ai mercanti, al di là dei dintorni immediati della città, appare immediatamente un’influenza reciproca fra produzione e scambio. Le città entrano in collegamento reciproco, nuovi strumenti vengono portati da una città nell’altra, e la divisione fra produzione e scambio provoca presto una nuova divisione della produzione fra le singole città, ciascuna delle quali ben presto sfrutta un ramo d’industria predominante. La limitazione iniziale alla località comincia a poco a poco ad essere eliminata» (Marx-Engels, “L’Ideologia Tedesca”).

Questo agente del valore di scambio, il mercante, divenne la forza corrosiva del medioevo e ben presto diverrà la figura centrale fra gli ordini feudali in quanto ne è l’intermediario. Sull’ordine dei mercanti si dovrà quindi appoggiare la monarchia assoluta – potenza centralizzatrice e forza decisiva nello sviluppo della società – che abbisognava di denaro per controllare l’amministrazione statale. La monarchia assoluta installò le prime manifatture – a dimostrazione del ruolo dello Stato fin dagli albori del capitalismo – ed il denaro presiedette al loro sviluppo, con i mercanti aventi il compito di procurare lo smercio dei manufatti. La varietà di merci uscenti dalle manifatture rese la circolazione monetaria sempre più importante.

Presto la nobiltà s’indebitò per procurarsi le più svariate ricchezze; i servizi in natura (corvées) vennero progressivamente sostituiti da pagamenti in denaro, primo passo per l’abolizione della servitù della gleba. Con l’indebitamento della nobiltà decaduta, costretta ad offrire ai coloni un prezzo in denaro come riscatto dai gravami feudali (al posto dei vecchi servizi, corvées), sorse anche una solidarietà materiale tra il terzo ed il quarto stato per estendere il sistema mercantile alla piccola proprietà delle parcelle nelle campagne (essendo quello nato in città). Una volta che il contadino avrà comprata la terra, tuttavia e conseguentemente, questa diventerà una merce oggetto di compravendita, ed il denaro – divenuto capitale – potrà espropriare i contadini stessi.

Questo “demone giallo” ancora non si presenta né si può presentare nella forma di capitale produttivo, ma assume appunto la forma del capitale mercantile o quella di capitale produttivo d’interessi, capitale usuraio.

«Le forme caratteristiche in cui si presenta il capitale usurario ai primordi del modo di produzione capitalistico, sono però due. Dico forme caratteristiche, perché le stesse forme si ripetono sulla base della produzione capitalistica, ma come forme puramente subalterne: non sono più, qui, le forme che determinano il carattere del capitale produttivo d’interesse. Queste due forme sono, primo, l’usura mediante prestito di denaro a nobili, e soprattutto proprietari fondiari, dissipatori; secondo, l’usura mediante prestito di denaro ai piccoli produttori in possesso delle loro condizioni di lavoro, categoria che comprende l’artigiano ma soprattutto il contadino, perché in generale, nelle condizioni precapitalistiche, nella misura in cui permettono l’esistenza di piccoli produttori individuali indipendenti, la classe contadina non può non costituirne la grande maggioranza. Sia la rovina dei ricchi proprietari fondiari ad opera dell’usura, sia il dissanguamento dei piccoli produttori, portano alla formazione e concentrazione di grandi capitali in denaro» (Marx, “Il Capitale”, Libro III, Cap. 36).


4.4 Servi della gleba e artigiani

La differenza tra la forma terziaria e quella secondaria si coglie meglio nella produzione artigiana, dove la proprietà individuale passa dal fondo agricolo al mezzo di lavoro. Tale processo si compie di pari passo con una maggiore divisione del lavoro, cioè con una maggiore divisione della società in classi ed un corrispondente sviluppo delle forze produttive.

«Nel lavoro corporativo, artigianale, ove il capitale ha ancora una forma limitata, ancora incorporato in una determinata materia, e quindi non è ancora capitale in quanto tale, anche il lavoro si presenta ancora incorporato nella sua particolare definizione: non si presenta dunque nella totalità e nell’astrazione, come il lavoro che si contrappone al capitale (...) D’altra parte l’operaio stesso è assolutamente indifferente alla specificità del suo lavoro; questo non gli interessa come tale, ma solo nella misura in cui è lavoro in generale e come tale è un valore d’uso per il capitale. Il carattere economico dell’operaio quindi è dato dal fatto che egli è portatore del lavoro in quanto tale – ossia del lavoro come valore d’uso per il capitale – egli è operaio in opposizione al capitalista. Questo invece non è il carattere dell’artigiano, del “socio” della corporazione ecc, il cui carattere economico è dato proprio dalla determinatezza del suo lavoro e dal rapporto che lo lega ad un determinato maestro ecc.» (Marx, “Grundrisse”).

Poiché nell’artigianato, diversamente da quanto avveniva in agricoltura, non esistevano ancora i mezzi di produzione idonei a dominare il lavoro, i legami di dipendenza personale affasciarono mutualmente i lavoratori appartenenti ad uno stesso mestiere, in una forza comune capace di tener testa alla pressione della proprietà fondiaria, che tendeva a legare ogni lavoro produttivo alla terra.

«Nelle città del Medioevo che non provenivano così com’erano dalla storia precedente, ma che furono formate ex novo dai servi divenuti liberi, il particolare lavoro di ciascuno era la sua unica proprietà, al di fuori del piccolo capitale che portava con sé, consistente quasi solo nello strumento di lavoro più essenziale. La concorrenza dei servi fuggitivi che affluivano incessantemente nella città, la guerra incessante della campagna contro la città e, di conseguenza, la necessità di una forza militare cittadina organizzata, il legame della proprietà comune in un lavoro determinato, la necessità di edifici in comune per la vendita delle merci in un’epoca in cui gli artigiani erano contemporaneamente commerçants e la conseguente esclusione degli estranei da questi edifici, la necessità di una protezione del lavoro appreso con fatica e l’organizzazione feudale dell’intero paese furono la causa dell’unione in corporazioni dei lavoratori di ciascun mestiere» (Marx-Engels, “L’Ideologia Tedesca”).

Arrivati in città i servi non poterono che organizzarsi in corporazioni, che all’inizio erano aperte a tutti e non erano più legate ad una parcella di terra: la proprietà artigianale riguarda non la terra ma il mezzo di lavoro. Appena artigiani e mercanti ebbero riscattato l’affrancamento nei confronti della proprietà fondiaria, la piccola produzione mercantile si sviluppò nelle città e i rapporti feudali vi assunsero una forma specifica. Gli artigiani si sottrassero gradualmente allo sfruttamento dei signori feudali, al sistema delle corvées ed alle altre prestazioni, che finirono per gravare sui servi della gleba.

«La fuga dei servi nelle città continuò ininterrotta durante tutto il Medioevo. Questi servi, perseguitati nelle campagne dai loro signori, arrivavano isolatamente nelle città, dove trovavano una comunità organizzata contro la quale erano impotenti e nella quale dovevano assoggettarsi alla posizione che ad essi assegnava il bisogno del loro lavoro e l’interesse dei loro concorrenti cittadini organizzati. Questi lavoratori che arrivavano isolatamente non potevano mai costituire una forza, perché se il loro lavoro era regolato da una corporazione e doveva essere appreso, i maestri della corporazione se li sottomettevano e li organizzavano secondo il loro interesse; ovvero, se il loro lavoro non doveva essere appreso e quindi non era regolato da una corporazione ma era lavoro a giornata, essi non arrivavano mai a costituire un’organizzazione e restavano plebe disorganizzata. La necessità del lavoro salariato nelle città creò la plebe.

«Queste città erano delle vere “associazioni”, provocate dal bisogno immediato, dalla preoccupazione di proteggere la proprietà e di moltiplicare i mezzi di produzione e i mezzi di difesa dei singoli membri. La plebe di queste città, per essere composta di individui tra loro estranei, giunti isolatamente, disorganizzati e contrapposti a una forza organizzata, equipaggiata militarmente, che li sorvegliava gelosamente, era priva di ogni potere. In ciascun mestiere i garzoni e gli apprendisti erano organizzati nel modo che meglio rispondeva all’interesse dei maestri; il rapporto patriarcale in cui essi si trovavano con i maestri dava a questi un doppio potere: da una parte nella loro influenza diretta sull’intera vita dei garzoni; d’altra parte perché per i garzoni che lavoravano presso lo stesso maestro questi rapporti rappresentavano un vero legame, che li teneva uniti di contro ai garzoni degli altri maestri e li separava da essi; infine i garzoni erano legati all’ordinamento esistente se non altro per l’interesse che avevano a diventare essi stessi maestri. Quindi, mentre la plebe arrivava almeno a compiere delle sommosse contro l’intero ordine cittadino, che però restavano affatto inefficaci a causa della sua impotenza, i garzoni giungevano soltanto a piccole ribellioni all’interno delle singole corporazioni, com’è nella natura stessa del regime corporativo. Le grandi sollevazioni del Medioevo partirono tutte dalla campagna, ma restarono ugualmente senza alcun effetto per la dispersione e per la conseguente rozzezza dei contadini» (Marx-Engels, “L’Ideologia Tedesca”).


4.5 Dissoluzione della forma terziaria

Il potere corrosivo del denaro e più in generale l’incessante sviluppo delle forze produttive minarono questo sistema di ordini chiusi in se stessi; il vecchio guscio andava rotto ed andò in frantumi.

«Le leggi delle corporazioni medievali impedivano sistematicamente al singolo artigiano di trasformarsi in capitalista, limitando al minimo il numero dei garzoni che aveva il diritto di occupare e consentendogli di impiegarli anche solo ed esclusivamente nell’arte in cui egli stesso era maestro. La corporazione respingeva gelosamente qualunque usurpazione del capitale mercantile, l’unica forma libera di capitale che le si ergesse di fronte. Il mercante poteva comprare tutte le merci, solo non il lavoro come merce. Non era tollerato che come agente del collocamento sul mercato (Verleger) dei prodotti artigiani. Se circostanze esterne provocavano una divisione crescente del lavoro, le corporazioni esistenti si frazionavano in sottospecie oppure nuove corporazioni si affiancavano alle antiche, senza tuttavia che diversi mestieri si raggruppassero nella stessa officina. Perciò l’organizzazione corporativa, per quanto la separazione, l’isolamento e l’ulteriore sviluppo dei mestieri, che ne sono propri e caratteristici, appartengano alle condizioni materiali di esistenza del periodo della manifattura, esclude la divisione manifatturiera del lavoro. In complesso, il lavoratore e i suoi mezzi di produzione rimangono vicendevolmente legati come la chiocciola al suo guscio; manca quindi la prima base della manifattura, cioè l’autonomizzarsi dei mezzi di produzione, come capitale, di contro all’operaio» (Marx, “Il Capitale”, Libro I, Cap. 12).

Per il lavoratore-produttore il processo d’accumulazione significa pauperizzazione: il piccolo proprietario della società feudale, perdendo la propria parcella o il proprio strumento di lavoro non disporrà più di alcun mezzo di sussistenza. La legge dell’accumulazione afferma che la produzione capitalistica aumenta nella forma di una massa sempre crescente di merci e questa corsa stessa si accompagna ad una concentrazione-centralizzazione di quella ricchezza in un numero decrescente di mani. Il processo dell’accumulazione primitiva separa elementi in passato uniti, il cui risultato non è la scomparsa degli elementi ma la comparsa di ciascuno in una relazione negativa con l’altro: lavoro contro capitale. La separazione delle condizioni oggettive dalla classe dei lavoratori divenuti liberi ha per conseguenza che queste condizioni si rendano autonome al polo opposto.

L’accumulazione originaria è il passaggio del denaro dal processo di circolazione al processo di produzione. L’accumulazione presupposta alla nascita del capitalismo è quella di patrimonio monetario, ammasso che deriva principalmente dall’usura e dai profitti commerciali. Se questo denaro (che per ora deriva dalla circolazione e ad essa ritorna, ed è quindi “improduttivo”) può trasformarsi in capitale vero e proprio (industriale) è solo perché questa ricchezza sotto forma monetaria può scambiarsi con le condizioni oggettive del lavoro, e questo può accadere solo in quanto queste sono state staccate dal lavoro nel processo storico di espropriazione dei produttori.

È una storia vergata dal sangue dei produttori e da una legislazione altrettanto sanguinaria, come descrive Marx nel “Capitale”, Libro I, Cap. 24.


4.6 Soprastrutture ideologiche feudali

A partire dalla fine dell’età ellenistica e agli inizi dell’era volgare si determina un’atmosfera diversa rispetto all’età classica, quando un senso di insicurezza economica, politica e sociale si diffondeva in tutte le regioni dell’Impero romano a partire almeno dal II sec. d.C. Si sviluppa la nuova religione del cristianesimo, che – sia pure con finalità religiose e non filosofiche – entra a far parte della cultura ellenistico-romana, misurandosi con l’enorme bagaglio culturale di quella tradizione e venendo a definire meglio i confini e i significati della nuova dottrina rispetto alle culture contemporanee e alle altre religioni, in primo luogo l’ebraica.

All’inizio furono due le correnti interne al cristianesimo che si affermarono: una “conciliante”, che vi vedeva l’espressione ultima e perfetta di dottrine che anche i politeisti avevano conosciuto, quindi come la “vera filosofia”; l’altra, “intransigente”, rifiutava la tradizione della cultura politeista in blocco, opposta alla nuova parola. A mano a mano il cristianesimo si consolida, si diffonde e si trasforma da religione dei ceti oppressi socialmente o etnicamente in religione che conquista anche le classi superiori della società.

Questo processo di diffusione, a partire dal II-IV sec., era dovuto all’appropriarsi il cristianesimo di istanze provenienti anche da dottrine filosofiche comuni, rendendosi accetto anche ad un pubblico colto. Per altro l’ansia e il bisogno di certezze, in un periodo travagliato, trovavano soddisfazione in una religione che non si fondava soltanto su culti esotici e misterici ma anche su modelli di vita comunitaria e su precetti morali facilmente comprensibili.

Parallelamente il cristianesimo si dava una salda organizzazione, che se da un lato consentiva ai suoi adepti di trovare aiuto e solidarietà nell’ambito dei nuclei di fratelli di fede, dall’altro consentiva ai vescovi di esercitare un controllo sulla vita e sul culto delle comunità. Le tappe fondamentali di questo processo di affermazione e di secolarizzazione del cristianesimo nel sec. IV sono l’editto di Milano del 313 emanato da Costantino, che sancisce la libertà di culto per i cristiani, e l’editto di Tessalonica del 380 emanato da Teodosio, che proclama il cristianesimo religione dell’Impero. La chiesa si rafforzava sempre più, precisando attraverso una serie di concilii il corpo delle sue dottrine e quindi definendo quello che da allora in poi fu dichiarato ortodosso o eretico.

In questi primi secoli di vita della nuova religione si andò costituendo gradualmente una “filosofia cristiana”, che acquisiva caratteri sempre più definiti, specie in contrapposizione alle molte eresie volta a volta condannate; eresie che a loro volta esprimevano esigenze sociali e politiche che erano sempre più mortificate nel processo di mondanizzazione del cristianesimo.

Nella costruzione di una “filosofia della storia” è decisamente importante l’opera di Agostino di Tagaste (IV-V sec.). La sua opera “Sulla città di Dio”, prese le mosse da un evento storico che sconvolse il mondo romano, il sacco di Roma ad opera dei Goti di Alarico nel 410, e dall’esigenza di rispondere ai timori dei politeisti che attribuivano l’evento all’abbandono del culto degli antichi dei. Agostino delinea una filosofia della storia cristiana che consiste nella netta separazione della vita della chiesa da quella dell’impero: la “città celeste” dalla “città terrena”. Viene ripercorsa tutta la storia della città di Roma, con le sue ingiustizie e atrocità, culminante nell’Impero, incarnazione compiuta della città terrena, opera malvagia dovuta alla brama di dominio e al distacco dell’uomo da Dio; ad essa si contrappone la città divina incarnata nella chiesa e nelle sue strutture, che è l’espressione della volontà di Dio. La “confusione” delle due città durerà fin quando, alla fine del mondo, gli eletti saranno definitivamente separati dai malvagi e la città di Dio segnerà il suo eterno trionfo. In questa visione, che pone le basi teoriche di un atteggiamento che sarà sempre presente, anche se non l’unico, nel cristianesimo, la storia non è che la prosecuzione dell’atto della creazione, opera provvidenziale e caritatevole della volontà di Dio. L’impegno nella storia e la riflessione sulla storia sono dunque inutili se non dannosi, perché gli eventi sono il frutto non di fattori umani ma di un disegno divino che non si può comprendere e contro il quale non si può intervenire.

Dalla grave crisi economica e culturale dei secoli VI-VIII ci si risollevò in parte nel IX, grazie anche all’assetto politico dato alla società dal Sacro Romano Impero di Carlo Magno, nel quale si posero le basi e si andò consolidando l’ordine feudale. L’organizzazione della cultura trovò una sistemazione nelle scuole palatine (scuole di palazzo, nelle città sedi delle residenze dell’imperatore), nei monasteri, con la scolastica, nome col quale viene ormai indicata la filosofia del medioevo fino al secolo XIV. La “filosofia” scolastica si proponeva di elaborare quadri sistematici del sapere nei quali fossero chiariti e distinti i limiti e le caratteristiche della fede e della ragione, nella convinzione del fondamentale accordo tra i due ambiti. È nella costruzione di questi schemi che ha un ruolo sempre maggiore l’aristotelismo: Aristotele diventa un’autorità accanto alle sacre scritture, e la sua filosofia diviene modello di una sistematica, di un complesso di dottrine rigidamente organizzato, al cui interno si trovano le risposte ad ogni problema. Con l’aristotelismo cristiano ormai si afferma una dottrina filosofico-religiosa che corrisponde perfettamente alle esigenze delle nuove classi dominanti feudali, alle quali la chiesa ora dà il suo pieno appoggio e fornisce la giustificazione ideologica del loro potere di classe.

Col secolo XII, parallelamente al risveglio economico e politico, con il rinascere delle città ed i primi germi di un’attività mercantile (i comuni e le repubbliche marinare), si ha anche un risveglio culturale che ha i suoi segni più evidenti nella fondazione delle università, verso la fine del secolo, e nei contatti con la cultura filosofica e scientifica araba. Figura interessante dell’ansia di rinnovamento culturale e dell’insofferenza per l’accettazione passiva delle auctoritates fu Abelardo (XI-XII sec.), che, se non fu certamente l’eroe del libero pensiero quale lo si volle a partire dall’Ottocento, sostenne che la vera opposizione non è tra fede e ragione, ma tra ragione e autorità: l’autorità serve a coloro che non sono in grado di comprendere con la ragione. Finì per fare dei dogmi teologici oggetto di riflessione filosofica, compreso quello della trinità, tesi che furono condannate da un concilio.

Nel corso del secolo XIII l’aristotelismo – dapprima osteggiato dalla chiesa, che guardava con sospetto al rigoroso impianto razionalistico della filosofia di Aristotele e quindi alla sua incompatibilità con alcuni dei dogmi fondamentali della chiesa, come per esempio quello della creazione – conosce una sua costante affermazione che culminerà nella dottrina di Tommaso d’Aquino.

Gli sviluppi della filosofia scolastica e della cultura nei secoli XIII e XIV corrono paralleli ad una evoluzione della società europea che viene comunemente definita l’”autunno del Medioevo”, in cui l’ordinamento sociale e politico feudale entra in crisi e da esso sorge la società moderna e borghese del Quattrocento. Le lotte tra Comuni, Impero e Papato – ormai uno Stato accanto agli altri – con il conseguente affermarsi delle grandi monarchie europee in Francia, Spagna, Inghilterra, costituiscono i grandi avvenimenti politici di questo periodo. I quali sono il segno di un trasformarsi del mondo economico-sociale che vede il progressivo affermarsi, sull’economia agricola e chiusa del feudalesimo, di un’economia a carattere commerciale e industriale (prevalentemente tessile e metallurgica) che si fonda sulle nuove classi borghesi.

Naturalmente questo prevalere del commerciante e del banchiere sulla figura del signore feudale fu un processo che durò secoli, ma è appunto in questo periodo che se ne posero i germi, pur entro gli schemi e la sovrastruttura della società feudale, che sarà abbattuta solo a partire dalle grandi rivoluzioni borghesi dell’Inghilterra (sec. XVII) e della Francia (sec. XVIII).

Per questo si nota che gli schemi culturali dei secoli XIII e XIV sembrano gli stessi di quelli dei secoli precedenti, cioè una impostazione ancora generalmente “religiosa” e un prevalere di temi e problemi ancora legati ai dibattiti tipici del Medioevo; eppure al loro interno sta nascendo una cultura nuova, con due caratteri opposti: una grande difesa dell’ortodossia cattolica (Tommaso d’Aquino), e allo stesso tempo una messa in crisi della scolastica che si apre a nuove esperienze e prospettive (Guglielmo d’Ockam).

Queste due correnti sono legate al sorgere e affermarsi di due nuovi Ordini religiosi, i domenicani e i francescani. Il primo fu fondato da Domenico di Guzman (1170-1221) con il preciso scopo di combattere le eresie che minacciavano l’unità della chiesa. L’Ordine era posto alle dirette dipendenze del papa, sganciato dalla gerarchia secolare della chiesa: il suo scopo era legato esclusivamente alla propaganda e alla difesa della fede. I domenicani portarono a termine il processo di elaborazione dell’aristotelismo e ne fecero il pilastro “filosofico” della fede cristiana: ottennero che alle dottrine di Tommaso, condannate due volte dalla chiesa nel 1270 e nel 1277, appena cinquant’anni dopo la morte di Tommaso, nel 1325 fosse revocata la condanna. In seguito ottennero la canonizzazione di Tommaso e la proclamazione nel Concilio di Trento, 1565, del tomismo come dottrina ufficiale della chiesa. Dal suo seno provennero poi i maggiori rappresentati dell’inquisizione, fondata appunto nello stesso Concilio.

L’Ordine francescano fu fondato da Francesco d’Assisi (1181-1226), ed ebbe all’origine forme diverse: non “predicare” ma “vivere” la dottrina di Cristo, rifiutando ogni bene terreno e predicando la povertà. All’inizio fu guardato con diffidenza dalle gerarchie ecclesiastiche, che vedevano nella predicazione della povertà un’esplicita critica alla chiesa sempre più mondana e potente nel dominio terreno, poi, nel 1223, la sua Regola fu approvata. Ben presto però al suo interno scoppiarono aspri conflitti tra gli “spirituali”, che rifiutavano ogni proprietà di beni, ed i “conventuali”, favorevoli alla proprietà. La chiesa naturalmente combatté aspramente i primi a favore dei secondi, determinandone la prevalenza.

Il francescanesimo entrò allora a far parte nel mondo culturale del tempo, ma con una sua caratteristica culturale: il rifiuto dell’aristotelismo, anche nella sua veste tomistica, considerato assolutamente incompatibile con la fede religiosa, e l’accettazione dell’agostinismo e del platonismo opportunamente modificati; questo determinò aspri scontri tra domenicani e francescani.

Il francescanesimo si fece portatore di posizioni innovatrici nel campo della filosofia politica, con la critica al potere temporale dei papi e la teorizzazione di uno Stato a caratteri moderni. Al contrario, l’aristotelismo domenicano, riprendendo in questo l’agostinismo, con la sua netta separazione tra bene terreno e bene spirituale, ed affermando la completa supremazia del potere spirituale (il papato) su quello temporale, giungeva alla conclusione che per salvare l’anima degli eretici bisognava bruciare i loro corpi.

Nell’ambito del movimento francescano sorsero figure innovatrici nel campo della filosofia, come Giovanni Duns Scoto (1266-1308), maestro ad Oxford e a Parigi, che sostenne la netta distinzione tra la filosofia, che ha carattere esclusivamente teoretico e conoscitivo, e la teologia, che ha scopi eminentemente pratici. Questo lo portava a scardinare le più importanti tesi e proposizioni che la scolastica aveva ritenuto razionali, e quindi dimostrabili, e che sono poste invece da Duns Scoto completamente al di fuori del dominio della ragione. Non si può dimostrare che Dio “è vivo”, “che è sapiente o intelligente”, “che è dotato di volontà”...» (Theoremata XIV). Queste tesi possono essere credute solo per fede, e possono guidarci nelle azioni, ma non possono essere dimostrate con la ragione. Le stesse “prove” dell’esistenza di Dio fornite da Tommaso d’Aquino non hanno valore, e la filosofia, sganciata dalla teologia, è l’unica a possedere un carattere dimostrativo.

La crisi definitiva degli schemi mentali e delle dottrine della scolastica medioevale si ebbe con Guglielmo d’Ockam (1290-1350), un francescano formatosi nell’ambiente culturale di Oxford. Subì una prima condanna per eresia intorno ai 30 anni; recatosi ad Avignone per discolparsi, vi giunse nel momento della massima lotta tra il papa Giovanni XXII e il generale dei francescani Michele da Cesena. La disputa verteva sul concetto dell’assoluta povertà di Cristo e degli apostoli, ed andava ben al di là dell’aspetto religioso, coinvolgendo la condanna della gerarchia ecclesiastica ormai completamente mondanizzata e lo stesso potere temporale del papa. Guglielmo si legò alla causa dei francescani ribelli e quando il contrasto divenne insolubile (Michele dichiarò il papa apostata e nemico di Cristo, il papa dichiarò eretico Michele e lo scomunicò) dovette fuggire da Avignone e si rifugiò alla corte dell’imperatore Ludovico il Bavaro.

I caratteri fondamentali del pensiero di Guglielmo furono un deciso empirismo (“nominalismo”) in filosofia e in scienza, e una decisa rivendicazione dell’eterogeneità di ragione e fede. Il principio metodologico su cui si basava la sua filosofia era che gli enti “non sunt multiplicanda praeter necessitatem”, da non accrescere senza necessità: questo principio, che fu chiamato “il rasoio di Ockam” eliminava buona parte delle dottrine e delle discussioni logico-metafisiche proprie della scolastica del tempo, in quanto “non necessarie”, principio metodologico che sarà poi alla base della concezione “economica” della scienza che si svilupperà a partire dal secolo XX. L’empirismo filosofico porterà poi Ockam ad esprimere forti dubbi sull’anima intellettiva, che può essere ammessa soltanto per fede, mentre sulla base dell’esperienza e della ragione dobbiamo pensare l’anima come “una funzione corporea” e quindi corruttibile.

L’empirismo e il nominalismo portarono Ockam a conclusioni rivoluzionarie non solo nel campo della teologia (non c’è nessuna logica né alcun sapere razionale che possa dare all’uomo la possibilità di conoscere Dio, né di lui possiamo avere alcuna esperienza diretta: l’unica maniera che abbiamo di volgerci a lui è la fede e la volontà di amare; tra fede e ragione quindi non c’è alcun rapporto, sono completamente eterogenee), ma anche in quello della fisica (al contrario di quanto affermava la scolastica, non c’è nessuna struttura gerarchica nell’universo; dopo duemila anni Ockam riproponeva arditamente le geniali intuizioni dei presocratici di un’infinità di mondi nell’universo infinito, e i suoi discepoli portarono avanti ricerche importantissime di impronta democritea e materialistica) e della politica (svalutazione totale della gerarchia della chiesa: la comunità dei fedeli è superiore al papa e la chiesa si riduce alla totalità dei suoi fedeli, per cui il potere temporale dei papi è illecito e li porta a compiere una serie infinita di ingiustizie e di crimini: «Ma se il papa possedesse, per precetto di Cristo, un’assoluta pienezza di potere tale da avere addirittura il potere di disporre di tutte le cose temporali e spirituali, dovremmo dire che la legge cristiana implica una orrenda schiavitù, molto peggiore di quella dell’antica legge», “Breviloquium” II).

Con Ockam e i suoi discepoli erano quindi posti tutti gli elementi caratterizzanti della nuova società e della nuova cultura che si affermeranno a partire dal Rinascimento.

(continua al prossimo numero)

 

 

 

 

 


Dall’Archivio della Sinistra

Alle elezioni del maggio 1921 abbiamo già accennato nel n. 83 di questa rivista. Se adesso riprendiamo l’argomento è per evidenziare la sostanziale differenza di valutazione sull’esito delle urne data da socialisti e comunisti.

L’ ”Avanti!” del 17 maggio 1921 scriveva: «Ancora una vota il socialismo ha vinto! Magnifiche affermazioni socialiste in tutta Italia», ed ancora «Nessuna propaganda nostra avrebbe potuto giovare alla causa socialista più delle bestiali provocazioni fasciste. Le masse delle città e delle campagne sentirono profondamente l’ingiuria e il danno; dalle fiamme delle loro sedi incendiate appresero più che da mille discorsi di propaganda quali siano i sentimenti e i propositi della borghesia a loro riguardo; contando i suoi morti, imparò quale sorte la classe dominante appresti a chi osa levarsi contro i privilegi e lottare per la propria liberazione [...] La prova delle urne invece ha dimostrato che la violenza fascista ha aumentato l’affetto e la devozione del proletariato per il suo partito e gli ha infuso nuove forze per difenderlo. Ne siano rese grazie al fascismo». Il giorno successivo, sempre sul quotidiano socialista, si leggeva: «I proletari d’Italia hanno seppellito con una valanga di schede rosse la reazione fascista»; «Quale risposta hanno dato le urne? Una sola: Socialismo!», «Mai come in questo Maggio le urne elettorali sono state dei “Forti”!»

Mentre Stato e fascismo mettevano in campo tutta la loro violenza per stroncare materialmente e moralmente le organizzazioni e lo spirito classista del proletariato, affermazioni di questo tipo non possono che essere considerate, nel migliore dei casi, come disfattiste.

Di tutt’altro tenore era, giustamente, l’atteggiamento del partito comunista che il giorno stesso delle elezioni si era così rivolto al proletariato: «Votando per il Partito Comunista il proletariato afferma che la sua finale vittoria di classe non si otterrà con la scheda, ma nelle grandi giornate dell’insurrezione. Vi chiediamo di deporre nell’urna la scheda comunista per riaffermare che in Italia un numero immenso di sfruttati, di ribelli, è solidale col pensiero e con l’opera della rivoluzione comunista mondiale la cui bandiera è piantata vittoriosa a Mosca, le cui falangi combattono in tutti i paesi del mondo contro lo stesso nemico: il capitalismo [...] Nello stesso tempo affermiamo che né la scheda, né l’azione in Parlamento potranno mai darvi, nonché le conquiste della vostra emancipazione economica, politica morale dal giogo borghese, neppure la vittoria contro la offensiva reazionaria che oggi la classe dominante ha contro di voi scatenata, o l’attenuazione della bufera della violenza che si abbatte sulle vostre istituzioni di classe [...] Operai e contadini d’Italia! Dimostrate il 15 maggio come siano ancora in piedi, come ogni giorno s’accrescano di numero e di fede gli effettivi dell’esercito della rivoluzione. Accorrete alle urne e sia il vostro grido: Abbasso il parlamentarismo borghese! Abbasso la prepotenza della reazione! Viva la dittatura del proletariato e la repubblica italiana dei consigli!» (“Il Comunista”, 15 maggio 1921).

Ad ottenere il maggior numero di voti fu, ancora una volta, il PSI: oltre il milione e seicentomila, ottenendo 123 deputati. Il PCd’I superò di poco i 300.000 e 15 deputati. Un risultato risibile, dal punto di vista elettoralistico, rispetto alla “valanga socialista”.

Trecentomila”, questo è il titolo con cui “Il Comunista” del 2 giugno commentava i risultati elettorali: «Quei trecentomila e più lavoratori che il 15 maggio ebbero il coraggio di votare la lista comunista sono da considerarsi nostri [...] hanno una coscienza comunista che li fa degni soldati dell’esercito rivoluzionario della Internazionale [...] Chi ha votato per noi ha votato per la rivoluzione. Ebbene: a costoro noi dobbiamo rivolgere una parola fredda e serena. La rivoluzione non si prepara con articoli o con discorsi [...] La rivoluzione è un fatto gravissimo. È guerra. È guerra che si combatte con i fucili e con le mitragliatrici, con inquadramenti e formazioni militari, con disciplina cruda e rigida [...] Elettori comunisti gettando le nostre schede nelle urne voi avete voluto dire a noi il vostro intendimento; al suffragio non avete partecipato per mandare dieci o venti compagni al parlamento ma per offrire al Partito Comunista il vostro braccio [...] È dovere nostro che voi non siate abbandonati a voi stessi [...] I nostri organismi periferici non debbono lasciarsi sfuggire le trecentomila coscienze che hanno affermata una volontà quando più difficile era differenziarsi tra mille agguati ed inganni, nella ondata sentimentale della difesa proletaria [...] I trecentomila lavoratori che hanno espressa la loro fiducia al partito rivoluzionario della classe proletaria hanno il compito di propagandare i nostri principi fra i loro compagni e toglierli dalla illusione socialdemocratica che ne tradisce i loro destini e ne allontana la loro definitiva redenzione».

Era con questo spirito rivoluzionario che i giovani comunisti lanciavano l’appello per l’adesione alle squadre comuniste. Appello rivolto non solo a chi, coscientemente, si era schierato dalla parte del comunismo, ma anche a coloro che ingenuamente avevano votato per il partito socialista nella illusione che il numero di schede potesse fare argine alla violenza dell’avversario.

Il secondo documento che riportiamo è uno dei tanti esempi di propaganda rivoluzionaria rivolta ai proletari in divisa.

Il terzo documento ribadisce in maniera estremamente sintetica, ma chiara, i criteri e la disciplina ai quali “i comandanti e gli squadristi” del partito si sarebbero dovuti attenere.

I tre documenti che vengono riprodotti, volutamente, li abbiamo ripresi da organi di stampa locale, a dimostrazione di come tutta l’organizzazione del partito capillarmente venisse impegnata in tutti i settori della propaganda e dell’azione del partito.

 

 

 


(“La Comune”, Como, 17 giugno 1921)
Movimento giovanile
Giovani Proletari! Iscrivetevi alle squadre d’azione della Gioventù Comunista!

 
Giovani lavoratori,
     Mentre contro di voi sembra si affievolisca la reazione borghese, mentre voi vi illudete di aver respinto con la vittoria elettorale del 15 maggio gli attacchi dei mercenari capitalisti, la gioventù comunista sente il bisogno di dirvi una volta ancora la sua franca parola.
     Essa sente il bisogno di ricordarvi che tutte le vittorie ottenute dal proletariato sul terreno pacifico e legislativo sono state vittorie effimere, che il trionfo elettorale del 16 novembre 1919 ha segnato appunto non il preludio della presa di possesso del potere politico da parte del proletariato, ma la controffensiva della classe borghese su di un terreno ben più realistico ed efficace: il terreno della violenza di classe. La gioventù comunista vi ricorda dolorose esperienze che dovrebbero essere ancora vive nella vostra memoria, vi ricorda che qualche mese di violenza capitalista è stata sufficiente a strappare al proletariato quelle posizioni che in lunghi anni di lotta legalitaria esso si era illuso di aver conquistato. Oggi una nuova illusione potrebbe essere fatale alla classe lavoratrice.
     La classe operaia deve comprendere che, se la reazione fascista sembra oggi affievolirsi, ciò è appunto perché essa pensa di avere abbastanza fiaccato le organizzazioni proletarie, tanto da renderle impotenti a condurre la loro unica e vera lotta: la lotta rivoluzionaria; e non perché le bande armate della Guardia Bianca temano di non poter bastonare i 123 deputati della presente legislatura come hanno abbondantemente bastonato i 156 della legislazione passata.


Giovani lavoratori,
     Convincetevi che la “valanga” delle schede che tanto entusiasma il Partito “socialista” non è che una valanga di carta; che con essa non si seppellisce e non si annienta la forza organizzata ed armata della classe dominante – la quale potrà essere debellata soltanto dalla forza organizzata ed armata, ma infinitamente più numerosa e perciò più potente, del proletariato.


Giovani lavoratori,
     La Federazione giovanile comunista vi lancia questo appello a stringervi intorno alla sua bandiera: la bandiera della gioventù operaia di tutto il mondo, la bandiera dell’Internazionale Comunista.
     Essa vi chiama a raccolta per inquadrare e per organizzare l’avanguardia della riscossa rivoluzionaria del proletariato, che per prima sferrerà la sua controffensiva alla violenza fascista.
     A noi, giovani guardie del Comunismo e della Rivoluzione mondiale.

I Giovani Comunisti

Abbiamo raccolto l’invito dei compagni milanesi pubblicando questo appello che verrà diffuso in migliaia di volantini tra la gioventù lavoratrice. Il C.E.

 

 

 


(“Il Bolscevico”, Novara, 9 febbraio 1922)
Alle giovani reclute del 1902


Giovani lavoratori,
     Ancora una volta le Stato borghese strappa alla famiglia e al lavoro la gioventù d’Italia e la getta, strumento inconscio del suo potere, nelle tristi caserme; ancora una volta i giovani operai e contadini debbono svestire i loro abiti per indossare la casacca, abbandonare i loro strumenti di lavoro per impugnare l’arma che la borghesia pone nelle loro mani a difesa del suo privilegio di classe.


Giovani proletari!
     Già con gli ultimi canti tradizionali delle reclute, che vi si spengono nella gola, compare in lontananza un fantasma, fantasma tante volte deprecato, bestemmiato e che purtroppo riappare, fatale minaccia e salutare avvertimento a voi: la guerra.
     L’Italia che non ha potuto e non potrà conquistare la pace vera che attraverso l’abbattimento dello Stato borghese, e lo spazzamento di tutta la gerarchia militarista, espone ancora una volta la vita dei figli sulle pianure desertiche della Libia, a sempre maggior gloria del suo nome e del lucro dei capitalisti.


Giovani operai e contadini!
     Voi che abbandonate ora le vostre case e lasciate la famiglia nella disoccupazione, nella miseria, tra la fame e il freddo, e non sapete in quali condizioni saranno domani le vostre sorelle e le vostre madri, e qual sorte le attende, voi dovete impedire che una tale situazione di miseria e di abbrutimento si prolunghi, dovete ribellarvi alla legge borghese che vi pone a difesa di una minoranza contro i vostri padri e i vostri fratelli!

La Federazione Giovanile Comunista

 

 

 


(“L’Adda”, Sondrio, 20 ottobre 1922)
Il Comando centrale delle squadre comuniste
richiama tutti i comandanti e gli squadristi alla stretta osservanza delle seguenti disposizioni:

1) La nuova situazione dei partiti politici proletari non modifica in nulla le norme che regolano l’organizzazione del nostro inquadramento per quanto riguarda i rapporti con gli iscritti ad altri partiti politici. Non è ammessa l’iscrizione alle squadre di elementi (adulti e giovani) iscritti ad altri partiti politici. Non sono considerate agli effetti di tale norma come partiti politici le organizzazioni sindacaliste ed anarchiche, ma sindacalisti ed anarchici possono essere accettati nelle squadre a condizione che si impegnino alla disciplina più stretta all’inquadramento, in ogni momento.

2) Sul terreno dell’azione è ammessa l’intesa con altri aggruppamenti proletari sovversivi seriamente organizzati, disciplinati e diretti, ma l’intesa deve intendersi come divisione tecnica, pratica di compiti e di attività, non mai confusione di militi e di comandi, e nemmeno scambio di cognizioni e di mezzi. I militi – compagni e simpatizzanti – nelle nostre squadre obbediscano soltanto ai nostri comandanti, ben lieti di cooperare nella lotta coi proletari sovversivi ancora soggetti ad altra disciplina.

3) La precedente disposizione vale anche nei confronti dei cosiddetti Comitati di difesa proletaria.

I militi e i comandanti delle nostre squadre non devono accogliere gli inviti a riunioni e congressi indetti da tali Comitati, né devono localmente incaricare propri delegati a far parte di Comitati del genere. Gli organi politici del Partito soltanto decidono in fatto di alleanze proletarie.

 

 

 


Fascismo e riscossa proletaria

L’articolo che di seguito ripubblichiamo si ricollega strettamente all’attività illegale del partito comunista della quale tratta un rapporto in questo stesso numero di rivista e al quale qui rimandiamo.

Il documento apparve su “Rassegna Comunista” del 31 luglio 1922. Solo tre mesi dopo la multicolore borghesia italiana consegnava, di diritto, il potere al fascismo; quel potere che di fatto gli era già stato attribuito da almeno un anno.

Quanto scritto rappresenta quindi un bilancio delle sconfitte subite dalla classe lavoratrice e, con molto realismo, evidenzia tutte le difficoltà per il proletariato di dotarsi di una struttura idonea a contrastare e contrattaccare il nemico di classe. Una struttura militare rivoluzionaria, non facile certo a realizzarsi data anche la estrema difficoltà di impiantare all’interno della classe proletaria stabili rapporti di disciplina di tipo militare, cosa che Stato e fascismo potevano facilmente ottenere.

Per contrastare gli scopi e la tattica della violenza reazionaria borghese, che si avvaleva di organismi legali ed illegali, con inquadramento, disciplina e strategia militare, al proletariato sarebbe necessitata una organizzazione di difesa altrettanto generale e centralizzata coinvolgente non solo le squadre del partito ma le grandi masse operaie e contadine.

Viene evidenziato nell’articolo come il partito comunista sia stato il solo ad avere lanciato la parola d’ordine della reazione violenta ed armata alla violenza avversaria, ma non ci si nasconde il fatto che le azioni di resistenza locale, per quanto eroiche e necessarie e anche se coronate di momentaneo successo, non possono che cedere di fronte alla preponderante superiorità di mezzi messi in campo dall’avversario. Le azioni locali e limitate avrebbero potuto essere un necessario tirocinio, ma lo scopo principale avrebbe dovuto essere solo quello di rispondere agli attacchi del nemico con gli stessi suoi mezzi, «ma anche con gli stessi metodi effettuando spedizioni, concentramenti, occupazioni, invasioni».

Non si manca neppure di rilevare che anche azioni a carattere generale sarebbero destinate al fallimento quando fossero mancati quei caratteri indispensabili a garantirne l’efficienza che sono l’ «unità di comando e sistematicità di svolgimento».

Il documento dalle difficoltà ad organizzare una solida ed efficiente organizzazione militare atta ad affrontare e battere il nemico non deriva la rinuncia alla lotta, bensì la volontà di valutare ogni tipo di problema per prepararla nel migliore dei modi, dato che la parola d’ordine del partito era: «Il combattimento o la morte!»

A differenza di noi i socialisti ne traevano la conclusione della resa incondizionata.

Potrebbe causare qualche perplessità l’affermazione: «per ciò che riguarda i rapporti con altre correnti rivoluzionarie del proletariato, si dovranno seguire i criteri del fronte unico, mediante la costituzione di organismi direttivi misti, specialmente là dove i comunisti sono in minoranza». Ma le perplessità vengono meno quando si consideri che si parla di “correnti rivoluzionarie” e “criteri del fronte unico” che, di fatto, escludevano qualsiasi connubio con organizzazioni anticomuniste del tipo PSI. Inoltre il PCd’I faceva esplicito divieto di addivenire localmente ad intese od accordi con altri raggruppamenti militari o politici, riservandosi, qualora certe condizioni lo avessero permesso, di valutare centralmente eventuali possibilità. Possibilità che mai si ebbero a verificare.

 

  


(“Rassegna Comunista”, 31 luglio 1922)

L’offensiva che la classe capitalista italiana conduce ormai da due anni contro il proletariato industriale ed agricolo si svolge seguendo un duplice metodo, assumendo due forme distinte: l’offensiva economica tendente ad abbassare il tenore di vita della classe operaia ed a scompaginare le sue organizzazioni; e la reazione fascista che, fiancheggiando l’azione sopraddetta, si propone di spezzare ogni velleità di riscossa proletaria e di costituire una più sicura e fidata difesa della proprietà privata di quanto non sia quella esercitata dall’apparato di forza legale dello Stato.

A questa duplice offensiva il proletariato non ha saputo opporre nessuna resistenza efficace, ed esso nel corso della lotta ha sgombrato una dopo l’altra le sue più forti posizioni, che un tempo sembravano addirittura inespugnabili.

La schiacciante superiorità della classe padronale in questa fase della lotta di classe del dopoguerra trova la sua spiegazione in un fatto ormai risaputo: che, mentre l’offensiva padronale si svolgeva e si svolge secondo un piano unico ed organico, la cui esecuzione, soprattutto per quanto riguarda la reazione armata, è affidata ad un organismo rigidamente centralizzato a tipo militare, la difensiva proletaria difettava sia d’un piano preparato, sia d’un organismo dirigente unitario.

L’aver riconosciuto che in questa deficienza sta la ragione principale della disfatta proletaria, l’averne diffuso la coscienza fra la classe operaia, e l’aver lanciato la parola d’ordine dell’azione generale ed organica e della direzione unitaria del movimento proletario, costituisce il grande merito del Partito comunista.

Grazie all’opera instancabile e tenace del nostro Partito si stanno creando le premesse indispensabili per un felice esito della controffensiva, che il proletariato italiano si accinge ad intraprendere: nell’Alleanza del lavoro esso si forgia il suo organo direttivo unitario, e nel programma d’azione del Partito comunista trova indicate le vie ed i mezzi, che lo condurranno alla vittoria.

Nel campo sindacale e politico adunque la tattica disastrosa del caso per caso sta per cedere il posto all’azione generale, mentre lo sgretolamento organizzativo e la disorganicità direttiva stanno per essere sostituite dall’affasciamento di tutte le forze proletarie sotto un’unica direzione.

* * *

Abbiamo detto: nel campo sindacale e politico, poiché l’inizio di quest’opera di unificazione, di coordinamento e di centralizzazione delle forze proletarie urge anche in un terzo campo della difesa proletaria: quello dell’inquadramento a tipo militare.

Anche qui bisogna abbandonare senza remora il disgraziato metodo del caso per caso; anche qui bisogna creare un organismo che garantisca un minimum di coordinamento, di sistematicità e di accentramento direttivo per quanto riguarda l’impiego della forza armata, le operazioni militari (in senso largo) del proletariato.

La tattica della resistenza locale ha fatto dappertutto fallimento; ed anche là dove il proletariato ha saputo battersi con eroismo ed abnegazione, ma isolatamente, esso ha dovuto cedere dinanzi alla preponderanza avversaria, che trae la sua superiorità da circostanze troppo notorie, perché io debba dilungarmi nell’enumerarle.

D’altra parte, anche l’azione generale (sciopero generale nazionale) non può contare di debellare il fascismo, se ad essa non s’accompagna l’azione di resistenza armata delle masse proletarie e contadine, azione che, del resto, sarà imposta a queste dalla reazione fascista, che uno sciopero generale non potrebbe non provocare.

A proposito di quest’azione a carattere generale si è diffuso, nelle nostre file, un certo ottimismo che, se da una parte contribuisce a rafforzare la fiducia nelle proprie forze ed a tener vivo lo spirito combattivo, dall’altra induce facilmente a prendere un po’ alla leggera il problema della preparazione militare. Si fa questo ragionamento: i grandi successi dell’azione fascista sono dovuti in prima linea al fatto che la mancanza d’una difesa sistematica, coordinata e generale da parte del proletariato consente ai fascisti di attaccare e sconfiggere successivamente ed isolatamente i singoli gruppi e reparti delle forze proletarie, riuscendo per tal modo a dominare con forze relativamente deboli vasti territori ed a tener soggette immense masse popolari. Il giorno, però, in cui queste insorgeranno simultaneamente per la loro riscossa, le bande fasciste si troveranno ovunque di fronte ad una schiacciante preponderanza avversaria, e saranno messe nell’impossibilità di seguire la loro consueta tattica.

In questo ragionamento c’è indubbiamente molto di giusto e di vero. Ma non è altresì molto probabile che anche i fascisti abbiano preso in considerazione tale eventualità, e preparato un piano di difesa e di controffesa il quale tenga conto delle mutate condizioni tattiche, che verrebbero a determinarsi? Permetteranno essi che l’ondata insurrezionale del proletariato trovi le loro forze sparse ed isolate, e le sorprenda impreparate e sbigottite? O non è piuttosto da prevedersi che essi concentreranno le loro forze nei centri più importanti dal punto di vista politico e strategico-militare, sgombrando provvisoriamente estese plaghe da loro normalmente presidiate con piccoli gruppi, ma ottenendo in pari tempo questo duplice vantaggio: da una parte, di mettere in salvo e conservare intatte, anzi di portare ad un alto grado di efficienza offensiva e difensiva le loro forze di combattimento; e dall’altra di tenere in iscacco le forze proletarie nei punti più importanti per il coordinamento e la direzione della lotta, e di occupare posizioni che si presentano come opportune basi d’operazione, dalle quali essi muoverebbero alla controffensiva non appena l’ondata rivoluzionaria si fosse ritirata.

Il compagno Togliatti, in un suo articolo sul “Comunista”, ha messo in rilievo come i fascisti svolgano la loro azione con criteri in larga parte strategico-militari, tendendo ad occupare località che dal punto di vista politico sono spesso di scarsa importanza, ma costituiscono dei punti d’appoggio importantissimi dal lato militare. Ma noi vediamo che l’attività fascista negli ultimi mesi ha la sua nota caratteristica appunto in quei concentramenti di forze nei centri più importanti, in quelle mobilitazioni generali nelle singole province, le quali, se perseguono scopi pratici di carattere politico-economico, possono nello stesso tempo costituire una specie di allenamento e di esercitazione a quella che sarà la tattica fascista di fronte ad un movimento generale della classe proletaria e contadina.

* * *

Da queste brevi considerazioni possiamo concludere che l’azione generale, anche se condotta con slancio e consapevolezza di obbiettivi, s’espone al grave rischio di mancare a quello principale, al debellamento delle guardie bianche, se le operazioni del proletariato non corrisponderanno a queste due premesse indispensabili: unità di comando e sistematicità di svolgimento. Non ci nascondiamo le difficoltà, anzi l’impossibilità per il proletariato di raggiungere quella centralizzazione direttiva a tipo militare, che caratterizza l’organizzazione fascista, e costituisce uno dei principali elementi della sua forza. E neppure c’illudiamo che un movimento di masse, per la sua natura stessa elementare e più o meno caotico, possa svilupparsi entro gli schemi d’un piano preordinato. Ma non per ciò dobbiamo rinunciare a creare fin d’ora una rete d’organi direttivi con struttura gerarchica, od a raccogliere ed ordinare quegli elementi e dati d’ordine tattico e strategico, che consentano di fronteggiare con spirito d’iniziativa ed abilità metodica le azioni e mosse dell’avversario. In caso diverso, l’azione proletaria in un primo momento colpirà nel vuoto, ed in un secondo sarà risospinta in una posizione difensiva, insostenibile per il fatto di mancare di quei caratteri che solo ne garantiscono l’efficienza: continuità, organicità, libertà d’iniziativa.

* * *

Ripetiamo dunque; condizioni indispensabili del successo sono: esistenza di una gerarchia “militare” quanto più è possibile centralizzata, e d’un piano d’operazioni elastico, ma concreto.

In quanto alla prima, non riteniamo sia qui il caso di esporne in dettaglio la struttura e precisarne il funzionamento. Ci limiteremo in merito a fare qualche considerazione e ad avanzare qualche suggerimento.

Certo non sarà mai possibile, nel periodo preparatorio, di creare quei rapporti di disciplina, di subordinazione e di affiatamento fra gli organi direttivi e la massa, quali noi li riscontriamo nelle organizzazioni a tipo militare, come quella dei fascisti. I fascisti sono paragonabili ad un esercito permanente, le masse proletarie ad una milizia. I capi attivi del proletariato assumono la loro funzione direttiva soltanto nei momenti di azione, mentre normalmente essi costituiscono i quadri dell’esercito proletario. E ciò per due ragioni molto ovvie: 1) perché la massa, tranne che nel momento dell’azione, è restia ad un inquadramento a tipo militare; 2) perché in tempi di reazione, ed anche in quelli dell’impero della “legalità”, l’organizzazione militare delle masse è inattuabile. Questi “capi militari”, formatisi nel seno dell’avanguardia proletaria, assumono nel momento dell’azione la direzione delle masse, che li riconosceranno per loro dirigenti, in quanto essi si mostreranno dotati, oltre che di superiori qualità morali, anche di maggiore chiarezza di vedute e consapevolezza dei mezzi e dei fini. Il comandante proletario avrà sempre il carattere dell’agitatore piuttosto che del “capo militare”, e dovrà fare assegnamento più sull’entusiasmo e sulla fiducia che la massa nutre verso di lui, che non sulla disciplina di essa. Ma ciò non toglie che fra i gradi gerarchici dell’organismo dirigente debba imperare assoluta disciplina.

Quanto ai rapporti fra organi politici ed organi d’azione, che in molti casi, specie nei gradi inferiori, s’identificheranno in una persona, i secondi saranno sempre subordinati ai primi per ciò che riguarda le direttive generali della lotta, la determinazione degli obbiettivi da raggiungere, ecc.

Per ciò che riguarda i rapporti con altre correnti rivoluzionarie del proletariato, si dovranno seguire i criteri del fronte unico, mediante la costituzione di organismi direttivi misti, specialmente là dove i comunisti sono in minoranza.

Chiudendo queste sommarie considerazioni circa il carattere del nostro inquadramento di azione, vogliamo ancora una volta rilevare che tale organizzazione non va concepita come nettamente distinta da quella politica ed economica, così come il lato militare del problema dell’azione di massa è indispensabilmente collegato a quello politico ed economico.

Questa fusione dei vari fattori della lotta non deve però essere spinta al punto da far perdere la coscienza della loro distinzione nei riguardi della tattica. Arresto delle riduzioni dei salari e lotta contro la reazione fascista sono i capisaldi d’un unico programma, sono gli obbiettivi di un’unica azione, ma non per questo si potrà affermare che i mezzi tattici adeguati al raggiungimento del primo obbiettivo siano bastevoli per il raggiungimento anche del secondo. Nel primo caso sarà sufficiente lo sciopero, nel secondo si dovrà ricorrere a forme cruente di lotta. Noi vediamo dunque che in seno al problema generale della lotta contro l’offensiva capitalista si nasconde un problema specifico: quello della lotta antifascista. Ed eccoci di fronte a quello che, per comodità di distinzione, chiameremo piano d’azione antifascista.

Non si tratta, certo, d’un piano nel senso comune della parola, cioè di un insieme sistematico di azioni preordinate, elaborato sulla carta ed attuabile volontaristicamente a data fissa. Un simile piano può essere concepito e svolto da chi dispone di forze rigidamente disciplinate e trovantisi in ogni momento in piena efficienza di combattimento, come i fascisti; ma non da chi, come noi, vede il grosso del suo esercito composto da una massa, che accoglie le parole d’ordine della sua avanguardia solo se queste corrispondono ad una esigenza immediata, ad un impulso elementare.

Un piano d’azione che si adegui alle esigenze del nostro movimento deve scaturire dall’insieme delle lotte quotidiane, deve trarre gli elementi d’esperienza, su cui esso si fonda, dalle singole azioni concrete, come la realtà della guerriglia di classe le viene mano mano presentando.

Qualche compagno potrebbe lasciarsi indurre a ritenere che nell’attesa dell’azione generale non si debba rimanere inerti neppure nel campo della lotta armata, ma si debba anzi intensificare “azioni di rappresaglia”, “colpi di mano”, “imboscate”, tutte quelle azioni insomma, che sono atte ad arrecare all’avversario il maggiore danno e le maggiori perdite possibili. Ma questa non sarebbe altro, in fondo, che è la vecchia tattica che è stata fin qui praticata con esito così poco soddisfacente: la tattica che porta al logoramento, alla dispersione ed al sacrificio delle avanguardie più audaci ed animose, mentre lascia le larghe masse nell’inerzia ed in preda ad un demoralizzante senso d’impotenza. Bisogna che questa tattica venga sostituita da un’altra più efficace e più conforme allo spirito, cui va informandosi il movimento proletario in generale. La tendenza a coinvolgere sempre più larghe masse nella lotta contro l’offensiva capitalistica va applicata anche nella specifica lotta antifascista. L’avanguardia non deve rimanere sola a sostenere tutto l’urto delle forze avversarie, ma deve avere dietro di sé schierata e pronta alla battaglia l’intiera massa. I piccoli “colpi di mano”, le “scaramucce di pattuglie”, sono buone nella guerra di posizione; ma è assurdo volerli impiegare come metodo di difesa contro un formidabile attacco sferrato su tutto il fronte, o per lo meno su un largo settore di esso.

Si potrà obbiettare che, non potendo noi fare occupazioni di città, concentramenti di forze armate ecc., come i fascisti, dobbiamo limitarci ai “colpi di mano” alle “imboscate” ecc.

Ora io non mi nascondo le difficoltà che il proletariato incontrerebbe se esso si mettesse a seguire l’esempio dei fascisti; ma d’altra parte penso che noi venissimo meno al nostro vero compito ed alla nostra specifica funzione di partito di massa, se ci limitassimo a predicare ed attuare la tattica delle azioni individuali (e null’altro, infatti, sono tutti i “colpi di mano”, ecc., anche se svolti da gruppi e squadre), e rinunciassimo a chiamare a raccolta le larghe masse. Anch’io sono convinto che non si arriverà di colpo all’azione generale e si dovrà passare attraverso una serie di azioni parziali. Orbene, queste azioni parziali devono servirci da tirocinio; in esse si elaborerà la nuova tattica, si svilupperanno gli elementi d’un piano d’insieme. E per “azioni parziali” non s’intendono mica la sterile resistenza locale e le non più feconde azioni individuali, bensì la lotta svolta nell’ambito d’una provincia, d’una regione. All’occupazione fascista d’una città, d’un paese, bisogna rispondere con la sollevazione dell’intiera provincia o regione, cercando di operare concentramenti di masse armate ed occupazioni d’altre località, dove si procederà a rappresaglie con gli stessi metodi dei fascisti. Dove l’attrezzamento tecnico lo permette, si potrà tentare la liberazione delle località dominate dalle bande fasciste, e cercare scontri diretti con le forze avversarie. Azioni di questo genere richiedono indubbiamente un vasto lavoro di preparazione interna: bisogna creare tutta una rete di collegamenti, raccogliere sistematicamente un ricco materiale d’informazioni, sia sulle proprie forze che su quelle avversarie, dotare i nostri militanti d’un minimum di cognizioni militari, apprestare il necessario attrezzamento tecnico, ecc. Ma è questo appunto uno dei compiti principali del nostro Partito.

La nuova tattica si può riassumere in poche parole: spezzare l’isolamento in cui si trovano chiusi il singolo lavoratore, il singolo villaggio, la singola città; rispondere all’avversario non solo con gli stessi mezzi, ma anche con gli stessi metodi effettuando spedizioni, concentramenti, occupazioni, invasioni. Alla minore preparazione ed alla deficienza di mezzi tecnici si ripari con la forza del numero e col maggiore entusiasmo e spirito di sacrificio. Il contadino non deve più sentirsi isolato, alla mercé dei sicarii che gli invadono la casa ed il campo, ma deve poter contare sull’aiuto dei vicini; il villaggio, la cittadina non deve sentirsi abbandonata in balia delle bande schiaviste che la terrorizzano, ma deve poter fare assegnamento sulle forze di tutto il contado ed anche dell’intiera regione. Solo diffondendo questo stato d’animo e di coscienza, solo riabituando le masse alla solidarietà ed alla lotta in comune, si potranno creare le premesse di un’azione generale, che non sia un mero fuoco di paglia, ma l’inizio dell’emancipazione definitiva del proletariato; solo per questa via si giungerà alla riscossa e alla liberazione dal terrorismo fascista.