Partito Comunista Internazionale
Il Partito Comunista N. 391 - settembre-ottobre 2018
Anno XLV - [ Pdf ]
Indice dei numeri
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organo del partito comunista internazionale
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: – la linea da Marx a Lenin, alla fondazione della III Internazionale, a Livorno 1921, nascita del Partito Comunista d’Italia, alla lotta della Sinistra Comunista Italiana contro la degenerazione di Mosca, al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani – la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco
PAGINA 1 Turchia una media potenza in equilibrio fra gli imperialismi - Impotenza del ‘dittatore’
Le grandi opere, a scadenza, del Capitale
– La maschera triste, e reazionaria, dell’ecologia al carnevale borghese
PAGINA 2 Importante riunione generale, Genova - 25-27 maggio [RG131]: La rivoluzione in Ungheria - Il comunismo e la Cina: La situazione sociale e la posizione dell’IC - La nostra attività sindacale - Rapporto della sezione venezuelana
Per il sindacato
di classe
Le dirigenze dei sindacati di base si fanno la guerra sabotando la difesa della classe operaia: Cosa fa l’Usb - La Usb fra i braccianti - La vana speranza nelle nazionalizzazioni
– Anche in Russia come ovunque la “riforma” delle pensioni conferma la condanna a vita al lavoro salariato
– Iperinflazione, condizione operaia e difensive borghesi in Venezuela
In Turchia gli operai edili affrontano la tirannia borghese
India: Una manifestazione di operai e contadini contenuta ancora dai falsi comunisti
– Ancora in rivolta i proletari a Bassora
– Un incontro in Usa fra comitati di base della ristorazione
PAGINA 5 – Come le stragi e la pulizia etnica in Siria tornano utili al Capitale
– Annaspa anche a Cuba il capitale, che si vuole ‘di Stato’ ma capitalismo era e rimane
– Notizie dal Brasile
PAGINA 6 Come e perché centralismo organico: Origini del movimento e centralismo democratico - Liberi anche dalla forma della democrazia - Obiezioni di corto respiro - Centralismo organico e società futura
Il concetto di dittatura rivoluzionaria e la sua pratica - Prima di Marx (segue dal numero scorso) Capitoli esposto alla riunione generale del gennaio 2015: 4. La Rivoluzione Francese (segue) - 5. Jean-Paul Marat

 

 

 


PAGINA 1


Turchia una media potenza in equilibrio fra gli imperialismi

La crisi finanziaria che ha colpito la Turchia in questi ultimi mesi ha riportato il paese sulla scena internazionale soprattutto per le conseguenze che potrebbe avere sul sistema finanziario europeo e mondiale.

Ma il paese destava proccupazione in molte Cancellerie anche per la svolta impressa dal governo dell’AKP, guidato da Recep Tayyip Erdoğan, alla politica estera dopo il fallito colpo di Stato del 2016. Ankara non ha esitato infatti ad accusare gli Stati Uniti di aver appoggiato i golpisti e di dare rifugio al loro ispiratore politico, l’ex alleato di Erdoğan, Fethullah Gülen. Da qui è iniziato il riavvicinamento alla Russia, anche perché sembra che siano stati proprio i servizi segreti di Mosca ad allertare i turchi, contribuendo al fallimento del golpe.

Indubbiamente la Turchia ha un forte interesse a mantenere buoni rapporti con la Russia, sia dal punto di vista economico sia politico, e lo stesso vale per la Russia. La Turchia ha una posizione strategica chiave, di cerniera tra Europa ed Asia; sul Mar Nero guarda verso l’Ucraina e la Crimea, recentemente annessa dalla Russia; nel Caucaso, la Turchia confina con la Georgia, l’Armenia e l’Azerbaigian, paesi sui quali la Russia intende mantenere il controllo; i Dardanelli, controllati da Ankara, sono l’unico accesso al mare per la flotta militare e commerciale russa del Mar Nero; la sponda mediterranea della Turchia guarda verso la Grecia e verso Cipro, paesi con i quali esiste un contenzioso da anni, acuito dalla scoperta di giacimenti in mare di petrolio e gas naturale. Inoltre confina a sud con l’Iran, l’Iraq e la Siria, tutti paesi al centro dell’attuale scontro tra le potenze imperialiste.

Di fronte all’atteggiamento conciliatorio di Ankara, la Russia ha messo da parte il risentimento seguito all’abbattimento di un suo aereo militare nei cieli al confine con la Siria nel novembre del 2015, riprendendo la collaborazione con la Turchia in diversi settori. Sono riprese le trattative per la costruzione di un nuovo gasdotto, il Tanap, per far confluire il gas naturale dai paesi dell’Asia centrale e dalla Russia verso l’Europa, e anche verso alcuni paesi del Medio Oriente, attraverso il Mar Nero e la Tracia fino in Grecia, rispondendo ad un interesse della Turchia, che per il gas e per il petrolio dipende dalle importazioni. Sempre in campo energetico la Russia si è impegnata nella realizzazione della centrale nucleare di Akkuyu, un progetto da 20 miliardi di dollari che sarà completato nel 2025 con l’attivazione di quattro reattori da 1,2GW ciascuno, capaci di produrre il 7% dell’attuale consumo turco di energia elettrica (fonte, Aspenia).

Ma, oltre che nell’energia e nel commercio, la collaborazione tra i due Stati si sta estendendo anche al più delicato settore militare tanto che nel dicembre 2017 il governo turco ha approvato l’acquisto dalla Russia del sistema di difesa missilistica S-400. L’accordo è a buon punto e «entro i primi mesi del 2020, due batterie del sistema, con una terza opzionale, saranno dislocate sul territorio turco al costo di 2,5 miliardi di dollari. La parte finanziata del pagamento avverrà in rubli».

Questa decisione del governo turco ha però avuto conseguenze negative nella collaborazione militare con l’alleato storico di Ankara, gli Stati Uniti: il Congresso USA ha sospeso per 90 giorni la fornitura alla Turchia degli aerei da combattimento F35.

Il contrasto con Washington si è aggravato alla metà di agosto quando, di fronte al diniego delle autorità turche di liberare il pastore evangelico statunitense Andrew Brunson, accusato di complicità con Fethullah Gülen, gli Stati Uniti hanno aumentato del 50% i dazi sull’acciaio e del 20% sull’alluminio importati dalla Turchia. Bisogna considerare però che il loro impatto sarà limitato perché solo il 13% dell’acciaio turco viene esportato negli Stati Uniti.

Questo ha dato ugualmente un colpo ulteriore alla moneta turca, che ha diminuito del 16% il suo valore rispetto al dollaro, dopo che dall’inizio dell’anno ne aveva già perso il 40%, accrescendo le inquietudini degli investitori internazionali sulla possibilità di recupero dei loro crediti.

Ciò ha rafforzato l’orientamento di Erdo­ğan verso la Russia, proprio mentre si stava aprendo l’esplosiva questione dell’offensiva militare siro-russo-iraniana contro l’ultima sacca di resistenza dei guerriglieri anti-Assad nella regione di Idlib.

Finora la collaborazione tra Russia, Turchia ed Iran, zeppa di contraddizioni, si era basata su tre “principi generali” usciti dagli accordi di Astana: «Primo, la creazione delle cosiddette zone di de-escalation (Homs-Hama, Daraa, Ghouta, e Idlib) avrebbe consentito una serie di riconciliazioni locali che sarebbero poi confluite in un processo a livello nazionale. Secondo, la Turchia sarebbe assurta progressivamente a sponsor unico dell’opposizione, di fatto tagliando fuori e facilitando l’annichilimento di quei gruppi legati ad altri Stati sostenitori dell’opposizione come Arabia Saudita e Qatar e, soprattutto, di quelle formazioni legate alla galassia jihadista internazionale. Terzo, la Russia si sarebbe fatta garante degli interessi di tutte le parti in causa, dal regime passando per l’alleato iraniano, la Turchia, e includendo perfino Israele [e, aggiungiamo noi, gli Stati Uniti], preoccupata per l’espansione di organizzazioni legate a Teheran nel sud» (vedi ISPI, 10 settembre).

La Turchia ha dunque impiantato negli scorsi mesi una serie di postazioni nel governatorato di Idlib con lo scopo di isolare i gruppi più estremisti, come Hay’at Tahrir al-Sham, organizzazione di ispirazione qaedista, e permettere ai gruppi guerriglieri da essa manovrati di prendere il controllo della regione. Ma questo piano a quanto pare è fallito e gli “alleati” scalpitano per “normalizzare” al più presto l’intera regione in modo che Assad possa presentarsi ufficialmente, sul piano internazionale, come il vincitore assoluto della guerra e dare inizio al grande affare della ricostruzione del paese devastato.

Da qui l’incontro di Teheran del 7 settembre alla ricerca di una non facile collaborazione. La Turchia è contraria ad una offensiva generale contro Idlib, non solo perché è consapevole che i tre milioni di civili che si sono ammassati nella regione non potranno che cercare scampo al massacro riversandosi verso il confine turco, ma anche perché intende mantenere il controllo del governatorato dell’Alto Eufrate, anche se formalmente dovesse restare all’interno della Siria, un po’ come ha fatto con la parte orientale di Cipro.

Al vertice di Teheran un accordo è stato trovato almeno tra Turchia e Russia: l’offensiva contro Idlib non si farà. Intorno alla regione verrà istituita una zona “demilitarizzata” pattugliata da militari turchi e polizia miliare russa. Entro il 10 di ottobre tutte le forze in campo, compresi i gruppi jihadisti e i qaedisti di Hay’at Tahrir al-Sham dovranno ritirare le armi pesanti dalla zona smilitarizzata, larga dai 10 ai 15 chilometri. La Turchia si fa garante che anche i gruppi guerriglieri da essa influenzati ritireranno le loro armi. Questo permetterà di isolare i gruppi più radicali che sarebbero attaccati dall’esercito turco e dai guerriglieri del Fronte Nazionale di Liberazione Siriano. All’esercito turco e ai suoi alleati quindi toccherà di salvaguardare la sorte dei guerriglieri filo-turchi e isolare e annientare i gruppi radicali.

I territori controllati dall’opposizione siriana, ha precisato Erdoğan, resteranno nelle mani dei ribelli, che però dovrebbero essere privati delle armi pesanti. Il piano prevede poi la riapertura ”entro il 2018″ delle arterie stradali fra Aleppo, Latakia e Hama, per dare l’impressione di un ritorno alla normalità.

Ma la manovra non è di semplice realizzazione e la guerra, ammesso che i grandi strateghi dell’imperialismo putrescente sappiano come comincia, non sanno mai come può andare a finire.

Il nuovo accordo stipulato a Soci tra Russia e Turchia riporta in ballo la questione della crescente collaborazione tra questi due paesi e l’importanza dell’acquisizione da parte di Ankara del sistema antimissilistico russo: è difficilmente accettabile che un paese membro della Nato possa dotarsi di un sistema di difesa antiaerea prodotto da uno Stato considerato attualmente come la sua principale minaccia.

Se è vero che dopo la caduta dell’impero russo abbiamo assistito allo smembramento del vecchio ordine uscito dagli accordi di Yalta e a molti cambi di fronte da parte di vari Paesi, gli Stati Uniti cercheranno di mantenersi un alleato con l’importanza della Turchia, che dispone, tra l’altro, del secondo esercito della Nato per numero di uomini, subito dopo quello USA.

Lo scopo della Russia in questo momento non è di far uscire la Turchia dall’Alleanza Atlantica ma di allentarne i legami. Non è infatti escluso che nei prossimi mesi il Parlamento turco possa rimettere in discussione l’acquisto degli S-400, così come già fece dopo il 2013 quando Ankara aveva minacciato di adottare il sistema antimissilistico cinese.

A questo riguardo molto dipenderà dall’evolvere della guerra in Siria.

Un episodio a conferma di quanto per una grande potenza sia difficile controllare gli effetti del coinvolgimento in una guerra come quella siriana è l’abbattimento di un aereo militare russo con 15 uomini a bordo: la contraerea siriana avrebbe fatto fuoco contro alcuni caccia israeliani i quali si stavano facevano scudo dell’aereo russo. Lo stesso Putin ha moderato i toni parlando di una “catena di tragiche circostanze”, ma ha precisato che saranno adottate tutte le misure necessarie per “garantire la sicurezza delle forze armate e delle strutture russe in Siria”. Si tenga presente che i raid israeliani in Siria contro le milizie sciite legate all’Iran dal 2011 si contano circa in 150.


Impotenza del ‘dittatore’

Il 9 luglio scorso la vittoria elettorale, seppur di scarsa misura, del presidente Erdoğan ha segnato il passaggio della Turchia dal sistema parlamentare, con la classica divisione dei poteri legislativo, esecutivo, e giudiziario, ad una Repubblica presidenziale, con l’esecutivo che tende a concentrare gli altri “poteri”, attribuendosi il diritto di emanare leggi e nominare metà dei giudici della Corte costituzionale e del Consiglio superiore della magistratura.

Il Presidente ha proceduto alla nomina del nuovo governo e ha insediato il genero Berat Albayrak al ministero dell’Economia per cercare di influire sulla politica economica e monetaria del paese.

Una delle pretese del Presidente è sempre stata quella che fossero tenuti bassi i tassi d’interesse praticati dalle banche alle imprese, in modo da favorire l’espansione economica. Questa politica monetaria autarchica ha contribuito al ribasso della lira turca sulle altre monete, provocato forse da un attacco concertato dall’estero. Erdoğan ha volenterosamente continuato a premere sui dirigenti della Banca Centrale fino a poche ore prima della riunione del 13 settembre, indetta per decidere sui tassi.

Ma la Banca Centrale, vincolata com’è più alla dittatura del capitale finanziario internazionale che a quella del dittatore nazionale, seppure votato, eletto, nominato e democraticamente investito, ha alzato i tassi dal 17,75 al 24%, preferendo bellamente premiare gli investitori, frenare l’emorragia di capitali e arginare l’inflazione. Un bello schiaffo per il nuovo Gran Sultano!

I mercati hanno reagito positivamente e la lira ha subito riguadagnato posizioni sul dollaro. Nella presente società è il grande capitale a dettare legge e non gli uomini, muscolosi o languidi, che pretendono di governare: “povere marionette che si illudono di fare la storia”!
 
 
 
 


Le grandi opere, ma a scadenza, del Capitale

Il decreto ministeriale del 14 gennaio 2008 riportante nuove “Norme tecniche per le costruzioni” ha introdotto il concetto giuridico di “vita nominale” delle opere strutturali. Mentre era consuetudine presumere, non per l’eternità certo, ma praticamente indefinito il ciclo di vita di ogni tipo di edificio, in presenza di continua e corretta manutenzione, la legge viene ora a stabilire che un ponte, una diga e le altre opere infrastrutturali abbiano una vita utile di 50 anni; solo se sono “di grandi dimensioni” debbono resistere per 100 anni.

Quindi, se un ponte rovina dopo 50 anni dalla sua costruzione la responsabilità non è più ascrivibile né al progettista né al costruttore né al responsabile dell’esercizio. Una grande diga, si intende, per scongiurare la catastrofe a valle, ogni secolo va demolita (difficile immaginare come) e ricostruita (dalle fondamenta o dalla roccia viva?). Come fu per il morente regime feudale, oggi tutto quanto è borghese assume il ghigno irreale del grottesco.

Viene portato a giustificazione di questo “usa e getta” dell’edificato il comprovato degradarsi della consistenza e resistenza di opere in cemento armato. In realtà, le cause di tale fenomeno, più che nei materiali e nella tipologia costruttiva in sé, sono da individuare in una insufficiente conoscenza, nei decenni passati, del loro comportamento nel tempo ed inesperienza sul dimensionamento e sulle necessarie protezioni dall’esterno. Oltre che evidentemente e spesso nel male costruire. Del resto anche per gli edifici in muratura solo l’esperienza portò ad escludere, per esempio, tipi di pietre non resistenti al gelo.

Ma la legge borghese, piuttosto che prescrivere di costruire e di manutenere meglio, impone di demolire e di rifare. Questa mancanza e disprezzo della memoria storica, finora apparsa all’uomo scritta nelle pietre delle nostre città, e motivazione reale di questo “esistenzialismo” costruttivo è solo una necessità economica e di una classe sociale: il ciclo dissennato della riproduzione del Capitale, la materiale urgenza di distruggere per poter iniziare la sua nuova riproduzione. La manutenzione del patrimonio fisso non gli basta né gli consente i massicci investimenti richiesti dai nuovi grandi appalti, e i conseguenti profitti e le rendite d’ogni tipo. Una catastrofe dischiude quindi le condizioni per la successiva.

Il necessario ciclo di vita delle grandi opere, vanto e ragion d’essere di Stati ed Imperi storici, diviene oggi incompatibile con i tempi del capitale e della sua crisi generale di sovrapproduzione. Oltre che con quelli del corrente spregevole politicantismo tardo-borghese. Di qui il disprezzo per il lavoro delle passate generazioni e la foga del “modernismo”, proprio dei mercanti verso tutto quello che è già “venduto”.

Quindi a Genova – giusto a 50 anni dalla costruzione del ponte sul Polcevera – è accaduto quello che doveva, che era previsto e, impersonalmente, anche desiderato che accadesse.

Quel ponte fu una costruzione, all’epoca, consapevolmente sperimentale, per tipologia strutturale, a ponte strallato, e per l’uso dei materiali, il cemento armato precompresso. Anche per gli stralli, i tiranti aerei, fu deciso l’impiego del precompresso, che rispetto all’acciaio, nonostante il maggior peso, ne riduce l’allungamento sotto i carichi.

Presto questa scelta si rivelò infelice: il rivestimento in calcestruzzo, forse anche per la sua qualità negli anni sessanta, peggiore dell’attuale, non ha ben protetto dalla corrosione i cavi interni metallici e si è dovuto procedere al loro rinforzo con l’aggiunta di una serie di tiranti esterni. Ma questo è stato fatto solo a due delle coppie di stralli, benché fosse strumentalmente provata e ben nota la sofferenza anche delle altre quattro.

Recenti verbali, gli ultimi di febbraio, che i giornali riportano, provano che i tecnici dello Stato e della Concessionaria erano pienamente a conoscenza del fatto che il gigante era pericolante. Ma il grande capitale troverà sempre, fra i tanti, degli ingegneri che, per adeguato compenso, firmano qualunque infamia.

“Pubblico” e “privato” sfumano l’uno nell’altro ed appaiono per quello che sono: intestatari di capitale; non i primi comandano al secondo, viceversa è l’unico capitale, mondiale, che fluisce da un recipiente all’altro, a dettare le sue regole di ferro. La Concessionaria, quasi uno Stato nello Stato, che riscuote il dazio alle barriere, ha dichiarato nel 2017 un fatturato di 3,9 miliardi dei quali ben 2,4 di margine lordo: sai quanti ingegneri, universitari, avvocati, politicanti (di vecchio tipo socialdemocratico o “cambiatori”) e giudici ci si compra!

Si farà “giustizia”? Lo escludiamo. Anche perché: 1) le responsabilità più che di individui sono di una intera classe sociale, che tutto ammorba per sopravvivere a se stessa e ad ogni sua storica funzione progressiva, e la magistratura borghese è lì appunto per difenderla la borghesia; 2) anche nella ipotesi che un gruppo di più grossi borghesi riesca a far severamente condannare gli esponenti del gruppo rivale, i nuovi manovratori che li sostituirebbero verrebbero necessariamente a fare quanto e peggio dei predecessori, pena rapido licenziamento da parte degli azionisti. I borghesi scaricano ogni responsabilità su alcuni individui, avidi o incapaci, non sui rapporti sociali propri del modo di produzione fondato sul capitale, che condizionano singoli impotenti, e, in un certo senso, incolpevoli.

Tutti quanti hanno quindi firmato che il ponte sì era pericolante, ma che poteva restare ugualmente aperto al traffico. Nulla è stato fatto, nemmeno la semplice predisposizione di un monitoraggio automatico continuo sul cedimento degli stralli, che con molta probabilità avrebbe potuto dare l’allarme in tempo, e nemmeno la banale riduzione del traffico su una sola corsia.

Per questo affermiamo che non si è voluto evitare il crollo. Cosa sono per il capitale quaranta morti, quando in gioco ci sono miliardi? Quanto “costa” un morto? Oltre a mettere così a tacere quelli che si ostinano con la manutenzione, o che si oppongono alla nuova autostrada a monte, si dà il via all’assegnazione di urgenza delle opere di ricostruzione, evitando il concorso internazionale, imbroglio questo funzione di fatto costitutiva della cosiddetta Protezione Civile. L’emergenza e la insipienza sociale giovano sempre al capitale, mentre scarica sulla società civile tutte le perdite, le sofferenze e i danni.

 

 

 

 


La maschera triste, e reazionaria, dell’ecologia al carnevale borghese

Dopo decenni di fallimenti pratici e successivi tradimenti politici, i partiti ecologisti di destra e di sinistra da alcuni anni in vari paesi di Europa incassano un disastro elettorale dopo l’altro.

In Francia buona parte di loro, compreso l’ex ministro all’Ecologia Nicolas Hulot, parteggiavano per una società “industriale ma intelligente”, che contemperasse un compromesso tra la sistematica distruzione del pianeta e delle specie viventi, animali e vegetali, e una sua gestione “più razionale”, che consentisse almeno la sopravvivenza della specie homo individualis. L’intenzione è chiara: non cambiare nulla nella base economica della società capitalista, la sua corsa alla produttività e ai consumi, lo sfruttamento implacabile del proletariato, ma rendere il meccanismo un po’ più “ragionevole”, con strumenti, ovviamente, altrettanto inoffensivi ed inefficaci di quelli precedentemente tentati. Ormai tutti conosciamo la storia e come va a finire!

Una piccola variazione sul tema ci viene però proposta da una corrente nota come ”collassologia” che, ammessa l’ormai evidente impotenza degli “ecologisti”, prevede l’inevitabile rovina della nostra società industriale. Questa tendenza si sta facendo strada velocemente tra le smarrite classi medie, alla ricerca di una “filosofia” che giustifichi l’esistere del loro ego, oggi nel terrore della crisi economica che piomba su di loro come l’iceberg sul lusso posticcio del Titanic! Il loro angosciante problema è come provvedere a salvarsi in prima persona, perché è ovvio che posto ormai per tutti questi signori e signore non ce n’è.

Uno dei loro portavoce è rappresentato da Yves Cochet, già ministro dell’ambiente nel 2001 sotto il governo “socialista” di Jospin. Questo eminente ”ecologista” militante ci propina dal 2007 una “analisi visionaria” del destino della specie umana, e ha pubblicato molti libri e articoli, tra cui quello riportato su Liberation del 27 agosto 2017. Questo il risultato dell’”analisi”.

Il periodo 2020-2030 vedrà la fine della società attuale a causa di una modificazione “geo-bio-fisica”, con un collasso (crunch) energetico, climatico, alimentare. Ovviamente il ministro sottace il fatto che queste calamità interessano già gran parte del globo, ma lui si preoccupa solo della parte ancora risparmiata! Ne seguirà un mero sopravvivere in un periodo “tormentato” dal 2030 al 2040, con ovviamente guerre, epidemie, carestie, distruzione di infrastrutture e governi, ecc. Viene da pensare all’apocalisse tanto attesa alla fine del primo millennio! L’autore viene qui a raffrontare questo periodo con la peste nera del 1348 in Europa, al termine della quale i sopravvissuti poterono “godere” (nel testo) delle risorse non consumate dalla metà della popolazione deceduta.

Infine ci sarà un periodo di rinascita nel 2040-2050, grazie ad alcuni gruppi “favoriti”, perché stabilitisi vicino a una fonte di acqua con scorte di cibo in scatola e medicinali, i quali potranno «reimparare le conoscenze di base per la ricostruzione di una civiltà veramente umana (...) finalmente libera dei relitti materiali del passato, riscoperte tutte in una volta sia le tecniche di base per il sostentamento della vita sia nuove forme di governance interna e una politica estera in grado di garantire una stabilità strutturale abbastanza lunga, indispensabile per qualsiasi processo di civiltà».

Queste lugubri marionette del puro pensiero borghese preferiscono sperare nei flagelli del Medioevo e nella morte di metà della popolazione piuttosto che nella lotta proletaria di classe! E perché ancora non hanno il coraggio di ammettere che per loro sarà meglio una terza guerra mondiale che un’esplosione rivoluzionaria comunista! Tutto, pur di non mettere in discussione i fondamenti della società capitalista il cui corso incontrollabile e mortale ha avuto l’unica funzione storica di sviluppare le basi economiche della società comunista.

Oh come sono belli da guardare i nostri “alternativi”, ai quali l’industria “ecologica” vende orticelli di sopravvivenza da mettere sui balconi, ripetendo a basso costo quella costruzione di individuali rifugi in giardino quando negli anni 1950 la borghesia terrorizzava con lo spettro della bomba atomica!

Ah la borghesia può essere orgogliosa dei suoi allievi: ripetono alla perfezione quello che ha loro insegnato nelle scuole e nelle università, nei suoi media ubbidienti, nelle correnti della pseudo-sinistra “alternativa”! Soprattutto non lotta di classe, ma una folle distruzione di beni materiali e di forze vive, cioè quelle del suo nemico di classe, il proletariato.

Alla borghesia occorre ormai distruggere quelle stesse basi economiche che essa stessa ha prodotto perché aprono la strada al comunismo, a quella orribile società che la lotta violenta del proletariato rivoluzionario potrebbe liberare! Tutto questo per poi avviare un nuovo ciclo di accumulazione del capitale, rinviando ancora una volta, dopo i precedenti delle due guerre mondiali, l’inevitabile fine del modo di produzione capitalistico, un cadavere che ancora cammina fra noi da più di un secolo.

Ma non saranno le manifestazioni dei “cittadini” né i sentimentalismi dei garbati difensori della natura distrutta e degli animali maltrattati a poter combattere il Moloc. Sarà necessario passare attraverso l’asprezza della lotta di classe quando il proletariato si leverà in piedi – non per difendere la natura e gli animali, ma per spezzare le catene del suo sfruttamento – contro il suo nemico mortale, la borghesia.

Che il proletariato internazionale rialzi la testa e si metta in movimento, armato delle sue organizzazioni e del suo partito di classe, per affrontare la violenza isterica dei borghesi e salvare, per prima, la razza umana! Non c’è altro modo per evitare il disastro che inevitabile si profila liberando il modo di produzione comunista. Solo allora, con la fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e del demente consumare, inizierà la vera storia della specie umana e potrà infine nascere un rispetto consapevole della natura e delle sue specie viventi! Un uomo sociale, il cui primo bisogno sarà l’uomo stesso e attraverso il quale uomo la natura diventerà consapevole di se stessa.

 

 

 

 

 

 

PAGINA 2
Importante riunione generale,
Genova - 25-27 maggio
 
[RG131]

 

(Sommario - continua dal numero scorso)



La rivoluzione in Ungheria

A questa riunione è proseguita l’esposizione del lavoro descrivendo la funzione dei Consigli operai, dei soldati e dei contadini.

A Budapest si contavano 500 Consigli operai; ciascuno nominò un commissario per la produzione che occupò il posto del direttore dell’officina. Ma in alcuni casi tale incarico venne dato al proprietario stesso.

Dalla socializzazione erano escluse le officine con meno di 20 operai, ma questi procedettero per proprio conto a sostituire il padrone nella direzione della fabbrica.

Le fabbriche che producevano le stesse merci vennero accentrate in un gruppo unico. Si cercò di organizzare la produzione nel miglior modo possibile; ai migliori tecnici fu corrisposto un salario più elevato.

Furono costituiti anche i Consigli di ogni tipo di industria. Un delegato di ogni Consiglio andava a comporre il Consiglio Centrale della Produzione nel quale si trovavano, oltre ai rappresentanti di tutti i mestieri di tutte le industrie, il Commissario alla Produzione Sociale eletto dal Governo. Con il controllo della produzione era stato organizzato anche il controllo della vendita dei prodotti.

Il Commissario alla Produzione, Gyula Havesi, disse che la presa di possesso di tutto l’apparato produttivo dell’industria privata da parte del proletariato era avvenuta senza violenza: la resistenza dei padroni era stata debole e facilmente domabile.

Riguardo alla ripartizione delle materie prime, tutte le ordinazioni arrivavano al Consiglio Centrale della Produzione, e questo le distribuiva alle officine meglio attrezzate per eseguirle.

Qualche giorno dopo la proclamazione della Repubblica dei Consigli fu emanato l’ordine del Consiglio Governativo per l’impianto dell’Esercito rosso. Furono eletti commissari del popolo alla difesa fidati comunisti con esperienza acquisita nella rivoluzione russa. Dopo solo cinque settimane il Governo dei Consigli poteva passare in rassegna sul viale Andrássy i battaglioni operai armati delle fabbriche di Budapest.

Contemporaneamente all’Esercito rosso fu organizzata la Guardia rossa per assicurare l’ordine proletario interno. Si formarono anche i tribunali rivoluzionari con il compito di giudicare chi svolgeva attività controrivoluzionaria dentro e fuori all’Ungheria; alla loro direzione venne nominato un vecchio membro del Partito (ma “vecchio” significava da più di novanta giorni).

Dopo la proclamazione della dittatura del proletariato nei villaggi erano stati formati dei direttorii con il compito di organizzare la produzione agricola. In diverse località in questi si insinuarono dei contadini ricchi e perfino rappresentanti dei proprietari terrieri espropriati: costoro facevano di tutto per incitare alla controrivoluzione.

Il Governo dei Consigli espropriò i latifondi ma non li divise, puntando direttamente ad una conduzione di Stato, un salto “senza transizione”; l’inesperienza giocò a sfavore della rivoluzione: nella maggior parte dei casi la direzione dei latifondi continuò ad essere tenuta dai fattori degli ex proprietari, considerati insostituibili dal punto di vista tecnico. Si tentò di porre rimedio nominando dei commissari alla produzione agricola, politicamente fidati, ma senza alcuna esperienza su come dirigere una grande azienda agricola.

Scrive Kun che ci sarebbe voluto del tempo per formare alle tecniche di conduzione di una grande azienda agricola i più capaci fra i contadini poveri. Però scarseggiava anche l’attrezzatura per la conduzione di centinaia di migliaia di piccole aziende: aratri, erpici, cavalli, ecc.

Il nostro rapporto continuava esaminando gli aspetti politici della dittatura del proletariato in Ungheria. Kun annunciava le elezioni dei delegati, votati solamente dal proletariato, non da tutti: «In meno di due settimane si riunirà la rappresentanza della classe del proletariato, il Congresso nazionale dei Consigli, al fine di rimettere un fermo potere tra le mani di coloro che sono assai risoluti per esercitare questo potere. Fino a quel giorno il solo depositario del potere centrale dello Stato proletario è il Consiglio Rivoluzionario del Governo».

Abbiamo poi affrontato la difficile situazione militare. Il 19 aprile si era riunito il Consiglio Centrale Rivoluzionario degli operai e dei soldati di Budapest. Ancora Kun: «Al di sopra della Repubblica Ungherese dei Consigli due correnti mondiali sono in procinto di scontrarsi: quella del capitalismo imperialista e quella del socialismo bolscevico. Noi partecipiamo a questo scontro. Compagni, voi siete al corrente dello scambio di opinioni che c’è stato tra noi ed il generale Smuts [delegato dell’Intesa, che propose, il 4 aprile 1919, di stabilire una nuova linea di demarcazione e una zona neutra a est della Tisza. Il governo della Repubblica dei Consigli non accettò e fece la contro proposta di convocare una conferenza dei rappresentanti dell’Austria, della Cecoslovacchia, della Jugoslavia, della Romania e della Repubblica Ungherese dei Consigli per determinare le nuove frontiere politiche] che è venuto presso di noi col mandato dell’Intesa. Non è nostra la dottrina della integrità territoriale, ma vogliamo vivere, e per questa ragione non abbiamo accettato di arretrare la linea di demarcazione. Non abbiamo voluto rigettare sotto il giogo del capitalismo i nostri fratelli proletari liberati nella regione della zona neutra; questo avrebbe significato, in effetti, la privazione per il proletariato di Ungheria dei mezzi fisici per vivere. Adesso i boiardi della Romania hanno sferrato l’offensiva. Questo argomento mette in evidenza la lotta di classe internazionale, la lotta tra la rivoluzione internazionale e la controrivoluzione internazionale. Abbiamo sottolineato e sottolineiamo che la sorte della Repubblica Ungherese dei Consigli l’abbiamo fondata sulla rivoluzione proletaria internazionale».

Kun aveva poi riferito dei combattimenti in corso con i romeni sui vari fronti e della stanchezza, nonché inesperienza e scarsi equipaggiamenti, in cui versava l’Armata rossa ungherese. Fece appello ai compagni presenti: «Se non vogliamo il sistema della proprietà privata, se non vogliamo il ritorno del capitalismo, ma se, compagni, vogliamo il mantenimento della dittatura del proletariato; se vogliamo che in questo paese non regni la borghesia ma il proletariato, allora bisogna agire, bisogna subito fare il conto delle forze di cui disponiamo per opporle alle forze imperialiste nemiche (...) Il nostro primo dovere consiste nell’inviare al fronte tutti quelli di cui qui a Budapest si può fare a meno, tutti quelli che non sono indispensabili nell’amministrazione centrale, tutti i proletari e tutti i rappresentanti del proletariato! (...) Le truppe della Repubblica sovietica Russa hanno infranto le frontiere della Galizia orientale, una parte delle quali avanza già verso Tcherno­witz; ciò non impedisce che il soccorso sia ancora lontano. Da qui a quando i proletari dei paesi vicini vengano attivamente in nostro soccorso, bisogna appoggiarsi sulle nostre forze, sulle forze rivoluzionarie del proletariato d’Ungheria. Il vostro compito è stimolare queste forze rivoluzionarie. Avete la missione anche di organizzare, impiegare e metterle a profitto».


Il comunismo e la Cina:
La situazione sociale e la posizione dell’IC

Nel Manifesto del Partito Comunista Marx scrive, in riferimento al modo di produzione capitalistico: «Con il rapido miglioramento di tutti gli strumenti di produzione, con le comunicazioni infinitamente agevolate, la borghesia trascina nella civiltà tutte le nazioni, anche le più barbare. I bassi prezzi delle sue merci sono l’artiglieria pesante con la quale spiana tutte le muraglie cinesi (...). Costringe tutte le nazioni ad adottare il sistema di produzione della borghesia, se non vogliono andare in rovina, le costringe ad introdurre in casa loro la cosiddetta civiltà, cioè a diventare borghesi».

La forza espansiva del modo di produzione capitalistico riuscì a scuotere ed infrangere l’edificio sociale del Celeste Impero. Nonostante le rivolte contadine la società cinese era rimasta in uno stato di equilibrio e neanche le ondate di invasioni dei popoli nomadi e guerrieri dell’Asia centrale ne avevano mutato la natura. Pur riportando vittorie in campo militare, questi popoli erano portatori di modi di produzione inferiori, per cui furono costretti ad adattarsi e a fondersi rapidamente col paese conquistato senza nulla cambiarvi. Solo l’impatto col modo di produzione capitalistico poteva mettere fine ad un sistema protrattosi quasi immutato per secoli: nello scontro tra le diverse forme di produzione la forma più arretrata viene spazzata via dalla più giovane e dinamica.


Le campagne

Per millenni in Cina era prevalsa, quasi immutata, una economia naturale in cui la coltivazione del suolo era accompagnata alla produzione di manufatti, entrambe imperniate su strutture familiari e condotte alla scala del villaggio. A questa forma statica si era ben presto sovrapposto il potere centrale. Ancora alle soglie degli anni Venti del Novecento la Cina era un paese arretrato rispetto allo sviluppo capitalistico dell’Occidente e la sua popolazione era quasi esclusivamente impiegata nelle campagne: oltre 300 milioni di uomini dipendevano per il loro sostentamento dalla terra.

Già nella Cina antica l’acquisto e la vendita della terra si negoziava liberamente. Successivamente l’impatto dell’imperialismo europeo determinò un considerevole indebolimento del potere centrale, per cui i mandarini e la borghesia compradora dilapidarono i beni dello Stato. L’imperialismo sconvolse anche i rapporti sociali nelle campagne. La vecchia classe dei funzionari governativi, dei mandarini e dei militari, arricchitasi con il commercio con gli stranieri e trasformatasi in grande borghesia mercantile, investiva i profitti nelle campagne strappando le terre ai contadini e alle comunità agricole attraverso i prestiti usurai e il conseguente loro indebitamento.

Fame e miseria colpivano la maggioranza dei contadini, costretti a vivere, a lavorare e a produrre su fazzoletti di terra insufficienti al loro mantenimento. Non solo non producevano eccedenze da destinare al mercato, ma nemmeno sufficienti al loro sostentamento, costretti così ad indebitarsi sia per l’acquisto di sementi e concimi, sia di derrate alimentari con cui campare fino al raccolto, sia per l’affitto e l’uso degli attrezzi agricoli.

Erano costretti, quindi, ad ipotecare il raccolto futuro, e, se non bastava, anche il pezzo di terra, a tassi di interesse mai inferiori al 30% e che toccavano punte anche dell’80%. A ciò si aggiungeva il peso schiacciante delle imposte e delle estorsioni dei signori della guerra, facendo sì che il debito dei contadini aumentasse di anno in anno, mettendoli alla mercé dell’usuraio e dell’esattore.

Inoltre, non potendo avere accesso ai mercati lontani per i propri prodotti, erano soggetti all’arbitrio del mercante, sostanzialmente libero di manovrare i prezzi.

Così, alla fine di una stagione di stenti e di fatiche, inevitabilmente il contadino cinese si ritrovava sempre più indebitato.

Aggiungendo debiti su debiti finiva per perdere il pezzo di terra e si trasformava in colono: come tale doveva cedere al proprietario una percentuale variante dal 40 al 70% del prodotto, più un insieme di regalie e prestazioni personali. Il contadino cinese era ridotto nella condizione di fittavolo o semi-fittavolo e il contratto d’affitto era la forma predominante dei rapporti sociali nelle campagne. Circa il 55% della popolazione agricola era rappresentata da contadini senza terra, obbligati a prendere in affitto un miserabile appezzamento di terreno dai grandi proprietari, che detenevano l’80% della superficie coltivata.

In Cina l’arrivo degli occidentali aveva così creato uno stretto legame tra i proprietari terrieri e la borghesia commerciale. Sotto la pressione dell’imperialismo i maggiori esponenti della classe dominante cinese erano divenuti i principali intermediari del capitale straniero. Essi, i “compradores”, alleati all’imperialismo e veicoli della commercializzazione dei prodotti occidentali, accumulavano enormi profitti, che investivano nella terra o mettevano a frutto come capitale usuraio nelle campagne. Erano quindi parte integrante del sistema che opprimeva e sfruttava il contadino cinese.

Era difficile una netta distinzione tra le varie figure sociali a cui era soggetto il contadino cinese: proprietari fondiari, esattori di imposte, funzionari locali, mercanti, usurai, signori della guerra, borghesi. Gli interessi di questi gruppi, fusi gli uni agli altri, esprimevano l’interesse della classe dominante. Spesso unificati nella stessa persona: un proprietario terriero poteva essere nello stesso tempo esattore di affitti, mercante, usuraio; e talvolta possedeva una fabbrica, e i suoi figli fornivano ufficiali all’esercito e funzionari allo Stato. Tutte queste figure formavano la classe dominante che opprimeva e sfruttava il contadino, e, anche se cercavano di allentare la pressione esterna, i loro interessi erano legati a quelli degli imperialisti e il distacco che li separava dalle masse sfruttate era molto maggiore dell’antagonismo che li metteva in conflitto con gli stranieri, da qui la loro azione reazionaria di fronte ai moti di indipendenza che nascevano in Cina.


Contraddittorio sviluppo del capitalismo

La nascente borghesia cinese, data la sua condizione determinata dalla opprimente presenza imperialistica, si era caratterizzata come borghesia quasi esclusivamente commerciale. Lo sviluppo di questa classe era strettamente connesso con gli interessi dei capitalisti stranieri, di cui rappresentava l’agente sul territorio cinese. Questa situazione di legame e dipendenza con il capitalismo occidentale determina la contraddittorietà della borghesia cinese di fronte ai problemi posti dalla nascente rivoluzione in Cina: se essa da un lato aspirava ad una lotta di liberazione nazionale per spezzare le catene imposte dalle potenze straniere, dall’altro il suo sviluppo e la sua ricchezza provenivano proprio dalle relazioni intrecciate col capitale straniero. In più temevano più di ogni altra cosa le incontrollabili conseguenze di un processo rivoluzionario, che avrebbe messo in movimento le masse contadine che aspiravano alla terra e il nascente ma già agguerrito proletariato che si concentrava nei principali centri industriali.

La contraddittoria posizione della borghesia cinese era chiaramente espressa dal proprio rappresentante politico, quel Sun Yat-Sen che, abbattuta la millenaria monarchia cinese nel 1911, aveva abbandonato spontaneamente il potere nelle mani dei signori della guerra.

Fin dal 1912 Lenin fece chiarezza sulla vera natura della borghesia rivoluzionaria cinese e stabilì l’atteggiamento del futuro partito proletario in Cina. In un articolo su Sun Yat-Sen “Democrazia e populismo in Cina”, Lenin sostiene che il proletariato deve diffidare della borghesia, perché essa più è rivoluzionaria e più “socialismo” mette nella propria ideologia, più ha la possibilità di mantenere il proletariato sotto il suo controllo.

Lenin si sofferma sulla correlazione fra democrazia e populismo nelle rivoluzioni borghesi attuali in Asia, cioè sul fatto che la borghesia dei paesi coloniali o arretrati, in un’epoca in cui il proletariato lotta per la presa del potere, dipinge le sue bandiere con i colori del socialismo. Questo era anche il caso della borghesia russa e Lenin rileva gli stessi tratti nell’ideologia di Sun Yat-Sen: «È la teoria del “socialista” reazionario piccolo-borghese. Infatti è del tutto reazionario sognare che sia possibile in Cina “prevenire” il capitalismo; che a causa del ritardo della Cina la “rivoluzione sociale” vi sia più facile (...) Lo stesso Sun Yat-Sen, con quella che si può ben dire un’inimitabile ingenuità verginale, distrugge la sua teoria populista reazionaria, quando riconosce ciò che la vita lo costringe a riconoscere, cioè che “la Cina è alla soglia di un gigantesco sviluppo industriale” (cioè capitalistico), che in Cina “il commercio” (cioè il capitalismo) “si svilupperà in proporzioni enormi”, che “in 50 anni ci saranno da noi molte Shanghai”, cioè centri della ricchezza capitalistica, e della miseria e spoliazione dei proletari».

In realtà la “rivoluzione economica” di cui parlava Sun Yat-Sen si riduce al trasferimento della rendita allo Stato, cioè alla nazionalizzazione della terra mediante una imposta unica. Scrive Lenin: «Fare in modo che l’aumento di valore della terra sia di proprietà del popolo significa trasferire la rendita, cioè la proprietà della terra allo Stato o, in altre parole, nazionalizzare la terra. Questa riforma è possibile nel quadro del capitalismo? Non soltanto è possibile ma rappresenta il capitalismo più puro, più conseguente, idealmente perfetto (...) L’ironia della storia vuole che il populismo, in nome della lotta contro il capitalismo nell’agricoltura, presenti un programma agrario la cui realizzazione completa significherebbe lo sviluppo più rapido del capitalismo nell’agricoltura».


La classe operaia

Per Lenin i borghesi populisti erano incapaci di realizzare tale programma, in Cina come in Russia. Si tratta di cogliere la dialettica dei rapporti di classe nella rivoluzione cinese: «Nella misura in cui aumenterà in Cina il numero delle Shanghai, il proletariato cinese aumenterà formando probabilmente un partito operaio socialdemocratico che, criticando le utopie piccolo-borghesi e le idee reazionarie di Sun Yat-Sen saprà certo sceverare con cura, conservare e sviluppare, il nocciolo democratico-rivoluzionario del suo programma politico ed agrario».

A differenza del populismo che vagheggiava della possibilità di saltare oltre la fase capitalistica, il marxismo ne ha riconosciuto la necessità storica. La nascita di numerose Shanghai, cioè la concentrazione dei proletari nei centri industriali, sarebbe stata il risultato della diffusione del capitalismo all’interno della arretrata Cina.


Le Tesi dell’Internazionale Comunista

Abbiamo scritto nelle Tesi sulla questione cinese del 1965: «La comparsa di un proletariato industriale in Cina, come nella Russia zarista o nell’Europa del 1848, significava per i comunisti la necessità di una organizzazione di classe che sfruttasse ai propri fini politici la crisi del regime preborghese. Tale è la linea del “Manifesto del Partito Comunista” e della Rivoluzione di Ottobre, linea che Marx ha definito col nome di “rivoluzione permanente”.

«Dal punto di vista di una vittoria definitiva del comunismo, il carattere “permanente” del processo rivoluzionario, che doveva consegnare il potere al proletariato dei paesi arretrati, aveva senso soltanto se la rivoluzione proletaria riusciva a estendersi alle metropoli del capitale. La Russia, diceva la seconda prefazione di Marx all’edizione russa del “Manifesto del Partito Comunista”, potrà evitare la fase dolorosa dell’accumulazione capitalistica solo “se la rivoluzione russa diverrà il segnale di una rivoluzione proletaria in Occidente, in modo che le due rivoluzioni si completino a vicenda”.

«L’Internazionale di Lenin non ha ripreso questa prospettiva solo per la Russia dei Soviet, ma l’ha estesa a tutta l’Asia. Come ricordavano le “Tesi del Congresso dei Popoli d’Oriente”, tenutosi a Baku nel 1920, “solo il trionfo completo della rivoluzione sociale e l’instaurazione di una economia comunista mondiale possono liberare i contadini di Oriente dalla rovina, dalla miseria e dallo sfruttamento. Perciò essi non hanno altra via per la propria emancipazione che di allearsi agli operai rivoluzionari di Occidente, alle loro repubbliche sovietiche, e di combattere nello stesso tempo i capitalisti stranieri e i loro propri despoti (i proprietari fondiari ed i borghesi) fino alla vittoria completa sulla borghesia mondiale e all’instaurazione definitiva del regime comunista”».

La prospettiva rivoluzionaria che aveva condotto alla vittoria in Russia era così estesa alla Cina.


La nostra attività sindacale

Il resoconto ha coperto il periodo da gennaio a maggio dell’anno in corso. Dopo l’intenso lavoro svolto da settembre 2017 a gennaio del 2018, legato alla promozione dell’Appello a sostegno di uno sciopero unitario del sindacalismo di base, col quale il partito è tornato ad agitare nel movimento sindacale le parole d’ordine della unità d’azione dei lavoratori e del fronte unico sindacale di classe, i mesi successivi sono stati segnati da un calo dell’attività.

Di quanto fatto nell’autunno e nei primi mesi invernali abbiamo reso conto alla precedente riunione generale di gennaio e nei numeri di settembre-ottobre e novembre-dicembre di questo giornale, negli articoli “Il percorso accidentato ma segnato verso un fronte unico sindacale di classe”, “Le valutazioni e l’intervento della nostra frazione sindacale nella vicenda del doppio sciopero ’generale’ ” e nel testo della relazione esposta al ciclo di conferenze pubbliche che abbiamo tenuto a Genova, Bologna, Firenze, Roma e Torino a ridosso dei due scioperi generali del 27 ottobre e del 10 novembre dell’anno passato.

Intorno a quell’Appello si era formato un piccolo gruppo nazionale costituito da militanti di diversi sindacati di base e della opposizione di sinistra in Cgil che auspicavamo si impegnasse con continuità a sostengo dell’unità d’azione del sindacalismo cosiddetto conflittuale. A questo scopo si intendeva organizzare una prima riunione nazionale, cosa che invece è stata infine rimandata (si legga il resoconto nella pagina sindacale di questo stesso numero della riunione poi effettivamente svoltasi il 2 settembre).

Il compagno ha per grossi capi descritto questa rete: i sindacati coinvolti e le relazioni interne a quelle organizzazioni sindacali. Ha quindi spiegato come azioni volte all’unità d’azione del sindacalismo di base e conflittuale abbiano ad ogni modo avuto luogo, per iniziativa dei vari militanti, pur non essendosi ancora costituito un organismo nazionale col fine di coordinarle per dar loro maggior forza.

È il caso dello sciopero del 25 maggio dei lavoratori delle Poste Italiane, promosso unitariamente dai gruppi nella categoria di Confederazione Cobas, Cub e SI Cobas. A Genova lo sciopero è stato sostenuto anche dai militanti della corrente di opposizione di sinistra in Cgil “Il sindacato è un’altra cosa”, riuscendo a imbastire con successo un picchetto nel centro postale con maggior numero di lavoratori della Liguria, il Centro di Distribuzione di Terralba.

I nostri compagni sono intervenuti nei giorni venerdì 23 e sabato 24 febbraio a due diverse manifestazioni nazionali svoltesi a Roma.

La prima era una manifestazione organizzata in occasione dello sciopero nazionale dei lavoratori della scuola nel contesto delle mobilitazioni in atto da mesi contro il licenziamento di migliaia di insegnanti cosiddetti “diplomati magistrali”. Allo sciopero avevano aderito tutti i sindacati di base ed anche i gruppi di insegnanti organizzati dalla corrente di minoranza di sinistra interna alla Cgil, denominata “La Cgil che vogliamo”. Non si era trattato di una reale organizzazione unitaria della mobilitazione bensì di un aggregarsi delle varie organizzazioni di fronte a un movimento di lavoratori che aveva espresso una certa vitalità. Elemento quindi limitato ma positivo, come sottolineato nel volantino appositamente redatto e distribuito dai nostri compagni a quella manifestazione:

«Oggi il sindacalismo di base ha chiamato allo sciopero nazionale i lavoratori di quattro categorie: una del settore privato, la logistica (SI Cobas e ADL Cobas), e tre del settore statale: scuola, sanità e vigili del fuoco (Usb). È un fatto molto positivo che nella mobilitazione dei lavoratori della scuola – e parzialmente anche della sanità pubblica – tutti i sindacati di base (Confederazione Cobas, Cub, Usb, Sgb, Unicobas, SI Cobas, Usi-Ait) abbiano ritrovato l’unità d’azione organizzando uno sciopero in una unica data, superando le misere contrapposizioni fra le loro dirigenze che l’autunno scorso hanno impedito uno sciopero generale unitario. Nella scuola ciò ha permesso l’adesione anche della opposizione di sinistra in Cgil, consentendo un ulteriore rafforzamento dello sciopero» (“Il fronte unico sindacale di classe”, “Il Partito Comunista” n. 388;).

Quella del giorno successivo, sabato 24 febbraio, era invece una manifestazione nazionale organizzata dal SI Cobas, a carattere in parte sindacale in parte partitico, al fine di promuovere un fronte “anticapitalista ed antielettoralista” fra organizzazioni politiche e sindacali. Questa iniziativa tornava a sollevare il problema del rapporto fra organizzazione sindacale ed organizzazione politica, che a nostro giudizio è impostato in modo erroneo dalla dirigenza del SI Cobas, fatto che evidenziammo fin dal primo congresso di questo sindacato (“Primo congresso del SI Cobas. L’intervento del nostro compagno”,), così come nel volantino distribuito a questa manifestazione:

«L’impegno delle organizzazioni sindacali in fronti unici politici o elettorali – anche quando si pretendono anticapitalisti – è un fattore di freno e arretramento, niente affatto di avanzamento, sulla strada dell’unità d’azione dei lavoratori e del sindacalismo conflittuale, base necessaria e fondamentale per la costruzione di un fronte unico sindacale di classe. La dirigenza di un sindacato può infatti legittimamente dichiarare di aderire ad un partito ed esprimere la sua preferenza per un dato fronte di partiti, ma non deve impegnare il sindacato, le sue energie e le sue strutture a sostenerlo, perché va così ad aprire una divisione all’interno del sindacato, con gli iscritti che a quella parte politica non appartengono, ed eleva un ostacolo all’adesione di altri lavoratori, che facilmente ravvedono in esso lo strumento di un partito e non della generale difesa della classe. Si va poi ad imboccare una strada opposta a quella del fronte sindacale di classe: quella della guerra fra ibridi sindacati-partiti, che è quanto oggi avviene nel sindacalismo di base».

Il testo dei due volantini distribuiti il 23 ed il 24 febbraio a Roma, con una introduzione riportante le nostre valutazioni relative allo stato generale del sindacalismo di base in Italia, sono stati poi tradotti e pubblicati sul n. 7-8 del nostro periodico in lingua inglese “The Communist Party”, in una sezione dedicata al sindacalismo di base e all’attività in esso dei nostri compagni (“Two General Strikes in Italy”,).

Su quello stesso numero del nostro periodico in lingua inglese e sul successivo è stata inoltre pubblicata la traduzione del nostro articolo sul secondo congresso dell’Unione Sindacale di Base (“The Second National Congress of the USB”,).

Sulla stampa in lingua italiana sono state pubblicate le traduzioni: da “El Partido Comunista” n. 12 di un articolo sull’aumento dell’emigrazione dei lavoratori venezuelani (“Lavoratori venezuelani vanno ad aggiungersi all’esercito internazionale degli emigrati”,) e di uno sul rinnovo del contratto dei lavoratori del petrolio della società statale venezuelana (“Il contratto a perdere dei lavoratori del petrolio”); da “The Communist Party” n. 7-8 quella di un articolo sulla lotta degli insegnanti nel West Virginia (“Il lungo sciopero dei lavoratori della scuola in West Virginia”).


Rapporto della sezione venezuelana

Il rapporto dei compagni venezuelani si può leggere a pagina 4 di questo stesso numero del giornale.


Fine del resoconto della riunione generale di maggio a Genova.

 

 

 

 

 

 

Per il sindacato di classe Pagina di impostazione programmatica e di battaglia del Partito Comunista Internazionale
Per la rinascita del sindacato di classe fuori e contro il sindacalismo di regime. Per unificare le rivendicazioni e le lotte operaie, contro la sottomissione all’interesse nazionale. Per l’affermazione del­l’in­dirizzo del partito comunista negli organi di difesa economica del proletariato, al fine della rivoluzionaria emancipazione dei lavoratori dal capitalismo


Le dirigenze dei sindacati di base si fanno la guerra sabotando la difesa della classe operaia

Il 17 luglio scorso i sindacati di base SI Cobas e Cub – insieme ai piccoli Sgb, Slai Cobas, Usi Ait – hanno proclamato uno sciopero generale di tutta la classe lavoratrice per venerdì 26 ottobre. Successivamente si è aggregato l’ADL Cobas.

Queste organizzazioni hanno proceduto in modo analogo all’anno scorso: hanno annunciato lo sciopero, con larghissimo anticipo, 90 giorni, ignorando le due altre principali organizzazioni sindacali di base: l’Unione Sindacale di Base e la Confederazione Cobas. Un modo di procedere che rientra nella “guerra” fra le dirigenze delle varie organizzazioni sindacali di base.

Usb e Confederazione Cobas lo scorso anno infine si risolsero ad indire uno sciopero generale il 10 novembre, a due settimane di distanza da quello del 27 ottobre. In un documento pubblicato il 4 agosto 2017, a firma del “Coordinamento Iscritti Usb per il Sindacato di Classe”, intitolato “Problemi dello sciopero del 27 ottobre” – di cui pubblicammo alcuni stralci sul nostro giornale (“Il percorso accidentato ma segnato verso un fronte unico sindacale di classe”) – si leggeva:

«La proclamazione dello sciopero [del 27 ottobre 2017] era avvenuta senza consultare né l’Usb né la Confederazione Cobas; questo era, con ogni evidenza, frutto della volontà di impedire ogni azione comune – sul piano nazionale e confederale – con quei due sindacati. Lo sciopero così proclamato quindi andava a suggellare quella divisione del sindacalismo di base nelle azioni di lotta che da 7 anni – cioè dalla nascita dell’Usb nel maggio 2010 – vede promuovere scioperi separati e in concorrenza fra questa e la CUB. Queste organizzazioni [Usb e Confederazione Cobas] andavano consultate prima di indire lo sciopero, per provare a farlo congiuntamente, anche con piattaforme rivendicative diverse, se non si riusciva a conciliarne una comune. Non averlo fatto fornisce un alibi a quelle dirigenze sindacali che eventualmente aspirassero – per il solito miope spirito “di sigla” – a disertare lo sciopero, visto che potranno giustificarsi con la base dei loro iscritti – come accaduto in passato – affermando di essere state emarginate». Come si vede nulla è cambiato rispetto l’anno passato.

Non sappiamo se per vie private i dirigenti di alcuni di questi sindacati abbiano interloquito con quelli dei sindacati non coinvolti nella preparazione dello sciopero. Comunque non sarebbe stato questo il modo corretto di procedere: le organizzazioni sindacali debbono essere invitate in modo formale a una discussione in preparazione di una mobilitazione, con comunicati ufficiali mostrati agli iscritti ed ai lavoratori, a dimostrare l’operato e le scelte degli uni e degli altri.

L’anno scorso i nostri compagni con altri militanti sindacali redassero un Appello a sostegno della proclamazione di uno sciopero generale unitario del sindacalismo di base (se ne si legga in questo stesso numero il resoconto nel rapporto sulla nostra attività sindacale esposto alla Riunione Generale del partito di maggio). Sulla base dei contatti consolidati in occasione della battaglia a sostegno di quell’Appello, la scorsa domenica 2 settembre si è tenuta a Firenze una riunione, presente una trentina di militanti di diverse organizzazioni sindacali: Confederazione Cobas, Cobas Sanità Università Ricerca, Usb, SI Cobas, Cub, Orsa. Vi erano rappresentate le seguenti categorie: ospedalieri, ferrovieri, poste, vigili del fuoco, Inps, insegnanti, alimentaristi.

La riunione – ci è parso in un buon clima fraternamente operaio – ha stabilito: 1) l’intenzione di dare continuità al gruppo che ha partecipato alla riunione al fine di portare avanti nel tempo la battaglia per l’unità d’azione del sindacalismo di classe; 2) l’organizzazione, dopo lo sciopero del 26 ottobre, di una assemblea nazionale “autoconvocata” con quell’obbiettivo; 3) la redazione di un nuovo appello a sostegno di uno sciopero generale unitario di tutto il sindacalismo di base e conflittuale, da far sottoscrivere in primo luogo a delegati, militanti e iscritti dei sindacati che non hanno aderito allo sciopero.


Cosa fa l’Usb

Quest’anno, differenza del 2017, Usb e Confederazione Cobas non hanno proclamato alcuna mobilitazione generale dei lavoratori. Per l’Usb, da quando fu fondata nel maggio 2010, questo non era mai accaduto. In compenso ha lanciato una manifestazione nazionale – a Roma sabato 20 ottobre – sei giorni prima dello sciopero, non certo per caso. Questa “contromossa” – che sancisce e approfondisce la contrapposizione fra Usb e l’altro fronte del sindacalismo di base – merita alcune considerazioni.

In primo luogo che era scontata, simmetrica alla procedura seguita da Cub e SI Cobas che ha escluso l’Usb dalla preparazione dello sciopero, e volta ad evitare alla dirigenza Usb l’imbarazzo di trovarsi a rifiutare un esplicito invito in tal senso. Questo eventuale (ma non certo) rifiuto, come già accaduto in passato, avrebbe marcato il distinguersi di Usb e la sua invocata superiorità rispetto al restante sindacalismo di base, da cui pretende essersi emancipata, come esplicitato durante il suo secondo congresso (“L’Usb al suo secondo Congresso nazionale”).

In secondo luogo che l’Usb accantona l’azione dello sciopero generale nazionale per sostituirlo con una manifestazione, secondo un costume che essa stessa in passato – giustamente – ha rimproverato alla Cgil.

È vero che è criticabile la “ritualità” degli scioperi generali promossi ogni autunno dal sindacalismo di base. Scioperi che non sono tali – tranne per il settore logistico, grazie al SI Cobas, in parte quello dei trasporti e in poche altre eccezioni – riducendosi a deboli manifestazioni di testimonianza che sviliscono l’arma stessa dello sciopero agli occhi dei lavoratori.

Tuttavia per l’Usb il sottrarsi quest’anno a tale ritualità sembra imputabile, più che ad un cambio di strategia sindacale, alla speranza che la sua dirigenza ripone in una o entrambe le bande di politicanti del nuovo governo per ottenere un “riconoscimento” sindacale, in contrapposizione e a discapito dei tradizionali sindacati confederali, in primis la Cgil. Per contro questi governanti “del cambiamento” verrebbero così ad indebolire l’altrettanto borghese sinistrume che controlla la Cgil e dalla quale, di riflesso, ricevono un sostegno.


La Usb fra i braccianti

L’Usb si è estesa fra i braccianti in Calabria, Puglia, Basilicata e Piemonte. Dopo l’uccisione il 2 giugno a colpi di fucile del bracciante maliano Soumaila Sacko, militante di Usb, tra Nicotera e Rosarno, vicino la tendopoli di San Ferdinando, in provincia di Reggio Calabria, il 7 giugno il pentastellato presidente della Camera ha ricevuto il coordinatore nazionale di Usb Lavoratori Agricoli e due membri dell’Esecutivo nazionale confederale. L’11 giugno lo stesso presidente della Camera si è recato in visita – su invito e accompagnato dai rappresentanti di Usb – presso la tendopoli di San Ferdinando. Il 4 luglio, a Roma, presso il Ministero del Lavoro, una folta delegazione di Usb, guidata dal suo coordinatore nazionale Confederale e da quello di Usb Lavoratori Agricoli, ha incontrato il vicepresidente del consiglio e ministro del Lavoro Di Maio. Si legge nel comunicato sindacale: «Usb ha letto e illustrato al ministro un documento articolato in sei macroaree, a partire dalla necessità di istituire un tavolo interministeriale con la partecipazione dei dicasteri del Lavoro, dell’Agricoltura, delle Infrastrutture e del Sud» (“Di Maio incontra l’Usb: contro lo sfruttamento nelle campagne più ispettori, contributi PAC condizionati e un tavolo interministeriale”).

Lunedì 3 settembre «si è tenuta nella prefettura di Foggia la prima riunione del Tavolo interministeriale e interistituzionale sullo sfruttamento del lavoro in agricoltura (...) Il ministro del Lavoro Luigi Di Maio ha aperto la riunione (...) Abbiamo proposto l’inclusione nella “Rete del lavoro agricolo di qualità” e nella relativa Cabina di regia dei nuovi attori, a partire da Usb, che attualmente stanno sviluppando forme di lotte bracciantili per i diritti sindacali e sociali di uomini e donne nella filiera agricola (...) L’Usb invita (...) al Convegno nazionale dei braccianti il prossimo 22 settembre a Foggia (...) il ministro delle Politiche Agricole (...) e il presidente della Regione Puglia» (“Lavoro agricolo, Di Maio presiede a Foggia il tavolo nazionale. Consenso unanime alla proposta Usb sui Centri per l’impiego”, 3 settembre).

Fa ovviamente parte delle funzioni di un sindacato trattare con i padroni e con i rappresentanti delle loro istituzioni statali, locali e nazionali. Ma un sindacato di classe approda alla trattativa in virtù della forza dispiegata dai lavoratori negli scioperi. Un sindacato di regime – quali in Italia sono Cgil, Cisl e Uil – ha invece garantita la sua partecipazione “ai tavoli” dalla fiducia che il padronato ripone in essi quali validi strumenti per controllare i lavoratori ed per impedire che essi tornino alla lotta di classe.

La dirigenza di Usb oscilla fra i richiami e, meno frequentemente, il ricorso alla lotta, e la ricerca del riconoscimento istituzionale. Ma un tale riconoscimento, nella misura in cui viene ottenuto sulla base di uno scambio con forze politiche borghesi, può ottenersi – proclami a parte – solo al prezzo del sacrificio d’ogni potenzialità di classe. E potrà sempre essere revocato.

È esemplare del fradicio riformismo della dirigenza della Usb la via che propone per la difesa dei braccianti. Nel comunicato del Coordinamento Nazionale Lavoratori Agricoli Usb dell’11 luglio, in occasione della visita a San Ferdinando, leggiamo: «Il presidente della Camera ha voluto richiamare alle proprie responsabilità la nazione [sic!], perché un modo condiviso [“condiviso” fra chi? Fra padroni ed operai uniti per il bene della “nazione”?] di combattere le moderne forme di schiavitù esiste, ed è la diffusione anche in Italia del consumo critico. Che equivale a dire “no alle merci vendute a prezzi stracciati” nella GDO, perché frutto del lavoro di braccianti pagati con pochi spiccioli, senza diritti, senza alcuna garanzia. L’Unione Sindacale di Base ringrazia il presidente della Camera per l’attenzione dimostrata» (“Fico visita con Usb le tendopoli di San Ferdinando: no agli accampamenti, sì all’accoglienza diffusa; contro la schiavitù dei braccianti serve il consumo critico”, 11 luglio).

Secondo i dirigenti di Usb quindi il capitalismo può essere riformato tramite un “consumo critico” che elimini la guerra commerciale dei prezzi, fra cui quello della forza lavoro! La realtà dimostra chiaramente il contrario, coi salari in calo da decenni e i proletari costretti a comprare merci sempre più scadenti a prezzi sempre maggiori. Non certo la chimera oppiacea del consumo critico ma solo la forza organizzata della lotta operaia può opporsi alla riduzione dei salari! Una lotta difensiva, non risolutiva delle ineliminabili infamie del capitalismo, ma necessaria sia a resistere sia a rafforzare i muscoli della classe proletaria, nella prospettiva della offensiva lotta politica rivoluzionaria per l’abbattimento, insieme col suo regime politico, del capitalismo.

L’impostazione data da Usb alla lotta dei braccianti è confermata dal testo di convocazione di una assemblea nazionale a Foggia sabato 22 settembre: «L’Unione Sindacale di Base organizza a Foggia una grande assemblea nazionale sul lavoro agricolo, durante la quale saranno presentati e discussi la piattaforma per il riconoscimento dei diritti sindacali, contrattuali e sociali dei lavoratori della terra e la proposta di codice etico per tutti gli attori della produzione e della commercializzazione dei prodotti agricoli, dai braccianti alla Grande Distribuzione Organizzata (...) All’assemblea aveva pubblicamente garantito la propria presenza il ministro Gian Marco Centinaio, che però alcuni giorni fa si è tirato indietro. Un brutto segnale dal ministero cui fa capo l’agricoltura italiana» (“Agricoltura Eticoltura. A Foggia il 22 settembre l’assemblea nazionale Usb sul lavoro agricolo: una piattaforma dei diritti e un codice etico”, 18 settembre).

All’assemblea, si legge nella locandina, parteciperanno anche “le associazioni di contadini e produttori”, cioè coloro i quali comprano e impiegano la forza lavoro dei braccianti, e che possiamo immaginare come siano favorevoli alle rivendicazioni contenute nella “piattaforma per il riconoscimento dei diritti sindacali, contrattuali e sociali dei lavoratori della terra”.

Si vede bene come l’ideologia politica della dirigenza Usb faccia presagire come destino di questo sindacato sia di sacrificare l’indirizzo di lotta classista sull’altare del riconoscimento da parte delle associazioni padronali e delle istituzioni politiche borghesi, cioè divenire un nuovo sindacato di regime. Ma tale sentiero non è stato ancora percorso sino in fondo – come invece da fine anni settanta reputiamo sia stato per la Cgil – e non è scontato che lo sarà, dipendendo ciò dal corso della lotta di classe, che può travolgere e squassare l’esile struttura di questo sindacato.


La vana speranza nelle nazionalizzazioni

Terza ed ultima considerazione da farsi in merito alla manifestazione nazionale del 20 ottobre promossa da Usb riguarda la sua piattaforma. Questa ha come rivendicazione centrale la nazionalizzazione di quelle che il riformismo chiama le “industrie strategiche” del paese. Per una trattazione più estesa di tale questione inquadrata dal punto di vista dell’indirizzo sindacale comunista rimandiamo all’articolo recentemente pubblicato “Le crisi aziendali e la richiesta delle nazionalizzazioni”.

Si noti che questa rivendicazione accomuna un arco politico-sindacale che va dagli esponenti della sinistra borghese radicale entro l’Usb, sia di marca staliniana sia trozkista, alla corrente di sinistra in Cgil più affiatata alla sua attuale maggioranza, quella che pubblica il periodico “Sinistra sindacale”: il suo ultimo numero apre in prima pagina col titolo: “Nazionalizzazione: una scelta strategica”. Insomma, i dirigenti di Usb sul tema vanno a braccetto con la maggioranza Cgil, in ottima compagnia!

La convocazione della manifestazione è stata resa pubblica il 4 settembre attraverso un appello – cui richiedono la sottoscrizione – titolato: “Nazionalizzare qui e ora! Manifestiamo a Roma, il 20 ottobre”. Fra le prime adesioni quelle di due esponenti del cartello politico Eurostop (si legga in merito “Contro la parola d’ordine di uscita dall’Euro dall’Europa dalla Nato”) e quella della portavoce nazionale del cartello elettorale Potere al Popolo.

Si legge nell’appello: «La strada delle nazionalizzazioni, che porti con sé anche una nuova e diversa concezione del modello di sviluppo (...) NON ammette più ritardi, né tentennamenti da parte di questo governo. Governo di cui fa parte una forza come la Lega che in passato ha sottoscritto concessioni e, come tutti gli altri partiti, ha preso soldi da Autostrade, votando come gli altri il decreto Salva-Benetton (...) Occorre quindi mobilitarsi perché la richiesta di nazionalizzazione che è venuta dal basso e che è stata populisticamente evocata dal Governo, sia effettivamente esaudita». Senza qui soffermarci sul logoro riformismo che prospetta un “diverso modello di sviluppo” del capitalismo, quello statale, e non certo un modo di produzione diverso dal capitalismo, è da notare come i dirigenti di Usb ritengano utile dar credito a questo governo.

Il comunicato fa riferimento al recente crollo del Ponte Morandi a Genova, in seguito al quale gli esponenti di governo del Movimento 5 Stelle hanno invocato la nazionalizzazione della rete autostradale. Lo stesso avevano fatto nei mesi estivi in merito all’Alitalia.

Due giorni dopo la pubblicazione dell’appello per la manifestazione sulle nazionalizzazioni, il 6 settembre l’Usb, insieme a Fiom, Fim, Uilm e Uglm, ha firmato l’accordo sull’ILVA, che condurrà all’acquisizione del gruppo siderurgico da parte del primo produttore mondiale di acciaio, Arcelor Mittal, e, con un quota di minoranza, dell’italiana Marcegaglia. Sul merito dell’accordo, vista la sua complessità, ci riserviamo di scrivere sul prossimo numero del giornale. Il comunicato del giorno stesso di Usb titolava: “Ilva, Usb: ottenuta la salvaguardia integrale dell’occupazione, ma l’Italia perde un pezzo del suo patrimonio industriale”. I mezzi di produzione, le aziende, invece che essere proprietà di una classe sociale, la borghesia, come spiega il marxismo, sarebbero per costoro proprietà “della nazione”.

Su queste basi l’Usb si appresta a organizzare la manifestazione del 20 ottobre.

Per sabato 27 ottobre, sette giorni dopo, l’indomani dello sciopero generale, fin da agosto già il SI Cobas aveva indetto una manifestazione nazionale, sempre a Roma, sulla base della piattaforma rivendicativa dello sciopero e a sostegno del progetto di un “Fronte anticapitalista”, di natura partitico-sindacale, che ideologicamente si contrappone ai contenuti della manifestazione promossa dall’Usb, oltre che alle organizzazioni politiche che ad essa aderiscono. Va perciò a consolidarsi ed aggravarsi la contrapposizione fra Usb e SI Cobas, su una base partitica, a danno del movimento sindacale della classe lavoratrice, alla cui parte organizzata nei sindacati di base, già minoritaria, si vede impedita la possibilità di un’azione unitaria di lotta.

Contro questa guerra voluta e condotta dalle attuali dirigenze, che si alimenta anche della confusione di funzioni fra l’organo sindacato e quello partito, il nostro partito indica ai lavoratori, oltre che ai suoi compagni, la necessità di militare e lavorare in ogni sindacato di base, e di battersi in essi per l’affermazione dell’indirizzo dell’unità d’azione dei lavoratori e del fronte unico sindacale di classe (“Per l’unificazione delle lotte della classe lavoratrice - Per il fronte unico sindacale di classe”).

 

 

 

 


Anche in Russia come ovunque la “riforma” delle pensioni conferma la condanna a vita al lavoro salariato

Nel mese di giugno, quando i riflettori in Russia erano puntati sui mondiali di calcio, il governo ha dichiarato l’intenzione di innalzare l’attuale età di pensionamento, nonostante precedenti dichiarazioni di Putin che la cosa non si sarebbe fatta.

È giunto quindi anche in Russia il momento di metter mano alle pensioni. Attualmente sono a 55 anni per le donne e a 60 per gli uomini. La “riforma” partirebbe nel 2019, prevedendo di raggiungere nel 2028 un’età di pensionamento di 65 anni per gli uomini e nel 2034 di 63 anni per le donne.

Le motivazioni secondo il governo russo sono le stesse che i governi, di qualsiasi colore essi siano, hanno addotto per far passare le stesse misure in paesi come Germania, Francia, Italia, Grecia, etc.: aumento della aspettativa di vita e rischio di peggioramento dei conti pubblici.

In realtà in tutti i paesi i governi borghesi, utilizzando la stessa propaganda ideologica, si apprestano a colpire ugualmente la classe proletaria, a difesa del capitalismo dalla sua crisi.

Perché la causa della crisi è nell’economia capitalistica, le cui leggi determinano le politiche dei governi.

Riguardo all’aspettativa di vita in Russia, drammaticamente diminuita negli ultimi decenni, si trovano diversi dati: prendendo quelli più ottimistici, che danno solo 68 anni per gli uomini ed un dieci anni in più per le donne, si può affermare che gran parte del proletariato russo non riceverà la pensione perché morirà prima.

Questa “riforma” ha scaturito quindi una serie di proteste, culminate in varie manifestazioni organizzate il 9 settembre, in concomitanza con le elezioni amministrative. Manifestazioni non solo di lavoratori e con diverse motivazioni, in opposizione al governo di Russia Unita. Si sono concluse con scontri ed arresti.

Anche nei mesi precedenti ci sono state manifestazioni, il 25 giugno, il 1° e il 19 luglio, il 21 agosto ed il 2 settembre ma, seppur organizzate da sindacati e sostenute anche dai nostalgici stalinisti del Partito Comunista (KPRF), altro non avevano che fini elettorali.

Non ci risulta vi siano stati scioperi significativi, unica arma in mano ai lavoratori per contrastare l’attacco borghese alle loro condizioni.

Il proletariato russo, come la quasi totalità di quello mondiale, ha da rimboccarsi le maniche per il duro lavoro di riorganizzazione di sindacati di classe, unico mezzo per contrastare gli attacchi borghesi.

 

 

 

 

 


Iperinflazione, condizione operaia e difensive borghesi in Venezuela

In Venezuela, benché si senta il tic-tac della bomba a tempo sociale, le classi inferiori sono mantenute addormentate con la droga elettorale: dalle elezioni presidenziali di maggio è uscito il risultato atteso con la ratifica della presidenza a Nicolás Maduro.

Nel 2017, nella strategia del borghese governo del Venezuela di darsi un’immagine di “sinistra” e di “socialismo”, abbiamo assistito al cinico spettacolo delle commemorazioni ufficiali del centenario della rivoluzione russa, per quanto il Venezuela sia oggi una delle peggiori espressioni della controrivoluzione e dell’anticomunismo internazionale. Questo è quello che hanno sempre fatto le correnti riformiste, revisioniste, borghesi e piccolo-borghesi, che nascondono gli interessi della borghesia sotto falsi discorsi socialisti e perfino pseudo-rivoluzionari, per confondere, ingannare, dividere e sconfiggere la classe sfruttata, unico motore della rivoluzione proletaria.

La borghesia internazionale ha ormai una lunga esperienza nel condurre abilmente questa manovra, presentando alle masse lavoratrici le false alternative di un capitalismo di “destra” e uno di “sinistra”, con quest’ultimo che sfumerebbe nel “socialismo” e a favore del quale canalizzare il malcontento e l’aspirazione al cambiamento sociale. Nella farsa dello scontro tra “destra” e “sinistra”, tra capitalismo e “socialismo”, tra “rivoluzione” e “imperialismo” si nasconde ciò che invece sta realmente accadendo: uno scontro tra frazioni borghesi per il controllo del governo, ma tutte a difesa del capitalismo.

Per esempio nell’industria petrolifera e petrolchimica, controllata dallo Stato, alcune agitazioni sindacali sono state provocate dai licenziamenti, dalla caduta del salario reale e dalla repressione all’interno delle fabbriche. I sindacati e le diverse correnti politiche che li dirigono hanno però mantenuto la smobilitazione e l’alleanza con i padroni. I sindacati fedeli al chavismo nel settore petrolifero e petrolchimico non hanno offerto alcuna risposta al malcontento dei lavoratori, mentre le correnti sindacali e politiche che fanno riferimento all’opposizione stanno cercando di approfittare dell’agitazione, e anche far finta di promuoverla, ma solo con intenzioni elettorali.

Questo benché nel paese si viva ormai in condizioni di penuria, con la popolazione tutto il giorno alla ricerca di qualcosa da mangiare, soprattutto chi non ha uno stipendio fisso e i disoccupati, che sono già molti e dei quali la disinformazione ufficiale nasconde il numero. Nelle città, e anche a Caracas, molte famiglie, marito, moglie, figli e figlie, si aggirano nei mercati e nelle rivendite di generi alimentari alla ricerca di avanzi invenduti per nutrirsi e non morire di fame in mezzo alla strada.

E la tendenza è verso un ulteriore peggioramento. La svalutazione permanente dei salari non consente ai lavoratori di ricostituire le loro forze. Questi in molte regioni del paese non possono andare a lavorare a causa della riduzione dei servizi di trasporto o dell’aumento del prezzo dei biglietti. Ciò ha causato le sospensioni o i licenziamenti per assenteismo previsti dalla legislazione sul lavoro, pretesti utilizzati dai padroni per risparmiare sulle dismissioni ed evitare le complicate procedure amministrative per ridurre l’organico, sia nel settore pubblico sia in quello privato.

Nemmeno è più possibile trovare condizioni lavorative decenti nella maggior parte delle aziende, poiché la richiesta di igiene e sicurezza è immediatamente repressa e respinta; anche le più elementari norme di protezione sono scomparse per la riduzione dei costi imposta dagli sfruttatori.

I tagli nel settore sanitario hanno facilitato la ricomparsa di malattie come la malaria e la tubercolosi, tra le altre, che si consideravano sotto controllo. La carenza di farmaci sta causando morti, specialmente fra chi soffre di diabete, aids, cancro, insufficienza renale, problemi cardiovascolari o semplici infezioni, perché non si trovano gli antibiotici. Gli anziani e i figli dei lavoratori sono le prime vittime.

Si è avuta una timida campagna per il mantenimento dell’assistenza sociale: assicurazione ospedaliera, chirurgica, maternità, onoranze funebri, medicinali, materiale scolastico, che sarebbe compreso nei contratti collettivi vigenti, ma che si è volatizzato nella iperbolica svalutazione.

Per questo molti operai, come è evidente nei quartieri proletari delle principali città, anche se hanno un lavoro lo lasciano, convinti che, per poter sopravvivere e dar da mangiare alle famiglie, sia meglio emigrare in qualsiasi altro paese del continente, fuggendo dal “Socialismo del 21° secolo”.

Ma le borghesie dei paesi vicini sono disposte ad accogliere manodopera solo nella quantità che a loro serve: già molte ora richiedono il passaporto agli immigrati. L’esercito del Brasile è stato mandato nel Nord a presidiare l’autostrada che lo collega al Venezuela. Nella zona, vicino al confine, dove è concentrato un gran numero di emigrati venezuelani, bande di nazionalisti, al canto dell’inno nazionale, sono state inviate ad attaccarli distruggendo le loro tende e suppellettili; un migliaio di proletari è stato così costretto a tornarsene alla fame nel loro paese.

Da parte sua, in Venezuela il governo ha iniziato il 2018 con l’estensione per la 13ª volta del decreto sull’emergenza economica, che consente di applicare senza il controllo degli altri poteri misure per la salvaguardia della produzione e degli interessi dei capitalisti e per reprimere le lotte operaie. Fra queste la soppressione del controllo sui cambi, la introduzione di una nuova moneta, la liberalizzazione dei prezzi di prodotti e servizi, l’adeguamento del prezzo della benzina alle quotazioni internazionali, l’aumento delle imposte. Ma tutto sarà presto inghiottito dall’inflazione, alimentata dalla scarsità dei prodotti.

Nessuno di questi provvedimenti è a vantaggio dei lavoratori, mentre la propaganda ufficiale continua a vantare la “prosperità economica”, il “socialismo” e la “rivoluzione”.

Nel frattempo il governo sta promuovendo l’inquadramento di miliziani civili, subordinati ai comandi militari, col pretesto di doversi preparare a difendersi da una invasione statunitense e dei suoi alleati nella regione. Con questi motivetti patriottici pretendono soffocare la reazione della classe operaia all’impatto della crisi economica.

Per altro lo Stato borghese mantiene ancora immobilizzati i lavoratori dosando gli aumenti del salario minimo tre o quattro volte l’anno.

Al fine di trattenere le lotte in molte fabbriche ed uffici i lavoratori sono stati spinti a registrarsi in quella che viene chiamata “Carta della Patria”, una tessera distribuita dal governo che dovrebbe dare accesso a medicine, alimentari e altri servizi, e consentire dei premi di integrazione al salario.

I contratti collettivi hanno perso ogni validità a difesa delle condizioni di lavoro, e qualsiasi agitazione è immediatamente criminalizzata o distorta dalla propaganda ufficiale, che la addita come “cospirazione controrivoluzionaria” o come mobilitata dalla “opposizione di destra”, avvalorando così questa davanti alla classe operaia. Questa confusione evidentemente è possibile perché manca oggi un punto di riferimento politico che sveli l’inganno e indichi la direzione da seguire.

Nelle fabbriche la Centrale Socialista Bolivariana dei Lavoratori (CBST) promuove insieme al governo la formazione dei Comitati Produttivi dei Lavoratori (CPT); gli operai ovviamente li ignorano, avendo questi infatti solo lo scopo di promuovere il crumiraggio e difendere la regolarità della produzione.

È possibile che si verifichino delle rivolte di strada, in reazione ai prezzi elevati di alimenti, medicine e altri prodotti e servizi di base. Ma, nelle aziende, i lavoratori sono minacciati con i licenziamenti e intimoriti con la denuncia d’essere controrivoluzionari, antipatriottici, filo-imperialisti, terroristi...

Quindi, nonostante continui la drammatica caduta del salario reale e la svalutazione del Bolivar, si sono avute solo alcune lotte per aumenti salariali. Gli infermieri hanno imposto lo sciopero nazionale per aumenti salariali ed hanno respinto l’offerta del governo solo di buoni integrativi. Alla lotta si sono aggiunti i medici. Lo stesso nel settore elettrico dove un nucleo di agitazione e mobilitazione potrebbe allargare il suo raggio di azione, chiedendo un salario che permetta di pagare il paniere alimentare base e rifiutando gli incentivi governativi.

Fatto è che i lavoratori non riescono ancora a darsi un’organizzazione di classe alla base, contro tutti i sindacati che anche in Venezuela aderiscono al sindacalismo padronale e che quindi non promuovono la mobilitazione e lo sciopero. La lotta per le richieste operaie dovrà necessariamente nascere dalla base dei lavoratori e fuori dal controllo degli attuali sindacati.

 

 

 

 


In Turchia gli operai edili affrontano la tirannia borghese

In Turchia le conseguenze della crisi economica si scaricano sulla classe operaia e sugli strati più poveri, crisi aggravata dai costi della guerra in Siria.

Difficile reagire. Tuttavia la lotta operaia continua. Nella seconda decade di settembre è esplosa una clamorosa rivolta operaia: lo sciopero dei lavoratori impegnati nella costruzione del terzo aeroporto di Istanbul, la cui inaugurazione è prevista per il 29 ottobre. Lo sciopero è stato indetto da organizzazioni sindacali di base e ha avuto una forte partecipazione.

La costruzione di quello che sarà uno degli aeroporti più grandi del mondo impegna circa 35.000 operai di cui almeno 20.000 provenienti dai villaggi dell’Anatolia profonda, i quali dormono all’interno del cantiere in baraccamenti fatiscenti e infestati dagli insetti. La svalutazione della lira turca ha svuotato le casse dello Stato, le ditte appaltatrici non ricevono i pagamenti e una parte consistente degli operai è rimasta senza salario.

Ma il premier Erdoğan e la borghesia non possono permettersi ritardi nell’inaugurazione di questa grande opera per la quale sono disposti a commettere ogni crimine. Nel cantiere, aperto da 5 anni, sarebbero morti in incidenti già 400 operai. Questo è il tributo di sangue che la borghesia chiede al proletariato, già in tempo di pace, per assicurarsi il futuro di classe dominante.

Allo sciopero e ai cortei seguiti all’ennesimo incidente, in cui sono morti due operai, la polizia ha risposto dapprima con cariche e idranti. Poi, constatato che i lavoratori non aveva alcuna intenzione di desistere, nel cuore della notte ha svegliato gli operai nei dormitori e 600 sono stati arrestati. Le ditte appaltatrici, che pur forniscono ai lavoratori pessimi servizi di trasporto, hanno subito trovato per le forze di polizia decine autobus per tradurre i fermati nei luoghi di detenzione. Nei giorni successivi soltanto una parte di loro sono stati liberati e molti restano in carcere con pesanti capi di imputazione.

Dopo ulteriori scontri all’interno del cantiere la rivolta operaia pare sedata e il cantiere ora assomiglia a un grande lager.

Ma non basterà la repressione borghese a fermare per sempre la rivolta operaia.

 

 

 

 

 


India: Una manifestazione di operai e contadini contenuta ancora dai falsi comunisti

Il 10 settembre si è tenuto uno “Bharat Band”, uno sciopero generale, che prevede anche il coinvolgimento di classi non salariate, guidato dal partito del Congresso, oggi all’opposizione, e da altri ventidue partiti, compresi i sedicenti partiti comunisti e dai sindacati a loro legati. In India ogni partito controlla diversi sindacati.

In alcuni Stati dove governano i partiti dell’opposizione (Karnataka, West Bengal, Orissa, Tamil Nadu, Andhra Pradesh, Telangana) l’adesione è stata quasi totale. Il blocco dei trasporti ha paralizzato numerose città. A Nuova Delhi, Pune, Patna e Bharuch si sono registrati scontri.

I sindacati accusano il governo di essere incapace a contenere la crescita dei prezzi, in particolare dei combustibili, aumentati del 15% nell’ultimo anno, e i partiti all’opposizione denunciano la caduta della rupia, la moneta indiana, rispetto al dollaro. Esponenti del governo, invece, hanno dichiarato che lo sciopero sarebbe solo una strumentalizzazione degli oppositori e non avrebbe alcun obiettivo, individuando le causa dell’aumento del prezzo del petrolio in fattori esterni: la crisi dei mercati globali e della Turchia, che avrebbe colpito paesi emergenti come quello indiano.

Sembrerebbe quindi uno sciopero con un carattere più politico che sindacale, indetto e diretto da fazioni borghesi in lotta tra di loro, ma in realtà unite contro i lavoratori. Rahul Gandhi, infatti, l’attuale leader del partito del Congresso ha definito in questa occasione molto positiva l’unità di tutte le forze di opposizione accusando il partito di governo il BJP (Bharatiya Janata Party) di diffondere odio e divisione nella nazione.

Ma, se questo sciopero può esser stato diretto dall’alto, e a vantaggio delle opposizioni parlamentari, e in particolare del Partito del Congresso, questo non toglie che i lavoratori salariati e tutte le classi sfruttate della società indiana, che versano in condizioni disastrose, tendevano già di per sé verso una qualche forma di mobilitazione, che forse minacciavano anche di intraprendere.

Infatti pochi giorni prima, il 5 settembre, oltre centomila manifestanti, in maggioranza contadini, hanno marciato a Delhi guidati dai partiti “comunisti” tra cui il Partito Comunista d’India (CPI) ed il Partito Comunista d’India marxista (CPIm) e dai sindacati loro affiliati, lo All Indian Kisan Sabha (AIKS, Associazione dei Contadini Indiani), il Centro dei Sindacati Indiani (CITU) e il Sindacato dei Lavoratori Agricoli dell’India (AIAWU).

I lavoratori, oltre a richiedere la cancellazione della riforma del lavoro dell’attuale governo Modi, scandivano slogan per ottenere aumenti salariali, parità di salario per tutti i lavoratori, ma anche rivendicazioni “sociali” come la riduzione generale dei prezzi ed istruzione, alloggio e sanità gratis per tutti.

Le condizioni di vita e di lavoro della stragrande maggioranza dei lavoratori indiani sono al limite della sopravvivenza. Basti pensare che i primi di agosto quasi mezzo milione di lavoratori delle 370 piantagioni di tè nella regione di Darjeeling sono entrati in sciopero chiedendo un aumento salariale di 50 centesimi di dollaro al giorno, avendo un salario minimo giornaliero di 169 rupie, 2,46 dollari!

Il 10 settembre a Ehi, Tapan Sen, l’attuale segretario del sindacato CITU, ha dichiarato che «il vero nemico è la politica neoliberista». L’unità dei salariati e dei contadini poveri in lotta è il cardine per una reale difesa dei lavoratori indiani dagli attacchi di borghesi e fondiari. Occorre però aver chiaro che il nemico non è solo il governo Modi, o il cattivo capitalismo “liberista”, ma il sistema capitalistico in sé, che impera nel mondo dettando le leggi ai governi di ogni colore, capitalismo che trova i suoi migliori difensori nei partiti della sua falsa opposizione.

 

 

 

 


Ancora in rivolta i proletari a Bassora

Una nuova esplosione di malcontento proletario nella prima decade del mese di settembre è tornata a scaldare la già alta temperatura sociale nell’Iraq meridionale. Le violente manifestazioni di massa esplose nell’importante città di Bassora hanno assunto sin dall’inizio chiari connotati economici, sfuggendo al controllo degli apparati politici e religiosi.

Con una disoccupazione che a livello locale supera il 25% della forza lavoro (contro il 20% della media nazionale), esasperati infine per l’inquinamento dell’acquedotto, che ha provocato il ricovero in ospedale di circa 30.000 intossicati, i proletari iracheni sono arrivati a rivoltarsi. In prevalenza giovani, si sono riversati nelle strade e nelle piazze già nei primi giorni di settembre. Poi il 6 e il 7 gli scontri si sono fatti più cruenti: i manifestanti hanno preso di assalto e incendiato le sedi dei partiti di governo, delle milizie alleate all’Iran e delle loro televisioni, mentre le forze di polizia hanno sparato sui manifestanti inermi provocando numerosi morti, attualmente sono 15, e decine di feriti.

Come hanno spiegato vari osservatori, le cause dell’instabilità sociale e di questa ondata di proteste, che sono la naturale prosecuzione di quelle del luglio scorso, oltre all’estrema povertà di gran parte delle popolazione, sono anche il ritorno a casa dei giovani che hanno combattuto lo Stato Islamico e che ora si ritrovano privi di sostentamento.

Ma c’è un fatto che sembra dare alla protesta un carattere inedito nel panorama mediorientale di questi ultimi due decenni: i manifestanti non hanno incanalato il malcontento nell’oscurantismo religioso, che negli ultimi anni ha giocato un ruolo così importante nella vita politica del paese. Una circostanza questa che è stata confermata da più parti. Anche il Washington Post ha espresso una simile valutazione: «Non ha molto senso tentare di spiegare le proteste di Bassora attraverso le lenti del settarismo religioso, così popolari fra gli osservatori stranieri. In Iraq il sentimento dell’appartenenza religiosa settaria è in fase di regresso».

Il messaggio lanciato dai manifestanti contro la componente religiosa sciita, legata all’Iran, ha assunto forme “preoccupanti” e “inaccettabili” anche per la sua componente irachena, capeggiata da Moqtada al-Sadr, che vuole emanciparsi dall’egemonia della potente paese vicino. Per irridere le milizie filo-iraniane i manifestanti hanno addirittura innalzato le foto di Mia Khalifa, una pornostar libanese di religione cattolica e naturalizzata statunitense, additata dagli Hezbollah come simbolo della perdizione e sui cartelli avevano scritto che quella signora meritava più rispetto dei politicanti locali.

Non saranno certo i preti di ogni credo a fermare il risorgere della lotta di classe, spinta dalle condizioni di vita insopportabili in cui la borghesia condanna i lavoratori di ogni paese e di ogni clima.

 

 

 

 


Un incontro in Usa fra comitati di base della ristorazione

Il settore dei servizi rappresenta oggi quasi l’80% del prodotto interno lordo degli Stati Uniti, nonché degli occupati. Va detto che per le statistiche del paese la categoria “servizi” è molto ampia, includendo anche la logistica ed i trasporti, ma indubbiamente il settore dei servizi “a basso salario” è una porzione in crescita nell’economia statunitense.

Il grado di sindacalizzazione è molto basso; nella ristorazione è appena all’1,8%, ben al di sotto di quello già basso del settore privato nel suo complesso, che è del 6,5%. Il 2017 ha però registrato un rimarcabile incremento, con oltre un quarto degli 860 mila nuovi assunti che si sono organizzati in sindacati.

Il settore della ristorazione, per la tradizionale carenza di intervento del sindacalismo di regime, e, per contro, del suo controllo, e la crescita del suo peso nell’economia del paese ne fanno un terreno fertile per lo sviluppo del sindacalismo di classe.

Il 30 luglio scorso si è tenuto presso una libreria di New York un incontro dedicato ai problemi dell’organizzazione sindacale dei lavoratori a basso salario nel settore dei servizi. All’incontro hanno partecipato militanti di cinque organismi sindacali nella ristorazione: la Burgerville Workers Union, affiliata agli IWW di Portland (Oregon); un sindacato della catena “Gimme! Coffee”, presente nei negozi di Itacha (New York); la United Kava Workers Local 138, un comitato presso un negozio della catena Kava a Brooklyn (New York); la Stardust Family United presso il ristorante Ellen’s Stardust Diner a Manhattan (New York), affiliato agli IWW; il Laundry Workers Center, sindacato coinvolto nella mobilitazione dei lavoratori della catena Hot & Crusty a New York City.

Si tratta per tutti di organismi nati “dal basso”. Solo quello presso la Gimme! Coffe ha poi cercato l’appoggio della Workers United, affiliata alla Service Employees International Union, che vanta una tradizione d’intervento nel settore, e ha agito nella ricerca del suo riconoscimento come rappresentante sindacale aziendale.

La SEIU dichiara di organizzare milioni di lavoratori negli Stati Uniti e in Canada, nei settori della sanità, dei dipendenti pubblici, degli enti locali e nazionali, della ristorazione e del personale ausiliario della scuola. Nel 1995 il presidente della SEIU fu perfino presidente della AFL-CIO, la più grande confederazione sindacale degli Stati Uniti. Da allora la SEIU crebbe nel numero di iscritti fino a diventare il maggiore sindacato della AFL-CIO. Dal 2005 la SEIU non fa più parte dell’AFL-CIO.

Alla riunione, dal racconto delle lotte condotte da queste organizzazioni sono emerse le condizioni della categoria: alta intensità del lavoro, bassi salari, precarietà contrattuale. Questo sta conducendo i lavoratori ad organizzarsi sul posto di lavoro per difendersi contro le rispettive aziende.

Dalla discussione è emersa la generale negligenza delle maggiori organizzazioni sindacali nell’organizzare i lavoratori peggio pagati del settore dei servizi.

Dalle esposizioni delle diverse mobilitazioni è emerso il tratto comune di movimenti nati “dal basso”, fondati sulla lotta sul posto di lavoro, sulla costituzione di comitati di lotta e sullo sciopero, e solo su questa base, successivamente, e non sempre, sulla ricerca di una qualche forma di trattativa fra dirigenza aziendale e sindacato.

Alla riunione è stato spiegato che il metodo d’azione dei sindacati nelle mobilitazioni cui hanno preso parte non è stato lo stesso per tutte. IWW, Stardust Family United e Burgerville Workers Unions hanno scelto di non pretendere il riconoscimento da parte aziendale, ma solo arrivare alla sigla di accordi specifici, e di basare la difesa operaia solo sulla presenza di organismi sindacali aziendali e sulla milizia dei lavoratori più combattivi.

Le altre organizzazioni presenti all’incontro hanno invece cercato tale riconoscimento, in particolare i lavoratori della Gimme! Coffee.

 

 

 

 

 

 


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Come le stragi e la pulizia etnica in Siria tornano utili al Capitale

La fine della guerra – almeno in un’ampia porzione della Siria è ormai sotto il saldo controllo dell’esercito lealista e dei suoi alleati – aprirà la fase della ricostruzione, la quale si profila come un grande affare soprattutto per i vincitori, anche se non esclude che altre fazioni borghesi possano trarne vantaggi considerevoli, sia pure in maniera indiretta.

Anche su questo tema occorre sgombrare il campo dalle risibili letture e interpretazioni “campiste” degli scontri bellici.

La ricostruzione della Siria costerà un enorme impegno di capitali, certamente non sufficienti quelli che potranno investire la Russia e l’Iran, i principali alleati del regime di Damasco, dunque la ricostruzione del paese potrebbe vedere l’intervento di altri investitori internazionali.

Forse si illudono quanti vedono la possibilità di un massiccio intervento cinese. Pechino potrebbe voler giocare un maggior ruolo nella regione mediorientale, ma ci sono alcuni ostacoli, non ultimo quello della difficile valorizzazione dei capitali investiti in loco, un aspetto che va tenuto presente quando si parla dei faraonici progetti cinesi della “one belt, one road” attorno al mondo.

Nella fase imperialista del capitalismo, lo straripare del sovrapprodotto condanna i capitali a muoversi di continuo negli infernali gironi mondiali dei mercati finanziari, mentre la speranza di prendere terra in investimenti produttivi, e non puramente speculativi, si concretizza solo quando le prospettive di guadagno diventano meno improbabili.

Ma la guerra siriana frattanto ha dato una risposta a una esigenza fondamentale della guerra borghese: invertire l’incremento demografico. In sette anni di guerra mezzo milione sono i morti, almeno sei milioni i profughi che hanno lasciato il paese, per non parlare dell’enorme numero di sfollati. I profughi potrebbero aumentare ancora, con una parte cospicua dei 3 milioni di abitanti dell’ultima area rimasta sotto il controllo dei ribelli, in gran parte il governatorato di Idlib, attualmente sotto attacco da parte delle truppe fedeli al regime di Damasco e dei suoi alleati. Secondo alcune stime il numero dei profughi siriani all’estero in poco tempo potrebbe raggiungere i 10 milioni.

Fenomeno questo, sotto il regime del capitale, valutato addirittura positivamente da chi ha interesse alla stabilità politica della Siria, paese in precedenza considerato sovrappopolato in rapporto alle sue risorse.

La sovrappopolazione di un paese è sempre relativa, va vista in relazione allo sviluppo delle forze produttive e dei rapporti di produzione. Un paese spopolato potrebbe non consentire la fase di crescita legata alla ricostruzione postbellica e la carenza di forza lavoro pregiudicare il riavvio del processo di accumulazione.

Ma questo non dovrebbe essere il problema della Siria. Se con la guerra la popolazione del paese è scesa dai 21 milioni del 2010, ai 18,2 milioni attuali, nello stesso periodo la percentuale della popolazione urbana è cresciuta dal 57% al 75%. La guerra che, nella fase imperialistica del capitalismo coinvolge in misura sempre più massiccia la popolazione civile, è in Siria stata un fattore di accelerazione del processo di sradicamento delle masse dalle campagne e di inurbamento forzato. Questa nuova forza lavoro è ora disponibile dove e quando si sono create le condizioni per la valorizzazione del capitale.

Inoltre le ondate di profughi verso l’estero e di sfollati all’interno del territorio siriano hanno cambiato la composizione e la distribuzione etnica e religiosa della popolazione nel paese. Il regime siriano ha bombardato a tappeto interi quartieri e talora intere città anche al fine di accelerare il riassetto etnico del paese. Mentre le regioni costiere, in cui più alta è la percentuale di alawiti, sono rimaste quasi indenni dalla guerra, i grossi spostamenti di popolazione si sono avuti soprattutto dalle regioni più martoriate dai combattimenti, in cui prevaleva la componente arabo-sunnita. Per questo il governo non dimostra alcuna intenzione di favorire il rientro dei profughi nelle regioni di provenienza. Una recente legge ha stabilito che chi entro un mese non sarà in grado di produrre documenti che attestino la proprietà sulla propria casa ne verrà espropriato.

La classe dominante siriana si attende quindi che a guerra finita i rapporti numerici fra le differenti componenti etnico-religiose del paese si spostino a favore di quella alawita, base sociale ed élite del regime di Assad.

Ma non è detto che le guerre del capitale sortiscano infine gli effetti che le ripugnanti e sanguinarie e ovunque quasi-tribali classi dominanti si attendono.

 

 

 

 


Annaspa anche a Cuba il capitale
Che si vuole ‘di Stato’ ma capitalismo era e rimane

L’Assemblea Nazionale di Cuba a luglio ha approvato all’unanimità la bozza preliminare della nuova Costituzione. Il disegno di legge sarà poi sottoposto a consultazione popolare.

In essa sono sanciti il rispetto della proprietà privata, il diritto di ereditare terreni e la tutela degli investimenti stranieri. Si osserva inoltre che nel testo solenne non appare più la parola comunismo.

Insomma, il Partito “Comunista” di Cuba sta cercando, come si dice, di svignarsela alla chetichella.

Ma riguardo il comunismo il cambiamento e la riforma sono solo sulla carta, perché la rivoluzione cubana non è mai stata della classe operaia né socialista. Nemmeno ha mai fatto parte delle sue strategie geopolitiche la chiusura agli investimenti internazionali, che ha solo subìta per il blocco economico mantenuto dagli Stati Uniti.

Solo l’esportazione dei suoi servizi sanitari e scolastici è stata recentemente colpita dalla crisi di uno dei suoi principali clienti, il governo venezuelano, così come fu per la crisi dell’URSS negli anni ‘80.

Il governo cubano con questa riforma della costituzione cerca di adattarsi alla nuova situazione, favorendo la raccolta di capitali e l’accesso ai mercati mondiali.

Come è tipico dei partiti che dirigono molti piccoli e grandissimi Stati che trovano utile ammantarsi della falsa bandiera del comunismo, ancora più falsa di quella pure falsa della democrazia degli altri, in una estrema invereconda difensiva di questa loro bardatura ideologica e propagandistica, arrivano a dichiarare che starebbero attuando solo “una riforma nel quadro dei principi del socialismo consolidato”, come si è espresso Homero Acosta, segretario del Consiglio di Stato, nel mostrare ai deputati i cambiamenti verso quello che diverrebbe “uno Stato di diritto socialista”.

Tutto si riduce infatti al riconoscimento formale della “esistenza oggettiva delle leggi del mercato” a Cuba. Leggi del mercato che, riconosciute o meno, hanno sempre regolato l’economia cubana: il capitalismo di Stato implica le “leggi del mercato”. Il calmiere amministrativo di alcuni prezzi, comune a tutti i tipi di capitalismo, non infrange né le leggi del capitalismo né quelle del mercato.

Lo Stato del capitale a Cuba ha bisogno di aumentare le entrate fiscali tassando gli imprenditori privati e cercando di aumentare la penetrazione degli investimenti stranieri. Solo per le necessità della crisi deve rinunciare alla sovvenzione dei prezzi di prodotti e servizi, eliminare la Tessera di Razionamento ed accettare solo la moneta convertibile, cioè la sua svalutazione.

Ogni ora emergono attività mercantili private, che sempre sono esistite, seppure nascoste, nell’economia cubana. Solo a questo si riduce ciò che gli opportunisti cubani definiscono “un passo verso un nuovo tipo di socialismo, più funzionale”.

Come in tutto il mondo, capitalista o “socialista”, ciò che non è più “funzionale” sono le grandi imprese, sia private sia di proprietà statale, in via di fallimento da decenni, “elefanti bianchi” tecnologicamente arretrati e vittime della concorrenza sui mercati internazionali.

Gli opportunisti di “sinistra” vedranno in questi passaggi un “ritorno del capitalismo” a Cuba. La verità è che il capitalismo non ha mai lasciato Cuba; parte dell’accumulazione del capitale era centralizzata nello Stato e nient’altro. Nulla a che fare con quel socialismo tanto propagandato da Cuba nel mondo.

Oggi il governo borghese cubano cerca solamente di adattare il suo capitalismo e le sue politiche economiche agli effetti della crisi mondiale del capitalismo.

Con salari equivalenti a 20 dollari al mese e pensioni a 10, tornerà, forse presto, ad imporsi la lotta rivendicativa operaia, che si trasformerà poi in lotta politica rivoluzionaria.

 

 

 

 


Notizie dal Brasile

Il mese scorso un incendio ha totalmente distrutto il Museo Nazionale a Rio de Janeiro: irrimediabilmente perduti milioni di documenti, testi, reperti archeologici. Dopo duecento anni di vita del Museo ci sono voluti i moderni tagli ai finanziamenti per fargli mancare ogni protezione e sorveglianza.

Ma non è un problema, anzi. Dopo solo tre giorni imprese sia francesi sia argentine si sono affrettate a dichiarare che sono “interessate” alla ricostruzione del Museo, e, per prendere il “posto in coda”, la Francia ha già mandato degli “specialisti”...

Come non ripubblicare un passo del nostro “Omicidio dei morti”, da “Battaglia Comunista” n. 24, del 1951, scritto a seguito dell’inondazione del Po nel Polesine.

«Mentre la manutenzione dell’argine del Po per dieci chilometri esige lavoro umano, poniamo, per un milione all’anno, è più conveniente al capitalismo rifarlo tutto spendendo un miliardo. Altrimenti gli toccherebbe aspettare mill’anni. Ciò vuol forse dire che il governo nero ha sabotato gli argini del Po? No di certo. Vuol dire che nessuno ha fatto pressioni perché stanziasse il misero annuo milioncino, e questo non si è speso perché ingoiato nei finanziamenti di altre “opere grandiose”, di “nuova costruzione”, che preventivavano miliardi. Ora che il diavolo ha portato via l’argine, si trova qualcuno che, con ottimi motivi di sacrosanto interesse nazionale, attiva l’ufficio progetti, e lo rifà».

* * *

Un nuovo attacco alla classe operaia è stato approvato dalla Corte Suprema del Brasile: le imprese possono ora assumere lavoro in affitto per qualsiasi mansione. Il che significa che, ad esempio, gli insegnanti potranno non essere dipendenti diretti delle scuole che li utilizzano, che ricorrerà ad una agenzia del lavoro. Questo è ovviamente un metodo per ridurre stipendi e previdenza e allo stesso tempo toglie al lavoro ogni stabilità.

Però la risposta di partiti e sindacati a questo attacco, benché peggiore della riforme delle leggi sul lavoro e della sicurezza sociale, è stata ben poca rispetto, ad esempio, al gran clamore che hanno sollevato per la decisione del Tribunale elettorale di bloccare la candidatura di Lula.

 

 

 

 

 

 


Come e perché centralismo organico

Da sempre due principi fondamentali dell’organizzazione rivoluzionaria sono il centralismo e la severa disciplina.

Il centralismo, la sua unità di struttura e di movimento, nel nostro partito si definisce meglio con l’aggettivo “organico”, un metodo di vita che la formazione politica del proletariato è riuscita a selezionare dopo aver attraversato un corso storico e diverse tappe della sua lotta contro la borghesia.


Origini del movimento e centralismo democratico

Alle origini del movimento proletario si presentavano al suo interno diverse componenti. Oltre a quella marxista v’erano correnti che, seppur non comuniste, avevano una loro tradizione riconosciuta e meritata all’interno del movimento operaio, né il corso della lotta di classe le aveva ancora superate. Nella Prima Internazionale erano presenti anarchici e inizialmente anche mazziniani; nella Seconda il marxismo riformista coabitò con il marxismo rivoluzionario. Questo finché in tutti i partiti nazionali dell’epoca si arrivò alla opposizione in realtà fra due partiti, tendenti alla scissione, preparata in anni di dura e aspra contrapposizione di programmi e di tattica. Senza tuttavia che le correnti di sinistra, fino a scissione consumata, venissero mai meno, in teoria e in pratica, al centralismo e alla disciplina.

In questa situazione di relativa immaturità e inesperienza tattica, il movimento rivoluzionario adottò, non come un principio ma come “meccanismo congressuale”, il centralismo democratico, ritenendolo un modesto strumento per prendere delle decisioni pratiche, nell’attesa che le lezioni della storia indicassero la via migliore e l’affinarsi della corretta dottrina.

La prima guerra mondiale, e la rivoluzione d’Ottobre, segnarono definitivamente il fallimento del socialismo riformista, e, da allora, possiamo dire che non esiste più un “riformismo di classe”, proletario, ma tutto il riformismo appartiene, ed è espressione esclusiva della classe dominante. La nascita del Partito Operaio Socialdemocratico Russo avviene prima di questo storico passaggio e ne vive il travaglio.


Liberi anche dalla forma della democrazia

Nonostante la necessità dell’uso del meccanismo democratico, le organizzazioni della classe operaia hanno sempre teso ad un modo di funzionamento superiore. Il modus operandi che la Prima Internazionale nei suoi anni migliori utilizzò, come dimostrano i verbali, la corrispondenza, il rapporto tra compagni e tra centro e periferia, corrispondono alla forma superiore di centralismo che la nostra corrente denominerà organico. Anche la Terza Internazionale era avviata – seppure non del tutto consapevolmente – ad un funzionamento organico, con il suo sano proposito di superare al suo interno sia le frazioni sia la forma democratica auspicando votazioni sempre all’unanimità. Risultati questi che non potevano certo essere ottenuti statutariamente, ma solo essere il prodotto di una omogeneità teorica, programmatica e tattica. Anche a questo proposito la Sinistra Comunista italiana chiese nel 1920 che fossero rese più rigide le condizioni di ammissione all’Internazionale.

In Italia nel 1921 la corrente rivoluzionaria si divise da quella riformista del PSI e nacque il Partito Comunista d’Italia. Questo, come il Partito russo, ricorreva ancora al centralismo democratico, ma i compagni già ben comprendevano che il grado di omogeneità programmatica, raggiunta dopo 70 anni di lotta proletaria dal 1848, era ormai tale che di quel meccanismo si poteva ormai meglio far senza.

Scrivemmo nel 1922 ne “Il principio democratico”: «Non è il caso di elevare a principio questo impiego del meccanismo democratico. A fianco di un compito di consultazione analogo a quello legislativo degli apparati di Stato, il partito ha un compito esecutivo che corrisponde addirittura nei momenti estremi di lotta a quello di un esercito, che esige il massimo della disciplina gerarchica (...) Non possiamo concepire una designazione di maggioranza del partito come aprioristicamente tanto felice nelle scelte quanto quella di un giudice infallibile (...) Perfino in un organismo nel quale, come il partito, la composizione della massa è il risultato di una selezione, attraverso la spontanea adesione volontaria, e il controllo del reclutamento, il pronunciato della maggioranza non è per se stesso il migliore (...) Il criterio democratico è per noi fin’ora un accidente materiale per la costruzione della nostra organizzazione interna e la formulazione degli statuti di partito: esso non ne è l’indispensabile piattaforma. Ecco perché noi non eleveremo a principio la nota formula organizzativa del ”centralismo democratico”. La democrazia non può essere per noi un principio».

Il centralismo organico non è una formula e né una forma organizzativa. Non esistono gli articoli di un interno “regolamento organico” del partito, a garanzia assoluta contro le crisi, contro una sua degenerazione. Il centralismo organico non è che il dialettico superamento del meccanismo democratico in seno al partito, di cui è arrivato a spontaneamente liberarsi nel suo percorso storico.


Obiezioni di corto respiro

Togli la democrazia, si obietta, tutto il “potere” si concentrerà nel centro del partito, solo a decidere la sua “linea politica”.

Facile rispondere che ormai la “linea politica” è già stabilita dal nostro programma, dalle nostre tesi, a cui tutta la milizia, centro e periferia, volontariamente sottostanno. Nel Partito nessuno comanda e tutti sono comandati. Nessuno comanda perché, impersonalmente e oggettivamente, ormai non c’è nulla da decidere. Tutti sono comandati perché gli “ordini” sono già scritti nella linea ininterrotta del nostro programma, impresso nel fuoco delle lezioni delle controrivoluzioni tratte dal “partito storico”.

Quindi le linee di azione tattica sono il frutto di uno studio, che il partito tende ad operare collettivamente, riprendendo il filo di quanto si è fatto prima, da Marx ad oggi. Non a caso è buona nostra prassi e metodo andarsi a rileggere e studiare bene quanto il partito ha scritto in passato prima di azzardare una nuova valutazione.

Noi crediamo che il partito potrà domani svolgere la sua funzione di organo dirigente la Rivoluzione se l’insieme umano che lo forma sarà riuscito a trasmettere non solo la corretta dottrina ma anche il corretto suo modo d’essere e di relazione al suo interno. Forma e contenuto sono legati in una compagine di combattenti per una causa storica che supera l’individuo e ogni interesse personale e di gruppo.

Ormai da due terzi di secolo è in questo ambiente che si svolgono le nostre intense riunioni di sezione, regionali e generali.

Nel nostro Partito non c’è discussione? Noi orgogliosamente rispondiamo che nel partito, no, non c’è discussione. C’è un continuo approfondimento scientifico che porta i compagni a lavorare insieme per affrontare al meglio i nodi da sciogliere, che certo vengono a porsi. Ma niente dibattito, niente congressi, con tanto di votazione finale. Un dissenso sulla tattica è frutto di un’incompleta conoscenza della questione nel complesso del partito. Fintanto che non c’è chiarezza, questa non si raggiunge né con una qualunque conta dei voti alla base né con un ordine dall’alto, ma solo con ulteriore approfondimento della questione e con la sua verifica empirica, attraverso i risultati ottenuti nell’azione.

È possibile che il partito commetta degli errori, certo, ma non sarà garantito dal non commetterne e di apprenderne le lezioni attraverso il metodo, ormai solo pettegolo e personalista, della conta dei voti. Il partito si tutela non con una forma organizzativa, non con regole formali di rappresentanza e di decisione, ma soltanto attraverso il corretto lavoro rivoluzionario e l’impegno diretto e continuo di tutti i suoi militanti


Centralismo organico e società futura

Il partito comunista, come scritto nelle Tesi, è una prefigurazione del modo di associarsi, naturale e spontaneo, della umanità futura.

Nel nostro “Dal sogno e dal bisogno del comunismo allo scientifico programma rivoluzionario marxista” scriviamo:

«Il nostro modulo anche organizzativo postula e pratica il centralismo organico, non tanto e solamente per condividere il metodo “scientifico”, ma per godere d’una “società” che prefigura il comunismo, nella quale non si dibatte, ma si scolpisce, nella ricerca e nella lotta, quanto la tradizione rivoluzionaria ha accumulato di esperienze e di vita di specie, con entusiasmo, in una visione del tempo che unisce la prospettiva e il senso delle differenze con la visione unica che lega nello stesso arco il pitecantropo armato di clava (a proposito: sembra che fosse mite, ma non stupido ed inerme, simbolo dell’unità tribalica che ricorda la bestia dalla quale forse discendiamo...) con l’uomo comunista, in un Tempo unico che non è in contrasto con l’unico Spazio, secondo la stretta e dialettica relazione che Einstein ha indicato, e immagine di un Cosmo (ordine) che solo la società comunista sarà in grado di raggiungere».

Il partito è allo stesso tempo il custode della dottrina e l’organo che impugnandola come un’arma saprà guidare la classe nella rivoluzione, abbandonando per sempre al suo interno l’individualismo della putrefatta società borghese.

 

 

 

 

 

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Il concetto di dittatura rivoluzionaria e la sua pratica - Prima di Marx


(segue dal numero scorso)


Capitoli esposto alla riunione generale del gennaio 2015


4. La Rivoluzione Francese (segue)

Con il 2 giugno 1793 e la sconfitta dei girondini i giacobini pensarono di non aver più bisogno degli “arrabbiati”. Roux, membro della Convenzione, cercò inutilmente di far inserire nella Costituzione il principio per cui «la nazione tutela la libertà di commercio, ma punisce con la morte l’aggiotaggio e l’usura». Il 25 giugno presentò poi un “Indirizzo” alla Convenzione, definito in seguito come il “Manifesto degli enragés”, da cui leggiamo:

«La libertà non è che un vano fantasma, quando una classe di uomini può impunemente affamare l’altra. L’uguaglianza non è che un vano fantasma quando il ricco, per mezzo del monopolio, esercita il diritto di vita e di morte sul suo simile. La repubblica non è che un vano fantasma quando la controrivoluzione si realizza, giorno per giorno, tramite i prezzi degli alimenti a cui i tre quarti della popolazione non possono accedere senza versare lacrime (...) Da quattro anni soltanto i ricchi hanno profittato dei vantaggi della rivoluzione (...) Le proprietà dei furfanti sono dunque più sacre della vita dell’uomo? (...) La libertà di commercio è il diritto di consumare e di far consumare, e non il diritto di tiranneggiare e d’impedire di consumare (...) Le leggi sono state crudeli nei confronti del povero, perché sono state fatte solo dai ricchi e per i ricchi (...) Non bisogna aver timore di sacrificare i principi politici alla salvezza del popolo, che è la legge suprema».

Dopo l’assassinio di Marat nel luglio 1793, Roux si autoproclama suo erede e pubblica il “Publiciste de la république française, par l’ombre de Marat, l’ami du peuple” proseguendo la numerazione del foglio di Marat.

Nel n.258 del 20 agosto leggiamo: «L’uomo non appartiene a se stesso ma alla società che ha il diritto di disporre, nell’interesse di tutti, delle sue sostanze e della sua vita».

Dal n.265: «È il colmo della crudeltà far incarcerare come sospetti coloro che hanno avuto la disgrazia di essere sgraditi a un commissario di sezione, a una spia della polizia, a un impiegatuccio, a un segretario della tesoreria, a un usciere della Convenzione nazionale, a una guardia carceraria, al presidente di una società popolare, alla mantenuta di un pubblico funzionario (...) So bene che le attuali circostanze impongono il ricorso a misure violente (...) Ma so anche che non sono i traditori, i monopolisti, gli aggiotatori, gli accaparratori, le sanguisughe pubbliche a venir arrestati: sono incarcerati più innocenti che colpevoli. Niente dunque è più pericoloso che lasciare all’arbitrio di un briccone parvenu, di un commissario vendicativo, l’applicazione di una legge così tremenda (...) Talvolta si sospetta del nostro simile solo perché egli ha opinioni diverse e usa mezzi differenti per salvare la cosa pubblica».

Dal n.267: «Chi può rivestire la carica di commissario? Solo chi sa leggere e scrivere: nelle campagne, quindi, i grossi proprietari, i fittavoli degli ex privilegiati e gli uomini di legge; nelle città i grossi mercanti, gli avvocati e gli strozzini dell’antico regime. Dal che risulta che il destino dei patrioti è nelle mani dei nemici della repubblica; che l’arresto delle persone sospette è affidato a degli scellerati e a dei controrivoluzionari».

Dal n.268: «Non bisogna immaginare che, una volta rovesciato il trono, arrossato il patibolo col sangue del tiranno, approvata una nuova Costituzione, si sia liberi».

Gli “arrabbiati “ si rendono conto che la legge sui sospetti e il Terrore da loro reclamati a gran voce, oltre ad essere strumento della rivoluzione, sono a volte o anche spesso strumento di classe nelle mani della borghesia, giacobina e non, contro i sanculotti, e strumento di intriganti per i loro fini personali di arricchimento e di ambizione.

Jacques Roux viene arrestato una seconda volta all’inizio del 1794: comprendendo di non poter scampare alla ghigliottina si suicida a colpi di coltello.

Altro esponente degli “arrabbiati” è Jean Varlet, parigino, impiegato delle Poste, segretario della sezione Droits-de-l’homme e promotore insieme ad altri, tra marzo e aprile 1793, di un “Comité central de salut public, correspondant avec les départments, sous la sauvegarde du peuple”. Il 29 maggio è tra i promotori di un comitato insurrezionale di nove membri. Anche egli si ispira pienamente a Rousseau. Nel suo “Progetto di un mandato speciale e imperativo per i mandatari del popolo alla Convenzione nazionale” presentato alla Convenzione il 9 dicembre 1792 leggiamo: «Non soltanto una Costituzione senza re né monarchia, ma anche senza dittatori, senatori, triumviri, senza nessun capo di qualsiasi genere che, sotto un nome diverso, sarebbe investito dei medesimi poteri».

Nella “Dichiarazione solenne dei diritti dell’uomo nello stato sociale”, presentata il 13 maggio 1793 all’assemblea elettorale del dipartimento di Parigi, leggiamo: «L’organizzazione della società ha come scopo unico il mantenimento dei diritti dell’uomo nello stato sociale. Per questi diritti si intende: l’esercizio della sovranità; la libertà di pensare e di agire; la libertà, la sicurezza e la salvaguardia degli individui; il godimento delle proprietà e la resistenza all’oppressione».

Théophile Leclerc nasce vicino a Lione, è figlio di un “ingénieur des ponts et chaussées” e allo scoppio della rivoluzione ha 18 anni. Il 29 maggio 1793 viene nominato a far parte del Comitato insurrezionale dell’Eveché di cui fa parte anche Varlet. Partecipa alle giornate insurrezionali del 31 maggio e del 2 giugno sulle posizioni di Roux e Varlet. È bene specificare che il termine di “arrabbiati” è stato dato a posteriori in quanto avevano posizioni analoghe, e non perché fossero in contatto tra loro e men che meno coordinati.

Anche Leclerc, come Roux, dopo la morte di Marat se ne proclama erede, e il 20 luglio del 1793 inizia a pubblicare “L’Ami du peuple, par Leclerc”. Nel n.4 del 27 luglio vi leggiamo: «All’aristocrazia nobiliare e sacerdotale è succeduta l’aristocrazia borghese e mercantile». Dal n.7 del 4 agosto: «I mezzi sono i medesimi in rivoluzione come in tempo di dispotismo; i ribelli della Vandea, con la condotta tenuta nei confronti dei patrioti, han segnato mille volte la strada che dobbiamo percorrere. I despoti hanno, generalmente, dalla loro parte eserciti complici e pronti ad eseguire le tetre conseguenze del loro furore: procuriamocene anche noi uno che sia lo strumento della nostra giusta vendetta. La forza armata di Parigi sollevatasi per intero, metta immediatamente in stato di arresto gli ex nobili, gli ex preti, gli ex parlamentari nonché la folla degli aggiotatori e degli agenti di cambio, eterni propagatori dell’aristocrazia del fanatismo e della discordia (...) Se c’è una misura pericolosa, impolitica e sovvertitrice di ogni ordine sociale, è senza dubbio quella proposta alla Convenzione nazionale di trasformare il Comitato di salute pubblica in Comitato di governo». Dal n.22 del 11 settembre: «Legislatori: finirete la vostra carriera con ignominia se non sostituirete agli ordini arbitrari di alcuni uomini, agli immensi poteri ripartiti tra i vostri comitati dittatoriali, la sola, l’unica potenza sotto cui una testa libera possa curvarsi onorevolmente: la Costituzione del 1793. Invano, con insidiosi pretesti, ci si vorrebbe persuadere che la sua attuazione, a causa delle circostanze, è attualmente impossibile».

Gli “arrabbiati” finirono in carcere o sulla ghigliottina, ma il loro programma fu attuato perché la repubblica non poteva fare a meno dell’appoggio dei sanculotti. Già il 4 maggio 1793 venne votata la legge sul maximum dei grani, peraltro inefficace. La giornata hébertista del 5 settembre 1793 impose poi il maximum generale, che era una delle principali richieste degli “arrabbiati”. Aveva ragione lo storico Mathiez nel sostenere che il maximum generale con la sua molto problematica applicazione, comportasse l’organizzazione del Terrore, non a caso messo all’ordine del giorno lo stesso 5 settembre. Quel giorno ci fu l’ennesima insurrezione dei sanculotti e degli operai, controllata dal Comune giacobino di Hébert, Chaumette e Pache, Comune che si poneva alla testa dei sanculotti rivendicando l’eredità degli “arrabbiati” e di Marat.

Hébert con il suo giornale, “Le Père Duchesne” ebbe sicuramente una notevole influenza sui sanculotti. La sua fazione all’interno dei giacobini, per quanto egli appartenesse al club dei Cordiglieri, venne denominata degli “esagerati”, in contrapposizione agli “indulgenti” di Danton. Nel suo giornale Hébert parlava di un’altra fazione, quella degli “addormentatori”, con cui si riferiva ai robespierristi. Gli “esagerati” sono sempre stati contrari alla dittatura rivoluzionaria, anche perché non era nelle loro mani. La loro incomprensione di tale necessità li ha resi un reale pericolo per la repubblica. La loro tragica fine sulla ghigliottina il 24 marzo 1794, anche e soprattutto perché si trattava comunque di sinceri rivoluzionari, fu una dura necessità della rivoluzione, che non poteva sopravvivere senza un forte potere centralizzato rappresentato allora dal Comitato di Salute Pubblica. Un altro motivo, non secondario, della loro condanna fu la loro campagna per la scristianizzazione, vista da Robespierre ed altri come il tentativo di creare una pericolosa divisione tra i sinceri repubblicani.

La fine degli hébertisti, avvenuta nell’inerzia dei sanculotti, fu anche la fine del potere delle Sezioni, lo scioglimento delle Società Popolari nate in ogni Sezione e dell’esercito rivoluzionario. Fu quindi la fine dell’intervento delle masse sanculotte e operaie nella rivoluzione, che ebbero un ultimo sussulto dopo il termidoro con i fatti di germinale e pratile. Le catene forgiate dalla borghesia rivoluzionaria e poi da Napoleone le terranno ferme fino al 1830, quando queste masse si sveglieranno dal lungo sonno della controrivoluzione sancita dal Congresso di Vienna del 1815, scoprendosi formate non più da piccoli artigiani indipendenti, ma in gran parte da operai salariati di una industria ormai capitalista, le cui basi erano state gettate nel periodo repubblicano e napoleonico.

Dire che a fare la rivoluzione sia stata la borghesia richiederebbe molte precisazioni sul quel tipo di borghesia, sul tipo di economia e di capitalismo esistenti nella Francia di allora, che non era certo il capitalismo compiuto della contemporanea Inghilterra, ormai in grado di determinare la struttura economica e sociale dell’intero paese. Quello che si può sicuramente dire è che la rivoluzione francese ha fatto la borghesia.


5. Jean-Paul Marat

Marat allo scoppio della rivoluzione aveva 46 anni: non era un giovane, a differenza degli altri esponenti rivoluzionari. Era nato nel 1743 a Boudry, in Svizzera, nel principato di Neuchatel, allora appartenente al re di Prussia. Il padre, di cognome Mara, era uno spretato sardo nato a Cagliari che, stabilitosi in Svizzera, presumibilmente per meglio integrarsi, si convertì al calvinismo ed aggiunse una T al cognome; sembra aver esercitato diversi mestieri oscillando tra il piccolo artigiano e l’operaio salariato. Jean-Paul ebbe spesso problemi di natura economica trovandosi a volte anche in miseria.

Arrivato a Parigi, nell’ambiente degli enciclopedisti, al momento della rottura tra questi e Rousseau si schiera decisamente dalla parte del ginevrino, contro l’assolutismo e il dispotismo illuminato, concezione quest’ultima molto diffusa tra gli enciclopedisti. Rousseau resterà alla base della sua concezione fino alla fine. Studia medicina e dal 1765 al 1776 si trasferisce a Londra dove esercita la professione; vivendo nei quartieri poveri ed avendo visto le work­hauses, ne dà una descrizione che ci fa pensare immediatamente a Dickens e ad Engels. Nel 1774 scrive “Le catene della schiavitù”, dove fa a pezzi il mito della democrazia inglese, allora in auge presso Voltaire e molti altri illuministi.

«Solo il denaro apre le porte del Senato in cui una massa di imbecilli e di furfanti entra e non lascia più posto agli uomini di merito: scandalo orribile, ma così diffuso che non si prendono neanche la briga di nasconderlo. Io vi ho comprati – diceva un deputato ai suoi committenti – siatene certi, a mia volta vi venderò (...) Torme numerose di votanti si rimpinzano senza pudore a tavole prostituite e un branco strisciante di aspiranti prodigano bassezze su bassezze a degli uomini che non guarderanno nemmeno dopo averne estorto il suffragio».

Nel caso qualche lettore si fosse distratto, stiamo parlando dell’Inghilterra del ‘700 e non dei parlamentari delle odierne democrazie “compiute”.

«Finché il legislatore è tratto da una sola classe di cittadini, non ci si illuda di vederlo lavorare al bene comune».

Tra gli ausiliari del dispotismo Marat mette anche l’esercito professionale, sulle orme di Machiavelli, facendoci inevitabilmente pensare agli anni della rivoluzione, con le tematiche dell’esercito nazionale e del pericolo costituito dalla dipendenza dei soldati dai loro capi. «Per assicurarsi la fedeltà dell’esercito il principe favorisce i militari, li lega ai suoi interessi con elargizioni, li colma di favori, carezza le mani con le quali vuole incatenare lo Stato. I soldati cominciano a non riconoscere che la voce dei loro capi, a fondare su soltanto di essi tutte le loro speranze e a considerare come estranea la patria. Già non sono più i soldati dello Stato, ma quelli del principe e ben presto alla testa delle armate non sono più i difensori del popolo, ma i suoi nemici. È così che il principe si prepara un partito devoto, sempre pronto contro la nazione, e non attende che il momento opportuno per farlo agire».

Altro ausiliario del dispotismo è la “classe mercantile”, così denominata da Marat.

«Nelle nazioni mercantili, poiché quasi tutti i capitalisti e i redditieri fanno causa comune con i traitants, i finanzieri, gli aggiotatori, nelle grandi città non vi sono che due classi di cittadini, delle quali l’una sopravvive nella miseria e l’altra affoga nelle cose superflue: questa possiede tutti i mezzi di oppressione, quella manca di tutti i mezzi di difesa. Così, nelle repubbliche, l’estrema ineguaglianza delle fortune mette l’intero popolo sotto il giogo di un pugno di individui. È ciò che si vide a Venezia, a Genova, a Firenze, quando il commercio vi fece scorrere le ricchezze dell’Asia. Ed è ciò che si vede nelle Province Unite dove i cittadini opulenti, soli padroni della repubblica, hanno ricchezze da principi, mentre la moltitudine manca del pane. Nelle monarchie, i ricchi e i poveri sono, gli uni e gli altri, soltanto manutengoli del principe. È dalla classe degli indigenti che egli trae quelle legioni di satelliti stipendiati che formano le armate di terra e di mare; quei nugoli di alguazil, di sbirri, di bargelli, di spie e di delatori assoldati per opprimere il popolo e metterlo in catene. È dalla classe degli opulenti che sono tratti gli ordini privilegiati, i titolari, i dignitari, i magistrati e anche i grandi funzionari della corona (...) È così che il commercio trasforma i cittadini opulenti e indigenti in strumenti di oppressione o di servitù».

Nel suo “Plan de législation criminelle”, edito a Parigi nel 1790, leggiamo: «Il diritto di possedere deriva da quello di vivere; perciò, tutto ciò che è indispensabile alla nostra esistenza è nostro e nulla di superfluo potrebbe legittimamente appartenerci quando altri manchino del necessario. Ecco il fondamento legittimo di ogni proprietà, sia nello stato sociale che nello stato di natura».

Nel “Supplément de l’Offrande à la patrie” del 1789 si legge: «Cercare di illuminare gli spiriti è sempre un tentativo lodevole, ma illudersi di riuscirvi è spesso il sogno dell’uomo buono. Come nasconderselo? Gli interessi delle compagnie, dei corpi, degli ordini privilegiati, sono inconciliabili con gli interessi del popolo; è sull’assoggettamento, l’oppressione, l’avvilimento e l’infelicità della moltitudine che la minoranza si innalza, fonda il suo dominio, la sua gloria e la sua felicità. Ora, se il popolo non ha nulla da attendersi se non dal suo coraggio, per esortarlo a rompere le sue catene non bisogna attenuare ai suoi occhi i torti, l’ingiustizia, gli oltraggi dei suoi tiranni».

Il 16 settembre 1789 Marat fonda “L’ami du peuple”.

Nel novembre scrive una “Dénonciation contre Necker” in cui c’è una sua interessante nota al termine popolo: «Per me, il termine popolo è quasi sempre sinonimo di quello di nazione. Quando lo distinguo, come in questo caso, esso designa la nazione ad esclusione dei suoi numerosi nemici».

(continua al prossimo numero)