Partito Comunista Internazionale
Il Partito Comunista N. 396 - luglio-agosto  2019
Anno XLV - [ Pdf ]
Indice dei numeri
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organo del partito comunista internazionale
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: – la linea da Marx a Lenin, alla fondazione della III Internazionale, a Livorno 1921, nascita del Partito Comunista d’Italia, alla lotta della Sinistra Comunista Italiana contro la degenerazione di Mosca, al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani – la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco
PAGINA 1 – Lo stato borghese usa democrazia e fascismo per difendere il suo regime
– Prove di guerra nella faglia storica del Golfo Persico
– 14 giugno, Sciopero nazionale dei metalmeccanici - La difesa dei lavoratori è possibile solo col ritorno ai metodi e ai principi della lotta di classe!
PAGINA 2 – Alle nostre Riunioni Generali convergono e si intrecciano i contributi di tutti i gruppi del partito nella sua tenace e coerente battaglia - Genova, 24‑26 maggio [RG134]: Le nuove organizzazioni sindacali nella Germania del primo dopoguerra - La questione militare, La guerra civile in Russia, marzo‑aprile 1917 - Il concetto e la pratica della dittatura, dopo Marx, Lo stato comunista in Russia - Resoconto della sezione nordamericana - La situazione sociale in Iran
– Riunione regionale in Venezuela, 27 aprile
Per il sindacato
di classe
Conflitti di classe in Italia nello specchio dell’attività del partito:
     - Roma, 10 maggio, sciopero generale dei lavoratori del pubblico impiego: Per l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale e dei lavoratori
     - Roma 17 maggio, sciopero nazionale dei lavoratori della scuola: La lotta dei lavoratori della scuola è la stessa di tutta la classe lavoratrice - Per più salario, meno orario, assunzioni! E ad essa va unita!
     - Genova, 23 maggio, sciopero nazionale dei lavoratori portuali: La sola difesa dei portuali è nell’unità della lotta della classe operaia.
     - Roma, 3 giugno, sciopero nazionale delle Poste: Per il fronte unico sindacale di classe - Per l’unione delle lotte di tutti i lavoratori
PAGINA 5 Risolute ed efficaci lotte operaie in Europa: Francia:Una parziale vittoria alla Ferrero - Romania: Alla Electrolux decide la lotta
Crisi sociale in Sudan ma manca un partito rivoluzionario
PAGINA 6 Il "Movimento del 4 maggio 1919", I giovani e il comunismo in Cina allora e oggi: L’avanzata ad oriente della rivoluzione mondiale - L’arretratezza dell’operaio cinese - Il movimento nazionalista rivoluzionario - Si muovono mezze classi e studenti - I giovani e il comunismo nella Cina di oggi
PAGINA 7 Il concetto di dittatura rivoluzionaria e la sua pratica - Prima di Marx (segue dal numero scorso): 9. Babeuf
PAGINA 8 Boeing 737: Nefasti della economia per aziende e loro guerra nel tardo capitalismo
Farmaco Generico: come si continua a ricavare una rendita a brevetto scaduto

 

  

 


PAGINA 1
Lo Stato borghese usa democrazia e fascismo per difendere il suo regime

Questo il testo che i nostri compagni hanno distribuito a Genova domenica 30 giugno ad una manifestazione antigovernativa a cui partecipavano, fra altri il SI Cobas genovese, che ha organizzato uno spezzone con oltre un centinaio di lavoratori, ed il Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali. Come prevedibile, attualmente in Italia molti lavoratori – giustamente indignati per le provocatorie e nauseanti dichiarazioni razziste e scioviniste “mediatizzate” all’infinito dai pagliacci che recitano la parte dei “cattivi” nel filmaccio della “politica” parlamentare borghese – sono caduti nella trappola e, come voluto dalle classi dominanti, rimpiangono i bei tempi quando la “sinistra” certe cose non le diceva. Ma le faceva. Il risultato sperato dalla borghesia è che la classe operaia così commossa abbandoni l’asprezza della sua strada e delle sue lotte per cercare sostegno e conforto nei borghesi democratici, più “ragionevoli”, “buoni”, “umanitari”. Quale illusione!

 

I partiti “di opposizione” sostengono la tesi che il governo attuale attacca i lavoratori – italiani e immigrati – perché è di destra, neofascista.

Le cose non stanno così. L’affermazione che stiamo assistendo ad un “ritorno del fascismo” è ingannevole e vera solo se si resta alla superficie del problema e non permette di coglierne la radice.

Il fascismo non sta tornando per il semplice fatto che non è mai stato sconfitto.

Il suo dato politico e sociale fondamentale – da quando si affermò nel primo dopoguerra – è la sottomissione del movimento operaio alle pretese superiori esigenze del capitalismo nazionale: tutte le forze produttive della Nazione – padroni e operai – dovevano concorrere, secondo l’ideologia fascista, al bene superiore della Patria.

Questo obiettivo fu ottenuto attraverso la distruzione delle organizzazioni sindacali di classe e la loro sostituzione con le cosiddette Corporazioni. A questo fine le bande fasciste assaltarono i quartieri proletari, devastarono ed incendiarono le sedi dei partiti operai e dei sindacati, trucidarono i loro militanti.

Questo obiettivo non sarebbe mai stato raggiunto però senza il sostegno del democratico Stato borghese, che con le sue regolari forze armate spalleggiò le bande fasciste. La monarchia costituzionale si gettò fra le braccia del fascismo. Tutto avvenne senza spezzare la continuità istituzionale.

Tale continuità fu pienamente rispettata anche quando dal fascismo si tornò in regime democratico, tant’è che, ad esempio, la nuova Repubblica clerico-stalinista “nata dalla resistenza” ereditò intatta l’intera rete dei prefetti, il cosiddetto codice Rocco e i Patti Lateranensi col Vaticano.

E non fu interrotto nemmeno il precedente contenuto politico corporativo, trapassato nelle rinate organizzazioni sindacali e politiche che si spacciavano per operaie e comuniste, che nel dopoguerra fecero proprio il principio di subordinare gli interessi della classe lavoratrice al bene della Patria – ora pudicamente chiamata Paese – in nome della “ricostruzione” e della “democrazia progressiva”, le nuove formule sotto le quali venne nascosto l’interesse del capitalismo di sempre.

Il ritorno agli aspetti formali della democrazia – fra i quali la liturgia elettorale – fu un diversivo utilissimo alla classe dominante, che vedeva così meglio garantita la sottomissione del movimento operaio tramite dei partiti falsamente operai e dei sindacati non più “di Stato” ma certamente “di regime”.

Tutti i successivi governi della Repubblica “democratica antifascista” sono stati contraddistinti dalla continuità della loro politica in difesa dei profitti degli industriali, della rendite e della finanza. E ciò che è stato concesso ai lavoratori è stato estorto con durissime lotte, costate licenziamenti, galera e decine di morti – nei giorni successivi al 30 giugno 1960 undici lavoratori furono uccisi dal piombo delle forze dell’ordine – e fu possibile perché in una fase di crescita del capitalismo, alimentata dalle distruzione della seconda guerra mondiale.

Ora che da anni il capitalismo internazionale ha esaurito il suo ciclo di crescita ed è entrato in quello della sua crisi, al suo regime e ai suoi governi di ogni colore non resta che cercare di rimandare il tracollo finanziario revocando le precedenti concessioni, e, nello stesso tempo, bombardando i lavoratori con una propaganda nazionalista volta ad instradarli verso un futuro conflitto militare, che era e resta l’unica soluzione del capitalismo alla sua crisi economica.

Partiti, che negli anni di crescita economica ingannavano la classe operaia con le illusioni riformiste della cosiddetta politica keynesiana, fatta di investimenti dello Stato borghese e del cosiddetto stato sociale, una volta che il capitalismo ha imboccato il lungo ciclo di crisi si sono convertiti prontamente al credo neoliberista, facendosi fautori dei provvedimenti antioperai al pari e peggio dei governi di destra.

Anche la Legge 132 su “Immigrazione e sicurezza” e la cosiddetta “Salvini bis” sono solo l’ultimo atto delle politiche contro gli immigrati messe in atto, in piena continuità, dai governi negli ultimi 30 anni, tant’è che, ad esempio, Salvini può vantarsi della riduzione degli “sbarchi” causati del patto del precedente Ministro Minniti col governo fantoccio libico.

Sul piano sindacale Cgil, Cisl e Uil da anni siglano contratti collettivi nazionali a perdere, assecondano lo svuotamento della contrattazione nazionale a favore di quella aziendale, non hanno organizzato alcuna vera lotta contro le pesantissime riforme delle pensioni né hanno contrastato la precarietà (l’ultimo sciopero generale è stato il 12 dicembre 2015 contro il Jobs Act, a legge già approvata!), sono entrati mani e piedi nel giro di affari degli enti bilaterali e della previdenza complementare legandosi ai padroni non più solo sul piano politico ma anche su quello economico!

Le loro piattaforme rivendicative unitarie promosse per lo sciopero nazionale dei metalmeccanici del 14 giugno scorso e per lo sciopero nazionale del settore trasporti del prossimo 24 luglio sono dei manifesti esemplari di sindacalismo corporativo e sembrano scritte da Confindustria!

Nella situazione attuale la classe operaia è smarrita: non è capace di riconoscere il suo partito che la guidi né ha la forza di darsi un sindacato che la organizzi. Così, travolta dalla gran macchina della propaganda borghese, dimostra spesso solo ingenuità ed anche opportunismo: di fronte alla “sinistra” borghese, nazionalista e antioperaia, dà credito alla “destra”, che proclama di voler difendere i lavoratori col nazionalismo e col razzismo. I partiti che si dichiarano democratici spianano così la strada ai partiti “di destra”.

Come nel primo dopoguerra, la democrazia, alla prova della crisi mondiale del capitalismo, si getta fra le braccia del fascismo e del nazismo, che sono il vero volto del regime politico borghese.

Ne risulta come sia fallimentare la via di combattere il fascismo alleandosi ai partiti di “sinistra”. E va combattuta l’idea che possa esistere un capitalismo che non sia destinato a palesare la sua natura fascista.

Per far questo occorre un partito autenticamente comunista che denunci ai lavoratori come democrazia e fascismo siano due facce della stessa medaglia, come non si possa combattere l’uno senza combattere l’altra, che rigetti il nazionalismo e la subordinazione degli interessi dei lavoratori a quelli del cosiddetto “bene del paese”, che altro non è che il capitalismo, indicando la strada dell’unione internazionale delle lotte operaie.

I lavoratori non vanno chiamati alla difesa della democrazia, ma delle loro condizioni di vita, delle libertà sindacali concesse formalmente ma spesso negate e sempre revocabili, e delle loro organizzazioni di lotta contro ogni attacco portato loro dai governi, di destra e di sinistra, denunciando sempre la complementarità e la complicità dei due schieramenti politici fintamente contrapposti ma uniti contro la classe operaia.

Da ormai dieci anni, principalmente nel settore della logistica ma anche in quello alimentare e più recentemente in quello tessile, si è sviluppato un movimento di resistenza operaio, con dure lotte, condotte con gli autentici metodi di classe, con scioperi senza preavviso e senza un termine prestabilito, con picchetti per bloccare le merci e combattere il crumiraggio.

Questo movimento di lotte operaie – organizzato principalmente dal SI Cobas e in parte minore da altre organizzazioni del sindacalismo conflittuale – ha ottenuto miglioramenti salariali e nelle condizioni d’impiego, andando controcorrente rispetto al resto della classe lavoratrice, che da anni vede le sue condizioni peggiorare.

Ma questi lavoratori e militanti sindacali, sia italiani sia immigrati, hanno anche conosciuto la repressione di questo regime politico con denunce, arresti, fogli di via, processi; ad ogni sciopero vedono schierati davanti a loro ingenti forze di polizia per sgomberare i picchetti a manganellate ed anche coi gas lacrimogeni.

Tutto ciò avviene da anni, e nell’ultimo in piena intesa fra il Ministero dell’Interno e le istituzioni locali, spesso in mano a quei partiti della sinistra borghese che fingono di indignarsi per la politica razzista del governo in carica, come alla Italpizza di Modena, i cui cancelli sono militarizzati da oltre un mese.

L’obiettivo della repressione padronale è impedire il contagio e l’estensione di questo movimento a tutta la classe lavoratrice. Questo allargamento del fronte di classe infatti potrebbe portare i lavoratori a risollevarsi dallo stato di rassegnazione in cui li hanno condotti i sindacati di regime (Cgil, Cisl, Uil, Ugl), spezzando l’egemonia di queste organizzazioni concertative, schierate in difesa dell’economia nazionale.

Per questo all’unità dall’alto dei sindacati di regime, volta a legare i lavoratori al carro dei loro sfruttatori, va contrapposta l’unità d’azione di tutto il sindacalismo conflittuale, cioè dei sindacati di base e dei gruppi di opposizione in Cgil, volta ad unificare le lotte al di sopra dei confini fra stabilimenti, aziende, categorie e fra paesi.

È solo su questo terreno che i lavoratori possono vincere la lotta di classe, ricostruendo la loro forza, l’unica in grado di abbattere il capitalismo ed il suo regime politico, democratico o fascista che appaia.

 

 

 

 

  


Prove di guerra nella faglia storica del Golfo Persico

Da qualche tempo, a seguire i media, è come se lo scoppio di una guerra fra Iran da una parte e Arabia Saudita, Israele e Stati Uniti dall’altra fosse dietro l’angolo. Benché non lo possiamo escludere, per l’accumularsi di contraddizioni all’interno gli Stati dominanti nella regione, occorre valutare i precari equilibri fra le potenze di rilevanza globale.

L’abbattimento di un drone statunitense il 20 giugno scorso non lontano dallo stretto di Hormuz da parte della contraerea di Teheran ha provocato la minaccia di attacco militare da parte di Trump. Ma vi sono ragioni che fanno esitare gli Stati Uniti dall’intervento militare massiccio.

Un fatto negli ultimi anni ha cambiato i dati strutturali della contesa interimperialistica anche in Medio Oriente: la conquistata autosufficienza energetica degli Stati Uniti. Dai primi mesi di quest’anno gli Usa guidano la classifica mondiale dei paesi produttori di petrolio con una estrazione giornaliera di circa 12 milioni di barili, seguiti dall’Arabia Saudita con 11,1 milioni, tallonata dalla Russia con 10,8 milioni.

Gli Stati Uniti negli ultimi anni hanno tentato di compensare il loro relativo declino come potenza industriale e il ristagno della loro produzione manifatturiera, con lo sviluppo del settore energetico, attraverso lo sfruttamento dei giacimenti di scisti bituminosi, i quali, nonostante gli alti costi di estrazione in rapporto a quelli bassissimi del Golfo, in seguito allo sviluppo di tecniche estrattive sempre più avanzate, sono diventati economicamente redditizi, garantendo oltre ai profitti anche una significativa rendita.

Questo permette ai borghesi di Washington di guardare alla tormentata regione mediorientale con maggiori margini di manovra rispetto a quando ne dipendeva per l’approvvigionarsi di greggio. Una politica attendista può essere per gli Stati Uniti più proficua del tentativo di forzare i precari equilibri regionali con un atto di forza militare.

I risultati di questo orientamento si sono visti nella guerra siriana, in cui gli Stati Uniti non sono riusciti a impedire che l’esercito regolare fedele a Damasco riconquistasse la gran parte del paese. Sono riusciti ad impedire che si consolidasse un’egemonia iraniana sulla Siria e sull’Iraq sia appoggiando le Forze Democratiche Siriane a prevalenza curda, ma anche attraverso la mediazione con altre potenze, in primo luogo la Russia, con la quale l’amministrazione Trump ha mantenuto aperto il canale diplomatico.

Ne sono un esempio anche le consultazioni di fine giugno a Gerusalemme che hanno visto protagonisti il consigliere alla sicurezza degli Stati Uniti John Bolton, il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il segretario del Consiglio di sicurezza russo Nikolaj Patrushev. Al centro dei colloqui è stata la richiesta israeliana di limitare l’attività delle milizie sciite iraniane in territorio siriano. Sappiamo bene infatti come la mediazione russa su questo punto sia utile tanto per gli Usa, sempre più in fregola di “isolazionismo” (è tradizione statunitense da sempre la pausa che precede la corsa al riarmo) e interessati a trovare soci nella costosa attività di gendarmi del mondo, quanto per Israele, che negli ultimi anni di guerra ha goduto del beneplacito di Mosca nelle centinaia di raid aerei in territorio siriano contro le installazioni delle milizie iraniane e dell’esercito di Damasco.

Ma questa attitudine “isolazionista” certo non significa che gli Usa possano disinteressarsi alla spartizione della enorme torta della rendita petrolifera mediorientale. Nel Golfo i costi di estrazione, gestione e trasporto del petrolio difficilmente vanno al di là di 10 dollari al barile (Iran 9,09, Arabia Saudita 8,98, Iraq 10,57). Se si considera che il prezzo medio del petrolio per i paesi dell’OPEC si è attestato nei primi mesi di quest’anno attorno ai 65 dollari, è facile il conto: per ogni barile di greggio, oltre ai normali profitti, si deve calcolare una rendita non lontana dai 55 dollari.

Un caso che calza perfettamente con quanto riportava Marx nel Capitale delle parole di un pubblicista che si occupava di economia: «Il capitale fugge il tumulto e la lite ed è timido per natura. Questo è verissimo, ma non è tutta la verità. Il capitale aborre la mancanza di profitto o il profitto molto esiguo, come la natura aborre il vuoto. Quando c’è un profitto proporzionato, il capitale diventa audace. Garantitegli il dieci per cento, e lo si può impiegare dappertutto; il venti per cento e diventa vivace; il cinquanta per cento e diventa veramente temerario; per il cento per cento si mette sotto i piedi tutte le leggi umane; dategli il trecento per cento e non ci sarà nessun crimine che non arrischi, anche pena la forca» (I Libro, “Genesi del capitalista industriale”).

L’acuirsi delle tensioni nel Golfo, in con­si­de­razione di questi aspetti, non permette facili analogie fra le due guerre del 1990‑91 e del 2003, guidate per la parte statunitense dai presidenti Bush padre e figlio, e un’eventuale nuovo conflitto che prenda di mira l’Iran.

Anche gli attacchi, in due ondate a maggio e nella seconda decade di giugno, contro alcune petroliere in rotta dallo Stretto di Hormuz verso l’Oceano Indiano, non sono stati utilizzati come casus belli, nonostante sia da parte statunitense sia saudita si sia fatto di tutto per accreditare la versione dell’aggressione iraniana. Il secondo attacco si è verificato proprio mentre il premier giapponese Shinzo Abe si trovava a Teheran in visita ufficiale, offrendo la propria interessata mediazione per scongiurare le minacce di guerra, che per il Giappone potrebbero avere gravi conseguenze. Occorre ricordare che il 90% del petrolio diretto nel paese del Sol Levante passa per lo Stretto di Hormuz, un braccio di mare largo meno di 40 chilometri e con una profondità massima di 200 metri, che in caso di guerra potrebbe venire agevolmente bloccato dalla pur debole marina militare iraniana.

Per ora le scaramucce verbali e la distruzione di qualche materiale bellico potrebbe bastare agli Stati Uniti nella politica di isolamento di Teheran e per limitarne fortemente le esportazioni di petrolio. In tale maniera gli Stati Uniti potrebbero accaparrarsi una fetta maggiore della rendita petrolifera semplicemente impedendo all’Iran di conservare il quinto posto nella classifica mondiale dei produttori di petrolio e costringendo gli acquirenti (in primo luogo Cina, India, Corea del Sud e Giappone) a rivolgersi altrove, magari alle petromonarchie dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti, solidi alleati degli Stati Uniti.

L’ulteriore emarginazione dell’Iran dai grandi flussi del commercio mondiale favorirebbe il logoramento del regime teocratico iraniano del Velayat‑e Faqih, quella “luogotenenza del giurisperito” che pretende di modellare le istituzioni statali sulla base dell’interpretazione sciita della shari’a. Ma anche questo piano illuminato non sappiamo quanto sia veramente nelle corde della borghesia americana, come di quella cinese e russa, dacché difficilmente saranno disposte a rinunciare a quell’oscurantismo religioso, estremo baluardo sempre a difesa del regime del capitale.

 

 

 

 

 


14 giugno, sciopero nazionale dei metalmeccanici
La difesa dei lavoratori è possibile solo col ritorno ai metodi e ai principi della lotta di classe !

Il partito ha distribuito il suo volantino alle tre le manifestazioni dei sindacati di regime per lo sciopero nazionale dei metalmeccanici.

A Milano la manifestazione ha visto in piazza oltre diecimila lavoratori: apparentemente una buona partecipazione. Ma pochi erano gli striscioni di fabbrica. Da Genova, ad esempio, sono giunti tre pullman per circa 130 lavoratori. La Fiom in città è largamente il primo sindacato alla Fincantieri di Sestri Ponente, alle Riparazioni Navali, alla ex ILVA, all’Ansaldo. Se si considera che il SI Cobas genovese, con un numero di iscritti decisamente assai minore, solitamente partecipa alle manifestazioni nazionali con una cinquantina di lavoratori, emerge la scarsa mobilitazione della Fiom locale. Ancora più esigua la partecipazione da Torino. Più numerosa da Bergamo, Brescia e dal Veneto. Si consideri infine che in piazza non c’era la sola Fiom ma anche la Uil e la Cisl, con una presenza non secondaria di quest’ultima.

Nel complesso va valutato che la presenza di questi sindacati di regime, proprio per questa loro natura, è capillare nella rete delle aziende su tutto il territorio nazionale. E che quindi basta loro mobilitare delegati con un minimo seguito di lavoratori, nell’ordine di poche unità se non nullo, per dispiegare una manifestazione che appare numerosa.

Quando una categoria come quella dei metalmeccanici entrerà davvero in movimento in piazza si vedranno masse di gran lunga superiori, che daranno la misura della forza reale della classe operaia, dimostrazione che il sindacalismo di regime non vuole dare ai lavoratori.

A Firenze la partecipazione è stata simile a quella milanese. Davvero scarsa invece a Napoli. Qui il SI Cobas FCA di Pomigliano e l’Usb FCA di Melfi si sono concentrati in una piazza attigua a quella dei sindacati tricolore, col proposito di raggiungerne il corteo, formarne uno spezzone, e andare a contestare la loro linea sindacale. La polizia, su richiesta dei sindacati di regime, l’ha impedito. Nuova conferma questa della correttezza dell’indirizzo del partito volto alla partecipazione dei sindacati di base alle mobilitazioni promosse dai sindacati di regime.

Operai metalmeccanici,

le vicende Whirlpool, ex ILVA, Mercatone Uno, FCA, Knorr Unilever sono i più recenti esempi di una situazione generale cui da anni siete di fronte, fatta di licenziamenti e aumento dello sfruttamento. Le aziende continuano a ridurre il personale e a chiudere gli stabilimenti, o perché falliscono o per spostare gli impianti dove gli operai hanno salari più bassi. Ai lavoratori che restano in produzione sono aumentati i carichi e i ritmi di lavoro e spesso ciò accade mentre una parte degli operai è tenuta in cassa integrazione, come avviene in FCA.

Dopo il tonfo del 2008 ed una ripresa asfittica, che non ha permesso alla quasi totalità dei paesi capitalisticamente maturi di tornare ai livelli produttivi del 2007, oggi la crisi economica sta tornando, come mostrano gli ultimi dati della produzione industriale, in Italia e all’estero, a cominciare dalla Germania.

Il capitalismo è afflitto da una malattia incurabile, la crisi di sovrapproduzione, che mina la crescita del capitale e i profitti degli industriali, e a cui essi reagiscono coi mezzi sopra detti: più licenziamenti, più sfruttamento.

Gli industriali e gli uomini della finanza – cioè la grande borghesia – e i loro burattini politici, che si alternano ai governi dei vari colori, sono tutti uniti dal fondamentale obiettivo di salvare se stessi facendo pagare alla classe lavoratrice la crisi di questo sistema economico, che garantisce il loro privilegio sociale ed il loro dominio politico.

I padroni e i loro servi politici e sindacali fanno imboccare ai lavoratori la strada verso questo traguardo, per essi vitale, a cominciare dal posto di lavoro, sottomettendoli all’idea che le loro sorti siano legate a quelle dell’azienda, e prosegue chiudendo il loro orizzonte politico entro i confini nazionali, convincendoli che i loro interessi coincidano con il cosiddetto “bene del paese”.

Azienda e Patria sono le catene della sottomissione sindacale e politica della classe lavoratrice, il menzognero “bene comune” dietro il quale si nascondono il privilegio ed il dominio della classe dominante.

Mentre l’intero capitalismo sprofonda inesorabilmente nella sua crisi, ai lavoratori è chiesto di sacrificarsi per salvare nell’arena del mercato mondiale la “loro” azienda ed il “loro” paese.

Questa strada non porta ad altro che a una guerra fratricida, gli uni contro gli altri – divisi fra aziende e fra paesi – a colpi di chi si fa sfruttare di più. Il risultato è il perpetuarsi e l’aggravarsi della schiavitù dei salariati e del privilegio e del dominio della classe padronale.

Il capitalismo non ha una soluzione politico-economica alla sua crisi, ha solo una soluzione politico-militare, cioè la guerra, per distruggere le merci in eccesso, fra cui la merce forza-lavoro, per sottomettere i lavoratori al massimo sfruttamento e poter ricominciare un nuovo ciclo di crescita del capitale, come fu dopo il secondo conflitto mondiale.

Verso questo baratro si marcia dando credito alla favola del “bene comune” fra lavoratori e borghesi.


 Operai metalmeccanici,

come reagiscono a questo stato di cose i sindacati (Fiom, Fim, Uilm) che oggi vi chiamano allo sciopero nazionale?

Tutta la loro condotta è finalizzata all’obiettivo di un impossibile ritorno alla crescita del capitalismo. In questo modo dimostrano la loro completa sudditanza alla classe padronale perché sono essi stessi a farsi portatori dell’idea che la difesa degli interessi dei lavoratori debba essere subordinata alla difesa dei pretesi “beni comuni”, dell’azienda e dell’economia nazionale, cioè dei profitti degli industriali.

La loro azione pratica è in tutto conseguente a questa sottomissione. Sul piano salariale accettano la moderazione ed il blocco dei salari, come dimostra l’ultimo contratto nazionale della categoria, il peggiore quanto meno dagli anni ‘60. Sul piano dei licenziamenti conducono alla sconfitta ogni lotta mantenendola isolata entro i confini dell’azienda, se non in quelli dello stabilimento. Sul piano generale invocano una politica economica volta a incentivare gli investimenti, mediante sgravi fiscali alle aziende, quindi pagati dai lavoratori che versano la gran parte del gettito fiscale, e che produrranno aumento dei ritmi, dei carichi di lavoro e dei licenziamenti.


Operai metalmeccanici,

legando le vostre sorti a quelle dei vostri sfruttatori verrete solo sacrificati versando sudore e sangue per mantenere i loro privilegi. La difesa delle vostre condizioni di vita e di lavoro può venire unicamente dal vostro ritorno alla lotta liberandovi da quelle catene sindacali e politiche dietro a cui i padroni nascondono i loro sporchi interessi di classe: l’azienda e la patria.

Occorre innanzitutto unire le lotte dei lavoratori superando prima i confini fra gli stabilimenti, poi quelli fra aziende, poi quelli fra categorie ed infine anche quelli fra Stati:

- Quando uno stabilimento, come quello della Whirlpool di Napoli, viene colpito dalla chiusura, i lavoratori devono essere chiamati allo sciopero in tutte le fabbriche del gruppo sul territorio nazionale, non solo in quella singola fabbrica!

- Se ciò non basta si deve organizzare lo sciopero nazionale dei lavoratori del settore produttivo, in questo caso ad esempio anche quelli delle fabbriche Electrolux, così da contrapporre la solidarietà operaia alla concorrenza fra opposte aziende!

- A livello territoriale la solidarietà di classe va ricostruita chiamando allo sciopero generale i lavoratori di tutte le categorie ogni qual volta si presenti una simile battaglia contro i licenziamenti!

- A livello internazionale l’unione per impedire la concorrenza fra i lavoratori dei diversi paesi, a colpi di bassi salari, va costruita chiamando allo sciopero anche qui in Italia allorquando in una fabbrica in un altro paese della stessa azienda gli operai scendono in lotta contro i licenziamenti o per aumenti salariali, come ad esempio avvenuto in passato in Serbia nella fabbrica FCA (l’Usb alla FCA di Melfi chiamò allo sciopero), o poche settimane fa in Romania nella fabbrica Electrolux (con uno sciopero durato un mese!), o pochi giorni fa nella fabbrica francese della Ferrero (6 giorni di sciopero ad oltranza). Nel mondo capitalistico contemporaneo, con la concentrazione di tante fabbriche nelle mani di poche gigantesche aziende, con una produzione sempre più sovranazionale, questa unione internazionale delle lotte è sempre più necessaria e risulta una pura follia pensare di affrontare le lotte operaie rimanendo confinati nell’orticello della singola fabbrica!

Questa tessitura dell’unità della classe lavoratrice, a partire anche dalle singole maggiori vertenze aziendali, deve essere finalizzata alla costruzione di un movimento generale di lotta per gli obbiettivi comuni a tutti i lavoratori: aumenti salariali, più alti per i peggio pagati; riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario;salario integrale ai lavoratori disoccupati !


Lavoratori, compagni,

Cgil, Cisl e Uil per tutto ciò che hanno fatto per decenni hanno dimostrato di essere un ostacolo fondamentale al ritorno alla lotta della classe lavoratrice. Il compito di unire le lotte e costruire un movimento generale della classe lavoratrice oggi può essere portato avanti solo dai lavoratori più combattivi e dai militanti del sindacalismo di classe.

All’unità dall’alto dei sindacati di regime (Cgil, Cisl, Uil), finalizzata ad incatenare i lavoratori al carro dei loro sfruttatori, va contrapposta l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale, cioè dei sindacati di base e dei gruppi di opposizione interna alla Cgil.

Questa unità d’azione deve concretizzarsi:

- Partecipando i sindacati di base anche alle mobilitazioni convocate dai sindacati collaborazionisti, come quella odierna, per portare fra i lavoratori che ancora ripongono illusioni in essi gli indirizzi di lotta del sindacalismo di classe, così come correttamente fatto oggi dal SI Cobas nazionale e dall’Usb FCA di Melfi;

- Promuovendo azioni di sciopero unitarie, a livello aziendale, territoriale, categoriale, quando i sindacati di regime – come sempre più spesso accade – non mobilitino i lavoratori, sulla strada di quanto fatto nelle ultime settimane fra i lavoratori della scuola e i lavoratori postali, fino all’organizzazione di uno sciopero generale intercategoriale unitario di tutto il sindacalismo conflittuale.

A fronte della crisi economica mondiale, che continuerà inesorabilmente ad avanzare e ad aggravarsi, solo un movimento generale dei lavoratori può porre un argine allo sfruttamento e alla povertà – in cui il capitalismo non esiterà a gettare la maggioranza della popolazione pur di sopravvivere a se stesso – e ridare consapevolezza ai lavoratori della forza rivoluzionaria della loro classe, l’unica in grado di porre fine a questa società disumana e reazionaria.

 

 

 

 

 

 

 

PAGINA 2

Alle nostre Riunioni Generali convergono e si intrecciano i contributi di tutti i gruppi del partito nella sua tenace e coerente battaglia

Genova, 24‑26 maggio

[RG134]

  

Seduta del sabato
Corso della crisi economica modiale: le produzioni, la crisi del commercio
Le nuove organizzazioni sindacali nella Germania del primo dopoguerra
La questione militare: La guerra civile in Russia, marzo‑aprile 1917
Il concetto e la pratica della dittatura - dopo Marx - Lo stato comunista in Russia
Lo sviluppo del capitalismo in Israele e nei Territori occupati
Seduta della domenica
Resoconto della sezione nordamericana
La situazione sociale in Iran
Il riarmo degli Stati
L’attività sindacale del partito
Rapporto della situazione sul Venezuela
La nascita del Partito Comunista in Cina

 

 

Prevista da tempo abbiamo tenuto la periodica riunione generale del partito nella nostra bella e accogliente sede di Genova, presente una delegazione di quasi tutti i nostri gruppi internazionali, a parte l’assenza di alcuno per motivi di salute, ma che ha fatto pervenire una adeguata comunicazione scritta.

Ci siamo incontrati in una prima seduta al venerdì pomeriggio, proseguita il mattino successivo, per la parte organizzativa della riunione e di tutte le attività nelle quali si dividono le forze del partito: ogni gruppo ha potuto riferire su quanto si è impegnato a fare e sui risultati del lavoro e talvolta ha richiesto l’aiuto dei compagni per cercare di risolvere alcune difficoltà.

Ampio spazio lo riserviamo alla descrizione dell’ambiente delle lotte e delle organizzazioni operaie, sulla valutazione del loro maturare e di come i lavoratori con cui siamo in contatto rispondono al nostro indirizzo sindacale. È questo il terreno principale dove effettivamente combatte la nostra classe e sul quale si misurerà la rispondenza e si confronteranno gli indirizzi dei vari partiti e correnti.

A questa prova dei fatti attendiamo chiunque voglia farsi riconoscere per abbracciare e porsi sul fronte operaio della guerra sociale, del Comunismo e del disciplinato e ben saldo partito militante.

Come di consueto diamo qui per i compagni assenti e per i lettori un anticipo sul contenuto delle numerose e molto importanti relazioni, suddivise nell’esposizione orale fra le sedute del sabato pomeriggio e della domenica.

 


Le nuove organizzazioni sindacali nella Germania del primo dopoguerra

Abbiamo continuato nella rilettura del rapporto del 1972. Le posizioni politiche illustrate nella scorsa riunione sia del KPD sia delle correnti di sinistra confluite nel KAPD, si riflessero in Germania nell’atteggiamento tenuto da questi partiti nei confronti delle organizzazioni sindacali sorte in antitesi alla grande confederazione diretta dai riformisti, ricostituitasi nel luglio 1919 con la sigla ADGB (Allgemeiner Deutscher Gewekscafts-Bund, Confederazione generale sindacale tedesca).

Non è un quadro facile da ricostruire, tante sono le organizzazioni scissioniste, oltre che accidentato e mutevole il loro processo di sviluppo.

L’afflusso di proletari nelle loro file esprime, non tanto l’adesione a piattaforme programmatiche, tra l’altro soggette a continui mutamenti, quanto il disgusto di operai combattivi per la politica di conciliazione della potente centrale.

Per altro quella dispersione era il prodotto dei feroci colpi della controrivoluzione guidata dai socialdemocratici, che in quasi tutti i Lander dopo ogni grande sciopero portavano all’arresto dei migliori organizzatori e spesso allo scioglimento dei sindacati di categoria sorti da poco ma particolarmente distintisi nelle lotte di massa e nei combattimenti di strada.

Pesava anche la tradizione decentrata del movimento operaio tedesco, che le diverse dissidenze sindacali rispecchiavano, e quelle politiche aggravavano, queste elevandola quasi a paradigma dell’organizzazione e dell’azione rivoluzionaria. Comune ai sindacati di mestiere e di fabbrica nati in contrapposizione ai grandi sindacati era infatti la struttura federale.

I gruppi politici che influenzavano questi nuovi organismi li orientavano secondo le loro erronee concezioni: 1) rifiuto di una organizzazione gerarchica e dei capi; 2) rifiuto dell’azione politica, identificata con l’azione parlamentare, oppure ne facevano una cosa sola con l’azione rivendicativa; 3) idealizzazione dello sciopero generale come arma risolutiva del conflitto fra le classi, escludendo l’insurrezione armata; 4) attribuzione ai sindacati, o ai consigli di fabbrica, della gestione economica postrivoluzionaria.

Diversamente da quanto avveniva negli Stati Uniti con gli I.W.W., le nuove forme di associazione economica tedesca non riflettevano l’esigenza, positiva dal punto di vista degli interessi generali della classe, di organizzare la massa dei manovali, dei precari, degli immigrati, ecc., abitualmente esclusi dalle confederazioni ufficiali, ospitanti l’aristocrazia degli specializzati, ma tendevano a costituirsi in organismi chiusi, raggruppanti nuclei di proletari non in quanto salariati ma in quanto disposti a professare particolari idealità. Finivano così per ridursi ad appendici sindacali del sindacalismo rivoluzionario, dell’anarchismo o del consiglismo.

Il sindacalismo rivoluzionario, pur non avendo una lunga tradizione come nei paesi latini, aveva mantenuto una certa continuità su base clandestina durante la guerra. Ad esso si dovette la costituzione verso la fine del 1918 della prima confederazione sindacale estranea alla nuova ADGB e cioè la Freie Vereinigung deutscher Gewerk-schaften (Libera Unione dei sindacati tedeschi). La sua impostazione sindacalista risulta chiara già dall’appello del 14 dicembre: «abolizione del lavoro salariato, esproprio delle terre, delle fabbriche e dei mezzi di produzione dei grandi capitalisti e instaurazione della produzione socialista-comunista». Respinge non solo le riforme ma anche gli aumenti salariali perseguiti nell’ambito borghese; contrappone l’azione diretta all’azione parlamentare e “minimalista”; indica come mezzi specifici della lotta per l’”instaurazione del socialismo” lo sciopero generale e di solidarietà e il sabotaggio della produzione capitalistica; si propone di superare l’antica divisione fra organizzazioni economiche e politiche in una sola associazione politico-economica; affida la gestione futura della produzione ai sindacati sindacalisti-rivoluzionari; non rifiuta il concetto di dittatura del proletariato, purché esercitata non da un partito ma dai consigli operai.

Le cose cambiarono non appena sui sindacalisti presero il sopravvento gli anarchici. Quando la prima associazione sindacale, duramente colpita dalla repressione nel corso delle grandi lotte sociali del 1919, si riorganizzò nel dicembre dello stesso anno come FAUD (Frie Arbeiter-Union Deutschlands, Libera unione operaia di Germania) gli anarchici aggiunsero nella sua “dichiarazione di principi”: rifiuto del partito politico in generale; nessun legame coi partiti operai esistenti, sia pure di sinistra; affermazione che il «socialismo è una questione di cultura che può essere risolta solo dal basso all’alto mediante l’attività creatrice del popolo»; rifiuto della violenza organizzata...

Invece il comunismo infantile di sinistra tedesco, come sul piano politico non raggiunse mai un’omogeneità di principi e di programma, così, sul piano sindacale, venne ad imporre concezioni diverse alle associazioni economiche che nascevano col suo contributo o che si trovava a dirigere.

Per esempio, nello schema di statuto dell’Allgemeine Arbeiter-Union (AAU, Unione generale dei lavoratori), redatto nell’agosto 1919 ad Essen, base della ricostruzione dei sindacati dei minatori duramente repressi, si avvertono influenze sia dell’unionismo americano sia del consiglismo.

Nel febbraio 1920, ad Hannover, alla prima conferenza nazionale di quella che d’ora in poi si designerà con la sigla AAUD (Allgemeine Arbeiter-Union Deutshlands, Unione generale operaia di Germania), le tesi costitutive proclamavano di «organizzare i salariati per la lotta finale contro il capitalismo e per l’instaurazione della Repubblica dei Consigli». «All’AAUD non possono appartenere quelle organizzazioni che (...) respingono la dittatura del proletariato; non riconoscono come base organizzativa l’organizzazione di fabbrica». La nuova organizzazione è quindi un misto di sindacato e partito politico, un succedaneo del partito politico. Si spinge il sindacato alla rottura sia con le organizzazioni economiche dirette dai riformisti o dai sindacalisti rivoluzionari, ma anche col KPD e con ogni partito sia pure operaio.

Successivamente, in concomitanza con la formazione del KAPD, alla AAUD si impongono i suoi moduli programmatici ed organizzativi.

L’indubbia combattività di questi sindacati scissionisti non trovò in quegli anni in Germania un saldo, preparato e sperimentato partito comunista, che ne potesse prendere la direzione per orientarla nel senso della unificazione di ogni reparto della classe con il grosso dei salariati, in organizzazioni di massa aperte a tutti i salariati al disopra delle divisioni di categoria e delle diversità di affiliazione politica.

 


La questione militare:
La guerra civile in Russia, marzo‑aprile 1917

È proseguito a questa riunione dalla precedente (vedasi il resoconto breve nel numero 394) il rapporto sulla questione militare, giunto a descrivere le vicende della guerra civile in Russia.

Nella notte del 1° marzo i dirigenti del Soviet di Pietrogrado decisero di affidare tutto il potere al Governo Provvisorio, col fraudolento pretesto che solo un governo borghese avrebbe potuto abbattere il potere feudale zarista. In realtà la Duma non intendeva affatto sostenere le spinte più radicali, bensì frenarle e salvare la monarchia, pur ridimensionandone il potere e il ruolo. A capo del Governo Provvisorio e nei vari ministeri furono posti personaggi dell’alta borghesia, dei latifondisti insieme ad elementi di ispirazione socialista, il classico governo di unità nazionale composto da forze politiche eterogenee e opposte. Si costituì così un particolare equilibrio di potere nel quale le decisioni del governo erano sottoposte al parere del Soviet.

L’”ordinanza n° 1” adottata dal Soviet riguardava i rapporti coi soldati; conteneva due punti importanti: l’elezione al Soviet di un rappresentante per ogni compagnia dei militari di grado inferiore e che gli ordini della Commissione Militare fossero subordinati alle direttive del Soviet. Inoltre i soldati erano tenuti alla disciplina gerarchica solo quando in servizio ed erano vietati i comportamenti offensivi e le punizioni arbitrarie da parte degli ufficiali.

Fu abolita la polizia, sostituita dalla milizia popolare, e le forze armate passarono sotto il controllo del Soviet: gli ordini dei comandanti al fronte e sulla flotta erano subordinati alla preventiva approvazione del Soviet e dei suoi commissari.

I bolscevichi pretesero di affrontare nel Soviet tre importanti questioni: la pace, con la fine della guerra, la riduzione della giornata lavorativa a 8 ore e la riforma agraria, ma non ebbero adeguate risposte.

Lo zar si trovava nel vagone reale fermato nella stazione di Pskov indeciso su a chi cedere il potere. Raggiunto da una delegazione del Governo Provvisorio, ne nominò a capo il principe Lvov e abdicò in favore del fratello, il quale rifiutò attendendo le decisioni della prossima Assemblea Costituente.

Ma già il 4 marzo il Soviet ottenne dal Governo Provvisorio l’arresto dell’ex zar, decisione imposta dall’ala più radicale proletaria e dei soldati, che non ne volevano più sapere della monarchia e pretendevano l’immediata esecuzione di Nicola II.

Fu una rivoluzione poco cruenta giacché le statistiche della città parlano di 1.315 morti, di cui 602 soldati, 587 cittadini, 73 poliziotti e 53 ufficiali, la maggior parte di questi per rappresaglia e vendetta.

Subito dopo la rivoluzione e l’arresto dello zar, che sancirono la fine della prima fase della rivoluzione di febbraio, sia il Comitato della Duma sia il Soviet operarono per consolidare il loro potere formando nuove catene di comando, in particolare per i rifornimenti alimentari.

Gli ambienti dei latifondisti si organizzarono per impedire la temuta spartizione delle grandi tenute, ma, per calmare la situazione, sostenevano la requisizione delle terre dei Romanov ed eventualmente di quelle ecclesiastiche.

Sul fronte della guerra con un proclama il governo si dichiarò fedele alle precedenti alleanze, appoggiandosi alle dichiarazioni di Plechanov sul fatto che ora la guerra non sarebbe più stata imperialista ma avrebbe assunto il carattere di difesa della rivoluzione dai nemici esterni, menzogna che ebbe un’iniziale presa sulle masse. È stato letto in merito un passo di Lenin da “I compiti del proletariato nella nostra rivoluzione” che smonta il “difesismo rivoluzionario”, espressione della spinta borghese in atto.

Il Governo Provvisorio fece di tutto per portare dalla sua parte l’esercito. Il suo gruppo di comando, sia di origine nobiliare sia borghese, protestava per l’applicazione dell’ordinanza n° 1, che avrebbe frantumato la disciplina. Al riguardo si è letta una citazione da un successivo scritto di Trotskij, “Lavoro, disciplina e ordine”, in cui chiariva il significato politico di quel decreto volto a spezzare la resistenza dei comandanti.

Anche il Partito Bolscevico si stava riorganizzando, con il rimpatrio degli esuli dall’estero e dei deportati in Siberia; anche il suo gruppo dirigente di Pietrogrado, arrestato il 26 febbraio nel bel mezzo della rivoluzione, era stato liberato insieme a tutti i detenuti politici. Si costituì legalmente il 2 marzo organizzato su tre componenti: il Comitato Centrale composto di 9 membri, il Comitato di Pietrogrado e l’Organizzazione Militare panrussa, a cui subito aderirono duemila soldati della guarnigione della città.

A Pietrogrado il Partito Bolscevico, che su una classe operaia nella città di 400.000 lavoratori, non superava i 2.000 membri, crebbe in breve a 16.000; nella conferenza di partito nell’aprile 1917 gli iscritti risultarono circa 80.000.

Ciò nonostante i bolscevichi erano sempre una minoranza, come risulta dai dati del primo Congresso panrusso dei Soviet dei deputati degli operai e dei soldati del 3 giugno 1917, dove su 1.090 delegati i socialisti rivoluzionari ne avevano 285 con diritto al voto, i menscevichi 248 e i bolscevichi solo 105. Anche a Mosca erano in minoranza, dove il Comitato Esecutivo del Soviet era composto da 24 S‑R, 21 menscevichi, 23 bolscevichi, 2 unificatori, 1 bundista, 1 socialdemocratico lettone, 1 socialdemocratico polacco, 1 sindacalista e 1 senza partito. Per i bolscevichi la situazione politica era ancora più confusa negli Urali e in Siberia.

Il 3 aprile Lenin arriva a Pietrogrado accolto da una gran massa di operai e di soldati, ma anche da un gran cumulo di calunnie su una sua collaborazione con i tedeschi.

Sono stati brevemente commentati i 10 punti delle “Tesi d’aprile”, in particolare quelli riguardanti la guerra in atto come guerra imperialista, contro il falso concetto del difesismo rivoluzionario, l’opposizione al Governo Provvisorio e il programma agrario del partito. Abbiamo poi esposto alcuni chiarimenti di Lenin al partito sulle Tesi che avevano trovato obiezioni, in particolare su quella che, terminata la rivoluzione borghese, era ormai matura la rivoluzione socialista, da attuare trasformando la guerra imperialista in guerra civile.

Il 18 aprile invece il Governo Provvisorio in una nota ufficiale ai governi dell’Intesa si dichiarava favorevole al proseguimento della guerra, da cui si attendeva le annessioni territoriali e le indennità. La nota doveva rimanere segreta ma fu subito scoperta scatenando violente proteste popolari in tutta la Russia, a dimostrazione del generale rifiuto della guerra. Al riguardo abbiamo letto un ampio brano della quarta tra le “Lettere da lontano” in merito a questi precedenti accordi, ora riconfermati.

Avvenne un rimpasto nel governo, con ora 6 ministri fra S‑R e menscevichi contro 10 rappresentanti della borghesia, che produsse ancora fumose promesse sulla durata della giornata lavorativa e sulla speculazione sui generi alimentari.

Anche la borghesia industriale russa si stava organizzando su basi moderne: in pochi mesi furono fondate 206 nuove società per azioni e la prima associazione panrussa degli industriali. Il governo americano, molto interessato a potenziare e gestire la rete ferroviaria russa, promise fondi con la clausola, espressa dal capo della delegazione americana: “se non combatterete, niente soldi”.

I bolscevichi in quei giorni tennero le loro conferenze cittadine a Pietrogrado e a Mosca, preparatorie della prima Conferenza di tutta la Russia, che affrontò, sulla base delle Tesi di Aprile, le più importanti questioni del momento, in particolare l’influenza tra i soldati, l’elemento chiave nei rapporti di forza con le altre organizzazioni.

 


Il concetto e la pratica della dittatura - dopo Marx - Lo Stato comunista in Russia

Dopo l’esame del fondamentale testo “Stato e Rivoluzione”, scritto tra l’agosto e il settembre 1917, il lavoro prosegue, sempre con Lenin, negli scritti e nei discorsi successivi, nonché in brevi lettere e comunicati solo apparentemente di secondaria importanza, che mostrano come la dittatura proletaria si concretizzi nell’affrontare i problemi enormi e terribili della tempesta rivoluzionaria.

Appena preso il potere la rivoluzione, ovviamente, si trova esposta al pericolo di una contro‑rivoluzione, tra varie Scilla e Cariddi e a serio rischio di naufragio. Il Partito, come Ulisse, guida la nave cercando di portarla fuori dal pericolo, nella consapevolezza che gli errori possono essere fatali. A ciò si aggiunge la consapevolezza che anche la guida esercitata nel migliore dei modi non può dare la garanzia di evitare il naufragio. Non ci sono formule organizzative che garantiscano dalla sconfitta o dalla possibile degenerazione del partito. Chi vuole garanzie di salvezza bisogna si rivolga alle religioni.

Il Comitato del partito di Pietrogrado, come auspicato fa Lenin in una lettera del 15 novembre 1917, si pronuncia contro il “conciliatorismo” manifestatosi nel partito riguardo alla formazione di un governo comprendente i rappresentanti di vari partiti, dai bolscevichi ai socialisti-popolari. L’iniziativa di creare tale governo era dei menscevichi e dei socialisti-rivoluzionari, ma aveva l’appoggio di numerosi bolscevichi, tra cui Kamenev, Zinoviev e Rykov. In un articolo sulla Pravda del 4 gennaio 1918 Lenin, riportando le giuste posizioni di Plekhanov, poi dallo stesso rinnegate, scrive: «I nemici del socialismo possono essere temporaneamente privati non soltanto dell’intangibilità della persona, non soltanto della libertà di stampa, ma anche del diritto di voto. Bisogna cercare di “sciogliere” un cattivo parlamento dopo due settimane. La vittoria della rivoluzione, la vittoria della classe operaia è la norma suprema: così ragionava Plekhanov quando era un socialista, così ragionavano allora, insieme con Plekhanov, l’immensa maggioranza degli attuali menscevichi che ora gridano contro il “terrore bolscevico”. La “vittoria della rivoluzione” esige ora una dura lotta contro i sabotatori, gli organizzatori delle rivolte degli allievi ufficiali, i giornali finanziati dai banchieri. Quando il potere sovietico si mette per questa via, i signori “socialisti” del campo dei menscevichi e dei socialisti-rivoluzionari gridano a tutto spiano che la guerra civile e il terrore sono inammissibili. Quando il vostro Kerensky ripristinava la pena di morte al fronte, non si trattava forse di terrore, signori? Quando il vostro ministero di coalizione, per mano dei Kornilov, fucilava interi reggimenti per insufficiente entusiasmo di guerra, non si trattava forse di guerra civile, signori? Quando, nel solo carcere di Minsk, i vostri Kerensky e Avxientev imprigionavano tremila soldati per “agitazione pericolosa”, non si trattava forse di terrore, signori? La differenza è soltanto che, mentre i Kerensky, gli Avxientev e i Liberdan, in combutta e d’accordo con i Kornilov e i Savinkov, esercitavano il terrore contro gli operai, i soldati e i contadini nell’interesse di un pugno di grandi proprietari fondiari e di banchieri; il potere sovietico prende provvedimenti energici contro i grandi proprietari fondiari, i banditi e i loro servi nell’interesse degli operai, dei soldati e dei contadini».

Il 12 gennaio 1918 Lenin scrive un “Progetto di risoluzione del CC del POSDR (B) sulla espulsione di S.A. Lozovskij dal partito: «Non è possibile un lavoro comune, nelle file dello stesso partito, con un uomo che non comprende la necessità della dittatura del proletariato, riconosciuta dal programma del nostro partito, che non comprende che senza tale dittatura, cioè senza la repressione sistematica, implacabile, la quale non si arresta di fronte a nessuna formula democratica borghese, della resistenza degli sfruttatori, non è concepibile non soltanto una rivoluzione socialista, ma nemmeno una rivoluzione coerentemente democratica».

Il compagno è passato quindi ad illustrare i compiti economici della dittatura del proletariato.

Noi comunisti, in economia, siamo dei gradualisti: sappiamo che, come è impossibile realizzare il comunismo il giorno dopo la presa del potere, allo stesso modo è impossibile la trasformazione immediata di tutta l’economia. Quindi coesisteranno per un periodo non breve forme economiche diverse, tra cui, in Russia di allora, persino il capitalismo arcaico del piccolo contadino. A fare la differenza è il fatto che tanto il piccolo proprietario quanto il tecnico e l’intellettuale borghese, lavorino sotto lo stretto controllo del potere politico degli operai armati.

Del mese di giugno sono le “Tesi sulla gestione delle imprese nazionalizzate”: «Il comunismo esige e presuppone la massima centralizzazione della grande produzione in tutto il paese. Perciò bisogna concedere assolutamente al centro per tutta la Russia il diritto di subordinare direttamente a sé tutte le imprese di una determinata branca. I centri regionali devono determinare le loro funzioni secondo le condizioni locali di vita, ecc., conformemente alle direttive e alle decisioni del centro per la produzione generale. Togliere al centro per tutta la Russia il diritto di subordinare a sé direttamente, in tutto il paese, le imprese di una determinata branca, come si deduce dal progetto della commissione, sarebbe anarco-sindacalismo regionalistico, e non comunismo».

Sempre del giugno è lo scritto “Sul carattere democratico e socialista del potere sovietico”: «Ogni legittimazione, diretta o indiretta, della proprietà degli operai di una singola fabbrica o di una singola categoria sulla loro produzione, o del loro diritto di attenuare od ostacolare le disposizioni del potere di tutto lo Stato è un grandissimo travisamento dei principi fondamentali del potere sovietico e un totale rifiuto del socialismo».

Riguardo al problema degli approvvigionamenti, questione vitale in tempo di guerra civile e di carestie, Lenin invita il Commissariato agli approvvigionamenti, e tutti quanti hanno a che fare con tali questioni, a creare un esercito di operai armati che, assieme ai contadini poveri, possa esercitare un reale controllo sulle requisizioni e su tutte le altre misure necessarie per garantire le materie prime innanzitutto alimentari. La dittatura proletaria, il controllo operaio e contadino, devono impedire l’imboscamento dei viveri da parte dei kulaki e dei borghesi, nonché l’impossessarsi degli stessi viveri da parte di esponenti locali infedeli dei soviet o addirittura del partito.


Resoconto della sezione nordamericana

I compagni della giovane sezione hanno fornito una dettagliata informativa sulla loro attività. Ci hanno riferito della redazione, stampa e diffusione di un foglio bimestrale, “The Communist Party”, del quale è in preparazione il numero 14, e che si allinea, perfettamente intonato, alla restante nostra stampa nelle diverse lingue. Abbiamo distribuito questo nuovo periodico anche ad alcune manifestazioni per il Primo Maggio.

Data la forte presenza di proletari di provenienza dall’America Latina v’è anche l’intenzione di riprodurre localmente e diffondere ad ogni sua uscita il nostro El Partido Comunista.

Si tengono anche regolari riunioni a distanza di tutti i compagni di lingua inglese, europei ovviamente compresi, ove si espongono dei rapporti appositamente predisposti, si ripetono le relazioni alle riunioni generali e si prendono accordi per i non pochi compiti locali, inseriti e previsti in un nostro unico piano internazionale di lavoro. Non trascurato lo studio delle lotte operaie in corso e cercato di collegarci ad esse.

Tutto questo richiede un notevole impegno di tempo e di energie, merito del quale bisogna dare riconoscimento a tutti i compagni, impegno ampiamente ricompensato dai suoi risultati, lodevoli per quantità, rispetto alle nostre minime forze, e totale coerenza con la nostra tradizione.


La situazione sociale in Iran

L’Iran sta attraversando una grave crisi economica di cui non è facile quantificare l’entità anche a causa della continua svalutazione della moneta nazionale che altera enormemente gli indicatori economici. Nell’ultimo anno la svalutazione del riyal rispetto al dollaro è stata del 60%, l’inflazione interna si è attestata sul 40%, e dunque, complice anche la recessione, il Pil nominale è sceso dai 404 miliardi di dollari del 2017 ai 365 miliardi del 2018. In termini reali le cose sono andate diversamente, come indica la tabella in cui sono riportate sia le serie storiche riguardanti l’ammontare del Pil nominale sia le variazioni in percentuale del Pil reale.

  Anno   PIL
nominale
mln €
    Variazione  
%
PIL reale
2013 385.221 -1,9
2014 320.155   4,3
2015 370.680   0,9
2016 402.213   4,6
2017 405.053   5,4
2018 365.730 -4,6
L’Iran da molti decenni si trova in condizioni di relativo isolamento rispetto al mercato mondiale. Nel 2017 è al 18° posto nella classifica mondiale per Pil calcolato in Parità di Potere d’Acquisto. Queste le dimensioni reali dell’economia del paese nella gerarchia imperialistica. Si classifica altresì come la seconda potenza economica regionale, alle spalle della Turchia, della quale ha la stessa popolazione, che supera di poco gli 80 milioni.

La crisi attuale segue un ciclo espansivo iniziato nel 2014 e protrattosi fino al 2017, caratterizzato da un tasso medio di crescita abbastanza sostenuto. Nel 2016, anno successivo alla sigla dell’accordo sul nucleare iraniano noto come JCPOA, e dunque anche grazie all’attenuazione delle sanzioni economiche, si era era avuta una crescita record del Pil a prezzi nominali del 13,4% su base annua. Ma già l’anno successivo il processo di accumulazione subiva un significativo rallentamento e in seguito risentiva della reintroduzione delle sanzioni da parte del governo statunitense, avvenuta nel maggio del 2018, con l’uscita unilaterale degli Usa dall’accordo sul nucleare iraniano.

Nel 2018 il Pil segnava un calo dell’1,5%. Nei primi mesi del 2019 si è avuto un ulteriore calo del 6%. Intanto il tasso di disoccupazione si attesta sul 13%, con maggiore incidenza fra le fasce più giovani della popolazione (27% fra i 14 e 25 anni d’età) e fra le donne (circa 20%).

L’Iran è entrato da tempo nella piena maturità capitalistica: l’industria contribuisce al 36% del Pil e conta il 35% degli addetti, mentre il settore dei servizi ne produce il 54% e occupa circa la metà del totale della popolazione attiva. L’agricoltura invece produce il 10% del Pil e impiega il 15% della popolazione attiva. Segno questo di relativa arretratezza delle campagne, di scarsa efficienza produttiva, se non di disoccupazione nascosta e questo avrà come effetto probabile nei prossimi anni nuove ondate di inurbamento. Intanto oltre il 20% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà.

L’apparato industriale iraniano è oramai affermato. Notevole è stata la crescita registrata negli ultimi anni dalla siderurgia che con 25 milioni di tonnellate di acciaio prodotti nel 2018 ha permesso all’Iran di scalzare l’Italia dal decimo posto nella classifica mondiale dei produttori. I principali settori dell’industria sono: petrolifero, petrolchimico, metallurgico, automobilistico, elettronico, aerospaziale, armamenti, nucleare, trasformazione alimentare.

Il ruolo dello Stato è molto importante: il 60% dell’economia è infatti “pubblica” e una gestione dirigista cerca di imporsi attraverso piani quinquennali e una politica dei prezzi amministrati per i generi prima necessità. Questo aspetto ha una funzione nel mantenimento della pace sociale, minacciata continuamente nell’ultimo anno e mezzo da scioperi operai e ondate di malcontento proletario dovute al carovita e al costante peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori.

Il petrolio svolge un ruolo essenziale nell’economia iraniana. Con i suoi circa 4 milioni di barili giornalieri, cioè il 5% dell’estrazione mondiale, l’Iran si colloca al quinto posto fra i produttori di petrolio dietro a Stati Uniti, Arabia Saudita, Russia e Iraq. Il greggio costituisce circa il 72% delle esportazioni iraniane. I principali paesi importatori dall’Iran, prima delle sanzioni, erano la Cina (31% del totale delle esportazioni), l’India (19%) la Corea del Sud (13%), l’Italia (6,5%), il Giappone (6%).

I principali paesi di provenienza delle importazioni iraniane sono la Cina (37%) la Corea del Sud (8,1%), la Germania (6,5%), la Turchia (6,3%) e l’India (5,2%).

Da queste cifre risulta evidente come l’imposizione delle nuove sanzioni da parte statunitense abbia un impatto rilevante per paesi come Cina, India, Germania, Giappone, Italia e Corea del Sud. L’esenzione dalle sanzioni per i primi 8 mesi dalla denuncia dell’accordo sul nucleare da parte del governo statunitense ha riguardato tutti questi paesi. Tuttavia il governo “sovranista” italiano non ha fatto nulla per sfruttare l’esenzione delle sanzioni e l’Eni ha limitato sin dall’inizio gli acquisti di greggio dall’Iran.

Come abbiamo ribadito più volte l’Iran è un paese che per posizione geografica, importanza e peso del sistema produttivo è al centro della contesa imperialista. La politica delle sanzioni da parte americana ha fatto il paio con la guerra dei dazi con la quale gli Usa hanno voluto colpire innanzitutto la Cina.

L’Iran, per quanto avversato dalle petromonarchie del Golfo e dagli Stati Uniti, gode di buone relazioni con Russia, Cina e India. In considerazione di ciò un eventuale attacco militare da parte statunitense avrebbe ripercussioni enormi negli equilibri fra le grandi potenze. Per questo, qualora questo attacco si dovesse verificare, segnerebbe inevitabilmente il passaggio a una fase di drammatico inasprimento dello scontro inter-imperialistico.

(Fine del resoconto al prossimo numero)

 

 

 

 

 

 

 


Riunione regionale del partito in Venezuela, 27 aprile

La riunione si è svolta alla presenza di cinque compagni e di un simpatizzante.

Questioni affrontate:
     1. - Il compagno di ritorno dalla riunione generale di Torino ne ha riferito dei lavori e delle relazioni, sottolineando l’alto livello di impegno e combattività della nostra milizia nei diversi paesi. Ha riferito sulla necessità di procedere verso l’integrazione della nostra stampa con la propaganda in lingua inglese.
     2. - Abbiamo studiato le modalità di mantenere rapporti del partito con la classe operaia anche nella non facile situazione attuale del paese e dei compagni.
     3. - Sulla scorta della stampa del partito abbiamo trattato il tema della crisi economica mondiale e dello scontro in atto in Venezuela fra frazioni borghesi ed imperialiste.
     4. - Abbiamo riferito della evoluzione della “Intersettoriale dei Lavoratori”, che ha finito per ripiegare sulle parole d’ordine dell’opposizione borghese contro il governo in carica, sottomettendosi a uno dei fronti borghesi. Solo i rappresentanti di alcune categorie ospedaliere rimangono attestati sulle rivendicazioni salariali e affermano che non è loro il problema di quale gruppo vada al governo. Ma qualsiasi azione di lotta e di protesta è stata impedita dal governo alla fine del 2018 con interventi di repressione selettiva verso alcuni dirigenti sindacali fuori del suo controllo.
     5. - Stabilita la partecipazione di un rappresentante della sezione alla prossima riunione generale di autunno, e l’organizzazione del relativo viaggio.
     6. - Constatato l’avanzamento del lavoro per la pubblicazione del nuovo numero di El Partido Comunista, al quale deve essere dedicato ogni nostro impegno.
     7. - Studiato come meglio organizzare e fornire strumenti al lavoro dei compagni per le traduzioni.
     8. - Stabilito di destinare alla stampa le risorse finanziarie della sezione.

 

 

 

 

 

 

 


Per il sindacato di classe Pagina di impostazione programmatica e di battaglia del Partito Comunista Internazionale
Per la rinascita del sindacato di classe fuori e contro il sindacalismo di regime. Per unificare le rivendicazioni e le lotte operaie, contro la sottomissione all’interesse nazionale. Per l’affermazione dell’indirizzo del partito comunista negli organi di difesa economica del proletariato, al fine della rivoluzionaria emancipazione dei lavoratori dal capitalismo

Conflitti di classe in Italia nello specchio dell’attività del partito

Il partito è intervenuto in diverse mobilitazioni sindacali in queste ultime settimane, con appositi testi distribuiti fra i lavoratori che qui di seguito pubblichiamo:
     – alla manifestazione nazionale a Roma per lo sciopero generale dei lavoratori del Pubblico Impiego promosso dalla sola Usb il 10 maggio;
     – alla manifestazione nazionale a Roma del 17 maggio per lo sciopero dei lavoratori della scuola indetto da tutti i sindacati di base, tranne Usb;
     – alla manifestazione genovese dei portuali del 23 maggio per lo sciopero nazionale della categoria per il rinnovo del contratto nazionale promossa dai sindacati di categoria di Cgil, Cisl e Uil (Filt, Fit, Uil Trasporti);
     – alla manifestazione nazionale del 3 giugno a Roma per lo sciopero dei lavoratori delle poste, organizzata unitariamente dai sindacati di base presenti nelle Poste Italiane (Cobas Poste, Slg Cub, SI Cobas Poste, Cub Poste);
     – alle manifestazioni interregionali di Milano, Firenze e Napoli del 14 giugno per lo sciopero nazionale dei metalmeccanici promosso da Cgil, Cisl e Uil.

I volantini hanno ripetuto due indirizzi di lotta: l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale, cioè dei sindacati di base e dei gruppi di opposizione in Cgil, e l’unità d’azione dei lavoratori al di sopra delle divisioni fra stabilimenti, aziende, categorie, paesi.

In ciascuna occasione, secondo i caratteri della singola mobilitazione, questi indirizzi sono stati precisati con indicazioni puntuali.

Il 10 maggio, ad esempio, è stato posto l’accento sul fatto che lo sciopero fosse stato proclamato dalla sola Usb, per volontà della sua dirigenza, e come fosse invece necessaria una preparazione unitaria della mobilitazione con le altre organizzazioni e correnti del sindacalismo conflittuale.

Il 17 maggio, il 23 maggio ed il 3 giugno abbiamo evidenziato la necessità di superare i limiti della categoria ricercando l’unità nella lotta col resto della classe lavoratrice, non negando ma andando oltre l’orgoglio di appartenenza a quel determinato settore lavorativo, per la sua storia di lotta (portuali) o per la sua funzione sociale (scuola e postali), ponendo al centro della lotta quelle rivendicazioni che unificano tutti lavoratori.

Il 14 giugno, partendo da una critica ai fondamenti ideologici del sindacalismo di regime, si è evidenziata:
     – da un lato la necessità da parte del sindacalismo di base di attenersi al principio pratico dell’unità d’azione dei lavoratori, partecipando in modo unitario ed organizzato agli scioperi e alle manifestazioni promossi dal sindacalismo di regime, per portare le parole d’ordine del sindacalismo di classe fra le masse operaie ancora controllate da questi sindacati;
     – dall’altro lato la necessità di superare in diverse direzioni le divisioni fra le lotte operaie poste dal padronato e dai sindacati di regime.

Sulla scorta di questi due indirizzi – unità d’azione del sindacalismo conflittuale ed unità d’azione dei lavoratori – il partito ha proseguito nel collaborare all’attività del gruppo di opposizione interna alla Usb (Coordinamento Iscritti Usb per il Sindacato di Classe) ed a quella del coordinamento intersindacale costituitosi a gennaio scorso e denominatosi Coordinamento Lavoratori e Lavoratrici Autoconvocati per l’Unità della Classe.

A firma del Coordinamento Iscritti Usb per il Sindacato di Classe:
     – il 13 maggio è stato pubblicato un documento titolato “Sullo sciopero separato di Usb del 12 aprile alle Agenzie Fiscali”, in cui, sulla base dei dati di adesione allo sciopero proclamato dalla sola Usb il 12 aprile, forniti dal ministero della Pubblica Amministrazione, pari allo 3,68%, era messo in evidenza il fallimento della pratica delle azioni sindacali separate e veniva ribadito l’indirizzo dell’unità d’azione anche coi lavoratori mobilitati dai sindacati di regime, che avevano proclamato lo sciopero in quel settore 10 giorni prima (il 2 aprile), con un’adesione del 68%;
     – il 5 giugno è stato pubblicato il comunicato “Solidarietà ai compagni del SI Cobas Sarah e Luca! La sola difesa dei lavoratori dallo sfruttamento e dalla repressione padronali è la forza della lotta!”. Vi si portava la solidarietà verso due giovani militanti del SI Cobas di Firenze colpiti dalla repressione, superando la indifferenza reciproca fra i dirigenti della Usb e del SI Cobas. Vi era elogiata una analoga presa di posizione della Usb Lavoro Privato fiorentina. Si ricordava la corretta impostazione sindacale classista, che basa la difesa dei lavoratori e della loro organizzazione sulla forza della lotta, come afferma il titolo, e non nella ricerca di un appoggio nelle istituzioni o nelle forze politiche cosiddette democratiche, con ciò criticando il contenuto sia del documento di solidarietà dell’Usb Lavoro Privato di Firenze, sia l’appello a difesa dei due militanti redatto dal SI Cobas;
     – il 9 giugno è stato pubblicato un comunicato intitolato “Sullo sciopero nazionale dei metalmeccanici proclamato da Fiom, Fim e Uilm”, in cui, dopo aver duramente criticato l’operato e l’ideologia dei sindacati di regime, si ribadiva l’indirizzo di partecipare allo sciopero ed alle manifestazioni da essi organizzate, al fine di diffondere gli indirizzi di lotta del sindacalismo conflittuale fra i lavoratori, ancora in maggioranza controllati da quei sindacati.

A firma del Coordinamento Lavoratori e Lavoratrici per l’Unità della Classe sono invece stati pubblicati:
     – un volantino di saluto dello sciopero unitario dei sindacati di base per i lavoratori della scuola del 17 maggio – “Il nostro saluto ai lavoratori della scuola in lotta” – distribuito alla manifestazione di Roma;
     – un comunicato di solidarietà, datato 2 giugno, con i giovani organizzatori del SI Cobas di Firenze e Prato colpiti da un “foglio di via” comminato loro dalla questura pratese (“Solidarietà a Sarah e Luca”;
     – un volantino per lo sciopero unitario dei sindacati di base dei postali del 3 giugno distribuito alla manifestazione a Roma (“Coi postali in lotta!”;
     – un comunicato, datato 4 giugno, di commento alla riuscita conferenza regionale tenuta dal Coordinamento a Firenze intitolata “Pacchetto Sicurezza-Salvini: attacco alle lotte e all’organizzazione dei lavoratori ”;
     – il volantino per lo sciopero nazionale del 14 giugno dei metalmeccanici, distribuito a Milano, Firenze e Napoli (“Per l’unione delle lotte della classe lavoratrice!”);
     – il comunicato, datato 16 giugno, di convocazione della nuova assemblea nazionale indetta per domenica 23 giugno a Firenze;
     – un volantino intitolato “Guerra alla guerra!” distribuito il 19 giugno al presidio organizzato dal Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali di Genova contro il carico di materiale bellico su una nave saudita;
     – un comunicato del 20 giugno intitolato “Napoli, Prato, Modena Cremona” in cui si commentavano i recenti episodi avvenuti nelle mobilitazioni operaie in quelle città;
     – il resoconto ed il verbale dell’assemblea nazionale del Coordinamento tenutasi domenica 23 giugno a Firenze;
     – infine all’assemblea nazionale è stato distribuito il primo numero del Bollettino a stampa del Coordinamento.

Qui di seguito rendiamo brevemente conto delle mobilitazioni sopra enumerate in cui il partito è intervenuto.

 



Roma, 10 maggio
Sciopero generale dei lavoratori del Pubblico Impiego

La manifestazione per lo sciopero generale del Pubblico Impiego, come detto proclamato dalla sola Usb, è stata emblematica del fallimento della pratica degli scioperi separati, nonché delle difficoltà di questo sindacato di base e del suo declino in questo settore della classe lavoratrice, da cui pur è nato a fine anni ‘70, crescendo in esso e restandovi confinato fino a pochi anni or sono.

Erano presenti non più di 150 lavoratori, ad una manifestazione nazionale per un settore della classe salariata, il Pubblico Impiego, di cui fanno parte circa 2 milioni e mezzo di addetti. Allo sciopero, secondo i dati forniti dal Ministero della Pubblica Amministrazione, ha aderito lo 0,98% dei lavoratori.

In piazza non era presente quindi nemmeno la struttura nazionale del sindacato. Per altro il 16 ottobre 2015 Usb aveva organizzato un’assemblea nazionale dei delegati del Pubblico Impiego che riuscì a riempire quella stessa piazza; o ancora nel maggio del 2010, poco dopo la fondazione di questo sindacato – dall’unione di RdB ed SdL, insieme ad alcuni gruppi della Cub – sempre per uno sciopero generale del Pubblico Impiego Usb riuscì ad organizzare tre manifestazioni nazionali, a Napoli, Roma e Milano, ciascuna con oltre un migliaio di lavoratori.

D’altronde la preparazione dello sciopero e della manifestazione è stata del tutto carente. Alle strutture territoriali del sindacato la comunicazione della manifestazione nazionale a Roma è giunta con soli 8 giorni di anticipo. Pochissime sono state le assemblee svolte sul posto di lavoro in preparazione dello sciopero.

Su come si è giunti a questo sciopero il Coordinamento Iscritti Usb per il Sindacato di Classe ha scritto in modo dettagliato mettendo ben a nudo l’ambigua condotta della dirigenza della Usb, che sembra aver proclamato lo sciopero senza poi impegnarsi ad organizzarlo.

Ha inoltre fiaccato lo sciopero il sostegno che buona parte dei dirigenti della Usb hanno dato all’ascesa elettorale del Movimento 5 Stelle, il che ha diffuso fasulle illusioni anche in una parte degli iscritti verso quell’imbroglio di partito – fin dal principio chiaramente antioperaio per chi conosce l’Abc del marxismo.

A questo sembra essersi sommato un atteggiamento disfattista dei dirigenti per far fallire la mobilitazione da essi stessi proclamata. Vi sono ragioni per credere che non sia solo la condotta passata della dirigenza di Usb ad aver pesato sul fallimento dello sciopero, ma anche motivazioni attuali. Oltre al rifiuto ad organizzare lo sciopero in modo unitario col resto del sindacalismo conflittuale, appare in antitesi e a discapito dell’efficacia della lotta il continuo civettare con una parte delle forze politiche al governo, volto ad ottenere un maggiore riconoscimento sindacale, una legge sulla rappresentanza che favorisca l’Usb, dando credito alla demagogia del Movimento 5 Stelle sul salario minimo di 9 euro lordi l’ora.

 
Per l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale e dei lavoratori

Lavoratori del pubblico impiego !

Dopo anni di blocco contrattuale l’anno scorso vi è stato rinnovato il contratto nazionale di lavoro con aumenti salariali bassi, che non hanno recuperato il potere di acquisto del salario perduto. I vostri salari reali continuano così a scendere, come in linea generale accade a tutta la classe lavoratrice.

Questi rinnovi sono, per altro, avvenuti con grave ritardo, cioè nell’ultimo anno della vigenza dei contratti (2016‑2018). Pochi mesi dopo la loro firma da parte dei sindacati di regime (Cgil, Cisl, Uil), da gennaio di quest’anno, sono già scaduti.

Ad oggi, a cinque mesi dalla loro scadenza, nessuna trattativa è stata ancora avviata. Il padronato pubblico – cioè lo Stato borghese coi suoi rappresentanti governativi di turno – punta, come fanno tutti i padroni, “pubblici” e “privati”, a rinnovare i contratti con un ritardo ben ampio, pagando poi i mesi o gli anni di “vacanza contrattuale” con i pochi spiccioli della cosiddetta “una tantum”, fregando i lavoratori anche per questa via.

A ciò si aggiunge il dato fondamentale che l’economia capitalista si trova sull’orlo di un nuovo avvitarsi della sua crisi mondiale di sovrapproduzione, in cui inesorabilmente – come previsto dall’autentico marxismo e confermato dai fatti – è destinata a piombare. Ragion per cui, se questa dovesse giungere prima del rinnovo dei contratti, si prospetterebbe per i lavoratori una situazione ancora più sfavorevole, di cui il regime padronale approfitterebbe certamente per non concedere nulla e pretendere anzi ulteriori gravi peggioramenti.

L’organizzazione della lotta delle categorie di lavoratori cui sono scaduti i contratti – non solo dei dipendenti pubblici quindi ma anche, per esempio, dei metalmeccanici, dei lavoratori dell’igiene ambientale, dei ferrovieri – richiederebbe perciò un’azione tempestiva.

Oggi l’Unione Sindacale di Base chiama i lavoratori del pubblico impiego allo sciopero per rivendicazioni fra cui quelle principali e che difendono la classe lavoratrice: forti aumenti salariali; assunzioni; contro le esternalizzazioni e per le re‑internalizzazioni; stabilizzazione dei precari.

Uno sciopero necessario e quanto mai urgente, che anzi si sarebbe dovuto dispiegare già nell’autunno scorso, quando era in via di approvazione la legge di bilancio che ha stabilito le risorse da stanziare per il rinnovo contrattuale del pubblico impiego con un’ordine di grandezza tale da far prevedere aumenti medi di soli 40 euro lordi, a fronte dei già miseri 80 del rinnovo contrattuale precedente.

Il governo in carica, che si ammanta di rappresentare “il cambiamento”, agisce quindi contro i lavoratori in perfetta continuità coi precedenti, come giustamente denuncia lo stesso manifesto dell’USB per l’indizione dello sciopero odierno.

Ma la dirigenza di USB ha la grave responsabilità di aver contribuito ad illudere i lavoratori circa la natura del Movimento 5 Stelle, sostenendone di fatto il successo elettorale. Queste aspettative oggi sono di ostacolo a quella mobilitazione dei lavoratori che è la sola in grado di difenderne gli interessi.

Tutt’ora il rapporto fra le forze di governo e la dirigenza di USB la frena nell’organizzare la lotta dei lavoratori con la risolutezza che sarebbe necessaria.

Non appare certo un caso che l’autunno scorso – per la prima volta da quando esiste l’USB (maggio 2010) – la sua dirigenza non abbia proclamato lo sciopero generale di tutti i lavoratori, mentre lo hanno fatto altri sindacati di base (SI Cobas, Cub ed altri) e mentre erano in via di approvazione la Legge di Bilancio ed il Decreto Sicurezza !

Anche la vicenda della rinuncia allo sciopero generale proclamato per il 12 aprile scorso e della sua derubricazione a scioperi di settore, fra cui quello odierno, conferma che va a danno della lotta la speranza covata dai dirigenti di Usb di poter godere di un rapporto favorevole con l’attuale governo, ed in virtù di questo di ottenere miglioramenti per la classe lavoratrice.

La delibera della Commissione di Garanzia che imponeva la revoca dello sciopero del 12 aprile, infatti, era perfettamente aggirabile: bastava proclamare nuovamente lo sciopero dopo l’8 marzo, come per altro è stato fatto per lo sciopero delle Agenzie Fiscali. Oppure, nulla impediva, a dispetto delle giustificazioni prive di ogni fondamento avanzate dai dirigenti di Usb, di rimandare lo sciopero generale di poche settimane.

Anche la preparazione dello sciopero odierno appare quanto mai inadeguata e sotto tono, visto che la decisione di organizzare la manifestazione nazionale è stata comunicata alle strutture territoriali del sindacato con pochissimi giorni di anticipo e che in diversi casi non sono state nemmeno svolte le assemblee dei lavoratori.

Ma, a monte di quanto fin qui scritto, lo sciopero odierno soffre una mancanza fondamentale: è stato proclamato dalla sola Usb. Per quanto sia vero che – come si afferma in un suo recente comunicato – l’USB sia “la maggior confederazione sindacale di base”, essa è ancora un piccolo sindacato che da solo non è in grado di dispiegare una mobilitazione della forza necessaria a vincere l’attuale rassegnazione dei lavoratori – prodotta da decenni di sindacalismo di regime di Cgil, Cisl e Uil – nonché le resistenze di queste organizzazioni e dei padroni. L’USB organizza minoranze di un certo rilievo solo in alcuni comparti del pubblico impiego, come all’INPS, nelle Agenzie Fiscali, nei Vigili del Fuoco. Ma nei comparti più numerosi, quali la sanità e la scuola, nonché nel settore privato, inquadra minoranze ancora molto esigue.

Per questa ragione la strada da seguire non è quella della proclamazione degli scioperi in “beata solitudine” ma la ricerca della massima unità d’azione con tutto il sindacalismo conflittuale, cioè con tutti i sindacati di base e con la opposizione di sinistra interna alla Cgil.

Solo questa strada può dare la possibilità, per quanto non la certezza, di imbastire scioperi in cui si raggiunga quel livello minimo di energie messe in campo dalla classe proletaria necessario ad avviare un vero movimento di lotta dei lavoratori in grado di difenderli.

La dirigenza dell’Usb appare invece perseverare in direzione opposta. Esemplare la condotta tenuta con lo sciopero dei lavoratori della scuola. Tutti i sindacati di base del comparto, fra cui i Cobas Scuola che sono il più numeroso, hanno proclamato lo sciopero per il 17 maggio, e nello stesso giorno lo avevano proclamato i sindacati confederali e quelli autonomi. Questa scelta è stata quanto mai corretta in quanto il sindacalismo di regime non si combatte a colpi di scioperi separati, che indeboliscono il movimento di lotta, ma con l’unità d’azione dei lavoratori perché più è forte lo sciopero, più i lavoratori sentono istintivamente di poter abbracciare le piattaforme rivendicative classiste del sindacalismo conflittuale ed abbandonare quelle del sindacalismo collaborazionista.

L’unità d’azione dei lavoratori, anche con quelli mobilitati da Cgil, Cisl e Uil, è la strada maestra per combattere il sindacalismo di regime, non un cedimento ad esso !

L’USB Scuola invece si è rifiutata di aderire allo sciopero del 17 maggio, adducendo quale ragione proprio il suo rifiuto a scioperare nello stesso giorno in cui scioperano i sindacati tricolore. Quando però, il 24 aprile scorso, Cgil, Cisl e Uil hanno revocato lo sciopero, l’USB Scuola ha ugualmente rifiutato di scioperare insieme agli altri sindacati di base, pretendendo che fossero queste organizzazioni a convergere sul suo sciopero!

Se è vero che tutte le dirigenze dei sindacati di base si fanno la guerra, dimostrando così il loro opportunismo e procurando un gravissimo danno alla classe lavoratrice, lo è altrettanto che la dirigenza di Usb non fa eccezione e che Solo i lavoratori ed i militanti di Usb e di tutto il sindacalismo di base possono assolvere al compito di portare i loro sindacati sulla strada dell’unità d’azione e che per farlo dovranno scontrarsi e piegare le proprie dirigenze opportuniste.


Lavoratori, compagni !

La dirigenza dell’USB dà un inquadramento generale politico dei vostri problemi secondo il quale la causa fondamentale di essi sarebbe da ricercare nella appartenenza all’Unione Europea, e vi indica quale soluzione l’uscita da essa. Questa è una pia e pericolosissima illusione frutto del suo opportunismo politico. Dentro o fuori l’Unione Europea, la causa delle sofferenze della classe lavoratrice permangono perché esse hanno origine nel capitalismo. Da esso non si esce abbandonando una lega di Stati borghesi per abbracciarne un’altra.

Gli stolti che vi indicano questa via, con l’illusione riformista di un impossibile “sovranismo di sinistra”, aprono la strada al vero sovranismo, che è solo quello “di destra”, instradando in questo modo la classe lavoratrice verso la guerra in cui sfoceranno le contrapposizioni fra Stati imperialisti e fra le loro alleanze, se i lavoratori non saranno in grado di unirsi al di sopra dei confini nazionali, rigettando il valore mortifero e reazionario della patria ed ogni alleanza e fronte fra Stati borghesi, con l’obiettivo politico di conquistare il potere strappandolo alla classe dominante, innanzitutto a quella del paese in cui sono sfruttati.

 

 


Roma, venerdì 17 maggio
Sciopero nazionale dei lavoratori della scuola

Positiva, come evidenziato nel volantino, è stata la decisione dei sindacati di base di non dividere lo sciopero, accettando di proclamarlo nella stessa data scelta dai sindacati di regime (Cgil, Cisl, Uil) e dagli altri sindacati autonomi (Snals e Gilda). La successiva revoca dello sciopero da parte di queste organizzazioni però ha avuto certamente un effetto deprimente sullo sciopero. Infatti, nonostante lo sciopero sia stato proclamato in modo unitario da quasi tutti i sindacati di base presenti nella categoria (Cobas Scuola, Unicobas, Cub Sur, Sgb) – eccetto Usb Scuola che lo ha organizzato da sola all’interno dello sciopero generale del pubblico impiego di 7 giorni prima, con un’adesione nel comparto dello 0,62% – e dal sindacato autonomo Anief, lo sciopero è andato male, registrando un’adesione dell’1,68%.

Anche la manifestazione romana è stata debole, con la partecipazione di circa trecento lavoratori. Qui ha influito l’organizzazione da parte dei sindacati di base promotori di alcune manifestazioni locali.

A Roma abbiamo distribuito il volantino del partito ed il Coordinamento per l’Unità della Classe il suo. Entrambi davano indicazione ai lavoratori della scuola di non chiudersi nella categoria e guardare all’unità col resto della classe lavoratrice.

Il volantino del partito, nell’insistere sulle rivendicazioni che uniscono i lavoratori della scuola agli altri salariati – forti aumenti salariali, stabilizzazione dei precari, assunzioni – si discostava dall’indirizzo maggioritario nei sindacati promotori, che invece pone al centro rivendicazioni che isolano questi lavoratori nella categoria, quali la “difesa della scuola pubblica” o, peggio, la rivendicazione avanzata dall’Unicobas che lega l’aumento salariale al riconoscimento di un ruolo professionale degli insegnanti, in un’ottica corporativa analoga, ad esempio, a quanto fanno nella sanità alcuni sindacati autonomi.

Per la riuscita di uno sciopero conta, oltre all’unità d’azione del sindacalismo di classe, una varietà di altri fattori, fra i quali, per esempio, la capacità dei sindacati di definire la giusta piattaforma rivendicativa, di scegliere il momento opportuno per lo sciopero e di prepararlo adeguatamente. Non è facoltà né del sindacato né del partito di modificare i fattori di forza storica fra le classi, ma è compito dei comunisti di indicare quei giusti atteggiamenti che meglio corrispondono al pieno dispiegarsi della forza operaia.

  
La lotta dei lavoratori della scuola è la stessa di tutta la classe lavoratrice
Per più salario, meno orario, assunzioni !
E ad essa va unita !


Lavoratori della scuola,

oggi siete chiamati allo sciopero per obiettivi che vi accomunano a tutta la classe lavoratrice: forti aumenti salariali, stabilizzazione dei lavorati precari, assunzioni.

Come per il resto del pubblico impiego, dopo anni di blocco contrattuale l’anno scorso vi è stato rinnovato il contratto nazionale di lavoro, con aumenti salariali bassi che non hanno recuperato il potere di acquisto perduto. Questi rinnovi sono per altro avvenuti con grave ritardo, nell’ultimo anno della vigenza dei contratti (2016‑2018), sicché pochi mesi dopo la loro firma da parte dei sindacati di regime (Cgil, Cisl, Uil), da gennaio di quest’anno, sono già scaduti.

Ad oggi, dopo cinque mesi dalla loro scadenza, nessuna trattativa è stata ancora avviata. Il padronato pubblico – cioè lo Stato borghese coi suoi rappresentanti governativi di turno – punta, come fanno tutti i padroni, pubblici e privati, a rinnovare i contratti con un ritardo ben ampio, pagando poi i mesi o gli anni di “vacanza contrattuale” con i pochi spiccioli della cosiddetta una tantum, fregando i lavoratori anche per questa via.

A ciò si aggiunge il dato fondamentale per cui l’economia capitalista si trova oggi sull’orlo di una nuova crisi mondiale di sovrapproduzione, in cui inesorabilmente – come previsto dall’autentico marxismo e confermato dai fatti – è destinata prima o dopo a piombare.

Se questo nuovo peggioramento della economia dovesse giungere prima del rinnovo dei contratti, si prospetterebbe per i lavoratori una situazione ancora più sfavorevole, di cui il regime padronale approfitterebbe certamente per non concedere nulla e pretendere anzi ulteriori gravi peggioramenti.

Lo sciopero odierno quindi è necessario e quanto mai urgente, anzi si sarebbe dovuto dispiegare già nell’autunno scorso, quando il governo in carica, che si ammanta di rappresentare “il cambiamento”, stava approvando la legge di bilancio che ha stabilito le risorse da stanziare per il rinnovo contrattuale del pubblico impiego con un’ordine di grandezza tale da far prevedere aumenti medi di soli 40 euro medi lordi, a fronte dei già miseri 80 euro del rinnovo contrattuale precedente.


Lavoratori della scuola,

oggi a chiamarvi allo sciopero è quasi tutto il sindacalismo di base (Cobas Scuola, Unicobas, Cub Sur, Sgb, SI Cobas) e l’opposizione di sinistra nella Flc Cgil.

Questo è una fatto in sé importante e positivo perché l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale è uno strumento imprescindibile per raggiungere il più alto grado di unità d’azione dei lavoratori, condizione più favorevole alla difesa degli interessi della classe lavoratrice.

È da rimarcare il fatto che questa unità d’azione sia avvenuta a prescindere dalle differenze nelle piattaforme rivendicative dei sindacati conflittuali. Questa è la giusta scelta da parte di chi sostiene il sindacalismo di classe perché è nella forza del movimento di lotta che i lavoratori sentono di poter abbracciare gli obbiettivi più radicali, abbandonando il sindacalismo collaborazionista e corporativo e superando gli indirizzi sbagliati dettati dall’opportunismo sindacale che è presente anche nel sindacalismo conflittuale. L’adesione dei lavoratori agli indirizzi di lotta del sindacalismo di classe è innanzitutto un problema di forza del movimento.

Per questa ragione era stata pienamente corretta anche la decisione dei sindacati di base di scioperare insieme ai sindacati di regime (Cgil, Cisl, Uil) ed ai sindacati autonomi (Snals, Gilda, Anief): l’unità d’azione anche coi lavoratori mobilitati da queste organizzazioni è il miglior modo di combattere il loro indirizzo collaborazionista, non un cedimento ad esso.

La revoca dello sciopero da parte di questi sindacati (ad eccezione dell’Anief) – il 24 aprile scorso a seguito di un vuoto accordo col governo – conferma la loro funzione di ostacolo all’organizzazione ed allo sviluppo della lotta dei lavoratori, messa in ancor più chiara luce dall’indizione unitaria dello sciopero.

Va infine stigmatizzata l’ottusa condotta dei dirigenti della Usb Scuola che hanno rifiutato di unirsi alla mobilitazione odierna e hanno indetto uno sciopero da soli, venerdì scorso, prima adducendo quale ragione il rifiuto a scioperare coi sindacati confederali, poi, dopo che questi hanno revocato lo sciopero, non avanzando alcuna motivazione ragionevole.


Lavoratori, compagni,

oltre alle rivendicazioni sopra indicate oggi siete chiamati allo sciopero anche contro la cosiddetta “autonomia differenziata”. Questo progetto politico va combattuto nella misura in cui va a minare l’unità contrattuale, salariale e normativa, dei lavoratori.

Va ugualmente rigettato ogni richiamo alla lotta in nome della “unità nazionale” che è un principio politico della classe dominante, a cui essa si richiama ogni qual volta vuole combattere la classe lavoratrice e la sua lotta.

L’unità che interessa ai lavoratori è solo quella della loro classe, sul piano sindacale e politico, una unità che necessariamente dovrà spingersi oltre i confini nazionali. L’unità della classe proletaria va contro il principio di unità nazionale tra opposte classi sociali nel nome del cosiddetto “bene del paese”, la quale altro non significa che sottomissione dei lavoratori agli interessi del capitalismo, rinuncia alla lotta e pace sociale.

La patria e la nazione sono la galera politica del proletariato moderno – i salariati – perché al suo interno non esiste soluzione alle sofferenze causate loro dal capitalismo, che è un sistema economico pienamente internazionale. È nel pieno interesse della classe borghese d’ogni paese tenere l’orizzonte della lotta sindacale e politica dei lavoratori chiuso entro in confini nazionali perché ciò è garanzia del mantenimento per essa del potere politico.


Compagni,

i lavoratori della scuola devono guardare al resto della classe lavoratrice ed essere di sprone, con le loro capacità, all’unione delle lotte delle differenti categorie, mantenute artificialmente divise dal sindacalismo di regime.

Ma, più che in difesa della “scuola pubblica”, è a questa unità della classe salariata che bisogna ambire e dedicare le energie, ponendola quale asse centrale della lotta, perché è nel movimento generale della classe lavoratrice che vive la forza sociale rivoluzionaria in grado di superare questa decadente ed antistorica società del Capitale.

Anche i giovani vanno chiamati ad integrarsi in questa lotta, invece che battersi per il “diritto allo studio” in quanto studenti, a cominciare dalle rivendicazioni salariali e normative nella cosiddetta alternanza scuola‑lavoro. Infine vanno coinvolte le insegnanti degli istituti privati per la parificazione contrattuale con quelle della scuola pubblica.

Oltre i lavoratori della scuola e quelli di tutto il pubblico impiego oggi sono senza contratto diverse categorie del settore privato, come i metalmeccanici, i ferrovieri, i netturbini. La mobilitazione odierna dovrebbe essere il primo passo per la costruzione di uno sciopero generale unitario di tutto il sindacalismo conflittuale, di tutta la classe lavoratrice per gli obiettivi che la accomunano, per cui è sempre più urgente e necessario tornare a battersi.

 

 

 

  


Genova, giovedì 23 maggio
Sciopero nazionale dei lavoratori portuali

A Genova per lo sciopero nazionale proclamato dai sindacati di regime del settore (Filt Cgil, Fit Cisl e Uil Trasporti) per il rinnovo del contratto nazionale dei portuali si è svolta una riuscita manifestazione che ha visto la partecipazione di oltre un migliaio di lavoratori.

Il partito è intervenuto con un breve volantino incentrato sull’indicazione dell’unione dei portuali col resto della classe operaia.

Inoltre è stata messa in risalto l’azione dei portuali genovesi volta a impedire, nei giorni precedenti lo sciopero nazionale, il carico di strumentazioni militari su una nave saudita, destinate, si presume, all’utilizzo nella guerra in Yemen, in cui si contrappongono i diversi fronti imperialisti, sulla pelle della martoriata popolazione locale.

Questa azione, oltre che per il suo carattere di antimilitarismo proletario, essendo stata promossa e guidata da lavoratori, aveva valore in quanto seguiva analoghe iniziative nei porti di Le Havre e Santander, mostrando quindi nella pratica come sia possibile l’unione internazionale delle lotte operaie.


La sola difesa dei portuali è nell’unità della lotta della classe operaia

Lavoratori portuali di Genova,

il meccanismo infernale dell’economia capitalista spinge verso il massimo sfruttamento della forza lavoro. La competizione internazionale schiaccia al ribasso le condizioni di lavoro nei vari scali del Mediterraneo e d’Europa, come fa in ogni posto di lavoro per tutta la classe lavoratrice.

Mentre nei decenni passati la vostra forza dentro il porto era stata sufficiente a difendervi ed a migliorare le vostre condizioni, da anni ciò ormai non è più vero.

È sempre più evidente invece come la strada della “difesa del porto”, o anche – come recita il comunicato di Cgil, Cisl e Uil per lo sciopero odierno – della “portualità italiana” non conduca alla difesa dei lavoratori bensì ad avallare la competizione fra gli scali a colpi di bassi salari e ritmi di lavoro sempre più alti.

La sola strada da seguire è quella dell’unità dei portuali fra i diversi scali, nel paese e necessariamente al di sopra dei confini nazionali.

La battaglia vinta a Genova contro il carico del materiale bellico sulla nave saudita Bahri Yanbu, che ha seguito le analoghe lotte nei porti di Le Havre e Santander, indica che questa unione internazionale della lotta è possibile.

Occorre poi tornare a dispiegare veri scioperi, con picchetti per bloccare le merci e per combattere il crumiraggio, e che non siano “cronometrati”, cioè con una durata stabilita in anticipo, che non supera quasi mai la singola giornata.

Oltre a ciò i portuali devono unirsi al resto della classe lavoratrice, cercare l’unione delle lotte delle diverse categorie, che Cgil, Cisl e Uil tengono isolate le une dalle altre.

Oltre ai portuali sono senza contratto collettivo nazionale almeno altri sei milioni di lavoratori: metalmeccanici, ferrovieri, netturbini, pubblico impiego, cooperative sociali... Una lotta unitaria di queste categorie esprimerebbe una forza ben superiore a quella che mettono in campo tanti scioperi separati.

Ciò che ostacola questa unione, al di sopra delle categorie ed al di sopra dei confini nazionali, oltre ai padroni ed al loro Stato, sono i sindacati di regime di ogni paese, i quali sottomettono la difesa dei lavoratori a pretesi “beni comuni”, dell’azienda, del porto, dell’economia nazionale, cioè dei profitti degli industriali.

Spetta ai lavoratori più combattivi farsi carico di questo compito, contrapponendo all’unità del sindacalismo consociativo di Cgil, Cisl e Uil – da anni responsabili della sigla di contratti collettivi sempre a perdere – l’unità dei lavoratori in lotta e l’unità d’azione del sindacalismo di classe, fra i gruppi di opposizione interna alla Cgil e i sindacati di base.

 

 

 

 


Roma, lunedì 3 giugno
Sciopero nazionale delle Poste

La manifestazione romana per lo sciopero unitario del sindacalismo fra i lavoratori delle poste ha avuto una partecipazione modesta nei numeri, circa duecento partecipanti, pur manifestando la combattività dei lavoratori presenti.

Si è palesata la bontà del lavoro compiuto da questi militanti sindacali, in una categoria con poca tradizione di lotta, che si vede sotto attacco al pari di quanto avviene per il resto della classe lavoratrice.

Vi è stato distribuito il volantino del Coordinamento per l’Unità della Classe.

Il testo invece diffuso del partito indicava la necessità di cercare di coinvolgere nelle future azioni di sciopero i lavoratori delle aziende della logistica, che ormai fanno concorrenza a Poste Italiane e alle quali queste si appoggiano. È una indicazione tesa ad abbattere quei confini di categoria eretti da anni di opportunismo sindacale. Si toglierebbe così all’azienda la possibilità di sabotare lo sciopero deviando parte del lavoro sulle altre aziende. Invece una parte non piccola dal sindacalismo di base si ritiene subordinata alla “difesa del servizio pubblico”, e alla conseguente ricerca di sostegni politici e istituzionali; con ciò allontanano l’allargamento del fronte di lotta al di sopra dei fittizi confini fra aziende, categorie, e fra lavoratori pubblici e privati.

È questo un indirizzo alla portata del Coordinamento dei sindacati di base costituitosi fra i postali da ormai due anni, dato che in esso è presente il SI Cobas, che nel settore logistico ha il suo punto di forza.

Per il fronte unico sindacale di classe
Per l’unione delle lotte di tutti i lavoratori

 
Lavoratori postali,

oggi il sindacalismo di base vi chiama allo sciopero nazionale per obiettivi fondamentali che avete in comune con tutta la classe lavoratrice: contro il taglio degli organici, contro l’aumento dei carichi e dei ritmi di lavoro, per l’assunzione dei lavoratori precari, per la sicurezza sul lavoro, per forti aumenti salariali.

Come tutte le categorie di lavoratori anche voi avete dovuto subire in questi anni la svendita delle conquiste passate compiuta dai sindacati di regime (Cgil, Cisl, Uil), che non hanno voluto organizzare alcuna seria lotta contro gli attacchi aziendali ed hanno firmato accordi sempre peggiorativi.

Da ormai due anni i sindacati di base presenti in Poste Italiane (Cub, SI Cobas, Cobas, Slg Cub) hanno avviato un lavoro unitario che già l’anno scorso portò al riuscito sciopero del 25 maggio, con alcune manifestazioni locali, e che oggi, con questo nuovo sciopero, compie un ulteriore passo in avanti, organizzando una manifestazione nazionale.

Questo fronte unico del sindacalismo di base è un bene prezioso perché è uno degli strumenti fondamentali per costruire una vera forza sindacale alternativa, di lotta, che risollevi i lavoratori dalla rassegnazione e dall’individualismo in cui li hanno gettati decenni di sindacalismo consociativo, che sappia guadagnarsi la fiducia dei lavoratori più combattivi e torni ad essere attrattiva per i giovani lavoratori.
 
Lavoratori, compagni,

un’altra strada che è necessario percorrere per ricostruire la forza proletaria è quella del superamento dell’aziendalismo. Al di sopra di aspetti formali e piccole differenze, infatti, tutti gli attacchi aziendali hanno tratti comuni – riduzione dei dipendenti, aumento dei ritmi e dei carichi di lavoro, riduzione del salario – cui si contrappongono bisogni ed obiettivi comuni a tutti i lavoratori, per buona parte dei quali oggi sono chiamati a scioperare i postali.

I sindacati di regime si contraddistinguono, fin dalle loro origini, per una condotta volta ad isolare ciascuna lotta entro i confini dell’azienda o della categoria. L’unione delle lotte al di sopra di queste artificiose divisioni darebbe al movimento dei lavoratori una forza enorme che consentirebbe una difesa delle condizioni di vita finalmente efficace.

La situazione della classe lavoratrice va chiarita anche alla luce del dato fondamentale – sottaciuto da tutta la politica borghese e dai sindacati di regime – per cui l’economia capitalista marcia in direzione di una nuova crisi mondiale di sovrapproduzione, in cui inesorabilmente – come previsto dall’autentico marxismo e confermato dai fatti – è destinata a piombare.

Si pensi alle drammatiche vicende di questi ultimi giorni che hanno colpito i lavoratori di Mercatone Uno e Whirlpool, con migliaia di licenziamenti che si aggiungono a quelli passati e a quelli che verranno. Le chiusure di aziende, gli attacchi alle condizioni d’impiego dei lavoratori diverranno ancora più frequenti e intensi, schiacciando la classe lavoratrice nello sfruttamento più bestiale, se non verrà opposta un’adeguata resistenza.

In questo scenario la via di uscita è fuori della fabbrica, dell’azienda, del posto di lavoro, nell’unione delle lotte in un movimento generale della classe lavoratrice.

Un primo passo in questa direzione per i lavoratori postali, e per il sindacalismo conflittuale che ne sta organizzando la lotta, sarebbe l’allargamento del fronte di lotta coinvolgendo nello sciopero, nelle manifestazioni, nei picchetti, i lavoratori dei vettori logistici privati cui Poste Italiane sempre più fa ricorso, come ad esempio SDA ed Amazon.

La forza dei lavoratori della logistica, che in questi ultimi anni hanno condotto dure lotte conquistando autentici miglioramenti, non potrebbe che giovare alla lotta dei postali, anche in virtù del fatto che aumenterebbe l’efficacia dello sciopero andando a colpire uno dei suoi settori di attività dell’azienda. Per i lavoratori della logistica, in gran parte immigrati, si tratterebbe di un modo per aprire una breccia nel muro eretto da padroni, sindacati di regime e governi volto a isolarli dai lavoratori italiani e ad impedire che la loro combattività contagi il resto della classe lavoratrice.
 
Viva lo sciopero dei lavoratori postali ! Per l’unione delle lotte della classe lavoratrice ! Per l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale ! Per la rinascita del sindacato di classe, fuori e contro i sindacati di regime !

 

 

 

 

 

 


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Risolute ed efficaci lotte operaie in Europa

Qui di seguito riportiamo la vicenda di due scioperi importanti avvenuti in Francia ed in Romania.

Oltre a rilevare come questi siano stati condotti con i metodi della lotta di classe, con picchetti e ad oltranza, oltre confermare la rabbiosa reazione padronale, è interessante ricordare che le due aziende, Electrolux e Ferrero, hanno entrambe diversi stabilimenti in Italia, e come i sindacati di regime si siano guardati bene qui dall’organizzare alcuna forma di solidarietà verso quegli operai in sciopero.

Come abbiamo scritto nel volantino distribuito ai portuali genovesi durante il loro sciopero, pubblicato in questo numero, l’unione internazionale delle lotte dei lavoratori sarebbe alla portata di mano, ma è impedita proprio da questi sindacati.

D’altronde non sarebbe solo per solidarietà scendere in sciopero in Italia quando lo stanno facendo i lavoratori delle fabbriche dell’azienda in altri paesi: sarebbe la condizione più favorevole per ottenere dei risultati dallo sciopero, in un momento in cui l’azienda si trova incalzata da più lati. Se, ad esempio, i lavoratori della fabbrica Ferrero di Alba fossero scesi in lotta al fianco dei loro fratelli di classe francesi, probabilmente l’azienda avrebbe capitolato ancor prima di quanto ha dovuto fare in Francia.

Evidentemente questo compito dovrà essere assolto dai lavoratori stessi e da loro nuove organizzazioni di lotta.

Anche una parte dei sindacati di base sembra lontana dal porsi questo compito, ciò in ragione dell’ideologia delle loro dirigenze, che ricercano il sostegno del regime borghese alla “industria nazionale”, invece che l’unione internazionale delle lotte operaie. Ciò si evince da alcuni documenti sia dell’Usb sia della Flmu Cub, da cui prenderemo spunto per affrontare la importante questione nel prossimo numero.


Francia: Una parziale vittoria alla Ferrero

Il gruppo Ferrero vanta la sua “responsabilità sociale”, la “comunicazione trasparente”, l’attenzione “per le persone”, il sostegno alle “comunità locali”, nonché le pratiche agricole “sostenibili”, l’attenzione per l’ “ambiente”... quante vuote scemenze da piazzisti! che stridono con la realtà di una grande azienda capitalistica.

Nel bilancio approvato al 31 agosto 2018 c’è un fatturato di 10,7 miliardi di euro, in aumento del 2,1% rispetto all’anno precedente; raggruppa 94 società con 25 stabilimenti nel mondo e vende in oltre 170 paesi.

Nel 2015 Ferrero ha acquisito la Oltan, azienda turca che opera nella lavorazione di nocciole, e la Thorntons, azienda dolciaria del Regno Unito che contava oltre 3.300 dipendenti.

Il totale dei dipendenti del gruppo al 31 agosto 2018 ammontava a 35.146 dipendenti, in aumento rispetto ai 34.543 al 31 agosto 2017.

Il quadretto che vorrebbe far credere che è possibile un capitalismo “dal volto umano” è tornato ad infrangersi la notte tra il 26 il 27 maggio quando nello stabilimento di Villers‑Ecalles, vicino a Rouen, si sono interrotte le trattative per il rinnovo del contratto aziendale. I lavoratori, attraverso il sindacato Fource Ouvriere, chiedevano un aumento generale annuo di circa il 4,5% e il pagamento di un bonus di 900 euro, mentre la direzione aziendale proponeva un aumento dello 0,4%, senza alcun bonus.

La fabbrica francese, con 400 operai, è, insieme a quella di Alba in Italia e di Stadtallendorf in Germania, una delle tre maggiori al mondo, in grado di sfornare 600 mila vasetti al giorno della famosa Nutella, un quarto della produzione mondiale.

Lo sciopero è stato intrapreso da circa 160 operai, da una minoranza quindi, ma che hanno messo in pratica gli autentici metodi della lotta di classe: sciopero a tempo indeterminato e picchetto davanti ai cancelli per impedire l’entrata e l’uscita delle merci. Ciò a dimostrazione del fatto che anche una minoranza sufficientemente robusta e determinata di operai può condurre uno sciopero: qui non contano i formalismi democratici ma la simpatia e l’appoggio, anche senza sciopero, della massa dei lavoratori.

La lotta infatti è riuscita a bloccare la produzione o a ridurla a ben poco.

L’azienda è così passata al contrattacco, sacrificando senza problemi la sua immagine di impresa “dal volto umano”: ha esibito un ordine del tribunale di rimozione del picchetto pena sanzioni di mille euro per ora e per persona.

Ma ugualmente ha dovuto venire ad un accordo con i lavoratori, che non sembra a questi sfavorevole: aumento uguale per tutti, indicizzato sull’inflazione, e non inferiore al 2,3%; “incentivo individuale”, per tutti, dello 0,60%; premio di 400 € per gli operai e di 200 € per i quadri; 400 € di premio di produttività senza contropartita per gli operai addetti alle linee della Nutella e del Kinder; maggiorazione del 25% per i turni di sabato mattina e domenica sera.

Ma gli operai della fabbrica francese, e non solo loro, avrebbero potuto ottenere di più se i compagni degli altri stabilimenti del gruppo avessero solidarizzato, non solo a parole, ma scioperando al loro fianco.


Romania: Alla Electrolux decide la lotta

Quando la forza, la tenacia e l’unità della classe operaia si frappone al volere del nemico di classe, la borghesia capitalista è costretta a cedere.

Recentemente in tutta la Romania ci sono stati numerosi scioperi, i lavoratori in lotta chiedono aumenti di salario che permettano di sopravvivere. Infatti il salario mensile minimo per poter campare è 4.400 Lei (€ 931) mentre i padroni pagano un salario medio di 2.000 (€ 423), meno della metà. Gli affitti sono in continuo aumento e circa il 40% dei miseri salari se ne va per le pigioni; ciò che rimane non basta a sfamare la famiglia. Inoltre sono a carico del lavoratore le cure mediche, a cui spesso sono costretti a rinunciare.

Anche per questo i proletari romeni sono costretti ad emigrare alla ricerca di migliori condizioni di sfruttamento: si calcola che sia emigrato circa un quinto della forza lavoro del paese.

Il capitale con le sue multinazionali cerca un’ancora di salvezza all’inevitabile calo del saggio del profitto, sfruttando la forza lavoro e pagando questi salari da fame.

Ma in Romania la classe lavoratrice è scesa in lotta.

Gli operai della Electrolux di Satu Mare, dopo due mesi di sciopero ad oltranza e di manifestazioni anche fuori l’ambasciata svedese di Bucarest, hanno vinto la loro battaglia ed ottenuto un aumento del salario. I padroni svedesi le hanno tentate tutte per cercar di spezzare la lotta, anche con denunce presso i tribunali sostenendo che lo sciopero era illegale, ma i lavoratori non si sono fatti intimorire e, anzi, hanno trovato la giusta solidarietà di altri lavoratori, organizzati dal sindacato ALFA, che sono scesi in sciopero al loro fianco.

Altri scioperi, in seguito, sono iniziati alla Electroaparataj, una fabbrica che produce apparecchiature elettriche e componenti per automobili di proprietà di una multinazionale con sede a Cipro, che per tutta risposta ha minacciato di liquidare la fabbrica.

La risposta degli operai alle minacce dei padroni ha trovato, anche in questo caso, subito la solidarietà dei dipendenti di molte industrie che sono scesi in sciopero al fianco dei loro compagni.

Nulla di tutto ciò che accade in Romania ha minimamente sfiorato le menti del bonzume sindacale di regime, Fiom, Fim e Uilm, dei siti italiani: Porcia, Susegana, Solaro e Forlì, di proprietà della stessa multinazionale svedese, magari per chiamare i lavoratori ad esprimere solidarietà con quelle lotte ed avanzare le loro rivendicazioni.

D’altronde la classe operaia non può fare affidamento su chi regge le stampelle ai padroni: ricordando quanto Fiom, Fim e Uilm hanno fatto subire a quei lavoratori nella lotta a perdere, iniziata nel 2013, dopo l’annuncio da parte di Electrolux di circa 1.300 “esuberi” negli stabiliti italiani, lotta condotta e gestita dividendo i lavoratori fra gli stabilimenti e che non poteva che portare alla sconfitta.

 

 

 

 

 

 


Crisi sociale in Sudan ma manca un partito rivoluzionario

La crisi sociale in Sudan va avanti dal dicembre dello scorso anno, quando il peggioramento della situazione economica del paese si è abbattuto sul proletariato e sulle mezze classi sotto forma di forti aumenti dei prezzi dei beni di prima necessità.

Fra i fattori che hanno contribuito all’inasprimento della crisi, in un paese dove il 50 per cento della popolazione vive in povertà, sono anche gli effetti di lunga durata della secessione, avvenuta nel 2011, della parte meridionale del paese, quella nel cui sottosuolo si concentrano la maggior parte delle ricchezze minerarie.

Anche in occasione della guerra, al fine di contrastare il separatismo delle popolazioni animiste e cristiane della regione del Darfur, a sua volta appoggiato tradizionalmente dagli Stati Uniti e da Israele, si erano impegnate le milizie filo‑governative janjawid, sotto la guida di Mohamed Hamdan Dagalo, noto anche come Hemetti, quello che secondo “Le Monde” sarebbe “il nuovo uomo forte del Sudan”.

Queste milizie, una volta che è finita la guerra e che si sono ritrovate nel Nord del Sudan, nel 2013 sono state inquadrate nella Rapid Support Force (RSF), il cui terrorismo è stato impiegato per tentare di arrestare un movimento che ha sconvolto i vecchi equilibri politici del paese e che già nell’aprile scorso aveva portato all’allontanamento dal potere del presidente Omar al‑Bashir, legato ai fratelli musulmani, ma anche in buone relazioni con Russia e Cina.

Il riutilizzo dei reduci è un inevitabile sottoprodotto tossico delle guerre borghesi e non a caso si ritrova spesso a svolgere un ruolo repressivo delle turbolenze sociali che dei conflitti militari sono la naturale conseguenza.

Questo è accaduto nella capitale sudanese Khartoum dove il 3 giugno scorso i paramilitari del RSF hanno assaltato i manifestanti che da alcuni mesi protestavano di fronte al quartiere generale dell’esercito, uccidendone 118 e ferendone 650.

La situazione rimane fluida ed è ancora attivo il movimento di protesta, egemonizzato dalle mezze classi, raccoltesi attorno dall’Associazione dei Professionisti Sudanesi. La crisi sociale ed istituzionale del paese non si è elevata a crisi politica, evidentemente, anche per la mancanza di un partito rivoluzionario.

Ci sono molte ragioni per ritenere che la fazione militare che infine esercita il maggior controllo nel complesso scenario sudanese sia proprio quella di Hemetti.

Negli ultimi anni il regime aveva assegnato un ruolo di primo piano alle milizie RSF, sia come truppe mercenarie impegnate su vari scenari di guerra come il Centrafrica o lo Yemen, sia con compiti di polizia nella gestione e nella repressione delle migrazioni provenienti dal Corno d’Africa. Secondo “Le Monde” negli ultimi anni le potenze europee hanno fatto del Sudan uno dei perni della loro politica migratoria. Fra le principali attività assegnate alle milizie quella di uccidere i passeur, di dislocarsi alla frontiera con l’Etiopia per impedire l’arrivo dei migranti, ma anche ai confini con la Libia per fermarli prima di entrare nel paese che costituisce l’ultima tappa prima di arrivare sul Mediterraneo.

Ma alcuni rapporti affermano che a loro volta esse stesse hanno svolto in alcuni casi il ruolo di trafficanti. Insomma, uomini di Stato e capi militari hanno fatto delle migrazioni e della ignobile persecuzione dei migranti un redditizio mestiere. “Il mondo è paese”, dice un vecchio adagio: Hemetti è un esempio di un paese dell’Africa in cui la strumentalizzazione delle migrazioni per fini politici assomiglia a quella di tanti paesi europei, con l’Italia per prima.

Si dimostra ancora una volta quanto sia ipocrita e demagogica la pretesa dei politicanti borghesi di “aiutare gli africani a casa loro”: sì, “aiutati” laddove le grandi potenze foraggiano milizie mercenarie per taglieggiarli, ucciderli o farne schiavi.

 

 

 

 

 

  


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Il “Movimento del 4 maggio 1919”
I giovani e il comunismo in Cina, allora e oggi

Lo scorso 30 aprile, in occasione del centenario del “Movimento del 4 maggio” del 1919, si è tenuta a Pechino una conferenza solenne durante la quale il presidente cinese Xi Jinping ha pronunciato un discorso dinanzi ai rappresentanti del Partito, delle Forze Armate e della gioventù cinese. Il massimo dirigente cinese ha sostenuto che il principale insegnamento da trarre dall’esperienza dal “Movimento del 4 maggio” è il patriottismo.

Sottolineando la straordinaria importanza della gioventù cinese in tutti i risvolti rivoluzionari che hanno attraversato il grande paese asiatico, il presidente Xi ha ribadito la necessità che i giovani cinesi siano fedeli al Partito, che lavorino sotto la sua guida alla realizzazione del “sogno cinese”, al “risorgimento della nazione”, formula usata dai dirigenti cinesi per indicare il ritorno della Cina al ruolo di grande potenza mondiale.

Benché il partito unico cinese si proclami ancora “comunista”, i due elementi enfatizzati da Xi Jinping, fedeltà al Partito e patriottismo, non sono in contraddizione tra di loro dal momento che il PCC, dopo la sconfitta proletaria del 1927, ha abbandonato qualsiasi prospettiva proletaria per diventare “il vero Kuomintang”, cioè un partito borghese al servizio degli interessi dello sviluppo capitalistico cinese, facendo del nazionalismo un elemento fondamentale della sua ideologia.

Il “Movimento del 4 maggio” è considerato un momento fondamentale nella storia della Cina moderna, che diede avvio al processo di liberazione dalla sottomissione alle potenze straniere, iniziata con le Guerre dell’Oppio che aprirono quello che i cinesi considerano “il secolo dell’umiliazione”, e la sua celebrazione permette ai dirigenti di Pechino di fare facile propaganda patriottica.

Il “Movimento del 4 maggio” è stato sicuramente un movimento nazionalista. Ma oggi l’enfasi nazionalista di Xi è quella di una Cina imperialista che lotta da brigante contro altri briganti per la spartizione del mondo, una Cina ben diversa da quella di cento anni fa che era, invece, la preda di tutti i maggiori predatori imperialisti.

Oltre a ciò, nell’analisi del “Movimento del 4 maggio”, c’è un altro elemento fondamentale da tenere presente: nemmeno il mondo di cento anni fa era quello di oggi. All’epoca, nel 1919, c’era appena stata la grande vittoria proletaria della Rivoluzione bolscevica, che aveva conquistato un grande e importante paese come la Russia, da sempre baluardo della controrivoluzione; ad Ovest come ad Est l’avanzata della rivoluzione mondiale faceva tremare la borghesia e le classi dominanti di ogni paese; nel marzo del 1919 era sorta la Terza Internazionale che si avviava a diventare il Partito Comunista Mondiale, l’organo che avrebbe guidato i movimenti comunisti in ogni paese. In questo contesto, nella visione mondiale e proletaria dell’Internazionale, anche i movimenti rivoluzionari nazionalisti che sorgevano nelle colonie e nelle semi‑colonie assumevano una rilevanza rivoluzionaria che poteva essere inserita in una grande strategia mondiale di lotta contro l’ordine mondiale borghese.


L’avanzata ad oriente della rivoluzione mondiale

La presa del potere in Russia nel novembre del 1917 aveva segnato una svolta storica di proporzioni immense e apriva un’epoca di rivoluzione sociale nel mondo intero. I bolscevichi russi, come i rivoluzionari di tutti i paesi, confidavano che la rivoluzione sarebbe divampata in Europa, cuore del dominio borghese mondiale.

Ma, anche se i principali sforzi per uscire dall’isolamento in cui si trovava il potere rivoluzionario in Russia erano rivolti all’espansione della rivoluzione in Europa, fin subito dopo la presa del potere la questione orientale divenne di importanza vitale per lo Stato diretto dai bolscevichi, dal momento che aveva ereditato un vasto territorio in Asia confinante con la Turchia, la Persia, le varie entità dell’Asia Centrale, la Cina, la Corea.

Il fronte orientale era uno dei principali della guerra civile. Per gran parte del 1918 fin verso la metà del 1919 i bolscevichi furono sotto la pressione e l’avanzata da est delle truppe bianche, sostenute da numerosi eserciti stranieri, che arrivarono a minacciare il cuore dello Stato comunista. Il conflitto sul fronte orientale, con le armate controrivoluzionarie avanzate fino al Volga, mutò a favore dei bolscevichi a partire dalla primavera del 1919. Dall’estate del 1919 fino all’inizio del 1920 la guerra si era spostata sempre più ad est, in Siberia, e verso l’inizio del 1920 la guerra iniziava a volgere a favore dei bolscevichi, per concludersi con la completa sconfitta delle armate bianche.

Con l’avanzata dell’Armata Rossa ad oriente si ampliava anche il campo d’azione dell’Internazionale che, intanto, al Secondo Congresso aveva appena definito una precisa tattica comunista mondiale per l’abbattimento del capitalismo nel mondo intero, stabilendo che per la vittoria mondiale del comunismo era necessario che la lotta apertamente classista del proletariato delle metropoli capitalistiche si raccordasse alle rivoluzioni doppie dei paesi coloniali, attribuendo al proletariato delle colonie e al suo nascente partito comunista il ruolo di guida della lotta nazional-rivoluzionaria. Attorno a questa prospettiva delineata dall’Internazionale si raccolsero in Cina le prime forze orientate verso il comunismo. L’avanzata della rivoluzione mondiale ad oriente entrava in questo modo in contatto con il mondo cinese, dove però il proletariato era estremamente ridotto di numero e debole politicamente.


L’arretratezza dell’operaio cinese

Il ritardo dello sviluppo capitalistico in Cina incideva inevitabilmente sulle condizioni della lotta di classe. Ancora alle soglie degli anni Venti il proletariato cinese era solo di circa due milioni su una popolazione di oltre quattrocento. Ma, nonostante la debolezza numerica, la classe operaia cinese aveva già intrapreso delle azioni potenzialmente autonome, dei primi scioperi istintivi, spesso di stampo luddista; frequentemente caratterizzati da rivalità regionali o provinciali in quanto in molti casi gli scioperi in una fabbrica coinvolgevano solo gli operai originari di una stessa provincia. Gli operai erano ancora inquadrati in organizzazioni tradizionali, come gilde, associazioni regionali, società segrete, e non esisteva nulla di simile ad un sindacato.

Il carattere primitivo delle prime azioni della classe operaia cinese inevitabilmente si rifletteva sul piano politico. Tra i vari partiti che nacquero all’indomani della caduta della dinastia imperiale, nel 1911, alcuni pretendevano rappresentare gli interessi del proletariato. Ma queste formazioni cercavano solo di trarre profitto dal movimento operaio, rappresentando gli interessi di altre forze sociali, le ambizioni della piccola borghesia e del capitalismo nazionale. Nascevano per lo più dal desiderio di alcuni uomini politici di volersi costruire una clientela operaia, atteggiandosi a portavoce del mondo del lavoro, ma per la loro ideologia, per gli obiettivi politici e per le loro attività ne erano estranei.

Per tutto il periodo precedente la Rivoluzione d’Ottobre il marxismo è praticamente sconosciuto in Cina. In una società ampiamente precapitalistica, con un proletariato scarsamente sviluppato, il marxismo non aveva nessuna influenza su quei rivoluzionari che si ponevano come obiettivo la sovversione dell’ordine esistente e Marx era considerato uno dei pensatori occidentali come gli altri.

Una prima diffusione del marxismo in Cina avvenne in seguito agli eventi rivoluzionari in Russia. Appena dopo la Rivoluzione d’Ottobre, i bolscevichi cercarono di allacciare dei contatti con il mondo cinese e i suoi lavoratori, ma tutte le iniziative in questa fase iniziale dovevano fare i conti con l’arretratezza del movimento operaio cinese, che ancora non aveva sviluppato organismi classisti per la difesa economica e soprattutto mancava di una propria organizzazione politica.

Questo fu evidente con le lotte che si svilupparono in Cina nel 1919 conosciute come “Movimento del 4 maggio”: il proletariato cinese non aveva autonomia politica né organizzativa ed era sotto il controllo di altre forze sociali.

Ma se il movimento operaio in Cina mostrava ancora tutta la sua arretratezza, da diversi anni era nato e si era sviluppato un movimento nazionalista, all’interno del quale si era formata un’ala decisamente anti‑imperialista e rivoluzionaria.


Il movimento nazionalista rivoluzionario

L’asservimento politico della Cina aveva prodotto uno spiccato nazionalismo che si diffondeva soprattutto tra gli intellettuali, assumendo anche forme decisamente rivoluzionarie.

Storicamente in Cina il problema culturale aveva sempre avuto una grande rilevanza, derivante dalla stessa struttura sociale del Paese e dalla funzione che i detentori della cultura avevano nell’esercizio del potere politico ed anche economico. Per secoli tra gli intellettuali erano stati reclutati i membri che avrebbero formato la classe dirigente dello Stato tradizionale con fondamentali incarichi nella gestione del potere e nell’apparato. Ma, anche con l’abolizione nel 1905 degli esami imperiali, la cultura tradizionale aveva progressivamente perso la sua funzione sociale, e il valore economico degli intellettuali; successivamente, con l’arrivo al potere dei signori della guerra, erano stati sostituiti anche nella loro tradizionale posizione burocratica.

In questa situazione, tra gli intellettuali più avanzati iniziò a farsi avanti la volontà di ribellarsi a questo stato di cose. La pratica del “consenso” rispetto all’ordine costituito, che tradizionalmente aveva caratterizzato gli intellettuali, entrò in crisi e iniziò a diffondersi la convinzione che bisognava reagire di fronte allo sfacelo del paese e che per “salvare la Cina” era necessario rinnovare completamente i valori e i principi che stavano alla base della convivenza sociale. Ovviamente per gli intellettuali lo strumento d’azione era costituito dalla cultura, ma da una “cultura nuova”, non più finalizzata al “consenso” ma alla “rivolta”, essa doveva diventare un’arma contro l’assoggettamento della Cina agli stranieri e contro le classi dominanti, complici degli stranieri e responsabili della decadenza del paese. In sostanza doveva essere una “rivoluzione culturale”.

A sostegno di questa nuova prospettiva fu fondata nell’estate del 1915 la rivista “Gioventù nuova”, che divenne uno strumento per le diffusione di idee innovatrici influenzando ampi settori di quella gioventù che negli anni seguenti prese parte al movimento rivoluzionario. Fino all’inizio del 1919 numerose altre riviste si affiancarono a “Gioventù nuova”, e in tutto il paese nacquero associazioni giovanili e studentesche che facevano propria l’esigenza di un rinnovamento radicale della Cina.

La Rivoluzione d’Ottobre produsse all’interno di questo movimento culturale una differenziazione degli elementi rivoluzionari dal resto degli intellettuali. Nonostante la limitata conoscenza allora della dottrina marxista, crebbero le manifestazioni di entusiasmo per la rivoluzione in Russia, che iniziava ad essere considerata come la “miccia della rivoluzione mondiale”.

Ma prima di schierarsi apertamente con il bolscevismo doveva cadere l’ultima illusione circa la possibilità di emancipazione della Cina attraverso vie che non fossero quelle della rivoluzione proletaria.


Si muovono studenti e mezze classi

La fine della Prima Guerra Mondiale e gli accordi di Versailles dispersero la speranza che nella sistemazione post‑bellica la Cina venisse emancipata. Le colonie cinesi possedute della Germania passarono al Giappone e ciò determinò una decisa reazione anti‑giapponese e anti‑governativa: il 4 maggio 1919 ci furono grandi manifestazioni studentesche a Pechino. Migliaia di studenti manifestarono reclamando il ritorno dello Shandong alla Cina, la non firma del Trattato di Versailles e le dimissioni dei ministri filo‑giapponesi. Il “Movimento del 4 maggio” si estese a tutto il paese e dagli studenti e dagli ambienti intellettuali al mondo degli affari. Si intraprese una propaganda in favore del boicottaggio delle merci giapponesi.

A giugno, in seguito all’arresto di centinaia di studenti a Pechino, il movimento entrò in una nuova fase, in quanto a sostegno degli studenti si mosse la solidarietà della classe operaia con scioperi che coinvolsero decine di migliaia di lavoratori.

Il “Movimento del 4 maggio” raggiunse i suoi obiettivi immediati: il governo di Pechino costrinse alle dimissioni i ministri considerati traditori e la delegazione cinese a Versailles si rifiutò di firmare il trattato di pace e quindi di avallare la cessione dei diritti sullo Shandong al Giappone.

Esso aveva unito per la prima volta in Cina in una azione comune elementi della borghesia, degli intellettuali, della piccola borghesia e del proletariato industriale, una sorta di blocco delle classi, senza i contadini per il momento, con il proletariato in una posizione subordinata agli interessi nazionali delle altre classi, che chiedevano la fine del governo conservatore e la restaurazione della Cina come Stato sovrano, mettendo fine alla dipendenza dalle potenze straniere.

Ma se le manifestazioni e gli scioperi ebbero un ruolo subordinato nel “Movimento del 4 maggio”, nei mesi e negli anni successivi le lotte rivendicative si allargarono sempre di più e nacquero e si rafforzarono le organizzazioni operaie. Intanto gli eventi di quei mesi del 1919 avevano avuto importanti ripercussioni sui giovani che avevano partecipato con entusiasmo a quelle lotte.

A Versailles le potenze vincitrici avevano proceduto alla spartizione del mondo mostrando apertamente la natura brigantesca dell’imperialismo e che la guerra appena combattuta non era stata altro che una guerra di rapina. Le decisioni prese a Versailles dissolsero all’improvviso le speranze di riconquista della sovranità e dell’integrità territoriale, che parte della gioventù cinese confidava possibile per via negoziale e per accordo con le grandi potenze. Se nel maggio del 1919 gli imperialisti confermavano il loro interesse nel tenere sottomessa la Cina e continuare a depredarla delle sue risorse, a luglio il governo rivoluzionario dei bolscevichi in Russia mostrava al popolo cinese la politica di un potere rivoluzionario con tutta una serie di concessioni in favore del popolo cinese che praticamente abolivano tutti i privilegi che il governo zarista aveva strappato alla Cina. In questo modo il nazionalismo cinese subiva il fascino della Russia bolscevica.

La Terza Internazionale, operando all’interno dei movimenti nazionalisti una distinzione tra l’ala moderata incline al compromesso con l’imperialismo e l’ala decisamente rivoluzionaria, farà uscire i movimenti rivoluzionari nazionali dai limiti angusti di una lotta di liberazione nazionale dall’oppressione straniera per unirli al proletariato dei paesi sviluppati nella grande strategia mondiale per il comunismo. Ecco, con le parole di Lenin, come il Secondo Congresso dell’Internazionale diede una soluzione alle questione dei rapporti con i movimenti rivoluzionari nei paesi arretrati:

«Noi non abbiamo nulla a che fare con i movimenti democratici-borghesi e soltanto i movimenti rivoluzionari nazionali devono interessarci. Tra la borghesia dei paesi sfruttatori e quella dei paesi coloniali si registra una certa intesa, sicché molto spesso la borghesia dei paesi oppressi, pur sostenendo il movimento nazionale, lavora di concerto con la borghesia imperialista contro tutti i movimenti rivoluzionari. Questo fatto è stato documentato irrefutabilmente in sede di commissione, e al fine di ribadire meglio questa differenza, l’espressione “borghesie democratiche” è stata sostituita quasi dappertutto nelle tesi con l’espressione “rivoluzionari nazionali”. L’idea è che noi, in quanto comunisti, dobbiamo appoggiare i movimenti borghesi per l’emancipazione delle colonie solo quando tali movimenti siano effettivamente rivoluzionari, solo quando i loro rappresentanti non ci impediscano di educare e organizzare in senso rivoluzionario i contadini e le grandi masse degli sfruttati» (Discorso di Lenin sulla questione nazionale e coloniale, 26 giugno 1920).

Furono proprio gli elementi più radicali del “Movimento del 4 maggio” i primi ad aderire al comunismo. Il Partito Comunista in Cina nacque nel 1921, sotto la guida dell’Internazionale, principalmente per opera di intellettuali, che lo diressero negli anni a venire. Ma la sua forza proveniva, oltre che dalla vasta schiera di giovani ed intellettuali, dalla dinamica sociale che polarizzava le forze in campo e indirizzava il proletariato a militare sotto le bandiere del partito e del comunismo. La sua vera forza furono quelle centinaia di migliaia di anonimi proletari che istintivamente riconobbero nel PCC la loro guida, non solo per l’emancipazione politica della nazione cinese ma soprattutto per la distruzione del modo di produzione capitalistico che già dominava in Occidente e stava per diffondersi in Cina.


I giovani e il comunismo nella Cina di oggi

La crescente rivalità imperialistica tra gli Stati Uniti e la Cina ha portato diversi media della borghesia americana, e non solo, ad occuparsi dell’arresto di “giovani comunisti” cinesi da parte delle autorità della Repubblica Popolare. Che la stampa borghese abbia a cuore la sorte di alcuni giovani marxisti perseguitati in Cina si commenta da solo, resta però il fatto di una campagna ideologica messa in piedi da parte di questi organi della borghesia per screditare il rivale che prende spunto dalla contraddizione lampante di un paese come la Cina, che continua con la farsa del comunismo, che perseguita “giovani comunisti” per aver supportato una lotta operaia.

La vicenda è quella dello stabilimento Jasic Technology di Shenzhen. A partire dal maggio del 2018 decine di lavoratori di questa fabbrica, insoddisfatti delle basse retribuzioni e delle pessime condizioni di lavoro, di straordinari illegali e multe eccessive, hanno cercato di formare un sindacato. Quando i lavoratori hanno manifestato questa loro intenzione alla Federazione dei Sindacati di Tutta la Cina (ACFTU) la richiesta è stata rapidamente respinta. Ma, poiché i lavoratori hanno ugualmente iniziato ad organizzarsi, nel luglio 2018 l’azienda ha licenziato quelli attivi nella formazione del sindacato. Le proteste contro i licenziamenti hanno ricevuto la solidarietà di operai di altre fabbriche di Shenzhen.

A questi si è unito un gruppetto di una cinquantina di studenti che, provenienti da diverse parti della Cina, si sono organizzati nello “Jasic Worker Support Group” per solidarizzare e sostenere le azioni di lotta. A questo punto la repressione delle autorità cinesi si è abbattuta anche sugli studenti. Oltre a Shenzhen la repressione ha preso di mira “gruppi marxisti” di diverse città, con la scomparsa di attivisti in centri come Pechino, dove lo scorso 26 dicembre un gruppo di studenti si era riunito per celebrare l’anniversario della nascita di Mao Zedong, ma anche Canton, Shanghai e Wuhan.

Nell’ultimo decennio c’è stata un’esplosione di scioperi a Shenzhen e la vicenda della Jasic è solo una delle centinaia di lotte operaie che ogni anno investono la Cina. Benché le autorità di Pechino continuino con la farsa del “socialismo con caratteristiche cinesi”, le contraddizioni del modo di produzione capitalistico, che domina appieno e incontrastato in Cina, spingono gli operai ad una crescente lotta per la difesa dei propri interessi di classe. Ogni anno in Cina esplodono centinaia di lotte operaie per aumenti salariali e migliori condizioni lavorative.

Dati precisi sugli scioperi non ce ne sono. Per avere un’idea del fermento operaio si possono prendere in considerazione i dati elaborati dal “China Labour Bullettin” che ne monitora gli scioperi. Solo del 2018 sono stati registrati 1.700 scioperi e rivolte spontanee in tutto il Paese, contro i 1.250 del 2017, mentre nei primi 5 mesi del 2019 si registrano già più di 600 proteste. Il rallentamento della crescita economica e la guerra commerciale con gli Stati Uniti non possono far altro che peggiorare le condizioni di vita e di lavoro della classe operaia cinese. Di fronte all’incalzare della crisi capitalistica, i combattivi proletari cinesi continueranno sulla strada della lotta economica. Questa crescente ed incessante lotta proletaria pone inevitabilmente la questione dell’organizzazione in sindacati classisti: un incubo per il Capitale e i suoi servi.

I “giovani marxisti” in Cina subiscono la repressione perché, oltre a ritrovarsi per lo studio del marxismo, partecipano alle lotte degli operai e al loro tentativo di formare sindacati. Gli studenti non vengono repressi perché effettivamente oggi pericolosi, ma per la paura che possa mettersi in moto un processo di organizzazione dei lavoratori, di formazione di sindacati classisti, indipendenti e fuori dal controllo delle autorità statali e delle organizzazioni che fanno capo al PCC. Il pericolo reale per il Capitale non sono solo questi gruppi di giovani, dissidenti verso il regime ma che spesso si richiamano al maoismo, bensì la possibilità che dalle lotte della classe operaia possano sorgere forti organizzazioni classiste.

La storia ha insegnato ai dirigenti del PCC che queste possono avere lo stesso ruolo giocato negli anni Venti, quando un vigoroso movimento operaio condusse delle vere guerre di classe che misero in discussione l’ordine esistente. I dirigenti del PCC conoscono bene la storia delle poderose lotte operaie che sconvolsero la Cina negli anni Venti, sanno bene che il proletariato di Shanghai nel marzo del 1927, inquadrato in forti sindacati e guidato dai comunisti, prese il potere con un’insurrezione. La sconfitta, all’epoca, non avvenne sul terreno militare ma perché lo stalinismo disarmò il proletariato di Shanghai facendogli consegnare le armi che aveva in pugno a Chiang Kai‑shek che, appena entrato in città, versò laghi di sangue proletario.

Ma un domani prossimo e non lontano il proletariato cinese, libero ormai dalla necessità della doppie rivoluzioni, farà la sua rivoluzione monoclassista. E questa volta non sarà solo a Shanghai come nel 1927 ma in tutte le “Shanghai” di Cina, d’Asia e del Mondo che lo sviluppo capitalistico ha riempito di milioni di proletari.

Ai giovani cinesi che oggi cercano la corretta via marxista e che si organizzano in gruppi di studio e partecipano con entusiasmo alle lotte operaie, sarà richiesto di sintonizzarsi con questo movimento storico, gettare al mare tutti i falsi miti, come il maoismo, e ripercorrere l’esempio di quei giovani e di quei proletari che all’inizio degli anni Venti, privi di una formazione e una “cultura marxista” ma dotati “di coraggio, abnegazione, eroismo, volontà di combattere”, aderirono al comunismo, del quale oggi solo il Partito Comunista Internazionale mantiene viva la prospettiva.

 

 

 

 

 

  


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Il concetto di dittatura rivoluzionaria e la sua pratica - Prima di Marx

(segue dal numero scorso)


Capitolo esposto a Cortona alla riunione generale del maggio 2016



9. Babeuf

François‑Noel Babeuf nasce nel 1760 a Saint‑Quentin in Piccardia. Il padre, Claude, era stato maggiore nell’esercito di Maria‑Teresa d’Austria, condannato per diserzione, amnistiato, quindi impiegato delle gabelle. Claude, che era un autodidatta, aveva insegnato al figlio maggiore i rudimenti di francese, aritmetica, geometria, latino, tedesco e matematica. Lo storico Dommanget dice che il padre, prima di morire, aveva fatto giurare al figlio che avrebbe fatto tutto il possibile per assomigliare a Caio Gracco.

L’indigenza della famiglia aveva spinto il padre a mandare François a lavorare a 14 anni presso un feudista, vale a dire un esperto di diritto feudale pagato da nobili e grandi proprietari terrieri per difendere i propri diritti.

Nel 1782 si sposa con una cameriera e nel 1785 esercita in proprio l’attività di agrimensore, restando quindi nell’ambito lavorativo iniziale. Il suo lavoro gli permette una vita decente fino al 1787, dopo di che, dice lo storico Mazauric, la miseria si installa a casa sua. Il suo lavoro gli permette di rendersi ben presto conto dello sfruttamento dei contadini da parte della aristocrazia fondiaria. Scrive egli stesso nel 1795: «Fu nella polvere degli archivi signorili che scoprii i misteri delle usurpazioni della casta nobiliare».

Nel 1786, in una minuta di lettera considerata troppo audace e quindi non ricopiata, si pronuncia a favore di uno sfruttamento collettivo delle terre, portatore di vantaggi economici, di migliori rendimenti e di una soluzione al problema della mancanza di terra. Naturalmente siamo ancora nell’ambito del comunismo utopistico, ma è importante tale concezione in un momento in cui le posizioni più estreme parlavano di legge agraria, e cioè di divisione delle terre, senza mettere in dubbio il principio della proprietà privata. Ad alcuni progetti di cambiamento ispirati al comunismo utopistico che aveva avuto occasione di leggere Babeuf rimprovera di lasciare “un vuoto a proposito dei mezzi”.

Si lamenta di non avere un numero sufficiente di libri. Possiamo dire che sia un autodidatta: ha letto alcuni scritti di Mably, il “Codice della natura” di Morelly, allora attribuito a Diderot, il “Discorso sull’origine dell’ineguaglianza”, il “Contratto sociale” di Rousseau, “e Le catene della schiavitù” di Marat. Tranne Mably, sono tutte letture fatte negli anni della rivoluzione.

È sicuramente un seguace di Rousseau, di cui condivide la critica alla proprietà privata (che però il ginevrino, come abbiamo già detto, non pensava di abolire), ed è anche un seguace di Mably e del comunismo utopistico di Morelly. Babeuf non accetta invece il pessimismo del ginevrino, e crede nel progresso come gli enciclopedisti, pensando, come Condorcet, che la diffusione delle conoscenze possa portare all’emancipazione del genere umano. Di Rousseau non condivide neanche la religiosità: il suo materialismo è evidente almeno dal 1788. Negli anni successivi si dichiara ateo, e nell’anno II rifiuta il culto dell’Essere Supremo.

Babeuf arriva a Parigi poco dopo la presa della Bastiglia. Per le posizioni sostenute è incarcerato più volte; la seconda volta, nel 1790, è liberato per l’intervento di Marat. La riconoscenza e l’ammirazione per quest’ultimo non gli impediscono di attaccarlo sulla stampa, in un’occasione, nel 1793, in cui Marat prende delle posizioni che Babeuf giudica errate e dannose per la rivoluzione.

Dopo il 10 agosto 1792 è eletto amministratore del dipartimento della Somme. Si dichiara fautore della “legge agraria”, come anche l’abate Dolivier de Mauchamp e il cordigliere Momoro, comunista e seguace di Hebért.

Nel febbraio 1793 è condannato per aver falsificato un atto di aggiudicazione di un bene nazionale: lo storico Dommanget dice che, data la sua onestà unanimemente riconosciuta, l’unica spiegazione sta nella volontà di aiutare dei sanculotti, o presunti tali. Per sfuggire all’arresto Babeuf va a Parigi, dove in seguito viene comunque arrestato, poi liberato nel dicembre 1793. Sylvain Maréchal lo aiuta facendolo lavorare al giornale “Revolution de Paris”. Babeuf ripone una grande fiducia in Chaumette, procuratore del Comune di Parigi. È poi arrestato nella repressione dei sanculotti del germinale dell’anno II, vale a dire assieme agli hebertisti. È liberato 10 giorni prima del 9 termidoro.

In una lettera a Coupé sulle elezioni dell’Assemblea legislativa, datata 20 agosto 1791, scrive: «Ciò ch’io vorrei in quest’assemblea sarebbe (...) la soppressione della miseria e dell’ignoranza, e meno di quella sterile inflessibilità dei Robespierre e dei Péthion; giacché essi, con quella loro magistrale inflessibilità di cui si son fatti un abito solenne, non hanno insistito sulla conseguenza capitale che discende naturalmente dal principio dell’eguaglianza dei diritti: a tutti eguale educazione e sussistenza assicurata». Pur avendo grande ammirazione per Robespierre, non si accontenta della eguaglianza politica: possiamo dire che le differenze tra i due, allora percepite come lievi dagli stessi protagonisti, erano dovute a divergenze di classe.

In una lettera allo stesso Coupé del 10 settembre 1791 scrive: «Analizzate Robespierre, in fin dei conti lo troverete abbastanza agrarista e questi personaggi illustri sono ben costretti a barcamenarsi, perché sentono che il momento non è ancora arrivato». Qui vediamo che Babeuf considera, erroneamente, Robespierre un comunista, quindi vicino alle proprie posizioni.

Dopo il 9 termidoro fonda “Le Journal de la liberté de la presse”, che poi diventa “Le Tribun du peuple”. Nei primi articoli scritti dopo tale data si pronuncia anch’egli, assieme ai termidoriani, contro la dittatura di Robespierre. Ciò non è dovuto a eccesso di prudenza o, peggio, a piaggeria verso i nuovi padroni: Babeuf aveva visto i Comitati distruggere il potere delle sezioni parigine, reprimendo duramente i sanculotti, egli, che non è mai stato hebertista, si era trovato in carcere assieme ad hebertisti e cordiglieri. Possiamo dire che condivide quindi il punto di vista dei sanculotti dei quali, in questo momento, andava a rimorchio.

Su “Le Tribun du peuple” del 5 ottobre 1794 annuncia di chiamarsi, da ora in avanti, Gracchus Babeuf e non più Camillo Babeuf, come si era fatto chiamare dal 1791 o 1792. Camillo era quell’eroe dell’antichità romana che pretese di riconciliare patrizi e plebei: Babeuf scegliendo il nome Gracco mette sempre più in evidenza l’irriconciliabilità tra le classi sociali. Da questo mese di ottobre comincia a rendersi conto del ruolo svolto dai termidoriani e di guida della rivoluzione esercitato da Robespierre; del resto già negli anni passati si era pronunciato a favore della dittatura di Marat, poi di Robespierre, poi di Chaumette. Alla fine di ottobre finisce in carcere e ne esce il 18 dicembre 1794.

Nel n.29, 21 dicembre 1794 - 8 gennaio 1795, troviamo un articolo dal titolo “Milione dorato e pance vuote”, da cui leggiamo: «Credo che entrambi i partiti vogliano la repubblica; ma ciascuno la vuole a suo modo. L’uno la desidera borghese e aristocratica; l’altro intende averla fatta e ch’essa rimanga integralmente popolare e democratica. L’uno vuole la repubblica del milione di cittadini che fu sempre il nemico, il dominatore, l’esattore, l’oppressore, la sanguisuga degli altri 24; del milione che si diletta da secoli nell’ozio a spese del nostro sudore e del nostro lavoro; l’altro partito vuole la repubblica per i 24 milioni che ne hanno gettato le basi cementandole col loro sangue, che nutrono, sostengono, provvedono la patria di tutti i suoi bisogni, la difendono e muoiono per la sua sicurezza e la sua gloria. Il primo partito vuole nella repubblica il patriziato e la plebe; vi vuole un piccolo numero di privilegiati e di signori colmi di superfluità e di delizie, la maggioranza ridotta alla situazione di iloti e di schiavi; il secondo partito vuole per tutti, non soltanto l’eguaglianza dei diritti, l’eguaglianza sulla carta, ma anche l’onesta agiatezza, la sufficienza legalmente garantita di tutti i bisogni fisici, di tutti i vantaggi sociali, come giusta e indispensabile ricompensa della porzione di lavoro che ciascuno ha fornito all’impresa comune».

Babeuf in questo momento, ed anche durante i fatti di germinale e pratile 1795, sembra condividere l’opinione dei sanculotti di ricercare l’appoggio dei deputati della Convenzione e il sollevamento spontaneo delle masse popolari. Ma, trovandosi in carcere durante i fatti di germinale e pratile, non può essere accusato di avervi partecipato e viene quindi amnistiato il 18 ottobre.

In una lettera a Germain del 28 luglio 1795 Babeuf fa una critica del commercio, che possiamo tradurre legittimamente con commercio capitalistico e quindi capitalismo (ovviamente quello della Francia di allora), dicendo che il commercio è la base dell’ineguaglianza sociale e, anziché arricchire la nazione, come molti sostengono, produce estrema ricchezza da una parte ed estrema miseria dall’altra. Si rende conto anche del processo dell’accumulazione capitalistica, che ovviamente condanna in nome del “diritto di natura”. Non possiamo certo pretendere da Babeuf il concetto di necessità storica nell’affermarsi di nuovi rapporti di produzione e tra le classi sociali: non possiamo attaccargli la barba di Karl Marx.

Nel n. 34 dell’8 ottobre leggiamo: «Questa guerra dei plebei e dei patrizi, o dei poveri e dei ricchi, non esiste soltanto quando è dichiarata. Essa è perpetua, comincia fin da quando le istituzioni tendono a far sì che gli uni prendano tutto senza che resti nulla agli altri (...) Sembra ai ricchi, che ostentano sicurezza sforzandosi di far credere ai poveri che il loro stato è inevitabilmente nella natura, che sia questo il miglior baluardo contro le loro iniziative».

Nel n. 35 del 30 novembre 1795 Babeuf pubblica “Il manifesto dei plebei”:
     «Non un’eguaglianza mentale occorre all’uomo che ha fame o ha dei bisogni: questa eguaglianza, egli l’aveva allo stato di natura (...)
     «Ma cos’è dunque questo diritto di proprietà? Intendiamo forse la facoltà illimitata di disporne a proprio piacere? Se è così, lo dico apertamente, è ammettere la legge del più forte (...) Proveremo che la terra non è di nessuno, ma di tutti. Proveremo che tutto ciò che un individuo s’accaparra al di là di quanto può nutrirlo, è un furto sociale (...) che la superiorità di talenti e di attività non è che una chimera e un’esca speciosa, che è sempre indebitamente servita ai complotti dei cospiratori contro l’eguaglianza (...) che è assurda e ingiusta la pretesa d’una maggiore ricompensa per colui il cui compito esige un più alto grado di intelligenza, e più applicazione e tensione intellettuale; che ciò non aumenta affatto la capacità del suo stomaco (...)
     «Si riesce ad aver troppo solo facendo sì che altri non abbiano abbastanza (...) Le produzioni dell’industria e del genio divengano altresì proprietà di tutti, dominio dell’intera associazione, dal momento stesso in cui gli inventori e i lavoratori le hanno fatte nascere; perché sono solo un risarcimento delle precedenti invenzioni del genio e dell’industria, di cui questi nuovi inventori e lavoratori hanno approfittato nella vita sociale, e che li hanno aiutati nelle loro scoperte (...)
     «Che l’educazione è una mostruosità, quand’è ineguale, quand’è patrimonio esclusivo d’una parte dell’associazione; perché allora diviene, nelle mani di tale parte, un insieme di macchine, una riserva di armi di ogni specie, con l’aiuto delle quali questa parte combatte l’altra che è disarmata; giunge facilmente, di conseguenza, a soffocarla, a trarla in inganno, a spogliarla, ad asservirla sotto le più infami catene».
     «Che bisogna giungere a incatenare la sorte (...) ad assicurare a ciascuno e alla sua posterità, per numerosa che sia, la sufficienza, ma nient’altro che la sufficienza; e a sbarrare, a tutti, ogni possibile via d’ottenere oltre la quota‑parte individuale di prodotti della natura e del lavoro. Che l’unico mezzo per arrivarvi è stabilire l’amministrazione comune; sopprimere la proprietà privata; legare ogni uomo al talento, all’attività che conosce; obbligarlo a depositarne il prodotto in natura al magazzino comune; e istituire una semplice amministrazione di distribuzione».

Il comunismo di Babeuf, come è evidente, si ispira fortemente ai decreti di ventoso dell’anno II. Nello stesso articolo leggiamo: «Che questa guerra atroce del ricco contro il povero prenda infine un colore meno ignobile! Cessi di avere questo carattere di piena audacia da un lato e di piena viltà dall’altro! Gli sventurati rispondano infine ai loro aggressori! (...) Profittiamo del fatto che ci hanno spinto allo stremo. Avanziamo senza indugi, da uomini consapevoli delle proprie forze. Avviamoci francamente alla EGUAGLIANZA. Vediamo il fine della società; vediamo la felicità comune!

«Perfidi o ignoranti! Gridate che bisogna evitare la guerra civile? Che non bisogna gettare tra il popolo scintille di discordia? (...) E quale guerra civile più rivoltante di quella che mostra tutti gli assassini da una parte, e tutte le vittime senza difesa dall’altra? Potete fare una colpa a colui che vuole armare le vittime contro gli assassini? Non è meglio la guerra civile in cui le due parti possono difendersi l’una contro l’altra?».

Dopo la pubblicazione del “Manifesto dei plebei” Babeuf è costretto alla clandestinità in quanto incriminato come sostenitore dell’anarchia e del disordine. Pubblica un articolo su “Le Tribun du peuple” n. 36 del 10 dicembre dal titolo “La rivoluzione è l’ordine”, da cui leggiamo: «I nostri nuovi despoti (...) dovrebbero ricordarsi d’essere debitori del loro stato attuale solo al vantaggio d’essere stati anch’essi, e l’epoca è ancora recente, degli anarchici, a giudizio dei re che li hanno preceduti. I grandi e i potenti di oggi concepiscono in modo singolare il termine rivoluzione, quando pretendono che la rivoluzione, da noi, è fatta. Dicano piuttosto la controrivoluzione! La rivoluzione, ancora una volta, è la felicità di tutti; il che non abbiamo: non è dunque vero che la rivoluzione non è fatta? La controrivoluzione è l’infelicità del maggior numero; che noi abbiamo: non è dunque la controrivoluzione che è fatta? L’organizzazione, per questi signori, è altresì la disorganizzazione. Chiamo disorganizzazione ogni ordine che riempie la minoranza e fa languire e perire la maggioranza; e chiamo disorganizzatori, tutti coloro che hanno concorso a istituire e che concorrono a mantenere un tale ordine. Chiamo organizzazione un ordine affatto opposto, grazie al quale è assicurata la felicità delle masse».

Il sanculotto Bodson, ex hebertista, scrive una lettera a Babeuf in cui avanza molte riserve all’alleanza tra babuvisti, intesi come eredi del sanculottismo dell’anno II, e gli ex giacobini, autori della loro repressione nel germinale dello stesso anno. Il 28 febbraio 1796 Babeuf scrive una risposta, che non convince Bodson, ma che è molto importante per comprendere il pensiero di Babeuf su Robespierre e sulla dittatura rivoluzionaria esercitata dal Comitato di Salute Pubblica. Leggiamo:

«Non ho mai cambiato opinione sui principi; ma l’ho cambiata su alcuni uomini. Confesso oggi in buona fede di rammaricarmi di aver un tempo visto nero sia sul governo rivoluzionario, sia su Robespierre, Saint‑Just, ecc. (...) Credo che questi uomini da soli valessero di più di tutti i rivoluzionari insieme, e che il loro governo dittatoriale fosse terribilmente ben concepito. Tutto ciò che è avvenuto da che quegli uomini e il governo non son più, giustifica forse abbastanza bene l’asserzione.
     «Non sono del tutto d’accordo con te sul fatto che abbiano commesso grandi crimini e fatto morire dei repubblicani. Non tanti, credo: è la reazione termidoriana che ne ha fatti morire molti. Non voglio discutere se Hébert e Chaumette fossero innocenti. Quand’anche fosse, giustifico non di meno Robespierre. Questi poteva a buon diritto aver l’orgoglio d’essere il solo capace di condurre al suo vero fine il carro della rivoluzione. Arruffoni, uomini semi‑mediocri, secondo lui, e fors’anche secondo la realtà; uomini, dico, avidi di gloria e pieni di presunzione, quali un Chaumette, il nostro Robespierre può averli visti intenzionati a disputargli la guida del carro. Allora colui che aveva l’iniziativa, che aveva il senso della sua esclusiva capacità, ha dovuto accorgersi che tutti questi ridicoli rivali, anche ben intenzionati, avrebbero intralciato, guastato tutto. Suppongo che egli dicesse: gettiamo sotto lo spegnitoio questi spiriti importuni e le loro buone intenzioni.
     «La mia opinione è che abbia fatto bene. La salvezza di 25 milioni di uomini non dev’essere barattata con il riguardo nei confronti di qualche individuo equivoco. Un rigeneratore deve vedere in grande. Deve falciare tutto ciò che ostacola, che ostruisce il suo passaggio, che può nuocere al rapido raggiungimento del termine che s’è prefisso. Bricconi, o imbecilli, o presuntuosi e ambiziosi, è lo stesso, tanto peggio per loro. Perché ve ne sono? Robespierre sapeva tutto questo, ed è in parte ciò che me lo fa ammirare. È ciò che mi fa vedere in lui il genio ove risiedevano vere idee rigeneratrici.
     «È vero che tali idee potevano travolgere me e te. Ma che sarebbe importato se la felicità comune fosse giunta a buon fine?
     «Non so, amico mio, se con queste spiegazioni sia ancora consentito a uomini di buona fede come te rimanere hebertisti. L’hebertismo è un’affezione ristretta in questa classe di uomini. Essa non consente loro che il ricordo di qualche individuo, e l’essenziale dei grandi destini della Repubblica gli sfugge. Neppure credo, come te, impolitico e superfluo evocare lo spirito e i principi di Robespierre e di Saint‑Just per puntellare la nostra dottrina. Anzitutto non facciamo altro che rendere omaggio a una grande verità, senza la quale saremmo troppo al di sotto di una giusta modestia. Questa verità è che noi siamo i secondi Gracchi della rivoluzione francese».

Nel n. 42 di “Le Tribun du peuple”, 13 aprile 1796, appare un articolo titolato “Una parola urgente ai patrioti”, in cui si invita alla pazienza in attesa della programmata insurrezione, e si mettono i rivoluzionari in guardia dai falsi amici, poiché il Direttorio, per controbattere i termidoriani come Carnot, considerati più vicini ai realisti, cerca di mostrarsi più accondiscendente verso sanculotti ed ex giacobini. Potremmo dare a tale articolo anche un altro titolo, e cioè “La necessità di un cordone sanitario attorno al partito”.

«Si è parlato di riunione, di riconciliazione, di dimenticare torti ed errori. I torti e gli errori passino; ma la persistenza del crimine, no. Accoglieremo nelle nostre file tutti gli uomini ingannati, i semplici strumenti, coloro che non hanno peccato che con intenzioni pure, e che hanno colpito la Patria credendo di servirla. Ma non avremo l’inetta bassezza di consentire che gli autori sistematici della lunga serie di crimini che durano ancora, e i cui disastrosi effetti ci causano mali così cocenti, non avremo la delirante bassezza di consentire che costoro vengano oggi a porsi alla nostra testa, quando si tratta di guarire i mali che ci hanno fatto. Non avremo la dabbenaggine di creder loro, quando ci diranno (ma non ce lo dicono neppure) che intendono espiare tutte le loro scelleratezze, facendone cessare essi stessi gli atroci risultati. Non dobbiamo neppure consentire che questi esseri odiosi prendano un fucile e s’allineino, come semplici soldati, in mezzo a noi».

Ancora dallo stesso articolo:
     «Ve lo dico e ve lo ripeto: è un errore credere che non potete nulla da soli e con le vostre forze. Non si farà mai nulla di grande e di degno del popolo che con il popolo e con lui solo. Muovetevi dunque soltanto quando vedrete muoversi e comparire gli uomini del popolo. Non cadete in alcuna trappola; non cercate altrove i vostri liberatori; non riconoscete altre bandiere».

Il Club dei giacobini era stato chiuso il 19 novembre 1794, e la misura era stata allora vista favorevolmente da Babeuf.

Secondo Buonarroti, di cui parleremo più avanti, durante i fatti di germinale e pratile Babeuf, insieme ad altri prigionieri, avrebbe tentato di dare una direzione al movimento sanculotto. Come già detto in precedenza, se tentativo vi fu certamente non ebbe esito.

Il 26 ottobre 1795 il potere in Francia è assunto dal Direttorio, formato da 5 membri. Nel dicembre successivo è fondato il Club del Panthéon da repubblicani anti‑termidoriani di varie tendenze, tra cui spicca Babeuf. Alcuni rivoluzionari cominciano ad incontrarsi a casa dell’ex‑convenzionale Amar, di simpatie comuniste, già membro del Comitato di Sicurezza Generale e acerrimo nemico di Robespierre. Costoro si trovano d’accordo sulla comunanza dei beni e nell’adottare la Costituzione del 1793. Ma questo Comitato appena sorto si divide per diffidenza verso Amar.

Il 24 febbraio 1796 il Direttorio decreta lo scioglimento del Club del Panthéon, effettuato dal giovane generale Bonaparte. La situazione è tale che il Direttorio adotta una legge marziale e leggi durissime contro la stampa: siamo al 16 e 17 aprile 1796.

I rivoluzionari che si trovano assieme in carcere dopo il Termidoro e in particolare nel 1795, sono i capi della “Cospirazione per l’eguaglianza detta di Babeuf”, come titola il celebre testo di Filippo Buonarroti, stampato solo nel 1828 e fonte principale per conoscere tali eventi.

Dopo lo scioglimento del club del Panthéon, fortemente influenzato dai rivoluzionari egualitari, questi pensano che sia il momento di agire e di creare un’organizzazione insurrezionale clandestina, i cui scopi sono quelli delle riunioni presso Amar, e cioè la Costituzione del 1793 nell’immediato, e il comunismo come meta finale.

Scrive Buonarroti nel suo testo: «era necessario riunire e porre sotto la propria direzione tutti gli amici della libertà, calcolarne le forze e imprimere ad esse un impulso favorevole all’istruzione e alla liberazione generale, senza rischiare di compromettere l’impresa o le persone con tradimenti o indiscrezioni».

Lo storico Dommanget precisa: «Tutti i piccoli comitati sparsi per la capitale, che potevano allontanarsi dal progetto dell’organizzazione e diventare dei giocattoli nelle mani degli intriganti e dei nemici della Rivoluzione, dovevano quindi scomparire, per far posto ad un’unica struttura centralizzata. Furono Babeuf e i suoi compagni che dovettero persuadere i democratici della necessità di una tale forma di raggruppamento. I comitati sparsi si sciolsero e nei primi giorni di germinale dell’anno Quarto fu costituito un Direttorio Segreto. I primi membri ne furono Babeuf, Antonelle, Sylvain Maréchal e Félix Lepeletier. Il 10 germinale si aggiunsero al Comitato Darthé, Buonarroti e Debon».

Il 10 germinale 1796 è istituito il “Direttorio Segreto Esecutivo di Salute Pubblica”.

Scrive lo storico Mazauric: «L’istituzione del “Direttorio segreto insurrezionale” fu solo superficialmente un fatto di congiura, malgrado le dichiarazioni governative ed il titolo del libro di Buonarroti. La Congiura babuvista fu di fatto la prima affermazione nella storia di un partito organizzato e disciplinato, al quale le condizioni politiche del tempo e, d’altro lato, le difficoltà di collegamento interno imposero la clandestinità. Non v’è dubbio che Babeuf avrebbe preferito la propaganda pubblica e l’organizzazione alla luce del sole. Ma la repressione lo portò a procedere nel silenzio e nell’anonimato della clandestinità».

Ancora Mazauric: «Non era ancora che l’abbozzo di un partito. Il partito nacque di fatto quando fu organizzata, nell’aprile 1796, l’unione del gruppo dirigente con quegli animatori di base, capi locali e propagandisti di quartiere che furono gli agenti di circondario, di sezione o presso l’esercito. Il Direttorio Segreto corrispondeva con loro per circolare o comunicando oralmente le sue direttive agli agenti di collegamento, Didier per i quartieri, Germain e Grisel per l’esercito. Attraverso lo stesso canale era operato il contatto inverso tra la base e il vertice. Babeuf, Darthé e Buonarroti davano vita a una vera e propria segreteria il cui capo ufficio era il copista Pillé».

Tale partito nella centralizzazione della direzione si ispira al “dittatore” di cui aveva parlato Marat, oltre che all’esperienza del Comitato di Salute Pubblica di Robespierre e Saint‑Just e, nel tentativo di articolarsi tra le plebi sanculotte, riprende la recente tradizione delle sezioni. La novità sta nel fatto che tale partito, oltre a dirigere l’insurrezione, si prepara ad esercitare una dittatura rivoluzionaria provvisoria, necessaria al fine della coercizione e della educazione delle masse plebee, dittatura di cui non è possibile stabilire preventivamente la durata e che porterà al fine all’instaurazione della società comunista.

(Continua al prossimo numero)

 

 

 

 

 

 


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Boeing 737
Nefasti della economia per aziende e loro guerra nel tardo capitalismo

Il 29 ottobre scorso il volo 610 della Lion Air è partito da Jakarta, in Indonesia: poco dopo il decollo l’aereo cade nel Mare di Java uccidendo 189 passeggeri, fra cui due bambini e un neonato. Il 10 marzo, il volo 302 della Ethiopian Airlines parte dall’aeroporto internazionale di Addis Abeba: subito precipita uccidendo 157 persone.

Ai comandi del volo della Ethiopian 302 era un capitano di 29 anni che volava già da 9 accumulando 8.122 ore di volo. Il copilota, di 25 anni, si era recentemente diplomato presso l’accademia della compagnia e vantava 361 ore di volo.

In entrambi i casi i piloti hanno cercato fino agli ultimi istanti di riportare in assetto il velivolo, intervenendo inutilmente sui sistemi di controllo.

Nei due incidenti, avvenuti soltanto a 5 mesi di distanza, si è trattato di un velivolo relativamente nuovo, il 737‑800 MAX, inaugurato il 6 maggio del 2017.

Ma già a novembre, alcuni giorni dopo la prima sciagura, almeno 5 piloti negli Stati Uniti avevano presentano un esposto all’Aviazione Federale (FAA) contro il Boeing 737 MAX, avvertendo che il muso piega improvvisamente in basso, riscontrando gravi difficoltà a controllare il volo. Gli equipaggi hanno affermato che nei tre secondi in cui era attivo il pilota automatico avevano riscontrato una improvvisa diminuzione del beccheggio con attivazione del segnale di allarme che avverte i piloti in caso di pericolo. Nel rapporto hanno lamentato il modo in cui la FAA e la Boeing avevano gestito il problema.

Il Boeing 737 era stato fatto volare per la prima volta nel lontano 9 di aprile 1967, per sostituire il Boeing 727 sulle rotte brevi. Il 14 marzo 2019 la Boeing ha celebrato il decimillesimo 737 prodotto, un traguardo storico non solo per uno dei migliori aerei di linea di tutti i tempi, ma anche per uno dei più sicuri in volo.

Cosa c’è di diverso in questo nuovissimo aggiunto nella famiglia, il MAX 8?

Per capirlo, conviene ripartire dal 2010, quando Airbus annunciò l’aggiornamento del suo modello più diffuso, l’A320. Airbus è il maggiore rivale e concorrente della Boeing. Insieme producono la stragrande maggioranza degli aerei passeggeri: Boeing detiene il 38% del mercato, Airbus il 28%.

Ma, se un produttore riesce a mettere sul mercato un aereo nuovo e migliore, l’altro deve prepararsi a perdere molti soldi. Proprio questo stava per succedere quando Airbus annunciò il piano di aggiornamento del popolarissimo A320. Il nuovo modello, l’A320 NEO, che sta per Nuovo Motore in Opzione, monta motori più grandi e più efficienti del 15%. I nuovi motori potrebbero far molto risparmiare alle compagnie aeree in carburante ed esercizio. Inoltre, poiché erano state introdotte poche modifiche al già popolare velivolo, i piloti non avevano bisogno di costosi nuovi addestramenti.

Davvero una brutta notizia per la Boe­ing, che si è gettata ad aggiornare in fretta il suo modello 737‑800. La cosa più facile sarebbe stata ripetere la stessa modifica introdotta da Airbus, potenziando i motori. Solo che, per la diversa geometria del velivolo rispetto a l’A320, la Boeing ha avuto difficoltà a posizionare correttamente i nuovi più grandi motori sotto le ali del 737.

Nonostante ciò la Boeing ha rivendicato la grande somiglianza tra l’800 MAX e la precedente generazione di 737, per cui i piloti avrebbero avuto bisogno solo di un minimo di formazione aggiuntiva.

Il 6 maggio 2017 è stato consegnato il primo Boeing 737‑800 MAX. Da allora è divenuto il più popolare e venduto aeroplano sul mercato. Al 1° gennaio 2019 Boeing ne aveva già venduti 15.207 e ne aveva ordini per altri 5.000, circa un terzo dell’intero portafoglio ordini per velivoli di grande dimensione di Boeing e Airbus insieme: da solo ne garantirebbe la produzione fino al 2027.

Purtroppo già nei collaudi dell’800 MAX si era evidenziato un effetto della disassata spinta del motore: nella fase di decollo, a spinta piena, il muso del velivolo tende a sollevarsi fino a portare allo stallo aerodinamico. Ancora una cattiva notizia per la Boeing, dal momento che il velivolo doveva essere guidato alla stessa maniera dei modelli precedenti.

Per contrastare questo effetto la Boeing aveva immaginato una nuova apparecchiatura, un “Sistema di Potenziamento delle Caratteristiche di Manovra”, che avrebbe dovuto automaticamente riportare in basso il muso dell’aereo quando un apposito sensore segnali un eccesso dell’angolo di beccheggio. Pare che il malfunzionamento del sistema sia stato causato da un guasto di questo sensore. Infatti, solo negli Stati Uniti, dall’inizio degli anni ‘90 sono stati denunciati più di 140 casi di sensori danneggiati nelle piste di atterraggio o perché colpiti da uccelli in volo. Ciononostante la Boeing ha deciso di affidare a un solo sensore il funzionamento del sistema, fatto particolarmente grave considerando la necessaria ridondanza delle apparecchiature di sicurezza.

Però, poiché il velivolo doveva esser venduto come se fosse della stessa generazione dei precedenti, per evitare le lunghe pratiche di certificazione, il nuovo sistema non è stato segnalato e la maggioranza dei piloti sul nuovo modello 737‑800 MAX ha soltanto ricevuto un corso di aggiornamento di un paio d’ore, sul telefonino, prima di tornare in cabina di comando. Il nuovo sistema di controllo non era nemmeno menzionato nei manuali di guida.

Solo il 7 novembre la FAA ha pubblicato una direttiva di emergenza su come i piloti avrebbero potuto gestire il sistema automatico anti‑stallo, ma senza far cenno al suo malfunzionamento. Sistema che la maggior parte dei piloti nemmeno sapeva che ci fosse. E solo il 13 marzo, dopo aver espresso la “massima fiducia” per il velivolo Boeing, il Governo degli Stati Uniti, ultimo fra tutti nel mondo, ha vietato il volo dei 737‑800 MAX.

È evidente come la concorrenza fra aziende ormai solo dilapida energie enormi nella progettazione di modelli sempre nuovi, in tutti i settori produttivi, esclusivamente per fini bassamente commerciali e anche quando il risultato non è un progresso tecnico ma esattamente il suo contrario. La tecnica nella società borghese è sempre più piegata, mortificata, schiava delle esigenze del profitto, meschine e folli queste, fin quasi all’autodistruzione.

È tristemente vero quanto sarebbe stato facile evitare questi disastri. Ma ancora una volta l’ha impedito la legge del profitto, con le grandi compagnie, dalle grandissime alle piccolissime, pronte a tutto per sopravvivere. La sopravvivenza dei profitti vale molto di più di quella di vite umane, in questa società fondata sull’accumulazione del capitale.

La società del capitale vive in una guerra permanente: anche in tempo di pace fra gli eserciti, una guerra a morte procede spietata fra le aziende, che sono le chiuse fortezze nelle quali il capitale mostruosamente si riproduce. Guerra fra aziende, e fra quelle associazioni di aziende che sono le nazioni. Per un poco maggiore tasso di profitto ogni mezzo è lecito, costi pure centinaia o milioni di morti. Quella del Capitale è una feroce divinità pagana, che va abbattuta.

 

 

 

 

  


Farmaco generico: come continuare a ricavare una rendita a brevetto scaduto

Anche le aziende del settore farmaceutico debbono dimostrare tutta la loro abilità nelle manovre e negli imbrogli per mantenersi a galla a spese delle aziende rivali. Nel caso specifico: come far fronte alla mancata rendita quando arriva la scadenza di un brevetto? Come, se non si è riusciti nel frattempo a inventare nuovi farmaci che vadano a sostituirlo? Oppure, come addirittura approfittarne?

Il gioco è presto fatto: si chiama “farmaco generico”.

Già nel 2004 per le aziende farmaceutiche si può parlare di crisi: stentavano a brevettare e mettere sul mercato nuove molecole mentre si avvicinava la scadenza dei vecchi brevetti che assicurano loro l’esclusività di produzione e di vendita. È stata proprio allora introdotta per la prima volta la definizione di “medicinale generico”.

Generico viene definito un farmaco la cui biodisponibilità (ovvero la quantità di principio attivo che raggiunge la circolazione in funzione del tempo) è simile in efficacia e sicurezza a quella del farmaco di riferimento. La differenza non deve superare il 20%, in più o in meno. Non poco! Entro questi limiti per la legge è possibile sostituire il farmaco di riferimento col generico.

Visti i minori costi in termini di ricerca e sviluppo sostenuti per l’immissione in commercio, dal 2004 sono così spuntate come funghi aziende produttrici di farmaci generici ed è iniziata una campagna di “sensibilizzazione” dei medici, dei farmacisti e degli utenti: contenendo la spesa farmaceutica salviamo la patria dagli sprechi e il paziente stesso risparmia almeno il 20%.

Per contro le aziende che detengono il “marchio” originale per non perdere terreno montano una “sensibilizzazione” al contrario. Nello stesso tempo sono esse stesse che spesso forniscono il principio attivo alle aziende che producono il generico. E talvolta lo producono esse stesse Cosa prescriverà dunque il povero medico, costretto a specializzarsi anche in marketing e soggetto ad ogni tipo di sollecitazione e disinformazione? Il farmaco “brand”, il “co-marketing” (farmaco identico, anche nel prezzo, al farmaco brand tranne che per il nome, commercializzato da aziende diverse dall’azienda madre che lo ha dato in concessione ancor prima della scadenza del brevetto) o il più economico generico? Quasi inutile sottolineare come questo girone, azienda-medico-farmacista, ruota solo attorno alla rendita e al profitto.

L’industria del generico è quindi cresciuta creando dei giganti in termini di fatturato. La israeliana Teva, leader del settore, ha 13,1 miliardi di capitalizzazione in borsa.

Come il capitale scatena guerre per distruggere e ricostruire, utilizza anche gli scandali per “rigenerare” i mercati. Un ennesimo scandalo ha colpito la sanità pubblica americana: quarantaquattro Stati accusano le maggiori case farmaceutiche di aver creato un cartello per alzare il prezzo di 100 farmaci generici molto comuni di ben 10 volte. Al centro del cartello ci sarebbe appunto la filiale americana della Teva Pharmaceutics: «i concorrenti nell’industria dei farmaci generici comunicavano in modo sistematico uno con l’altro per dividersi i clienti e mantenere i prezzi alti».

Per altro gli alti prezzi praticati sui generici dalla Teva davano una mano anche alle aziende “brand” in difficoltà...

Se ne conclude ancora una volta che nel “razionale” capitalismo, nella guerra permanente fra i lupi aziendali ogni mezzo ladronesco è ammesso, lodato e ricompensato; ne fa le spese la ricerca, la scienza, la possibilità pratica di sapere alcunché, la “verità” (oggi riconosciuta anch’essa “post”) e, in ultima analisi la classe operaia, la più soggetta ad ammalarsi date le sue peggiori condizioni di vita.