Partito Comunista Internazionale
Il Partito Comunista N. 397 - settembre-ottobre 2019
Anno XLV - [ Pdf ]
Indice dei numeri
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organo del partito comunista internazionale
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: – la linea da Marx a Lenin, alla fondazione della III Internazionale, a Livorno 1921, nascita del Partito Comunista d’Italia, alla lotta della Sinistra Comunista Italiana contro la degenerazione di Mosca, al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani – la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco
PAGINA 1 La classe operaia di Hong Kong tornerà a battersi solo per sé contro patrioti ed autonomisti: “Un paese, due sistemi” - Il declino della ex colonia - Cause sociali delle proteste - Un destino segnato - Né democrazia né patria cinese
Syriza riprova che il capitalismo non è riformabile
Il disastro ambientale si può fermare solo attraverso la lotta di classe e la distruzione del capitalismo
PAGINA 2 – Alle nostre Riunioni Generali convergono e si intrecciano i contributi di tutti i gruppi del partito nella sua tenace e coerente battaglia - Genova, 24‑26 maggio [RG134] (Fine del resoconto): Corso della crisi - Il maturare della lotta di classe sotto il conflitto arabo-israeliano - Il riarmo degli Stati - Nostra attività sindacale - Ricapitolando sulla rivoluzione cinese, La nascita del PCC
Marco Giacomelli
Per il sindacato
di classe
Una significativa assemblea operaia: Due assemblee di Usb - La “questione ambientale” - Salario pieno ai disoccupati o Reddito di cittadinanza? - Per l’unità d’azione
– Insegnamenti e indicazioni dalla lotta alla New Gel
Una lettera di Lenin sul rapporto fra lotta sindacale e lotta politica
PAGINA 5 – A cento anni dall’assalto al cielo dei comunisti in Germania: I fattori esterni - Il culto borghese per i rivoluzionari morti - “Ero, sono, sarò”
Il "socialismo" venezuelano uccide e mette in carcere gli operai
Lettera dall’Ulster
PAGINA 6 Il corso del capitalismo mondiale (Rapporto alla riunione di Genova, 25 maggio 2019): Medicastri all’opera - La vecchia talpa al lavoro - Le montagne russe (segue)
PAGINA 7 Elezioni in Israele: Astensionismo contro imbroglio elettorale
PAGINA 8 Manovre di guerra attorno all’Arabia Saudita bastione degli imperialismi in tutta la regione
– Continuano le turbolenze sociali in Nord Africa
Per motivi di spazio siamo stati costretti a rimandare al prossimo numero la continuazione della serie su Teoria e pratica di dittatura.

 

 

 


PAGINA 1
La classe operaia di Hong Kong tornerà a battersi solo per sé contro patrioti ed autonomisti

Da oltre due mesi nelle strade di Hong Kong centinaia di migliaia di manifestanti si scontrano con la polizia, tanto da far temere un intervento dell’esercito cinese.

Le proteste hanno preso avvio per una proposta di legge sull’estradizione che consentirebbe di processare nella Repubblica Popolare Cinese i cittadini di Hong Kong accusati di determinati crimini. Questa legge, che è richiesta dallo Stato cinese perché la città sarebbe un rifugio per evasori, funzionari corrotti e per chi scappa dai suoi tribunali, ha suscitato ad Hong Kong un vasto movimento di opposizione temendo che possa portare a processi e a detenzioni arbitrarie in Cina.

Le prime dimostrazioni sono state lanciate dal Civil Human Rights Front (CHRF), una piattaforma che unisce una cinquantina di gruppi pro-democrazia, con marce di protesta il 31 marzo e il 28 aprile. A giugno l’adesione al Fronte è cresciuta enormemente, con imponenti manifestazioni: i 130 mila manifestanti del 28 aprile sono diventati 1 milione il 9 giugno e ben 2 milioni il 16! Queste sono le cifre riportate dagli organizzatori. Da considerare che la popolazione di Hong Kong è di circa 7,5 milioni di abitanti.

Di fronte a questa massiccia opposizione il governo di Hong Kong il 15 giugno ha annunciato la sospensione del disegno di legge.

Ma ciò non ha fermato le proteste, continuate ininterrottamente fino a settembre. Le più significative: il primo luglio, in occasione del ventiduesimo anniversario del ritorno di Hong Kong alla Cina, con centinaia di migliaia di manifestanti, un gruppo dei quali ha fatto irruzione nel Parlamento sventolando la bandiera dell’ex colonizzatore; il 5 agosto c’è stato uno sciopero generale in città, al quale, secondo le cifre fornite dalla Hong Kong Confederation of Trade Unions, una delle principali centrali sindacali nella metropoli, schierata con le forze pro-democrazia, hanno partecipato in 350 mila, e che ha colpito duramente i trasporti, con 200 voli cancellati e il blocco della metropolitana degli autobus e degli uffici; il 18 agosto quando in risposta alla brutalità della polizia il CHRF ha convocato una manifestazione pacifica alla quale, secondo gli organizzatori, hanno partecipato in 1,7 milioni.

Queste maggiori proteste sono state intervallate da ripetuti scontri con la polizia, azioni con una partecipazione ridotta ma determinata, barricate, blocco della circolazione, occupazione dell’aeroporto il 12-14 agosto; la polizia ha proceduto a centinaia di arresti. Oltre al ritiro della proposta di legge i manifestanti chiedono: le dimissioni della governatrice di Hong Kong, Carrie Lam; il rilascio e il proscioglimento dei manifestanti arrestati; una “inchiesta indipendente” sulle violenze della polizia; il ritiro della qualifica di “rivolta” con cui le autorità hanno definito la protesta. Il tutto inserito nella cornice di una generale richiesta di maggiore democrazia e di “un vero suffragio universale”. Infatti solo metà del parlamento è elettiva, con l’altra metà “funzionale”, nominata cioè dai rappresentanti dei vari settori economici

Il definitivo ritiro della proposta di legge sull’estradizione, annunciato il 4 settembre dalla governatrice di Hong Kong, non ha riportato l’ordine: la legge ha dato il via alle proteste, ma ci sono contraddizioni ben più profonde che minano la pace sociale della grande metropoli.


“Un paese, due sistemi”

Hong Kong è stata una colonia praticamente dal 1841, quando le truppe britanniche la occuparono durante la Prima Guerra dell’Oppio, fatto poi formalizzato l’anno successivo con il Trattato di Nanchino che sanciva la sconfitta cinese e l’inizio della serie dei cosiddetti “trattati ineguali” che le potenze straniere imposero alla Cina per sottomettere il grande Impero agli appetiti imperialistici. A parte l’occupazione giapponese durante il secondo conflitto mondiale, Hong Kong resterà una colonia britannica fino al primo luglio del 1997. A partire dagli anni Ottanta, Gran Bretagna e Repubblica Popolare Cinese iniziarono a negoziare il futuro della metropoli, raggiungendo un accordo nel 1984 secondo il quale il primo luglio del 1997 sarebbe cessata la sovranità britannica sulla colonia che sarebbe passata sotto l’amministrazione cinese.

Questo accordo, noto come Dichiarazione congiunta sino-britannica, non solo fissava la data del passaggio di Hong Kong alla Repubblica Popolare ma ne stabiliva anche le modalità, secondo le quali Hong Kong avrebbe dovuto mantenere “un alto grado di autonomia” con poteri legislativi e giudiziari “indipendenti”, un governo democratico e “fondamentalmente invariate” le leggi in vigore al momento della firma della Dichiarazione, il 19 dicembre 1984. Gli unici ambiti di pertinenza della Repubblica Popolare sarebbero stati la politica estera e la difesa. In questo modo, benché l’ex colonia ritornasse sotto la sovranità cinese, le veniva garantito uno status speciale secondo il principio “un paese due sistemi”: avrebbe mantenuto per almeno 50 anni, fino al 2047, il suo “sistema economico” e la sua “organizzazione sociale”, cioè lo “stile di vita”, il consuetudinario diritto individuale e societario, civile e commerciale ereditato dal dominio britannico.

Lo Stato del falso comunismo cinese con la formula “un paese due sistemi”, che esprime il principio dell’unità di una nazione con un unico destino, concederebbe a quella porzione del Paese un proprio “sistema economico”, difforme dal cosiddetto “socialismo con caratteristiche cinesi”. La stessa formula è proposta anche per il ritorno di Taiwan alla madrepatria.

Il centralismo giacobino della Repubblica Popolare e la volontà di difendere anche con la forza la propria integrità territoriale è un’altra conferma che il regime economico e sociale in Cina è quello capitalistico e che la teoria del “socialismo con caratteriste cinesi” non è nient’altro che una formula per coprire il brutale sfruttamento del proletariato. L’enfasi sui “due sistemi”, capitalistici l’uno quanto l’altro, più che voler preservare ad Hong Kong un tipo di società qualitativamente diversa da quella nella Cina continentale, altro non è servito che a consentire i traffici del gigante cinese, ai quali è stato utile il riconoscere alla ex-colonia un regime “amministrativo speciale”, con propri organi di governo, elezioni pluripartitiche per il suo parlamento e un sistema legale indipendente da quello della Repubblica Popolare. Così la formula “un paese due sistemi” ha funzionato bene e viene tuttora ribadita da Pechino come asse del suo rapporto con Hong Kong.

Ha subìto però nel tempo delle modifiche che hanno inciso sul grado di autonomia concessa ad Hong Kong. Qui ruota la disputa attuale, le cui cause sono tutte economiche.


Il declino della ex colonia

Hong Kong è stato il porto di sbarco dell’imperialismo britannico in Cina, aprendo la via a tutti gli altri, che hanno sottomesso e depredato il grande paese per oltre un secolo, dalla Prima Guerra dell’Oppio (1839-1842) alla nascita della Repubblica Popolare nel 1949. Sotto la dominazione coloniale, mentre la Cina continentale era un paese economicamente arretrato con una popolazione quasi esclusivamente contadina e con limitate aree industriali, l’afflusso dei capitali stranieri consentirono ad Hong Kong di sviluppare il commercio e le attività manifatturiere, facendo della penisola un caposaldo avanzato del capitalismo in Oriente, una metropoli urbana con un proletariato altamente concentrato e combattivo, come dimostrano le grandi lotte operaie degli anni Venti. Però, oltre che snodo del commercio regionale e importante centro industriale, Hong Kong ha costruito la sua prosperità sul ruolo di intermediario tra i capitali stranieri e il vasto entroterra continentale, funzione rafforzata con la nascita della Repubblica Popolare, divenendo il principale tramite tra l’arretrata economia cinese e l’occidente. Hong Kong è diventato così un centro finanziario di primo piano a livello mondiale.

Ma con la progressiva apertura della Repubblica Popolare al mercato estero, verso la fine degli anni Settanta, è diventata sempre meno importante per l’economia cinese. Negli ultimi anni il suo ruolo finanziario è insidiato da altre piazze che si sono sviluppate in Cina, come la Borsa di Shanghai e quella di Shenzhen. Più che costringere la ex colonia a farsi “cinese”, è la società e l’economia cinesi che sono venute ad ospitare sempre più numerose mostruose concentrazioni compari ad Hong Kong. L’”integrazione”, nella vita pratica, è quindi quasi già fatta.

La penisola di Hong Kong ha subìto un declino non perché condizionata dal governo centrale di Pechino ma per la sua nuova posizione nel mercato globale. Ma si tratta di un declino solo relativo rispetto alla madrepatria: Hong Kong resta un centro finanziario e commerciale di rilevanza mondiale, una delle aree dove il modo di produzione capitalistico ha raggiunto l’apice della sua parabola. Al momento del ritorno alla Cina nel 1997 ad Hong Kong si concentrava circa un quinto dell’intera economia cinese, ragion per cui la Repubblica Popolare si guardava bene dal mettere in discussione lo status della metropoli. Oggi, dopo lo strepitoso sviluppo sul continente, Hong Kong produce solo il 3% del PIL cinese. L’ex colonia non è più così fondamentale per i traffici dei capitalisti cinesi tanto da giustificare la concessione di trattamenti speciali.

Quindi, benché l’epilogo sia segnato e Hong Kong diverrà nel 2047 una città cinese a tutti gli effetti, già da ora aumenta la pressione della Cina per una maggiore integrazione con la metropoli e per erodere i termini dello “status speciale”. Questo mette in agitazione tutti quanti nella penisola usufruiscono dei vantaggi economici dalla “posizione speciale”.


Cause sociali delle proteste

Per spiegare il vasto movimento che si è sviluppato bisogna scavare nelle contraddizioni del mostro capitalistico che è Hong Kong, distinguendo il ruolo e gli interessi delle classi sociali coinvolte.

Prima di tutto la legge sull’estradizione è stata criticata dai colossi commerciali e finanziari che vi hanno sede. Costoro hanno quindi appoggiato il movimento di protesta contro il disegno di legge: nelle giornate di giugno oltre un centinaio di aziende hanno favorito, con il consenso delle varie Camere di commercio internazionali, la partecipazione dei loro dipendenti alle proteste, concedendo orari di lavoro “flessibili” o addirittura chiudendo gli uffici.

E il governo di Hong Kong ha sospeso il disegno di legge sull’estradizione certamente di fronte al vasto movimento ma soprattutto per la pressione della finanza e delle grandi Corporations. Infatti il movimento “dei giovani” e “degli studenti” pro-democrazia non aveva ricevuto lo stesso sostegno negli anni passati, per esempio nel 2014 col cosiddetto “Movimento degli ombrelli” che chiedeva il suffragio universale.

Benché già a marzo il governo di Hong Kong per quietare il mondo economico avesse eliminato nove reati, perlopiù economici, dalla lista di quelli per i quali poteva essere concessa l’estradizione, il disegno di legge è rimasto inaccettabile al mondo degli affari perché intacca le particolari garanzie legislative e giudiziarie ereditate dal passato coloniale. Ecco la descrizione che fa il Ministero degli Esteri italiano di questo paradiso per i capitalisti di tutto il mondo: «Hong Kong gode del maggior grado di apertura economica al mondo, combinato con un basso livello di tassazione e con un ambiente congeniale allo sviluppo delle attività economiche e commerciali, che la rendono un luogo ideale per gli affari e gli investimenti. Tra le maggiori piazze finanziarie del globo, Hong Kong ospita la più grande comunità bancaria dell’Asia e il suo listino di borsa si posiziona all’ottavo posto al mondo per capitalizzazione. Gli operatori economici operano in un ambiente che garantisce la certezza del diritto e la trasparenza e indipendenza del sistema giudiziario».

La perdita della “protezione” di tale legislazione renderebbe la cittadella protesa sul Mar della Cina Meridionale poco attraente per i capitalisti dal momento che non ci sarebbe più nessuna differenza tra Hong Kong e una qualsiasi delle grandi metropoli cinesi, Shanghai e Shenzhen, tutte in forte ascesa.

Da notare che la tendenza autonomista della borghesia di Hong Kong viene, oltre che dall’interesse a preservare il suo paradiso affaristico, dalla volontà di mantenere la libertà di spremere il proprio proletariato “autonomamente”, senza le intrusioni di Pechino.

Ma delle proteste attuali la borghesia di Hong Kong inizia a risentire, con il calo della borsa, e paventa le gravi conseguenze che un intervento dell’esercito cinese potrebbe avere sull’economia della città. Ma quel che più teme è la possibilità che dalle proteste in corso si sviluppi un movimento della classe operaia con ben altri obiettivi rispetto alle attuali richieste democratiche. Nel caso di un’entrata in scena autonoma della classe operaia per obiettivi propri la borghesia di Hong Kong non avrebbe nessun problema ad accordarsi con Pechino per la repressione violenta del proletariato.

Quindi la borghesia vuole ormai la fine delle proteste e il ritorno dell’ordine e della disciplina. Questo è il senso degli appelli ai primi di settembre delle principali banche di Hong Kong (HSBC, Standard Chartered e Bank of East Asia) e di una dozzina di altri grandi gruppi che sui quotidiani della città hanno condannato le “violenze” e invocato il ritorno della pace sociale.

Maggiore determinazione ad opporsi all’integrazione nella madrepatria cinese viene invece dal movimento dei giovani e degli studenti. La prosperità economica di cui ha goduto Hong Kong ha prodotto in passato un certo benessere in strati piccolo borghesi dei quali quel movimento è espressione. Questi ceti, che subiscono le conseguenze della costante perdita di peso economico, si sentono minacciati da una completa integrazione nella Repubblica Popolare. Dietro alle parole di Democrazia e Libertà c’è un moto difensivo di strati piccolo borghesi, nostalgici di qualche trascorso privilegio e apparenze di stili di vita occidentali, ma anche la tipica incertezza delle mezze classi che stritolate dal capitale cercano invano protezione nella legge e nello Stato.

Ciò ha dato vita ad un movimento “democratico” e micro-nazionalista, fortemente anticinese, che nella lotta disperata di autonomia dalla Repubblica Popolare arriva ad appellarsi all’imperialismo americano e dell’ex colonizzatore britannico. Le azioni più violente vengono proprio da questi settori, che in generale hanno una grande visibilità mediatica, soprattutto per i richiami ad una presunta nobile lotta per la libertà che tanto piace ai putridi democratici occidentali. Ma alla fine riescono a mobilitare poche migliaia di manifestanti.

Se invece è stato possibile il susseguirsi di proteste in centinaia di migliaia è certamente perché queste dimostrazioni sono state ingrossate dalla partecipazione dei proletari. La classe lavoratrice di Hong Kong non certo beneficia della sua ricchezza. Quella prosperità fin dall’arrivo dell’imperialismo britannico si è basata invece su un feroce sfruttamento degli operai. Ancora oggi gli industriali ad Hong Kong spremono il proletariato per oltre 50 ore settimanali. Gli stessi analisti borghesi sono costretti ad ammettere che c’è una elevata polarizzazione della ricchezza, con un quinto della popolazione in stato di povertà. Il salario minimo è fissato a poco più di 4 dollari e mezzo l’ora, largamente insufficiente per una delle città più care al mondo.

Aspetto drammatico per il proletariato è la questione abitativa. In poco più di 1.000 chilometri quadrati sono stipati circa 7,5 milioni di uomini, e ciò fa di Hong Kong uno dei luoghi con la più alta densità al mondo. Tale situazione è aggravata dal fatto che, sotto la pressione di pochi proprietari fondiari che controllano il mercato immobiliare, vi si costruiscono solo alloggi di lusso. Il prezzo degli affitti è quindi alle stelle, tanto che decine di migliaia di lavoratori sono costretti a vivere in celle di pochi metri quadrati, alcune delle quali, chiamate “bare”, di due metri quadri. È da questa condizione di miseria e di sfruttamento che ha origine il malcontento tra i lavoratori di Hong Kong. La partecipazione di proletari alle lotte in corso avviene quindi sotto la spinta di precisi bisogni materiali.

Ma, per quanto ne sappiamo, senza avanzare proprie rivendicazioni. Sembrano quindi al rimorchio delle mezzi classi e dello studentame, che ammorbano il movimento con la putrida ideologia democratica. Ad Hong Kong il proletariato viene chiamato oggi a lottare per obiettivi non propri.

Le cinque richieste avanzate dal movimento, per le quali si è cercato di utilizzare anche la forza della classe operaia con due scioperi generali proclamati uno il 5 agosto e un altro il 2-3 settembre, non hanno nulla a che fare con gli interessi del proletariato, con la sua difesa di classe, sono obiettivi della piccola borghesia che vorrebbe coinvolgere la classe operaia in questa lotta per la democrazia e l’autonomia.

Il proletariato, certo determinato a muoversi per i suoi interessi materiali, lo può fare solo con la propria autonomia di classe, politica, ideologica ed organizzativa, non certo sotto la direzione di classi sociali avversarie e per obiettivi borghesi, finendo per essere arruolato su uno dei due fronti borghesi, come storicamente è nefastamente accaduto e continua purtroppo a ripetersi, assumendo nella questione di Hong Kong la forma di una lotta tra una fazione pro-democrazia, autonomista e filo-occidentale, e la patria storica cinese.

La questione di Hong Kong si è inoltre, ed inevitabilmente, inserita nella più generale contrapposizione tra Cina e Stati Uniti, i quali la utilizzano nello scontro tra le due superpotenze, impegnate al momento in una lotta sul fronte commerciale. Pechino, da parte sua, ha condannato apertamente “l’interferenza straniera” (“Futile for Washington to play HK card”, scrive il Global Times).

Per Pechino Hong Kong è un fronte interno che si aggiunge agli altri aperti, uno su tutti lo Xinjiang. Per non parlare di Taiwan, considerata dalla Repubblica Popolare una provincia ribelle. Questa proprio ad agosto ha annunciato un forte aumento delle spese militari, del 5,2%, per l’anno 2020. Gli USA, che sono il principale fornitore di armi a Taiwan, gli venderanno circa 2,2 miliardi di dollari di mezzi militari, e per il futuro si prospetta un contratto da 8 miliardi per la fornitura di 66 caccia, la più consistente vendita di armi fatta dagli Stati Uniti a quel Paese.


Un destino segnato

Nei piani del capitalismo nazionale cinese il destino di Hong Kong è segnato, inserito in un futuro comune a tutta l’area attorno al delta del Fiume delle Perle. Il progetto è quello della Greater Bay Area, che prevede l’integrazione di una vasta area altamente popolata e con un elevato sviluppo economico, unendo la provincia del Guangdong e le regioni ad amministrazione speciale di Hong Kong e Macao. Sono ben 11 le metropoli coinvolte nel progetto, tra cui Hong Kong, Guangzhou (Canton) e Shenzhen, che daranno vita ad un’area metropolitana con circa 69 milioni di abitanti e un PIL di circa 1.500 miliardi di dollari, praticamente quanto tutto quello della Russia.

Il processo di disgregazione delle campagne cinesi libera milioni di contadini che si riversano nelle città. In Cina questo processo sta assumendo dimensioni enormi. Si calcola che nei prossimi anni altri 250 milioni di cinesi si inurberanno. È un processo inarrestabile che il PCC si illude di provare a gestire. Verrebbero a formarsi “cluster”, grappoli, di città, aree urbane di dimensioni regionali per la vicinanza di enormi metropoli. In esse si riverserebbe la migrazione dalle campagne, in aree industriali che avrebbero a disposizione un esercito di oltre 50 milioni di proletari. Quella che si formerebbe attorno a Shanghai conterebbe 150 milioni di abitanti; un’altra, denominata Jing-Jin-Ji (Pechino-Tianjin-Hebei) 112 milioni.

La Greater Bay Area, che già oggi rappresenta il 12% del PIL e il 37% dell’export cinese, disporrebbe di tre porti tra i primi dieci nel mondo per il trasporto di container (Shenzhen 3°, Hong Kong 6° e Guangzhou 7°). Per fare un confronto tra le regioni più sviluppate del mondo, la Tokyo Bay Area raggiunge i 44 milioni di abitanti, l’area metropolitana di New York 20 milioni. Saranno delle meravigliose esplosive concentrazioni proletarie dove il capitalismo farà un rovinoso fallimento nel precipitare della crisi mondiale, il comunismo oggettivamente preme e la lotta per il comunismo maturerà fino ad attendere solo di essere innescata.

Il futuro di Hong Kong è quindi già compreso in questa inevitabile evoluzione, con l’ulteriore rafforzarsi del suo ruolo internazionale di centro finanziario, di trasporti e di commerci. Del resto che l’integrazione di Hong Kong con la madrepatria non stia aspettando il 2047 ne sono testimoni maestose opere infrastrutturali come la serie di ponti lunghi 55 chilometri, in parte sotto il mare, che collegano la penisola a Macao.

È inevitabile che, prima o poi, anche la legislazione si adegui al processo in atto. Quindi il capitalismo cinese non cederà di fronte alle richieste autonomiste di Hong Kong il cui destino è comunque segnato. Una unificazione che non va certo a danno delle futura lotta di classe.


Né democrazia né patria cinese

Qualunque sia la forma dello Stato, democratico ad Hong Kong o monopartitico a Pechino, non cambia la sua natura di classe borghese, una macchina burocratica e militare finalizzata alla sottomissione della classe operaia alle esigenze del capitale.

Solo un intervento autonomo e solidale della classe operaia di Hong Kong e cinese sconvolgerebbe i piani delle opposte fazioni.

Tanto che la prospettiva di un’autonoma entrata in scena della classe operaia con rivendicazioni proprie turba i sogni dei suoi sfruttatori ad Hong Kong come a Pechino. Una esplosione di lotta operaia ad Hong Kong potrebbe estendersi alle metropoli del vicino Guangdong dove milioni di proletari sono spremuti dal capitale cinese ed internazionale.

È una prospettiva non senza fondamento se si ripercorre la storia del movimento operaio cinese, con le grandi lotte proletarie degli anni Venti caratterizzate da una solidarietà di classe che travalicava i confini di aziende, settori e località. Per quanto riguarda la stessa Hong Kong si possono ricordare lo sciopero dei marittimi del 1922 che, sostenuto dallo sciopero generale di tutta la colonia e dalla solidarietà del proletariato di tutte le città cinesi, dopo 56 giorni di lotta piegò l’imperialismo britannico; e lo sciopero di Hong Kong -Canton del 1925-1926, il più lungo della storia del movimento operaio (dal giugno 1925 all’ottobre 1926!), con circa 250 mila operai in sciopero a Canton, ai quali si aggiunsero altri 100 mila di Hong Kong che lasciarono la città e si trasferirono in massa a Canton, dove il proletariato era armato e praticamente controllava la città.

Ma oggi una ripresa autonoma della lotta proletaria deve necessariamente passare per l’affermarsi al suo interno di un partito che si fondi su due capisaldi: il rifiuto del nazionalismo e il rifiuto dell’interclassismo ammantato di democrazia.

La ripresa della lotta di classe passa prima di tutto per il rifiuto di ogni patriottismo e per la prospettiva di una più stretta unione fra i lavoratori, ad Hong Kong, come primo passo, con i fratelli di classe della Cina continentale.

Per ora, invece, quei proletari si sono mossi a rimorchio di partiti e sindacati votati all’interclassismo e che si guardano bene dall’avanzare qualunque seppure minima rivendicazione operaia. In questo contesto le imponenti manifestazioni, anche se partecipate da proletari, sono destinate all’impotenza se avvengono sotto la direzione di forze e programmi di altre classi sociali.

Come in tutte le altre metropoli capitalistiche, il proletariato non deve lasciarsi ingannare dal mito democratico che la piccola-borghesia spaccia in tutti gli angoli del mondo: Occupy, primavere arabe, gillet gialli, benché alla base ci sia il peggioramento delle condizioni di vita di masse di lavoratori, sono stati tutti movimenti interclassisti che deviano la lotta dei proletari su obbiettivi non loro e compatibili con il dominio del capitale.

Il proletariato comunista respinge i richiami del nazionalismo e della democrazia, e dirigere le lotte operaie per la difesa dei propri interessi di classe, incompatibili con quelli dei capitalisti, grandi e piccoli, verso il loro organizzarsi in sindacati classisti che sono la vera forza della classe operaia. Solo così il proletariato in lotta ritroverà il suo Partito e il suo internazionale e rivoluzionario programma comunista.

 

 

 

 

 


Syriza riprova che il capitalismo non è riformabile

Le elezioni che si sono tenute a luglio in Grecia hanno visto la sconfitta dopo quattro anni del governo Syriza, una coalizione della “sinistra radicale”, e riportato al governo le vecchie cariatidi di Nuova Democrazia, quelli che avevano perso voti a causa del malgoverno, delle ruberie, della sottomissione ai diktat della “Troika”, che sarebbero il Parlamento Europeo, la Banca Centrale Europea e il FMI.

Syriza, che si era presentata come il governo “del cambiamento”, che avrebbe rifiutato i programmi di austerità imposti dall’Europa e dall’FMI, che avrebbe difeso i lavoratori e i ceti più poveri, ha concluso la sua funzione superando a pieni voti l’esame delle istituzioni finanziarie e governative internazionali, tradita ogni sua promessa di politica sociale.

Uno dei primi atti di questo governo fu l’indizione di un referendum sull’accettare o meno le misure di austerità richieste dalla Troika. Il No risultò largamente maggioritario, ma nonostante questo, Tsipras, il capo del governo greco, pochi giorni dopo fu costretto ad accettare tutte le condizioni richieste in precedenza dalla finanza mondiale.

Ma che le cose non sarebbero andate come proclamato nei comizi elettorali e come consacrato poi nelle urne e nel referendum lo si sarebbe dovuto capire fin dall’inizio.

Noi sappiamo che alternative non potevano essercene, ma il tradimento di Syriza è consistito proprio nell’illudere che ce ne fossero.

Infatti, nonostante la sua dichiarata “diversità” rispetto ai partiti “borghesi”, Syriza non solo non ha potuto imporre misure radicali – quelle che possono essere prese solo da un partito rivoluzionario dopo la conquista del potere e la distruzione dello Stato borghese – ma ha dovuto limitarsi a far funzionare meglio il capitalismo agendo sul piano di un riformismo che ben possiamo definire reazionario. Il nuovo governo ha infatti cercato di ridurre, entro gli stretti limiti consentiti dalla crisi, la burocrazia, gli “sprechi”, le “disfunzioni” del meccanismo statale, di “limitare” la corruzione e di diminuire le tasse, soprattutto ai ceti più bassi, ma non ha certo intaccato i meccanismi alla base dei rapporti di produzione capitalistici e dello sfruttamento del lavoro salariato e ha premurosamente evitato di sfiorare gli interessi della proprietà fondiaria e di quella industriale, delle banche e della finanza.

Dunque non solo non ha fatto nulla per migliorare le condizioni del proletariato ma con la cosiddetta Legge Omnibus del gennaio 2018 ha ridotto radicalmente la possibilità legale dello sciopero, la cui estensione era stata imposta dalle grandi lotte operaie del periodo successivo al crollo della dittatura nel 1974. La nuova legge, davvero antisciopero, in nome della “democrazia”, varata approfittando della attuale debolezza del proletariato greco, prevede che si possa dichiarare lo sciopero solo con l’approvazione del 50% più uno dei lavoratori di un’impresa o di un settore produttivo. In questa funzione antioperaia il governo ha avuto naturalmente l’appoggio dell’opposizione di sinistra, del KKE, il quale, pur dichiarandosi “contrario”, ha limitato la protesta ad un’azione dimostrativa di un solo giorno, rendendo più difficile anche per il sindacalismo di base organizzare una lotta più dura ed estesa.

Nei quattro anni di governo Syriza ha dunque assolto bene la sua funzione di difesa del sistema capitalistico in un momento di grave crisi sociale.

L’inserimento nella maggioranza parlamentare di una piccola formazione nazionalista di destra, ANEL, separatasi da Nuova Democrazia sulla base del rifiuto dell’austerità “imposta dall’Europa”, ha fornito a Tsipras l’alibi di attribuire all’alleato la responsabilità delle sue scelte di stampo nazionalista e militarista.

Ma, in una situazione difficile, con un enorme debito pubblico, con una disoccupazione che oltrepassava il 30%, con alcuni sommovimenti sociali, con la pressione della Turchia nel Mar Egeo e la questione della Macedonia al Nord, il governo socialdemocratico è riuscito, all’interno: a ridurre le tensioni sociali, tenere a bada i lavoratori, riportare la calma nelle città; nell’economia: a pagare regolarmente le rate del debito, tenere bassi i salari, tagliare ancora le già decurtate pensioni, ridurre un po’ il tasso di disoccupazione; all’esterno: a firmare un patto con la Macedonia del Nord, rinforzando così l’alleanza con gli Stati Uniti (che vogliono incamerare la Macedonia nella Nato), bilanciare l’ostilità con la Turchia attraverso la stipula di alleanze con altri paesi d’Europa e mediterranei, da Israele all’Egitto.

Ovviamente questi enormi problemi non sono stati risolti ma contenuti, guadagnando tempo.

Per questo noi crediamo invece che oggi il primo a gioire della sconfitta sia proprio il disinvolto Alexis Tsipras al quale, all’opposizione, gli sarà tenuta in serbo la parte per un altro “film” nel cinematografo elettorale.

In regime borghese è necessario che gli ingranaggi dello sfruttamento del lavoro salariato e dell’accumulazione di capitale girino più veloci possibile: qualsiasi governo, anche quello nominalmente più a sinistra, non può che oliare quegli ingranaggi. Le classi dominanti con il loro potere non ammetteranno mai dei veri sabotatori. Questa semplice lezione gli stalinisti e i trotzkisti la ignorano e vagheggiano di governi di “transizione”: delle sinistre, operai, popolari, che sarebbero capaci di rappresentare o far maturare una “svolta” nei rapporti di forza tra le classi.

Evidentemente Syriza, pur attuando la sua politica apertamente reazionaria – che l’ha portato, ad esempio, sempre con la Legge del 2018, ad autorizzare le banche e le amministrazioni pubbliche a mettere all’asta le abitazioni delle famiglie che non pagavano le rate dei debiti – è riuscita con un minimo di misure di sostegno assistenziale a guadagnarsi un certo consenso fra gli strati più disagiati della popolazione nonostante i sacrifici imposti alla generalità della classe operaia e della piccola borghesia.

Syriza, nonostante tutto questo, mantiene la gran parte del suo seguito proprio perché è a tutti evidente che, una volta accettate le compatibilità del capitalismo, ha governato bene né poteva fare diversamente. Oltre al fatto che la propaganda borghese è potente, è evidente che non è certo il risultato di un referendum che toglie la necessità di sottomettersi al ricatto delle molte “troike” della finanza mondiale.

Le istituzioni monetarie internazionali, come i vari governi nazionali, di qualunque colore siano, riusciranno ad imporre le loro politiche tutte lacrime e sangue fino a quando i proletari non saranno in grado di rispondere con la loro mobilitazione internazionale e la lotta di classe, non perché spalleggiati da governi “amici” ma perché forti delle loro organizzazioni di classe, politiche e sindacali, separate e ben indipendenti dai governi borghesi!

Anche in Grecia i sindacati di regime, sia quelli apertamente schierati a favore di politiche borghesi sia quelli, come il PAME, legati al KKE, sono riusciti a trattenere i lavoratori, anche grazie alla loro politica settaria che da decenni divide il movimento sindacale e rende difficile l’affermarsi del sindacalismo di classe. Ormai da più di un secolo, ma tanto più oggi, un partito rivoluzionario non può in alcun modo seguire la tattica dei due “cassetti”, uno con dentro la lotta per le riforme in regime borghese, l’altro con dentro i piani per la rivoluzione sociale. “O preparazione rivoluzionaria o preparazione elettorale” gridò il nostro Partito già negli anni Venti del secolo scorso e questa parola d’ordine va ribadita oggi per escludere ogni illusione di poter sfruttare la pratica democratica, in un ambito interclassista, per far prevalere gli interessi dei lavoratori.

I tanti gruppi trozkisti, stalinisti, consiglisti, operaisti che si dichiarano “rivoluzionari” per poi partecipare senza esitazione ai riti elettoraleschi non possono essere accusati di ingenuità politica, ma di essere passati completamente nel campo del democratismo borghese. La strada non è quella e l’esperienza negativa del governo di Syriza non ha fatto che dimostrarlo una volta di più.

 

 

 

 

  


La rovina ambientale si può fermare solo attraverso la lotta di classe e la distruzione del capitalismo
 
Questo il volantino che abbiamo distribuito in vari paesi.

In Italia la partecipazione ai cortei è stata sollecitata dallo Stato: il ministro dell’istruzione ha perfino esentato gli studenti da giustificare l’assenza a scuola. A Genova gli “organizzatori” hanno intimato al megafono che, poiché la manifestazione era “non violenta, apolitica e apartitica”, non erano ammessi volantini e bandiere di partiti politici. Uno di questi misteriosi “organizzatori” ha chiesto un nostro volantino e, valutato che non era “consono”, ci ha mandato la polizia a intimarci di non diffonderlo.

 

La crisi ambientale di oggi è globale e minaccia l’esistenza stessa della vita sulla terra. Dall’inquinamento delle acque, alle isole di rifiuti di plastica delle dimensioni del Texas alla distruzione sistematica delle foreste (in ultimo quelle sudamericane ed africane), la qualità e la ricchezza di varietà della vita sul pianeta si stanno rapidamente riducendo.

Ma affrontare questa devastazione senza tenere conto delle sue cause economiche è una visione ipocrita e scollegata dalla realtà.

Finché esisterà il capitalismo continuerà a sperperare ciecamente le risorse di questo pianeta in nome del Profitto. Anzi, arriverà a considerare il anche “riscaldamento globale” come una nuova opportunità per continuare ad arrancare. Infatti l’aprirsi di nuovi territori di ricerca, come le riserve di idrocarburi e gas naturali sotto la banchisa artica nei bacini orientali della Groenlandia e nel mare di Barents offrirà nuovi rami produttivi capitalistici che peggioreranno ulteriormente il bilancio degli inquinanti emessi e dell’energia consumata.

L’85% dell’energia globale è tratta da combustibili fossili; per mantenere almeno costante la concentrazione di CO2 nell’atmosfera si dovrebbe ridurre dell’80% la produzione di energia di questa origine. Non è evidentemente possibile, per esempio, ottenere l’attuale produzione mondiale di acciaio, 1,6 miliardi di tonnellate, con l’energia ricavata dal fotovoltaico e dall’eolico. Ma il capitalismo, per sua natura, non può “disinvestire”. Quindi è certo che non potrà fare a meno degli idrocarburi, del gas e del carbone.

Per questo i combustibili fossili sono così ferocemente contesi tra Usa, Russia, Canada, Norvegia e Danimarca... Il possesso o il controllo delle risorse energetiche, per prime quelle fossili, è uno dei motivi principali che dettano le dinamiche degli Stati imperialisti, ed i loro effetti spaziano dal campo produttivo a quello finanziario, politico e militare.

E con tali premesse dovrebbero stipularsi gli accordi per la “riduzione dei gas serra” favoleggiati nelle conferenze internazionali!

Il capitalismo nella ricerca di maggiori profitti tratta l’ambiente come una libera fonte di materie prime o come una barriera da abbattere. Ma la sua ipertrofia porta da se stessa all’inevitabile collasso, che si manifesta periodicamente nelle crisi economiche. Le conseguenze della crisi si scaricano sulle spalle della classe lavoratrice, costretta dai governi a sempre peggiori misure di austerità.

Sono quegli stessi governi a cui oggi si chiede di limitare il processo distruttivo che loro stessi stanno salvaguardando nell’interesse della classe dominante. Nessun governo di nessuno Stato può così limitare le ferree necessità dell’economia capitalistica, né garantire un uso “giudizioso” delle risorse, in nome della “salute del pianeta”.

D’altra parte, le scelte individuali verso uno “stile di vita” più “equilibrato” e “filo-ecologico” risultano di un ridicolo effetto marginale di fronte a problemi di così vasta dimensione come quello sopra esposto, rimanendo una impotente “buona azione”, per altro limitata ai consumatori che possono permettersi di pagare di più, alimentando così un nuovo, “alternativo” settore di mercato capitalistico. È un ennesimo vile diversivo del regime alla lotta di classe.

Noi comunisti fin dal Manifesto del 1848 abbiamo denunciato il fatto reale e drammatico che l’ininterrotto sviluppo del capitalismo – ove non sia possibile chiuderne definitivamente l’ormai disumano ciclo storico – e la sua inarrestabile estensione possa anche portare al disastro della specie umana, ad una crisi fatale. È una possibilità che la nostra teoria materialistica non esclude.

Ma il nostro fine dichiarato è invece spezzare la forma politica che mantiene e difende il modo di produzione capitalistico, e distruggere quelle sue istituzioni per consentire un modo di produrre volto al bene dell’umanità e non del Profitto.

Il capitalismo sarà abolito quando i produttori stessi, la classe operaia mondiale, si solleveranno contro la loro posizione di schiavi salariali; quando organizzeranno la produzione in comune per provvedere direttamente ai bisogni umani. In un mondo come questo nessuno potrà trarre profitto dal lavoro degli altri. Il denaro non servirà più e le storie di crisi finanziarie che portano a guerre commerciali, miseria umana e a guerre guerreggiate apparterranno al passato.

Solo in una società comunista, senza Stati e confini, gli esseri umani saranno in grado di valutare scientificamente la dimensione reale del danno che è stato fatto al loro pianeta, potranno prendere provvedimenti adeguati per sanarlo e lasciare alle future generazioni una società ed una Terra migliori di come ce li ha lasciati il capitale.

 

 

 

 

  

PAGINA 2

Alle nostre riunioni generali convergono e si intrecciano i contributi di tutti i gruppi del partito nella sua tenace e coerente battaglia

Genova, 24-26 maggio


(continua dal numero scorso)


Corso della crisi

Il testo esteso del rapporto appare sulle pagine di questo numero del giornale.


Il maturare della lotta di classe sotto il conflitto arabo-israeliano

La seconda parte della relazione, continuazione della disamina economica della precedente, si è proposta di studiare lo sviluppo delle organizzazioni difensive e delle lotte del proletariato su entrambi i fronti, israeliano e palestinese.

La questione della rivoluzione proletaria anche nella Palestina storica e la sua traduzione nella pratica tattica sono per il partito il risultato dello studio metodico dell’economia politica, attraverso quell’arma del proletariato che è il materialismo storico.

Quando la grande maggioranza dei “sinistri” concesse un sostegno incondizionato alla lotta dei fedayn per una liberazione nazionale borghese lasciando da parte la prospettiva della lotta di classe, sembravano scavalcare a sinistra il Partito, ancorato sulle sue basi classiste e con la prospettiva storica della rivoluzione di classe. La storia ha poi confermato ampiamente quanto il Partito aveva previsto. A proposito il compagno ha dato lettura dei “Punti fermi sulla questione medio-orientale” che concludevano il nostro importante studio del 1983.

La nostra posizione non è cambiata, confermando l’efficacia del nostro metodo di lavoro, nei campi della teoria e, soprattutto, della tattica. Non quella dell’immediatismo sterile, che è costato così tanti inutili spargimenti di sangue, né quella del pacifismo borghese, efficace collaboratore della guerra tra le razze.

Un primo capitolo ha descritto l’entità della forza lavoro in Palestina, nella Cisgiordania e a Gaza, in forte crescita. L’agricoltura vi ha sempre meno peso mentre crescono il settore dei servizi, le costruzioni e l’industria. La disoccupazione, che a Gaza arriva a livelli estremi del 44%, in Cisgiordania sfiora il 14%

A Gaza la carenza di acqua potabile, di energia elettrica, la riduzione degli aiuti economici, la disoccupazione rendono la situazione esplosiva ed è inevitabile che si infiammi la rivolta dei proletari. Il compagno ha dettagliatamente riferito delle più recenti dure mobilitazioni in difesa dei salari, prevalentemente del settore pubblico.

La rabbia e la disperazione dei proletari sono state guidate nelle manifestazioni di fronte al confine con Israele da organizzazioni politico-religiose borghesi e piccolo borghesi che pretendono di proteggere la “Madre Patria”. È stato un bagno di sangue, Israele ha posto fine alla vita di 110 palestinesi e ne ha ferito 4.000, dimostrando ancora una volta che la democrazia moderna, con tutta la sua verbosità sui “diritti umani”, non si ferma davanti a nulla quando il potere borghese si sente minimamente minacciato.

Ai palestinesi che lavorano in Israele e all’interno degli insediamenti dei coloni sono assegnati i lavori faticosi e tediosi, che il proletariato israeliano generalmente disprezza. In maggioranza lavorano nell’edilizia, molti negli insediamenti ebraici, in genere a costruire le colonie!

In Israele oggi ci sono 4 milioni di proletari, dei quali l’87% salariati. Il 12% dei salariati sono impiegati nell’industria, l’agricoltura rappresenta tra l’1 e il 2% ed è per lo più sovvenzionata dallo Stato. Il 21% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. La disoccupazione ha raggiunto cifre inferiori al 4%, ma sicuramente il dato reale è molto maggiore.

Quasi mezzo milione di proletari non autoctoni lavorano in Israele, nell’edilizia e nell’agricoltura. Sono in costante crescita. Si tratta principalmente di proletari provenienti dal Sudan, dall’Eritrea, da paesi dell’Europa orientale, dal Sudamerica e dal sud-est Asiatico. Si trovano in condizioni di sfruttamento e di miseria, senza ricevere alcun sostegno dai sindacati del regime.

Proteste dei rifugiati dai paesi dell’Africa orientale si sono avute nel 2014, nel 2015 e nel 2018 in opposizione alle espulsioni, ma le parole umanitarie, tipiche della borghesia pacifista, non sono riuscite a fermarle, né hanno migliorato la condizione di questa parte del proletariato.

Venendo alla storia del movimento operaio in Israele il compagno ha dapprima riassunto i cardini della interpretazione marxista generale sulla formazione delle nazioni moderne, tema complesso che va ancorato ai fondamenti dottrinali del marxismo e non consente semplificazioni. Va riconosciuta, trattando della questione palestinese, l’importanza della creazione dello Stato israeliano e dell’influenza che il confitto arabo-israeliano ha avuto nella regione. Questo non significa cedere alle posizioni “terzomondiste” che vedono lo “spirito rivoluzionario” travasato dal proletariato mondiale ai movimenti popolari del Terzo Mondo, espressione della lotta per lo “sviluppo” contro l’oppressione esercitata su questi popoli dagli Stati imperialisti, in specie dall’imperialismo occidentale.

Invece il sostegno che il marxismo ha sempre affermato di dover dare ai movimenti nazionali non è mai disceso da considerazioni astratte e aprioristiche, non si tratta di una questione di “giustizia” o di “ragione”, ma da valutazioni strettamente collegate ai fatti storici rivoluzionari.

Per contro, lo sfruttamento, lo sterminio, l’espulsione, l’annientamento del proletariato palestinese sono una realtà che si verifica ogni giorno. Il destino del proletariato israeliano è necessariamente legato a quello palestinese. La sua liberazione deve necessariamente passare per la liberazione del proletariato nei territori occupati.

Possiamo però dimostrare che, sebbene il proletariato in Israele sia stato da sempre tenuto sottomesso ideologicamente, ciò non vi ha impedito la lotta di classe.

La confederazione sindacale Histadrut, per lungo tempo rappresentante quasi esclusiva della classe operaia ebraica, aderisce fedelmente al sionismo e ne è un pilastro. Le sue origini risalgono a prima della creazione dello Stato israeliano, in un legame storico con il Mapai, partito sionista laburista presente in parlamento.

Da sempre l’Histadrut ha fomentato l’odio razziale tra ebrei e arabi. Solo nel 1943 creò una sezione araba e soltanto nel 1959 accettò gli arabi nell’organizzazione. Ma continuò ad ostacolare ogni forma di solidarietà proletaria tra ebrei e arabi.

Ciononostante la relazione riferiva di spontanee organizzazioni comuni nel 1919 e di scioperi nel 1924. Ai tanti tradimenti dell’Histadrut nei confronti della classe proletaria, si oppongono brillanti episodi di solidarietà proletaria tra lavoratori arabi ed ebrei. Famoso poi quello dei lavoratori delle poste e delle ferrovie del 1946, divenuto generale con 23.000 scioperanti, dei marinai del 1951, dei portuali del 1969.

L’Histadrut rimane oggi il sindacato del regime capitalista e nemico di tutto il proletariato.

Ma il movimento proletario israeliano sta cambiando rapidamente, con quasi mezzo milione di proletari non autoctoni. A questi si aggiunge la rapida crescita demografica del proletariato palestinese e l’insofferenza dei lavoratori ebrei nei confronti degli ortodossi. Sono emersi così un certo numero di sindacati indipendenti dall’Histadrut, ancora di scarsa influenza ma che sono riusciti a organizzare un paio di clamorosi scioperi in alcuni importanti settori dei trasporti.

L’assenza di una anche embrionale organizzazione sindacale di classe in Israele non può essere spiegata soltanto dall’Union Sacrée con la borghesia cui il proletariato ebraico è stato costretto, ma lo è semmai la situazione sfavorevole a livello internazionale fin dalla creazione dello Stato di Israele. Lo stalinismo, poi l’antifascismo, hanno rappresentato il deragliamento e la liquidazione del Partito mondiale, di quello che fu il formidabile movimento comunista internazionale.

Se la tragedia della Palestina è stata attuata per opera della borghesia israeliana, la responsabilità diretta è dell’intero imperialismo mondiale. Col proletariato occidentale quello israeliano riflette passivamente, e talvolta attivamente, l’ideologia dell’imperialismo, intossicato dalla droga del nazionalismo.

Il capitalismo europeo espulse gli ebrei dall’Europa perché non c’era posto per essi: il capitale in crisi economica doveva liberarsi della sovrappopolazione. La loro espulsione ha provocato, in un altro posto, una nuova espulsione di popolazione. I vittoriosi fronti imperialisti vi hanno imposto un regime formalmente democratico ma in realtà il più totalitario. A questo hanno contribuito, nei decenni, tutti gli imperialismi: europeo, americano, russo e, oggi, cinese.

Israele, avamposto dell’imperialismo mondiale in questo ritaglio geografico, mostra concentrate le contraddizioni e tutta la demagogia dell’imperialismo. Ma, come il capitalismo mondiale, Israele non ha futuro. Il futuro è destinato alla classe proletaria. La patria dell’uomo è l’Uomo Specie.

Anche la lotta di classe in Cisgiordania ha la sua storia. Il proletariato palestinese è sempre stato solo nella sua lotta, gli innumerevoli massacri che ha sofferto durante questi settant’anni ne sono la prova. Ha il suo primo nemico nel suo governo, che parla di rivoluzione ma capitola di fronte alla borghesia israeliana e ne riceve i soldi.

Il bantustan che l’OLP ha creato, insieme al macabro supplizio israeliano fatto di espulsioni e insediamenti sono i responsabili della situazione di miseria in Cisgiordania. Oltre che uno dei fattori di ricchezza dello stesso Israele e delle borghesie arabe della regione: la forza lavoro palestinese è manodopera a buon mercato per la borghesia giordana, siriana e libanese.

Prima della creazione dello Stato israeliano e dell’annessione della Cisgiordania alla Giordania, la più grande organizzazione sindacale esistente in Palestina era l’Associazione Araba dei Lavoratori. Prima della Nakba aveva quasi 35.000 membri.

Con la creazione dello Stato israeliano, il centro dell’attività sindacale passa a Nablus e finisce per coniugarsi al movimento sindacale giordano. Invece a Gaza, quando era sotto il dominio egiziano, il movimento sindacale palestinese prese una strada autonoma e venne fondata la Federazione Palestinese dei Sindacati. Nel 1969 divenne parte integrante dell’OLP.

Dalla entrata in vigore della legge giordana i sindacati furono sottoposti a un controllo rigoroso. Dopo, con l’occupazione della Cisgiordania da parte di Israele tutte le attività sindacali sono state proibite fino al 1979. Tuttavia il sindacato è cresciuto in maniera sorprendente. Si stima che alla fine degli anni Settanta organizzasse quasi 12.000 proletari.

Negli anni Ottanta il movimento sindacale si frantuma dividendosi in più di 160 sindacati autonomi che tutti insieme organizzano meno di 6.000 lavoratori. Le ragioni di questa divisione si trovano nella lotta settaria fra le diverse organizzazioni borghesi per controllare il movimento proletario e per sostituire le rivendicazioni di classe del crescente proletariato urbano con le rivendicazioni nazionaliste di quel movimento riformista che si stava preparando a negoziare l’istituzione dell’Autorità Palestinese. Questa formatosi, determina un centro sindacale unitario, chiamata Federazione Generale dei Sindacati di Palestina, alleata e guidata da Fatah, poi dalla stessa Autorità Palestinese.

Nel 2011 e nel 2012, in contemporanea alle Primavere arabe, il proletariato è sceso in violente manifestazioni di rabbia per difendere le sue condizioni di vita, contro l’aumento delle tasse e della benzina, contrapponendosi direttamente all’Autorità Palestinese. Le rivolte sono state duramente represse dalle forze dell’ordine palestinesi che si sono avvalse del sostegno logistico delle forze d’occupazione israeliane.

Hamas è un movimento a forti tinte religiose fondato sotto gli auspici dei servizi segreti israeliani per contrastare il movimento proletario incontrollato dell’Intifada e la secolare OLP. Hamas ha esteso una rete di servizi sociali, con denaro proveniente anche dallo Shin Bet, ed è diventato il rappresentante della resistenza palestinese.

Come gli Stati Uniti giustificano i loro interventi imperialisti con il fantasmatico terrorismo islamico, Israele ha impiegato più di vent’anni per organizzare Hamas, con eccellenti risultati.

Questo movimento antioperaio e fondamentalista ha ottenuto indubbiamente un notevole consenso da parte della popolazione palestinese. Ha permesso di mantenere la propaganda per l’unità nazionale dello Stato sionista e ha giustificato il continuo massacro dei “fanatici religiosi”, dei “terroristi”. Si cerca di convertire la questione sociale del dramma palestinese in uno dei terribili capitoli delle guerre di religione, maschera per coprire la vera guerra, la guerra di classe contro il proletariato, specialmente contro quello palestinese.

Il fenomeno islamico in Medio Oriente non è un movimento regressivo, contadino o piccolo borghese, ma una creatura dell’imperialismo finanziario e petrolifero, della regione e del maledetto Occidente. Non è un movimento di nazionalisti borghesi, pronti alla rivoluzione. È uno strumento del capitalismo imperialista, finanziario e predatore, per impedire o porre fine alla rivolta proletaria. La maggior parte della sua base è costituita da borghesi, piccolo borghesi, mercanti, studenti, disoccupati e cattedratici formati nelle università islamiche della regione.

Esso pratica una repressione continua contro qualsiasi movimento di tipo sindacale e contro qualsiasi forma di raggruppamento si diano i lavoratori.

Come il fascismo in Europa, è una forma moderna del capitalismo che nella sua fase morente usa la religione come scudo quando non ha più alcun programma da offrire alla Specie.

Si sono viste in tutto il mondo manifestazioni di appoggio alle proteste di Gaza. In Turchia, in Francia, nello stesso Israele. Ad Haifa le manifestazioni hanno subito la repressione della polizia. Queste dimostrazioni evidenziano un malessere ma lo fanno in una prospettiva pacifista e interclassista. È una opposizione praticamente inutile. Nessun pacifismo interclassista potrà mai fermare guerra e massacri.

In tutto quanto questo rapporto ha descritto nulla v’è di nuovo. Questo è il suo merito. Si tratta non di fare clamorose scoperte, ma di comprendere, non individualmente ma nel Partito, queste antiche nostre verità storiche. Solo la chiarezza di esse nel partito darà la possibilità di aprire la via al comunismo. Non esistono vie diverse o scorciatoie. La rivoluzione non è fatto di volontà individuali.

La guerra sociale, delle organizzazioni operaie contro l’oppressione capitalista, non è esente da alti e bassi. Il Partito si nutre di queste crisi e di questi sobbalzi capitalistici, tanto nel suo numero quanto nella sua robustezza organizzativa; ma non in modo meccanico e lineare. Lo sviluppo della generale crisi capitalista condurrà il proletariato alla lotta. È in questo momento che sotto l’influenza del Partito comunista il proletariato si lancerà all’insurrezione per la presa del potere politico. È su quel terreno che noi rivoluzionari marxisti ce la dovremo sbrogliare, l’unico in cui si potrà fermare la guerra imperialista.


Il riarmo degli Stati

Il testo completo anche di questa relazione avrebbe dovuto trovare posto in questo numero del giornale: non essendoci riuscito lo dobbiamo rimandare al prossimo.


Nostra attività sindacale

Il resoconto ha esposto l’intensa attività sindacale svolta da fine gennaio a maggio dell’anno in corso.

Dividiamo l’attuale lavoro in questo campo vitale in quattro ambiti: descrizione ed analisi della lotta economica di classe, che si realizza nella redazioni degli articoli pubblicati sulla nostra stampa internazionale; presenza del partito negli scioperi e nelle manifestazioni; attività in seno al gruppo di opposizione interno al sindacato di base Usb, denominato “Coordinamento Iscritti Usb per il Sindacato di Classe”; quello infine interno al coordinamento di militanti del sindacalismo conflittuale che si è costituito in modo formale dal gennaio scorso dandosi il nome di Coordinamento Lavoratori e Lavoratrici per l’Unità della Classe.

Sulla nostra stampa italiana abbiamo riferito del lungo sciopero dei postali in Canada, dichiarato illegale dallo Stato borghese; della lotta contro lo straordinario obbligatorio degli infermieri canadesi; dello sciopero dei gruisti (i guinceros) in Venezuela; del grande sciopero nelle fabbriche maquilladoras in Messico; degli scioperi organizzati dagli IWW nel Regno Unito e del congresso di questa organizzazione; della minaccia di sciopero negli Stati Uniti che ha imposto lo sblocco del bilancio dello Stato federale.

Articoli più approfonditi sono stati: sulla Federazione Sindacale Mondiale, di cui in Italia fa parte l’Usb, per evidenziarne la natura anti-operaia; un commento ad una intervista rilasciata da un delegato della Cub Trasporti in Alitalia ad un militante sindacale metalmeccanico brasiliano del sindacato CSP Conlutas, volto a criticare la parola d’ordine delle nazionalizzazioni ed il sovranismo “di sinistra” che sottende; la riproposizione, con una adeguata introduzione, di un interessantissimo ed attuale articolo del 1922 di Terracini intitolato “Il sindacalismo fascista”.

I compagni del partito sono poi intervenuti con volantini appositamente redatti, ed anch’essi pubblicati sulla nostra stampa:
 - il 6 aprile a Modena alla manifestazione in solidarietà con Aldo Milani, il coordinatore nazionale del SI Cobas, sotto processo con l’accusa di estorsione e poi assolto;
 - il 10 maggio a Roma alla manifestazione nazionale dell’Unione Sindacale di Base per lo sciopero nazionale da essa proclamato per i lavoratori del pubblico impiego;
 - il 17 maggio a Roma alla manifestazione per lo sciopero nazionale dei lavoratori della scuola proclamato da tutti i sindacati di base (Cobas Scuola, Unicobas, Cub Sur, Sgb) tranne l’Usb e dal sindacato autonomo Anief;
 - il 23 maggio a Genova alla riuscita manifestazione dei portuali per lo sciopero nazionale della categoria indetto da Cgil, Cisl e Uil.

Dell’attività del Coordinamento Lavoratori Autoconvocati per l’Unità della Classe abbiamo già parzialmente reso conto nei cappelli introduttivi dei volantini a commento delle manifestazioni in cui sono stati distribuiti. Sul nostro giornale è stato pubblicato il documento di presentazione datato 12 gennaio.

Poi i nostri compagni hanno collaborato alla redazione di un comunicato di solidarietà col Coordinatore Nazionale del SI Cobas, datato 27 marzo (“Solidarietà ad Aldo Milani”) ed a quella del volantino distribuito a Roma fra gli insegnanti in sciopero il 17 maggio (“Il nostro saluto ai lavoratori della scuola in lotta”).

Il Coordinamento inoltre ha pubblicato un manifestino per la convocazione di un’assemblea a Firenze sul tema del cosiddetto Decreto Sicurezza, svoltasi con buon esito il 1° giugno.

Nell’ambito del gruppo di opposizione interno all’Usb i nostri compagni hanno collaborato al lavoro di redazione, diffusione e raccolta delle adesioni ad un Appello, in data 20 marzo, intitolato “Per uno sciopero generale unitario di tutto il sindacalismo di base e conflittuale”, col quale si chiedeva alla base del sindacato di fare pressione sulla dirigenza affinché rimandasse lo sciopero e compisse una previa consultazione con le altre organizzazioni sindacali conflittuali per uno sciopero unitario.

Poi, dopo che lo sciopero fu revocato dalla Commissione di Garanzia, il Coordinamento Iscritti Usb per il Sindacato di Classe ha pubblicato un dettagliato documento per polemizzare contro la condotta contraddittoria ed equivoca della dirigenza che ha rinunciato allo sciopero generale spezzettandolo in quattro azioni settoriali.

Infine, il 13 maggio, è stato pubblicato un documento di commento all’esito dello sciopero – fallimentare – proclamato da Usb per i lavoratori delle Agenzie Fiscali per il 12 aprile (originaria data fissata per lo sciopero generale poi revocato e non più riproposto), in cui si attaccava la scelta di chiamare come sola Usb questi lavoratori ad uno sciopero separato da quello organizzato soli 10 giorni prima – il 2 aprile – da Cgil, Cisl e Uil e che – questo sì – aveva avuto un’ottima adesione. Un altro esempio di opposizione della dirigenza di Usb al fondamentale principio dell’unità d’azione dei lavoratori (“Sullo sciopero separato di Usb del 12 aprile alle Agenzie Fiscali”).


Ricapitolando sulla rivoluzione cinese, La nascita del PCC

Alla riunione sono state esposte le condizioni del movimento operaio e rivoluzionario in Cina alla vigilia della nascita del Partito Comunista Cinese nel 1921. Il rapporto ha messo in evidenza come lo sviluppo del movimento comunista in Cina ha avuto fin dall’inizio un carattere internazionale, individuando come fattori determinanti della nascita del PCC il diffondersi della rivoluzione mondiale in Oriente e l’azione dell’Internazionale per la formazione di partiti comunisti in tutti i paesi, non come partiti nazionali, ma come sezioni di un unico partito mondiale.

Agli inizi degli anni Venti, al momento dell’incontro dell’avanzante rivoluzione mondiale con il mondo cinese, quest’ultimo era caratterizzato dal ritardo dello sviluppo economico che incideva inevitabilmente sulle lotte sociali, con un proletariato numericamente esiguo e ai primi passi, che non aveva ancora formato le sue organizzazioni e si trovava sotto l’influenza di altri strati sociali.

Da diversi anni invece si era sviluppato un movimento nazionalista, all’interno del quale si era formata un’ala decisamente anti-imperialista e rivoluzionaria.

La Terza Internazionale, operando una distinzione all’interno dei movimenti nazionalisti tra l’ala moderata, incline al compromesso con l’imperialismo, e l’ala decisamente rivoluzionaria borghese, tenterà di far uscire i movimenti rivoluzionari nazionali dai limiti angusti della lotta di liberazione nazionale dall’oppressione straniera per metterli in rapporto alla lotta del proletariato dei paesi sviluppati inserita nella grande strategia mondiale per il comunismo.

Ampio resoconto del rapporto è stato riportato nell’articolo “Il “Movimento del 4 maggio 1919”, I giovani e il comunismo in Cina allora e oggi” (Il Partito Comunista 396).

(Fine del resoconto della riunione)

 

 

 

 

 


Marco Giacomelli

Il 20 agosto scorso il Centro Ciechi St. Raphael di Bolzano ci informava che Marco Giacomelli era morto. Il nostro compagno, con gravi problemi di vista e non potendo più badare a se stesso, da diversi anni era ospite di quella struttura.

Due anni fa si erano recati a fargli visita un gruppo di nostri compagni e lo avevano trovato in buona salute e lucido di mente: volle allora consegnarci il suo archivio di testi e la sua corrispondenza di partito. Tornati un anno dopo era completamente assente senza dar segno nemmeno di riconoscerci.

Marco era nato il 19 gennaio 1928 a Tiene, in provincia di Vicenza. Figlio di ragazza madre, fino all’età di 6 anni visse con la nonna. La madre aveva dovuto lasciare il paese e cercarsi un lavoro lontano. Alla morte della nonna fu messo in collegio. Poi alternò brevi soggiorni con la madre, che nel frattempo si era sposata, a permanenze in vari collegi fino all’età di 14 anni.

A quell’età cominciò a lavorare in una officina meccanica come aiutante di un vecchio comunista del ‘21, che aveva dovuto emigrare perché bandito da Grosseto dai fascisti. Da lui per la prima volta sentì parlare di comunismo. Dapprima poche parole quasi sussurrate durante il lavoro, poi veri incontri, specialmente di domenica, nei giardini pubblici di Bolzano dove venne erudito sul Manifesto, la rivoluzione russa, la dittatura del proletariato...

A 17 anni, a guerra finita, aderisce al PCI. Si dedica all’attività di partito, diffonde la stampa, fa proselitismo e fonda la cellula “Stella Rossa”. La sua fede nel PCI inizia però a vacillare quando i comunisti votano gli articoli 7 e 49 della costituzione: come possono religione e democrazia conciliarsi con il comunismo? Nel 1949 non rinnova la tessera, esce dal partito e costituisce un gruppo anarchico a Bolzano e aderisce ai “Gruppi Anarchici di Azione Proletaria”, organizzazione a carattere interregionale. Il PCI, come da metodo staliniano, rifiuta la sua dimissione dal partito e lo espelle per “anarco-trotsko-bordighismo”.

Anche se per tutta la vita operaio provetto e proletario puro, sapeva cosa vuol dire studiare e la sua necessità. Non a caso nel 1953 contribuì alla fondazione dell’Università Popolare di Bolzano.

Nel 1956 la sua organizzazione, che aveva cambiato nome in “Partito Comunista Libertario”, confluisce in quell’infelicissimo calderone denominato “Quadrifoglio” con gli stalinisti di “Azione Comunista”, i trotzkisti di “Bandiera Rossa” e (poteva mancare?) “Battaglia Comunista”.

Disgustato da questi tatticismi ed ormai assiduo lettore di “Programma Comunista”, nel 1958 aderisce al Partito Comunista Internazionale dove con rinnovato entusiasmo si mette a completa disposizione del partito per una incessante attività sia politica sia fra i compagni operai.

Dopo la “scissione sporca” del 1973 fu il primo tra i vecchi a separarsi dai compagni della sezione e a lasciare Programma per aderire al nostro partito. Non a un nuovo partito, come lui stesso volle precisare davanti a tutti, ma al partito al quale aveva aderito nel 1958.

Nel partito, finché ne ha avuto la forza, ha contribuito alla redazione della stampa, alla sua diffusione e al proselitismo, e anche alla predisposizione di relazioni su argomenti non facili.

Benché solo, per tre volte ha perfettamente organizzato la riunione generale di partito a Bolzano, oltre a diverse conferenze pubbliche, con compagni relatori da fuori, provvedendo lui alla propaganda..

Anche dopo, malato, quando non poteva più fare attività politica, non ha cessato di mantenersi in contatto e di spronare i compagni al lavoro.

Cercheremo noi di mantenere quelle nostre promesse.

 

 

 

 

 

 

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Per il sindacato di classe Pagina di impostazione programmatica e di battaglia del Partito Comunista Internazionale
Per la rinascita del sindacato di classe fuori e contro il sindacalismo di regime. Per unificare le rivendicazioni e le lotte operaie, contro la sottomissione all’interesse nazionale. Per l’affermazione dell’indirizzo del partito comunista negli organi di difesa economica del proletariato, al fine della rivoluzionaria emancipazione dei lavoratori dal capitalismo
 
Una significativa assemblea operaia

Mercoledì 17 luglio a Bologna si è tenuta una Assemblea Nazionale dei delegati Rsu dell’Unione Sindacale di Base nelle fabbriche metalmeccaniche, comprese quelle del gruppo FCA, finalizzata alla definizione della piattaforma rivendicativa per il rinnovo del contratto collettivo di categoria in scadenza a fine 2019, poi inviata alle associazioni padronali Federmeccanica-Assistal il 22 luglio.

L’assemblea ha avuto una discreta riuscita, segno della graduale crescita dell’Usb nel settore, da quando nel giugno 2016 una parte minoritaria dell’area di opposizione di sinistra in Cgil – “Il sindacato è un’altra cosa” – lasciò il maggior sindacato di regime italiano per aderire all’Usb. Al Coordinatore nazionale di quell’area nel nuovo sindacato fu affidata la guida del settore industriale, fino ad allora nettamente minoritario rispetto al settore pubblico.

Non che oggi entro l’Usb si siano invertite le proporzioni, ma se il settore industriale privato, in particolare quello metalmeccanico, ha segnato una graduale crescita, quello dei lavoratori del pubblico impiego ha subito invece una marcata diminuzione, passando da 19.324 iscritti nel triennio 2013/15, ai 17.417 nel 2016/18, ai 16.043 nel 2019/21 (-3.281 in sei anni: un calo del 17%).

Per quando attiene al settore Lavoro privato di Usb, ad oggi fra i metalmeccanici ci risultano insediamenti organizzativi almeno in una cinquantina di fabbriche, ma con ogni probabilità il numero è un poco maggiore. Le regioni dove è più sviluppata la presenza di Usb nella categoria sono l’Emilia Romagna, la Toscana e la Basilicata.

LLe province di maggiore insediamento sono Trieste (Siderurgica Triestina, Wartsilia, Elettromeccanica Galli, Elletra Sincrotrone, Flextonics), Bologna (GD, Toyota, Fabio Perini), Modena (Titan di Finale Emilia, Ondulati Maranello), Parma (San Polo Lamiere, Ocme, Mingazzini), Pisa (Piaggio di Pontedera, Continental), Livorno (Magna Closures di Guasticce, Jindal Steel West cioè le acciaierie ex Lucchini di Piombino), Potenza (FCA, Tiberina, Favorit) e Matera (Bawer, Domar, Brianza Plastica).

Le fabbriche con gruppi di iscritti più robusti sono: ST Microelectronics di Agrate (Monza): 2200 dipendenti, 10 delegati Rsu su 39; GD di Bologna: 1800 dipendenti (la più grande fabbrica metalmeccanica di Bologna), 16 delegati Rsu su 36, primo sindacato; Fabio Perini di Calderara sul Reno (Bologna): 140 lavoratori, 5 delegati su 5; Titan di Finale Emilia (Modena): 270 lavoratori, 3 delegati su 7; Ocme di Parma: 450 lavoratori, 5 delegati su 6; S. Polo di Parma: 2 delegati su 2; Sistemi Informativi (ex IBM) di Roma: 8 delegati Rsu su 9; Modis di Roma (che è un ramo d’azienda ceduto dalla ex IBM): 3 delegati su 3; Adler Evo di Cassino (Frosinone): 150 dipendenti, 2 delegati Rsu su 5; Alcerol Mittal di Taranto (ex ILVA): 8.500 lavoratori, 9 delegati (3 impiegati e 6 operai) su 62.

Vi sono poi gruppi di iscritti in varie fabbriche della FCA (ex FIAT): alla SEVEL di Atessa (Chieti), alla SATA di Melfi (Potenza), presso gli stabilimenti FCA di Termoli (Campobasso), Cassino e Mirafiori, alla CNHI di S. Mauro Torinese.

Questi dati di iscritti e delegati offrono un quadro della condizione del sindacato non esaustivo ma certamente significativo.

Fondamentale è poi la capacità del sindacato di mobilitare i lavoratori, di chiamarli allo sciopero. Su questa contano anche fattori d’ordine generale, relativi alla condizione della classe lavoratrice. Gruppi minoritari di lavoratori, organizzati in un sindacato che sia ben instradato su pratiche ed indirizzi classisti, possono essere la base per uno sviluppo successivo dell’organizzazione, quando tornasse la predisposizione dei lavoratori alla lotta.

NNel merito della qualità dell’indirizzo sindacale di Usb nel settore metalmeccanico entreremo analizzando alcuni interventi succedutisi nell’assemblea nazionale dei delegati Rsu di Usb.

Nel complesso osserviamo come i gruppi di fabbrica sopra elencati costituiscano una rete embrionale che fa dell’Usb il sindacato di base con maggiore presenza fra i metalmeccanici. Un dato che, se da un lato è moderatamente positivo per questo sindacato, dall’altro dà la misura della debolezza generale del sindacalismo di base nella categoria, del suo grave arretramento rispetto agli anni ‘90, di cui hanno fatto le spese lo Slai Cobas e la Flmu Cub.

Questo quadro non fa che confermare, anche fra i metalmeccanici, la necessità – per la quale si batte il nostro partito con la sua frazione sindacale – di seguire l’indirizzo dell’unità d’azione fra i sindacati di base, volta a coinvolgere anche i gruppi di operai legati all’area di opposizione di sinistra in Cgil e, laddove esistano, gruppi di lavoratori organizzati autonomamente dai sindacati di regime (Cgil, Cisl, Uil), e contemporaneamente di partecipare agli scioperi promossi dal sindacalismo di regime portando fra la massa dei lavoratori, da esso ancora mobilitati, le rivendicazioni sindacali di classe.


Due assemblee di Usb

L’assemblea nazionale dei delegati Rsu metalmeccanici ci offre alcuni spunti sui quali soffermarci.

Intanto ci pare utile un confronto con un’altra assemblea nazionale Usb – definita “dei delegati e dei quadri” – tenutasi il 13 aprile scorso a Roma. Questa era stata convocata dall’Esecutivo Nazionale Confederale del 1° aprile, riunitosi “d’urgenza” dopo che il 28 marzo il TAR del Lazio aveva rigettato il ricorso di Usb contro la delibera con cui la Commissione di Garanzia aveva imposto la revoca – nel campo dei “servizi essenziali” – dello sciopero generale proclamato dall’Usb – senza accordarsi con alcun altro sindacato – per il 12 aprile.

Contro quella proclamazione dello sciopero generale nazionale in assoluta solitudine e per un suo rinvio, previa consultazione del resto del sindacalismo conflittuale finalizzata ad uno sciopero generale unitario, i nostri compagni e gli altri militanti sindacali del Coordinamento Iscritti Usb per il Sindacato di Classe avevano redatto un appello pubblicato il 20 marzo ed intitolato “Per uno sciopero generale unitario di tutto il sindacalismo di base e conflittuale”.

Poi, a seguito della disposizione della Commissione di Garanzia, era stato redatto, a firma del Coordinamento Iscritti Usb per il Sindacato di Classe, un puntuale comunicato titolato “Sulla revoca dello sciopero generale del 12 aprile” che metteva a nudo la condotta quanto mai equivoca della dirigenza Usb.

Qui ci limitiamo a ricordare che i capi del sindacato proclamarono correttamente che “lo sciopero si difende scioperando”, salvo poi, invece d’essere coerenti e conseguenti con tale proclama, rinunciare allo sciopero generale derubricandolo a quattro scioperi nazionali articolati: uno di industria, logistica e commercio il 12 aprile (giacché quasi tutto il settore non ricadeva sotto la potestà della delibera della Commissione di Garanzia) ridotto però a 2 o massimo 4 ore; uno del pubblico impiego il 10 maggio, includendo in esso i lavoratori della scuola che però erano chiamati allo sciopero una settimana dopo, il 17 maggio, da tutti gli altri sindacati di base (Cobas Scuola, Cub Sur, UniCobas) e dal sindacato autonomo Anief; uno il 17 maggio per i lavoratori del settore trasporti, esclusi quelli del comparto aereo per i quali lo sciopero veniva indetto per il 24 maggio.

L’assemblea nazionale del 13 aprile fu chiamata “dei quadri e dei delegati” ma avrebbe dovuto essere definita “dei dirigenti nazionali e locali”. Basti pensare infatti che, dei 15 interventi, 5 furono di membri dell’Esecutivo Nazionale Confederale, che è l’organo apicale di Usb formato da 15 persone (quindi nell’assemblea 1/3 degli interventi sono stati fatti da 1/3 dell’Esecutivo Nazionale!), 3 dell’Esecutivo Nazionale del Pubblico Impiego, 1 di un esterno al sindacato.

QQuesti nove interventi occuparono due ore delle tre di durata complessiva dell’assemblea, già di per sé davvero pochine per un’assise nazionale. I restanti 6 si spartirono l’ora restante e furono di dirigenti locali di Piacenza (Lavoro Privato - Logistica), Parma (Coordinamento Confederale), Lodi-Pavia (Lavoro Privato - Sanità), Bologna (ASIA), Livorno (ASIA) e Napoli (ASIA). Nessun intervento fu fatto al di fuori di quelli preordinati dall’alto onde evitare che si esprimessero voci dissenzienti.

Tutti – tranne forse uno – vennero da esponenti di provata fede alla linea politica del ristretto gruppo dirigente. Questo manovra attraverso tre sfere concentriche di natura partitica: il nucleo centrale e storico, costituito da un gruppo stalinista che ha sempre tenuto in mano le redini del sindacato, dalla formazione delle Rappresentanze Sindacali di Base all’INPS nel 1979 sino ad oggi; una seconda sfera più grande costituita da un fronte di gruppi stalinisti che riassume il suo obiettivo politico con lo slogan “No Euro, No UE, No NATO”, di cui abbiamo scritto nell’articolo “Contro la parola d’ordine di uscita dall’Euro dall’Europa dalla Nato”; una terza sfera, la più estesa, costituita dalla formazione elettorale di Potere al Popolo.

Di natura differente è stata l’assemblea dei delegati metalmeccanici del 17 luglio scorso. Questa innanzitutto è durata 4 ore, un tempo già più consono per un’assise nazionale. Gli interventi sono stati 19 di cui solo tre ad opera di dirigenti nazionali: l’introduzione e le conclusioni – svolte entrambe dal responsabile nazionale del settore industria, la prima durata un’ora e le seconde 45 minuti – e l’intervento di un membro dell’Esecutivo Nazionale Lavoro Privato di una dozzina di minuti.

I restanti 16 interventi che si sono suddivisi due ore di assemblea sono stati tutti ad opera di delegati di fabbrica e sono per lo più entrati, senza debordarvi, nel merito dei problemi sindacali. Non sono mancati appunti e voci dissonanti sia rispetto a taluni aspetti di azione generale di Usb sia riguardo ad alcune indicazioni contenute nella introduzione del Coordinatore nazionale del settore industriale; punti su cui torneremo più avanti.

Da questo confronto fra queste due assemblee – essenziale e non privo di sostanza – qui ci preme evidenziare l’erroneità della posizione che significativamente accomuna – nella sua interessata distorsione della realtà – fazioni sindacali opposte, con l’intento di far apparire l’Usb come un organismo monolitico.

QQueste opposte fazioni sono da un lato la dirigenza stessa dell’Usb, impegnata a mostrare all’esterno ed all’interno dell’organizzazione un sindacato in cui non vi sarebbero contrasti significativi, salvo poi dover periodicamente annunciare più o meno clamorosi abbandoni del sindacato da parte di dirigenti, delegati, parti di strutture territoriali o di categoria; dall’altro gli accaniti detrattori dell’Usb, quali innanzitutto le dirigenze di Cub, SI Cobas ed Sgb, interessate a far apparire questo sindacato come privo di opposizione interna, per rafforzare e giustificare il loro rifiuto a organizzare scioperi unitari con essa.

Dal confronto fra le due assemblee emerge invece come la pretesa monoliticità di Usb non sia tale, come d’altronde difficilmente potrebbe essere per un sindacato.

A tal proposito così si espresse a Bologna il 5 dicembre 2015 il nostro compagno, nell’intervento a nome del gruppo di iscritti che poi costituiranno il “Coordinamento Iscritti Usb per il Sindacati di Classe”, nell’assemblea organizzata da quei dirigenti di Usb che solo due mesi dopo – tranne uno dei presenti – avrebbero attuato la scissione che portò alla formazione del Sindacato Generale di Base (Sgb), oggi sulla strada di unirsi alla Cub:

«Il sindacato non è un partito: inquadra i suoi membri non sulla base di una teoria e di un programma politico comuni ma su quella della loro appartenenza alla condizione sociale di lavoratore. Assai più di un partito, perciò, è suscettibile di sviluppare al suo interno una pluralità di posizioni. Il formarsi di correnti è un fatto naturale e il problema non è quello di impedirne la formazione ma è quello invece di come farle coesistere all’interno dell’organizzazione sindacale. Il patologico frazionamento del sindacalismo di base è un’altra manifestazione di come la formazione di correnti sia un fatto ineluttabile. Il problema è che le dirigenze di questi sindacati non sono state in grado di creare le condizioni affinché queste diverse correnti convivessero in un unica organizzazione sindacale. Cercare di formare un sindacato senza correnti è azione idealistica e reazionaria che costringe l’organizzazione ad un passo indietro non in avanti perché negando un dato di fatto, materiale, crea delle distorsioni ancora peggiori».

Coerentemente con quanto allora affermato – ricordiamo per inciso – l’intervento terminò con l’avanzare una proposta volta ad impedire una scissione e a formare invece una corrente di opposizione interna al sindacato, contrariamente a quanto, dopo la scissione, andarono raccontando i detrattori del gruppo di opposizione interno ad Usb.

NNel merito degli abbandoni di Usb da parte di gruppi di iscritti è il caso di aggiornare la lista di questi insuccessi che frenano la crescita di questo sindacato e ne peggiorano il carattere conflittuale, dato che spesso ad andarsene sono militanti e lavoratori combattivi. Dopo la citata scissione del febbraio 2016 che portò alla formazione dell’Sgb sono seguiti gli abbandoni: del dirigente nazionale del settore del commercio, nel 2018, passato alla Confederazione Cobas, con buona parte degli iscritti nel settore del Lazio e della Campania; di un dirigente del settore della sanità pubblica a Milano, annunciato con un comunicato il 3 settembre scorso, e che avrà con ogni probabilità un riflesso di un certo peso sulla struttura locale di Usb nella categoria; di un gruppo di educatrici ed insegnanti comunali di Roma, fra cui una delegata che aveva contribuito alla costituzione della vasta struttura di Usb fra i dipendenti comunali capitolini, giunta a contare circa 1.200 iscritti, la maggioranza educatrici ed insegnanti degli asili nidi e delle scuole per l’infanzia; del gruppo di iscritti di Opera Laboratori e Coopculture di Napoli; della struttura della sanità di Caserta.

Sei mesi dopo quell’assemblea a Bologna, nel giugno 2016 una parte minoritaria dell’area di opposizione uscì dalla Cgil ed entrò nell’Usb, dando avvio a quella graduale crescita che ha consentito lo svolgimento dell’assemblea del 17 luglio scorso.

Questa crescita si è accompagnata, a conferma di quanto affermato nella citazione riportata, a posizioni sindacali non omogenee a quelle della dirigenza nazionale.

Si vede quindi come i metodi coercitivi nella direzione di un sindacato non impediscano la formazione di una pluralità di posizioni e si rivelino controproducenti alla crescita dell’organizzazione, determinando abbandoni e scissioni.

Per contro è erroneo opporsi all’azione unitaria con organizzazioni sindacali le cui dirigenze si considerino opportuniste o apertamente anti-operaie, identificando tutti i lavoratori di quel sindacato con quelle posizioni, col risultato di indebolire i gruppi minoritari di iscritti su posizioni critiche e di rafforzare le dirigenze.

Sia che si consideri un sindacato irreversibilmente caduto in mano al padronato, e si ritenga perciò inutile sostenere una battaglia interna per riconquistarlo a un indirizzo classista, sia che si creda invece possibile una tale battaglia, in entrambi i casi la strada per arrivare a verificare nel modo più chiaro e più rapido una o l’altra opzione è quella di porre i lavoratori inquadrati in quell’organizzazione a contatto nel modo più completo possibile coi lavoratori inquadrati nei sindacati che più e meglio seguono l’indirizzo sindacale di classe.

Per altro, il minor controllo della dirigenza di Usb su questa parte di più recente sviluppo del sindacato, non significa che ad oggi prevalgano in essa indirizzi di opposizione, come si evidenzia dal contenuto sia della piattaforma approvata sia della generalità degli interventi.

SSu alcuni questioni però, come già accennato, sono emerse posizioni diverse che ci pare utile riportare e commentare.


La “questione ambientale”

Una di queste riguarda la condotta dell’Usb presso lo stabilimento ex ILVA di Taranto. Qui Usb aveva firmato – insieme a Fim, Fiom, Uilm ed Uglm – l’accordo del 6 settembre 2018 concernente il passaggio della proprietà alla multinazionale franco-indiana Arcelor Mittal. Accordo e firma duramente criticati dalla Flmu Cub e dall’area di opposizione in Cgil.

Nella più grande acciaieria d’Europa l’Usb entrò per la prima volta nelle elezioni Rsu del 2013 guadagnandosi il 20% dei voti e 12 delegati su 56, diventando terzo sindacato dietro Uilm (23 delegati) e Fim (14 delegati), superando la Fiom che crollò dal 31% al 15%. Alle elezioni del 2016, pur risultando essere ancora il terzo sindacato, l’Usb vide calare i voti al 17%, pur mantenendo 12 delegati, al pari della Fiom, indietro solo per un po’ di voti. Nelle elezioni tenutesi nell’aprile di quest’anno l’Usb è ancora scesa al 14,85% con 9 delegati su 62, quarto sindacato, dietro Fim, Fiom e Uilm.

Questo calo è stato imputato dai dirigenti di Usb alla riduzione del numero totale dei lavoratori impiegati attivamente nella fabbrica, prevista dall’accordo, che avrebbe colpito soprattutto gli iscritti di Usb, appositamente per emarginare operai aderenti a un sindacato più combattivo.

Ma è l’adesione all’accordo sembra non aver pagato e lo scorso 11 luglio, all’indomani dell’ennesimo incidente mortale nella fabbrica, l’Usb ha annunciato la revoca della firma, passando alla posizione favorevole alla chiusura dello stabilimento in ragione della sua nocività per l’ambiente e la salute.

Questa indicazione solleva diversi spunti importanti. I suoi sostenitori nell’assemblea, a cominciare dal responsabile nazionale dell’industria, l’hanno presentata come una scelta coraggiosa del sindacato, frutto di una visione non aziendalistica bensì confederale, che supererebbe la tradizione del movimento sindacale arroccata sulla difesa del posto di lavoro a discapito di salute e sicurezza.

A noi questi argomenti paiono tutti mal impostati e fonte di confusione, oltre a non essere veritieri.

Innanzitutto questa scelta più che al “coraggio” noi crediamo sia dovuta ad un uso del sindacato improprio e dannoso per se stesso. Invece che attraverso il lavoro di costruzione di un rapporto coi lavoratori e coi loro bisogni si crede di rafforzare il sindacato accodandosi a movimenti interclassisti, quali quelli che lottano in modo generico in difesa dell’ambiente.

Il movimento sindacale della classe operaia non può farsi carico della riorganizzazione della produzione in un rapporto armonico con la natura. Tale gigantesco compito spetta al suo movimento politico, una volta raggiunti i suoi obiettivi storici.

Il movimento sindacale nasce per difendere i bisogni elementari dei lavoratori – salario, orario, ritmi, carichi di lavoro, salute e sicurezza – e si sviluppa solo se riesce a restare aderente a tale funzione e rispettarla. Se vuol far altro pone le basi per la sua debolezza.

Quando la classe lavoratrice prenderà il potere politico togliendolo alla borghesia – il che sarà possibile solo per via rivoluzionaria, guidata dall’autentico partito comunista – affronterà il compito di eliminare le attività produttive dannose per l’umanità e la natura e di porre quelle strettamente necessarie sotto un sicuro controllo, cosa che sarà possibile con la liberazione del lavoro dalla dittatura delle leggi economiche del capitalismo.

Il compito del sindacalismo di classe invece è organizzare gli operai per la difesa della salute in fabbrica e nelle loro abitazioni: impianti sicuri, quartieri per gli operai a distanza sicura dalla fabbrica. Per questa lotta il movimento operaio accetta, nel caso in cui venga avanzato, il sostegno di movimenti interclassisti. Non compie l’opportunista operazione inversa di sottomettersi esso a quelli, come avviene invece con la presa di posizione abbracciata da Usb per l’ex ILVA di Taranto.

LLa “confederalità” proposta dai dirigenti di Usb non è il superamento dell’aziendalismo approdando agli obiettivi che accomunano tutta la classe salariata; consiste invece nel deviare il movimento sindacale nella palude dei movimenti e degli interessi interclassisti.

Quando nella sua introduzione il responsabile nazionale del settore industria dell’Usb afferma che il sindacato ha nella sua tradizione subordinato alla difesa del “posto di lavoro” gli altri bisogni dei lavoratori – fra cui salute e sicurezza – ignora o finge di ignorare che ciò vale ed è vero per la tradizione dell’opportunismo politico e sindacale, tipicamente espresso dal suo sindacato di provenienza, la Fiom Cgil, che è sempre stato diretto da riformisti fin dalla sua fondazione, nel 1901 (“I primi anni della F.I.O.M”, in “Partito e Sindacato in Italia tra vecchio e nuovo secolo. Nascita della Confederazione Generale del Lavoro in Italia”, in “Comunismo” n. 58.

Il sindacalismo di classe ha invece contrapposto alla misera rivendicazione del “lavoro” – fatta illudere agli operai dai sindacati di regime in ogni crisi aziendale – le due rivendicazioni strettamente fra loro legate del “salario pieno ai lavoratori licenziati” e della “riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario”. Rivendicazioni che permettono di far uscire le lotte contro i licenziamenti dagli angusti e mortiferi confini aziendali e di unire i lavoratori occupati a quelli disoccupati.

La vicenda di Taranto dovrebbe divenire per un sindacato di classe un banco di prova per impostare in questi termini una lotta operaia territoriale in difesa della salute e della sicurezza, che sia d’esempio e di guida per tutta la classe lavoratrice.

RRivendicando la chiusura dell’impianto invece i dirigenti dell’Usb la riducono a una questione locale, si alienano la possibilità di porsi alla guida di una lotta operaia, abbandonano i lavoratori al controllo dei sindacati di regime.


Salario pieno ai disoccupati o Reddito di cittadinanza?

Un altro spunto interessante emerso nel corso dell’assemblea è stato quello espresso da alcuni delegati riguardo alla estensione del cosiddetto Reddito di Cittadinanza ai lavoratori licenziati.

Questa idea è stata liquidata dal coordinatore nazionale nelle sue conclusioni affermando che il problema afferirebbe al campo confederale, in quanto materia legislativa e non contrattuale.

Ciò può essere vero ma la richiesta dell’estensione del Reddito di Cittadinanza ai licenziati ci sembra interessante perché esprime la tradizionale, naturale e spontanea rivendicazione operaia che ai lavoratori licenziati venga corrisposto il salario pieno a carico della classe padronale.

D’altro canto se è vero che il nostro indirizzo sindacale comunista indica la strada della unificazione delle lotte per obiettivi che accomunano tutta la classe lavoratrice, e che perciò riteniamo preferibile una lotta generale di tutti i lavoratori per questo obiettivo, è altrettanto vero che, data la attuale distanza dal suo raggiungimento per carenza di forze del movimento, inserire tale rivendicazione nel quadro di una lotta nazionale di categoria avrebbe un valido valore propagandistico e, se mai si ottenessero dei risultati concreti in tale direzione, potrebbero essere di sprone per i lavoratori delle altre categorie.

D’altronde è quanto afferma la piattaforma Usb uscita dall’assemblea in merito alla riduzione dell’orario di lavoro, correttamente indicata per tutta la categoria e a parità di salario.

AAd esempio si potrebbe rivendicare che le aziende metalmeccaniche destinino il contributo per il fondo sanitario privato Metasalute, ad un fondo per il salario pieno ai lavoratori licenziati. Al di là dei tecnicismi il principio da difendere è che esso sia a carico dei padroni e non dei lavoratori. Tale principio, senza trascurare l’aspetto formale che il contributo sia in capo solo alle aziende, viene tutelato in ultima istanza da una congrua lotta per il salario diretto, la quale impedisce che i padroni si rifacciano su di esso per quanto concesso come salario indiretto.

Infine, il proposito di inserire tale questione in ambito contrattuale ha un altro fondamentale pregio, quello cioè di farne una questione riguardante prettamente la classe lavoratrice e non un generico sostegno interclassista e assistenziale quale è il reddito di cittadinanza.


Per l’unità d’azione

L’ultimo punto che vogliamo riportare dall’assemblea del 17 luglio è quello richiamato da uno dei delegati della GD di Bologna (1800 lavoratori; 16 delegati Usb su 36 totali della Rsu), militante del sindacalismo di base fin dal 2004 nella Rdb Cub, e dal delegato della Stefani SCM di Thiene, che si sono espressi a favore dell’unità d’azione del sindacalismo conflittuale ed hanno manifestato la loro contrarietà alla pratica di Usb di organizzare gli scioperi di categoria ed intercategoriali ignorando il resto del sindacalismo di base. Ma non sono certo gli unici fra i delegati metalmeccanici a pensarla in questo modo, anche fra quelli che non erano presenti all’assemblea, vista ad esempio l’adesione agli appelli in tal senso di delegati della Sistema Informativi di Roma, delle acciaierie ex Lucchini di Piombino, della FCA di Melfi.

Entrambi gli interventi, convintamente applauditi dalla platea, hanno trovato contraddittorio, fra i delegati, solo, in modo indiretto, da parte del compagno della Piaggio di Pontedera, il quale ha affermato che, a suo dire, tutte le altre organizzazioni sindacali di base avrebbero fallito. Tesi che, se potrebbe avere un qualche fondamento limitando lo sguardo al settore metalmeccanico, si rivela completamente falsa sul piano confederale, dove l’Usb nel complesso manifesta debolezza analoga alle altre organizzazioni sindacali conflittuali.

A rispondere in modo diretto ai due delegati è stato il coordinatore nazionale adagiandosi significativamente sugli argomenti usati dal resto della dirigenza nazionale Usb.

Innanzitutto ha riproposto la tesi congressuale, ripetuta in ogni occasione dalla dirigenza, che l’Usb non sarebbe più un sindacato di base ma un’organizzazione confederale. Tesi utile a marcare un distacco fra Usb ed il resto del sindacalismo conflittuale. Si tratta di un altro argomento atto a fare confusione, basato su una contrapposizione fasulla: infatti la definizione “di base” non implica necessariamente la negazione della qualifica di “confederale”. Semmai, e solo per una parte del sindacalismo conflittuale, quella fra organizzazione centralizzata o federale.

SSe poi si constata che per “confederalità” la dirigenza di Usb non intende una unitaria azione dei lavoratori di aziende e categorie diverse per comuni obiettivi sindacali, bensì l’utilizzo del sindacato per obiettivi politici propri dell’organizzazione partitica di cui essa fa parte, a discapito delle esigenze del movimento di lotta dei lavoratori – fra cui l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale – si capisce quanto poco valore sia da attribuire al termine “confederale”.

A seguire, il coordinatore nazionale del settore industria ha vantato una disponibilità di Usb verso l’azione unitaria – e ha persino rivendicato una pratica unitaria – inesistenti sul piano confederale ed anche su quello nazionale di categoria. Uniche eccezioni molto parziali, il caso dei ferrovieri, che nel 2016 definirono una piattaforma contrattuale unitaria insieme a Cub, Sgb e Cat, e gli aeroportuali in Alitalia.

A tal proposito ripetiamo gli esempi recenti già citati: sciopero generale intercategoriale proclamato in assoluta solitudine per il 12 aprile; sciopero nazionale del pubblico impiego del 10 maggio, anch’esso solitario.

A ciò si aggiunge la decisione assunta dal Coordinamento Nazionale Confederale riunitosi il 21 e 22 settembre di una giornata nazionale di mobilitazione per il 4 ottobre contro le ritorsioni padronali verso delegati sindacali e lavoratori: anche questa mobilitazione è stata indetta senza alcun coordinamento con altri sindacati di base; infatti significativamente il comunicato cita solo casi di delegati e lavoratori di Usb, nonostante le ritorsioni padronali sempre più frequenti colpiscano militanti di tutto il sindacalismo conflittuale.

QQuesto atteggiamento appare ancor più proditoriamente volto contro l’indirizzo dell’unità d’azione del sindacalismo conflittuale se si considera il fatto che da due mesi è in corso a Firenze un tentativo di azione unitaria proprio su tale questione e che è sfociato in un’assemblea cittadina il 26 settembre scorso a cui hanno partecipato militanti fiorentini e toscani di Usb, SI Cobas, Cub, Confederazione Cobas, opposizione in Cgil, Cobas Sanità Università Ricerca, Sgb, fra cui compagni aderenti al Coordinamento Lavoratori Autoconvocati per l’Unità della Classe – che ha sostenuto attivamente l’iniziativa – e di cui uno è intervenuto all’assemblea.

Tornando alla replica del dirigente nazionale. Dopo queste poco limpide premesse, il suo intervento è entrato nel cuore del problema, sostanzialmente scaricando la responsabilità delle mancate azioni unitarie sulle dirigenze delle altre organizzazioni sindacali di base.

Qui ricordiamo come in tutti i documenti alla cui redazione i nostri compagni negli ultimi anni hanno collaborato, volti a battersi per l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale e dei lavoratori, si è sempre affermato che la maggioranza delle organizzazioni sindacali di base sabotano questo obiettivo.

Ciò è stato ribadito anche nell’ultimo documento a firma del Coordinamento Iscritti Usb per il Sindacato di Classe, pubblicato il 23 settembre scorso ed intitolato “Sugli scioperi ‘generali’ d’autunno del sindacalismo di base”, in cui si legge: «Con la lettera aperta del 3 luglio con cui si precludeva un’azione generale unitaria col nostro sindacato, i dirigenti del SI Cobas non hanno fatto che compiere un gradito favore alla dirigenza Usb, non mettendola nella scomoda posizione di dover accettare o rifiutare un invito ad uno sciopero unitario ed offrendole invece una efficace giustificazione – “non scioperiamo con loro perché non ci vogliono” – da offrire in pasto a chi fra gli iscritti di Usb si ponesse la questione del perché il nostro sindacato non aderisce allo sciopero generale promosso da una parte del sindacalismo di base. Non si dica che questo sia un caso: è l’identico copione che ripete da almeno 3 anni! Di fatto le due dirigenze si comportano in modo speculare collaborando alla divisione del movimento operaio e del sindacalismo conflittuale».

Quanto indicato dai nostri compagni e dal gruppo di opposizione interno agli iscritti Usb è cercare di organizzare una battaglia interna all’USB per costringere la dirigenza a chiamare i nostri iscritti allo sciopero nella medesima data scelta dagli altri sindacati a prescindere dal fatto di non essere stati coinvolti nella preparazione della mobilitazione, subordinando cioè ogni altra considerazione all’unità d’azione dei lavoratori.

Il fatto che questa battaglia non abbia ancora dato risultati dimostra sul piano pratico come la dirigenza di Usb non sia affatto differente – sul terreno dell’unità d’azione – da quelle degli altri sindacati, come invece ha sostenuto il coordinatore nazionale nella premessa alla sua replica su tale questione.

CCerto diverse sue argomentazioni erano condivisibili, a cominciare dalla critica circa la ritualità dello sciopero autunnale convocato da SI Cobas, Cub ed altri. Ma, nonostante un approccio alla questione dell’unità d’azione apparentemente più disponibile rispetto a quello del resto della dirigenza di Usb, il dirigente nazionale del settore industriale non ha abbracciato l’unica indicazione pratica coerente e conseguente di chi davvero creda nell’unità d’azione del sindacalismo conflittuale e dei lavoratori, cioè quella qui indicata. Si sarebbe potuto cogliere la data del 25 ottobre per sostenere con un primo sciopero nazionale della categoria la piattaforma approvata dall’assemblea.

Ma chiamare allo sciopero i metalmeccanici insieme agli altri sindacati di base, a prescindere dal comportamento delle loro dirigenze verso l’Usb, implicherebbe uno scontro aperto col resto della dirigenza di Usb. Scontro che sarebbe quanto mai salutare per i delegati e gli iscritti di questo sindacato in quanto farebbe finalmente emergere, con la giusta forza, la questione dell’unità d’azione sindacale, quella dei metodi autoritari di gestione del sindacato della attuale dirigenza, nonché l’incoerenza e la contrarietà dei suoi progetti politici rispetto ai bisogni dello sviluppo del movimento sindacale di classe, dimostrano così il loro carattere opportunista ed anti-operaio.

 

 

 

 

 

 


Genova, lunedì 16 settembre
Insegnamenti e indicazioni dalla lotta alla New Gel

La lotta dei lavoratori della New Gel di Genova Bolzaneto, organizzatisi col SI Cobas, è ricca di insegnamenti per tutta la classe lavoratrice e per il movimento sindacale di classe.

Innanzitutto mostra la realtà di sfruttamento comune alla maggioranza dei posti di lavoro, quella di aziende medie o piccole, dove il sindacato spesso è assente o se è presente svolge la funzione di consigliere della direzione aziendale per fare più profitti sulla pelle dei lavoratori, utilizzando gli strumenti contrattuali e legali fra i tanti messi a disposizione dallo sfacelo provocato negli ultimi decenni da Cgil, Cisl e Uil e dalle successive riforme del mercato del lavoro.

Alla New Gel è stato messo in atto, da alacri funzionari della segreteria provinciale Fit Cisl, un contratto di secondo livello – valido dal maggio 2017 al maggio 2020 – che applica deroghe peggiorative rispetto al contratto nazionale, come quest’ultimo prevede, grazie a Cgil, Cisl e Uil nazionali che lo hanno firmato. Per questo contratto i lavoratori perdono centinaia di euro ogni anno, che va da sé l’azienda si ritrova fra i profitti.

In un clima sociale di debolezza della classe lavoratrice, risultato del lungo ciclo di controrivoluzione dalla seconda metà degli anni Venti del secolo scorso, la forza del ricatto padronale “io ti do il lavoro e tu devi ringraziare e sgobbare” ha efficacia e nella maggior parte delle aziende i lavoratori che alzano la testa, che si ribellano allo sfruttamento e si rivolgono a sindacati combattivi, sono molto spesso una minoranza, che il padrone cerca di schiacciare quanto prima, con l’ausilio dei sindacati di regime Cgil, Cisl, Uil.

È emblematico in tal senso non solo la condotta della Fit Cisl alla New Gel ma anche il comunicato unitario – di venerdì 13 settembre – delle segreterie provinciali (settore trasporto merci logistica) di Filt Cgil, Nit Cisl e Uil Trasporti, tutto dedicato ad attaccare i lavoratori in sciopero, il SI Cobas che li ha organizzati, a legittimare le 19 denunce contro i presenti al picchetto, comminate in virtù del decreto sicurezza, senza pronunciare una parola circa le condizioni di sfruttamento né sul vessatorio atteggiamento del padrone.

A fronte di questa situazione generale giustamente il SI Cobas da anni indica e pratica la strada dell’unità della lotta dei lavoratori al di sopra dei confini aziendali: ai picchetti davanti un’azienda cerca di far partecipare i lavoratori di altre aziende che si sono uniti al sindacato.

Naturalmente per i padroni questo è inaccettabile: sentono violato il loro sacro principio della proprietà privata: “cosa ci fanno persone estranee – che io non sfrutto nemmeno ! – a danneggiare la mia proprietà, la mia attività?”

Cgil, Cisl e Uil danno loro ragione e si nascondo dietro il formalismo della rappresentanza, cioè della conta dei tesserati, la cui maggioranza spesso è con loro. Naturalmente non possono ammettere che ciò accade non in virtù della loro opera di difesa dei lavoratori ma della loro corruzione, cioè della loro compromissione col padrone e con l’intero padronato. Alla New Gel era il padrone stesso a spingere i lavoratori ad iscriversi alla Cisl. Ed il funzionario Cisl ha nominato il delegato sindacale, senza nemmeno consultare gli iscritti, scegliendolo fra i più ruffiani in azienda.

Per i lavoratori lo sfruttamento non è una questione che possa essere affrontata azienda per azienda – come fa comodo ai padroni che sanno di aver facilmente partita vinta in questo modo – ma è una condizione dell’intera classe lavoratrice internazionale.

Nella situazione di debolezza attuale della classe lavoratrice l’unione nelle lotte è fondamentale per poter dare la necessaria forza ai lavoratori che già hanno deciso di ribellarsi e lottare, per far vincere la paura a quelli che ancora non scendono in lotta, per scavalcare i ruffiani e i sindacalisti di regime.

Per questa ragione, per la sua importanza, questo lavoro di costruzione dell’unità dei lavoratori nelle lotte non può andare in capo al solo SI Cobas ma di esso devono farsi carico tutti i lavoratori combattivi e tutti gli autentici militanti del sindacalismo di classe.

Occorre che nei sindacati di base e nei gruppi di opposizione interni alla Cgil ci si batta contro le proprie dirigenze che spingono verso un atteggiamento di indifferenza verso le lotte di lavoratori che sono organizzare da altre sigle. E ciò va fatto denunciando pubblicamente tale atteggiamento e agendo in pratica nella direzione opposta, a partire dalla partecipazione ai picchetti, fino ad arrivare a una congiunta cassa di resistenza per i lavoratori in sciopero. Occorre sedimentare ed organizzare a questo scopo una rete permanente di lavoratori combattivi e militanti del sindacalismo di classe.
 
W la lotta dei lavoratori della New Gel !

Per un fronte unico sindacale di classe !
Per la rinascita del Sindacato di Classe fuori e contro i sindacati di regime !

 

 

 

 

 

 


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Una lettera di Lenin sul rapporto fra lotta sindacale e lotta politica

Lenin il 13 ottobre 1905 scrive da Ginevra ai compagni del comitato del partito ad Odessa suggerendo una messa a punto di una loro risoluzione “sulla lotta sindacale”.
     Si noti intanto come Lenin si dilunghi pazientemente a spiegare l’aspetto teorico della questione, richiamandosi ad Engels e a quanto tre anni prima egli stesso aveva scritto nel “Che Fare?”.
     Le tre “forme principali” della lotta proletaria in Engels, sindacale, politica, teorica, sono distinte ma non opponibili l’una all’altra. Neppure, nello sviluppo della rivoluzione, l’una subentra e mette da parte l’altra. Perché abbia successo la “insurrezione armata”, “diretta dalla socialdemocrazia” (leggi, dal partito comunista), è necessario “l’ampio sviluppo di tutti gli aspetti del movimento operaio”.
     I bravi compagni di Odessa, nella polemica allora in corso sulla difficile questione, avevano estrapolato un po’ troppo la giusta denuncia e demolizione dell’“economismo”.
     E Lenin ammonisce invece che: 1) “è importante assumere fin dall’inizio il tono giusto sui sindacati”; 2) “creare in questo campo una tradizione di iniziativa socialdemocratica”; 3) “di partecipazione”; 4) “e di guida”. Ogni parola va giusta al suo posto.


Da Lenin a Natsia


Caro amico,

la risoluzione del Comitato di Odessa sulla lotta sindacale («decisioni» n. 6 o 5, non si capisce. Lettera n. 24, datata settembre 1905) mi sembra sommamente sbagliata. Secondo me, si può capire, naturalmente, col fatto che per lottare contro i menscevichi ci si è lasciati trascinare troppo avanti, ma non bisogna cadere nell’estremo opposto. E la risoluzione cade appunto nell’estremo opposto. Mi permetto pertanto di fare un esame critico della risoluzione del Comitato di Odessa e prego i compagni di discutere le mie osservazioni, che faccio senza nessuna intenzione di mettermi a cavillare.

Nella risoluzione vi sono tre parti (non numerate) di considerando e cinque parti (numerate) che costituiscono la risoluzione vera e propria. La prima parte (il punto iniziale dei considerando) è buona: assumere la «direzione di tutte le manifestazioni della lotta di classe del proletariato» e «non dimenticare mai il compito» di dirigere la lotta sindacale. Benissimo. Più avanti, il secondo punto: «in primo luogo» si pone il compito di preparare l’insurrezione armata e (terzo punto o fine dei considerando), «in virtù di questo compito, la direzione della lotta sindacale del proletariato passa inevitabilmente in secondo piano». Questo, a mio parere, teoricamente non è giusto e dal punto di vista della tattica è errato.

Teoricamente non è giusto contrapporre i due compiti come se si trattasse di cose della stessa importanza, che si trovino sullo stesso piano: «preparazione dell’insurrezione armata» e «direzione della lotta sindacale». L’uno, dite, è compito di primo piano, l’altro di secondo piano. Far questo significa confrontare e contrapporre cose di ordine diverso. L’insurrezione armata è un metodo di lotta politica di cui ci si serve in un determinato momento. La lotta sindacale e una di quelle manifestazioni costanti di tutto il movimento operaio, sempre necessarie in regime capitalistico, obbligatorie in ogni momento.

Engels, in un passo che ho citato in Che fare?, distingue tre forme principali di lotta proletaria: economica, politica, teorica, ossia sindacale, politica, teorica (scientifica, ideologica, filosofica). Come è possibile mettere sullo stesso piano una di queste forme fondamentali di lotta (sindacale) e un’altra forma che si adotta in un determinato momento? mettere sullo stesso piano tutta la lotta sindacale, intesa come «compito», e l’attuale mezzo di lotta politica, che è ben lungi dall’essere unico? È veramente una cosa assurda, è come addizionare dei decimi e dei centesimi senza ridurli al comune denominatore.

A mio parere, entrambi questi punti dei considerando (il secondo e il terzo) debbono essere eliminati. Accanto al «compito della direzione della lotta sindacale» si può mettere soltanto il compito di dirigere tutta la lotta politica in generale, il compito di condurre la lotta ideologica in generale e nel suo complesso e non questi o quei compiti parziali, circoscritti, attuali della lotta politica e ideologica. Bisognerebbe sostituire questi due punti, rilevando la necessità di non dimenticare nemmeno per un momento la lotta politica, l’educazione della classe operaia all’idea della socialdemocrazia in tutta la sua ampiezza, la necessità di tendere a creare un legame stretto e indissolubile fra tutte le manifestazioni del movimento operaio per dar vita a un movimento organico, veramente socialdemocratico. Al secondo punto dei considerando potrebbe starci questa osservazione. Al terzo, la costatazione della necessità di mettere in guardia contro una concezione e un’impostazione grette della lotta sindacale come quelle messe in giro dalla borghesia.

Naturalmente con questo non voglio proporre un progetto di risoluzione, né sollevare la questione se convenga o no parlarne in particolare; per ora non faccio altro che esaminare quale espressione del vostro pensiero sarebbe teoricamente giusta.

Dal punto di vista tattico, nella sua forma attuale la risoluzione presenta i compiti dell’insurrezione armata in modo molto infelice. L’insurrezione armata è il mezzo supremo della lotta politica. Perché abbia successo dal punto di vista del proletariato, cioè perché l’insurrezione proletaria e diretta dalla socialdemocrazia, e non da altri, sia coronata dal successo, è necessario sviluppare ampiamente tutti gli aspetti del movimento operaio. Perciò è arcierrata l’idea di contrapporre il compito dell’insurrezione al compito della direzione della lotta sindacale. In questo modo si svilisce, si sminuzza il compito dell’insurrezione. Invece di porre il compito dell’insurrezione come conclusione e coronamento di tutto il movimento operaio in complesso, in un certo modo lo si isola.

Mi pare che si mescolino due cose: una risoluzione sulla lotta sindacale in generale (la risoluzione del Comitato di Odessa è scritta su questo tema) e una risoluzione sulla distribuzione delle forze nel lavoro attuale del Comitato di Odessa (su questo argomento devia la vostra risoluzione, e questo è assolutamente, assolutamente un’altra cosa).

Passo ai punti numerati della risoluzione vera e propria.

Ad I. «Disperdere le illusioni» «cui danno origine i sindacati»... questo potrebbe anche andare, ma sarebbe meglio toglierlo. In primo luogo, dovrebbe far parte dei considerando, dove si sarebbe dovuto indicare l’indissolubile legame fra tutti gli aspetti del movimento. In secondo luogo, non si dice di quali illusioni si tratti. Se lo si vuol lasciare, bisognerebbe aggiungere: le illusioni borghesi sulla possibilità di soddisfare i bisogni della classe operaia nella società capitalistica.

... «sottolineando fortemente la loro (dei sindacati?) limitatezza rispetto agli scopi finali del movimento operaio». Ne deriva che tutti i sindacati sono «limitati». E i sindacati socialdemocratici, legati all’organizzazione politica del proletariato? Il nocciolo della questione non sta nel fatto che i sindacati siano «limitati», ma nel fatto che bisogna legare agli altri questo aspetto del movimento (limitato perché appunto è un solo aspetto). Di conseguenza o cancellare o affermare di nuovo la necessità di creare e di rafforzare il legame di un aspetto con tutti gli altri, di impregnare i sindacati di contenuto socialdemocratico, di propaganda socialdemocratica, di tendere tutte le forze nel lavoro socialdemocratico, ecc.

Ad II. Va bene.

Ad III. Per le ragioni accennate, non è giusto contrapporre al compito dei sindacati l’«essenzialissimo e primissimo compito» dell’insurrezione armata. Non vi è ragione di parlare dell’insurrezione armata nella risoluzione sulla lotta sindacale, perché la prima è il mezzo per giungere a quell’«abbattimento dell’autocrazia zarista» di cui parla il punto II. I sindacati potrebbero ampliare la base da cui attingiamo le forze per l’insurrezione, e, ripeto, contrapporre gli uni all’altra è errato.

Ad IV. «Condurre un’energica lotta ideologica contro la cosiddetta minoranza» che ritorna all’«economismo» «nelle questioni riguardanti i sindacati». In generale non è forse troppo per una risoluzione del Comitato di Odessa? Non sembra un’esagerazione? Infatti nella stampa non è mai apparsa alcuna critica di nessuna risoluzione di tutti i menscevichi sui «sindacati». Si è solo accennato al fatto che i liberali li lodano per la tendenza a occuparsi di questo problema con un’applicazione che supera persino le loro capacità. Ma di qui si può solo trarre una conclusione: che dobbiamo applicarci «secondo le nostre capacità», ma che dobbiamo immancabilmente applicarci. A mio parere questo punto o va tolto del tutto, e ci si deve limitare a mettere in guardia contro la grettezza e ad accennare alla lotta contro le tendenze della borghesia e dei liberali a snaturare i compiti dei sindacati, o va formulato a parte in relazione con qualche determinata risoluzione dei menscevichi (di risoluzioni di questo genere oggi non ne conosco; può darsi che ne sia apparsa qualcuna alla Akimov da voi, nel sud).

Ad V. Si tratta di questo. Le parole «e se è possibile, direzione», le sostituirei con «e direzione». Noi facciamo tutto «se è possibile». Mettere queste parole qui e soltanto qui provocherebbe un’interpretazione errata, come se la direzione fosse qui per noi cosa secondaria, ecc.

Secondo me, in generale, bisogna evitare di esagerare la lotta contro i menscevichi in questa questione. Proprio adesso, presto probabilmente, cominceranno a sorgere dei sindacati. Non bisogna tenersi in disparte, e meno ancora dar motivo di pensare che occorra tenersi in disparte, ma cercare di partecipare, di influire, ecc. Vi è infatti uno strato particolare di operai, anziani e con famiglia, che oggi danno molto poco alla lotta politica, ma molto a quella sindacale. Bisogna utilizzare questo strato, limitandosi a dirigerlo in questo campo. Per la socialdemocrazia russa è importante assumere fin dall’inizio il tono giusto sui sindacati, creare subito in questo campo una tradizione di iniziativa socialdemocratica, di partecipazione, di guida socialdemocratica. Naturalmente, in pratica le forze risulteranno forse insufficienti, ma questa è già un’altra questione, e si può anche affermare che, se si sapranno sfruttare tutte le diverse forze, se ne troveranno sempre anche per i sindacati. Avete ben trovato le forze per scrivere la risoluzione sui sindacati, cioè per dirigerli ideologicamente; e qui sta il punto!

Una stretta di mano con la preghiera di scrivermi due righe dicendomi se avete ricevuto questa lettera e che cosa ne pensate.

Vostro Lenin N.

 

 

 

 

 

 


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A cento anni dall’assalto al cielo dei comunisti in Germania

Nella nostra analisi dei critici eventi e dei movimenti proletari in Germania dal 1918 al 1923, il nostro partito ha rilevato una serie di errori teorici e tattici commessi dalla direzione comunista in quegli anni cruciali. Affermiamo subito che ciò non va a sminuire il generoso immolarsi di quei proletari nel fuoco della rivoluzione, né è in alcun modo un misconoscere l’onore di tutta la classe operaia tedesca, né attribuisce una qualche “colpa” a singoli individui che si sono trovati alla testa degli organi politici e sindacali del proletariato tedesco.

Né siamo così poco materialisti da affermare che, se il movimento comunista in Germania avesse adottato la tattica giusta, la vittoria sarebbe stata assicurata. Fu la situazione oggettiva, sia in Germania sia internazionale, a rendere troppo ardua la vittoria, forse impossibile.

Né la nostra critica deve essere interpretata nel senso che noi ignoriamo tutto quanto vi fu di meritorio nel movimento rivoluzionario in Germania.

Tuttavia è di vitale importanza comprendere i limiti e i difetti del movimento, sia sul piano dei principi sia nella pratica dell’azione – ancora una volta, per date ragioni materiali, chiaramente identificate nei nostri testi.

La più onerosa di queste circostanze oggettive era la presa del Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD) sulla classe lavoratrice in generale e anche sui suoi rappresentanti più avanzati e combattivi, compresa la direzione del giovane Partito Comunista Tedesco (KPD): quella tradizione gravava pesantemente sulla classe lavoratrice, sia sui dirigenti sia sulla base operaia.

Non sorprende: l’SPD era stato il più grande partito politico del mondo, il partito della classe lavoratrice tedesca dal 1875, era sopravvissuto alle leggi antisocialiste di Bismarck, era stato a fondamento della Seconda Internazionale.

Eppure allo scoppio della Prima Guerra mondiale si dimostrò un organo assoggettato allo Stato borghese, inestricabilmente legato al destino dell’imperialismo tedesco.

In retrospettiva, oggi, è facile vedere che la degenerazione dell’SPD avrebbe inevitabilmente portato all’abbandono dell’internazionalismo proletario. Ma al momento si presentò come un tradimento improvviso. Quando Lenin ebbe in mano la copia di Vorwärts, il giornale dell’SPD, che proclamava il sostegno attivo del partito alla guerra, si rifiutò perfino di crederci, convinto che fosse un falso dello stato maggiore tedesco.

Non fu il solo ad essere ingannato. La clamorosa dissonanza cognitiva della sinistra socialista nell’agosto del 1914 – non solo in Germania, ma in tutti i paesi – si rappresenta in due delle espressioni più significative di Rosa Luxemburg: «Dopo il 4 agosto 1914, la Socialdemocrazia non è altro che un nauseante cadavere», dichiarò giustamente; tuttavia «Meglio il peggior partito della classe operaia che nessun partito»: la Socialdemocrazia invece non era più un partito per la classe operaia. La riluttanza della frazione d’opposizione guidata da Luxemburg, Liebknecht e Jogiches, i Socialisti Internazionali, in seguito Spartachisti, a rompere con l’SPD, o con il sinistrorso Partito Socialdemocratico Indipendente (USPD), perché “lì sono le masse”, era un grave errore, che mal li preparava a quando il proletariato tedesco alla fine “si risvegliò dal suo miraggio”, come la stessa Luxemburg aveva previsto nel suo opuscolo “Junius”.

Il desiderio di “andare alle masse” era un errore teorico e tattico che avrebbe svigorito il movimento proletario durante il periodo bellico e postbellico.

«Fino dai primi giorni dell’insurrezione, quando particolarmente i soldati ed i marinai rispondevano agli appelli degli spartachisti, quando nelle strade di Berlino sembrava che si dovessero decidere le sorti della rivoluzione tedesca, la socialdemocrazia sia maggioritaria che indipendente si moltiplicava per annichilire lo slancio irrompente delle masse, si metteva a completa disposizione “della patria in pericolo” [arrivò a sollevare i timori di un’invasione francese], presentando gli insorti come dei “selvaggi”, mobilizzando tutte le forze per impedire l’estensione del movimento in un primo tempo, mettendosi poi alla direzione del massacro del giovane partito comunista» (“Prometeo”, 1933).

È ben noto il ruolo dell’SPD in questo annientamento del movimento rivoluzionario. Meno noto è il ruolo degli Indipendenti, che si sono sempre atteggiati ad amici del proletariato rivoluzionario, solo per poi abbandonarlo: «The Devil hath power / To assume a pleasing shape» (Amleto). In tutti i momenti decisivi, quando esistevano tutte le condizioni per l’assalto al potere, l’USPD, disorientando le masse, predisponeva le armi migliori per la difesa del regime borghese; gli Scheidemann e i Noske furono solo chiamati a completare questa opera traditrice in nome della classe operaia.

La selvaggia decapitazione del movimento comunista che seguì nei tragici giorni di metà gennaio a Berlino segna un momento chiave nell’annientamento del movimento proletario. Ma, nonostante il triste effetto della sconfitta, questo primo battesimo del fuoco del giovane Partito Comunista nella lotta armata, e la dimostrazione del ruolo della Socialdemocrazia come cane da guardia del regime capitalista determinarono l’orientamento di grandi strati della classe operaia verso il comunismo, verso la rivoluzione russa. Milioni di proletari tedeschi furono conquistati al comunismo rivoluzionario.

Ciononostante, man mano che si svolgevano gli eventi successivi, ogni positivo sviluppo era presto seguito da un errore. Ogni passo avanti si risolveva in un passo indietro.

– I consigli dei lavoratori furono rapidamente formati e conquistarono il potere in molte città e regioni tedesche; ma trascurarono il problema della presa del potere a livello nazionale e si svuotarono di ogni contenuto politico. Molti dei comunisti di sinistra videro nei “consigli operai” solo un feticcio organizzativo, trascurando le questioni centrali del potere politico e dell’armamento del proletariato.

– Il Partito Comunista Tedesco si costituì, finalmente, nel gennaio del 1919, con un programma fondamentalmente corretto; ma era totalmente impreparato al combattimento, tanto che non riuscì a proteggere i suoi capi migliori, in particolare Liebknecht, Luxemburg e Jogiches, assassinati poco dopo.

– Milioni di giovani operai, soldati e marinai accorrevano al nuovo partito; ma, frustrati dalle esitazioni e dalle ambiguità dei capi di destra e centristi come Levi, dall’esclusione della sinistra comunista al truccato congresso di Heidelberg del 1919, dalla fusione con l’ala sinistra dell’USPD e dall’adesione al parlamentarismo, la maggior parte dei militanti (specialmente nel Nord, inclusa Berlino) lo abbandonarono per unirsi al Partito Comunista dei Lavoratori (KAPD).

– Il putsch di Kapp del 1920 fu fermato da uno sciopero generale (forse lo sciopero generale più efficace della storia) e dalla lotta armata spontanea del proletariato; ma il KPD cedette l’iniziativa ai riformisti, i cui obiettivi erano limitati alla “difesa della Repubblica”, una delle prime manifestazioni di proto-antifascismo.

– Nella Ruhr e in parti della Sassonia, la classe operaia si armò e andò all’offensiva in risposta al putsch di Kapp; ma il KPD non espresse una direzione accentrata e decisa, e dove era nella coalizione (o in “opposizione leale”) nei regionali “governi dei lavoratori”, impedì attivamente agli operai di armarsi meglio.

– C’era stato un rapido montare di combattivo sindacalismo operaio nelle Unionen; ma, sotto l’influenza dell’anarco-sindacalismo, esso spesso (anche se non sempre) respinse la necessità di un’azione politica (per esempio, l’AAUD, sotto la direzione di Otto Rühle, compromise l’insurrezione del marzo 1921).

– Il Partito Comunista Unito, il VKPD, con gran giubilo del KAPD, approvò la risoluzione per la presa del potere nel marzo del ‘21; ma quando si mosse in tal senso la rivoluzionaria Armata Rossa, la direzione la tenne ferma ad aspettare finché, dopo la inevitabile sconfitta, migliaia di guardie rosse furono giustiziate o gettate in prigione.

– Le stesse Guardie Rosse avevano suscitato le speranze di tutti i rivoluzionari; ma non riuscirono a ottenere un sostegno effettivo dagli operai delle industrie, rimasti, sconsideratamente, chiusi nelle fabbriche.

– Il KAPD assunse alcune delle posizioni che appaiono vicine a quelle della Sinistra; ma, mancando di una direzione ferma e sperimentata, presto si spezzò in numerose fazioni che abbracciavano posizioni non marxiste (operaismo, anti-intellettualismo, consiglismo, terrorismo, nazional-bolscevismo...)

– La classe operaia rivoluzionaria fece un’eroica “ultima resistenza” nel 1923, principalmente ad Amburgo; ma «la preparazione militare del partito, iniziata a velocità febbrile, non rifletteva la sua attività politica, che era stata portata avanti nel precedente tempo di pace; le masse non comprendevano il partito e non riuscivano a seguirlo» (Trotzki). La nuova direzione ipocritamente attribuì la colpa allo “spontaneismo ereditato dalla Luxemburg”.


I fattori esterni

C’erano altri fattori in azione.

La Terza Internazionale, costretta tra le necessità di promuovere la rivoluzione mondiale e di sostenere l’embrionale Stato socialista in Russia, non era in grado di inviare che segnali contrastanti, consigli contraddittori e poca assistenza materiale. Data l’estrema debolezza del partito comunista tedesco, pure il testo di Lenin “L’estremismo malattia infantile del comunismo”, produsse disorientamento tra i comunisti tedeschi ed ulteriori scissioni.

In seguito alle azioni del 1920, 1921 e 1923, decine di migliaia dei migliori militanti rivoluzionari furono condannati a lunghe pene detentive. Molte delle energie del KPD si volsero a perorare la loro scarcerazione. Ciò a sua volta accelerò il processo di integrazione del KPD nel quadro della borghese Repubblica di Weimar, dei suoi tribunali, delle varie commissioni parlamentari, delle lobby e dei gruppi di pressione ecc. Quando questi militanti furono rilasciati (molti di loro nel 1928) il KPD era già completamente stalinizzato. I comunisti che tornavano al KPD erano posti davanti alla scelta: accettare la nuova disciplina di partito o assumersene le conseguenze: Max Hölz, capo dell’insurrezione nella Germania centrale, fu spedito a Mosca e giustiziato nella purga anti-tedesca dei primi anni Trenta.

La sconfitta del proletariato tedesco si è infine riflessa nella sconfitta di una serie di rivoluzioni avviate in vari paesi.


Il culto borghese per i rivoluzionari morti

In altra occasione abbiamo chiamato “tragedia” gli eventi che si sono verificati in Germania dal 1918 al 1923. Ma nel senso shakespeariano, il protagonista, il nostro protagonista, il proletariato tedesco, intraprese una eroica e mirabile lotta, ma fu abbattuto da una combinazione di propri difetti e di forze al di fuori del suo controllo.

Non a caso la controrivoluzione, fisica e ideale, che seguì in Germania fu più brutale e devastante che altrove. Ernst Thälmann, il capo del KPD nel 1925, ben presto perfezionò l’arte stalinista di esprimersi in un linguaggio pseudo-rivoluzionario – erroneamente interpretato dai trotzkisti come “ultra-sinistro” – per denunciare i nostri grandi compagni tedeschi. Thälmann richiese la «più acuta lotta contro i resti del luxemburghismo», una «piattaforma teorica di indirizzi controrivoluzionari».

Nella Germania divisa del post 1945, l’eredità di Rosa Luxemburg fu ulteriormente oltraggiata su entrambi i lati del Muro di Berlino. Walter Ulbricht, presidente del Partito Socialista di Unità (SED), definì Rosa Luxemburg “una mutazione della socialdemocrazia”. La sua “Dialettica della spontaneità e organizzazione”, criticata da Lenin nel “Che fare?” per quelli che considera i suoi errori tattici, è tolta dal contesto della lotta contro il revisionismo e liquidata in un modo che Lenin mai intendeva.

Rosa Luxemburg sempre credette nella necessità del partito politico e nel 1918 lei e Liebknecht fondarono il primo Partito Comunista fuori di Russia.

Più tardi, poiché la DDR aveva bisogno delle sue icone, Liebknecht e Luxemburg sono stati idolatrati come martiri; e lo sono ancora da parte del Partito della Sinistra tedesca (“Die Linke”), il cui principale centro di ricerca politica, che tira fuori miserabili documenti peroranti il “capitalismo verde”, si chiama “Fondazione Rosa Luxemburg”. Ancora più nauseante è che Rosa Luxemburg sia stata fatta propria da vari liberali, “socialisti democratici”, libertari e pensatori new age. La borghesia adora i rivoluzionari morti.

A dare il via a questa tendenza fu Paul Levi. Levi lasciò il KPD dopo essersi allineato con la frazione Serrati al Congresso di Livorno nel 1921, si unì all’USPD, poi all’SPD nel 1922. In quell’anno pensò bene di ripubblicare solo gli scritti nei quali Rosa aveva dissentito da Lenin. Un adirato Lenin sbottò: “pubblicate tutto!”, accusando Paul Levi di voler con questo entrare nelle grazie della borghesia e del suo nuovo partito (cioè vecchio!): «Risponderemo citando un proverbio russo: “Le aquile a volte volano all’altezza delle galline, ma le galline non voleranno mai all’altezza delle aquile”. Nonostante i suoi errori Rosa era e rimane per noi un’aquila. E non solo i comunisti di tutto il mondo la ricorderanno con grande affetto, ma la sua biografia e le sue Opere Complete serviranno come un manuale utile a formare generazioni e generazioni di comunisti in tutto il mondo».

L’altra corrente di sinistra che avrebbe potuto emergere con una certa efficacia era all’interno del KAPD. Sin dall’inizio la Sinistra italiana aveva criticato le “tendenze libertarie e sindacaliste” del KAPD. Ma questa critica non impedì a “Il Soviet” di riconoscere la combattività mostrata dal KAPD durante il putsch di Kapp, contrapposta alla passività del KPD:

«In gran parte vive e si agita nel nuovo partito una maggiore decisione rivoluzionaria e una più larga attività tra le masse; e i suoi seguaci sono quegli operai che sono insofferenti di certi momenti di transigenza del vecchio partito comunista, e della sua conversione al parlamentarismo che lo avvicina agli indipendenti, i quali si avvalgono della sua tattica per valorizzarsi di fronte al proletariato tedesco e alla Internazionale» (“La situazione in Germania e il movimento comunista”, Il Soviet 11 luglio ‘20).

Inizialmente la nostra speranza era di vedere il KAPD reintegrarsi nel KPD e ritenevamo che il pericolo maggiore (come in Italia con Serrati) derivasse dall’opportunismo della sinistra USPD. Ma in Germania come in Italia (e altrove) l’Internazionale spingeva per la fusione dei comunisti con i socialdemocratici di sinistra per creare un “partito di massa” – in Germania, il Partito Comunista Unito (VKPD). Questo si rivelò disastroso. I comunisti non giudicano la forza di un partito dal numero di tessere che rilascia. Ma l’indirizzo del Comintern era di “andare dove sono le masse”.

Il problema fondamentale con il KAPD, tuttavia, e la causa della sua disintegrazione faziosa, risiede proprio nelle sue origini: aveva riunito varie correnti con in comune solo il disgusto per il centrismo e per l’opportunismo del KPD. Attirava i migliori militanti, ma i suoi programmi erano inevitabilmente un guazzabuglio. Una volta rifluita la marea rivoluzionaria, tutte le sue correnti si dispersero, una per una. Dopo che il KAPD tagliò i suoi legami con la Terza Internazionale il confronto tra la Sinistra italiana e i comunisti, non solo in Germania, ma anche in Inghilterra, nei Paesi Bassi e in Bulgaria, divenne impossibile: e andranno sempre più ad allontanarsi.


“Ero, sono, sarò”

Quello di Germania rimane ad oggi il solo ed unico tentativo di rivoluzione comunista compiuto dal proletariato di un paese moderno, altamente industrializzato e dotato di un sistema politico democratico costituzionale.

Nonostante tutti i numerosi errori dei nostri “infantili” compagni comunisti, la sconfitta tedesca rimane una potente lezione per il partito della classe operaia di oggi e di domani. Il proletariato comunista tedesco e internazionale deve rivendicare la sua storia, quelle esperienze degli operai rivoluzionari nella loro guerra di classe, deve proteggerla dai recensori ufficiali e dagli agiografi della borghesia.

Ciò fornirà un’arma essenziale all’arsenale dottrinario della classe operaia, anche tedesca, quando ancora una volta risorgerà dal suo torpore, come un giorno non potrà non essere.

Le conferme tratte dagli eventi in Germania dal 1918 al 1923 hanno avuto un ruolo non secondario nella formulazione del programma del nostro Partito Comunista Internazionale, in una continuità storica ben espressa dalle parole di Rosa Luxemburg “Ero, sono, sarò”.

Gli ideologi di tutto lo spettro politico borghese hanno fatto del loro meglio per soffocare questo grido. Noi lo riprendiamo. Solo così debbono essere ricordati i rivoluzionari tedeschi. Solo così i morti di ieri risorgeranno per ispirare i rivoluzionari di domani: “noi moriremo forse, ma il nostro programma vivrà!”.

 

 

 

 

 

 


Il “socialismo” venezuelano uccide e mette in carcere gli operai

Il Venezuela di oggi, travolto dalla generale crisi del capitalismo, mostra contro il proletariato il volto spietato della borghesia.

Nel carcere di Rodeo II il “socialista” governo bolivariano ha dal 2011 rinchiuso il lavoratore Rodney Alvarez, operaio dell’Orinoco Ferrominera. Questo, dopo otto lunghi anni non è stato ancora processato per una falsa accusa della Procura della Repubblica di un omicidio che non ha commesso. E la Procura, il tribunale e il governo di Anzoategui sanno bene chi è il vero assassino.

Il governo dello Stato di Anzoategui, che nel 2011 era diretto dal generale Carlos Rangel Gomez, è oggi il promotore delle accuse mosse a Rodney. È lo stesso governatore che nel 2009 aveva ordinato la repressione di una manifestazione di lavoratori della compagnia Mitsubitshi nella quale furono uccisi a fucilate i lavoratori Pedro Suàrez e Josè Marcano.

Altra connivenza di classe: il presidente della Corte superiore di giustizia, Maikel Moreno, fu coinvolto nell’uccisione di un lavoratore a Ciudad Bolìvar nel 1987, nonché di un giovane il 4 maggio 1989, quattro mesi dopo il Caracazo. All’epoca Maikel Moreno era membro della polizia politica DISIP, oggi SEBIN. Gli assassini ieri degli operai sono quelli che oggi li perseguono nei tribunali.

Rodney è stato torturato, trasferito in prigioni ad alto rischio dove ha subito tre attentati alla vita, è stato picchiato dai suoi carcerieri e ha perso una mano. Gli hanno rimandato il processo per otto anni; i compagni che hanno testimoniato a suo favore sono stati arrestati, gli hanno impedito di vedere i parenti e altre prevaricazioni.

La storia di Rodney Alvarez riflette la dura realtà dei lavoratori che in Venezuela si battono per migliorare le loro condizioni. Nel solo 2016 ci sono stati più di 2.000 processi nei tribunali contro operai il cui unico crimine era aver alzato la bandiera della lotta di classe. Ai processi ordinari si aggiungono una serie di sommari processi militari contro dirigenti sindacali e lavoratori. Non a caso nel Venezuela del “socialismo del XXI secolo” si sono costruite almeno tre nuove “prigioni modello”.

Al Ministero del Lavoro già nel 2015 erano registrati 8.000 casi di licenziamento di lavoratori a causa della loro partecipazione a lotte per il miglioramento dei salari.

Questa è la triste realtà del proletariato in America Latina e, domani, nel mondo, se non vi si opporrà con la forza della sua organizzazione e della sua lotta.

Ecco perché Rodney denuncia che il suo non è un caso di giustizia penale ma un processo politico di classe.

 

 

 

 


Lettera dall’Ulster

All’inizio del 2017 si venne a sapere che i finanziamenti statali volti a favorire i proprietari di negozi che adeguavano il tipo di riscaldamento alle risorse rinnovabili, erano costati quasi 500 milioni di sterline. Questo perché quanto veniva pagato era maggiore del costo dell’energia, quindi quei borghesi potevano guadagnarci semplicemente riscaldando la casa. La frode nel sistema era nota fin dall’aprile 2015, ma è stata da allora tenuta nascosta dal Partito Democratico Unionista, che l’aveva escogitata, fino al gennaio 2017.

Lo scandalo che ne è seguito ha travolto il parlamento dello Stormont, che dal 1998, in base all’accordo del Venerdì Santo, richiede l’appoggio di entrambi i principali partiti nazionalista e unionista, il Democratic Unionist Party (DUP) e il Sinn Féin. Quest’ultimo ha colto l’occasione per cercare di far passare alcune delle sue richieste politiche, che erano e rimangono inaccettabili per gli unionisti, come quella sull’uso della lingua irlandese e la legalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Da allora la situazione rimane di stallo fra le due parti.

Come sempre a far le spese delle contese inter-borghesi sono i lavoratori. Per esempio a Londonderry, una delle città nelle condizioni peggiori del Regno Unito, dal 2009 il tasso di occupazione ha oscillato intorno al 50%. I quartieri peggiori sono quelli tradizionalmente abitati dalla classe operaia cattolica, come Creggan e Bogside. Da questi quartieri si tengono alla larga le forze di polizia protestanti del Police Service of Northern Ireland (che hanno sostituito le Royal Ulster Constabulary, avendo gli accordi di pace cercato di creare una polizia “neutrale”), e sono controllate per lo più dalle varie organizzazioni paramilitari sopravvissute all’accordo del Venerdì Santo.

Queste organizzazioni paramilitari che ancora rimangono, come l’Ulster Defence Association, l’Ulster Volunter Forces, pro-protestanti, e la “Nuova” IRA, sono in gran parte gang criminali, impegnate in estorsioni e agiscono come brutali forze di polizia nelle aree abitate dalla classe operaia. Una pratica comune è “stroncare le ginocchia”: a spacciatori e ad altri delinquentelli, portati in luoghi appartati, gli si spara alle ginocchia. Spesso sono costretti ad assistere i parenti e gli altri membri della comunità, terrorizzati e minacciati. Queste organizzazioni paramilitari hanno visto un aumento del reclutamento negli ultimi anni, via via che il fallimento dello Stato borghese diventava sempre più evidente.

Le infinite discussioni sulla Brexit hanno bloccato il parlamento di Londra, che non riesce a controllare la questione. Comunque il DUP, l’appoggio del quale è necessario ai Tory a Westminster, vi si opporrebbe con forza. Oltre a ciò, la possibilità di un “hard border”, un confine chiuso con l’Eire, ha contribuito al riemergere dell’attività paramilitare dei repubblicani.

Questi paramilitari, anche più dei sindacati collaborazionisti, rappresentano una grande minaccia per le organizzazioni operaie dell’Irlanda del Nord, poiché tolgono forza alla classe operaia e reindirizzano la combattività della classe contro parti della stessa classe piuttosto che contro la borghesia. Sostituiscono la lotta in difesa della classe lavoratrice con quella per la comunità nazionale irlandese.

 

 

 

 

 

 


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Il corso del capitalismo mondiale
Rapporto alla riunione di Genova, 25 maggio 2019


Medicastri all’opera

Dal 1975 il grande ciclo postbellico di espansione del capitalismo mondiale, specialmente nei maggiori centri imperialisti, è terminato. Nei 30 anni dal 1945 al 1975 il capitalismo mondiale non ha quasi mai avuto crisi di sovrapproduzione, o almeno queste sono rimaste confinate in quei paesi che, come l’Inghilterra e gli Stati Uniti, non hanno subìto le massicce distruzioni causate dalla Seconda Guerra Mondiale. Per gli altri Paesi quelle distruzioni hanno portato a un ringiovanimento della composizione organica del capitale e le crisi non sono andate oltre il quadro regionale, o addirittura meno, e in ogni caso nessuna di esse si è estesa a scala internazionale.

Ma dal 1975, in un ciclo lungo da 7 a 10 anni, come ai tempi di Marx, il capitalismo ha conosciuto dopo ogni fase di crescita una crisi internazionale di sovrapproduzione. Il commercio internazionale e nazionale si è contratto bruscamente, i fallimenti delle imprese commerciali si sono moltiplicati con i mercati nazionali e internazionali congestionati da merci che hanno difficoltà ad essere vendute. I fallimenti hanno portato alla disoccupazione e alle ristrutturazioni delle imprese.

Quando i crediti inesigibili si accumulano, anche le banche falliscono, i prezzi delle obbligazioni e delle azioni calano, il capitale entra in una spirale deflazionistica.

In un primo tempo la crisi può rimanere nascosta, silente, fino ad una improvvisa caduta del mercato azionario o al fallimento di grandi istituti finanziari. Oppure la crisi può avere come punto di partenza un aumento improvviso dei prezzi delle materie prime a seguito di una forte domanda per la speculazione, rivelando una latente crisi di sovrapproduzione.

Mentre le imprese si ristrutturavano e licenziavano, gli Stati imperialisti reagivano da un lato con misure keynesiane di sostegno all’accumulazione con importanti opere pubbliche per rilanciare l’accumulazione, dall’altro lato approfittavano della disoccupazione strutturale per de-indicizzare i salari rispetto all’inflazione e ricorrevano all’uso della manodopera straniera per ridurre i salari e aumentare il saggio di profitto.

Quando queste misure si sono rivelate insufficienti a risolvere la crisi e a far risalire il saggio di profitto, il che avrebbe permesso un ritorno a una crescita sostenuta come durante il “Trentennio glorioso” (ma poggiante sul massacro della Seconda Guerra mondiale con i suoi 50 milioni di morti), sono passati al “neoliberismo” e alla “globalizzazione”, vale a dire, allo smantellamento dello Stato sociale, alla privatizzazione dei servizi pubblici e alla deregolamentazione in tutte le direzioni, con l’obbiettivo di favorire una migliore circolazione dei capitali.

Intanto la borghesia degli Stati imperialisti, nella sua essenza schiavista, ha investito dove il tasso di profitto è più alto, avendo bene a disposizione, oltre al proletariato della metropoli, quello dei paesi più arretrati, che costa di meno, non gode di alcuna protezione sociale e chiede solo di lavorare. Il risultato è stato una speculazione frenetica, un precipitarsi nei debiti e un’organizzazione sistematica delle sotto-forniture trasferendo le società non abbastanza redditizie e che richiedono una grande quantità di forza lavoro.

La Germania ha approfittato della manodopera qualificata e a basso prezzo dei paesi vicini, la Polonia, la Cecoslovacchia, l’Ungheria, ecc., soprattutto perché il costo del trasporto su strada è basso – le spese della manutenzione della rete stradale sono a carico del contribuente – e perché questi paesi si trovano vicini alle sue frontiere orientali. Il capitalismo tedesco ha riservato alle sue aziende solo l’assemblaggio finale del prodotto. Questo, insieme alla “riforma” di Schröder, è stata la base della relativa prosperità del capitalismo tedesco negli ultimi anni. Il capitalismo francese ha fatto lo stesso con la Spagna, il Nord Africa e la Turchia, ma ha trasferito anche intere industrie: la Francia oggi produce più auto al di fuori che entro i suoi confini. Tanto che la sua bilancia commerciale è in uno strutturale deficit cronico dagli anni 2000. Nel 2018 le grandi società francesi hanno aumentato significativamente i loro investimenti, ma 3/4 di questi sono stati destinati all’estero. Gli Stati Uniti stanno facendo la stessa cosa con la Cina e con il Messico, ugualmente il Giappone ha trasferito una parte della sua produzione in Cina e in altri paesi del sud-est asiatico.

Per questo oggi la fabbricazione di un dato prodotto richiede molti viaggi di andata e ritorno tra paesi diversi, il che si traduce in un ingannevole aumento degli scambi. Secondo l’Organizzazione Mondiale del Commercio la quota di questi semilavorati già nel 2008 rappresentava il 40% degli scambi mondiali.

Queste misure hanno permesso al capitalismo mondiale di sostenere il saggio del profitto e di guadagnare tempo. Ma soprattutto, come è stato mostrato nei precedenti capitoli, è lo sviluppo del capitalismo nel sud-est asiatico e principalmente in Cina che ha contribuito a forzare il tasso medio del profitto su scala globale facendo così guadagnare almeno trent’anni di sopravvivenza al capitalismo.

Tuttavia questi interventi e lo sviluppo in Asia non hanno impedito le crisi di sovrapproduzione. Dal 1973 si sono susseguite ben cinque recessioni globali, la peggiore delle quali è stata quella del 2008-2009. Ciclo dopo ciclo la situazione è peggiorata: la crescita industriale, quindi la creazione di ricchezza, progressivamente rallenta e l’indebitamento pubblico e privato – società industriali, commerciali e finanziarie e famiglie – diventa vertiginoso. Secondo Standard & Poor’s il peso del debito mondiale sarebbe aumentato del 50% dalla crisi finanziaria; secondo il FMI nel 2017 avrebbe raggiunto 184.000 miliardi di dollari, cioè il 225% del PIL globale! Due terzi di questo è a carico del settore privato. I più indebitati sono i principali paesi industrializzati: gli Stati Uniti, la Cina e il Giappone, ancora secondo il FMI, insieme assommano oltre la metà del debito mondiale, superando così la loro quota nella produzione mondiale. Nella sola Cina si concentrano i 3/4 dell’incremento del debito privato dal 2007. La tabella seguente mostra il peso assoluto e relativo del debito dei principali paesi imperialisti.

A causa dei diversi metodi di calcolo delle varie istituzioni il tasso di indebitamento dei singoli paesi e l’indebitamento globale alla scala mondiale che ne risulta varia sensibilmente. Secondo lo Institute of International Finance, che rappresenta più di 500 istituti bancari e finanziari nel mondo, il debito mondiale ammonterebbe nel 2017 a 237 migliaia di miliardi di dollari, più di tre volte il PIL mondiale. Il FMI non spiega la differenza dei suoi calcoli rispetto a quelli dello IIF.

Debito lordo in % sul PIL
Anno 2017
Miliardi di dollari, Fonte FMI
  Debito PIL %
Giappone 19.248 4.873 395%
Francia 7.479 2.588 289%
Regno Unito 6.753 2.628 257%
USA 49.881 19.485 256%
Cina 30.518 12.015 254%
Italia 4.769 1.939 246%
Germania 6.328 3.701 171%
Brasile 3.144 2.055 153%
India 3.278 2.602 126%
Russia 1.325 1.578 84%
Mentre l’impoverimento e la precarietà della vita della gran parte della popolazione mondiale aumentano si ingigantisce la speculazione, sui titoli e sugli immobili.

La tabella mostra chiaramente il rallentamento della crescita dell’industria; vi si riflette la caduta del saggio di profitto, che è inevitabile: mentre si accresce la produttività del lavoro, diminuisce la produttività del capitale, e più rallenta la sua accumulazione, con un rallentamento anche del dilatarsi delle produzioni industriali.

Inoltre tutte le “riforme” che la borghesia mondiale ha adottato per sostenere il saggio del profitto – rendendo sempre più precarie e misere le condizioni dei lavoratori, aggravando il loro sfruttamento al fine di aumentare il tasso di plusvalore – in definitiva non sono servite a nulla. Il risultato è stato il fallimento della politica economica “neoliberista”: tutto ciò che la borghesia può fare è aumentare la miseria per guadagnare un po’ di tempo.

Tuttavia le contraddizioni interne a questo modo di produzione, meschino e sordido, fondato sullo sfruttamento del lavoro salariato, non fanno che aggravarsi ed accumularsi, preparando così una crisi di sovrapproduzione storica su una scala che sarà molto maggiore di quella del 1929.

Il modo di produzione capitalistico per mantenere l’accumulazione di capitale è costretto a rivoluzionare costantemente la base produttiva su cui si è sviluppato. E può farlo solo socializzando sempre più le forze produttive; in sostanza è costretto a sviluppare su scala sempre più ampia la base economica della società comunista. Questo è il suo grande ruolo storico: lo ha fatto sostituendo al piccolo produttore isolato, che lavorava per proprio conto, la grande produzione industriale centralizzata, che richiede per il suo funzionamento un’intera organizzazione sociale e le ultime conoscenze scientifiche e tecniche applicate alla produzione. L’esercito di uomini richiesto per mettere in moto tutto questo apparato produttivo funziona in modo coordinato e centralizzato e non possiede né la proprietà dei mezzi di produzione né quella del prodotto del lavoro. Ma l’appropriazione del prodotto del lavoro resta privata.
CICLI DI ACCUMULAZIONE DEL CAPITALE
Incremento della produzione industriale
  1950-73 1973-79 1979-89 1989-00 2000-07 2007-15
Regno Unito 3,0% 1,2% 1,0% 1,1% -0,5% -1,0%
Stati Uniti 4,2% 2,7% 2,0% 3,8% 1,2% 0,3%
Francia 5,9% 1,6% 1,2% 1,5% 0,4% -1,6%
Germania 7,2% 1,8% 1,9% 0,9% 2,5% 0,2%
Italia 7,3% 2,7% 1,5% 1,3% 0,2% -3,1%
Russia 10,6% 5,6% 3,6% -8,6% -1,2% -0,8%
Giappone 13,5% 2,2% 4,0% -0,1% 1,3% -1.9%
Cina 12,7% 8,3% 10,5% 12,5% 11,8% 8,9%
Corea d.Sud 17,6% 9,4% 7,5% 3,3%

Il carattere sociale delle forze produttive, la cui base è lo sfruttamento del lavoro salariato per la produzione del plusvalore, la fonte dell’accumulazione di capitale, e l’appropriazione privata del prodotto del lavoro sono in contraddizione. Questa contraddizione genera uno squilibrio costante tra produzione e consumo: in primo luogo tra la Sezione I del capitale, quella che produce i mezzi di produzione, e la Sezione II, quella che produce i mezzi di consumo, quindi tra quest’ultima e il mercato del consumatore finale. Non può esserci equilibrio tra produzione e mercato.

Questo squilibrio si aggrava durante il decennale ciclo del capitale e porta infine alla crisi generale di sovrapproduzione.

Il capitalismo è spinto a trovare nuovi mercati per vendere le sue merci e cerca di superare i limiti del mercato con il credito, per posticipare i termini di pagamento.

Questa contraddizione fondamentale è aggravata dalla tendenza al ribasso del saggio di profitto: la fonte del profitto è il lavoro non retribuito, la parte di lavoro che non viene retribuita con il salario. Più la produttività del lavoro aumenta, più la quantità di lavoro incorporata nel prodotto finale diminuisce, poiché è necessario sempre meno lavoro per produrre lo stesso oggetto. La stessa quantità di lavoro trasforma una massa sempre più gigantesca di capitale costante, in modo tale che per ottenere lo stesso profitto è necessario impiegare una massa sempre più grande di capitale.

Questa tendenza al ribasso del saggio di profitto è parzialmente compensata, ma solo parzialmente, dalla riduzione del valore dei salari: maggiore è la produttività del lavoro, minore è il valore dei prodotti che entrano nel consumo dei lavoratori e minori sono i salari. Questo fenomeno è mascherato dall’inflazione. Tuttavia l’accumulazione di capitale nel settore dei mezzi di produzione cresce più rapidamente che nel settore dei mezzi di consumo, motivo per cui questa compensazione è solo parziale.

Si capisce quindi che nessuna politica economica borghese può evitare la crisi al capitalismo. E non saranno certo le varie correnti “sovraniste”, che siano di destra, di estrema destra o di sinistra, che propongono un ripiegamento sulla nazione o un ritorno allo statalismo, a trovare un qualsiasi rimedio. Il loro programma economico, quando ne hanno uno, non è che una miscela incoerente di keynesismo e neoliberismo. Non possono rispondere né al problema della tendenza al ribasso del saggio di profitto, che porta a un generale rallentamento dell’accumulazione di capitale, né allo squilibrio tra produzione e mercato, che periodicamente porta a crisi di sovrapproduzione.

Trump, nel braccio di ferro con la Cina, per riequilibrare il commercio tra le due nazioni, non deve solo combattere contro il governo cinese, ma anche e soprattutto contro i propri industriali e investitori finanziari, che preferiscono investire in Cina o in Messico, perché questa è l’unica soluzione che hanno per cercare di ritardare la tendenza al ribasso del saggio di profitto.

All’indomani della recessione del 2008-2009 negli Stati Uniti le denunce all’uso ed all’abuso da parte cinese della svalutazione della sua valuta e dei sussidi alle esportazioni della sua industria, si fecero più pressanti. Nel 2011 il senatore di New York Charles Shummer presentò una proposta di legge per imporre tasse supplementari sui beni importati da paesi la cui valuta è sottovalutata: «Siamo in una guerra commerciale, veniamo spennati ogni giorno e ogni giorno perdiamo lavoro a causa delle pratiche sleali della Cina». Ma, contrariamente a quanto crede questo onorevole senatore, non esiste il commercio equo: prevale la legge di chi è economicamente più forte. Il commercio internazionale durante una crisi economica può solo condurre alla guerra commerciale, e quindi alla guerra guerreggiata, come nel 1914 e come nel 1939!

Anche Barack Obama, spinto dalla preoccupante situazione economica degli Stati Uniti, in una conferenza stampa, avvertì: «La Cina è stata molto aggressiva nel commerciare a suo vantaggio e a detrimento degli altri paesi, in particolare degli Stati Uniti». Ovviamente la Cina non mancò di rispondere energicamente. Le preoccupazioni degli Stati Uniti per le eccedenze commerciali della Cina non sono quindi nuove. Già ai tempi di Lyndon B. Johnson, Washington nutriva le stesse preoccupazioni nei riguardi del commercio con il Giappone.

Ma un’altra citazione è molto interessante: a seguito delle critiche di Barack Obama, il quotidiano neoliberista “Les Echos” del 10 ottobre 2011, intervistò Karl de Gucht, commissario europeo per il commercio. Alla domanda del giornalista, «condividete la critica di Barak Obama, che accusa la Cina di “distorcere” il commercio ribassando lo yuan?», il commissario rispose: «Non è imponendo tali misure che il mondo si riprenderà, anche se penso che il progetto non andrà in porto. D’altra parte, per quanto riguarda l’Europa, bisogna esaminare ogni aspetto del problema. Due terzi di ciò che importiamo dalla Cina viene riesportato. Quindi, se lo yuan si rivaluta, le nostre importazioni diventeranno più costose. E due terzi di questi due terzi sono prodotti in Cina da nostre imprese».

È così. I monopoli europei e nordamericani preferiscono produrre molti dei componenti che entrano nei loro prodotti finali in Cina piuttosto che nella madrepatria, perché là il tasso di profitto è molto più alto, anche se questo il nostro commissario al commercio sta attento a non dirlo. Per questo Trump non può vincere il suo braccio di ferro con la Cina. Tutto quello che può fare è spingere le grandi compagnie americane a lasciare la Cina, ma queste solo si sposteranno in paesi più collaboranti e “amici” (1), come il Vietnam, l’India o il Messico. Non risolverà il problema del deficit commerciale, ma indebolirà un concorrente che si sta preparando a prendere il posto degli Stati Uniti come prima potenza mondiale. Tuttavia, a differenza dell’industria tessile, che richiede molto lavoro e poco capitale fisso, non verranno trasferite facilmente quelle industrie che hanno richiesto miliardi di dollari di investimenti e anni di sviluppo per essere impiantate; saranno necessari tempi lunghi.

Un altro esempio dell’impotenza della corrente “sovranista” è quello del passato governo italiano, di coalizione tra la Lega e il 5 Stelle. Cercando qualche miliardo per finanziare il programma di “ripresa economica” ha aggravato il deficit ed aumentato il debito già enorme dello Stato italiano – almeno il 132% del PIL – attirando su di sé i fulmini di Bruxelles. Se avesse voluto il governo avrebbe potuto trovare facilmente questi pochi miliardi: sarebbe bastato costringere la borghesia italiana a pagare le tasse; ma avrebbe dovuto usare il bastone, il che è ancora incapace di fare. Soprattutto perché, come i “neoliberisti” e come Trump, mostrano di voler abbassare le tasse alla borghesia.

E questi pagliacci pretendono di risolvere la crisi del capitalismo? Ci sarebbe da ridere.

Il fatto è che questi signori ignorano totalmente quale sia la vera origine della crisi del capitalismo.

L’unica soluzione che, come l’esperienza storica conferma, la borghesia ha trovato per uscire dalla crisi è trascinare il proletariato e l’umanità in un conflitto mondiale. Questo disastroso e reazionario massacro, che ha già per due volte ringiovanito la composizione organica del capitale, ha permesso, rimandata la scadenza con la Rivoluzione, di iniziare un nuovo ciclo di accumulazione.

In un futuro non troppo lontano la borghesia ci presenterà di nuovo questa soluzione, chiamando da una parte e dall’altra i proletari a combattere in nome dei falsi miti della “libertà”, dell’anti-imperialismo, della “sovranità” e, ancora, di qualche mentito “socialismo”.

La crisi del capitalismo impone l’urgenza della transizione alla società comunista. Questo può avvenire solo con il rovesciamento politico della borghesia, industriale, finanziaria e fondiaria, con la sua espropriazione e il passaggio a una gestione comunista della produzione e della distribuzione dei beni prodotti.

Ciò implica l’abolizione del capitale e del lavoro salariato, la fine della produzione dei beni come merci e del loro mercato, per produrre ciò che è necessario alla vita. Alla contabilità mercantile, noi comunisti sostituiremo una contabilità fisica e centralizzata.


La vecchia talpa al lavoro

Ma a che punto siamo oggi?

Siamo alla fine della corsa, quando il dramma sta per risolversi in tragedia. Quella del 2008-2009 è stata di gran lunga la più grave recessione postbellica. Senza l’intervento degli Stati e delle banche centrali sarebbe potuta diventare un altro 1929. Il loro energico intervento ha salvato il sistema finanziario ripristinando la circolazione interbancaria ed evitando il crollo del corso delle monete, cioè la deflazione, lo spettro che la borghesia attende con terrore.

Tuttavia, ciò ha comportato un enorme accrescimento del debito degli Stati: quello dello Stato francese sotto Sarkozy è passato dal 64,3% del PIL nel 2007 all’89,5% nel 2012 e oggi è vicino al 100%. Il debito dell’Irlanda e della Spagna, che era solo il 30% del PIL prima della crisi, ha raggiunto nel 2018 il 64,8% per la prima e il 97,1% per la seconda. Quello dello Stato italiano supera il 132% del PIL! Per non parlare di tutti gli altri, ad esempio il Giappone, che infrange tutti i record con un debito pubblico superiore al 240% del PIL.

Le banche centrali hanno visto il loro bilancio enormemente gonfiarsi di molte migliaia di miliardi di dollari, che corrispondono ad altrettanti crediti, a seguito dei loro ingenti acquisti di buoni del tesoro e obbligazioni societarie, per non parlare dei prestiti di diverse centinaia di miliardi alle banche. Quando a causa della crisi di sovrapproduzione le grandi banche falliranno o gli Stati, come lo Stato italiano, diverranno insolventi, sarà il cuore stesso del sistema finanziario a risentirne: centinaia di miliardi di dollari di prestiti e di obbligazioni non potranno essere rimborsati. Ma questi prestiti e acquisti sono effettuati dalla banca centrale impiegando i depositi delle banche, e non con soldi propri. Quindi se la banca centrale si ritrova tra le mani miliardi di titoli che non possono più essere rimborsati è l’intero sistema bancario che viene colpito: il pompiere si trasforma in piromane!

L’intervento delle banche centrali, in un primo tempo salvifico, si trasforma nel suo contrario: il mantenimento di tassi di interesse molto bassi spinge molti istituti finanziari a fare investimenti sempre più rischiosi al fine di ottenere rendimenti migliori. Allo stesso tempo, questi tassi molto bassi spingono aziende, privati e governi ad indebitarsi sempre di più. Tutto questo, quando scoppierà la prossima recessione, porterà a un’esplosione di debiti non pagati e a una moltiplicazione dei fallimenti. Tante “dighe” cederanno e le stesse banche centrali saranno travolte.

In questa corsa al debito per salvare il presente modo di produzione e continuare l’accumulazione di capitale, la Cina è al primo posto nel mondo rappresentando essa, secondo il FMI, il 40% dell’aumento del debito globale dal 2007 e i 3/4 dell’aumento del debito privato globale.

Ma è nella produzione industriale che si gioca il destino dell’accumulazione di capitale. Perché, contrariamente a quanto credono i borghesi e i loro ben pagati economisti, che ribaltano la realtà, non è il mercato che genera l’accumulazione del capitale, ma è nella produzione, il pluslavoro, la parte non pagata del lavoro, la fonte del plusvalore. La “speculazione”, che aumenta il prezzo delle materie prime e dei titoli, o dei beni immobili, non crea alcun valore, nessuna ricchezza, fa solo passare da una tasca all’altra il plusvalore già altrove estorto al proletariato.

Se il valore delle azioni o degli immobili aumenta o per qualche causa esso crolla la società non si trova più ricca o più povera di un solo centesimo; le cose cambieranno solo quando i detentori di questi titoli e beni perderanno la facoltà di intascare il plusvalore prodotto dal proletariato. La nostra azione da questo punto di vista sarà radicale; esproprieremo tutta questa banda di parassiti.


Le montagne russe

Sette anni dopo la recessione degli anni 2001-2003 puntuale la crisi di sovrapproduzione è tornata, con una forza superiore a quella del 1975-1976. Essa è stata annunciata dalla continua diminuzione, un ciclo dopo l’altro, degli incrementi dell’accumulazione di capitale.

Sono gli stessi dati bruti a parlare.

Calo della produzione: Stati Uniti -14,5% per l’intero settore e -17,9% per la sola produzione manifatturiera; Giappone -23,3% e -24,5%; Germania -17,4% e -17,2% (la produzione mineraria non ha praticamente alcun peso nell’intera produzione industriale tedesca); Francia -14,8% e -16,7%; Regno Unito -13,5% e -11,9% (la differenza dei due incrementi indica un calo significativo della produzione di petrolio, che corrisponde al forte calo della domanda); Italia -21,9% e -22% (l’Italia praticamente non ha più risorse minerarie).

Se ci riferiamo al calo delle esportazioni mondiali, abbiamo -22,3% in valore e -19% in volume. La caduta di volume è leggermente inferiore, perché per vendere, i prezzi sono stati abbassati. Con la crisi del 2008-2009 abbiamo avuto una deflazione dei prezzi. Riportiamo di seguito un quadro più completo di questa crisi.

Questa è la prima crisi di questo periodo postbellico che si accompagna ad una deflazione. La deflazione è stata temporaneamente frenata con grande difficoltà e dopo diversi anni di vigoroso intervento da parte delle banche centrali. Tuttavia resta presente sul fondo perché dopo la crisi non vi è stata una vera vigorosa ripresa produttiva in grado di superare il massimo raggiunto nel ciclo precedente. La maggior parte dei paesi registra ancora una produzione industriale inferiore a quella del picco del 2007: Italia: -17,8%; Regno Unito: -9,2; Francia: -9,1%; Giappone: -10,9%.
LA RECESSIONE 2008-2009
Crollo delle esportazioni mondiali
In valore 2009-2007 -22,30%
In volume 2009-2006 -19,00%
Crollo delle produzioni per Paese
  Tutta l’industria Manifattura
Stati Uniti -14,5% -17,9%
Giappone -23,3% -24,5%
Germania -17,4% -17,2%
Francia -14,8% -16,7%
Regno Unito -13,5% -11,9%
Italia -21,9% -22,0%

Gli Stati Uniti registrano un + 3,9% ma solo grazie alla produzione di gas e petrolio di scisto, la produzione manifatturiera infatti è ancora inferiore del 3,7% rispetto al massimo del 2007. Il settore edile è in grave crisi, con un -47,8% nel 2018 rispetto al picco del 2004. Tra i grandi paesi imperialisti solo la Germania ha superato il massimo del 2008 con un mirabolante + 8,2%. Tuttavia vedremo che negli ultimi mesi la Germania è in recessione. Per la Cina non ci appoggiamo agli indici ufficiali della produzione industriale che sono fasulli, ma utilizziamo i dati fisici che evidenziano una recessione nel 2015-16.

Per riassumere, dopo la recessione del 2008-2009, abbiamo avuto una forte ripresa nel periodo 2009-2010, senza tuttavia che i diversi paesi industriali abbiano raggiunto il massimo del 2007, tutt’altro. Poi di nuovo una recessione nel 2012-2014, tranne negli Stati Uniti, dove la ripresa è proseguita anche se molto più lentamente. In seguito, nel 2015-2016 abbiamo avuto una recessione negli Stati Uniti, in Cina e in vari paesi asiatici.

Gli incentivi fiscali e quelli delle banche centrali, accompagnati dal forte calo del prezzo delle materie prime, hanno poi portato ad una ripresa economica generale nel 2017 e nel 2018. Ma già dalla seconda metà del 2018 si sta ovunque assistendo a un forte rallentamento, che negli ultimi mesi si è trasformato in una recessione in molti paesi: Germania, Giappone, Italia, Francia, ecc. La recessione resta da confermare nei prossimi mesi, ma già la Fed non parla più di aumentare i tassi e la BCE è pronta a intervenire di nuovo con tutti i mezzi a sua disposizione, se necessario.

(segue)

 

Nota 1) Gli Stati non hanno “amici”, hanno solo dei loro egoistici interessi da difendere. La borghesia nelle sue relazioni tra Stati parla e straparla di “amicizia tra i popoli” proprio per mascherare questo conflitto. Quando i loro interessi lo richiedono gli Stati non esitano a virare di 180° e tradire ogni “amicizia tra i popoli”. Gli esempi sono infiniti: lo Stato francese durante la guerra in Iugoslavia non ha esitato ad abbandonare i serbi e una “amicizia” secolare per sostenere la politica imperialista di smembramento voluta dagli Stati Uniti e dalla Germania; l’Italia ha abbandonato il regime di Gheddafi dopo averlo ricevuto pochi giorni prima con tutti gli onori. Solo il piccolo borghese può credere che i rapporti tra gli Stati possano basarsi su principi etici.

 

 

 

 

 

 


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Elezioni in Israele
Astensionismo contro imbroglio elettorale


Proletari!

La “società civile” è in convulsione: il sistema elettorale borghese in Israele sarebbe ad un “bivio”.

Nell’apatia e nella stanchezza, si ripetono le elezioni generali, con parapiglia fra borghesi, elezioni ripetute dopo che non è stato possibile formare un governo di coalizione tra le varie correnti di partiti che si auto-definiscono di sinistra o di destra.

Ma ciò che ha attirato maggiormente l’attenzione è stata la crescente proporzione di astensione. Non basta ormai più per far tornare il proletariato alle urne la continua ed estenuante propaganda borghese per il lavaggio dei cervelli inoculata dal sistema mediatico del capitalismo, che mette il dogma democratico al di sopra di ogni altro valore. E nemmeno bastano i tamburi di guerra, né le condizioni di vita a cui i proletari sono sottoposti, tenuti costantemente in uno stato di eccitazione e di emergenza, nello sforzo costante a non sentirsi dei derelitti.

È chiaro che la sopravvivenza del dominio borghese e delle sue istituzioni democratiche è possibile solo per l’apatia di gran parte della classe lavoratrice.

È evidente che l’esistenza stessa dello Stato israeliano dipende dalla unione sacra tra le classi e dalla loro accettazione a morire nelle continue guerre.

All’interno del proletariato arabo quel che vale la democrazia israeliana è sempre più evidente: una menzogna e l’astensione di più della sua metà mostra l’insoddisfazione per questo fallimentare regime politico e sociale.

Il sistema sociale capitalista, isolando all’estremo l’individuo, allontana i proletari da ogni forma di unione organizzata, in un abisso di personalismo egoistico e inerzia sociale con crescente alienazione nelle relazioni fra lavoratori.


Proletari!

Sono le condizioni materiali che oggi allontanano la classe operaia dalla politica borghese, piena di inganni, corruzione, guerre e falsità, e suscitano nei proletari l’odio verso questo intero sistema politico in disfacimento e che domani li porteranno a combatterlo. Inoltre, con il deteriorarsi delle condizioni materiali della vita dei lavoratori, risorgerà inevitabilmente l’unione tra proletari, una necessità inevitabile per difendere i loro interessi di classe.

Queste le basi della prossima rivoluzione, che sarà non dei “cittadini” ma della classe, al di sopra delle razze, dei credi e delle origini. Non cittadini-elettori, ma proletari in lotta.

Il nostro Partito, organizzato oggi nel Partito Comunista Internazionale, che unico al mondo dispone di una dottrina e di una tattica frutto dello studio e dell’esperienza storica del movimento comunista, difende l’astensionismo non per un imperativo morale contro una qualche autorità, né per un principio astratto, ma come una tattica adeguata e comprovata dall’esperienza storica per aprire la via alla rivoluzione, un indirizzo per una classe operaia ingannata: per questo chiama i proletari all’astensione.

E diciamo ai proletari che l’uguaglianza fra elettori nella società borghese è una falsità, che vale a far decidere democraticamente la dittatura mascherata sui proletari.

In Israele, a coloro che non hanno possibilità di votare, gli arabi dei territori, diciamo che la soluzione dei loro problemi non si trova ottenendo il diritto di voto, ma con la totale soppressione del democratico diritto di voto, che è di per sé il velo che copre la infinita dittatura borghese sulla classe operaia.

Chiediamo invece di organizzarsi intorno alle lotte dei lavoratori e verso la formazione di un Sindacato di classe, per poi assurgere a classe per se stessa, nel Partito Comunista.

Questo sarà il primo passo per l’emancipazione dei proletari anche in Israele, in una democrazia che sta affondando e che, sebbene dimostri già tutta la sua feroce repressione contro una parte del proletariato, nel prossimo futuro lo farà anche contro lo stesso proletariato ebraico, che vive nella illusione di quella immaginaria democrazia “unica in Medio Oriente”.

 

 

 

 

  


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Manovre di guerra attorno all’Arabia Saudita bastione degli imperialismi in tutta la regione

Il 13 settembre scorso una flotta di velivoli a controllo remoto, o di missili, ha colpito il giacimento di Hijra Khurais in Arabia Saudita, il quale, con una capacità produttiva di 1,45 milioni di barili di petrolio al giorno, è il secondo del paese, e gli impianti di Abqaiq dai quali ne escono fino a 7 milioni al giorno.

Questa è una infrastruttura strategica per l’economia saudita, dato che senza la desolforazione che vi si svolge non si può immettere il petrolio negli oleodotti o imbarcare nelle navi petroliere, perché troppo infiammabile.

L’attacco è stato rivendicato dalle milizie huthi che in Yemen combattono contro Riad, ma molti sospettano che i droni non siano partiti dallo Yemen, troppo lontano da quegli obbiettivi, ma da nord, dall’Iran o forse dall’Iraq.

Le autorità saudite, che hanno subito incolpato dell’attacco l’Iran, hanno dovuto tagliare di 5 milioni di barili la produzione che era di 9,8 milioni, il che costerà alla Aramco, la compagnia petrolifera di Stato, circa 300 milioni di dollari al giorno. È venuto a mancare dal mercato mondiale il 6% per cento della produzione, con ripercussione sui prezzi. Un duro colpo per una società che si preparava a esordire in borsa e che rischia di far saltare i faraonici piani di arricchimento della famiglia reale e del luciferino erede al trono Muhammad Bin Salman.

Per questo le dichiarazioni ufficiali parlano di danni limitati e che entro pochi giorni, massimo settimane, tutto tornerà nella norma. Intanto a dieci giorni dall’attacco il prezzo del petrolio è cresciuto di circa 5 dollari al barile, un po’ meno del 10%, non certo un’impennata, ma potrebbe salire ancora per il protrarsi delle riparazioni agli impianti o per un inasprirsi della tensione nel Golfo.

Nel momento in cui scriviamo è presto per valutare le conseguenze di questo attacco al cuore del regno saudita. Ma resta il fatto della vulnerabilità di un regime che mai come oggi si trova esposto al rischio di una destabilizzazione senza precedenti.

Da decenni l’Arabia Saudita è uno dei Paesi al mondo che spende di più in armamenti e il fatto che abbia dimostrato di non disporre di un efficace sistema a protezione della sua industria petrolifera, o peggio, che questo non abbia funzionato, dimostra quanto sia marcio.

È possibile prevedere a breve una svolta nei rapporti di forza che presiedono alla ripartizione delle quote dei ricchi proventi del petrolio fra le potenze borghesi.

Una avvisaglia che nei giorni precedenti all’attacco qualcosa si stesse muovendo nello scacchiere l’aveva data il presidente statunitense Donald Trump licenziando il consigliere alla sicurezza nazionale John Bolton, noto per le sue posizioni bellicose e favorevoli all’opzione di un attacco militare contro l’Iran, al fine di determinare un cambio di regime politico in questo paese chiave per i precari equilibri politici regionali. Questo ha fatto pensare che fossero maturi i tempi per un incontro fra i presidenti di Stati Uniti e Iran, sul modello dei vertici fra il presidente statunitense e quello coreano Kim Jong-un, per riprendere in mano il negoziato sul nucleare iraniano, dopo il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo noto come JCPOA.

Abbiamo sempre visto con un certo scetticismo gli allarmi circa una imminente attacco militare contro l’Iran da parte di un fronte che avrebbe compreso Stati Uniti, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Israele. Non che siamo convinti delle intenzioni pacifiche di Trump, ma consideriamo quali possono essere i motivi che hanno consigliato, almeno fino ad ora, gli Stati Uniti a non accelerare troppo i tempi dell’inevitabile passaggio alla politica delle armi.

In primo luogo gli Stati Uniti con lo sviluppo dell’industria petrolifera nazionale si sono messi almeno in parte al riparo dalle conseguenze delle oscillazioni del prezzo del petrolio sul mercato internazionale. Oggi gli Usa non solo hanno raggiunto l’autosufficienza ma sono diventati il primo produttore di petrolio al mondo con oltre 12 milioni di barili al giorno. La crescita dell’industria petrolifera statunitense basata sullo sfruttamento del gas di scisto, come abbiamo più volte puntualizzato, è stata l’elemento portante della crescita del PIL statunitense, avvenuta in controtendenza al declino dell’industria manifatturiera che attualmente è ancora al di sotto del picco massimo precedente la crisi del 2008, raggiunto nel 2007.

Anche se sarebbero proprio la massa di capitali affluiti nel settore degli scisti bituminosi ad accumulare materiale esplosivo per una bolla pronta ad esplodere in una recessione generalizzata.

Ma quella attuale resta una situazione ben diversa rispetto ai tempi del primo shock petrolifero del 1973, quando la nazionalizzazione della Aramco venne imposta dal governo di Riad alle compagnie statunitensi Exxon, Texaco, Mobil, Chevron, che l’avevano fondata nel 1947 come Arabian American Oil Company, in contropartita all’appoggio degli Usa a Israele nella guerra del Kippur. L’odierna acquisita indipendenza dalle importazioni di petrolio, per quanto non abbia certo fatto venire meno gli interessi statunitensi nei confronti della regione mediorientale, concedono agli Usa un maggiore margine di operatività che fa venire meno, almeno in parte, la necessità di mosse strategiche subitanee e intempestive.

A proposito dell’Iran e del suo petrolio occorre ricordare come esso sia al centro delle attenzioni di numerosi paesi acquirenti, fra cui la Cina che ha continuato ad approvvigionarsi di greggio iraniano nonostante le sanzioni statunitensi. A questo si deve aggiungere il rafforzamento della presenza della Russia alla quale gli Stati Uniti sono stati costretti a cedere una parte della loro funzione di arbitro fra le potenze regionali.

Un’altra ragione che può avere dissuaso gli Stati Uniti dall’intraprendere un’azione militare su vasta scala contro l’Iran è la preoccupazione per la stabilità interna dei suoi alleati regionali tradizionali che potrebbe venire sottoposta a una dura prova. L’Arabia Saudita ha dimostrato di non essere in grado di vincere la guerra contro gli huthi nello Yemen, dove negli ultimi tempi è emersa anche una divisione all’interno dello schieramento da essa sostenuto. Nella seconda metà di agosto infatti le truppe del Consiglio di Transizione del Sud, il quale controlla attualmente lo strategico porto di Aden ed è appoggiato dagli Emirati Arabi Uniti, hanno combattuto contro le forze del governo yemenita sostenuto da Riad, ampliando quella distanza fra le due componenti anti-huthi già emersa dagli inizi del 2018.

Le forze saudite agli inizi di settembre sono intervenute per colpire i secessionisti nella provincia di Shebwa, importante da un punto di vista strategico anche per la sua produzione di petrolio. Questo urto ha avuto come effetto il ritiro degli Emirati Arabi Uniti dalla coalizione, un altro fatto che indebolisce la rete di alleanze del regno saudita che resta senza veri alleati nella penisola arabica.

La Repubblica Islamica di Iran tenta di trasformare la irrequieta maggioranza sciita del Bahrein in una pedina delle sue ambizioni egemoniche sulla regione. La dinastia sunnita che domina il Bahrein trova invece nell’alleanza con Riad il sostegno che le ha finora permesso una stentata sopravvivenza, minacciata da violenti scontri a partire dalla stagione delle cosiddette “rivoluzioni arabe”.

Diversa la posizione dell’Iran che invece può vantare buone relazioni diplomatiche con l’Oman, paese al quale è legato da relazioni risalenti ai traffici marittimi dell’impero talassocratico omanita, liquidato definitivamente negli anni ’60. Oggi i due paesi che si affacciano sul golfo dell’Oman mantengono buone relazioni commerciali, mentre il passato ha lasciato in eredità il radicamento di una numerosa e fiorente comunità iraniana di etnia beluci in terra omanita.

Ma l’Iran vanta buone relazioni anche con altri due paesi confinanti l’Arabia Saudita: il Kuwait e il Qatar, rese possibili dall’aggressività di Riad verso le vicine monarchie del Golfo. Un passo ulteriore verso l’inasprimento delle relazioni fra Stati peninsulari si è avuta nel giugno del 2017 con la decisione di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto di rompere le relazioni diplomatiche col Qatar, paese già allora indebolito dall’andamento della guerra in Siria dove le fazioni ribelli da esso appoggiate avevano subito duri rovesci ad opera delle truppe regolari di Damasco. Da allora il Qatar dipende per gli approvvigionamenti alimentari e di beni di prima necessità dai commerci con l’Iran e con la Turchia, paese con il quale è alleato anche da un punto di vista politico-religioso in considerazione dell’appoggio alla Fratellanza Musulmana.

La rivalità fra Stati capitalisti si rivela dunque immancabilmente anche a livello di potenze regionali piccole e meno piccole.

Altro elemento che caratterizza le difficoltà per gli Stati Uniti di appoggiare incondizionatamente l’Arabia Saudita deriva dall’ambivalenza di fondo dell’alleanza fra i due Stati. La monarchia dei Bani Saud è da decenni la grande riserva della controrivoluzione in Medio Oriente, per questo le altre potenze imperialistiche, anche nemiche, non possono non vedere con terrore l’indebolimento di questo bastione utile alla borghesia mondiale. Ma la dinastia che regna a Riad potrà sopravvivere solo fintanto conserverà il monopolio sul petrolio del paese. Diverse fazioni all’interno della famiglia regnante e dello Stato saudita si sono sempre contese il controllo della ricchezza del paese. La storia di al-Qaeda appartiene a questo filone e il probabile scopo degli attacchi dell’11 settembre del 2001 fu quello di indebolire il legame fra gli USA e i Bani Saud al fine di rovesciare questi ultimi.

La radice di questa rottura risale ai tempi della prima guerra del Golfo quando la monarchia permise alle truppe americane di stabilirsi sul sacro suolo dell’Arabia Saudita. Un fatto non solo simbolico che contrastava con gli interessi del fronte islamico internazionale nato ai tempi della guerra in Afghanistan e fomentato dagli Usa in funzione antisovietica. Certamente gli USA hanno armato i loro futuri nemici e il bilancio di quelle guerre – per noi scelte obbligate che deve fare ogni potenza imperialistica per mantenere la propria egemonia – sono state assai fallimentari. Gli Usa dopo 18 anni di guerra si ritrovano ancora a intavolare trattative con i talebani. Verrebbe da dire il minimo risultato col massimo sforzo.

Intanto della situazione tenta di profittare un altro contendente che si affaccia nel Golfo con l’intenzione di fare buoni affari. Il presidente russo Vladimir Putin lancia una campagna pubblicitaria per i suoi missili di difesa aerea S-400 e S-300 che offre sfacciatamente e cinicamente di vendere all’Arabia Saudita, che ne avrebbe bisogno per difendersi dagli attacchi degli huthi e dell’Iran. Armare il nemico dell’alleato, come per la Russia è stato ed è tuttora l’Iran nella guerra in Siria, fa parte della politica di ogni potenza borghese. Qualcosa che dovrebbe smontare ogni interpretazione sovranista, euroasiatica o “campista”: tre sfumature della stessa ideologia nazionalista basate non su criteri di analisi scientifica ma su comodi pregiudizi e superstizioni borghesi.

 

 

 

 

 

 


Continuano le turbolenze sociali in Nord Africa

I media italiani, affannati a rappresentare il disgustoso teatrino della politica nostrana, trascurano quanto si muove sull’altra sponda del Mediterraneo, a meno che non si tratti di guerre, terrorismo fondamentalista e petrolio. A noi invece interessano i rapporti fra le classi, e allora notiamo alcuni recenti sviluppi che riguardano paesi del Nord Africa, ancora destabilizzati politicamente.

In Egitto la sera di venerdì 20 settembre la capitale Il Cairo e alcune città importanti come Alessandria, Damietta, Mansoura, Asiut e Mahalla sono state teatro di violente estese manifestazioni che chiedevano esplicitamente la deposizione del rais Al-Sisi. Il giorno successivo le manifestazioni si estendevano anche a Suez. Il malcontento alligna in un paese la cui economia arranca e dove il deficit pubblico ai limiti del default non impedisce la realizzazione di progetti infrastrutturali da miliardi di dollari come una nuova capitale e il raddoppio del Canale di Suez, senza lasciare neanche le briciole alle masse proletarie indigenti delle città egiziane. Immancabile la dura repressione e, per ora, gli arresti dei manifestanti si contano in molte centinaia.

Anche l’Algeria, flagellata dalla disoccupazione, specialmente giovanile, vive un periodo di turbolenze sociali con numerose e agguerrite manifestazioni. La direzione politica del paese non sa come fermare la piazza, caratterizzata per ora da slogan interclassisti e democratici, ma avversa a un cambio della guardia pilotato dal Fronte Nazionale di Liberazione e dall’esercito. Così per tentare di arginare le proteste e il malcontento si ricorre al diversivo elettorale, il 12 dicembre si svolgeranno le elezioni presidenziali.

Anche in Tunisia il 15 settembre scorso si è svolto il primo turno delle elezioni per eleggere il successore di Essebsi, il capo dello Stato deceduto nel pieno esercizio delle sue funzioni, all’invidiabile età di 92 anni suonati nel luglio scorso. L’affluenza alle urne è stata molto bassa per quello che viene definito l’unico paese del mondo arabo ad avere conquistato la democrazia con le cosiddette “primavere arabe”: ha votato soltanto il 45% degli aventi diritto. Un vero trionfo per la democrazia in un paese in cui disoccupazione e miseria si manifestano in periodiche e violente eruzioni sociali.