Partito Comunista Internazionale
Il Partito Comunista N. 397 - settembre-ottobre
Anno XLV - [ Pdf ]
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organo del partito comunista internazionale
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: – la linea da Marx a Lenin, alla fondazione della III Internazionale, a Livorno 1921, nascita del Partito Comunista d’Italia, alla lotta della Sinistra Comunista Italiana contro la degenerazione di Mosca, al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani – la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco
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PAGINA 1 Invasione turca del Kurdistan siriano: Ancora regolamenti di conti fra imperialismi regionali e mondiali
– Insegnamenti e indicazioni dalla lotta alla New Gel
– Il disastro ambientale si può fermare solo attraverso la lotta di classe e la distruzione del capitalismo
PAGINA 2 – Alle nostre Riunioni Generali convergono e si intrecciano i contributi di tutti i gruppi del partito nella sua tenace e coerente battaglia - Genova, 24‑26 maggio [RG134]:
Per il sindacato
di classe
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PAGINA 7 – Il concetto di dittatura rivoluzionaria e la sua pratica - Prima di Marx (segue dal numero scorso):
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PAGINA 1
Invasione turca del Kurdistan siriano
Ancora regolamenti di conti fra imperialismi regionali e mondiali

La guerra in Medio Oriente entra in una nuova fase. Truppe dell’esercito turco, con la copertura dell’aviazione, hanno fatto irruzione nel Nord della Siria per “chiudere la partita” con la “entità politica” del Rojava, accusata di sostenere la guerriglia curda del PKK nel Sud della Turchia. In realtà l’invasione rientra in una politica espansionistica, finora portata avanti col sostegno alle milizie jihadiste, allo scopo di rovesciare il regime di Damasco.

La Turchia inoltre, come ogni potenza borghese, trova nel nazionalismo e nel militarismo un pretesto per distogliere il suo proletariato, il quale anche negli ultimi tempi ha dato vita a combattivi episodi di lotta per affermare i propri interessi di classe.

L’invasione turca appare una risposta alla riconquista da parte delle forze leali al presidente siriano Bashar al-Assad di gran parte del paese, il che ha frustrato i sogni egemonici di Ankara sulla regione.

Sull’altra parte del fronte, lo Stato di fatto del Rojava – che tanto commuove la fumata pseudo-sinistra occidentale, disinteressata a ogni distinzione di classe – potrebbe essere completamente cancellato. A decretare la sua fine, prima ancora che l’invasione turca, è stato il ritiro delle truppe statunitensi, che finora l’avevano sostenuto nella guerra contro i jihadisti e ne garantivano l’esistenza. Ora, per sopravvivere, il governo del Rojava, con repentino rovesciamento di fronte, cerca protezione a Damasco e a Mosca, dimostrandosi ancora una volta una pedina nello scacchiere delle potenze imperialistiche, sempre pronto a vendersi al miglior offerente.

Questi i passaggi che hanno portato alla situazione attuale.

Come molti si aspettavano, l’occupazione della città di Afrin in Siria, nel Kurdistan Occidentale, da parte delle forze armate turche e dei loro mandatari dell’Esercito Siriano Libero, in seguito ad una breve battaglia che ebbe luogo tra il 20 gennaio e il 24 marzo 2018, è stata solo l’inizio di un’offensiva turca contro le Forze Democratiche Siriane (SDF), l’alleanza militare controllata dal Partito dell’Unione Democratica, la consociata del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) nella regione.

Dopo l’occupazione di Afrin, la Turchia ha puntato al resto del territorio siriano controllato dai nazionalisti curdi e dai loro alleati. L’amministrazione Trump, che aveva sostenuto l’SDF contro lo Stato islamico, si oppose, almeno a parole, alla conquista turca di Afrin e, in contropartita propose una zona cuscinetto profonda 30 chilometri nel territorio curdo siriano; era lasciato indeterminato chi vi avrebbe vigilato. La SDF si è sempre opposta a tale soluzione poiché vi rientra la maggior parte delle principali aree urbane sotto il suo controllo.

Il 9 ottobre scorso, ad un anno e mezzo dalla presa di Afrin, il governo Erdoğan è intervenuto con le truppe sue e dell’Esercito Siriano Libero per imporre, afferma, quella zona cuscinetto. Benché la descriva come una limitata operazione militare, conta di trasferire e insediare nei territori occupati i quasi 4 milioni di rifugiati della guerra civile siriana che attualmente vivono in Turchia. Inoltre, sia lo Stato turco sia molte società private turche hanno stipulato contratti nella regione occupata per la fornitura di beni e servizi: sembra che la Turchia stia progettando di annettere i territori che conquista, almeno fino alla conclusione della guerra civile siriana.

L’apparato dell’Islam politico turco, controllato dallo Stato, si è mobilitato nella propaganda della gloriosa conquista militare. La tenacemente filo-occidentale Confederazione dell’Industria e degli Affari (TÜSİAD), le Confederazioni sindacali di regime e i principali partiti di opposizione, come il kemalista Partito Popolare Repubblicano, di orientamento socialdemocratico, il Buon Partito (İyi Parti) e i loro alleati di estrema destra si sono schierati tutti con il governo a favore dello sforzo bellico.

Il Partito Repubblicano del Popolo ha invitato Erdoğan a mettersi immediatamente in contatto con Assad, ricordando che nessuno, a eccezione degli Stati turco e siriano, ha mai definito i nazionalisti curdi siriani e i loro alleati come terroristi.

Tuttavia questo non ha impedito a molte forze politiche e sindacali di opporsi all’invasione della Siria del Nord. Fra queste l’ala sinistra del Partito Popolare Repubblicano; i socialdemocratici curdi del Partito Democratico dei Popoli (HDP), che ha legami con il PKK; varie formazioni di orientamento stalinista e trotzkista; alcune confederazioni sindacali di sinistra come la Confederazione dei lavoratori pubblici; i Sindacati e la Confederazione dei lavoratori progressisti; i sindacati e le associazioni professionali degli ingegneri e dei medici. Le ragioni di tale opposizione alla guerra variano a seconda dei diversi orientamenti: alcuni sono interessati all’integrità territoriale dello Stato siriano, altri a sostegno dei nazionalisti curdi, e quasi tutti si oppongono alla guerra su una base interclassista.

In ogni caso il governo Erdoğan ha preso sul serio questa opposizione e ha continuato ad arrestare e incriminare centinaia di attivisti e utenti dei social media ostili alla sua impresa militare.

Nessuno fra gli Stati borghesi del mondo, con l’eccezione del Pakistan, del Qatar e dell’Azerbaijan, sostiene apertamente l’intervento turco. L’Unione Europea vi si è opposta. Ma la Turchia è una potenza regionale abbastanza forte da minacciare l’UE, se questa definisse l’operazione una “invasione”, di offrire ai quasi 4 milioni di rifugiati siriani la possibilità di recarsi liberamente in Europa.

Potenze locali come l’Arabia Saudita, l’Iran, l’Egitto, l’Iraq e lo stesso governo siriano hanno condannato l’impresa e su questa posizione si è posta anche la Lega Araba.

Gli Stati Uniti da un lato minacciano dure sanzioni economiche, nella più grande convergenza parlamentare bipartisan nell’era di Trump, ma intanto ritirano le truppe dai territori tenuti dalla Forze Democratiche Siriane ed enfatizzano l’amicizia tra i due paesi, dando di fatto via libera all’avanzata turca.

In effetti le Forze Democratiche Siriane sono semplicemente un alleato tattico dell’imperialismo USA contro lo Stato Islamico, mentre la Turchia, membro della NATO, è un partner strategico a lungo termine. Anche se la Turchia e l’Esercito Libero Siriano dovessero distruggere completamente le Forze Democratiche Siriane, gli Stati Uniti resterebbero comunque al tavolo da gioco, questa volta per il tramite della Turchia.

Anche lo Stato russo, l’altra grande potenza imperialista attiva in Siria, non disdegna la situazione attuale, contando non solo in un rafforzamento del regime di Assad, ma anche sulla presenza dei suoi militari sul terreno. Il governo di Mosca ha espresso la volontà di lavorare per un accordo tra le Forze Democratiche Siriane e il regime di Assad, infatti già nei primi giorni dell’offensiva è stato raggiunto un accordo e l’esercito siriano ha incominciato a spostarsi verso Nord prendendo subito posizione nelle città di Manbij e Tell Tamer, fino ad allora controllate dalle forze curde.

Il costo di questa alleanza resta tutto da valutare per l’SDF poiché il governo siriano nei negoziati svoltesi in precedenza non aveva avanzato alla direzione politica del Rojava proposte facilmente accettabili. Detto questo, il regime di Assad ha fornito sostegno militare all’SDF ad Afrin inviando la milizia delle Forze di Difesa Nazionali e, secondo fonti del PYD (la principale forza politica all’interno delle SDF), ha offerto di chiudere ai voli da e per la Turchia, di posizionare uomini in aree chiave lungo il confine e, dopo aver respinto l’attacco turco, di tentare di riprendersi Afrin, e non le città sotto il controllo delle “assemblee democratiche” affiliate al PYD.

Il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) è la tendenza politica dominante della borghesia nazionale curda nel Kurdistan settentrionale, turco. In quello occidentale e siriano è il Partito dell’Unità Democratica (PYD). Anche la più potente organizzazione militare nazionalista curda del Kurdistan orientale, iraniano, appartiene a questa corrente. Nel Kurdistan iracheno è un partito minore sotto il controllo del conservatore Partito Democratico del Kurdistan e dell’Unione Patriottica del Kurdistan, di orientamento socialdemocratico.

L’ideologia ufficiale del PKK è cambiata negli ultimi anni dalla rivendicazione della liberazione nazionale, intesa in senso stalinista, alla richiesta di un confederalismo, rinunciando all’indipendenza nazionale curda, avanzata già dagli ultimi decenni dell’Ottocento, per accontentarsi dell’autonomia all’interno dei vari Stati.

Nel Rojava il PYD non si è guadagnato il potere con una rivoluzione, gli fu consegnato dal regime di Assad le cui forze armate erano state ritirate dalle aree curde per concentrarle dove si combatteva la guerra civile. Questo mentre le forze curde del PYD e i loro multietnici alleati avanzavano contro lo Stato islamico. Decisero di denominare il territorio sotto il loro controllo come “Siria settentrionale e orientale” piuttosto che come “Kurdistan occidentale”.

Il regime del PYD, sempre rispettoso della proprietà privata e del capitalismo, come dichiara la sua costituzione, ha torturato e ucciso i dissidenti, ha aperto il fuoco a più riprese contro i manifestanti e si è impegnato in politiche repressive contro arabi, assiri e altre minoranze. Il fatto che la SDF sia attualmente sotto attacco da parte delle forze soverchianti messe in campo da uno Stato imperialista e potenza regionale non è motivo sufficiente per sostenere quello che è un regime di natura ed essenza antiproletaria.

Come non ci lasciamo ingannare dalle pose democratiche sbandierate del regime del Rojava, né ci persuade la sua pretesa di procedere verso il superamento della condizione di oppressione delle donne. Nessun regime politico e sociale borghese, che si fonda sulla proprietà privata e sullo sfruttamento capitalistico, porrà mai fine ai postumi del patriarcato.

La posizione comunista contro l’invasione turca del settentrione siriano non può risolversi in appelli astratti al ritiro delle truppe e alla pace. Sappiamo che solo il disfattismo rivoluzionario potrà fermare le guerre borghesi.

Intanto chiamiamo alla fraternizzazione tra tutti i proletari di quell’area così travagliata, per la ricostituzione delle loro organizzazioni di classe, indipendenti da quelle della classe borghese.

Quando il Partito Comunista mondiale, forte e veramente rivoluzionario, si sarà radicato in Turchia, in Siria, nel Kurdistan allora chiamerà i proletari e tutti i ceti diseredati al rifiuto dell’adesione alla guerra, imperialista su ambe i fronti, e a prepararsi alla sua trasformazione in internazionale guerra civile rivoluzionaria.  
 
 
 
 
 
 
 


Genova, lunedì 16 settembre
Insegnamenti e indicazioni dalla lotta alla New Gel

La lotta dei lavoratori della New Gel di Genova Bolzaneto, organizzatisi col SI Cobas, è ricca di insegnamenti per tutta la classe lavoratrice e per il movimento sindacale di classe.

Innanzitutto mostra la realtà di sfruttamento comune alla maggioranza dei posti di lavoro, quella di aziende medie o piccole, dove il sindacato spesso è assente o se è presente svolge la funzione di consigliere della direzione aziendale per fare più profitti sulla pelle dei lavoratori, utilizzando gli strumenti contrattuali e legali fra i tanti messi a disposizione dallo sfacelo provocato negli ultimi decenni da Cgil, Cisl e Uil e dalle successive riforme del mercato del lavoro.

Alla New Gel è stato messo in atto, da alacri funzionari della segreteria provinciale Fit Cisl, un contratto di secondo livello – valido dal maggio 2017 al maggio 2020 – che applica deroghe peggiorative rispetto al contratto nazionale, come quest’ultimo prevede, grazie a Cgil, Cisl e Uil nazionali che lo hanno firmato. Per questo contratto i lavoratori perdono centinaia di euro ogni anno, che va da sé l’azienda si ritrova fra i profitti.

In un clima sociale di debolezza della classe lavoratrice, risultato del lungo ciclo di controrivoluzione dalla seconda metà degli anni Venti del secolo scorso, la forza del ricatto padronale “io ti do il lavoro e tu devi ringraziare e sgobbare” ha efficacia e nella maggior parte delle aziende i lavoratori che alzano la testa, che si ribellano allo sfruttamento e si rivolgono a sindacati combattivi, sono molto spesso una minoranza, che il padrone cerca di schiacciare quanto prima, con l’ausilio dei sindacati di regime Cgil, Cisl, Uil.

È emblematico in tal senso non solo la condotta della Fit Cisl alla New Gel ma anche il comunicato unitario – di venerdì 13 settembre – delle segreterie provinciali (settore trasporto merci logistica) di Filt Cgil, Nit Cisl e Uil Trasporti, tutto dedicato ad attaccare i lavoratori in sciopero, il SI Cobas che li ha organizzati, a legittimare le 19 denunce contro i presenti al picchetto, comminate in virtù del decreto sicurezza, senza pronunciare una parola circa le condizioni di sfruttamento né sul vessatorio atteggiamento del padrone.

A fronte di questa situazione generale giustamente il SI Cobas da anni indica e pratica la strada dell’unità della lotta dei lavoratori al di sopra dei confini aziendali: ai picchetti davanti un’azienda cerca di far partecipare i lavoratori di altre aziende che si sono uniti al sindacato.

Naturalmente per i padroni questo è inaccettabile: sentono violato il loro sacro principio della proprietà privata: “cosa ci fanno persone estranee – che io non sfrutto nemmeno ! – a danneggiare la mia proprietà, la mia attività?”

Cgil, Cisl e Uil danno loro ragione e si nascondo dietro il formalismo della rappresentanza, cioè della conta dei tesserati, la cui maggioranza spesso è con loro. Naturalmente non possono ammettere che ciò accade non in virtù della loro opera di difesa dei lavoratori ma della loro corruzione, cioè della loro compromissione col padrone e con l’intero padronato. Alla New Gel era il padrone stesso a spingere i lavoratori ad iscriversi alla Cisl. Ed il funzionario Cisl ha nominato il delegato sindacale, senza nemmeno consultare gli iscritti, scegliendolo fra i più ruffiani in azienda.

Per i lavoratori lo sfruttamento non è una questione che possa essere affrontata azienda per azienda – come fa comodo ai padroni che sanno di aver facilmente partita vinta in questo modo – ma è una condizione dell’intera classe lavoratrice internazionale.

Nella situazione di debolezza attuale della classe lavoratrice l’unione nelle lotte è fondamentale per poter dare la necessaria forza ai lavoratori che già hanno deciso di ribellarsi e lottare, per far vincere la paura a quelli che ancora non scendono in lotta, per scavalcare i ruffiani e i sindacalisti di regime.

Per questa ragione, per la sua importanza, questo lavoro di costruzione dell’unità dei lavoratori nelle lotte non può andare in capo al solo SI Cobas ma di esso devono farsi carico tutti i lavoratori combattivi e tutti gli autentici militanti del sindacalismo di classe.

Occorre che nei sindacati di base e nei gruppi di opposizione interni alla Cgil ci si batta contro le proprie dirigenze che spingono verso un atteggiamento di indifferenza verso le lotte di lavoratori che sono organizzare da altre sigle. E ciò va fatto denunciando pubblicamente tale atteggiamento e agendo in pratica nella direzione opposta, a partire dalla partecipazione ai picchetti, fino ad arrivare a una congiunta cassa di resistenza per i lavoratori in sciopero. Occorre sedimentare ed organizzare a questo scopo una rete permanente di lavoratori combattivi e militanti del sindacalismo di classe.
 
W la lotta dei lavoratori della New Gel !

Per un fronte unico sindacale di classe !
Per la rinascita del Sindacato di Classe fuori e contro i sindacati di regime !

 

 

 

 

 


Il disastro ambientale si può fermare solo attraverso la lotta di classe e la distruzione del capitalismo

La crisi ambientale di oggi è globale e minaccia l’esistenza stessa della vita sulla terra. Dall’inquinamento delle acque, alle isole di rifiuti di plastica delle dimensioni del Texas alla distruzione sistematica delle foreste (in ultimo quelle sudamericane ed africane), la qualità e la ricchezza di varietà della vita sul pianeta si stanno rapidamente riducendo.

Ma affrontare questa devastazione senza tenere conto delle sue cause economiche è una visione ipocrita e scollegata dalla realtà.

Finché esisterà il capitalismo continuerà a sperperare ciecamente le risorse di questo pianeta in nome del Profitto. Anzi, arriverà a considerare il anche “riscaldamento globale” come una nuova opportunità per continuare ad arrancare. Infatti l’aprirsi di nuovi territori di ricerca, come le riserve di idrocarburi e gas naturali sotto la banchisa artica nei bacini orientali della Groenlandia e nel mare di Barents offrirà nuovi rami produttivi capitalistici che peggioreranno ulteriormente il bilancio degli inquinanti emessi e dell’energia consumata.

L’85% dell’energia globale è tratta da combustibili fossili; per mantenere almeno costante la concentrazione di CO2 nell’atmosfera si dovrebbe ridurre dell’80% la produzione di energia di questa origine. Non è evidentemente possibile, per esempio, ottenere l’attuale produzione mondiale di acciaio, 1,6 miliardi di tonnellate, con l’energia ricavata dal fotovoltaico e dall’eolico. Ma il capitalismo, per sua natura, non può “disinvestire”. Quindi è certo che non potrà fare a meno degli idrocarburi, del gas e del carbone.

Per questo i combustibili fossili sono così ferocemente contesi tra Usa, Russia, Canada, Norvegia e Danimarca... Il possesso o il controllo delle risorse energetiche, per prime quelle fossili, è uno dei motivi principali che dettano le dinamiche degli Stati imperialisti, ed i loro effetti spaziano dal campo produttivo a quello finanziario, politico e militare.

E con tali premesse dovrebbero stipularsi gli accordi per la “riduzione dei gas serra” favoleggiati nelle conferenze internazionali!

Il capitalismo nella ricerca di maggiori profitti tratta l’ambiente come una libera fonte di materie prime o come una barriera da abbattere. Ma la sua ipertrofia porta da se stessa all’inevitabile collasso, che si manifesta periodicamente nelle crisi economiche. Le conseguenze della crisi si scaricano sulle spalle della classe lavoratrice, costretta dai governi a sempre peggiori misure di austerità.

Sono quegli stessi governi a cui oggi si chiede di limitare il processo distruttivo che loro stessi stanno salvaguardando nell’interesse della classe dominante. Nessun governo di nessuno Stato può così limitare le ferree necessità dell’economia capitalistica, né garantire un uso “giudizioso” delle risorse, in nome della “salute del pianeta”.

D’altra parte, le scelte individuali verso uno “stile di vita” più “equilibrato” e “filo-ecologico” risultano di un ridicolo effetto marginale di fronte a problemi di così vasta dimensione come quello sopra esposto, rimanendo una impotente “buona azione”, per altro limitata ai consumatori che possono permettersi di pagare di più, alimentando così un nuovo, “alternativo” settore di mercato capitalistico. È un ennesimo vile diversivo del regime alla lotta di classe.

Noi comunisti fin dal Manifesto del 1848 abbiamo denunciato il fatto reale e drammatico che l’ininterrotto sviluppo del capitalismo – ove non sia possibile chiuderne definitivamente l’ormai disumano ciclo storico – e la sua inarrestabile estensione possa anche portare al disastro della specie umana, ad una crisi fatale. È una possibilità che la nostra teoria materialistica non esclude.

Ma il nostro fine dichiarato è invece spezzare la forma politica che mantiene e difende il modo di produzione capitalistico, e distruggere quelle sue istituzioni per consentire un modo di produrre volto al bene dell’umanità e non del Profitto.

Il capitalismo sarà abolito quando i produttori stessi, la classe operaia mondiale, si solleveranno contro la loro posizione di schiavi salariali; quando organizzeranno la produzione in comune per provvedere direttamente ai bisogni umani. In un mondo come questo nessuno potrà trarre profitto dal lavoro degli altri. Il denaro non servirà più e le storie di crisi finanziarie che portano a guerre commerciali, miseria umana e a guerre guerreggiate apparterranno al passato.

Solo in una società comunista, senza Stati e confini, gli esseri umani saranno in grado di valutare scientificamente la dimensione reale del danno che è stato fatto al loro pianeta, potranno prendere provvedimenti adeguati per sanarlo e lasciare alle future generazioni una società ed una Terra migliori di come ce li ha lasciati il capitale.