Partito Comunista Internazionale
Il Partito Comunista N. 398 - novembre-dicembre 2019
Anno XLVI - [ Pdf ]
Indice dei numeri
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organo del partito comunista internazionale
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: – la linea da Marx a Lenin, alla fondazione della III Internazionale, a Livorno 1921, nascita del Partito Comunista d’Italia, alla lotta della Sinistra Comunista Italiana contro la degenerazione di Mosca, al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani – la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco
PAGINA 1 Il corso del capitalismo mondiale e la sua crisi. Conferenza pubblica a Parigi - 23 novembre
La piccola borghesia si ribella impotente senza un suo partito e programma - Il proletariato ancora privo dei suoi sindacati di classe e del suo partito non può manifestarsi nel suo necessario storico e risolutivo vigore: In Iraq e in Iran sommovimenti duramente repressi - Risveglio sociale in Libano (volantino del partito) - Le mobilitazioni in America Latina
Catastrofismo ecologico e superstizioni globali per imbellettare il capitalismo: Bambini, rimbambiti e mestatori - Il “picco di Hubbert” e l’irrefrenabile capitalismo - Oppure, “accelerazionismo”! - Ecologismo traditore
PAGINA 2-5 La riunione internazionale del Partito. Firenze, 4-6 ottobre [RG135] - Seduta del sabato: Rapporto sul corso del capitalismo - La rivoluzione tedesca del 1919 su Prometeo - Il PCd’I e la guerra civile in Italia (fine del resoconto al prossimo numero)
Per il sindacato
di classe
8 novembre 2019 - Arcelor Mittal: Unire le lotte per imporre alla classe padronale il pagamento del salario ai lavoratori licenziati
– I siderurgici di Taranto sotto attacco dei padroni e dello Stato e stretti fra il collaborazionismo dei sindacati di regime e l’opportunismo dei dirigenti del sindacalismo di base: Gli schieramenti sindacali Giravolte dei dirigenti Usb La questione ambientale Lo “sciopero europeo” L’Usb e lo “sciopero generale” Rancido riformismo L’indirizzo di lotta sindacale di classe Venendo quindi a cosa fare
Roma, sabato 26 ottobre: Per il fronte unico sindacale di classe (volantino del partito)
40 giorni di sciopero alla GM: Le rivendicazioni - La corruzione nell’UAW - Gruppi di opposizione - Aspetti internazionali - Mancanza di organizzazioni di classe (dal nostro “The Communist Party”)
PAGINA 6 Schiaffi e sgambetti nel marasma della Brexit: Quel che accettò Thatcher - La crisi parlamentare - La Repubblica d’Irlanda - Democrazia e lobby
– “Compagna. Organo del PCd’I per la propaganda fra le donne” (recente nostra riproduzione della collezione)
PAGINA 7 Il concetto di dittatura rivoluzionaria e la sua pratica - Prima di Marx: (9 - continua dal numero 396). 10. Babeuf, seconda parte
PAGINA 8 Al di sopra di tutti i confini. Per la rivoluzione mondiale! (volantino diffuso dai nostri compagni statunitensi in solidarietà con i lavoratori immigrati)
Disastri dell’anarchia capitalista
Dallo sfruttamento 4.0 al... licenziamento
Invasione turca del Kurdistan siriano: Ancora regolamenti di conti fra imperialismi regionali e mondiali
L’invasione turca in Siria col consenso degli imperialismi russo e americano

  

 


PAGINA 1
Conferenza pubblica a Parigi - 23 novembre
Il corso del capitalismo mondiale e la sua crisi

Questo il testo di convocazione di una Conferenza che abbiamo tenuto a Parigi. Chiarissimo, approfondito e assai documentato l’esposto dal relatore, che conferma la serietà e la coerenza del nostro antico stile di lavoro, anche su un argomento, lo studio e l’interpretazione dei dati economici, che richiede continuità, metodo, un grande impegno, esperienza e accuratezza nelle valutazioni.

Dopo la relazione economica, sollecitato da alcune domande dei presenti, un altro compagno ha esemplificato brevemente i termini del nostro giudizio sulle attuali organizzazioni sindacali e, come da sempre in continuità con la nostra tradizione ormai di 70 anni, si informa attualmente l’intervento del partito in esse.

  

Le massicce distruzioni e i massacri della seconda guerra mondiale hanno permesso al capitalismo mondiale di uscire dalla crisi del 1929 e di avviare un nuovo ciclo di accumulazione di capitale quasi privo di crisi di sovrapproduzione: il famoso trentennio del “Boom” vantato dagli economisti e dai giornalisti. Ma questo ciclo si è concluso definitivamente con la prima crisi di sovrapproduzione internazionale del 1974-75. Da allora, in un ciclo di 7-10 anni, come ai tempi di Marx, il capitalismo è precipitato, dopo una fase di crescita, in una crisi internazionale di sovrapproduzione: i commerci internazionali e nazionali si sono fortemente ridotti, sono esplosi i fallimenti di imprese commerciali e industriali, i mercati sono sovraccarichi di beni difficili da smaltire. I fallimenti hanno portato a una disoccupazione di massa e a ristrutturazioni aziendali. Con l’accumularsi dei mancati pagamenti le banche stesse falliscono e i prezzi delle obbligazioni e delle azioni scendono, il capitale entra in una spirale deflazionistica.

La borghesia, sia industriale sia finanziaria, di fronte alla crisi del suo sistema economico, che le ha dato immensi privilegi, ha risposto ricorrendo sistematicamente al subappalto, alle delocalizzazioni, rendendo i lavoratori sempre più vulnerabili. I monopoli, le multinazionali, rispondono con massicce delocalizzazioni in paesi dove la manodopera a basso costo può essere sfruttata senza restrizioni, come in Cina. Questa “mondializzazione”, o globalizzazione, come la chiamano gli economisti al servizio della borghesia, ha permesso al capitalismo mondiale di ritardare la sua crisi di circa trent’anni.

A questo si aggiunge una speculazione frenetica ovunque: sulle materie prime – petrolio, gas, ecc. – sui cereali, sulle abitazioni, ecc., accompagnata da una generale deregolamentazione e dallo smantellamento dei servizi pubblici che il capitalismo non è più in grado di assicurare. Qualsiasi manovra va bene per realizzare un profitto. La sofferenza inflitta ai lavoratori da questa politica economica è qualcosa di cui la borghesia non si preoccupa. Ciò che preoccupa lei e i suoi governi è il diffondersi della crisi del capitalismo in tutto il mondo e le esplosioni sociali che ne possono derivare.

Tuttavia la politica economica perseguita dalla borghesia e dai suoi governi non risolve nulla! Al contrario, da una crisi all’altra la situazione peggiora: ciclo dopo ciclo la crescita rallenta mentre il debito delle imprese, delle famiglie e dei governi sta diventando così grande da mettere a repentaglio il sistema stesso.

Le stesse banche centrali detengono migliaia di miliardi di dollari di debito sotto forma di obbligazioni, molte delle quali non saranno mai rimborsate, portando la crisi al cuore stesso del sistema finanziario.

Tuttavia la soluzione esiste: il capitalismo, socializzando le forze produttive, ha sviluppato su scala considerevole le basi economiche della società comunista; questo è il suo grande ruolo storico. Ed è quindi la crisi senile del capitalismo ad imporre la necessità della transizione verso la società comunista: una società senza classi, comunitaria, senza produzione di mercato, dove l’obiettivo della produzione sarà la soddisfazione dei bisogni umani. Mentre lo scopo della produzione sotto il capitalismo è l’accumulo di capitale.

Il capitalismo – e con esso la borghesia – è diventato un organismo parassitario che ostacola lo sviluppo dell’umanità trascinandola in ingiustificabili guerre e infliggendo sofferenze atroci a gran parte dell’umanità e violentando la natura.

Il mostruoso corso di questo sistema economico non può essere fermato pacificamente. Passare al comunismo chiede il rovesciamento della borghesia, la sua espropriazione, l’abolizione del lavoro salariato, sostituendo alla gestione mercantile della produzione e della distribuzione una contabilità solo fisica e non più monetaria, basata sui bisogni umani, in armonia con i fondamentali equilibri della natura.

 

 

 

 

  



La piccola borghesia si ribella impotente senza un suo partito e programma
Il proletariato ancora privo dei suoi sindacati di classe e del suo partito non può manifestarsi nel suo necessario storico e risolutivo vigore

Ad Hong Kong, in Iraq, in Iran, in Cile, in Bolivia, in Colombia, in Libano, in Georgia, ecc. la sollevazione delle mezze classi travolte dalla crisi del capitale si manifesta senza la presenza e il peso della classe operaia. Il proletariato, come classe, appare ancora assente dalla scena sociale.

Solo inquadrato nei suoi sindacati e nel suo partito potrebbe imporre la sua direzione a queste dimostrazioni di malessere, avanzando le sue rivendicazioni di classe, con i metodi della classe operaia e verso i suoi superiori obiettivi storici.

Gli sarebbe così possibile trascinarsi dietro ogni esplosione di insofferenza sociale dei ceti intermedi e oscillanti per rivolgerla contro lo Stato del capitale, o almeno ottenere la loro neutralità nello scontro rivoluzionario. Altrimenti la collocazione ambigua di queste mezze classi, fatta di micro-capitalisti e micro-rentiers, le rende disponibili a qualsiasi orientamento, fino al più ottuso nazionalismo e bellicismo.

Questa attuale distanza della classe operaia dal teatro della guerra civile è il risultato di quasi un secolo di controrivoluzione, che ha trasformato ovunque il movimento operaio, un tempo forte, autorevole e grandeggiante, e i suoi sindacati rossi in efficaci collaboratori della borghesia. Opera che è culminata nella liquidazione del partito comunista mondiale, la Terza Internazionale Comunista, per opera dello stalinismo.

La riorganizzazione della classe operaia attorno a veri suoi fedeli sindacati, e l’intervento del partito a dirigerla, è oggi il compito più importante, anche alla luce degli avvenimenti in corso, per i comunisti del mondo intero.

Questo processo sarà lungo e difficile, come lo è stata la ricostituzione del distrutto partito comunista mondiale. Ma è una battaglia inevitabile e necessaria, che abbiamo combattuto anche nella peggiore controrivoluzione, contro tutti i detrattori e liquidatori, passati alla parte nemica.

Questa riorganizzazione potrà esplicarsi appieno solo con il ritorno alla lotta delle masse proletarie in tutto il mondo.

Qui si cela il vero terrore della borghesia mondiale, che oggi si dimostra solo impacciata nel contenere l’insofferenza disperata delle folle.

Oggi, con le stesse parole e nella stessa secolare linea storica della classe, il Partito, fedele ai principi marxisti dopo tanti decenni di controrivoluzione, e alla vigilia della grande crisi economica globale, si prepara a guidare la rivoluzione di domani, verso il suo obiettivo finale, il Piano di Specie, il pieno comunismo, che spazzerà via tutte le miserie e sofferenze del mondo del Capitale.


In Iraq e in Iran sommovimenti duramente repressi

L’ondata di proteste che dagli inizi di ottobre scuote l’Iraq rappresenta un fatto nuovo nel panorama del Medio Oriente, stretto nella morsa dell’imperialismo e martoriato negli ultimi decenni da guerre fra Stati, rivalità etniche e confessionali.

Ma in questo caso, per la prima volta dopo decenni, le lotte sociali hanno superato le barriere settarie fra sunniti e sciiti per affasciare le mezze classi in fase di avanzata proletarizzazione. Ostilità si è manifestata nei confronti dei partiti religiosi le cui sedi sono state assaltate e date alle fiamme, esprimendo un rifiuto dell’ordinamento di fatto settario e confessionale dello Stato.

Le manifestazioni, che si susseguono da ormai due mesi, hanno avuto per teatro la capitale Baghdad, l’importante città di Bassora, le sedi religiose sciite di Karbala e di Najaf e numerosi altri centri urbani, fra cui Nassiriya, che è stata teatro di repressioni particolarmente violente.

I manifestanti si sono scontrati ovunque a mani nude contro un dispositivo di sicurezza che ha risposto sparando con lo scopo di uccidere. Le conseguenze si contano in circa 420 morti, 16.000 feriti fra i quali addirittura 3.000 mutilati.

Ma questo succedersi quotidiano di bagni di sangue non ferma i giovani disperati che da settimane a Baghdad tentano di assaltare la cosiddetta Zona Verde in cui si trovano i principali edifici governativi.

La loro richiesta è che l’esecutivo e tutto il corrotto ceto politico si tolgano di mezzo. “Il popolo vuole la caduta del regime” è lo slogan che riecheggia in manifestazioni in cui le folle sfidano il piombo.

A questo si aggiungono azioni di boicottaggio come lo sciopero e il blocco intermittente del porto di Umm Qasr, sul Golfo Persico, da dove arrivano molte delle derrate dall’estero, da cui il paese dipende fortemente. L’autostrada che congiunge Bassora a Umm Qasr è stata recentemente bloccata dai manifestanti.

Si ha anche notizia del coinvolgimento dei lavoratori del petrolio e del gas nel governatorato di Bassora, mentre secondo alcune poche notizie e non verificate aggregazioni sindacali si sarebbero formate a Baghdad e anche a Bassora, Najaf e Karbala. Mancano ancora le informazioni per poter valutare quanto in questa ondata di proteste sia presente la lotta della classe operaia.

Sviluppo questo ancora non inevitabile per la classe dominante, forse in grado di deviare la rabbia popolare verso obiettivi nazionalistici o di uno sbiadito laicismo istituzionale, una nuova Costituzione che sostituisca quella del 2005, redatta dopo la seconda guerra del Golfo, nel contesto dell’occupazione militare a guida statunitense.

Da marxisti sappiamo bene che la traiettoria della lotta di classe sarà imposta ai proletari dalle oggettive condizioni economiche.

A spingere i proletari e i semiproletari iracheni alla rivolta sono la mancanza di prospettive di vita, la notevole disoccupazione (attorno al 25% fra i giovani), i salari bassi, le prepotenze di un ceto politico designato dalle comunità confessionali, l’imperversare in tutto il paese delle milizie armate, specialmente di orientamento filo-iraniano.

È proprio questa ingombrante presenza nella politica e nell’economia dell’Iraq che alimenta le pieghe nazionaliste ed anti-iraniane della rivolta. Questo risentimento di parte degli iracheni è emerso agli inizi di novembre nell’assalto al consolato iraniano di Karbala, fermato dalle forze di sicurezza uccidendo 4 manifestanti, e pochi giorni fa a Nassiria dove il consolato iraniano è stato dato alle fiamme con altri morti. È un fatto che nei cortei sventolano le bandiere nazionali di una patria che si vede “umiliata dallo straniero” e che si vorrebbe “libera e indipendente”. Tutti segni questi di come sia ancora di là da venire una maturazione classista nel proletariato.

Ed è proprio il mancato sviluppo di un ruolo indipendente delle classe lavoratrice che, nonostante la situazione drammatica, lascia ancora margini di manovra alla borghesia. A fine novembre un discorso del leader religioso sciita al-Sistani, fautore dell’emancipazione dell’Iraq dall’ingombrante tutela iraniana, ha invitato il governo guidato da Adil Abdul Mahdi a farsi da parte, ottenendo le immediate dimissioni del premier.

Eppure sono proprio i legami politici ed economici che uniscono l’Iraq all’Iran a fare sì che la protesta popolare si estenda e contagi il potente vicino. Fattori oggettivi spingono ad una ribellione che già ora scavalca i confini.

Sin dall’inizio della rivolta irachena l’atteggiamento del governo iraniano è stato spietato con i manifestanti accusati dalla cosiddetta Guida della Rivoluzione, l’ayatollah Khamenei, di essere al soldo dell’Arabia Saudita e degli Stati Uniti, paese quest’ultimo col quale l’Iran esercita peraltro una sorta di condominio sull’Iraq. Infatti la destabilizzazione irachena ha assunto il carattere di un “problema interno” per l’Iran e per il regime teocratico della Repubblica Islamica.

Non è un caso se gran parte delle vittime della repressione in Iraq sono state causate dalle “Forze di Mobilitazione Popolare” (in arabo Hashd al-Shaabi), una coalizione di oltre 60 milizie sciite in armi, in gran parte filo-iraniane, le quali inquadrano fino a 150 mila uomini. Queste hanno agito a più riprese, preferibilmente di notte, assaltando gli assembramenti dei manifestanti con armi automatiche e seminando morte e terrore.

Negli ultimi anni, specialmente a partire dal 2014, il ruolo delle milizie sciite nella società irachena è stato notevolmente accresciuto dalla guerra contro lo Stato Islamico, aprendo così una parentesi di crescente fanatismo religioso, per alcuni aspetti inedito nella storia recente dell’Iraq.

La forte influenza esercitata dall’Iran sull’Iraq non è soltanto un fatto militare, ma anche economico. Il 45% dell’energia elettrica viene fornita all’Iraq dall’Iran, l’interscambio fra i due paesi ammonta a 12 miliardi di dollari l’anno, mentre l’economia irachena trae notevoli risorse dai pellegrini iraniani che ogni anno a milioni visitano i santuari sciiti di Karbala e Najaf.

Ma non è soltanto un effetto di imitazione se a metà novembre un’ondata di proteste ha scosso anche l’Iran, la cui economia deve fare i conti con le sanzioni imposte dagli Usa dopo che nel maggio del 2018 il presidente Donald Trump ha annunciato il ritiro unilaterale fall’accordo sul nucleare iraniano. Anche se l’Iran è diventato negli ultimi decenni una considerevole potenza industriale a scala regionale, le sue finanze hanno risentito del considerevole calo delle vendite di petrolio, una voce che incide per il 40% sull’export iraniano. Se prima delle sanzioni l’Iran esportava ogni giorno 2,4 milioni di barili, adesso sono scesi a 500 mila. Con le sanzioni e con le guerre commerciali i grandi paesi imperialistici cercano di scaricare la loro crisi sui paesi più poveri e sulle potenze di secondo rango.

Non sorprende se in Iran, in recessione, con un’inflazione del 35% e una svalutazione del rial rispetto al dollaro che nel 2018 è stata del 60%, a scatenare la protesta sia stato un aumento della benzina del 50%, da 20 a poco più di 30 centesimi di euro al litro, e la riduzione da 250 a 60 litri della quota prevista dal razionamento oltre il quale il prezzo sale del 300%. Appena resa nota la misura governativa in molte città del paese decine di migliaia di iraniani sono scesi in piazza dando vita a manifestazioni che hanno assunto subito un carattere assai violento.

Agli attacchi contro le banche e le sedi di istituzioni statali il regime degli ayatollah ha risposto con una repressione rabbiosa che ha provocato forse più di duecento morti, cui si è aggiunta una propaganda che, come in Iraq, ha tentato di fare passare la protesta come un’orchestrazione degli Stati Uniti, di Israele e dell’Arabia Saudita, secondo l’abusato copione teso a negare ovunque il carattere sociale dei tumulti per contrabbandarli come fatti interni ai conflitti fra Stati, etnie e religioni. I media di Stato hanno mostrato anche le immagini di una moschea saccheggiata in un sobborgo di Teheran in cui i manifestanti avrebbero dato alle fiamme anche alcune copie del Corano. Circostanza questa che, se non fosse una messinscena della propaganda statale, sarebbe un altro segno dell’insofferenza crescente verso chi pretende di governare per investitura divina.

La propaganda del clero sciita al potere a Teheran ha potuto fare assegnamento anche sulle prese di posizione dell’amministrazione Usa che, per bocca del segretario di Stato Mike Pompeo, ha detto di appoggiare chi manifestava in piazza. Dopo un discorso dell’ayatollah Ali Khamenei sul preteso complotto straniero, il regime ha chiamato a raccolta i suoi sostenitori in manifestazioni filogovernative.

Nel frattempo l’esecutivo è stato però costretto a mitigare alla svelta gli effetti sociali del carovita, concedendo sussidi a circa 60 milioni di cittadini (su una popolazione complessiva di 80 milioni) ritenuti più bisognosi. Ma questa misura non ha fermato le manifestazioni, che sono state sedate solo dopo un bagno di sangue. È stata anche totalmente bloccato Internet, tagliando l’Iran fuori dal mondo. Già è annunciata la pena di morte per i capi della protesta mentre sono state scatenate ovunque le milizie mercenarie dentro e fuori il paese, in Iraq e in Libano.

Infatti in Libano le manifestazioni interclassiste, ma anche interconfessionali, che agitano il paese stanno mettendo in discussione l’ordinamento settario dello Stato e per questo vengono a scontrarsi con le squadracce filo-iraniane Hezbollah.

L’ondata di malcontento mediorientale che sta straripando al di là dei confini fra gli Stati si confronta ovunque con la logora bandiera dell’oscurantismo religioso, agitata con sempre più sfacciata arroganza tanto dall’Iran quanto dai suoi arcinemici regionali come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti.

Ma spetterà al proletariato mediorientale rifiutare sia ogni bandiera etnica e religiosa sia il nazionalismo borghese, che alternativamente si presenta laico e liberale ovvero totalitario e confessionale, ma che è comunque dedito alla nauseabonda idolatria del feticcio denaro.

La classe operaia si riconoscerà allora per quello che è realmente, e che attualmente essa per prima ignora, al di sopra di ogni frontiera, in guerra contro il potere della classe borghese, in tutte le sue infinite componenti sociali ammantate nelle loro multiformi e iridescenti ideologie, superstizioni e vuote illusioni.

Torneranno allora ad alzarsi sopra le folle le bandiere rosse e le chiare, inconfondibili e orgogliose parole di sempre della classe dei lavoratori e del comunismo.


Risveglio sociale in Libano
Questo il manifestino che i nostri compagni hanno distribuito in Israele

Dal 17 ottobre, nelle strade del Libano serpeggia la protesta. Stavolta non si tratta di una nuova sanguinosa guerra civile fomentata dalle varie forze imperialiste, né dell’intervento armato di qualche Stato della regione. I proletari e la classe media, in un rapido processo di proletarizzazione, sono scesi in piazza con inusuali manifestazioni e appelli all’unità e alla solidarietà tra le varie etnie e gruppi religiosi, per denunciare le loro condizioni di vita, costantemente minacciate dalla crisi economica e governativa in cui il paese è precipitato, esprimendo odio per l’insieme dei politicanti e la loro corruzione.

Il Libano, crocevia sul Mediterraneo, patria di diversi gruppi etnici, religiosi e nazionali, detentore di un glorioso passato, luogo di conflitto costante e di manovra dei diversi interessi imperialisti regionali, si trova oggi in una nuova situazione.

I trascorsi governi del Libano dei tempi recenti, a causa della composita suddivisione del suo popolo, sono instabili e risultato di accordi settari fra i diversi gruppi etnici, e a sua volta di questi con l’imperialismo al momento dominante. È il caso dell’attuale governo, guidato dal presidente Al Harari, frutto della concertazione di diversi settori politici borghesi, Hezbollah compresi, cristiani, sunniti, sotto l’egida della borghesia internazionale.

Ma la situazione economica del paese – con un debito tra i tre più grandi del mondo, del 152% del PIL, con una disoccupazione che arriva al 37% tra i giovani, ancora in fase di ricostruzione dopo la sanguinosa guerra civile – si scarica sul giovane proletariato libanese.

Il governo, in costante deficit, ricorre agli usurai del capitalismo globale, che a loro volta chiedono garanzie. Questo “aiuto” è a vantaggio di una borghesia pienamente consenziente e partecipante alla partita a scacchi capitalista, non è per il miglioramento delle condizioni di vita del proletariato contro il quale sono diretti i provvedimenti dei tagli “per il bene del paese”.

Le misure di austerità imposte dal governo, come il taglio delle pensioni, agli stipendi dei dipendenti pubblici e, ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso, la tassa su WhatsApp di 6 dollari mensili, hanno spinto alla rivolta. In un paese dove la maggior parte della classe operaia non guadagna più di 300 dollari al mese e la disoccupazione tra i più giovani è così grande l’esplosione era solo una questione di tempo e di occasione.

Il capitalismo a livello globale sta mostrando l’inizio di una nuova grande generale crisi economica, la borghesia cerca disperatamente di risollevare il tasso del profitto, mentre invece questo cala costantemente, attraverso diversi provvedimenti che peggiorano le condizioni di vita e di lavoro del proletario, della classe operaia, della classe che produce il plusvalore.

La serie di manifestazioni in tutto il mondo appare in reazione all’austerità, rivendica migliori condizioni di vita e di lavoro, mostrando una tendenza al risveglio della classe proletaria, che non distingue tra nazioni, razza, religione. Ecuador, Cile, Iran, Iraq, Sudan, Haiti, ora Libano.

Nel caso del Medio Oriente, in un piccolo paese, che ha vissuto una infinita e sanguinosa guerra civile, alimentata dalle tattiche di divisione della borghesia in gruppi di unità settaria, l’unità di azione che oggi i lavoratori mostrano intorno alla difesa dei loro comuni interessi economici è un passo avanti. Questa per certi versi nuova “unità nazionale” vede però proletari arabi palestinesi, arabi cristiani e arabi musulmani, e altri, fianco a fianco intorno alle stesse esigenze.

L’ex unità del capitalismo arabo, il pan-arabismo, si mostra oggi come una truffa dimenticata del passato, che sta cedendo il passo alla vera e unica lotta progressista: quella delle classi, prima rivendicativa delle condizioni di vita e di lavoro, poi politico-rivoluzionaria futura.


Le mobilitazioni in America Latina

Mobilitazioni popolari stanno attraversando alcuni paesi dell’America Latina: Cile, Bolivia, Colombia ed Ecuador. Pure nella diversità delle situazioni hanno un comune denominatore: proletari, semiproletari e piccolo borghesi scendono nelle strade per manifestare il loro malcontento, incuranti della repressione, talvolta anche mortale.

I governi debbono affrontare la piazza, nella loro funzione precipua di garantire l’ordine sociale, basato sul dominio delle classi grandi borghesi e grandi fondiarie e sull’estrazione del plusvalore.

Sono economie basate essenzialmente, sulla divisione imperialista del lavoro, produzione di materie prime, minerarie ed agricole. Eppure i tesori nel sotto- e soprassuolo, per quanto appaiano come una fonte inesauribile di ricchezza, si rivelano insufficienti a garantire condizioni di vita accettabili ad una popolazione esuberante rispetto alle esigenze produttive locali del capitale.

Questo vale anche per paesi che sembravano in grado di propiziare la pace sociale all’ombra di una prosperità, rivelatasi in larga misura fittizia. Il Cile ne è un esempio. Lì le proteste dopo sei settimane non accennano a placarsi.

Mentre scriviamo l’ennesimo sciopero generale sta paralizzando il paese e barricate lungo le principali arterie bloccano il traffico. Fra i protagonisti dello sciopero i portuali dell’importante scalo marittimo di Antofagasta, da dove passa una parte consistente delle esportazioni di rame, cioè della principale risorsa del Cile, che da solo estrae il 28% della produzione mondiale. Ma da tempo il calo della domanda di rame, causato dalla stagnazione mondiale della manifattura, ne aveva provocato una flessione del prezzo.

Nell’entroterra di Antofagasta si trovano numerose miniere fra cui quella di Chuquicamata, la più grande del mondo, dalla quale viene estratto l’1,5% della produzione mondiale di rame. Là nel giugno scorso uno sciopero durò due settimane. La Codelco, la compagnia mineraria statale, aveva offerto il ridicolo aumento salariale dell’1,2% dando come spiegazione «la realtà del settore minerario e delle prospettive future, minacciate dall’aggravarsi della guerra commerciale fra Stati Uniti e Cina».

La crisi del Cile assume quindi caratteristiche che hanno un valore generale, un paese che per la sua struttura sociale e per la sua storia è stato e resta un laboratorio politico che ha influenzato gli ultimi decenni di storia dell’America Latina.

Quanto è avvenuto in Cile nelle ultime settimane ha mandato in frantumi l’immagine del paese economicamente e politicamente più stabile del subcontinente, scatenando una sorta di reazione a catena sociale in altri paesi, acceleratasi con la rivelazione del carattere virulento e insolubile della crisi cilena.

A questo effetto di amplificazione dei moti popolari contribuisce il fatto che il “modello cileno”, basato sui dettami del neoliberismo più estremo e conseguente, avesse visto una crescita economica sostenuta per tre decenni, accompagnata da un relativo “benessere” e anche con i salari fra i più alti dell’America Latina.

Il vanto dell’oligarchia che aveva governato il paese prima all’ombra della dittatura del generale Augusto Pinochet, poi di una non meno feroce e dittatoriale democrazia, era di avere conseguito un basso tasso di inflazione e un debito pubblico ridotto a meno di un quarto del PIL.

Li hanno chiamati successi del “liberismo”. Per il capitalismo il neo-liberismo è la cura della cura keynesiana, a sua volta spacciata come panacea capace di contrastare se non di annullare il ricorrere delle crisi di sovrapproduzione. Entrambe le cure sono incapaci di guarire il malato ma solo, alternativamente, di prolungarne o affrettarne l’agonia. Il neo-liberismo ha solo permesso di incrementare il plusvalore relativo intensificando la produttività e deprimendo i salari, mentre le privatizzazioni del patrimonio statale e dei servizi pubblici hanno favorito l’afflusso di capitali.

In Cile, mano a mano che il ciclo d’accumulazione giungeva a maturazione, facendo venire meno i presupposti della crescita economica, sono incominciati a emergere i lati scabrosi di questo “modello”: il concentrarsi della ricchezza in poche mani e il progressivo impoverimento dei lavoratori e delle mezze classi. Anche se al cambio ufficiale i salari in Cile sono fra i più alti dell’America Latina, non lo sono rispetto al costo dei beni di prima necessità, sicché un’alta percentuale di lavoratori si ritrova permanentemente a ridosso della linea della bruta sopravvivenza.

Inoltre una ulteriore spoliazione si verifica per il costo imposto a servizi essenziali, l’acqua, l’elettricità, i trasporti, la sanità, le pensioni, tutti gestiti con logiche capitalistiche e, benché “privati”, monopoli di fatto.

Il risultato di questo quadro generale si converte in una alta percentuale di cileni perennemente condannati a indebitarsi finché hanno un impiego, per sprofondare nell’indigenza una volta usciti dal lavoro, con pensioni da fame. In Cile così il proletariato e le mezze classi hanno potuto vedere meglio in faccia la loro borghesia, rapace e insaziabile.

La borghesia cilena per ora prende tempo, promette concessioni salariali, aumenti delle pensioni, blocchi delle tariffe dell’energia elettrica. Allo stesso tempo offre un ruolo ai partiti di falsa sinistra che siedono in parlamento con la convocazione di un’Assemblea Costituente deputata a redigere una nuova legge fondamentale dello Stato in sostituzione di quella scritta al tempo di Pinochet.

Si tratta di un ennesimo diversivo “antifascista” che non può accontentare i lavoratori che già provano sulla loro pelle i metodi con cui le democratiche forze di sicurezza reprimono le manifestazioni di piazza. Il proletariato se vorrà davvero difendersi non dovrà andare nella direzione della “democratizzazione” del regime borghese ma in quella delle sue rivendicazioni economiche di classe nel sindacato “rosso” e della sua indipendente espressione politica nel Partito Comunista.

* * *

Il caso della Bolivia si allontana in parte da quello del Cile per la minore trasparenza dei rapporti sociali e della polarizzazione fra le classi.

Il governo di Evo Morales e del “Movimento al Socialismo”, con la sua demagogia populista tinta abusivamente di rosso, non ha potuto mettere il paese al riparo dalla crisi, dovuta anche in questo caso al calo delle quotazioni delle materie prime, fra cui petrolio, gas e litio. Tuttavia è riuscito ad assolvere al compito di confondere i lavoratori che per ora sono rimasti ingabbiati nella disputa tra due rivali lobby borghesi.

Ai pretesi brogli elettorali orditi dai partigiani del presidente, la destra ha reagito con un colpo di mano appoggiato dalle forze armate che ha costretto Morales a rifugiarsi all’estero.

Alcuni settori del proletariato si trovano a rimorchio del contadiname indio, che rappresentava una parte cospicua della base sociale del regime di Morales. Occorrerà dunque del tempo prima che il tramonto dell’illusorio “socialismo del XXI secolo” consenta alla classe operaia di ritrovare la sua strada.

Per la borghesia liberarsi di Morales e del suo partito falsamente socialista può costare il venir meno di un diaframma a sua difesa dalla lotta di classe, una mascheratura rivelatasi fin qui piuttosto efficace. In Bolivia, come in Venezuela, è stata la borghesia a volersi dare una patina di rosso per contenere il malcontento dei lavoratori. Ma l’ignobile inganno del finto socialismo non metterà il regime del capitale al riparo dall’incendio proletario, che ci auspichiamo possa avvolgere l’intero continente, al di sopra dei confini degli Stati.

* * *

Anche la Colombia si dimostra non immune dai moti di piazza. La destra borghese che vi domina da decenni addita il fallimento economico del chavismo nel vicino Venezuela come lo sbocco inevitabile delle politiche “di sinistra”.

Ma non sarà una politica borghese di destra o di “sinistra” a salvare i lavoratori dalla catastrofe del modo di produzione capitalistico. Sarà piuttosto la marea rossa dei lavoratori di ogni nazione, inquadrati nello stesso fronte unico di classe, che rovescerà infine l’ignobile regime del capitale.

 

 

 

 

 

  


Catastrofismo ecologico e superstizioni globali per imbellettare il capitalismo
 
Bambini, rimbambiti e mestatori

Dalla primavera scorsa in quasi tutte le grandi città del mondo si sono svolte proteste “in difesa del clima”. Nel ben pubblicizzato “movimento” Fridays for Future sono stati incanalati gli scolari più giovani cui è stata fatta disertare la scuola per “chiedere” ai governi di “agire”.

Simile indegno spettacolo è stato promosso dai media del regime e dai governi. A New York il sindaco ha giustificato l’assenza dalle lezioni, in Italia il ministro dell’Istruzione ha emesso una circolare analoga, come in Canada a Toronto, Montreal... Manifestazioni di giubilo sono giunte da ogni lato, dalla demenza dei piccolo borghesi e dalla ipocrisia dei grandi. Perfino le Nazioni Unite hanno assegnato al movimento l’onorificenza “UN Champion of the Earth”.


Il “picco di Hubbert” e l’irrefrenabile capitalismo

Mentre paventano la eventualità che il capitalismo possa distruggere il Mondo, certi “scienziati” riscoprono la teoria del “picco di Hubbert”, secondo la quale la estrazione di petrolio sarebbe stata soggetta a un picco, attorno al 1980, data la natura finita delle riserve. Questa previsione, mancata del tutto, nell’ignoranza della teoria marxista della rendita differenziale e della natura esplosiva del modo di produzione capitalistico, vorrebbe delegare al capitalismo stesso la razionalità della produzione di energia ricorrendo a fonti “alternative”, nella convinzione che il capitalismo possa “scegliere” alcunché, in particolare obbedendo alle piccole ripicche degli ecologisti, e ancor meno per il bene delle generazioni future.


Oppure, “accelerazionismo”!

Sull’altra sponda rispetto ai sogni ecologistici di un capitalismo “decrescente” si pongono, ultimissima novità, gli “accelerazionisti”: spingere in avanti il capitalismo nelle sue esasperazioni e nequizie fino a farlo esplodere, renderlo impossibile, intollerabile, e liberare, si illudono alcuni, così il socialismo. Un Futurismo, che era anche di sinistra, del 21° secolo.

Come se il capitalismo non si fosse “spinto” già troppo avanti, almeno da un secolo in occidente e ovunque ormai e davanti a sé ha solo crisi e guerra, controrivoluzione su tutta la linea.

In realtà il catastrofico procedere del capitale non ha bisogno ed è insensibile tanto alle “spinte” degli uni quanto alle “trattenute” degli altri, fa la sua strada segnata, che solo l’intervento politico di una classe rivoluzionaria può non correggere ma spezzare.


Ecologismo traditore

Il clima da televendita che, nel capitalismo, appesta qualsiasi affermazione sul tema delle tecniche di produzione e d’impiego di energia (vedi Volkswagen e compari tutti), rende difficile uno studio quantitativo o un confronto attendibile sui rendimenti reali delle varie soluzioni e macchine. È anche qui palese il carattere interessato, e in fondo irrimediabilmente falso, della scienza e della tecnologia in questa società. Ci limitiamo quindi a dei minimi appunti.

L’impegno che gli abili mercanti in divisa verde mettono per far sembrare “ecologicamente puliti” i sistemi cosiddetti “rinnovabili” non basta per darcela a bere a noi, nemici giurati del capitalismo e veri soli alleati dell’Umanità e della Natura.

Chi accetta il capitalismo deve accettare l’aumento costante dei volumi prodotti. Ma, per produrre sempre più, in una crescita demente, mezzi di produzione e merci destinate al consumo, occorre un maggior consumo di energia.

Si dice allora: basta ricorrere a “fonti rinnovabili”. Ma nessuno può provare che l’impiego di tali tipi di produzione di energia, a scala capitalisticamente iperbolica, non risulti ugualmente micidiale nei confronti della natura.

Se si volesse produrre energia sfruttando innumeri impianti eolici fuori costa, per esempio, chi può predire gli effetti della conseguente modifica dei flussi nell’atmosfera? Vi sarebbe uno sconvolgimento nello strato limite superficiale della crosta terrestre, con alterazione delle normali turbolenze, della temperatura in superficie e dell’umidità?

Altro esempio, ricorrere a biomasse e biogas: fatti i conti, non è meno “sporco” che col petrolio e col gas naturale. La produzione di cereali e altre specie da impiegare come combustibile, per quanto rinnovabile, non è indifferente sulla natura. Quelle coltivazioni debbono pur attingere, oltre che alla luce del sole, alla fertilità della terra. Inoltre le estensioni di queste coltivazioni sono spesso sottratte ai polmoni verdi del mondo, come la foresta amazzonica o le foreste tropicali del sudest asiatico e dell’India. Infine, la produzione di questi “biocombustibili”, che sottrae terra alle produzioni alimentari, ne sconvolgerebbe la dinamica dei prezzi, potendo portare ad un peggioramento del vitto per le classi inferiori.

Ancora: la produzione da fotovoltaico comporta il difficile smantellamento di materiali altamente velenosi. Lo stesso per le celle a combustibile.

Si fa una gran parlare attualmente sull’auto elettrica. Un modesto calcolino, accessibile anche a non “specialisti” come noi siamo, e ci vantiamo. Energia contenuta in un serbatoio di gasolio: 30 litri per 9,4 kWh al litro = 282 kWh. Rendimento del motore 33%: energia utile 93 kWh. Per fare un “pieno” equivalente negli accumulatori elettrici (litio o non litio), con una normale presa della potenza di 1 kW ci vogliono 93 ore! E senza contare le perdite in calore. Ma vorrebbero produrre, e vendere, l’auto “ibrida”, che costa molto di più e alla fin fine è mossa ugualmente da un motore a combustione!

Con questo non vogliamo certo difendere l’utilizzo dei combustibili da fonti fossili. Ci teniamo solo a denunciare che tutte le “nuove soluzioni” che sono così insistentemente proposte avvengono sotto la sola spinta della capricciosa e spietata legge del profitto, dell’interesse immediato e aziendale e che, nella società presente, non sono espressione che della ignoranza, o della malafede, di chi le difende.

Non crediamo occorra evidenziare come sotto tutto questo interesse per le “nuove tecnologie” (che spesso non sono affatto nuove) si celano anche gli egoismi delle grandi nazioni, una cui minima autarchia energetica è necessaria in funzione imperialista, in particolare nel caso di scontro bellico. L’energia è un’arma.

È evidente che la crisi energetica è tale solo per il capitalismo, che si fonda per sua natura sul dilapidare ogni risorsa umana e materiale. Nessuna tecnologia potrà mai ridurre l’ingrato uso che il capitalismo fa delle risorse naturali. Solo una società post-capitalista potrà cominciare a studiare seriamente e ad affrontare delle vere razionali riforme anche in questo essenziale settore del rapporto fra le specie viventi e l’ambiente.

Prima di allora non sono da convincere gli inquinatori ma da abbattere il potere politico della classe degli inquinatori. Questo sarà fatto non da un movimento indistinto di illuminati coscienti provenienti da tutte le classi, ma da quello di proletari, per lo più ignoranti di “ecologia”, ma ben convinti a difendere le loro condizioni di vita e di lavoro, e guidati dal loro partito comunista non alla “salvezza del pianeta”, subito, ma alla previa distruzione rivoluzionaria delle istituzioni borghesi.

 

 

 

 

 

 


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La riunione internazionale del partito
Firenze, 4-6 ottobre 2019
[RG 135]

Seduta del sabato
Rapporto sul corso del capitalismo - English - Español ]
La rivoluzione tedesca del 1919 su “Prometeo” - English - Español ]
Il PCd’I e la guerra civile in Italia - English - Español ]
La questione militare - L’opposizione alla guerra - English - Español ]
Nascita della nazione indiana - English - Español ]
Lenin e la dittatura del proletariato in Russia - English - Español ]
Seduta della domenica
Attività sindacale del partito - English - Español ]
Materiali per uno studio sulla rivoluzione ungherese - English - Español ]
Rapporto della sezione in Venezuela
Il movimento dei comitati operai in Gran Bretagna
Origini e natura della Internazionale dei Sindacati Rossi - English - Español ]

 

 

Da venerdì 4 a domenica 6 ottobre ci siamo ritrovati per la periodica riunione generale nell’ampia nostra sede di Firenze. Erano presenti compagni e rappresentanti di sezioni da Gran Bretagna, Germania, Francia, Stati Uniti, Venezuela e, dall’Italia, da Torino, Genova, Veneto, Cortona, Bari, Roma.
Tutti i lavori si sono svolti con i nostri ritmi incalzanti e ordinati, secondo il piano preordinato da tempo e dettagliato infine all’inizio della riunione. Effettuate intercalari traduzioni in lingua inglese.

Le nostre certo non pletoriche forze riescono ad esprimere una grande mole di lavoro non solo per le capacità e la solerzia individuali dei nostri compagni ma perché inseriti nel sano ambiente di comunista solidarietà che si mantiene all’interno della nostra compagine.
Sappiamo che dobbiamo difendere oggi il programma della rivoluzione di domani. Questo grande compito può farsi solo con un fare metodico e impersonale, in una disciplina fraterna che rifugge gli esibizionismi, le originalità e lo stupido chiasso degli intellettuali. Con lo stesso sereno impegno che fu di Marx, di Engels e degli altri nostri maestri, senza ovviamente crederci alla loro personale altezza, lavoriamo ad accumulare e a mettere a punto le necessarie munizioni ideali e scientifiche del partito che guiderà la classe operaia al potere, e alla distruzione di ogni potere.

Si tratta oggi non di scoprire nuove verità ma di allargare al partito l’orizzonte delle conoscenze dei complessi sviluppi, nel tempo e nello spazio, della lotta fra le classi e sotto-classi del passato e del presente di questo ormai marcio e morente mondo borghese.
Non è da manovre o da espedienti tattici particolari, ma dal corretto svolgimento delle sue funzioni, di tutte le sue funzioni, fra le quali è vitale il contatto con la classe operaia, che si verificherà l’estendersi quantitativo e qualitativo del partito.


Rapporto sul corso del capitalismo

Una sintesi delle conclusioni dello studio ha dato materiale per la preparazione della relazione che lo stesso nostro compagno ha esposto alla conferenza pubblica che il partito ha tenuto a Parigi e del quale si riferisce qui in prima pagina.

Invece una rappresentazione sintetica di tutto l’apparato numerico sarà presentata nella redazione definitiva dello studio, da pubblicare in uno dei prossimi numeri di questo giornale.


La rivoluzione tedesca del 1919 su Prometeo

La stampa della nostra Frazione dedicò, dal 1929 al 1937, alcuni articoli a Rosa Luxemburg e a Carlo Liebknecht, oltre che alla ripubblicazione di loro diversi scritti, sempre dimostrando la coerenza della interpretazione dei nostri compagni nell’emigrazione, con grande e tempestiva lucidità e preveggenza, mentre erano attaccati, in quegli anni terribili, e incalzati dalla repressione borghese e da quella, convergente, dello stalinismo.
Di quegli articoli abbiamo fatto una cernita e presentata ai compagni. Si tratta di interventi che il partito dovette muovere su “Bilan” e su “Prometeo” a difesa delle figure di Rosa e di Carlo.

Ma non era solo per difendere l’onore e l’affettuoso ricordo di quei nostri grandi compagni e maestri, allora vilmente denigrati dallo stalinismo, dilagante all’interno del movimento operaio mondiale.
Fatto era che si andava malamente attribuendo loro, sia dalla destra stalinista sia da una presunta sinistra anti-stalinista, la fondazione di una originale scuola di pensiero e di corrente politica, che si volle denominare “luxemburghismo”, opposta ad una simmetrica di “leninismo”.
Accusando i gruppi che si professavano “luxemburghiani”, che negli anni della degenerazione dell’Internazionale Comunista vennero effettivamente deviando dal mar­xismo e dal programma della rivoluzione, e quindi da Rosa e da Carlo, si tentò una “condanna retroattiva” dei due grandi rivoluzionari, rinnegando i loro insegnamenti ed atteggiamenti fieramente nemici di ogni riformismo e tradimento socialdemocratico.

La stessa infamia lo stalinismo scaricherà su Trotski, i gravi ammonimenti del quale all’interno della Terza Internazionale furono squalificati in “trotskismo”, mentre sotto la spregevole invenzione del “leninismo” si perpetrava il tradimento di Lenin.
Noi comunisti riteniamo non scientifico e fuorviante l’uso dei nomi propri e cerchiamo di evitarli, se non come semplici simboli di posizioni impersonali. Non sono state forse universalmente utilizzate le figure di Marx, Lenin, Trotski contro Marx, Lenin e Trotski? Il bilancio nella storia di una “personalità”, pur gigantesca, è sempre negativo.
Non ci attendiamo, e il movimento deve saper farne senza, la infallibilità negli individui, capi o gregari, e consideriamo compagni e comunisti tutti i nostri militi inscritti sul cammino segnato della rivoluzione, al progredire della quale hanno saputo dare un contributo gigantesco e di valore permanente anche nell’oggi.

L’articolo “Gli insegnamenti di tre anniversari” pubblicato su Prometeo n.13 del 10 febbraio 1929 scrive:

«Oggi ci appare visibile ed indiscutibile che Rosa e Carlo sono i capi del proletariato tedesco che hanno saputo preparare la nuova epoca che si veniva aprendo, l’ultima cioè del capitalismo, in cui si piazza il cielo delle rivoluzioni proletarie e comuniste». E conclude: «Gli insegnamenti di questi grandi capi sono quelli cui si ispira la nostra Frazione, contro cui accanitamente si combatte da parte dei Partiti Comunisti. Questa situazione transitoria precipiterà nella direzione del macello del proletariato russo e mondiale o nell’opposta direzione di una rivoluzione europea e mondiale? Noi lottiamo per la rivoluzione, ma anche se la catastrofe dovesse sopravvenire, oggi che pare che il centrismo si disponga a ripetere su Trotski e sulla sinistra russa quanto Noske fece o fece fare su Carlo, Rosa e il movimento spartachista, noi affermiamo che la fedeltà agli insegnamenti dei grandi capi che commemoriamo è quella che noi abbiamo iscritto alla ragione prima della nostra lotta, sarà quella che porterà noi ed il proletariato non alla disfatta ma alla vittoria e alla liberazione».
“Luxemburg e Liebknecht capi rivoluzionari e comunisti”, pubblicato su Prometeo n. 84 il 5 febbraio 1933, descrive la situazione storica, i rapporti di forza e il ruolo, da un lato di “Spartaco” che, rotto qualsiasi indugio, fonda il Partito Comunista, dall’altro dei Maggioritari, e del loro travestimento negli Indipendenti, assassini della rivoluzione, della sua avanguardia e dei militanti proletari insorti. Da gennaio a maggio 1919, con Carlo, Rosa, Leo Jogiches e Eugenio Levine, quindicimila fieri combattenti rivoluzionari furono falcidiati dalla furia sanguinaria della controrivoluzione.

Abbiamo letto:

«Il 2 gennaio 1919 l’unione Spartaco rompeva tutti i rapporti organizzativi con il partito indipendente e costituiva, nella conferenza di Berlino, il Partito Comunista. Mentre questo processo costruttivo dell’organo chiamato a dirigere le lotte proletarie, che si affacciavano alla ribalta politica nel vulcano degli avvenimenti del dopoguerra, seguiva un corso accelerato sotto la direzione di Liebknecht e di Rosa Luxemburg, il proletariato russo, sotto la direzione ferma del partito bolscevico, respingeva in una lotta disperata tutti gli attacchi combinati del capitalismo coalizzato.
«Ma quali erano le condizioni reali dei rapporti di forza in questa epoca in Germania?

«Dopo gli avvenimenti del novembre 1918, dopo la costituzione del governo provvisorio con la coalizione dei due partiti socialisti, maggioritari ed indipendenti, la disfatta dell’imperialismo tedesco aveva provocato una tale disorganizzazione dello Stato e di tutta la sua superstruttura, da porre, con la radicalizzazione delle masse che vi corrispondeva, le premesse favorevoli per il proletariato per passare alla conquista del potere politico (...)
«Mentre i Kautsky ed i Bauer fornivano le migliori armi nei momenti decisivi alla difesa del regime borghese, nel disorientare le masse quando invece tutte le condizioni esistevano per l’assalto al potere, gli Scheidemann ed i Noske dovevano poi, nelle giornate di gennaio del 1919 completare quest’opera traditrice nell’erigersi alla funzione di boia della classe operaia.
«Fino dai primi giorni dell’insurrezione, quando particolarmente i soldati ed i marinai rispondevano agli appelli degli spartachisti, quando nelle strade di Berlino sembrava che dovesse decidersi delle sorti della rivoluzione tedesca, la socialdemocrazia sia maggioritaria che indipendente si moltiplicava per annichilire lo slancio irrompente delle masse, si metteva a completa disposizione “della patria in pericolo” presentando gli insorti come dei “selvaggi”, mobilitando tutte le forze per impedire l’estensione del movimento in un primo tempo, mettendosi poi alla direzione del massacro del giovane partito comunista.

«La decapitazione selvaggia del movimento comunista che seguì alle giornate tragiche della metà gennaio a Berlino marca una tappa importante di arresto del movimento proletario.
«La disfatta del proletariato tedesco si rifletteva di poi nella disfatta di una serie di rivoluzioni iniziatesi nei diversi paesi e nelle difficoltà del corso consolidativo della rivoluzione russa (...)
«Liebknecht e Rosa Luxemburg rappresentano, nel quadro di questi eventi, le figure indistruttibili dell’azione proletaria verso la costituzione del suo partito di classe: il partito comunista».
Abbiamo concluso il rapporto con alcuni passi da “Lenin, Liebknecht, Luxemburg appartengono al proletariato mondiale”, su “Prometeo” n.127 del 26 gennaio del 1936. Mentre si rivendica con forza l’operato di questi tre grandi rivoluzionari, si rigetta qualsiasi forma di “leninismo” e di “luxemburghismo” come ormai mere espressioni di opportunismo borghese.
«Mentre l’ordine capitalista ha spezzato qui con la violenza, altrove con la corruzione, la coscienza e le organizzazioni di classe dei lavoratori, che la guerra imperialista si annuncia imminente, bisogna proclamare e dimostrare che l’opera di Lenin, Luxemburg, Liebknecht persiste (...) malgrado la vittoria momentanea del capitalismo.

«È falso di ricercare nelle situazioni di disfatta che noi viviamo la prova del fallimento dei loro sforzi (...) Altri capi sorgeranno con una visione che marcherà una continuità con l’opera precedente ed un progresso della visione storica del proletariato (...) Noi vogliamo considerare Lenin, Liebknecht, Luxemburg come l’espressione della coscienza proletaria nella fase della lotta contro l’opportunismo nella Seconda Internazionale e delle eruzioni insurrezionali del dopo guerra.
«Noi ci rifiutiamo categoricamente a commemorare un “leninismo” o un “luxemburghismo”, per considerare unicamente l’apporto di Lenin e di Luxemburg, del proletariato mondiale di cui essi furono espressione progressiva nella sua dolorosa via d’emancipazione, al patrimonio ideologico, all’arsenale delle armi della rivoluzione che il proletariato deve perfezionare continuamente per essere in grado di realizzare i suoi obbiettivi specifici.

«Lenin è il problema del partito, della selezione dei suoi quadri, della dittatura del proletariato attraverso l’insurrezione armata degli operai; Rosa è il tentativo – su un fronte di classe più resistente e più complesso – di abbordare l’esame teorico e pratico dei problemi della rivoluzione proletaria; Liebknecht è l’abnegazione del rivoluzionario che sacrifica la sua vita per condurre gli operai all’insurrezione (...)
«Mettere sullo stesso piano Lenin e Rosa è in realtà affermare che la lotta degli operai tedeschi fu il primo eco alla rivoluzione russa e il secondo tentativo nella via della rivoluzione mondiale, che si tratta di due fasi della formazione della coscienza di classe degli operai nel dopo guerra, di cui, quella di Lenin, poteva esprimersi con la presa del potere e di cui l’altra, quella di Rosa, doveva essere assassinata dal capitalismo e dai suoi agenti socialisti.

«Noi commemoreremo Lenin, Luxemburg, Liebknecht, con la convinzione che l’opera che essi ripresero, dopo Marx, Engels, (malgrado la depressione attuale del movimento operaio) continua e progredisce nei suoi organismi dove si tenta di comprendere e di tradurre il nuovo periodo, al fine di armare i nuclei comunisti delle armi ideologiche, per risolvere i problemi che le irruzioni rivoluzionarie di domani porranno di nuovo (...)
«Il proletariato mondiale, nelle sue frazioni comuniste che riprendono la bandiera che questi rivoluzionari portarono, saprà rispondere, oggi con il disprezzo, domani con la violenza, ai falsificatori borghesi ed ai regimi di cui essi sono l’espressione fedele».


Il PCd’I e la guerra civile in Italia

Riguardo al fenomeno fascista e alla violenza di classe la storiografia imperante ha fatto proprie le tesi sostenute dall’allora socialdemocrazia piagnona, che si faceva vanto e pretendeva dimostrare che i lavoratori, inermi, subivano passivamente la sovrastante violenza nemica.

Gli esempi di lotta armata antifascista a Sarzana e a Parma, che non furono certo gli unici né i più significativi, sono ricordati ad uno scopo ben preciso: il primo per avvalorare la falsa tesi secondo cui l’esercito, e di conseguenza lo Stato, non fossero complici e alimentatori del fascismo; il secondo a sostegno dell’altra tesi, altrettanto falsa, della presenza di un antifascismo militante interclassista rappresentato dagli Arditi del Popolo, contrapposto all’impotenza e al “nullismo” del partito comunista.

Per confutare le affermazioni di passiva sopportazione della violenza nemica da parte del proletariato basterebbe sfogliare i tre quotidiani del partito che giornalmente riportavano episodi di scontri armati tra proletari e guardia bianca nei quali alla violenza si rispondeva con la violenza.

Sebbene con un armamento infinitamente inferiore all’avversario, molto spesso il nostro nemico era costretto a leccarsi le ferite e le perdite che subiva erano maggiori di quanto i bollettini della stampa borghese ammettessero.

“Il Comunista” del 6 marzo ‘21 scriveva: «Noi registriamo con gioia un bollettino di guerra in cui – finalmente! – le perdite dell’avversario hanno superato le nostre».

In altro articolo dello stesso numero di giornale si ristabilisce la realtà storica di chi in realtà “aggredisce” e chi è “aggredito”: «Noi siamo solidali col metodo scelto dai lavoratori comunisti per combattere l’unico suo nemico: la classe borghese. Siamo noi che abbiamo sostenuto il mezzo violento per fiaccare la violenza avversaria. Le masse rivoluzionarie hanno sentito la necessità di questo metodo e sono con noi nel seguirlo. Dinanzi al proletariato rivoluzionario italiano il Partito Comunista appare come il dirigente della lotta antiborghese».

Per dare una prova di quale fosse la tensione sociale e la determinazione del proletariato negli anni del dopoguerra, il rapporto iniziava riferendo di un episodio di vera guerra civile, la "tre giornate rosse di Viareggio", una battaglia rivoluzionaria condotta vittoriosamente dal proletariato, anche se scaturita da un episodio, nel maggio 1920, del tutto estraneo alla lotta di classe: una partita di calcio disputata a Viareggio tra la squadra locale e quella di Lucca. A fine partita nacque una rissa tra tifoserie. Uno dei carabinieri presenti sparò ad altezza d’uomo: fu colpito l’arbitro che morì all’istante. I carabinieri furono allora circondati dalla folla inferocita, mentre parte della popolazione assaliva la caserma della marina. La truppa fu fatta ritirare e da qual momento la città rimase nelle mani del popolo. Armi alla mano fu assalita la caserma dei carabinieri e tenuta per due giorni in assedio. La stazione ferroviaria fu occupata e tagliati i fili telegrafici e telefonici. Per due giorni non passò un treno da Viareggio, eccezion fatta per i “treni rossi”, organizzati per fare affluire i proletari ai funerali della vittima. Trincee e barricate erano custodite da guardie rosse armate. Immediatamente fu proclamato lo sciopero generale. I soldati, inviati da Pisa, Lucca, La Spezia per mettere Viareggio in stato d’assedio, fraternizzarono immediatamente con i rivoltosi, ai quali cedettero le armi. Oltre all’esercito di terra, vennero pure inviate delle torpediniere, ma gli ufficiali, sbarcati per intimare la resa, furono fatti prigionieri. Il generale Nobili fu mandato a patteggiare la liberazione del generale Castellazzo, preso in ostaggio dagli insorti. Ufficiali di terra dovettero cedere le armi, ufficiali di mare contrattarono la liberazione accettando la ritirata.
In questo resoconto omettiamo gli ulteriori dettagli riferiti invece nell’esposizione del rapporto.

Passando agli episodi di contrasto armato al fascismo, il rapporto si è diffuso relazionando su vari episodi di scontri che interessarono molti centri urbani pugliesi: Taranto, Cerignola, Bari e Andria.

Nel 1921, come nel resto d’Italia, anche in Puglia l’utilizzo dello squadrismo da parte degli agrari divenne sistematico. I primi obiettivi furono le amministrazioni comunali socialiste e comuniste, le sedi delle organizzazioni proletarie e le figure politiche di spicco. Ma il proletariato pugliese non praticava gli insegnamenti di pace e rassegnazione predicati da Turati e Matteotti, i proletari pugliesi erano di tutt’altra pasta: non pochi erano i fascisti che avevano lasciato questo mondo, e tra questi noti e ricchissimi agrari, senza contare villini incendiati e masserie distrutte.
Tralasciando il resto qui ricordiamo quanto avvenne a Bari a fine febbraio 1921. Per la domenica 20 il PCd’I aveva indetto una manifestazione nazionale; oratore per la città di Bari era stato nominato Nicola Bombacci. Il pomeriggio precedente, una squadra di fascisti venne a dire che non avrebbero permesso a Bombacci di parlare, in caso contrario, il compagno D’Agostino avrebbe pagato con la vita. Ne nacque un diverbio, i fascisti furono accerchiati e malmenati e solo grazie all’intervento della guardia regia riuscirono ad allontanarsi. La notizia dell’incidente avvertì i lavoratori della necessità di proteggere l’inviato del partito comunista. In parecchi stabilimenti fu abbandonato il lavoro, poi i proletari, armati di bastoni e di randelli, in corteo si recarono alla stazione ad attendere Bombacci. Avendo il sindaco revocato la già accordata disponibilità del teatro comunale il comizio comunista si tenne in piazza. Un gruppo di fascisti intervenuto allo scopo di interrompere la manifestazione ricevette la dovuta accoglienza. Nel corso della giornata si registrò una serie di altri incidenti, nella città vecchia e nella nuova.

L’“Ordine Nuovo” chiudeva la cronaca della giornata con queste parole: «In complesso la manifestazione comunista riuscì splendidamente, i fascisti hanno ricevuto una lezione di cui si ricorderanno per un pezzo. Infatti all’ospedale ce ne sono parecchi feriti da bastonate e uno da una coltellata».

Nei giorni successivi i fascisti per rifarsi delle batoste ricevute provocarono in diverse zone della Puglia episodi di violenze e di minacce, ricevendo ovunque efficace contrasto. Sarebbe entusiasmante narrare in modo particolareggiato le eroiche gesta in quei giorni del proletariato di Puglia. La classe lavoratrice scese in lotta compatta e determinata ad opporre violenza a violenza. Tali furono le ferite inferte ai fascisti che il Consiglio direttivo dei fasci di combattimento baresi, dichiarata apertamente la resa, votava un codardo ordine del giorno in cui, deplorando l’uso della violenza, «richiama[va] la massa dei propri organizzati alla disciplina del lavoro e ad una feconda propaganda di pacificazione, ammonendo che non attraverso le violenze, ma mercé il concorso e lo sforzo di tutti i suoi figli la Patria potrà attraversare la crisi che la travaglia e raggiungere i suoi radiosi destini».

L’”Ordine Nuovo” del 27 febbraio commentava: «Il proletariato agricolo pugliese ha mostrato agli operai ed ai contadini del nord come si deve colpire».
Da Bari siamo passati a Trieste, città il cui proletariato aveva una lunga tradizione di valido internazionalismo e, nel nuovo partito, di ardore comunista. È bene non dimenticare che a Livorno la maggioranza assoluta dei delegati giuliani aderirono alla mozione comunista.

Questo forte proletariato doveva, nei piani della borghesia indigena e dello Stato “redentore”, essere posto nella impossibilità di nuocere. Cosa di meglio, tanto per cominciare, che privarlo del suo organo di stampa, il glorioso “Lavoratore” che dal 1895 ne rappresentava la guida?

Era il 10 febbraio e già dal giorno precedente i fascisti, sotto lo sguardo compiacente della polizia, scorrazzavano per la città terrorizzando la popolazione. In gruppi di venti o trenta entravano nelle osterie e nei ritrovi proletari e, con pistole alla mano, perquisivano i presenti e bastonavano coloro ai quali veniva trovato addosso un distintivo, una tessera o qualsiasi altra cosa che potesse associarli ad una organizzazione sovversiva. Nei pochi casi in cui la forza pubblica interveniva era per arrestare non gli aggressori ma gli aggrediti. A tarda sera una squadra di circa 30 fascisti, armati di tutto punto e provvisti di leve, mazze e picconi, mosse all’assalto del giornale. Le 4 Guardie Regie poste a difesa dell’edificio lasciarono campo libero agli assalitori. I fascisti avanzarono fino alle porte dell’edificio, ma il lancio di due bombe fu sufficiente a disperdere gli aggressori. Subito dopo dalla questura fu telefonato al giornale avvertendo che entro un quarto d’ora la polizia avrebbe perquisito gli uffici del “Lavoratore” e che gli occupanti non avrebbero dovuto opporre resistenza. Ma si trattò di una ben strana perquisizione, i tetti delle case circostanti si popolarono di ombre, tutte le adiacenze del giornale furono occupate dalla forza pubblica, lo stesso questore diresse personalmente le operazioni di assedio.

“Il Lavoratore” venne occupato e quanti trovati all’interno dei locali tratti in arresto. Dei bestiali trattamenti a cui furono sottoposti i compagni non parleremo: basti solo ricordare che i metodi di brutale malvagità instaurati dalla polizia italiana nella Venezia Giulia avevano subito fatto rimpiangere a quelle popolazioni l’“odiato” dominio degli Asburgo. Dopo l’occupazione della forza pubblica e l’arresto di tutti gli occupanti, le porte furono spalancate alla irruzione vandalica dei fascisti che, sotto l’ala protettrice della questura, ritrovarono il coraggio perduto nel primo assalto. L’opera distruttrice, iniziata nella tipografia, dove i macchinari furono frantumati a colpi di mazza e piccone, non ebbe termine che quando il fuoco, appiccato alle carte, propagatosi a tutto l’edificio aveva preso proporzioni tali da minacciare l’incolumità degli stessi assalitori. A questo punto guardie regie e fascisti uscirono a contemplare lo spettacolo. Ai pompieri sopraggiunti venne impedito di azionare gli idranti. Solo quando le fiamme minacciarono di propagarsi alle case vicine fu permesso di mettere in azione le pompe.

Ma l’opera congiunta di Stato e fascisti non fece vacillare la fede del proletariato che ancor di più si strinse attorno alla bandiera del partito comunista. La risposta dei lavoratori di Trieste non tardò ad arrivare. Prima ancora che gli organismi sindacali avessero avuto tempo di riunirsi il proletariato abbandonò compatto i cantieri e le officine, nel porto cessò completamente ogni lavoro, i tram cessarono di circolare, ogni attività produttiva della città si arrestò. Molti negozi chiusero. Per timore di rappresaglie operaie la truppa venne consegnata nelle caserme. Lo sciopero cessato a Trieste, a Monfalcone, a dispetto delle direttive della Camera del Lavoro, continuò. Questo determinò duri scontri ed altrettanto duri pestaggi sui fascisti, che furono costretti a chiedere l’intervento dei camerati di Trieste. Ma anche ricevuti i rinforzi, agli assalti a mano armata dei fascisti gli operai rispondevano con lanci di bombe a mano; feriti più o meno gravi si registrarono da ambo le parti.

Né il proletariato triestino tardò nella sua vendetta: se il fuoco aveva distrutto il giornale comunista e la Camera del Lavoro, il fuoco avrebbe portato distruzione agli interessi della classe borghese. Un gruppo di operai, occupati gli accessi dell’enorme Cantiere S. Marco, sprangando le porte e disarmando il posto di guardia della finanza, incendiò la grandiosa falegnameria, il cantiere, i magazzini generali, due officine meccaniche, il deposito delle materie infiammabili. Gli uffici del cantiere furono completamente devastati. Accorsero carabinieri, guardie regie, reparti della brigata Sassari, guardie di finanza, con mitragliatrici ed autoblindate. Il nutrito scambio di fucileria fra forza pubblica e operai asserragliati nella direzione del cantiere durò quasi due ore. Il cantiere continuò a bruciare per tutta la giornata, il giorno successivo non si era ancora del tutto spento. I danni furono calcolati tra i 15 ed i 20 milioni. A prezzo di immensi sacrifici dei proletari, il 10 settembre successivo “Il Lavoratore” riprendeva le pubblicazioni, forte e agguerrito a fianco di tutte le battaglie del proletariato della Venezia Giulia.

Come si vede, il proletariato, da Bari a Trieste, non solo non rispondeva all’appello “siate buoni, siate santi” incessantemente rivoltogli dai più prestigiosi santoni del Partito Socialista, ma dava invece ascolto alle indicazioni del giovane Partito Comunista, di accettare la lotta sullo stesso terreno su cui la borghesia scende e di rispondere con le armi alle armi. Fino a che il proletariato sopportava ed i fascisti incendiavano e distruggevano liberamente e impunemente le istituzioni del proletariato e le vittime potevano contarsi soltanto nelle sue file, la stampa borghese cantava ogni giorno il suo inno di guerra, al proletariato, ai sovversivi: “guerra, per carità di patria!”.

La borghesia invece, quando il proletariato da un capo all’altro d’Italia risolutamente scendeva sul terreno della lotta violenta, vilmente si appellava alla pace sociale. La stampa borghese e nazionalista, impaurita, e i borghesi che piangevano i venti milioni perduti nell’incendio, e quelli che avrebbero potuto perdere domani, imploravano la pace: “Pace per carità di patria!”.

Così terminava la corrispondenza da Trieste del 6 marzo su “L’Ordine Nuovo”: «Prendiamo nota noi e prenda nota la borghesia che il proletariato aspetterà con le armi al piede sempre pronto a rispondere nei modi convenienti».


(Fine del resoconto della riunione al prossimo numero)

 

 

 

 

 

Per il sindacato di classe Pagina di impostazione programmatica e di battaglia del Partito Comunista Internazionale
Per la rinascita del sindacato di classe fuori e contro il sindacalismo di regime. Per unificare le rivendicazioni e le lotte operaie, contro la sottomissione all’interesse nazionale. Per l’affermazione dell’indirizzo del partito comunista negli organi di difesa economica del proletariato, al fine della rivoluzionaria emancipazione dei lavoratori dal capitalismo
 
8 novembre 2019 - Arcelor Mittal

Unire le lotte per imporre alla classe padronale il pagamento del salario ai lavoratori licenziati

Lavoratori
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di fronte alla vicenda ex ILVA che coinvolge decine di migliaia di operai il primo errore da evitare è quello di farne una questione aziendale o, peggio, del singolo stabilimento e della singola città.

Il fattore determinante di questa vertenza è lo stesso delle tante altre crisi aziendali e consiste nel tentativo padronale di procedere a licenziamenti a seguito della sovrapproduzione che erode i margini di profitto. Come nel settore dell’auto o in quello degli elettrodomestici – solo per fare degli esempi – anche in quello dell’acciaio la capacità produttiva delle fabbriche di tutto il mondo ha superato quella del mercato di assorbirla.

Questa “malattia”, la sovrapproduzione di merci e capitali, è il male incurabile che divora l’economia capitalistica e che la porterà all’inevitabile crollo generale, in cui saranno coinvolti anche quei capitalismi relativamente più giovani, come quello cinese, i quali hanno permesso di rimandare la bancarotta del capitalismo per alcune decadi.

Al di là delle vicende particolari, quotidianamente vomitate da stampa e televisioni padronali (immunità penale, sequestri della magistratura, padroni e governi vecchi e nuovi), il problema che affligge gli operai dell’ex ILVA e di tutto l’indotto è identico a quello di altre decine di migliaia di lavoratori, quelli interessati dagli oltre 160 tavoli di crisi aziendali imbastiti al Ministero dello Sviluppo Economico e di molti altri per i quali nemmeno vengono attivate trattative nazionali.

Sovrapproduzione, crisi aziendali, licenziamenti di massa, disoccupazione, che già da anni caratterizzano i capitalismi nazionali maturi, quelli del cosiddetto “Occidente”, sono fenomeni destinati solo ad aggravarsi, mostrando che il capitalismo non ha da offrire che miseria e sfruttamento alla classe lavoratrice.

È in questo scenario generale che va inquadrata la vicenda dell’ex ILVA e in cui va definita la corretta azione sindacale.

Finché gli operai non riusciranno a liberarsi dal controllo del sindacalismo di regime che li tiene chiusi nel labirinto senza uscita delle vicende particolari di ciascuna crisi aziendale, isolando ogni lotta fabbrica per fabbrica, la strada non può che essere quella osservata in centinaia di casi analoghi in questi ultimi decenni, con una agonia più o meno lenta che porta a progressivi licenziamenti fino alla chiusura della fabbrica, senza che si produca una reazione operaia in grado di aprire a soluzioni alternative.

Gli operai e tutti i salariati non devono essere chiamati a lottare per una delle diverse prospettive offerte dalla competizione fra i capitalisti e fra i loro politicanti, nella illusione di quel che può rappresentare il male minore: padrone italiano, padrone straniero, padrone statale, per la riconversione, contro il governo, per l’azienda...

Non sta al sindacato ed ai lavoratori indicare un padrone migliore dell’altro, né interessarsi dei fantomatici piani industriali che sono sempre carta straccia appena i conti non tornano a favore dei profitti. Il sindacalismo che “non fa solo protesta ma anche proposta” è il responsabile dell’indebolimento della classe operaia a cui da anni assistiamo.

Il sindacato, un vero sindacato di classe, deve chiamare i lavoratori alla lotta solo per i loro interessi: per il salario, prima e al di sopra del posto di lavoro; per la difesa della sicurezza e della salute; contro l’aumento dei carichi, dei ritmi e della durata della giornata e della vita lavorativa.

Per far questo deve innanzitutto far uscire le lotte dall’angusto ambito aziendale che le soffoca, dando loro l’ossigeno dell’unione in un movimento di sciopero comune per questi obiettivi.

Se la lotta operaia spaventa i padroni e li fa scappare la risposta proletaria non può essere quella di non lottare ed accettare licenziamenti e sfruttamento, malattie e morti sul lavoro, ma deve essere quella di unire, estendere e rafforzare la lotta per imporre all’intera classe padronale e al suo regime politico il pagamento del salario.

Se la borghesia, col suo Stato, preferisce pagare i salari a fabbriche ferme o invece appropriarsene temporaneamente – come fece in molti paesi, in Italia con l’IRI, durante la precedente crisi economica generale negli anni ’20 del ’900 – per continuare a farle produrre in perdita in vista della guerra, che è l’unica soluzione alla crisi di cui essa dispone in grado di tutelare il suo privilegio sociale, questo non è un problema che riguarda la classe proletaria.

Il capitalismo è destinato inesorabilmente alla bancarotta per le sue ineliminabili contraddizioni interne e se i lavoratori accettano la logica dei sacrifici per tenerlo in piedi – sempre presentata con le formule del “bene dell’azienda che dà il lavoro” e del “bene del paese” – non fanno altro che incatenarsi alla nave che sta affondando.

È su questo terreno che devono procedere gli operai combattivi e i militanti del sindacalismo di classe. Solo attraverso l’esperienza pratica della unione delle lotte la classe lavoratrice ritroverà la fiducia in se stessa, la consapevolezza di essere la forza più potente in questa società, la sola in grado di affossare questo regime disumano per dare all’umanità intera un nuovo modo di produzione che abbia al suo centro le necessità della specie.

 

 

 

 

 

  


I siderurgici di Taranto sotto attacco dei padroni e dello Stato e stretti fra il collaborazionismo dei sindacati di regime e l’opportunismo dei dirigenti del sindacalismo di base

La questione ex ILVA offre un importante banco di prova per il confronto fra gli indirizzi sindacali del comunismo rivoluzionario e del riformismo di gruppi e partiti “operai”, opportunisti o in pieno campo borghese.

La vicenda ha il suo cuore nello stabilimento di Taranto ed è presentata da alcuni anni nella contrapposizione lavoro - ambiente e salute.


Gli schieramenti sindacali

Le maggiori forze sindacali presenti in fabbrica si dividono attorno a questa contrapposizione.

Da un lato i sindacati di regime, apertamente collaborazionisti col padronato, Uilm, Fim, Fiom e Uglm, risultati essere rispettivamente primo, secondo, terzo e quinto sindacato nella fabbrica alle elezioni Rsu dell’aprile scorso con il 38,17%, 27,6%, il 16,84% e il 2,29% dei voti, che sommati fanno l’84,9%. Queste organizzazioni identificando la “difesa del salario” con la “difesa dell’azienda”, assecondando ogni ricatto padronale, accettando cassa integrazione, progressiva riduzione degli addetti, non imbastendo alcuna vera lotta a tutela della salute e della sicurezza degli operai. Emblematica in tal senso la presa di posizione della Fiom – a Taranto come a Genova – a sostegno del ripristino della volgarmente detta “immunità penale” revocata dal governo. Quindi, secondo la segreteria genovese Fiom e i delegati Fiom dell’acciaieria – che rappresenterebbero una sinistra all’interno della Cgil – il sindacato deve farsi carico della difesa, in un accordo, anche di quanto interessa l’azienda. Un limpido esempio di collaborazionismo sindacale.

Dall’altro lato, il principale sindacato di base presente all’ex ILVA di Taranto, l’Usb, quarto alle ultime elezioni Rsu con il 14,85% (1.112 voti), e la Flmu Cub, che conta su un piccolo gruppo di iscritti, hanno invece scelto di subordinare ogni altra rivendicazione operaia a quella della tutela dell’ambiente e della salute, chiedendo la “chiusura delle fonti inquinanti”, cioè dei tre altoforni attivi e del parco minerali.

A porsi fuori da questi due schieramenti è lo Slai Cobas per il Sindacato di Classe, che conta su un piccolo gruppo di iscritti, che indica ai lavoratori la lotta contro i licenziamenti e la cassa integrazione, in difesa della salute e della sicurezza “a fabbrica aperta” e contro l’ “ambientalismo piccolo borghese”.


Giravolte dei dirigenti Usb

L’Usb aveva firmato insieme a Uilm, Fim, Fiom e Uglm l’accordo del 6 settembre 2018 con cui il siderurgico tarantino veniva passato in mano ad Arcelor Mittal, rinnovando fra l’altro l’immunità penale. Questa scelta della firma congiunta a noi apparve sbagliata: in previsione dei sicuri futuri attacchi alle condizioni degli operai e al sindacalismo di base in fabbrica da parte della nuova proprietà e dell’intero fronte padronale, conservare un chiaro atteggiamento di contrapposizione all’azienda ed ai sindacati collaborazionisti di fronte ai lavoratori avrebbe giovato al loro schierarsi in numero crescente dalla parte del sindacalismo conflittuale.

Le elezioni Rsu dell’aprile scorso sembrano aver mostrato come la firma non abbia giovato alle forze di Usb, scese dal 17% dei voti alle elezioni Rsu del 2016 al 14,95%, passando da terzo a quarto sindacato, superato dalla Fiom. Un calo per altro iniziato già in precedenza, dato che alle elezioni Rsu del 2013, al suo esordio, Usb aveva raccolto il 20% dei voti (“Una significativa assemblea operaia – La questione ambientale”, il Partito Comunista n.397).

Gli attacchi alle condizioni dei lavoratori e al sindacalismo conflittuale in fabbrica iniziarono sin dalle prime settimane successive alla sigla dell’accordo, palesandosi nei criteri discriminatori della scelta dei 1.900 operai da porre in cassa integrazione – secondo quanto stabilito dall’accordo – sotto le dipendenze non di AMInvestCO, la società parallela creata da Arcelor Mittal per le acciaierie italiane, ma dell’ex Ilva in amministrazione straordinaria, e in nuove esternalizzazioni di attività interne alla fabbrica. I dirigenti Usb addebitano a tale discriminazione il calo subito dal sindacato alle elezioni Rsu di aprile, giacché a restare nella parte di azienda sotto amministrazione straordinaria sarebbero stati, in misura superiore al dovuto, lavoratori iscritti a questo sindacato. Una conferma della erroneità della scelta di firmare l’accordo.

L’Usb avviò un’azione legale ottenendo a marzo da parte del magistrato la condanna della condotta dell’azienda. Costantemente denunciò poi gli incidenti in fabbrica e delle omissioni da parte aziendale nel compiere le opere di manutenzione degli impianti.

Il 2 luglio Arcelor Mittal pose in cassa integrazione ordinaria altri 1.395 lavoratori, senza previo accordo sindacale. Fim, Fiom, Uilm e Uglm proclamarono lo sciopero per il 4 luglio, che ricevette una buona adesione, ma a cui non fecero seguire alcuna altra azione di lotta, dando partita vinta all’azienda e riducendo lo sciopero ad una foglia di fico sul loro sindacalismo collaborazionista.

L’Usb di Taranto chiamò per la stessa ragione gli operai allo sciopero, ma 5 giorni dopo, il 9 luglio, dividendo così la lotta operaia e mostrando di non distinguersi dalla dirigenza nazionale del sindacato nel perseguire questa pratica estranea alla giusta prassi e tradizione del movimento operaio, che è quella di rispettare l’unità d’azione dei lavoratori. Un vero sindacato di classe si distingue non perché diserta gli scioperi proclamati da altri sindacati, che controllano e mobilitano masse di lavoratori, ma perché partecipa a quelli scioperi portandovi rivendicazioni e metodi di lotta sindacali di classe, come il blocco degli ingressi per fermare il passaggio delle merci e spezzare il crumiraggio, e cercando di estendere la durata ed il perimetro dello sciopero, coinvolgendo lavoratori di altre aziende, categorie, territori.

Lo Slai Cobas per il Sindacato di Classe assunse il corretto atteggiamento, indicando di aderire ad entrambi gli scioperi.

L’Usb aveva proclamato lo sciopero il 9 luglio allo scopo di portare gli operai a Roma sotto il Ministero della Sviluppo Economico, dove si sarebbe svolto un incontro fra il cosiddetto governo giallo-verde (Movimento 5 Stelle e Lega) e l’azienda. Questa scelta rientrava nella linea di azione della dirigenza Usb di contare per la difesa dei lavoratori su interlocuzioni ed alleanze con forze politiche borghesi invece che sulla costruzione della loro forza organizzata di movimento di lotta.

In particolare, negli ultimi anni la dirigenza Usb si è compromessa con il Movimento 5 Stelle, accreditando così questo partito borghese fra i lavoratori.

Uno dei principali obiettivi che sperava di ottenere da questa strategia era una legge sulla rappresentanza sindacale ad essa favorevole. Questa aspettativa è stata palesemente frustrata dalla senatrice pentastellata e ministro del lavoro nel nuovo governo insediatosi il 5 settembre – il secondo governo Conte – che ha dichiarato la volontà di perseguire una legge sulla rappresentanza sindacale che rifletta niente di meno che il contenuto del Testo Unico sulla Rappresentanza del gennaio 2014, concluso fra i sindacati di regime e la Confindustria con la finalità anche di combattere il sindacalismo di base (“L’accordo sulla ‘rappresentanza’ ancora un chiavistello che la lotta operaia farà saltare e spingerà alla sua riorganizzazione di classe”, il Partito Comunista n.364).

Quindi, anche all’ex ILVA di Taranto l’azione dell’Usb appare dettata dai manovrismi con la cosiddetta “politica”, senza aggettivi, cioè coi partiti ed esponenti politici borghesi, invece che dalla costruzione della forza autonoma dei lavoratori. Ne è un esempio la festa di Usb Taranto organizzata nei primi giorni di settembre in cui sono stati invitati e sono intervenuti sul palco nei vari dibattiti il presidente della regione, il sindaco, il presidente della Confindustria di Taranto, il senatore 5 stelle Mario Turco – nominato pochi giorni dopo dal nuovo governo Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega alla programmazione economica e agli investimenti – e, gran finale, persino il questore della città! Un inno alla pace sociale ed al corporativismo sindacale!

L’11 luglio scorso, alla notizia di un nuovo operaio morto nella fabbrica in circostanze identiche a quelle in cui morì un altro operaio il 28 novembre 2012, cioè precipitando in mare con la gru sulla quale operava, l’Usb ha ritirato la firma dall’accordo. Il valore di questa decisione, corretta, è stato però del tutto vanificato dalla scelta di abbracciare la rivendicazione dei Comitati Cittadini tarantini che lottano per chiusura della fabbrica: «Per USB la fabbrica è da chiudere, è chiusa da oggi», dichiarò il giorno stesso il Coordinatore Nazionale di Usb per il settore industriale. I dirigenti locali e nazionali di Usb sono così passati dalla firma di un accordo che andava invece denunciato ai lavoratori ad un atteggiamento solo superficialmente radicale ma che in realtà nasconde una concezione politica e sindacale riformista. Una presa di posizione la quale non può che aiutare i sindacati di regime a conservare il controllo sulla maggioranza dei lavoratori, che ovviamente hanno quale immediata e primaria necessità e preoccupazione quella di ricevere il salario.


La questione ambientale

Gli operai del siderurgico di Taranto sono così divisi ed immobilizzati, nonostante la forza del loro numero – oltre 9.000 lavoratori, la più grande fabbrica d’Italia e la più grande acciaieria d’Europa, ai quali dovrebbero assommarsi, in un sano movimento di lotta operaia, quella dei circa 3.000 operai dell’indotto – dalla contrapposizione fra due prospettive entrambe contrarie agli interessi immediati e storici, sindacali e politici, loro e della loro classe:

– quella del sindacalismo di regime di Uilm, Fim, Fiom ed Uglm: assoggettarsi alle volontà padronali per non far andare via il nuovo padrone e sperare di conservare il posto di lavoro, in una fabbrica con impianti obsoleti che provocano frequenti gravi incidenti (9 operai morti nella fabbrica negli ultimi 7 anni), ad alto rischio per la salute di chi ci lavora e per quella della popolazione dei quartieri limitrofi;

– quella del riformismo sindacale delle dirigenze di Usb e Flmu Cub per un piano di riconversione, che dovrebbe conservare i posti di lavoro forse nella speranza dei suoi sostenitori, ma con ben minori sicurezze nella realtà, assoggettando gli operai, i loro interessi, il loro movimento di lotta, a quelli dei movimenti cittadini interclassisti, nei quali, per questa loro natura, prevale l’elemento piccolo borghese.

Il corretto orientamento sindacale classista nella questione ambientale e nel rapporto con la popolazione dei quartieri intorno è quello di accogliere la collaborazione ed il sostegno dei comitati – che una volta si sarebbero detti “popolari”, cioè interclassisti, e che oggi con termine ancor più reazionario vengono detti “cittadini” – ma alle proprie rivendicazioni, a tutela della salute e della sicurezza in fabbrica.

Sul piano generale, sociale, la questione ambientale non è alla portata del movimento sindacale. Ogni progetto di produzione in armonia con la natura all’interno del modo di produzione capitalista e del suo regime politico è solo una truffa riformista per fregare la classe lavoratrice ed una illusione somministrata alle mezze classi. Il proletariato rivoluzionario, guidato dal suo autentico partito comunista, potrà affrontare tale grandioso quanto vitale compito solo dopo aver abbattuto il potere politico della classe dominante e distrutta la sua macchina statale in un numero di grandi paesi. Ci si può solo avviare in questa direzione rafforzando del movimento operaio, a cominciare dal campo sindacale: unire le lotte dei lavoratori al di sopra dei tanti confini che vengono eretti dai padroni e dai loro servi sindacali al fine di dividerle per contenerne la forza: fra reparti, aziende, territori, categorie, paesi.

È all’unità coi lavoratori delle altre fabbriche, per la loro difesa in quanto operai, che dovrebbero essere chiamati e indirizzati i siderurgici di Taranto, non a quella coi Comitati Cittadini per la chiusura della fabbrica. Nel capitalismo non può esservi unità di interessi e di movimento fra classe lavoratrice e piccola borghesia ma solo accodamento di una delle due classi sociali agli obiettivi dell’altra. La lotta dei siderurgici di Taranto dovrebbe diventare il centro di un movimento nazionale della classe operaia per la sicurezza e la salute in fabbrica e fuori.


Lo “sciopero europeo”

Gli opposti schieramenti sindacali dominanti nelle fabbriche ex Ilva hanno avuto l’effetto di isolare gli operai di Taranto da quelli delle altre fabbriche del gruppo.

Fim, Fiom e Uilm, che sono presenti in tutte le fabbriche ex Ilva in Italia, da anni non organizzano una mobilitazione comune di tutti gli operai del gruppo, né con scioperi condotti con criterio unitario (stesso inizio, stesso termine, stesse modalità), né con manifestazioni comuni.

La Fiom di Genova ha organizzato il 13 novembre a Genova a Villa Bombrini, dove un tempo vi era l’ingresso del reparto a caldo dell’acciaieria di Cornigliano, un convegno di alcuni consigli di fabbrica di acciaierie della Arcelor Mittal in Europa – Dunkerque e Fos Sur Mer in Francia, Brema, Duisburg, Amburgo e Eisenhuttenstadt in Germania, Liegi in Belgio – lanciando la proposta di uno “sciopero europeo”.

Questa iniziativa, che certamente sarebbe un importante passo nella giusta direzione di unire la lotta operaia al di sopra dei confini nazionali, appare tuttavia come una mera manovra di facciata visto che la Fiom genovese ha sempre chiamato gli operai dell’acciaieria genovese alla lotta in un’ottica prettamente cittadina, disinteressandosi delle sorti degli operai di Taranto, senza mai appellarsi all’unità con essi («La chiusura della lotta degli operai dell’ILVA di Cornigliano nei confini nemmeno di azienda ma di fabbrica e nel localismo è stata confermata dai demagogici manifesti 6x3 metri della Fiom provinciale affissi in tutta la città: “ILVA: una lotta di Genova per difendere l’industria a Genova. Grazie Genova”» “Prigioniera della fabbrica la lotta all’Ilva”, “Il Partito Comunista” n.376).

Per altro i sindacati delle acciaierie negli altri paesi europei sono di regime tanto quanto lo è la Cgil in Italia, e si attestano anch’essi sulla difesa della singola fabbrica e dell’economia nazionale, limitandosi a dichiarazioni di “solidarietà internazionale” per coprire questa loro condotta contro l’unità operaia. Un vero sciopero internazionale non potrà che avvenire fuori dal controllo di questi sindacati collaborazionisti con la propria borghesia nazionale.

Fa riflettere anche l’intervista su “Repubblica” del 10 novembre all’ex segretario provinciale della Fiom genovese: “Grondona, il volto storico della Fiom di Genova: ‘La nostra trincea in fabbrica con l’accordo di programma’”. Già dal titolo si evince come questi dirigenti sindacali siano interessati alla difesa solo della fabbrica dove hanno il controllo del sindacato. Tant’è che nell’articolo si legge: «Certo che eventualmente con una statalizzazione potrebbero anche decidere di spacchettare e separare il caldo di Taranto dal freddo di Novi e Genova, che non hanno problemi ambientali e hanno la possibilità di lavoro e di mercato». Un’affermazione da cui trapela il disinteresse per le sorti degli operai di Taranto ed anzi sembra quasi che l’ipotesi di “spacchettamento” sia vista con favore.


L’Usb e lo “sciopero generale”

Se la Fiom genovese maschera con dichiarazioni e convegni “internazionali” la sua prassi sindacale che rinuncia a superare, anzi aggrava, l’isolamento degli operai di Taranto, l’Usb a Taranto fa altrettanto, dissimulando questa condotta con la convocazione niente di meno che di uno sciopero generale – venerdì 29 novembre – con manifestazione nazionale nella città, a sostegno del piano di chiusura e riconversione e di una “nuova politica industriale pubblica”, come ha titolato un appello lanciato il 23 novembre, firmato da 23 delegati Usb dell’ex Ilva e dell’indotto, che è stato al centro di una “assemblea operaia” organizzata il giorno prima dello sciopero.

La convocazione dello sciopero generale nazionale a sostegno di una lotta reale – che ad oggi non c’è – dei siderurgici di Taranto sarebbe stata in linea di principio un atto estremamente positivo tendente a fare di una importante lotta operaia di fabbrica una questione di tutta la classe lavoratrice. Ma in realtà si è trattato di un’azione di facciata e sovradimensionata rispetto alle capacità di mobilitazione di Usb, che da solo non è in grado di organizzare uno sciopero generale. Ma, fatto ancora più grave, lo sciopero è stato proclamato solo sulla carta e non è stato preparato nei fatti: tranne pochissime eccezioni non sono state svolte assemblee sui luoghi di lavoro in cui Usb è presente, né riunioni nelle federazioni territoriali. Un modo d’agire grave che svilisce l’arma più preziosa e potente della classe lavoratrice ad un atto “mediatico”.

Ben più serio sarebbe stato proclamare uno sciopero generale cittadino – a Taranto l’Usb conta alcune migliaia di iscritti fra Ilva, indotto ed altre aziende, come l’Eni – e con esso uno sciopero nazionale dei siderurgici, potendo Usb contare quanto meno su piccoli gruppi operai alle ferriere di Trieste, all’ex Lucchini di Piombino, all’AST di Terni.

Ma lo sciopero non è stato proclamato preoccupandosi della sua riuscita. È stato un atto di testimonianza a livello nazionale, e, a livello locale, utile ad accreditare Usb fra i movimenti interclassisti cittadini, per recuperare consenso al loro interno dopo la firma dell’accordo del 6 settembre 2018 ed accodare ad essi gli operai.


Rancido riformismo

Quanto alla rivendicazione di una “nuova politica industriale pubblica”, che, in quanto indirizzo generale di lotta, secondo i dirigenti Usb dovrebbe essere quella che unisce i siderurgici di Taranto al resto della classe lavoratrice, essa non fa che diffondere fra i lavoratori i più triti e reazionari pregiudizi riformisti, secondo cui sarebbe possibile una “politica economica” in grado di far ben funzionare il capitalismo, senza sfruttamento e senza danni all’ambiente e alla salute. E tutto ciò sarebbe possibile grazie all’intervento dello Stato, dipinto come un organismo al di sopra delle classi invece che macchina del dominio della borghesia, nazionale ed internazionale, sulla classe lavoratrice, che essa dovrà spezzare quale primo atto della sua emancipazione.

Non è stato proprio lo Stato ad aver creato a Taranto l’enorme stabilimento siderurgico e ad averlo gestito per anni, ad averlo venduto, ad averlo messo in amministrazione straordinaria e poi ancora affidato ad un altro gruppo capitalista facente capo ad un altro paese? Non è forse lo Stato ad aver disposto lo scudo penale?

Non esiste uno Stato organo solo amministrativo, al di sopra delle classi sociali, conquistabile dalla classe lavoratrice, esiste lo Stato borghese.

Nell’assemblea organizzata da Usb a Taranto il giorno prima dello sciopero, il 28 novembre, il Coordinatore provinciale del sindacato, storico delegato sindacale nella fabbrica, ha sostenuto esservi una differenza fra nazionalizzazione, amministrazione straordinaria e partecipazione statale. E che solo la prima sarebbe in grado di permettere all’economia capitalistica di ben funzionare. È vero il contrario: si tratta di forme diverse con cui lo Stato dei capitalisti persegue lo stesso identico obiettivo di tutelare l’interesse dei capitalisti, italiani e stranieri, contro la classe operaia.

Può far riflettere il fatto che spesso gli esponenti della cosiddetta “sinistra radicale”, cui fanno parte i dirigenti di Usb, hanno rinfacciato al Partito Democratico di “inseguire” la Lega sul terreno delle argomentazioni contro gli immigrati, favorendo così il suo successo elettorale. Questo è scontato. Ma lo stesso ragionamento vale sul terreno della economia politica. L’idea di un “sovranismo economico” attuato da uno Stato che difenderebbe il capitale nazionale da quello internazionale – nell’assurda idea che i due siano separabili – prepara il terreno al nazionalismo anche in campo politico, non certo all’unione internazionale dei lavoratori.

D’altronde, l’IRI, richiamata dai discorsi dei dirigenti Usb – “Occorre invertire la rotta e ricostruire Istituti e Agenzie pubbliche”, recita l’appello “per una nuova politica industriale pubblica” del 22 novembre – fu istituita nel 1933 dal governo fascista.


L’indirizzo di lotta sindacale di classe

Naturalmente non basta che nel piano di riconversione sia proclamato il desiderio del reimpiego di tutti i lavoratori – diretti ed indiretti – per convincerli a battersi per quello. Il problema della sicurezza e della salute è certo sentito, ma evidentemente l’ipotesi di riconversione industriale appare solo un castello di sabbia.

La strada di un “accordo di programma” simile a quello stipulato per l’acciaieria di Genova Cornigliano nel 2005 sembra difficilmente percorribile per Taranto. A Genova restava un solo altoforno e, data la situazione generale di sovrapproduzione, per il gruppo ILVA era divenuto più profittevole ridurre l’impianto ligure alle lavorazioni a freddo, concentrando quelle a caldo a Taranto. Questo è rimasto l’unico in Italia con il ciclo integrale, caldo e freddo, a larga scala. Ma ridurlo ad una acciaieria a freddo o con forni elettrici per la fusione del rottame di ferro lo porrebbe in concorrenza con gli altri stabilimenti analoghi del gruppo e di altre aziende.

Per raggiungere qualsiasi rivendicazione c’è bisogno della forza della lotta degli operai. Essi si possono mobilitare non per astratti obiettivi ideologici, controversi, in una prospettiva lontana, ma per i loro bisogni elementari e immediati, che tutti conoscono e comprendono, che li accomunano al resto della classe salariata e sono quindi suscettibili di allargare e rafforzare il fronte di lotta. Fra questi non è certo la chiusura della fabbrica e un successivo indefinito piano di riconversione.

L’andamento dello sciopero promosso da Usb lo conferma, con la bassa adesione e bassa partecipazione alla manifestazione: duemila scarsi dei quali gli operai dell’acciaieria e dell’indotto non raggiungevano le due centinaia, a fronte di oltre un migliaio di iscritti al sindacato nella fabbrica.

Gli obiettivi immediati dei lavoratori che accomunano tutta la classe proletaria sono il salario, l’orario, i ritmi, la salute e la sicurezza.

Gli indirizzi contrapposti, di Fim, Fiom, Uilm e Uglm e Usb, oltre a quello di isolare gli operai nella fabbrica, hanno in comune un altro tratto, figlio del riformismo politico e sindacale: chiamare i lavoratori alla lotta, non per i loro interessi propri e immediati, bensì a sostegno in azienda di un “piano industriale”, a livello nazionale di una “politica industriale”, una “riconversione”, da cui dovrebbero derivare, a dir loro, domani, la tutela degli interessi operai.

Entrambe le parti favoleggiano soluzioni che permetterebbero all’economia capitalistica – aziendale, locale e nazionale – di tornare a crescere, naturalmente nel rispetto della salute dei lavoratori e della popolazione nonché dell’ambiente, ecc. ecc. Va detto invece chiaramente che il capitalismo non offrirà alcuna soluzione alla sua crisi economica, che è destinata ad aggravarsi irrimediabilmente e che ogni piano o politica industriale è destinato a fallire. La classe operaia non può farsi carico di una economia destinata irrimediabilmente a crollare.

La crisi di sovrapproduzione premerà sempre di più su tutti i settori produttivi, su tutte le fabbriche, moltiplicando i licenziamenti individuali e di massa. Bisogna quindi che il movimento operaio, diretto da un fronte di organizzazioni sindacali di classe, torni a organizzarsi in vista di veri, potenti scioperi perché i suoi bisogni e i suoi interessi saranno sempre più incompatibili con quelli dell’economia capitalistica.


Venendo quindi a cosa fare

La lotta contro i licenziamenti se condotta divisi per azienda è destinata alla sconfitta. Essa prima di tutto va liberata dal legame con i “piani industriali” che ne fanno una questione del singolo posto di lavoro e la condizionano alla causa, spesso disperata, dell’azienda. Occorre invece raccordare le vertenze delle diverse fabbriche in crisi per giungere a fonderle in un unico movimento che si batta per ottenere il salario pieno per i lavoratori licenziati, a carico della classe dominante.

È in questo senso che andrebbe inquadrato l’indirizzo di lotta ai siderurgici di Taranto. Al suo interno si dovrebbe collocare anche la questione della salute e della sicurezza sul posto di lavoro e nei quartieri limitrofi alla fabbrica, che va perseguita con obiettivi concreti per gli operai: rinnovo e manutenzione degli impianti; bonifiche interne ed esterne; riduzione dell’esposizione degli operai all’ambiente nocivo della fabbrica attraverso la riduzione della durata della giornata e della vita lavorativa. Da esigere il salario pieno ai lavoratori interessati dai fermi degli impianti per tali attività.

 

 

 

 

 


Roma, sabato 26 ottobre
Per il fronte unico sindacale di classe

Qui il volantino che i nostri compagni hanno diffuso alla manifestazione nazionale del SI Cobas a Roma sabato 26 ottobre.

Il partito è intervenuto ribadendo l’indirizzo dell’unità d’azione del sindacalismo conflittuale e dei lavoratori, affermando inoltre che le operazioni volte ad incastonare il sindacato in fronti unici fra partiti nuociono allo sviluppo del movimento operaio. Tale era il fine della manifestazione romana, che promuoveva un volutamente indefinito Fronte Anticapitalista, a cui i dirigenti del SI Cobas lavorano, con ben scarsi esiti, da diversi anni.

Sia l’andamento dello sciopero generale del giorno prima – promosso da Cub, Sgb, SI Cobas, Adl Cobas e altri minori – sia quello della manifestazione romana sembrano esserne una conferma. Per la prima volta lo sciopero generale promosso dal sindacalismo di base non è andato bene nemmeno nella logistica. Ed anche la manifestazione ha registrano una partecipazione numerica circa 1/3 della analoga dell’anno scorso.

Questo nonostante quest’anno sia stata preceduta da un’assemblea nazionale preparatoria, il 29 settembre a Napoli, in cui è intervenuto un nostro compagno a nome del Coordinamento Lavoratori Autoconvocati per l’Unità della Classe, ribadendo in buona parte i punti contenuti nel volantino che qui segue. Anche questa assemblea ha avuto una partecipazione modesta alla presenza di militanti politici e di comitati interclassisti più che da lavoratori, e quasi del tutto assenti erano militanti di altri sindacati di base.

Il 22 novembre si è invece tenuta a Bologna l’assemblea nazionale dei delegati del SI Cobas per discutere della piattaforma contrattuale del settore logistico: la grande sala del sindacato in questa città era colma di lavoratori forse come mai si era ancora visto.

Una conferma che i lavoratori seguono questo sindacato per ciò che di buono – e non è poco – è riuscito a compiere sul terreno dei loro interessi immediati, sindacali appunto, mentre l’impiego delle sue energie, umane e finanziarie, per un fronte politico è solo controproducente.

  

Il capitalismo è entrato nella crisi mondiale della sua economia. I padroni e i loro regimi politici di tutti i paesi – qualunque sia l’ideologia con cui cercano di mascherare la loro natura borghese – si adoperano per scaricare gli effetti di questa crisi sulla classe lavoratrice allo scopo di rimandare l’inevitabile crollo catastrofico di questo sistema politico ed economico che già Lenin, un secolo fa, definiva come giunto alla sua fase ultima.

Da anni infatti le condizioni di vita e d’impiego dei lavoratori sono sotto attacco ed in continuo peggioramento. I sindacati di regime (in Italia Cgil, Cisl, Uil e UGL) impediscono l’organizzazione d’ogni reale movimento di lotta difensivo, firmano contratti nazionali ed aziendali sempre a perdere, mantengono le lotte divise per azienda e per categoria, puntano a difendere la produzione e le fabbriche invece dei lavoratori.

Il sindacalismo di base – nato dalla spinta dei lavoratori più combattivi in reazione al definitivo passaggio della Cgil dalla parte dei padroni – da anni è entrato in crisi sia perché buona parte delle sue dirigenze non ha saputo preparare la base degli iscritti alla durezza dello scontro apertosi, dimostrando di non possedere una concezione sindacale davvero di classe, sia perché la maggioranza di esse ha subordinato le necessità fondamentali del movimento di lotta operaia, prima fra tutte l’unità d’azione dei lavoratori, alla guerra condotta ognuna contro le altre.

Il SI Cobas è il solo sindacato di base che negli ultimi anni si è rafforzato, costruendo un agguerrito movimento operaio attraverso una lunga serie di duri scioperi condotti coi metodi dell’autentico sindacalismo di classe. Ma il padronato ed i sindacati di regime sono finora riusciti a tenerlo rinchiuso entro la categoria della logistica – tranne importanti ma ancora esili eccezioni – ed in parte fra i lavoratori immigrati.

Per riuscire ad estendere questo movimento alla maggioranza della classe lavoratrice occorre perseguire la strada dell’ UNITÀ D’AZIONE DEI LAVORATORI E DEL SINDACALISMO CONFLITTUALE:

– portare la forza e la combattività dei lavoratori inquadrati nel SI Cobas a contatto il più possibile con gli altri lavoratori, cercando di farli scioperare sia insieme a quelli ancora mobilitati dai sindacati di regime, per liberarli dal loro controllo, sia a quelli organizzati nel resto del sindacalismo conflittuale, per valorizzarne i gruppi più combattivi e dar loro forza contro l’opportunismo delle dirigenze;

– promuovere e battersi per azioni di lotta unitarie di tutto il sindacalismo conflittuale (sindacati di base ed opposizione in Cgil) quale condizione più favorevole al dispiegamento di scioperi – a livello aziendale, territoriale, di categoria – che riescano ad esprimere il più possibile la forza del movimento dei lavoratori;

– battersi all’interno di ciascuna organizzazione del sindacalismo conflittuale affinché si organizzino coordinamenti unitari per sostenere ogni singola lotta, per intervenire nelle vertenze con l’obiettivo di offrire ai lavoratori un’alternativa pratica, quotidiana, al sindacalismo di regime.

È solo come risultato di un simile lavoro che si può arrivare domani a organizzare un vero sciopero generale.

Il lavoro da compiere oggi è cercare di unire le centinaia di lotte in corso, da quelle contro i licenziamenti per crisi aziendali, tenute isolate dai sindacati collaborazionisti, a quelle contro la repressione padronale che colpisce sempre più lavoratori e militanti sindacali combattivi, a quelle per i rinnovi contrattuali nazionali che coinvolgono milioni di lavoratori, a cominciare proprio da quelli della logistica ai metalmeccanici, ai ferrovieri, agli autoferrotranvieri, al pubblico impiego.

In direzione opposta all’unità d’azione dei lavoratori e del sindacalismo conflittuale va invece il coinvolgimento delle organizzazioni sindacali nella costruzione di fronti organizzativi di cui facciano parte anche organizzazioni politiche cercando così di creare fronti unici fra partiti e sindacati. Questa operazione non fa che perpetuare ed aggravare la divisione nell’azione del movimento sindacale conflittuale, in quanto ciascuna dirigenza sindacale subordina scioperi e manifestazioni al sostegno del proprio fronte politico.

Il compito dei proletari rivoluzionari, militanti del sindacalismo di classe, è costruire un movimento di lotta sindacale il più unitario e forte possibile ed è su questa base materiale, e lavorando a tale scopo che il partito dovrà dimostrare di essere all’altezza di poter dirigere la classe operaia dalla lotta sindacale alla superiore e necessaria lotta politica rivoluzionaria per abbattere il capitalismo.

Quanto al partito comunista rivoluzionario, esso non può nascere dai fronti unici politici che, assecondando la illusione d’essere più forti perché più numerosi, sono invece costruzioni debolissime, pronte a crollare al primo terremoto sociale e politico, perché, per ottenere un’unità formale, si devono trovare accordi al ribasso e mantenere l’ambiguità delle posizioni. Tutti fattori che portano alla mancanza di chiarezza e quindi all’opportunismo.

L’autentico partito comunista è al contrario frutto di tutto il percorso storico della lotta proletaria internazionale, iniziata ormai quasi due secoli fa, che ne ha definito e selezionato – separando e scartando scuole e correnti – i caratteri teorici, il programma e la tattica, attraverso le lezioni di grandiose battaglie e tragiche sconfitte.

 

 

 

  



40 giorni di sciopero alla GM

Riportiamo qui la traduzione dell’articolo sullo sciopero dei lavoratori della General Motors dal nostro organo di stampa in lingua inglese “The Communist Party”.

  

La United Auto Workers of America (UAW), il sindacato di regime che conta 48.000 iscritti fra i lavoratori dell’auto negli Stati Uniti, ha indetto un inusuale sciopero alla General Motors dal 16 settembre al 25 ottobre. Secondo le stime di Wall Street lo sciopero è costato alla GM più di 2 miliardi di dollari. Hanno chiuso 34 impianti di produzione e distribuzione GM in tutti gli Stati e si è anche interrotto il lavoro nelle fabbriche in Messico e in Canada.

La General Motors, che in Nord America produce i marchi Chevrolet, Buick, GMC e Cadillac, è la più grande casa automobilistica del paese.


Le rivendicazioni

È difficile commentare le richieste del sindacato perché non c’era nemmeno una piattaforma, tanto meno una vera discussione in merito fra gli iscritti prima del voto per decidere lo sciopero.

La dirigenza dell’UAW ha cercato di recuperare una legittimità tra i lavoratori dopo una serie di scandali. Ma, come inevitabile per dei sindacati di regime, gli scandali sono continuati e la gestione dello sciopero non ha fatto che aumentare la rabbia contro i dirigenti.

Sulla rivista “Labor Notes” si legge: «Lo sciopero è stato dichiarato improvvisamente, senza nessuna informazione da parte di chi andava alle trattative sui suoi obiettivi. Quando ho visitato il primo giorno il picchetto all’impianto di assemblaggio di Detroit-Hamtramck, i lavoratori non sapevano dire per cosa scioperavano. Ma, cosa notevole, si è venuta a stringere una tacita intesa: la maggior parte dei lavoratori che ho intervistato nelle oltre otto visite ai cancelli ha detto che la loro priorità era “rendere tutti uguali” e “far assumere i lavoratori temporanei”».

Si conferma che i lavoratori sono ben disponibili alla lotta quando percepiscono che si sta combattendo un vero sciopero. Quindi i metodi di lotta sono importanti tanto quanto gli obiettivi. Per questo motivo i comunisti si battono sempre per organizzare dei veri scioperi: senza preavviso, senza termine prefissato, con picchetti per fermare l’entrata e l’uscita delle merci e per dissuadere i crumiri.

La retribuzione dei lavoratori alla GM è suddivisa in una serie di livelli, a seconda dell’anzianità: i più anziani sono pagati di più rispetto a quelli assunti più di recente, una condizione imposta nel 2008 dall’amministrazione “progressista” Obama per il salvataggio della GM da parte del governo. Sempre più la GM sta usando lavoratori precari che non hanno garanzie di lavoro e nessun beneficio.

Negli Stati Uniti l’assistenza sanitaria, notoriamente costosa, è fornita, quando lo è, dal datore di lavoro. Scaglionando le retribuzioni su più livelli e assumendo lavoratori temporanei l’azienda riduce le prestazioni dell’assistenza sanitaria, mettendo i lavoratori in gravi difficoltà.


La corruzione nell’UAW

Il governo federale degli Stati Uniti ha mosso, poco prima dell’indizione dello sciopero, una serie di accuse di corruzione nei confronti di funzionari dell’UAW e di alcuni dirigenti della GM per un giro di tangenti e bustarelle.

Dobbiamo dire che non basta la corruzione dei capi a fare un sindacato di regime, ma i suoi principi, i suoi metodi di lotta, la sua vita interna e tutta la sua storia, dalla sua costituzione in poi alla prova della lotta di classe. Ciononostante casi di corruzione imperante come questi sono congeniali ad un sindacato che da decenni è passato dalla parte dei padroni.


Gruppi di opposizione

Piccole sacche di resistenza interna organizzata ci sono nel sindacato. Ma “uno Stato a monopartito” fu definito lo UAW da un suo funzionario negli anni Cinquanta. Già da allora il sindacato era diventato il partito delle Corporations.

Dal 1990 ci sono state alcune correnti, a sostegno di una linea a favore dei lavoratori, ben organizzate all’interno del sindacato. In particolare il “New Directions Caucus” sembrava avere un certo seguito fino a quando i suoi esponenti non sono stati inglobati nella dirigenza del sindacato. Il “Soldiers of Solidarity” era un movimento di base nel primo decennio del 2000.

Oggi non ci sono gruppi ben organizzati di base. Anche “Solidarity Review” è un gruppo organizzato intorno alla pubblicazione di articoli critici dell’attuale dirigenza, il che è importante ma di fatto non ha un’organizzazione. “Autoworkers Caravan” è un movimento di protesta piuttosto in linea con i “Soldiers of Solidarity”, a maglie larghe e presente soprattutto nei social, ma purtroppo non così organizzato come i gruppi sindacali degli insegnanti che hanno ottenuto molto di più.


Aspetti internazionali

Il Canada e il Messico hanno un ruolo importante nella produzione di automobili in Nord America. Il Messico produce molti dei componenti che sono assemblati negli Stati Uniti, in modo che il prodotto finito possa essere commercializzato come “American made”. La produzione automobilistica canadese è ben integrata nel mercato americano, molto più ampio, con numerosi impianti di produzione e di assemblaggio situati nella zona canadese dell’Ontario, proprio oltre il fiume Windsor di fronte al centro di produzione americana di Detroit, nel Michigan.

Il sindacato “Canadian Auto Workers and American Union” era lo stesso fino al 1985, quando i canadesi si sono divisi a causa della tendenza del sindacato americano a firmare contratti a perdere, spesso a svantaggio degli iscritti canadesi. L’abitudine del sindacato in Usa di ignorare i compagni canadesi è apparsa di nuovo quando non ha accennato ad alcuna mobilitazione in solidarietà con i canadesi in sciopero a gatto selvaggio contro la chiusura di uno stabilimento di assemblaggio della GM a Oshawa, nell’Ontario, che avrebbe eliminato 2.500 posti di lavoro interni e altrettanti nell’indotto che fornisce parti di ricambio, etc. I canadesi hanno ripagato la mancata solidarietà degli statunitensi con la stessa moneta.

Le maquiladoras sono zone economiche speciali in Messico che utilizzano manodopera a basso costo per le industrie statunitensi. A Silao, nel Guanajuato, almeno cinque lavoratori dello stabilimento della GM sono stati licenziati per aver cercato di venire in aiuto agli scioperanti statunitensi organizzando uno sciopero di solidarietà consistente nel rallentare i ritmi contro la pretesa dei padroni, coadiuvati dai sindacati, di incrementarli per sopperire ai cali di produzione delle aziende statunitensi. Avevano anche invitato i lavoratori ad uscire dai corrotti sindacati di regime.


Mancanza di organizzazioni di classe

Il contratto che è scaturito dallo sciopero non ha soddisfatto quanto ci si attendeva nei picchetti. Rimangono i diversi livelli di retribuzione, i contratti a termine sono confermati, maggiori costi e rischi sanitari sono stati scaricati sugli operai. Il contratto è stato accettato con voto segreto dal 57% contro il 43%, risultato questo ottenuto da un certo numero di corruttele, come legare dei bonus all’approvazione del contratto.

Il fallimento dello sciopero è stato ampiamente imputato all’avidità e ai tradimenti perpetrati dai rappresentanti dell’azienda e del sindacato. Questa non è un’analisi corretta. In primo luogo le aziende capitalistiche sono contro i lavoratori non a causa dell’avidità dei padroni, ma perché la concorrenza del mercato impone la necessità di sfruttarli. Lo sfruttamento crescerà sempre di più col progredire della crisi economica globale. In secondo luogo, non è corretto parlare di “tradimento” nel caso dei capi dell’UAW. Questo sindacato e la sua dirigenza, come l’intera AFL-CIO, sono stati per decenni apertamente con i padroni attuando una politica sindacale di collaborazionismo di classe. L’unica classe che la dirigenza dell’UAW potrebbe tradire è la borghesia, cosa che non farà mai. L’atteggiamento dei dirigenti dell’UAW in questo sciopero è solo una conferma della natura di questo sindacato di regime.

Ma questo è solo parte del problema. L’altra è la mancanza di organizzazione dei lavoratori disposti a lottare e dei militanti del sindacalismo di classe, all’interno e all’esterno della struttura dell’UAW. Lo sciopero è fallito perché non c’era nessuna contro-organizzazione a far fronte al padronato e ai sindacalisti venduti. I militanti del sindacalismo di classe devono coordinarsi per mostrare ai lavoratori in lotta che rappresentano una reale alternativa per la lotta e per la possibilità effettiva di una organizzazione unitaria in opposizione al sindacalismo di regime.

Questo “Coordinamento” non può essere costruito su basi partitiche e tanto meno può essere un fronte unico politico – di qualsiasi natura – ma un fronte unito di lavoratori combattivi per il sindacalismo di classe. Per mantenere la propria natura deve essere aperto solo agli operai, agli impiegati e ai disoccupati, non ai membri di altre classi o strati sociali.

 

 

 

 

 

 

  

 
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Schiaffi e sgambetti nel marasma della Brexit

La compassata Gran Bretagna di un tempo ha perso ultimamente tutto il suo aplomb con la saga della Brexit che, invece di arrivare ad una qualsiasi soluzione, si ingarbuglia sempre più.

L’abbiamo definita un litigio fra borghesi su come restituire “competitività globale” al Regno Unito, soprattutto imponendo peggiori condizioni alla classe operaia. Ma c’è disaccordo, profondo e spesso aspro, su come raggiungere questo obiettivo.

La banda “europeista” sostiene che la produzione britannica dipende dal mercato unico. Ad esempio la BMW di Oxford si affida alla libera importazione “just-in-time” di componenti provenienti dall’Unione Europea. Ma gli europeisti non dicono che la maggior parte di quei prodotti viene importata da paesi “low cost” della UE o ad essa collegati (come la Turchia), il che a sua volta riduce il potere contrattuale dei lavoratori britannici.

Sull’altra sponda i “globalisti” vorrebbero fare di Londra la “Singapore sul Tamigi” o aprire “porti franchi” in posti come Hull, sul Mare del Nord, stracciando tutti gli accordi che (almeno in teoria) impongono condizioni di parità nei commerci in tutta la UE. Infine le imprese i cui interessi gravitano in toto o prevalentemente sul mercato interno avanzano la richiesta del “Prima gli inglesi”, che finisce nello sciovinismo più becero.

La classe operaia inglese è quindi vittima di una lotta tra gli interessi dei capitali nazionali, europei e globali, soprattutto americano. La farsa che si sta svolgendo in Parlamento e nei media riflette questa lotta, ma distorce e oscura deliberatamente le sue ragioni di fondo.

La nostra denuncia della natura ugualmente anti-operaia di tutte queste richieste non deve essere interpretata come indifferenza. La Brexit potrebbe avere un effetto devastante sui lavoratori in molti settori: operai dell’auto messi ad orario ridotto, chiusura di stabilimenti, lavoratori agricoli licenziati quando il 30-40% delle tariffe dell’OMC venisse a gravare sulle esportazioni di carne bovina e ovina. Oltre che, naturalmente, avrebbe la capacità di sconvolgere la vita a milioni di lavoratori immigrati e alle loro famiglie.

Per di più l’intero “dibattito” sulla Brexit ha dato la stura ad una nauseante demagogia volta a fuorviare e disorientare la classe operaia. Tutti gli attori, indistintamente, nella sceneggiata democratica mostrano di trarre la legittimità dei loro atteggiamenti dalla “volontà del popolo”, già dimostrando così l’inutilità di questa “espressione di volontà”, nonché dei pretesi fondamenti stessi della democrazia. Vediamo milionari che se la prendono con i “ceti ricchi”, Lord avvolti d’ermellino che ce l’hanno con la “casta”, capitalisti cosmopoliti che abbaiano contro il “globalismo”, e giornalisti, molto ben pagati, di Londra che si scontrano con le “élite della capitale”, il tutto, ovviamente, in nome del “popolo”. Lo stesso da entrambe le parti: ministri come Philip Hammond, che ha ridotto migliaia di inglesi a dipendere dalle mense per indigenti, che hanno il coraggio di dirci che saremo tutti più poveri al di fuori dell’UE!

Una tale ipocrisia di classe, benché scoperta ed evidente, ha un forte richiamo sulla inebetita piccola borghesia. Anche se economicamente deboli questi ceti sono forti numericamente e le varie fazioni grandi-borghesi se li contendono per mobilitarli dietro le loro manovre, esposti come sono alle argomentazioni più filistee. Come quella, per esempio, che i “politici” sono complici dei capitalisti “stranieri” nel voler minare lo “stile di vita” e la “cultura” nazionali (britannici per alcuni, ma inglesi, scozzesi, gallesi, ecc., per altri). La piccola borghesia, incapace di darsi una propria coerente ideologia, accumula in sé tutti i tipi di risentimento e lagnanza, terreno fertile per ogni demagogia. Queste lamentele, reali o immaginarie, sono veleno per la classe operaia perché le additano falsi nemici, o veri nemici ma per false ragioni. Quindi non possiamo noi ignorarle.

Lo scontro parlamentare sul fatto che il Regno Unito lasci l’UE con o senza “deal”, accordo, il 31 ottobre è diventato davvero un Halloween (ma senza dolcetti!). Nel 2019 il Partito Conservatore ha rimediato una precaria maggioranza alla Camera dei Comuni con l’aiuto del lealista Partito Democratico Unionista (DUP) dell’Irlanda del Nord, ma non è riuscito a ottenere un voto a favore dell’accordo di ritiro negoziato con l’Unione Europea. La decisa opposizione della fazione più estrema a favore della Brexit, lo European Research Group e il DUP, l’ha bloccato. La maggioranza dei membri del Partito Conservatore si è convinta che Theresa May era stata troppo morbida nei negoziati per l’uscita e che oggi a chiunque sarebbe bastato gridare più forte per ottenere un accordo migliore.

Entra in scena allora Alexander Boris de Pfeffel Johnson, uscito dalla esclusiva Università di Eton, editorialista del Daily Telegraph, ex sindaco di Londra. Il candidato “anti-apparato” Johnson ha immediatamente eliminato 21 deputati conservatori pro-UE, dilapidando così la maggioranza del suo governo, e ha sospeso il parlamento nel tentativo di far passare la Brexit a forza. La “sinistra” (vale a dire tutti gli altri, dai dissidenti dei Tory fino agli anarchici) si è allora mobilitata in manifestazioni “in difesa della democrazia” sotto la bandiera “Fermiamo il golpe”. La Corte Suprema ha convenuto, dichiarando nulla la sospensione del parlamento.

Ma, a parte le formalità legali, cosa in realtà significa “difesa della democrazia”? La democrazia è lo Stato borghese, tutto qui. Ormai esiste solo per far credere che lo Stato borghese sia espressione di una, immaginaria, “volontà del popolo”. L’errore che si rimprovera a Boris Johnson, e alla sua eminenza grigia Dominic Cummings, è di pretendere che essi rappresentino, sulla base del risultato referendario del 2016, la vera “volontà del popolo”, e non invece la “Madre dei Parlamenti”, la democrazia rappresentativa britannica, con tutte le sue arcane procedure.


Quel che accettò Thatcher

L’attuale situazione di stallo parlamentare riflette quindi i profondi disaccordi sulla direzione futura dell’economia britannica. Sarà dentro o fuori l’Unione europea?

Alla fine degli anni Cinquanta gran parte dell’industria nazionale non era già più in grado di competere con gli Stati Uniti e le potenze sconfitte della Germania e del Giappone. Questo, insieme alla decolonizzazione, ha alimentato i risentimenti della piccola borghesia britannica, che già negli anni ‘70 considerò un “atto di resa” la decisione della borghesia di puntare sul Mercato Comune.

Margaret Thatcher, primo ministro per tutti gli anni ‘80, dovette quindi gestire un delicato equilibrio. Vinse una serie di battaglie contro la classe operaia, in particolare contro i minatori di carbone nel 1984-85, aprendo la strada alla deindustrializzazione. Sostenne il mercato unico europeo, vedendovi una grande opportunità per la Gran Bretagna di vendere servizi finanziari e di altro tipo alle imprese europee e, a sua volta, di divenire un canale per gli investimenti esteri. E Londra divenne di fatto la capitale finanziaria dell’Europa. Economicamente il futuro del Regno Unito sembrava chiaro, anche se alcuni ministri del governo come Michael Heseltine volevano andare oltre nel ridurre anche l’influenza americana.

D’altra parte, le vittorie elettorali della Thatcher dipendevano interamente dal rinfocolare i risentimenti antieuropei, e in particolare antitedeschi e antifrancesi. Il suo intervento nel 1988 al Collegio d’Europa, il “discorso di Bruges”, incoraggiò nel partito i rappresentanti degli arretrati distretti rurali, i quali, in tre decenni, sono cresciuti costantemente di forza al punto che nel 2019 alla guida del partito hanno eletto quello che consideravano “uno dei loro” con una maggioranza schiacciante sui rivali. Nel Partito Conservatore di oggi dire qualcosa a favore dell’Unione Europea significa il suicidio. E Boris Johnson, che nel 2008 aveva fatto sue tutte le istanze europeiste e liberali della destra per assicurarsi l’elezione a sindaco di Londra, ora ha fatto suoi tutti i mugugni antieuropeisti e reazionari della destra per guadagnare l’elezione a capo del Partito Conservatore.

Queste manovre mostrano la corruzione e l’opportunismo, trama e ordito della democrazia borghese.


La crisi parlamentare

L’Unione Europea ha anche fornito un utile capro espiatorio per i politici di grido, anche per coloro che per le vacanze possiedono ville in Toscana o in Algarve. Non si tratta ovviamente di un fenomeno solo inglese, ma qui ha contribuito ad aggravare la crisi.

All’inizio la loro retorica dette credibilità agli antieuropeisti più rabbiosi, guidati dal demagogo Nigel Farage, prima con lo United Kingdom Independence Party, più recentemente con il Brexit Party. Fu per contrastare la minaccia elettorale dell’UKIP e neutralizzare l’ala antieuropea del Partito Conservatore che il primo ministro David Cameron indisse il referendum “Leave/Remain”. Fu un grosso errore. Dopo mesi passati ad attaccare l’Unione Europea e cercare di negoziare migliori condizioni di adesione (Cameron ha spesso affrontato le telecamere a Bruxelles con la faccia severa, “combattendo per la Gran Bretagna” come un eroe della Seconda Guerra mondiale dei fumetti), la campagna elettorale di Cameron a favore del “Remain” non è stata convincente, per usare un eufemismo. Inoltre l’intero governo Cameron, e in particolare il ministro delle Finanze pro-europeo George Osborne, nei precedenti sei anni aveva peggiorato spietatamente il tenore di vita della classe operaia.

Al contrario, la campagna per il “Leave” poteva incolpare l’UE per l’austerità, per la scomparsa dell’industria, per il quasi fallimento del Servizio Sanitario Nazionale e, sempre sul registro emotivo, per lo scippo del “nostro pescato”. Era anche libero di fare qualsiasi assurda promessa di prosperità futura, sui “nostri soleggiati altipiani”, una volta che “ci saremo ripresi il nostro paese”. A questi argomenti, così come la demonizzazione bassamente razzista degli immigrati (e non solo degli immigrati provenienti dall’UE), si è rivelata estremamente ricettiva la piccola borghesia, ma anche alcuni settori della classe operaia nelle regioni più duramente colpite dalla deindustrializzazione.

Il referendum si è quindi concluso con una minima maggioranza per il “Leave”, un risultato che lo stesso Boris Johnson non si aspettava, tanto meno aveva preparato, gettando il Regno Unito nella crisi politica tuttora in corso.


La Repubblica d’Irlanda

Anche se la Repubblica d’Irlanda ha raggiunto l’indipendenza quasi un secolo fa, la sua economia è per decenni rimasta legata a quella del Regno Unito. A partire dagli anni ‘20 in poi il governo britannico ha mantenuto una “Common Travel Area” in cui vigeva il diritto illimitato dei cittadini irlandesi di viaggiare senza passaporto, lavorare e stabilirsi nel Regno Unito. La sterlina irlandese era legata alla sterlina inglese. E fino agli anni ‘60 l’Irlanda era sotto il controllo politico di un partito, il Fianna Fáil, sostenuto dagli agricoltori capitalisti che – mentre giocavano a parole con la tradizione nazionalista e antibritannica della rivolta del 1916 – vendevano la maggior parte dei loro prodotti al Regno Unito. Man mano che l’agricoltura diventava più efficiente, mentre poche opportunità di lavoro offrivano le città, gran parte del surplus della popolazione irlandese continuò a migrare verso il Regno Unito.

Il Regno Unito e la Repubblica d’Irlanda presentarono contemporaneamente domanda di adesione al Mercato Comune negli anni ‘60 e vi sono infine entrati nel 1973, portando Nord e Sud dell’isola d’Irlanda entrambi all’interno di questo blocco economico allargato. Tuttavia l’impatto economico che ne è derivato è stato molto diverso. Negli anni ‘80 e ‘90, la Repubblica ha conosciuto un boom economico, soprattutto grazie alla sua posizione geografica e alla sua lingua che la facevano attraente base per la penetrazione dei capitali americani nei mercati europei.

Invece l’Irlanda del Nord ne ha sofferto, la deindustrializzazione ha compromesso duramente la vita delle comunità lealiste mentre la discriminazione veniva a colpire ancora di più le comunità repubblicane. La situazione è stata in qualche modo attenuata dall’accordo del Venerdì Santo del 1998, che ha cercato di porre fine al conflitto trentennale tra le due comunità.

Per la prima volta dalla divisione tutta l’isola poteva funzionare come un’unica economia all’interno del Mercato Unico Europeo. La Brexit verrebbe ora a minacciarla. Questo si è dimostrato essere il principale punto di stallo che impedisce di concludere l’intera saga della Brexit.

La fine della libera circolazione delle merci avrebbe un impatto grandemente negativo sulla Repubblica d’Irlanda, non solo a causa dell’interruzione degli scambi commerciali attraverso la frontiera terrestre, ma anche sul Mare d’Irlanda. Il Regno Unito è il secondo maggiore cliente per le merci irlandesi, ma anche la principale via di transito per le merci che raggiungono l’Europa attraverso i porti britannici, la strada, la ferrovia e il tunnel sotto la Manica. La situazione è stata resa insolubile dalle cosiddette “linee rosse” del governo britannico, che impongono al Regno Unito di Gran Bretagna e d’Irlanda di abbandonare tutti assieme l’accordo doganale con l’Unione Europea.

Di conseguenza, i negoziatori del Regno Unito e dell’UE hanno concordato il cosiddetto “backstop”, una misura temporanea per mantenere l’Irlanda del Nord nell’unione doganale e sotto lo stesso regime normativo fino alla firma di un accordo globale di libero scambio o all’individuazione di misure alternative ai controlli alle frontiere. Ciò manterrebbe aperta la frontiera irlandese, proteggendo il mercato unico, l’unione doganale e l’accordo del Venerdì Santo.

Per l’UE questo è fondamentale: altrimenti ci sarebbe una falla nei confini del Mercato Unico che consentirebbe, ad esempio, di trasportare TIR di merci nell’UE attraverso l’Irlanda del Nord evitando le sue tariffe e norme. L’Unione Europea ha quindi dato il suo pieno sostegno alla Repubblica d’Irlanda nelle trattative sulla Brexit, mentre il Partito Unionista Democratico e l’ala destra del Partito Tory hanno puntato i piedi contro qualsiasi ipotesi che veda l’Irlanda del Nord accomunata al resto dell’isola, e separata dal Regno Unito.

Tuttavia, ciò consente anche all’Unione Europea di esercitare un’influenza sull’Irlanda, che per anni ha attratto enormi investimenti grazie al suo basso regime fiscale, con le mega-imprese di internet che gestiscono dall’Irlanda le loro operazioni in Europa, evitando legalmente il pagamento delle imposte sui ricavi derivati dalle vendite in altri paesi europei. L’UE insiste ora affinché quelle imposte siano integralmente pagate.

La contesa potrebbe avere un impatto particolarmente grave sulla classe operaia dell’Irlanda del Nord, priva di governo e parlamento dopo l’alleanza tra il Sinn Féin, il principale partito repubblicano, e il DUP col pretesto di un finanziamento per le energie rinnovabili sul quale il DUP ha speculato. L’economia dell’Irlanda del Nord è già sotto pressione, con una disoccupazione che dal 2009 si aggira intorno al 50% in alcune delle aree più duramente colpite. Ciò offre ai paramilitari l’opportunità di reclutamento. L’imposizione di un confine renderebbe le cose molto, molto peggiori.

Al momento che scriviamo il Regno Unito ha proposto un bizzarro accordo ”a due frontiere” in base al quale l’Irlanda del Nord sarebbe allineata con l’UE su alcune questioni normative e i controlli doganali sarebbero effettuati a qualche miglio dal confine terrestre. L’UE l’ha respinto. Ancora più stranamente il Regno Unito avrebbe accettato una soluzione già presentata nel 2017, di spostare il confine doganale nel Mare d’Irlanda. L’Irlanda del Nord rimarrebbe giuridicamente nel Regno Unito, ma in pratica resterebbe nel Mercato Unico e nello spazio doganale europeo e aderirebbe al suo regime fiscale. Questa soluzione verrebbe a cambiare tutto, con i fabbricanti e gli agricoltori delle Sei Contee costretti a sottostare a tutti i dazi e alle formalità doganali per vendere nel resto del Regno Unito!

Alla fine le due parti si accusano a vicenda per il fallimento e l’obiettivo principale di Boris Johnson è un plebiscito elettorale di segno sciovinista. Gli europei non sono più i “nostri amici e partner”, ma “testardi e irragionevoli”. Naturalmente, diciamo noi, un’elezione non cambia la realtà e le spinte, le tensioni e il caos continueranno dopo, come e più di prima.


Democrazia e lobby

La democrazia è per la politica borghese ciò che la borsa valori è per l’economia borghese. La prima media e risolve le tensioni nelle istituzioni, la seconda i conflitti di interessi fra i grandi investitori. È il funzionamento normale del capitalismo. Ma in dati momenti il regime, economico o politico, precipita in uno inarrestabile squilibrio.

Nel caso della Brexit questo legame tra politica ed economia è meno opaco del solito: gli speculatori valutari e i gestori degli hedge fund, favorevoli alla Brexit, rendono la vita difficile agli esportatori e agli importatori, che si troverebbero ad affrontare ogni tipo di barriera tariffaria e non tariffaria alle loro attività; i capitalisti, interessati ad infrangere le norme europee per abbassare il tenore di vita dei lavoratori, si trovano in conflitto con chi dipende dalle vendite sui mercati europei, e così via. Tutta la vita della nazione potrebbe trovarsi sottoposta a una pressione intollerabile, motivo per cui vi sono continui e atterriti avvertimenti contro le soluzioni estreme: la Brexit potrebbe portare alla disgregazione del Regno Unito, o al ritorno ai Troubles sul confine irlandese, ecc.

La borghesia non può tenere il capitalismo sotto il suo pieno controllo perché il capitalismo in sé vive di contraddizioni che sono al di fuori di ogni controllo umano.

Tuttavia, nessuna Brexit farà perdere alla classe dominante britannica, né ad alcuna altra, la capacità di appianare ogni sua divergenza quando vede una minaccia dal suo vero unico nemico, la classe operaia.

Ma fino ad allora si sentiranno liberi ad nauseam di litigare tra di loro.

 

 

 

 

 

  


Compagna
Organo del PCd’I per la propaganda fra le donne

Nel programma di recupero e salvataggio degli organi e dei documenti della tradizione del nostro partito, abbiamo recentemente riprodotto la collezione (quasi completa) del quindicinale “Compagna: organo del partito comunista d’Italia per la propaganda fra le donne”.

Il giornale, redatto sotto la direzione del Comitato Esecutivo, iniziò la sua pubblicazione il 5 marzo 1922 con una tiratura di seimila copie e rimase in vita fino al settembre 1925, seppure con uscite molto irregolari a partire dal 1923. Non dimentichiamo che ci riferiamo ad un periodo di dittatura fascista.

Il problema della propaganda tra le donne proletarie era stato preso in seria considerazione dal partito e dalla direzione di Sinistra. Infatti nella relazione del Comitato Centrale per il secondo congresso del partito (Roma, marzo 1922), al punto 9 si legge:

«Fin dal suo sorgere il partito richiamò l’attenzione dei compagni tutti sulla necessità di svolgere la propaganda fra le donne, raccomandò che le nostre compagne avessero, ove fosse stato possibile, una rappresentanza nei comitati sezionali e federali. Secondo il nostro statuto, si dispose che le donne non fossero organizzate in sezioni indipendenti ma in gruppi costituiti nel seno delle sezioni comuniste. La nostra stampa concesse un largo spazio alla trattazione delle quistioni femminili.

«Al Congresso internazionale di Mosca, e per l’intervento alla conferenza femminile internazionale, fu inviata una delegazione di compagne; in alcune zone, come a Torino, sorsero comitati per la propaganda femminile. È però solo da poco tempo che si è provveduto ad organizzare su scala nazionale il lavoro tra le donne, costituendo presso la Centrale un apposito ufficio al quale è addetta una nostra compagna per l’assistenza, la corrispondenza, la organizzazione con appositi sopraluoghi dei gruppi femminili e del loro collegamento. Come si è detto parlando della stampa si è anche iniziata ultimamente la pubblicazione del quindicinale femminile.

«Le compagne inscritte al nostro partito non sono molte, e sarebbe superfluo riandarne qui le ragioni. In questo campo occorre fare molto molto di più di quanto non si sia fatto finora, e liberarsi dalle poco felici tradizioni del partito socialista in materia.

«L’impianto dell’ufficio femminile e il giornale sono misure sufficienti a incoraggiare il lavoro tra le donne, il resto si deve attenderlo da una partecipazione fattiva di tutti i compagni, le Sezioni e le Federazioni a questa importante sfera di attività comunista.

«In occasione del Congresso della gioventù comunista si terrà un convegno nazionale delle donne comuniste, appartenenti sia al partito che alla Federazione giovanile. Da questo convegno saranno meglio tracciate le grandi linee del lavoro da compiere, e sarà nominato un Comitato nazionale femminile che di quando in quando potrà adunarsi.

«Il lavoro si svolge e si svolgerà in armonia alle direttive tracciate dalla ultima conferenza femminile comunista internazionale, e in contatto con il segretariato internazionale delle donne comuniste».

Da ciò si deduce quanto il partito comunista ritenesse importante dotare il movimento femminile di un proprio organo di stampa e propaganda

La “Compagna” non si presenta come un giornale esclusivamente “femminile”, ma è a tutti gli effetti un organo di partito i cui argomenti spaziano sì dell’analisi della condizione della donna proletaria nella sua condizione di madre, casalinga, operaia; della situazione della donna nella società presente, ai problemi dell’educazione, ma oltre a ciò è un giornale di organizzazione sindacale e politica e non mancano temi ed argomenti teorici.

“Compagna” non era il primo né l’unico giornale italiano rivolto al proletariato femminile, già dal 1912 si pubblicava il socialista “La Difesa delle Lavoratrici”. Solo che, dopo la scissione di Livorno, rimasto al Partito Socialista, la testata aveva assunto tutte le posizioni caratteristiche del riformismo, limitando la sua attività ai miglioramenti da ottenersi invocando l’autorità dello Stato: la soluzione della disoccupazione, il ripristino delle libertà costituzionali; invocando un “governo forte” per mettere freno agli “eccessi” del fascismo, contrabbandando il tutto come azione per la realizzazione del socialismo.

“Compagna” al contrario, ispirandosi alle linee programmatiche dell’Internazionale Comunista, non negava la necessità della lotta per rivendicazioni parziali «che però non devono assolutamente essere considerate come fine a se stesse, ma come mezzi transitori per la preparazione alla finale e generale lotta rivoluzionaria».

«“Compagna” chiama a raccolta le donne sinceramente rivoluzionarie le quali sentono tutta la vanità della illusione riformista, e comprendono anche come il problema femminile sia strettamente collegato all’attuale sistema capitalistico; come soltanto con la soppressione di questo potranno raggiungere la loro emancipazione (...) La donna, che soffre più dell’uomo dello sfruttamento e delle miserie della società capitalistica, deve affrettare il trapasso ad un regime di giustizia e di libertà, lottando a fianco del proletariato comunista internazionale» (19 marzo 1922).

 

 

 

 

  

  

  


PAGINA 7


Il concetto di dittatura rivoluzionaria e la sua pratica - Prima di Marx


(Continua dal numero 396)
 
Rapporto esposto alla riunione di Genova nel settembre 2016

 
10. Babeuf (seconda parte)

Il “Direttorio Segreto insurrezionale di salute pubblica”, istituito a Parigi il 10 germinale 1796 dai capi della “Cospirazione per l’Eguaglianza”, detta “di Babeuf”, decise la nomina di un agente rivoluzionario principale in ognuno dei 12 Arrondissements di Parigi, e di agenti intermedi di collegamento tra questi e il Direttorio stesso, che poi si ridussero al solo Didier.

Dal testo di Buonarroti, V documento allegato, “Organizzazione degli agenti principali in numero di dodici, e degli agenti intermediari. Prime funzioni di ciascuno di loro”.
     «Il D.S. di salute pubblica ha risoluto quanto segue:
     «Art. 1. Ci saranno dodici agenti rivoluzionari principali, uno per ogni quartiere del comune di Parigi.
     «Art.2. Ognuno d’essi è incaricato di organizzare, nel suo quartiere, uno o più circoli di patrioti, di alimentarvi, dirigervi lo spirito pubblico mediante letture di giornali popolari e discussioni sui diritti del popolo e sulla sua condizione presente.
     «Art.3. Questi agenti terranno nota della temperatura giornaliera dello spirito pubblico. In queste note renderanno conto delle disposizioni più o meno favorevoli dei patrioti; segnaleranno gli individui notati da loro come i più capaci di assecondare i progressi del movimento da suscitare; indicheranno il genere d’impiego o il compito rivoluzionario a cui riterranno adatto ciascuno di essi. Segnaleranno parimenti gli intriganti, i falsi fratelli che tentassero d’insinuarsi nelle riunioni, e renderanno conto anche degli ostacoli e delle opposizioni sollevate da costoro contro lo sviluppo dell’energia rivoluzionaria, contro l’inspirazione dei buoni principi e delle idee rigeneratrici.
     «Art.4. Ci saranno agenti intermediari per mantenere le comunicazioni tra gli agenti principali e il D.S.».

Dall’allegato VI, “Prima istruzione del D.S. diretta a ciascuno degli agenti rivoluzionari principali”, leggiamo:
     «Cittadini. Nei tempi di crisi le cose non vanno come nei tempi ordinari. Quando il popolo gode dei suoi diritti, quando trionfano i principi della libertà, nessuno ha diritti sugli altri senza il loro concorso; nessuno può prendere un’iniziativa di interesse generale senza consultare il popolo intero e senza aver ottenuto il suo consenso (...) Ma non è così quando il popolo è incatenato, quando la tirannide lo ha posto nell’impossibilità di emettere il suo voto su tutto ciò che l’interessa (...) Allora è giusto, è necessario che i più intrepidi, i più capaci di sacrificarsi, quelli che si ritengono maggiormente dotati d’energia, di ardore e di forza (...) costoro s’investano da se stessi della dittatura dell’insurrezione, che ne prendano l’iniziativa»

Leggiamo ancora:
     «Il D.S. ha spinto la sua prudenza fino ad isolare fra loro i dodici agenti principali. Essi riceveranno tutti le stesse istruzioni; saranno tutti incaricati di fare le stesse cose, di concorrere allo stesso scopo, e tuttavia non si conosceranno fra loro. Abbiamo pensato che questa conoscenza reciproca non fosse affatto necessaria; non ne potrebbe risultare alcun bene, poiché evidentemente basta che ogni agente riceva direttamente l’impulso dal D.S., e poiché è pure incontestabile che il successo non può dipendere se non dall’esatta esecuzione, ed un accordarsi fra i dodici agenti non potrebbe portare che ostacoli, ritardi o modifiche che forse si allontanerebbero dalle mire e dalle combinazioni del Direttorio regolatore».

Abbiamo già detto che il carattere di segretezza della cospirazione era una necessità per i rivoluzionari e non una vocazione, ma l’aspetto più interessante di queste parole è che intravediamo in esse una prima formulazione, primitiva quanto si vuole, del concetto di centralismo organico. La democrazia, rifiutata dagli Eguali verso l’esterno in nome della dittatura rivoluzionaria centralizzata, è rifiutata anche all’interno del Partito e nei livelli più alti, quando si dice che l’accordarsi tra i dodici agenti porterebbe solo problemi alla rivoluzione.

Ancora dallo stesso documento:
     «In generale, evitate di dare importanza pubblica ed esteriore a queste riunioni; non le chiamate circoli, società, convegni; evitate ogni nome pomposo; dite semplicemente il caffè tale, la casa tal’altra; chiamate passeggiate, visite, il fatto di convenirvi; che ci siano le cose, ma non le parole».

Leggiamo alcuni articoli dell’allegato XV, “Il comitato insurrezionale di salute pubblica, al popolo. Atto d’insurrezione”:
     «Art. 4. Tutti i cittadini si raccoglieranno con le loro armi, o, in mancanza di armi, con ogni altro strumento offensivo, sotto la sola direzione dei suddetti patrioti, alla sede del comando dei loro rispettivi quartieri.
     «Art. 5. Le armi di ogni specie saranno prelevate dagli insorti dovunque si trovino.
     «Art. 6. Le barriere e il corso del fiume saranno accuratamente sorvegliati: nessuno potrà uscire da Parigi senza un ordine formale e speciale del comitato insurrezionale; entreranno solo i corrieri, i portatori e i conducenti di commestibili, ai quali sarà data protezione e sicurezza.
     «Art. 7. Il popolo si impadronirà della tesoreria nazionale, delle poste, delle case dei ministri, e di ogni magazzino pubblico e privato contenente viveri o munizioni di guerra.
     «Art. 8. Il comitato insurrezionale di salute pubblica dà ordine alle sacre legioni accampate attorno a Parigi, che hanno giurato di morire per l’eguaglianza, di sostenere dappertutto gli sforzi del popolo.
     «Art. 10. I due Consigli e il Direttorio, usurpatori dell’autorità popolare, saranno sciolti. Tutti i loro membri saranno giudicati dal popolo.
     «Art. 12. Ogni opposizione sarà vinta sul campo con la forza. Gli oppositori saranno sterminati.
     «Art. 18. Le proprietà pubbliche e private sono poste sotto la custodia del popolo.
     «Art. 19. Il compito di terminare la rivoluzione e di dare alla repubblica la libertà, l’eguaglianza e la costituzione del 1793 sarà affidato ad un’assemblea nazionale, composta di un democratico per ogni dipartimento, nominato dal popolo insorto su proposta del comitato insurrezionale.
     «Art. 20. Il comitato insurrezionale di salute pubblica siederà in permanenza fino al compimento totale dell’insurrezione».

Per quanto riguarda l’esercito Filippo Buonarroti ci riferisce che la propaganda rivoluzionaria ad esso rivolta aveva lo scopo di neutralizzarlo e di impedire che muovesse contro gli insorti, ma non veniva considerata realistica la possibilità che i soldati si ribellassero ai loro capi e passassero dalla parte dei sanculotti, pur sperandoci. A questo scopo il D.S. aggiunse ai dodici agenti principali cinque agenti militari con le stesse funzioni presso i battaglioni di Parigi e dintorni. Tra di essi c’era il traditore Georges Grisel, la cui fama nella storia è analoga a quella di Efialte di Trachis e di Giuda, anche se quest’ultimo è un po’ più conosciuto.

Maggiore risultato aveva avuto la propaganda tra la polizia: buona parte della Legione di polizia di Parigi simpatizzava per l’insurrezione, e all’interno della Legione stessa i rivoluzionari potevano contare su numerosi informatori.

Oltre ai dodici agenti civili e ai cinque agenti militari, il D.S. aveva istituito dei sorveglianti che ne esaminavano la condotta, e questi erano Darthé e Germain.

Dal 3° capitolo della “Cospirazione per l’eguaglianza detta di Babeuf”, “Autorità da sostituire all’autorità esistente”:
     «Si era convinti che non sarebbe stato possibile né senza pericolo convocare sull’istante le assemblee primarie per nominare un Corpo Legislativo e un governo secondo la costituzione del 1793. Era insomma evidente che un certo intervallo di tempo doveva trascorrere tra l’insurrezione e l’insediamento della nuova autorità costituzionale, e non era meno evidente che sarebbe stata un’estrema imprudenza lasciare per un momento la nazione senza direzione e senza guida. Altre considerazioni facevano pensare al D.S. che tale intervallo di tempo avrebbe dovuto essere più lungo di quello che esigessero strettamente le elezioni e l’arrivo dei nuovi deputati: tali considerazioni meritano di essere illustrate.
     «Necessità di un’autorità precedente l’ordine costituzionale (...) La storia e l’esperienza della rivoluzione francese gli avevano insegnato che l’effetto sicuro dell’ineguaglianza è quello di dividere la comunità, di creare interessi opposti, di fomentare passioni ostili e di sottomettere la moltitudine, resa ignorante, credula e vittima di un lavoro eccessivo, a un piccolo numero di uomini istruiti e scaltri che, abusando dei privilegi che hanno saputo ottenere, si preoccupano solo di conservare e rafforzare, nella distribuzione dei beni e dei vantaggi, l’ordine che è loro esclusivamente favorevole. Da ciò il D.S. concludeva che un popolo, così stranamente allontanato dall’ordine naturale, non sarebbe stato certo capace di fare una buona scelta, e aveva bisogno di un mezzo straordinario che potesse rimetterlo in uno stato in cui gli fosse possibile esercitare effettivamente e non fittiziamente la sua piena sovranità.
     «Da questo modo di pensare nacque il progetto di sostituire il governo esistente con un’autorità rivoluzionaria e provvisoria, costituita in modo da sottrarre per sempre il popolo all’influsso dei nemici naturali dell’eguaglianza, e da rendergli l’unità di volere necessaria per l’adozione delle istituzioni repubblicane. Quale sarà questa autorità? era la delicata questione che fu scrupolosamente esaminata dal D.S.. Le tre proposte che erano state agitate in casa di Amar furono avanzate di nuovo: la prima si sarebbe affidata ad una parte della Convenzione Nazionale; la seconda creava la dittatura; la terza istituiva un corpo nuovo, incaricato di portare felicemente a termine la rivoluzione».

Nota dello stesso Buonarroti:
     «Forse è necessario, al sorgere di una rivoluzione politica, anche per rispetto alla effettiva sovranità del popolo, occuparsi non tanto di raccogliere i voti della nazione, quanto di far cadere, il meno arbitrariamente possibile, l’autorità suprema in mani saggiamente e fortemente rivoluzionarie».

In realtà la possibilità di mettere a capo della nuova autorità una parte della Convenzione Nazionale, e cioè quei montagnardi non compromessi con la reazione termidoriana, non aveva sostenitori nel D.S. ma ne aveva tra gli ex montagnardi.

Dallo stesso 3° capitolo leggiamo:
     «Quando c’è tirannide, ogni cittadino ha il diritto e il dovere di lavorare a distruggerla. Tuttavia è impossibile che tutti i cittadini di una vasta repubblica muovano, a questo scopo, addosso all’autorità che deve essere abbattuta: spetta dunque a quelli che le sono vicini prendere le armi per primi; e poiché è importante che una nuova autorità succeda immediatamente all’antica, è compito degli insorti il provvedervi (...)
     «Dopo di ciò, si trattava di sapere quale dovesse essere la forma provvisoria di governo da proporre al popolo parigino insorto. Su questo punto ci furono divergenze d’opinione: qualche membro del D.S. opinava per la magistratura di un solo uomo; gli altri preferivano un nuovo corpo, composto di un piccolo numero di democratici provati. Prevalse quest’ultima opinione.
     «De Bon e Darthé, che proponevano la dittatura, attribuivano a questa parola l’idea di un’autorità straordinaria, affidata a un solo uomo incaricato della duplice funzione di proporre al popolo una legislazione semplice e atta ad assicurargli l’eguaglianza e l’esercizio reale della sovranità, e di dettare provvisoriamente le misure preparatorie capaci di disporre la nazione a riceverla (...)
     «Tuttavia il D.S. giudicò altrimenti: non che non riconoscesse la bontà delle ragioni addotte in favore della dittatura; ma la difficoltà della scelta, il timore dell’abuso, l’apparente somiglianza di questa magistratura con la monarchia e, soprattutto, il pregiudizio generale che pareva impossibile a vincersi, fecero preferire un organo collegiale poco numeroso, a cui si sarebbero affidati gli stessi poteri, senza correre gli stessi pericoli e senza dover superare tali ostacoli».

* * *

I rivoluzionari riscuotevano simpatia oltre che presso la Legione di polizia ed anche fra i granatieri incaricati della guardia al Corpo Legislativo. Questo ovviamente preoccupava molto il governo che il 9 floreale dette l’ordine di uscire da Parigi ai due battaglioni più insubordinati della Legione di polizia che, per sua legge istitutiva, non avrebbe dovuto prestare servizio al di fuori della capitale. L’ordine non venne eseguito, e il D.S. pensò che fosse il momento adatto per iniziare l’insurrezione. Fu costituito un comitato all’interno della Legione di polizia, in contatto col D.S. tramite Germain.

Leggiamo ancora:
     «Un decreto di licenziamento soffocò l’insurrezione al suo nascere. Un numero notevole di legionari vi si sottomise con gioia, e si ebbe modo di convincersi che il timore dei pericoli al fronte era stato per parecchi di loro il vero motivo della resistenza, che i soldati repubblicani avevano troppo leggermente attribuito a un generoso patriottismo».

Comunque, continua il testo:
     «Da questa numerosa diserzione si formò il corpo che il D.S. contava di porre all’avanguardia dell’esercito insurrezionale».

L’11 floreale dell’anno IV ci fu una seduta comune tra il D.S. e i cinque agenti militari. Scrive Buonarroti in una sua nota:
     «Convocando questa adunanza, il D.S. derogò all’articolo terzo dello statuto che gli aveva dato vita, e quest’errore, senza il quale Grisel non avrebbe conosciuto i capi della congiura, fu la causa principale della rovina dei loro progetti».

Ancora il capitolo 4 del testo:
     «Fu deciso che il D.S., riservandosi l’elaborazione di tutti i provvedimenti e la direzione suprema del movimento, avrebbe affidato a un Comitato Militare il compito di preparare l’attacco e la difesa, e gli avrebbe comunicato le informazioni e i piani che vi si riferivano. I detti cinque militari furono nominati membri di questo nuovo comitato (...)
     «Germain era il solo organo per mezzo del quale il nuovo comitato comunicava con il D.S..
     «Due ufficiali della Legione di polizia si offrirono di pugnalare, quella notte stessa, i membri del Direttorio Esecutivo, presso il quale uno di loro era di guardia con un distaccamento di soldati patrioti: chiedevano di essere sostenuti da un corpo di democratici, e che in tal modo avesse inizio l’insurrezione; per facilitare l’esecuzione del loro progetto, comunicarono la parola d’ordine. Questa proposta fu egualmente respinta, per la ragione che nulla doveva essere tentato fino al momento in cui il concorso simultaneo di tutte le misure avrebbe reso quasi sicura la vittoria. In verità, si erano prese grandi disposizioni: l’edificio legislativo progrediva ogni giorno; i patrioti attivi erano conosciuti e classificati; l’atto di insurrezione e i vessilli attorno ai quali il popolo doveva raccogliersi erano stampato e distribuiti agli agenti; l’impazienza pubblica era al colmo.
     «Ma, oltre al fatto che il Comitato Militare non si era ancora pronunciato sui mezzi da impiegare per far scoppiare contemporaneamente dappertutto il grande movimento popolare, il D.S. non era ancora provvisto del denaro che gli bisognava per mantenere alcuni uomini molto utili, privi di mezzi di fortuna, e non aveva potuto assicurarsi le polveri di cui era necessario munire gli insorti».

Il D.S. fermò quindi il movimento, pur rendendosi conto che non si poteva ritardare l’agire più di tanto, che avrebbe significato perdere gli elementi migliori e demoralizzare i rivoluzionari.

C’era anche un altro problema: il vecchio Comitato di Amar, a cui si era aggiunto Robert Lindet. Questi montagnardi erano i convenzionali proscritti dopo il 9 termidoro, e che si erano riuniti in comitato, come abbiamo già visto, per ristabilire la costituzione del 1793. Diversi rivoluzionari fedeli al D.S. come Drouet e gli agenti militari Fion e Rossignol, spingevano per arrivare ad una intesa e a una fusione tra i due comitati. Il D.S., dopo una accesa discussione, in cui Germain e De Bon si pronunciarono con forza contro l’inclusione degli ex-montagnardi, decise di incontrare un loro rappresentante, Ricord, a cui la mattina del 15 floreale furono consegnate una serie di proposte irrinunciabili per l’unificazione. I montagnardi in un primo tempo sembravano accettare, poi rifiutarono, fino a che il 18 floreale, grazie ad Amar e Lindet, acconsentirono ai vari punti loro sottoposti dal D.S. e si arrivò quindi all’unificazione.

Il 15 floreale fu anche il giorno in cui Grisel si fece ricevere da Carnot, membro del Direttorio, raccontandogli tutto ciò che sapeva. Dal capitolo 4:
     «Dopo così lunga e vivace discussione, il D.S. accettò l’unione proposta e nello stesso tempo risolse di prendere grandi precauzioni per contenere l’ambizione dei montagnardi e per forzarli a collaborare all’esecuzione dei suoi disegni. Secondo le spiegazioni che erano state date, deliberando questa unione ci si impegnava a ripristinare la Convenzione Nazionale, cioè quella parte di essa che Amar considerava la sola legittima ed esistente ancora di diritto. Se ci si fosse limitati a questo, senza nessuna modificazione, la Francia sarebbe stata alla mercé di quegli uomini a cui si rimproveravano colpe tanto gravi. Per evitare una simile sciagura, il D.S. decise che il richiamo alla Convenzione Nazionale non avrebbe avuto luogo se i montagnardi non avessero preventivamente consentito: 1) ad aggiungere alla Convenzione Nazionale, composta esclusivamente dei deputati proscritti, un democratico per dipartimento, nominato dal popolo insorto su proposta del D.S.; 2) a far eseguire, senza restrizioni e immediatamente, le disposizioni dell’articolo 18 dell’atto d’insurrezione; 3) a sottomettersi ai decreti emanati dal popolo di Parigi il giorno dell’insurrezione».

Ricordiamo qui che i convenzionali proscritti erano 68 e i dipartimenti 100.

Il 19 floreale a casa di Drouet si tenne una riunione tra il Comitato di Amar e parte del D.S. con il Comitato militare.

* * *

Torniamo al capitolo 5 del testo del Buonarroti:
     «Rapporto del Comitato militare. Massart, a nome del Comitato militare, riferì sulle linee del piano di attacco, preparato in conformità alle direttive del D.S.. Secondo il parere del Comitato, i dodici Arrondissements di Parigi, riuniti in tre divisioni guidate da altrettanti generali, dovevano marciare sul Corpo Legislativo, sul Direttorio esecutivo e sullo stato maggiore dell’esercito dell’interno: i primi plotoni dovevano essere costituiti dai più ardenti democratici. Tale era l’impazienza pubblica, che si considerava cosa di facile esecuzione la leva in massa di tutti i lavoratori alla chiamata degli agenti rivoluzionari e degli amici attivi dell’eguaglianza. Massart aggiunse che per pronunciarsi sul momento dell’insurrezione il comitato aveva bisogno di qualche nuovo chiarimento sul numero dei democratici e sulla capacità di qualcuno di loro, nonché sui luoghi dove erano depositate le armi e le munizioni, delle quali era necessario impadronirsi al principio dell’azione.
     «L’assemblea decise: che il D.S. avrebbe affrettato l’epilogo della cospirazione; che avrebbe dato ai suoi agenti istruzioni conformi al piano del Comitato militare; che si sarebbe riunita due giorni dopo per ascoltare un rapporto finale sulla situazione e fissare il giorno del movimento».

* * *

Poco dopo il termine della riunione arrivò il capo della polizia con dei soldati per arrestare i congiurati ma, trovando solo Drouet e Darthé, li lasciò liberi. I congiurati pensarono, anche per le argomentazioni di Grisel, che l’irruzione fosse dovuta solo alla grande pressione esercitata dalla polizia su tutti gli oppositori.

Ancora dal capitolo 5:
     «Forze della democrazia. Guardandosi intorno, il D.S. si vedeva alla testa di un esercito composto da un gran numero di ardenti amici della rivoluzione, raccolti per sua cura a un fine comune e impazienti di misurarsi con la tirannide; dai membri delle autorità in carica prima del 9 termidoro; dai cannonieri di Parigi, famosi per il loro spirito democratico; dagli ufficiali destituiti; dai patrioti dei dipartimenti, chiamati a Parigi o venutivi per sottrarsi alla persecuzione; dai militari detenuti per motivi politici o per insubordinazione; dai granatieri del Corpo Legislativo; da quasi tutta la Legione di polizia e dall’intero corpo degli Invalidi.
     «Si può, senza esagerare, portare a 17.000 il numero degli uomini pronti a prendere l’iniziativa dell’insurrezione, che si trovavano allora a Parigi, senza contare la classe numerosissima degli operai, il cui malcontento e l’impazienza esplodevano da ogni parte. Ecco lo stato delle forze che servì di base alle decisioni del D.S.: Rivoluzionari 4.000; Membri delle precedenti autorità 1.500; Cannonieri 1.000; Ufficiali destituiti 500; Rivoluzionari dei dipartimenti 1.000; Granatieri del Corpo Legislativo 1.500; Militari detenuti 500; Legione di polizia 6.000; Invalidi 1.000. Totale 17.000».

Leggiamo ancora:
     «D’altronde si era convinti che lo zelo dei proletari, unico vero appoggio dell’eguaglianza, sarebbe raddoppiato quando essi avessero visto mettere in atto fin dall’inizio dell’insurrezione le disposizioni, tante volte rimandate, che dovevano mitigare la loro sorte (...)
     «Dal canto loro, i congiurati avevano a disposizione le armi e le munizioni di cui erano provvisti i granatieri del Corpo Legislativo e i legionari, e contavano di impadronirsi di quelle che erano depositate presso gli armaioli, ai comandi delle sezioni, alle Tuileries, ai Foglianti e agli Invalidi, con l’aiuto dei cittadini più audaci e la connivenza di quelli preposti alla custodia dei magazzini. Essi contavano inoltre sull’artiglieria del campo di Vincennes, che era loro devota, e speravano che le truppe si sarebbero congiunte al popolo».

Secondo lo storico Dommanget, Lione e il Pas-de-Calais erano le roccheforti del movimento al di fuori di Parigi. A riguardo scrive:
     «Un fatto dimostra l’ampiezza e la metodicità del lavoro condotto in provincia da parte dei congiurati: è la marcia su Parigi di quel migliaio di rivoluzionari, giunti per dare “una mano” il giorno del sollevamento insurrezionale».

Aveva ragione l’accusatore Bailly quando durante il processo ai rivoluzionari, il 7 floreale dell’anno V, diceva che questi avevano dato vita «ad un piano molto esteso, con metodi esecutivi vari e strettamente coordinati».

Ancora Dommanget:
     «Erano state previste ed impiegate quasi tutte le possibilità di conquistare la gente: giornali, scritti, manifesti, opuscoli, canzoni, riunioni, ronde di attacchini, circoli, donne, notizie false e tendenziose (destinate a creare problemi per il Governo), esasperazione delle masse, pressioni sull’esercito, agitazione tra le file della polizia, appello ai seguaci in provincia per venire ad aiutare il lavoro a Parigi, alloggio di questi ultimi, schedatura delle fabbriche, dei controrivoluzionari, dei “simpatizzanti” capaci di assolvere un incarico, di usare il cannone, di farsi ascoltare; informazioni sui depositi di armi, magazzini di viveri ed altri generi di prima necessità. In poche parole, non era stato trascurato nulla di ciò che potesse contribuire al successo del movimento».

* * *

La reale pericolosità dei cospiratori nei confronti del potere, ormai in mano alla nuova borghesia nata e cresciuta nella rivoluzione, è dimostrata dall’atteggiamento del membro del Direttorio Barras. Questi, già messo da Buonarroti nella schiera dei “falsi amici dell’eguaglianza” e degli “egoisti conquistatori”, ha il 30 germinale un colloquio con Germain, autorizzato dal D.S.. Barras, dopo aver fatto intendere ai babuvisti che essi stavano facendo involontariamente il gioco della controrivoluzione, si dice pronto a mettersi a capo dell’insurrezione o a consegnarsi in ostaggio al faubourg Antoine. Buonarroti ritiene che ciò fosse dovuto all’intenzione di conoscere meglio i rivoluzionari e quindi abbatterli. Questo quasi certamente è vero, ma c’era anche la volontà di tenere i piedi in due staffe per salvare la pelle e il proprio potere in caso l’insurrezione avesse vinto.

* * *

Appena costituito il D.S., Sylvain Maréchal scrisse il “Manifesto degli Eguali”, condensato dei loro principi, che però non venne mai reso pubblico.

Scrive Dommanget:
     «Il D.S. tuttavia a quel testo preferì l’ “Analisi della dottrina di Babeuf”, nonostante una certa sua aridità e la scarsa possibilità d’infiammare l’animo dei lavoratori. Essa aveva però il grande merito di riassumere in poche formule, brevi come delle parole d’ordine, il programma della congiura, senza lasciare spazio ad espressioni equivoche o nocive per la causa».

* * *

Il D.S. cercava, senza venir meno ai propri principi, di tenere insieme ex-hebertisti ed ex-robespierristi, e tutti i sinceri rivoluzionari. La stessa costituzione del 1793 era richiesta perché considerata pressoché perfetta dalla maggior parte dei rivoluzionari e quindi punto unificante. I babuvisti però l’avevano sempre chiaramente negato, in quanto accettava il principio di proprietà, ma era un ottimo punto di partenza verso una società davvero egualitaria. Lo scritto di Sylvain Maréchal evidentemente non sembrava una bandiera adatta e momento di unione di tutti i rivoluzionari. Filippo Buonarroti di due passaggi di tale scritto fa una critica precisa che vale più delle possibili interpretazioni.

Scrive Buonarroti in una nota al cap.3:
     «Sylvain Maréchal redasse il famoso Manifesto degli Eguali a cui il Direttorio non volle dare nessuna pubblicità perché non approvava né la frase “periscano, se necessario, tutte le arti purché ci resti l’effettiva eguaglianza”, né l’altra “sparisca finalmente la ripugnante distinzione di governanti e governati”».

In particolare la seconda frase, dove il sanculottismo evolve nell’anarchia, non poteva essere accettata da chi era ben cosciente della necessità di un forte governo rivoluzionario.

* * *

Il 21 floreale la maggior parte dei capi della cospirazione furono arrestati. Dal capitolo 9:
     «L’esercito dell’interno in armi proteggeva la spedizione contro la democrazia, e il popolo parigino, a cui si fece credere che si fossero arrestati dei ladri, fu spettatore immobile dell’imprigionamento dei congiurati dei quali qualche tempo dopo tentò inutilmente di spezzare le catene».

Lo stesso giorno Barras, informato della situazione e criticato dai colleghi, cercò di discolparsi come meglio poté.

Drouet fuggì dalla prigione dell’Abbazia con l’aiuto di un secondino repubblicano, e, secondo Dommanget, con la complicità di Barras.

Prosegue Buonarroti:
     «L’evasione dei prigionieri del Tempio, che era stata concertata con i soldati preposti alla loro custodia, fallì per mancanza di accordo. Pache fu il solo uomo, fuori di prigione, che, in uno scritto a stampa, abbracciò le opinioni e la causa degli accusati».

Sylvain Maréchal e De Bon sfuggirono all’arresto in quanto sconosciuti al delatore Grisel.

Il Direttorio Esecutivo, come scrive il figlio di Carnot nelle sue memorie sul padre, «destinato infallibilmente a soccombere senza l’arresto di Babeuf e dei suoi complici», ha trionfato.

Scrive Dommanget:
     «Nel mese di termidoro una società segreta, detta dei Decius Français, fa appello al popolo perché si sollevi per salvare i repubblicani. Dopo aver saggiato il terreno, nella notte tra il 10 e l’11 fruttidoro, i democratici compiono un ultimo e supremo tentativo il 23 dello stesso mese. In numero di sei-settecento, marciano armati sul palazzo direttoriale e provano a far insorgere le truppe del campo di Grenelle. Sono accolti a colpi d’arma da fuoco e molti di loro vengono arrestati. È perduta ormai qualunque speranza».

* * *

Un passo indietro di pochi giorni, dal capitolo 8:
     «Riguardo alla libertà di stampa, erano stati sottoposti all’esame del comitato insurrezionale i seguenti articoli: 1) nessuno può esprimere opinioni direttamente contrarie ai sacri principi dell’eguaglianza e della sovranità popolare; 4) ogni scritto è stampato e distribuito se i conservatori della volontà nazionale giudicano che la sua pubblicazione possa essere utile alla repubblica. Del resto il comitato, ripeto, lungi dal pretender di darci l’eguaglianza di fatto all’indomani dell’insurrezione, sebbene deciso a non trascurar nulla di ciò che potesse affrettarne l’integrale attuazione, non si credeva in grado di fissarne l’epoca».

Nella notte tra il 9 e il 10 fruttidoro dell’anno IV, vale a dire tra il 26 e il 27 agosto 1796 (l’arresto era del 10 maggio), i detenuti furono portati da Parigi a Vendôme, scelta come residenza dell’Alta Corte. Per l’accusa Babeuf e i suoi compagni erano colpevoli di una cospirazione «tendente al rovesciamento della Costituzione del 1795 e del Governo, al ristabilimento della Costituzione del 1793, alla distruzione dei due Consigli legislativi, del Direttorio esecutivo, delle autorità civili e militari, all’armamento dei cittadini gli uni contro gli altri e al saccheggio delle proprietà».

Il 2 ventoso dell’anno V (20 febbraio 1797) si aprì il dibattimento. Ci dice Buonarroti che erano presenti 47 imputati, altri 18 erano contumaci, e che più della metà degli imputati erano in realtà estranei all’insurrezione. Sul comportamento degli imputati torniamo a Dommanget:
     «Babeuf, anche se a disagio per la decisione presa collettivamente di negare i capi d’imputazione, fu infaticabile (...) A più riprese lo costrinsero a tacere. Buonarroti presentò la più suggestiva e la più dignitosa delle difese. Germain si contraddistinse per la vivacità, la risposta pronta (...) Al delatore Grisel, che s’era vantato di aver meritato la corona civica per la propria collaborazione rispose: “No Georges Grisel, non avrai la corona civica! (...) La corona che ti meriti è di agrifoglio, quella che a Roma veniva posta in testa agli schiavi per venderli a qualche denaro in più”. Darthé, dopo aver negato all’Alta corte la facoltà di giudicarlo, rifiutò per tutto il tempo e in forma sdegnosa, di rispondere».

Il 7 pratile dell’anno V (25 maggio 1797) arrivò la sentenza. La maggior parte degli imputati fu rimessa in libertà. Buonarroti, Germain, Moroy, Cazin, Blondeau, Bouin e Menessier furono condannati alla deportazione, Babeuf e Darthé alla pena di morte. Alla lettura della sentenza Darthé si trafisse con una sorta di pugnale, e Babeuf con un ferro a spirale da lui preparato. Data la natura improvvisata delle loro armi entrambi sopravvissero ed il giorno dopo, 8 pratile (28 maggio), furono trascinati alla ghigliottina. Il verbo trascinare vale letteralmente per Darthé, che, come si era rifiutato di obbedire ai giudici e di rispondere alle accuse, così si rifiutò di obbedire anche al boia.

Afferma Dommanget che la congiura era stata decapitata anche perché non era stata creata una direzione di emergenza in caso di arresto collettivo.

Quanto alla sorte dei sopravvissuti, Félix Lepeletier dopo essere stato arrestato e mandato al confino si stabilirà a Bruxelles, per poi tornare a Parigi, dove morirà nel 1837. Amar morirà a Parigi nel 1816, costretto a nascondersi, così come Sylvain Maréchal, a Montrouge nel 1803. Drouet invece diverrà sottoprefetto durante l’Impero, e Antonelle un tranquillo cittadino della restaurazione. Buonarroti, Germain, Moroy e Blondeau dopo tre anni di carcere saranno inviati al confino in varie località tra cui Ginevra, allora facente parte dell’Impero francese. Da qui Buonarroti nel 1824 andrà a Bruxelles, dove continuerà a tenere le file di vari movimenti settari e cospirativi, e pubblicherà nel 1828 il testo qui più volte citato. Dopo la rivoluzione del 1830 rientrerà a Parigi, dove morirà nel 1837. Germain, anch’egli sempre fedele alle proprie idee, morirà nel 1835.

* * *

Torniamo un attimo al capitolo 10: «Sebbene gli accusati gravemente compromessi avessero rinunciato ad ammettere formalmente la cospirazione, essi persistettero nel difenderne i principi». Nella sua difesa Babeuf ribadisce: «La proprietà è la causa di tutti i mali sulla terra. Con la predicazione di questa dottrina, da gran tempo proclamata dai saggi, ho voluto ricondurre all’amore della repubblica il popolo di Parigi, stanco di rivoluzioni, scoraggiato dalle sventure, e quasi monarchicizzato dalle mene dei nemici della libertà».

Non smentisce il carattere comunista del tentativo insurrezionale.

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Una pur giusta osservazione di Dommanget:
     «Il Comitato insurrezionale era pienamente consapevole che, al di là degli operai, il movimento doveva trovare un sostegno tra “i piccoli proprietari, i commercianti più poveri, i braccianti, i contadini, gli artigiani, tutta la povera gente che le ignobili istituzioni condannano ad una vita di fatica, di stenti e di pene”. Per tale ragione faceva appello a tutte queste categorie proletarie o semiproletarie perché scendessero in lotta contro la società».

Possiamo concludere che i cospiratori si siano posti il problema di una doppia rivoluzione, la cui direzione sarebbe dovuta rimanere saldamente nelle mani del partito comunista.

Infatti abbiamo già detto che la “legge agraria”, come veniva chiamata la suddivisione delle terre, era accettata da Babeuf all’inizio della rivoluzione solo perché non riteneva maturi i tempi. Nel pieno della congiura non ci sono più equivoci a riguardo: «La legge agraria, afferma Babeuf alla presenza di Grisel, è qualcosa da cui sono ben lontano. Si tratta di una sciocchezza priva di senso comune. Fare della Francia una specie di scacchiera, non è possibile (...) Il sistema del benessere comune, che io professo, non è altro che un progetto tra i vari tentativi di eliminare i proprietari di tutta la Francia».

Anche Buonarroti esclude ogni forma di redistribuzione delle terre. In un opuscolo della congiura scrive: «È proprio a questa suddivisione che le nostre società, prodotte dai bisogni, le passioni e l’ignoranza dei nostri padri, devono tutte le tirannie e tutti i mali dei quali siamo vittime».

* * *

Torniamo ancora alla difesa di Babeuf davanti all’Alta corte di Vendôme: «Chi vuole il fine vuole anche i mezzi. Per raggiungere uno scopo è inevitabile abbattere tutto ciò che fa ostacolo. Ebbene, nell’ipotesi del cambiamento in questione – lo si chiami “sovversione d’ogni ordine sociale”, alla maniera della pubblica accusa, o lo si definisca “sublime rigenerazione”, in accordo coi nostri philosophes e i grandi legislatori – è indiscutibile che tale cambiamento si potrà operare solo rovesciando il governo costituito e reprimendo chiunque vi si volesse opporre. Rovesciamento e repressione, quindi, che si dimostrerebbero un accessorio, la conseguenza inevitabile e i mezzi obbligati del fine principale: vale a dire l’instaurazione di ciò che i philosophes e noi definiamo il bene generale o comune e che i nostri accusatori chiamano devastazione e saccheggio».

Se il comunismo di Babeuf, basato sul diritto di natura, già ai tempi di Marx era reso arcaico dallo sviluppo delle forze produttive, la creazione allora di quel partito politico comunista e rivoluzionario destò grande interesse in Marx e in Engels, e lo studio su di esso ebbe parte importante su quel processo che portò al “Manifesto del partito comunista” del 1848, data di nascita del compiuto nostro partito. Naturalmente questo non significa rinnegare i comunisti del 1796, che eleviamo a nostri predecessori.

Nell’ultima lettera alla moglie e ai figli, scritta da Babeuf poche ore prima dell’esecuzione, leggiamo: «Non crediate che io rimpianga d’essermi sacrificato per la più bella causa; quand’anche tutti i miei sforzi a suo favore fossero stati vani, io ho assolto il mio compito».

La grande e tragica vicenda della Comune di Parigi del 1871 ci mostra dei passi indietro sul comunismo e sulla indispensabile centralizzazione del partito rivoluzionario. Una tra le più evidenti: mentre nel 1796 i rivoluzionari si proponevano di impadronirsi della tesoreria nazionale, nel 1871 non osarono entrare nella banca nazionale pur avendone la possibilità. Nella Parigi del 1871 infatti il partito comunista era quasi inesistente, gli aderenti alla Prima Internazionale erano pochi, e molti di questi su posizioni anarchiche. È solo nell’anno successivo, il 1872, che l’Internazionale si libera delle superstizioni anarchiche.

(continua al prossimo numero)

 

 

 

 

 

  


PAGINA 8


Al di sopra di tutti i confini
Per la rivoluzione mondiale !

Questo il volantino diffuso dai nostri compagni statunitensi in solidarietà con i lavoratori immigrati incarcerati dallo Stato.

  

La classe capitalista in tutto il mondo sfrutta la classe operaia. Si appropria di tutto ciò che i lavoratori creano, mentre questi finiscono in povertà, o addirittura in prigione. Non importa al capitale da quale paese provengono i suoi profitti e come riesce a fare affari ovunque.

Ma, mentre i capitalisti si spostano e spendono le loro ricchezze in ogni angolo della terra, i lavoratori sono tenuti chiusi all’interno dei confini degli Stati. Le frontiere servono a dividere e a meglio sfruttare i proletari.

La classe degli sfruttatori è la borghesia. I lavoratori di tutti i paesi sono il proletariato. Il proletariato detiene in potenza il futuro dell’umanità. La borghesia, ormai, solo il proprio egoismo, persegue i propri meschini interessi distruggendo tutto il resto. Il proletariato può liberare il mondo intero.

Nel programma del partito comunista è la presa del potere politico da parte della classe operaia in tutti i paesi. Questo sarà il primo passo per la liberazione dei lavoratori, indipendentemente da dove si trovano e da dove vengono.

La rivoluzione proletaria sarà l’inizio della liberazione mondiale della razza umana. Il comunismo libererà tutte le potenzialità dell’uomo, affratellato nella realizzazione dei suoi superiori fini comuni.

Operai di tutti i paesi, unitevi! – Niente divida il proletariato! – Liberare tutti i reclusi nei campi per gli immigrati irregolari! – Contro lo Stato borghese! – Libertà e uguaglianza per tutti i lavoratori!

 

 

 

 

 

  



Disastri dell’anarchia capitalista

Come noi comunisti sappiamo da sempre, l’anarchia del modo di produzione capitalistico provoca danni immani, tali che non basteranno alcune generazioni, dopo che sarà stato abbattuto, per sanarli.

Qui un caso fra infiniti. Nel 2015 l’industria della moda ha prodotto 100 miliardi di capi. Essendo la popolazione mondiale di circa 7 miliardi, sono in media 14 capi a persona. Ma il consumo è enormemente sbilanciato perché gran parte dell’umanità ne consuma molti di meno: quindi si genera una sovrapproduzione del valore stimato di 4,3 miliardi di dollari. Mentre un numero consistente di poveri nel mondo non ha di che vestire, questo sovrapprodotto per lo più viene distrutto per incenerimento.

I materiali tessili rappresentano il 20% dei rifiuti globali. Meno dell’1% del materiale impiegato nel settore dell’abbigliamento è riutilizzato.

Sono oggi i paesi asiatici, per primi Bangladesh e Cina, i maggiori produttori di filati: la Cina produce due terzi delle fibre artificiali nel mondo. Queste produzioni scaricano nei fiumi sostanze tossiche, come nel Buriganga, uno dei rami del delta del Gange, in Bangladesh, e nel Fiume delle Perle, in Cina, dove la presenza di cromo, piombo, petrolio, acido solforico, acido solfidrico, ammoniaca, grassi animali, coloranti chimici, ecc. ne hanno praticamente decretato la morte. Queste sostanze vengono respirate dai lavoratori, fra cui molti bambini, nelle fabbriche di produzione, e dai loro familiari che vivono presso questi fiumi.

Pena l’estinzione dell’intera specie questo infernale manicomio dovrà finire. Al suo posto sorgerà la società senza classi e senza sfruttamento, un nuovo modo di produzione comunistico, regolato da un unico piano per la razionale produzione e distribuzione di beni, e non più merci, messi a disposizione di tutta l’umanità.

Infatti la soluzione non sta nelle riforme degli ecologisti. Come scrisse Marx: «È solo in un ordine di cose in cui non vi saranno più classi né antagonismo fra classi che le evoluzioni sociali cesseranno d’essere rivoluzioni politiche. Sino allora, alla vigilia di ciascuna trasformazione generale della società, l’ultima parola della scienza sociale sarà sempre: il combattimento o la morte, la lotta sanguinosa o il nulla. Così, inesorabilmente è posto il problema».

 

 

 

 

 

  



Dallo sfruttamento 4.0 al... licenziamento

Avevamo accennato, nel numero 388 del marzo-aprile 2018, alle “moderne” forme di sfruttamento del capitale, sempre più alle strette con l’inevitabile tracollo prossimo. Leggiamo, recentemente, a tal proposito sulla stampa borghese: «Amazon, dipendenti licenziati in base all’algoritmo che misura la produttività. Il sito americano The Verge pubblica la lettera di un avvocato della società che ammette come sia una macchina a generare automaticamente eventuali avvisi o risoluzioni riguardanti la qualità o la produttività. In base ai “tassi di produttività” sono stati licenziati centinaia di lavoratori dello stabilimento di Baltimora, negli Stati Uniti».

Sarebbero circa 300 i lavoratori licenziati in quel sito di Amazon tra agosto 2017 e settembre 2018, su un totale di circa 2.500, quindi più del 10% di loro sono stati cacciati grazie all’algoritmo. Prosegue l’articolo: «I lavoratori impegnati tra imballaggio e smistamento vengono tracciati costantemente tramite un Pc: i numeri che fanno, le pause che si prendono, tutto viene monitorato. Così si rinuncia ad andare in bagno per non diminuire la quantità, si intensifica il ritmo per aumentare i “pezzi” lavorati ogni ora. Il sistema di Amazon tiene traccia delle percentuali della produttività di ogni singolo dipendente, conferma anche la lettera pubblicata da The Verge. La novità è che, almeno per quel che riguarda lo stabilimento di Baltimora negli Stati Uniti, questi dati vengano utilizzati per decidere chi licenziare».

Ritmi infernali imposti dal dio profitto: 9 secondi per prendere ed elaborare un articolo da inviare all’imballaggio, i “target” sono 300 pezzi ora; 30 secondi per imballare un pacco, 120 pezzi ora e turni massacranti anche di 10 ore consecutive.

La borghesia ha la coscienza a posto: il lavoro sporco lo fa il computer! D’altronde il profitto viene prima e sopra a tutto.

L’esercito di riserva dei senza lavoro è sempre stata l’arma della borghesia per tenere la catena ben stretta al collo dei proletari che hanno la “fortuna” di avere un lavoro e un salario per sopravvivere, sfamare i figli e pagare affitto e bollette!

 

 

 

 

 

 


Invasione turca del Kurdistan siriano
Ancora regolamenti di conti fra imperialismi regionali e mondiali

La guerra in Medio Oriente entra in una nuova fase. Truppe dell’esercito turco, con la copertura dell’aviazione, hanno fatto irruzione nel Nord della Siria per “chiudere la partita” con la “entità politica” del Rojava, accusata di sostenere la guerriglia curda del PKK nel Sud della Turchia. In realtà l’invasione rientra in una politica espansionistica, finora portata avanti col sostegno alle milizie jihadiste, allo scopo di rovesciare il regime di Damasco.

La Turchia inoltre, come ogni potenza borghese, trova nel nazionalismo e nel militarismo un pretesto per distogliere il suo proletariato, il quale anche negli ultimi tempi ha dato vita a combattivi episodi di lotta per affermare i propri interessi di classe.

L’invasione turca appare una risposta alla riconquista da parte delle forze leali al presidente siriano Bashar al-Assad di gran parte del paese, il che ha frustrato i sogni egemonici di Ankara sulla regione.

Sull’altra parte del fronte, lo Stato di fatto del Rojava – che tanto commuove la fumata pseudo-sinistra occidentale, disinteressata a ogni distinzione di classe – potrebbe essere completamente cancellato. A decretare la sua fine, prima ancora che l’invasione turca, è stato il ritiro delle truppe statunitensi, che finora l’avevano sostenuto nella guerra contro i jihadisti e ne garantivano l’esistenza. Ora, per sopravvivere, il governo del Rojava, con repentino rovesciamento di fronte, cerca protezione a Damasco e a Mosca, dimostrandosi ancora una volta una pedina nello scacchiere delle potenze imperialistiche, sempre pronto a vendersi al miglior offerente.

Questi i passaggi che hanno portato alla situazione attuale.

Come molti si aspettavano, l’occupazione della città di Afrin in Siria, nel Kurdistan Occidentale, da parte delle forze armate turche e dei loro mandatari dell’Esercito Siriano Libero, in seguito ad una breve battaglia che ebbe luogo tra il 20 gennaio e il 24 marzo 2018, è stata solo l’inizio di un’offensiva turca contro le Forze Democratiche Siriane (SDF), l’alleanza militare controllata dal Partito dell’Unione Democratica, la consociata del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) nella regione.

Dopo l’occupazione di Afrin, la Turchia ha puntato al resto del territorio siriano controllato dai nazionalisti curdi e dai loro alleati. L’amministrazione Trump, che aveva sostenuto l’SDF contro lo Stato islamico, si oppose, almeno a parole, alla conquista turca di Afrin e, in contropartita propose una zona cuscinetto profonda 30 chilometri nel territorio curdo siriano; era lasciato indeterminato chi vi avrebbe vigilato. La SDF si è sempre opposta a tale soluzione poiché vi rientra la maggior parte delle principali aree urbane sotto il suo controllo.

Il 9 ottobre scorso, ad un anno e mezzo dalla presa di Afrin, il governo Erdoğan è intervenuto con le truppe sue e dell’Esercito Siriano Libero per imporre, afferma, quella zona cuscinetto. Benché la descriva come una limitata operazione militare, conta di trasferire e insediare nei territori occupati i quasi 4 milioni di rifugiati della guerra civile siriana che attualmente vivono in Turchia. Inoltre, sia lo Stato turco sia molte società private turche hanno stipulato contratti nella regione occupata per la fornitura di beni e servizi: sembra che la Turchia stia progettando di annettere i territori che conquista, almeno fino alla conclusione della guerra civile siriana.

L’apparato dell’Islam politico turco, controllato dallo Stato, si è mobilitato nella propaganda della gloriosa conquista militare. La tenacemente filo-occidentale Confederazione dell’Industria e degli Affari (TÜSİAD), le Confederazioni sindacali di regime e i principali partiti di opposizione, come il kemalista Partito Popolare Repubblicano, di orientamento socialdemocratico, il Buon Partito (İyi Parti) e i loro alleati di estrema destra si sono schierati tutti con il governo a favore dello sforzo bellico.

Il Partito Repubblicano del Popolo ha invitato Erdoğan a mettersi immediatamente in contatto con Assad, ricordando che nessuno, a eccezione degli Stati turco e siriano, ha mai definito i nazionalisti curdi siriani e i loro alleati come terroristi.

Tuttavia questo non ha impedito a molte forze politiche e sindacali di opporsi all’invasione della Siria del Nord. Fra queste l’ala sinistra del Partito Popolare Repubblicano; i socialdemocratici curdi del Partito Democratico dei Popoli (HDP), che ha legami con il PKK; varie formazioni di orientamento stalinista e trotskista; alcune confederazioni sindacali di sinistra come la Confederazione dei lavoratori pubblici; i Sindacati e la Confederazione dei lavoratori progressisti; i sindacati e le associazioni professionali degli ingegneri e dei medici. Le ragioni di tale opposizione alla guerra variano a seconda dei diversi orientamenti: alcuni sono interessati all’integrità territoriale dello Stato siriano, altri a sostegno dei nazionalisti curdi, e quasi tutti si oppongono alla guerra su una base interclassista.

In ogni caso il governo Erdoğan ha preso sul serio questa opposizione e ha continuato ad arrestare e incriminare centinaia di attivisti e utenti dei social media ostili alla sua impresa militare.

Nessuno fra gli Stati borghesi del mondo, con l’eccezione del Pakistan, del Qatar e dell’Azerbaijan, sostiene apertamente l’intervento turco. L’Unione Europea vi si è opposta. Ma la Turchia è una potenza regionale abbastanza forte da minacciare l’UE, se questa definisse l’operazione una “invasione”, di offrire ai quasi 4 milioni di rifugiati siriani la possibilità di recarsi liberamente in Europa.

Potenze locali come l’Arabia Saudita, l’Iran, l’Egitto, l’Iraq e lo stesso governo siriano hanno condannato l’impresa e su questa posizione si è posta anche la Lega Araba.

Gli Stati Uniti da un lato minacciano dure sanzioni economiche, nella più grande convergenza parlamentare bipartisan nell’era di Trump, ma intanto ritirano le truppe dai territori tenuti dalla Forze Democratiche Siriane ed enfatizzano l’amicizia tra i due paesi, dando di fatto via libera all’avanzata turca.

In effetti le Forze Democratiche Siriane sono semplicemente un alleato tattico dell’imperialismo USA contro lo Stato Islamico, mentre la Turchia, membro della NATO, è un partner strategico a lungo termine. Anche se la Turchia e l’Esercito Libero Siriano dovessero distruggere completamente le Forze Democratiche Siriane, gli Stati Uniti resterebbero comunque al tavolo da gioco, questa volta per il tramite della Turchia.

Anche lo Stato russo, l’altra grande potenza imperialista attiva in Siria, non disdegna la situazione attuale, contando non solo in un rafforzamento del regime di Assad, ma anche sulla presenza dei suoi militari sul terreno. Il governo di Mosca ha espresso la volontà di lavorare per un accordo tra le Forze Democratiche Siriane e il regime di Assad, infatti già nei primi giorni dell’offensiva è stato raggiunto un accordo e l’esercito siriano ha incominciato a spostarsi verso Nord prendendo subito posizione nelle città di Manbij e Tell Tamer, fino ad allora controllate dalle forze curde.

Il costo di questa alleanza resta tutto da valutare per l’SDF poiché il governo siriano nei negoziati svoltesi in precedenza non aveva avanzato alla direzione politica del Rojava proposte facilmente accettabili. Detto questo, il regime di Assad ha fornito sostegno militare all’SDF ad Afrin inviando la milizia delle Forze di Difesa Nazionali e, secondo fonti del PYD (la principale forza politica all’interno delle SDF), ha offerto di chiudere ai voli da e per la Turchia, di posizionare uomini in aree chiave lungo il confine e, dopo aver respinto l’attacco turco, di tentare di riprendersi Afrin, e non le città sotto il controllo delle “assemblee democratiche” affiliate al PYD.

Il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) è la tendenza politica dominante della borghesia nazionale curda nel Kurdistan settentrionale, turco. In quello occidentale e siriano è il Partito dell’Unità Democratica (PYD). Anche la più potente organizzazione militare nazionalista curda del Kurdistan orientale, iraniano, appartiene a questa corrente. Nel Kurdistan iracheno è un partito minore sotto il controllo del conservatore Partito Democratico del Kurdistan e dell’Unione Patriottica del Kurdistan, di orientamento socialdemocratico.

L’ideologia ufficiale del PKK è cambiata negli ultimi anni dalla rivendicazione della liberazione nazionale, intesa in senso stalinista, alla richiesta di un confederalismo, rinunciando all’indipendenza nazionale curda, avanzata già dagli ultimi decenni dell’Ottocento, per accontentarsi dell’autonomia all’interno dei vari Stati.

Nel Rojava il PYD non si è guadagnato il potere con una rivoluzione, gli fu consegnato dal regime di Assad le cui forze armate erano state ritirate dalle aree curde per concentrarle dove si combatteva la guerra civile. Questo mentre le forze curde del PYD e i loro multietnici alleati avanzavano contro lo Stato islamico. Decisero di denominare il territorio sotto il loro controllo come “Siria settentrionale e orientale” piuttosto che come “Kurdistan occidentale”.

Il regime del PYD, sempre rispettoso della proprietà privata e del capitalismo, come dichiara la sua costituzione, ha torturato e ucciso i dissidenti, ha aperto il fuoco a più riprese contro i manifestanti e si è impegnato in politiche repressive contro arabi, assiri e altre minoranze. Il fatto che la SDF sia attualmente sotto attacco da parte delle forze soverchianti messe in campo da uno Stato imperialista e potenza regionale non è motivo sufficiente per sostenere quello che è un regime di natura ed essenza antiproletaria.

Come non ci lasciamo ingannare dalle pose democratiche sbandierate del regime del Rojava, né ci persuade la sua pretesa di procedere verso il superamento della condizione di oppressione delle donne. Nessun regime politico e sociale borghese, che si fonda sulla proprietà privata e sullo sfruttamento capitalistico, porrà mai fine ai postumi del patriarcato.

La posizione comunista contro l’invasione turca del settentrione siriano non può risolversi in appelli astratti al ritiro delle truppe e alla pace. Sappiamo che solo il disfattismo rivoluzionario potrà fermare le guerre borghesi.

Intanto chiamiamo alla fraternizzazione tra tutti i proletari di quell’area così travagliata, per la ricostituzione delle loro organizzazioni di classe, indipendenti da quelle della classe borghese.

Quando il Partito Comunista mondiale, forte e veramente rivoluzionario, si sarà radicato in Turchia, in Siria, nel Kurdistan allora chiamerà i proletari e tutti i ceti diseredati al rifiuto dell’adesione alla guerra, imperialista su ambe i fronti, e a prepararsi alla sua trasformazione in internazionale guerra civile rivoluzionaria.

 

 


L’invasione turca in Siria col consenso degli imperialismi russo e americano

  Mentre le truppe di Bashar Al Assad, sostenute dall’esercito russo e dalle milizie iraniane e libanesi di Hezbollah, continuano a bombardare pesantemente la provincia di Idlib, l’ultima énclave in territorio siriano controllata dall’opposizione e protetta dall’esercito di Ankara, le truppe turche appoggiate dai mercenari delle brigate islamiste siriane, con l’appoggio dell’aviazione di Ankara, sono penetrate il 9 ottobre 2019 nel nord della Siria per “farla finita” con l’“entità politica” del Rojava (cioè del Kurdistan occidentale), o “autogoverno della Siria nord-orientale”, accusato di sostenere la guerriglia curda del PKK nella Turchia meridionale. L’operazione militare è stata chiamata con cinico realismo “Fonte di pace”!

A fronte di questo attacco, con grande scandalo dei media, gli Stati Uniti, ma anche la Russia di cui si parla di meno, se ne sarebbero lavate le mani.

L’YPG ha chiesto aiuto al suo ex alleato, il regime di Damasco, sostenuto dalle truppe russe e iraniane, abbandonando così la popolazione, di tutte le origini ma in genere ostile al regime di Bashar, agli eccessi sia delle truppe di Damasco sia di quelle di Ankara e dei loro mercenari.

Questa invasione ci viene presentata come la manifestazione della politica espansionista turca, con il sostegno delle milizie jihadiste, che pretenderebbe così di sbarazzarsi del gruppo terroristico PKK, il Partito Curdo dei Lavoratori.

Il Medio Oriente per secoli è stato preda di incessanti controversie tra diverse potenze regionali che oggi sono la Turchia, l’Iran, la Siria e l’Iraq, senza dimenticare l’Arabia Saudita.

Oggi il regime di Erdoğan e il suo partito islamista devono affrontare sul piano interno gravi difficoltà economiche e politiche: sventolare spudoratamente la bandiera nazionalista contro il PKK nella sua diramazione in Siria e cercare un territorio dovere deportare i milioni di rifugiati siriani, ormai “impopolari”, potrebbe essere un mezzo, come spesso è stato, per deviare il malcontento sociale e riacquistare un po’ di voti.

Questa invasione arriva nel momento in cui il presidente siriano Bashar al-Assad, fantoccio dell’imperialismo russo, ha già riconquistato gran parte del territorio nazionale ed ormai prossima è la caduta dell’ultima roccaforte dei ribelli, Idlib, il che frustra i sogni egemonici di Ankara sulla regione. Intanto i combattenti curdi dell’YPG controllano circa un terzo del territorio siriano, cosa che non è accettata da nessuno dei belligeranti. I due grandi imperialismi USA e Russia cercano di negoziare una “amichevole” divisione della Siria e forse prevedendo un ritiro degli Stati Uniti da quell’area.

Erdoğan, il cui paese appartiene alla NATO, quindi al campo militare americano, dal 2016 intrattiene strette relazioni con la Russia, che gli fornisce armi, centrali nucleari e installazioni per un importante gasdotto. Ma è diffidente nei confronti dell’”amico” americano, che accusa di aver favorito il tentativo di colpo di Stato dell’estate 2016.

I curdi siriani, per il controllo che hanno su un terzo del territorio, sono diventati un problema non solo per la Turchia ma anche per gli americani, per i russi e infine per Assad.

Ma bisognerà pure fermare Erdoğan nel suo slancio pigliatutto! E allora quali briciole della torta curdo-siriana gli si potranno lasciare?


La questione curda e il PKK

Le popolazioni curde siriane hanno storicamente occupato tre aree prevalentemente curde lungo il confine turco: quella di Afrin nel nord-ovest, ora controllata delle truppe turche, quella di Kobané e quella di Qamichli, nell’estremo nord, dove si trovano una parte delle riserve di idrocarburi della Siria e che sono in continuità con i territori curdi di Turchia e d’Iraq.

La storia dei gruppi curdi, ripartiti su quattro paesi ci mostra come essi siano sempre stati strumentalizzati dalle borghesie regionali concorrenti, Siria, Iraq, Iran e Turchia, nonostante le promesse del Trattato di Sèvres del 1920.

La Siria di Assad ha sostenuto, finanziato, armato e addestrato i ribelli curdi di Turchia, quelli del PKK, dal 1981 per farne mezzo di pressione sul rivale turco, fino al 1998 quando la Turchia pretese da Damasco la consegna del capo del PKK Abdullah Öçalan. Questo fu espulso dalla Siria e si rifugiò in Russia, poi raggiunse l’Italia, che dovette però espellere e infine fu arrestato in Kenya.

Durante la guerra civile del 2011 le proteste si diffusero anche nelle aree curde, ma Bashar Al Assad aveva concesso una certa autonomia alla regione e mostrato tolleranza nei confronti del gruppo politico minoritario curdo PYD (Partito del Unione democratica), ramo siriano del PKK in guerra con lo Stato turco, liberando molti militanti incarcerati e ritirando le sue forze dal Kurdistan siriano nel 2012, rafforzando così altri fronti contro la guerra civile.

Ciò ha lasciato liberi il PYD e il suo braccio armato, l’YPG (People’s Protection Unit). Le milizie dell’YPG, va ricordato, nelle città e nei villaggi sotto il loro controllo hanno represso le manifestazioni e gli assembramenti di curdi e le organizzazioni in opposizione al regime di Damasco, in perfetto accordo con Assad e i suoi alleati russi e iraniani!

Nel riconquistare allo Stato Islamico i territori ad est dell’Eufrate, le truppe dell’YPG si sono ritrovate padrone di un territorio ricco di idrocarburi (intorno alla città di Deir Ez Dor, a est di Qamishli e di Al Hasakah, si raccolgono i due terzi delle risorse petrolifere della Siria), di prodotti agricoli (vaste terre agricole nel nord-est lungo l’Eufrate, dove viene raccolto il 52% del grano siriano e il 79% del cotone, ma gravemente danneggiate dalla guerra), e infrastrutture, 3 delle 4 dighe idroelettriche siriane, pur se in cattivo stato di manutenzione, mentre la Turchia controlla a monte il flusso del fiume verso la Siria. La sopravvivenza economica della regione dipende quindi dal regime siriano poiché i curdi gli vendono il petrolio e una parte del grano che producono.

Il PKK è anche la tendenza politica dominante della borghesia nazionalista curda nel Kurdistan settentrionale, cioè in territorio turco. Nei paesi occidentali e siriani è il Partito dell’Unità Democratica o PYD, un ramo del PKK, che è presente ma in minoranza, mentre esiste anche un altro suo ramo in Iran. Öçalan, del PKK, imprigionato in Turchia dal 1999, dal 1978 rivendicava l’indipendenza per i curdi in uno Stato “democratico e socialista” e nel 1984 aveva iniziato la lotta armata in Turchia. Una lotta che raggiungerà il suo apice negli anni ’90.

Dal 1999, dopo l’arresto di Öçalan, il PKK ha abbandonato ogni riferimento al “marxismo-leninismo” e alle sue richieste nazionaliste, e rivendica solo una forma di autonomia all’interno di un progetto di confederazione democratica che non mette in discussione i confini statali esistenti. Viene definita come una “democrazia partecipativa”, che si spaccia vicina al municipalismo libertario, paritaria tra uomini e donne, multietnica all’interno di “sistemi autogestiti”, secondo i principi “libertari ed ecologici” di un americano, Murray Bookchin. Il Rojava si ammanterà di questa ideologia facendosi vanto di una pretesa condizione egualitaria delle donne. Nonostante questo, il PKK è considerato un’organizzazione terroristica dalla maggior parte dei paesi e dall’Unione europea.

Nel Kurdistan iracheno, l’imperialismo USA è riuscito a organizzare l’autonomia curda sotto la guida del Partito Democratico del Kurdistan guidato dal clan Barzani, basato sul clientelismo e sulla corruzione, e dell’Unione Patriottica del Kurdistan di Talabani, di orientamento socialdemocratico. Il Kurdistan iracheno ricco di risorse naturali, commercia largamente con le società turche e iraniane vendendogli petrolio. D’altra parte esiste una forte ostilità tra i partiti iracheni curdi e il PKK, il cui quartier generale si trova nel nord dell’Iraq, nelle montagne del Qandil, una vera spina nel fianco per il governo turco.


L’invasione turca di ottobre 2019

Da marzo 2013, a causa degli accordi raggiunti tra il governo turco e i guerriglieri del PKK, sono andati aumentando i trasferimenti di combattenti e in particolare di quadri del PKK dalla Turchia o dall’Iraq settentrionale verso i territori curdi in Siria. Nell’estate del 2013 infatti è stato ufficialmente firmato un accordo tra il governo di Erdoğan e i PYD per arrestare la lotta armata in Turchia e ritirare i combattenti del PKK fuori dal suo territorio.

Molti combattenti dell’YPG in Siria (metà secondo alcuni autori) sono venuti dalla Turchia. Non è quindi un segreto che è il PKK ad avere il controllo dell’YPG e che esso ne costituisce buona parte delle truppe. Quando si tratta di trovare soci in affari i borghesi non stanno troppo a guardare.

Nel 2014 il PYD, che riceve anche una certa protezione dalla Russia, proclama la Costituzione del Rojava con una propria amministrazione.

Intanto lo “Stato Islamico” inizia la sua infiltrazione nella regione. Nell’inverno 2013-14 l’organizzazione dell’Isis controlla un terzo dell’Iraq e un terzo della Siria. Nel settembre 2014 lancia una importante offensiva contro la città curda di Kobané, al confine turco-siriano. La tenace e vittoriosa resistenza dei curdi dell’YPG, del PKK e dei peshmerga curdi iracheni contro lo Stato Islamico nella battaglia di Kobané nel settembre 2014 - gennaio 2015, aiutata dai gruppi arabi siriani e in particolare dalle forze militari della coalizione guidata dagli Stati Uniti, con i suoi bombardieri e possibilità di localizzazione delle posizioni jihadiste, segna un passo cruciale nella lotta contro l’Isis.

Nell’ottobre 2014 viene formalizzata l’alleanza militare tra l’esercito statunitense e il PYD, mentre il PKK è ancora considerato come una organizzazione “terrorista”. Ma sul campo i soldati non sono americani: “No boots on the ground” è lo slogan del gabinetto di Obama nel 2014-15.

Ma con la battaglia di Kobané le relazioni dei curdi siriani con la Turchia tornano a deteriorarsi. L’esercito turco si limiterà a schierarsi sul confine di fronte a Kobané nonostante la sua partecipazione alla coalizione anti-Isis, e il 2 ottobre 2014, a causa della sua ostilità verso le truppe dell’YPD e del PKK, chiede l’istituzione di un zona cuscinetto in territorio siriano, rifiutando di aprire un corridoio che consenta alle forze curde di ricevere rinforzi, mentre continua a permettere agli Stati Uniti nell’ottobre 2014 di utilizzare le sue basi aeree.

Nel 2015 il partenariato curdo-americano, che impiega l’aviazione, accentuerà la lotta contro l’Isis, consentendo alle forze dell’YPG di occupare anche aree non a maggioranza curda. Questo fatto non sarà affatto gradito da Ankara che, per motivi di politica interna, nella primavera del 2015 rilancia la guerra contro il PKK. Infatti alle elezioni legislative di giugno 2015, il piccolo partito pro-curdo, legale, della Turchia, HDP aveva sorpassato per la prima volta la soglia del 10% e quindi siede in Parlamento con 80 deputati, facendo perdere all’AKP, il partito islamista di Erdoğan, al potere dal 2002, la maggioranza assoluta. Quest’ultimo gioca quindi la carta dell’ultra nazionalismo e rilancia la guerra contro il PKK attaccando le basi del PKK iracheno, riguadagnando così la maggioranza del Parlamento con i voti dell’estrema destra. Il PKK da parte sua cerca di occupare alcuni agglomerati curdi in Turchia; per lunghi mesi si verificano combattimenti feroci con l’esercito turco con centinaia di vittime civili.

In Siria nell’ottobre 2015 gli USA spingono per la creazione della FDS, una alleanza tra le truppe curde del PYD, le brigate siriane arabe e assire, alcune formazioni tribali e milizie cristiane. Lo scopo è impegnare le popolazioni non curde della zona controllata dal PYD nella lotta contro Daesch; l’YPG rimane il contingente più importante della FDS, ma vi vengono incluse anche alcune tribù arabe che in precedenza si erano associate all’Isis, cosa che dimostra ancora una volta che le alleanze e le loro inversioni vengano fatte secondo le necessità della guerra e non su basi “ideologiche”, etniche, razziali o religiose. Nel 2015-16 quelle della FDS sono le uniche forze che affrontano i jihadisti dello Stato Islamico in Siria e minacciano il suo territorio con l’appoggio degli aerei della coalizione internazionale, insieme a piccoli contingenti di 2.000 soldati statunitensi, 200 francesi e altrettanti britannici.

Nel 2016 l’YPG ha combattuto, con l’appoggio aereo russo, insieme all’esercito siriano contro i ribelli contrari al regime, nella zona di Menagh, Tell Rifaat e Zalep.

Alla fine del 2017 quasi un terzo del territorio siriano, comprendente le regioni produttrici di idrocarburi come Deir Ez Zor, è sotto il controllo delle milizie della FDS, ed esse vi pongono in opera i loro principi di “municipalismo democratico”!

L’esperienza politica del Rojava, presentata come “autogestionaria” e multietnicismo, è acclamata da gran parte della “sinistra” in Occidente, ma vale la pena ricordare che l’autonomia raggiunta da questa regione non è derivata da una sollevazione ma da un accordo concluso nel 2011 tra il regime di Bashar e il PYD per contrastare le forze curde e arabe che si opponevano al dittatore. Quindi nel 2015, in un contesto di espansione dell’Isis e di feroce repressione dell’insurrezione siriana del 2011, l’YPG ha fatto accordi militari da un lato con gli Stati Uniti nella lotta contro l’Isis, dall’altro con la Russia e il regime di Damasco contro le forze della ribellione siriana!

Nel dicembre 2016 il Rojava ha proclamato una costituzione e la creazione di una regione federale, respinta dal regime siriano, dagli Stati Uniti e dalla Turchia.

Nell’agosto 2016 Ankara avvia la sua prima operazione militare in Siria con ribelli siriani anti-Assad che diventeranno rapidamente mercenari ferocemente anti-curdi al soldo della Turchia. Sono sostenuti dalle forze della coalizione internazionale (intelligence, sorveglianza, ricognizione) con il pretesto di attaccare le ultime posizioni dell’Isis al confine turco-siriano a Djarabulus (governatorato di Aleppo). Ma, afferma Erdoğan, l’operazione è rivolta anche contro il PYD al fine di impedire qualsiasi tentativo curdo di occupare questa porzione del territorio siriano che offrirebbe ai curdi del Rojava una continuità territoriale.

Il 20 gennaio 2018 l’esercito turco e i ribelli siriani dell’Esercito Siriano Libero lanciano un’offensiva, denominata “Ramo d’ulivo” questa volta direttamente contro le forze curde dell’YPG nel cantone di Afrin, cantone curdo siriano, che l’YPG controlla dal 2012, da sola, senza l’appoggio delle forze occidentali, a parte un piccolo contingente russo. Prima di lanciare l’offensiva su Afrin Erdoğan negozia con Putin il ritiro dei suoi uomini e il non intervento delle sue potenti batterie di missili antiaerei. È così che i governi "amici" dell’YPG, americani e russi, hanno lasciato mano libera alla Turchia nell’operazione contro i curdi.

La spedizione turca di questo ottobre 2019 non rappresenta dunque il primo tradimento nei confronti dei curdi siriani!

Nel marzo 2018, l’YPG rinuncia a difendere Afrin e evacua la città abbandonando la popolazione alle violenze dei mercenari turchi, che persistono fino ad oggi.

Erdoğan chiede immediatamente di attaccare tutto il Rojava, per ottenere una zona cuscinetto profonda diverse decine di chilometri, da cui sarebbe sradicata qualsiasi presenza dell’YPG, in modo da potervi collocare una parte dei rifugiati siriani presenti in Turchia, con lo scopo evidente di procedere ad uno scambio di popolazioni su base etnica. Ma i suoi alleati russi e statunitensi lo costringono a fermarsi.


La riconquista di Bachar Al Assad

Dopo l’occupazione di Afrin nel marzo 2018, la Turchia ha tirato il freno, in attesa delle condizioni per attaccare il resto del territorio siriano controllato dagli autonomisti curdi con il sostegno allora degli alleati americani.

I colloqui “segreti” dovevano andare bene tra i potenti antagonisti russo e americano e l’alleato turco!

L’amministrazione Trump, che aveva sostenuto le Forze Democratiche Siriane contro lo Stato Islamico invasore, si era opposta, almeno a parole, alla conquista turca di Afrin, ma nell’agosto 2018 aveva concordato con la Turchia, sua alleata nella NATO, una zona cuscinetto, una “zona di sicurezza”, un “corridoio di pace”, profondo 30 chilometri lungo il confine, in territorio curdo siriano, da cogestire tra Ankara e Washington. Gli USA assicurarono i loro “alleati” curdi che questo corridoio sarebbe servito anche a loro protezione contro il nemico turco. La dirigenza curda decise quindi di smantellare le sue fortificazioni al confine e rimuovere le armi pesanti da questa zona, sguarnendo così linee di difesa costruite in molti anni.

Ma il 14 dicembre 2018 il rozzo Trump, proseguendo la politica del suo predecessore, il garbato Obama, ha reso noto al mondo, suscitando la ipocrita generale “sorpresa”, il progetto di ritiro delle forze statunitensi dalla Siria, annullando così la protezione contro una offensiva turca del Rojava; poi, visto il clamore dei suoi detrattori, dei diplomatici stranieri, di alcuni dei suoi stessi generali e le proteste nel suo stesso ambiente, ci ha ripensato. Trump ha il merito di esprimersi con sincerità, troppa sincerità, senza “preparare” la “pubblica opinione”, e quella dei suoi compari... uomo d’affari non ha imparato i bei modi della democrazia come l’avvocato Obama! Bisognava dire “ritiro graduale”, non “immediato”!

Da parte loro i curdi del PYD hanno capito subito il messaggio e moltiplicato i contatti con i russi e il regime di Bachar, nemico mortale di qualsiasi penetrazione turca, per cercare di impedire il loro annientamento.

È abbastanza chiaro quale sia lo scenario. Dato che le truppe statunitensi si mostravano lente nell’imporre questo “corridoio di pace”, il presidente turco il 6 ottobre 2019 ha proposto a Trump di lasciargli fare il “lavoro sporco” mettendo al sicuro i soldati americani lontano dalla zona di confine.

Trump questa volta è stato costretto a mettere un po’ di fare diplomatico nel suo intervento lasciando che l’iniziativa dell’operazione ricadesse su Erdoğan e persino minacciando il 7 ottobre delle misure di ritorsione contro Ankara. Intanto però i blindati statunitensi si ritiravano dalla zona di confine. L’indomani la Turchia è stata espulsa dal Joint Air Operations Center della Coalizione Internazionale in Siria, cosa che ha pesantemente ridotto la sua capacità aerea.

Il 9 ottobre, un anno e mezzo dopo la cattura di Afrin, il governo di Erdoğan ha fatto intervenire le sue truppe e quelle delle milizie arabo-siriane, islamisti dell’Esercito Siriano Libero, noti per la ferocia e l’odio anti-curdo, per imporre la “zona cuscinetto” bombardando le città della Siria nord-orientale.

Il governo degli Stati Uniti, dopo aver garantito la protezione alle forze curde per il tempo di una precaria alleanza, ha accettato di consegnare questo territorio alla Turchia, assicurando al contempo al mondo che le sue truppe, lasciata la “zona cuscinetto”, sarebbero comunque rimaste in Siria.

Le forze curde si sono trovate improvvisamente al perso, soprattutto perché questa volta non stavano combattendo su un terreno montuoso a loro familiare, ma su vaste pianure senza ostacoli naturali. L’avanzata delle forze corazzate della Turchia ha provocato la fuga di centinaia di migliaia di abitanti (il 16 ottobre, è stata annunciata la cifra di 300.000), curdi e arabi, verso l’Est del paese e il confine iracheno.

Rispondendo immediatamente alla chiamata curda, le feroci truppe di Assad si sono avviate verso il nord-ovest e il nord-est del paese a Manbij e Tell Amer. Le ONG per l’assistenza ai rifugiati e i giornalisti stranieri sono fuggiti verso l’Iraq. Lo scontro tra le forze turche e le truppe di Assad a Manbij, al confine turco-siriano, sembrava inevitabile.

Ma gli imperialismi si sono mossi rapidamente. Il 15 ottobre da Abu Dhabi il presidente russo, che pure aveva dato il via libera alle truppe turche il 9 ottobre, ha comunicato a Erdoğan che uno scontro a Manbij tra l’esercito turco e le truppe di Damasco sarebbe stato “inaccettabile”, ed Erdoğan si adegua. Un colpo da maestro. Le basi americane nel nord della Siria che si erano appena svuotate sono immediatamente occupate dai militari russi. Washington ha passato la mano a Mosca!

Il 17 ottobre, il vicepresidente americano Mike Pence inviato ad Ankara, ha siglato un accordo per sospendere l’offensiva turca nella Siria nord-orientale per cinque giorni per consentire alle forze curde dell’YPG di ritirarsi dalla striscia di 30 km pretesa da Erdoğan. Ma l’accordo è rimasto vago riguardo alla lunghezza di questa striscia (Erdoğan rivendica un confine di 480 km). Le truppe curde, accettata l’imposizione, hanno iniziato il ritiro, punteggiato da episodi di combattimenti e bombardamenti.

Il ritorno delle truppe di Assad nella regione è una prospettiva terrificante per molte minoranze arabe, curde e altre, note per aver partecipato alla rivolta contro il regime.

Il 22 ottobre Putin è riuscito a “modulare” le richieste turche. L’incontro tra il presidente Putin e Erdoğan a Sochi, località balneare russa sul Mar Nero, si è concluso con un accordo: l’arresto dell’offensiva turca e il ritiro dei combattenti curdi dell’YPG entro il 29 ottobre per una profondità di 32 km con l’istituzione di una zona controllata da forze siriane e russe lungo l’intero confine turco-siriano, ad eccezione dei 120 km che la Turchia ha conquistato tra Ras al-Ain e Tall Abyad. Le truppe russe e turche formeranno pattuglie congiunte a est e ad ovest di questa area controllata dalla Turchia per una profondità di 10 km.

Putin ha dunque convinto Erdoğan a conservare l’integrità del territorio siriano e del regime di Bashar. Per ottenere questo risultato certamente Mosca deve aver fatto delle promesse ad Erdoğan (gasdotto, centrali nucleari e armi), ma adesso deve convincere anche l’Arabia Saudita perché questo accordo sembra favorire l’altra potenza regionale, l’Iran, alleata di Bashar.

Il ritorno dei rifugiati siriani è evocato in termini molto vaghi, “su base volontaria”, ma Erdoğan ha accettato la possibilità di colloqui diretti con Damasco, che considera ancora il presidente turco come un “ladro del territorio siriano”.

Nessuno Stato borghese al mondo, ad eccezione di Pakistan, Venezuela, Qatar e Azerbaigian, tutti “in affari” con la Turchia, ha apertamente sostenuto l’intervento turco; tutti hanno hanno gridato al tradimento del popolo curdo, uno tra i tanti, ma tutti hanno “lasciato fare”. Il gioco degli scacchi è solo nelle mani dei grandi imperialismi che hanno usato ancora una volta il subdolo gioco della diplomazia per muovere i pezzi a loro vantaggio. Gli Stati della regione storicamente ostili a qualsiasi egemonia turca, come l’Arabia Saudita, l’Iran, l’Egitto, l’Iraq e, naturalmente, il governo siriano di Assad, hanno condannato l’invasione e anche la Lega araba si è allineata con questa posizione.

L’Unione Europea ha affermato la sua opposizione, ma la Turchia, un importante potere regionale necessario alla NATO, ha minacciato per tutta risposta di offrire ai milioni di rifugiati siriani stanziati sul suo territorio la possibilità di raggiungere liberamente l’Europa, dopo aver ottenuto da quest’ultima miliardi di euro per fermare i migranti.

Sembra che ciò che terrorizza i governanti europei non siano le nuove sofferenze che saranno vissute dalla popolazione siriana, ma la sorte delle migliaia di jihadisti stranieri che gli europei avevano affidato alle prigioni dei curdi siriani e dei quali l’offensiva turca potrebbe favorire la fuga, permettendo così in occidente alle “cellule dormienti” dell’Isis di risvegliarsi e ai jihadisti di tornare nelle loro patrie... Trump si è affrettato a rimproverare alla borghesia europea di non avere voluto occupare dei propri concittadini aderenti all’Isis e catturati. Il 16 ottobre il ministro degli Esteri francese si è precipitato a Baghdad per ottenere che i cittadini francesi combattenti dell’Isis e detenuti in Siria siano processati in Iraq, rinunciando alle garanzie della legge francese (tra le quali l’abolizione della pena di morte, così cara ai nostri democratici): la contrattazione, soprattutto “finanziaria”, non è facile con le autorità irachene...

Per gli Stati Uniti e il “franco” Trump le Forze Democratiche Siriane sono state un semplice alleato tattico nelle sue manovre, mentre la Turchia, membro della NATO, è un alleato strategico a lungo termine, soprattutto se viene a ripetute trattative con la Russia.

Anche se la Turchia e le milizie arabe filo-turche dovessero attuare la completa distruzione delle Forze Democratiche Siriane, gli Stati Uniti rimarrebbero al tavolo dei negoziati, questa volta attraverso la Russia.

Per quanto riguarda la Russia, il suo sostegno ad Assad è incondizionato, ma essa gioca alternativamente con pedine del PKK curdo e del turco Erdoğan, osserva la situazione, negozia con tutte le parti e agisce sul terreno, contando non solo sul rafforzamento del regime siriano ma anche sulla presenza dei suoi militari. Il governo di Mosca ha espresso la volontà di lavorare per un accordo tra le Forze Democratiche Curde Siriane e il regime di Assad. Ma è la popolazione civile del Kurdistan siriano che pagherà il prezzo di tutto questo.

Si tratta evidentemente del ritorno del potere centrale siriano nelle aree curde. È abbastanza chiaro che mai Assad, né la diplomazia russa né americana, accetteranno un’autonomia curda in Siria del tipo di quella concessa dall’imperialismo USA in Iraq. Bisogna finirla una volta per tutte con la favola della “utopia realizzata” in Rojava!


L’accordo russo-americano

Attualmente stiamo assistendo a un risuddivisione del Medio Oriente, o addirittura a un’alleanza tra i due imperialismi nella regione, la Russia, una potenza media e gli Stati Uniti, ancora oggi il più potente Stato a livello militare ed economico del mondo.

Gli Stati Uniti cedono alla Russia il controllo della Siria ritirando le loro truppe, minacciando anche di ritirarle dall’Iraq, il che dovrebbe far temere a Barzani un futuro molto oscuro.

La borghesia americana sembra voler concentrare le sue forze nel Pacifico, dove si sta affacciando il suo principale concorrente a livello mondiale, l’imperialismo cinese.

La Russia, dopo il declino in Libia, Afghanistan e Balcani, amplia il suo raggio di influenza e garantisce la sicurezza dei suoi mercati: dopo le iniziative in Crimea e nel Donbass ucraino, tratta adesso con la Turchia usando la carota e il bastone, come qualsiasi imperialismo, la carota dell’energia nucleare e del gas con la costruzione del gasdotto turco e delle centrali nucleari, oltre alle forniture di armi, e il bastone dei soldati al suo confine meridionale. Allo stesso modo tratta con l’Arabia Saudita, con Israele, con l’Iran.

Il Partito Comunista Internazionale esorta il proletariato siriano, senza distinzioni di origine etnica o religiosa, all’abbandono di ogni rivendicazione nazionale o regionale, che lo separa dai suoi fratelli proletari perseguitati in Siria e negli altri paesi del Medio Oriente, e alla solidarietà internazionale della classe proletaria, per la ricostruzione delle sue organizzazioni di classe, per la lotta contro tutte le borghesie nazionali, contro le formazioni islamiste e mercenarie, al soldo tutte del regime omicida del capitale.