Partito Comunista Internazionale
Il Partito Comunista N. 400 - anteprima
Anno XLVI - [ Pdf ]
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organo del partito comunista internazionale
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: – la linea da Marx a Lenin, alla fondazione della III Internazionale, a Livorno 1921, nascita del Partito Comunista d’Italia, alla lotta della Sinistra Comunista Italiana contro la degenerazione di Mosca, al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani – la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco
PAGINA 1 Le Foibe: giornata “del ricordo” o dell’amnesia ?
La persecuzione dei musulmani perfido strumento dei borghesi indiani per dividere e sottomettere i proletari
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Per il sindacato
di classe
Prato, 18 gennaio - Per un Fronte Unico Sindacale di Classe - Contro padroni, Stato borghese e sindacalismo di regime – For a Single Class Union Front - Against bosses, bourgeois State and regime unionism
– Genova, lunedì 17 febbraio, Per l’antimilitarismo e l’internazionalismo proletari
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Le Foibe: giornata “del ricordo” o dell’amnesia?

La commemorazione della vicenda legata al nome delle foibe, istituita per Legge ogni 10 febbraio come “Giornata del Ricordo”, anche quest’anno è stata occasione per riscrivere la storia secondo il tanfo nazionalistica che la borghesia italiana impone alla classe lavoratrice a fini di conservazione sociale e politica. Un’abnorme esposizione mediatica ha fornito una narrazione che esclude ogni responsabilità dell’imperialismo italiano per quanto accaduto durante la Seconda Guerra Mondiale nella ex Iugoslavia e nei Balcani, facendo ricadere la responsabilità degli eccidi sul “comunismo”, assimilato alla sua menzognera variante nazionale del borghesissimo regime titino.

Questo “comunismo nazionale” effettivamente fu responsabile dei massacri. Si perpetrarono in due ondate: la prima nel settembre-ottobre del 1943, nei giorni e nelle settimane successive all’armistizio; la seconda nella primavera del 1945, alla fine della guerra. Migliaia di appartenenti alla minoranza italiana furono uccisi e gettati nelle foibe, cavità carsiche che sprofondano per alcune decine di metri nel terreno. Molti altri morirono nei campi di concentramento, durante le deportazioni con estenuanti marce forzate, altri furono affogati nell’Adriatico o giustiziati e sepolti nelle miniere di bauxite. Quel che si cercava era la pulizia etnica dell’elemento nazionale italiano.

Ma era un’impresa del tutto speculare ai tentativi di assimilazione dell’elemento etnico slavo perseguiti nei tre decenni precedenti da parte del governo italiano.

Per sgombrare il campo da fraintendimenti circa la nostra lettura della questione, che altro non è che il punto di vista internazionalista e proletario, occorre spiegare le infamie di quella vicenda su entrambi i fronti, inserendole nel contesto generale della Seconda Guerra Mondiale e della contesa fra imperialismi rivali, anche fra alleati. Questo il corteo di “storici” e giornalisti asserviti hanno dimenticato o omesso, per ignoranza o servilismo. Nessuno fra questi ha ricordato i decenni precedenti la guerra in cui l’imperialismo italiano, prima in veste democratica poi fascista, aveva fatto di tutto per estendere la propria sfera d’influenza nella regione balcanica, decenni di oppressione nazionale inflitti alle popolazioni dell’Istria, delle “Provincie Giuliane” e della Dalmazia, costrette a parlare italiano e discriminate politicamente ed economicamente.

L’inclinazione della borghesia, quella italica per prima, ad aggiustare il passato non è certo prerogativa della “destra”, tornata già da quasi tre decenni a rivendicare il passato fascista: anche la “sinistra”, non meno sciovinista e anticomunista, ha da tempo aderito alla vulgata storica patria. Dai libri di storia e dalle rievocazioni giornalistiche spariscono così gli eventi legati alla fase fra il 1919 e il 1922 quando gli squadristi, sicari prezzolati della borghesia e del democratico Stato italiano, furono scatenati contro tutti i segni della presenza slava, come avvenne a Trieste nel luglio del 1920 con l’incendio della Narodni Dom, la Casa del Popolo. L’amministrazione italiana si dette quindi ad una politica di denazionalizzazione progressiva della popolazione slava e a un programma di “bonifica etnica”.

Come era naturale i croati e gli sloveni reagirono con atti di sabotaggio e con attentati, ai quali lo Stato italiano rispose con numerose condanne a morte e lunghe pene detentive.

Nel 1928 un decreto vietò l’insegnamento in sloveno e croato nelle scuole della Venezia Giulia, inasprendo il divieto previsto già dalla riforma Gentile del 1923 riguardante le lingue alloglotte. Un decreto del 1928 impose l’italianizzazione dei cognomi, mentre furono chiusi d’autorità numerosi circoli culturali e ricreativi croati e sloveni.

Anche sul piano economico si estese l’oppressione nazionale. La sottrazione all’Impero austro-ungarico della multietnica Trieste e delle province giuliane, le privò dei traffici del maggiore porto marittimo dell’Europa centrale, un elemento che aveva contribuito al radicamento di una tradizione operaia internazionalista.

La concorrenza delle produzioni a più basso costo della Pianura Padana aveva impoverito l’agricoltura locale. Questo permise l’espulsione dei contadini slavi dalle loro terre, che si realizzò anche attraverso diretti interventi governativi tesi a strangolare i piccoli produttori. I contadini furono costretti a rivolgersi a istituti bancari che prestavano denaro a tassi di interesse usurari. Molti si videro costretti a svendere i campi, spesso gravati da ipoteche. Nel 1931 fu fondato l’Ente per la Rinascita Agraria delle Tre Venezie col compito di rilevare le terre pignorate dai contadini sloveni e croati e assegnarle a coloni italiani provenienti da altre regioni o ad agrari che le inglobarono nelle loro proprietà.

Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale si assistette ad un ulteriore inasprimento di quel regime di oppressione nazionale.

Ma quando il 6 aprile del 1941 l’imperialismo italiano, accodandosi a quello germanico, partecipò a quella ”Operazione Castigo”, che dette principio alla conquista della Iugoslavia da parte delle potenze dell’Asse, aveva già dovuto ridimensionare le sue velleità sui Balcani. Ciò per la relativa debolezza della sua macchina militare, per la difficoltà di districarsi in un ginepraio di popoli ed etnie incapaci di dare vita a nazioni vitali e per i rovesci militari subiti in Grecia con la susseguente avanzata dell’esercito ellenico nell’Albania italiana.

L’occupazione italiana in Slovenia non tentò affatto di dissimulare gli intenti di assimilazione etnica e di annessione all’Italia delle regioni conquistate. Si voleva arrivare a una soluzione finale della “questione slovena” stroncando il movimento slavo nelle province giuliane e annettendo la Slovenia all’Italia. La costituenda provincia di Lubiana aveva 339.751 abitanti; gli italiani erano 458.

La lotta contro l’occupazione italiana si scatenò già dai mesi successivi alla conquista militare cui rispose un crescendo di repressioni sempre più sanguinarie. Le fucilazioni documentate di sloveni ammontarono a 1.569, alle quali vanno aggiunti i partigiani caduti in combattimento o fucilati alla cattura. Anche la Dalmazia e il Montenegro sotto il controllo italiano fra il giugno e l’agosto del 1942 subirono lo stesso trattamento della Slovenia. Nella sola provincia di Lubiana i prigionieri furono oltre 30.000, il 10% della popolazione; nell’intera Slovenia le vittime dell’occupazione italiana furono 13.100, il 3,8% della popolazione complessiva della provincia.

Nei campi di concentramento italiani, aperti tra il 1942/43, furono internati decine di migliaia di uomini. Di questi campi se ne ebbero in Venezia Giulia (Cighino, Gonars, Visco), in Veneto (Monigo di Treviso, Chiesanuova, in provincia di Padova), in Toscana (Renicci di Anghiari), in Umbria (Colfiorito), tutti alle dipendenze del Ministero dell’Interno. Campi di lavoro furono organizzati a Fossalon (Venezia Giulia), Pietrafitta e Ruscio (Umbria), Fertilia (Sassari).

Più che campi di concentramento erano di sterminio dove anche donne, vecchi e bambini morivano di fame, di freddo e di malattie. Nel campo di Gonars ne morirono quasi 500, in quello di Renicci di Anghiari forse di più. Il campo di Laterina, in provincia di Arezzo, nella sua evoluzione, fu dapprima di concentramento, poi di prigionia ed infine, nel dopoguerra, di “accoglienza” per i profughi istriani.

Con l’avanzare della guerra e con il cambiamento dei rapporti di forza a sfavore delle potenze dell’Asse, prese slancio il movimento partigiano iugoslavo, egemonizzato dal Partito sedicente comunista di Tito. Questo partito era pienamente inquadrato nella politica staliniana, assumendo caratteri esclusivamente nazionalistici e piegando le istanze di rivoluzione sociale in funzione della lotta anti-italiana. Si contrabbandava per lotta di classe quella che si andava profilando come una pulizia etnica della nazionalità fino allora dominante, venendo meno a ogni obiettivo di classe in senso proletario e comunista.

Le forze nazional-comuniste titine nella primavera del 1945 spostarono l’area delle operazioni militari nelle zone mistilingue, in cui era più forte la presenza italiana, al fine di assicurarsi al più presto il controllo di Trieste, di Gorizia e della fascia costiera. I nazional-comunisti iugoslavi, per procura dello Stato russo e in combutta con il PCI togliattiano, cercavano di estenderne il più possibile la sfera d’influenza fino all’Adriatico, in vista della futura contesa con gli altri imperialismi nel contesto postbellico.

Secondo questa politica, che va vista come un rovesciamento di ogni tradizione comunista e internazionalista, che pure avevano avuto una lunga tradizione sia nelle province giuliane sia in Serbia, i nazional-comunisti procedettero allo sradicamento della presenza italiana attraverso il terrore, che andò ben al di là dell’obiettivo di colpire gli elementi borghesi italiani, i quali erano stati al servizio dello Stato di classe e delle sue efferatezze, e che per questo potevano essere visti, anche a ragione, come responsabili dell’oppressione nazionale nei confronti delle popolazioni slave. La politica del rinato Stato capitalista iugoslavo era di preparare il dopoguerra asservendo ancora il proletariato su entrambi i fronti, quello slavo e quello italiano, alle esigenze dei nazionalismi borghesi e dell’accumulazione capitalistica postbellica.

Le masse lavoratrici furono portate a credere all’inganno della misera guerra partigiana, che nascondeva la realtà di una immane guerra fra imperialismi.

La sguaiata propaganda stalinista si spicciò a “spiegare” la poco successiva rottura fra l’Unione Sovietica di Stalin e la Iugoslavia di Tito. Scrivevamo nel nostro, allora, “Battaglia Comunista” n. 23 del 1948: «Dalla sera alla mattina gli operai hanno appreso dalle bibliche colonne dell’Unità che, contrariamente a quanto si era insegnato loro ed essi avevano calorosamente sostenuto nelle discussioni, in Iugoslavia non solo non esiste affatto il socialismo (...) La tanto decantata democrazia popolare iugoslava è in realtà “un regime vergognoso di puro dispotismo turco e di terrorismo”, e via di questo passo».

Dunque le condizioni storiche in cui maturò quello che la propaganda borghese designa come il “massacro delle foibe” furono quelle di una guerra imperialista, al cui compito di divisione del proletariato lungo le linee delle nazionalità collaborò con ardore il falso comunismo staliniano.

Quel falso comunismo il cui crollo, con lo smembramento imperialista della ex Iugoslavia, oltre a costituire la premessa di ulteriori massacri come quelli della guerra dal 1991 al 1995, ha permesso al capitalismo italiano di utilizzare le vittime della sua guerra nelle province giuliane e nella Dalmazia come materiale al sempre risorgente militarismo nazionalista.

L’infame ruolo storico dello stalinismo, anche dopo il suo tramonto, continua ad agire sul derelitto presente come uno spettro che rende ancora servigio antiproletario alla reazione borghese e al capitalismo internazionale.

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La persecuzione dei musulmani perfido strumento dei borghesi indiani per dividere e sottomettere i proletari

L’11 dicembre entrambe le camere del parlamento indiano hanno ratificato un controverso emendamento, proposto dal governo del primo ministro Narendra Modi, capo del partito nazionalista indù Bharatiya Janata Party, allo scopo di “facilitare” la “regolarizzazione” degli immigrati provenienti da tre paesi confinanti: il Pakistan, l’Afghanistan e il Bangladesh.

Questo Citizenship Amendment Bill, che viene ad aggiornare il Citizenship Amendment Act del 1955, prevede l’espulsione o la prigione per gli immigrati irregolari e stabilisce che per ottenere la cittadinanza uno straniero debba trovarsi in India, o aver lavorato per il governo federale, da almeno 11 anni. Allo stesso tempo introduce delle eccezioni per i membri di sei minoranze religiose. Ad induisti, sikh, buddisti, giainisti, parsi e cristiani è data la possibilità di chiedere la cittadinanza dopo esser vissuti in India da sei anni. Da questo elenco di possibili richiedenti asilo sono quindi implicitamente esclusi i cittadini di fede musulmana, poiché, a detta del BJP, «non hanno bisogno di protezione in quanto costituiscono la maggioranza nei paesi di provenienza».

È vero che, come musulmani, costituiscono la maggioranza nei loro paesi, ma si dimentica che per lo più le persecuzioni che un fuggitivo lamenta hanno motivazioni non di religione ma di classe, sindacali o politiche.

Per altro nei tre paesi sono vittime di repressione anche alcune minoranze musulmane, come gli ahmadiyya, comunità che vive principalmente in Pakistan, i baluci, popolo iranico presente, oltre che nell’Iran, anche in Afghanistan e in Pakistan, e gli hazaras, gruppo etnico presente prevalentemente in Afghanistan

Ed oggi sono esclusi i rohingya, braccati e fuggiti in gran numero dal Myanmar, dei quali attualmente circa un milione sono ammassati in Bangladesh in fatiscenti campi profughi. Non di rado superano il confine indiano, in Assam, dove li attendono le forze di polizia per rinchiuderli in campi di lavoro (di detenzione) allestiti dal governo indiano. A dicembre, appresa la notizia della nuova legge, 1.300 profughi rohingya dall’India si sono rifugiati nuovamente in Bangladesh per timore di essere rimpatriati in Birmania dove, ancora oggi, non esiste per loro alcuna protezione dai pogrom.

In India, oltre agli immigrati da altri paesi, solo nel 2018 circa cento milioni di immigrati interni si sono spostati verso i maggiori centri di produzione industriale, New Delhi, il Gujarat ed il Kerala: un enorme esercito di senza riserve a disposizione del capitale.

Appellandosi alla “sacra”, quanto inutile, Costituzione, la fazione borghese oggi all’opposizione, il Congresso Nazionale Indiano, critica il partito al governo definendo discriminatoria la legge nei confronti della comunità musulmana, che, ricordiamo, conta in India oltre 200 milioni di cittadini. Il ministro degli interni in carica, Amit Shah, ha avuto l’impudenza di replicare che il Bill «non cita nemmeno una volta l’Islam» e «non toglie alcun diritto ai musulmani»... indiani.


Dalle università alle piazze

Nei giorni successivi all’approvazione della legge si sono svolte le prime contestazioni. A Nuova Delhi l’Università pubblica di Jamia Millia Islamia, frequentata prevalentemente da studenti musulmani, ha fatto da epicentro alle proteste nella capitale. La polizia è entrata nell’università facendo centinaia di feriti, molti dei quali immediatamente sottoposti a processi e a condanne. Anche la Aligarch Muslim University, un altro istituto pubblico a 130 chilometri dalla capitale, è stato violentemente attaccato dalla polizia.

Con il passare dei giorni le proteste hanno preso vigore e in molte città si sono svolte grandi manifestazioni composte prevalentemente da studenti e mezze classi, in maggioranza musulmani, ma hanno partecipato anche diversi indù in nome della parità civile. I principali slogan sono rivolti contro il governo accusato di intolleranza religiosa. Le piazze inneggiano al rispetto della borghese costituzione, formalmente impostata sull’uguaglianza dei cittadini, e invocano uno Stato laico e democratico.

A Nuova Delhi e in altre città nelle proteste si è espresso anche il malcontento generale delle classi subalterne. I manifestanti hanno bloccato le strade e le metropolitane, al che la polizia non ha esitato a rispondere con cariche violente e sparando sulla folla. Scontri si sono verificati anche in Assam e nello Stato del Bengala dove i manifestanti hanno incendiato 4 treni paralizzando la circolazione ferroviaria.

In generale la repressione della polizia, affiancata da milizie “illegali” di assassini, è stata brutale, soprattutto dove era preponderante la presenza musulmana. Il bilancio, per il momento, è di 29 morti (di cui 19 in Uttar Pradesh) e migliaia di arresti in tutto il Paese con l’accusa di distruzione delle proprietà e saccheggio.

In diverse zone il governo ha tagliato per giorni le telecomunicazioni, dai quartieri più mobilitati di Mumbai e di Nuova Delhi non era possibile comunicare. È una censura non nuova in India: ad agosto, per esempio, il governo ha bloccato tutta la rete il giorno prima dell’invasione del Kashmir, e ancora oggi nella regione è impossibile collegarsi. Quello indiano è lo Stato al mondo che più frequentemente spegne internet. Mancando ancora reali strutture politiche e sindacali, le rivolte sono costrette ad organizzarsi tramite la rete: basta interromperla per facilitare la repressione.


Il Registro Nazionale

La legge sulla cittadinanza si iscrive nella istituzione del National Registry of Citizens, un Registro introdotto ad agosto nello Stato dell’Assam, nel nord-est dell’India: è un censimento nel quale ogni residente è chiamato a produrre la documentazione necessaria a provare di essere entrato nello Stato prima dell’indipendenza del Bangladesh nel 1971. Il BJP ha definito il Registro uno strumento per scovare ed espellere gli «immigrati musulmani illegali».

Per la difficoltà di reperire vecchi certificati, smarriti o mai ricevuti, sono finiti nelle liste di espulsione più di un milione di cittadini. Questi non sono solo di fede musulmana. Ma il Citizenship Amendment Bill viene ora a facilitare la concessione della cittadinanza agli appartenenti ad una delle religioni “privilegiate”. Per tutti i musulmani finiti nella rete invece non rimarrebbe che la deportazione.

A novembre è iniziato il censimento, svolto da funzionari locali, quasi tutti indù, i quali, porta a porta, trascrivono le storie dei censiti e ne decidono le “origini” in base alla tradizione etnico-religiosa di provenienza del nucleo familiare. Non stupisce apprendere come l’appartenenza alle classi superiori possa facilitare se non determinare l’assegnazione della cittadinanza: chi può permetterselo non ha difficoltà ad ottenere la documentazione richiesta. Il contrario per molti altri, lavoratori della terra o popolazioni tribali o dalit, i fuori casta, i cui nomi nemmeno appaiono nei registri catastali o all’anagrafe: riconosciuti dai tribunali come irregolari sono “momentaneamente” deportati in centri di detenzione in attesa dell’espulsione.

Il partito al governo ha dichiarato che intende estendere questo Registro a scala nazionale entro il 2024.

L’Assam, insieme ad altri sette Stati nord orientali, i Seven Sister States, è collegato al resto del territorio indiano, a occidente, dal corridoio di Siliguri, nel Bengala Occidentale, largo solo 22 chilometri. Ha una storia caratterizzata da confini labili, invasioni e migrazioni. Divenuta una colonia, il capitalismo, importato dagli inglesi, ne mutò profondamente la società e il legame dell’uomo con la terra. La proprietà, dapprima collettiva, divenne individuale. Gli inglesi, per rafforzare la produzione nelle immense piantagioni di tè, e diminuire la resistenza delle popolazioni locali, importarono molti contadini musulmani in Assam, modificandone la composizione etnico-religiosa.

Con l’indipendenza del 1947, con la tragedia della partizione e con la successiva guerra indo-pakistana del 1971, che dette nascita al Bangladesh, i confini dello Stato risultarono tracciati solo sulla carta.

In questo scenario, con il passare degli anni gli indù, plagiati dalla propaganda della locale borghesia e della loro relativa minor miseria, si opposero alle minoranze musulmane. Il 18 febbraio 1983 avvenne il massacro di Nellie dove, in una mattinata, furono trucidati migliaia di immigrati musulmani, arrivati in Assam dal Bengala Orientale, ai quali Indira Gandhi aveva promesso il diritto di voto. Un pogrom pianificato dalla componente estremista indù con il beneplacito della classe dominante locale.

Appoggiandosi a questa tradizione Narendra Modi può far breccia sulla maggioranza indù di tutto il Paese, in particolar modo sulle parte più povera, delusa dalle infinite e non mantenute promesse del Partito del Congresso.


Nel Kashmir

Nell’articolo “Kashmir, Focolai di guerra per distogliere le masse proletarie” pubblicato nel n.394 di questo giornale avevamo descritto la situazione in cui si trovava la tormentata grande regione del Kashmir subito dopo il sanguinoso attentato avvenuto il 14 febbraio scorso, e come il “problema Kashmir” fosse in realtà utile alle classi dominanti, indiana e pakistana.

Il governo ha poi continuato ad inasprire le tensioni nella regione. Il 5 agosto il presidente indiano Ram Nath Kovind ha emesso un ordine di revoca dell’Articolo 370 della Costituzione che concedeva uno stato speciale allo Stato himalayano, di fatto una minima autonomia. Lo Stato Jammu e Kashmir è quindi stato diviso e declassato a due Union Territories amministrati direttamente da Nuova Delhi. Assorbito sotto la legge indiana, sono annullate la Costituzione locale, la bandiera e le leggi relative alla proprietà e all’eredità. Inoltre alla nuova amministrazione è tolto il Ladakh, l’area vicina al Kashmir cinese, che da adesso sarà una unità territoriale separata.

Alcuni giorni prima del “declassamento” tutte le comunicazioni nel territorio sono state interrotte, sospendendo l’accesso alla rete mobile, fissa e internet. Vi sono state diverse proteste e manifestazioni di piazza, immediatamente represse. Migliaia gli arrestati, grazie a una legge sulla sicurezza pubblica che consente di richiudere in carcere un cittadino fino a due anni sulla base di semplici sospetti. Molte città e villaggi sono stati mantenuti per diverse settimane in stato di assedio e sotto coprifuoco. Da agosto altri 100.000 soldati indiani si sono uniti alle truppe già presenti, raggiungendo i 600.000 uomini.

Il Partito del Congresso, infame nemico della classe lavoratrice tanto quanto il BJP, sostiene che la crisi in Kashmir è dovuta all’oltranzismo religioso del partito al governo. Tesi che ignora l’intreccio di interessi geopolitici regionali fra India e Pakistan e il complesso rapporto con i più grandi imperialismi, Cina per prima.

Modi ha sì ostentato la politica dell’India nella regione coerentemente all’atteggiamento ideologico del suo partito, ma è indubbio che tutte le sue azioni siano dettate, come in ogni altra parte del mondo, dalle ineluttabili leggi del Capitale.

Per esempio, eliminata l’autonomia, sarà possibile ai capitalisti indiani e stranieri investire e trasferirsi in Kashmir, il che prima non era del tutto libero. Il capitale richiede di aumentare la produzione agricola, sfruttare maggiormente il turismo e sviluppare altre attività industriali funzionali all’economia indiana. Non è un caso che il ministro dell’interno abbia dichiarato che, appena rimosse queste obsolete disposizioni statutarie, la regione himalayana, nel giro di dieci anni, diventerà (sperano) una delle più sviluppate del paese. Uno sviluppo che prevede, anche, la costruzione della prima ferrovia per collegare la valle del Kashmir al resto dell’India.

Tutto questo ha provocato un aumento delle tensioni tra New Delhi e la nemica giurata Islamabad. Il governo pachistano ha espulso l’Alto Commissario indiano, sospendendo gli scambi commerciali e l’accesso aereo. Numerose violazioni del cessate il fuoco alla frontiera si sono verificate negli ultimi mesi del 2019. Anche nel Kashmir pakistano (Azad Kashmir) ci sono state proteste contro l’abolizione dell’articolo 370. Secondo l’attuale premier pakistano Khan si prospetta “una crisi di rifugiati che farà impallidire le altre crisi”, aggiungendo che il Pakistan non sarà in grado di accoglierne altri.


La crisi economica

Quanto sta avvenendo in questi mesi in India non è certo provocato dalla ideologia apertamente nazionalista e religiosa del partito della classe dominante oggi al governo, ma da i fattori oggettivi che ne caratterizzano l’azione. Negli ultimi cinque anni la produzione industriale dell’India è cresciuta, ma a ritmo altalenante. Secondo i dati non ufficiali crescerà ancora nel 2019, ma con velocità ridotta rispetto all’anno precedente, quando fu del +5,8% annuo. In particolare si evidenzia il rallentamento della crescita dell’industria manifatturiera (+1% nel periodo giugno-agosto, a fronte del +10% del 2018). Anche i dati del PIL sono in costante calo, si passa dall’8% nella primavera 2018 al 5,8% a marzo 2019 scendendo a giugno al 5%. Una situazione preoccupante che ha spinto la Banca Mondiale a parlare di grave rallentamento ciclico.

I disoccupati registrano numeri record, oltre 13 milioni, superando il 7%, il tasso più alto da 45 anni. È nelle campagne la situazione più difficile: un giovane su cinque non ha lavoro e i salari spesso permettono appena una stentata sopravvivenza.

Nel settore automobilistico si hanno 9 mesi consecutivi di contrazione delle vendite. Le case produttrici, i fornitori di componenti e i rivenditori hanno licenziato nell’ultimo biennio ben 300.000 lavoratori. Solo nello scorso mese di Settembre la Maruti Suzuki ha espulso 3.000 operai.

Una economia che quindi non riuscirà a modificare il quadro drammatico del Paese dove 100 milioni di uomini vivono con meno di 2,5 dollari al giorno, nonostante l’affermarsi in grande del capitalismo, ma dove il reddito medio pro-capite supera di poco i 2.000 dollari annui (dato del 2018).

Questo benché l’India continui ad essere una delle più grandi economie e in più rapida crescita, che non manca di attrarre le sanguisughe legate al profitto ed alla speculazione, una destinazione privilegiata per gli “investitori”.


Ma i proletari scioperano

Mentre scriviamo, lo scorso 8 gennaio si è svolto un grande sciopero generale, organizzato da dieci centrali sindacali, contro la politica economica del governo Modi, in particolare contro le privatizzazioni. Milioni di lavoratori hanno incrociato le braccia, alcuni media parlano del più grande sciopero al mondo, a cui avrebbero partecipato duecento milioni di salariati, ampliatosi con l’adesione di oltre 150 sindacati contadini.

Oggi è un movimento politicamente pienamente integrato, contenuto e diretto dalle dirigenze sindacali gestite dal Congresso e da altri partiti all’opposizione, come i diversi partiti comunisti di tradizione stalinista o maoista.

Ecco infatti come si esprime il Centre of Indian Trade Unions, grande sindacato affiliato politicamente al Partito Comunista Indiano(M): «Il governo ha fallito nel contrastare la crisi economica. Al tempo stesso, è impegnato a privatizzare e vendere proprietà del settore pubblico, risorse naturali e altri beni nazionali. Tutto questo va a svantaggio dell’interesse nazionale e dello sviluppo del Paese». Si fa appello all’interesse nazionale, un bene supremo, comune e collettivo, secondo i falsi comunisti, che in realtà non è altro che il bene del Capitale, della classe dominante che si arricchisce impoverendo i lavoratori.


Contro tutti i partiti borghesi

Gli avvenimenti descritti ci mostrano come anche la “maggiore democrazia al mondo”, così vuol farsi chiamare l’India vantando il gran numero di “elettori”, non escluda l’impiego su vasta scala del razzismo di casta e delle persecuzioni e degli eccidi per motivi di fede religiosa. L’odiosa ideologia del suprematismo hindu propria del BJP è voluta e costantemente alimentata per frastornare e dividere le classi inferiori, che in maggioranza sono costrette a vivere in condizioni di miseria: un’arma di distrazione e divisione di massa. Questo dà il pretesto alle “opposizioni”, ugualmente borghesi, di mostrarsi civili, moderne, umanitarie, pacifiste, legalitarie. Il bombardamento mediatico da entrambi i lati è quindi imponente.

Anche in India non si tratta solo di retaggi storici di particolari società, propri di radicate antiche culture o residui di rivoluzioni borghesi incompiute. È questa solo un’apparenza, una illusione, e una consolazione. Le vicende del Novecento europeo dimostrano che forme spietate e “industriali” di razzismo non sono affatto incompatibili con gli apogei storici della democratica civiltà borghese, tecnica, politica e culturale, e ben dopo che la sua falsa ideologia ha compiuto appieno la trasformazione del fedele e del suddito in cittadino. E questo per funzioni non solo sovrastrutturali di imbonimento ma come necessaria, razionale e moderna risposta capitalista, nella crisi, alla sovrappopolazione relativa.

È così che oggi in India, con le leggi sulla cittadinanza e del Registro in Assam i sentimenti anti-musulmani e genericamente contro le minoranze sono quotidianamente aizzati dalla propaganda borghese per creare l’immagine di un “nemico interno”, utile per dividere i milioni di proletari.

Saranno i lavoratori delle grandi città, i proletari delle campagne, organizzati e uniti fra loro, e collegati nei sentimenti con i loro fratelli di classe negli altri Paesi, che, al di là delle artificiose categorie che oggi li separano – etnia, religione, casta – si scaglieranno contro la classe dominante borghese per passare all’attacco contro i padroni e i loro Stati.

Inevitabilmente dovranno combattere anche le dirigenze delle maggiori centrali sindacali, alcune delle quali, l’All-India Trade Union Congress e il Centre of Indian Trade Unions, sono dirette dai mistificatori del comunismo, come il Partito Comunista Indiano e il Partito Comunista Indiano (marxista).

Sarà in questo processo che i proletari migliori del subcontinente si avvicineranno nuovamente all’originario programma rivoluzionario del comunismo, rifiutando quella collaborazione nazionale che chiedono i falsi comunisti, e dirigendo le loro lotte per gli interessi immediati della classe, nella prospettiva di adempiere domani al compito storico a cui sono chiamati, una società semplicemente umana, finalmente libera dalle concrezioni di millenarie società di classe, dalle loro superstizioni religiose e opposizioni ormai negate dalla storia.

 

 

 

 

 

 


Prato, 18 gennaio

Qui di seguito pubblichiamo il volantino che abbiamo distribuito alla manifestazione di sabato 18 gennaio a Prato, anche tradotto in lingua inglese.

La mobilitazione, promossa dal SI Cobas, è riuscita, con circa 2 mila manifestanti, per la gran parte lavoratori. La cittadinanza di Prato era sicuramente anni che non assisteva ad un simile corteo operaio. Né mai per iniziativa di un sindacato di base.

Questo deve aver preoccupato non poco la piccola borghesia, i padroni e le autorità locali. Altrettanto certamente ha dato forza e coraggio agli operai che si sono inquadrati col SI Cobas e ai tanti che ancora non hanno avuto il coraggio di farlo e di lottare, per il timore delle ritorsioni aziendali, in questo importante distretto tessile.

Altro dato positivo è stata l'adesione di quasi tutto l'arco del sindacalismo conflittuale, sia pure per lo più con ristrette rappresentanze. Oltre ai lavoratori del SI Cobas, che costituivano la maggioranza del corteo, era presente l'opposizione Cgil, con gruppi di fabbrica quali la Gkn di Firenze e la Piaggio di Pontedera, la Confederazione Cobas, con gruppi più ridotti la Cub e l'Usb. L'Adl Cobas, che agisce in sintonia col SI Cobas, è stato l'unico in grado di costituire uno uno spezzone del corteo. Era presente anche il Coordinamento Lavoratori Autoconvocati per l'Unità della Classe (CLA), con uno striscione, una ventina di aderenti e un volantino distribuito.

Insomma, si è trattato di un piccolo esempio d’unità d’azione del sindacalismo conflittuale, parola d’ordine che il nostro partito agita in seno al movimento sindacale e a cui è ispirato il Coordinamento autoconvocato (CLA). Ma la strada affinché esso si imponga è ancora lunga e ha bisogno che simili episodi di lotta si moltiplichino e non restino episodici. Nel contempo l’attività del Coordinamento deve proseguire nella consapevolezza di quanto la strada imboccata sia giusta, per quanto lunga e in salita. Le scorciatoie sono dell’opportunismo politico e sindacale.


Per un Fronte Unico Sindacale di Classe
Contro padroni, Stato borghese e sindacalismo di regime

Le multe per “blocco stradale” inflitte ai lavoratori della lavanderia Superlativa di Prato e alle studentesse solidali, per un picchetto sgomberato con la forza dalla polizia, rientrano nel quadro generale della repressione padronale volta ad impedire il ritorno alla lotta della classe operaia.

Sono centinaia i fogli di via, le sanzioni, le denunce. Solo nei giorni scorsi a Genova sono state comminate 19 sanzioni di circa 5000 euro con l’accusa di “violenza privata” e a Desenzano sul Garda (Brescia) denunce e divieti di dimora con l’accusa di “estorsione”, sempre per aver scioperato e organizzato picchetti.

Laddove il SI Cobas si insedia in un posto di lavoro, inizia la repressione aziendale con le minacce, le discriminazioni e i licenziamenti. Se non basta, al singolo imprenditore viene in soccorso lo Stato che invia polizia e carabinieri a sgomberare i picchetti, a manganellate e coi gas se serve, come accaduto in decine di episodi. Se nemmeno questo ferma la lotta, allora subentra la magistratura, che si avvale degli strumenti legali che il regime politico borghese – in perfetta continuità al di sopra dei cambi di casacca, democratica o fascista, e per mano dei suoi governi d’ogni colore – ha prodotto a tutela delle aziende e contro la lotta dei lavoratori, ultimi i cosiddetti “decreti sicurezza”.

Polizia, magistratura e governo sono tutti ingranaggi della macchina statale borghese il cui scopo è mantenere oppressa e sfruttata la classe lavoratrice.

La repressione padronale oggi si accanisce in primo luogo contro il SI Cobas perché questo sindacato ha organizzato la lotta dei settori operai più sfruttati e combattivi in questi ultimi anni. Serve a impedire che queste lotte e questo sindacalismo contagino il resto della classe lavoratrice che per ora in larga parte resta passiva, vittima dell’individualismo, della rassegnazione, della sfiducia nell’azione collettiva e nel sindacato, condizione provocata da decenni di sindacalismo collaborazionista di Cgil, Cisl e Uil, che sta conducendo i lavoratori di sconfitta in sconfitta a perdere una dopo l’altra tutte le conquiste fatte con dure lotte nei tre decenni successivi alla fine della seconda guerra mondiale.

Ma la repressione colpisce sempre più frequentemente anche tanti militanti del resto del sindacalismo conflittuale e singoli lavoratori combattivi in posti di lavoro dove la minaccia delle ritorsioni aziendali da un lato e del sindacalismo collaborazionista dall’altro impediscono una reale solidarietà fra i compagni di lavoro e quindi la possibilità di chiamare gli altri lavoratori alla lotta in loro difesa.

Per spezzare questa catena oppressiva composta da aziende, Stato borghese e sindacalismo di regime occorre perseguire la strada dell’unità d’azione del sindacalismo conflittuale, cioè dei sindacati di base e della opposizione in Cgil.

Questo è quanto è stato fatto oggi a Prato, dove alla manifestazione odierna hanno portato il loro sostegno la gran parte delle federazioni locali del sindacalismo di base, l’opposizione in Cgil, diverse Rsu e collettivi di fabbrica e il Coordinamento Lavoratori/trici per l’Unità della Classe, quest’ultimo costituitosi appositamente con lo scopo di coordinare gli sforzi di quei militanti che vogliono battersi all’interno delle organizzazioni del sindacalismo conflittuale per l’unità d’azione.

Occorre battersi affinché quello di oggi non resti un episodio isolato ma diventi l’obiettivo a cui uniformare in modo costante e sempre più completo l’azione dei sindacati di base e della opposizione in Cgil.

Solo la formazione di Fronte Unico Sindacale di Classe sarà in grado da un lato di offrire ai lavoratori una alternativa credibile e forte ai sindacati di regime (Cgil, Cisl, Uil, Ugl) e dall’altro di combattere più agevolmente l’opportunismo sindacale dominante all’interno del sindacalismo conflittuale, che è la causa principale delle sue divisioni interne.

Sono invece da rigettare i fronti misti fra sindacati e partiti perché, a dispetto dei proclami in favore dell’unità d’azione dei lavoratori, non possono che generare una pluralità di fronti fra partiti, tutte ovviamente in concorrenza reciproca, ciascuno con la sua parte di organismi o correnti sindacali sotto suo controllo. Sono perciò operazioni che vanno nella direzione opposta a quella di stabilire una organica e costante unità d’azione del sindacalismo di classe.

Battersi oggi per l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale, con l’obiettivo della costituzione di un Fronte Unico Sindacale di Classe, nella prospettiva della formazione di un unico Sindacato di Classe, è la strada lungo cui poter riportare la classe lavoratrice alla lotta nelle condizioni di forza più favorevoli, sola base materiale che permetterà lo spostarsi di una parte sufficientemente robusta di essa su posizioni rivoluzionarie, collegandosi all’autentico partito comunista disposto a dirigerla alla conquista del potere politico.

 

 


For a Single Class Union Front
Against bosses, bourgeois State and regime unionism

The fines for "roadblocks" placed on the Superlativa Laundry workers and student supporters in Prato, for a picket cleared by force by the police. Both the fines and police actions are part of a repressive framework aimed at preventing the return to the struggle of the working class.

Hundreds of expulsion orders, injunctions and legal complaints have now been handed out. In the last few days alone, in Genoa alone, 19 injunctions with fines of €5,000 each have been imposed for "On-the-Job Violence" and in Desenzano sul Garda (Brescia), for "extortion", again for striking and organizing pickets.

When SI Cobas organizes in a workplace, company repression begins with the threats, discrimination and dismissals. If this doesn’t work, the comapany is rescued by the State. The police and carabinieri are sent in to clear picket lines, with clubs and gas if necessary. This has happened dozens of times. If even this does not stop the struggle, the courts take over. The legal system, using methods which the bourgeois political regime has developed to protect companies against workers struggles. These measures have been historically continuous, alternating between democratic to fascist and back to democratic regimes. The most recent measures being these so-called "security decrees".

The police, courts and government are all cogs of the bourgeois state machine whose aim is to keep the working class oppressed and exploited.

Today, repression by employers is focused on SI Cobas because it is the union which has successfully organized workers’ struggle in recent years. The bosses try to prevent the struggles of the SI Cobas and its methods of unionism, from contagiously affecting the rest of the working class. The working class currently remains largely passive, a victim of individualism, resignation, distrust in collective action. This distrust, caused by decades of class collaborationist unionism by Cgil, Cisl and Uil, which led workers from defeat to defeat, losing many of the conquests made in the three decades after the Second World War.

Repression is also increasingly affecting the other grassroots trade unions and as well as the opposition in Cgil - with disciplinary measures and dismissals against their members and supporters. Often militant unionists find themselves isolated, in jobs where the threat of company retaliation and the intrigues of class collaborationist unions on the other, prevents real solidarity to develop and therefore calls for a fight in their defence.

In order to break the power of companies, bourgeois state and regime trade unionism, it is necessary to pursue unity of action by militant unions.

Today’s action in Prato, where a majority of the local grassroots union federations as well as the Cgil opposition, various Rsu and factory collectives and the Workers’ Coordination for the Unity of the Class have unified to support today’s demonstration. The latter organization was set up specifically with the aim of coordinating the efforts of all those who want to fight for unity of action within the Base Unions.

We need to fight so today’s protest is not unique. Such shows of unity in action need to become the goal which the rank and file unions as well as the Cgil opposition. Such actions should be constantly and increasingly unified.

Only the formation of a United Class Union Front will we be able to offer workers a credible and strong alternative to the regime trade unions (Cgil, CISL, UIL, UGL). Such a front will also be able to fight the dominant trade union opportunism within rank and file unions.

Mixed fronts between unions and parties need to be rejected. Despite proclamations in favour of unity of action by workers, they can only generate more and more economic fronts divided between parties. Each front in competition with each other. Each with its share of union bodies or currents under its control. They are therefore organizations which divide rather than unify an establishment of a constant and organic unity of class unionist action.

Fight today for unity of action of militant unionism. It’s objective being building a United Class Union Front, with its goal being the formation of a single Class Union. By doing this, the working class can be brought back into the struggle with the most favorable conditions of strength. This is the only material basis that will allow a sufficiently active part of it to return to its revolutionary positions, linking it to the authentic communist party willing to lead it to the conquest of political power.

Prato, Saturday 18 January 2020

 

 

 

 


Genova, lunedì 17 febbraio
Per l’antimilitarismo e l’internazionalismo proletari

La pace è impossibile nel capitalismo perché la guerra è un prodotto delle sue leggi economiche irriformabili.

Da un lato la guerra è la prosecuzione sul piano militare della competizione economica che, se in tempi di crescita dell’economia si contiene in un ambito prevalentemente commerciale, in epoca di crisi diviene aspra a tal punto da portare gli Stati, che sono i difensori degli interessi generali di ogni capitalismo nazionale, allo scontro bellico. Avvisaglie di tale epilogo sono il protezionismo, in economia, accompagnato dal nazionalismo – sia di destra che di “sinistra” – in campo politico, già ben presenti oggi.

Ma la guerra è – prima e oltre che un mezzo di spartizione del mercato mondiale fra le borghesie d’ogni paese – la sola soluzione che il capitalismo, nel suo complesso, ha alla devastante crisi della sua economia, causata dalla sovrapproduzione. Con le immani distruzioni di merci già prodotte – infrastrutture, industrie, città e “forza lavoro” – che impediscono un’ulteriore valorizzazione del capitale (volgarmente chiamata “crescita”), la guerra viene a salvare tutti i capitalismi nazionali, vincenti e perdenti, offrendo un bagno di giovinezza a un modo di produzione morente e antistorico.

Il capitalismo offre così al contempo il massimo progresso e la massima barbarie che la storia umana abbia mai sperimentato. Il cosiddetto “miracolo economico” del secondo dopoguerra fu possibile solo in virtù prima delle immani distruzioni e degli oltre 50 milioni di morti della II guerra mondiale – quasi tutti proletari e contadini poveri delle metropoli e delle colonie – e dopo del brutale sfruttamento della classe operaia in nome della “ricostruzione nazionale”.

Fu la guerra mondiale – per ammissione degli stessi economisti borghesi – la soluzione alla crisi economica in cui affondava il capitalismo nella prima metà del Novecento, non le politiche di intervento statale in economia, allora applicate indifferentemente da tutti i regimi borghesi – democratici e nazifascisti – ed oggi invocate dalla sinistra riformista radicale quale alternativa al cosiddetto “neoliberismo” e soluzione alla crisi. Le vie d’uscita nazionali dalla crisi avvicinano la guerra, non il socialismo.

Tutti gli Stati borghesi, anche in tempo di pace, mai smettono di manovrare nella prospettiva dello scontro generale che verrà, consapevoli che ogni posizione persa è concessa al “nemico”. Da qui le centinaia di guerre locali, con milioni di vittime, che mai hanno cessato di caratterizzare la “pace” seguita al secondo conflitto mondiale, condotte aizzando l’odio nazionale, etnico e religioso con massacri terroristici, così come sta accadendo nelle ultime settimane nel nord della Siria, dove lo scontro tra i due imperialismi regionali di Siria e Turchia si sta consumando sulla pelle di più di tre milioni di civili impossibilitati a fuggire.

Come la guerra contemporanea ha una funzione più profonda della spartizione del mercato mondiale, che è quella di salvare l’intero capitalismo dalla sua crisi, così tutte le borghesie nazionali sono accomunate dall’avere un nemico superiore a quello che ciascuna di essa fronteggia militarmente: la classe lavoratrice di tutti i paesi. Ogni borghesia nazionale ha sempre due fronti e due nemici da combattere: uno esterno ed uno interno.

Di fronte all’avvitarsi inevitabile della crisi economica che schiaccia i lavoratori nella miseria, aumentando lo sfruttamento degli occupati e ingigantendo l’esercito dei disoccupati, la guerra è un mezzo per ostacolare la rivolta sociale che, se guidata dal partito comunista, diviene rivoluzione. Una parte della classe operaia è tolta dalle città e condotta al fronte al massacro fratricida contro lavoratori con un’altra divisa. I bombardamenti sulle città decimano ulteriormente la classe lavoratrice e ne riducono la forza.

Questa soluzione è l’unica di cui dispongono i regimi borghesi. Ma è per essi sempre molto rischiosa perché implica l’armamento dei lavoratori. Se durante la guerra scoppiano gli scioperi nelle fabbriche e le rivolte nelle città – come ad esempio in Russia nel 1917, in Germania nel 1918, in Italia nel 1943, in Iraq nel 1991 – il fronte interno può crollare e la ribellione facilmente contagiare l’esercito.

Per questo ai lavoratori d’ogni paese la guerra non può certo essere spiegata da ciascun regime borghese nazionale per le sue autentiche ragioni di vile ordine economico, men che meno come prodotto inevitabile del corso economico dell’intero capitalismo, ma deve essere sempre giustificata come prodotto della volontà di una parte politica e di nazioni particolarmente reazionarie, malvagie, guerrafondaie, che opprimono quel popolo e nazione, così da convincere le masse proletarie a sostenere lo sforzo bellico e a non ribellarsi alle tremende condizioni di vita che esso comporta.

A questo scopo per la borghesia sono fondamentali i falsi partiti operai che, all’interno di ciascun paese sono sempre pronti alla politica del “meno peggio” – che prepara puntualmente “il peggio” – ad allestire “fronti unici politici” in difesa della democrazia e “contro le destre”, e mai a lottare contro tutti i partiti borghesi – di destra e di sinistra – per la conquista rivoluzionaria del potere, così sul piano internazionale e dinanzi ai pericoli di guerra individuano sempre un’alleanza di Stati capitalisti “meno peggio” per la quale portare i lavoratori a farsi macellare.

GUERRA ALLA GUERRA non è uno slogan di generica opposizione alla violenza militarista del capitalismo. È l’indicazione pratica con cui il partito bolscevico in Russia, gli spartachisti in Germania, la Sinistra Comunista in Italia, indicarono ai lavoratori nella prima guerra mondiale di “trasformare la guerra fra Stati in guerra fra le classi”, di applicare il “disfattismo rivoluzionario” contro il proprio paese in guerra, di non sparare contro i fratelli di classe degli altri paesi ma voltare il fucile di 180° per abbattere il regime della propria classe dominante nazionale.

Il partito bolscevico, in virtù di questo indirizzo, fu l’unico nella storia del capitalismo a fermare la guerra imperialista – mai ci sono riusciti i belati pacifisti della sinistra borghese – e lo fece al prezzo di enormi perdite territoriali per la Russia, seguendo quindi una condotta profondamente antinazionale, in quanto l’obiettivo era la rivoluzione proletaria internazionale non la lotta per “difendere il proprio paese”.

L’incapacità a riconoscere la controrivoluzione staliniana e la natura capitalista dell’URSS ha portato i falsi partiti operai a rinnegare questo indirizzo, a schierare nella seconda guerra mondiale il proletariato su uno dei due fronti imperialisti, così come aveva fatto la socialdemocrazia nella prima, e – per fare esempi più recenti – a sostenere regimi borghesi oppressori e massacratori di operai e contadini poveri come quello di Serbia, Iraq, Siria, Nicaragua, Venezuela o quello di Mosca nella guerra nel Donbass (Ucraina).

L’incapacità di comprendere come il mondo contemporaneo sia ormai da decenni interamente capitalista e come dunque la lotta contro l’imperialismo e contro il fascismo non possa significare che lotta contro il capitalismo nel suo insieme, porta questi falsi partiti operai a cadere nelle trappole ideologiche con cui le borghesie nazionali cercano di condurre i lavoratori alla guerra.

Solo la classe lavoratrice ha la forza di impedire o fermare la guerra, colpendo con gli scioperi in fabbrica l’economia della nazione in guerra e al fronte con lo sciopero militare e fraternizzando coi lavoratori degli altri paesi, trasmettendo la rivolta sociale al di sopra dei confini nazionali.

* * *

Per questo l’iniziativa dei lavoratori portuali di Genova aderenti al Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali è importante:
     – perché torna ad agitare l’antimilitarismo non come generico pacifismo da propugnare con manifestazioni interclassiste ma come un’azione conseguente fra i lavoratori e nel movimento sindacale;
     – perché avviene a seguito di analoghe ripetute azioni in altri porti d’Europa e compie quindi un primo passo pratico di azione internazionale dei lavoratori.

Occorre battersi affinché tutto il sindacalismo conflittuale – cioè i sindacati di base e l’opposizione in Cgil – dia un sostegno unitario e pratico a queste iniziative, sia partecipando ai presidi ed ai picchetti, sia proclamando lo sciopero.

Occorre lottare affinché siano smascherati e sconfitti nel movimento operaio quei partiti opportunisti che piegano l’antimilitarismo e l’internazionalismo proletari ad obiettivi politici parziali, del tutto compatibili con quelli di frazioni della borghesia nazionale ed internazionale. Fra questi l’uscita dalla NATO e la chiusura delle sue basi in Italia, che, se sono chiaramente impliciti nella conquista del potere politico dal parte della classe lavoratrice, quando, anteposti a questo, che è l’unico obiettivo politico rivoluzionario, non fanno che prestare il fianco a quella parte della borghesia nazionale desiderosa di abbandonare la sudditanza all’imperialismo americano per passare a quella agli imperialismi russo e, soprattutto, cinese, col disastroso risultato di favorire lo schieramento dei lavoratori su uno dei fronti imperialisti tradendo una volta di più l’internazionalismo.

Per l’unità internazionale dei lavoratori !

Contro ogni fronte della guerra imperialista !

Contro ogni missione militare della propria borghesia !