Partito Comunista Internazionale Indice - numero precedente - successivo
 
Communism
edizione in lingua italiana



n.101 - luglio 2026 - Anno XLVIII
aggiornato 5 agosto 2026
[Pdf pg.1]

Ai nostri lettori
La “Grande Vittoria Patriottica”: Festeggia il capitalismo mondiale – democratico, stalinista e post-stalinista – la sottomissione della classe operaia alla seconda guerra imperialista 
Il marxismo e la questione militare: La guerra civile in Russia (continua)
Ricapitolando sulla questione cinese: 14. Verso il disastro del 1927 (continua)
L’India dalle origini alla Stato nazionale: 12. Ghandi e il compromesso con l’imperialismo inglese (continua)
Le ideologie della borghesia: Parte 5. Dante Alighieri (continua)
Razza, classe e questione agraria negli Stati Uniti: Parte 3. La rivoluzione inglese e le colonie (continua)
La Internazionale dei Sindacati Rossi: Parallela involuzione della Internazionale politica e della Internazionale sindacale (continua)
– Per una storia della sinistra del socialismo ottomano e del Partito Comunista di Turchia (Capitoli I, II, III)
Dall’Archivio della Sinistra
   Origini del Partito Comunista di Cina:
     - 1. K. Radek, I compiti del Partito Comunista Cinese
     - 2. Risoluzione approvata dal CE del Comintern sui rapporti del PCdC con il “Partito Kuomintang”
     - 3. Direttive del maggio 1923 del CE dell’IC al Terzo Congresso del PCdCina
     - 4. Manifesto del Terzo Congresso Nazionale del PCdC
     - 5. Risoluzione sul movimento nazionalista e sulla questione del KMT
     - 6. Relazione dell’Ufficio Centrale [del PCdC]
     - 7. PCdC - Risoluzione relativa all’attuazione dei piani per il movimento nazionalista
     - 8. Lettera di Zhang Guotao a G. Voitinsky e Musin








Ai nostri lettori

Dalla presente edizione andiamo a unificare nel titolo, e progressivamente allineare nel contenuto, le nostre due riviste semestrali “Comunismo”, in lingua italiana, e “Communism”, in lingua inglese. In futuro sarà pubblicata anche in altre lingue.

Le due versioni sono da considerare la continuità di ricerche marxiste già presentate nei precedenti 100 numeri di “Comunismo”, regolarmente uscito dal 1979, e dei 52 della “Communist Left”, dal 1990.

Riprodurrà in parallelo i risultati dei nostri studi sulla dottrina e sulla storia del partito e del movimento operaio. Non si tratta di elucubrazioni, scoperte o innovazioni di qualche intellettuale ma il prodotto impersonale di una tradizione e scuola di pensiero che può fiorire solo nell’ambiente solidale e militante del partito comunista. Si tratta delle relazioni esposte e ascoltate alle nostre frequenti riunioni internazionali.

* * *

La Terza Internazionale, un secolo fa, si volle dare un suo organo ufficiale rivolto ai comunisti di tutti i paesi, la “Internationale Presse Correspondenz”. Uscì dal 1921, in stampa successivamente a Berlino, a Vienna e a Londra, rimase sulla linea del comunismo internazionalista e rivoluzionario per pochi anni per poi divenire strumento della propaganda dello Stato russo; fu fatta cessare nel 1938, quando lo stalinismo dichiarò sciolta la Internazionale Comunista, in preparazione all’adesione dell’URSS alla seconda guerra imperialista. Oggi abbiamo un Partito internazionale e non più una Internazionale di partiti. 

Nel suo primo numero, del 24 settembre, si legge questa nota redazionale.

«La stampa di “Internationale Pressekorrespondenz” è intesa a fornire un quadro fedele delle rispettive condizioni politiche ed economiche di tutti i paesi, a illustrare i fenomeni più significativi della lotta di classe proletaria, a descrivere lo stato e i progressi del nostro movimento, nonché trasmettere i comunicati destinati al pubblico del Comitato Esecutivo dell’Internazionale.

«I contributi per la corrispondenza devono essere forniti dai compagni di più impegno ed esperienza di tutti i paesi, che svolgono il loro lavoro in stretta collaborazione con il proprio partito. Grazie alla trasmissione di una conoscenza il più possibile accurata della situazione dei singoli paesi, nonché alla collaborazione internazionale in questo lavoro, si intende rafforzare il legame tra i singoli partiti e facilitare la loro cooperazione».






La Grande Vittoria Patriottica
Festeggia il capitalismo mondiale – democratico, stalinista e post‑stalinista – la sottomissione della classe operaia alla seconda guerra imperialista

In Russia come tutti gli anni si è celebrata la festa del 9 Maggio, ricorrenza della “Grande Vittoria Patriottica”. La borghesia ha bisogno di miti, di eroi e di tombe per nascondere i suoi meschini ed egoistici interessi.

Ma la foto del soldato dell’Armata Rossa che a Berlino issa la bandiera rossa sul tetto del Reichstag continua a rappresentare, per una certa “sinistra”, la vittoria delle “buone” forze democratiche “e/o” comuniste, contro le “maligne” forze nazifasciste. In realtà chi alzava quel vessillo non stava liberando la classe operaia tedesca dal capitalismo, ma imponendo il tallone del capitalismo russo sulle macerie di quello tedesco, chiudendo una guerra che aveva visto il proletariato mondiale come unico vero sconfitto.

Il secondo macello mondiale non fu uno scontro tra opposti metodi di governo – democratico e fascista – ma di un fronte imperialista contro un altro, una contesa in cui la lotta di classe, che solo pochi decenni prima aveva portato il proletariato al potere in Russia, venne totalmente eliminata e nel quale furono massacrati decine di milioni di proletari per interessi a loro estranei.

In Russia, dove andava affermandosi una nascente borghesia, all’ombra di un apparato burocratico statale accentratore, nell’economia si erano consolidate tutte le categorie economiche del capitalismo: beni prodotti da lavoro salariato, da una classe sociale sfruttata con estorsione di plusvalore, e scambiati nel mercato tramite moneta.

La natura truffaldina e impossibile del “comunismo” stalinista l’aveva già svelata Lenin poco dopo la NEP: «Non lo nascondiamo, libertà di commercio significa libertà per il capitalismo (...) noi in una certa misura ricreiamo il capitalismo, si tratta del capitalismo di Stato». Era il 1921 non il 1989! 68 anni prima del “crollo del comunismo” con la caduta del muro di Berlino.

Oggi la mistificazione staliniana continua a pretendere di far passare la Seconda Guerra mondiale come “difensiva”. In realtà l’atteggiamento dello Stato russo non fu affatto neutrale. Prima dell’invasione tedesca, e con l’accordo Molotov-Ribbentrop, si era alleato con la Germania, spartendosi territori e zone d’influenza, invadendo la Polonia, la Romania e la Finlandia, comportandosi come un qualsiasi predone imperialista. E predone imperialista si confermò alla fine della guerra a Yalta, dove Stalin si spartì con Truman e Churchill il bottino di guerra.

Mentre Lenin, con i soldati tedeschi sul suolo russo, anch’essi mandati a morire dalla loro borghesia per fini di mero profitto, uscì dalla Prima Guerra imperialista accettando la pace di Brest-Litovsk, puntando sulla rivoluzione in Europa, Stalin gettò il proletariato nella Seconda: il 17 settembre 1939 invase la Polonia da est mentre i germanici lo facevano da ovest; dopo che i tedeschi dilagarono in Russia nel giugno 1941 si alleò con gli imperialisti “democratici” di USA e Gran Bretagna. Qui l’enorme differenza: il primo per la rivoluzione internazionale, il secondo per la guerra imperialista fra nazioni e il dominio sui mercati.

Nello stalinismo la Patria ha sostituito l’Internazionale, che fu non solo di Lenin ma di tutti i comunisti, successivamente uccisi o emarginati, che avevano militato nella Terza Internazionale, sciolta, non a caso, da Stalin nel 1943. In quella militavano comunisti che ritenevano loro primo dovere diffondere ovunque la rivoluzione dei Soviet, non il falso e impossibile “socialismo in un solo paese”.

La classe lavoratrice ha da difendere solo la propria dittatura, che può essere ancora nazionale, ma per essa è solo una prima battaglia verso la sollevazione vittoriosa dei proletari di tutto il mondo. La dottrina stalinista, e la ulteriormente deteriore post-stalinista odierna, ci racconta che “l’Armata Rossa ci liberò dal nazismo”. Ma quello del 1945 era un esercito imperialista come gli altri che niente aveva in comune con l’Armata Rossa di Trotzki del 1918, votata alla difesa del primo Stato proletario, degli interessi del proletariato internazionale, cioè della vittoria del comunismo in tutti i paesi.

Si dice che l’Europa occidentale fu “liberata” dagli americani e quella orientale dai russi. In realtà in entrambi i casi non vi fu nessuna liberazione e la Seconda Guerra, segnando il trionfo incontrastato del capitalismo a livello mondiale, fu scontro tra predoni dove l’”aggressore” divenne “aggredito” e viceversa. La vittoria russo-anglosassone, nei fatti, condannò l’Europa occidentale al capitalismo “democratico”, l’Europa dell’Est al capitalismo di Stato, entrambe le parti occupate militarmente dagli imperialismi vincitori.

Lo ribadisce Lenin: «Il socialista, il proletario rivoluzionario, l’internazionalista così ragiona: il carattere di una guerra – è essa reazionaria o rivoluzionaria? – non è determinato da chi ha attaccato e in qual paese si trova il “nemico”, ma dipende da questo: quale classe conduce la guerra, di quale politica la guerra è la continuazione» (“La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky”).

I proletari di Budapest e di Praga avranno poi modo di verificare quanto lo Stato dei capitalisti russi fosse poco diverso da quello nazista, con invasioni ed esecuzioni sommarie da parte dei “liberatori” di decine di migliaia di proletari.

Lo stalinismo – che iniziò ad imporsi nel partito comunista russo nella seconda metà degli anni 20 del secolo scorso, a seguito della sconfitta della rivoluzione in Europa, mentre nella ancora arretrata Unione, allora, Sovietica inevitabilmente andava affermandosi il capitalismo, chiamare questo “costruzione del socialismo” rappresentò la pietra tombale della rivoluzione sul piano pratico e il suo totale capovolgimento su quello programmatico.

La sua eredità è purtroppo oggi ancor viva, una visione e una politica che sostituisce alla lotta di classe quella “tra i popoli”, che porta sempre a schierarsi in favore di uno o l’altro imperialismo, e che confonde il comunismo con il capitalismo, più o meno a gestione statale (lo Stato è ormai presente oggi in ogni economia capitalista, Usa inclusi).

In tutto il mondo la classe lavoratrice è stata spaesata e addomesticata dall’influenza devastante dei partiti falsamente comunisti di ispirazione moscovita, prima stalinisti poi anti-stalinisti, che con le loro mistificazioni l’hanno allontanata dalla difesa delle sue condizioni di vita, spacciate da ottenere con riforme legislative ed elezioni e non con la lotta, e soprattutto dai suoi obiettivi futuri: l’abbattimento del regime agonico del capitalismo, che non può essere aggiustato né riformato.

La nostra parola d’ordine, fedele ai princìpi comunisti che furono della Terza Internazionale, è quella di sempre: Contro ogni nazionalismo e parata patriottica, in Europa, negli Stati Uniti, in Russia, in Ucraina, in Cina. Contro ogni pretesto di destra e di sinistra per arruolare gli sfruttati nella guerra generale che si prepara. Viva la rivoluzione dei lavoratori di tutti i paesi contro la propria classe borghese, per affossare il capitalismo!






Il marxismo e la questione militare

(Indice del lavoro)

Parte quinta - Le guerre rivoluzionarie del proletariato

La guerra civile in Russia

(continua dal numero scorso)

Capitoli esposti alla riunione generale del maggio 2026


NEL DONBAS

Il crollo del fronte meridionale

Il fragile equilibrio raggiunto dalle forze sovietiche nel Donbass a metà maggio 1919 si spezzò bruscamente sotto i colpi di una controffensiva bianca coordinata e tecnologicamente superiore, sostenuta nella logistica dall’imperialismo occidentale. A peggiorare la situazione intervenne il collasso definitivo dei rapporti con l’Armata Nera, reazione piccolo-borghese di Machno, e la rivolta di Grigor’ev, che costrinsero il comando bolscevico a distogliere truppe vitali dal fronte per sedare le ribellioni di matrice contadina e sciovinista nelle retrovie.

Prima della rivolta di maggio, Grigor’ev era integrato nell’Armata Rossa come comandante della 6ª Divisione fucilieri ucraina. La rivolta fu caratterizzata dallo slogan contro-rivoluzionario “Soviet senza comunisti”, che invocava un potere locale indipendente dalla direzione bolscevica, dunque privo di una base di classe ed ostile alla dittatura proletariata. Nel maggio 1919 Grigor’ev prese il controllo di vaste aree dell’Ucraina meridionale.

Il giugno del 1919 segnò una pagina nera per la rivoluzione. Mentre le Armate Rosse XIII e XIV si ritiravano in disordine dal bacino del Donec – il Donbass – il generale bianco Maj-Maevskij entrava a Kharkiv il 25 giugno, occupando un nodo ferroviario vitale che gli apriva la strada verso il Nord. Contemporaneamente, sul fronte orientale del settore Sud, il barone Vrangel’ sferrava l’attacco decisivo contro Caricyn (poi rinominata Stalingrado). Vrangel’ mosse da sud l’avanzata verso la città fortificata. Le forze della 10ª Armata Rossa avevano però eretto profonde linee difensive trincerate ed erano difese da artiglieria pesante e navi da guerra fluviali sul Volga.

Vrangel’ comprese che la sola cavalleria non avrebbe potuto infrangere le fortificazioni di Caricyn. Chiese e ottenne dal comando generale massicci rinforzi logistici e tecnologici. I carri armati Mark V e Whippet, forniti dal capitale britannico, appoggiati dal fuoco pesante dei treni blindati, avanzarono compatti aprendo brecce nei reticolati di filo spinato e distruggendo i nidi di mitragliatrici dei rivoluzionari. Dopo aver respinto i precedenti assalti dei cosacchi, le difese della città non ressero alla pressione dell’Armata del Caucaso, che il 30 giugno 1919 conquistò la città, infliggendo ai bolscevichi una cocente sconfitta. Il comando della 10ª Armata Rossa ordinò l’evacuazione totale, che si trasformò rapidamente in una ritirata disordinata oltre il Volga e verso nord.

In questo clima di emergenza, le divergenze sulla centralizzazione militare dello Stato operaio si fecero più aspre. Trotski rintracciò nella caduta della città il tragico scotto pagato al persistere dei deleteri metodi di “guerriglia” e di spontaneismo militare che ancora infettavano i reparti ucraini e la 10ª Armata, insistendo per l’applicazione del tassativo principio di centralizzazione del braccio armato della dittatura proletaria. In un rapporto indirizzato al Comitato Centrale del luglio 1919, ammoniva: «La causa principale dei nostri insuccessi sul fronte meridionale risiede nel fatto che non siamo ancora riusciti a superare lo spirito di guerriglia e il dilettantismo militare (...). Il nostro compito fondamentale è la creazione di un esercito regolare, centralizzato e sottoposto a una ferrea disciplina» (Dal verbale del CC del 4 luglio 1919). La determinazione di Trotski nel liquidare lo spontaneismo e l’illusione democratico-libertaria della guerriglia locale non era un cedimento a forme della reazione borghese, ma il riconoscimento storico di una necessità dello Stato proletario: per difendere la dittatura rivoluzionaria dall’assalto centralizzato del grande capitale internazionale la rivoluzione si deve dotare di un apparato militare altrettanto centralizzato, di ferrea disciplina e, in quel contesto, sottratto alle pressioni della piccola borghesia contadina.

La caduta di Caricyn e Kharkiv fornì a Denikin la base logistica e morale per tentare il colpo finale. Il 3 luglio 1919, proprio dalle strade di una Caricyn appena conquistata, il comandante in capo delle Forze Armate del Sud della Russia emanò la “Direttiva di Mosca”. Denikin fissava gli assi strategici della reazione: «Avendo come obiettivo finale la cattura del cuore della Russia – Mosca – ordinò (...) al generale Maj-Maevskij di avanzare su Mosca in direzione di Kursk, Orël, Tula». Il piano era chiaro: sfruttare lo sbandamento sovietico per una triplice avanzata convergente verso il Cremlino.

La minaccia era ormai esistenziale. Lenin, percependo la gravità del momento e il rischio che le armate bianche potessero ricongiungersi con quelle dell’ammiraglio Kolčak (allora in ritirata dagli Urali sotto i colpi della controffensiva estiva dell’Armata Rossa, ma ancora temibile elemento di accerchiamento), scrisse nel luglio 1919 la celebre lettera circolare: «Tutto deve essere subordinato alla guerra, tutta la vita interna del Paese deve essere subordinata alla guerra. Tutte le altre questioni, tutti i compiti di costruzione economica e amministrativa devono essere subordinati a questo compito (...). Denikin è vicino, ogni esitazione, ogni tentennamento è un crimine» (“Tutti alla lotta contro Denikin!”).

Con i Bianchi padroni del Donbass e del basso Volga, e le armate di Maj-Maevskij già in marcia verso Kursk, la guerra entrava nella fase più drammatica, l’assalto finale al cuore della rivoluzione, uno scenario che avrebbe portato le avanguardie controrivoluzionarie a vedere, per un breve momento, le cupole di Mosca all’orizzonte.


Respinta l’offensiva su Mosca

Convinto che il potere bolscevico fosse sull’orlo del collasso, il generale bianco Denikin ordinò un attacco su tre direttrici: da sud l’Armata dei Volontari di Maj-Maevskij lungo l’asse Kursk-Orël e i cosacchi del Don per Voronež; da est le truppe di Vrangel’ lungo il Volga. L’avanzata fu inizialmente travolgente, alimentata da una superiorità tattica che portò i Bianchi a conquistare Orël il 13 ottobre ponendo le loro avanguardie a soli 350 chilometri da Mosca, mentre il generale Judenic, al comando dell’Armata del Nord-Ovest, minacciava Pietrogrado da sud-ovest agendo come ulteriore braccio dell’accerchiamento controrivoluzionario.

La risposta bolscevica a questa morsa mortale non si fece attendere. Lenin proclamò lo stato di "fortezza assediata" mentre Trotski assunse la direzione delle operazioni militari. Comprendendo che per battere i cosacchi serviva una forza altrettanto mobile, il comandante rivoluzionario lanciò il celebre slogan «la rivoluzione operaia deve creare una potente cavalleria: proletari, a cavallo!». La Konarmija, 1ª Armata a Cavallo, guidata da Semën Budënnyj, fu formalmente decretata nel mese di novembre. Nei giorni cruciali di metà ottobre Trotski perentorio aveva ammonito: «Il destino della Repubblica Sovietica si decide sul Fronte Meridionale. Le bande di Denikin sono penetrate profondamente a nord, catturando Kursk e Orël e minacciando Tula. Il comando dei Bianchi ha puntato tutto su una sola carta: la penetrazione verso Mosca (...). Non un solo pollice di terra deve essere ceduto all’avversario. Il Fronte Meridionale deve essere ripulito. Questo compito è stato assegnato e deve essere eseguito a qualunque costo» (“Al Fronte Sud!”).

La mobilitazione fu totale: migliaia di operai industriali furono inviati al fronte. Trotski impose l’arruolamento di massa degli ex ufficiali zaristi. Tassativa la disposizione del Comitato Centrale: «Tutti gli specialisti militari devono essere sottoposti al più rigoroso, ma cameratesco, controllo dei commissari».

Il destino della rivoluzione si decise nella seconda metà di ottobre.

L’offensiva di Denikin verso Mosca, pur di rilievo tatticamente, soffriva di una debolezza fatale, la sovra-estensione: le linee dei Bianchi si allungavano per oltre mille chilometri, presidiate da truppe esauste e senza riserve.

Inoltre nelle retrovie l’amministrazione bianca aveva restaurato i vecchi rapporti di proprietà, alienandosi definitivamente le masse contadine. Sebbene i contadini avessero subìto le requisizioni dettate dal comunismo di guerra, il ritorno dei proprietari terrieri, protetti dalle baionette di Denikin, appariva un’aperta restaurazione del passato. Mentre le requisizioni bolsceviche rispondevano alla necessità centralizzata di sfamare le città industriali, bastioni della rivoluzione, e l’esercito della dittatura, la reazione di Denikin reinsediava manu militari i vecchi latifondisti, svelando alla classe contadina che l’unica via della loro salvezza risiedeva nel potere centralizzato del proletariato.

Non fu un caso che molti piccoli contadini si arruolassero nell’Armata Rossa, spinti dalla necessità di difendere l’uso della terra, sottratta ai latifondisti, contro la restaurazione dei vecchi rapporti di proprietà, legando così transitoriamente il proprio destino alla difesa dello Stato operaio.

Inoltre fu rilevante il colpo inferto dalle bande dell’anarchico Machno che, con una manovra improvvisa nelle retrovie bianche in Ucraina, tagliarono i flussi di munizioni proprio mentre i bolscevichi lanciavano la loro controffensiva.

Il 20 ottobre 1919 l’Armata Rossa sferrò l’attacco decisivo: il Gruppo d’Urto Lettone riconquistò Orël dopo scontri feroci, mentre il 24 ottobre la cavalleria di Budënnyj e la fanteria di Egorov entravano a Voronež, spezzando in due il fronte bianco. Questo cuneo trasformò la trionfale avanzata di Denikin in una ritirata disordinata verso sud, segnando il fallimento definitivo della “Direttiva Mosca”. Quella che era stata un’avanzata trionfale si trasformò, nel gelo invernale, in una fuga caotica verso il Donbass e il Mar d’Azov.

Lenin nel dicembre, analizzando la situazione, riconobbe l’importanza politica di questa vittoria: «Abbiamo già vinto la parte principale della nostra battaglia (...). La vittoria su Denikin, che è ormai imminente, non è solo la vittoria dell’Armata Rossa, ma la vittoria della rivoluzione proletaria mondiale, che ha dimostrato di saper creare il proprio esercito» (Discorso all’VIII Conferenza del PCR(b), 2 dicembre 1919).

La vittoria permise ai rivoluzionari di consolidare il fronte interno e, una volta scongiurato il pericolo dei Bianchi, di spostare il baricentro militare verso occidente, dove la pressione della Polonia di Piłsudski – nuova pedina dell’imperialismo mondiale – stava ormai per trasformare le schermaglie di confine in un conflitto aperto.


Crimea ultima roccaforte bianca

Dopo il disastro di Novorossijsk nel marzo 1920 – la tragica e caotica evacuazione delle forze bianche e dei rifugiati dalla città portuale sul Mar Nero – e a seguito della caduta di Denikin e della precedente sconfitta della rivolta di Grigor’ev, la guerra civile sembrava ormai volgere al termine. Tuttavia nel Sud resisteva un ultimo, ostinato baluardo controrivoluzionario, che mantenne la penisola di Crimea una spina nel fianco per la dittatura del proletariato.

Nell’aprile del 1920 i resti dell’Armata dei Volontari e delle formazioni cosacche avevano trovato rifugio oltre l’istmo di Perekop. In questo scenario di sbandamento, il generale Pëtr Vrangel’, noto come “Barone Nero”, assunse il comando supremo dopo le dimissioni di Denikin, ribattezzando le truppe superstiti come "Armata Russa" riorganizzate per un’ultima disperata resistenza.

A differenza di Denikin, Vrangel’ aveva compreso che la sola forza militare non sarebbe bastata. Tentò una tardiva riforma agraria per accattivarsi le masse contadine e cercò il riconoscimento formale della Francia, trasformando la Crimea in una sorta di “Stato modello” antibolscevico, estremo esperimento della reazione, sostenuta dal capitalismo francese, a svelare il definitivo fallimento storico delle varianti democratico-borghesi della controrivoluzione. La tardiva riforma agraria di Vrangel’, un espediente demagogico, dimostrava che la reazione, privata del vecchio apparato zarista, avrebbe potuto sopravvivere solo come pura enclave coloniale del grande capitale finanziario internazionale.

La resistenza di Vrangel’ pose il comando bolscevico davanti a un dilemma strategico. Mentre la Polonia di Piłsudski – avanguardia dell’imperialismo occidentale – lanciava la sua offensiva su Kiev, l’Armata Rossa non poteva concentrare tutte le sue forze a occidente, poiché Vrangel’ minacciava costantemente di uscire dalla penisola per riconquistare il bacino del Donbass e le terre del grano.

Lenin, lucido nell’analizzare il pericolo di una manovra a tenaglia tra Polonia e Crimea, ribadì con estrema urgenza durante la IX Conferenza del Partito, nel settembre del 1920: «Vrangel’ è il nostro nemico principale e più pericoloso. Finché Vrangel’ non sarà liquidato completamente la Repubblica non sarà libera di respirare (...). È un ascesso che deve essere inciso».

Trotski, nonostante fosse impegnato a organizzare la difesa contro l’azione polacca, pianificò la successiva apertura di un nuovo Fronte Sud. Il comandante rivoluzionario non usò mezzi termini nel definire l’armata di Vrangel’ strumento degli imperialismi: «Il barone Vrangel’ è un mercenario del capitale di borsa francese, poiché esegue gli ordini dei suoi padroni dell’Intesa. Ma noi diciamo: chiuso il fronte polacco, ci abbatteremo sul nido crimeano» (“Pensiero Militare e Rivoluzione”, 1920).

Vrangel’ durante l’estate del 1920 riuscì effettivamente a lanciare alcune sortite nel Nord della penisola, approfittando della marcia rossa verso Varsavia. Tuttavia la sua base sociale rimaneva troppo ristretta e le sue risorse limitate.

La spedizione di Vrangel’, ultimo atto della guerra civile in Russia, costrinse i bolscevichi a un estremo sforzo militare, dividendo le forze tra il fronte polacco e quello in Crimea. Solo dopo il cessate il fuoco con la Polonia, nell’autunno del 1920, l’Armata Rossa poté riversare una massa d’urto schiacciante sull’istmo di Perekop, ponendo fine all’epopea controrivoluzionaria bianca.

Questo capitolo chiude definitivamente l’epoca delle contese interne contro i resti dello zarismo. La temporanea risoluzione del conflitto con la Repubblica Polacca, sancita dall’armistizio di ottobre, aveva infine permesso allo Stato operaio di concentrare il proprio braccio armato a Sud, scompaginando l’ultimo ridotto della reazione imperialista prima di ridefinire i confini, e il futuro della rivoluzione in Europa.



LA GUERRA SOVIETICO‑POLACCA

Una strategia rivoluzionaria internazionale

Per comprendere appieno il conflitto con la Polonia occorre riprendere il filo del contesto storico che ne aveva delineato le premesse, periodo che vedeva l’assetto imperiale europeo subire un radicale mutamento. Si assisteva al crollo di quattro grandi imperi: quello russo, travolto dalla rivoluzione; quello tedesco, uscito sconfitto dalla prima guerra mondiale; quello austro-ungarico, da cui sorsero diversi Stati indipendenti; e, infine, quello ottomano, anch’esso sconfitto e in piena fase di smantellamento.

Con il trattato di Brest-Litovsk (marzo 1918), la Russia rivoluzionaria era stata costretta a cedere vasti territori (Ucraina, Bielorussia, Repubbliche Baltiche), finiti sotto l’occupazione dell’Ober Ost, il comando tedesco dell’Est. Come descritto nei capitoli precedenti, la pace firmata con gli Imperi Centrali per i bolscevichi non intendeva costituire un accordo “permanente”, ma quello che Lenin aveva definito una “peredyška”, un riprendere il fiato, una tregua necessaria per consolidare la dittatura proletaria in attesa dell’esplosione rivoluzionaria in Occidente.

La strategia di Lenin di cedere spazio per guadagnare tempo trovò la sua validazione storica tra l’ottobre e il novembre 1918, quando l’Impero Guglielmino implose internamente firmando l’Armistizio di Compiègne. Nel suo XII articolo veniva imposto ai tedeschi di ritirarsi dai territori russi, ma solo quando gli Alleati dell’Intesa lo avessero ritenuto opportuno, nell’intento di utilizzare le truppe tedesche come cordone sanitario contro il virus bolscevico. I soldati tedeschi però iniziarono a formare i "Consigli dei Soldati" (Soldatenräte) e ad abbandonare il fronte spontaneamente, fraternizzando con il “nemico”.

Questa disgregazione si diffuse grazie anche alla scientifica e massiccia attività di propaganda diretta dal Bureau della Stampa Internazionale bolscevico. I comunisti russi rispolverarono la grande lezione metodologica della vecchia Iskra, “La Scintilla” – il giornale fondato da Lenin nel 1900 per il quale «da una scintilla scoppierà l’incendio» – applicando quel modello di agitazione politica centralizzata direttamente nelle trincee imperialiste.

Questa propaganda non aveva nulla a che spartire con le successive degenerazioni del patriottismo nazionale russo. Si trattava della traduzione pratica della nozione marxista: la penetrazione della coscienza di classe dall’esterno nel corpo di un esercito imperialista in sfacelo, sulla ferrea base dell’internazionalismo proletario, unico strumento capace di trasformare la guerra imperialista in guerra civile.

Mentre i diplomatici borghesi discutevano a Versailles i bolscevichi si davano all’agitazione politica internazionale puntando sulla strategia di scardinare dall’interno l’apparato bellico del capitale. Attraverso la Sezione Tedesca del Bureau – istituita presso il Commissariato del Popolo per gli Affari Esteri, poi sotto la direzione del Comitato Esecutivo Centrale – il governo sovietico inondava le trincee e le caserme dell’Ober Ost di volantini e manifesti. Il fulcro di questa offensiva di classe, iniziata alla fine del 1917 con la testata Die Fackel, La Fiaccola, si era sviluppato nel 1918 attraverso il quotidiano in lingua tedesca Der Völkerfriede, La Pace tra i Popoli. Stampato in tirature giornaliere che sfioravano il milione di copie, il giornale era distribuito capillarmente dai reparti d’assalto e dai treni d’agitazione bolscevichi lungo tutte le linee d’occupazione dell’Est. I fogli incitavano i soldati dell’Imperatore a seguire l’esempio russo: ribellarsi, destituire gli ufficiali, formare i propri Soldatenräte, Consigli dei Soldati, e, ritornati in patria, abbattere il potere borghese.

Nelle baracche dell’Ober Ost l’“Appello del Comitato Esecutivo Centrale ai soldati tedeschi”, del novembre 1918, risuonava i canoni del più puro internazionalismo proletario: «Soldati tedeschi! L’ora è giunta. I vostri capitalisti vi hanno mentito dicendo che difendevate la patria. Essi difendevano solo i loro profitti. Seguite l’esempio dei vostri fratelli russi. Alzate la bandiera rossa nei vostri reggimenti. Fraternizzate con i soldati dell’Armata Rossa. La salute del mondo non è nei trattati dei diplomatici ma nella dittatura internazionale del proletariato».


Dalla sopravvivenza all’offensiva

I comunisti attendevano imminente il collasso tedesco che avrebbe reso il trattato di pace solo un pezzo di carta destinato a bruciare nell’incendio della Rivoluzione tedesca. Per Lenin non era solo una vittoria diplomatica ma la dialettica conferma delle tesi espresse da anni.

Appena giunse la notizia della rivoluzione in Germania, il governo sovietico dichiarò nullo il diktat di Brest-Litovsk. Lenin spiegò che l’annullamento del trattato non era solo un atto legale ma una necessità storica. Con il crollo tedesco Lenin previde che Francia e Inghilterra avrebbero cercato di usare la ricostituita Polonia come nuovo cordone sanitario. Analizzata la portata degli eventi per il capo bolscevico la prospettiva internazionalista era ormai l’unica realtà concreta: «La crisi in Germania è scoppiata (...). Ora anche il cieco vede che la rivoluzione internazionale è una realtà (...). Il proletariato russo segue gli avvenimenti con il cuore e con l’anima, inviando il suo aiuto materiale alla rivoluzione tedesca» (Discorso alla seduta comune del Comitato Esecutivo Centrale di tutta la Russia (VCIK), 22 ottobre 1918).

Il documento che annullò ufficialmente il trattato era ancora più esplicito sulla questione territoriale: «Le masse lavoratrici di Russia, Ucraina, Lettonia, Estonia, Lituania, Bielorussia, Polonia, Finlandia, Crimea e Caucaso, liberate dalla rivoluzione tedesca dal giogo di un trattato di rapina dettato dal militarismo tedesco, sono chiamate ora a decidere esse stesse il proprio destino. Al posto della pace imperialista deve subentrare la pace socialista» (Decreto del VCIK del 13 novembre 1918). Si ribadisce poi in altri scritti che una pace basata sulla piena autodeterminazione dei lavoratori non poteva essere raggiunta senza la distruzione del potere delle classi dominanti.

Il gigante rivoluzionario in Russia, che aveva dovuto cedere spazio per guadagnare tempo, appariva ora la retroguardia di un esercito mondiale: «La crisi in Germania è solo all’inizio. Finirà inevitabilmente con il passaggio del potere politico nelle mani del proletariato tedesco (...). Da un lato siamo più vicini che mai alla rivoluzione internazionale, dall’altro siamo nella situazione più pericolosa, perché l’imperialismo anglo-francese ha già vinto la Germania, ma essa è in preda a un’ebollizione che lo stesso imperialismo cercherà di soffocare» (Rapporto sulla situazione internazionale, 22 ottobre 1918).

Il ritiro tedesco aveva creato infatti una terra di nessuno che la Polonia di Piłsudski, nuovo cane da guardia degli interessi franco-inglesi, si affrettò a colmare, trasformando la ritirata dei vecchi imperi in un nuovo fronte di guerra.

I primi scontri armati tra le avanguardie degli eserciti russo e polacco si verificarono già il 14 febbraio 1919 a Bereza Kartuska, città di confine, oggi situata in Bielorussia, anticipando la rottura definitiva degli equilibri territoriali e l’inizio della guerra sovietico-polacca.

La Polonia si imponeva come una barriera geografica fra i due incendi rivoluzionari, il russo e lo imminente tedesco. Occorreva trasformare la guerra di difesa in una marcia verso l’Ovest per portare soccorso alla rivoluzione a Berlino. In una nota inviata a Trotski e a Sverdlov il 3 ottobre 1918 Lenin scrisse istruzioni militari precise: «Dobbiamo avere entro la primavera un esercito di tre milioni di uomini. Questo esercito ci aiuterà a sostenere la rivoluzione operaia internazionale».

Trotski, nel delineare i compiti operativi dei reparti in marcia verso la frontiera occidentale, chiarì la natura strettamente di classe e internazionalista della spinta verso Varsavia, spogliandola di qualsiasi parvenza di espansionismo nazionale: «La pianura polacca deve diventare il ponte su cui la rivoluzione russa si unirà alla rivoluzione tedesca. Ma la borghesia polacca cerca di trasformare questo ponte in un muro per sbarrarci la strada. Voi, soldati dell’Armata Rossa, ricordate che non marciate contro i lavoratori polacchi, ma andate a liberarli dal giogo dei loro capitalisti» (Ordine del Giorno n.66 ai soldati dell’Armata Rossa, 6 dicembre 1918).

L’Armata Rossa come “ponte” esprimeva l’essenza della tattica rivoluzionaria comunista prima delle successive distorsioni controrivoluzionarie staliniane: l’avanzata militare non obbediva a logiche di geopolitica nazionale o di espansione territoriale dello Stato russo, ma era subordinata interamente alle necessità dello scontro di classe continentale. Per i bolscevichi lo Stato operaio non era un fine in sé, ma una porzione di territorio conquistato dal proletariato mondiale, da utilizzare come base logistica e militare per propagare la rivoluzione proletaria in tutti i paesi.

Tale impostazione conferma che la “questione polacca” non esisteva se non come parte dello scontro globale tra proletariato e capitale, e che l’esercito rosso era forgiato come lo strumento per abbattere la reazione di tutte le classi dominanti europee.

La saldatura teorico-organizzativa di questo processo si compirà pochi mesi più tardi a Mosca, nel corso dell’assise di fondazione della Nuova Internazionale, dove Lenin ribadirà la funzione dello strumento militare sovietico per i compiti storici dell’avanguardia mondiale: «Se siamo stati capaci di resistere all’assalto dei mercenari del capitale internazionale è perché abbiamo saputo creare un esercito di classe. La fondazione della Terza Internazionale non è un semplice manifesto di princìpi, ma poggia sul fatto che il proletariato internazionale possiede già la sua prima avanguardia organizzata e armata nell’Armata Rossa, lo strumento dialettico per l’abbattimento della dittatura della borghesia in Europa» (Verbali del marzo 1919, Rapporto sulla democrazia borghese e sulla dittatura del proletariato).


L’Operazione Bersaglio

Trotski comprese che l’Armata Rossa doveva avanzare “sulle orme” dei tedeschi in ritirata, prima che le classi dominanti polacche o le forze nazionaliste locali – espressione della piccola borghesia rurale – potessero organizzarsi. In questo scenario, il 16 novembre 1918 viene ufficialmente formalizzata la creazione dell’Armata Occidentale e lanciata l’Operazione Mišen’ ("Bersaglio"), un’offensiva volta a rioccupare i territori occidentali.

Non ci fu una formale dichiarazione di guerra, l’Armata Rossa non cercava lo scontro frontale con i reparti tedeschi in ritirata, ma ne tallonava i movimenti per occupare i territori che abbandonavano, sottraendoli preventivamente alle forze della reazione. Questa avanzata, scientificamente pianificata dal comando rivoluzionario, rispondeva alla duplice necessità di favorire la fraternizzazione con i soldati tedeschi e di requisire i loro immensi depositi di armi e munizioni prima che potessero cadere nelle mani delle bande controrivoluzionarie o dei nuovi reggimenti polacchi finanziati dall’Intesa.

Per il comando rivoluzionario l’Operazione Mišen’ non costituiva un’aggressione nazionale ma il compimento del più puro dovere internazionalista: colmare il vuoto lasciato dal crollo di un vecchio imperialismo per impedire il consolidarsi di un nuovo potere capitalistico, facendo dell’Armata Occidentale il ponte d’acciaio verso il proletariato insorto di Berlino. Trotski descrisse questa missione strategica nell’Ordine del Giorno n.64 del novembre 1918: «L’Armata Rossa è stata creata per difendere la Repubblica Sovietica dall’imperialismo. Ma oggi l’imperialismo tedesco sta crollando. Il nostro compito ora non è semplicemente difendere la nostra casa. L’Armata Rossa della Russia Sovietica è il distaccamento d’avanguardia della rivoluzione proletaria in tutta Europa».

Pochi giorni dopo ribadì il concetto: «I confini della Russia sovietica hanno cessato di esistere per noi non appena la classe operaia tedesca ha impugnato le armi. La nostra armata non è lo strumento di una difesa nazionale, ma l’organo della rivoluzione internazionale».

L’applicazione pratica di questa strategia trovò la sua prima prova nell’avanzata verso i territori bielorussi. Uno dei momenti emblematici di questa transizione dalla difesa all’offensiva internazionalista fu l’occupazione di Minsk, nel dicembre 1918, favorita dal rapido sfaldamento della 10ª Armata tedesca. I soldati dell’Ober Ost, logorati dalla guerra e attratti dalle parole d’ordine dei bolscevichi, preferirono trattare direttamente con i delegati sovietici i tempi del ripiegamento piuttosto che ingaggiare nuovi combattimenti.

In questo contesto l’Armata Rossa ricevette l’ordine di procedere verso ovest in un’avanzata, che Trotski definì una “passeggiata militare”, che andava a occupare giorno dopo giorno il terreno evacuato dai tedeschi. L’operazione fu condotta dalla Divisione dei Fucilieri di Pskov, integrata nell’Armata Occidentale. Il movimento delle truppe seguì le linee ferroviarie che collegavano Smolensk a Minsk: i rivoluzionari avanzavano su treni corazzati, occupando le stazioni non appena l’ultimo vagone tedesco abbandonava i binari. Non vi fu resistenza da parte delle deboli milizie della Repubblica Popolare Bielorussa, né dei distaccamenti della Samoobrona polacca (forze di “Autodifesa” composte da proprietari terrieri e volontari locali legati a Varsavia) i quali, privi dell’artiglieria pesante che i soldati tedeschi si erano rifiutati di cedere loro, furono costretti a ripiegare verso la Lituania o a sciogliersi.

Trotski commentò l’avanzata in un discorso al Soviet di Mosca il 23 novembre 1918: «Le truppe sovietiche hanno ricevuto l’ordine di seguire da vicino le truppe tedesche in ritirata per proteggere la terra dei lavoratori contro il saccheggio delle bande della borghesia. Questa non è un’invasione ma la liberazione dei fratelli lavoratori della Bielorussia, della Lituania e dell’Ucraina. Il nostro compito non è la conquista, ma l’alleanza rivoluzionaria».

Lenin, in un telegramma del 29 novembre 1918, mentre l’Armata Occidentale marciava verso Minsk, tornò a smentire l’equivoco e l’ideologia del nazionalismo borghese: «Con l’avanzata delle nostre truppe verso ovest e in Ucraina si rende assolutamente necessario creare dei governi sovietici locali nelle regioni liberate. Questo è indispensabile per non dare adito ai nazionalisti dei paesi limitrofi di considerare il movimento delle nostre unità come un’occupazione. Siete pregati di dare ai comandi delle divisioni interessate l’ordine di sostenere in tutti i modi la formazione di governi sovietici in Lettonia, Lituania, Ucraina e Bielorussia».

Questa strategia portò il 1° gennaio 1919 alla proclamazione della Repubblica Socialista Sovietica Bielorussa. Salutando la caduta della città di Minsk e la nascita del nuovo organismo sovietico, Lenin ribadì al Comando del Fronte Occidentale che il successo militare doveva essere inteso esclusivamente come volano per la sollevazione dei paesi confinanti: «La liberazione di Minsk e la nascita della Repubblica Sovietica Bielorussa dimostrano che la marcia delle nostre forze risponde alle necessità della storia rivoluzionaria. Il compito dei comandi militari non è solo mantenere l’ordine ma stabilire immediatamente il contatto con i Comitati operai polacchi clandestini oltre la linea del fronte. L’Armata Rossa non riconosce i confini della diplomazia borghese».

Le perentorie direttive sull’immediata proclamazione dei governi sovietici locali e sul legame con la clandestinità operaia polacca confermano la reale sostanza della tattica bolscevica: la distruzione dello Stato borghese e l’instaurazione della dittatura del proletariato non sono processi chiudibili entro coordinate nazionali. La proclamazione della Repubblica Sovietica Bielorussa non rispondeva alla nascita di un nuovo Stato-nazione “protetto” da Mosca, ma all’estensione geografica della dittatura proletaria.

La facilità della penetrazione iniziale alimentò tuttavia nei dirigenti bolscevichi la speranza che la Polonia sarebbe caduta con la medesima rapidità. Si trattava di una sottovalutazione della forza ideologica del nascente nazionalismo polacco, il quale, facendo leva sul sentimento patriottico della piccola borghesia e dei contadini proprietari, stava già forgiando un esercito regolare modernamente equipaggiato, finanziato dal grande capitale europeo, in particolare da quello francese.


L’occupazione di Vilnius

Nel gennaio 1919 l’occupazione di Vilnius rappresentò lo spartiacque tra la fase della “corsa verso il vuoto” e della guerra frontale. Se la caduta di Minsk era stata una parata ferroviaria senza colpo ferire, Vilnius fu il primo vero scontro in cui il sangue dei soldati sancì sul campo l’incompatibilità tra la controrivoluzione, che si esemplificava nel progetto della “Grande Polonia” di Józef Piłsudski, e la Rivoluzione proletaria.

Con il completamento dell’evacuazione tedesca, la città rimase contesa tra le forze della Samoobrona e le avanguardie bolsceviche locali. Il 1° gennaio 1919 i miliziani polacchi presero il controllo dei punti strategici della città, cacciando il Soviet operaio che si era costituito clandestinamente. Si trattò tuttavia di un successo effimero. L’Armata Rossa scagliò immediatamente contro la città la Divisione dei Fucilieri Internazionali, un’unità d’élite composta da rivoluzionari russi, lituani e bielorussi. Fu uno scontro brutale: i combattimenti casa per casa si protrassero nelle strade del centro fino al 5 gennaio, quando le milizie polacche, terminata ogni scorta di munizioni e prive di rinforzi da Varsavia, furono costrette a una ritirata disperata verso i boschi occidentali.

A ridosso della presa della città Trotski emanò un ordine del giorno tornando a ribadire l’essenza non nazionale della vittoria: «Il proletariato russo non dimentica per un solo istante che il suo destino è legato a quello della classe operaia di tutti i paesi (...). Noi non andiamo come conquistatori ma come fratelli d’armi in aiuto di coloro che spezzano le proprie catene. Le frontiere erette dal capitalismo stanno crollando sotto i colpi della rivoluzione mondiale».

Per difendere l’azione dall’accusa di imperialismo mossa dalle potenze dell’Intesa e dimostrare che l’Armata Rossa non stava occupando un territorio straniero ma fornendo scudo a una repubblica sorella, la direzione bolscevica sanzionò formalmente Vilnius capitale della neonata Repubblica Sovietica di Lituania, che poche settimane dopo si sarebbe fusa con quella bielorussa nella Repubblica Socialista Sovietica di Lituania e Bielorussia (la cosiddetta Litbel).

Stalin, ancora comunista, Commissario del Popolo per le Nazionalità, ricordò sulle colonne della Pravda come la necessità di consentire l’autodeterminazione dei popoli dovesse subordinarsi agli interessi superiori della lotta di classe internazionale: «I signori dell’Intesa interpretano questo processo come un’occupazione da parte delle truppe sovietiche, e i governi borghesi di queste regioni, nati ieri, gridano all’“imperialismo rosso” dei bolscevichi (...). È evidente che la formazione di governi sovietici in Ucraina, in Bielorussia, in Lettonia, in Lituania, in Estonia, che spezza il vecchio muro di sbarramento tra la Russia rivoluzionaria e l’Occidente, distrugge i piani dell’Intesa volti a creare Stati-cuscinetto e a isolare il bolscevismo, agevolando le forze della reazione» (“La rivoluzione in Occidente”, Pravda, n.24, 1° febbraio 1919).

La controrivoluzione degli anni successivi, insinuandosi nelle strutture del partito e della Terza Internazionale, abbandonerà gradualmente la prospettiva della rottura del fronte capitalistico e della rivoluzione mondiale per ridursi alla difesa dei confini dello Stato nazionale russo.


La resistenza polacca

L’avanzata polacca verso est nel corso del 1919 rappresenta un momento cruciale nello scontro frontale tra la rivoluzione proletaria e la reazione capitalista, eventi che vanno letti come il tentativo delle potenze borghesi dell’Intesa di soffocare nel sangue la rivoluzione. Józef Piłsudski, pur ammantandosi di retorica patriottica, fu il braccio armato di questa operazione, un “gendarme” del capitale incaricato di erigere una barriera tra il focolaio rivoluzionario russo e il proletariato tedesco in fermento, cercando di frantumare l’unità territoriale del potere sovietico prima che il contagio rivoluzionario potesse divampare nelle metropoli industriali dell’Occidente.

Il primo atto di questa aggressione si consumò nell’aprile 1919 con la ripresa di Vilnius. Piłsudski entrò in città come il restauratore dei rapporti di proprietà fondiari, liquidando con la forza i Consigli operai.

A Mosca eravamo consapevoli della natura di classe di quel conflitto. Già nel marzo 1919 Lenin, parlando al Primo Congresso dei Lavoratori della Terra di Russia, aveva smascherato la funzione storica dello Stato polacco appena ricostituito: «L’indipendenza della Polonia è necessaria per l’imperialismo occidentale affinché serva da barriera contro i bolscevichi».

Questa stessa posizione internazionalista era rivendicata in Italia dalla Sinistra comunista che nel corso del 1919, sulle colonne de “Il Soviet”, denunciava senza mezzi termini la falsa emancipazione polacca: «La repubblica polacca, nata dall’ipocrisia di Versailles, non è una nazione che si libera, ma una fortezza che il capitalismo occidentale edifica contro la Russia dei Soviet. La patria polacca è la prigione del suo proletariato». Per la nostra corrente la denuncia delle trame imperialiste a Versailles affermava un cardine della critica marxista al principio borghese di nazionalità. La frazione comunista in Italia, anticipando la rottura formale con il massimalismo riformista, dimostrava che lo Stato polacco appena sorto non possedeva alcuna carica progressiva: esso nasceva già controrivoluzionario, un vassallo del capitale franco-inglese incaricato di fungere da gendarme contro lo Stato operaio.

Purtroppo la capacità di risposta del potere sovietico era drasticamente limitata dalla geografia della guerra civile: mentre il fronte occidentale cedeva sotto i colpi di Piłsudski, ad est l’Armata Rossa era impegnata in un duro scontro contro le armate dell’ammiraglio Kolčak, che dalla Siberia minacciavano di passare gli Urali. Questa morsa costrinse Trotski a difendere anche il fronte orientale, lasciando in quei mesi le frontiere polacche presidiate solo da unità secondarie.

L’offensiva polacca ne approfittò, portandosi a rioccupare Minsk nell’agosto 1919. Questo colpo permise alle forze bianche polacche di attestarsi sulla linea della Beresina, un affluente del Dnepr, consolidando il controllo su territori dove il conflitto di classe tra il contadino bielorusso e il latifondista polacco era più acuto. Trotski analizzò questo avanzamento, con il rigore del materialismo dialettico, negli Ordini del Giorno militari dell’autunno 1919: «Dietro la Polonia c’è l’imperialismo francese; essa riceve le sue armi dalla Francia, riceve denaro dalla Francia, riceve istruttori dalla Francia. La Polonia non è altro che l’avamposto militare dell’imperialismo internazionale contro la Repubblica dei Soviet». E ancora «La Polonia borghese è soltanto un’agenzia capitalista e un vassallo dell’Intesa, destinata a fungere da barriera contro la Russia rivoluzionaria».

Inoltre metteva in guardia il proletariato polacco sotto le armi attraverso i manifesti d’agitazione dell’Armata Rossa: «Il soldato polacco è un operaio o un contadino. La cricca dominante lo sta ingannando con la favola della difesa nazionale. Ma quando l’avanguardia dell’Armata Rossa si avvicinerà a Varsavia, il proletariato polacco vedrà che noi non portiamo l’oppressione russa, ma la liberazione sociale. Il soldato polacco comprenderà allora che la sua baionetta è stata messa al servizio dei latifondisti contro i suoi stessi fratelli di classe».

Lo stallo militare che seguì la presa polacca di Minsk si rivelò una tregua effimera. Dietro la decisione di Józef Piłsudski di arrestare la marcia delle sue truppe non vi era un desiderio di pace, ma un calcolo strategico. La borghesia polacca non intendeva agevolare la controrivoluzione in Russia guidata da Denikin e Kolčak: una restaurazione zarista o nazionale russa – fondata sul dogma di una Russia “unica e indivisibile” – avrebbe rappresentato una minaccia mortale per l’indipendenza polacca. Trotski, nella sua relazione al Comitato Esecutivo Centrale Panrusso sell’ottobre 1919, mise a nudo questa contraddizione interna alle forze della reazione capitalistica, e come la borghesia polacca preferisse momentaneamente la vicinanza dei bolscevichi alla sua distruzione per mano dei Bianchi: «La Polonia non ha aiutato Denikin solo perché sapeva che, se Denikin avesse vinto, il generale zarista avrebbe marciato su Varsavia per restaurare l’Impero. La borghesia polacca preferisce per ora la nostra vicinanza alla distruzione totale della sua indipendenza da parte dei Bianchi».

Questo clima di tensione, unito alla necessità di liquidare definitivamente Kolčak ad est prima di poter concentrare le forze ad ovest, portò alla risposta bolscevica contro l’offensiva polacca su Kiev del 1920, intesa dai bolscevichi come necessità storica per rompere l’assedio del capitale e ristabilire il contatto con le masse sfruttate dell’Europa centrale.

(continua al prossimo numero)








Origini del Partito Comunista di Cina

Capitoli esposti alla riunione generale del maggio 2026

(continua dal numero scorso)


14. Verso il disastro del 1927

14.1 – La teoria della “rivoluzione nazionale”

Come descritto nei capitoli precedenti, la maggioranza dei comunisti cinesi si era mostrata critica nei confronti dell’idea di entrare nel Kuomintang. Il partito cinese aveva accettato di unirsi al Kuomintang in occasione del 3° Congresso del Partito, tenuto nel giugno 1923 a Canton, solo per rispetto della disciplina internazionale e contro la propria convinzione. Molti comunisti cinesi continuarono a criticare quella tattica, ritenendo che l’adesione a quello che veniva definito un blocco poli-classista comportasse la subordinazione del proletariato cinese alla borghesia.

L’adesione dei comunisti a titolo personale nel Kuomintang inizialmente sembrò avere successo: nel gennaio del 1924 il Kuomintang convocò a Guangzhou un Primo Congresso di Riorganizzazione dove diversi dirigenti comunisti furono eletti nel Comitato Esecutivo Centrale, furono associati consiglieri politici e militari sovietici, la maggior parte delle sezioni locali del Kuomintang caddero sotto il controllo comunista e in generale già nel 1924 l’attività dei comunisti vi si sviluppò ampiamente.

Il primo tentativo del partito di rompere con l’organizzazione nazionalista provenne nientemeno che dal dirigente più importante del partito, Chen Duxiu, che in questa occasione fu sostenuto da Cai Hesen e Mao Zedong. A tutti i comitati e alle cellule del partito furono inviate direttive per prepararsi a una scissione dal Kuomintang. Tuttavia, Voitinsky, in rappresentanza del Comintern, e Borodin, in rappresentanza dell’Unione Sovietica, si opposero a questa mossa e ne impedirono l’attuazione.

A questo tentativo fallito seguì un compromesso raggiunto al 4° Congresso del Partito Comunista Cinese, tenutosi nel gennaio 1925 a Shanghai. A causa della tenace opposizione di numerosi compagni, tra cui Chen Duxiu, ad alcuni comunisti fu concesso di non aderire al Kuomintang. Ciononostante la direttiva rimase quella.

Fu riproposta allora la teoria della rivoluzione nazionale, le cui argomentazioni saranno così riassunte dal comunista Zheng Chaolin nella sua storia del partito cinese e dell’opposizione, “Chen Duxiu e i trotzkisti”:

«La Cina non potrebbe realizzare la rivoluzione socialista proletaria senza prima passare attraverso la rivoluzione nazionale, cioè la rivoluzione democratico-borghese; il proletariato dovrebbe quindi lottare per guidare la rivoluzione nazionale. Si trattava di una teoria nuova nella storia del PCdC. Sappiamo che prima del Primo Congresso del PCdC tutti consideravano la rivoluzione cinese simile, per carattere, alla Rivoluzione d’Ottobre russa (...)

«Prima e durante il Primo Congresso non esisteva alcuna teoria – nemmeno un accenno – secondo cui fosse necessario completare la rivoluzione democratico-borghese prima di avviare la rivoluzione socialista proletaria. Dopo il Primo Congresso fu sollevata la questione della cooperazione con il Kuomintang. Fu discussa al Secondo Congresso e nuovamente alla Conferenza del Lago dell’Ovest, finché il Terzo Congresso decise di unirsi al Kuomintang. Ma la questione fu sollevata come una tattica, nell’ottica di come sviluppare in modo ancora più rapido ed efficace il movimento rivoluzionario e le forze del Partito (...)

«Ma dopo che la decisione di cooperare con il Kuomintang fu presa e attuata e dopo l’alleanza tra il Kuomintang e la Russia, quando i sovietici inviarono in Cina consiglieri, fondi e armamenti per aiutare il Kuomintang, la vecchia formula tattica non era più sufficiente e la questione dovette essere riformulata in termini strategici: la vecchia linea della “cooperazione tra Kuomintang e comunisti” doveva essere sostituita da una fondata sui princìpi e sui fondamenti della teoria marxista. Nacque così la “teoria della rivoluzione nazionale”, che poneva l’accento sulla necessità di portare a termine la rivoluzione democratico-borghese prima di passare alla rivoluzione socialista-proletaria. C’erano fondamenti per una tale teoria? (...)

«I russi avevano compiuto la rivoluzione socialista-proletaria ancor prima di portare a termine quella democratico-borghese; quella rivoluzione democratico-borghese in Russia si era completata come un sottoprodotto della rivoluzione socialista-proletaria.

«Il secondo argomento principale legato alla “teoria della rivoluzione nazionale”, ovvero che il proletariato debba lottare per dirigerla, è chiaramente secondario e, da un punto di vista marxista, di natura puramente superficiale. Prima della rivoluzione, l’idea di Lenin secondo cui il proletariato dovesse guidare la rivoluzione borghese russa si basava sulla convinzione che la borghesia russa avesse già perso il proprio ruolo rivoluzionario. Come poteva conciliarsi con la lotta per l’egemonia proletaria nella rivoluzione l’idea che la borghesia cinese avesse ancora un ruolo rivoluzionario da svolgere, che dovesse essere generosamente aiutata con fondi, armi e consiglieri, e che il Partito Comunista dovesse addirittura essere indotto ad aderire al Kuomintang come una sua ala?».

Il 30 maggio 1925 a Shanghai una manifestazione operaia contro l’imperialismo britannico, appoggiata dal Partito Comunista, sfociò in uno sciopero generale che coinvolse l’intera città. Gli operai avevano manifestato in solidarietà con uno sciopero in un cotonificio di proprietà giapponese. La polizia municipale di Shanghai, sotto controllo britannico, aprì il fuoco sui manifestanti. La risposta degli operai fu immediata. Nel giro di un paio di settimane non solo Shanghai ma anche Canton e Hong Kong furono paralizzate dallo sciopero generale.

L’incidente del 30 maggio 1925 e l’ondata di scioperi che ne seguì avevano dimostrato che, nonostante l’affiliazione al Kuomintang, il partito si era posto alla guida della classe operaia cinese. A Shanghai lo sciopero generale era stato organizzato dall’Unione Generale del Lavoro, guidata dal partito. A Canton e Hong Kong non solo i sindacati erano diretti dal partito, ma lo sciopero era stato organizzato da una Conferenza di delegati operai, praticamente un soviet, che gestiva ospedali, scuole e tribunali.

Il Partito Comunista interpretò il significato del Movimento del 30 Maggio in due modi: da un lato si riteneva che si dovesse continuare a costruire un partito con una base indipendente nella società cinese, senza fare affidamento sulla buona volontà del Kuomintang. Questa era stata la tendenza politica prevalente dopo il Terzo Congresso; il principale sostenitore era Chen Duxiu. Dall’altro lato si riteneva che la strategia di operare all’interno del Kuomintang offrisse grandi prospettive. Così il partito si divise sempre più in una frazione di sinistra e una di destra.

Anche il Kuomintang si divise in un’ala destra e una sinistra. La destra si identificava apertamente con gli interessi della borghesia e voleva porre fine alle lotte operaie, reprimere i comunisti e arrivare a un accordo con l’imperialismo. L’ala sinistra, guidata principalmente da intellettuali e dai ranghi inferiori dell’esercito, voleva mantenere l’alleanza con la Russia e il Partito Comunista Cinese.

Alla fine del 1925, in seguito al sovrastare dei destri contro la crescente influenza comunista, Chen Duxiu tentò nuovamente di uscire dal Kuomintang, ma fu nuovamente sconfitto dalla direzione del Comintern, che favoriva la posizione dell’ala destra del partito guidata da Qu Qiubai, uno stretto collaboratore di Borodin. I tentativi di Chen Duxiu di cambiare rotta non erano un’iniziativa individuale ma esprimevano la volontà di numerosi militanti in disaccordo con la tattica dell’affiliazione al Kuomintang.

All’interno del partito esisteva un gruppo che si poteva definire il “di Mosca”, composto dalla prima generazione di studenti comunisti cinesi formati a Mosca alla KUTV (Università Comunista dei Lavoratori dell’Est) e rimandati in Cina. Questi giovani, tra i cui figurava Zheng Chaolin, avevano soggiornato in Russia in un’epoca in cui la rivoluzione era ancora viva e l’Internazionale Comunista rimaneva ciò che affermava di essere, non ancora, come in seguito accadde, strumento della politica estera nazionale russa. Questi compagni, rientrati in Cina nel 1924 e all’inizio del 1925, lavoravano in collaborazione, uniti nella loro visione teorica della rivoluzione cinese. Erano più coerenti della “Fazione Sindacale Nazionale” guidata in precedenza da Zhang Guotao (che nel frattempo aveva unito le forze con l’ala destra di Qu Qiubai) che si opponeva apertamente alla affiliazione al Kuomintang.

Di conseguenza crebbe il dissenso tra i militanti rimasti in Cina e nel partito furono gettati i semi di un frazionismo personalistico. Sebbene il Gruppo di Mosca non fosse così determinato a mantenersi all’interno del Kuomintang quanto l’ala destra più nazionalista del partito, a differenza della precedente Fazione Sindacale Nazionale non metteva ancora in discussione la “teoria della rivoluzione nazionale” del Comintern, così come non l’aveva fatto nemmeno lo stesso Chen Duxiu.

Scrive Zheng Chaolin:

«Alla fine del 1924 o all’inizio del 1925 il PCdC proclamò ufficialmente quella della “rivoluzione nazionale” la teoria guida per l’intero movimento in Cina. L’effettivo corso della rivoluzione dal 1925 al 1927 dimostrò che questa teoria era fallimentare. Noi che eravamo stati a Mosca e avevamo studiato questa teoria prima di tornare in patria, tutti ci attenevamo ad essa, era la bandiera sotto la quale ci ritrovavamo uniti».

Dopo il 4° Congresso del PCdC il comitato direttivo del partito era dominato da Qu Qiubai e Zhang Guotao. Chen Duxiu ne faceva ancora parte in quanto capo nominale del partito, ma era una voce isolata nel comitato e finì per dover attuare le decisioni di Qu Qiubai e Zhang Guotao, i quali, prima delle riunioni del comitato, si accordavano con i propri alleati interni per armonizzare le loro posizioni. In tali circostanze la maggior parte del Gruppo di Mosca, insieme ad altri, si mobilitò attorno a Chen Duxiu.

Anche l’incidente della cannoniera Zhongshan dimostrò la crescente influenza del partito. Il 20 marzo 1926, Chiang Kai-shek dispiegò le sue truppe a Canton, città che, insieme a Hong Kong, era in sciopero da quattro mesi, fece arrestare il capitano comunista della cannoniera e dichiarò la legge marziale. Quella stessa notte un gran numero di fedeli al Kuomintang appartenenti alla Prima Armata entrò a Canton, sciolse i picchetti armati degli operai, arrestò i comunisti presenti nella Prima Armata, circondò il consolato sovietico, la sede del comitato di sciopero di Canton-Hong Kong e l’abitazione del consigliere sovietico Bubnov, che fu posto agli arresti domiciliari.

Il partito si sentiva abbastanza sicuro da prepararsi a combattere contro il colpo di Stato controrivoluzionario di Chiang Kai-shek.

Chen Duxiu, in linea con le sue precedenti posizioni, propose ancora una volta di lasciare il Kuomintang e di passare dalla affiliazione al partito a un’alleanza esterna fra partiti. Ma la diplomazia russa preferì invece riconciliarsi con Chiang Kai-shek. Lo stesso Comitato centrale del partito russo era diviso su quel punto: Stalin e Bucharin insistevano per rimanere nel Kuomintang, mentre Trotzki e Zinoviev chiedevano che il partito ne uscisse. Già saldamente al comando del partito russo, la fazione di Stalin riuscì a imporsi.

In Cina diverse sezioni locali del partito si ribellarono apertamente. Secondo la stima di Zhang Guotao, la maggioranza del partito era contraria a rimanere nel Kuomintang. Sezioni importanti come quelle di Pechino, Changsha e Hankow convocarono immediatamente un Congresso del partito per risolvere la questione. Ma, “secondo lo statuto”, il Congresso avrebbe potuto essere convocato solo dalla maggioranza dei comitati regionali. Fu lo stesso Zhang Guotao a impedire che il Congresso si riunisse, convincendo alcuni comitati esecutivi regionali.

In questo periodo Chen Duxiu, ritenendo necessario distinguere tra le fazioni di sinistra e di destra del Kuomintang, perseguì una strategia volta a rafforzarne l’ala sinistra da utilizzare come contrappeso a Chiang Kai-shek. In sostanza, Chen Duxiu prefigurava un fronte unito tra un Partito Comunista forte e indipendente e l’ala sinistra del Kuomintang. Ma il Comintern respinse anche questa strategia: «L’idea che il PCdC lasci il Kuomintang è sbagliata (...). L’intero sviluppo della rivoluzione cinese, la sua natura e il suo futuro esigono che il PCdC rimanga nel Kuomintang e, inoltre, che ne intensifichi le attività al suo interno».

L’ala sinistra del partito, che si riconosceva in Chen Duxiu, pur essendo egli al contempo esecutore disciplinato delle tattiche del Comintern, era eterogenea e vi erano militanti più radicali di lui. Infatti fu proprio Chen a denunciare “la malattia infantile del sinistrismo” dei compagni di Pechino, Canton, Guangdong e Hubei. In un resoconto di una riunione del Comitato Esecutivo Centrale, Chen Duxiu lamenta che questi “disprezzavano” il Kuomintang e negavano che avesse un’ala sinistra. Citava le parole di uno di loro: «Con l’incidente del 20 marzo il Kuomintang è morto. Dopo il 15 maggio il cadavere ha cominciato a puzzare. Ora perché ci stringiamo a noi questo cadavere puzzolente?»

I documenti fondativi e gli atteggiamenti del PCdC erano stati pienamente in linea con il programma comunista. Il partito fu sviato dalle incertezze tattiche del Comintern. La successiva degenerazione staliniana proseguì con zelo a fini anti-comunisti le politiche errate dei primi. La maggioranza dei comunisti cinesi accettò l’entrismo nel Kuomintang solo in obbedienza alla disciplina internazionale. L’ala sinistra del PCdC, sia a livello di dirigenti sia alla base, eterogenea e per certi versi confusa, ma sicuramente comunista, fece tutto il possibile per cambiare rotta e tornare sulla giusta via del partito e della Rivoluzione.


14.2 – Rivoluzione e controrivoluzione

Chiang Kai-shek utilizzò il colpo di Stato a Canton come punto di partenza della sua Spedizione del Nord, mirata contro i Signori della guerra che controllavano la Cina settentrionale. Sostenuto da ondate di scioperi operai e rivolte contadine, Chiang Kai-shek sconfisse facilmente e rapidamente i Signori della guerra. Tuttavia, col pretesto della campagna militare, dichiarò illegali tutti gli scioperi, man mano che avanzava represse uno dopo l’altro sia gli scioperi nelle città conquistate sia le rivolte contro i proprietari terrieri nelle campagne.

Shanghai, che era caduta sotto il controllo dei Signori della guerra, era l’obiettivo più importante della Spedizione del Nord. Mentre l’esercito di Chiang Kai-shek avanzava verso la città il Sindacato Generale dei Lavoratori lanciò un appello per uno sciopero generale volto a rovesciare i Signori della guerra e a sostenere l’Esercito della Spedizione del Nord. Al termine della prima ribellione, nonostante feroci combattimenti di strada, i Signori della guerra riuscirono a mantenersi al potere e diedero il via a un regno del terrore bianco contro il proletariato. Questo non perse la propria determinazione e il 21 marzo 1927 scoppiò la seconda rivolta. 800.000 guardie rosse armate attaccarono e presero il controllo di stazioni di polizia e guarnigioni dell’esercito, distribuendo armi agli scioperanti. Nel giro di un giorno, il proletariato aveva preso il controllo della città. Chiang Kai-shek giunse a Shanghai trovandola già liberata dai Signori della guerra.

Di fronte alla rivolta armata della classe operaia, i leader del Kuomintang contattarono immediatamente gli imperialisti, i capitalisti e le bande locali per soffocarla. L’esperienza dell’Esercito di spedizione del Nord nella repressione di scioperi e ribellioni contadine nelle città si rivelò di nuovo utile.

Con la repressione di Shanghai, dove 10.000 comunisti e operai combattivi furono subito massacrati, ebbe inizio un’ondata di terrore bianco su scala nazionale, che mieté la vita di decine di migliaia di comunisti e proletari ribelli. L’effetto dei massacri è chiaramente osservabile nel numero di iscritti al Partito Comunista Cinese:

1922 luglio123
1923 giugno420
1925 gennaio994
1925 ottobreoltre 3.000
1926 gennaio10.000
1926 maggio11.000
1926 settembre15.000
1926 novembre18.500
1927 aprile57.967
1927 novembre15.000

La dirigenza dell’Internazionale fu costretta a rompere i rapporti con la frazione di Chiang Kai-shek ma mantenne la permanenza dei comunisti all’interno del Kuomintang di sinistra.

Il partito subì una pesante sconfitta ma non fu sradicato. Nella sua relazione al 5° Congresso Nazionale del Partito, tenutosi un mese dopo l’inizio dell’ondata di repressione, nell’aprile-maggio 1927, a Wuhan, Chen Duxiu cercò di trarne la lezione:

«I ruoli della borghesia e del proletariato sono identici in ogni paese. Nel corso della battaglia la borghesia tradisce la rivoluzione in ogni momento e in ogni luogo. Dopo il 20 marzo abbiamo visto che la borghesia aveva abbandonato la rivoluzione. Quando Chiang Kai-shek mise in atto il colpo di Stato militare reazionario a Shanghai, tutta la borghesia era al settimo cielo (...). Una cosa è certa: dal 12 aprile la maggior parte della borghesia ha tradito la rivoluzione».

Al Congresso, Qu Qiubai, che aveva sostenuto l’operatività all’interno del Kuomintang con molto più fervore rispetto a Chen Duxiu, fece di quest’ultimo il capro espiatorio del fallimento e, dopo aver messo in scena un’autocritica, lo accusò di “opportunismo di destra”. Questo sarebbe diventato l’atteggiamento stalinista nei confronti di Chen Duxiu, che ben presto si dimise dalla guida del partito.

In seguito, il 7 agosto, l’intero Comitato Centrale, guidato dallo stalinista Vissarion Lominadze, che aveva sostituito Borodin e Voitinsky, criticò all’unisono gli errori di Chen Duxiu, senza tuttavia menzionarne il nome. Chen Duxiu entrò in un periodo di silenzio, rimanendo in contatto con i compagni che cercavano di trarre gli insegnamenti dalla sconfitta. Solo nel dicembre 1929 pubblicherà un Appello “A tutti i compagni del PCdC” in cui riassumerà gli eventi degli ultimi anni e formulerà un’autocritica sincera e significativa:

«Occorre porre fine al ripetersi degli errori del passato e alla ricomparsa dell’opportunismo nella prossima rivoluzione. Quando il nostro Partito fu fondato, sebbene fosse ancora piuttosto giovane, sotto la guida dell’Internazionale leninista non commettemmo alcun grave errore. Ad esempio, guidammo con determinazione la lotta degli operai e riconoscemmo la natura di classe del Kuomintang. Nel 1921 il nostro Partito indusse i delegati del Kuomintang e di altre organizzazioni sociali a partecipare alla Conferenza dei lavoratori dell’Estremo Oriente, convocata dalla Terza Internazionale. Le risoluzioni della conferenza stabilivano che nei paesi coloniali dell’Oriente si dovesse portare avanti la lotta per la rivoluzione democratica e che, nell’ambito di questa rivoluzione, si dovessero organizzare i Soviet contadini.

«Poco dopo la chiusura della nostra conferenza di partito [luglio 1922], l’Internazionale Comunista inviò in Cina il proprio delegato, Maring, invitando tutti i membri del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese a tenere una riunione presso il Lago dell’Ovest di Hangzhou, nella provincia di Zhejiang, durante la quale egli suggerì al Partito cinese di aderire all’organizzazione del Kuomintang. Sosteneva con forza che il Kuomintang non fosse un partito della borghesia, bensì il partito comune di varie classi e che il partito proletario dovesse aderirvi al fine di migliorarlo e far progredire la rivoluzione.

«A quel tempo tutti e cinque i membri del Comitato Centrale del partito (...) si opposero all’unanimità alla proposta. La ragione principale era che aderire al Kuomintang avrebbe significato confondere le organizzazioni di classe e limitare la nostra politica indipendente. Infine il delegato della Terza Internazionale chiese se il Partito cinese avrebbe obbedito alla decisione dell’Internazionale. A quel punto, per rispetto della disciplina internazionale, il Comitato Centrale del PCdC non poté che accettare la indicazione della Terza Internazionale (...)

«Poiché il Partito aveva commesso un errore così fondamentale, altri errori subordinati, grandi e piccoli, naturalmente, avrebbero continuato a verificarsi».

Chen Duxiu formula infine una critica alla concezione teorica della Cina sviluppata dal Comintern:

«In numerosi paesi borghesi di tutto il mondo esistono reliquie feudali e metodi di sfruttamento semifeudale (i neri e gli schiavi dell’arcipelago dei Mari dei Sud sono simili a quelli del sistema schiavista pre-feudale), ed esistono residui di forze feudali. La Cina lo è ancora di più. Nella rivoluzione, ovviamente, non possiamo trascurare questo aspetto. Ma il Comintern e il Comitato Centrale riconoscono all’unanimità che in Cina i residui feudali occupano ancora una posizione dominante nell’economia e nella politica e detengono il potere. Pertanto considerano questi retaggi come l’oggetto della rivoluzione e tralasciano il nemico, l’oppressore della rivoluzione – le forze della borghesia – attribuendo a forze feudali tutte le azioni reazionarie della borghesia.

«Essi sostengono che la borghesia cinese sia ancora rivoluzionaria, che non possa mai diventare definitivamente reazionaria e che tutti i reazionari non possano essere considerati borghesi. Pertanto non riconoscono che il Kuomintang rappresenti gli interessi della borghesia, né che il governo nazionale sia il regime che rappresenta gli interessi della borghesia. La conclusione dovrebbe essere che, oltre al Kuomintang, o alla sua sezione di Nanchino, esiste o esisterà, ora o in futuro, un partito borghese non reazionario e rivoluzionario (...)

«Tale illusione riguardo alla borghesia e tale continuo anelito verso di essa non solo sono destinati a perpetuare l’opportunismo del passato, ma anche ad approfondirlo. Ciò non potrà che portare a un fallimento ancora più vergognoso e triste nella futura rivoluzione».


14.3 – Il dissenso di Trotzki

Come abbiamo visto Trotzki aveva già espresso critiche nei confronti della permanenza del Partito Comunista Cinese all’interno del Kuomintang, sebbene inizialmente non si fosse spinto al nocciolo della questione. Nel 1926, in un articolo intitolato Il Partito Comunista Cinese e il Kuomintang, aveva scritto: «La partecipazione del PCdC al Kuomintang era perfettamente corretta nel periodo in cui il PCdC era un’associazione di propaganda che si stava solo preparando per una futura attività politica indipendente, ma che, allo stesso tempo, cercava di prendere parte alla lotta di liberazione nazionale in corso».

Tuttavia per Trotzki l’adesione iniziale al Kuomintang era una misura temporanea che doveva cessare, poiché il partito era ormai alla guida del proletariato in lotta. L’obiettivo principale rimaneva la fondazione di un partito di classe indipendente: «Coloro che sono favorevoli alla permanenza del PCdC nel Kuomintang sostengono che “il ruolo predominante della piccola borghesia nella composizione del Kuomintang ci consente di operare all’interno del partito per un periodo prolungato sulla base della nostra politica”. Questa argomentazione è fondamentalmente errata. La piccola borghesia, di per sé, per quanto numerosa possa essere, non può determinare la linea principale della politica rivoluzionaria. La differenziazione della lotta politica lungo linee di classe, la netta divergenza tra il proletariato e la borghesia, implica una lotta tra loro per l’influenza sulla piccola borghesia, e implica l’oscillazione della piccola borghesia tra i commercianti, da un lato, e gli operai e i comunisti, dall’altro. Pensare che la piccola borghesia possa essere conquistata con abili manovre o buoni consigli all’interno del Kuomintang è un utopismo senza speranza. Il Partito Comunista sarà tanto più in grado di esercitare un’in­fluenza diretta e indiretta sulla piccola borghesia delle città e delle campagne quanto più forte sarà il partito stesso, cioè quanto più avrà conquistato la classe operaia cinese. Ma ciò è possibile solo sulla base di un partito di classe indipendente e di una politica di classe».

Dopo il disastro del 1927 Trotzki tornò ad opporsi alla permanenza del partito nel Kuomintang, compresa la sua ala sinistra. Dopo la sconfitta mise in guardia il partito dal sopravvalutare la propria forza o dal sottovalutare quella di Chiang Kai-shek. Suggerì al partito di passare prima alla difensiva e di attaccare solo in seguito. Dal punto di vista teorico, contestò l’affermazione del Comintern secondo cui il feudalesimo dominava l’economia e la politica cinesi. In sostanza sosteneva che in Cina fossero già dominanti i rapporti capitalistici. Da ciò trasse la conclusione errata di invocare l’istituzione di un parlamento democratico borghese e di operare al suo interno. Tuttavia, per la maggior parte, Trotzki essenzialmente applicò alla Cina la prospettiva di base del marxismo.

Nel 1927 scrisse in La rivoluzione cinese e le tesi del compagno Stalin:

«La peculiarità della rivoluzione cinese – rispetto, ad esempio, alla nostra rivoluzione del 1905 – risiede soprattutto nella posizione semi-coloniale della Cina. Una politica che ignorasse la potente pressione dell’imperialismo sulla vita interna della Cina sarebbe radicalmente errata. Ma una politica che partisse da una concezione astratta dell’oppressione nazionale senza la sua rifrazione e il suo riflesso di classe non sarebbe meno errata.

«La fonte principale degli errori nelle tesi del compagno Stalin, come nell’intera linea di condotta in generale, è la concezione errata del ruolo dell’imperialismo e della sua influenza sui rapporti di classe in Cina. Il giogo imperialista dovrebbe servire da giustificazione per la politica del “blocco delle quattro classi”. Il giogo dell’imperialismo porterebbe, a quanto pare, al fatto che “tutte” (!) le classi della Cina considerino il governo di Canton come il “governo nazionale dell’intera Cina allo stesso modo” (!) (Discorso del compagno Kalinin, Izvestia, 6 marzo). Questa è essenzialmente la posizione dell’esponente di destra del Kuomintang, Dai Zhi Tao, il quale finge che le leggi della lotta di classe non esistano per la Cina – a causa della pressione imperialista.

«La Cina è un paese semi-coloniale oppresso. Lo sviluppo delle forze produttive della Cina, che procede in forme capitalistiche, esige il liberarsi dal giogo imperialista. La guerra della Cina per la propria indipendenza nazionale è una guerra progressista, sia perché scaturisce dalle necessità dello sviluppo economico e culturale della Cina stessa, sia perché facilita lo sviluppo della rivoluzione del proletariato britannico e di quello mondiale. Ma ciò non significa affatto che il giogo imperialista sia meccanico, che soggioghi “tutte” le classi della Cina “nello stesso modo”. Il ruolo potente del capitale straniero nella vita della Cina ha indotto settori molto influenti della borghesia cinese, della burocrazia e dell’esercito a legare il proprio destino a quello dell’imperialismo. Senza questo legame, l’enorme ruolo dei cosiddetti “militaristi” nella vita della Cina moderna sarebbe inconcepibile.

«Sarebbe inoltre una profonda ingenuità credere che esista un abisso tra la cosiddetta borghesia compradora, cioè l’agente economico e politico del capitale straniero in Cina, e la cosiddetta borghesia “nazionale”. No, queste due fazioni sono incomparabilmente più vicine tra loro rispetto alla borghesia e alle masse di operai e contadini. La borghesia ha partecipato alla guerra nazionale fungendo da freno interno, guardando alle masse operaie e contadine con crescente ostilità e dimostrandosi sempre più disposta a stringere un compromesso con l’imperialismo.

«Insediata all’interno del Kuomintang e della sua dirigenza, la borghesia nazionale è stata essenzialmente uno strumento dei compradori e dell’imperialismo. Essa può rimanere nel campo della guerra nazionale solo a causa della debolezza delle masse operaie e contadine, del mancato sviluppo della lotta di classe, della mancanza di indipendenza del Partito Comunista Cinese e della docilità del Kuomintang nelle mani della borghesia (...)

«Invocare il carattere borghese della rivoluzione cinese, in particolare contro i Soviet, significa semplicemente rinnegare le esperienze delle nostre rivoluzioni borghesi del 1905 e del febbraio 1917. In queste rivoluzioni l’obiettivo immediato ed essenziale era l’abolizione del regime autocratico e feudale. Questo obiettivo non escludeva, ma esigeva l’armamento degli operai e la formazione dei Soviet (...)

«Per avere il diritto di parlare della lotta per la via bolscevica della rivoluzione democratica occorre possedere lo strumento principale della politica proletaria: un partito proletario indipendente che combatta sotto la propria bandiera e non permetta mai che la propria politica e la propria organizzazione si dissolvano nella politica e nell’organizzazione di altre classi. Senza garantire la completa indipendenza teorica, politica e organizzativa del Partito Comunista, ogni discorso sui “due percorsi” è un affronto al bolscevismo.

«Il Partito Comunista Cinese, in tutto questo periodo, non è stato alleato con l’ala rivoluzionaria piccolo-borghese del Kuomintang, ma subordinato all’intero Kuomintang, guidato in realtà dalla borghesia, che aveva l’esercito e il potere nelle proprie mani. Il Partito Comunista si è sottomesso alla disciplina politica di Chiang Kai-shek. Il Partito Comunista firmò l’impegno a non criticare il sun-yat-senismo, una teoria piccolo-borghese diretta non solo contro l’imperialismo, ma anche contro la lotta di classe. Il Partito Comunista non disponeva di una propria stampa, ovvero gli mancava l’arma principale di un partito indipendente. In tali condizioni parlare della lotta del proletariato per l’egemonia significa ingannare sé stessi e gli altri».

Sulla base di questa analisi teorica della Cina, la posizione di Trotzki non negava la necessità della lotta nazionale in Cina, ma era per un approccio ad essa in linea con le direttive del Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista nelle sue Tesi sulla questione nazionale e coloniale:

«L’Opposizione è energicamente favorevole al rafforzamento e allo sviluppo del blocco con gli elementi rivoluzionari del Kuomintang, a una compatta alleanza di lotta tra i lavoratori e la popolazione povera delle città e delle campagne, alla linea verso la dittatura rivoluzionaria dei lavoratori, dei contadini e della piccola borghesia urbana.

«A tal fine è necessario: a) riconoscere come disastrose quelle forme di blocco in cui il Partito Comunista sacrifica gli interessi degli operai e dei contadini all’obiettivo utopistico di mantenere la borghesia nel campo della rivoluzione nazionale; b) respingere categoricamente quelle forme di blocco in cui il Partito Comunista abbassa la propria bandiera e sacrifica la crescita della propria influenza e della propria autorità nell’interesse dei propri alleati; c) approvare un blocco con compiti comuni chiaramente formulati, ma non basarlo su malintesi, manovre diplomatiche, servilismo e ipocrisia; d) stabilire con estrema precisione le condizioni e i limiti del blocco e renderli noti a tutti; e) che il Partito Comunista mantenga piena libertà di critica e sorvegli i propri alleati con non minore vigilanza di quanta ne riservi a un nemico, senza dimenticare nemmeno per un istante che un alleato che si appoggia ad altre classi o dipende da altre classi è solo un confederato temporaneo che può essere trasformato dalla forza delle circostanze in un avversario e in un nemico; f) privilegiare il legame con le masse piccolo-borghesi rispetto a quello con i loro dirigenti di partito; g) infine, fare affidamento solo su noi stessi, sulla nostra organizzazione, sulle nostre armi e sul nostro potere.

«Solo osservando queste condizioni sarà possibile un blocco realmente rivoluzionario tra il Partito Comunista e il Kuomintang, non un blocco dei dirigenti, che vacilla ed è soggetto alle contingenze, ma un blocco basato su tutte le masse oppresse della città e della campagna sotto l’egemonia politica dell’avanguardia proletaria».

Le posizioni di Trotzki e dell’opposizione russa furono ben presto scoperte dall’ala sinistra del Partito Comunista Cinese, la quale, dopo un periodo di riflessione, estese la propria critica dalla politica del Comintern in Cina all’intera deviazione dell’Internazionale e della frazione di Stalin in Russia.


(continua al prossimo numero)










L’India dalle origini allo Stato nazionale

(continua dal numero scorso)


Capitoli esposti alla riunione generale di Firenze, gennaio 2018

12 – Gandhi e il compromesso con l’imperialismo inglese

85. – Non violenza programma di contenimento sociale

Il regime coloniale britannico si era reso conto che la politica repressiva attuata nel 1919 durante il movimento Satyagraha era stata in parte controproducente, pertanto il ministro dell’Interno, sir William Vincent, ne impose una nuova, “morbida”. Una delle principali finalità fu dimostrare all’opinione pubblica che il governo coloniale, nel contesto politico inaugurato dalle riforme del 1919 e dall’amnistia imperiale che le aveva accompagnate, non avrebbe più colpito i reati d’opinione ma si sarebbe limitato a reprimere le “infrazioni della legge”, mascherando così la dittatura aperta della classe dominante dietro il paravento del diritto borghese. L’amministrazione coloniale intendeva porre un baluardo contro il caos, ovvero neutralizzare l’inevitabile diffusione della lotta tra le classi e impedire che il nascente proletariato indiano assumesse una coscienza indipendente.

Inizialmente si colpirono i quadri intermedi delle organizzazioni politiche impegnate nella campagna di Gandhi, evitando invece i dirigenti più noti, in particolare lo stesso Mahatma, per non trasformarli, come avvenuto in passato, in martiri, ma privarli della collaborazione di quei militanti il cui apporto risultava indispensabile. Questa tattica difensiva del capitalismo britannico mirava a preservare la dirigenza pacifista e collaborazionista di Gandhi, percepita dalle autorità imperiali – seppur antagonista – come un argine necessario contro la minaccia della rivoluzione violenta dal basso.

In sintesi, si voleva far perdere ai dirigenti il controllo delle masse colpendo i quadri organizzativi del movimento, pronti a reprimere duramente ogni manifestazione di rivolta sociale. Misure che produssero concreti risultati, contribuendo al graduale smantellamento del Movimento di non Cooperazione non violento, il quale, per la sua stessa natura interclassista e democratica, si rivelava impotente a spezzare le catene del dominio imperialista.

Nel settembre del 1920 Gandhi aveva pubblicamente dichiarato che in brevissimo tempo, attraverso il programma di non cooperazione, avrebbe ottenuto l’autogoverno per l’intera nazione indiana. Ma il Congresso di Nagpur evidenziò come tale previsione fosse poco realistica. Il Movimento di non Cooperazione, al di là delle intenzioni dei capi, era comunque parte integrante delle crescenti tensioni sociali nel subcontinente indiano, che la direzione gandhiana cercava sistematicamente di incanalare e soffocare per evitare la rottura rivoluzionaria.

La dottrina della non-violenza non rappresentava affatto un’ingenuità tattica o una radicale alternativa al dominio coloniale bensì un preciso programma controrivoluzionario di contenimento sociale. L’orientamento gandhiano costituiva il tentativo della nascente borghesia indigena di negoziare la propria quota di potere e giungere a un compromesso con l’imperialismo straniero; una transazione condotta sulle spalle delle masse sfruttate che mirava a neutralizzare l’energia rivoluzionaria del proletariato urbano e dei contadini poveri, incanalandola nel vicolo cieco del legalitarismo borghese e della sottomissione morale.

La politica "morbida" adottata dall’imperialismo britannico e l’azione frenante della non-cooperazione gandhiana si rivelavano non come opposti inconciliabili ma complementari per la medesima necessità storica: salvaguardare i rapporti di produzione capitalistici in India, impedire che l’insubordinazione di classe travalicasse gli argini della democrazia formale e prevenire il pericolo che le rivolte nelle campagne si saldassero con l’ondata rivoluzionaria internazionale.


86. – La rivolta in Malabar

Nell’agosto 1921, i Moplah del Malabar – un gruppo etnico di religione islamica, formato prevalentemente da contadini poveri, mobilitati dalle parole d’ordine dei non cooperatori, ma spinti in realtà dalle intollerabili condizioni materiali di sfruttamento – diedero origine a una estesa e intensa rivolta che interessò diversi distretti della regione situata lungo la costa sud-occidentale della penisola indiana, assumendo le dimensioni di una guerra anticoloniale e di ribellione contadina. Raj contro rivoltosi, ma anche contadini poveri contro grandi proprietari terrieri (janmi) e prestatori di denaro. Uno scontro fra contadini, prevalentemente musulmani, contro le aristocrazie locali, indù, che, come abbiamo visto, la storiografia borghese ha tentato di catalogare come confessionale, occultandone la radice puramente economica e l’essenza di un’autentica esplosione della lotta di classe nelle campagne.

La rivolta del Malabar, che non aveva una direzione autonoma e centralizzata, un anno più tardi fu ferocemente soffocata dal governo coloniale, con un bilancio tragico che le ricostruzioni storiche quantificano in circa diecimila morti, cinquantamila arresti e ventimila deportazioni nei bagni penali delle isole Andamane.

Questa violenza non distolse Gandhi dalla predicazione della non violenza tra le masse indiane, il che ebbe un parziale successo nell’indebolire il movimento privandolo dei suoi necessari strumenti di offesa e difesa. Gandhi, allora, esitò a intraprendere l’ultimo passo previsto dal suo stesso programma, il non pagamento delle imposte, sempre nel timore che potesse sfociare in scontri violenti fra i non cooperanti e le forze dell’ordine, ma soprattutto nel terrore, squisitamente borghese, che lo sciopero fiscale generalizzato potesse travalicare il rifiuto del tributo all’alleato-nemico imperialista e trasformarsi nell’espropriazione violenta della terra a danno dei proprietari terrieri indigeni. Di fronte all’incendio del Malabar il gandhismo svelò nuovamente il suo ruolo controrivoluzionario: non avanguardia della liberazione, ma gendarme morale incaricato di disarmare l’insorgenza proletaria e contadina ogniqualvolta questa minacciasse l’ordine sociale capitalista.


87. – La fine del Movimento di Non Cooperazione

A partire dagli ultimi mesi del 1921 e con l’inizio del 1922 la situazione dell’ordine pubblico, soprattutto nelle Province Unite, si deteriorò. La strategia della repressione “morbida” stava gradualmente smantellando tutte le strutture organizzative della non cooperazione attraverso la sistematica incarcerazione dei quadri intermedi e, in un secondo tempo, di alcuni dirigenti locali. Gandhi, praticamente isolato, non era in grado di convincere alle proprie direttive la stragrande maggioranza del movimento. A Chauri Chaura, un villaggio delle Province Unite, il 4 febbraio 1922 la folla attaccò la stazione di polizia uccidendo 22 poliziotti. Otto giorni dopo, nonostante il parere contrario di altri dirigenti nazionali, il Movimento di non Cooperazione fu sospeso per esclusiva volontà di Gandhi. Davanti all’esplosione della violenza contadina la direzione del Congresso preferì liquidare l’intera mobilitazione piuttosto che vederla deragliare dai binari dell’interclassismo legalitario. Si confermava la nostra tesi che nei paesi dell’Oriente, dove le masse dei contadini e dei lavoratori soffrono contemporaneamente dell’oppressione delle antiche classi dominanti e del moderno imperialismo capitalista straniero, anche quando la borghesia locale dirige il movimento rivoluzionario nazionale, scende a patti con l’imperialismo straniero ogni volta che il movimento delle masse minaccia le basi del suo ordine sociale.

Gandhi era vittima della sua stessa politica, e il governo coloniale non tardò ad approfittarne, sfruttò i favorevoli rapporti di forza che erano emersi, arrestandolo nel marzo del 1922 e condannandolo a sei anni di reclusione, senza che vi fosse nessuna reazione popolare. Questa totale passività delle masse davanti all’arresto del Mahatma dimostrò storicamente il carattere fallimentare del pacifismo: disarmato e demoralizzato il movimento operaio e contadino con la capitolazione imposta dopo i fatti di Chauri Chaura, la direzione gandhiana aveva privato le masse di ogni capacità di risposta di classe, lasciandole inerti di fronte alla reazione dello Stato coloniale.

La fine del Movimento di non Cooperazione era funzionale al processo di divisione tra musulmani e indù, che indeboliva il movimento per l’indipendenza, e quindi utile sia all’imperialismo inglese sia alle classi dominanti indiane, legate, anche solo parzialmente, alla Corona.

La liquidazione della lotta da parte della direzione borghese aprì la strada alla reazione: laddove si spegne l’antagonismo unitario della lotta di classe, le forze della conservazione sociale riescono a inoculare il veleno delle divisioni religiose per frammentare il proletariato. Questo riflusso trova immediata conferma nei dati: tra il 1923 e il 1926 il numero di incidenti intercomunitari quadruplicò rispetto al periodo tra il 1900 e il 1922, a riprova del fatto che il freno imposto all’energia rivoluzionaria delle masse lascia sempre campo libero alle forze più oscurantiste della frammentazione comunitaria.


88. – Nazionalismo indù e il riflusso del movimento nazionale

Negli anni successivi al fallimento del Movimento di non Cooperazione emersero nuovi ideali nazionalisti “conservatori”, tra cui quello di Vinayak Damodar Savarkar (1883-1966), un attivista che aveva preso parte al movimento terroristico e che, come Tilak, era un bramino del Maharashtra. Savarkar scrisse un opuscolo intitolato “Hindutva: Chi è un hindu?”. L’indù era colui che considerava l’India non solo come la madrepatria ma come la culla della propria religione, avendo quindi un rapporto con la nazione su un piano diverso e superiore rispetto a quello degli indiani musulmani o cristiani. Per costoro, infatti, la culla della religione si trovava non in India bensì in Arabia o in Palestina.

L’idea di nazione elaborata da Savarkar divenne una componente fondamentale dell’ideologia di quei gruppi politici che si presentavano come i difensori della comunità indù e dell’induismo, come la Hindu Mahasabha, un’organizzazione fondata nel 1914 con lo scopo di tutelare gli interessi socio-religiosi della comunità indù.

Nel 1925, su iniziativa del dottor Keshav Baliram Hedgewar, e con la collaborazione di esponenti della Hindu Mahasabha (tra cui Baburao Savarkar, fratello di Vinayak, e il dottor B.S. Moonjee che, negli anni Trenta avrebbe visitato l’Italia fascista incontrando Mussolini e rimanendo profondamente influenzato dall’organizzazione delle camicie nere e dell’Opera Nazionale Balilla), prese forma un progetto col fine di educare alle arti marziali gli indù appartenenti alle caste più alte, in modo che fossero in grado di difendersi in caso di conflitti intercomunitari.

L’organizzazione, che nel 1926 prese ufficialmente il nome di Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS, Forza volontaria nazionale), assunse la fisionomia di un’associazione autonoma rispetto alla Hindu Mahasabha, caratterizzata da una struttura rigidamente gerarchica, da una vita interna improntata alla segretezza e da una disciplina di tipo paramilitare. La dirigenza scelse strategicamente di diffondere l’organizzazione partendo dal reclutamento e dall’indottrinamento di ragazzi d’età fra i 12 e 15 anni. Questi furono addestrati all’uso delle armi bianche e dei bastoni (lathi), inutili contro la polizia e le forze armate coloniali ma efficaci per uccidere dei civili musulmani.

Indottrinati con le teorie di Savarkar che esaltavano la grandezza della civiltà indù, i militanti leggevano la storia dell’India come resistenza indù contro l’aggressione musulmana e di conseguenza consideravano nemici della nazione non tanto gli inglesi bensì gli indiani musulmani. In effetti la partecipazione della Rashtriya Swayamsevak Sangh alla lotta anticoloniale fu sostanzialmente nulla mentre, a partire dal 1927, l’organizzazione fu molto attiva in una serie di scontri intercomunitari.

L’RSS si diffuse principalmente in alcune aree dove i musulmani erano un’esigua minoranza e, quindi, non potevano rappresentare nessuna seria minaccia nei confronti degli indù. L’obiettivo politico era utilizzare la minaccia islamica per ricompattare la grande comunità indù sotto la guida delle caste più alte. In Maharashtra, per esempio, a partire dal 1870 l’egemonia delle caste braminiche era stata messa in discussione in coincidenza con lo sviluppo di un movimento che aveva rivendicato i diritti delle caste inferiori. Come se non bastasse, nel corso degli anni Venti, anche i fuoricasta (dalit) avevano incominciato a organizzarsi politicamente. La creazione dell’RSS, quindi, rispondeva soprattutto al bisogno di affermare l’egemonia sociale delle classi e delle caste dominanti indù, in particolare di quelle braminiche.

Il movimento che si era espresso negli anni tra il 1919 e il 1921 aveva in parte realizzato l’unità nella lotta delle popolazioni di religioni diverse. Approfittando del suo arretramento e della nefasta linea seguita dalle sue dirigenze, le organizzazioni che giocavano la carta del fondamentalismo religioso riuscirono parzialmente ad imporsi. Inoltre la RSS non solo rivendicava "l’induità" ma si distingueva anche per il suo feroce anticomunismo, una naturale ostilità verso la classe operaia, tanto che si mise al servizio del patronato nazionale in alcune azioni squadristiche contro gli operai che in sciopero rivendicavano più salario.

L’apparizione dell’RSS e dello squadrismo confessionale non costituisce una eccezione storica, bensì la classica reazione della conservazione. Dopo che il gandhismo e il Congresso avevano spezzato il potenziale unitario e di classe del movimento del 1919-1921, le classi dominanti indigene utilizzavano il fondamentalismo e l’odio comunitario come valvola di sfogo reazionaria. La frantumazione dell’unità proletaria su basi religiose permise ai padroni indiani e ai grandi proprietari terrieri di deviare la rabbia sociale verso un falso nemico, la minoranza musulmana, e di disporre di una forza d’urto paramilitare per colpire le prime avanguardie proletarie nelle fabbriche.


89. – Dopo il Movimento di Non Cooperazione

Negli anni successivi al fallimento del movimento di non cooperazione il Congresso iniziò a lacerarsi e perse d’importanza rispetto ai numerosi partiti regionali, che sfruttavano il riflusso della lotta nazionale. Dall’interno del Movimento emersero due gruppi: il primo rivendicava il pensiero ortodosso gandhiano, i cosiddetti No-changers, l’altro era favorevole a un mutamento di strategia. Uno degli argomenti controversi fu se partecipare o meno alle nuove elezioni delle Assemblee legislative che si sarebbero tenute nel novembre 1923, che l’ala parlamentare, guidata da Motilal Nehru e C.R.Das, intendeva utilizzare abbandonando la via del boicottaggio.

Gandhi, rilasciato dalla prigione nel 1924 con due anni d’anticipo per motivi di salute, cercò di mediare una soluzione per cui i No-changers avrebbero continuato a dedicarsi al cosiddetto Programma Costruttivo Rurale e Spirituale, mentre gli swarajisti (del Swaraj Party) avrebbero portato avanti la loro azione nelle Assemblee, agendo come rappresentanti del Congresso.

Molti swarajisti, tuttavia, privi di un reale programma di rottura, incominciarono a stancarsi di una linea politica non ben definita e formarono nuovi partiti, abbandonando il Congresso e ogni progetto di boicottaggio, accettando di cogestire il potere e di integrarsi nell’apparato amministrativo coloniale laddove erano in condizione di farlo. Questo sbocco parlamentare svelò l’autentica natura della borghesia autoctona: esaurita la fiammata delle mobilitazioni di piazza, i suoi rappresentanti politici rientrarono rapidamente nell’alveo dell’ordine e dell’opportunismo costituzionale, confermando come l’alternativa tra il misticismo pacifista di Gandhi e il cretinismo parlamentare degli swarajisti fosse solo una divisione del lavoro interna alla medesima classe conservatrice.


90. – Il movimento operaio e la svolta del Congresso

Seppur sviluppatosi limitatamente in alcune grandi città, privo di una guida politica e osteggiato da tutti i partiti della borghesia indiana, il movimento operaio era stato parte integrante dei movimenti di lotta che si erano sviluppati in quegli anni.

A Bombay vi erano i settori proletari più combattivi, in particolare tra gli operai dell’industria tessile, da anni organizzati in strutture sindacali. Nel 1928 questi lavoratori, sotto la spinta organizzativa dei primi nuclei legati al Girni Kangar Union, condussero potenti scioperi per rivendicazioni economiche, indistintamente contro padroni inglesi e indiani. Seppur in distinte aree della città e sottoposti alla costante propaganda confessionale delle forze reazionarie, gli operai musulmani e indù scioperavano uniti dimostrando nella pratica come l’antagonismo di classe fosse di antidoto alle divisioni religiose fomentate dalla borghesia.

Questa compattezza di classe, che per oltre sei mesi paralizzò circa 150 cotonifici coinvolgendo più di 150.000 salariati, mandò in frantumi le barriere comunitarie erette dai notabili religiosi. L’azione congiunta sul terreno economico di proletari indù e musulmani dimostrò fattivamente che, nel vivo dello scontro con il capitale, la solidarietà di classe, scaturita dalle medesime condizioni materiali di sfruttamento, era in grado di neutralizzare i veleni del confessionalismo, rivelando il carattere artificiale delle divisioni identitarie promosse dalle rispettive borghesie per frantumare il fronte proletario.

Le spinte del movimento operaio si tradussero all’interno del partito del Congresso in dibattiti tra i moderati e l’emergere di un’ala sinistra solo apparentemente più radicale. Questa corrente non rappresentava un’alternativa proletaria ma l’ala sinistra della stessa borghesia nazionale: una corrente tendenzialmente laica, influenzata da ideali socialistoidi, formata in genere da giovani e guidata da nuovi capi come Jawaharlal Nehru, figlio di Motilal (allora presidente del Congresso e autore del Nehru Report per l’istituzione di una costituzione riformista), e il bengalese Subhas Chandra Bose. Il giovane Nehru e Bose attaccarono, giudicandolo troppo moderato, il progetto di riforme di Motilal Nehru, che prevedeva l’autogoverno (Dominion Status) all’interno del Commonwealth britannico invece della completa indipendenza (Purna Swaraj).

Questa fazione socializzante svolgeva la funzione storica di intercettare e imbrigliare la crescente combattività del proletariato e dei contadini poveri, incanalandola nuovamente dietro le bandiere del nazionalismo democratico.

L’unità d’azione e l’autonomia dimostrate dagli operai tessili di Bombay nel 1928 avevano terrorizzato non solo l’amministrazione coloniale – che l’anno successivo avrebbe decapitato il sindacato con arresti in massa – ma anche i capitalisti indigeni legati al Congresso, allarmati dalla saldatura dei lavoratori al di sopra delle fedi.

Il giovane Nehru si rivolse a Gandhi per cercare di ottenerne la mediazione e così a Calcutta, nel dicembre del 1928, si raggiunse un accordo fra l’ala sinistra del Congresso e il resto del partito. Con questo compromesso si richiedeva la concessione dello status di dominion per l’India, ma, se questa domanda non fosse stata accolta entro il 31 dicembre 1929, il Congresso, sotto la guida di Gandhi, avrebbe lanciato una campagna di disubbidienza civile di massa volta all’ottenimento della completa indipendenza.

Nel giugno 1929 i laburisti vinsero le elezioni in Gran Bretagna e sotto la guida di Ramsay MacDonald formarono il governo con l’appoggio determinante dei liberali. Divenne presto evidente che, nonostante le posizioni assunte ai tempi dell’opposizione e le promesse della campagna elettorale, neppure i laburisti avrebbero concesso all’India l’autogoverno, confermando l’analisi comunista secondo cui i partiti della socialdemocrazia e del laburismo europeo, una volta giunti alla gestione dello Stato capitalista, si sarebbero rivelati i migliori custodi degli interessi imperialisti e coloniali della propria borghesia nazionale.

Il Congresso, il 31 dicembre 1929, durante la storica sessione di Lahore presieduta da Jawaharlal Nehru, dichiarò, quasi costretto dalla pressione delle masse e dall’intransigenza di Londra, che il suo obiettivo era il raggiungimento della completa indipendenza. Venne così ratificato il boicottaggio della programmata tavola rotonda con il regime coloniale, si decretarono le dimissioni di tutti i deputati swarajisti dalle istituzioni coloniali e si deliberò l’inizio di un nuovo movimento di disubbidienza civile.

Questa transizione alla parola d’ordine della “completa indipendenza” e l’apertura della nuova campagna gandhiana non costituivano una svolta bensì una manovra preventiva. Davanti a una classe operaia che nel 1928-29 aveva dimostrato la propria autonomia d’azione a Bombay e nelle grandi concentrazioni industriali, superando nei fatti la nefasta frammentazione confessionale attraverso scioperi unitari, la direzione del Congresso dovette radicalizzare la propria facciata per non perdere il controllo del minaccioso movimento delle masse. Consegnando nuovamente la direzione della lotta a Gandhi e ai suoi metodi di pressione non violenta e interclassista, l’ala sinistra del Congresso (Nehru e Bose) adempiva al suo compito: disarmare politicamente il proletariato rimandando la soddisfazione dei suoi scopi di classe alla emancipazione puramente formale della nazione indiana.


91. – La “disubbidienza civile”

A Gandhi fu nuovamente conferito il compito di guidare questo movimento che iniziò con la famosa marcia che lo portò dall’Ashram di Sabarmati (Ahmedabad) a Dandi, tra il 12 marzo e il 5 aprile 1930, con l’intento di infrangere pubblicamente la legge sul monopolio statale della produzione e della vendita del sale. Gandhi e alcune decine di seguaci si misero in viaggio accompagnati da numerosi giornalisti, molti dei quali stranieri.

Sotto il profilo coreografico e comunicativo la marcia fu orchestrata per focalizzare l’attenzione internazionale sulla figura del Mahatma, agendo al contempo come un potente freno preventivo: le masse e gli operai di alcune città, pronti allo sciopero e all’azione diretta di classe, erano nuovamente invitate a pazientare e a subordinare la loro iniziativa economica ai tempi e ai metodi rituali della non-violenza.

Il 6 aprile 1930 Gandhi, sulle spiagge di Dandi, violò pubblicamente la legge sul sale, e subito dopo analoghe iniziative iniziarono in tutto il subcontinente. Nel frattempo in diverse parti dell’India vi furono azioni di boicottaggio contro i tessuti e i vestiti stranieri (a Bombay e nella presidenza di Madras), contro i negozi di alcolici (nel Gujarat) e, infine, contro le scuole e i collegi statali (nelle Province Centrali e a Calcutta).

In molti casi gli attivisti del Congresso andarono oltre i limiti della disubbidienza sfociando nella violenza e riscuotendo le dure critiche di Gandhi, il quale paventava costantemente che l’illegalismo si tramutasse in insurrezione sociale.

Il governo indiano reagì fin dalle prime settimane con una campagna di arresti dei dirigenti e degli attivisti del Congresso, e ciò indusse Gandhi ad assumere posizioni parzialmente più radicali, tanto da persuaderlo ad approvare le incursioni, sia pure non violente, nei depositi governativi di sale. Al contempo i tentativi del Congresso, in diverse parti dell’India, di indurre le forze armate a non obbedire agli ordini dei superiori ebbero un clamoroso successo nella North West Frontier Province. A Peshawar, nel corso di gravi disordini, si verificò un episodio di ammutinamento: due plotoni di soldati indù del reggimento d’élite Royal Garhwal Rifles si rifiutarono di aprire il fuoco sulla folla dei dimostranti musulmani, fraternizzando con essi. Questo episodio dimostrò la possibilità di sormontare l’apparato repressivo coloniale quando le masse fossero entrate in aperta mobilitazione.

Accanto alle forme di lotta dettate da Gandhi riemerse il movimento terrorista del quale si erano avute anticipazioni nel movimento contro la spartizione del Bengala e durante la prima guerra mondiale. La prima azione avvenne proprio in Bengala con l’attacco del 18 aprile 1930 condotto con successo dal gruppo di Surya Sen contro l’armeria della polizia a Chittagong. La risposta del governo alla radicalizzazione del movimento non violento e al parallelo riemergere del terrorismo fu alzare nuovamente il livello della repressione. Gandhi venne arrestato nel maggio 1930, il Congresso messo fuori legge, i suoi fondi congelati e le sue pubblicazioni bandite.

L’avvio della disubbidienza civile del 1930 e la successiva repressione britannica confermano i limiti invalicabili del nazionalismo borghese. La "Marcia del Sale" fu un capolavoro di simbolismo interclassista, scelto deliberatamente perché il sale era un consumo universale che univa il grande capitalista indiano al contadino più povero, occultando così i conflitti di classe interni alla società indiana. Quando l’apparato repressivo coloniale rispose con la forza aperta, il movimento tese inevitabilmente a radicalizzarsi, spingendosi fino all’ammutinamento militare di Peshawar e alle azioni armate di Chittagong. Di fronte a questa reale minaccia di travalicamento rivoluzionario, lo Stato britannico decise di decapitare il movimento arrestando Gandhi e mettendo fuori legge il Congresso, confidando che la reclusione dei capi pacifisti avrebbe privato le masse della loro direzione e logorata la spinta spontanea dei lavoratori e dei contadini, preparando il terreno per un nuovo compromesso istituzionale tra l’imperialismo e la borghesia indigena.


92. – La crisi economica mondiale e ilmovimento nelle campagne

Dopo un periodo di perdita d’energia, il movimento di disubbidienza civile si spostò dalle città, a cui fino a quel punto era stato prevalentemente limitato, alle campagne. Il coinvolgimento delle masse contadine, allora oltre i nove decimi della popolazione indiana, fu assai superiore a quanto era avvenuto nel 1920-22. Ciò fu conseguenza del manifestarsi, anche in India, degli effetti della crisi economica mondiale, emersa dopo il crollo della borsa di Wall Street nell’ottobre del 1929.

La crisi economica degli anni Trenta fu in parte il risultato di una sovrapproduzione agricola. Negli anni precedenti, la meccanizzazione dell’agricoltura negli Usa e in Canada aveva portato a un tale aumento nella produzione di grano che, per non abbattere i prezzi, si era fatto ricorso all’immagazzinamento su larga scala della produzione in eccesso. A sua volta questo si era reso possibile grazie alla disponibilità del credito necessario per la costruzione e la manutenzione dei silos. Il crollo nel 1929 di Wall Street, ovvero di un mercato azionario artificialmente gonfiato da processi speculativi, lanciò un’ondata di panico che, traducendosi anche in una repentina richiesta di liquidità da parte dei risparmiatori, avviò una serie di fallimenti bancari. Questo portò al collasso del sistema creditizio. Senza più crediti, i produttori di grano riversarono le loro scorte sul mercato determinandone il crollo dei prezzi.

Dal momento che gli Usa erano diventati il principale centro finanziario e la maggiore economia del pianeta, la crisi sia della liquidità sia dei prezzi dei cereali avviò un perverso processo a domino, destinato a ripercuotersi sul resto del mondo. L’Inghilterra, che fino alla vigilia della prima guerra mondiale aveva potuto contare su colossali risorse finanziarie, non era ormai più in condizione di far fronte alla crisi. La maggior parte delle sue riserve finanziarie consistevano ora in depositi a breve termine che potevano essere ritirati senza preavviso e che, come conseguenza del panico provocato dalla crisi, lo furono repentinamente. Scoppiò così una crisi di liquidità che da Londra si ripercosse sull’intero sistema bancario britannico e da lì nel resto del mondo, India compresa.

Nel subcontinente indiano, il crollo dei mercati internazionali si tradusse in un immediato cataclisma per l’economia coloniale. Il prezzo delle materie prime agricole e delle colture commerciali come la juta, il cotone e i cereali crollò di oltre il 50%, distruggendo la fragile economia di sussistenza delle masse rurali. Tuttavia, l’amministrazione coloniale britannica, per far fronte alla propria crisi di liquidità, mantenne inalterato il livello della tassazione fondiaria (land revenue), stringendo i contadini nella morsa simultanea dello Stato coloniale imperialista e degli usurai locali.

Per rimediare al collasso del proprio sistema creditizio, l’imperialismo britannico attuò una spietata politica di drenaggio monetario: sganciata la sterlina dal sistema aureo (gold standard) nel 1931, il governo coloniale impose un tasso di cambio artificiale che costrinse le masse contadine indiane a svendere l’oro accumulato sotto forma di piccoli risparmi familiari per poter assolvere ai tributi fiscali. Questo immenso flusso di "oro di emergenza" indiano esportato a Londra puntellò la finanza britannica, ma provocò l’assoluto immiserimento delle campagne del subcontinente.

Questo fu il motore immediato della disubbidienza civile del 1930. Il massiccio ingresso dei contadini poveri nella lotta non fu il prodotto di una ascesi spirituale o della predicazione morale di Gandhi, ma il risultato diretto e inevitabile delle contraddizioni globali del capitalismo. La crisi di sovrapproduzione, nata nei centri dell’imperialismo occidentale, scaricò tutto il suo peso distruttivo sulle classi più sfruttate della periferia coloniale. Spinte dalla fame e dall’espropriazione, le masse rurali indiane si ridestarono, confermando la tesi marxista secondo cui le grandi svolte storiche e l’estensione dei movimenti sociali sono sempre determinati dal sussulto delle condizioni materiali d’esistenza e dalle crisi economiche, che nessuna direzione riformista o borghese è in grado di scongiurare o controllare a piacimento.


93. – Il meccanismo della crisi

All’interno di questo quadro generale, la scarsità del credito bancario mise in grave difficoltà i grandi mercanti locali, che acquistavano la produzione agricola grazie ai finanziamenti ottenuti dalle banche. La loro difficoltà a investire ebbe gravi ripercussioni sulle élite rurali, che non riuscirono a vendere i raccolti. A questo si aggiunse la comparsa sul mercato indiano di grano proveniente dall’estero, i cui prezzi erano notevolmente depressi dalla crisi globale.

In passato, in situazioni solo superficialmente analoghe di calo dei prezzi, le classi dominanti del mondo rurale immagazzinavano la produzione in attesa che i prezzi crescessero. Ma a partire dall’estate del 1930 i prezzi del grano continuarono a diminuire, trascinando al ribasso anche il miglio, il cui prezzo doveva in ogni caso essere tenuto al di sotto di quello del grano per poter essere venduto. In un secondo momento anche il riso fu trascinato in questa spirale negativa, che continuò per anni.

Le conseguenze furono catastrofiche. L’imposizione fiscale coloniale, che era rimasta costante da molti anni e che, quindi, non variava in base al valore reale dei raccolti o dei loro ricavati monetari, assunse un peso insopportabile. Tutti coloro che erano indebitati, compresi i membri delle classi superiori agrarie locali, si trovarono in grosse difficoltà nel ripagare i debiti o solo i loro interessi.

Molti dei prestatori di denaro rurali, che avevano investito una parte della loro ricchezza in depositi di granaglie, li videro svalutarsi, e questo li rese inflessibili nel riscuotere i crediti residui. Per le classi sfruttate del mondo rurale, il venir meno del credito tradizionale significò sempre più frequentemente essere spinti al di sotto della pura sopravvivenza.

Questa morsa speculativa rispondeva alla dinamica classica analizzata negli studi di Marx sulla produzione agraria: la penetrazione dei rapporti capitalistici nelle campagne arretrate impone al piccolo produttore il pagamento delle tasse in denaro e non più in natura, costringendolo a svendere il raccolto sul mercato. Perduta la capacità di auto-sussistenza cade nella rete del grossista e del capitale usuraio. Questi non hanno interesse a modernizzare le strutture produttive, ma si limitano a sfruttarle, riducendo il contadino a un lavoratore coatto, confiscandogli l’intero plusprodotto e persino una parte del necessario alla sua stessa sussistenza.

Mentre il volume fisico della produzione agricola rimaneva invariato, il crollo catastrofico del suo valore di mercato rese le tensioni sociali esplosive. Nelle campagne indiane i contraccolpi della crisi cominciarono a farsi sentire a partire dall’estate del 1930. Furono particolarmente violenti nel Gujarat, nelle Province Unite, nel Bihar, nelle Province Centrali e nella parte settentrionale della Presidenza di Madras (l’odierno Andhra Pradesh).

In questo scenario, gli attivisti del Congresso ebbero buon gioco nel diffondere le parole d’ordine del nazionalismo, esortando i contadini indiani al non pagamento dell’imposta terriera. Tuttavia, l’intervento del Congresso rifletteva ancora una volta una precisa delimitazione di classe: orientando la protesta contadina esclusivamente verso il bersaglio dell’imposta terriera dovuta allo Stato britannico, i nazionalisti tutelavano gli interessi dei grandi proprietari terrieri (zamindari o janmi), deviando la rabbia dei contadini poveri ed evitando che lo sciopero fiscale si trasformasse in una ribellione generalizzata contro l’usura, gli affitti e i proprietari. Il nazionalismo interclassista agiva così da camera di compensazione della crisi, unificando fittiziamente sfruttati e sfruttatori indigeni contro il nemico coloniale.


94. – Questione sociale e contraddizioni di classe

Se fino a quel momento il Congresso era riuscito a mantenere una parvenza di unità di tutte le classi mobilitate nella lotta contro lo Stato coloniale, durante le agitazioni nel mondo rurale questa finzione interclassista entrò bruscamente in crisi. Da un lato il Congresso spingeva i contadini a non pagare le imposte al Raj, ma dall’altro si scontrava con problemi strutturali interni e irrisolti, legati al pagamento dei fitti agrari e all’indebitamento cronico. La contrapposizione materiale non era più tra il Raj britannico e i kisan (il termine generico con il quale si indicavano i contadini), bensì fra le varie e antagoniste classi in cui si divideva il mondo rurale indiano. In alcune zone dell’India, in particolare nelle Province Unite e nel Bihar, le tensioni fra i gruppi dominanti a livello locale – i grandi proprietari terrieri (zamindari) e i fittavoli agiati – e i contadini poveri e i braccianti senza terra si inasprivano, mettendo la dirigenza del Congresso di fronte al problema di quale linea politica seguire.

La scelta del partito fu nettamente di appoggiare i gruppi sociali dominanti locali e di tutelare la proprietà terriera. Quegli attivisti del Congresso che, subendo la pressione delle masse, continuavano a portare avanti le rivendicazioni delle classi sfruttate delle campagne furono progressivamente emarginati e silenziati dai comitati superiori del partito. Al di là delle scelte della dirigenza gandhiana, risultava sempre più evidente che, in molte parti dell’India, si stessero aprendo vistose fratture all’interno di quello che era sembrato il seguito compatto dato dai kisan al movimento nazionale e alla politica della disubbidienza civile.

Nel frattempo anche i grandi industriali e finanzieri, che avevano attivamente sostenuto e foraggiato il partito attraverso organizzazioni padronali come la Federation of Indian Chambers of Commerce and Industry (FICCI), si dimostravano sempre più inquieti sull’opportunità di continuare a sostenere economicamente il Congresso. Costoro avevano appoggiato Gandhi perché scontenti della politica economica del governo coloniale, che non si faceva sufficientemente carico dei loro interessi nei confronti della concorrenza manifatturiera e finanziaria inglese; ora, però, questi gruppi industriali iniziavano a essere allarmati dall’eventualità che le continue agitazioni promosse nell’ambito della disubbidienza civile potessero contribuire al crollo definitivo dell’economia e, soprattutto, sfociare in una rivolta sociale incontrollabile.

L’emergere di queste vistose fratture di classe svela l’inconciliabilità degli interessi all’interno del blocco nazionale indiano e mette a nudo la vera funzione storica del gandhismo. Finché la mobilitazione serviva a esercitare una pressione sul governo coloniale per ottenere concessioni doganali, tariffe protettive e spazi di potere per i capitalisti indiani, l’alta borghesia di Bombay e Calcutta finanziò generosamente le campagne del Congresso. Nel momento in cui la crisi del 1929 spinse i contadini poveri a legare lo sciopero delle tasse al rifiuto di pagare gli affitti ai grandi proprietari e i debiti agli usurai, il meccanismo nazionalista indiano rivelò la sua natura. La dirigenza del Congresso e i grandi industriali della FICCI compresero che la ribellione delle masse rischiava di travolgere le basi stesse dei rapporti di produzione capitalistici. L’emarginazione degli attivisti radicali e la richiesta padronale di frenare le agitazioni dimostrano come la borghesia indigena, per salvare la propria egemonia di classe e la sacralità della proprietà privata, fosse strutturalmente disposta a bloccare la spinta rivoluzionaria delle masse e a cercare l’ennesimo compromesso costituzionale con lo stesso imperialismo britannico.


95. - Il Patto Irwin-Gandhi e lo sbocco parlamentare

Nel suo complesso la vigliacca borghesia indiana non tardò a porre rimedio a questo scenario di potenziale radicalizzazione delle lotte: nel marzo 1931 vi fu un accordo fra il viceré e Gandhi. Quello che passò alla storia come il Patto Irwin-Gandhi prevedeva la sospensione immediata del movimento di disubbidienza e l’impegno da parte di Gandhi a partecipare alla seconda Conferenza della Tavola Rotonda in Inghilterra, sulla base dell’accettazione del progetto di Federazione già delineato nella prima sessione. Tale progetto contemplava la concessione della piena autonomia provinciale e la graduale introduzione del “governo responsabile” a livello federale, lasciando tuttavia agli inglesi il controllo strategico dei ministeri della Difesa, degli Esteri e delle Minoranze. In cambio della partecipazione del Congresso alla seconda Conferenza, Irwin si impegnava a ritirare i provvedimenti restrittivi contro di esso, a rimettere in libertà i prigionieri politici non responsabili di atti di violenza e a permettere la manifattura del sale a livello locale e la vendita per il consumo domestico.

Il patto fu aspramente criticato dalla sinistra del Congresso, a cominciare da Jawaharlal Nehru, ma anche dal movimento sindacale operaio, che in quegli anni provava a rafforzarsi in alcune città. Il patto lasciò in stato di shock i kisan del Congresso, in quanto l’accordo firmato da Gandhi non faceva alcun cenno né al problema vitale della riduzione dell’imposta terriera, né alla possibilità di restituire le terre che erano state confiscate dalle autorità coloniali in seguito al mancato pagamento dell’imposta. Al contrario, le classi dominanti e i grandi proprietari terrieri del mondo rurale accolsero l’accordo con sollievo, vedendo finalmente allontanato lo spettro di una rivolta agraria.

Mentre Gandhi si preparava a recarsi a Londra il governo indiano mise a punto una nuova strategia repressiva e convinse quello inglese della necessità di adottarla in caso di fallimento delle trattative. Questa prevedeva la promulgazione di una Emergency Powers Ordinance (Ordinanza sui poteri d’emergenza) che attribuiva al governo coloniale poteri repressivi talmente vasti da configurarsi come una “legge marziale civile”.

Gandhi in Gran Bretagna ottenne un certo successo di pubblico ma questo valse a innalzare lo status del suo personaggio, non riuscendo a influenzare minimamente i lavori e gli esiti della Conferenza. Tornato in India il capo gujarati era scettico sulle possibilità di riprendere con successo il movimento di disubbidienza civile, una posizione che era invece auspicata da Jawaharlal Nehru e da altri esponenti del Congresso. Gandhi, in realtà, sembrava intenzionato ad aprire un altro round di trattative con il nuovo viceré, Lord Willingdon (1931-1936), che però non aveva nessuna intenzione di far uscire il Mahatma dal vicolo cieco in cui si era nuovamente cacciato e rifiutò seccamente qualsiasi contatto di natura politica.

Nel gennaio 1932 Gandhi, quasi costretto dagli eventi e dalla pressione interna al suo stesso partito, decise di riprendere la disubbidienza civile. Immediatamente il governo indiano rispose promulgando la Emergency Powers Ordinance riattivando una serie di regolamenti repressivi e arrestando nuovamente lo stesso Gandhi. Poco dopo il Congresso venne messo fuori legge, il governo coloniale ne sequestrò le proprietà e arrestò tutti i principali dirigenti.

Al Congresso non rimaneva che rilanciare la disubbidienza civile su larga scala. Questa volta, però, il movimento si dimostrò, fin dall’inizio, debole e del tutto privo di slancio. La ragione non va ricercata nella repressione britannica (che fu massiccia e portò a circa 36.000 arresti) ma nello scarso seguito dimostrato dalle diverse classi contadine, le quali, sentendosi tradite dai precedenti compromessi del 1931, si rifiutarono di farsi spendere un’altra volta come massa di manovra per gli interessi della borghesia urbana e agraria.

In questo quadro nel 1933 la maggioranza dei congressisti, non certo interessata delle sorti delle classi sfruttate, si era convinta che l’unica via percorribile politicamente fosse il ritorno alla lotta parlamentare. Le elezioni all’Assemblea legislativa centrale, che si sarebbero tenute nel 1934, ne rappresentarono l’appuntamento importante. Da quel momento si iniziò a prospettare la resurrezione dello Swaraj Party, ma la richiesta della scelta parlamentare divenne così forte che l’ipotizzato nuovo partito si rivelò uno strumento inadeguato. Il risultato fu che a Patna, nel maggio 1934 e con la formale approvazione di Gandhi, si decise che sarebbe stato il Congresso in prima persona a partecipare alle elezioni, revocando la disubbidienza civile. Alle elezioni dello stesso anno il Congresso conquistò 44 degli 88 seggi elettivi (altri 39 erano riservati a deputati nominati direttamente dal viceré), confermandosi alle urne come il maggior partito indiano.

L’intero ciclo della disubbidienza civile del 1930-34 e il suo sbocco finale confermano la traiettoria storica del movimento nazionalista indiano. Il Patto Irwin-Gandhi del 1931 non fu un errore tattico o un momento di debolezza personale del capo gujarati, ma il logico compimento della politica della borghesia autoctona. Non appena la mobilitazione dei contadini poveri minacciò di travolgere i pilastri della proprietà agraria e dell’economia, la classe dominante indiana preferì correre a Londra per negoziare le quote di amministrazione del potere con l’imperialismo britannico, abbandonando i contadini alle confische e alla repressione del Raj. Quando il Congresso tentò di riattivare artificialmente il movimento nel 1932, le masse contadine, avendo sperimentato sulla propria pelle il carattere mistificatorio del gandhismo, risposero con l’apatia e il disimpegno, svuotando l’azione di ogni forza reale.

Il successivo e rapidissimo riflusso verso le urne del 1934, benedetto dallo stesso Gandhi, segna la conclusione di questa parabola: esaurita la funzione di contenimento delle masse, i rappresentanti politici delle classi dominanti indiane rientrarono nei ranghi delle istituzioni coloniali.

(continua al prossimo numero)








Le ideologie della borghesia

(Segue dal numero precedente)


Parte 5 - Dante Alighieri

Esposto alla riunione generale di gennaio 2025
 

Con Dante Alighieri abbiamo uno dei primi tentativi della borghesia, forse il primo, di dotarsi di una propria ideologia. Il famosissimo inizio della Commedia dantesca recita: «Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura / che la diritta via era smarrita».

Alle mille interpretazioni fatte dai dantisti ne aggiungiamo una: se l’autore è in una situazione per cui niente si vede e più si capisce, e non si trova la via d’uscita è perché alla classe sociale neonata cui appartiene, la borghesia, l’ideologia del mondo feudale in cui si trova immersa, sta stretta. È un’ideologia inadeguata ai bisogni di questa nuova classe e al suo sviluppo, in quanto espressione di rapporti feudali che non ne contemplavano l’esistenza.

La borghesia, pur essendo oggettivamente rivoluzionaria nei confronti del feudalesimo, come tutte le classi che nella storia si sono trovate in analoga situazione, non ha inizialmente alcuna coscienza di ciò; ci vorranno alcuni secoli perché elabori una propria ideologia rivoluzionaria. Al suo nascere non vuole distruggere il vecchio ordinamento, ma trovare il suo posto in esso, elaborando quindi una visione del mondo che comprenda la propria esistenza all’interno della società feudale.

Durante Alighieri, detto Dante, nasce a Firenze nel 1265 da una famiglia di mercanti: si è parlato di una piccola nobiltà perché il trisavolo Cacciaguida fu cavaliere nella seconda Crociata, ma ciò che è certo è che il nonno paterno Bellincione era un popolano, e che Alighiero di Bellincione, suo figlio e padre di Dante, svolgeva la professione di cambiavalute e anche di usuraio. Nel 1289 Dante partecipa alla battaglia di Campaldino dalla parte dei guelfi, in gran parte fiorentini, che sconfiggono i ghibellini, in gran parte aretini. Dall’inizio degli anni novanta partecipa alle vicende politiche cittadine, ricoprendo incarichi pubblici dal 1295, quando furono promulgati i “Temperamenti”. Dal novembre 1295 all’aprile 1296 fa parte del Consiglio Speciale del Capitano, detto dei Trentasei, espressione la più ristretta del popolo fiorentino. Quindi, fino all’ottobre successivo è nel Consiglio dei Cento.

Dal 15 giugno al 15 agosto 1300 è uno dei sette Priori. In quanto tale, per mettere fine alle lotte intestine tra Bianchi e Neri, fa condannare all’esilio otto guelfi neri e sette guelfi bianchi, tra cui l’amico Guido Cavalcanti. Nel novembre 1301 i Neri prendono il potere e Dante, trattenuto a Roma per una ambasceria, nel marzo 1302 è condannato a morte in contumacia, seguendo la sorte dei Bianchi di cui faceva parte. Comincia quindi il suo esilio presso varie corti, che si conclude con la morte a Ravenna nel 1321.


Il Comune di Firenze e la borghesia

Nella cronaca del Senzanome si dice che nel Comune di Firenze i primi Consoli appaiono nel 1125: due per bimestre, affiancati da un Consiglio di 150 Bonomini e, quattro volte all’anno, da un’Assemblea generale dei cittadini. Da quel poco che ne sappiamo si presume che i Consoli fossero espressione di quella piccola nobiltà inurbata, inizialmente in contrasto con i ceti mercantili per il dominio nella città, almeno fino alla fusione con essi. Le corporazioni delle arti e dei mestieri sono testimoniate nel 1182, anche se il Villani nella sua “Cronica” parla dell’Arte di Calimala nel 1150. Nel 1207 si passò dai Consoli a un unico Podestà, proveniente da fuori città affinché fosse estraneo alla lotta tra le varie fazioni e famiglie.

Subito fu creata una milizia armata da parte di quella piccola nobiltà che, almeno inizialmente, non aveva interessi divergenti dalla nascente borghesia. Ciò cambiò ben presto, e già nel 1184 è testimoniato l’apparire di Consoli della milizia, a salvaguardia degli interessi da loro rappresentati, e considerati minacciati dal Popolo, cioè dalla nuova borghesia. Questa, oltre alle Arti, dagli anni ’20 del XIII secolo è rappresentata dalle Società popolari, organizzazioni armate su base territoriale. Arti e Popolo costituzionalmente non coincidevano, ma erano espressione della stessa base sociale. La prima organizzazione territoriale del Popolo di cui si ha notizia si riferisce ai Buonomini dal 1224. Nel Consiglio del 1224 alle Arti maggiori si affiancarono definitivamente i Priori delle Arti.

La studiosa Silvia Diacciati nel suo testo “Il popolo e il sistema politico fiorentino dalla fine del XII secolo alla metà del Duecento” scrive: «I Priori erano espressione di strati del mondo artigiano fiorentino inferiori a quelli iscritti alle cosiddette Arti maggiori, anche se, con ogni probabilità, avevano raggiunto anch’essi una discreta posizione economica e sociale. Le Arti che facevano capo ai Priori, invece, non dovevano accogliere al loro interno i più piccoli e modesti artigiani né ne proteggevano gli interessi: costoro, per il momento, erano ancora esclusi dalla vita politica della città (...) Solo con la conquista del potere nel 1250 il Popolo avrebbe poi inquadrato tutti gli aderenti alla societas Populi, e forse anche tutti coloro che militavano a piedi nell’esercito comunale».

Come sempre i rapporti tra le classi sono a volte evidenti a volte meno, mascherati da forme istituzionali che solo confusamente li rispecchiano. La milizia, che rappresentava l’elemento aristocratico, nelle lotte interne per il predominio cercò l’appoggio del Popolo, la cui organizzazione verosimilmente nacque al di fuori delle divisioni del patriziato urbano, poi tra Guelfi e Ghibellini. Il Popolo, pur appoggiando a volte l’uno o l’altro schieramento, si mantenne sostanzialmente estraneo alla guerra civile provocata dalla milizia, traendone vantaggio.

Leggiamo ancora: «Alla fine del XII secolo i mercanti e i ceti medi e agiati, cuore del movimento popolare fiorentino, grazie a redditizie attività mercantili, creditizie e artigianali, erano in piena ascesa economica e sociale, e pur tuttavia esclusi dal processo decisionale. Ma elementi vitali particolarmente numerosi furono anche i notai e i giudici (…) continuando, tuttavia, ad escludere i lavoratori più modesti».

Nell’ambito delle contese tra Guelfi e Ghibellini, il governo di questi ultimi, capitanati dalla famiglia degli Uberti, intorno al 1244 introdusse accanto al Podestà rappresentanti del “Popolo”, cioè della nuova borghesia. Dal 1246 Podestà fu Federico d’Antiochia, figlio naturale dell’imperatore Federico II, ovviamente in appoggio al partito ghibellino.

Ma nel 1250 l’esercito fiorentino fu sconfitto dai guelfi fuoriusciti, e dopo un mese un’insurrezione guidata dal Popolo cacciava il Podestà e le grandi famiglie che lo avevano appoggiato. Cominciava il governo del Popolo Vecchio, o “Primo Popolo”, in accordo con la parte guelfa. Le istituzioni politiche furono in continuità con quelle ghibelline del 1244: da una parte il Comune con il Podestà e due Consigli, e dall’altra il Popolo con un Capitano, forestiero come il Podestà, e altri due Consigli. A questi anni risale lo scapitozzamento delle torri dei nobili, e al 1252 la moneta aurea denominata Fiorino.

Con la battaglia di Montaperti nel 1260 gli esuli ghibellini, alleati con altre città, sconfissero Firenze e ripresero il potere togliendolo ai guelfi. Papa Urbano IV scomunicò i ghibellini di Firenze. Questo fu un grave problema per banche e compagnie commerciali, dato che i buoni cristiani non erano tenuti a pagare i debiti contratti con gli scomunicati, e più in generale ad avere rapporti di affari con loro.

Ma, a seguito della sconfitta di Manfredi a Benevento, nel 1266 i ghibellini furono cacciati da Firenze. Molti di essi poterono tornare nel 1280. Il Popolo approfittò della tensione tra le fazioni per ottenere tra il 1282 e il 1284 delle modifiche istituzionali: il Collegio dei sei Priori delle Arti, uno per sestiere, un Gonfaloniere scelto dalle Arti, un Consiglio, dei reparti armati, e propri esponenti nel Consiglio del Podestà.

Per tenere a bada i magnati, l’aristocrazia cittadina, il Popolo Grasso intorno al 1287 cercò l’appoggio del Popolo Minuto, con leggi a questo favorevoli. Il Popolo Grasso è approssimativamente rappresentato dalle sette Arti maggiori, dai grandi mercanti, banchieri, giudici e notai; il Popolo Minuto, sempre approssimativamente, dalle quattordici Arti minori, da artigiani e mercanti di minore importanza.

Al di fuori del Popolo erano i contadini e le plebi urbane, costituite da operai e servitori, privi di qualsiasi potere e rappresentanza.

Con la battaglia di Campaldino nel 1289 e la definitiva sconfitta dei ghibellini, i magnati rivendicarono un maggior potere, dato che la vittoria era dovuta in buona parte alle loro capacità militari. Lo storico Gino Luzzatto nella sua Prefazione alla “Cronica” di Dino Compagni, scrive: «Quei dissidi tenevano impegnata una parte sola della popolazione e non la maggiore né la più importante. Mentre tra i Grandi le gelosie private e la smania di dominio mantenevano un perenne stato di guerra, i popolani, invece, padroni ormai del Comune, avevano saputo dargli una Costituzione, che, nel mutamento frequentissimo dei magistrati, impediva il formarsi di grandi individualità politiche e di ambizioni eccessive (...) e creava col continuo esercizio una classe di persone pratiche degli affari pubblici».


Gli ordinamenti di giustizia

La politica anti-magnatizia del Popolo Grasso, rivolta a guadagnare il favore del popolo minuto, sfociò negli Ordinamenti di Giustizia del gennaio 1293. Venne redatta una lista di famiglie di Magnati esclusi prima da alcune cariche pubbliche poi da tutte; furono promulgate leggi favorevoli al Popolo e sfavorevoli ai Magnati nei campi annonario, giudiziario, penale, ecc. La loro esclusione dagli uffici politici non lo significava anche da quelli amministrativi e in particolare militari: i popolani utilizzavano i Magnati nei compiti da cui difficilmente potevano essere sostituiti. Per i Magnati fu anche costruito un carcere speciale. Al Gonfaloniere di Giustizia vennero assegnati, come dice il Compagni nella sua “Cronica” «mille fanti tutti armati (…) presti a ogni richiesta del detto Gonfaloniere, in piazza o dove bisognasse». Scrive il Luzzatto: «Il numero dei fanti della giustizia, milizia popolare destinata a far rispettare le nuove leggi contro i magnati, fu portato a duemila durante il priorato di Giano, e più tardi a quattromila, a cui si aggiunsero 8.500 pedoni del contado».

C’è un’analogia con il comportamento dello Stato russo nelle mani del proletariato riguardo l’utilizzo degli specialisti borghesi.

Gaetano Salvemini nel 1899, quando faceva ancora parte del Partito Socialista, scrisse un importante testo dal titolo “Magnati e popolani in Firenze dal 1280 al 1295”: «La lotta inacerbitasi obbligò necessariamente il Popolo Grasso ad appoggiarsi ancora di più al Popolo Minuto; e questo, approfittando delle strettezze in cui si trovavano le Arti maggiori, violentemente assalite e sbattute dai Grandi, riuscì a prendere per un certo tempo il sopravvento sullo stesso Popolo Grasso; e si ebbe così per la prima volta nella storia di Firenze un certo predominio delle Arti minori nella politica del Comune».

Il nobile Giano della Bella, tra i principali ispiratori degli Ordinamenti di Giustizia, Priore e capo del partito popolare, rimase al potere dal gennaio 1293 al febbraio 1295, quando se ne andò per le accuse rivoltegli, fu quindi condannato a morte in contumacia e scomunicato. I Magnati riuscirono a inimicargli tanto il Popolo Minuto quanto il Popolo Grasso.

Nel novembre 1294 i Priori elessero degli arbitri che dovevano riformare tutta la legislazione compilando un nuovo Codice, che avrebbe dovuto prendere il posto degli Statuti del Podestà, del Capitano, e dei vari Ordinamenti.

Gli Ordinamenti di Giustizia del 1293 erano stati un tentativo, poco coerente e ancora meno consapevole, di dittatura rivoluzionaria esercitata sui Magnati da parte di tutta la borghesia fiorentina. Ma l’unità di intenti tra Popolo Minuto e Popolo Grasso venne poi meno per la diffidenza reciproca e quando quest’ultimo, vedendo minacciata la propria supremazia, tornò a cercare alleati tra i Grandi. Dino Compagni nella sua “Cronica” scrive che “i cittadini buoni”, e cioè il Popolo Grasso, era preoccupato dei disordini e dell’eccessiva durezza del governo di Giano, mentre il Popolo Minuto lo considerava talvolta non abbastanza radicale. Con la cacciata di Giano il Popolo Grasso riconquista la supremazia, in alleanza con i Magnati.

Nel luglio 1295, dopo un fallito tentativo magnatizio di prendere il potere, furono promulgati i Temperamenti agli Ordinamenti di Giustizia, che consistevano in un allentamento delle misure contro i Magnati, ma non nella loro abolizione. I Magnati, prima esclusi da tutte le cariche in quanto non praticanti nessuna Arte e viventi di rendita, potevano ora ricoprire i vari incarichi a condizione di iscriversi a una delle Arti, anche senza praticarla. È in questa occasione che Dante, iscrivendosi all’Arte dei Medici e Speziali, pronuncia un discorso a favore dei Temperamenti ed entra a far parte delle magistrature cittadine.

Nel dicembre 1295 i Priori, alla scadenza del loro mandato, furono bersaglio di pietre e pezzi di legno lanciati da membri delle Arti minori, che li accusavano di aver tradito il modo di governare di Giano; lo stesso era accaduto sei mesi prima, alla scadenza del mandato dei Priori che avevano approvato i Temperamenti.


Lotta di classe

Lo storico russo Nicola Ottokar nel 1926 scrisse un testo ben documentato, “Il Comune di Firenze alla fine del Dugento”. Ottokar, di origine nobile, aveva lasciato la Russia nel 1921 non avendo alcuna simpatia per la rivoluzione, per il comunismo e per il marxismo. Criticava lo scritto di Salvemini che, già dal titolo, mette alla base di tutto la lotta di classe, mentre per il russo le vicende si spiegano con la lotta interna alla classe politica cittadina, in analogia con le teorie di Mosca, Pareto e Max Weber. Certo opporre Magnati a popolani, e Popolo Grasso a Popolo Minuto è eccessivamente schematico, ma questo non era negato da Salvemini. Ottokar dice giustamente che la parte superiore del Popolo Grasso, costituita soprattutto da giudici e notai, aveva molti interessi in comune con i Magnati, con i quali spesso si confondeva.

Secondo Luzzatto c’erano due specie di Magnati: per natura, o nobili propriamente detti, e per accidente, o alta borghesia, ricchi industriali e mercanti di origine popolana, poi fattisi cavalieri e unitisi alla nobiltà, di cui imitavano la vita e i costumi. Ottokar giustamente rileva che i rappresentanti del Popolo Minuto nel priorato e nelle altre istituzioni cittadine non erano modesti artigiani ma, pur facendo parte delle Arti minori, titolari di molte ricchezze e proprietà immobiliari dentro le mura. In effetti, al di là delle lotte tra Guelfi e Ghibellini, tra favorevoli e contrari agli Ordinamenti di Giustizia, poi tra Bianchi e Neri, il potere rimase nelle mani di “potenti Popolani”.

Ma tutto ciò non smentisce affatto la fondamentale lotta di classe, ma lo conferma. Lo stesso studio di Ottokar dimostra che la lotta di classe non passa soltnto tra Magnati e Popolani, ma anche tra Popolo Gasso e Popolo Minuto, e all’interno di quest’ultimo, e anche all’esterno del Popolo, verso quelle plebi che non avevano alcun potere e rappresentanza. La ristretta oligarchia di “potenti Popolani” non prova la non esistenza o importanza della classe borghese a Firenze: è l’apparato di governo che in quel momento riesce ad esprime.


La borghesia vince su Guelfi Bianchi e Neri

L’esito della lotta tra Bianchi e Neri lo conferma. La ricca famiglia dei Cerchi, di origine popolana, non vedeva favorevolmente gli Ordinamenti di Giustizia, ma sembra che rimanesse estranea alla cacciata di Giano. L’odio con la famiglia dei Donati, espressione della reazione magnatizia, risale a diversi anni prima, dovuto a questioni di supremazia tra famiglie potenti, esplose nel 1300.

Ancora Luzzatto: «Firenze fu nuovamente divisa in due campi nemici: da una parte i Cerchi con pochi grandi, o loro consorti, o amici personali, o ghibellini, con la maggioranza del popolo grasso (...) dall’altra, con i Donati, quasi tutte le forze dei grandi guelfi e molti dei minori popolani».

Papa Bonifacio VIII cerca di imporre la supremazia pontificia su Firenze e sulla Toscana; a tal fine appoggia i Guelfi Neri di Corso Donati contro i Bianchi di Vieri de’ Cerchi. Nel novembre 1301, con l’entrata in città dell’inviato del papa Carlo di Valois, i neri prendono il potere. Ma, continua Luzzatto: «Mancarono però i due risultati più importanti: il ritorno al potere della classe magnatizia e l’assoggettamento della città alla supremazia pontificia. Mai come allora il Comune popolare mostrò in luce tanto chiara tutta la sua forza vitale, resistendo vittoriosamente a un urto così terribile, e facendo rispettare da amici ed avversari tutti i suoi diritti e tutte le sue leggi (...) In mezzo alle lotte, alle crisi e all’anarchia temporanea, una cosa rimane immutata: il cammino ascendente della classe popolare».


Giudizi degli storici su Dante

I giudizi degli storici su Dante sono molto diversificati. Alessandro Barbero parla di un Dante gigante della letteratura ma di scarsa originalità come filosofo e reazionario in politica. Questo era anche il giudizio di Benedetto Croce e di Jacques Le Goff. Gli studiosi del tardo medioevo e del rinascimento italiano Eugenio Garin e Cesare Vasoli, erano di diverso parere: giustamente situavano Dante sul crinale tra medioevo e rinascimento.

Da “La filosofia medioevale” di Vasoli: «Artefice tra i più alti di quel momento della civiltà occidentale che conclude il lungo tempo medioevale e prepara l’avvento della cultura umanistica, Dante Alighieri, come poeta e come pensatore è un uomo che vive alla frontiera di due mondi, al limite tra la nostalgia di una grande tradizione e l’attesa quasi escatologica di un’età nuova e riscattata. In lui la religiosità medioevale e il gusto dell’arditezza teologica si accordano senza difficoltà con il più vivo interesse per il mondo umano e la curiosità delle cose naturali».

Garin, in “Rinascite e rivoluzioni”: «Non più alle origini del mito della “renovatio”, soltanto Cola di Rienzo e Petrarca, ma anche Dante (...). Profetismo e ansie gioachimite sembrano incontrarsi con ispirazioni ermetiche, e con savonaroliane volontà di riforma».

Infatti la separazione tra il letterato e il poeta da una parte, e il cristiano, il filosofo e il politico dall’altra non ha molto senso, come avevano già compreso i suoi contemporanei, a cominciare da Boccaccio. Tale separazione deriva dalla distinzione tra struttura e poesia riproposta fortemente da Benedetto Croce nel primo quarto del XX secolo. Su questo punto aveva visto meglio Giovanni Gentile, l’altro filosofo idealista degli stessi anni, che non approvava tale separazione.

Su altri aspetti la posizione di Gentile è insostenibile, come quando considerava Dante l’iniziatore della filosofia italiana, riallacciandosi, pur non condividendola, alla visione risorgimentale per cui Dante sarebbe stato il profeta dell’unità d’Italia. Questa ovviamente è una sciocchezza: Dante sicuramente aveva l’idea di un’unità linguistica e culturale dell’Italia, ma certo non di un’unità politica. Il concetto di nazione nasce con la rivoluzione francese e non con i regni del medioevo, come riteneva il romanticismo del XIX secolo.

Chi va ad indagare un singolo aspetto di Dante ovviamente vi concentrerà l’attenzione, ma deve tener conto che il letterato, il cristiano, il filosofo e il politico non sono comprensibili separati l’uno dall’altro; e che gli stessi concetti di “filosofia”, “arte”, ecc., a dispetto di Croce, non sono gli stessi nel XII, XIII e XIV secolo, ed ancora meno oggi.


Dante filosofo

Per Barbero, come per Croce ed altri, la filosofia di Dante era un minestrone di scarsa originalità. L’originalità per noi è un criterio di nessuna importanza, ma tale dovrebbe essere anche per chi fa lo storico di mestiere: un pensiero scarsamente originale ci permette di comprendere meglio il mondo che lo genera in quanto più aderente ad esso.

Quanto al “minestrone”, in effetti il pensiero di Dante è eclettico e scarsamente sistematico, ma questo era un carattere molto diffuso nella scolastica, e cioè nella filosofia cristiana medioevale. Se è vero che tutti i filosofi in questione avevano il culto delle “autorità”, che erano Agostino, Aristotele, i Padri della Chiesa, ecc., è anche vero che tutti facevano una sintesi personale dei vari autori, i quali a loro volta avevano fatto altrettanto. In questo senso possiamo dire che fossero tutti originali.

Dante era sicuramente un aristotelico, interessato in particolare all’“Etica nicomachea”. Possiamo parzialmente definirlo anche un averroista, in quanto condivideva in parte la visione di Averroè, soprattutto sulla separazione degli ambiti di fede e ragione, separazione molto più netta di quella tomista, e che si è poi riflessa nelle sue concezioni politiche. Non era d’accordo con Averroè sulla concezione di un intelletto unico, che contrastava con l’esistenza di un’anima individuale, come sostenuto da Tommaso e condiviso da Dante. Nel suo “Paradiso” colloca l’averroista Sigieri di Brabante, che sosteneva la separazione tra fede e ragione e quindi tra potere temporale e spirituale, ma che riguardo all’anima sembra non concordasse con Averroè ma con Tommaso e Dante.

Va detto che nel primo quarto del XIV secolo non esisteva ancora il tomismo come posizione riconosciuta dalla Chiesa, e che Tommaso era un filosofo cristiano tra gli altri. L’aristotelismo di Dante era influenzato in particolare da quello di Alberto Magno, che era fortemente impregnato di neo-platonismo, nella tradizione di Avicenna e Al Farabi, ed anche dei testi pseudo-aristotelici come il “De causis” attribuibile al neoplatonico Proclo, e la “Teologia di Aristotele”, in realtà del neoplatonico Plotino. Questi ultimi due testi quasi sicuramente sono stati rimaneggiati nella Baghdad abbaside di Al Kindi e Al Farabi, tra IX e X secolo.

Per Dante Aristotele è “maestro di color che sanno”, ma non per questo ignora la tradizione agostiniana e francescana, in parte presente nello stesso Tommaso. Il concetto di illuminazione divina esposto nella “Commedia” deriva, oltre che da Agostino, dal generale dei francescani Bonaventura da Bagnoregio, e in qualche misura anche dagli studi di ottica di Alhazen di Bassora, a cavallo dell’anno mille. L’influenza francescana, visibile soprattutto nella richiesta di una Chiesa priva di potere temporale, comportava anche delle venature profetiche gioachimite, volte a una nuova era della Chiesa e della “città terrena”.


Dante politico

Dante è stato definito reazionario per almeno tre motivi. Il primo, di scarsa importanza, è costituito dalla nostalgia per la Firenze dell’avo Cacciaguida, dove secondo il poeta regnava la virtù, e il “maledetto fiore”, il denaro, non aveva ancora corrotto la gente dai “subiti guadagni”. L’idealizzazione dei “vecchi tempi” è un luogo comune antico quanto l’uomo e non merita attribuirgli grande importanza. Dal lato opposto anche la critica al denaro e alla gente dai “subiti guadagni” non va sopravvalutata: vi si può intravedere il riconoscimento dei limiti del nascente proto-capitalismo, ma la critica era la stessa dei movimenti pauperistici ed ereticali, a cominciare dai gioachimiti e dai francescani spirituali.

Il secondo motivo, anch’esso inconsistente, è che Dante viveva di rendita fondiaria per cui non avrebbe fatto parte del nuovo mondo e della nuova classe borghese. Il fatto che Dante avesse impiegato il denaro ereditato e frutto delle attività mercantili del padre e del nonno per acquistare dei terreni e viverne di rendita non ne fa un signore feudale e un estraneo alla classe borghese di provenienza. È stata un costante nei secoli successivi la tendenza dei ricchi borghesi di acquistare delle terre e titoli nobiliari, per poi imitare lo stile di vita dei nobili, ricevendone il più delle volte il disprezzo. Dante non si vergognava delle proprie origini, non imitava i nobili, e voleva essere apprezzato per le sue qualità di letterato, di politico e di filosofo.

Il terzo motivo è l’unico veramente consistente, rintracciabile nelle sue opere, in particolare nel “Convivio”, nella “Monarchia” e nella “Commedia”, è che le concezioni di Dante sono dominate dall’Impero e dalla Chiesa, le due istituzioni medioevali per eccellenza, in cui si incarnava la Divina Provvidenza.

Papa Gelasio nel V secolo aveva sostenuto la dottrina delle due spade: la spada del potere temporale data da Dio all’Imperatore, e la spada del potere spirituale data da Dio al Papa. Tale dottrina aveva lo scopo di sostenere l’indipendenza del potere papale, allora minacciata dal potere imperiale: spesso erano gli imperatori a nominare i papi, appoggiati da alcune famiglie della nobiltà romana, sempre in guerra con le altre. Ancora nel X secolo i papi di fatto sono nominati dalla dinastia imperiale degli Ottoni. Dopo di allora l’impero si va sempre più indebolendo e il papato comincia a rivendicare una supremazia su di esso con la lotta per le investiture, e cioè per la nomina dei vescovi; questo in particolare nell’ XI secolo con papa Gregorio VII e a cavallo tra XII e XIII secolo con papa Innocenzo III.

Nel sostenere le posizioni papali contro l’impero il polemista Manegold di Lautenbach, verso la fine dell’XI secolo, dice che il potere e la proprietà di per sé non hanno alcuna legittimità, ma sono solo una preda che cade nelle mani del più forte: potere e proprietà diventano legittimi solo quando sono riconosciuti come tali da Dio tramite il papa. Parole interessanti, ma che ovviamente non avevano alcun intento rivoluzionario. Lo stesso vale per un principio pattizio del potere sostenuto da Manegold: «Poiché nessuno è in grado di farsi imperatore da sé è chiaro che è il popolo a innalzare uno sopra tutti così che possa governare e reggere l’impero con la giustizia (…). Agli imperatori e ai re che proteggono il regno si devono lealtà e rispetto, ma se essi si volgono all’esercizio della tirannide allora ogni obbedienza e rispetto vengono a mancare (…) è evidente che deve decadere dalla carica concessagli e che il popolo ha il diritto di liberarsi dal suo dominio».

Papa Bonifacio VIII nel 1302 promulga la Bolla “Unam Sanctam”, che ribadisce la supremazia del potere spirituale su quello temporale, riprendendo e modificando la dottrina delle due spade. Entrambe le spade sono ora date da Dio al pontefice, il quale poi passa quella del potere temporale all’imperatore, che deve quindi la sua legittimità all’approvazione papale.

Papa e imperatore continuano la lotta per la supremazia, ma sono entrambi in declino davanti alla nuova realtà costituita dai regni, dai Comuni, e dalla borghesia. Dante sostiene che sia il papa sia l’imperatore ricevono la loro spada direttamente da Dio, per cui entrambi i poteri sono autonomi nel loro ambito. Adopera anche la metafora dei due soli, entrambi dotati di una luce propria che non è il riflesso dell’altra. Nel suo “Monarchia” scrive: «Duplice è il fine dell’uomo: di guisa che, com’egli solo fra tutti gli esseri partecipa dell’incorruttibilità e della corruttibilità, così egli solo tra tutti gli esseri sia ordinato a due mete ultime, una delle quali sia il suo fine in quanto è corruttibile, l’altro in quanto incorruttibile».

L’uomo ha due fini e due felicità possibili: una felicità terrena, con i suoi limiti, raggiungibile con la filosofia, e quindi con la ragione, e una felicità sovrannaturale più importante a cui arrivare con la fede e l’illuminazione divina. Essendo due fini diversi si può quindi arrivare alla felicità terrena in maniera indipendente dalla fede, anche se i due fini non devono contrapporsi ma cooperare, in vista del fine soprannaturale. La legge di natura aristotelica, base della felicità terrena, si incontra con la concezione di origine patristica, e in particolare agostiniana, dell’Impero come rimedio alla caduta umana causata dal peccato originale.

In tale visione, comune anche a Duns Scoto e Tommaso, anche la proprietà non è un diritto naturale: nell’Eden non esisteva proprietà, che è stata poi introdotta a causa del peccato originale, per limitarne i danni. Lo stesso vale per il potere temporale. Il papa quindi guida l’uomo al suo fine soprannaturale, mentre l’imperatore lo guida al suo fine terreno.

La figura dell’imperatore è necessaria per portare pace e giustizia in un mondo dove la “cupiditas”, cioè la bramosia di ricchezze, genera odi e guerre continue tra le città, tra i regni, e al loro interno. L’impero era visto, non solo da Dante, come in continuità con quello di Roma, una manifestazione della Provvidenza divina in quanto in esso, sotto l’imperatore Augusto, era venuto alla luce Cristo. L’impero costituiva quindi quella pienezza dei tempi in cui la “città terrena” si incontrava con la “città di Dio”. A differenza di Agostino quest’ultima non era il solo fine dell’uomo. Naturalmente ogni potere viene da Dio, e l’imperatore, nella sua autonomia, deve rispetto al papa: Dante esorta Cesare a usare verso Pietro l’analogo rispetto che il figlio deve al padre.

Sempre nella “Monarchia” parla del diritto del popolo romano di esercitare il suo “imperium”, e confessa il suo giovanile stupore per la conquista del mondo da parte del popolo romano, allora da lui attribuita alla violenza delle armi e non alla Provvidenza.

La visione di Dante si ricollega ad Averroè, in quanto la netta distinzione tra ambito della fede e ambito della ragione non doveva implicare contrasto: diceva Averroè che “il vero non contrasta col vero”. La differenza consiste nel fatto che il cordovano credeva che l’uomo potesse arrivare individualmente ad attingere alla conoscenza, anche se questa apparteneva all’intelletto unico, noi diremmo alla specie; era separata dai singoli uomini ma alcuni, pochi, filosofi e profeti, potevano arrivare a contemplarla. L’averroista Giovanni di Jandun fa un passo in avanti dicendo che solo la collettività può arrivare alla conoscenza. Dante ha una concezione analoga, ma inserita in una visione politica assente in Giovanni di Jandun. Leggiamo dalla “Monarchia”: «È dunque evidente che la più alta potenza dell’umanità è la potenza o facoltà intellettiva. Ma poiché questa potenza intellettiva non può trasformarsi in atto in un solo uomo o in una particolare congregazione di uomini, è necessario che sia nella moltitudine del genere umano che questa potenza totalmente si attua». Oltre ad Averroè e Giovanni di Jandun, viene qui in mente anche il “general intellect“ di Marx.

Per Dante quindi le capacità razionali umane non possono essere pienamente sviluppate da un singolo né da un gruppo, ma solo dal genere umano nella sua interezza. Perché ciò sia possibile sono necessarie la pace, la giustizia e la libertà, che solo l’autorità indiscussa dell’impero può garantire. Un’autorità indiscussa ma non “absoluta”, cioè non sciolta dal rispetto della legge umana e divina. «Non i cittadini sono per i consoli né il popolo è per il re, ma al contrario i consoli sono per i cittadini e il re è per il popolo».

Anche Tommaso d’Aquino parlava di una monarchia universale, e anche di un principio pattizio, per cui, se il monarca si comportava da tiranno, perseguendo il proprio interesse anziché il benessere del popolo e la gloria di Dio, il popolo poteva legittimamente rifiutargli l’obbedienza, deporlo, e anche ucciderlo. Rispetto a Dante la differenza principale consiste nel non distinguere tra potere spirituale e potere temporale. Ciò che invece accomuna Tommaso e Alberto Magno a Dante consiste nella priorità data alla comunità civile rispetto all’autorità: nella traduzione della “Politica” aristotelica il termine greco polis viene tradotto con civitas.

La “Monarchia” viene messa al rogo pubblicamente nel 1329 su ordine di papa Giovanni XXII, e finisce nell’Indice dei libri proibiti nel 1559, restandoci fino al 1881!

Nella “Commedia” Dante esalta Cesare, Giustiniano e Virgilio, vate di Augusto. In apparente contraddizione pone a custode del Purgatorio Catone Uticense, un pagano suicida in nome della libertà; sembrerebbe un ritorno all’esaltazione delle libertà comunali poi rinnegate a favore dell’impero. Questo nell’interpretazione di un Dante reazionario. La figura di Catone stava a significare che i princìpi etici e filosofici degli antichi erano sufficienti a realizzare la felicità terrena, trasformando la “moltitudo” in una comunità politica. Secondo Croce e altri Dante sarebbe passato dall’esaltare le libertà comunali al rinnegarle in nome dell’impero, deluso della sua esperienza personale e cittadina. Dante dice di “fare parte per sé stesso”, deluso anche dai Bianchi, e ciò viene visto come una rinuncia all’impegno politico. In realtà si rende conto che la politica, che conosce molto bene, non offre soluzione ai problemi che vede, e che l’unica cosa che può fare è abbandonare una lotta giudicata meschina, inutile e deleteria, per elaborare una teoria in grado di risolvere problemi che sembrano irrisolvibili: in realtà lo sono più di quanto credeva lui stesso.


Profeta della borghesia

Eugenio Garin non era per nulla un marxista, ma nel suo testo “Rinascite e rivoluzioni” gli capita di fare un’analisi marxista parlando di Petrarca, dell’Umanesimo e del Rinascimento, ma riferendosi anche a Dante. Scrive Garin: «Il fatto che anche quell’acutissimo spirito che fu Antonio Gramsci parlasse del Petrarca umanista come di un “intellettuale della reazione antiborghese” deve farci rimpiangere che fosse condannato a fondare il suo discorso sulle interpretazioni “idealistiche” correnti allora in Italia». In contrasto con Gramsci Garin cita, condividendolo, un giudizio sul Rinascimento tratto dalla “Dialettica della Natura” di Engels: «Fu il più grande rivolgimento progressivo che l’umanità avesse fino allora vissuto: un periodo che aveva bisogno di giganti e che procreava giganti: giganti per la forza del pensiero, le passioni, il carattere, per la versatilità e l’erudizione. Gli uomini che fondarono il moderno dominio della borghesia erano tutto fuorché limitati in senso borghese».

Il precapitalismo mercantile delle città e dei regni del XIII e XIV secolo comportava un processo di alienazione e di mercificazione che non lasciava intravedere nessuna possibile unificazione tra ciò che veniva scisso, nel singolo come nella società. Dante vede la società del suo tempo come antagonista rispetto all’ordine sacro e razionale, illuminato dalla fede cristiana, che egli persegue. Il fatto che l’Impero e la Chiesa siano al centro delle sue riflessioni, lo fa sembrare un reazionario, con la testa rivolta al passato. Le categorie politiche e filosofiche che adopera sono in effetti pienamente ancorate ai secoli precedenti, come è logico che sia. Resta l’uomo della partecipazione alla vita e alla politica cittadina, sostenitore delle libertà municipali che in realtà non rinnega, quando sostiene la preminenza dell’Impero.

Nella lotta cittadina tra i settori della borghesia cui appartiene, tra questa e le grandi famiglie della piccola e antica nobiltà, tra città e città, e tra regno e regno, si rende conto che è impossibile avere la pace e la tranquillità necessarie alla “felicità terrena”: vale a dire alla prosperità e all’affermazione della nuova classe borghese. Tale classe, infatti, a tal fine rinuncia poi al potere conquistato in molte città a vantaggio di signorie regionali e regni, cercando di mantenere, per quanto possibile, le proprie prerogative, privilegi, e libertà municipali.

Ma negli anni di Dante la borghesia non era ancora arrivata a concepire tale rinuncia. Il poeta cerca una soluzione che ai suoi tempi non esisteva, e che non esisterà ancora per secoli. L’Impero, considerato come soluzione alle lotte intestine per la ricchezza e per il potere, non è quello reale, ma un impero ideale che dovrebbe intervenire solo dove la pace, la giustizia e la libertà delle città, o dei regni, fossero in pericolo, a causa di nemici interni o esterni. In questa concezione le città e i regni dovrebbero mantenere le loro leggi, e quindi le loro libertà, privilegi, e autonomie.

La monarchia universale dantesca è una risposta astratta e astorica a un problema reale. La neonata borghesia era dilaniata dalle lotte al suo interno, e con un mondo feudale o epifeudale che la respingeva, ma in cui voleva inserirsi con pari dignità. Non poteva ancora avere coscienza della propria irriducibilità a quel mondo, e non l’avrà mai compiutamente. Dante rappresenta il tentativo di inserire tale nuova classe sociale nel vecchio mondo, elaborando una ideologia adatta allo scopo con i mezzi teorici allora a disposizione. Attraverso Aristotele parla delle libertà comunali; attraverso l’impero parla della loro salvaguardia; attraverso la trascendenza parla dell’immanenza. Dante, come la classe borghese cui appartiene, ha i piedi saldamente piantati nel medioevo, e lo sguardo rivolto al futuro e, inconsapevolmente, alla completa emancipazione di tale classe dai rapporti di produzione feudali, emancipazione che richiederà ancora molti secoli.

(continua al prossimo numero)








Razza, classe e questione agraria negli Stati Uniti

Parte 3. - La rivoluzione inglese e le colonie

(continua dal numero scorso)

Capitolo esposto alla riunione di maggio 2026


Sezione 1: Il capitalismo è nato agrario

Fu la rivoluzione agraria nelle campagne ad accendere l’incendio della rivoluzione inglese, che si sarebbe propagato ovunque. Il declino dell’agricoltura feudale e l’ascesa della rendita monetaria avrebbero trasformato l’antico strumento di riproduzione sociale, l’unità agricola familiare contadina, nella moderna impresa agricola capitalista. Il protestantesimo avrebbe fatto da enfasi religiosa in questa fase, che pose fine all’assolutismo feudale, mentre l’economia politica avrebbe svolto lo stesso ruolo nella seconda fase, man mano che la forza impersonale di organizzazione sociale del capitale lottava per liberarsi dai vincoli mercantili e conquistare il Nuovo Mondo sotto la bandiera di una sfrenata accumulazione.

La Restaurazione che seguì la Rivoluzione inglese non arrestò l’ascesa della classe capitalista più di quanto nel secolo scorso la controrivoluzione successiva alla sconfitta del movimento comunista internazionale abbia chiuso al corso storico verso il comunismo. Entrambe furono ritirate temporanee nella transizione da un modo di produzione a un altro, le cui condizioni vengono create e imposte nel corso di titanici mutamenti nelle forze e nei rapporti di produzione molto prima che le convulsioni politiche sfocino nella lotta rivoluzionaria tra le classi. Il corso storico è pieno di avanzate e ripiegamenti, ma mantiene la sua traiettoria causale e deterministica verso il comunismo.


L’emergere del capitalismo agrario e l’economia politica nelle colonie

Nel tardo Medioevo e soprattutto all’inizio dell’età moderna si formarono Stati assolutisti con monarchie che, per esercitare il proprio potere, mettevano le emergenti classi commerciali in contrapposizione alla nobiltà. In Inghilterra con il calo delle entrate feudali e le restrizioni imposte dal Parlamento alle entrate della Corona, questa, per finanziare il potere statale in espansione, fece sempre più affidamento su imposte commerciali, tasse amministrative e tariffe doganali, ma preservando al contempo i rapporti feudali. Le due sfere della produzione agricola e del commercio rimasero inizialmente separate, con il surplus agricolo appropriato dalla classe militare dei nobili attraverso obblighi consuetudinari e coercizioni extra-economiche sotto forma di prestazioni in natura. L’unità produttiva della famiglia contadina conservava la disponibilità di una parte dei frutti del proprio lavoro bastante a riprodursi, rimanendo un’unità economica autosufficiente impegnata in un’attività di mercato locale limitata, se non del tutto assente.

Col tempo, tuttavia, questa struttura avrebbe cominciato a trasformarsi per la crescente penetrazione dei rapporti mercantili di scambio in ogni aspetto della vita produttiva.

Il mercato mondiale in espansione, organizzato attorno al circuito denaro–merce–denaro (D–M–D) – come esemplificato dalle dottrine economiche mercantiliste di Thomas Mun in Inghilterra e di Jean-Baptiste Colbert in Francia – si ampliava attraverso la conquista, la pirateria, il monopolio, e il controllo del commercio, piuttosto che far accrescere la ricchezza attraverso il lavoro produttivo. La rivoluzione agraria inglese trasformò radicalmente questa realtà economica subordinando il commercio agli imperativi della produzione capitalistica.

In agricoltura, attraverso l’espropriazione dei produttori indipendenti emerse l’affitto, precursore della moderna impresa capitalistica orientata al profitto, l’unità agricola familiare contadina di tipo patriarcale divenne un’azienda che impiegava manodopera salariata, l’antenata della famigerata “piccola impresa a conduzione familiare” (Vedi: “Teoria della rendita fondiaria e questione agraria nella dottrina marxista”, Comunismo, n.51, 1921).

Il capitale si impose come relazione sociale, organizzando tutte le capacità produttive della società ai fini della propria accumulazione. D-M-D si trasforma in D-M … P … M’-C’, la trasformazione del denaro in capitale che si accresce attraverso la produzione e la realizzazione del plusvalore estratto dal lavoro salariato. Gli Stati assolutisti si adattarono a questa grande trasformazione promuovendo il monopolio commerciale, l’urbanizzazione e, infine, la concentrazione della manodopera espropriata nelle manifatture.

Fu solo dopo che l’agricoltura capitalista era diventata dominante e la Rivoluzione inglese aveva trionfato che i fisiocrati, seguiti da Adam Smith e David Ricardo, poterono formulare la prima economia politica borghese coerente, fondando la ricchezza sul lavoro e sulla produzione piuttosto che sulla circolazione. La teoria del valore-lavoro non nacque da una speculazione filosofica, ma dal trionfo oggettivo dei rapporti sociali capitalistici stabiliti dalla rivoluzione agraria, che ridusse le lotte reazionarie della nobiltà feudale dell’epoca, alle convulsioni politiche finali di un modo di produzione superato dallo sviluppo di nuovi rapporti produttivi.


L’accumulazione primitiva e lo Yeoman

L’accumulazione primitiva distrusse il mondo frammentato della produzione indipendente e socializzò il lavoro attraverso la produzione generalizzata di merci. Il capitale creò così, per la prima volta, le precondizioni sociali per l’organizzazione consapevole della produzione su scala umana, pur imprigionando tale possibilità entro i confini dell’impresa. Storicamente, questa transizione si è svolta secondo una sequenza determinata: l’espansione del commercio mercantile ha creato il mercato mondiale, ma non poteva di per sé produrre il capitalismo; la rivoluzione agraria ha trasformato i rapporti di produzione attraverso l’espropriazione del contadino indipendente; la distruzione dell’industria domestica rurale creò un mercato interno sufficiente per il capitale industriale; e solo su queste basi il modo di produzione capitalistico completò il suo dominio sulla società.

Il contadino indipendente, lo yeoman inglese, emerse durante la disgregazione del feudalesimo come classe di transizione tra il servo medievale e l’agricoltore capitalista, figure indispensabili nel processo di accumulazione primitiva capitalistica.

Inizialmente economia prevalentemente di sussistenza, essa provvedeva al sostentamento della famiglia direttamente dalla terra, smaltendo al contempo il proprio surplus, limitato ma in crescita, attraverso i mercati locali. Il crollo demografico seguito alla Peste Nera (1347-1351) creò condizioni eccezionali per la sua espansione: la scarsità di manodopera, l’abbondanza di terra a basso costo, i prezzi elevati dei cereali e l’indebolimento degli obblighi feudali permisero a molti contadini di consolidare i propri possedimenti e di accumulare modeste riserve di bestiame, attrezzi e capitale.

Man mano che la popolazione si riprendeva nel corso del XV e XVI secolo e cominciava a raggiungere i propri limiti naturali, l’accesso a nuove terre sarebbe stato necessario per scongiurare crisi sociali catastrofiche.

La chiusura dei monasteri imposta dai Tudor (XVI secolo) fornì la salvezza necessaria, insieme a un notevole aumento delle entrate reali. Anziché ridistribuire i beni ecclesiastici ai contadini, Enrico VIII li trasferì alla Corona, che subito li vendette a mercanti, cortigiani e nobili di provincia, trasformando le terre della Chiesa in un vasto campo per la speculazione fondiaria, l’espansione dei prestiti ipotecari e l’affermazione dei canoni fondiari capitalistici.

Queste proprietà richiedevano aziende familiari per dissodare, coltivare e migliorare la terra, rendendo il contadino indipendente l’agente attraverso il quale i titoli speculativi formali venivano convertiti in proprietà redditizie. Inizialmente i proprietari terrieri realizzavano la rendita attraverso affitti monetari competitivi e mutui ipotecari; man mano che il valore dei terreni aumentava, aumentavano anche i mutui e gli affitti, mentre la durata dei contratti di affitto si riduceva e la vita dei contadini veniva progressivamente subordinata al mercato.

Sebbene i prezzi elevati del grano e la terra relativamente poco costosa avessero temporaneamente sostenuto l’indipendenza economica dei piccoli proprietari terrieri, gli stessi processi che avevano creato questa classe ne avrebbero minato le condizioni di esistenza. La terra, acquisita gratuitamente con la forza dallo Stato, veniva venduta al prezzo determinato dal futuro surplus che i proprietari terrieri si aspettavano sotto forma di canone di affitto in denaro, pagato dai produttori diretti. Poiché la loro iniziale indipendenza consentiva di investire una quota maggiore di capitale nella terra, la produttività del lavoro aumentò e il prezzo del grano si abbassò.

Ma con la crescita della popolazione il prezzo della terra e gli affitti aumentarono, rendendo l’acquisto accessibile solo ai contadini ricchi. Con redditi più modesti e spese di affitto più elevate, la mercificazione della terra dissolse quindi progressivamente la base materiale della piccola produzione indipendente e accelerò la concentrazione della proprietà terriera. Nel tempo questo processo portò alla formazione di una massa di contadini espropriati, consentendo l’affermarsi di proprietari terrieri capitalisti, mezzadri e, infine, di un proletariato rurale.

Il piccolo contadino indipendente, le cui aspirazioni democratiche erano state rappresentate dai Livellatori durante la Rivoluzione inglese, riemerse nelle Colonie americane proprio mentre l’aristocrazia capitalista – composta anche da alcuni discendenti di ricchi piccoli contadini inglesi – elaborava i propri piani per ottenere guadagni finanziari eccezionali. Qui, dopo la Guerra di Indipendenza si riprodusse la rivoluzione agraria inglese su scala continentale: l’espropriazione delle popolazioni indigene apriva continuamente nuovi terreni alla speculazione, le famiglie contadine indipendenti trasformavano il titolo nominale in proprietà produttiva, attraverso il solo proprio lavoro ne acquisivano la proprietà, dopo essere state costrette ad abbandonare i fondi nell’Est a causa dell’imposizione di canoni di affitto in denaro. La ricchezza generata da queste coltivazioni sembrava confermare la dottrina fisiocratica secondo cui la terra stessa era la fonte della ricchezza, invece, ciò che appariva come la naturale produttività del suolo era in realtà l’espressione storica dei rapporti capitalistici nell’agricoltura.


Un dialogato fra Karl Marx e Benjamin Franklin

Fu proprio all’interno di questa società che Marx osservò, in “Un contributo alla critica dell’economia politica” come fosse stato «un uomo del Nuovo Mondo – Benjamin Franklin – a ridurre per la prima volta, deliberatamente e chiaramente (…) il valore di scambio al tempo di lavoro». Lo stesso Franklin aveva scritto che «il commercio in generale non è altro che lo scambio di lavoro per lavoro, il valore di tutte le cose è (…) misurato nel modo più giusto dal lavoro» (“A Modest Enquiry into the Nature and Necessity of a Paper Currency”, 1729), pur riconoscendo che «finché la terra è a buon mercato (…) il lavoro non potrà mai essere a basso costo laddove la terra è a basso costo» (“Observations Concerning the Increase of Mankind, Peopling of Countries, etc.”, 1751), poiché «nessun uomo rimane a lungo lavoratore per conto altrui, ma si procura una piantagione tutta sua». Anche Jefferson considerava «i piccoli proprietari terrieri (...) la parte più preziosa di uno Stato» “Notes on the State of Virginia”), ritenendo che la continua disponibilità di terra avrebbe preservato una repubblica di proprietari indipendenti piuttosto che riprodurre il proletariato industriale permanente dell’Inghilterra: «Penso che i nostri governi rimarranno virtuosi per molti secoli; finché saranno prevalentemente agricoli; e ciò avverrà finché ci saranno terre libere in qualche parte dell’America. Quando le persone si accalcheranno le une sulle altre nelle grandi città, come in Europa, diventeranno corrotte come in Europa».

John Taylor della Carolina, invece, avvertirà che «l’accumulo di un grande interesse monetario è un male politico» (“An Inquiry into the Principles and Policy of the Government of the United States”, 1814), sostenendo che le banche, il debito pubblico e la speculazione finanziaria corrompevano la libertà repubblicana creando una dipendenza artificiale. Preoccupati dalla proletarizzazione già visibile a Londra e in altri centri manifatturieri britannici, i jeffersoniani consideravano il sistema commerciale e manifatturiero della Gran Bretagna uno sviluppo innaturale e prematuro che concentrava la manodopera prima che si fosse formato un mercato interno indipendente. Cercavano invece di sviluppare il capitalismo “naturalmente” attraverso l’espansione di nuclei familiari patriarcali autosufficienti guidati da proprietari indipendenti, dove le famiglie – e non le fabbriche – avrebbero costituito le unità di base della riproduzione sociale.

Franklin, in un opuscolo, cercò di convincere gli industriali europei a non trasferire le loro attività in America: «I grandi stabilimenti industriali richiedono un gran numero di poveri che svolgano il lavoro per salari modesti; questi poveri si trovano in Europa, ma non si troveranno in America finché le terre non saranno tutte occupate e coltivate, e l’eccesso di popolazione che non può ottenere terra non avrà bisogno di occupazione» (“Information to Those Who Would Remove to America”, 1784). Poiché la maggior parte dei Padri Fondatori americani era costituita da grandi proprietari terrieri, fortemente coinvolti nella speculazione fondiaria, risulta evidente il loro interesse economico nell’espansione territoriale e nella difesa di una Repubblica fondata su agricoltori proprietari indipendenti contro i vincoli coloniali imposti dall’industria manifatturiera mercantile di Londra.

A conferma del ruolo sociale di transizione con cui la borghesia americana concettualizzava la propria società, Richard Price, uno dei pensatori radicali whig inglesi che influenzò profondamente Jefferson, Franklin e altri esponenti della aristocrazia americana, in “Osservazioni sull’importanza della Rivoluzione americana”, del 1784, descrive la repubblica ideale: «Lo stato più felice dell’uomo è quello intermedio tra il selvaggio e il raffinato, o tra lo stato selvaggio e quello lussuoso; dove gli abitanti sono costituiti, se mi è consentito usare l’espressione, da una classe di piccoli proprietari terrieri indipendenti e robusti, tutti quasi allo stesso livello – addestrati alle armi – vestiti di tela fatta in casa – dai modi semplici – estranei al lusso – che traggono abbondanza dalla terra – e i ricchi e i poveri, il grande signore altezzoso e l’adulatore servile vi sono ugualmente sconosciuti». Questo era anche l’ideale di Rousseau.

In Inghilterra la natura transitoria degli ideali repubblicani borghesi, suscitati dalla rivoluzione agraria e dalla Rivoluzione inglese, è evidente negli scritti di John Locke, partecipe della corrente whig che sarebbe diventata l’espressione politica della borghesia agraria inglese in ascesa. Le sue dottrine sui diritti naturali e sul contratto sociale avevano profondamente plasmato lo sviluppo costituzionale della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, nonché le fondamenta ideologiche del capitalismo liberale. Egli diede l’espressione politica definitiva alla rivoluzione agraria inglese, fondando la proprietà sul lavoro e sul miglioramento della terra piuttosto che sul privilegio ereditario. Locke fu il filosofo della nascente borghesia agraria, trasformando in principi universali di diritto naturale i rapporti sociali storicamente specifici delle enclosures, dell’agricoltura commerciale e della dipendenza dal mercato. La società ideale di Locke era dominata da agricoltori proprietari terrieri orientati al commercio piuttosto che da aristocratici feudali o da una borghesia industriale.

Marx osserva: «La visione di Locke è tanto più importante in quanto costituiva l’espressione classica delle idee di diritto della società borghese in contrapposizione alla società feudale; inoltre, la sua filosofia servì da base per tutte le idee dell’intera economia politica inglese successiva». Tuttavia, Marx sottolineò anche il carattere specificamente piccolo-borghese dell’ideale sociale di Locke: «Il massimo del valore è qui allo stesso tempo il massimo del valore d’uso; vale a dire, l’aumento della ricchezza risulta dipendere dal fatto che ogni individuo produca il più possibile e consumi il meno possibile, in modo che ciascuno possieda quanta più proprietà terriera possibile e impieghi non più lavoratori salariati di quanti ne possa supervisionare personalmente» (“Teoria sul plusvalore”).

La borghesia americana avrebbe intrapreso lo stesso percorso agrario “naturale” verso il capitalismo seguito dall’Inghilterra, rimandando la piena industrializzazione a un periodo successivo. Attorno a questa questione si sarebbero opposte le due fazioni della borghesia americana. Da un lato la tendenza jeffersoniana, che auspicava un’alleanza tra l’aristocrazia terriera orientata al commercio e la piccola borghesia, che cercava di favorire la riproduzione del capitale attraverso il libero scambio, le guerre espansionistiche e la moltiplicazione dei proprietari rurali indipendenti, mantenendo al contempo uno Stato centrale debole e opponendosi alle istituzioni finanziarie e amministrative necessarie per l’industria su larga scala. Da questa fazione alla fine sarebbe nato il Partito Democratico.

A questo si opponeva la tendenza hamiltoniana, che trovò espressione politica dapprima nei Federalisti e successivamente nei whig e nei Repubblicani. Hamilton tendeva a concentrare il lavoro sotto il capitale attraverso l’industria manifatturiera sostenuta dallo Stato, il credito pubblico e lo sviluppo della nazione. Influenzato da Hume, considerava il commercio, la finanza e l’industria come strumenti del potere statale. Lodava l’industria manifatturiera per aver fornito «ulteriori opportunità di lavoro a classi della comunità che di solito non erano impegnate in tale attività», osservando con approvazione che donne e bambini costituivano una quota consistente della forza lavoro nelle fabbriche britanniche, e identificava «la promozione dell’emigrazione dai paesi stranieri» come uno dei principali vantaggi dello sviluppo industriale, riconoscendo che la manodopera immigrata poteva aiutare a superare la difficoltà di proletarizzare una popolazione nazionale di proprietari indipendenti.

Il conflitto riguardava quindi due percorsi distinti di sviluppo borghese: uno che disperdeva la manodopera lungo la Frontiera in espansione sotto forma di famiglie proprietarie indipendenti, l’altro che concentrava donne, bambini, immigrati e contadini espropriati nella produzione su larga scala, gettando le basi di un proletariato salariato permanente.

Ma la realtà era che, nonostante gli ideali rosei della aristocrazia terriera e degli speculatori riguardo a una repubblica armoniosa di piccoli proprietari terrieri e piccolo-borghesi, pochissimi volevano recarsi alla Frontiera. Proprio come ai tempi della colonizzazione dell’Irlanda, pochi si offrivano volontari, a meno che non avessero altre opzioni economiche. La Frontiera era pericolosa e teatro di guerre costanti e incessanti.

La promozione dell’America come utopia della classe media serviva ad attirare l’immigrazione, necessaria sia per alimentare le manifatture sia per creare condizioni tali per cui il trasferimento dalle zone costiere verso una frontiera ostile e mortale fosse l’unica possibilità di sopravvivenza.


Locke e la famiglia borghese

Per Locke, la società civile si fondava su nuclei familiari organizzati sotto l’autorità del capofamiglia maschio proprietario. Questo presupposto rientrava nella più ampia tradizione patriarcale del XVII secolo. William Gouge descriveva la famiglia come un “piccolo commonwealth”, che comprendeva i rapporti ordinati tra marito e moglie, genitori e figli, padroni e servi, mentre Robert Filmer elevava l’autorità paterna a principio di sovranità politica. Locke respinse l’identificazione operata da Filmer tra potere paterno e potere politico ma preservò l’autorità del padre come fondamento sociale. Come osserverà Engels, prima dello sviluppo su larga scala dell’industria capitalistica, «la famiglia era l’unità industriale della società», organizzando sia la produzione sia la riproduzione sociale all’interno di un’unica economia domestica. La teoria politica di Locke rifletteva quindi le condizioni storiche del primo capitalismo agrario, considerando il nucleo familiare patriarcale e produttivo come l’unità elementare della società civile, anche se proprio i rapporti sociali che essa legittimava avrebbero alla fine ceduto il passo al lavoro salariato generalizzato e alla produzione capitalistica su larga scala che Marx identificò come la forma matura del modo di produzione capitalistico.

Nelle colonie americane una società ancora organizzata attorno a nuclei familiari patriarcali dediti prevalentemente alla produzione di sussistenza si contrapponeva sempre più alla società manifatturiera avanzata che si stava sviluppando in Inghilterra, con le sue masse crescenti di lavoratori salariati, la coesione della famiglia in declino e l’ordine sociale in decadenza, mentre la Corona britannica e il suo sistema mercantilista apparivano come un potere parassitario che si appropriava dei prodotti del lavoro familiare attraverso la tassazione, il monopolio e la regolamentazione imperiale nell’ambito del suo restrittivo regime commerciale mercantilista.

Come osserverà Marx ne Il Capitale, vol.1, nella discussione su Wakefield e le colonie: «finché il lavoratore può accumulare per sé stesso (...) l’accumulazione capitalistica e il modo di produzione capitalistico sono impossibili». L’abbondanza di terra riproduceva continuamente proprietari familiari indipendenti piuttosto che lavoratori salariati dipendenti richiesti dal capitale.

Eppure questa repubblica di produttori indipendenti era essa stessa una forma borghese storicamente specifica. «La guerra di indipendenza americana suonò la campana a morto per la borghesia europea» (“La guerra civile negli Stati Uniti”), annunciando l’ascesa politica della borghesia statunitense, perché le condizioni sociali che sostenevano la proprietà indipendente avrebbero alla fine ceduto il passo al lavoro salariato generalizzato. Non appena la repubblica dei proprietari indipendenti ebbe occupato tutta la terra e spazzato via l’ordine agrario schiavista, era destinata davvero a diventare la moderna dittatura capitalista industrializzata della schiavitù salariale, che gli stessi Padri Fondatori accettavano chiaramente come più o meno inevitabile in un futuro lontano.

Con il consolidamento del capitalismo industriale dopo la Guerra Civile, l’economia politica classica ereditata dalla generazione di Lincoln lasciò il posto all’economia politica volgare. Mentre Franklin, Hamilton, Carey e persino gli economisti repubblicani di Lincoln avevano iniziato a considerare il lavoro come la fonte della ricchezza e l’economia politica come la scienza dello sviluppo nazionale, i nuovi economisti accademici abbandonarono progressivamente la teoria del valore-lavoro a favore di teorie incentrate sull’utilità, sull’equilibrio e sull’armonia naturale dei rapporti capitalistici. L’economia politica smise di indagare lo sviluppo storico del capitalismo e divenne invece un’apologia delle sue forme consolidate.

L’ascesa dell’impresa capitalistica dopo la Guerra Civile dissolse progressivamente le fondamenta sociali del liberalismo lockiano. Locke aveva concepito la società civile come un’associazione contrattuale e volontaria di nuclei familiari patriarcali indipendenti, ciascuno dei quali univa proprietà, lavoro e indipendenza politica. Man mano che la produzione si spostava dalla famiglia alle società per azioni, il piccolo proprietario lasciò il posto alla famiglia di salariati, erodendo la base materiale della repubblica jeffersoniana. La famiglia borghese sopravvisse come mito ideologico, anche se il capitalismo industriale minava i rapporti sociali su cui originariamente si fondava. I diritti liberali, la proprietà privata e il governo rappresentativo rimasero, ma servivano sempre più un capitalismo organizzato attorno alle grandi imprese orientate al profitto piuttosto che al piccolo ordine familiare proprietario.


La liberazione della piccola borghesia da sé stessa è nel comunismo

Ancora oggi le classi medie indipendenti – piccoli agricoltori, artigiani, negozianti e piccoli imprenditori – continuano il loro storico processo di dissoluzione a causa della concentrazione e della centralizzazione del capitale. A differenza delle rivoluzioni borghesi del primo periodo moderno, il soggetto rivoluzionario del futuro non è più la borghesia, grande e piccola, ma il proletariato. Come sostenuto nel nostro “La funzione storica delle classi medie e dell’intellighenzia” (1925), il declino storico delle classi medie non può essere invertito attraverso il ripristino della piccola proprietà. La loro unica soluzione risiede nella loro dissoluzione nel movimento proletario e nell’abolizione dei rapporti sociali capitalistici che hanno reso la loro esistenza storicamente insostenibile.

La rivoluzione agraria e l’accumulazione primitiva hanno creato le condizioni per il predominio del modo di produzione capitalistico, dissolvendo il particolarismo feudale e generalizzando la produzione di merci su scala mondiale. Per quanto violento e spietato fosse questo processo, era storicamente inseparabile dallo sviluppo del capitalismo, che sin dalla sua nascita si è manifestato come un rapporto sociale impersonale ed espansivo, che subordinava l’intera produzione umana alla cieca coercizione del mercato, a sua volta subordinato alla esigenza onnipresente dell’impresa del continuo accumulo di capitale. L’intera società cadde sotto il pieno e inconsapevole dominio del capitale, forza sociale al di sopra dell’umanità. Solo con l’avvento del proletariato moderno e della sua dottrina rivoluzionaria si sarebbe aperta la possibilità per l’umanità di riprendere il controllo del proprio destino, sottraendolo alla mano invisibile del mercato.

Nella sua espansione spietata, il capitalismo ha trasformato i contadini espropriati d’Europa, i popoli ridotti in schiavitù dell’Africa, i popoli reietti delle Americhe e le masse colonizzate dell’Asia nel proletariato mondiale moderno. L’ideologia borghese frammenta questo movimento storico unificato in narrazioni nazionali, razziali e culturali separate, oscurandone il fondamento comune nel processo di accumulazione primitiva che avvolge il mondo, il quale ha un’unica origine e di cui tutta l’umanità è stata vittima, e dal quale emergerà il becchino del marcescente capitale: il proletariato internazionale. Mentre le crisi ricorrenti del capitalismo dissolvono le residue illusioni dei piccoli proprietari, dell’individualismo borghese e dei sopravvissuti strati medi, il compito del partito comunista non è quello di inventarsi nuovi programmi, ma di preservare e riaffermare il programma immutabile del comunismo, restituendo al proletariato la coscienza del proprio movimento storico: dal comunismo primitivo, attraverso la società di classe e il capitalismo, fino alla futura comunità umana.


La crisi agraria del feudalesimo

In Europa già prima della Peste Nera, il modo di produzione agricolo feudale aveva iniziato a mostrare segni di inefficienza, in un contesto di declino irreversibile della popolazione e della produttività. La crescita demografica aveva portato a una crescente frammentazione dei terreni, con ogni successiva generazione che occupava più terra per provvedere al proprio sostentamento. All’interno di un modo di produzione basato fondamentalmente su un’agricoltura di sussistenza era essenziale l’accesso a una quantità adeguata di terra per mantenere la famiglia e adempiere agli obblighi feudali. La tradizionale virgate o yardland, corrispondente a 12 ettari, era considerata necessaria affinché un piccolo contadino potesse essere autosufficiente, due quinti o più degli appezzamenti erano spesso inferiori a 3 ettari.

Allo stesso tempo i proprietari avevano aumentato i canoni di affitto e i feudatari esigevano manodopera dalle famiglie dei contadini per lavorare le proprie terre, mentre il costo sia degli alimenti sia dell’abbigliamento raddoppiava. I contadini sopravvivevano solo trasformando i pascoli in terreni coltivati e sfruttando in modo più intensivo i piccoli appezzamenti che avevano in uso. Ciò portò alla messa a coltura di terreni sempre più marginali e a un calo della produttività, che contribuì a carestie e guerre nel contesto di una crisi sociale generalizzata, poiché i signori feudali ricorrevano all’espansione territoriale e al brigantaggio per compensare il calo dei canoni di affitto.

La peste venne a cambiare per sempre l’equilibrio di potere tra le classi sociali feudali. Tuttavia, non avrebbe alterato in modo fondamentale l’organizzazione della produzione agricola, basata sul nucleo familiare di sussistenza propria del modo di produzione feudale, con la sua miriade di limitazioni: il riassetto demografico non fece altro che ritardare la sua futura crisi, destinata a riemergere rinnovata e più intensa nel periodo successivo.

Dopo la peste, per convincere i nuovi affittuari a lavorare i propri campi, i proprietari terrieri dovettero ridurre i canoni di affitto, eliminare i pagamenti in natura, o assumere salariati. I lavoratori liberi preferivano stipulare contratti a giornata: i proprietari tentarono – con scarso successo – di imporre contratti a lungo termine minacciando la reclusione, ma furono costretti a pagare salari a giornata, aggiungere vitto e bevande, concedere ai lavoratori annuali terra, diritti di pascolo e vestiario, rendendoli così produttori indipendenti. John Gower, signore di un maniero del Kent, affermò: «Per il poco che fanno esigono la paga più alta (…). Eppure, fino a poco tempo fa, uno svolgeva più lavoro di quanto ne facciano ora tre».

I contadini più ricchi approfittarono del miglioramento del mercato determinato dalla crescita demografica, acquistando o affittando terreni, assumendo contadini poveri per lavorare le loro terre e vendendo le eccedenze nel numero crescente dei mercati delle città e nelle fiere agricole. Per liberarsi dal lavoro agricolo alcune famiglie contadine acquistavano ulteriori terre che affittavano ad altri contadini, traendone una rendita. La maggior parte dei contadini, tuttavia, non possedendo terra sufficiente per la sussistenza e non potendo aumentare la produzione agricola né pascolare ulteriori animali, si dedicava al lavoro salariato, imparava un mestiere e rimandava o evitava il matrimonio.

Il feudalesimo, con i suoi tributi signorili, era stato un sistema in cui il signore nobile non svolgeva alcun ruolo nell’organizzazione dell’unità produttiva, limitandosi a prelevare un surplus per il proprio consumo e per le spese belliche. Il surplus appropriato dai signori feudali limitava fortemente l’accumulazione, che avrebbe potuto essere investito in capitale costante e nel miglioramento dei terreni, limitando la libertà di movimento dei contadini e ostacolando lo sviluppo del mercato del lavoro, impedendo al contempo la concentrazione della terra e riducendola, nel tempo, a unità sempre più piccole. Il livello tecnico della produzione agricola medievale, dei trasporti e della distribuzione aveva contribuito a impedire che la scala della produzione crescesse oltre i limiti di un’azienda che potesse essere gestita da una famiglia con al massimo uno o due braccianti. Il vero balzo in avanti nella produttività agricola non sarebbe avvenuto fino all’avvento dell’impresa agricola capitalistica, accompagnata dal suo apparato di progressi tecnici, che avrebbero raggiunto a loro volta il punto di stagnazione e declino nel periodo dell’imperialismo avanzato.

Come affermiamo in “Teoria della rendita fondiaria e questione agraria nella dottrina marxista”,

II, 1 - «Nella piccola coltura familiare su un campo ormai delimitato lavorano tutti i componenti di essa atti alla fatica, e con determinati cicli sono accumulati i prodotti agrari che tutti consumano. Tale economia vive in un’isola perfettamente chiusa. Nel senso economico non entra e non esce ricchezza o valore; nel senso fisico non esce alcun prodotto di lavoro».

II, 2 - «Nella economia naturale non vi è scambio né denaro, ma solo il movimento dei prodotti materiali (…)

«In quella isola possono vivere sia proprietari di schiavi, che raccolgono senza aver seminato, sia schiavi che lavorano. Tutti mangiano i prodotti della stessa terra, ma lo schiavo lavoratore trasforma coi suoi processi muscolari 4.000 calorie in arrivo dalla centrale solare e ne consuma solo 2.000. Altro non è il plusvalore misurato in unità di energia (in uomini-vapore o in calorie) dai marxisti; mentre per gli economisti il valore del lavoro operaio è il prezzo di mercato delle sussistenze che bastano a far vivere l’operaio. Quindi teorizzano per quelli che raccolgono dove altri hanno seminato.

«Nell’ingranaggio della società feudale esiste il mercato; ma il rapporto delle due classi fondamentali: lavoratori della terra e nobili, non è regolato dal mercato; e lo stesso avviene per l’ordine sacerdotale. Nel più vicino Medioevo la trama mercantile si va costruendo sempre più fitta, ma il grosso della produzione agraria funziona senza dovervi fare ricorso».

I, 5 - «Nel rapporto feudale il servo arrecava al padrone una rendita in derrate o in lavoro con giornate di lavoro nel suo giardino e con quote del prodotto del suo campicello; e siamo perciò in un’economia naturale. Il moderno padrone della terra, il proprietario fondiario, gode invece di una rendita in denaro.

«Al tempo stesso il possesso fondiario da inviolabile diviene alienabile; come il lavoratore agrario da vincolato alla terra, diviene libero. Inizialmente questo processo non è determinato solo dall’inarrestabile esigenza di dare sfogo benefico alle forze produttive manufatturiere, ma è anche accompagnato da pari esaltazione delle forze produttive agrarie.

«Kautsky: «Nell’epoca feudale non c’era altra agricoltura all’infuori della piccola coltura, e le terre della nobiltà erano coltivate con gli stessi strumenti usati dai piccoli contadini. Il capitalismo per primo ha creato la possibilità della grande agricoltura, tecnicamente più razionale della piccola.

«Lenin stabilisce chiaramente che nel marxismo l’agricoltura attuale diventa capitalistica nella sua interna struttura economica perché la forma da naturale diventa mercantile.

«L’economia agraria feudale, caratterizzata fra l’altro dalla sovrapposizione del lavoro della terra all’industria minima domestica, tiene la produzione rurale lontano dal mercato. L’economia capitalistica trae la piccola azienda contadina nel vortice mercantile.

«La pretesa indipendenza della piccolissima azienda conduce ad un immenso maggiore onere di lavoro per il proprietario del fazzoletto di terra. Ma, entro i limiti capitalistici, non si può contare sulla sparizione della piccola produzione nell’agricoltura.

«Le cooperative dei piccoli coltivatori sono naturalmente un anello del progresso economico, ma esprimono una transizione verso il capitalismo e non, assolutamente, verso il collettivismo, come si pensa e si afferma di sovente (Kautsky)».

Poiché la produttività agricola aveva raggiunto il proprio limite all’interno del sistema feudale, il disboscamento rappresentava la forma tipica di espansione economica medievale. Si trattava di una crescita quantitativa, o estensiva (la moltiplicazione delle unità di produzione, piuttosto che la trasformazione di tali unità), l’unica concepibile in quel modo di produzione. Nel tardo Medioevo l’espansione teutonica verso est aveva portato alla fondazione di nuovi villaggi agricoli in Prussia, Pomerania, Slesia e in altre parti dell’Europa orientale, disboscando foreste, bonificando paludi e mettendo a coltura terreni precedentemente incolti. Processi simili di colonizzazione interna si erano verificati in tutta l’Europa occidentale, dove proprietari terrieri e contadini dissodarono boschi, zone umide e terreni incolti, aumentando l’offerta di terra arabile e sostenendo popolazioni più numerose.

L’espansione commerciale dell’Alto e del Tardo Medioevo gettò le basi per il Rinascimento, favorendo la rapida crescita delle città e una classe media urbana sempre più prospera composta da mercanti, banchieri e artigiani qualificati. Tra il XII e il XIV secolo, la colonizzazione tedesca verso est (Ostsiedlung) portò alla fondazione di centinaia di nuove città soggette al diritto di Lubecca e di Magdeburgo, mentre la Lega Anseatica collegò molti di questi insediamenti in una vasta rete commerciale che integrava le economie del Mar Baltico e del Mare del Nord. Le corporazioni dei mercanti e degli artigiani organizzavano la produzione urbana regolando l’apprendistato, mantenendo standard di qualità, controllando l’accesso ai mestieri e coordinando la produzione specializzata. Sebbene la maggior parte delle città producesse beni destinati principalmente ai mercati regionali, i centri commerciali più grandi si specializzarono sempre più in tessuti pregiati, lavorazione dei metalli, vetro e altri manufatti di valore che alimentavano il commercio a lunga distanza. Questa rinascita commerciale coincise con una rivoluzione meccanica, mulini ad acqua, a vento, altiforni, martelli meccanici, gru e altre innovazioni tecniche aumentarono notevolmente la produttività sia agricola sia industriale.

Verso la fine del XIII e nel XIV secolo tuttavia questa fase di espansione urbana aveva in gran parte raggiunto i propri limiti, poiché la disponibilità di terreni facilmente coltivabili si era esaurita, l’insediamento verso Est aveva subito un rallentamento e l’Europa era entrata in una prolungata crisi demografica e agraria. La maggior parte delle città dipendeva da un entroterra agricolo che forniva cereali, bestiame, legname e materie prime, ricevendo in cambio manufatti, ma questo rapporto continuava a essere regolato principalmente attraverso canoni feudali, obblighi consuetudinari, privilegi municipali e istituzioni corporative piuttosto che attraverso la produzione capitalistica.

La prosperità generata dal commercio diede inoltre origine a un ricco patriziato urbano che rese sempre più labile la distinzione tra mercanti e nobili, poiché mercanti di successo, banchieri e capi di corporazione investivano i profitti commerciali in terre per assicurarsi sia redditi stabili sia prestigio sociale associato alla proprietà fondiaria. La ricchezza urbana rimase quindi vincolata da tributi signorili, pedaggi, monopoli e regolamenti corporativi che proteggevano i produttori limitando la concorrenza, la mobilità della manodopera e l’accumulazione di capitale. Di conseguenza, dopo il XIV secolo la maggior parte delle città medievali registrò solo una modesta crescita demografica, mentre solo nel corso del XVI secolo centri commerciali eccezionali come Londra si espansero rapidamente, quando l’economia agraria inglese, sempre più commercializzata, iniziò a superare i vincoli istituzionali del feudalesimo.

Una volta che la crescita agricola derivante dall’espansione territoriale raggiunse il proprio limite si contrasse anche il reddito signorile. Man mano che gli Stati feudali crescevano nell’ambito del sistema mercantile di distribuzione, l’aristocrazia nobiliare intraprendeva sempre più guerre per accaparrarsi terre, il che, a fronte di entrate in calo, li fece sprofondare ulteriormente nei debiti. I signori feudali esigevano affitti e tasse sempre più elevati, fino a superare il 50%. Questa ricchezza non era investita in capitale o tecnologia, ma sperperata nelle guerre.

L’elevata estrazione di plusvalore portò all’esaurimento dei contadini e alla loro incapacità di utilizzare adeguatamente la forza animale e il letame. Si passò alla coltivazione di terreni di qualità inferiore; il minor numero di animali causò l’impoverimento del suolo, mentre la crisi di produttività provocò carestie e un crollo demografico. I debiti cominciarono ad accumularsi. Le comunità ecclesiastiche furono spesso espropriate o assoggettate. Ciò che la classe signorile non riusciva più a ottenere dall’aumento del numero dei contribuenti, doveva ricavarlo aumentando in un modo o nell’altro l’aliquota di prelievo, anche a rischio di sconvolgere gli equilibri biologici ed economici attraverso un contemporaneo ridimensionamento dei consumi e degli investimenti nell’economia contadina, trascinando quest’ultima in una spirale di declino.

La pressione demografica diede origine a una proliferazione di minuscoli appezzamenti, soggetti a tutti i mali di un’economia rurale in piccola scala, il più evidente dei quali era lo spreco di energie. Crebbe un’ampia fetta di popolazione impoverita con masse di lavoratori agricoli affamati. Si ridusse la produttività e aumentarono i costi di produzione e i prezzi.

Per contro un progresso nella produttività rurale fu il fattore cruciale del Rinascimento.

L’Inghilterra illustra come alcuni centri urbani siano alla fine riusciti a sfuggire alla stagnazione che caratterizzò gran parte dell’Europa tardo-medievale. Mentre l’espansione delle nuove città era rallentata dopo il XIV secolo, Londra, Bristol e altri porti crebbero rapidamente nel XV e nel XVI, man mano che l’Inghilterra passava dall’esportazione di lana grezza alla produzione e all’esportazione di tessuti finiti. Le Guerre delle Due Rose (1455-87) indebolirono notevolmente gran parte della vecchia nobiltà feudale, e il successivo consolidamento del potere da parte dei Tudor limitò la sua autorità militare, rafforzando al contempo uno Stato più centralizzato.

Insieme alla crescita dell’agricoltura orientata al commercio e al movimento delle enclosures, questi cambiamenti favorirono l’espansione del sistema rurale domestico, o “lavoro a domicilio”, in cui il capitale mercantile forniva la lana alle famiglie contadine che filavano e tessevano per i mercati regionali e di esportazione. L’aumento della produttività agricola generava eccedenze commerciabili che sostenevano le popolazioni urbane in espansione, liberando al contempo manodopera per l’industria rurale, la manifattura e il commercio. Questi sviluppi si basavano sull’emergere di rapporti di proprietà agraria dipendenti dal mercato, che costringevano sempre più sia i proprietari sia gli affittuari a competere sulla produzione commerciale piuttosto che sottostare agli obblighi feudali consuetudinari.

Londra, sul Tamigi navigabile e sempre più integrata nel commercio del Mare del Nord e dell’Atlantico, si affermò come il principale centro di smistamento delle merci in Europa, concentrando il trasporto marittimo, la finanza e i traffici d’oltremare. A differenza di molte città continentali, le cui economie rimanevano vincolate dagli obblighi feudali e ai mercati locali, l’agricoltura commerciale in espansione dell’Inghilterra, l’industria domestica rurale e il mercato interno sempre più integrato crearono le condizioni per una robusta crescita urbana, commerciale e marittima.


Le enclosures fattore di progresso

La espropriazione dei terreni ecclesiastici e la trasformazione dei beni comuni in proprietà privata alimentò una espansione dei mercati fondiari. La Corona inglese dei Tudor vendeva ingenti quantità di terre ecclesiastiche espropriate a prezzi bassi a speculatori fondiari della piccola nobiltà, mentre un numero crescente di contadini poveri otteneva mutui e accumulava risorse per acquistare terreni. Ciò portò allo sviluppo di un ceto medio costituito da contadini proprietari indipendenti. Poiché la terra era ampiamente disponibile e i potenziali affittuari scarsi, talvolta erano gli stessi venditori a concedere mutui, consentendo così alle famiglie più povere di accedere alla terra. Sotto i Tudor la mobilità sociale era agevole e commercianti e piccoli proprietari terrieri potevano facilmente scalare i ranghi della nobiltà.

La dinastia dei Tudor, con l’adozione del protestantesimo, con il re a capo della Chiesa anglicana, e la liquidazione della Chiesa cattolica, strinse un’alleanza con le classi medie contro la nobiltà e il clero, accrescendo il potere della Corona, origine del potere statale autonomo e dello Stato assolutista. Man mano che il calvinismo apocalittico diventava l’ideologia della emergente borghesia, la piccola nobiltà e i laici cominciarono a sostituire il clero nella burocrazia statale e nella gerarchia della nuova Chiesa, ben compresi della necessità sia di ulteriori conquiste territoriali per assicurarsi una crescente prosperità, sia per conseguire il destino della loro classe: rovesciare l’ordine globale del feudalesimo, di cui la Chiesa cattolica stata l’incarnazione per eccellenza.

I precursori di quella che sarà la ideologia del “Destino Manifesto” americano risalgono al periodo della Riforma, nel mito della borghesia protestante, che considerava gli inglesi il Popolo Eletto di Dio, che un giorno avrebbero salvato Roma dall’anticristo, liberati e civilizzati gli indiani dagli spagnoli papisti, e che alla fine si sarebbero affrancati dall’aristocratico “giogo normanno“. Il veicolo di questa crociata sarebbe state le imprese coloniali del capitale. L’innesco ne fu la rivoluzione agraria che, con la nascita della borghesia rurale, avrebbe generato un’insaziabile sete di terra tra la piccola nobiltà speculatrice, che non si sarebbe placata finché non avesse conquistato un continente intero. L’unione della borghesia in ascesa avrebbe condotto milioni di uomini in giro per il mondo ad abbeverarsi alle sue acque incontaminate, sfuggendo la condanna alla proletarizzazione nell’inferno delle manifatture londinesi.

La recinzione dei terreni ecclesiastici sotto Enrico VIII e il dissodamento di terre incolte e foreste continuarono a ritmo sostenuto, generando quella che in Inghilterra è conosciuta come l’età d’oro degli yeoman, una classe media a cui, nella tradizione popolare, veniva attribuito il merito di aver costruito la nazione. Tuttavia la loro precaria esistenza, in quanto classe sociale transitoria, si basava sulla costante disponibilità di nuovi terreni per l’agricoltura. I monasteri furono sciolti, gli yeoman diedero denaro alla corona (ingenti somme erano finite nelle mani di speculatori fondiari, che a loro volta le prestarono agli yeoman).

Come abbiamo detto nel nostro studio sulla storia del movimento operaio inglese, «Il processo di espropriazione forzata del popolo ricevette nel XVI secolo un nuovo e spaventoso impulso dalla Riforma e dalla conseguente colossale spoliazione dei beni ecclesiastici. La Chiesa cattolica era, all’epoca della Riforma, proprietaria feudale di gran parte delle terre inglesi. La soppressione dei monasteri, ecc. scaraventò i loro ospiti nel proletariato. I beni della Chiesa furono in gran parte ceduti a rapaci favoriti del re, oppure venduti a un prezzo simbolico ad agricoltori e speculatori, i quali cacciarono in massa i subaffittuari ereditari e ingrandirono i loro possedimenti. La proprietà, garantita dalla legge dei poveri, su una parte delle decime della Chiesa fu tacitamente confiscata. “Pauper ubique jacet” esclamò la regina Elisabetta, dopo un viaggio attraverso l’Inghilterra» “Origine e storia del movimento operaio inglese - L’accumulazione primitiva”, Comunismo, 1986).

All’epoca di Elisabetta sorse nuovamente una grande fame di terra, gli affitti aumentarono, mentre la recinzione di foreste e terreni incolti continuò veloce. La legislazione elisabettiana sui poveri impose che fossero destinati quattro acri di terra a ogni cottage o abitazione di braccianti. Si sperimentarono nuovi fertilizzanti e tecniche agricole; l’aumento dei prezzi incentivò una maggiore produttività, l’uso di nuovi attrezzi e l’allevamento di pecore.

Lo sviluppo urbano si intensificò a causa dell’esodo rurale: la popolazione di Londra passò da 55.000 abitanti nel 1520 a 200.000 nel 1600.

Le famiglie contadine bonificarono vasti terreni incolti e foreste, specialmente nel Nord scarsamente popolato. Lasciando i contadini proprietari la intera fattoria ai figli, la suddivisione dei terreni portò a una moltiplicazione di minuscoli appezzamenti: di solito il primogenito o il figlio più giovane riceveva la maggior parte dei terreni del padre, mentre gli altri fratelli ereditavano un cottage e un acro.

I contadini proprietari indipendenti venivano così sempre più spinti nei ranghi del proletariato, con i contadini medi e la piccola nobiltà insidiati dai grandi proprietari terrieri aristocratici e dalle forze parassitarie del monopolio mercantile.

La spinta alla colonizzazione derivava dall’interesse per l’accumulazione complessiva del capitale nazionale in via di sviluppo. Ben presto questi progetti di espansione territoriale sarebbero stati legati all’ascesa di un nazionalismo espressione dell’”uomo comune” della “classe media”.


Mercificazione della terra e il contadino piccolo capitalista

Marx sostiene che la proprietà contadina frazionata rappresenta una forma transitoria in cui il coltivatore è contemporaneamente lavoratore, proprietario e piccolo capitalista. Poiché il contadino possiede il terreno anziché affittarlo, la rendita non appare come una detrazione separata dalla produzione, ma va direttamente a beneficio del produttore. Tuttavia, l’espansione dello scambio di merci mina progressivamente questa indipendenza. Man mano che la terra diventava liberamente alienabile tramite acquisto e vendita, il suo prezzo rappresenta sempre più l’affitto capitalizzato piuttosto che la sua capacità produttiva. «Il prezzo della terra non è altro che l’affitto capitalizzato, anticipato» (Il Capitale, III). La spartizione trasformò la terra in una merce la cui proprietà può essere acquistata, venduta e data in pegno come garanzia.

Il passaggio del compenso per le prestazioni di lavoro e della rendita in natura alla forma monetaria accelerò questo processo, sostituendo gli obblighi consuetudinari con pagamenti monetari contrattuali. Anziché dover prestare lavoro direttamente al signore feudale, il coltivatore dipendeva sempre più dal riuscire a vendere le merci per far fronte a obblighi fissi in denaro. Allo stesso tempo, la crescita di un mercato fondiario favorì l’espansione dei mutui ipotecari e del credito rurale. Marx osserva che nel caso di piccole proprietà terriere il contadino spesso acquistava la terra solo contraendo debiti, diventando dipendente da «alti interessi usurari» mentre «il prezzo della terra (…) può salire a tal punto da rendere impossibile la produzione» (Il Capitale, III, cap. 47). La proprietà nasconde quindi una nuova forma di dipendenza, poiché gli interessi ipotecari si appropriano sempre più del pluslavoro che in precedenza si era manifestato come rendita feudale.

Lungi dal preservare l’indipendenza dei contadini, la frammentazione dei feudi divenne quindi uno dei principali meccanismi attraverso i quali il capitale penetrava nelle campagne. Come sostieniamo in Proprietà e capitale, «la suddivisione molecolare della terra» divenne in definitiva «uno dei tanti veicoli che l’accumulazione di capitale utilizza per espropriare il contadino». Anche Engels sosteneva che, sebbene la spartizione delle tenute feudali apparisse inizialmente rivoluzionario, la piccola proprietà finiva per andare incontro alla «rovina economica di fronte all’agricoltura su larga scala». Il proprietario contadino si trovò sempre più costretto in una dura alternativa: riuscire ad accumulare capitale entrando nelle file degli agricoltori capitalisti che impiegavano manodopera salariata, oppure andare incontro a un progressivo indebitamento, espropriazione e proletarizzazione.

Allo stesso tempo il credito ipotecario dissolse la tradizionale separazione tra città e campagna. Poiché la terra stessa diventava garanzia per i prestiti, le rendite agricole anticipate potevano essere convertite in attività finanziarie acquistate da mercanti, avvocati, funzionari pubblici, piccoli proprietari terrieri benestanti e membri della nobiltà con inclinazioni commerciali. Marx identifica il capitale dell’usuraio come l’intermediario decisivo in questa trasformazione: «L’usura è una potente leva nello sviluppo dei presupposti del capitale industriale» poiché «si appropria delle condizioni di lavoro, cioè rovina i proprietari delle vecchie condizioni di lavoro» (Il Capitale, III, cap. 36). In un altro punto sottolinea che l’usura sfruttava «i facoltosi membri delle classi superiori, in particolare i proprietari terrieri», estraendo al contempo ricchezza dai «piccoli produttori, principalmente i contadini». Il credito ipotecario trasferì quindi la ricchezza fondiaria dai proprietari feudali verso creditori orientati al commercio, subordinando sempre più l’agricoltura al capitale mercantile e monetario.

Questi sviluppi costituirono la componente agraria della più ampia rivoluzione finanziaria inglese. I principali protagonisti del credito ipotecario, della speculazione fondiaria e del credito rurale non erano i grandi magnati feudali, bensì i prosperi piccoli proprietari terrieri, la piccola nobiltà, gli avvocati, i mercanti, i funzionari pubblici e i finanzieri urbani, che accumulavano capitale liquido attraverso il commercio, il servizio pubblico e l’agricoltura mercantile, per investirlo in ipoteche e proprietà terriere. Nel frattempo, molti membri della vecchia aristocrazia sempre più spesso ipotecavano o vendevano le tenute per finanziare i propri consumi, gli obblighi politici o le spese militari. A Londra, anche gli orafi-banchieri si trasformarono da artigiani a finanzieri accettando depositi, concedendo prestiti, scontando cambiali e finanziando sia i mercanti sia la Corona.

La crescente integrazione tra prestiti ipotecari, credito commerciale e finanza pubblica nel 1694 culminò nell’istituzione della Banca d’Inghilterra. La recinzione dei terreni e l’affitto rappresentavano quindi solo una dimensione della trasformazione agraria dell’Inghilterra: altrettanto significativa fu la fusione della proprietà terriera con la finanza mercantile, il credito ipotecario e l’attività bancaria, attraverso la quale i rapporti sociali capitalistici penetrarono sempre più nelle campagne.

(continua al prossimo numero)










L’Internazionale dei Sindacati Rossi

(continua dal numero precedente)

Parallela involuzione della Internazionale politica e della Internazionale sindacale

Capitoli esposti alla riunione generale del maggio 2026
 

Tra il luglio e il settembre 1928 il VI Congresso dell’Internazionale Comunista, con l’accettazione della teoria della costruzione del socialismo in un solo Paese, già enunciata da Stalin da alcuni anni, rende evidente la degenerazione dell’Internazionale e la sua trasformazione in strumento degli interessi nazionali russi. L’Internazionale Sindacale Rossa aveva subito un’analoga trasformazione al suo IV Congresso del marzo 1928. Abbiamo già visto che tale trasformazione non fu improvvisa, ma la logica conclusione di un processo iniziato da alcuni anni.

Oggi, tutte le forme di opportunismo, da quella staliniana a quella trotzkista a quella di sedicenti internazionalisti seguaci della Sinistra comunista, hanno in comune lo stesso modo di procedere: sono esibite citazioni indiscutibili di Marx, di Lenin ed altri, al termine delle quali aggiungono in genere poche righe che rinnegano tutto quanto da quei maestri detto e scritto. Ciò è evidente nei due Congressi menzionati.


16. – Partito e sindacati

Una premessa chiarificatrice sulla posizione del partito riguardo ai sindacati è già nelle nostre “Tesi Caratteristiche” del 1951, di cui riportiamo dalla parte seconda:

«7. - Rifiuto della formazione di sindacati secessionisti aggregati al partito.

«Il partito non adotta mai il metodo di formare organizzazioni economiche parziali comprendenti i soli lavoratori che accettano i principi e la direzione del partito comunista. Ma il partito riconosce senza riserve che non solo la situazione che precede la lotta insurrezionale, ma anche ogni fase di deciso incremento dell’influenza del partito tra le masse non può delinearsi senza che tra il partito e la classe si stenda lo strato di organizzazioni a fine economico immediato e con alta partecipazione numerica, in seno alle quali vi sia una rete emanante dal partito (nuclei, gruppi e frazione comunista sindacale). Compito del partito nei periodi sfavorevoli e di passività della classe proletaria è di prevedere le forme e incoraggiare l’apparizione delle organizzazioni a fine economico per la lotta immediata...

«8. - Rifiuto delle concezioni: utopista, anarchica, sindacalista, come di quella del partito settario che forma suoi doppioni sindacali o rifiuta il lavoro sindacale.

«Nel succedersi delle situazioni storiche, il partito si tiene lontano quindi dalla visione idealista e utopista che affida il miglioramento sociale ad un’unione di eletti, di coscienti, di apostoli o di eroi, dalla visione libertaria che lo affida alla rivolta d’individui o di folla senza organizzazione, dalla visione sindacalista o economista che lo affida all’azione di organismi economici e apolitici, sia o non accompagnata dalla predicazione dell’uso della violenza, dalla visione volontaristica e settaria che, prescindendo dal reale processo deterministico per cui la ribellione di classe sorge da reazioni ed atti che precedono di gran lunga la coscienza teorica e la stessa chiara volontà, vuole un piccolo partito di élite o si circonda di sindacati estremisti che sono un suo doppione, o cade nell’errore d’isolarsi dalla rete associativa economico-sindacale del proletariato…

Dalla parte terza:

«7. - … il partito, sebbene poco numeroso e poco collegato alla massa del proletariato e sebbene sempre geloso del compito teorico come compito di primo piano, rifiuta assolutamente di essere considerato un’accolita di pensatori o di semplici studiosi alla ricerca di nuovi veri o che abbiano smarrito il vero di ieri considerandolo insufficiente…

«10. – L’accelerazione del processo [rivoluzionario] deriva oltre che dalle cause sociali profonde delle crisi storiche, dall’opera di proselitismo e di propaganda con i ridotti mezzi a disposizione. Il partito esclude assolutamente che si possa stimolare il processo con risorse, manovre, espedienti che facciano leva su quei gruppi, quadri, gerarchie che usurpano il nome di proletari, socialisti e comunisti...

«11. - Il partito non sottace che in fasi di ripresa non si rinforzerà in modo autonomo se non sorgerà una forma di associazionismo economico sindacale delle masse. Il sindacato, sebbene non sia mai stato libero da influenze di classi nemiche e abbia funzionato da veicolo a continue e profonde deviazioni e deformazioni, sebbene non sia uno specifico strumento rivoluzionario, tuttavia è oggetto d’interessamento del partito, il quale non rinuncia volontariamente a lavorarvi dentro».

Gli stessi concetti erano stati formulati nella Relazione sulla tattica, al Congresso di Roma del 1922: «Dovunque un gruppo sia pur esiguo di lavoratori si è costituito per lottare sul terreno della lotta di classe, il P.C. deve portare la sua parola e il suo incitamento per un’azione concreta; anche se questa azione presenta solo rudimentalmente ed in forma embrionale i caratteri propri ad un’azione prettamente rivoluzionaria non è mai il caso di estraniarsi o irridere».


17. – Il VI Congresso dell’IC e il IV Congresso dell’ISR

Nell’Internazionale la precedente politica del fronte unico sindacale era diventata una maschera per coprire un fronte unico politico, con le dirigenze dei sindacati riformisti e con la Federazione Sindacale Internazionale di Amsterdam.

Con la teorizzazione dei governi operai, poi operai e contadini, il fronte unico diventò poi apertamente politico. La ricercata unità sindacale con Amsterdam faceva progressivamente perdere importanza all’ISR, poi falsamente recuperata con la strategia “classe contro classe” e la teoria del “socialfascismo” adottate dal VI Congresso dell’IC, dal luglio al settembre del 1928.

Analogamente il V Congresso dell’ISR, nell’agosto del 1930, adottò la linea del “fronte unico dal basso”, suscitando anche scioperi importanti. Ma tale parola d’ordine, in sé corretta, si inseriva nella apparente “svolta a sinistra”, nascondeva delle alleanze comunque politiche, fra partiti, anche se diverse dalle precedenti. Era una linea già da alcuni anni funzionale non più ai fini del proletariato mondiale, ma agli interessi nazionali russi.

Il VI Congresso dell’IC andava affermando: «data la nuova ideologia completamente borghese e attivamente imperialista della socialdemocrazia, bisogna parimente intensificare la lotta contro questi “partiti operai della borghesia”». In realtà non c’era nessuna nuova ideologia, e i partiti socialdemocratici sono sempre stati i “partiti operai della borghesia”. Parlare di “classe contro classe” e di “socialfascismo” serviva a mascherare la precedente collaborazione con i riformisti operata con la parola d’ordine dell’unità sindacale.

In nome di una apparentemente giusta condanna dei riformisti, e ora anche della sinistra sindacale, si finiva per costituire degli organismi ibridi, non più solamente sindacali, alle dirette dipendenze del partito. Quelli finivano per allontanare i proletari delle organizzazioni sindacali riformiste, e non solo dai loro dirigenti. Propagandando l’unità si realizzava la scissione, e propagandando l’importanza del sindacato lo si metteva alle dirette dipendenze del partito, trasformando la cinghia di trasmissione in un guinzaglio.

Lo si metteva anche alle dipendenze di altri organismi, che avrebbero dovuto essergli subordinati, come i Consigli di fabbrica, le cellule aziendali e altri.

Riguardo ai Gruppi comunisti, leggiamo su “Comunismo” n. 10 del 1982: «Sarebbe un errore se il gruppo comunista cadesse nella propensione, per “accelerare i tempi”, a costituirsi formalmente esso stesso in organismo sindacale immediato, cambiando semplicemente veste formale. In questo modo si cadrebbe nell’illusione che basti l’esempio dei comunisti per indurre gli altri operai a organizzarsi. Peggio ancora si snaturerebbe la funzione dei comunisti, nella pretesa di avere maggior seguito tra gli operai qualora se ne sminuisca il carattere squisitamente partitico, lasciando credere che gli organi di fabbrica del Partito abbiano contenuto sindacale e dunque siano aperti a tutti i lavoratori che solo accettano i metodi della lotta di classe».

La ISR procede sulla strada segnata dal V Congresso dell’IC, ribadendo la teoria, da noi rifiutata, che l’organizzazione territoriale sia di per sé “opportunista”, un “retaggio socialdemocratico”, come leggiamo nella ”Risoluzione del Quinto Congresso sulla ristrutturazione del partito sulla base delle cellule di fabbrica”: «Il contrasto di principio fra il ruolo e l’attività del partito comunista e quelli del partito socialdemocratico si esprime anche nella diversa forma di organizzazione dei due partiti. Il partito socialdemocratico, interamente volto all’attività riformista nella democrazia borghese e principalmente all’attività elettorale parlamentare, è appunto fondato sul collegio elettorale, sull’organizzazione territoriale, e si appoggia sul gruppo locale come base di organizzazione di partito. Invece il partito comunista che guida le masse operaie alle lotte rivoluzionarie per il crollo del capitale e la conquista del potere deve avere un altro assetto organizzativo, poiché il suo sostegno principale è nella fabbrica».

La Sinistra comunista ha sempre rifiutato tale concetto, proprio anche degli ordinovisti, sostenendo che in organismi del genere più probabilmente si impone una visione ristretta in senso categoriale e aziendale, anziché in organismi su base territoriale, che riuniscono proletari di varie categorie e aziende, e nei quali si incontrano in quanto membri di una stessa classe, più che di una stessa fabbrica o di una stessa categoria.

Nell’Internazionale si parla ora anche di “sindacati rivoluzionari“ opposti ai “sindacati riformisti”. L’espressione, poco felice, era stata usata anche in precedenza, ma per indicare i sindacati influenzati dal partito comunista. Adesso i sindacati, che possono essere considerati rivoluzionari solo in quanto influenzati dal partito comunista, lo sono ora in quanto tali, e in quanto opposti ai “sindacati riformisti”.

Al IV Congresso dell’ISR si afferma, giustamente, che va combattuto sia lo scissionismo sindacale sia l’unità a tutti i costi, ma nel paragrafo X, titolato “rafforzamento dei sindacati rivoluzionari”, leggiamo: «I sindacati rivoluzionari inquadrano tutti gli elementi rivoluzionari e di sinistra all’interno dei sindacati riformisti che lottano nella propria organizzazione contro la dirigenza riformista (…) A seconda della situazione, delle circostanze, del tempo e del luogo, le singole organizzazioni di lavoratori appartenenti al centro riformista che vengono conquistate dai sostenitori della ISR possono essere trasferite al centro rivoluzionario». Al tempo stesso, al paragrafo XVI leggiamo: «Per quanto riguarda le masse, il problema della creazione dell’Unione Internazionale Unica e Onnicomprensiva rimane più che mai attuale (…) trasformare i Comitati Internazionali di Propaganda in organi che organizzino e dirigano la lotta economica dei lavoratori nei rispettivi settori».

Non è quindi chiaro se tali “sindacati rivoluzionari” debbano essere un organo di collegamento della minoranza classista all’interno dei sindacati riformisti, o il punto di attrazione per la costituzione di nuovi sindacati. Ciò che è certo è la confusione creata tra i comunisti e i proletari, anche con la creazione di nuovi organismi che sono talvolta doppioni di altri e le cui caratteristiche restano nebulose. Da alcuni anni l’ISR aveva creato i Comitati Internazionali di Propaganda, poi diventati Comitati Internazionali di Propaganda e Azione, i quali apparivano come un doppione di alcune attività del sindacato, e a volte strumenti di alleanza nel fronte unico con le dirigenze sindacali riformiste.

Le Internazionali politica e sindacale appoggiarono la “Opposizione Sindacale Rivoluzionaria”, che in Germania nel 1929 presentò per la prima volta liste proprie all’elezione dei consigli di fabbrica, contrapponendosi al sindacato riformista ADGB, ottenendo un discreto successo.

L’ISR aveva un’eccessiva fiducia nelle proprie forze e nelle prospettive di rivoluzione, come al X Plenum dell’IC, nel luglio 1929, fece notare Osip Pjatnitskij, membro del CC dell’IC dal 1927 al 1937, bolscevico della prima ora, poi sostenitore di Stalin, e infine vittima delle “grandi purghe” del 1938. Egli sostenne che non era vero che in alcuni grandi paesi i comunisti fossero vicini a conquistare la maggioranza del proletariato: parlò di calo del numero delle cellule di fabbrica rispetto al 1926, di basso numero dei comunisti che vi militavano (in Francia il 24% degli iscritti, in Norvegia il 19%, in Germania il 12%), e di una presenza percentualmente più limitata del partito nelle grandi fabbriche.

Riguardo alla confusione di organismi e di funzioni, leggiamo le “Tesi del X Plenum sulla lotta economica e i compiti dei partiti comunisti”, del luglio 1929, al paragrafo IV, “I sindacati e i comitati d’azione”: «Punto 1 (...) In tempi di conflitti economici i comitati d’azione costituiscono gli organi principali di direzione che raccolgono intorno a sé vaste masse operaie su una piattaforma di lotta a carattere economico e politico (...). Punto 4 (...) I comitati d’azione non devono restringere il loro campo d’azione, ma piuttosto sforzarsi di estenderlo e di trasformare il conflitto a carattere economico in uno a carattere politico (...). Punto 8 (...) I comitati d’azione sono organi dell’azione proletaria di massa, senza distinzione di partito e di sindacato: essi conquisteranno la fiducia delle masse garantendo l’unità del fronte di lotta e la conseguente applicazione di una linea di classe».

Noi abbiamo detto invece che possono sì sorgere organismi di classe nuovi, ma questi non per sostituirsi al partito né al sindacato.

Al paragrafo V, “Sindacati e consigli di fabbrica”, leggiamo: «Punto 2 (...) I Consigli di fabbrica devono diventare la leva della mobilitazione di massa e della lotta contro la burocrazia sindacale nella fabbrica (...). Punto 6 (...). Nessuna concessione dev’essere fatta alla teoria, presente anche nelle file comuniste, che i Consigli di fabbrica non sono un organismo politico». I Consigli di fabbrica sarebbero dunque un organismo politico, e anche sindacale, che però, viene detto, non deve sostituire il sindacato. La confusione, e la demagogia opportunista, sono al massimo grado.

Al paragrafo IX, “I compiti pratici più importanti”, continua: «Punto 1. I comunisti hanno già cominciato a liberarsi dei vecchi metodi di direzione degli scioperi trasferendo questa funzione di guida alle sezioni sindacali del partito, alle frazioni sindacali comuniste». La frazione sindacale ha il compito di trasmettere la linea del partito nel sindacato, trasformandolo, in determinate condizioni, in strumento della rivoluzione, ma non può sostituirsi ad esso. La direzione degli scioperi spetta al sindacato nel suo insieme, diretto dalla frazione comunista. Altrimenti siamo di fronte a una evidente contraddizione: se la frazione comunista non ottiene il consenso per l’azione da parte della gran parte dei proletari lo sciopero fallisce; se lo ottiene la direzione dello sciopero deve essere condivisa con proletari di altri partiti, proletari che hanno accettato la linea di classe propagandata dalla frazione stessa. Solo in tale caso la vittoria dello sciopero è possibile.

Nel IV Congresso dell’ISR ritroviamo anche la tendenza a separare i giovani lavoratori dagli altri, divisione perniciosa e che abbiamo sempre combattuto. Sotto il titolo “Metodi e strumenti per l’organizzazione dei giovani lavoratori nei sindacati” si legge: «Per conquistare i giovani lavoratori al sindacalismo, per assicurarsi un gruppo di militanti di classe che possa portare avanti l’opera dei sindacati e per incoraggiare i giovani lavoratori a proseguire in modo organizzato la lotta per le loro rivendicazioni specifiche, è necessario costituire organizzazioni giovanili speciali all’interno dei sindacati, senza tuttavia separare i giovani dagli adulti».

Anche i disoccupati furono talvolta contrapposti e intesi più rivoluzionari degli occupati, questi influenzati dai sindacati riformisti. A volte i partiti comunisti organizzavano direttamente movimenti di disoccupati, all’esterno dei “sindacati rossi”: ancora confusione di funzioni.


18. – Dal V Congresso dell’ISR al 1932

Questo, nell’agosto 1930, fu l’ultimo Congresso dell’ISR. Vi parteciparono 538 delegati di 60 paesi, con un incremento di 117 delegati e 11 paesi, ma a questi numeri non corrispose un incremento reale di forza ed estensione.

Non vi furono novità rispetto al Congresso precedente.

È interessante ciò che troviamo nella “Risoluzione del Presidium dell’IC sul lavoro delle frazioni sindacali”, in data luglio 1932: «[Talvolta] le organizzazioni sindacali rivoluzionarie non hanno alcuna vita propria all’interno e diventano dei duplicati dell’organizzazione di partito, con una composizione del personale all’incirca identica, la quale non fa che ripetere meccanicamente le decisioni del partito». Anche gli stalinisti sono stati costretti ad ammettere la verità.

Interessante anche ciò che troviamo al punto 3: «Quando in una fabbrica militano comunisti appartenenti a diversi sindacati, essi devono organizzarsi in frazione all’interno di ciascun sindacato. Ciascuna riceve direttive dal competente organo direttivo del partito, per il tramite della cellula di fabbrica. La cellula di fabbrica deve condurre tutto il suo lavoro sindacale nell’ambito della fabbrica. Ne consegue che i gruppi delle frazioni di fabbrica dei singoli sindacati devono lavorare sotto la direzione diretta della cellula di fabbrica». Adesso non solo il sindacato, ma addirittura la frazione comunista deve prendere ordini dalla cellula di fabbrica. Il rovesciamento è totale.

Nella “Risoluzione del XII Plenum sugli insegnamenti degli scioperi economici e della lotta dei disoccupati”, nel settembre 1932, nella parte VI si afferma: «L’opposizione sindacale rivoluzionaria deve divenire, sotto la crescente spinta rivoluzionaria delle masse e nel movimento delle masse contro la burocrazia riformista, la leva e la base organizzativa per la costituzione dei sindacati rossi indipendenti». Il tutto proclamandosi sempre contrari alle scissioni sindacali.

La cosiddetta svolta a sinistra, rappresentata dalla parola d’ordine “classe contro classe”, si riflette anche in ciò che accadde a Berlino nel novembre 1932, con lo sciopero dei trasporti pubblici contro i tagli salariali imposti dall’amministrazione cittadina, e quindi anche contro l’SPD, e contro il sindacato riformista ADGB a questa collegato. Il taglio salariale era stato concordato tra la Società Berlinese dei Trasporti, la BVG, e la Federazione dei Lavoratori delle Imprese Pubbliche dei Trasporti Persone e Merci, affiliata alla ADGB.

Dei 22.000 dipendenti della BVG, 6.000 iscritti alla Federazione, circa 1.200 alla RGO, e altrettanti alla NSBO, il sindacato del Partito Nazionalsocialista. La forza della RGO era però maggiore, dato che aveva allora cominciato a formare i cosiddetti Comitati Unitari, i quali tennero una conferenza comune il 29 ottobre. Sui 127 delegati, 52 appartenevano alla RGO, 27 alla Federazione, 5 al sindacato dei ferrovieri, 5 al sindacato dei metallurgici, molti altri, la maggioranza, non era organizzata, e solo pochi appartenevano alla NSBO. Il 2 novembre si arrivò all’elezione di un Comitato Unico per l’organizzazione dello sciopero, dominato dalla RGO, e del quale facevano parte anche esponenti dell’ADGB, lavoratori non sindacalizzati e due membri dell’NSBO.

In nome del “fronte unico dal basso”, e della lotta contro i socialdemocratici “socialfascisti”, il KPD scelse una momentanea collaborazione con i nazisti. Il segretario del KPD Thälmann nell’occasione disse: «per far partire gli scioperi nelle aziende (...) l’ammissione dei nazisti nei comitati di sciopero (...) è assolutamente necessaria e desiderata». Ci furono casi in cui membri del KPD e delle SA naziste presidiavano insieme i depositi, bloccavano i tram e organizzavano la resistenza contro la polizia.

Il “fronte unico dal basso” per noi è un fronte unico sindacale di classe che comprende proletari di diverso orientamento politico. Non è un fronte unico politico con i borghesi, socialdemocratici o fascisti che siano. I sindacati fascisti e nazisti non erano neanche dei sindacati veri e propri, ma delle organizzazioni alle dirette dipendenze dei rispettivi partiti, e poi dello Stato. Abbiamo sempre detto che i comunisti non disdegnano di lavorare anche nei sindacati a direzione la più reazionaria, ma nei sindacati fascisti e nazisti non vi era più, e non vi era mai stata, la possibilità di svolgere una minima propaganda classista, e qualsiasi tentativo in tal senso avrebbe avuto l’unico esito di comportare gravi rischi per la vita stessa dei proletari, senza alcun vantaggio per la classe.


19. – “Prometeo”

Su tali questioni negli stessi anni abbiamo un chiarissimo articolo su “Prometeo” n.82, del 6 novembre 1932, titolato “Il sindacato è un organo interpartitico?”:

«Il II Congresso, stabilendo la costituzione di Frazioni sindacali, porta evidentemente alla conclusione della costituzione di Comitati sindacali del partito, quali organo di collegamento e di direzione della rete delle Frazioni. Compito di questi Comitati è l’estensione della zona di influenza del partito e la conquista dei sindacati tuttora nelle mani della socialdemocrazia (...)

«Il partito, in quanto tale, è incapace di realizzare questa funzione. Per la sua base limitata a quella minoranza proletaria che afferma una comunanza di fede e di ideologia politica, per il suo programma di azione che corrisponde non alla situazione di oggi, ma a quella rivoluzionaria di domani, per il suo scopo che è quello dell’instaurazione della dittatura proletaria. Il sindacato invece, per il fatto che accoglie nel suo seno quelli che hanno una comunanza di posizione di classe, e cioè tutti gli sfruttati, per il suo programma generale e per i suoi scopi che riflettono gli interessi immediati delle masse, il sindacato è l’organismo che è chiamato ad intervenire in tutto il processo delle lotte di classe.

«Ma, abbandonato a sé stesso il sindacato si rivela incapace non solamente agli scopi della liberazione del proletariato, ma agli stessi movimenti elementari del proletariato. Donde la necessità del partito, donde la necessità anche per il partito di agire nel seno dei sindacati.

«Quest’azione del partito (...) si svolge attraverso le Frazioni, composte degli iscritti al partito. E dei soli iscritti, e non dei simpatizzanti con essi. Altrimenti si imbroglia tutto il processo dell’influenza del partito sulle masse e sui movimenti di classe. La Frazione composta di membri del partito e di simpatizzanti finirebbe di essere un organo di lavoro del partito per assumere l’altro di un doppione del partito che sfugge all’influenza di quest’ultimo, se non addirittura diventerebbe la base per la costituzione di un nuovo sindacato, come lo prova la funzione stessa dell’opposizione sindacale rivoluzionaria (...)

«Occorre esaminare se la concezione dei Comitati sindacali di partito non viene ad apportare una lesione alla funzione propria dei sindacati e a trasformare questi in una sorta di parlamento dove si affronterebbero i diversi partiti (...)

«I rapporti fra partito e sindacato si stabiliscono sul criterio fondamentale (...) che dal punto di vista organico e gerarchico non possono essere stabiliti dei legami. Non dal punto di vista organico attraverso patti di alleanza, di ripartizione di compiti (...) non dal punto di vista gerarchico di una dipendenza del sindacato dagli organi del partito. Al contrario questi rapporti si basano sulla attività e i risultati del lavoro delle Frazioni sindacali».

Quando queste conquistano la dirigenza di un sindacato strappandola ai socialdemocratici devono

«tenere bene in mano il nuovo comitato direttivo del sindacato perché assolva ai compiti comunisti e non si trasformi – come è avvenuto con la CGTU in Francia – in un’appendice del partito che finisce per diventare un fattore di degenerazione dello stesso partito (...)

«Se si entrasse nel campo dove hanno operato grandemente il centrismo e la stessa opposizione di sinistra e cioè nella creazione di Correnti sindacali che non sono più Frazioni in quanto conglomerano talvolta (Comitato Anglo-Russo, Opposizione Unitaria in Francia) elementi di differenti scuole politiche incidentalmente d’accordo su alcuni problemi, allora il sindacato diviene una sorta di parlamento dove correnti politiche si dibattono non più in relazione con gli scopi del sindacato e con gli interessi delle lotte, ma si dibattono in relazione dell’accrescimento dell’una o dell’altra bottega (...). Il sindacato si trasforma in un organo interpartitico quando si dà vita, nel suo seno, a correnti semi-sindacali e semi-politiche, correnti estremamente confuse».

Su “Prometeo” n.85, del 5 marzo 1933, apparve un articolo dal titolo “Il Fronte unico per la difesa del proletariato tedesco”: «Ecco il problema. Il partito è fuori delle organizzazioni sindacali (...). I sindacati fornivano, in Germania, la base dell’azione difensiva del proletariato: ebbene i centristi hanno determinato l’abbandono di queste organizzazioni».

Torna sulla questione “Prometeo” n.86, del 2 aprile 1933, con un articolo dal titolo “Socialdemocrazia e centrismo di fronte agli avvenimenti in Germania”: «In Germania i sindacati, che potevano rappresentare la forma più adatta per l’unità di lotta di tutta la classe operaia, nell’assenza di una rete solida delle frazioni comuniste, si trovano ad essere la preda facile dei Theodor Leipart (segretario della riformista ADGB) e consorti senza che l’O.S.R. abbia nessuna funzione reale. È nelle situazioni decisive che le organizzazioni provano il loro valore intrinseco. Il centrismo, con la sua politica anti-comunista basata sulla emancipazione nazionale e sociale, con l’abbandono dei sindacati, con la tattica del social-fascismo, e con la prospettiva della vittoria fascista considerata come il preludio della rivoluzione nazionale e sociale, ha avuto una funzione che non rifletteva gli interessi della classe operaia e facilitava il piano della classe nemica. Questo era inevitabile; quando si abbandonano le posizioni più elementari dell’internazionalismo rivoluzionario, si precipita e si diviene la preda della contro-rivoluzione».

I principali sindacati odierni, ormai ex di tutto, con la loro passione legalitaria e nazionalista, sono figli di molti padri, tra i quali c’è lo stalinismo.

(continua al prossimo numero)








Per una storia della sinistra del socialismo ottomano e del Partito Comunista di Turchia

Rapporto esposto alla riunione generale del gennaio 2024



I - Lo sviluppo del capitalismo nell’Impero Ottomano
II - La nascita del socialismo ottomano e della sua sinistra
III - La fondazione del Partito Comunista Turco
IV - L’apogeo del Partito Comunista e dei Sindacati Rossi
V - La sinistra all’opposizione
VI - Fuori dal partito
VII - Conclusione: cosa significa per noi questa tradizione



I.
Lo sviluppo del capitalismo nell’Impero ottomano

I documenti della sinistra del socialismo ottomano e del Partito Comunista di Turchia che abbiamo recuperato ed esposto alla riunione non solo rivestono una notevole importanza per la rinascita della tradizione comunista nel Vicino Oriente, ma hanno anche un significato internazionale per tutti coloro che studiano la storia del nostro partito.

Sebbene queste testimonianze documentarie dell’esistenza della sinistra siano limitate a venticinque anni (1909-1934), questo periodo fu caratterizzato da numerosi eventi storici di grande rilevanza, a partire dalla rivoluzione del 1908 e comprendente la guerra italo-turca, le guerre balcaniche, la Prima guerra mondiale, il genocidio armeno, l’emergere del movimento di indipendenza nazionale contro le occupazioni di alcune regioni della Turchia da parte dell’Intesa, la vittoria di Mustafa Kemal sui greci e sulle rivolte reazionarie interne, lo scambio di popolazione greco-turco, il consolidamento del potere kemalista e la repressione delle conseguenti rivolte curde.

Per questo motivo, abbiamo classificato i documenti in base al periodo storico, e trattato le circostanze particolari in cui sono stati redatti i documenti che presentiamo. Sebbene la loro trascrizione, così come degli altri che abbiamo utilizzato nello studio, sia stata pubblicata in diverse fonti turche, soprattutto grazie agli archivi del Comintern, nessuna corrente ha mai rivendicato come propria la tradizione che li ha prodotti.

Prima di addentrarci nella storia della sinistra e nei documenti stessi, abbiamo fornito alcune informazioni generali sulla situazione che portò allo sviluppo del capitalismo e alla conseguente nascita del socialismo nell’Impero ottomano.

Alla fine del XVIII secolo l’Impero ottomano era una monarchia feudale ben sviluppata ma in fase di stagnazione, che governava su vasti territori. A cavallo del secolo attraverso i suoi rapporti con l’Occidente il capitalismo aveva iniziato ad espandersi e a svilupparsi all’interno dell’Impero. La maggior parte della borghesia emerse dalle minoranze non musulmane, estremamente numerose e influenti, che erano direttamente collegate al capitale e al commercio occidentali. In precedenza erano stati commercianti e negozianti e certamente non rappresentavano la fascia più importante delle loro comunità, ma il loro status crebbe rapidamente man mano che ampliavano le loro attività e il loro capitale in un Impero in cui la principale fonte di ricchezza era ancora la terra.

Nelle città cominciarono a sorgere le fabbriche. Il crescente potere della borghesia non musulmana portò alla creazione di scuole per l’insegnamento delle scienze positive anche nei villaggi più remoti. Si diffusero nuove ideologie come il liberalismo e il nazionalismo. A loro volta, i contadini iniziarono a migrare verso le città, costituendo la maggior parte della nascente classe operaia.

Ben presto, i governanti dello Stato ottomano si trovarono di fronte a una situazione allarmante. In un primo momento, cercarono di reprimere questo sviluppo indesiderato ricorrendo alla repressione, ma ciò non fece altro che alimentare le fiamme del nazionalismo e portare a guerre di liberazione, molte delle quali riuscirono a creare nuovi Stati-nazione (indipendenza della Grecia nel 1829, della Bulgaria nel 1876 e della Serbia nel 1878). Ciononostante, il numero dei non musulmani rimasti, quali armeni, greci ed ebrei, e soprattutto il loro peso all’interno della neonata borghesia industriale dell’Impero, rimase molto significativo.

Il capitalismo occidentale si unì alle richieste locali di riforme. Allo stesso tempo la burocrazia ottomana cercava una soluzione ai fallimenti dell’Impero nei suoi tentativi di competere con gli Stati europei nei secoli precedenti in materia di modernizzazione tecnologica, modalità di gestione, industria e scienza. Anch’essa iniziò a sostenere l’introduzione del capitalismo nell’Impero ottomano e persino riforme democratiche borghesi.

Dopo gli anni ’30 dell’Ottocento, le industrie private cominciarono rapidamente a sostituire gli artigiani anche tra i musulmani. Di fronte alla pressione esercitata dalla borghesia, dai burocrati e dagli ufficiali militari, nel 1839 la monarchia emanò l’Editto imperiale di Riorganizzazione e nel 1876 proclamò il primo regime costituzionale.

La comparsa dei rapporti capitalistici portò a lotte di classe tra migliaia di contadini recentemente proletarizzati e la emergente borghesia. Le proteste nelle fabbriche iniziarono già nel XIX secolo. Inizialmente l’azione più comune del movimento operaio nell’Impero Ottomano era il sabotaggio dei mezzi di produzione. Col tempo tali atti furono soppiantati dagli scioperi. Il primo sciopero documentato nell’Impero avvenne nel 1863, nelle miniere di carbone di Ereğli, ma gli scioperi si diffusero a partire dall’inizio degli anni ’70, raggiungendo il culmine nel 1876.

L’industria si stava sviluppando rapidamente in questo periodo e molti specialisti e operai erano inviati da paesi come l’Inghilterra, la Francia e l’Italia. I lavoratori stranieri scioperavano insieme ai lavoratori autoctoni, musulmani e non musulmani. In questo modo, gli autoctoni, privi di esperienza in materia di scioperi, si trovarono a lottare al fianco degli europei e a trarre beneficio dalle loro esperienze.

Il sultano Abdulhamid II, che avrebbe governato l’Impero con pugno di ferro per decenni, reagì nel 1878 con un’ondata di repressione contro le lotte operaie, rendendo gli scioperi un evento raro per un certo periodo. Tuttavia, si sarebbe poi scoperto che la repressione non poteva impedire per sempre lo sviluppo del movimento operaio.




II.
La nascita del socialismo ottomano e della sua ala sinistra

Il socialismo nacque nell’Impero Ottomano all’interno delle diverse nazionalità. La prima organizzazione fu il Partito Rivoluzionario Hunchak, fondato nell’Europa occidentale da studenti armeni orientali, come Avetis Nazarbekian e Ruben Khan-Azad, ma con l’intento di affermarsi in tutto l’Impero. Nel 1888 gli Hunchak pubblicarono il loro programma massimo e quello minimo: il primo prevedeva il socialismo e l’abolizione della proprietà privata, il secondo la liberazione nazionale dell’Armenia ottomana. Come si può notare, il loro programma non era dissimile da quello di altri partiti della Seconda Internazionale dell’epoca:

«L’attuale sistema sociale si basa sull’ingiustizia, l’oppressione e la schiavitù. Questa organizzazione, fondata sulla schiavitù economica, può mantenersi solo con i detentori del potere che si avvalgono della forza dei propri pugni, che saccheggiano la classe operaia e creano così disuguaglianza e ingiustizia nei rapporti umani. Questa disuguaglianza si manifesta in tutte le sfere della vita: economica, politica, sociale e materiale. Una piccola minoranza dell’umanità ha conquistato e consolidato il potere, acquisendo privilegi sociali e politici a spese del sudore e del sangue della forza lavoro.

«La proprietà privata si fonda sulla schiavitù di tutta l’umanità nelle sue varie forme. Questo è il principio fondamentale e la caratteristica principale della minoranza che oggi governa il mondo.

«Solo l’organizzazione socialista può porre rimedio a questa situazione deplorevole e ingiusta, instaurando e tutelando il potere diretto del popolo, dando a tutti l’opportunità di partecipare alla regolamentazione degli affari sociali. Il sistema socialista difende veramente i diritti naturali e innegabili del popolo; promuove il pieno sviluppo di tutte le facoltà, tutte le capacità e le possibilità di ciascun individuo nelle varie forme; organizza tutti i rapporti sociali ed economici in pace ed è la vera espressione della volontà del popolo.

«In conformità con queste convinzioni fondamentali, il gruppo Hunchak è socialista.

«Il popolo armeno nell’Armenia turca vive oggi come una comunità incatenata dalla schiavitù politica ed economica. Sotto la guida di un governo economicamente in bancarotta, è oppresso da varie imposte dirette e indirette, che raddoppiano o triplicano ad ogni crisi finanziaria che si sussegue. La sua terra è costantemente attaccata dal governo e i prodotti del suo lavoro sono saccheggiati e dallo Stato e da privati. Intrappolato in queste condizioni, il popolo lavora e produce solo per sfamare il governo e le classi insaziabili».

«Per sollevare il popolo dalla sua povertà, per metterlo sulla retta via e per consentirgli di realizzare l’obiettivo finale dell’organizzazione socialista, è imperativo, innanzitutto come obiettivi a breve termine, instaurare una democrazia di ampio respiro, la libertà politica e l’indipendenza nazionale nell’Armenia turca».

Nel 1889 sorsero le prime organizzazioni Hunchak nell’Impero dopo che Ruben Khan-Azat si trasferì a Costantinopoli. Nel 1890 gli Hunchak parteciparono alla formazione di un’altra organizzazione armena, la Federazione Rivoluzionaria Armena (Dashnak), composta da frazioni socialiste e antisocialiste. Il programma della nuova organizzazione difendeva alcuni aspetti del socialismo senza nominarlo. L’unità durò sei mesi. Nel 1891 si era ormai constatato che gli antisocialisti erano al timone dei Dashnak e gli Hunchak dichiararono di non avere nulla a che fare con tale organizzazione.

Nel frattempo, nel 1891 il Partito Socialdemocratico dei Lavoratori Bulgari, fondato in precedenza attorno a Dimităr Blagoev su posizioni marxiste ortodosse, organizzò la prima organizzazione socialista nella Macedonia ottomana, guidata da Vasil Glavinov, l’Unione dei Socialdemocratici Rivoluzionari di Macedonia. La posizione dell’organizzazione sulla questione nazionale era simile a quella del Partito Rivoluzionario Hunchak. Nel 1893, nella Macedonia ottomana emerse l’Organizzazione Rivoluzionaria Interna Macedone, un movimento armato di liberazione nazionale, e i socialisti macedoni parteciparono alle sue attività. Nel 1898 i socialisti macedoni modificarono la loro valutazione del movimento nazionale macedone, condannando le ambizioni espansionistiche della Bulgaria in Macedonia. Si adottò invece la formulazione di Blagoev di una Federazione Socialista Balcanica, senza abbandonare l’idea dell’indipendenza nazionale macedone.

Nel 1894-95, la Società dei Lavoratori Ottomani, la prima organizzazione operaia della popolazione musulmana, fu costituita dagli operai dell’arsenale di Tophane, a Costantinopoli. L’organizzazione, influenzata dalla Comune di Parigi e sperando di diffondere il Manifesto del Partito Comunista, mirava a organizzare i lavoratori e a incitarli a ribellarsi contro il sultano Abdulhamid II. Dopo un anno di attività, i dirigenti furono arrestati e l’organizzazione si sciolse. Nel 1901-1902, i fondatori della Società dei Lavoratori Ottomani tornarono a Costantinopoli e tentarono di riorganizzarsi. Questi sforzi suscitarono grande interesse e si tennero numerose riunioni di discussione con l’obiettivo di rifondare l’organizzazione, ma i militanti di spicco furono nuovamente arrestati e l’organizzazione repressa.

Allo stesso tempo, i movimenti socialisti di nuova formazione delle nazionalità non musulmane continuarono ad affrontare la questione nazionale.

Nel 1896, all’interno del Partito Rivoluzionario Hunchak emersero due fazioni: i socialisti tradizionali, guidati da Avetis Nazarbekian, che controllavano la direzione centrale del partito, e gli antisocialisti. Quest’ultimo gruppo si separò dal partito organizzando un congresso autonomo, mentre gli Hunchak respinsero pratiche quali le manifestazioni di massa e le azioni armate, ponendo invece l’accento sulla dottrina socialista.

Ciononostante, gli stessi Hunchak erano già diventati troppo moderati per i socialisti armeni, più orientati alla lotta di classe. Nel 1898, a Tbilisi, fu fondato il Gruppo dei Lavoratori Armeni Marxisti, alla sinistra degli Hunchak, guidato da Gevorg Gharadjian (Arkomedes), uno dei fondatori del Partito Rivoluzionario Hunchak e autore del suo programma, e da Karekin Kozikian (Yessalem), proveniente dall’Armenia ottomana. La nuova organizzazione aveva stretti legami con i socialisti georgiani. Nel 1900-1901 il Gruppo dei Lavoratori Armeni Marxisti pubblicò una rivista clandestina, “Banvor” (Lavoratore), fortemente critica nei confronti sia dei Dashnak sia degli Hunchak sostenendo che solo la classe operaia avrebbe potuto risolvere la questione armena. L’organizzazione fu infine smantellata dalla repressione poliziesca.

Nel 1903, Stephan Shahumyan, membro del Partito Socialdemocratico dei Lavoratori Russo, giunse a Tbilisi e organizzò la Lega dei Socialdemocratici Armeni con i resti del Gruppo dei Lavoratori Armeni Marxisti. Lenin ne accolse con favore la costituzione nel suo testo intitolato “Sul Manifesto dei Socialdemocratici Armeni”, di cui approva le posizioni:

«Nelle sue attività, la Lega dei Socialdemocratici Armeni, in quanto una delle sezioni del Partito Socialdemocratico dei Lavoratori Russi – che estende la rete delle sue organizzazioni in lungo e in largo su tutto il territorio della Russia – è in pieno accordo con il POSDR e lotterà insieme ad esso per gli interessi del proletariato russo in generale e del proletariato armeno in particolare.

«Il raggiungimento dell’ideale socialista, a nostro avviso, non è concepibile né attraverso gli sforzi della classe operaia in ambito economico né attraverso riforme politiche e sociali parziali: è possibile solo abbattendo completamente l’intero sistema esistente, per mezzo di una rivoluzione sociale, di cui la dittatura politica del proletariato deve essere il necessario prologo».

Nello stesso anno, a causa della pressione esercitata dalla nuova organizzazione, all’interno del Partito Rivoluzionario Hunchak emersero una fazione di sinistra distinta, con base nel Caucaso e guidata da Nazarbekian e Khan-Azad, che sosteneva che i membri del Caucaso dovessero aderire al POSDR mentre il partito continuava la lotta nell’Impero Ottomano, e una fazione più nazionalista con base nell’Impero Ottomano. Nel 1905, la fazione di sinistra del Partito Rivoluzionario Hunchak si separò e aderì al POSDR. I dirigenti della sinistra Hunchak non si schierarono né con i bolscevichi né con i menscevichi, ma alcune organizzazioni Hunchak in città come Erevan e Baku si unirono ai bolscevichi. Gli Hunchak rimasti, con base nell’Impero ottomano, si ribattezzarono Partito Socialdemocratico Hunchak.

Non ci volle molto prima che anche gli Hunchak ottomani sentissero la pressione proveniente dalla sinistra. Nel 1906, l’ala sinistra internazionalista del movimento socialista armeno, concentrata sull’Impero ottomano, si riorganizzò attorno al giornale “Yerkri Tzayn” (Voce del Paese), lanciato a Tbilisi nello stesso anno. Tra i leader di questo gruppo figurava Karekin Kozikian del Gruppo dei Lavoratori Armeni Marxisti. Il giornale si opponeva a qualsiasi collaborazione con i Giovani Turchi, il movimento di opposizione nazionalista turco, e invitava tutti i lavoratori ottomani a organizzarsi insieme. Al contrario, nel 1907 i Dashnak aderirono alla Seconda Internazionale e, allo stesso tempo, strinsero un’alleanza con il Comitato di Unione e Progresso, l’organizzazione nazionalista turca più importante tra i Giovani Turchi.

Anche i movimenti socialisti bulgari e macedoni si trovarono ad affrontare le stesse questioni. Nel 1900, all’interno del socialismo bulgaro e macedone emerse una fazione di destra, più moderata nel suo socialismo e più nazionalista, in opposizione alla direzione di Blagoev. Nel 1903, il Partito Socialdemocratico dei Lavoratori Bulgari si divise nelle fazioni di sinistra, “ristretta”, e “ampia”, di destra. Questa si oppose alla politica della sinistra, che si rivolgeva alla base proletaria, rifiutava di cooperare con le tendenze borghesi e piccolo-borghesi e si organizzava come un partito ristretto di militanti. Anche i “ristretti” macedoni, guidati da Glavinov, presero completamente le distanze dalla fazione degli “ampi” e dal movimento nazionale.

Nel 1905 i socialisti macedoni della fazione ristretta fondarono l’Organizzazione Socialdemocratica dei Lavoratori della Macedonia e di Adrianopoli, che, come la sinistra armena, si opponeva a qualsiasi collaborazione con il movimento dei Giovani Turchi. Nel 1908 fu dichiarato: «Il Congresso del BSDLP (di orientamento ristretto) (...) auspica che il proletariato turco continui la sua lotta per l’abolizione del regime assolutista e per la completa emancipazione del proletariato turco, e che ottenga la vittoria completa in questa lotta. Il proletariato turco può raggiungere la sua completa emancipazione solo attraverso la propria organizzazione di classe, sotto la bandiera del socialismo, lottando fianco a fianco con le forze socialdemocratiche internazionali».

Nel 1908 un ammutinamento militare noto come rivoluzione dei Giovani Turchi rovesciò il sultano Abdulhamid II e fu proclamato il Secondo Regime Costituzionale. Alla rivolta seguì un periodo di scioperi di massa. Se ne verificarono almeno 119 in città quali Salonicco, Skopje, Mitrovica, Bitola, Gevgelija, Varna, Drama, Kavala, Svilengrad, Xanthi, Alessandropoli, Adrianopoli, Costantinopoli, Samsun, Mitilene, Smirne, Manisa, Aydın, Afyon (Afyonkarahisar), Zonguldak, Eskişehir, Ankara, Balıkesir, Konya, Ereğli, Diyarbakır, Adana, Hareke, Aleppo, Beirut, Zbekche, Damasco, Gerusalemme e Riyaq. Vi presero parte lavoratori provenienti da quasi tutti i settori del proletariato ottomano. Il numero totale dei partecipanti fu stimato in oltre 100.000. Nella ondata di scioperi i socialisti moderati costituivano la tendenza politica prevalente.

Nel 1909 i moderati fondarono il Centro Socialista di Costantinopoli, guidato dal bulgaro Teodor Sivachev, dal greco Zacharias Vezestenis e dall’armeno Karekin Kozikian. Roland Ginzberg, uno degli esponenti dell’ala sinistra del Partito Comunista di Turchia, ricorda quei giorni in un rapporto del 1921 al Profintern: «I primi elementi di lotta di classe e di solidarietà operaia emersero tra i lavoratori stranieri o tra i lavoratori autoctoni che avevano vissuto in città europee. Un movimento sociale sistematico in direzione del sindacalismo iniziò solo nel 1909. Si può affermare che i primi divulgatori di queste idee, del tutto nuove per Costantinopoli, furono i proletari bulgari. Oggi i nostri compagni ricordano con gratitudine la lotta del compagno Teodor Sivachev, membro del partito bulgaro “Tesniak” (“socialista ristretto”), un tipografo ormai scomparso. Fu lui, insieme ad alcuni compagni, a fondare la prima organizzazione socialista a Costantinopoli. Quella stessa annata l’organizzazione celebrò il Primo Maggio con bandiere rosse, corone di fiori, ecc.».

Si trattava della prima organizzazione unitaria e internazionale dell’ala sinistra del socialismo ottomano. Nello stesso anno fu fondata la Federazione Socialista dei Lavoratori di Salonicco grazie agli sforzi congiunti dei socialisti locali di orientamento “ristretto” e “ampio”, sebbene i rapporti tra le due fazioni fossero difficili sin dall’inizio e portassero a una scissione nel giro di pochi mesi. I “ristretti”, che in seguito fondarono l’Organizzazione Socialdemocratica dei Lavoratori di Salonicco, erano in minoranza nella città ma guidavano le organizzazioni operaie nel resto dell’Impero, compresa l’Associazione dei Sindacati di Costantinopoli, che comprendeva otto sindacati, che organizzavano lavoratori greci, turchi, armeni, ebrei e bulgari e si definivano sindacati di classe rivoluzionari e internazionalisti, con un numero di iscritti più o meno pari a quello della Federazione Socialista dei Lavoratori di Salonicco.

Secondo Avraam Benaroya, dirigente la Federazione Socialista dei Lavoratori di Salonicco, nel 1910 i lavoratori sindacalizzati nell’Impero raggiunsero i 150.000.

I “ristretti” ottomani pubblicavano giornali in diverse lingue: “İşçiler Gazetesi” (Gazzetta dei Lavoratori) in turco, “Nor Hossank” (Nuova Corrente) in armeno, “El Laborador” (Il Lavoratore) in ladino, “Ergatis” (Il Lavoratore) in greco. Insieme a “Rabotnicheski Iskra” (La Scintilla dei Lavoratori), lanciato nello stesso anno dall’Organizzazione Socialdemocratica dei Lavoratori della Macedonia e di Adrianopoli. La linea politica di tutte le testate si basava sull’internazionalismo proletario. Su “İşçiler Gazetesi”, si leggeva: «I lavoratori dell’Impero ottomano, che non sono ancora riusciti a costituire un’unione generale con i propri fratelli residenti all’estero ai fini della solidarietà reciproca e dello sviluppo delle relazioni, dichiarano pubblicamente ai propri amici in Europa di essere sempre con loro nel cuore. Nel prossimo futuro i lavoratori dell’Impero ottomano saranno tra i pionieri sia dell’Europa sia nell’esercito operaio».

Analogamente, su “Nor Hossank”: «Sebbene lo sviluppo economico in Turchia sia molto lento e l’industria meccanizzata sia appena agli inizi (...) la Turchia è già sulla strada per diventare un paese capitalista. La lotta di classe è già iniziata (...). Decine di migliaia di lavoratori sono impiegati nelle fabbriche, nelle officine e nelle ferrovie del paese e sono indubbiamente più sfruttati che mai. Devono forse rimanere in silenzio e non reagire, in attesa che la Turchia raggiunga il livello dell’Europa?»

Su “Ergatis”: «Questo giornale viene pubblicato per riunire i socialisti dell’Impero ottomano e per fondare qui un partito socialista internazionale – “un partito internazionale” perché nessun altro tipo di socialismo è possibile nell’Impero ottomano – e per fungerne da portavoce. Pertanto, non escluderemo nessun turco, ebreo o bulgaro che voglia unirsi a noi, purché sia socialista».

Ma anche l’ala destra del socialismo ottomano continuò ad avere una certa influenza. Nel 1910 fu fondato il Partito Socialista Ottomano da un piccolo numero di intellettuali musulmani quali Hüseyin Hilmi, un riformista, Refik Nevzat, un nazionalista, e Baha Tevfik, un anarchico. Il Partito Socialista Ottomano, insieme agli Hunchak e ai socialisti moderati, sostenne l’opposizione liberale del Partito Libertà e Accordo contro il regime dell’Unione e del Progresso, appoggiato dai Dashnak. La sinistra ottomana si oppose a entrambe le parti.

Nel 1911 l’Impero Ottomano entrò nella guerra italo-turca, a cui la sinistra del socialismo ottomano si oppose esplicitamente per motivi internazionalisti e rivoluzionari, proprio come fece la sinistra del Partito Socialista in Italia.

Nel 1912, in seguito alla sua disastrosa sconfitta nella guerra italo-turca, il Partito della Libertà e dell’Accordo rovesciò il governo del Comitato di Unione e Progresso tramite una rivolta organizzata da un gruppo nell’esercito denominato “Ufficiali Liberatori”.

L’Impero entrò poi nella Prima guerra balcanica, ancora una volta chiaramente osteggiata dalla sinistra del socialismo ottomano. All’inizio del 1913, in seguito alla disastrosa sconfitta nella guerra, il Comitato di Unione e Progresso tornò al governo e intensificò la repressione politica. Entrò nella Seconda guerra balcanica lo stesso anno e nella Prima guerra mondiale l’anno successivo.

Sebbene la posizione di principio della sinistra fosse rimasta intatta, la sua organizzazione era stata progressivamente indebolita e costretta alla clandestinità, cosicché non poté dare una forte risposta pubblica alla guerra mondiale come aveva fatto durante quella italo-turca e le guerre balcaniche. All’inizio della guerra le organizzazioni socialiste nell’Impero furono distrutte e i sindacati messi fuori legge.

Nel 1915 ebbe inizio il genocidio armeno. Kozikian si gettò in un fiume lasciandosi annegare piuttosto che farsi prendere, Gharadjian fuggì nel Caucaso. Anche Sivachev morì durante la guerra, Glavinov fuggì a Sofia e Vezestenis in America.



Documenti

I tre documenti che sono stati presentati risalgono agli anni 1913 e 1914 e dimostrano chiaramente il rifiuto internazionalista di principio da parte della sinistra nei confronti delle guerre imperialiste, nonché la sua opposizione a ogni sorta di corrente opportunista attiva nel movimento operaio ottomano.

È inoltre evidente una critica al nazionalismo e al parlamentarismo, ben lontana dall’anarchismo.

Ciononostante, è evidente una certa influenza dell’anarco-sindacalismo europeo, almeno nei documenti di Vezestenis, autore di due dei tre testi a nostra disposizione.

– Zacharias Vezestenis, La questione sociale in Oriente (1913)

– Zacharias Vezestenis, Le conseguenze economiche della guerra (La Battaille Syndicaliste, Costantinopoli, 3 e 11 maggio 1913)

– Discorso del Centro Socialista di Costantinopoli al proletariato internazionale (1914)




III.
La fondazione del Partito Comunista Turco

Le origini del Partito Comunista Turco possono essere ricondotte, più o meno direttamente, alla Rivoluzione d’Ottobre in Russia.

Il primo effetto della rivoluzione sulla Turchia, che fino ad allora era in guerra con la Russia, fu immediato. I soldati russi di ritorno dall’Anatolia orientale lasciarono il potere a un governo sovietico che rappresentava turchi, curdi e armeni, con sede a Erzincan, dove la popolazione locale issò le bandiere rosse sugli edifici amministrativi. Il nuovo governo sovietico era influente anche a Erzurum, Dersim, Bayburt e Sivas. Ma fu presto travolto dall’esercito ottomano, prima che il Comitato di Unione e Progresso si arrendesse all’Intesa. I suoi rappresentanti, quali i pascià Enver e Talat, fuggirono dal paese. Costantinopoli e gran parte dell’Anatolia furono occupate dai vincitori della guerra mondiale.

Il primo Congresso dei socialisti di sinistra turchi si tenne a Mosca nel 1918, con la partecipazione di ex prigionieri di guerra, e portò alla fondazione dell’Organizzazione Comunista della Turchia, guidata da Mustafa Suphi, Sharif Manatov e Süleyman Nuri.

Tra la fine del 1918 e il 1919 a Costantinopoli sorsero organizzazioni socialiste legali, come il Partito Socialista di Turchia, guidato da Hüseyin Hilmi, che al suo apice contava 14.000 iscritti, e il Partito Socialdemocratico, che ne contava 2.000. Più a sinistra, gli studenti turchi di ritorno dagli studi all’estero, soprattutto dalla Germania, formarono il Partito dei Lavoratori e dei Contadini di Turchia, in seguito ribattezzato Partito Socialista dei Lavoratori e dei Contadini di Turchia. Il partito, guidato da Ethem Nejat e Şefik Hüsnü, seguiva ideologicamente la linea dell’USPD.

Infine, alcuni dei residui della sinistra del socialismo ottomano si riorganizzarono a Costantinopoli attorno a Roland Ginzberg come Gruppo Comunista, sotto l’influenza del bolscevismo. Il Gruppo Comunista iniziò a organizzare sindacati di classe interetnici ed entrò anche in contatto con le opposizioni di sinistra allora emergenti all’interno del Partito Socialista di Turchia, guidato da Kazım di Van, con cui instaurò stretti rapporti, e del Partito Socialdemocratico guidato da Zinatullah Navshirvanov, che in seguito lasciò Costantinopoli per unirsi al movimento comunista in Anatolia.

I comunisti di Costantinopoli furono inoltre aiutati da Sharif Manatov, rappresentante della neonata Internazionale Comunista, che in seguito fu imprigionato dai francesi e dovette lasciare la città in un’audace fuga organizzata dal gruppo di Navshirvanov. Nel suo opuscolo del 1923 intitolato “Il compagno Ethem Nejat”, Navshirvanov così descrisse la situazione politica a Costantinopoli:

«L’esperienza ci aveva dimostrato che nel Comitato Centrale del Partito Socialdemocratico le tradizioni della rivoluzione sociale e gli interessi dei lavoratori erano in minoranza. Pertanto, sebbene riscuotesse delle simpatie tra i lavoratori, non era possibile portarvi avanti la causa. I tirapiedi e gli scagnozzi della grande borghesia, come il dottor Hasan Riza, che aveva partecipato alla fondazione del partito esclusivamente per motivi di posizione politica e interesse personale, e i tirapiedi che cercavano di diventare piccolo-borghesi, cercavano di impedire al partito di avere una struttura di classe e di assumere un carattere rivoluzionario, lasciando gli elementi rivoluzionari soli nella guerra interna. D’altra parte, la stessa lotta era in corso nella stessa situazione per il Partito Socialista di Turchia, che si annidava sotto la dittatura di Hüseyin Hilmi».

«Poiché il Partito Socialista dei Lavoratori e dei Contadini di Turchia era, secondo il compagno Ethem Nejat, un’organizzazione di intellettuali, fu necessario unirsi ai Partiti Socialdemocratico e Socialista di Turchia, che erano organizzazioni delle masse popolari. A mio avviso, se da un lato in assenza di tale fusione sarebbe stato difficile attirare le masse verso il nuovo partito, dall’altro non sarebbe stato possibile fare molto a beneficio dei lavoratori con una maggioranza “semiborghese” tra i propri dirigenti».

Nel frattempo, nel 1919 in Anatolia sorsero le Forze Nazionali come milizie irregolari, in opposizione all’occupazione. Ben presto alcuni ufficiali, guidati da Mustafa Kemal pascià, disertarono dall’esercito e, attraverso una serie di congressi, assunsero la guida del movimento. Mustafa Kemal e i suoi alleati costituirono la Società per la Difesa della Legge, che ben presto si organizzò in tutta l’Anatolia. Entro la fine dell’anno, le Forze Nazionali contavano circa 7.000 uomini. Nel 1920, la Società per la Difesa della Legge istituì ad Ankara la Grande Assemblea Nazionale Turca, in alternativa all’Assemblea dei Deputati di Costantinopoli. Un gruppo di deputati nazionalisti di sinistra guidati da Nazım Resmor e dallo sceicco Servet, sinceramente contrari alla linea del nuovo governo, insieme a Hakkı Behiç – un sostenitore del governo che in seguito fu messo da parte – e a Yunus Nadi, che rappresentava i resti del Comitato di Unione e Progresso, costituì l’Esercito Verde, un’organizzazione più politica che militare.

Nel giro di pochi mesi, le Forze Nazionali crebbero fino a raggiungere i 15.000 effettivi; la parte più forte era costituita dalle Forze Mobili, che contavano 5.000 uomini ed erano guidate da Ethem il Circasso, un autoproclamato sostenitore del bolscevismo. Le Forze Mobili avevano sede a Eskişehir, dove era stata organizzata una sezione del Partito Socialista di Turchia, separatosi dalla sede centrale di Costantinopoli. Le Forze Mobili si dedicavano spesso ad atti di espropriazione dei ricchi a beneficio della loro organizzazione. Vi figurava un battaglione bolscevico forte di 700 uomini, così chiamato perché comandato da un seguace di Mustafa Suphi. Ethem trascorse gran parte dell’anno a reprimere le insurrezioni a favore del Califfato contro il governo di Ankara.

Ciononostante, a seguito delle crescenti tensioni con Mustafa Kemal, Ethem il Circasso si unì all’Esercito Verde. A quel punto, il gruppo parlamentare dell’Esercito Verde, denominato Fazione Popolare, controllava 85 dei 200 seggi in parlamento ed elesse per un breve periodo Resmor come ministro dell’Interno; ma Mustafa Kemal raggiunse rapidamente un accordo con Yunus Nadi per imporre le dimissioni di Resmor. La Fazione Popolare abbandonò l’Esercito Verde, che si ridusse a un’organizzazione controllata da Resmor e dallo sceicco Servet.

Fu in quei giorni che Sharif Manatov giunse ad Ankara e, insieme al veterinario militare dissidente Salih Hacıoğlu e ad alcuni altri compagni, il 14 luglio dichiarò la fondazione del Partito Comunista di Turchia, dopo aver respinto il programma dell’Esercito Verde. Il partito era contrario al governo di Ankara tanto quanto lo era a quello di Costantinopoli. Navshirvanov si unì ben presto al partito dopo il suo arrivo da Costantinopoli.

Il Partito Comunista della Turchia iniziò ben presto a operare tra le milizie che sostenevano Ethem il Circasso a Eskişehir. Il giornale “Seyyare Yeni Dünya” (Nuovo Mondo Mobile) di Eskişehir, di proprietà di un giornalista che sosteneva Ethem, pubblicò articoli scritti dai dirigenti del Partito Comunista e l’”Appello ai popoli dell’Oriente” dell’Internazionale Comunista.

Sebbene Manatov fosse stato arrestato ed espulso dalle forze di Kemal, alla fine dell’anno il partito contava 350-400 militanti ad Eskişehir, Kastamonu, Ankara, Kızılcahamam, Çamlıdere, Yozgat, İnebolu, Şebinkarahisar, Alanya, Konya, Sivas e Trebisonda, con l’aiuto dell’Organizzazione Comunista della Turchia, ormai con sede nel Caucaso, nella regione del Mar Nero.

Un testo del partito, “Bolscevichi e unionisti”, afferma: «Il bolscevismo non è partigianeria come la intendiamo noi. I bolscevichi sono un gruppo di esseri umani determinati a instaurare il socialismo nel mondo».

Eppure non furono né il Gruppo Comunista di Costantinopoli né il Partito Comunista di Turchia fondato in Anatolia a stabilire il primo contatto con la neonata Internazionale Comunista inviando rappresentanti a Mosca, bensì il Partito Socialista dei Lavoratori e dei Contadini di Turchia, di orientamento socialdemocratico di sinistra.

İsmail Hakkı di Kayseri, uno dei delegati di questo partito al Secondo Congresso del Comintern, espresse una posizione del tutto contraria a quella dei comunisti anatolici: «Dopo la Rivoluzione russa e la spartizione della Turchia da parte degli imperialisti europei, quando la doppia faccia dei capitalisti inglesi e francesi si rivelò apertamente al popolo turco, in Turchia ebbe inizio un nuovo movimento, un movimento di liberazione. Il movimento anatolico, ora guidato dal Partito Democratico, è la migliore risposta allo spietato sfruttamento a cui la Turchia è stata sottoposta dai paesi dell’Intesa. L’occupazione di Costantinopoli, in particolare, ha gettato benzina sul fuoco e il movimento è cresciuto ancora più rapidamente. Ora lo Stato rivoluzionario in Anatolia, che sta raccogliendo attorno a sé tutte le forze ostili all’Intesa, spinte da un odio secolare verso l’imperialismo, si sta preparando alla lotta contro l’imperialismo europeo. I lavoratori della Turchia non si lasceranno schiavizzare ancora una volta dall’Intesa e, grazie alla rivoluzione russa, che è la migliore amica della Turchia lavoratrice, il popolo turco raggiungerà molto presto la completa libertà e, insieme ai lavoratori di ogni paese, intraprenderà la lotta contro l’imperialismo in tutto il mondo».

Poco dopo, dal 10 al 16 settembre 1920, si tenne a Baku il Primo Congresso dell’Organizzazione Comunista della Turchia, ribattezzata Partito Comunista della Turchia, con a capo Mustafa Suphi. L’unica organizzazione turca rappresentata al Congresso era il Partito Socialista dei Lavoratori e dei Contadini di Costantinopoli, il cui rappresentante, Ethem Nejat, divenne segretario del partito. Tuttavia a Baku erano militanti piuttosto radicali, per cui i documenti del Congresso si collocavano notevolmente più a sinistra rispetto alle posizioni del Partito Socialista dei Lavoratori e dei Contadini: «Siamo convinti che il movimento rivoluzionario nazionale in corso in Anatolia stia aiutando il movimento proletario di tutto il mondo nella sua lotta contro l’imperialismo mondiale, ed è certo che questo movimento nazionale, con il suo sviluppo e il suo approfondimento all’interno del Paese, favorisca l’emergere della coscienza di classe e prepari così un terreno favorevole alla rivoluzione sociale di domani. Da un lato, il Partito Comunista di Turchia contribuirà ad approfondire questo movimento contro l’imperialismo in Turchia, dall’altro, si adopererà per definire i princìpi che consentano ai lavoratori, al popolo del lavoro, di raggiungere il vero obiettivo e l’aspirazione finale: il potere dei lavoratori».

Inoltre, sotto l’influenza del bolscevismo, il Congresso denunciò il genocidio degli armeni e adottò un approccio internazionalista proletario sulla questione delle nazionalità:

«Non hanno esitato a creare inimicizia tra il popolo turco e quello armeno. Hanno reso nemiche queste due nazioni che hanno convissuto nel corso della storia. Sono i poveri, le persone indifese che muoiono ovunque e sempre, che sono oppresse e private del diritto alla vita. Durante la guerra mondiale, che fu una conseguenza dell’imperialismo europeo, i poveri contadini armeni caddero nuovamente preda delle menzogne degli inglesi, delle menzogne dei Dashnak e delle istigazioni dei sacerdoti. Cominciarono a massacrare i poveri musulmani a Van e Bitlis, bruciando le loro case e saccheggiando i loro beni (...). In risposta il governo del Comitato di Unione e Progresso agì senza pietà: gli armeni furono deportati, i loro beni confiscati e la maggior parte di loro fu uccisa per ordine segreto.

«Come ogni nazione, arabi, curdi e bulgari decideranno e determineranno in che modo vivere. Così come la Russia accetta la federazione, così dobbiamo fare anche noi. Non solo noi, ma tutte le nazioni devono accettare questo principio. Solo attraverso questo principio l’umanità potrà diventare una grande famiglia.

«Il Partito Comunista di Turchia, come cercherà di salvare i lavoratori e i contadini turchi dall’influenza degli unionisti e dei socialisti traditori, esso è tenuto a separare le classi oppresse delle nazioni greca, armena e curda dalle organizzazioni Dashnak o Badr Khan, unendole in nome degli stessi interessi e scopi come un’unica classe e indirizzandole a lottare sia contro i parassiti interni sia contro le forze esterne».

Poco dopo il Congresso, nell’ottobre 1920, a Costantinopoli fu fondata l’Unione Internazionale dei Lavoratori, un’organizzazione di militanti operai che si proponevano di formare “sindacati di classe rivoluzionari”, appoggiandosi ai residui della sinistra del socialismo ottomano, compreso il Gruppo Comunista. Inizialmente l’organizzazione si ispirava agli Industrial Workers of the World americani, i cui princìpi erano stati importati da Vezestenis, ormai più o meno un anarchico. Ciononostante Seraphim Maximos, primo capo del sindacato e anch’egli anarchico, inviò una calorosa lettera all’Internazionale Comunista annunciando la fondazione del sindacato e presentando domanda di adesione al Profintern. Secondo lo Statuto del sindacato: «Lo scopo dell’IWU è unire tutti i lavoratori in una grande organizzazione che lotti contro lo sfruttamento capitalista sul principio della lotta di classe rivoluzionaria per la liberazione dal giogo della schiavitù salariale».

Questi sviluppi allarmarono Mustafa Kemal, il quale procedette a fondare, alla fine del 1920, un fittizio Partito Comunista della Turchia, legale e filogovernativo, sotto la guida di Hakkı Behiç, ex membro dell’Esercito Verde. La sua richiesta di adesione all’Internazionale Comunista fu respinta.

La costituzione dall’alto di questo apparato costrinse il Partito Comunista in Anatolia a uscire dall’illegalità per impedire che le masse venissero ingannate. Per costituire un’organizzazione legale il Partito Comunista di Turchia si fuse con i resti dell’Esercito Verde, guidati da Resmor e dallo sceicco Servet, assumendo il 22 novembre il nome di Partito Comunista Popolare di Turchia e diventando un partito legale il 7 dicembre. Anche la linea del partito cambiò, nel tentativo di rivolgersi a classi diverse dal proletariato, e si ammorbidì nei confronti dei kemalisti. Il partito tenne conferenze ad Ankara su temi quali il comunismo e le donne, il comunismo e l’Islam, la politica estera bolscevica e l’opportunità di un accordo con l’Occidente nell’interesse dei proletari anatolici, e continuò a essere attivo tra le milizie di Ethem.

La fusione fu spiegata in un rapporto del 1921 del Segretariato Orientale dell’Internazionale Comunista: «Nell’autunno del 1920 il governo di Kemal Pascià istituì il “suo” Partito Comunista di Turchia. Tra gli altri compiti, questo partito si prefisse quello di combattere il partito comunista clandestino ed ebbe un discreto successo grazie alle priorità derivanti dalla sua legalità e agli stratagemmi messi in atto. Stando così le cose, il partito clandestino decise di fare tutto il possibile per legalizzarsi e di adottare misure più efficaci nella lotta contro le attività provocatorie. Il governo della RSFSR fornì un certo sostegno al partito clandestino. Prima della legalizzazione, il partito ritenne necessario trovare un accordo con i membri più rivoluzionari del Comitato Centrale dell’Esercito Verde e con l’ala sinistra della fazione populista in Parlamento. Iniziarono i negoziati e si individuò la possibilità di un’unificazione su una base comunista comune. Il 22 settembre 1920 fu firmato l’accordo e da allora esiste il nuovo partito, il Partito Comunista Popolare di Turchia (1. per distinguerlo dal partito istituito dal governo; 2. per sottolineare il carattere comune dei due gruppi che si fusero fu chiamato partito “Popolare”)».

Man mano che il partito in Anatolia si fondeva con i nazionalisti di sinistra che sostenevano criticamente Mustafa Kemal, Mustafa Suphi iniziò a lamentarsi apertamente di quei comunisti che non erano entusiasti quanto lui all’idea di sostenere il governo borghese di Mustafa Kemal:

«Le dichiarazioni indubbiamente nobili e umane, ma al tempo stesso eccessive, di alcune persone che di tanto in tanto apparivano in Anatolia e parlavano di comunismo, del loro desiderio di ripulire improvvisamente la terra da ogni sporcizia, da ogni tipo di oppressione, disagio e carestia, avevano dato origine all’idea errata in alcuni ambienti del governo che il Partito Comunista di Turchia ritenesse mature le condizioni necessarie per la realizzazione della rivoluzione sociale in Asia Minore (...). Noi, invece, sosteniamo che queste false idee e questi malintesi non abbiano alcun fondamento».

Mustafa Suphi era in corrispondenza con Mustafa Kemal, convinto delle buone intenzioni del pascià: «La nostra organizzazione ha adottato un programma e uno statuto al Congresso di Baku e ha definito la linea politica che avrebbe seguito nel Paese una volta diventato un partito. Il Partito Comunista di Turchia ha deciso di sostenere con tutte le sue forze il Governo della Grande Assemblea Nazionale di Turchia durante il periodo in cui è in guerra con gli Stati imperialisti, per evitare ogni sorta di presunzione che causi debolezza e disgregazione sui fronti di guerra, e per garantire che tra il popolo si rafforzino i sentimenti di lotta contro l’oppressione e il saccheggio; e spera che il Governo della Grande Assemblea Nazionale Turca non neghi l’autorizzazione affinché ciò possa realizzarsi legalmente».

Nonostante gli avvertimenti di compagni come Manatov e Süleyman Nuri, Mustafa Suphi convinse la maggioranza della dirigenza del partito costituita al Congresso di Baku a recarsi apertamente in Anatolia. Quando arrivarono a Erzurum, la sezione locale della Società per la Difesa della Legge incitò la popolazione ad aggredirli. Lo stesso si ripeté a Trebisonda, dove si erano poi trasferiti. Mustafa Suphi, Ethem Nejat e altri compagni decisero di tornare indietro, ma, lasciata la città su una barca, furono avvicinati da un’altra imbarcazione con a bordo dei sicari che, su ordine di Mustafa Kemal, li uccisero tutti. A seguito di questo trauma per il movimento comunista in Turchia la sezione di Baku si divise in un’ala di sinistra guidata da Süleyman Nuri e un’ala di destra filo-kemalista guidata da Ahmet Cevat Emre.

Nel frattempo, il Gruppo Comunista lottava all’interno dell’Unione Internazionale dei Lavoratori contro l’influenza dell’anarchismo. Ginzberg, del Gruppo Comunista, lo riferì nel suo Rapporto del 1921 al Segretariato Orientale dell’Internazionale Comunista: «L’IWU (...) ha seguito una politica errata negli ultimi cinque mesi a causa dell’accettazione dei princìpi e del programma dell’IWW americano; ma ora stiamo conducendo una vigorosa campagna in patria e la situazione sta cambiando».

Il Gruppo Comunista intraprese azioni militari contro la presenza dei Bianchi a Costantinopoli, affondando una nave che trasportava armi destinate agli eserciti controrivoluzionari in Russia, bombardando l’ambasciata di Vrangel e rapinando una banca di proprietà di emigrati Bianchi a Costantinopoli. Ginzberg, pur non disapprovando del tutto tali azioni, le attribuisce piuttosto alla presenza all’interno del gruppo, fino al 1920, di anarchici-comunisti in fase di evoluzione.

In ogni caso, l’attività sindacale era la priorità principale per il Gruppo Comunista. Mentre questo pubblicava un opuscolo intitolato “La formazione dei Soviet” in greco, l’Unione Internazionale dei Lavoratori lanciò una pubblicazione sindacale settimanale, anch’essa in greco, “Neos Anthropos” (Uomo Nuovo) e organizzò la manifestazione del Primo Maggio a Costantinopoli. Il Gruppo Comunista lavorava per attrarre verso l’Unione Internazionale dei Lavoratori le migliaia di lavoratori che seguivano i partiti socialisti e socialdemocratici, smascherando l’opportunismo traditore e collaborazionista dei loro capi. Poiché questi partiti non riuscivano a guidare gli scioperi, le loro basi in parte passavano all’IWU.

Nel 1921 il Gruppo Comunista si fuse con l’ala sinistra del Partito Socialdemocratico Hunchak di Costantinopoli, guidato da Bedros Torosyan, assumendo il nome di Partito Comunista di Costantinopoli. Il partito acquisì così una testata in armeno, “Yerkir” (Paese).

Il Partito Comunista di Costantinopoli agì di concerto con un piccolo gruppo comunista attivo nell’Unione Internazionale dei Lavoratori, composto per lo più da militanti di origine musulmana e guidato da Kazım di Van, esponente dell’ala sinistra del Partito Socialista di Turchia.

In un rapporto del 1924 intitolato “Breve panoramica del movimento operaio turco”, Ginzberg descrisse questi eventi come segue:

«A Costantinopoli esisteva anche un partito socialdemocratico armeno (hunchakista) con 2.000 membri, per lo più operai (...). Nel 1921 il Gruppo Comunista dell’IWU (...) entrò in contatto con l’ala sinistra di questo partito e nel dicembre 1921 i due gruppi si fusero per formare il Partito Comunista di Costantinopoli (...). La fazione comunista armena del Partito Comunista di Costantinopoli condusse una massiccia campagna a favore sia della Russia sovietica sia dell’Armenia sovietica attraverso la stampa, le conferenze e l’agitazione.

«Fino all’accordo Franklin Bouillon la linea politica del Partito Comunista di Costantinopoli era di sostegno al movimento kemalista, ma dopo tale accordo, considerato un tradimento del movimento indipendentista, il partito non esitò a smascherare i kemalisti e a guidare la classe operaia, sostenendo ogni passo progressista, nella lotta contro la borghesia locale e l’imperialismo attraverso la lotta di classe».

Più tardi, nel 1921, il capo guerrigliero Ethem il Circasso aderì al falso Partito Comunista di Turchia, che lo proclamò comandante degli Eserciti Rossi di Turchia. Il conflitto tra l’Esercito Regolare di Mustafa Kemal, forte di 6.000 uomini, e le forze irregolari di Ethem si intensificò. Alla fine Ethem evitò di combattere contro Kemal e si arrese ai greci, temendo, anche se avesse avuto la meglio su Mustafa Kemal, una sconfitta ancora peggiore per mano di questi, di gran lunga più numerosi di tutte le forze nazionaliste turche messe insieme. In seguito alla defezione di Ethem, il falso Partito Comunista fu sciolto avendo esaurito la sua funzione, il Partito Comunista Popolare di Turchia fu messo fuori legge e i suoi dirigenti incarcerati, nonostante non avessero sostenuto Ethem, specialmente dopo che si era unito al falso Partito Comunista.



Documenti

I primi due documenti che abbiamo illustrato sono gli atti costitutivi del Partito Comunista di Turchia, degni di nota per la loro chiarezza dottrinale e l’approccio basato sui princìpi, anche se furono poi parzialmente rivisti al fine della fusione con i nazionalisti di sinistra per diventare un partito legale.

Il terzo documento, il discorso di Naciye al Congresso di Baku per la liberazione dei popoli dell’Oriente, che riveste un’importanza generale per l’intero Comintern in Oriente, è l’unico documento rimasto scritto da una donna comunista in quel periodo, sebbene sia ben noto che sia a Costantinopoli sia in Anatolia esistesse una minoranza di donne comuniste attive nel lavoro di partito.

Il quarto documento, “In Oriente”, pubblicato dapprima su “Ziya” (Luce), il giornale in turco del Partito Comunista di Bulgaria, e successivamente su Emek, l’organo del Partito Comunista Popolare di Turchia, testimonia il proseguimento dei legami e della cooperazione tra i comunisti dei due paesi.

Infine l’audace discorso di Süleyman Nuri al 3° Congresso del Comintern esprime le opinioni della sinistra di Baku sulla misura in cui il movimento nazionalista turco dovesse essere sostenuto e quando invece dovesse essere contrastato, all’indomani dell’assassinio di Mustafa Suphi e degli altri compagni.

Statuto del Partito Comunista di Turchia (1920)

Dichiarazione del Partito Comunista di Turchia (1920)

– Congresso di Baku per la liberazione dei popoli d’Oriente (1920), Discorso di Naciye

In Oriente, Ziya, 8 dicembre 1920

– 3° Congresso del Comintern (1921), Discorso di Süleyman Nuri

(continua al prossimo numero)








Dall’Archivio della Sinistra

Origini del Partito Comunista di Cina

Raggruppiamo qui altri otto documenti afferenti il Partito Comunista di Cina. I precedenti si leggono in questa rubrica nei numeri 89, 90, 92, 93, 94, 99.

Questi qui risalgono al periodo del suo Terzo Congresso. Provengono dall’archivio di Sneevliet (Maring); nostre le traduzioni dall’inglese.

Il primo è la copia di un articolo di Karl Radek che dimostra come alla fine del 1922 all’interno dell’Esecutivo della Terza Internazionale fosse ancora presente l’eco del necessario «ruolo che la classe operaia e il Partito Comunista devono svolgere negli eventi politici in Cina», e come ci si potesse ancora richiamare alla tattica della rivoluzione dal basso, come attesa da Marx e da Lenin: «la vittoria rivoluzionaria delle masse del popolo», «una forza reale», in previsione di vederla trascendere in doppia rivoluzione quando le condizioni storiche lo consentano, con «i comunisti che dedicano la loro attenzione principale all’organizzazione delle masse lavoratrici, alla creazione di sindacati e di un forte partito comunista».

Appare infondato il parallelo fra le monarchie illuminate del Settecento in Europa e i Signori della Guerra in Cina, ai quali però, Radek ammette, il partito non deve «cedere».

Il secondo documento, del gennaio 1923, è una Risoluzione del Comitato Esecutivo dell’Internazionale sui rapporti del Partito Comunista Cinese con il Kuomintang. È una esemplificazione delle contraddizioni, deformazioni e ambiguità nella linea del CE.

Che il Kuomintang “si appoggia” anche “sugli operai” non gli toglie la natura borghese. Il “coordinarsi” del PCdC con il Kuomintang non avrebbe certo contribuito a fare della classe operaia “una forza sociale completamente indipendente”. I membri del Partito Comunista Cinese avrebbero dovuto “rimanere nel Partito del Kuomintang”, ma, nello stesso tempo “devono agire rigorosamente sotto la propria bandiera”.

Seguono le “Direttive della I.C. al Terzo Congresso del Partito cinese”, successive di quattro mesi alla precedente Risoluzione. Qui ci si ricorda del necessario intervento rivoluzionario del “piccolo contadiname”. È sì diretto dal partito comunista, ma per dare “una base agraria al fronte anti-imperialista”, e nemmeno si accenna a far leva sulla lotta di classe nelle campagne e sulla organizzazione separata dei “contadini poveri”.

Si rileva l’”importanza” dei “grandi scioperi”, smentendo il precedente giudizio di “debolezza del movimento operaio in Cina”.

Nemmeno si accenna alla lotta fra le classi urbane né fra i rispettivi partiti. La “richiesta principale” al Kuomintang si limiterà al “sostegno al movimento operaio”, “esortandolo” alla rivoluzione agraria, politica nemmeno da imporre con la forza ma da “discutere” in un Congresso del Kuomintang.

È la impostazione menscevica, con i comunisti strumento della sottomissione della classe operaia e povero-contadina alle esigenze della rivoluzione nazionale dall’alto.

Il quarto documento è il “Manifesto del Terzo Congresso del PCdC”, del giugno ’23.

Vi è formulata con chiarezza la funzione che si attribuisce il partito: convogliare le aspettative, e la minaccia di rivolta, delle classi sfruttate nella disciplina alla direzione borghese della rivoluzione nazionale: “Il KMT dovrebbe essere la forza centrale della rivoluzione nazionale e assumerne la guida”. Una “propaganda politica tra gli operai e i contadini al fine di creare una vera forza centrale per il benessere nazionale”, “guidando operai e contadini ad aderire alla rivoluzione nazionale”.

Lo ribadisce la “Risoluzione sul movimento nazionalista e sulla questione del KMT”, sempre del Terzo Congresso. Apertamente vi si afferma: «È molto difficile creare un partito più grande e più rivoluzionario del KMT. Anche se se ne potesse creare uno ciò causerebbe solo disunione e frammentazione del potere rivoluzionario democratico». Prima si era sostenuto che rafforzare il partito comunista sarebbe risultato ancora impossibile, ora che sarebbe un errore da evitare!

A questo punto la controversia si sposta sulla tattica della rivoluzione comunista in Cina e nei paesi arretrati.

Si torna infine a presentare la inversione: poiché “la coscienza della maggioranza delle masse lavoratrici” è “arretrata”, non potrebbe esistere un partito comunista, ignorando che è il partito la coscienza, non “arretrata”, delle “masse”. E che, da quando è presente una Internazionale Comunista, si agita un partito mondiale e non nazionali.

La Relazione dell’Ufficio Centrale del PCdC del novembre 1923 è interessante in quanto documenta: a) la indisponibilità del KMT a convocare l’Assemblea Nazionale; b) Lo “scetticismo tra i compagni” sulla utilità di entrismo del KMT; c) la resistenza del KMT ad accettare i comunisti e sospetti reciproci tra i compagni e i membri del KMT.

Si riporta inoltre dell’appoggio dei contadini medi ai Signori della Guerra, confermando la necessità di lasciar dispiegare la lotta e l’organizzazione di classe nelle campagne.

Nella “Risoluzione relativa all’attuazione dei piani per il movimento nazionalista” del PCdC, del novembre 1923, si ripete che «i movimenti operaio, contadino, studentesco e femminile fanno tutti parte del movimento nazionalista», e vi si abbracciano esplicitamente i “Tre Principi del Popolo”. Si afferma che «nel movimento nazionalista l’opposizione all’imperialismo è più importante del movimento contro i Signori della Guerra».

Vi si prefigura una infiltrazione di comunisti in un partito borghese, con il metodo deleterio della “organizzazione segreta”, non per utilizzarlo ai fini del comunismo (cosa di per sé impossibile), ma per un convergere organico di ceti sociali nello stesso partito.

La subordinazione della classe operaia, del suo programma e del suo movimento alla tattica della “rivoluzione per tappe”, sempre condannata dal marxismo, che in Cina allora si giustificava col pretesto dell’arretratezza economica e politica del Paese, sarà presto estesa dal Comintern anche ai capitalismi avanzati, culminando nell’annientamento dell’identità di classe, prima nei fronti popolari anti-fascisti, poi nella convinta partecipazione alla seconda guerra imperialista.

Infine riproduciamo la prima parte di una lettera di Zhang Guotao a G. Voitinsky e a Musin, del 16 novembre 1923.

Il giovane compagno – aveva allora 26 anni – premette alla discussione sul merito un rimprovero su una questione di metodo: «Invece di dimostrare la correttezza delle idee attraverso un’analisi oggettiva sono stati espressi molti giudizi soggettivi», e ricorrendo a stravolgimenti della realtà, un atteggiamento che anche noi sinistri denunciammo nell’Internazionale, far “politica”, biasimevole in ogni consesso di comunisti e tralignamento dalla sana vita e funzionamento del partito.

Ai punti 1 e 2 con buona dialettica si afferma che il KMT non è nemmeno un partito nazionalista rivoluzionario. E nemmeno lo è la borghesia cinese, della quale il KMT è il rappresentante.

Al punto 3 si condanna l’assimilazione del movimento operaio al movimento nazionale.

Al punto 4 si attribuisce alla classe operaia una funzione determinante nel futuro movimento nazionale.

La formulazione dei successivi punti 5-6-7 è invece insoddisfacente: si ritiene possibile “costringere” il KMT a “riorganizzarsi”, quando i comunisti disponessero di una forza in grado di farlo (il che è una tautologia).

Al punto 8 si sostiene che il movimento sindacale deve restare nelle mani dei comunisti e non del KMT.

Al punto 9 si ammette che “il procedere del movimento rivoluzionario cinese non è ancora palese”, e che “potrebbe darsi che fin dall’inizio la forza lavoro costituisca l’ala sinistra del movimento nazionalista”. Qui il compagno considera, erroneamente, il KMT una scatola vuota, una organizzazione, che può essere riempita di contenuto comunista.





1. - K. Radek
I compiti del Partito Comunista Cinese


Dattiloscritto senza data, probabile fine 1922.

Lo sviluppo della situazione in Estremo Oriente pone il giovane Partito Comunista Cinese di fronte a un compito enorme, che richiede non solo il massimo impegno nell’organizzazione delle masse lavoratrici, ma anche una chiara comprensione della complessa questione, imposta dalla storia al Partito Comunista, di rafforzarsi nella lotta e conquistare la fiducia delle masse.

Il comunismo in Cina ha iniziato la propria attività negli ultimi anni, tanto nel Sud quanto nel Nord. I comunisti cinesi hanno iniziato a partecipare alle manifestazioni spontanee della lotta della classe operaia, ma non sono ancora riusciti ad avvicinarsi alle masse popolari. Per raggiungere questo obiettivo, devono innanzitutto acquisire una comprensione più precisa dell’essenza degli eventi politici in Cina e del ruolo che in essi devono svolgere la classe operaia e il Partito Comunista.

Nonostante la rivoluzione del 1911 abbia dato vita alla Repubblica cinese, la Cina si trova ancora nella fase preliminare dello sviluppo rivoluzionario borghese. Il compito centrale di questo sviluppo è unire il popolo cinese e creare uno Stato borghese unificato: si tratta cioè di un compito che la borghesia dell’Europa occidentale ha già portato a termine nel 1871, mentre in Cina è ancora incompiuto. La Cina è costituita in realtà da una serie di territori indipendenti sotto il dominio di vari Signori della Guerra. Ma sarebbe un’ipotesi storica del tutto infondata considerare il potere di questi governatori militari come mera violenza militarista, senza rendersi conto che proprio questi piccoli prìncipi rappresentano i centri dello sviluppo borghese. Ognuno di loro, sfruttando le masse popolari, creando un esercito e arsenali per equipaggiare quell’esercito, ricopre il ruolo dei re assolutisti del XVIII secolo nell’Europa occidentale, il cui dominio – noto come regime dell’assolutismo illuminato – segnò il periodo dell’ascesa del capitalismo, il periodo in cui la borghesia in crescita non era ancora in grado di prendere il potere nelle proprie mani.

Il Partito Comunista Cinese non dovrebbe cedere a nessuno di questi centri creati dalla borghesia cinese, anche se i capi di questi centri assumessero un carattere semidemocratico e persino popolare. La lotta per il potere tra i rappresentanti di questi piccoli regni li porta a stringere alleanze con l’uno o l’altro dei governi imperialisti, e pur cercando di servirsi di essi, finiscono infatti molto spesso per soccombere alle loro influenze reazionarie.

Se Chjan-So-Lin è un vassallo dell’imperialismo giapponese, il che gli è valso l’odio di tutti gli elementi rivoluzionari nazionali della Cina, va tuttavia ricordato che il capo del governo democratico della Cina meridionale, Sun Yat Sen, era ed è tuttora alleato con Chjan-So-Lin, e che pertanto il sostegno dato a Sun-Yat-Sen nella sua lotta contro Wu Peifu è in realtà un sostegno dato non solo al decisamente reazionario Chjan-So-Lin, ma anche all’imperialismo giapponese. Va inoltre ricordato che Wu Peifu, da parte sua, è alleato con l’imperialismo americano.

È compito dei comunisti cinesi agire come combattenti in prima linea per l’unità nazionale della Cina su basi democratiche, lanciando lo slogan della Repubblica Popolare Cinese Unita, lottando per una politica indipendente in alleanza con la Russia sovietica, l’unica grande potenza che non persegue fini imperialisti. I comunisti cinesi devono sostenere solo quei gruppi in lizza che garantiranno alla classe operaia piena libertà di sviluppo e di organizzazione e rifiuteranno qualsiasi alleanza con le forze controrivoluzionarie sia all’interno sia all’esterno della Cina. In assenza di tali garanzie, i comunisti devono condurre la lotta più vigorosa contro qualsiasi piano militare dei governi locali e agire come una forza che unisca gli elementi democratici, la cui crescita assicuri l’unificazione della Cina, non tramite una vittoria militare di uno dei governi particolaristi sull’altro, ma tramite una vittoria rivoluzionaria delle masse del popolo.

Per rappresentare una forza reale in questa lotta, i comunisti devono dedicare la loro attenzione principale all’organizzazione delle masse lavoratrici, alla creazione di sindacati e di un forte partito comunista di massa. Dovrebbero approfittare del fermento in atto tra l’intelligenza cinese per conquistare tra di loro gli elementi rivoluzionari più preziosi e risoluti, così necessari all’organizzazione della giovane classe operaia cinese.

K. RADEK






2. - Risoluzione approvata dal Comitato Esecutivo del Comintern sui rapporti del PCC con il “Partito Kuomintang”

Mosca, 12 Gennaio 1923

Per il PCdC
Il Segretariato del Comitato Esecutivo del EKKI

1) L’unico gruppo rivoluzionario nazionale di rilievo attualmente presente in Cina è il “Partito del Kuomintang”, che si appoggia in parte sulla borghesia liberale-democratica e sulla piccola borghesia e in parte sugli intellettuali e sugli operai.

2) In questo periodo, in cui il movimento operaio indipendente in Cina è ancora debole e la classe operaia non si è ancora affermata come una forza sociale completamente indipendente; quando il compito centrale in Cina è la rivoluzione nazionale contro gli imperialisti e i loro agenti feudali – una rivoluzione in cui la classe operaia è direttamente interessata – lo ECCI ritiene necessario che le attività del “Partito Kuomintang” e del giovane Partito Comunista Cinese siano coordinate.

3) Nelle attuali condizioni, pertanto, sarà opportuno che i membri del Partito Comunista Cinese rimangano nel “Partito del Kuomintang”.

4) Ciò, tuttavia, non deve avvenire a costo che il Partito Comunista Cinese perda la propria identità politica. Il Partito deve preservare la propria organizzazione con un apparato fortemente centralizzato. I compiti specifici e importanti del Partito Comunista Cinese sono quelli di illuminare e organizzare le masse lavoratrici e creare sindacati per gettare le basi di un forte Partito Comunista di massa. In questo lavoro il Partito Comunista cinese deve agire rigorosamente sotto la propria bandiera e in modo indipendente da qualsiasi altro gruppo politico, evitando al contempo conflitti con il movimento rivoluzionario nazionale.

5) In politica estera il Partito Comunista Cinese deve opporsi a qualsiasi tentativo del “Partito Kuomintang” di riavvicinamento alle potenze capitaliste e ai loro agenti, i Signori della Guerra cinesi, che si oppongono alla Russia proletaria.

6) D’altra parte, il Partito Comunista Cinese deve influenzare il “Partito del Kuomintang” nella direzione di un’unità d’azione con la Russia sovietica nella lotta comune contro l’imperialismo europeo, americano e giapponese.

7) Sebbene il Partito Comunista Cinese sostenga il “Kuomintang” in tutte le campagne sul fronte rivoluzionario nazionale – purché tale partito mantenga oggettivamente una linea corretta – non deve tuttavia confondere la propria identità con quella del “Kuomintang” durante queste campagne, né ammainare la propria bandiera.

Internazionale Comunista - Comitato Esecutivo





3. - Direttive del maggio 1923 del Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista al Terzo Congresso del Partito Comunista della Cina

24 Maggio 1923

1. La rivoluzione nazionale in Cina e la creazione di un fronte anti-imperialista devono necessariamente essere accompagnate da un rivoluzionario movimento contadino agrario diretto contro i residui del feudalesimo. La rivoluzione in Cina potrà avere successo solo se sarà possibile indurre la massa più importante della popolazione cinese – il piccolo contadiname – a partecipare al movimento.

2. Di conseguenza, il punto centrale della politica è la QUESTIONE CONTADINA. Eludere questo punto fondamentale per qualsiasi motivo significa non comprendere l’importanza della base socio-economica sulla quale, e solo su di essa, può essere condotta in Cina una lotta vittoriosa contro l’imperialismo straniero e per la definitiva eradicazione del regime feudale.

3. Per questo motivo il Partito Comunista, in quanto partito della classe operaia, deve adoperarsi per realizzare un’alleanza tra gli operai e i contadini. Ciò può essere realizzato solo attraverso l’incessante propaganda e l’attuazione delle parole d’ordine della rivoluzione agraria, quali: la confisca delle grandi tenute private e delle terre della Chiesa e dei monasteri e il loro trasferimento a titolo gratuito ai contadini; l’abolizione dei canoni di affitto da fame; l’abolizione dell’attuale sistema fiscale; l’abolizione del sistema di subaffitto dei terreni; l’abolizione delle barriere doganali tra le province; l’abolizione del sistema del Tuchunate [i governatorati militari]; l’istituzione di organi amministrativi contadini ai quali devono essere trasferiti i terreni confiscati, ecc., ecc.

4. Sulla base di queste rivendicazioni fondamentali sarà necessario convincere le masse dei contadini poveri della necessità di lottare contro l’imperialismo straniero e, a tal fine, sottolineare il fatto che le entrate doganali, quelle derivanti dal monopolio del sale e, in parte, le finanze dello Stato sono nelle mani di capitalisti stranieri. Solo dando una base agraria alle parole d’ordine del fronte anti-imperialista possiamo sperare in un vero successo.

5. È ovviamente scontato che la guida di questo movimento debba essere nelle mani del partito della classe operaia. I recenti avvenimenti nel movimento operaio – i grandi scioperi – rivelano chiaramente l’enorme importanza di quel movimento in Cina. Consolidare il Partito Comunista in un partito di massa del proletariato e mobilitare le forze della classe operaia e dei sindacati sono i compiti fondamentali dei comunisti.

6. Pertanto, pur mantenendo la nostra precedente posizione secondo cui «il compito centrale per la Cina è la rivoluzione nazionale contro gli imperialisti e i loro agenti feudali all’interno del Paese», la nostra richiesta principale al Partito Nazionale Democratico del Kuomintang dovrebbe essere il SOSTEGNO INCONDIZIONATO AL MOVIMENTO OPERAIO sia nel Nord sia nel Sud.

7. Nella guerra civile tra Sun Yat-sen e i militaristi del Nord, sosteniamo Sun Yat-sen, ma chiediamo al Partito del Kuomintang la creazione di un ampio movimento politico nazionale attraverso una sistematica propaganda e agitazione che spieghi le operazioni militari di Sun Yat-Sen, e volta a coinvolgere le masse della democrazia cinese nella lotta contro gli imperialisti stranieri su una piattaforma di indipendenza, unità e democratizzazione del Paese.

8. Il Partito Comunista deve esortare continuamente il Partito del Kuomintang a procedere nella direzione della rivoluzione agraria. Occorre impegnarsi in quei distretti occupati da Sun Yat-sen per garantire la confisca della terra a favore dei contadini più poveri e l’attuazione di una serie di altre misure. Solo con questi mezzi, che garantiranno il sostegno dei contadini e amplieranno la base della rivoluzione anti-imperialista, potrà essere assicurato il successo delle truppe rivoluzionarie di Sun Yat-sen.

9. D’altra parte dobbiamo esercitare ogni sforzo per combattere all’interno del Partito Kuomintang qualsiasi alleanza militare tra Sun Yat-sen e i MILITARISTI, che sono gli agenti del capitalismo straniero ostile alla Russia sovietica, l’unico alleato del proletariato dell’Europa occidentale e dei popoli oppressi dell’Oriente. Una simile alleanza porterebbe il movimento del Kuomintang a degenerare in un conflitto tra gruppi militaristi, e nella misura in cui le organizzazioni operaie e il Partito Comunista sono strettamente associate al Kuomintang nella sua lotta contro gli imperialisti e i loro agenti in Cina, porterebbe non solo alla demoralizzazione del fronte nazionalista, ma anche al discredito delle organizzazioni operaie e del Partito Comunista.

10. Per prevenire tale eventualità da parte del Kuomintang e in particolare da parte di Sun Yat-sen, il Partito Comunista deve chiedere la rapida convocazione del Congresso del Kuomintang, in cui la questione centrale da discutere dovrebbe essere la creazione di un ampio movimento democratico nazionale.

11. Il Partito deve sfruttare appieno il movimento di boicottaggio che è stato avviato contro il Giappone in relazione all’agitazione per il ritiro delle 21 richieste. Il nostro partito deve sforzarsi di estendere questo movimento trasformandolo in un movimento anti-imperialista generale della democrazia cinese, esigendo l’annullamento di tutti i trattati oppressivi, non solo con il Giappone, ma anche con l’America, l’Inghilterra e altri Stati imperialisti in materia di extraterritorialità, indennizzo dei Boxer, dazi doganali ecc.

12. Il Partito Comunista Cinese deve considerare il boicottaggio antigiapponese come un elemento per un fronte democratico unito nella lotta contro il governo militarista del Nord, che sta reprimendo brutalmente i movimenti studenteschi e operai nell’interesse degli imperialisti stranieri

13. Il nostro Partito deve adoperarsi per individuare le forme necessarie per unire i vari settori della democrazia cinese nel movimento anti-imperialista (Consigli d’Azione o Comitati Nazionali, ecc.). A questo proposito occorre prestare attenzione in primo luogo al Kuomintang e all’organizzazione studentesca rivoluzionaria.

Internazionale Comunista, Comitato esecutivo, Segretario generale EKKI - Vasil Kolarov





4. - Manifesto del Terzo Congresso Nazionale del PCC

Giugno 1923

Il popolo cinese è doppiamente oppresso tanto dalle potenze straniere quanto dai Signori della Guerra, e l’esistenza della nazione, così come la libertà del suo popolo, versano in uno stato estremamente precario. Non solo gli operai, i contadini e gli studenti, ma anche i commercianti pacifici e medi si sentono oppressi.

La farsesca confusione dell’attuale regime di Pechino; la crescente oppressione e distruzione dei sindacati e delle federazioni studentesche da parte del regime dei Signori della Guerra nel Nord; la ribellione di soldati e banditi nello Shandong e nell’Henan; le minacce da parte delle potenze straniere di revocare, con vari pretesti, i benefici concessi dalla Conferenza di Washington; le atrocità commesse dai marinai giapponesi a Shashi e Changsha; le esportazioni forzate di cotone dalla Cina imposte dalle potenze; i combattimenti nel Guangdong orchestrati da Wu Peifu e Qi Xieyuan; i disordini nel Sichuan fomentati da Wu Peifu e Xiao Yaonan; la guerra civile incombente tra le fazioni di Zhili e Fengtian; e gli intrighi tra le varie cricche all’interno della fazione di Zhili: tutto ciò dimostra come i disordini interni ed esterni abbiano nuovamente afflitto il popolo. Non c’è salvezza a meno che il popolo non raccolga le proprie forze in un movimento nazionale per l’autodeterminazione. Ciò dimostra anche che il movimento rivoluzionario nazionale, guidato dal nostro partito con gli slogan “abbasso i Signori della Guerra” e “abbasso l’imperialismo internazionale”, è sulla strada giusta.

Il KMT dovrebbe essere la forza centrale della rivoluzione nazionale e dovrebbe assumerne la guida. Purtroppo, però, il KMT soffre spesso di due concezioni errate. In primo luogo, fa affidamento sulle potenze straniere per ottenere aiuto nella rivoluzione nazionale cinese. Tali richieste di aiuto al nemico non solo fanno sì che perda la guida della rivoluzione nazionale, ma rendono anche il popolo dipendente dalle potenze straniere, distruggendo così la sua fiducia e il suo spirito di indipendenza nazionale. In secondo luogo, concentra tutti i suoi sforzi sull’azione militare, trascurando il lavoro di propaganda tra il popolo. Di conseguenza, il KMT perde il proprio indirizzo politico perché un partito rivoluzionario nazionale non potrà mai avere successo affidandosi esclusivamente all’azione militare senza conquistare la simpatia popolare a livello nazionale.

Continuiamo a sperare che tutti gli elementi rivoluzionari della nostra società si uniscano al KMT, accelerando il completamento del movimento rivoluzionario nazionale. Allo stesso tempo, che il KMT abbandoni risolutamente le sue due vecchie concezioni di affidarsi alle potenze straniere e di concentrarsi sull’azione militare, e che presti attenzione alla propaganda politica tra il popolo – senza mai perdere un’occasione per la propaganda, al fine di creare una vera forza centrale per il benessere nazionale e una vera guida per la rivoluzione nazionale.

Tenendo conto delle condizioni economiche e politiche interne ed esterne, nonché delle sofferenze e dei bisogni delle classi della società cinese (operai, contadini, industriali e commercianti) che hanno urgente bisogno di una rivoluzione nazionale, il PCC non dimentica mai, nemmeno per un istante, di sostenere gli interessi degli operai e dei contadini; è nostro compito specifico condurre attività di propaganda e di organizzazione tra gli operai e i contadini. Ancora più centrale è il nostro compito di guidare operai e contadini ad aderire alla rivoluzione nazionale. La nostra missione è liberare la nazione cinese oppressa attraverso una rivoluzione nazionale e avanzare verso la rivoluzione mondiale, liberando i popoli e le classi oppresse di tutto il mondo.

Viva la rivoluzione nazionale cinese!
Viva la liberazione dei popoli oppressi del mondo!
Viva la liberazione delle classi oppresse del mondo!





5. - Risoluzione sul movimento nazionalista e sulla questione del KMT

Giugno 1923

1) Nei paesi coloniali e semicoloniali oppressi dall’imperialismo internazionale è possibile realizzare la rivoluzione nazionale solo colpendo con forza gli imperialisti. Questo è il compito che tali paesi devono portare a termine nell’ambito della rivoluzione mondiale.

22) Gli attuali governanti della Cina sono i Signori della Guerra feudali, non la borghesia. Il governo dei Signori della Guerra si definisce indipendente, ma in realtà prende ordini dalle potenze imperialiste internazionali. Essi fungono da amministratori che gestiscono la finanza, le comunicazioni e l’industria, che sono nelle mani degli imperialisti internazionali. La borghesia cinese controlla solo una parte estremamente esigua della produzione quotidiana. Gli imperialisti sfruttano il loro potere politico in Cina per ostacolare il libero sviluppo dell’industria cinese. Pertanto, la Cina semicoloniale deve fare del movimento nazionale democratico il proprio compito centrale al fine di eliminare l’oppressione interna ed esterna.

3) In accordo con la situazione sociale della Cina, dovrebbe esserci un potente partito centralizzato che funga da quartier generale supremo del movimento nazionalista democratico. La Cina attualmente ha questo partito: solo il KMT è un partito rivoluzionario relativamente democratico. In questo momento, a causa delle condizioni di ciascuna classe nella società, è molto difficile creare un partito più grande e più rivoluzionario. Anche se si potesse crearne uno, ciò causerebbe solo disunione e frammentazione del potere rivoluzionario democratico.

4) A causa dell’arretratezza dell’industria, la classe operaia cinese è ancora agli albori. La coscienza della maggioranza delle masse lavoratrici è ancora ancorata alla società patriarcale. La tendenza all’apoliticità è estremamente forte, solo una minoranza di operai industriali ha già compreso la necessità di un movimento democratico. Coloro che sono in grado di comprendere veramente il comunismo e l’organizzazione del PC rappresentano una minoranza ancora più esigua. Di conseguenza, il movimento operaio non è ancora in grado di sollevarsi con forza per creare quella forza sociale indipendente necessaria all’attuale rivoluzione cinese.

5) Poiché la classe operaia non è ancora diventata potente, naturalmente non è possibile sviluppare un PC forte, un grande partito di massa, in grado di soddisfare le esigenze dell’attuale rivoluzione. Pertanto, l’ECCI ha approvato una risoluzione secondo cui il PCC deve cooperare con il KMT cinese. I membri del PC devono aderire al KMT. Anche il Comitato Esecutivo Centrale del PCC avverte questa necessità e ha deciso di dare attuazione a questa risoluzione. La risoluzione è stata adottata anche da questo Congresso.

6) Nell’aderire al KMT, dobbiamo mantenere la nostra organizzazione e sforzarci di assorbire gli elementi veramente rivoluzionari e dotati di coscienza di classe provenienti dalle organizzazioni operaie e dall’ala sinistra del KMT, al fine di espandere gradualmente la nostra organizzazione, rafforzare la nostra disciplina e costruire tra le masse una solida base per il PC.

7) All’interno del KMT dovremmo prestare attenzione a quanto segue: (a) Nella propaganda politica dobbiamo difendere la nostra vera identità di non compromesso con alcun imperialista o Signore della Guerra, (b) Dobbiamo impedire al KMT di concentrare tutte le sue forze sulle attività militari trascurando la propaganda tra il popolo: dobbiamo anche impedire la tendenza del KMT al compromesso nel movimento politico e al riformismo nel movimento operaio. (c) I membri del PC e della SYL [Lega della Gioventù Socialista] devono unirsi e lavorare all’unisono con le parole e con i fatti. (d) Dobbiamo spingere il KMT verso la Russia sovietica; mettere sempre in guardia il KMT dal pericolo di farsi ingannare dalle potenze straniere arroganti e avide.

8) Dobbiamo impegnarci per estendere l’organizzazione del KMT in tutta la Cina e per radunare tutti gli elementi rivoluzionari cinesi attorno al KMT, al fine di soddisfare le esigenze dell’attuale rivoluzione nazionale cinese. Allo stesso tempo, il nostro compito specifico è quello di promuovere un’organizzazione indipendente per la Federazione Nazionale del Lavoro e condurre una lotta sia economica che politica. Dobbiamo impegnarci per guidare le masse lavoratrici da una lotta per il sostentamento quotidiano a una lotta politica. L’attuale lotta politica è naturalmente un movimento nazionalista, volto a eliminare le influenze straniere e i Signori della Guerra. Pertanto, dovrebbe essere lanciata una campagna di propaganda nazionale su larga scala tra le masse lavoratrici, al fine di espandere la rivoluzione nazionale e il KMT. Allo stesso tempo, è anche necessario portare nella nostra organizzazione quegli elementi rivoluzionari che sono pienamente consapevoli della necessità della rivoluzione nazionale e che, inoltre, posseggono una coscienza di classe. Diffondere la propaganda sulla “necessità di sostenere gli interessi della classe operaia nella rivoluzione nazionale” che dovrebbe essere condotta tra le masse.





6. - Relazione dell’Ufficio Centrale [del PCdC]

Novembre 1923

1. Politica: Il colpo di Stato di Pechino ebbe luogo poco dopo il Congresso. L’Ufficio Centrale pubblicò immediatamente la sua dichiarazione sulla situazione, che proponeva la convocazione di un’Assemblea Nazionale. Solo i quotidiani in lingua inglese di Hong Kong reagirono negativamente; per il resto, non vi fu alcun impatto sui media nazionali. Allo stesso tempo, invitò, per posta, Sun Yat-sen a recarsi a Shanghai per convocare l’Assemblea Nazionale, ma senza alcun risultato.

2. Propaganda:: poiché la casa editrice dell’Ufficio Centrale era stata trasferita, è stato pubblicato un solo numero di New Youth [“Xin Qingnian”], sebbene ne fossero previsti due. Avrebbero dovuto esserci cinque numeri di Vanguard [“Qianfeng”] ma ne è uscito solo uno. Il The Guide Weekly [“Xiangdao zhoubao”] avrebbe dovuto arrivare al numero 49, ma sono stati completati solo quarantasei numeri e non ci sono stati opuscoli. Tra le tre riviste, il The Guide Weekly ha una discreta influenza nella società; pertanto, l’atmosfera anti-imperialista si è gradualmente rafforzata dopo il Congresso.

3. Rapporti con il KMT: la risoluzione del Congresso non è stata pienamente attuata: a) Vi è un certo scetticismo tra i compagni riguardo alla risoluzione; b) Lo stesso KMT non sta gestendo le cose con rapidità e risolutezza; c) Esistono sospetti reciproci tra i compagni e i membri del KMT, e vi sono divergenze nelle convinzioni politiche; e, d) Il nostro partito ha difficoltà economiche.

Per questi quattro motivi, il piano originario di istituire importanti sezioni rispettivamente nella Cina settentrionale e centrale il più rapidamente possibile non è stato realizzato. Attualmente solo Pechino dispone già di un’organizzazione; sono in corso iniziative a Tianjin, Harbin e nell’Hunan; nell’Hubei e a Nanchino si stanno svolgendo consultazioni con il KMT; nello Shandong e nel Sichuan, poiché esistono già organizzazioni di partito all’interno del KMT, i nostri compagni godono di fiducia quando vi aderiscono. Il KMT dell’Anhui presenta due fazioni, nessuna delle quali gode del sostegno della società, e pertanto è necessario che personale capace si rechi sul posto per organizzarne un’altra. Attualmente, all’interno del KMT esiste una fazione che intende portare avanti le riforme e ha deciso di convocare il Congresso il 15 gennaio a Canton. Questo piano è osteggiato da un’altra fazione e probabilmente ci saranno importanti cambiamenti in futuro.

4. Movimento operaio: Il movimento operaio, guidato direttamente dall’Ufficio Centrale, è limitato agli operai delle ferrovie e si basa sul rapporto del comitato ferroviario; possiamo ora riferire quanto segue:

a) Ferrovia Zhengzhou-Taiyuan: La situazione sulla Zhengzhou-Taiyuan è la migliore, poiché vi sono nove compagni del PC e più di venti compagni della Lega della Gioventù Socialista. Sono tutti ottimi compagni, coraggiosi e diligenti, e stanno lavorando per rafforzare il sindacato mentre il comitato esecutivo si riunisce regolarmente.

b) Ferrovia Pechino-Fengtian: La situazione sulla ferrovia Pechino-Fengtian è anch’essa molto buona. I sindacati a Tangshan, Shanhaiguan, Tianjin e Fengtai continuano a operare clandestinamente. Di questi quattro luoghi, la situazione a Tangshan e Shanhaiguan è particolarmente buona.

c) Ferrovia Pechino-Hankou: La situazione a Jiang’an e Zhengzhou sulla ferrovia Pechino-Hankou è relativamente buona, con piccoli gruppi che operano clandestinamente in entrambi i luoghi. Una persona di Jiang’an è stata incaricata di occuparsi di Xinyang. La situazione a Xindian non è delle migliori, ma vi sono alcuni compagni sindacalisti che vengono spesso a Pechino per parlare. Abbiamo ripetutamente dato loro istruzioni di organizzare piccoli gruppi, ma sono molto spaventati. Sebbene abbiano organizzato un gruppo di circa dieci persone due o tre settimane fa, ora sono scomparsi. Ciononostante, la maggior parte delle persone ha ancora fiducia nel sindacato, ma ha troppa paura di esporsi. Oggi è arrivato un altro compagno di Xindian, che ha accettato la nostra indicazione di tornare lì e organizzare piccoli gruppi. D’ora in poi, Xindian avrà una sede centrale.

d) Ferrovia Tianjin-Pukou: a Pukou, a sud della ferrovia Tianjin-Pukou, c’è già un piccolo gruppo di circa trenta persone che si riunisce frequentemente. Ci sono stati contatti con persone provenienti dall’estremo settentrione, ma per il momento nessuno osa farsi avanti. Lì ci sono alcuni attivisti davvero validi, ma non osano fare molto perché un crumiro, Cui, li tiene sotto stretta sorveglianza.

e) Ferrovia Jiaozhou-Jinan: su questa ferrovia è stato costituito un sindacato con 1.670 iscritti. Abbiamo instaurato contatti con loro e inviamo loro 200 copie di ogni numero della pubblicazione sindacale.

f) Ferrovia Pechino-Suiyuan: il sindacato del reparto manutenzione dei veicoli su questa ferrovia sta bene e comunica frequentemente con noi per posta.

g) Ferrovia Daokou-Qinghua: la situazione lì è relativamente grave perché poco dopo che i lavoratori avevano organizzato il sindacato, si è verificato l’Incidente del 7 febbraio, rendendo i nostri amici sindacalisti lì particolarmente timorosi. Ma vi abbiamo un compagno, che sta svolgendo attività concrete e un’opera di propaganda.

h) Ferrovia Longhai: Lin Zhiying e Wei hanno ancora il controllo del sindacato su questa linea. Il compagno Wang non scrive da un po’ e non abbiamo un quadro troppo chiaro della situazione in quella zona.

5. Movimento contadino: I nuovi movimenti contadini si concentrano in due località: una è a Huizhou, nella provincia del Guangdong, e l’altra a Hengshan, nella provincia dell’Hunan. A Huizhou ci sono organizzazioni che contano oltre 10.000 persone ciascuna, e anche a Hengshan vi sono movimenti di massa che ammontano a circa 10.000 persone. In questi due luoghi i movimenti contadini erano guidati da compagni della SYL [Lega della Gioventù Socialista] ma sono tutti falliti. Le ragioni del loro fallimento sono: a) I nostri compagni devono ancora sviluppare una base solida nelle campagne. La loro agitazione economica ha suscitato l’opposizione della maggioranza dei contadini medi, che hanno collaborato con i Signori della Guerra e i burocrati, reprimendo con la forza i contadini. b) Anche la politica è un fattore determinante, poiché Huizhou è controllata dall’esercito controrivoluzionario di Chen, mentre Hengshan è controllata dall’esercito controrivoluzionario di Zhao.

6. Affari di partito: dal Congresso, il numero dei membri del partito è aumentato solo di cento unità. Ci sono alcuni luoghi in cui il partito sta crescendo. Uno di questi è Jinan, dove è stato istituito un comitato distrettuale. Un altro luogo è Harbin, dove è stato costituito un gruppo. Il lavoro è efficace solo in due luoghi. L’Hubei è la provincia in cui l’attività è più fiacca, il che è dovuto sia alla repressione governativa sia alla mancanza di impegno attivo da parte dei compagni. Ci si può aspettare una crescita a Nanchino, Hangzhou, nel Sichuan, nel Jiangxi e nel Fujian.





7. - PCdC - Risoluzione relativa all’attuazione dei piani per il movimento nazionalista

Novembre 1923

Il movimento nazionalista è il fulcro del nostro lavoro attuale. Questo perché, al momento, i movimenti operaio, contadino, studentesco e femminile fanno tutti parte del movimento nazionalista. Pertanto, in conformità con la risoluzione del Congresso, abbiamo elaborato il seguente piano per il movimento nazionalista:

1) Il movimento nazionalista si concentrerà sull’ampliamento della base del KMT e sulla correzione delle sue tendenze politiche, poiché il movimento nazionalista ha bisogno di un partito forte che lo guidi.

a) Ampliamento dell’organizzazione: 1) Nei luoghi in cui il KMT ha una sezione, i nostri compagni vi aderiscono, come nel Guangdong, a Shanghai e nel Sichuan. 2) Nei luoghi in cui il KMT non ha una sezione, come ad Harbin, Fengtian, Pechino, Tianjin, Nanchino, Anhui, Hubei, Hunan, Zhejiang e Fujian, i nostri compagni dovrebbero aiutarli a costituire delle sezioni. 3) Le sezioni di nuova costituzione dovrebbero seguire il programma e la costituzione dell’Ufficio Centrale del KMT e distribuire le tessere di partito. Per quanto riguarda i nomi delle sezioni, queste ultime possono decidere autonomamente.

b) Dobbiamo correggere le tendenze politiche del KMT e, in conformità con il principio del nazionalismo sancito dai Tre Principi del Popolo, indurli a opporsi all’imperialismo e a condurre propaganda contro di esso. Nel movimento nazionalista l’opposizione all’imperialismo è più importante del movimento contro i Signori della Guerra. Ogni volta che vi sia un conflitto tra i Signori della Guerra e gli imperialisti, dovremmo sostenere i Signori della Guerra.

c) I nostri rapporti con il KMT: 1) I nostri compagni hanno una propria organizzazione segreta all’interno delle sezioni del partito KMT. I nostri compagni devono seguire le indicazioni del nostro partito in ogni circostanza. 3) Dovremmo cercare di occupare una posizione centrale all’interno del KMT, ma laddove ciò non fosse possibile, non dovremmo forzare la mano, 3) Nelle sezioni del KMT in cui i nostri compagni occupano già una posizione centrale, se il bilancio proviene dal KMT, dovremmo limitarci a rendicontare le spese al KMT; se il bilancio proviene dal nostro stesso partito, allora dovremmo rendere conto solo al nostro partito.

2) Il KMT è senza dubbio la forza centrale del movimento nazionalista; la sua forza si fonda sul sostegno di diverse organizzazioni popolari. Dobbiamo fondare o aderire alle organizzazioni progressiste a nome del KMT:

a) Il contadino. Il contadino è la forza più potente nel movimento nazionalista. Pertanto, il KMT dovrebbe utilizzare il contadino della nazione come propria base e istituire sottosezioni nelle aree rurali di ogni provincia. La strategia del movimento consisterà nell’iniziare con l’educazione dei contadini, utilizzando lo slogan «A beneficio di tutti i contadini» e impegnandosi in progetti di irrigazione, nella protezione contro i briganti, nel boicottaggio dei beni stranieri e nella resistenza alle tasse opprimenti. Nella fase attuale, dovremmo iniziare con una lotta per migliorare la situazione economica dei mezzadri, anche se ciò dovesse causare malcontento da parte dei contadini medi.

b) Lavoratori. I sindacati meritano la stessa attenzione che dedichiamo all’organizzazione del partito. Dobbiamo coltivare la coscienza di classe dei lavoratori.

c) Commercianti. Dobbiamo individuare, all’interno delle associazioni di categoria delle località e delle grandi città, coloro che si oppongono agli elementi burocratici.

d) Commessi. È urgente costituire associazioni di commessi nelle grandi città come Shanghai, Hankou e Tianjin.

e) Impiegati pubblici. Come per le associazioni dei commessi, un’associazione di impiegati pubblici di grado inferiore esercita una grande influenza nelle città.

f) Studenti. Gli studenti costituiscono un anello fondamentale tra le diverse organizzazioni. Gli studenti delle scuole medie hanno svolto un ruolo importante nel movimento contadino.





8. - Lettera di Zhang Guotao a G. Voitinsky e Musin

L’originale è negli Archivi Centrali dello Stato cinese

Pechino, 16 Novembre 1923

Cari compagni Voitinsky e Musin,

le vostre due lettere mi sono pervenute una dopo l’altra. Vi sono molto grato per avermi gentilmente ricordato come dovrei lavorare nel nostro partito; mi dispiace anche molto di non avervi scritto più spesso e in modo esaustivo sulla situazione cinese. È quindi del tutto possibile che i miei amici a Mosca possano fraintendermi.

Rispondere in modo completo a tutte le domande che mi avete posto nelle vostre due lettere, ovviamente secondo il mio punto di vista personale, mi sembra troppo difficile, dato che il mio modo di esprimermi è così povero; tuttavia, farò del mio meglio per rispondere in modo sintetico.

Il nostro rapporto con il Kuomintang

Quando la questione del nostro rapporto con il KMT è stata affrontata all’ultimo Congresso del partito, molti dei nostri compagni non hanno espresso le loro idee in modo molto chiaro. Per illustrare le differenze di opinione tra me e i compagni che si sono schierati contro di me, possiamo mettere a confronto le idee di Maring e le mie.

L’opinione del compagno Maring era la seguente.

Il movimento operaio in Cina è troppo debole e praticamente non ha alcun peso. Il PCC è stato organizzato in modo artificiale ed è nato troppo presto. Attualmente solo il movimento nazionalista può svilupparsi in Cina. Il KMT rappresenta il movimento nazionalista, ma deve essere riorganizzato. Ora abbiamo l’opportunità di riorganizzare il KMT e tale possibilità esiste. Il Comintern ritiene che il compito centrale del PCC in questo momento sia il movimento nazionalista e che la Russia sovietica debba sostenere il KMT. Pertanto, i comunisti cinesi devono concentrare i propri sforzi sulla riorganizzazione del KMT, operare all’interno del KMT e svilupparlo. Tutta l’attività di propaganda politica del PCC dovrà essere svolta all’interno del KMT, ad eccezione dell’attività di propaganda educativa marxista. Il movimento operaio dovrebbe essere portato avanti all’interno del KMT e gli operai di tutta la Cina devono essere integrati nel KMT. Solo dopo che la coscienza di classe degli operai all’interno del KMT sarà stata sviluppata, nascerà un’ala di sinistra del KMT. Solo a quel punto potrà formarsi un vero PCC. Questo è l’unico percorso del movimento rivoluzionario cinese.

Sì, siamo d’accordo sul fatto che il movimento operaio cinese e il PCC sono troppo giovani e troppo deboli; al momento in Cina si può sviluppare solo il movimento nazionalista e il compito centrale del PCC in questo periodo è il movimento nazionalista. Ma il KMT rappresenta il movimento nazionalista? C’è la possibilità di riorganizzare il KMT? E è questo l’unico percorso del movimento rivoluzionario cinese? Questi sono i punti su cui nutrivamo dei dubbi.

Quando stavamo per discutere questa questione, i compagni che mi si opponevano esclamarono: “Siate leali al movimento nazionalista” e “Non abbiate paura del KMT, il movimento operaio non si perderà all’interno del KMT”. Invece di dimostrare la correttezza delle loro idee attraverso un’analisi oggettiva, sono stati espressi molti termini soggettivi di questo tipo. Persino errori così evidenti, come “in Cina non esiste un movimento operaio”, “il cosiddetto movimento operaio è in realtà un movimento nazionalista” e “parlare di lotta di classe significa distruggere l’unità del movimento nazionalista”, sono stati commessi da alcuni compagni di spicco. Da questi errori potrete rendervi conto di come questa tattica sia stata fraintesa.

I punti principali delle mie osservazioni formulate nell’ultima conferenza del partito erano i seguenti:

1) Il movimento nazionalista cinese, limitato dalla sua complessa situazione politica e economica, è qualcosa di diverso rispetto a quello di altre colonie, come l’India e l’Egitto. Finora è difficile affermare che si tratti di un movimento nazionalista puro. Noi abbiamo solo un movimento nazionalista che si oppone agli imperialisti giapponesi e che, allo stesso tempo, viene più o meno strumentalizzato dagli imperialisti americani. Anziché un movimento nazionalista contro l’America e l’Impero britannico, esiste una tendenza, da loro stessa creata, a favorirli. Il KMT, che si è sempre e solo dedicato a formare governi e a condurre azioni militari, è costretto a scendere a compromessi con questo o quell’imperialista straniero e con i militaristi interni e, di conseguenza, ha smesso di essere un partito nazionalista.

2) La borghesia cinese (cioè i capitalisti industriali, i banchieri e i commercianti) dipende ancora in larga misura dai capitalisti stranieri sotto ogni aspetto, specialmente dal punto di vista economico. Sebbene sorgano alcune contraddizioni tra gli imperialisti stranieri e la borghesia nazionale, quest’ultima è ancora ben lontana dall’essere una forza consapevole che si opponga all’oppressione straniera. (Ad eccezione dell’oppressione giapponese).

3) La forza della classe operaia è ancora molto giovane e debole, ma ha dimostrato nella sua lotta di essere già qualcosa; questa forza non può essere totalmente trascurata. Si tratta di un movimento operaio e non può essere interpretato come un movimento nazionalista.

4) Non possiamo aspettarci che un movimento nazionalista – ovvero un movimento contro tutte le grandi potenze del mondo – nasca con facilità. Ci vorranno alcuni anni e un vero partito nazionalista non nascerà così facilmente come si potrebbe pensare. Allo stesso tempo, la forza operaia è già qualcosa e sarà uno dei fattori determinanti del futuro movimento nazionalista.

5) Il KMT attualmente non rappresenta il movimento nazionalista e deve essere riorganizzato. Il punto è che abbiamo bisogno di una forza per costringere il KMT a iniziare a riorganizzarsi; finché non avremo una forza in grado di costringere il KMT, ritengo che la possibilità di una riorganizzazione del KMT sia troppo incerta.

6) Pertanto, al momento attuale, noi comunisti dovremo innanzitutto continuare a diffondere le idee nazionaliste in generale e, soprattutto, fare la nostra parte per organizzare i lavoratori e i contadini e portarli nel movimento nazionalista. Poi, nella fase successiva, useremo le nostre forze, per riorganizzare il KMT, o per inserirci in qualche altra forma nel composito movimento nazionalista.

7) Allo stesso tempo rimarremo nel KMT, organizzeremo le sezioni per esso e cercheremo di riorganizzarlo; ciò significa che lavoreremo all’interno del KMT allo scopo di creare la possibilità di riorganizzare il KMT o, in generale, individuare una nuova vita per il movimento nazionalista. Questo lavoro non è il predominante, ma è altrettanto importante quanto quello menzionato sopra (al paragrafo 6). L’idea di riorganizzare il KMT adesso o, in caso di insuccesso, di subito lasciarlo non può essere da noi condivisa. Dovremmo rimanere nel KMT per alcuni anni, perché dobbiamo ottenere qualcosa dal KMT.

8) Poiché la riorganizzazione del KMT non è stata realizzata ed esso continua a concentrare i propri sforzi sull’azione militare e sulla formazione di un governo, noi comunisti, da una parte, dobbiamo rimanere uniti per diffondere in modo indipendente le nostre idee politiche su quanto riguarda l’attuale situazione cinese, e, d’altra parte, il movimento sindacale non deve sfuggire dalle nostre mani per passare in quelle del KMT.

9) Non dobbiamo dimenticare che organizzare i lavoratori e sviluppare la loro coscienza è il nostro compito specifico. Allo stesso tempo, il procedere del movimento rivoluzionario cinese non ci è ancora palese e potrebbe darsi che fin dall’inizio la forza lavoro costituisca l’ala sinistra dell’insieme del movimento nazionalista. Pertanto, in questo momento solo in quei centri di lavoro in cui i comunisti hanno una forte presa, saremo noi stessi a organizzare le sezioni del KMT, ma in quei centri di lavoro in cui i comunisti sono ancora molto deboli e, allo stesso tempo, il KMT non ha alcuna influenza, non permetteremo al KMT di organizzare sezioni e non lasceremo nemmeno che la loro influenza si diffonda. Solo a Guangzhou e a Hong Kong il nostro lavoro in ambito operaio è costretto a svolgersi all’interno del KMT.

(...)

Fraternamente vostro K.T.Chang