Partito Comunista Internazionale
Il Partito Comunista N. 412 - 18 ottobre 2021
anno XLVIII - [ Pdf ]
Indice dei numeri
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Aggiornato al 25 ottobre 2021
organo del partito comunista internazionale
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: – la linea da Marx a Lenin, alla fondazione della III Internazionale, a Livorno 1921, nascita del Partito Comunista d’Italia, alla lotta della Sinistra Comunista Italiana contro la degenerazione di Mosca, al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani – la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco
PAGINA 1 La crisi presenta il conto ai giganti del capitale: L’immobiliare in Cina
Aukus: Un nuovo patto di guerra tra centrali imperiali del Capitale
A 20 anni dall’11 Settembre
– Roma, 9 ottobre: Ancora una volta la democrazia si finge violata dal fascismo
PAGINA 2 – I vecchi e i nuovi protettori del governo talebano
– Controtesi sul falso socialismo cubano
Andrea Rovere
Per il sindacato di classe Una bella affermazione del sindacalismo di classe: Lo sciopero generale dell’11 ottobre
Viva lo sciopero unitario del sindacalismo di base!
Movimento operaio e Green Pass
– La coraggiosa risposta dei tessili di Prato alle aggressioni dei padroni
– La generosa lotta degli operai della GKN indica i compiti del movimento sindacale di classe
– Terzo sciopero dei macchinisti tedeschi
I camionisti nel Regno Unito lottano contro i bassi salari e le loro condizioni
– Un’altra grande mobilitazione dei siderurgici in Sud Africa
PAGINA 5 – La montante crisi spinge il capitalismo al riarmo e alla guerra: Nonostante la crisi la spesa continua a crescere – Gli Stati Uniti dominano, ma la Cina segue – Distanti le medie potenze – Minori ma ben armati – Per l’antimilitarismo e l’antibellicismo di classe
– Tornando sull’assalto al Campidoglio a Washington: Scontro fra gang borghesi, isteria elettorale e ipocrisia democratica
PAGINA 6 – Una dottrina e un metodo che già nell’oggi indicano alla classe operaia la sua comunistica negazione. Riunione Internazionale del partito [RG141] (In video-conferenza, 24-26 settembre):La guerra civile in Italia 1919-22: La battaglia di Novara - Gli eserciti rossi nella rivoluzione in Germania: La repubblica bavarese - Origini del Partito Comunista di Cina: L’intervento nei sindacati - Concetto e pratica di dittatura: Il Fronte Unico - La pandemia sulla classe operaia negli Usa
PAGINA 8 Il concetto di dittatura rivoluzionaria e la sua pratica - Con Carlo Marx: Lo Stato sovietico in Russia (Capitolo esposto a Genova nel maggio 2019 - segue dal numero 410)


PAGINA 1


La crisi presenta il conto ai giganti del capitale
L’immobiliare in Cina

Nel XXI secolo dell’era cristiana non c’è più alcun motivo per andare a cercare qualche remota traccia di socialismo nell’impero cinese. Il colosso immobiliare Evergrande, la terza società di Cina per dimensioni, attiva essenzialmente nel settore immobiliare, ha in questo mese dichiarato la sua insolvenza per il pagamento delle cedole obbligazionarie, gli interessi da corrispondere ai capitali che ha avuto in prestito da banche, finanziarie, da istituti statali e da privati cinesi.

La Cina è un capitalismo stramaturo, al pari degli altri imperialismi del mondo, e non c’è bisogno di verificare gli effetti perversi dei meccanismi finanziari, identici a quelli dell’occidente giunto alla fase finale, per mostrare in modo incontrovertibile la reale natura del capitalismo cinese, anch’esso arrivato allo stesso fatale esito. Quindi trattare gli effetti di questa “fase finale” è opportuno non per dimostrare l’inesistenza di un “socialismo cinese” che in effetti non è mai esistito, ma per misurare alla scala globale lo stato del capitalismo giunto al suo punto estremo di sviluppo.

Le “bolle finanziarie” sono una caratteristica di questa fase; hanno accompagnato lo sviluppo del capitalismo fin dal suo affermarsi impetuoso, ma soltanto nel mondo dell’imperialismo presentano la caratteristica di espandersi in modo irresistibile nell’intera area mondiale e sviluppare i loro effetti dirompenti su tutti i sistemi economico-finanziari.

Nel secolo trascorso l’epicentro di solito si determinava nell’area degli Stati Uniti, la prima e più formidabile cittadella del capitalismo, ma l’imporsi sulla scena mondiale di altri potenti imperialismi politici, economici e militari in sostanziale concorrenza con quelli, mostra che le crisi sono generalizzate e globalmente della stessa gravità.

È una conferma potente della nostra visione che nella ipersviluppata e trionfante Cina, che marcia verso il “sorpasso” dell’economia a stelle e strisce, con indici di crescita a doppia cifra, si presentino le stesse situazioni di crisi, con i medesimi tempi e sviluppi. Anche in questo caso l’infame “emulazione” tra gli Stati borghesi la fa da padrona, nel “progresso” e nella catastrofe.

Nel 2008, dopo altre crisi finanziarie tutte assimilabili allo stesso schema, l’espansione del debito per garantire la redditività e la tenuta nel tempo degli investimenti effettuati – ricordiamo la crisi generata dalle speculazioni sulle cosiddette dot com, le società nate sull’onda della nuova tecnologia – la crisi dei cosiddetti subprimes fece tremare le fondamenta del capitalismo. Anche se non in modo diretto, alla sua base c’era la gestione finanziaria del mercato immobiliare. In quel caso erano i crediti concessi da banche e grandi finanziarie, senza alcuna garanzia, per il rimborso dei debiti contratti a causare il gigantesco e inatteso crac, il cui recupero portò poi ad una immane crescita del debito statale, in una delle più “ardite” operazioni finanziarie della storia del capitalismo. La crisi immobiliare del 2007 diede avvio a quella finanziaria del 2008, i cui effetti, ancora oggi dopo 13 anni, si continuano ad avvertire.

Le cosiddette bolle immobiliari non sono né una novità, né appannaggio del potente imperialismo d’oltreoceano: nel capitalismo sono sempre esistite, e genericamente si sono risolte con un aggravio dei conti pubblici e amare perdite dei sottoscrittori piccoli e medi.

Per dare un esempio domestico, negli anni ’90 del diciannovesimo secolo, lo scandalo della Banca Romana scosse la politica e la finanza del neonato Regno d’Italia, coinvolgendo Presidenti del Consiglio, ministri, parlamentari, dirigenti della banca. Per ovviare alle perdite dovute a linee di credito generosamente concesse alle speculazioni fondiarie seguite all’istituzione di Roma capitale, fondate su debiti e anticipi non rimborsati, la dirigenza della Banca, complici i silenzi omertosi della politica, fece stampare in Inghilterra nuove banconote – la banca aveva il privilegio di battere moneta – che avrebbero dovuto sostituire i laceri ed usurati, ed avevano, guarda caso, gli stessi numeri di serie di quelli. Ma i laceri non vennero ritirati, con l’ovvio fraudolento aumento della liquidità circolante per un eccesso di 25 milioni di lire (di allora!) a tutto vantaggio della banca. Naturalmente fu l’Erario a farsi carico del buco finanziario, e la rovina fu solo per i piccoli investitori che si erano lanciati nel gioco.

I raffinatissimi strumenti che nel nuovo millennio sono stati messi a disposizione dalle banche centrali e dai governi per tamponare le bolle finanziarie allora non erano nemmeno pensabili, ma il principio di base, aumentare a dismisura il circolante, allora fondato sulla semplice massa monetaria, era già stato intuito.

Il settore immobiliare è una voce fondamentale nei cespiti, assieme ad azioni e obbligazioni, materie prime e valute estere, cioè quello che viene scambiato sul mercato finanziario. La sua debolezza è un sintomo chiaro della debolezza complessiva del sistema capitalistico-finanziario, e alti tassi di insolvenza ipotecaria sono un indice attendibile di una situazione critica.

Oggi in questo settore la “bolla” non è solo cinese; Canada, Australia, Nuova Zelanda, Germania, tanto per dare una lista sommaria e incompleta. Un indice «rappresenta il valore delle azioni degli sviluppatori immobiliari di media e grande dimensione in 23 Stati che nell’agosto scorso ha raggiunto quota 230, un valore più che doppio di quello registrato nel 2006». Da questa crescita sfrenata dei valori azionari in 15 anni, risulta evidente l’abnorme sviluppo del settore, che induce un altrettanto sfrenato aumento dei corsi azionari. Le vicende del “Venerdì nero” americano si delineano chiaramente in questa fase, e un crollo nell’immobiliare rappresenterebbe un evento nell’intero sistema della finanza mondiale.

Dopo la grande crisi dei subprimes la Cina si era difesa con 856 miliardi di dollari finiti a sostenere il sistema finanziario esposto nell’immobiliare e nelle infrastrutture. Ma la nuova ampia classe media richiedeva allora case di proprietà, che sarebbero poi diventate anche fonte di investimenti con mutui fondiari; tanto per allargare la base del debito. Quindi, già dal 2012, tre anni dopo, la situazione immobiliare aveva avuto uno sviluppo vertiginoso, facendo anche da traino per la crescita complessiva del “sistema Cina”. Che questa situazione non fosse stabile, ma richiedesse un continuo sfrenato allargamento della base finanziaria era chiaro tanto agli analisti fuori della Cina, tanto ai capi del PCC: ma i ritmi di accumulazione rendevano necessario continuare su quella strada.

Oggi il peso dell’immobiliare quota il 30% del PIL: un valore enorme, se rapportato al resto del mondo. Questa massa in continuo equilibrio dinamico e precario era, ed è, una fonte di rischio grave. Nel suo complesso l’immobiliare è gravato da 3.300 miliardi di debiti, e l’indebitamento delle società non finanziarie, quelle che per naturale costituzione operano maggiormente nel settore, era arrivato al 159% del PIL, il valore più alto nel mondo.

Per questo motivo già nel 2018 il governo aveva varato una serie di provvedimenti per tenere sotto controllo il ricorso all’indebitamento, imponendo ope legis limiti al credito bancario per il settore immobiliare al fine di sgonfiare progressivamente la bolla immobiliare: tentativo con tutti i rischi connessi di bloccare un potente strumento di crescita. Ma le dimensioni del fenomeno erano talmente grandi che gli effetti non si sono determinati in un biennio. Però hanno indotto una condizione di difficoltà nel finanziamento che ha portato alle crisi descritte. Non sappiamo, e non ci importa, se il governo cinese avesse messo in conto la situazione derivante dal freno giuridico messo in atto.

Nel 2021 sono iniziati i sintomi della insostenibilità di tutto questo. A fine gennaio era già fallita una grande società “conglomerate”, Huarong Asset Management Co., operante in molti settori, aviazione, servizi finanziari, logistica e proprietà immobiliari, collassata sotto il peso dei debiti dopo 20 anni di acquisizioni disordinate e malgrado che in agosto 2020 fosse stata salvata con una forte immissione di capitale tramite prestiti agevolati da società statali. Evidentemente non è bastato a coprire la perdita di 123 miliardi di dollari nell’anno precedente.

Evergrande, inariditasi la possibilità di continuare nel suo “schema Ponzi”, coprire il debito con altro debito, non ha rimborsato un debito estero di 85 milioni di dollari e uno nazionale di 36 milioni. Cosa sia Evergrande, le sue dimensioni, occupati e posti di lavoro diretti e indiretti ne hanno scritto e discusso a sufficienza stampa e televisioni.

Qui mettiamo in evidenza il volume delle sue obbligazioni, 14 miliardi di dollari, e gli 850 milioni necessari il prossimo anno per pagare gli interessi sulle cedole. Il fallimento, il default, comincia da questo punto. Il paragone con Leheman Brothers può apparire scontato, ma si tratta di due situazioni differenti; in un caso il debito era fondato su effetti in sofferenza e speculazioni su derivati, nell’altro su una smisurata impresa industriale che per mantenersi in attività è ricorsa in modo forsennato alla finanza, ma comunque possiede, oltre ai debiti, proprietà e altri valori “reali” che rendono meno grave, da un punto di vista contabile, la sua condizione pre-fallimentare.

Però quanto si legge in sede di bilancio, dal lato dell’economia capitalistica evidenzia una situazione peggiore, perché coinvolge attività produttive non di nicchia, ma trainanti per la loro parte il sistema economico generale. Per il borghese governo di Cina un problema non da poco, anche se, come ci informano gli analisti per ora le sue spalle appaiano robuste.

Il crollo del corso azionario sulle borse cinesi è stato temporaneamente contenuto con i soliti mezzi della finanza, mettendo a disposizione del sistema bancario oltre 18 miliardi di dollari, con un meccanismo di prestiti a breve; denaro che dovrebbe servire ad aumentare la liquidità del sistema commerciale. L’inizio di crisi borsistica è stato temporaneamente fermato, in attesa di altri provvedimenti.

Rimane il problema immediato di fondo, il rimborso delle cedole. E qui la situazione si fa meno chiara. La Compagnia ha dichiarato di aver trovato un accordo con i creditori obbligazionari per onorare la scadenza di 36 milioni di dollari all’interno. Nulla è detto sulle scadenze verso l’estero, gli altri 85 milioni. Nulla, è ovvio, sulle scadenze del prossimo anno. Nulla per i creditori esteri, banche e fondi di investimento che raccolgono ampia parte del risparmio privato. Su questi creditori si dovrebbe abbattere il peso dell’insolvenza. In effetti c’è una precisa gerarchia di creditori da tutelare.

Il governo cinese vuole evitare una crisi finanziaria interna molto grave, e una possibile crisi sociale, considerati gli 80.000 piccoli investitori che nel “mattone” hanno gettato i loro risparmi, tramite una società di prestiti on-line di Evergrande, e il milione e passa di cittadini che hanno già pagato gli appartamenti in via di costruzione. Le banche cinesi più esposte dovranno essere tutelate o addirittura salvate, così come i fornitori dei cantieri. Questi fondi dovranno essere trovati, in un modo o nell’altro. Il debito in mano al credito estero (due nomi tra i più importanti per dare un’indicazione, Amundi, fondo di gestione controllato da Crédit Agricole, e UBS, società svizzera di servizi finanziari, banca privata e di investimento) potrà aspettare ad essere saldato; ma non si sa fino a quando.

Cosa sarà di Evergrande, come il governo opererà per risolvere la crisi dell’immobiliare non ci interessa. Ma interessante è quel che appare nell’immediato: il settore dell’immobiliare è ben lungi dall’essere stabilizzato, anche con le restrizioni al credito. Giunge notizia che un’altra società immobiliare è in crisi; Fantasia Holdings non è in grado di saldare i 206 milioni di dollari dovuti ai creditori dopo che una sua controllata non aveva rimborsato un prestito di 93 milioni di euro.

Questo il caso cinese: il resto del mondo potrebbe completare il quadro. Per ora, il sistema finanziario occidentale sarà in grado di assorbire i contraccolpi delle crisi dell’immobiliare cinese, ristrutturando ferocemente il debito, che qualcuno pagherà. Forse, per ora, il governo cinese riuscirà a controllare e soprattutto, isolare, questa esplosione. Ma ben sappiamo che è solo una questione di tempo, i conti saranno presentati ai giganti del capitale. Ed allora sarà una dura, tagliente questione: o rivoluzione sociale, o guerra imperialista.

 

 

 

 


Aukus: Un nuovo patto di guerra tra centrali imperiali del Capitale

All’insediamento del nuovo presidente americano, il democratico Joe Biden, abbiano scritto sulla nostra stampa che ben poco sarebbe cambiato in politica estera rispetto al repubblicano Trump e al suo motto “America First”. Ebbene, nei giorni scorsi ne abbiamo avuto una nuova plateale conferma.

Biden ha annunciato una nuova alleanza strategica, militare e di sicurezza con il Regno Unito e l’Australia nell’area Indo-Pacifico. Il nuovo patto, denominato Aukus, punta a un maggior scambio e integrazione delle capacità di difesa e delle informazioni e a dotare l’Australia di una consistente flotta di sottomarini a propulsione nucleare, apertamente in funzione anticinese.

Finora la tecnologia necessaria alla costruzione di sottomarini nucleari era stata condivisa solo tra USA e UK, e questo dà la misura della gravità e dell’importanza strategica dell’accordo.

La Cina ha risposto subito denunciando l’accordo come “estremamente irresponsabile”: «La cooperazione tra Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia in materia di sottomarini nucleari colpisce gravemente la pace e la stabilità regionale, intensifica la corsa agli armamenti e compromette gli sforzi internazionali per la non proliferazione nucleare». Parole chiare, che mostrano una volta di più che a Pechino non si è disposti a rinunciare alle ambizioni nel Pacifico e che a Washington e presso quei suoi alleati si è disposti a tutto per contrastarle.

Ma l’accordo ha pesanti ripercussioni anche sull’Europa, e la Francia in particolare. L’Australia infatti nel 2016 aveva siglato il “contratto del secolo” con Naval Group, un gruppo industriale francese detenuto al 62% dallo Stato e al 35% da Thalès, per la fornitura di 12 sottomarini a propulsione diesel-elettrica per un importo di 32 miliardi di euro, poi rivalutato a ben 56. I sottomarini sarebbero stati costruiti da 1.800 operai nei cantieri navali in Australia.

Il patto Aukus ha implicato la immediata disdetta australiana del contratto con la Francia. Ovviamente Parigi l’ha presa male: non solo la sua diplomazia non è stata invitata né consultata per l’accordo ma ha subito un gravissimo danno per la sua industria militare. Il ministro degli Affari Esteri ha parlato di “pugnalata alla schiena” mentre quello della Difesa ha dichiarato: «in materia di geopolitica e di politica della difesa questa decisione è grave e dimostra chiaramente come gli Stati Uniti trattano i loro alleati».

Ma l’intera Unione Europea si è sentita “tradita”, tenuta all’oscuro di tutto proprio mentre si accingeva a presentare un suo piano di intervento nell’area del Pacifico: la diplomazia statunitense ha elaborato il nuovo patto senza farne parola ai rappresentanti dei capitalisti europei, fregandosene bellamente dei loro strepiti. È la seconda volta in poche settimane, dopo le modalità della precipitosa fuga dall’Afghanistan, che Washington dimostra di non tenere in nessun conto gli interessi delle borghesie d’Europa quando si tratta di difendere la propria. Così va nei rapporti tra ladroni.

Il gallo francese, punzecchiato dalle destre, ha richiamato gli ambasciatori da Washington e da Canberra “per consultazioni”, ma, stranamente, non da Londra. Parigi parrebbe così voler scaricare la maggiore responsabilità sull’Australia.

I governi europei solidarizzano sommessamente con Parigi, ricordano i miliardi che pagano alla Nato e si lamentano dell’“egoismo” statunitense. Consapevoli che non possono aspettarsi che Washington difenda gli interessi dei loro capitalisti, ritirano fuori dal cassetto la questione della difesa comune europea. Pia illusione! Un esercito europeo presuppone una unità politica che l’Europa borghese non raggiungerà mai. In Europa ogni Stato va per proprio conto e quando si arriverà al dunque della guerra generale dovrà schierarsi con l’uno o l’altro dei due grandi imperialismi cercando di vendere il sangue dei propri proletari in armi al miglior offerente.

Al proletariato non resterà che una strada per salvarsi da una nuova inutile strage sulle terre e sui mari, rivolgere le armi contro la propria brigantesca borghesia, opporre alla guerra tra Stati la guerra tra le classi!

 

 

 

 


A 20 anni dall’11 Settembre

Una marea di scemenze patriottiche investirà gli Stati Uniti a celebrare i venti anni dagli attacchi dell’11 Settembre 2001.

Tutti ci inzuppano, dai personaggi dei media, che ogni anno si dilungano sulla tragedia, giù giù fino ai piccoli dettaglianti che al Memoriale del World Trade Center di Manhattan vendono cimeli ai turisti, lì per un rituale macabro e bigotto.

Ma questa meschina espressione della memoria nazionale oscura il vero significato di quegli eventi. Gli attacchi dell’11 Settembre hanno segnato un trapasso di grande significato storico mondiale. Oggi appare particolarmente evidente, nel loro ventesimo anniversario, quando l’occupazione statunitense dell’Afghanistan si sta sgretolando davanti ai nostri occhi. Quegli attacchi hanno rappresentato la prima crepa evidente nel potere imperiale degli Stati Uniti dopo la fine della guerra fredda, che ha continuato a disintegrarsi nei due decenni successivi, e ora appare al collasso.

L’11 Settembre ha segnato la fine, che sembrò allora improvvisa e inattesa, del sistema imperialista post-Guerra Fredda. Il disfarsi dell’imperialismo russo dopo il 1989 aveva lasciato gli Stati Uniti unico Stato imperiale a dominare. Gli scribacchini stipendiati della borghesia americana chiamarono questo sistema internazionale “unipolare”, con gli Stati Uniti “egemoni”.

Venne l’11 Settembre a dimostrare che non era vero. Nel vantato culmine assoluto del potere degli Stati Uniti, ci dissero che diciannove martiri di un’organizzazione terroristica internazionale erano stati in grado di uccidere tremila persone in due delle città più importanti.

Il sistema capitalistico mondiale non è mai stabilmente “unipolare”, e nessuno Stato se ne può assicurare l’egemonia. Le reti di interessi internazionali, che siano organizzazioni formali e aperte o connessioni informali e segrete, esisteranno sempre nel moderno mondo del capitale, e sovente sono altrettanto o più potenti di molti Stati. La borghesia, classe proveniente e nutrita dalle reti del mercantilismo mondiale della fine del Medioevo, conosce molto bene questi circuiti. Ed è stata una rete internazionale di capitalisti che ha gettato le basi di Al Qaida, gli “arabi afgani” degli Stati del Golfo, che avevano sostenuto i mujaheddin durante l’invasione russa dell’Afghanistan, finanziati dal denaro americano e saudita.

Nessuno Stato può sfuggire alle contraddizioni dello stadio imperialista del capitalismo, per quanto forte e salda possa sembrare la sua posizione. Anche senza un concorrente della sua stazza, gli Stati Uniti hanno dovuto affrontare la storia a cui i suoi politici volevano disperatamente sfuggire dopo la guerra fredda.

Due secoli di imperialismo in Medio Oriente, Africa e Asia meridionale hanno preparato la scena per l’umiliazione dell’11 Settembre. Come ogni grande potenza che abbia cercato di controllare quella regione così geopoliticamente importante, gli Stati Uniti hanno sostenuto le forze regionali che ritenevano dalla loro parte e hanno soppresso violentemente chiunque sembrava un’opposizione.

Il risultato è stato il formarsi in Afghanistan di una classe media alimentata dal colonialismo. Come ovunque questa borghesia nazionale avrebbe voluto governare autonomamente, ma le è stato impedito dai capitalisti degli Stati Uniti. È così che una parte di quella borghesia nazionale ha abbracciato l’ideologia reazionaria del wahabismo per vestire di rinascita religiosa fondamentalista il suo affermarsi al potere della nazione. Questa ideologia fu a suo tempo utile ai padroni imperiali americani quando rivolta contro i rivali di Russia – ma gli accordi col diavolo finiscono sempre male.

Gli uomini che hanno pianificato ed eseguito gli attacchi dell’11 Settembre erano membri della borghesia e della piccola borghesia reazionaria del Medio Oriente, cresciuti all’ombra dei mujaheddin afghani. L’Afghanistan era lo spazio perfetto per la loro base operativa, tra il Medio Oriente e l’Asia del Sud, ma relativamente autonomo dall’influenza delle potenze regionali di entrambi.

Sebbene gli Stati Uniti avevano contribuito alla formazione dei talebani sostenendo i mujaheddin afghani contro l’occupazione russa, tutt’ora continuano a sostenere che l’invasione nel 2001 fu un intervento “umanitario”. La CIA aveva stretti contatti con i combattenti mujaheddin prima che si coalizzassero con i talebani e in Al Qaida. Gli Stati Uniti sapevano quindi bene chi erano gli islamisti e cosa avrebbero fatto dell’Afghanistan. Solo dopo che l’intero progetto gli è saltato l’11 Settembre, i capitani dell’imperialismo americano hanno iniziato a piangere sulla necessità di “liberare” il popolo afgano.

Questa “liberazione” non era altro che un’azione all’interno di una calcolata strategia (o mal calcolata, come hanno dimostrato i successivi vent’anni), volta a esercitare un controllo sui vari gruppi politici che operano in Medio Oriente e in Asia meridionale.

Un piano non diverso dalle precedenti missioni “civilizzatrici” degli imperialisti britannici, che hanno combattuto tre successive guerre in Afghanistan tra il 1839 e il 1919. Quelle guerre avevano lo scopo di portare al potere un governo fantoccio ma saldo, sostenuto dalla Gran Bretagna, che avrebbe regnato sulle tribù di frontiera e stabilizzato il confine tra i possedimenti coloniali inglesi in India e quelli della Russia in Asia centrale. Anche la guerra degli Stati Uniti degli ultimi vent’anni intendeva costituire un forte governo fantoccio sostenuto e fedele agli americani, che avrebbe contribuito al loro controllo dell’intero globo. È abbondantemente chiaro che le missioni di entrambi gli imperialismi sono fallite.

L’invasione dell’Afghanistan da parte degli Stati Uniti non ha portato altro che repressione. Almeno 220.000 afgani sono morti come risultato dell’invasione e dell’occupazione. Altri hanno sofferto per la povertà e il collasso del sistema statale. Almeno un altro milione di uomini è morto durante l’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti, anch’esso giustificato con gli attacchi dell’11 Settembre. Molti altri in tutto il mondo hanno subito le misure “anti-terrorismo”, che hanno rivelato la vera natura repressiva della democrazia: assassinii con droni, rapimenti, torture, imprigionamento senza processo e sorveglianza di massa.

Il significato storico degli attacchi dell’11 Settembre quindi è il segno della traiettoria discendente di una delle maggiori potenze imperiali della storia, oggi impegnata nella nuova rivalità con la emergente Cina.

Ma il capitalismo di tutte le potenze imperiali, grandi e piccole, in lotta fra loro, è ovunque nel suo ramo storico discendente, nelle sue scomposte convulsioni mortali: attende solo l’intervento rivoluzionario del proletariato mondiale per essere spazzato via dalla storia.  

 

 

 


Roma, 9 ottobre
Ancora una volta la democrazia si finge violata dal fascismo

Sabato 16 ottobre, con una partecipazione, a seconda delle stime, che va da sessanta a duecentomila persone, si è svolta a Roma la manifestazione “per la democrazia e contro il fascismo”. Oltre ai promoventi sindacati confederali hanno partecipato tutti i partiti e le organizzazioni “democratiche”. Il pacifico raduno era stata indetto in risposta all’attacco di stile fascista effettuato a Roma contro la sede nazionale della CGIL, a seguito di una manifestazione popolare contro il Green-pass.

Dalla stampa rileviamo che sabato 9, da Piazza del Popolo, dove si protestava “contro il Gree-pass”, un corteo, capitanato da elementi di Forza Nuova, ha marciato verso la sede della CGIL in Corso d’Italia. Nessuna delle forze dell’ordine ha disturbato i manifestanti, che avevano pubblicamente dichiarata l’intenzione di attaccare la sede della Confederazione, in quel “percorso dinamico” a piedi. Sempre la stampa informa che la sede sindacale, deserta, era presidiata da alcuni blindati della polizia, che però, guarda caso, stazionavano «alle ali dell’edificio, e creando quindi una sorta di “corridoio” verso l’ingresso, dove il sottile cordone di agenti cede immediatamente: gli assalitori entrano quindi in massa nella sede della CGIL devastandola» (Tgcom24).

A prima vista sembra il ripetersi del copione di cento anni addietro, quando le forze dell’ordine (democratiche) a presidio delle Camere del Lavoro, all’arrivo dei fascisti si spostavano lasciando loro libero accesso e libertà di devastazione.

Landini, il capo della CGIL, grida alla minaccia fascista, ma si guarda bene dal condannare il comportamento delle forze dell’ordine, del ministero dell’interno, del governo per la facilità con la quale gli assalitori hanno potuto mettere a segno la loro bravata, spiegabile solo con una complicità e precedente intesa. Pensiamo un attimo cosa sarebbe stato detto se anziché un governo Draghi ci fosse stato quello Salvini.

Landini non attacca le istituzioni, anzi a loro si appella, come i suoi colleghi di cento anni fa, per il rispetto della legalità e perché le organizzazioni “violente” siano messe fuori legge. Anche in questo caso il copione si ripete.

La differenza sta nel fatto che allora la classe operaia era mobilitata e inquadrata nelle sue organizzazioni e le sue rivendicazioni, strettamente classiste, la spingevano a oltrepassare, senza sottilizzare sui mezzi, i vincoli imposti dallo Stato borghese. Nel caso di assalti e devastazione delle Camere del Lavoro i proletari scendevano immediatamente in sciopero, senza attendere l’ordine dei capi sindacali riformisti del Partito Socialista, che non arrivava mai, e sapevano rispondere alla violenza.

Il fascismo di 100 anni fa – questa la parola del comunismo di sinistra – non fu un movimento “eversivo”: rappresentò la difesa della classe, dello Stato, e anche della democrazia borghesi dalla spinta rivoluzionaria del proletariato.

Quale migliore occasione avrebbe avuto oggi la CGIL per rifarsi una verginità agli occhi del proletariato dichiarando immediatamente uno sciopero generale, magari limitato alla sola città di Roma! Non uno dei suoi cinque milioni di iscritti, e del gigantesco apparato, quel sabato è stato mosso, o si è mosso, a difesa del sindacato.

Come, del resto, se esistesse un vero e forte sindacato di classe avrebbe ugualmente chiamato i proletari a scendere in lotta in risposta a un attacco che, seppure indirizzato verso una organizzazione operaia compromessa col regime borghese, rappresenta pur sempre un colpo intenzionalmente diretto contro la classe lavoratrice.

Landini e tutto il politicantismo vario chiedono invece lo scioglimento per legge dei gruppi politici che si rifanno al fascismo, come prevede la Costituzione. E cosa gli è stato risposto? «Draghi mi ha detto – afferma Landini – che ne discuteranno, è un tema che hanno presente». Non si accorge il gran capo della CGIL di essere preso per i fondelli?

Cosa significa mettere fuori legge i partiti che si rifanno al fascismo, ossia che teorizzano e praticano l’uso della violenza? La violenza non si abolisce per decreto, è la società divisa in classi ad essere basata sulla violenza. I movimenti fascisti di oggi potrebbero benissimo essere messi fuori legge perché ancora la loro opera non è necessaria. Però lo sarà. Draghi “ha presente” il tema e... “ne discuteranno”, ossia valuteranno se allo Stato demo-borghese convenga più avere un fascismo legale o, temporaneamente, illegale.

Oggi, purtroppo, a tenere il proletariato assoggettato al regime borghese sono sufficienti i partiti parlamentari, i sindacati tricolore, le organizzazioni interclassiste che ancora riescono a mobilitare i lavoratori per rivendicazioni interclassiste. Ma noi siamo materialisti e sappiamo che il proletariato dovrà necessariamente, per la sua stessa sopravvivenza mettersi in movimento per obiettivi di classe, antilegalitari, antiborghesi, antistatali. A quel punto sarà la stessa legalità democratica, proprio come 100 anni fa, a organizzare, finanziare, armare, sguinzagliare, proteggere il fascismo.

Quella «Santa Democrazia, mai vergine e sempre martire» (“L’Unità”, 16 aprile 1924). «Noi non deprechiamo ma constatiamo e denunciamo al proletariato le violenze fasciste, appunto perché esse servono a dimostrare a meraviglia la nostra tesi programmatica: che [solo] colla violenza rivoluzionaria si emanciperà il proletariato» (23 aprile).

 

 

 

 


PAGINA 2


I vecchi e i nuovi protettori del governo talebano

La borghesia, precipitata nel vortice della crisi che dilania il suo modo di produzione, con sempre maggiore difficoltà nasconde la realtà dei suoi rovesci economici, politici e militari.

Non è ancora facile capire cosa stia succedendo in Afghanistan, a oltre due mesi dalla presa del potere a Kabul dei talebani. I media occidentali descrivono una situazione instabile, manifestazioni di donne non disposte a subire i rigori dell’oscurantismo religioso e di proteste per il carovita, dovuto anche al blocco dei crediti dello Stato afghano, il tutto scandito dalle esplosioni di bombe che generalmente prendono di mira la comunità sciita degli hazara provocando ogni volta decine di morti. Ma non possiamo sapere quanto affidarsi a quello che appare puro baccano mediatico.

Il nostro metodo marxista però, sceverando fra la montagna di informazioni poco attendibili o palesemente false, può cercare di delineare con buona approssimazione alcuni aspetti difficilmente controvertibili del quadro generale.

In primo luogo dobbiamo prendere atto che il passaggio del testimone fra il governo fantoccio di Kabul e i talebani fu una operazione favorita in ogni modo dagli Stati Uniti. Questo si evince già dalle modalità con cui si svolsero le trattative di Doha, conclusesi con l’accordo del febbraio del 2020, che aprì la strada alla riconquista talebana del paese. Le trattative furono bilaterali, gli Stati Uniti da una parte e gli “studenti coranici” (!) dall’altra, escludendo dal tavolo il governo allora in carica a Kabul, con la implicita sconfessione del regime guidato dal presidente Ashraf Ghani e la sua perdita immediata di autorità in seno alla classe dominante afghana.

Gli accordi di Doha sono intervenuti dopo 6 anni di relativa stagnazione nei combattimenti, durante i quali i talebani avevano consolidato il loro controllo economico e politico su ampie aree rurali del paese, al punto di configurarsi come uno Stato di fatto, con tanto di sistema fiscale e amministrazione della giustizia. Fonti non sospettabili di simpatia verso gli “studenti coranici” come “Le Monde diplomatique” parlano di “un sofisticato sistema giudiziario” con giudici di “riconosciuta imparzialità” tale da “renderli popolari nelle zone rurali”.

Un indizio questo che i talebani sono una forza borghese niente affatto “primitiva”, come viene descritta in maniera caricaturale dai media delle potenze imperiali. Sono semmai espressione della stessa cupa e moderna decadenza borghese, che coinvolge le stesse grandi potenze capitalistiche.

Al controllo del territorio e alla forza militare dei talebani si opponeva la debolezza del regime di Kabul, sempre più limitato alle città e tenuto in vita militarmente dagli eserciti della coalizione a guida Usa, e dal fiume di denaro sgorgante da Washington, allo scopo titanico di “State building”, presto rivelatosi velleitario e irraggiungibile sin dai primi anni 2000.

Nel corso della prima metà del 2020 il governo di Kabul si oppose, senza successo, alla liberazione, prevista dagli accordi di Doha, di 5.000 guerriglieri talebani prigionieri nelle carceri afghane. All’opposizione del presidente Ghani, che vi vedeva una seria minaccia (del tutto reale) per il suo regime e avanzava impedimenti costituzionali, gli Stati Uniti imposero la convocazione di una Loya Jirga, ovvero l’assemblea del notabilato di tutto il paese che ne raccoglie le istanze locali, etniche e religiose. Questa assemblea, che non a caso votò a favore della liberazione dei miliziani, segnò un momento cruciale della preparazione del ritorno degli “studenti coranici” a Kabul.

Qui si inserisce un altro aspetto, non meno importante, della questione: la pretesa frammentazione tribale del paese. Data per certa da esperti improvvisati è sbandierata dai media a spiegazione della tragica vicenda degli oltre 40 anni di guerre che hanno martoriato il paese centro asiatico. Questo al duplice scopo da una parte di sminuire le responsabilità dell’imperialismo nei massacri, d’altra di mitigare la portata delle sconfitte subite dalle potenze che alternativamente hanno tentato di assoggettare quella “tomba degli imperi”.

Già negli anni ’80 del ‘900, quando era in corso la guerra contro l’Unione Sovietica, almeno un terzo della popolazione afghana fu costretta a espatriare in Pakistan o in Iran; ai circa 7 milioni di profughi, su 20 milioni di abitanti, si aggiunsero almeno altri 3 milioni di sfollati interni. Eventi che accelerarono la trasformazione economica e la penetrazione del capitalismo, in corso già da decenni, e che rimossero gran parte dei vecchi residui di feudalità.

Dopo il 2001 la dominazione statunitense, per i propri fini ha imposto una forzata “ritribalizzazione” del paese, per segmentare la popolazione lungo disparità divenute in gran parte fittizie. Questa politica dimostrò presto la sua incompatibilità con un solido Stato centralizzato capace di esercitare un potere stabile, e si rivelò presto un evidente elemento di debolezza di fronte ai talebani. Occorre infatti ricordare che questi già al momento della loro prima ascesa al potere nel 1996 avevano, a loro modo, unificato il paese devastato dal conflitto fra i “signori della guerra”, a capo questi di eserciti su base “etnica”, che avevano preso a combattersi fra loro con ferocia una volta sconfitti e cacciati i russi.

I talebani, allevati ideologicamente in Pakistan nelle madrase deobandi, una corrente dell’islam, e inquadrati politicamente e militarmente dai servizi segreti pakistani, avevano nella loro coesione un elemento di forza di cui erano privi i signori della guerra afghani. Non è difficile immaginare quanto l’incoraggiamento delle divisioni “tribali”, operato non solo dagli Usa ma anche da altre potenze, come l’Iran, interessato a valorizzare la componente etnica degli hazara, di lingua persiana e di religione sciita, abbia favorito il prestigio dei talebani i quali, benché sostenuti prevalentemente dalla componente pashtun e sunnita della popolazione, hanno fatto di tutto per presentarsi come un elemento di unificazione nazionale.

Venendo all’oggi, non è facile valutare quanto le differenti componenti del movimento dei talebani siano in grado di contenere i dissidi interni per la spartizione della vittoria. Certo agli “studenti coranici” consolidarsi al potere non sarà facile, anche se per ora non sembra farsi avanti nessuna forza in grado di rovesciarli. In primo luogo ereditano una situazione di dissesto economico totale. Oltre agli effetti della crisi capitalistica generale, si abbatte sull’agricoltura del paese una perdurante siccità. La penuria alimentare per ora induce inflazione, ma milioni di persone provano già i morsi della fame e la carestia si fa strada. Facile attendersi esplosioni di malcontento nelle popolose città, in cui è forte la presenza di rovinati contadini inurbati a forza per la dissoluzione del vecchio mondo rurale.

Ma i talebani dovranno anche fare i conti con le potenze globali e regionali in guerra per assicurarsi lo sfruttamento delle risorse minerarie del paese e il controllo delle vie che da Russia e Cina portano ai mari caldi, Golfo persico e Oceano Indiano.

In questo grande gioco rinnovato cerca di farsi strada anche la vecchia Italia con la convocazione del G20 straordinario sull’Afghanistan il 12 ottobre scorso. Un’iniziativa che ha visto una tiepida accoglienza da parte di Cina e Russia, dato che non hanno partecipato né Putin, al suo posto è andato il viceministro degli esteri Morgulov, né Xi Jinping, che invece ha inviato il ministro degli esteri Wang Yi. Il risultato dell’incontro è stato uno stanziamento di un miliardo di euro in aiuti all’Afghanistan da parte dell’Unione Europea, opera “caritatevole” con la quale le cancellerie europee sperano tener lontane dai loro confini le masse di afghani affamati, che restino a languire a casa loro.

Fallita questa iniziativa dell’Italietta, muove Putin che dà appuntamento per un altro G20, a Mosca per il 20 ottobre, con la partecipazione dei rappresentati dell’Emirato Islamico di Afghanistan. Russia e Cina intendono così scalzare la diplomazia statunitense, rilevando il ruolo di interlocutori dei talebani nel processo di stabilizzazione dell’Afghanistan, un paese al quale chiedono buoni rapporti commerciali e sicurezza nelle direttrici dei traffici economici e ai loro confini. Si ricordi a questo proposito che Cina e Russia hanno mantenuto aperte le loro ambasciate a Kabul così come hanno fatto Pakistan e Turchia. Il 10 ottobre si è tenuto anche un vertice a Doha fra talebani e Stati Uniti in cui si è discusso di sicurezza, la questione dell’Isis-K, che rivendica la maggior parte degli attentati in Afghanistan, degli aiuti umanitari al paese centroasiatico e la possibilità della riapertura dell’ambasciata Usa a Kabul.

In tutto questo fervere di lavorio diplomatico siamo ben convinti che a determinare il futuro dell’Afghanistan saranno ancora una volta i rapporti di forza fra le grandi potenze.  

 

 

 


Controtesi sul falso socialismo cubano

Le cause che a metà luglio hanno spinto le proteste di strada della popolazione cubana in più di 30 località del paese sono le stesse presenti in Cile, Colombia, Perù e in tutta l’America Latina: il supersfruttamento del lavoro salariato da parte del regime capitalista inasprito dalle misure che prendono di continuo i governi.

Una ondata di malcontento sta attraversando il continente americano, in ogni paese con una sua motivazione. Questi movimenti, vessati dalla repressione, sono oggi accecati dalla confusione opportunista che nasconde al proletariato la realtà della lotta di classe. Quella lotta di classe operaia che finirà per impadronirsi della scena politica e affronterà la borghesia e i suoi travestimenti di “sinistra”, con i loro appelli alla democrazia e al “popolo”, dietro i quali si cela la continuità dello sfruttamento capitalista.

I comunisti sono sempre e in ogni momento al fianco di ogni ribellione proletaria, in cui vedono i segni del risveglio della classe, per condurla a raccordarsi ai suoi organi di combattimento: il sindacato e il partito comunista.

Il “socialismo alla cubana” non è altro che capitalismo, un capitalismo arretrato in molti settori della sua economia, anche per i decenni del blocco statunitense. Ma il blocco non cambia il fatto che un capitalismo nazionale ha sempre regnato a Cuba fin dal rovesciamento del dittatore Batista.

Fino agli anni ‘80 gli aiuti russi attenuavano il blocco statunitense. Ma ha aiutato assai anche l’intervento del capitale europeo, soprattutto nel turismo. Più recentemente il governo cubano aveva stretto una serie di accordi commerciali con il borghese Venezuela, il che gli ha permesso di attutire la crisi interna, ma come è entrato in crisi il Venezuela, quel sostegno si è ridotto al minimo.

Cuba, come il resto del mondo, è stretto attualmente nella crisi dell’economia capitalista e nell’impatto del coronavirus, che bloccando i voli ha paralizzato l’attività alberghiera e turistica, portando con sé un forte calo delle entrate in valuta e un aumento della disoccupazione.

Gli Stati Uniti hanno applicato un blocco per 80 anni, non per contenere il “socialismo”, ma per chiudere una delle porte alla penetrazione del capitale russo, europeo e cinese: è solo un altro dei tanti teatri in cui si svolge la lotta per il controllo dei mercati tra le grandi potenze industriali. Gli Stati Uniti cercano di evitare che l’isola caraibica diventi un avamposto nelle Americhe dell’avanzata commerciale delle potenze rivali, ora che anche il Venezuela e diversi governi dell’America Centrale e Latina si sono avvicinati ai concorrenti. Sono proprio questi ultimi che dopo le rivolte hanno inviato “aiuti umanitari” a Cuba.

 Naturalmente, i movimenti legati all’imperialismo statunitense hanno cercato di cavalcare le proteste con lo slogan “Patria e Vita”, ma non sono riusciti a prendere la guida del malcontento. Alcuni gruppi politici che si definiscono “di sinistra” hanno appoggiato le proteste e messo in discussione il “socialismo cubano”, ma sulla base di argomenti antimarxisti.

1) Tesi opportunista: a Cuba c’è uno scontro fra “il popolo e i giovani”, mossi contro la povertà e per le libertà, e il governo e la burocrazia civile e militare, arricchitasi col castrismo.

Controtesi: nonostante la confusione imperante e la distruzione delle organizzazioni proletarie, le manifestazioni di malcontento sono espressione della contraddizione tra capitale e lavoro, tra borghesia e proletariato. La burocrazia civile e militare non è una classe sociale, indipendentemente dal fatto che benefici dello sfruttamento del lavoro salariato. Nonostante la presenza nelle proteste di una piccola borghesia, colpita dalla crisi e dall’impatto della pandemia sulle sue attività, la lotta, sotterranea ma reale e che finirà per imporsi a Cuba, è tra la borghesia e il proletariato. La repressione in corso non è quella di un governo per difendere il “socialismo”, ma di un governo borghese contro il proletariato, per difendere l’estorsione del plusvalore.

2) Tesi opportunista: la lotta è per abbattere a Cuba un regime politico, basato su un partito unico e sulla limitazione delle libertà democratiche, e per instaurare un governo dei lavoratori e dei settori popolari per un socialismo reale, dove i lavoratori possano decidere il destino del paese.

Contro-tesi: la dittatura del proletariato è l’unico regime politico capace di attuare un programma di trasformazione anticapitalista orientato al comunismo; questa dittatura rivoluzionaria sarà tale solo se diretta dal partito comunista. Quindi non imputiamo al partito al potere a Cuba di essere unico, ma di essere borghese, antioperaio e anticomunista.

3) Tesi opportunista: a Cuba c’è stata inizialmente una rivoluzione socialista, ora, questa abbandonata, e si è tornati al capitalismo.

Contro-tesi: a Cuba non c’è mai stata una rivoluzione socialista. Con il rovesciamento rivoluzionario del dittatore Fulgencio Batista si impose un governo diretto da un partito borghese nazionale che seppe rompere con l’imperialismo statunitense, ma che presto finì satellite dell’imperialismo russo. Tanto meno in economia i rapporti di produzione cessarono mai di essere capitalistici, indipendentemente dalla fraseologia pseudo-socialista che li rivestiva. Fin negli anni ‘80, sotto la guida dei Castro, l’economia cubana si aprì alla partecipazione del capitale internazionale, si protessero la proprietà privata e le joint venture. Quindi l’attuale governo nell’adattare ancora la sua politica economica non sta tradendo un “socialismo” che non è mai esistito.

 

 


Andrea Rovere

Andrea si avvicinò alla Sinistra Comunista da liceale. Quando nel litorale romano si andavano formando gli ennesimi “collettivi iskra” seppe riconoscere d’intuito l’attivismo, diffidando di quei gruppetti giovanili. Quel suo stesso genuino istinto lo ha portato a riconoscere il Partito, quello vero. Vi aderì in Canada, dove si era trasferito per svolgere un dottorato in fisica. Lì ha sostenuto la nostra giovane sezione nordamericana.
Andrea era un comunista. I compagni romani e francofoni lo ricorderanno per la sua grande modestia e per il fraterno suo modo di essere. Gli altri per il suo viso serio e impegnato.
Ci ha lasciati a soli 31 anni, travolto da un camion mentre era in bicicletta. Non è stata una fatalità, ma la ulteriore conferma che la viabilità nelle città non è fatta per l’uomo: per il capitalismo la veloce consegna delle mercanzie viene prima della vita stessa. Soltanto distruggendo i rapporti di proprietà borghesi sarà possibile ridisegnare le città in funzione delle vere necessità degli uomini.
Tutto il partito si stringe attorno ai suoi familiari lontani, ai compagni, agli amici di Andrea.

 

 

 

 


Per il sindacato di classe Pagina di impostazione programmatica e di battaglia del Partito Comunista Internazionale


Una bella affermazione del sindacalismo di classe
Lo sciopero generale dell’11 ottobre

Lo sciopero generale unitario del sindacalismo di base di lunedì 11 ottobre ha fornito una conferma chiara della correttezza dell’indirizzo di sempre del partito per l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale e del fronte unico sindacale di classe. Si veda in merito, di quanto più recente, le conferenze che tenemmo nel 2017.

È stato infatti e senza dubbio lo sciopero generale del sindacalismo di base più riuscito da molti anni a questa parte.

Certo è solo un primo passo. La mobilitazione è stata lontana da un autentico sciopero generale; il sindacalismo conflittuale è ancora molto debole e il declino che ne ha segnato il corso nell’ultimo ventennio – aggravatosi dopo la crisi economica del 2008 – è ancora da risalire; ancora lunga è la strada da percorrere per emancipare i lavoratori dal sindacalismo di regime.

Ma si è stabilita la giusta rotta e se, invece della bonaccia, inizierà a soffiare il vento della lotta di classe, distanze apparentemente incolmabili potranno essere coperte in tempi inaspettatamente brevi.

Le manifestazioni cittadine hanno avuto esiti diversi ma nel complesso sono riuscite. Bene a Milano, con oltre tremila manifestanti – nonostante l’assenza del SI Cobas che ha concentrato i suoi iscritti dinanzi al magazzino Amazon a Castel San Giovanni (Piacenza) – e a Bologna.

Molto bene a Genova, dove vi è stato, con circa quattromila manifestanti, quasi tutti lavoratori, il più grande corteo nella storia del sindacalismo di base in questa città. Qui la classe operaia tradizionalmente è stata saldamente controllata dalla Cgil, per la storia dei portuali, per la forte presenza dell’industria di Stato, per il ruolo giocato dal gruppo politico di Lotta Comunista. Questo, che controlla la Compagni Unica dei portuali (CULMV) e la Fiom cittadina, negli anni ha impedito finanche il rafforzamento dell’area di opposizione interna al sindacato di regime; come sempre anche questa volta non era presente al corteo del sindacalismo di base.

Erano presenti invece diversi altri delegati e iscritti della opposizione in Cgil.

Il corteo genovese ha testimoniato la crescita del sindacalismo di base, in particolare dell’Usb, col suo insediamento in posti di lavoro di grandi dimensioni: portuali, tranvieri (AMT), netturbini (AMIU), vigili del fuoco, aeroporto, ex ILVA, azienda del gas (IREN). In AMT – in cui è presente anche la Cub – l’adesione allo sciopero è stata del 40% fra il personale di superficie e del 50% alla metro. In Amiu del 17,5%, compresi gli amministrativi, quindi con percentuale più alta fra gli operativi. Entrambi notevoli passi in avanti rispetto al passato. Consistenti in corteo gli spezzoni dei portuali, dei netturbini, dei vigili del fuoco.

Bene è andato anche il corteo a Firenze, prettamente operaio, con circa tremila partecipanti, in particolare per la partecipazione degli operai della Gkn e della Piaggio di Pontedera.

Allineato con le precedenti analoghe mobilitazioni invece è stato il corteo a Torino, con duemila manifestanti. Male è invece andato quello nella capitale, con un numero forse ancor più scarso di presenze. Qui positiva è stata l’adesione allo sciopero dei tranvieri dell’Atac, forse l’azienda più grande del centro-sud, con 11.000 salariati: attorno al 50%.

Si tratta, evidentemente, di un risultato positivo, confrontato con gli scioperi del sindacalismo di base degli anni precedenti.

Come abbiamo ripetuto in numerosi volantini, compreso l’ultimo qui pubblicato, è da una permanente, rigorosa e organica applicazione dell’indirizzo dell’unità d’azione del sindacalismo conflittuale e dei lavoratori a tutti i livelli dell’azione sindacale – aziendale, territoriale, categoriale, generale – che potranno aversi risultati decisivi nel rafforzamento del movimento di lotta sindacale dei lavoratori.

Ciò non è da attendere dalle attuali dirigenze del sindacalismo conflittuale: anche in questa contingente loro concessione all’unità d’azione dei lavoratori sono emerse, nella preparazione dello sciopero, dei cortei e nel loro dispiegarsi, le condotte che confermano il loro opportunismo. Quella che avrebbe dovuto essere l’assemblea nazionale unitaria per propagandare lo sciopero, domenica 19 settembre a Bologna, è fallita, riducendosi a un’assise dei rappresentanti del SI Cobas e del piccolo Slai Cobas per il Sindacato di Classe, disertata dagli altri sindacati di base, compreso l’Adl Cobas che in tutti gli anni precedenti aveva sempre agito in concordia col SI Cobas.

I capi di quest’ultimo hanno sempre sostenuto che gli scioperi devono bloccare la produzione e la circolazione delle merci, non limitarsi ai cortei cittadini. Ma a Genova a bloccare un varco del porto sono stati solo i portuali dell’Usb, sostenuti dai vigili del fuoco dello stesso sindacato, mentre il SI Cobas ha solo partecipato al corteo.


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La partecipazione alle manifestazioni in alcune città è stata anche dovuta, oltre che all’unità d’azione dei sindacati di base, alla questione del cosiddetto Green Pass. SI Cobas e Usb l’hanno impostata in modo corretto – come riferiamo in altro articolo su questo numero – inquadrandola nella lotta per la difesa della salute e della sicurezza dei lavoratori e affiancandola alle altre rivendicazioni dello sciopero.

Ma tale questione, se da un lato ha accresciuto la partecipazione allo sciopero, dall’altra ha diviso e distratto i lavoratori dai loro obiettivi, che sono quelli generali del movimento operaio.

A Genova una parte dei portuali, che nelle settimane precedenti si era organizzata in un coordinamento costituito per opporsi all’obbligo del Green Pass sul posto di lavoro, pretendeva di caratterizzare la mobilitazione su quella singola questione. La Cub – in un percorso in tal senso che ha iniziato da mesi – li ha assecondati. Così si è spaccata la manifestazione, formando due cortei separati, entrambi robusti, soprattutto quello di SI Cobas e Usb, mentre l’altro, in cui ha trovato ospitalità il gruppo politico di destra Italexit, ha sfilato al grido di “Libertà” e “No green pass”.

La Confederazione Cobas, che inizialmente aveva seguito la Cub, si è poi ricongiunta al SI Cobas e alla Usb. I No Green Pass hanno invece deciso di non riunirsi, nonostante i cortei, dopo aver corso paralleli per un’ora, per due volte abbiano finito per incrociarsi, e sono finiti sotto la Prefettura, mentre SI Cobas, Usb e Confederazione Cobas si sono recati sotto la sede della Confindustria.

A Trieste il Coordinamento Lavoratori Portuali Triestini nel luglio 2015 aveva aderito coi suoi 200 iscritti all’Usb, per poi però uscirne nell’agosto 2019. Tuttavia il CLPT per lo sciopero generale dell’11 ottobre aveva stabilito di partecipare al corteo del sindacalismo di base. Alla fine nella città giuliana l’Usb ha sfilato la mattina, mentre il CLPT il pomeriggio nella manifestazione interclassista incentrata solo sulla opposizione al Green Pass.


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Un grave episodio avvenuto durante lo sciopero è stato il pestaggio subito da un gruppo di operai a Prato dinanzi la fabbrica tessile Dreamland da parte di scagnozzi padronali. È stata l’ennesima aggressione contro gli operai del SI Cobas nel distretto tessile pratese, il più grande d’Italia.

Naturalmente questa violenza che colpisce operai in lotta col sindacalismo di base ha avuto assai minor risonanza sui media borghesi dell’attacco subito dalla Cgil sabato 9 ottobre a Roma durante la manifestazione nazionale No Green Pass, che, di fatto, solo ha giovato al sindacato di regime.

Il farsesco assalto in stile Capitol Hill alla sede nazionale della Cgil è stato un altro elemento volto a sviare lo sciopero generale dell’11 ottobre dagli obiettivi di lotta della classe lavoratrice, in questo caso verso l’antifascismo che, imposto alla classe operaia dalla controrivoluzione staliniana, dalla seconda metà degli anni ‘20 del secolo scorso, la ingabbia nella difesa della democrazia, cioè nel regime borghese. Anche questo motivo di distrazione ha però avuto scarso effetto sui cortei dello sciopero generale, che sono rimasti incentrati sulle rivendicazioni operaie.

Dopo che il 12 ottobre Landini si è abbracciato dinanzi la sede nazionale della Cgil col capo del governo, prova iconica di quanto corretta sia la definizione di sindacato di regime, Cgil Cisl e Uil hanno organizzato per sabato 16 ottobre una manifestazione nazionale antifascista a Roma con decine di migliaia di partecipanti. La Cgil ha sborsato un bel po’ di soldini, riservando treni e pullman. Quando le interessa lo fa. Cioè mai per difendere la classe operaia.

Lo stesso giorno il SI Cobas a Prato ha organizzato una manifestazione in risposta all’aggressione agli operai della Dreamland, con un riuscito corteo di circa 800 persone, in maggioranza operai, cui hanno partecipato anche delegazioni della Gkn e della Piaggio di Pontedera, che ha percorso i viali del distretto industriale, dove tante fabbriche erano aperte.

Si direbbe Davide contro Golia. Ma non sono questi gli effettivi rapporti di forza fra classe sfruttata e classe dominante. Rapporti che, per di più, il marxismo sa che variano nel tempo, fino alla certezza che sarà il capitalismo, alla fine, a schiattare.

 

 

 

 


VIVA LO SCIOPERO UNITARIO DEL SINDACALISMO DI BASE!
Un passo in avanti verso il Fronte Unico Sindacale, necessario alla difesa degli interessi immediati della classe lavoratrice e alla rinascita, fuori e contro i sindacati di regime, del Sindacato di Classe

Le condizioni di vita della classe lavoratrice da anni sono in peggioramento: salari in discesa, ulteriormente ridotti dai recenti aumenti dell’inflazione; ricorso sempre più esteso allo straordinario, aumentando di fatto l’orario di lavoro e riducendo il tempo libero dalla schiavitù del lavoro salariato; forza lavoro ovunque ridotta all’osso, coi carichi e i ritmi sempre più pesanti; una quota in continua crescita di lavoratori – largamente maggioritaria fra i giovani – assunta con contratti a termine, e tenuti così sotto ricatto; l’età della pensione innalzata, e l’assegno così diminuito tale da garantire una vecchiaia di stenti e, per il bene delle casse dello Stato borghese, breve.

Conferma l’aumento dello sfruttamento l’incremento delle morti sul lavoro. Mentre l’ideologia della classe dominante propina la menzogna che la classe operaia non esiste più, ogni giorno gli operai muoiono sacrificati sull’altare del profitto.

L’immiserimento della classe:
    
- è voluto da industriali, finanza e fondiari – nazionali e internazionali con interessi indissolubilmente intrecciati – a difesa dei profitti e delle rendite erose dalla crisi di sovrapproduzione, che inesorabilmente avanza come un cancro condannando al certo futuro crollo l’economia capitalistica mondiale;
    
- è messo in atto con perfetta continuità dai governi di tutti i colori – a prescindere dalle fasulle differenze – perché nell’ordine politico ed economico presente, capitalista, non possono esservi che governi borghesi: dietro la finzione della democrazia, del suffragio universale, della sovranità popolare ditta il regime del capitale;
    
- è avallato dai sindacati di regime (Cgil, Cisl, Uil) che non organizzano la lotta dei lavoratori e solo li conducono di sconfitta in sconfitta – mantenendone il controllo con mille strumenti e in ragione del sostegno garantito loro dal padronato e dalla sua macchina statale. Firmano rinnovi contrattuali sempre a perdere e non si oppongono alla serie di provvedimenti legislativi anti-operai.

Contro tutto questo, oggi finalmente il sindacalismo di base è giunto alla proclamazione di uno sciopero generale nazionale unitario di tutte le sue organizzazioni.

Le divisioni, la concorrenza, i contrasti fra le organizzazioni del sindacalismo di base sono uno dei fattori che hanno impedito, sino ad oggi, di mettere in discussione il controllo sui lavoratori del sindacalismo collaborazionista.

Lo sciopero di oggi è un primo passo nella direzione opposta, quella dell’unità d’azione del sindacalismo conflittuale, e ha già mostrato i suoi primi frutti positivi, con l’adesione alla giornata di lotta di diversi gruppi di operai combattivi di grandi fabbriche metalmeccaniche ancora inquadrati nella Cgil, innanzitutto degli operai della Gkn di Campi Bisenzio (Firenze), del Comitato operaio alla Piaggio di Pontedera (Pisa), della Rsu della Perini di Lucca.

Questa strada va perseguita: tutte le organizzazioni e le forze del sindacalismo conflittuale – sindacati di base e aree conflittuali ancora entro la Cgil – devono rispettare rigorosamente il principio dell’unità a tutti i livelli dell’azione sindacale – aziendale, territoriale, di categoria, intercategoriale – e chiamare i lavoratori alla lotta non per lontane e illusorie politiche riformiste, tipicamente presentate con la formula di una “diversa politica economica”, ma per provvedimenti che diano immediata soddisfazione ai loro bisogni:
    
- aumenti salariali, maggiori per le categorie peggio pagate, unificando le lotte per i rinnovi contrattuali;
    
- riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario;
    
- abbassamento dell’età pensionabile e ritorno al metodo retributivo;
    
- salario pieno ai lavoratori licenziati;
    
- cassa integrazione unica per tutti i lavoratori elevata al 100% del salario;
    
- gratuità e disponibilità dei servizi sociali – sanità, scuola e trasporti – procedendo a massicce assunzioni.

Tutte queste rivendicazioni chiaramente possono trovare soddisfazione solo in parte, e in modo sempre revocabile, in questo regime politico ed economico, in cui la larghissima parte della ricchezza prodotta dal lavoro deve necessariamente trasformarsi in profitti e in rendite, mantenendo i salari al livello di sopravvivenza.

Ciononostante sono le uniche in grado:
    
- da un lato di alleviare concretamente la condizione di sofferenza della classe lavoratrice, non demoralizzandola nell’attesa di future quanto illusorie politiche riformiste;
    
- dall’altro, dando prova concreta che “la lotta paga”, di accomunare tutti i lavoratori, di portarli sul terreno della lotta, del confronto diretto col regime politico per ottenerne soddisfazione, e di elevare perciò la lotta economica a lotta politica rivoluzionaria per il potere.

Una permanente e organica unità d’azione del sindacalismo conflittuale, che conduca alla formazione di un Fronte Unico Sindacale di Classe e alla rinascita – fuori e contro i sindacati di regime – del Sindacato di Classe, può essere perseguita però solo per opera dei lavoratori e dei delegati combattivi alla base delle organizzazioni sindacali.

Le attuali dirigenze dei sindacati di base per anni hanno subordinato l’indispensabile unità d’azione nella lotta sindacale alle divisioni sul piano politico o d’organizzazione sindacale. La maggioranza di esse si illude di poter tenere sotto la sua tutela la rinascita del movimento sindacale di classe dai primi passi delle odierne piccole organizzazioni sino a quando domani tornerà potente. È questa miope visione opportunista a far tenere a queste dirigenze il piede sul freno d’ogni azione unitaria, temendo di avvantaggiare le fazioni politiche che controllano gli altri sindacati. I limiti nella preparazione unitaria dello sciopero odierno lo confermano.

L’autentico comunismo si distingue dall’opportunismo anche in questo: perché invoca e si batte in modo coerente e conseguente per lo sviluppo al massimo grado dell’unità d’azione di tutti i sindacati conflittuali, in quanto fattore indispensabile per raggiungere l’unità d’azione dei lavoratori, nella certezza che quanto più unito e forte sarà il movimento di lotta sindacale dei lavoratori, più favorevoli saranno le condizioni per l’affermarsi nel suo seno dell’indirizzo sindacale e delle posizioni politiche del comunismo rivoluzionario.

 

 

 

 


Movimento operaio e Green Pass

La vicenda del “Green Pass” ha determinato una certa agitazione in una parte della classe lavoratrice. Infatti l’obbligo della certificazione verde nei posti di lavoro, prima nella scuola, poi, a partire dal 15 ottobre, come da decreto legge del 21 settembre, in tutti, determina la privazione del salario per chi non vuole vaccinarsi.

Il governo dà mostra di rispettare il simulacro del principio della libertà individuale, una grande ipocrisia borghese, qui in particolare di fronte alle ovvie norme di ogni campagna di vaccinazione. Di fatto questo ha indignato i lavoratori, e non solo quelli non vaccinati, molti dei quali, inoltre, in quel principio credono fermamente, intrisi dell’ideologia della classe dominante.

In questi 20 mesi di pandemia, mentre i medi e grandi borghesi possono fare quello che vogliono, i piccoli proprietari sono stati colpiti dal confinamento sanitario e dalle altre limitazioni. In Italia si sono mobilitati, ad esempio, col movimento “Io apro” – il cui capo è stato individuato sabato 9 ottobre fra gli assalitori della sede della Cgil – rivendicando di esercitare comunque le loro attività, appoggiandosi alle stravaganti teorie negazioniste o complottiste. Nulla di nuovo: nei periodi di crisi dell’economia capitalistica mondiale, che annunciano i venti che la spazzeranno via, la reazionaria e terrorizzata piccola borghesia crede a ogni “complotto pluto-giudaico”.

Quindi i piccolo borghesi da tempo si sono dati a organizzare manifestazioni al grido di “Libertà”, di quella libertà individuale che in questa società finisce per coincidere con la libertà d’impresa, di far quel che vuole pur di ottenere profitti, costi quel che costi, innanzitutto la salute e la vita dei lavoratori.

Nella attuale condizione di debolezza del movimento sindacale di classe, alcuni lavoratori hanno finito per accodarsi ai padroncini, partecipando a quelle manifestazioni, rivendicando la riapertura, invece che un salario di quarantena, o come lo si voglia chiamare, il più vicino possibile al già misero salario pieno.

Il sindacalismo di base non ha agito in modo unitario nei mesi della pandemia, sino al cambiamento di rotta avvenuto dallo scorso giugno, e la sua debole azione quindi non è stata in grado di mobilitare masse adeguate di lavoratori. Difficoltà aggravata dai limiti agli assembramenti imposti per la pandemia: nelle fabbriche gli operai dovevano lavorare fianco a fianco, ma non riunirsi in assemblee e appena usciti dai cancelli dovevano disperdersi.

Qua e là, in alcune città, come a Bologna, parte dei sindacati di base ha agito unitariamente rivendicando azioni a difesa della salute collettiva della classe operaia, quali il potenziamento della sanità pubblica, innanzitutto difendendo gli interessi dei lavoratori di quel settore, a cominciare da forti assunzioni. Ma anche queste mobilitazioni non hanno attratto grandi numeri.

Quando il Green Pass ha iniziato a interessare la classe lavoratrice, molti della minoranza contraria al provvedimento hanno mutuato i contenuti ideologici piccolo borghesi dei No Green Pass, con argomenti quali la libertà personale, ravvisando nella certificazione verde una “deriva autoritaria”, una “dittatura sanitaria”, da cui difendere la democrazia, ecc. ecc.

Nonostante parte dei loro stessi iscritti condivida le fole del movimento No Green Pass interclassista, la maggior parte del sindacalismo di base ha saputo impostare correttamente la questione. Ha rivendicato il ritiro del provvedimento, dato il suo carattere raffazzonato, parziale e in pratica inapplicabile, ma anche i tamponi gratuiti per tutti i lavoratori, vaccinati e non vaccinati, a spese del padronato e dello Stato borghese.

Impostazione che ci sembra corretta. La maggioranza dei lavoratori è favorevole al Green Pass in quanto lo considera uno strumento utile alla tutela della salute collettiva. Rivendicando i tamponi gratuiti per tutti i lavoratori, non in alternativa ma quale misura complementare alla vaccinazione, il sindacalismo conflittuale mostra di non porsi sul piano del movimento piccolo borghese che sempre si è disinteressato della salute pubblica, bensì di battersi per misure più efficaci a tutela della salute dei lavoratori.

In questo modo si supera la divisione della classe lavoratrice fra vaccinati e no. Nonché ci si smarca dal movimento dei No Green Pass, nel quale trovano per via del tutto naturale l’ambiente ideale i più svariati gruppi politici borghesi.

Ma sulla strada dell’affermarsi del sindacalismo di classe altre trappole si tendono. Uno sconosciuto sindacato autonomo, il FISI, nella cui segreteria nazionale è un dichiarato fascista, il 30 ottobre ha proclamato uno “sciopero generale” di 5 giorni contro il Green Pass, dal 15 al 20 settembre. Ciò in contrasto con le leggi antisciopero, nate contro il sindacalismo di base, per i settori cosiddetti essenziali. Infatti la Commissione di Garanzia il 6 ottobre lo ha proibito. Con comportamento quanto mai anomalo, il Ministero dell’Istruzione ha dato ugualmente indicazione ai dirigenti scolastici di informare insegnanti e studenti di quello “sciopero”, cosa che spesso non avviene se a proclamarlo, anche se legale, sono i sindacati di base. In tal modo tutte le famiglie in Italia sono state informate dello sciopero “No Green Pass” proclamato da uno sconosciuto sindacato fascista: meglio che dirlo alla tv.

Il gruppo di lavoratori maggiormente coinvolti nella lotta contro il Green Pass sono stati i portuali triestini, guidati dal Coordinamento Lavoratori Portuali Triestini, che inquadra circa 200 portuali su un totale di poco meno di mille lavoratori. Il CLPT ha assunto una posizione opposta a quella indicata da SI Cobas e Usb. Nelle tre settimane precedenti l’11 ottobre ha partecipato alle manifestazioni interclassiste cittadine. Anche il giorno dello sciopero generale non ha partecipato al corteo mattutino del sindacalismo di base, ma a quello pomeridiano dei No Green Pass.

Il rifiuto della proposta di fornire tamponi gratuiti, attestandosi sul rifiuto tout court della certificazione verde, ha sancito da un lato l’accodamento dei portuali alla piccola borghesia voluto dal CLPT, dall’altro il loro isolamento e divisione dai lavoratori favorevoli al provvedimento.

Dal 15 ottobre il CLPT ha organizzato un presidio dinanzi a uno dei varchi dello scalo triestino che già al secondo giorno ha assunto un carattere interclassista. Il 17 Cgil Cisl e Uil hanno invocato la “liberazione” del porto dal presidio dei No Green Pass. La mattina seguente la polizia ha attaccato il presidio con manganelli e lacrimogeni. Mentre scriviamo diverse strutture del sindacalismo di base hanno giustamente espresso – nonostante la condotta dei capi del CLPT – solidarietà ai portuali triestini attaccati da sindacati di regime e polizia.

Anche a Genova i portuali organizzati nel Coordinamento No Green Pass hanno organizzato presidi in due varchi. I portuali organizzati con l’Usb si sono invece mobilitati rivendicando i tamponi gratuiti per tutti i lavoratori dello scalo, nonché per l’organizzazione nel porto dei centri di prelievo. Ad oggi diversi terminalisti hanno già accordato tamponi gratuiti ma non tutti. Per cui l’Usb ha proclamato uno sciopero nazionale dei portuali per il 25 e il 26 ottobre.  

 

 

 


La coraggiosa risposta dei tessili di Prato alle aggressioni dei padroni

Lunedì 11 ottobre, al ritorno dalla riuscita manifestazione a Firenze dello sciopero generale dei sindacati di base, una decina di operai pakistani organizzati nel Si-Cobas Prato-Firenze ha iniziato un picchetto davanti alla Dreamland, azienda di abbigliamento del distretto pratese.

Alla presenza delle forze dell’ordine lì per controllare, sono stati brutalmente aggrediti con spranghe di ferro e mazze da baseball da una squadraccia agli ordini del padrone. Già un altro episodio simile era avvenuto alla Texprint, dove gli operai da mesi erano in sciopero per ottenere il rispetto del contratto collettivo nazionale del tessile.

Il distretto pratese, d’altronde come tutti i distretti industriali in Italia, se vogliamo limitarci ad una visione nazionale, vive e prospera da sempre, ed è famoso per questo, per il super sfruttamento della mano d’opera, prima locale, adesso immigrata, e quindi ancora più ricattabile per il permesso di soggiorno e l’incubo di perdere anche quello straccio di lavoro.

È dagli anni ‘80, con la ristrutturazione delle aziende tessili e l’immigrazione di capitalisti in maggioranza cinesi, che il distretto di Prato diventa il più grande centro europeo del pronto-moda, cioè del just in time, che necessita di manodopera sempre disponibile a tutte le ore e tutti i giorni della settimana.

Questo sistema industriale “all’avanguardia” ha avuto successo anche per i prezzi bassi e i bassi costi di produzione. Di questo hanno beneficiato per primi gli ex-industriali pratesi, che hanno affittato i capannoni di loro proprietà ai nuovi capitalisti a prezzi esagerati, difesi e protetti dalle istituzioni cittadine, regionali e nazionali, polizia, guardia di finanza e municipale.

I sindacati di regime Cgil-Cisl-Uil in tutti questi anni si sono ben guardati non solo di denunciare, tanto meno di organizzare i lavoratori per la loro primitiva difesa.

Infatti le rivendicazioni del Si-Cobas interpretano esattamente la situazione, “8x5”, cioè 8 ore su 5 giorni, invece delle attuali 12/14 ore su 7 giorni. Contratti a tempo indeterminato, invece del lavoro a nero o falsi contratti part time.

Invece la trafila istituzionale che si propone, come panacea per la soluzione di tutti i mali, è la denuncia da parte del singolo lavoratore degli abusi subiti, la guardia di finanza, con i suoi tempi, controlla e se trova irregolarità, che tutti sappiamo esserci in tutte le aziende del distretto, commina delle multe ridicole che una volta pagate dai capitalisti tutto torna a girare come prima, come se niente fosse accaduto. La stessa azienda procede a nuove “assunzioni” in nero, rimane ovviamente il ricatto del lavoro e le 12/14 ore al giorno, ma anche di più, su 7 giorni e nessuno la tocca.

È un duro lavoro, coraggioso e quotidiano quello di operai che – per uscire dalla paura e dal ricatto, per riprendersi la loro dignità di uomini, di lavoratori, attraverso l’unità e la solidarietà, al di la delle differenti nazionalità, credi religiosi o idee politiche – intraprendono un lavoro sindacale che riparta dalle basi del sindacalismo di classe, ormai defunto da decenni di prassi collaborazionista a difesa del regime di sfruttamento e al servizio della borghesia.

Sabato 16 ottobre quindi una grande e bella manifestazione, partita dalla Dreamland, ha sfilato per diversi chilometri nel Macrolotto 2 e 1, i quartieri di Prato a maggior concentrato di sfruttamento.

C’è e ci sarà ancora necessità di altre manifestazioni del genere, magari durante uno sciopero generale del distretto, che mostri a tutti gli operai che ancora non hanno il coraggio di alzare la testa che questo non solo è possibile ma è necessario per la difesa della vita e per non essere relegati alla mera sopravvivenza, anche questa messa tutti i giorni in pericolo dagli “incidenti” sul lavoro.

È così che la controrivoluzione, che i borghesi si affannano ad organizzare contro gli operai, si trasforma nel coraggio dei lavoratori di riannodare quel filo rosso della lotta della loro classe, non solo per la difesa oggi intransigente delle condizioni di vita e di lavoro ma anche come pratica quotidiana di allenamento per la distruzione dell’odioso regime del capitale.  

 

 

 


La generosa lotta degli operai della GKN indica i compiti del movimento sindacale di classe

La lotta contro i licenziamenti alla GKN di Campi Bisenzio ha assunto, in questi mesi di lotte successivi alla chiusura, un rilievo nazionale. Questo risultato è stato raggiunto grazie alla combattività dei suoi operai che, in un percorso iniziato da tempo, hanno saputo far crescere la loro unità e battersi su posizioni sindacali di classe, ottenendo condizioni di lavoro migliori rispetto a quelle, peggiorative, accettate negli anni anche dalla Fiom, nonostante quasi tutti – operai, delegati, delegati di raccordo – facciano parte di questo sindacato, inquadrati nell’area di opposizione interna.

Con l’accettazione da parte della Cgil – e di Cisl e Uil – dello sblocco dei licenziamenti, lo scorso 29 giugno, la GKN è stata una delle prime aziende ad annunciare la chiusura, il 9 luglio. Come costantemente ribadito dall’Assemblea permanente degli operai e dal loro Collettivo di fabbrica, la lotta alla GKN non è un caso a sé ma una delle centinaia di vertenze contro i licenziamenti, a cui si debbono aggiungere gli 870 mila posti di lavoro persi – secondo l’ISTAT – dall’inizio della pandemia, nonostante il blocco dei licenziamenti, solo in virtù del mancato rinnovo dei contratti a termine.

Ogni lotta contro i licenziamenti è un tassello contro l’attacco alle condizioni di vita dell’intera classe lavoratrice e dimostra la sua spontanea resistenza alla pressione del capitalismo mondiale che, per rallentare il suo inesorabile declino e affondare nella crisi di sovrapproduzione, spinge verso l’aumento della disoccupazione da un lato e dello sfruttamento degli occupati dall’altro.

Affinché tale resistenza abbia maggiore efficacia è evidente che occorrerebbe innanzitutto unire le lotte contro i licenziamenti, superando il loro isolamento entro i confini dell’azienda, e poi queste con quelle dei lavoratori occupati e di quelli già disoccupati.

Gli operai della GKN in questi due mesi si sono impegnati molto in questa direzione, incontrando lavoratori di altre aziende e categorie, sostenendo operai in lotta anche se aderenti ad altri sindacati, a cominciare dai lavoratori della Texprint di Prato organizzati nel SI Cobas, o quelli della ex Alitalia con la Cub e l’Usb, organizzando un giro di assemblee in tutta Italia, da Napoli a Milano, e ribadendo di volersi battere affinché la loro lotta segua un percorso diverso da quello fallimentare di tante altre precedenti.

Infatti, i sindacati di regime (Cgil, Cisl, Uil) non solo firmano da decenni rinnovi contrattuali peggiorativi, non solo in pieno periodo estivo hanno fatto il regalo dello sblocco dei licenziamenti agli industriali: oltre a ciò hanno sempre mantenuto isolata entro i muri della fabbrica ogni lotta contro i licenziamenti, logorando la rabbia e la resistenza dei lavoratori in illusori e inutili tavoli istituzionali.

L’unione delle lotte dei lavoratori non può essere realizzata da questi sindacati collaborazionisti col padronato e col suo regime politico, ma solo opponendosi alla loro politica conciliatoria. È il sindacalismo di base che dovrebbe candidarsi a svolgere questo essenziale compito ma per esserne all’altezza deve innanzitutto farsi promotore della più rigorosa unità d’azione di tutto il sindacalismo conflittuale.

Non si tratta di porre qui ed ora gli operai della GKN e gli altri lavoratori in lotta ancora inquadrati in Cgil Cisl e Uil di fronte al problema della loro uscita da queste organizzazioni sindacali collaborazioniste. Il sindacato di classe rinascerà fuori e contro i sindacati di regime ma per compiere un passo in questa direzione, oggi, nella condizione di grave debolezza della classe operaia, occorre lavorare per unire tutte le forze del sindacalismo conflittuale nell’azione di lotta: le aree conflittuali entro la Cgil e i gruppi di lavoratori combattivi presenti anche in Cisl e Uil, con tutto il sindacalismo di base.

Lo sciopero generale del prossimo 11 ottobre, proclamato da tutto il sindacalismo di base per la prima volta, dopo molti anni, in modo completamente unitario, è un passo importante in questa direzione.

Ma, per riuscire a coinvolgere un numero più ampio possibile di lavoratori ancora organizzati nei sindacati di regime e di lavoratori non sindacalizzati, lo sciopero deve essere preparato con impegno e in maniera unitaria tanto quanto la proclamazione.

Il fallimento dell’organizzazione unitaria dell’assemblea nazionale che era prevista per domenica 19 settembre a Bologna è stato un passo indietro, un’occasione importante mancata per coinvolgere i lavoratori di tutte le lotte in corso. È la conferma di quanto lo sciopero generale unitario non sia un risultato acquisito definitivamente bensì revocabile in ogni momento in ragione dell’opportunismo delle attuali dirigenze del sindacalismo di base. Sono solo i lavoratori e i delegati combattivi che possono imporre a queste dirigenze l’indispensabile unità d’azione del sindacalismo conflittuale.

Il sindacalismo conflittuale deve agire unitariamente per dare un fattivo sostegno alla battaglia alla GKN, e con essa a tutte le lotte operaie, e gli operai della GKN possono dare un importante contributo nell’aiutare le forze che entro il sindacalismo conflittuale lavorano per superare gli ostacoli alla sua unità d’azione.

La forza che, in modo tanto esemplare, gli operai della GKN hanno saputo costruire in questi anni dentro la fabbrica non sarà però sufficiente a vincere questa lotta. I lavoratori lo sanno e per questo ribadiscono di continuo che ciò a cui occorre puntare è cambiare i rapporti di forza fra classe padronale e classe lavoratrice. Il modo migliore di impiegare tale forza, per se stessi e per tutta la classe operaia, è porla dunque al servizio dell’unione delle lotte dei lavoratori.

Unire le lotte contro i licenziamenti è un primo passo necessario. Gli operai della GKN avrebbero certamente l’autorevolezza – ad esempio – per convocare un’assemblea nazionale dei lavoratori in lotta contro i licenziamenti, quale base di partenza per mobilitazioni comuni. Ma occorre compiere questo primo passo consapevoli del fatto che attestarsi sulla linea difensiva del rigetto dei licenziamenti non è sufficiente né a lungo sostenibile perché l’economia capitalista, per la crisi di sovrapproduzione, è destinata ad aumentare la massa dei disoccupati, che sarà indispensabile organizzare.

Occorre dare al movimento sindacale rivendicazioni che li unifichino fra occupati e disoccupati, fra lavoratori di grandi e piccole aziende, fra lavoratori con contratto a termine e a tempo indeterminato, e che li svincolino dalle prospettive politiche riformiste che propongono fallimentari piani per salvare l’economia capitalistica.

L’obiettivo di una legge contro le delocalizzazioni è illusorio in quanto nessuno può regolare l’economia capitalista. Demoralizza i lavoratori perché non ne soddisfa i bisogni e li impantana nei meandri della politica parlamentare. Anche se fosse accolto, li condurrebbe verso la politica della difesa dell’industria nazionale, del nazionalismo, terreno prediletto della classe dominante, nonché del fascismo, nella sua consapevolezza che l’unica prospettiva politica borghese per l’uscita dalla crisi di sovrapproduzione è la guerra. Lo stesso valga per la rivendicazione delle nazionalizzazioni.

L’occupazione della fabbrica può essere una necessità contingente della lotta – come sta accadendo alla GKN – ma se assunta a metodo generale di lotta non favorisce l’unificazione e il rafforzamento del movimento operaio sindacale, perché chiude ancora una volta gli operai nelle fabbriche invece di unirli al di fuori di esse, nelle strade, nelle sedi sindacali e politiche, laddove solo può rendersi concreto il motto “insorgiamo”. Nemmeno è vero che li avvicini alla comprensione della necessità di lottare per il potere politico, illudendoli che si possa arrivare al possesso dei mezzi di produzione senza sostituire la macchina statale borghese con quella proletaria.

Se l’economia capitalista, per le sue inesorabili contraddizioni, da anni è in declino e domani crollerà, per salire dalle lotte azienda per azienda a un movimento generale i lavoratori devono essere organizzati a lottare non per tenere aperte a tutti costi le fabbriche che i capitalisti vogliono chiudere, ma in difesa dei loro bisogni, chiedendone soddisfazione – unitamente come classe sociale – al regime politico borghese.

Ciò di cui hanno bisogno i proletari per vivere è il salario da un lato e il tempo libero dallo sfruttamento dall’altro. Le rivendicazioni elementari che unificano la classe lavoratrice sono quelle che danno soddisfazione a questi bisogni: gli aumenti salariali, il salario pieno ai licenziati, la cassa integrazione al 100% del salario, la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e della vita lavorativa.

Un piano rivendicativo sindacale autenticamente di classe e l’azione unitaria del sindacalismo conflittuale che lo sostenga sono i fattori in grado di creare le condizioni più favorevoli alla rinascita del movimento operaio sindacale e politico. Ma questa prospettiva può aprirsi solo con la lotta politica contro l’opportunismo dei tanti partiti e gruppi politici operai, alcuni dei quali dirigono gli organismi sindacali conflittuali, lotta che solo l’autentico partito comunista può condurre.

Tipico dell’opportunismo è la ricerca affannata della costruzione del partito attraverso i fronti politici e, giocoforza, la subordinazione a questo illusorio obiettivo della necessaria costruzione di un fronte unico sindacale di classe. In modo del tutto idealistico l’opportunismo crede che sia l’elemento cosciente, il partito politico, a poter rimettere in moto il movimento operaio sindacale. Invece il movimento di lotta dei lavoratori sorgerà dai loro bisogni elementari – economici, sindacali – non dallo sviluppo del superiore livello di lotta, politico.

Per questo i lavoratori militanti nei gruppi politici operai – e tutti i lavoratori combattivi – devono mettersi al servizio della costruzione di un fronte unico sindacale di classe. È questo un terreno fondamentale sul quale si misura la differenza fra l’opportunismo politico-sindacale e l’autentico partito comunista rivoluzionario.

 

 

 

 


Il terzo sciopero dei macchinisti tedeschi

Dopo un primo sciopero nei giorni dall’11 al 13 agosto, votato al 95% dal 70% dei macchinisti, e dopo un secondo sciopero dal 21 al 25, un terzo sciopero dei ferrovieri tedeschi ha avuto luogo tra il primo giovedì e il successivo martedì di settembre, con due grandi manifestazioni della Gewerkschaft Deutscher Lokführer (il sindacato tedesco dei macchinisti, GDL) a Norimberga e Essen, venerdì 3 settembre. Secondo i resoconti dei giornali, lo sciopero ha avuto forti adesioni giovedì e venerdì, con solo un quarto dei treni in circolazione.

Il giorno prima il tribunale del lavoro di Francoforte aveva respinto un ricorso delle ferrovie tedesche (Deutsche Bahn, DB) che accusavano lo sciopero di essere illegale. La DB ha cercato in ogni modo di dividere i macchinisti in sciopero dagli altri gruppi di ferrovieri, riconoscendo in loro rappresentanza solo il sindacato interno Eisenbahn- und Verkehrsgewerkschaft (EVG). La DB continua a perseguire azioni legali con altre motivazioni.

Deutsche Bahn ha fatto un’offerta irrisoria di un “bonus Covid-19” tra i 400 e i 600 euro e un aumento salariale di appena il 3,2% su 36 mesi, che, data l’inflazione, significherà un grave taglio del salario reale.

Fra i macchinisti c’è rabbia per il carico di lavoro aggiuntivo e per le scarse prestazioni in caso di malattia durante la pandemia. Tra l’altro, molte merci, compresi disinfettanti di vitale importanza, sono stati trasferiti al trasporto ferroviario a causa della carenza di autisti di camion. I treni straordinari hanno un impatto anche su altri lavoratori, come gli addetti alla manutenzione. Sui treni passeggeri i conduttori hanno anche dovuto fare turni extra e affrontare il lavoro aggiuntivo per far rispettare le regole contro il Covid-19.

C’è la forte convinzione che questo lavoro in più dovrebbe essere riconosciuto con un aumento di salario, e non solo con gli applausi di rito dei dirigenti.

Oltre alla questione dei salari lo sciopero riguarda i cosiddetti “turni a disposizione” negli orari dei macchinisti. Questi sono fuori e oltre quelli pianificati, per esempio a causa di assenze per malattia del personale o altre circostanze impreviste. Attualmente sono il 20% di tutti i turni, e DB vuole portarli al 40%.

La combattività dei macchinisti e degli altri ferrovieri ha fatto scattare un allarme. I turni e gli straordinari stanno diventando sempre più insopportabili in molti settori, mentre i salari peggiorano e le prospettive di disoccupazione e di pensioni misere aumentano. I lavoratori tedeschi comprendono la necessità di una maggiore lotta, organizzazione e milizia sindacale. Come risultato dello sciopero, il GDL è riuscito a reclutare altri 4.000 iscritti.

DB non ha quindi avuto problemi a ricevere il sostegno del governo e dei media borghesi. C’è anche la possibilità che le elezioni di settembre portino a un cambio di governo, col partito di “sinistra” nella coalizione, la SPD, a dominare in una nuova costellazione multipartitica.

Questo è anche il motivo per cui DB sta perseguendo la via legale, sperando di citare il GDL per danni. La direzione della SPD ha fatto sapere che vuole attenersi alla legge attuale, che limita le azioni di sciopero e fornisce un inquadramento per le trattative salariali annuali, che già è una camicia di forza sulla classe operaia.

Nel frattempo il capo del GDL, Claus Weselsky – membro del partito conservatore al governo, la CDU – sta affannosamente cercando un compromesso, temendo di perdere il controllo della base del sindacato.

I media però riferiscono che c’è una certa pressione della base per uno sciopero ad oltranza. Per questo i dirigenti sindacali e della DB stanno urgentemente cercando di presentare un compromesso ai lavoratori.

 

 

 

 


I camionisti nel Regno Unito lottano contro i bassi salari e le loro condizioni

Il 23 agosto gli autisti di mezzi pesanti (HGV) che lavorano per molte ditte hanno organizzato, attraverso un gruppo su Facebook, uno sciopero in tutto il Regno Unito, tra le proteste dei padroni della logistica, dei grossisti, dei dettaglianti e dei media borghesi per le interruzioni nell’approvvigionamento delle merci. Ma l’azione è proseguita, contrariamente alle affermazioni dei media che era stata annullata. Chi abbia tentato questo sabotaggio dello sciopero non è chiaro, ma comunque è stato nell’interesse dei padroni.

Sul loro gruppo Facebook i camionisti sistematicamente sbugiardano la stampa scandalistica che li accusa d’esser ben pagati e trattati.

Il motivo per cui mancano i camionisti è fin troppo evidente a quei lavoratori. Per decenni i salari sono stati abbassati e le condizioni peggiorate in ogni modo possibile, tanto che il 46% di chi ha la patente per condurre veicoli pesanti sceglie di cambiare lavoro. Questo è un problema per il capitalismo in tutta Europa, anche se è diventato acuto in Gran Bretagna a causa dei camionisti provenienti da continente che, tornati a casa durante la pandemia, non possono rientrare a causa delle regole sull’immigrazione post-Brexit

Durante lo sciopero è stato mobilitato il personale dell’esercito e si è perfino proposto di utilizzare i carcerati muniti di patente appena usciti di prigione.

Nel frattempo il sindacato Unite ha sospeso lo sciopero pianificato degli autisti della GXO Logistics, che effettuano il 40% delle consegne di birra nel Regno Unito. Chiede un irrisorio aumento salariale del 4%: tolte le tasse e le quote per la previdenza, l’aumento sarà ben al di sotto dell’inflazione. Questa diserzione è stata accolta con rabbia e derisione nel gruppo Facebook degli scioperanti, con molti commenti su come i sindacati di regime li hanno a lungo ignorati e sono stati inutili per i camionisti.

Più tardi, in questa crisi degli approvvigionamento, è stato possibile per Unite spuntare un aumento salariale del 30% per i lavoratori della Argos di Manchester, un bel risultato accolto con entusiasmo e a conferma che simili dirigenti sindacali cederanno solo quando ve ne saranno costretti.

Successivamente, il 23 settembre, si è saputo che la BP stava avendo difficoltà a rifornire le stazioni di servizio di benzina e diesel. Gli automobilisti, sentite le storie allarmanti sugli scaffali vuoti nei supermercati, sono corsi a riempire i serbatoi, esaurendo tutte le scorte. Anche se non c’era carenza di carburante la rete della catena di approvvigionamento just-in-time è collassata. Inoltre è nella natura del capitalismo che i singoli borghesi cerchino di sfruttare la situazione, contribuendo ed esaltando la instabilità di tutto il sistema. Per esempio, nel bel mezzo della crisi del carburante la seconda più grande raffineria del Regno Unito ha dichiarato di essere “sull’orlo del collasso”, per indurre il governo a fare delle concessioni fiscali. Questo ha aggiunto panico al panico.

Alcune compagnie hanno offerto salari più alti e premi di ingaggio per gli autisti. Tuttavia, per lo più questo sposta solo il problema: i lavoratori si spostano da un lavoro mal pagato ad uno poco meno mal pagato, da un settore, ad esempio la raccolta dei rifiuti o il servizio antincendio, a un altro, le consegne al supermercato.

In un’inversione a U sulla sua politica anti-immigrazione, il governo si è affrettato a proporre 5.000 visti temporanei riservati ai camionisti europei. Ma questi dovrebbero tornarsene a casa entro Natale. Edwin Atema, del sindacato olandese FNV, ha riassunto la situazione: «I nostri lavoratori non vi andranno con un visto a breve termine per aiutare il Regno Unito a uscire dalla merda che ha creato». Infatti ai camionisti non basta pagarli, hanno bisogno di trovare un alloggio temporaneo, se non vogliono dormire per settimane e settimane nelle loro cuccette col mezzo parcheggiato sulla strada o in ostelli economici.

Il prossimo sciopero degli autisti è stato indetto per il 5 novembre, festa nazionale tradizionalmente celebrata nel Regno Unito, “Guy Fawkes Night”, con falò e fuochi d’artificio.

Il governo ha reagito allo sciopero nel senso opposto a quanto chiesto dai lavoratori. Intanto ha allentato le regole di sicurezza. Ha aumentato il limite di ore alla guida, rendendo più frequenti i casi di addormentarsi al volante. Ha proposto di rendere poi facile l’abilitazione alla guida di mezzi pesanti. Ha revocato il divieto di fare inversione per gli autoarticolati e di disaccoppiare la cabina, con aumento del rischio di incidenti e un pericolo per i conducenti stessi. Inoltre il Ministero dei Trasporti sta imponendo ai centri per le patenti di esaminare (e approvare) un numero maggiore di candidati al giorno, tanto che il 24 settembre, per protesta contro il loro maggiorato carico di lavoro, il 92% dei voti dell’80% degli iscritti al Sindacato dei servizi pubblici e commerciali (PCS) ha appoggiato lo sciopero dei camionisti.

 

 

 

 


Un’altra grande mobilitazione dei siderurgici in Sud Africa

Giungono notizie di un forte sciopero, iniziato il 5 ottobre scorso, in Sud Africa che ha coinvolto, secondo alcune fonti, più di 150.000 lavoratori della siderurgia. Le loro rivendicazioni riguardano un aumento dei salari.

Lo sciopero a tempo indeterminato fino all’ottenimento di quanto richiesto, è stato indetto dalla National Union of Metal Workers of South Africa (NUMSA), che era la più grande federazione di categoria del COSATU, la confederazione sindacale di regime, da cui si è distaccata nel 2014.

Fin dal primo giorno di sciopero migliaia di lavoratori hanno riempito le strade di Johannesburg e di altre città in potenti manifestazioni.

I padroni non sono rimasti a guardare. A Boksburg North, 50 chilometri a est di Johannesburg, hanno sguinzagliato le loro guardie di sicurezza private che hanno sparato e ferito un lavoratore in sciopero. Altri scontri contro gli scioperanti sono avvenuti a Booysens, a sud di Johannesburg, dove la polizia ha aperto il fuoco con proiettili di gomma su un gruppo di lavoratori che manifestava davanti a una fabbrica.

Questi scioperi si sono estesi in cinque delle nove provincie del Sud Africa, e dovrebbero arrivare a coinvolgere fino a 300.000 lavoratori, organizzati dal Numsa e da altri sindacati alleati.

Le richieste dei lavoratori sono di un aumento del salario dell’8% nel primo anno e di un altro 2% nei prossimi due anni, più il tasso di inflazione (tenendo conto che il tasso ufficiale di inflazione dei prezzi al consumo nell’agosto scorso era del 4,9%): si arriverebbe al 22% di aumento in tre anni.

I padroni della Federazione sudafricana delle industrie dell’acciaio e dell’ingegneria (SEIFSA) hanno risposto con un’offerta di aumento del 4,4% per il 2021, più 0,5% oltre il tasso dell’inflazione nel 2022 e più 1% nel 2023.

Per questo motivo lo sciopero continua e pare sia del 100% nelle acciaierie e negli stabilimenti metallurgici di tutto il paese, tanto che il direttore esecutivo della National Association of Manufacturers of Automotive Components and Allies, Renai Moothilal, ha fatto sapere che l’industria automobilistica sarà presto colpita.

L’industria automobilistica impiega direttamente 110.000 lavoratori in Sud Africa e rappresenta quasi il 7% del PIL del paese, mentre la siderurgia insieme alla metallurgia pesa quasi per il 15% del PIL, circa 44 miliardi di dollari. Il più grande produttore di acciaio è la ArcelorMittal.

I siderurgici in sciopero avranno l’aiuto concreto di milioni di lavoratori che parteciperanno a una giornata di sciopero indetta dal Congresso dei sindacati sudafricani (COSATU), per fare pressione sul governo dell’African National Congress.

Probabilmente con questo sciopero il COSATU cercherà di dar sfogo a quello che si prospetta un movimento in crescita della classe operaia sudafricana. Come sappiamo ci sono stati disordini diffusi a luglio, innescati dalla detenzione dell’ex presidente Jacob Zuma, ma alimentati dalla crescente rabbia della classe operaia per l’aumento dei prezzi, la crisi per la pandemia di coronavirus e da decenni di promesse non mantenute dal regime borghese dell’ANC.

Bheki Ntshalintshali, segretario generale del COSATU, ha dichiarato che l’obiettivo dello sciopero è chiedere «un’azione urgente da parte dei responsabili delle politiche governative e dei funzionari del settore privato per porre fine agli attacchi mirati contro i lavoratori». Bheki, inoltre, lamenta che le aziende che avevano ricevuto incentivi finanziari dal governo per la pandemia di Covid stavano «accaparrando o esportando denaro fuori dal paese» piuttosto che investirlo in Sudafrica.

Le solite richieste illusorie dei sindacati di regime che danno a credere che la condotta dei capitalisti possa essere regolamentata a favore della classe operaia. Il COSATU insieme all’African National Congress e allo stalinista Partito Comunista Sudafricano fanno parte del governo.

È ancora vivo in noi il ricordo dei 34 minatori massacrati degli sgherri dei padroni a Marikana nel 2012, in uno sciopero in cui cui la federazione dei minatori del COSATU, la NUM, agì apertamente a favore del crumiraggio.  

 

 

 


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La montante crisi spinge il capitalismo al riarmo e alla guerra

Il Covid-19, come abbiamo più volte ricordato, non ha provocato la crisi economica ma l’ha aggravata, eccitando la tensione tra gli imperialismi. La crisi del commercio mondiale provocata dalla pandemia, la cosiddetta rottura delle catene produttive con la penuria di alcuni componenti indispensabili alla produzione, come i semiconduttori, e di alcune materie prime come le terre rare, la contesa per la produzione e la distribuzione dei vaccini, le reciproche accuse di responsabilità sul diffondersi del virus, ecc. hanno reso evidenti i contrasti tra gli Stati e le loro debolezze.

La crisi economica che si approssima sarà più devastante di quella del 2009 e si verificherà in questo contesto di crescente tensione internazionale. Da qui la tendenza degli Stati ad aumentare il loro impegno per il riarmo, nonostante i problemi di bilancio derivanti dal regresso nella riproduzione del capitale.

Questa tensione globale è stata confermata, a giugno, dal primo viaggio all’estero del nuovo presidente statunitense Biden per partecipare al G7 in Cornovaglia e successivamente al vertice della Nato del 14. Obbiettivo di Biden era annunciare che “gli USA sono tornati” e ricompattare l’alleanza con i maggiori Paesi industrializzati per opporsi alle minacce provenienti soprattutto dalla Cina e dalla Russia. Ma le cose non sono andate secondo i suoi desideri.

Nemmeno il successivo vertice del G8, cui hanno partecipato Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Giappone, Canada, Stati Uniti e Unione Europea e, a dimostrazione dell’interesse spostato verso il Pacifico, cui sono stati invitati Australia, India, Corea del Sud, Sudafrica e sultanato del Brunei, presidente di turno dell’Asean, non ha dato i risultati sperati, cioè quella unanimità sotto l’ombrello statunitense che Washington si riproponeva di ottenere. Nonostante l’inesistenza di una politica estera comune della UE, ha messo in evidenza le divergenze tra gli USA e i maggiori Stati europei.

La Germania, forte dei suoi legami economici con la Cina, prima destinazione delle sue esportazioni, ha dichiarato che «è meglio essere a favore di qualcosa che contro», e anche la Francia non è parsa disposta a seguire gli USA in questa nuova guerra fredda contro la il gigante d’Asia.

In risposta a questi vertici, la Cina ha affermato che sono finiti i tempi quando «un piccolo gruppo di Paesi poteva decidere i destini del mondo». Nel frattempo, con l’approvazione ufficiosa del governo, è circolata sui canali digitali una vignetta, che imitando l’affresco di Leonardo da Vinci “L’ultima cena”, raffigura diversi animali, a rappresentare ognuno una delle potenze mondiali, intenti a trasformare carta igienica in dollari e a spartirsi una torta a forma di Cina. Il posto centrale è occupato dall’aquila americana. Prove di guerra fredda in preparazione di quella “calda”.

Le diverse visioni strategiche in campo occidentale sono venute fuori anche nel successivo vertice Nato. Gli USA hanno imposto la loro agenda dedicando buona parte del documento finale alla condanna della Russia e allargando l’azione dell’Alleanza fino all’Oceano Pacifico e ai confini della Cina. Nulla è invece stato deciso per quanto riguarda il vicino e sempre più caldo Mediterraneo. Nello stesso documento, dopo accese trattative, si è dichiarato che la Cina rappresenta una “sfida sistemica” per l’Occidente, nonostante Washington desiderasse che essa venisse definita apertamente come “un avversario”.

Ma i contrasti esistenti tra gli Alleati della Nato sono apparsi in piena luce con il precipitoso ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan, dopo accordi stipulati dalla diplomazia di Washington con i talebani, escludendone sia il governo ufficiale afghano che gli altri Paesi coinvolti nel conflitto. La fulminea presa di Kabul e la dissoluzione dell’esercito regolare afghano hanno mostrato apertamente l’intrinseca debolezza della strategia americana e la sua determinazione a salvaguardare i propri interessi anche a danno di collaboratori e alleati.

Ultimo tassello a conferma delle divergenze tra gli Stati Uniti e i Paesi europei è stato rappresentato dal varo della nuova alleanza tra Washington, Londra e Camberra in funzione anticinese, l’Aukus di cui si parla in altra parte del giornale.

Questi fatti hanno dimostrato che il motto repubblicano “l’America prima di tutto”, è stato perfettamente e necessariamente recepito dalla nuova amministrazione democratica che, posta davanti alla sfida di Pechino, ha messo al centro della sua strategia il mantenimento del controllo sull’Oceano Pacifico a detrimento però dell’Alleanza Atlantica.


Nonostante la crisi la spesa continua a crescere

I dati sulla spesa militare mondiale pubblicati ad aprile 2021 dall’Istituto Internazionale per gli Studi Strategici di Londra e dall’Istituto Internazionale di Ricerca per la Pace di Stoccolma confermano che queste tensioni diplomatiche e commerciali hanno spinto la maggior parte dei principali Stati ad espandere la spesa militare. Gli Istituti concordano infatti nelle loro analisi che nel 2020, nonostante l’acuirsi della crisi economica e il diffondersi della pandemia, la spesa ha registrato un netto aumento nell’insieme mondiale, a differenza di quanto era successo nella precedente crisi del 2009.

Secondo i calcoli dell’Iiss nel 2020, mentre è calata del 3,5% la produzione economica globale, c’è stato un aumento del 3,9%, in termini reali, della spesa mondiale in armamenti. In proporzione al PIL, si è passati dall’1,85% nel 2019, al 2,08% nel 2020. In valori assoluti si sarebbero superati i 1.830 miliardi di dollari.

Secondo le stime del Sipri, il PIL globale sarebbe diminuito del 4,4% mentre la spesa militare mondiale sarebbe aumentata del 2,6%, raggiungendo addirittura i 1.981 miliardi di dollari. L’aumento sarebbe il maggiore dal 2009, al precipitare dell’ultima crisi economica globale.

Bisogna prendere atto che il regime del capitale, nella sua catastrofica e distruttiva fase imperialista, nonostante la crisi economica e sanitaria, spende sempre più soldi in cannoni e sempre meno in “burro”. Noi marxisti non ce ne stupiamo.

Nel 1915, dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, Lenin fece nostra la celebre frase del generale Von Clausewitz, «la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi». Il concetto potrebbe essere precisato affermando che la guerra è anche la continuazione con altri mezzi, con mezzi violenti, dell’economia, del commercio, della finanza. Il militarismo è parte inseparabile del capitalismo e illusione è in regime capitalistico ipotizzare la possibilità di una pace universale, di una collaborazione di lungo periodo tra gli Stati. Per il regime del Capitale non esiste altra via di uscita dalla crisi economica che la guerra, la distruzione generalizzata e programmata di merci e mezzi di produzione, compresi milioni di proletari, per “ringiovanirsi” e iniziare un nuovo ciclo di accumulazione. Così è avvenuto con la prima e, ancor più, con la seconda guerra imperialista. Da questa consapevolezza deriva il fatto che nei programmi dei centri decisionali degli apparati militari dei vari Stati c’è la richiesta di enormi disponibilità per mantenere le forze armate efficienti e pronte all’impiego.

La dimensione della spesa riflette naturalmente la gerarchia di potenza a livello mondiale.


Gli Stati Uniti dominano, ma la Cina segue

Sono ancora gli Stati Uniti a distanziarsi con un impegno di gran lunga maggiore di tutti gli altri Stati mantenendo e rafforzando il loro formidabile arsenale. Nel 2020 la spesa militare statunitense è cresciuta per il terzo anno consecutivo dopo sette anni di leggera diminuzione. Ridotta a causa della crisi del 2009, non è però ancora tornata ai massimi di allora: nel 2009 e 2010 era al 4,9% del PIL, in seguito è scesa fino al 3,3% del 2017 e del 2018, per risalire poi al 3,4% del 2019 e al 3,7% del 2020. Quest’anno la spesa ha superato i 778 miliardi di dollari, con un aumento del 4,4% rispetto al 2019. È uno sforzo teso a confermare il controllo sull’intero pianeta e a mantenere la superiorità strategica in primo luogo nei confronti della Cina, individuata come primo avversario globale.

La spesa militare statunitense da sola contribuisce al 39% del complessivo mondiale. E questo succede almeno dal 1989, anno del disfacimento dell’URSS. Nonostante tutti gli scricchiolii e le posizioni perse nel campo economico, finanziario e commerciale, gli Usa mantengono una netta supremazia nel settore militare.

Ma la loro supremazia viene da lontano. Già nel 1931, in piena depressione economica, Trotski in una intervista al “Manchester Guardian” osservava: «La preponderanza potenziale degli Stati Uniti sul mercato mondiale è molto più grande di quanto non fosse quella britannica nei giorni più splendenti della sue egemonia mondiale, grosso modo nei tre quarti del secolo scorso. Questa forza potenziale dovrà inevitabilmente trasformarsi in forza cinetica e un giorno il mondo sarà testimone dell’esplodere dell’aggressività americana in ogni settore del nostro pianeta. Lo storico del futuro scriverà nei suoi libri: “La famosa crisi del 30-33? Fu una svolta nell’intera storia degli Stati Uniti, in quanto impose una tale riconversione delle mete spirituali e politiche da trasformare la vecchia dottrina Monroe “L’America agli Americani” in quella “Il mondo intero agli Americani”».

Il secondo Paese che spende di più in armamenti è la Cina, che nel 2020 vi ha investito 252 miliardi di dollari, circa un terzo degli Stati Uniti in valore assoluto. Questa spesa corrisponde all’1,7% del PIL cinese contro il 3,7% degli USA. Dopo alcuni anni in cui la spesa di Pechino in valori assoluti aveva subito incrementi del 4-5% ogni anno, nel 2020 è aumentata di circa il 2%. Secondo il Sipri: «La continua crescita della spesa cinese è in parte dovuta ai piani di espansione e modernizzazione militare a lungo termine del paese, in linea con il desiderio dichiarato di mettersi al passo con le altre principali potenze militari». La Cina infatti, tradizionalmente una potenza continentale, ha ormai espresso chiaramente la volontà di contrastare la posizione dominante degli Stati Uniti e dei loro alleati nel Pacifico, l’Oceano su cui si aprono i suoi porti e attraverso cui il Paese scambia la maggior parte delle merci. Pechino aspira al ruolo di massima potenza economica ma i suoi capitalisti hanno la consapevolezza che l’acquisizione di quel ruolo non potrà avvenire se non riuscirà a competere con le altre potenze sul piano militare, e con gli USA in primis. Per questo la Cina sta dedicando grandi risorse a rafforzare soprattutto la marina, l’aeronautica e l’arsenale missilistico.


Distanti le medie potenze

A distanza rispetto ai due principali imperialismi seguono quelle che potremmo definire potenze regionali, l’India (72,9 miliardi di dollari); la Russia (61,7), la Gran Bretagna (59,2), l’Arabia Saudita (57,5), la Germania e la Francia (rispettivamente con 52,8 e 52,7) e infine il Giappone (48,1) e la Corea del Sud (46,0).

Da notare, nel leggere questa classifica, come l’India, nonostante competa con la Cina per numero di abitanti e nonostante disponga dell’arma atomica, sul piano militare rappresenta ancora una media potenza e, soprattutto, dipendente dall’importazione dall’estero per i principali sistemi d’arma, anche se negli ultimi anni sta facendo grandi sforzi per raggiungere l’autonomia in diversi settori, soprattutto nell’esercito e l’aeronautica, meno nella marina.

La Russia ha ridotto la sua spesa militare dal 3,9% del 2009 al 3,4% del 2011, per poi risalire al 5,4% del 2016. In seguito ha subito una nuova flessione fino al 3,7% del 2018 e al 3,8% nel 2019 per crescere al 4,3% nel 2020. Nonostante la spesa sia rilevante rispetto al PIL, in valori assoluti resta paragonabile a quella di una media potenza, smentendo la retorica patriottica putiniana che ambirebbe a ripristinare i fasti “imperiali”. Mosca dispone comunque di una tradizione, di legami diplomatici, di un livello tecnologico e di una rete di industrie militari che le consentono di stare al secondo posto, a livello mondiale come esportatrice di armamenti, superata solo dagli Stati Uniti.

L’Arabia Saudita negli ultimi tre anni, nonostante stia conducendo una sanguinosa, e costosa, guerra in Yemen, ha diminuito assai la spesa in armamenti, anche a causa della caduta del prezzo del petrolio che ha decurtato le entrate dello Stato. Questo ha permesso alla Gran Bretagna, che invece ha continuato a spendere sempre di più, di guadagnare il terzo posto nel gruppo, distaccando Francia e Germania.

Da rilevare come la Francia, nonostante la relativa modestia della spesa, l’anno scorso ha guadagnato il terzo posto nella classifica mondiale degli esportatori di armi.

Ovviamente tutti i paesi esportano senza scrupoli nonostante dichiarino di condizionare le vendite al rispetto dei “diritti umani” da parte degli acquirenti: non per nulla uno degli Stati che risulta fra i maggiori acquirenti è l’Egitto. Pecunia non olet!

Il Giappone è impegnato in un notevole processo di riarmo che riguarda soprattutto la flotta. Il governo a questo scopo intende superare il precedente limite dell’1% del PIL per la spesa militare. Inoltre recentemente è stato tolto ogni vincolo legislativo all’esportazione di armi. Tokyo in questa fase costituisce l’alleato principale degli Stati Uniti nel contrasto alla Cina.

Anche la Corea del Sud è impegnata in un deciso processo di riarmo, accelerato negli ultimi anni, anche sotto la spinta degli USA, per tenere a bada sia la Corea del Nord sia la Cina. Anche Seul sta cercando di ridurre la dipendenza dalle importazioni adottando sistemi d’arma di costruzione nazionale che pare abbiano dato ottimi risultati sia in campo aeronautico sia marittimo.

La spesa complessiva per i dieci Stati finora citati è di circa 1.464 miliardi di dollari, il 74% della spesa militare globale.


Minori ma ben armati

Dopo i due principali, si posiziona un terzo gruppo di potenze che possiamo definire minori: l’Italia (28,9 miliardi di dollari), l’Australia (27,5), il Brasile (25,1), il Canada (22,7), Israele (21,7), la Turchia (17,7). Il Sipri non ha dati disponibili per gli Emirati Arabi Uniti ma certamente si posizionano in questo gruppo.

Questi tre gruppi di potenze, 17 Stati in tutto, coprono circa l’82% della spesa militare mondiale.

Possiamo dunque confermare quanto scriveva Lenin un secolo fa: un piccolo gruppo di Stati imperialisti e militaristi domina il mondo.


Per l’antimilitarismo e l’antibellicismo di classe

Ma l’entità della spesa in armamenti, il numero delle navi degli aerei o dei soldati, non bastano a definire la effettiva forza bellica di uno Stato.

Alla fine degli anni ‘80 del secolo scorso abbiamo assistito, senza che sia stato sparato un solo colpo di cannone, allo sfaldamento di uno degli eserciti più potenti al mondo, quello dell’Unione Sovietica, che il nuovo Stato russo ha dovuto ricostituire quasi interamente. Dei circa 3,4 milioni di soldati sovietici solo circa 2,7 milioni entrarono infatti nelle file delle forze armate russe, per poi essere ridotti a circa un milione alla fine del secolo mentre un immenso armamento veniva abbandonato.

Le Forze Armate sono efficienti se lo Stato funziona, se funziona l’economia e la politica, se la società nel suo complesso le sostiene. Per questo la borghesia dà tanta importanza alla propaganda in favore dei militari cercando di mascherarne la funzione di difesa dello Stato borghese, e per questo è così importante l’azione del partito comunista e dei sindacati di classe nell’opporsi nettamente al militarismo e alla guerra, soprattutto rifiutando ogni collaborazione di classe per la difesa della patria borghese e della sua economia nazionale.

Dopo la caduta dell’impero “sovietico” e la drastica riduzione della spesa militare della Russia e dei Paesi satelliti, anche gli Stati Uniti iniziarono a ridurre la spesa, che scese dal 6,1% del PIL del 1988 al 3,1% del 2001. Questa temporanea riduzione del dispendio in armi delle allora due maggiori potenze fu utilizzata dalla sinistra borghese e dal movimento pacifista per seminare l’illusione che una guerra generale fosse ormai scongiurata per sempre che e si stava aprendo un’era di relazioni pacifiche tra gli Stati. Questa illusione reazionaria durò poco, e adesso gli USA definiscono nuovamente la Russia come un nemico, dichiarano apertamente che la Cina rappresenta l’avversario strategico globale, e Mosca e Pechino rispondono per le rime. Gli stessi partiti della “sinistra” parlamentare vantano il loro nazionalismo e incitano al riarmo, come ha fatto di recente il capo del Labour Party in Gran Bretagna, magari giustificandolo con la lotta contro il “terrorismo”, con la protezione dell’economia nazionale e con la difesa dei posti di lavoro nell’industria bellica.

È solo il proletariato, organizzato e cosciente di sé, inquadrato nei suoi sindacati di classe e con la guida del suo partito, che può opporsi al militarismo e alla guerra imperialista preparando la sua guerra di classe contro il regime del Capitale.

 

 

 

 


Tornando sull’assalto al Campidoglio a Washington
Scontro fra gang borghesi, isteria elettorale e ipocrisia democratica

Molto è stato scritto in merito ai fatti che hanno caratterizzato la fine della presidenza Trump e l’inaugurazione di quella Biden, 46° presidente degli Stati Uniti d’America. Autori e intrattenitori si sono precipitati negli studi televisivi per parlarne all’infinito e in tutti gli accenti. Con “rivelazioni” varie riguardo la “rivolta” del 6 gennaio e l’assalto al Campidoglio ogni democratico è arrivato alla terrificante conclusione che la Costituzione degli Stati Uniti fu allora “appesa a un filo”, che lo Stato legittimo e perfino il “modo di vivere americano” furono minacciati e che avrebbero potuto finire quello stesso giorno.

I fatti del 6 gennaio appaiono sì un evento abnorme secondo i riti della borghese liturgia elettorale: un capo di Stato uscente fa appello ai suoi sostenitori per invadere la sessione parlamentare dei rappresentanti eletti dove si stanno certificando i risultati della sua sconfitta. Il motivo addotto era che la vittoria elettorale sarebbe stata “rubata” con mezzi fraudolenti.

Quindi Trump non nega il principio democratico e al risultato autentico del voto si appella. Per noi comunisti i risultati elettorali sono sempre e comunque fraudolenti.

Trump non è stato certo il primo a manipolare i votanti, sostituendo i dirigenti delle varie agenzie governative, con indagini sul Dipartimento di Giustizia, ecc, ecc. Sono questi solo alcuni dei metodi ben consolidati da sempre per condizionare l’affluenza degli elettori alle urne. Una è la nota pratica del Gerrymandering che confinò i cattolici nell’Ulster in loro circoscrizioni elettorali al fine di mantenere la maggioranza protestante nel Parlamento dell’Irlanda del Nord. Una pratica simile è stata a lungo usata negli Stati Uniti per ridurre il numero di deputati non bianchi al Congresso. Altro imbroglio praticato in Australia, già sperimentato negli USA e poi importato nel Regno Unito, approvvigionava di piccole corruttele alcune fasce della popolazione in certe aree marginali per comprarne il voto.

Le campagne elettorali costano ormai cifre spropositate per finanziare il convincimento mediatico con sottili metodi di imbonimento: nel 2016 l’apparato elettorale della Clinton si dimostrò perdente, surclassato da quello di Trump, che meglio utilizzava internet e, dicono, approfittava dell’aiuto di Mosca.

Le elezioni le vince sempre chi deve vincerle: un rappresentante della classe dominante, e il personaggio scelto dalla classe dominante.

Quindi non è da escludere che sia vero che la borghesia americana abbia voluto “rubare” la vittoria elettorale dalle mani di Trump. Si facevano sentire diffuse critiche dei capitalisti di vari rami d’industria ed era evidente un certo disagio di settori della borghesia davanti alla politica dell’amministrazione Trump. Tanto che la classe dominante americana ha speso per la campagna di Biden tre volte tanto che per quella di Trump, uno squilibrio senza precedenti: chiara espressione del sostegno delle imprese in generale per il candidato democratico, che meglio garantiva, stavolta, l’imbonimento sociale. D’altra parte lo Stato americano e le sue istituzioni esistono per rappresentare e proteggere gli interessi di tutta la classe capitalista (nella misura in cui ciò è possibile) piuttosto che quelli di un gruppo di speculatori immobiliari che si atteggiano a squilibrati.

Trump e il suo “esercito MAGA”, Make America Great Again, hanno provato ad opporsi alla sconfitta. Avrebbe dovuto avere luogo una “Million MAGA March” su Washington, una manifestazione “Stop The Steal” fuori dalla Casa Bianca. Ma quella grande folla, con mobilitazione di milizie e carovane di patrioti, non si è poi materializzata. Tuttavia i discorsi infuocati, la marcia sul Campidoglio, la sua invasione e parziale occupazione sono stati ugualmente per intero trasmessi in televisione.

Le forze di sicurezza hanno messo al sicuro il vicepresidente e i membri del Congresso e assistito passivi allo svolgersi degli eventi. Dopo ore di disordini i manifestanti si sono ritirati, avendo danneggiato parte dell’edificio, saccheggiato alcuni trofei e scattato selfie e registrati video, che l’FBI avrebbe poi usato per identificare molti tra loro.

I militari hanno quindi preso il controllo della situazione, Donald Trump e famiglia sono stati fatti uscire (dalla porta posteriore) e si è messa su la presidenza Biden. Lo Stato americano e le sue istituzioni avrebbero “ceduto” un istante, ma infine “retto”. Lo spietato regolamento di conti fra bande borghesi, formalmente, è così rientrato ancora una volta nell’alveo costituzionale. Le forme della democrazia sono salve. L’FBI, il cui capo era stato licenziato, ha iniziato a “indagare”, più di 500 tra i manifestanti sono stati arrestati e denunciati e alcuno già condannato.

Trump ha continuato nel tentativo di invalidare le elezioni, ma i tribunali hanno sistematicamente respinto ogni ricorso. Gli avvocati che si erano fatti carico di queste cause sono stati sospesi dalla professione, alcuni minacciati di radiazione dall’ordine e in generale tutti dovranno infine pagare danni e spese processuali.

I capitalisti americani hanno risolto, come si usa fra borghesi, anche questa loro ultima seccatura.

 

 

 

 

 

 


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Una dottrina e un metodo che già nell’oggi indicano alla classe operaia la sua comunistica negazione
Riunione internazionale del partito
In video-conferenza, 24-26 settembre
[RG141]
 

Abbiamo visto il partito riunito per il suo periodico incontro generale di lavoro negli ultimi venerdì, sabato e domenica di settembre. Come concordato nella fitta corrispondenza che lega tutti i nostri gruppi, alla convocazione del centro ha risposto la gran parte dei compagni, residenti in Italia, Stati Uniti, Venezuela, Germania, Francia, Gran Bretagna, dei Balcani e di più paesi asiatici.

Per consentire la partecipazione contemporanea alle sedute ne abbiamo spostato l’orario dalle 17 alle 23 ora italiana. Ogni relatore si è espresso nella lingua nella quale riteneva di essere più comprensibile, ma ai compagni era stata messa a disposizione la traduzione scritta dei rapporti in italiano, inglese e spagnolo per, scorrendo la quale, aiutarsi nell’ascolto. Invece durante le sedute organizzative abbiamo dato traduzione immediata di quanto i compagni venivano dicendo.

La nostra sezione di Genova, riunita, si è collegata direttamente dalla locale sede del partito, avendone predisposta la necessaria attrezzatura.

Nonostante questa nuova immateriale tecnica di vederci e parlarci, e nonostante la barriera delle lingue, i lavori si sono svolti nel migliore dei modi, rispettandone pienamente il corposo piano prestabilito, senza imprevisti e nella massima, naturale e spontanea, disciplina. Come deve essere per un partito che ha tanto da studiare, lavorare, propagandare, eccetera, e poco da “decidere”.

A rinfrancare la tensione e l’impegnativa comprensione e assimilazione dei tanti argomenti, abbiamo interrotto ogni seduta per due brevi pause.

 
Questo l’ordine dei lavori:

Venerdì
Resoconto del lavoro dei gruppi e delle sezioni, coordinamento, pianificazione e organizzazione delle iniziative per i prossimi mesi.
Sabato
Il concetto e la pratica della dittatura: Il fronte unico
Storia dell’Afghanistan, Fino alla cacciata degli inglesi
Pakistan: I rapporti con i talebani - La condizione operaia
Corso della crisi economica mondiale
Rivoluzione in Ungheria: Ritorno del terrore borghese
La guerra civile in Italia 1919-22: La battaglia di Novara
La questione militare: Il trattato di Brest-Litovsk
Gli effetti della pandemia sulla classe operaia negli Usa
Domenica
Origini del Partito Comunista di Cina: L’intervento nei sindacati
L’attività sindacale del partito
Gli eserciti rossi nella rivoluzione in Germania: La repubblica sovietica di Baviera
Il riarmo degli Stati: Il commercio di sistemi d’arma
Movimento omosessuale e comunismo, brevi note cronologiche
Riepilogo degli impegni di lavoro e conclusioni del centro


La guerra civile in Italia 1919-22: La battaglia di Novara

Il disegno di far occupare alle bande fasciste il territorio nazionale si muoveva seguendo uno studiato e attuato piano militare.

Nel 1920, la presa di Bologna, che rappresenta la chiave dell’Emilia e di tutta la pianura del Po, fu scelta come azione di partenza per l’occupazione del settentrione d’Italia. Da lì il fascismo si irradiò conquistando Ferrara e Modena, penetrò il Polesine, aggirò il reggiano facendolo capitolare, e così via. La conquistata pianura del Po servì da base di operazioni per costituire teste di ponte a collegare i diversi settori regionali e far incombere sopra intere regioni la minaccia di una distruttiva invasione.

Naturalmente lo scopo era di raggiungere il centro politico dell’Italia, Roma, ma nessuno prevedeva di mandare al governo i fascisti manu militari, la conquista avrebbe dovuto essere quanto più consensuale fra i borghesi. Ma questa si sarebbe potuta imporre solo dopo avere assoggettato, stavolta sì manu militari, tutti i centri in cui il proletariato non era ancora stato ancora vinto e la sua resistenza fiaccata.

Infatti – siamo nel luglio 1922 – tra poco meno di quattro mesi lo Stato liberal-democratico consegnerà il potere al fascismo.

Il fascismo si sentiva ormai talmente forte da portare il suo attacco nel cuore nelle maggiori roccaforti proletarie. Suo obiettivo era di penetrare il triangolo industriale del Nord Ovest, Milano-Torino-Genova, con una formidabile concentrazione operaia. Con l’occupazione della rossa Novara vi avrebbe aperto un varco.

Nel Novarese già dall’inizio del 1921 colpi di mano e azioni terroristiche fasciste si susseguivano con un ritmo crescente: distruzioni e incendi di circoli proletari, sedi di partito, attentati e uccisioni di esponenti politici, anche se il proletariato seppe sempre difendersi.

In risposta gli organi locali dei sindacati e del Partito Socialista non seppero far altro che appellarsi all’autorità statale perché la provincia venisse salvata dalla violenza fascista: le altre fossero pure sommerse dal ferro e dal fuoco! Ma il vero timore del bonzume sindacale e socialdemocratico era che i proletari rispondessero alla violenza con la violenza e si rendessero conto del ruolo classista delle autorità statali. Come sempre, rievocando le eroiche resistenze del proletariato, oltre a ricordare gli episodi di lotta, ci preme mettere in evidenza l’infame tradimento ai danni del proletariato perpetrato dalla Confederazione sindacale e dal Partito socialista.

Oltre a questo, nel caso di Novara, dovremo pure spendere alcune parole su certe iniziative autonomamente prese da alcuni compagni torinesi in contrasto con le direttive del partito e a sua insaputa, prova che l’ordinovismo non era ben integrato nel partito, a cui pure aveva liberamente aderito.

Alfonso Leonetti ricorderà come i torinesi avessero allora preso contatto sia con Serrati, per il Partito Socialista, sia col capitano Giulietti, per le organizzazioni operaie di Genova, al fine di concordare un’azione unitaria per le tre regioni: Piemonte, Liguria e Lombardia. Dovrà però ammettere che, nonostante le assicurazioni ricevute, alla prova dei fatti, abbandonati da questi e da quelli, i lavoratori del Piemonte si trovarono ancora una volta soli a sostenere la difficile “battaglia di Novara”.

Forse gli ordinovisti torinesi erano all’oscuro della incessante opera svolta dal loro partito per l’unità d’azione della classe operaia? Non avevano abbastanza chiara l’opera controrivoluzionaria e traditrice, di vero sostegno alla reazione fascista, dei bonzi sindacali e socialisti? Cosa avrebbero potuto sperare dai loro contatti clandestini con simili traditori?

Ma gli ordinovisti, toccato con mano che i loro approcci con i dirigenti della CGL e del PS non portavano che alla sconfitta, andarono a cercare alleanze in aperto campo borghese. Presero contatto sia con il cattolico Partito Popolare sia con i giolittiani nel tentativo di attuare, con questi raggruppamenti borghesi, un “fronte unico” antifascista, con quel Giolitti che aveva armato i fascisti aprendo loro i depositi delle caserme e concesso autocarri perché potessero rapidamente concentrarsi e colpire. Questi compagni sono gli stessi che un paio di anni dopo, presa la guida del partito, lo porteranno alla rovina.

A Novara, visto il continuo stillicidio di aggressioni e distruzione di sedi di organizzazioni proletarie, l’organo locale del PCd’I aveva già lanciato un appello ai proletari novaresi perché si tenessero pronti, sia ad affrontare le azioni del nemico sia a compiere rappresaglie contro fascisti e borghesi, incendiando i loro averi e colpendo le loro persone.

L’uccisione di un fascista, il 9 luglio, in un paese del novarese, venne preso a motivo per l’occupazione della città: squadre fasciste presero d’assalto il Circolo della Lega contadini-operai e nei giorni successivi furono devastati e dati alle fiamme circoli proletari della provincia.

Immediatamente e spontaneamente i proletari agricoli della zona scesero in sciopero, e lo sciopero si estese a tutti i contadini del Circondario di Novara e agli operai delle industrie.

L’Alleanza del Lavoro fu costretta ad avallare lo sciopero già in atto, ma prese immediatamente le distanze dai “violenti”, piangendo sulla vittima fascista e rivendicando a merito dell’Alleanza il non avere mai vendicato le centinaia di proletari assassinati. Per questi non c’erano lacrime ma solo invito a sopportare in silenzio la violenza, la distruzione, la morte.

Intanto camion di carabinieri e guardie regie, con mitragliatrici piazzate, pattugliavano la città e reparti di truppa venivano messi in postazione.

Mentre Novara era invasa da squadristi provenienti dalle città vicine, il segretario della Camera del lavoro si sentì obbligato a scrivere all’Associazione dei proprietari terrieri una lettera di scuse per lo sciopero che era costretto ad avallare.

14 luglio - Gli industriali, vista la compattezza dello sciopero, cercano di blandire gli operai lanciando un manifesto che invita alla pace, al disarmo degli animi e alla ripresa del lavoro. Ma lo sciopero generale nella città e nel circondario prosegue compatto e gli operai reagiscono energicamente alle provocazioni.

16 luglio - La situazione si aggrava di ora in ora. Ogni treno porta nuovi rinforzi fascisti che, protetti dalla polizia, sfilano minacciosi per le vie della città. Era evidente che proseguendo il concentramento fascista si sarebbe giunti a una situazione insostenibile per il proletariato.

17 luglio - Lo sciopero generale è esteso a tutta la provincia. Una vera battaglia si svolge a Lumellogno, a circa quattro chilometri. I fascisti assalgono il borgo a colpi di rivoltella. Gli operai e i contadini si difendono coi tridenti e con i loro arnesi da lavoro, la battaglia dura a lungo facendo diverse vittime e molti feriti da entrambe le parti. I fascisti sono costretti a ritirarsi

18 luglio - Il prefetto convoca Camera del Lavoro, industriali, agrari e fascisti. Terminati i colloqui, il segretario della Camera del Lavoro annuncia la fine dello sciopero. Gli operai insorgono contro questo aperto tradimento perpetrato mentre i fascisti continuano ad occupare la città e ininterrotto continua l’arrivo di nuove squadre di camicie nere.

19 luglio – I lavoratori disattendono l’ordine di riprendere il lavoro e lo sciopero continua compatto. “Il Comunista” titola a tutta pagina: «Bisogna opporre all’assalto fascista il fronte unico proletario e lo sciopero nazionale». I tre quotidiani del PCd’I riportano l’“Appello ai Lavoratori d’Italia”.

Continuano le aggressioni fasciste, respinte dagli operai. Sette fascisti assaggiano il piombo proletario: uno rimane morto e gli altri gravemente feriti. Il contrattacco fascista non si fa attendere: le duecento guardie regie messe a protezione della Camera del lavoro lasciano passare gli squadristi perché venga devastata e incendiata. Serrati si reca a fotografare le rovine. A questo si limita l’antifascismo del massimalismo socialista italiano, documentare i danni!

Dopo la Camera del Lavoro è la volta del Municipio, protetto da cordoni di fanteria che, come di consueto, lasciano libero accesso agli squadristi che, occupati i locali e dichiarano decaduta l’amministrazione rossa.

20 luglio - “Il Comunista” titola: «A­zione antifascista: immediata-generale-vio­lenta. Questa sia la parola d’ordine degli operai e dei contadini rivoluzionari, al di sopra delle losche manovre socialdemocratiche».

Poi, finalmente, la notizia che lo sciopero generale è stato proclamato in tutto il Piemonte. E se ne prevede l’estensione anche a Milano che, da lì, si allargherebbe inevitabilmente a tutta la Lombardia. Solo uno sciopero generale potrebbe impedire il concentrarsi delle forze fasciste su Novara: disperse sul territorio nazionale, sarebbe stato più facile per il proletariato avere ragione delle orde nere.

21 luglio - Il corrispondente dell’“Ordine Nuovo” stima siano circa quattromila i fascisti accampati in città.

22 luglio - I giornali del partito lanciano l’appello per la proclamazione dello sciopero generale nelle tre regioni: Piemonte, Lombardia e Liguria.

L’Alleanza del Lavoro, riunita d’urgenza, nella notte del 21 luglio, dirama il seguente comunicato: «Roma, 21 luglio 1922 - Il Comitato Centrale dell’Alleanza del Lavoro ordina la ripresa immediata del lavoro al proletariato in sciopero delle due regioni Lombardia e Piemonte».

23 luglio - “Il Comunista” titola: «Non il terrore fascista ma la viltà dei capi ha stroncato l’azione del proletariato. Onore ai comunisti di Novara che si battono, soli, con le armi in pugno!»

Il proletariato, tradito, si trova così alla mercé del terrore fascista sempre più dispiegato. I fascisti, scortati da carabinieri e guardie regie, attaccano e portano ovunque morte e distruzione. Ma continua anche la resistenza dei lavoratori che non si lasciano schiacciare senza reagire. Commenta l’”Ordine Nuovo” del 23 luglio: «Il proletariato novarese, nonostante il terrore bianco, rimane in piedi, pronto alla riscossa. Avrebbe anche potuto vincere, se non fosse venuto il tradimento dei capi. Il proletariato di Novara si è difeso, e non è espugnato».

Ma il tradimento è compiuto. I fascisti sferrano gli ultimi definitivi attacchi contro un proletariato ormai da tutti abbandonato: repubblicani, socialdemocratici, massimalisti, anarchici, nessuno di costoro si schiera nella ultima difesa disperata del proletariato che continua a combattere e a morire.

Solo il Partito Comunista gli resta accanto. Dirama il seguente comunicato: «Tutti i compagni sono mobilitati. I fiduciari sappiano essere all’altezza del loro compito. Tutto deve essere tentato per la nostra difesa. In piedi per la nostra salvezza».

Per quanto eroica sia stata la sua tenacia, il proletariato novarese, lasciato solo, era destinato alla sconfitta. L’unico partito che incitava i proletari alla risposta violenta, alla estensione della lotta almeno a Piemonte, Lombardia e Liguria, era il Partito Comunista. Nella battaglia di Novara il PCd’I fu l’unico partito a dare anche il proprio contributo di sangue.

Le squadre comuniste non avrebbero certamente potuto affrontare i fascisti in uno scontro aperto, ma le loro azioni di guerriglia ebbero come effetto, se non altro, di colpire nei beni i sostenitori e fiancheggiatori del fascismo.

In un rapporto al Comintern del 23 luglio il PCd’I rilevava con orgoglio come l’organizzazione militare del partito si dimostrasse sempre più capace di affrontare situazioni difficili, e, facendo attento uso delle sue forze, avesse effettuato delle azioni in maniera soddisfacente contro i fascisti, con rappresaglie e colpi a sorpresa.


Gli eserciti rossi nella rivoluzione in Germania: La repubblica bavarese

L’ondata rivoluzionaria in Baviera aveva portato il pacifista piccolo-borghese Kurt Eisner alla guida del nuovo “Stato libero”. Questi il 21 febbraio 1919 fu assassinato per strada dal giovane ufficiale Conte Arco Valley. Il 17 marzo si insediò un imbarazzante governo composto da socialdemocratici e indipendenti, presieduto da Johannes Hoffmann.

Sul piano internazionale la situazione sembrava molto favorevole: un governo comunista era stato instaurato in Ungheria, i consigli dei lavoratori erano in una posizione di forza in Austria, gli operai non erano ancora stati sconfitti a Stoccarda e nella Ruhr. C’erano dunque speranze di realizzare una continuità di repubbliche operaie nell’Europa centrale, dal Reno a Vienna e Budapest.

Mentre l’appello alla rivoluzione risuonava sempre più forte, socialisti e anarchici dichiararono una “Repubblica Sovietica” sotto la guida del pacifista Ernst Toller. Il KPD, guidato da Eugen Leviné e Max Levien, rifiutò la partecipazione a questa “Repubblica pseudo-sovietica” e si concentrò sulla costruzione di un piccolo ma compatto partito basato su cellule di fabbrica.

Il governo Hoffmann, che si era ritirato a Bamberg, il 13 aprile tentò di sopprimere questo governo con il cosiddetto Colpo di Stato della Domenica delle Palme, che fu però stroncato da uno sciopero generale e dalla resistenza armata delle masse, che, sotto la guida del partito comunista, sconfissero gli avversari in combattimenti di strada presso la Stazione Centrale.

Il KPD assunse la direzione e la difesa della dittatura del proletariato la notte del 14 aprile.

Ma il KPD era debole in Baviera e non ricevette alcun sostegno dal Centro del Partito a Berlino. La controrivoluzione in Germania trovò, quindi, un motivo “legittimo” per schiacciare i lavoratori in Baviera, come aveva fatto a Berlino.

Tuttavia, dopo il fallimento del colpo di Stato della Domenica delle Palme, c’era una grande speranza di vittoria. Il governo comunista smantellò la polizia e la sostituì con una Guardia Rossa costituita da operai armati al comando di Rudolf Egelhofer, un ventiseienne veterano degli ammutinamenti dei marinai che avevano messo fine alla prima guerra mondiale.

L’Armata Rossa fu reclutata nei sindacati e tra i membri della SPD, USPD e KPD. Ogni recluta fu dotata di un fucile e pagata dieci marchi al giorno più l’affitto della casa. Al suo apice la forza totale fu di circa 10.000 uomini.

Questo ebbe un effetto immediato che differenziò nettamente la Seconda dalla Prima Repubblica Sovietica, la quale aveva istituito una Guardia di Sicurezza Repubblicana sotto una guida piccolo-borghese, fornita solo di 800 fucili: Egelhofer fece in modo che ne fossero distribuiti migliaia.

Ernst Toller, ostile a questi sviluppi, contestò la direzione del partito comunista ad ogni passo. Max Levien ordinò l’arresto di Toller, che però fu rilasciato poche ore dopo. Questo fu un grosso errore poiché Toller, alla fine, avrebbe guidato la sconfitta della rivoluzione dall’interno.


Il fronte di Dachau

Per la sua posizione strategica l’azione militare principale si svolse intorno a Dachau, la ricca città agricola 18 chilometri a nord di Monaco.

Il 15 aprile giunse a Monaco la notizia che le guardie bianche si stavano avvicinando. Si improvvisò la difesa della città. Egelhofer diede l’ordine di lanciare tutte le truppe disponibili al confine nord-ovest della città. Il KPD mobilitò i suoi sostenitori nella sezione locale e nelle fabbriche. Gli operai presero d’assalto i villaggi di Karlsfeld e Allach e arrivarono a sud di Dachau. Ottennero una brillante vittoria, al costo di otto morti e diversi feriti.

Tuttavia l’influenza della USPD era forte, tanto che il comando del reparto dell’Armata Rossa a Dachau ricadde su Toller, quasi come cosa ovvia. Il suo primo atto fu di negoziare con il nemico sconfitto. Le Guardie Bianche si avvantaggiarono così di una tregua dopo le demoralizzanti sconfitte del giorno precedente, mentre attendevano rinforzi da nord.

Il KPD chiamò Toller a rispondere dei suoi negoziati non autorizzati con il nemico e chiese che fosse immediatamente sollevato dal comando. Disgraziatamente non riuscì ad imporre queste sue richieste.

Le Guardie Rosse portarono l’artiglieria fino a Karlsfeld approfittando della tregua. Poco prima della sua scadenza un’unità aprì il fuoco e la fanteria rossa entrò nella città di Dachau lungo la linea ferroviaria Monaco-Ingolstadt. In un momento cruciale intervennero le operaie della fabbrica di munizioni di Dachau.

Toller ora si proclamava pomposamente il vincitore della battaglia di Dachau. Ma Egelhofer, Leviné e Wollenberg, comandante della fanteria del Gruppo d’Armata di Dachau, si accorsero delle sue mene pacifiste, che lo rendevano del tutto incapace di condurre una guerra civile. Una Guardia Rossa commentò che Toller voleva trasformare l’Armata Rossa nell’Esercito della Salvezza! Toller rispose che non si trattava di “una sanguinosa rivoluzione russa o berlinese, ma una rivoluzione bavarese, fatta con amore”.


Interviene Noske

A Berlino Noske era pronto a intervenire: “la legge del Reich prevale sulla legge dello Stato”. Si reclutavano i Freikorps, pronti ad attaccare.

Il KPD progettava di sfondare il blocco ad Augusta per venire in soccorso degli insorti, ma Toller non volle muoversi da Dachau, accusando i comunisti di non capire la Baviera. Levien non poté non replicare che “non esiste un modello rivoluzionario bavarese, la lotta proletaria è la stessa ovunque”.

Il fallimento dell’intervento su Augusta si rivelò fatale. Il 24 aprile lo schieramento dell’Armata Bianca era completo. L’anello intorno a Monaco cominciava a chiudersi, mentre gli operai in città si cullavano nell’illusione che il pericolo fosse passato.

Toller e il suo comandante in seconda Klingelhöfer avevano trasformato la dirigenza militare in un inetto salotto letterario. C’era uno Stato maggiore interno e uno Stato maggiore allargato. Quest’ultimo comprendeva tutti i comandanti e i membri dei consigli dei soldati, così che aveva più di 100 membri. Le riunioni dello stato maggiore andavano avanti all’infinito ma le questioni militari non venivano quasi mai discusse.

Fu Erich Wollenbergnow a riorganizzare il Gruppo dell’Armata Rossa di Dachau. Creò cinque battaglioni più delle unità di appoggio per difendere un fronte di 7,5 chilometri: 800 soldati d’assalto e 265 truppe di appoggio, più 140 addetti al quartier generale locale. Ma i suoi sforzi furono costantemente ostacolati dal nazionalismo dei battaglioni, dal sabotaggio dell’USPD e dall’inerzia.

Per il momento il fronte resisteva, ma la prima mattina del 26 aprile, non essendo riuscito a spuntarla in una controversia sulla strategia militare, Toller attaccò il governo del KPD. Prima si dimise. Poi rilasciò una dichiarazione di condanna ai consigli di fabbrica, chiedendo che “il governo [del KPD] sia ritenuto responsabile”. Toller e Klingelhöfer si precipitarono a Monaco e ottennero che i consigli di fabbrica approvassero un voto di sfiducia al Comitato Esecutivo della Repubblica Sovietica. Un nuovo governo anti-bolscevico fu insediato sotto la guida degli Indipendenti, anche se i capi militari del KPD mantennero il loro comando nell’Armata Rossa.

Toller intendeva aprire negoziati con il governo di Bamberg. Ma a questo punto Noske e il governo del Reich, guidato dalla SPD a Berlino, erano pienamente in vantaggio e pretesero la resa incondizionata.

I gruppi armati di Dachau ottennero comunque piccoli successi, a cui Toller rispose richiamandoli a Monaco per schierarli contro le Guardie Rosse comuniste, che avevano ancora il controllo dei punti chiave della città.

Quando al fronte trapelò la notizia del tradimento in tutti i battaglioni crebbe la collera delle Guardie Rosse. Una delegazione fu inviata a Monaco per impartire nuovi ordini, di difendere il fronte di Dachau ad ogni costo. Egelhofer ordinò un attacco a Schleissheim, dove i Freikorps occupavano il campo d’aviazione. Questo comportò un attacco del Quarto Battaglione. Fu un disastro perché si tentò di avanzare attraverso una palude con 25 mitragliatrici pesanti, che sarebbero state meglio utilizzate in posizioni difensive. La scarsa disciplina portò ad ulteriori battute d’arresto sul fronte di Dachau.

Il 30 aprile iniziò con alcune notizie incoraggianti circa l’avanzamento in diversi punti, tra cui Starnberg, a sud-est di Monaco. L’Armata Rossa fu informata che avrebbe avuto luogo alle 12:30 un attacco su Dachau. Alle 10 erano state prese misure per rafforzare il fronte con mitragliatrici e due cannoni. La notizia dell’imminente offensiva suscitò grande entusiasmo e le Guardie Rosse dichiararono che avrebbero attaccato e battuto il nemico e che questa volta avrebbero inseguito le Guardie Bianche fino alla distruzione del nemico.


Ancora tradimento

Allarmata da questa prospettiva l’USPD ricorse a un nuovo tradimento. Klingelhöfer dichiarò di aver ricevuto da Egelhofer l’ordine di abbandonare Dachau e di rientrare a Monaco. I comunisti al fronte di Dachau non potevano crederci. In effetti si trattava di una trappola degli indipendentisti. A Monaco né Egelhofer né nessun altro comunista sapeva nulla del presunto ordine, Egelhofer essendo in viaggio verso il fronte per condurre personalmente la battaglia secondo le direttive prestabilite. Gli Indipendenti avevano utilizzato il suo nome per portare a termine un colpo di Stato controrivoluzionario.

Nel frattempo le Guardie Bianche avevano giustiziato 20 inservienti medici disarmati dell’Armata Rossa a Starnberg e poi otto Guardie Rosse rimaste bloccate a Dachau. Quando la notizia raggiunse Monaco fu approvata una risoluzione che prevedeva l’esecuzione di cinque ostaggi borghesi per ogni Guardia Rossa uccisa. La risoluzione non fu mai attuata, con l’eccezione degli ostaggi tenuti al liceo Leopold, un atto che gli Indipendenti sfruttarono per togliere consensi al KPD. Toller convinse i delegati del consiglio di fabbrica ad emettere un comunicato che scagionava lui e gli altri indipendenti da ogni responsabilità nell’”azione bestiale” della uccisione degli ostaggi. Più tardi, il partito nazista avrebbe ampiamente sfruttato il “Geiselmord”, l’uccisione di ostaggi. Ma già allora gli studenti e i picchiatori borghesi si sentirono incoraggiati a scendere nelle strade della Monaco rossa. Percependo il panico e l’isteria che montavano in città, i bianchi portarono avanti il loro piano di offensiva finale su tutti i fronti.

Nei combattimenti di strada che seguirono, le ultime Guardie Rosse opposero una strenua resistenza di fronte al fuoco delle mitragliatrici e dei lanciafiamme, ritirandosi verso il Palazzo di Giustizia, poi tentando un’ultima resistenza alla Stazione Centrale. Mostrarono un incredibile coraggio, ma non avevano ancora appreso come combattere una guerra urbana contro una forza superiore.

Il terrore bianco che seguì fu spietato.

Fu giusto allora combattere? Paul Frölich ha scritto che dopo il Putsch della Domenica delle Palme “non si poteva tornare indietro; c’è il presupposto più importante: l’azione vittoriosa delle masse: la Repubblica Sovietica era diventata l’unica alternativa; ci mettemmo senza riserve a disposizione della classe operaia”.   


Origini del Partito Comunista di Cina: L’intervento nei sindacati

Nel maggio del 1922 si tenne, a Canton, il primo congresso nazionale dei sindacati cinesi. Convocazione e organizzazione furono compito e merito del Partito Comunista di Cina, che ritenne il momento propizio data la solidarietà verso lo sciopero dei marittimi di Hong Kong, tra il gennaio e il marzo del 1922, che aveva avvicinato le organizzazioni operaie di tutto il paese. Mettendosi alla testa dell’organizzazione del congresso il PCdC, nonostante le esigue forze, si abilitò a un ruolo di guida della classe operaia, fattore che risulterà di enorme rilevanza per il suo sviluppo.

Questo importante risultato era frutto dell’indirizzo del Partito che, fin dalle sue origini, aveva rivolto inequivocabilmente la sua attività verso la classe operaia, individuando nel movimento sindacale la principale espressione degli interessi e del movimento spontaneo della classe, con i quali il partito aveva il compito di entrare in relazione, dando l’indirizzo primario dell’organizzazione di sindacati, che già sorgevano in Cina differenziandosi dalle vecchie forme di associazione.

Per assolvere questo ruolo nel luglio del 1921 fu formato un apartitico “Segretariato del Lavoro”. Alla sua guida era Zhang Guotao. Il quartier generale venne stabilito a Shanghai con sezioni locali nel Nord, a Wuhan, nell’Hunan e a Canton. Pubblicava la rivista Il settimanale del lavoro.

Tale organismo faceva seguito alle decisioni del primo congresso del Partito, che aveva stabilito suo principale obiettivo la costituzione di sindacati d’industria, ribadito con forza nel primo Manifesto del Segretariato, che ne annunciava la fondazione. Mentre le vecchie organizzazioni, come le gilde e le organizzazioni per provincia di origine, finivano per dividere i lavoratori, solo coalizzandosi in sindacati d’industria e senza distinzioni di provenienza territoriale, di sesso e di età, la classe operaia poteva lottare contro il Capitale.

Subito l’attività del Segretariato fu rivolta a sostenere gli scioperi e lo sviluppo delle organizzazioni dei lavoratori. Dalla fondazione nel luglio 1921 al congresso dei sindacati nel maggio del 1922, l’influenza del Segretariato, mentre rimase estremamente debole al Sud, si affermò a Shanghai, nelle ferrovie della Cina centrale e settentrionale e in alcune grandi fabbriche e miniere della Cina centrale. Il Segretariato fu in grado di appoggiare una serie di scioperi e di contribuire alla formazione di sindacati, facendo risuonare in Cina le parole d’ordine dell’Internazionale Sindacale Rossa.

Prima dei comunisti altre tendenze avevano intrecciato rapporti con settori operai, come il Kuomintang nel sud della Cina e gli anarchici. Ma agli inizi degli anni Venti, nel momento in cui il movimento operaio cinese scendeva in lotta in un vasto movimento di scioperi e si dava le sue prime organizzazioni moderne, il Kuomintang, che pur aveva da tempo legami con settori operai, non si mise alla testa del movimento che procedeva in direzione di una unificazione in tutto il paese. D’altro lato gli anarchici, dati i limiti della loro dottrina, ignorarono la necessità di estendere e rafforzare le organizzazioni dei lavoratori e si limitarono a guidare scioperi economici isolati.

In questo contesto, attraverso il Segretariato i comunisti poterono entrare in contatto con la classe operaia cinese e influenzare il processo in corso sull’organizzazione dei lavoratori in moderni sindacati di classe, fino a svolgere un ruolo fondamentale nella convocazione del primo congresso dei sindacati in Cina nel maggio 1922.

Dato che il congresso si svolgeva a Canton, dove il Kuomintang controllava importanti sindacati, ci fu un’ampia partecipazione di delegati membri o simpatizzanti del Kuomintang. Nonostante ciò la direzione e l’indirizzo del congresso furono praticamente nelle mani del PCdC. Tutte le principali risoluzioni adottate furono avanzate dai comunisti. Quelle di carattere politico riguardavano la partecipazione del movimento operaio alla rivoluzione nazionale e democratica, che si sintetizzavano con gli slogan “abbasso l’imperialismo” e “abbasso i signori della guerra”. Quelle di carattere economico si riferivano alla lotta per la giornata di otto ore, alla necessità degli scioperi, e soprattutto ai principi sull’organizzazione dei sindacati, con la condanna dell’influenza delle vecchie gilde e delle società segrete, e la necessità di formare sindacati di industria e non di mestiere. Infine si affermava la necessità di stringere stretti legami tra le organizzazioni sindacali, dal livello cittadino e provinciale con la formazione di strutture unitarie, per arrivare a una federazione nazionale delle organizzazioni dei lavoratori. Ma il congresso, benché ne accettasse la necessità, ritenne prematuro costituire una federazione nazionale. Però fu affidato al Segretariato il compito di funzionare da centro per la corrispondenza tra i sindacati del paese. Gli fu affidata inoltre la responsabilità della convocazione del secondo congresso.

Nei mesi che seguirono il congresso e fino alla repressione dei ferrovieri nel febbraio del 1923 l’influenza del Segretariato crebbe enormemente. Tra i suoi punti di forza erano certamente le ferrovie, delle quali verso la fine del 1922 controllava le più importanti tratte e i numerosi club operai nelle stazioni, lavoro che sarà coronato dalla formazione di una federazione nazionale dei ferrovieri. A Shanghai a luglio di quell’anno aveva sostenuto lo sciopero dei marittimi, che ottennero gli stessi vantaggi dei loro compagni di Hong Kong a marzo. Questa vittoria rafforzò la formazione di sindacati a base industriale e permise al Segretariato di fondarne di nuovi, come quello dei postali e dei tessili. Importanti successi furono ottenuti nell’Hubei e nell’Hunan dove a partire dal luglio scoppiarono numerosi scioperi che, a differenza dei precedenti, caratterizzati da azioni spontanee e isolate, furono organizzati e coordinati, diretti dai sindacati, e in generale si conclusero positivamente. Inoltre nell’Hubei e nell’Hunan si formarono federazioni provinciali di decine di sindacati in rappresentanza di decine di migliaia di operai.

La forza sprigionata dal proletariato cinese nel 1922 rappresentò l’apice di quel movimento. Sollevatosi nel maggio del 1919 in subordine agli interessi della Cina borghese, finalmente si levava nella sua autonomia di classe, con le sue rivendicazioni e la sua aspirazione a dotarsi di proprie organizzazioni.

Il Partito Comunista di Cina intervenne nel movimento tramite il Segretariato del Lavoro, una “cinghia di trasmissione”, importandovi i principi della organizzazione e dell’azione di classe, il sindacalismo di industria e la lotta generale. In un contesto caratterizzato dai grandi scioperi del 1922 la tattica sindacale del PCdC permise al piccolo partito di cllegarsi al movimento, mentre le altre tendenze che pretendevano di rappresentare il proletariato pian piano erano emarginate perché non corrispondenti alle impellenti necessità del momento.

In questo modo il Partito Comunista di Cina, dal momento che allora si rendeva storicamente inevitabile la formazione di un fronte rivoluzionario contro i Signori della guerra e gli imperialisti, unica forza alla guida della classe operaia e sua avanguardia, era divenuto l’unico partito in Cina effettivamente nella condizione di dirigere la classe operaia e condurla alla testa del movimento nazional-rivoluzionario, seguendo il programma e la tattica stabiliti a livello internazionale dal Comintern.  

 


Concetto e pratica di dittatura: Il Fronte Unico

Dalla “dittatura democratica rivoluzionaria degli operai e dei contadini”, propria di una fase di doppia rivoluzione, si è poi passati ai fronti unici politici, commettendo, all’inizio in indiscutibile buona fede, l’errore di impostare, sul modello russo, l’azione di partiti comunisti operanti in paesi di maturo capitalismo. Tale errore è poi addivenuto a smarrire il fine per il suo opposto, sfociando infine nell’aperto tradimento.

Il capitalismo ha le sue leggi, comuni a tutte le latitudini. Come sono le stesse le leggi della rivoluzione. Mutano col mutare delle situazioni, al diverso grado di sviluppo storico, ma il partito conosce in anticipo come muoversi nei diversi scenari che si presentano, e che sono già previsti.

La Sinistra comunista italiana ha sempre accettato la parola d’ordine del fronte unico sindacale, mai quella del fronte unico politico, e ciò da ancora prima che tale parola d’ordine fosse lanciata. Se eravamo, e siamo, contrari a pratiche di entrismo e di fusione con partiti considerati “affini”, e di alleanza con partiti cosiddetti “operai”, non è per mania di purezza, ma perché pensavamo – e purtroppo i fatti ci hanno dato ragione – che tali pratiche avrebbero provocato gravi danni e sbandamenti, in un momento in cui era indispensabile separarsi da riformisti e centristi nella maniera più netta. Sostenere la necessità di tale separazione e poi incoraggiare comportamenti contrastanti non poteva che portare disorientamento nel proletariato e nel partito.

Allora non si poteva certo parlare di traditori: tale termine sarà poi legittimo per i vari Stalin, Togliatti, ecc. In un momento in cui la prospettiva della rivoluzione sembrava reale e imminente comprendiamo, ma non condividiamo, che diversi compagni volessero allargare a tutti i costi i vari partiti comunisti, in vista dello scontro decisivo, anche con sistemi molto discutibili. Lenin per primo sapeva che nella fase ascendente della rivoluzione gli errori sarebbero stati corretti dagli eventi: una sorta di sproporzione propria di ogni crescita.

È, viceversa, nella fase discendente che ogni errore ingigantisce e diventa irrimediabile. La borghesia era troppo forte e noi non lo eravamo abbastanza: ecco le cause della controrivoluzione. Se la nostra rigida aderenza al programma storico comunista era la strada migliore da seguire nel momento ascendente della rivoluzione, nella ritirata e discesa la teoria del comunismo sola si imponeva per evitare le sbandate e per tenere la barra dritta nella tempesta, evitando il naufragio, anche se l’approdo risultava irraggiungibile e la sconfitta inevitabile.

Il naufragio è infatti avvenuto. Al III Congresso dell’Internazionale Comunista, nell’estate del 1921, viene lanciata la parola d’ordine della conquista delle masse. Le tesi sul “Fronte unico proletario”, del dicembre, partendo da un’analisi che sembra collimare perfettamente con l’azione svolta dal PCd’I, giungono poi a proporre tutto un insieme di iniziative, dalle famose “lettere aperte” fino all’appoggio a governi socialdemocratici definiti “operai”.

Viene ribadito, è vero, il mantenimento dell’assoluta indipendenza dei partiti comunisti, ma l’indipendenza, giustamente rivendicata, non è un’entità metafisica, acquisita una volta per tutte, e in mancanza di comportamenti coerenti può svanire lentamente fino a restare un guscio vuoto.

Il fine non giustifica i mezzi, e non per una questione morale, ma perché il raggiungimento del fine è condizionato dai mezzi adoperati. La nostra risposta è stata: compagni, non siamo d’accordo. Questi metodi ci ricordano inevitabilmente i metodi collaborazionisti della II Internazionale, che anche allora si pretendevano giustificare in base ad un’interpretazione marxista.

Il IV Congresso dell’Internazionale, nel novembre 1922, riconferma la tattica del fronte unico e rilancia la parola d’ordine del “governo operaio”, alla quale si affianca quella di “governo operaio e contadino”. Il V Congresso, nel luglio 1924, ribadisce le parole d’ordine del fronte unico e del “governo operaio e contadino”.

Tesi presentate dalla Sinistra al III Congresso del PCd’I nel 1926 a Lione:

«II. Questioni internazionali - 6. Questioni di tattica fino al V Congresso. Nella soluzione dei problemi di tattica presentatisi (...) nel campo internazionale si sono commessi errori analoghi in generale a quelli organizzativi e dipendenti dalla pretesa di dedurre tutto dai problemi presentatisi nel passato al Partito Comunista Russo. La tattica del fronte unico non va intesa come una coalizione politica con altri partiti cosiddetti operai, ma come una utilizzazione delle rivendicazioni immediate sollevate dalle situazioni allo scopo di estendere l’influenza del partito comunista sulle masse senza compromettere la sua autonomia di posizione. Vanno dunque scelti a base del fronte unico quegli organismi proletari in cui i lavoratori entrano per la loro posizione sociale ed indipendentemente dalla loro fede politica e dal loro inquadramento al seguito di un partito organizzato (...)

«Il fronte unico politico che prende a base una rivendicazione centrale posta nei confronti del problema dello Stato diviene la tattica del governo operaio. Qui non abbiamo solo una tattica erronea, ma una stridente contraddizione coi principi del comunismo. Se il partito lancia una parola che significhi l’assunzione del potere da parte del proletariato attraverso organismi rappresentativi propri dello apparato statale borghese, o anche solo che non escluda esplicitamente una tale eventualità, viene abbandonato e smentito il programma comunista (...) In ordine al problema centrale dello Stato il partito può solo dare la parola di dittatura del proletariato, non essendovi altro “governo operaio”. Da questa posizione si passa soltanto all’opportunismo, ossia al favorire o addirittura partecipare a governi sedicenti filo-operai della classe borghese».

Se rivendichiamo la tradizione della Sinistra comunista italiana nei confronti dell’Internazionale, non è certo per patriottismo di organizzazione, cosa quanto mai squallida, ma perché tale linea è l’unica che non è stata travolta dall’opportunismo, e che è stata capace di salvare allora il salvabile: la teoria del comunismo. Senza di essa non c’è alcuna possibilità di uscire dai gironi infernali del capitalismo.  

 


La pandemia sulla classe operaia negli Usa

Da ben prima della pandemia la classe operaia ha reagito combattiva contro il regime di produzione imposto dalle esigenze del capitale, mentre i sindacati che pretendono di rappresentarla si perdono in trattative che non portano a niente o quasi.

La pandemia non ha attenuato lo scontro di classe nel settore secondario della produzione capitalista. Nonostante i timori dei padroni, dall’inizio del 2020 la manifattura ha continuato a lentamente crescere nonostante il blocco sanitario; una miriade di imprese, considerate “essenziali” dai governi federali e statali, ha continuato a produrre come se nulla fosse.

Gli scioperi durante la pandemia hanno ottenuto qualche protezione personale e precauzione per la sicurezza, ma sono restati vigenti i preesistenti contratti, siglati tra sindacati e aziende, che mantengono le vecchie modalità di lavoro. Queste, non regolate dagli Stati, nella maggior parte dei casi sono stabilite nei contratti, ora divenuti inadeguati; ma i sindacalisti riescono ad imporne la validità attraverso una serie di manovrette ed esercitando pressione sui lavoratori affinché li approvino.

La pandemia ha risvegliato il nazionalismo della classe dominante, alla ricerca di un protezionismo, che però ha visto attuato recentemente solo nel campo della proprietà intellettuale. Si dice di voler riportare la produzione da lontane località esotiche all’interno dei confini nazionali, quando, in realtà, al capitalista industriale poco importa dove una merce è prodotta ma solo se ha l’opportunità di trarne profitto.

La propaganda per il “ritorno in patria” delle fabbriche si sovrappone ai conflitti di sempre tra le imprese e i lavoratori.

Quando le aziende si danno a resuscitare le manifatture americane, collocandole nelle zone più economiche e redditizie, la lotta della classe operaia può trovarsi in una situazione favorevole.

Dal 2017 al 2020, in Arizona, Nuovo Messico, Texas, Oklahoma e Nevada si sono registrati più di 100.000 nuovi posti di lavoro nel settore manifatturiero, ovvero il 30% della crescita occupazionale nazionale nel settore. La parte occidentale degli Stati Uniti ha un costo inferiore dei terreni e dei servizi e una generosa assistenza finanziaria degli Stati. Tutto ciò la rende attraente alle corporazioni e ai piccoli imprenditori. Il “boom del Sud-Ovest” è stato esaltato dai media borghesi, che mai perdono l’occasione di ripetere che l’economia statunitense è più che mai in ripresa.

Inoltre, dato il minore costo della vita, i salari vi risultano notevolmente più bassi. E, più che altro, in questi Stati, che hanno ospitato poche attività produttive in passato, le aziende possono godere anche di un ambiente libero dai sindacati.

Senza un’organizzazione indipendente, dove solo si possono pianificare e preparare le lotte, la classe è alla mercé dei capitalisti e dei loro collaborazionisti.

Nel settore manifatturiero negli Usa la contrattazione sindacale collettiva è riconosciuta da quasi 100 anni.

Ma quasi sempre è dato per convenuto tra padroni e dirigenze sindacali che si conformi alle necessità della produzione la scala dei salari, sacrificabili in nome della difesa del posto di lavoro dei soli iscritti al sindacato. I lavoratori generalmente sanno che la preoccupazione dei sindacati è correggere verso il basso i costi, e spingono ad interrompere le trattative e a un’azione diretta, mentre i sindacati hanno fretta di chiudere e far tornare tutti al lavoro.

Intanto le imprese si impegnano ad “aggiornare” costantemente i contratti per tagliare i costi, con la compiacenza dei rappresentanti sindacali. I lavoratori si trovano così disorganizzati, mentre l’intensità del lavoro è in continuo aumento.

Si vantano i presunti benefici di cui si avvantaggerebbero i lavoratori iscrivendosi a un sindacato, quando la foga ad aumentare i profitti spinge le imprese a peggiorare anche le loro condizioni. I dirigenti sindacali rispondono che i contratti difendono il posto di lavoro dei loro iscritti, ignorando le diversificazioni salariali fra lavoratori fianco a fianco nelle officine. In realtà i padroni vi mantengono la disciplina opponendo lavoratori in condizioni diverse, traendo profitto in particolare da quelli a salari più bassi.

Nella scala dei salari è un diverso trattamento tra lavoratori assunti prima di un certo contratto e quelli assunti dopo, tra i lavoratori sotto contratto diretto e quelli che, pur svolgendo le stesse mansioni, sono assunti da agenzie o su base temporanea. Dopo ogni accordo, i padroni giustificano queste differenze come un premio dell’anzianità, o per indurre a maggiori prestazioni, ma in realtà tendono a dividere i lavoratori di uno stesso stabilimento mettendoli gli uni contro gli altri.

I sindacati aziendali restano fedeli alle esigenze economiche delle imprese, in un ruolo rigidamente definito e modellato nel corso della storia della lotta della classe operaia americana a partire dal 1900. Questi sindacati sostengono di rappresentare i loro iscritti di oggi, ignorando i lavoratori che saranno assunti in futuro i quali, a causa degli accordi sottoscritti, saranno automaticamente collocati nelle scale salariali inferiori e sottoposti a ritmi di lavoro più intensi. Questo fallimento nel difendere l’intera classe operaia, questa contraddizione non è mai sfuggita ai lavoratori combattivi degli organismi di base e ai loro compagni di lavoro dei livelli inferiori.

L’organizzazione di questi ultimi si costruisce, lentamente, sulle loro lotte difensive, in uno sforzo comune del tutto esterno agli accordi ufficiali presi a porte chiuse.

Quel che serve è un’azione di classe unitaria a scala nazionale, e in prospettiva internazionale. Senza uno sforzo così coordinato – come i passati tentativi nei singoli luoghi di lavoro dimostrano – il proletariato sarà confinato a lotte limitate nelle aziende, urtando nella efficace resistenza dei padroni, coadiuvati dai sindacati di regime.

(Segue al prossimo numero)  

 

 

 

 


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Il concetto di dittatura rivoluzionaria e la sua pratica - Con Carlo Marx
Lo Stato sovietico in Russia

Capitolo esposto a Genova nel maggio 2019

(segue dal numero 410)

Nell’esame della dittatura del proletariato ci siamo serviti, in gran parte, del fondamentale testo “Stato e Rivoluzione”, scritto da Lenin tra l’agosto e il settembre 1917. Il lavoro prosegue con Lenin negli scritti e nei discorsi successivi, nonché in lettere e comunicati, solo apparentemente (ma non per noi) di secondaria importanza, che mostrano come la dittatura proletaria si concretizzi nelle singole questioni, nell’affrontare i problemi enormi e terribili della tempesta rivoluzionaria.

Appena preso il potere la rivoluzione ovviamente si trovò subito esposta al pericolo di una contro-rivoluzione, tra molteplici Scilla e Cariddi a serio rischio di naufragio. Il Partito, come Ulisse, guida la nave cercando di portarla fuori dal pericolo, nella consapevolezza che il proprio compito è indispensabile e che gli errori possono essere fatali. Ma anche la guida migliore non può dare garanzie di evitare il naufragio. Chi vuole garanzie di salvezza si deve rivolgere alle religioni.

Il 15 novembre 1917 Lenin scrive una breve lettera al Comitato del partito di Pietrogrado: «Prego vivamente il comitato pietrogradese di approvare subito la decisione contro il conciliatorismo e di trasmetterla al Comitato centrale». Il comitato si pronuncia, come auspicato, contro il conciliatorismo manifestatosi nel partito comunista riguardo alla formazione di un governo comprendente i rappresentanti di vari partiti, “dai bolscevichi ai socialisti-popolari”. L’iniziativa di creare tale governo era dei menscevichi e dei socialisti-rivoluzionari, ma aveva l’appoggio di numerosi bolscevichi, tra cui Kamenev, Zinoviev e Rykov.

Dello stesso novembre è un breve appunto titolato “Tesi sui compiti del partito + momento attuale”: «a) Riconoscere che la rivoluzione del 25 ottobre è una rivoluzione socialista; b) Respingere ogni limitazione di questa tesi nel senso di un ritorno alla rivoluzione democratica borghese (passaggio graduale; “fase” del blocco con la piccola borghesia, ecc.); c) Dittatura del proletariato, particolarità che la differenziano dalla democrazia “in generale”, formale (borghese), sua tattica; d) Potere sovietico e potere dei bolscevichi; e) Accordo con la piccola borghesia, non nel senso di un blocco per la rivoluzione democratica borghese, di una limitazione dei compiti della rivoluzione socialista, ma esclusivamente per trovare le forme di passaggio al socialismo di singoli strati della piccola borghesia; f) Libertà borghesi versus repressione degli sfruttatori; g) Sabotatori e capitalisti; i capitalisti e l’”opinione pubblica” della borghesia; h) Assemblea costituente e sua subordinazione al potere sovietico, agli interessi e alle condizioni della guerra civile».

In un articolo sulla Pravda del 4 gennaio 1918 titolato “Plekhanov sul terrore” Lenin riporta delle posizioni giuste di Plekhanov, poi dallo stesso rinnegate. Leggiamo: «C’è stato un tempo in cui Plekhanov era un socialista, uno dei rappresentanti più eminente del socialismo rivoluzionario. In quel tempo, passato ahimè irrevocabilmente, Plekhanov si pronunciò su un problema che ha un’importanza vitale proprio per l’epoca che stiamo ora attraversando. Ciò accadeva nel 1903, quando la socialdemocrazia russa, al suo II Congresso, elaborò il suo programma (...) I nemici del socialismo possono essere temporaneamente privati non soltanto dell’intangibilità della persona, non soltanto della libertà di stampa, ma anche del diritto di voto. Bisogna cercare di “sciogliere” un cattivo parlamento dopo due settimane; la legge suprema è il bene della rivoluzione, il bene della classe operaia: così ragionava Plekhanov quando era un socialista, così ragionava allora, insieme con Plekhanov, l’immensa maggioranza degli attuali menscevichi che ora gridano contro il “terrore bolscevico”. Il “bene della rivoluzione” esige ora una dura lotta contro i sabotatori, gli organizzatori delle rivolte degli allievi ufficiali, i giornali finanziati dai banchieri. Quando il potere sovietico si mette su questa via, i signori “socialisti” del campo dei menscevichi e dei socialisti-rivoluzionari gridano a tutto spiano che la guerra civile e il terrore sono inammissibili. Quando il vostro Kerenski ripristinava la pena di morte al fronte, non si trattava forse di terrore, signori? Quando il vostro ministero di coalizione, per mano dei Kornilov, fucilava interi reggimenti per insufficiente entusiasmo in guerra, non si trattava forse di guerra civile, signori? Quando, nel solo carcere di Minsk, i vostri Kerenski e Avxientev imprigionavano tremila soldati per “agitazione pericolosa”, non si trattava forse di terrore, signori? La differenza è soltanto che, mentre i Kerenski, gli Avxientev e i Liberdan, in combutta e d’accordo con i Kornilov e i Savinkov, esercitavano il terrore contro gli operai, i soldati e i contadini nell’interesse di un pugno di grandi proprietari fondiari e di banchieri, il potere sovietico prende provvedimenti energici contro i grandi proprietari fondiari, i banchieri e i loro servi nell’interesse degli operai, dei soldati e dei contadini».

Il 12 gennaio 1918 Lenin scrive un “Progetto di risoluzione del CC del POSDR(B) sulla espulsione di S.A. Lozovski dal partito. «Risoluzione del CC del POSDR (bolscevico). Considerato: 1) che il compagno Lozovski fin dall’inizio della Rivoluzione d’ottobre ha espresso opinioni che divergono radicalmente da quelle del partito e del punto di vista del proletariato rivoluzionario in generale e che coincidono invece, in tutte le questioni fondamentali, con la negazione piccolo-borghese della dittatura del proletariato quale fase indispensabile del passaggio al socialismo (...); 5) che non è possibile un lavoro comune, nelle file dello stesso partito, con un uomo che non comprende la necessità della dittatura del proletariato, riconosciuta dal programma del nostro partito, che non comprende che senza tale dittatura, cioè senza la repressione sistematica, implacabile, la quale non si arresta di fronte a nessuna formula democratica borghese, della resistenza degli sfruttatori, non è concepibile non soltanto una rivoluzione socialista, ma nemmeno una rivoluzione coerentemente democratica, è inconcepibile qualsiasi serio provvedimento atto a combattere la crisi e la rovina provocate dalla guerra (...) ciò considerato, il CC del POSDR ha deciso di espellere il compagno Lozovski dal POSDR (bolscevico ) e di rendere immediatamente pubblica questa decisione».

Il 12 gennaio troviamo un “Decreto del Consiglio dei commissari del popolo sulla lotta contro Kaledin”. «1) Il Consiglio dei commissari del popolo plaude alle energiche misure prese dal compagno Antonov per lottare contro gli uomini di Kaledin e i loro complici e nello stesso tempo delibera che il comandante delle truppe ha il diritto di usare la repressione, compreso l’invio dei colpevoli ai lavori forzati nelle miniere, contro i sabotatori capitalisti che minacciano di provocare la disoccupazione e la fame. 2) Aggiunta al decreto del Consiglio dei commissari del popolo. Non appena sarà possibile creare tribunali rivoluzionari, questi esamineranno immediatamente ogni caso di condanna ai lavori forzati e determineranno la durata della pena oppure metteranno in libertà gli arrestati».

In data 27 febbraio: «Telegramma a Irkuts. La pace non è stata ancora firmata, ma la nostra delegazione si è recata a Brest-Litovsk per sottoscrivere le condizioni di pace approvate dal Comitato esecutivo centrale e dal Consiglio dei commissari del popolo (...) La maggior parte dei nostri reparti è in fuga (...) Il Comitato centrale dei bolscevichi è favorevole alla firma della pace. Il Comitato centrale dei socialisti rivoluzionari di sinistra è per la guerra santa».

In una lettera del 14 marzo a Orgionikidze, vediamo come i pregiudizi patriottici e nazionalisti arrivino, purtroppo, a lambire anche il partito: «Riguardo alla repubblica del Donets, comunicate ai compagni Vasilcenko, Giakov, ecc. che, per quanto essi si ingegnino di separare dall’Ucraina la propria regione, essa tuttavia, a giudicare dalla geografia di Vinnicenko, continuerà a far parte dell’Ucraina e sarà conquistata dai tedeschi. In forza di questo fatto, è del tutto assurdo che la repubblica del Donets si rifiuti di partecipare al fronte difensivo unico con il resto dell’Ucraina».

I giorni 25 e 27 febbraio abbiamo poche ma chiare righe che ci mostrano la corretta comprensione della questione nazionale alla luce della nostra dottrina: «Sul trattato con la Repubblica socialista operaia finlandese. 1) Progetto di deliberazione. Il Consiglio dei commissari del popolo riconosce giusto in linea di principio il desiderio dei compagni finlandesi di ottenere che alla Repubblica socialista operaia finlandese venga ceduta la parte di territorio indicata nell’emendamento aggiuntivo finlandese al paragrafo 6 del progetto di trattato. Si incarica la commissione d’intesa di elaborare i modi per la realizzazione pratica di questo passaggio. 2) È giusto e necessario cercare di ottenere i pieni diritti politici per i cittadini di entrambe le repubbliche che vivono nell’altra repubblica. 3) Considerando, in primo luogo, che accanto alla Finlandia vi è una città immensa con una percentuale altissima di popolazione borghese; in secondo luogo che la Finlandia manda abitualmente a Pietrogrado circa 30.000 operai finlandesi; in terzo luogo che la borghesia di Pietrogrado manda abitualmente in Finlandia circa 200.000 borghesi; in quarto luogo, che l’eguaglianza formale tra cittadini finlandesi e russi (nel godimento dei diritti politici all’estero ) sarebbe perciò, in realtà, un evidente privilegio per la borghesia russa, il Consiglio dei commissari del popolo raccomanda alla commissione d’intesa russo-finlandese di emendare il paragrafo 13 del progetto nel modo seguente: O non parlare al paragrafo 13 di cittadini, ma soltanto degli operai e dei contadini che non sfruttano il lavoro altrui; oppure aggiungere alla precedente redazione del paragrafo 13 una clausola secondo la quale i cittadini russi che giungono in Finlandia e che non possono dimostrare la loro appartenenza alle due categorie di lavoratori summenzionate non godono in Finlandia dei diritti politici».

Leggiamo ora una parte dell’intervento di Lenin alla seduta del Consiglio dei commissari del popolo, in data 4 marzo 1918: «L’obiettivo del socialismo è il passaggio di tutti i mezzi di produzione in proprietà di tutto il popolo, e non il passaggio dei battelli ai lavoratori dei trasporti fluviali, delle banche agli impiegati bancari. Se la gente prende sul serio queste sciocchezze, bisogna abolire la nazionalizzazione, perché risulta un’assurdità. L’obiettivo del socialismo è per noi la trasformazione della terra, degli stabilimenti in proprietà della repubblica sovietica. Il contadino riceve la terra a condizione che la lavori egli stesso. Se gli addetti ai trasporti fluviali riceveranno i battelli, li riceveranno a condizione che essi li sappiano amministrare: dovranno presentare i preventivi perché si possano ratificare almeno le entrate e le uscite e aver cura delle imbarcazioni. Se non sapranno farlo li allontaneremo dal lavoro. E poiché da tre settimane essi stanno discutendo, proporrei di allontanare tutti dalla direzione, perché si tratta di totale incapacità organizzativa, di totale incomprensione dei compiti vitali della repubblica sovietica. Ciò è caos, disorganizzazione, peggio ancora, è poco meno che sabotaggio. Hanno messo su una specie di campagna organizzata nel sindacato e presentano rimostranze. E sul Volga i battelli rimangono da riparare. Che cosa è questo? Un manicomio? Io sono convinto che essi si rendono conto che se continueremo a vivere in questo caos si abbatteranno su di noi calamità ancor più gravi. La condizione fondamentale è la disciplina e il passaggio organizzato di tutta la proprietà al popolo, di tutte le fonti di ricchezza, di cui si deve disporre rigorosamente, disciplinatamente, nelle mani della repubblica sovietica. Sicché se si dice che gli addetti ai trasporti fluviali saranno proprietari privati dell’amministrazione, è chiaro che non siamo d’accordo. È il potere sovietico che deve amministrare».

Nello stesso mese di marzo Lenin scrive, ad uso del CC del partito, un testo dal titolo “I compiti immediati del potere sovietico”:

«Dopo che i bolscevichi, prima sotto lo zarismo, poi sotto il governo Kerenski, erano riusciti ad attirare dalla loro parte la maggioranza degli elementi attivi e coscienti delle masse lavoratrici, dinanzi al nostro partito si pose il problema della conquista del potere e della repressione della resistenza degli sfruttatori (...) È ovvio che per il partito del proletariato il compito di schiacciare la resistenza degli sfruttatori si pone con particolare acutezza, perché contro le masse lavoratrici che si schierano dalla parte del proletariato intervengono i rappresentanti uniti delle classi abbienti, armati della forza del capitale, della forza del sapere e dell’esperienza pluriennale, per non dire secolare, al dominio (...)

«Le particolari condizioni in cui si trovano, per la loro posizione economica, le classi abbienti, permettono loro, naturalmente, di organizzare non soltanto la resistenza passiva (sabotaggio), ma anche di ripetere il tentativo di resistenza militare al potere sovietico. Perciò anche il compito di schiacciare la resistenza degli sfruttatori non si può considerare interamente adempiuto (...) Il potere sovietico non si permetterà neppure per un minuto di dimenticare questo compito e non si lascerà in alcun modo distogliere dal suo adempimento da nessun appello e da nessuna declamazione politica o pseudosocialsta.

«Su questo punto occorre formulare una riserva, perché menscevichi e i socialisti rivoluzionari di destra, pensando di essere protetti da un’etichetta o dal nome del loro partito, si comportano da noi come i più attivi, e talvolta anche i più sfrontati, della controrivoluzione e conducono contro il potere sovietico una lotta assai più aspra di quella che si permettevano di condurre contro i governi dei reazionari e dei grandi proprietari fondiari. È chiaro che il potere sovietico non rinuncerà mai ad adempiere il suo compito di schiacciare la resistenza degli sfruttatori, quali che siano le bandiere di partito o l’appellativo popolare e accettabile di cui si copre questa resistenza.

«Ma il compito di schiacciare la resistenza è ora, nelle sue linee generali, terminato, e si pone all’ordine del giorno il compito dell’amministrazione dello Stato. Questo passaggio dal compito, che si poneva in primo piano, di convincere le masse della popolazione e dall’obiettivo di conquistare il potere e di reprimere con le armi la resistenza degli sfruttatori al compito di amministrare lo Stato, che si pone oggi in primo piano, costituisce la peculiarità principale del momento che stiamo attraversando (...) La difficoltà del potere sovietico consiste in notevole misura nell’ottenere che sia i dirigenti politici del popolo, sia tutti gli elementi coscienti delle masse lavoratrici in generale, assimilino le particolarità di questo passaggio. Poiché è ovvio che presenta, s’intende, immense difficoltà (...) in una situazione di guerra civile non ancora terminata, di immensi pericoli militari che minacciano la repubblica sovietica dall’occidente e dall’oriente, in una situazione, infine, di inaudita rovina causata dalla guerra».

Dal capitolo IV del testo citato passiamo al V:

«Il compito di dirigere lo Stato che si è ora posto in primo piano dinanzi al potere sovietico presenta anche questa particolarità: oggi si tratta (e forse per la prima volta nella storia contemporanea dei popoli civili) di una direzione in cui non la politica, ma l’economia acquista un’importanza predominante. Di solito il termine “direzione” fa pensare appunto e soprattutto a un‘attività prevalentemente o puramente politica. Invece le basi stesse, lo stesso contenuto del potere sovietico, come lo stesso contenuto del passaggio dalla società capitalistica a quella socialista, consistono nel fatto che i compiti politici occupano un posto subordinato in confronto ai compiti economici. Ed ora, soprattutto dopo l’esperienza pratica di oltre quattro mesi di esistenza del potere sovietico in Russia, deve esserci assolutamente chiaro che il compito della direzione dello Stato si riduce ora prima di tutto e in primo luogo al compito puramente economico di curare le ferite inferte al paese dalla guerra, di rimettere in piedi le forze produttive, di mettere a punto il calcolo e il controllo della produzione e della distribuzione dei prodotti, di aumentare la produttività del lavoro, si riduce, in una parola, al compito della riorganizzazione economica.

«Si può dire che questo compito si divide in due voci fondamentali: 1) calcolo e controllo della produzione e della distribuzione dei prodotti nelle sue forme più larghe, diffuse e universali, e 2) aumento della produttività del lavoro.

«Questi compiti possono essere assolti da qualsiasi collettività o da qualsiasi Stato che passi al socialismo soltanto a condizione che le fondamentali premesse economiche, sociali, culturali e politiche siano state create in misura sufficiente dal capitalismo. Senza una grande produzione meccanica, senza una rete più o meno sviluppata di ferrovie, di comunicazione postali e telegrafiche, senza una rete più o meno sviluppata di istituzioni per l’istruzione pubblica, indubbiamente né l’uno né l’altro di questi compiti potrebbe essere adempiuto in modo sistematico e su scala nazionale. La Russia si trova in una situazione in cui esistono molte delle premesse iniziali di tale passaggio. D’altra parte, una serie di tali premesse manca nel nostro paese, ma può essere presa in prestito con relativa facilità dall’esperienza pratica dei paesi vicini, assai più avanzati, che da molto tempo ormai sono stati posti dalla storia e dalle relazioni internazionali in stretto contatto con la Russia».

Dal capitolo VI:

«Ora che la vittoria sulla borghesia è stata politicamente conquistata e militarmente consolidata, essa deve essere conseguita nel campo dell’organizzazione dell’economia nazionale, dell’organizzazione della produzione, nel campo del calcolo e del controllo da parte di tutto il popolo. Il compito del calcolo e del controllo della produzione veniva risolto dalla borghesia con tanto maggior successo quanto più prevaleva la grande produzione, quanto più fitta diventava la rete delle istituzioni economiche statali che abbracciavano una popolazione di decine e centinaia di milioni di uomini di un grande Stato moderno. Adesso noi dobbiamo risolvere questo compito in modo nuovo, basandoci sulla posizione dominante del proletariato, sull’appoggio che esso riceve dalla maggioranza dei lavoratori e delle masse sfruttate, utilizzando quegli elementi di capacità organizzative, di conoscenze tecniche, che sono stati accumulati dalla società precedente e che appartengono per nove decimi, e forse anche per i novantanove centesimi, alla classe che si oppone alla rivoluzione socialista».

Dal capitolo VII:

«L’imperialismo tedesco, che rappresenta oggi il massimo progresso, in regime capitalistico, non soltanto della potenza e della tecnica militare ma anche delle grandi organizzazioni industriali, ha contrassegnato, tra l’altro, il suo carattere economicamente progressivo realizzando prima degli altri Stati il passaggio al lavoro obbligatorio. S’intende che nelle condizioni della società capitalistica in generale, e in particolare nelle condizioni degli Stati monarchici che conducono una guerra imperialistica, il lavoro obbligatorio non è altro che una prigione militare ove vigono i lavori forzati per gli operai, un nuovo mezzo di asservimento delle masse lavoratrici e sfruttate, un nuovo sistema di provvedimenti atti a soffocare ogni protesta da parte di queste masse. Ma tuttavia resta indubbio che soltanto grazie alle premesse economiche create dal grande capitalismo è stato possibile porre all’ordine del giorno e realizzare tale riforma.

«Ma naturalmente il potere sovietico, che passa dall’organizzazione capitalistica a quella socialista della società, deve attuare il lavoro obbligatorio cominciando dalla parte opposta a quella da cui ha cominciato ad attuarlo l’imperialismo tedesco. Per i capitalisti e gli imperialisti della Germania il lavoro obbligatorio significa asservimento degli operai. Per gli operai e i contadini poveri della Russia il lavoro obbligatorio deve significare innanzitutto e soprattutto l’inclusione nel servizio sociale delle classi ricche e abbienti. Dobbiamo cominciare dai ricchi a realizzare il lavoro obbligatorio. La necessità di farlo non deriva, in generale, soltanto dal fatto che la repubblica sovietica è una repubblica socialista. Essa deriva anche dal fatto che proprio le classi ricche e abbienti, con la loro resistenza sia militare sia passiva (sabotaggio), hanno ostacolato l’opera di risanamento delle ferite inferte alla Russia dalla guerra, l’opera di risanamento e di sviluppo economico del paese. Perciò l’inventario e il controllo che debbono essere oggi il cardine di tutta l’amministrazione statale, debbono essere in primo luogo imposte ai rappresentanti della classi ricche e abbienti (...)

«Uno dei mezzi principali di questa lotta contro il potere sovietico e contro il socialismo è stato per le classi ricche e possidenti il possesso di considerevoli riserve di banconote. La ricchezza delle classi abbienti nella società capitalistica consisteva prima di tutto nella proprietà della terra e degli altri mezzi di produzione: fabbriche, officine, ecc. Al potere sovietico non è stato difficile, grazie all’appoggio degli operai e dell’immensa maggioranza dei contadini, abolire il diritto dei grandi proprietari fondiari e della borghesia a questa forma fondamentale di ricchezza del paese (...) Ma la società capitalistica ha creato un’altra forma di ricchezza con la quale per il potere sovietico non è per nulla così facile fare i conti. Questa forma di ricchezza è il denaro, o, più esattamente, la carta moneta. Durante la guerra l’emissione di banconote raggiunse proporzioni particolarmente vaste (..) E l’accumulazione della carta moneta nelle mani delle classi ricche e possidenti che partecipavano quasi senza eccezione, e direttamente e indirettamente, alla speculazione sugli alti prezzi delle forniture e degli appalti militari, questa grande accumulazione è uno dei mezzi principali per accumulare ricchezze e per accumulare il potere delle classi abbienti sul lavoratore.

«Attualmente la situazione economica della Russia, come, probabilmente, la situazione di ogni paese capitalistico che ha vissuto tre anni di guerra, è caratterizzata dal fatto che nelle mani di una minoranza relativamente ristretta della borghesia e delle classi possidenti sono concentrate e nascoste gigantesche riserve di banconote, fortemente svalutate dall’enorme emissione di carta moneta, ma che tuttavia rappresentano oggi ancora la prova del diritto di riscuotere un tributo dalla popolazione lavoratrice. Durante il passaggio dalla società capitalistica a quella socialista è assolutamente impossibile fare a meno delle banconote o sostituirle con una nuova moneta in un breve periodo di tempo (...)

«Siccome prima questa carta moneta dava il diritto di acquistare, di comprare i mezzi di produzione, per esempio la terra, le fabbriche, le officine, ecc., il suo valore cade e si riduce addirittura a zero. Poiché l’acquisto della terra è già diventato impossibile in Russia dopo la promulgazione della legge sulla socializzazione della terra, e l’acquisto delle fabbriche e delle officine e di altri simili grandi mezzi di produzione e di trasporto è diventato quasi impossibile grazie al rapido processo di nazionalizzazione e di confisca di tutte le grandi imprese di questo genere (...)

«Quanto agli oggetti di consumo, la possibilità di acquistarli con somme di denaro ammassate con la speculazione durante la guerra è rimasta quasi interamente alla borghesia e alle classi abbienti, perché il compito di stabilire una giusta regola, una giusta distribuzione di questi oggetti di consumo in un paese come la Russia, con una quantità enorme di piccoli contadini e di piccoli artigiani presenta immense difficoltà e, nelle condizioni di rovina causate dalla guerra, resta finora quasi inadempiuto».

(continua al prossimo numero)