Partito Comunista Internazionale

Il Partito Comunista N. 413 - 27 dicembre 2021

anno XLVIII - [ Pdf ]

Indice dei numeri
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Aggiornato al 31 dicembre 2021
organo del partito comunista internazionale
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: – la linea da Marx a Lenin, alla fondazione della III Internazionale, a Livorno 1921, nascita del Partito Comunista d’Italia, alla lotta della Sinistra Comunista Italiana contro la degenerazione di Mosca, al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani – la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco


PAGINA 1 La illusoria rivendicazione della nazionalizzazione: Il caso Alitalia
– Torino: Ancora morti sul lavoro - Dare espressione alla rabbia proletaria
Bielorussia - La vita dei profughi immolata nello scontro fra imperi
– Si preparano guerra e fame per il proletariato in Turchia
PAGINA 2 L’Oceano Pacifico al centro dello scontro mondiale dei capitali: La contesa fra Usa e Cina - Sussulti di vecchi predatori - Blocchi contrapposti - L’imperialismo giapponese - Preparano la guerra - Il fattore proletariato
Per il sindacato

di classe

Sciopero 16 dicembre: Come i sindacati di base sono riusciti a perdere un’altra occasione per affermarsi nella classe - Il testo distribuito dal partito
Genova, 2 dicembre: Per l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale contro governo, padroni e sindacalismo tricolore;
– Sciopero nazionale dei siderurgici ex-ILVA e Piombino
– Sindacato di classe o One Big Union? - Gli Industrial Workers of the World
– Tornado in USA: In Amazon si muore per il profitto
– Un volantino distribuito dai nostri compagni in Venezuela
PAGINA 5 – Solo la classe operaia può emancipare i diseredati e le minoranze oppresse - Le origini di classe dell’insurrezione mapuche in Cile: Origini economiche del conflitto - Il corso degli eventi - Impotenza della guerriglia - La crescente militarizzazione
– Sciopero dei portuali del Pireo: Una morte annunciata - Una lotta per tutti i lavoratori - La COSCO è costretta a venire a patti - Un quarto molo
PAGINA 6 – Una dottrina e un metodo che già nell’oggi indicano alla classe operaia la sua comunistica negazione - Riunione Internazionale del partito [RG141] (In video-conferenza, 24-26 settembre - continua dal numero scorso): Sulla storia dell’Afghanistan - La politica afgana dello Stato pakistano - La crisi economica - La Questione Militare, Il trattato di Brest-Litovsk - L’attività sindacale del partito - Il commercio di sistemi d’arma nell’acuirsi dello scontro interimperialistico.
PAGINA 8 – I dieci giorni di dura lotta dei metalmeccanici di Cadice
– Manifestazione dei lavoratori a Istanbul: Ma un fronte unico dall’alto non è la soluzione


PAGINA 1


La illusoria rivendicazione della nazionalizzazione
Il caso Alitalia

Lo smantellamento dell’Alitalia e della nascita al suo posto di Ita, una compagnia aerea in miniatura, rappresenta un caso esemplare di come il capitale sia ancora capace di ingannare i lavoratori con manovre disinvolte. Con una sapiente regia la direzione aziendale, in coordinamento con i governi che hanno accompagnato negli ultimi due anni la fase agonica della vecchia compagnia aerea italiana di bandiera, è riuscita a disperdere e poi a spegnere progressivamente tutte le manifestazioni di malcontento dei lavoratori, utilizzando addirittura le loro rivendicazioni e le loro parole d’ordine per poi fare procedere, dopo un’abile giravolta, un piano di drastico ridimensionamento della forza lavoro.

Alle organizzazioni sindacali di base che, come la Cub, avevano lanciato lo slogan “la nazionalizzazione è l’unica soluzione” il governo e la direzione aziendale hanno risposto con la più acrobatica delle manovre: hanno creato una nuova azienda ponendola sotto il controllo del Ministero dell’economia, cioè dello Stato, portandoci soltanto 2.800 dei quasi 11.000 dipendenti dell’Alitalia. In sostanza lo Stato ha accolto la richiesta della nazionalizzazione perché consentiva un attacco che nessuna azienda privata avrebbe potuto condurre con tale brutalità senza andare incontro a una accanita resistenza dei lavoratori.

Ancora una volta il sacro feticcio dello Stato, idolatrato dagli opportunisti di ogni banda, ha svolto la sua funzione di guardiano dell’ordine borghese.

La nuova azienda Ita, con un numero estremamente ridotto di personale e di aeromobili (52 rispetto ai 250 dell’Alitalia alla massima espansione), non risponde alle esigenze di mobilità di una metropoli capitalistica come l’Italia, in cui il traffico aereo ha continuato a crescere ininterrotto anche durante la crisi del 2008 e fino all’avvento della pandemia. Le organizzazioni sindacali, comprese quelle di base come la Usb e la Cub, hanno posto il tema della crisi dell’Alitalia sul piano della politica industriale aziendale, illudendo i lavoratori che il modo migliore per difendersi fosse ottenere un massiccio piano di investimenti, ampliare il giro d’affari e la quota di mercato dell’azienda. Questa è una tendenza, assai radicata, considerare il destino dei lavoratori, l’occupazione e i salari, legato al successo dell’azienda in cui lavorano, alla sua affermazione nella concorrenza con altre aziende, dunque a detrimento di altri lavoratori.

Si eleva tale illusione a un gradino più alto ponendo quella competizione a scala internazionale, di un’impresa “di interesse nazionale” contro quelle dello stesso ordine di grandezza degli altri paesi.

La progressiva concentrazione del capitale, dovuta ai meccanismi dell’accumulazione, si traduce in ogni settore dell’economia in una tendenza al gigantismo industriale e al monopolio. Si tratta di un processo ineluttabile che nessuna volontà soggettiva può arginare. Così, quando, in un contesto di profitti decrescenti, i capitalisti si mettono d’accordo per spartirsi il mercato è inevitabile che qualcuno ci rimetta. È quanto è toccato all’Italia e all’Alitalia.

Già nel 2000 l’allora Commissario Europeo ai Trasporti Loyola de Palacio annunciò che di lì a poco sarebbero rimasti soltanto tre vettori europei a occuparsi delle tratte transcontinentali, in una selezione in cui sarebbero sopravvissute soltanto Lufthansa, British Airways e Air France.

L’Alitalia, alla quale non restava che la strada di un lungo declino, nel 2008 vedeva, con l’ingresso del capitale privato, italiano e straniero, la prima consistente ristrutturazione e il licenziamento di 10.000 dipendenti, primo duro colpo per dei lavoratori che non avevano mai preso in considerazione il rischio di essere licenziati.

Anche il personale di terra, in genere meno pagato di quello di volo e in parte inquadrato nei sindacati di base, era convinto della sicurezza del posto di lavoro quando nel 2005 molti di loro vennero “accompagnati” alla pensione. Ancora nel 2008 la “messa in mobilità”, leggasi il licenziamento, fu accolta da una massa di lavoratori incredula e incapace di reagire. Vi si oppose un solo sciopero convocato dalla Cub con scarse forze e senza successo. Oggi, quindi, la riedizione della stessa “ristrutturazione” viene ad escludere circa 8.000 lavoratori.

Fra l’altro la scelta dei 2.800 lavoratori passati in Ita non ha rispettato la precedenza per i lavoratori disabili o infermi, operazione che soltanto un’impresa pubblica poteva effettuare.

Tutti insegnamenti questi per quanti credevano, e hanno fatto credere, in un padrone pubblico meno spietato del privato. E per quanti credevano che la cogestione avrebbe impedito la rovina dell’azienda.

È una dura sconfitta per quei lavoratori che, a causa di forze materiali soverchianti, e per la non piena coscienza di fare parte della classe operaia, non sono riusciti ad estendere il raggio d’azione della lotta e dell’organizzazione sindacale al di fuori dei limiti aziendali, finendo col soccombere separati dai compagni di classe ai disegni del capitale.

 

 

 

 


Torino: Ancora morti sul lavoro
Dare voce e corpo alla rabbia proletaria

Il nostro tempestivo commento

Ieri a Torino, vicino al Lingotto, in un cantiere edile una gru in montaggio è crollata sopra un’altra. Tre operai sono morti, precipitando e rimanendo schiacciati. Il più giovane aveva solo 20 anni. È la più grave strage operaia in questa città dopo quella occorsa alla Thyssen Krupp 14 anni fa, sempre a dicembre, di cui il ricordo è ancora vivo nella classe operaia torinese.

Il dolore, lo strazio, lo sgomento, la rabbia di Torino proletaria sono grandi. E certo non solo a Torino.

In Italia, solo fra giovedì – giorno dello sciopero generale – e ieri sono morti sul lavoro 14 operai. Venerdì in porto a Trieste un lavoratore è morto allo stesso modo, schiacciato da una gru. Ieri, a fine turno, alla fabbrica Stellantis di Melfi un operaia è stata investita e uccisa da un autobus, perché l’azienda, per risparmiare, lascia al buio gli operai fuori dai cancelli.

Il Capitale, il Profitto, il Capitalismo, possono sembrare concetti lontani e astratti. Ma mostrano tutta la loro concretezza infierendo quotidianamente nelle carni degli operai, schiacciati, precipitati, dilaniati, avvelenati, affogati, bruciati, per risparmiare sui costi, per accrescere il profitto e accumulare più capitale.

Non è solo perché i padroni sono particolarmente infami. È la legge dell’economia capitalista, della sua concorrenza, in cui chi più sfrutta vince. E che non può essere regolata ma solo distrutta o subita.

I padroni se ne lavano le mani con la superficiale constatazione che spesso sono gli stessi operai ad assumere condotte imprudenti. Fingono di ignorare che questa è la massima espressione della loro oppressione sui lavoratori e del loro privilegio di classe dominante: sono la debolezza della classe operaia, il ricatto della disoccupazione e i bassi salari a spingere gli operai a cercare di affrontare individualmente la loro condizione di sfruttati, mostrandosi disposti a tutto sul lavoro.

14 anni fa il corteo sindacale dopo il rogo alla Thyssen fu grande, teso, rabbioso. Ma nulla è cambiato da allora, anzi. Nonostante diminuisca il totale delle ore lavorate in Italia, i morti sul lavoro sono gli stessi se non di più. Non solo: aumentano provvedimenti e licenziamenti disciplinari. I nuovi assunti sono quasi tutti a tempo determinato, precari e ancora più ricattabili.

I sindacati in genere invocano più regole e più controlli. L’Usb invoca l’introduzione del reato di “omicidio sul lavoro”. Il CLA l’abolizione della legge su “l’obbligo di fedeltà” del lavoratore all’azienda.

Ciò può aiutare, ma il punto centrale è il rapporto di forza fra classe borghese e classe lavoratrice. La paura nei lavoratori che vige nei posti di lavoro, il dominio incontrastato del padrone, dell’azienda, derivano da una generale condizione sociale di debolezza della classe lavoratrice.

Meno operai moriranno sul lavoro quando i lavoratori inizieranno a ribellarsi, a lottare uniti, a ritrovare coraggio, senso di solidarietà e fratellanza reciproci, e passerà la paura di perdere il lavoro.

Per fare un passo in questa direzione, oggi, a Torino, tutto il sindacalismo conflittuale dovrebbe chiamare a un nuovo corteo operaio che dia voce alla rabbia proletaria, che cova ma non trova modo di esprimersi. E dovrebbe organizzarlo unitariamente e prontamente, iniziando a dimostrarsi all’altezza di cogliere l’emotività e i sentimenti delle masse lavoratrici.

La lotta sindacale deve servire a dar voce e corpo alla ribellione proletaria, a dar forza al suo movimento. Questo già aiuterà i lavoratori nelle fabbriche, nei cantieri, nei campi. E li incamminerà verso l’unica vera e finale soluzione alla loro condizione di oppressi e sfruttati, che non è la “regolazione”, il “miglioramento” del capitalismo, ma la sua distruzione.


Bielorussia
La vita dei profughi immolata nello scontro fra imperi

Per l’ennesima volta a fare le spese del marcio e infame modo di produzione capitalistico sono i disperati proletari, che fuggono da guerre, carestie e oppressioni, ovvero da morte quasi certa. E ne trovano un’altra se si vuole ancora più spietata, affamati e al gelo, illusi di poter trovare salvezza nella vecchia Europa.

Questa ultima tragedia perpetrata dal capitalismo, vede migliaia di migranti accampati al gelo nelle foreste al confine tra Bielorussia e Polonia, usati per gli interessi delle varie borghesie nazionali, nella totale indifferenza per la loro vita da parte della “civile Europa”. Quanto costa la vita di un bambino?

Lì ammassati davanti al reticolato di confine, difeso da polizia ed esercito che da una parte lanciano lacrimogeni per allontanarli dall’altra sparano per impedir loro di tornare indietro. Ne sono già morti una decina, probabilmente molti di più. I luridi politicanti, “democratici” o meno, di entrambi gli Stati si accusano e minacciano l’un l’altro.

Lukašenko, rappresentante dei borghesi della Bielorussia, dichiara: «Noi riscaldiamo l’Europa, e se interrompiamo le forniture di gas? Polacchi, lituani e altri pensino prima di parlare». Un’arma di ricatto è infatti chiudere i rubinetti del gasdotto russo che attraverso la Bielorussia rifornisce l’Europa. Sarebbe stato lo stesso governo bielorusso ad aver orchestrato l’invio di disperati al confine d’Europa, attirati a Minsk con pacchetti di viaggio volo-alloggio-visto e trasferimento al confine.

Varsavia accusa Lukašenko di “terrorismo di Stato”, utilizzando il ricatto dei civili al gelo. Intanto il suo governo dispiega sul confine l’esercito, si parla di 15.000 uomini, per respingere quei disperati.

Il nuovo cancelliere tedesco, un socialdemocratico, rincara: «Quel che Lukašenko sta facendo è irresponsabile, faremo tutto il possibile per mettervi fine». Ecco cosa “concretamente” la UE sta facendo per “metter fine” all’odissea dei migranti: Ursula Von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo Charles Michel hanno offerto “pieno appoggio” al... governo polacco. Fra i due è sorta una simulata contraddizione, Michel si è detto a favore del finanziamento per la costruzione di un muro alla frontiera orientale dell’UE. Invece la Von der Leyen considera i muri “una soluzione inefficace”. Ma è pronta a “finanziare le infrastrutture digitali di sorveglianza da collocare sui muri, se gli Stati membri pagheranno i muri stessi di tasca loro”. Il governo polacco ovviamente ha recepito il messaggio e il 15 novembre ha dichiarato di voler iniziare a costruire il suo bel muro.

La verità dietro a tutta questa ipocrisia è che gli interessi economici e strategici delle potenze mondiali del capitalismo si intrecciano e si scontrano sempre più in tutte le aree geopolitiche di crisi.

Dietro Lukašenko c’è la Russia, che starebbe per dispiegare alla frontiera missili capaci di colpire a 500 chilometri. Forze speciali e paracadutisti russi sono impegnati in esercitazioni militari a Gozha, cittadina bielorussa a metà tra il confine con la Polonia e quello con la Lituania.

Dall’altra parte si inserisce la Gran Bretagna, inviando soldati per aiutare i polacchi a costruire i muri per respingere i migranti. Anche la Lettonia presto avvierà la costruzione del muro al suo confine, avendo ottenuto il via libera del Parlamento.

La Nato è in allerta, e dichiara di rimanere «vigile contro il rischio di ulteriori escalation e provocazioni da parte della Bielorussia ai confini con Polonia, Lettonia e Lituania» e continuerà «a monitorare le implicazioni» della situazione ai confini orientali dell’Ue «per la sicurezza dell’Alleanza», fa sapere.

Questo il quadro, parziale, di una delle crisi innescate dall’aggravarsi della più generale crisi di sovrapproduzione capitalistica che, come affermiamo da tempo, non potrà che sfociare in un conflitto mondiale di distruzione di merci, forza lavoro compresa, in eccesso.

Come in ogni guerra già a soffrirne nelle carni sono i proletari, per adesso gli immigrati dal Medio Oriente martoriato, utilizzati cinicamente da tutti gli Stati per l’egoismo delle proprie borghesie spietate, indifferenti, assetate di sangue.

Ai proletari di tutto il mondo resta solo la possibilità di imbracciare le armi che la borghesia consegna loro, al fine di trucidare altri proletari, per difendere invece i propri interessi di classe, e rivoltarle contro il suo storico nemico: il Capitale!

 

 

 


Si preparano guerra e fame per il proletariato in Turchia

Nelle ultime settimane la lira turca ha subito una serie di tracolli. Dall’inizio dell’anno ha perso il 90% contro il dollaro, a novembre un altro 40% e la discesa è continuata anche a dicembre. Negli ultimi mesi le condizioni generali sfavorevoli, l’alta inflazione, il forte aumento dei prezzi dell’energia, soprattutto il petrolio, i maggiori costi legati alle ondate di pandemia, hanno mantenuto la lira sotto pressione.

Ma una dei motivi è la politica dal Governo turco che continua a difendere il taglio dei tassi d’interesse e impone alla Banca Centrale (CBRT) di diminuire il costo del denaro, nella convinzione che questo stimoli gli investimenti, mantenga vivace l’economia e crei posti di lavoro.

Le istituzioni finanziarie internazionali affermano invece che per combattere l’inflazione sarebbe necessario aumentare il tasso di interesse e premono in tal senso sulla Banca Centrale. Il presidente Erdo?an sembra invece determinato a proseguire la sua politica economica. Per imporla negli ultimi mesi è intervenuto sostituendo tre volte i vertici alla guida della Banca, tre ministri delle finanze, diversi sottosegretari e due viceministri. Ha così imposto il taglio dell’interesse del 19% di agosto all’attuale 14%, e dichiara di intendere ulteriormente abbassarlo.

La difesa ostinata dei tassi di cambio ha scatenato la speculazione internazionale sulla divisa turca, aggiungendo difficoltà a difficoltà. Qualche analista finanziario ha dichiarato che la moneta turca è penetrata “in un territorio inesplorato”.

A dicembre la Banca Centrale è intervenuta più volte immettendo sul mercato una parte delle sue riserve in valuta estera e anche in oro, facendo solo recuperare alla lira qualche percentuale rispetto all’euro e al dollaro. Intanto l’inflazione è sempre più alta, secondo il governo circa del 20% annuo, ma secondo economisti indipendenti pare che in realtà superi il 58%.

Questo si scarica sulla popolazione con l’aumento dei prezzi, e i più colpiti sono i lavoratori che vedono ridurre il valore di salari e pensioni. Nelle grandi città, davanti ai forni “Halk Ekmek”, gestiti dal Comune, ogni mattina si formano lunghe code di pensionati e di povera gente per acquistare il pane a prezzo calmierato, che nei forni privati costa il doppio o anche più.

L’ingente indebitamento estero delle banche e delle imprese turche espone il Paese alle speculazioni internazionali. La perdita del valore internazionale della moneta, se accresce il prezzo in lire dei prodotti importati, ha finora favorito le esportazioni, dato che le merci prodotte in Turchia sono vendute a un prezzo inferiore nelle valute estere. Ma anche questo vantaggio si riduce a causa della volatilità dei prezzi che rallenta le contrattazioni.

Una dei settori che più hanno guadagnato da questa situazione è certamente la giovane industria degli armamenti che, favorita dalla spregiudicata politica guerrafondaia del governo, sta andando a gonfie vele. I cantieri Dearsan hanno venduto due navi da pattugliamento offshore alla Nigeria. Il 5 novembre scorso in Pakistan, nel porto di Karachi, si è tenuta la cerimonia per la posa della chiglia di una corvetta di classe Milgem Ada, prodotta da una joint venture tra Turchia e Pakistan.

A fine novembre si è avuta notizia che la Turchia fornirà alle forze armate del Niger velivoli da attacco e aerei senza equipaggio (UAV) Bayraktar TB2 nonché veicoli blindati. Gli UAV Bayraktar TB2, prodotti da Baykar Technologies hanno svolto un ruolo chiave in diversi conflitti, in Siria, Iraq, Libia e Azerbaijan. Ad oggi la società turca ha contratti con 13 Paesi, tra cui un patto di produzione congiunta con l’Ucraina. Il 12 novembre scorso la ditta ucraina Ivchenko-Progress e la turca Baykar Technologies hanno annunciato la firma di un contratto per la fornitura di motori di fabbricazione ucraina per i nuovi droni militari d’attacco. A margine del Saha Expo 2021, l’esposizione di materiale militare organizzata a Istanbul lo scorso ottobre, Baykar ha spiegato che il nuovo modello di drone TB3 è progettato per decollare e atterrare dal ponte della TCG Anadolu, una portaerei leggera d’assalto anfibia e multiruolo che costituirà la più grande nave delle forze armate turche in servizio nel 2022.

Ciò ha reso la Turchia uno dei quattro principali produttori di droni al mondo, insieme a Stati Uniti, Israele e Cina. Ma quelli turchi, a quanto pare, costano meno! Successi, utilizzati dal governo per giustificare la sua politica, ma che non bastano a tenere in piedi l’economia del Paese.

L’ultima mossa del governo per dare slancio all’economia è il progetto per l’apertura di un nuovo canale alternativo al Bosforo. Si spera nei capitali del Qatar, con cui la Turchia ha stretti legami anche di collaborazione militare. Il proposito ha suscitato proteste, oltre che degli ambientalisti, della diplomazia internazionale in quanto il regime di gestione del nuovo canale verrebbe a inficiare la Convenzione di Montreux, che regola il passaggio delle navi fra il Mediterraneo e il Mar Nero.

Non solo motivi economici e finanziari determinano la crisi della lira ma anche di politica internazionale. La borghesia turca sta conducendo una politica apertamente di svolta nei riguardi degli Stati vicini. Nonostante i forti legami economici e militari con l’Europa e con gli Stati Uniti, non esita a rivolgersi alla Russia, alla Cina, ai Paesi del Golfo alla ricerca di un appoggio nel ruolo di imperialismo regionale.

Nel Mediterraneo centro-orientale intende partecipare allo sfruttamento dei giacimenti di gas e petrolio al di sotto di quei fondali, scontrandosi non solo con la Grecia, ma anche con l’Egitto, Israele, gli Emirati Arabi Uniti, la Francia. Inoltre intende rimettere in discussione gli accordi internazionali in vigore sulla questione di Cipro.

Ankara è inoltre impegnata direttamente nella guerra in Libia dove si contrappone alla Russia, all’Egitto, alla Francia. Ha riaperto la questione di Cipro, un altro dossier che alimenta la tensione con la Repubblica di Cipro e la Grecia. In Siria continua lo stato di tensione con la Russia e con il regime di Assad, ma anche con gli Stati Uniti, accusati di sostenere l’Amministrazione Autonoma del Nord Est della Siria (AANES) e le sue forze armate, le Forze democratiche siriane (Sdf), che la Turchia considera invece organizzazioni terroristiche.

Lo Stato turco è impegnato in un contenzioso con gli Stati Uniti anche a causa dell’acquisto del sistema missilistico S400 da Mosca; gli Usa gli hanno allora rifiutato la fornitura dei caccia F35, tanto che potrebbe rivolgersi alla Russia per rinnovare anche la sua flotta aerea.

Questa spirale militarista e guerrafondaia non potrà che portare a ulteriori tragedie per la classe lavoratrice turca e internazionale.

Il capo del Governo, come un giocatore di poker alza la posta, ma dovrà scoprire le carte. Questo aspettano gli Stati Uniti, che premono anche con gli strumenti della finanza perché Erdo?an rientri nei ranghi e nel suo ruolo nella Nato.

In questa situazione la classe operaia ha reagito al peggioramento delle sue condizioni, anche se finora in misura insufficiente. Il sindacato DISK ha organizzato manifestazioni nelle grandi città al grido “Non riusciamo a sbarcare il lunario”, sostenuto dal sindacato KESK, e ha chiesto l’aumento del salario minimo.

Il 12 dicembre scorso c’è stata una nuova manifestazione sindacale a Istanbul. I manifestanti hanno chiesto principalmente che il salario minimo, che attualmente è l’equivalente di 179 euro sia portato a 331. Secondo l’Istituto della sicurezza sociale più del 40% di tutti i lavoratori del paese prendono il salario minimo. Il salario minimo mensile per il 2021 era di 2.826 lire, che all’inizio dell’anno valeva 380 dollari ma che attualmente ne vale meno di 186.

La KESK, la Confederazione dei sindacati dei lavoratori pubblici, organizza manifestazioni in quattro città per l’ultimo fine settimana di dicembre, a Smirne e a Diyarbakir sabato e a Istanbul e ad Ankara domenica, con lo slogan “Non riusciamo a far quadrare i conti”. Resta da vedere di quanto saranno aumentati gli stipendi dei lavoratori pubblici, che dovrebbero essere annunciati entro venerdì 24.

Queste mobilitazioni hanno dato un primo importante risultato: il governo, per evitare la crescita delle proteste sindacali, in vista anche delle elezione del 2023, ha annunciato che dal gennaio 2022 aumenterà del 50% il salario minimo. Questo non basterà a recuperare la perdita salariale, neppure dell’ultimo anno, anche perché provocherà un nuovo aumento dell’inflazione, ma allevierà momentaneamente la condizione di lavoratori e pensionati.

Ci sono state anche manifestazioni semi-spontanee nei quartieri delle città governate dall’opposizione, nella quali si chiedevano le dimissioni del governo per il crollo della lira.

Ora, l’opposizione borghese (i socialdemocratici kemalisti, i loro alleati fascisti dissidenti e i nazionalisti curdi) sta organizzando manifestazioni sia per beneficiare del malumore per la politica del governo, sia per impedire una reazione proletaria di classe indipendente, puntando tutto su una loro vittoria elettorale nel lontano 2023. Ma se questi partiti andranno al governo non cambieranno i rapporti di forza tra le classi e il proletariato turco non vedrà certo cambiamenti significativi alle sue condizioni.

Il governo mantiene il paese sotto una cappa repressiva, col ricorso continuo allo stato di emergenza e il richiamo all’unità nazionale, che sarebbero richiesti dalla guerra ai confini meridionali, da quella interna contro i curdi e da una situazione diplomatica che vede la Turchia impegnata su molti fronti.

In questa situazione il proletariato di Turchia deve badare a non farsi abbagliare dalle promesse tanto dei partiti della sinistra borghese quanto dei nazionalisti e comprendere che non ha alleati nelle altre classi. Il suo alleato è il proletariato degli altri paesi. Il militarismo e la guerra giovano solo alla borghesia e alle classi dominanti mentre per i proletari significano solo morte e fame.


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L’Oceano Pacifico al centro dello scontro mondiale dei capitali

Il recente accordo tra Stati Uniti, Australia e Regno Unito, l’Aukus, in funzione chiaramente anticinese, è solo l’ultimo ad agitare le acque del Pacifico Occidentale. In forza dell’accordo gli Usa mettono a disposizione degli australiani una tecnologia militare finora condivisa solo con gli inglesi, e consentono di dotarsi di una flotta di sottomarini a propulsione nucleare, pronti a silurare le navi cinesi nel Pacifico

La contesa tra le maggiori potenze mondiali, con le manovre militari e la corsa al riarmo dei paesi rivieraschi, ne fanno l’area di massimo attrito fra gli imperialismi e dove la crisi generale del modo di produzione capitalistico si trasformerà in una devastante collisione bellica.

Si aggiunge all’accordo QUAD fra Stati Uniti, Australia, Giappone e India. Ma anche dietro il QUAD, benché col fine di una opposizione comune a Pechino, gli imperialisti di secondo rango lottano per i propri divergenti interessi nazionali.

La principale contrapposizione è tra le prime due potenze imperialiste, Cina e Stati Uniti. Il progressivo disimpegno di questi dall’Asia centrale e dal Medioriente ha corrisposto a una accresciuta presenza nel Pacifico Occidentale, necessaria a contrastare l’espansionismo cinese e mantenere il ruolo di superpotenza. Dal canto suo la Cina è spinta dalla sua crescita economica a mettere in discussione l’attuale spartizione del mondo e trova negli Stati Uniti il principale baluardo del vecchio ordine imperiale scaturito dalla seconda guerra mondiale, non più corrispondente agli attuali rapporti di forza economica. Si prepara una seconda guerra del Pacifico.


La contesa fra Usa e Cina

Spinte anche dall’aggravarsi della crisi economica, le maggiori potenze tentano intanto di affermare la loro presenza nei Mari cinesi, di controllarne gli stretti e le isole. Oltre alla sua rilevanza strategica militare quest’area lo è anche su quello economico e commerciale: vi si affacciano i più dinamici capitalismi e vi transita gran parte del commercio mondiale. Anche negli ultimi mesi la Cina, imponendo la presenza delle sue flotte di mare e d’aria, ha continuato a sfidare l’imperialismo americano, il quale, con il pretesto della libertà di navigazione in un “Indo-Pacifico libero e aperto”, invia regolarmente le proprie forze armate in quelle acque contese.

Il punto più caldo è oggi Taiwan. Per la Cina la questione può essere risolta solo con il ritorno della “provincia ribelle” alla “madrepatria”. Data l’ostilità dei governi taiwanesi, e soprattutto l’interesse americano a mantenerne l’indipendenza, solo la forza può deciderne le sorti.

Il massimo delle tensioni si è registrato lo scorso ottobre quando, in occasione dell’anniversario della fondazione della Repubblica Popolare, la Cina ha effettuato gran numero di incursioni nella zona di identificazione aerea taiwanese: 38 il primo ottobre, 39 il due, e ben 56 il quattro, superando notevolmente le precedenti. Pechino ha risposto così all’annunciato riarmo di Taiwan e all’accordo dell’Aukus. Qualche giorno dopo, il 9 di ottobre, in occasione delle celebrazioni per i 110 anni dalla rivoluzione del 1911, data significativa anche dall’altro lato dello Stretto, Xi Jinping ha promesso di portare a compimento la riunificazione nazionale.

Immediata è arrivata la risposta della presidente taiwanese che ha annunciato la ferma resistenza alle pretese cinesi, forte delle rassicurazioni di Washington. Ma dal Ministero della Difesa taiwanese è emersa la preoccupazione per le capacità militari di Pechino, il cui ammodernamento consente loro di bloccare le comunicazioni aeree e marittime dell’isola, impedendo il flusso delle forniture militari e paralizzando i collegamenti logistici. Inoltre la Cina sarebbe ormai in grado di colpire obiettivi politici, economici e militari a Taiwan e le forze armate di effettuare operazioni di sbarco.

Di fronte alla minaccia cinese è inevitabile l’aumento e l’ammodernamento anche delle forze armate di Taiwan, che infatti procede verso un veloce e notevole riarmo, con un bilancio per il 2022 di 17 miliardi di dollari, a cui è stato aggiunto a novembre un budget extra di 8,6 miliardi, da spendere nei prossimi 5 anni.

Ma, di fronte a un nemico nettamente superiore, Taiwan non può che affidare la sua protezione al potente imperialismo americano. Gli Stati Uniti, che non perdono occasione per proclamare la difesa di Taiwan in caso di attacco, sul piano militare fanno sentire la propria presenza facendo incrociare navi militari nello stretto fra l’isola e il continente. Per la prima volta è stata confermata dalla presidente taiwanese la presenza nell’isola di militari americani. Continua la vendita a Taiwan di armamenti americani, che ovviamente non ha subito inversione con la nuova amministrazione Biden: il 4 agosto ha approvato un nuovo contratto per 750 milioni di dollari.

Anche nel Mar Cinese Meridionale si intensificano le azioni cinesi e americane. Mentre la Cina vi continua a fortificare gli isolotti, imponendovi la propria presenza e l’estensione del suo raggio d’azione, anche con lanci di missili balistici ed esercitazioni, che esibiscono le sue prime portaerei, gli Stati Uniti, pur non muovendo pretese su quelle acque, vi schierano navi da guerra ed aerei, e anche loro vi svolgono esercitazioni con le portaerei.

Gli USA sono schierati in difesa dei paesi che hanno contese territoriali con Pechino, Filippine, Vietnam, Malesia, Indonesia. Più volte hanno dichiarato che qualsiasi attacco alle Filippine produrrebbe una loro risposta, legati come sono da un trattato di mutua difesa che li obbliga ad aiutarsi a vicenda in caso di attacco.

In generale questi paesi, mentre da un lato mantengono strette relazioni economiche con la Cina, che è il loro primo partner commerciale, dall’altro cercano di fermare l’avanzata cinese, che potrebbe sopraffarli.

Data l’inconciliabilità degli interessi dei due briganti imperiali, solo la forza potrà determinare il risultato della lotta in corso, per cui è inevitabile che i Mari cinesi siano al centro di un intensificarsi delle azioni delle rispettive macchine da guerra.


Sussulti di vecchi predatori

Ma anche altri imperialismi pretendono di far valere i propri interessi nazionali nella contesa per la spartizione mondiale e, in sussulti da vecchi briganti, le marinerie di Regno Unito, Francia, Germania tornano ad incrociare in quei mari.

Nell’area ha grossi interessi la Francia, con possedimenti nel Pacifico eredità del passato coloniale. Ma ha subito un duro colpo con l’accordo Aukus, lo scippo della miliardaria commissione per i sottomarini, e mortificate le ambizioni oltremare. La Francia, se inizialmente ha minacciato un’autonomia militare dagli americani e in direzione di una “difesa comune” europea, presto ha dovuto ammettere che i rapporti di forza tra gli imperialismi non si modificano con gli strepiti di cancellerie offese! Resta però presente nell’area, da tempo impegnata in operazioni militari negli Oceani Indiano e Pacifico, e anche nel Mar Cinese effettua attraversamenti con sottomarini e navi da guerra, ma mantenendosi a distanza dalle isole controllate dalla Cina.

Lo stesso sta facendo la Germania, che ha inviato nell’area la fregata Bayern, da dicembre nei Mari Cinesi.

Anche i predoni europei giustificano le missioni delle marinerie con l’obiettivo di difendere la libertà delle rotte. Il fondamento di questa retorica sta nell’importanza dei mercati dell’Oriente asiatico per le malconce proprie economie. Gli imperialismi d’Europa cercano anch’essi di assicurarsi una presenza ma, a differenza degli americani, puntano a un equilibrio tra il dimostrare fedeltà al gendarme USA, in funzione anti-cinese, e il non compromettere le relazioni commerciali con la Cina, di cui hanno bisogno. Fanno mostra di sostenere Washington senza offendere Pechino. Sono queste costrizioni che depotenziano le missioni degli europei, già imperialisti saccheggiatori dell’Asia ma ormai in perdita di peso economico, diplomatico e militare.

Memore delle sue nefandezze in Asia, anche la borghesia britannica preme per un maggiore ruolo in Oriente a fianco dell’alleato americano e dei paesi ostili a Pechino. A rafforzare la sua presenza nell’Indo-Pacifico lo scorso maggio il Regno Unito ha fatto salpare la portaerei Queen Elizabeth col suo gruppo d’attacco. All’arrivo, previsto a fine anno, condurrà operazioni congiunte con vari paesi tra cui Stati Uniti, India, Giappone, Australia.

Nel passato imperiale inglese tutta la rotta oggi della Queen Elizabeth – Mediterraneo, Mar Rosso, Golfo di Aden, Mare Arabico, Oceano Indiano, Stretti, Mar Cinese Meridionale – era saldamente controllata dalla Royal Navy, unendo alla potente flotta il controllo degli scali. La “Global Britain” odierna non tornerà alla vecchia potenza né ripristinerà il prestigio di una borghesia in pieno declino nazionale, sanzionato dalla Brexit. Nonostante l’imperialismo britannico sia ancora in grado di mettere sul campo il quinto più grande budget di difesa del mondo, il più alto in Europa e il secondo nella NATO, non riuscirebbe impunemente oggi a cannoneggiare Canton come ai tempi delle guerre dell’oppio! Ma il lupo capitalista perde il pelo...


Blocchi contrapposti

Nonostante abbia da fronteggiare la pressione ai suoi confini occidentali, anche l’imperialismo russo manovra per prendere parte alla contesa asiatica. Tra le sue azioni più significative tra il 14 e il 17 ottobre una esercitazione navale nel Mar del Giappone condotta insieme alla Cina, con pattugliamenti dell’Oceano Pacifico occidentale e transiti ravvicinati alle coste giapponesi, attraverso lo Stretto di Tsugaru, tra l’isola di Honshu e quella di Hokkaido, che collega il Mar del Giappone all’Oceano. Il 2 dicembre il Ministero della Difesa russo ha annunciato il dispiegamento di un sistema missilistico sulle isole Curili, oggetto di disputa territoriale tra i due Paesi.

Le complesse relazioni tra Cina e Russia, caratterizzate anche da un passato conflittuale, mostrano una convergenza nell’attuale disputa nelle acque dell’Estremo Oriente che le spinge su questo scacchiere verso una stretto legame militare, oltre che economico, per contrastare la pressione degli Stati Uniti e dei loro alleati.

Intanto i borghesi americani proseguono a stringere legami con i rivali di Pechino. A determinare l’avvicinamento di questi Stati agli USA sono i contrasti che hanno con la Cina: l’Australia ha in corso una guerra commerciale e in generale conduce una politica fermamente anticinese; il Giappone ha territori contesi nel Mar Cinese Orientale; l’India ha dispute sul confine himalayano.

Ma queste tre potenze si trovano in condizioni differenti. L’Australia, che per molti aspetti (economico, demografico, militare) ha un peso minore rispetto a India e Giappone, risente maggiormente della minaccia cinese e più ha bisogno di un forte protettore.

Il capitalismo indiano invece, giovane e in ascesa, scalpita per prendersi il suo spazio. Schiera navi da guerra nel Mar Cinese Meridionale e nel Pacifico occidentale. Conduce esercitazioni militari sia in ambito QUAD sia bilaterali con le marine di Vietnam, Filippine, Malesia, Indonesia e Australia. Ma l’India, non direttamente minacciata da Pechino sul mare, e protetta dal potente vicino cinese da imponenti catene di monti, mantiene una sua indipendenza dai due principali schieramenti imperiali.


L’imperialismo giapponese

Anche il Giappone, altro protagonista nella contesa in Asia, aspira a un ruolo autonomo, pur restando nel campo americano per non essere fagocitato dalla vicina Cina, e con la quale però ha la necessità di mantenere intensi rapporti commerciali. I capitalisti giapponesi difendono i propri interessi intrecciando buone relazioni con gli Stati del Sud-Est asiatico, loro antica area di espansione, e li sostengono rifornendoli da qualche tempo anche di armi e collaborando sul piano militare.

La strategia del Giappone emerge dalle linee guida pubblicate dalla sua Difesa: la necessità di un duro contrasto all’espansionismo cinese, dando il massimo della priorità alla presenza militare nella regione.

La minaccia cinese si concretizza nella contesa per le isole Senkaku, nel Mar Cinese Orientale e nei tentativi di metterne in discussione con la forza lo status quo. Mentre nel 2012 le incursioni cinesi in acque territoriali giapponesi si erano verificate in 79 giorni e avevano coinvolto 407 navi, nel 2020 si sono contate violazioni in 333 giorni che hanno riguardato 1.161 navi cinesi, con la loro presenza nelle acque delle Senkaku per 111 giorni consecutivi da aprile ad agosto del 2020. Intanto il Giappone ha accelerato il progetto di fortificazione delle sue isole sud-occidentali, schierandovi centinaia di militari e missili antiaereo e antinave.

Preoccupa i borghesi giapponesi la situazione attorno a Taiwan e nel Mar Cinese Meridionale. Consapevole che in quest’area si giocano i destini della regione indo-pacifica, in più occasioni il Giappone ha ribadito il sostegno a Taiwan e la necessità di difendere l’isola. La questione è vitale per il Giappone perché la caduta di Taiwan metterebbe a rischio la sua stessa sicurezza, a incominciare dall’isola di Okinawa, mentre la sua economia sarebbe strangolata dall’interruzione delle rotte marittime. Tokyo vede con favore il rafforzamento delle armate taiwanesi, sia attraverso la vendita di armi americane sia con lo sviluppo della produzione bellica nazionale.

Ma Tokyo non condivide buone relazioni con tutti gli alleati di Washington. Permangono attriti con la Corea del Sud, che affondano le radici nel passato espansionismo giapponese che provoca nel Paese un forte sentimento anti-giapponese, e soprattutto nella attuale disputa per il controllo delle rocce di Liancourt, un gruppo di isolotti nel Mar del Giappone.

Il Giappone inoltre conduce una autonoma azione nel Sud-Est asiatico tessendo legami con i principali paesi dell’area. Buoni i rapporti con le Filippine e l’Indonesia, con la vendita di armamenti ed esercitazioni congiunte.

L’Indonesia è impegnata in un consistente riarmo, volto a rafforzare la marina e l’aeronautica. Alcune fonti riportano di un accordo per la fornitura dal Giappone di 8 fregate lanciamissili da consegnare tra il 2023 e il 2024; farebbe parte di uno scambio più grande che si aggirerebbe intorno ai 3,6 miliardi di dollari, la maggiore vendita di armi mai fatta dal Giappone. Ma, visto anche il recente annullamento dell’accordo tra Australia e Francia per la fornitura di sottomarini, anche quello nippo-indonesiano potrebbe essere scalzato dall’intervento di altri fornitori.

Di recente, l’11 settembre, Tokyo ha stretto un’importante intesa anche col Vietnam volta ad intensificare la cooperazione nel settore della difesa e che prevede la fornitura di attrezzature e tecnologie. La crescente presenza cinese nel Mare Meridionale preoccupa notevolmente il Vietnam, che già in passato si è scontrato con Pechino per il controllo di quelle acque e di alcune isole. A nulla è quindi servita la cosiddetta “diplomazia dei vaccini” attraverso la quale la Cina fornendo milioni di dosi aveva tentato di spostare il posizionamento vietnamita. I due paesi, che falsamente si proclamano socialisti, da Stati borghesi quali sono, sono divisi da interessi nazionali opposti e inconciliabili, che intendono difendere con il sangue dei loro proletari. Per i “comunisti” vietnamiti la difesa contro la minaccia dei “comunisti” cinesi vale bene un accordo con l’imperialismo giapponese.


Preparano la guerra

Anche il Giappone procede al riarmo. Per il prossimo anno sono previsti investimenti per 50 miliardi di dollari. Nel piano rientrerebbero la costruzione di navi e sottomarini, l’acquisto di caccia F-35 e lo sviluppo di moderni armamenti e tecnologie. L’aumento della spesa rispetto allo scorso anno sarebbe del 2,6%, superando l’1% del PIL, limite imposto alla Difesa. Una ulteriore conferma della fine del tradizionale, quanto mendace, “pacifismo” giapponese post seconda guerra mondiale.

Ma anche la spesa cinese in armamenti corre velocemente: è cresciuta del 76% rispetto al 2011, di pari passo con la sua economia e facendo registrare incrementi per 26 anni consecutivi. Il riarmo cinese, secondo il SIPRI, ha raggiunto nel 2020 i 252 miliardi di dollari, e nel 2021 dovrebbe aumentare del 6,8% rispetto al 2020. I vertici militari USA si domandano quando lo spostamento dell’equilibrio militare nell’Indo-Pacifico potrà consentire a Pechino di mettere in discussione lo status quo.

In tutta la regione si corre il riarmo. Nel 2020 la spesa militare in Asia e Oceania è stata di 528 miliardi di dollari, con un incremento del 2,5% rispetto al 2019 e del 47% dal 2011, che però sale al 53% se si considera solo l’Asia Orientale. Lo scorso anno l’India ha speso in armamenti 72,9 miliardi di dollari, con un più 2,1% rispetto al 2019; la Corea del Sud 45,7 miliardi, con un aumento del 4,9% rispetto al 2019 e del 41% sul 2011; Taiwan 12,2 miliardi, più 5,5%; Singapore 10,9 miliardi, più 3,4%; Indonesia 9,4 miliardi più 5,4% sul 2019 e più 83% negli ultimi dieci anni.

Al riarmo si accompagnano i tentativi di creare alleanze in vista dell’inevitabile sbocco nella catastrofe bellica, unica possibilità per il capitalismo di uscire dalla sua storica crisi e ridisegnare una nuova spartizione reazionaria del Pacifico e del mondo.


Il fattore proletariato

Potenza tra potenze è il proletariato internazionale, che solo può fermare il prossimo macello che si profila all’orizzonte. Un proletariato che ha avuto una notevole crescita quantitativa anche a quei meridiani. A differenza del passato, quando era in gran numero presente nel solo Giappone, che per primo aveva sviluppato l’industria, si è arrivati alla sua enorme estensione in tutta l’area e all’impressionante concentrazione in metropoli gigantesche.

Al Partito, più che il dato numerico, interessa l’azione storica del proletariato come classe che lotta per le proprie finalità. Esplosioni della lotta proletaria avvengono ovunque, in Indonesia e Birmania per esempio. Ma non basta. Il proletariato asiatico, come la classe operaia internazionale tutta, si troverà di fronte alle false alternative che i nemici della rivoluzione gli prospetteranno per sviarlo dalla sua lotta: nazionalismo, indipendentismo, democrazia, socialismo nazionale. Contro forze e ideologie nemiche, solo il Partito Comunista Internazionale lo potrà guidare verso la vittoria finale tramite la dittatura del proletariato.

 

 

 

 

 


Per il sindacato di classe Pagina di impostazione programmatica e di battaglia del Partito Comunista Internazionale

Sciopero del 16 dicembre
Come i sindacati di base sono riusciti a perdere un’altra occasione per affermarsi nella classe

Pubblichiamo qui il volantino che abbiamo distribuito a Roma e a Milano alle manifestazioni per lo sciopero generale del 16 dicembre promosso da Cgil e Uil.

Commentando l’esito dello sciopero generale unitario del sindacalismo di base dello scorso 11 ottobre scrivevamo nel numero precedente: «È da una permanente, rigorosa e organica applicazione dell’indirizzo dell’unità d’azione del sindacalismo conflittuale e dei lavoratori a tutti i livelli – aziendale, territoriale, categoriale, generale – che potranno aversi risultati decisivi nel rafforzamento del movimento sindacale dei lavoratori. Ciò non è da attendere dalle attuali dirigenze del sindacalismo conflittuale: anche nella attuale loro concessione all’unità d’azione sono emerse, nella preparazione dello sciopero, dei cortei e nel loro dispiegarsi, le condotte che confermano il loro opportunismo».

Il corso degli eventi sindacali in Italia dall’11 ottobre allo sciopero generale del 16 dicembre ha ulteriormente confermato questa nostra affermazione.

Uno dei limiti dello sciopero generale unitario del sindacalismo di base era stato la sua proclamazione con due mesi di anticipo, il 12 agosto. Questa è una pratica consolidata del sindacalismo di base che, se da un lato offre tempi larghi per la sua preparazione, dall’altro inevitabilmente cala lo sciopero in un dato momento, a prescindere da ciò che accade nella vita politica e sindacale. Questo non è certo un elemento di poca importanza nella riuscita di uno sciopero: contano infatti le azioni del padronato, l’emotività dei lavoratori, la condotta nel movimento sindacale delle sue organizzazioni e delle loro correnti.

Sicché, per quanto moderatamente positivo sia stato l’andamento dello sciopero dell’11 ottobre, poche settimane dopo si è aperta una situazione più favorevole al dispiegamento di un’azione generale della classe. Questo in ragione di due fattori: l’avvio dell’iter di approvazione parlamentare della Legge di Stabilità e la crescita dell’inflazione.

Questa avrebbe dovuto giustificare, da parte del movimento sindacale, una maggior combattività nelle vertenze per i rinnovi dei contratti nazionali in corso – che coinvolgono milioni di lavoratori – unificandole per rafforzarle e rivendicare aumenti salariali più consistenti.

La Legge di Stabilità ha previsto quali principali provvedimenti contro la classe lavoratrice: il ritorno graduale alla legge Fornero del 2012, con l’innalzamento dell’età del pensionamento; una riduzione dell’Irpef vantaggiosa per i redditi alti, di quadri e dirigenti, e ininfluente per i salari medi e bassi; il restringimento della platea dei beneficiari del reddito di cittadinanza.

Due settimane dopo lo sciopero generale dell’11, domenica 24 ottobre si è tenuta a Roma un’assemblea nazionale unitaria del sindacalismo di base. Questa era stata prevista durante l’ultima riunione preparatoria dell’assemblea unitaria che avrebbe dovuto svolgersi il 19 settembre a Bologna. Quella riunione fallì e con essa l’assemblea del 19 settembre, che avrebbe dovuto essere preparatoria dello sciopero, con tutte le dirigenze che la disertarono, lasciando sola quella del SI Cobas ad autocelebrarsi. Queste dirigenze sindacali di base – dimostrato in questo frangente di voler agire in senso unitario, diversamente da quella del SI Cobas – decisero già allora di convocare un’assemblea nazionale, curiosamente però non prima ma dopo lo sciopero.

L’assemblea, per altro, era stata assai poco propagandata e si è trattato sostanzialmente di una riunione allargata. Ne era scaturita una mozione in cui veniva affermata «la volontà unanime di dare continuità al percorso unitario (...) attivando una forma stabile di consultazione tra tutte le organizzazioni del sindacalismo di base, che sarà definita in seguito in modo più dettagliato». La mozione terminava: «L’assemblea ha infine espresso la necessità di mettere in cantiere l’organizzazione di ulteriori iniziative unitarie, tanto locali quanto nazionali, compresa la promozione di nuove iniziative di sciopero tanto di categoria quanto generali».

Il 28 ottobre dal Governo usciva il disegno della Legge di Bilancio dando avvio all’iter parlamentare per la sua approvazione.

Lo stesso giorno il Comitato Centrale della Fiom avanzava, in risposta, un “pacchetto” di 8 ore di sciopero, da svolgersi nelle settimane successive, divise per territorio e aziende. Si trattava della consueta risposta “minima” del maggior sindacato di regime d’Italia a un attacco del governo, mandando in “avanscoperta” – si fa per dire, vista la pochezza dell’azione – la federazione sindacale di categoria che per tradizione si vuole più combattiva, anche se, a ben guardare, è quella che nel 2016 firmò un rinnovo contrattuale considerato negativamente persino dalla Filctem, la federazione dei chimici, che sempre per tradizione si vuole invece fra le più moderate.

Tuttavia questa minima azione del sindacalismo di regime sarà pur sempre superiore a quella del sindacalismo di base.

Il 10 novembre, infatti, veniva pubblicato un comunicato unitario di tutti i sindacati di base, tranne il SI Cobas, per promuovere una giornata nazionale di manifestazioni cittadine, sabato 4 dicembre, denominata “No Draghi day”. La pochezza della mobilitazione messa in campo dal cartello unitario del sindacalismo di base balza agli occhi. Le dirigenze del sindacalismo di base hanno pensato fosse utile e sufficiente indire piccole manifestazioni locali, a cui per altro non avrebbe partecipato uno dei due maggiori sindacati di base – il SI Cobas – e che, com’è poi stato, si sarebbero risolte in molti casi in piccoli presidi.

Anche la Cgil, oltre agli scioperi della Fiom, si è data ad organizzate manifestazioni cittadine che però, data la mole della sua struttura organizzativa, sono risultate assai più partecipate di quelle del sindacalismo di base, nonostante in diversi casi non siano andate bene.

Le dirigenze del nuovo cartello semi-unitario del sindacalismo di base, senza SI Cobas, invece di prendere slancio dall’andamento positivo della mobilitazione dell’11 ottobre e tentare un nuovo sciopero, hanno preferito attestarsi su quel risultato, evitando un ulteriore passo in avanti.

A questa decisione hanno contribuito diversi fattori negativi, frutto del loro opportunismo.

1. - Una sottovalutazione dei fattori contingenti che rendono i lavoratori più o meno disponibili alla mobilitazione; in questo caso, come detto, l’attacco alle pensioni, la salita dell’inflazione, il ridimensionamento del reddito di cittadinanza, la riforma dell’Irpef

2. - A tale sottovalutazione contribuisce la prassi consolidata, ormai da decenni, di tali dirigenze di proclamare un solo sciopero generale all’anno e con largo anticipo, scollegando l’azione di lotta dal contesto politico e sindacale concreto, contingente, facendola divenire un atto rituale. Vi era la possibilità – fra novembre e dicembre – di uscire da tale liturgia, cosa che queste dirigenze hanno dimostrato ancora una volta di non voler fare.

3. - Altro fattore molto importante, e fortemente negativo, è la pervicace volontà di buona parte di tali dirigenze di ignorare ciò che accade nel seno del sindacalismo di regime. Pensano che basti ignorarli per invertire i rapporti di forza fra sindacati di base e Cgil Cisl e Uil, ancora grandemente a favore dei secondi. È questo forse il dato che meglio dimostra la piccineria di queste dirigenze opportuniste.

Entro la Cgil, all’indomani dell’approvazione da parte del Consiglio dei ministri del disegno di legge per la manovra finanziaria, ha iniziato a maturare un fermento a favore della proclamazione dello sciopero generale. In tal senso si sono espresse, come prevedibile, sia l’area di “opposizione” denominata “Riconquistiamo tutto”, sia quella, autodefinitasi “alternativa, denominata “Le Giornate di marzo”; oltre a queste vanno annoverate anche le due correnti “di sinistra” che sostengono la maggioranza Cgil, “Democrazia e Lavoro” e “Sinistra sindacale”, che entrambe hanno invocato lo sciopero generale. Oltre a ciò, a livello territoriale, la Camera del Lavoro Cgil di Lucca ha emesso un ordine del giorno a sostegno di uno sciopero generale provinciale, poi effettivamente proclamato per il 10 dicembre, e fatto confluire in quello nazionale del 16. Infine a Genova si è tenuto il 18 novembre l’attivo dei delegati, alla presenza di oltre 400 rappresentanti sindacali, il quale si è espresso anch’esso per la massima mobilitazione dei lavoratori.

Dall’altro lato in Cgil vi erano correnti scettiche o apertamente contrarie alla proclamazione di uno sciopero generale.

Da parte del sindacalismo di base convocare un nuovo sciopero generale unitario avrebbe significato, anche, aggravare i contrasti interni alla Cgil divaricando le posizioni, mettendo alla prova dei fatti, dell’adesione a uno sciopero generale, le varie correnti interne che si dichiarano conflittuali, creando così condizioni più favorevoli a un ulteriore piccolo passo in avanti verso quell’unità d’azione del sindacalismo conflittuale entro e fuori il perimetro del sindacalismo di base che si era iniziata a verificare l’11 ottobre.

4. - Infine, ultimo fattore che ha determinato la decisione di organizzare solo una giornata di manifestazioni locali da parte del cartello semi-unitario del sindacalismo di base, è stato uno dei tratti più caratteristici del suo opportunismo sindacale, cioè quello di deviare la lotta sindacale sul piano partitico, danneggiando in tal modo lo sviluppo del movimento. Ai dirigenti dei sindacati di base non è stata soltanto mancanza di coraggio a non far proclamare un secondo sciopero generale in tre mesi, pur in una situazione meno sfavorevole rispetto all’11 ottobre, ma la loro tentazione – irresistibile gli opportunisti – a deviare sul terreno della politica parlamentare.

Questo tratto emergeva in modo chiaro dal comunicato di convocazione della giornata “No Draghi day”: «È urgente la costruzione di un vasto movimento popolare (...) una Giornata di protesta nazionale per il prossimo 4 dicembre denominata “No Draghi Day” e invita, pertanto, tutti i movimenti e le realtà sociali e politiche a costruire la mobilitazione in forma unitaria e condivisa». L’obiettivo quindi non è la costruzione di un movimento di lotta sindacale della classe operaia contro le misure del governo, bensì un movimento popolare della sinistra cosiddetta radicale, metà borghese metà opportunista, con l’obiettivo di ricostruzione di una sua forza elettorale in grado di farsi eleggere in parlamento, illudendosi di ricostituire quella “sponda politica” nelle istituzioni senza la quale, per costoro, la classe operaia non avrebbe modo di difendersi dal capitalismo.

È per perseguire questo obiettivo politico riformista e opportunista che viene danneggiato il percorso di sviluppo del movimento sindacale di classe. Le manifestazioni, quindi, nelle intenzioni di queste dirigenze, avrebbero dovuto caratterizzarsi in senso interclassista, movimentista e partitico, diversamente da come erano state quelle dell’11 ottobre, che avevano avuto un carattere prettamente operaio e sindacale. Il loro esito è stato una ulteriore conferma della correttezza dell’impostazione del nostro partito sui rapporti fra classe lavoratrice, sindacati e partito. Tutte le manifestazioni locali del 4 dicembre sono state largamente inferiori – sul piano numerico – a quelle dell’11 ottobre e composte – sul piano qualitativo – da assai meno lavoratori.

Contro questa decisione delle dirigenze del sindacalismo di base, i nostri compagni insieme ad altri militanti sindacali hanno redatto un “Appello per uno sciopero generale unitario del sindacalismo conflittuale. Contro il nuovo attacco alle pensioni e gli altri contenuti antioperai della legge di bilancio! In difesa dei salari contro l’aumento dell’inflazione! In difesa delle libertà sindacali e politiche della classe lavoratrice!”.

L’appello ha raccolto una cinquantina di adesioni, soprattutto di militanti dell’Usb, oltre che della Confederazione Cobas, della Cub, del SI Cobas, dell’Usi e della Cgil. Nessuna dall’Sgb e dall’Adl Cobas. Di fatto è stata l’unica presa di posizione e linea di indirizzo chiara e coerente nel quadro della condotta dei sindacati di base e dei sindacati di regime di questi mesi. Non ha raccolto molte adesioni ma noi crediamo che abbia fatto riflettere una platea assai più ampia di militanti sindacali e creato più difficoltà di quanto si possa credere fra i dirigenti dei sindacati di base.

In esso, fra l’altro, si legge: «Se la Cgil promuoverà lo sciopero ci si ritroverà, nella migliore delle ipotesi, a inseguire la sua iniziativa, partecipando allo sciopero con la nostra piattaforma rivendicativa e con nostri spezzoni ben distinguibili nei cortei, nella peggiore, a disertare lo sciopero limitandoci a organizzare una manifestazione, risultando così agli occhi dei lavoratori ancor più moderati della Cgil».

Mentre il sindacalismo di base non è riuscito a dare altro che la debolissima prova di mobilitazione del 4 dicembre – e anche grazie ad essa – la Cgil ha potuto invece ridarsi un lustro di sindacato che lotta e si oppone al governo. In varie città la Fiom ha organizzato scioperi di 4 o 8 ore con cortei cittadini. A Genova, il 2 dicembre, siamo intervenuti con un apposito volantino nel corteo di circa 500 metalmeccanici che ha attraversato i quartieri operai di Cornigliano e Sampierdarena. In alcune regioni – quali Toscana, Umbria, Lazio – la Fiom ha deciso di unificare lo sciopero a livello regionale e per l’intera giornata, fatto poi confluire nello sciopero generale.

Oltre alla Fiom, la Flc Cgil ha dichiarato lo sciopero nazionale dei lavoratori della scuola per il 10 dicembre, insieme alla Uil e ai sindacati autonomi Snals e Gilda, cui hanno aderito anche i sindacati di base Cobas Scuola e Cub Sur. Presumibilmente è stato per il coinvolgimento di questi sindacati autonomi, influenti nella categoria e non interessati a mobilitazioni intercategoriali, che questo sciopero non è stato spostato e fatto confluire in quello generale. Altro sciopero nazionale che invece è confluito in quello generale era stato fissato il 17 dicembre per i lavoratori portuali.

Questo quadro di iniziative di categoria del sindacalismo di regime ha annichilito ogni intenzione di mobilitazione dei sindacati di base. Ma il 6 dicembre si è verificata l’ipotesi considerata nell’appello per un nuovo sciopero generale unitario del sindacalismo di base, che improvvidamente gran parte dei dirigenti del sindacalismo di base avevano scartato: Cgil e Uil hanno dichiarato loro lo sciopero generale per 10 giorni dopo, per giovedì 16 dicembre.

A fronte dell’inaspettata iniziativa del sindacalismo di regime, i sindacati di base hanno reagito ciascuno per sé. L’Usb ha dato indicazione di non aderire allo sciopero, secondo una linea che un suo dirigente, onestamente, ha definito “storica”, il che conferma che dividere le azioni di lotta dei lavoratori è un tratto non modificabile della politica della dirigenza dell’Usb.

L’Esecutivo nazionale del SI Cobas ha dato una tardiva e parziale adesione appena 36 ore prima dello sciopero: «sciopereremo nel settore metalmeccanico con una piattaforma rivendicativa autonoma, e in alcune filiere della logistica».

L’indirizzo del nostro partito, espresso nel volantino distribuito alle manifestazioni, è che il sindacalismo di base partecipi agli scioperi promossi dai sindacati di regime, al fine di rafforzarli e quindi radicalizzarli. E lo faccia in modo unitario. Uno sciopero riuscito è sempre una vittoria per i lavoratori e un problema per il sindacalismo collaborazionista. Invece uno sciopero blando è sempre una sconfitta per i lavoratori e un rafforzamento del sindacalismo collaborazionista. Un legame fra le avanguardie del sindacalismo di classe e le masse lavoratrici ancora sotto il controllo del sindacalismo di regime si costruisce nel segno dell’unità d’azione nella lotta, non boicottando gli scioperi e proponendo azioni divisive e in concorrenza. Evidentemente adesioni tardive, parziali e in ordine sparso vanificano questo obiettivo.

Lo sciopero, come argutamente osservava una vignetta di un noto fumettista il giorno dopo, è andato nel modo migliore per il regime: «Lo sciopero è riuscito: non ha fatto male né al Governo, né a Landini». La Cgil, come sempre, era interessata a dispiegare uno sciopero moderato, non radicale, non forte, che desse alimento alla pratica della concertazione non a quella della lotta di classe.

Le manifestazioni di Roma e Milano sono certamente riuscite con cortei di oltre diecimila partecipanti. Ma, a osservarle con attenzione, si notava come quasi non ci fossero striscioni di fabbrica seguiti da gruppi di lavoratori. A Milano il 70% abbondante dei manifestanti era costituito da strutture e delegati. L’apparato elefantiaco e capillare di un sindacato di regime quale la Cgil le permette, mobilitando i funzionari e buona parte dei delegati (il che non è comunque cosa scontata) di mettere in mostra sempre grandi manifestazioni.

La Cgil è un gigante che, seppure in grado di mobilitare grandi masse di lavoratori, quando davvero servirebbe alla classe resta immobile, facendo da freno alla lotta operaia. Oppure si concede per una minima azione, solo per anticipare e prevenire le mobilitazioni del sindacalismo conflittuale, nella logica del controfuoco, con cui cerca di bruciare energie disponibili alla lotta prima che siano utilizzate in modo efficace.

L’esperienza di questo autunno ha quindi un bilancio negativo per il sindacalismo di classe. La Cgil ne esce con un parziale recupero di “immagine”. Il sindacalismo di base ha perso una buona occasione per compiere un doppio passo in avanti, dilapidando parzialmente il primo, piccolo, compiuto l’11 ottobre.

Le forze che hanno maturato la consapevolezza della necessità di agire per l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale e dei lavoratori, e di dover per questo combattere contro le dirigenze opportuniste della maggioranza dei sindacati di base, vedono confermato questo punto di approdo pratico e, se pur ancora troppo deboli, ne escono rafforzate.

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Il testo distribuito dal partito allo sciopero

Dopo aver sbloccato i licenziamenti in piena estate – con l’avallo di Cgil Cisl e Uil – il governo Draghi, con la legge di stabilità, sta sferrando un ulteriore attacco contro i lavoratori: ripristino della legge Fornero per le pensioni; ridimensionamento del reddito di cittadinanza; abbassamento dell’Irpef per dirigenti e quadri, insignificante o nullo per la massa dei lavoratori.

Come recentemente certificato dall’Ocse, il salario medio in Italia è inferiore ai livelli del 1990, condizione che la crescita dell’inflazione delle ultime settimane ha ulteriormente aggravato.

Quello del salario è un problema dei lavoratori d’ogni paese: in Spagna ha portato a novembre al grandioso sciopero a oltranza di 10 giorni dei 20 mila metalmeccanici di Cadice, che si sono scontrati quotidianamente con le forze di polizia, inviate dal governo della sinistra borghese, moderata e radicale, autoincensatosi “il più progressista della storia” spagnola!

Altri elementi che contribuiscono a condizioni di sfruttamento crescente per la classe lavoratrice, sono la precarietà contrattuale – in Italia l’80% delle assunzioni nell’ultimo anno sono temporanee, ha dichiarato Landini – e l’aumento delle morti, degli infortuni e delle malattie sul lavoro.

Questo quadro, per ragioni contingenti e di lungo corso, giustifica senza ombra di dubbio il ricorso allo sciopero generale, che un autentico sindacato di classe convocherebbe non per un solo giorno ma per più giornate consecutive, e per i soli obiettivi che difendono davvero la classe operaia:
     - forti aumenti salariali, maggiori per le categorie e le qualifiche peggio pagate;
     - riduzione dell’orario di lavoro, generalizzata e a parità di salario, invocando e preparando per una mobilitazione comune coi lavoratori degli altri paesi;
     - riduzione dell’età pensionabile e assegno pensionistico pari al salario pieno;
     - salario pieno ai lavoratori licenziati e in cassa integrazione a carico del padronato e dello Stato

La Cgil, con la Uil, arriva invece a questo sciopero in modo quanto mai indeciso, tardivo, impreparato, al punto da non essere stata nemmeno in grado di evitare l’intervento della Commissione di Garanzia, che lo ha vietato in alcuni dei servizi cosiddetti essenziali, applicando per altro la legge antisciopero del 1990 allora voluta dalla Cgil stessa – insieme a Cisl e Uil – contro gli scioperi del sindacalismo di base, che andava in quegli anni rafforzandosi fra i ferrovieri, nella scuola e in altri settori.

Anche le rivendicazioni con cui la Cgil chiama allo sciopero sono così vaghe che definirle moderate è un eufemismo. Di fatto non si pone nemmeno contro il governo, il cui capo – un insigne rappresentante della classe capitalista, fra i principali responsabili delle misure che negli anni passati hanno ridotto alla miseria il proletariato greco, e non solo quello – è persino giudicato benevolmente dalla dirigenza Cgil!

D’altronde, dato il percorso sindacale degli ultimi decenni, non potrebbe essere diversamente. Se il salario medio dei lavoratori italiani è più basso di quello del 1990, la responsabilità è innanzitutto di Cgil Cisl e Uil, che hanno siglato sempre e solo rinnovi contrattuali a perdere. Emblematico in tal senso il contratto dei metalmeccanici del 2016, considerato uno dei peggiori dagli anni ‘50, firmato dall’attuale segretario generale confederale.

Per non parlare delle pensioni: contro la riforma Fornero – nel dicembre 2012 – la Cgil proclamò 3 misere ore di sciopero. In virtù dell’abolizione del sistema retributivo e con l’introduzione di quello contributivo gli assegni pensionistici saranno sempre più miseri. I lavoratori da anni sono spinti a rimediare a questa disgrazia con la pensione integrativa. Le federazioni sindacali di categoria di Cgil Cisl e Uil sono le prime a promuovere le pensioni integrative fra i lavoratori, inserendole nei rinnovi contrattuali – presentandole come aumenti – e a gestire i fondi pensionistici insieme ai padroni. È diventato contro il loro stesso interesse opporsi al depauperamento delle pensioni dei lavoratori.

Contro la riforma del lavoro del governo Renzi nel 2014, il cosiddetto Jobs Act, che finì di demolire l’articolo 18 e permise l’ulteriore dilagare del lavoro precario, la Cgil proclamò l’ultimo – sino ad oggi – sciopero generale… a legge già approvata!

In questo quadro, per la classe lavoratrice diviene sempre più urgente e necessario tornare a dotarsi di una fedele e agguerrita organizzazione di lotta sindacale, di un autentico sindacato di classe.

La difficile strada verso questo grande quanto vitale obiettivo può essere intrapresa solo dai lavoratori combattivi e dai militanti del sindacalismo conflittuale, siano essi entro la Cgil o nei sindacati di base, e può essere percorsa solo seguendo in modo intransigente il principio pratico dell’unità d’azione dei lavoratori nella lotta.

Ma se i lavoratori da un lato devono liberarsi dal disfattismo del sindacalismo collaborazionista con la classe padronale, coi suoi governi, col suo regime, dal lato del sindacalismo conflittuale hanno da fronteggiare le attuali dirigenze che, per il loro opportunismo politico, dividono le azioni di lotta in base ai confini di organizzazione sindacale, non partecipando agli scioperi promossi da Cgil Cisl e Uil.

Il sindacalismo di base è riuscito finalmente a promuovere, lo scorso 11 ottobre, uno sciopero generale unitario di tutte le sue organizzazioni, che ha avuto un buon esito, a cui hanno aderito lavoratori e Rsu di alcune grandi fabbriche metalmeccaniche, nonostante il loro inquadramento nella Fiom Cgil,come ad esempio la Piaggio di Pontedera, la Perini di Lucca, l’Electrolux di Susegana. Gli operai della Gkn, in lotta contro i licenziamenti e la chiusura della fabbrica, hanno partecipato al corteo del sindacalismo di base a Firenze. Si è trattato di un piccolo passo in avanti verso l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale, entro e fuori il perimetro del sindacalismo di base.

Ma dopo questo piccolo passo in avanti le dirigenze dei sindacati di base non hanno avuto il coraggio di promuovere un secondo sciopero generale unitario contro i contenuti anti-operai della legge di stabilità, e ora che a proclamarlo sono state la Cgil e la Uil, invece di partecipare unitariamente allo sciopero, proclamandolo con una distinta piattaforma rivendicativa classista, per rafforzarlo e radicalizzarlo, si sono divise agendo ciascuna per sé, chi dando una timida adesione di facciata, chi disertandolo e denigrandolo, se non augurandosene addirittura il fallimento.

Non mancano gruppi minoritari che si ribellano e rigettano questa condotta delle dirigenze dei sindacati di base e che hanno aderito o dato indicazione di partecipare allo sciopero: l’Usb Stellantis e Tiberina di Melfi, la Rsu Usb Ocme di Parma, i Cobas e la Flmu di Mirafiori, l’Adl di Varese, lo Slai Cobas per il Sindacato di Classe, i Cobas Coopculture di Roma, il Coordinamento Lavoratori Autoconvocati per l’unità della classe (CLA). Fanno cioè quello che il Collettivo di fabbrica della Gkn – vertenza che ha assunto da mesi un centrale rilievo nazionale – fece l’11 ottobre: partecipano ad uno sciopero indetto da altri sindacati per rafforzarlo, perché uno sciopero riuscito è sempre una vittoria per i lavoratori e per il sindacalismo di classe.

I lavoratori combattivi e i militanti del sindacalismo di classe devono unirsi e combattere contro questi due tipi di dirigenze sindacali – quelle apertamente collaborazioniste e quelle a parole conflittuali ma opportuniste nei fatti – apparentemente contrapposte, ma le cui condotte convergono in un’azione disfattista della lotta del movimento operaio.

Questa lotta su due fronti – contro il sindacalismo di regime e contro l’opportunismo delle dirigenze del sindacalismo conflittuale – per essere vittoriosa deve seguire due dorsali fondamentali: l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale – dei sindacati di base coi gruppi di lavoratori combattivi e le aree conflittuali entro la Cgil e gli altri sindacati tricolore – e l’unità d’azione dei lavoratori, a prescindere da quale sindacato chiami allo sciopero.

Solo ritrovando la sua unità nell’azione, solo formando un unico fronte sindacale di classe, il proletariato potrà opporsi efficacemente alla pressione crescente del padronato che ha dalla sua parte il governo, tutti i partiti dell’arco parlamentare e soprattutto l’apparato repressivo dello Stato.


Per la ripresa della lotta di classe!
Per la rinascita del sindacato di classe!

 

 

 

 

 



Genova, 2 dicembre
Per l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale
contro governo, padroni e sindacalismo tricolore

Innalzamento dell’età pensionabile; abbassamento dell’Irpef per dirigenti, quadri e qualifiche elevate, insignificante per la massa dei lavoratori col salario medio e nullo per quelli coi salari più bassi; salari reali inferiori a quelli del 1990 – in virtù di rinnovi contrattuali che da decenni sono sempre a perdere – e in ulteriore calo in conseguenza dell’aumento dell’inflazione delle ultime settimane; possibilità per le autorità, con la scusa dei cortei No Vax, di vietare le manifestazioni dei lavoratori nei centri cittadini; aumento della precarietà lavorativa; continui infortuni e morti sul lavoro; moltiplicarsi dei licenziamenti.

Questi attacchi alle condizioni di vita dei lavoratori richiederebbero l’organizzazione di una lotta sindacale adeguata per piegare il governo ed essere respinti. Evidentemente,il minimo necessario sarebbe la convocazione di uno sciopero generale, che non dovrebbe ridursi a una “passeggiata” bensì essere un blocco reale della produzione e della circolazione delle merci. E dovrebbe durare più di una singola giornata.

Lo sciopero generale dovrebbe unire tutti i lavoratori, a cominciare dalle lotte contro i licenziamenti e le vertenze per i rinnovi contrattuali rivendicando:
     - forti aumenti salariali, maggiori per le categorie e le qualifiche peggio pagate;
     - riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, invocando per questa battaglia l’unità con i lavoratori degli altri paesi;
     - salario pieno ai lavoratori licenziati, a carico dello Stato borghese;
     - trattamento unico di cassa integrazione per tutti i lavoratori, pari al salario pieno e a carico dello Stato (non pagato attingendo ai contributi pensionistici dei lavoratori);
     - riduzione dell’età pensionabile e assegno pensionistico pari al salario pieno.

Dopo che, di fronte alla controriforma Fornero del 2012 – la peggiore dall’avvio dello smantellamento del sistema previdenziale – la Cgil proclamò 3 ridicole ore di sciopero generale, vi sarebbe stata oggi una seconda possibilità per dimostrare di essere invece un sindacato utile alla difesa dei lavoratori. Ancora una volta, nessun reale tentativo di difesa dall’attacco padronale è stato messo in atto.

Questo accade nonostante tutte le correnti di sinistra entro la Cgil – sia quelle di opposizione, sia quelle che di maggioranza – abbiano invocato lo sciopero generale, nonché alcune sue strutture territoriali, da ultimo l’attivo dei delegati Cgil di Genova del 18 novembre scorso.

Ma la Cgil non può e non vuole organizzare la lotta dei lavoratori perché è legata mani e piedi al governo.

La compromissione della Cgil non si limita ai legami coi partiti di governo, è profonda e riguarda il capitalismo stesso. Basti guardare cosa hanno combinato Cgil Cisl e Uil con le pensioni: in virtù del sistema contributivo gli assegni pensionistici saranno sempre più miseri; i lavoratori da anni sono spinti a rimediare a questa disgrazia con la pensione integrativa; le federazioni sindacali di categoria di Cgil Cisl e Uil sono le prime a promuovere le pensioni integrative fra i lavoratori, inserendole nei rinnovi contrattuali (presentandole come aumenti contrattuali!) e gestiscono i fondi pensionistici insieme ai padroni. È contro il loro stesso interesse opporsi al depauperamento delle pensioni dei lavoratori.

In questo quadro estremamente difficile per la classe lavoratrice – priva di una sua organizzazione di lotta sindacale e sottoposta a continui attacchi – sono i gruppi, le correnti e le organizzazioni che si richiamano alla lotta di classe, al sindacalismo conflittuale, che devono farsi carico di chiamare e organizzare i lavoratori alla lotta.

L’immobilismo e la disorganizzazione in cui Cgil, Cisl e Uil mantengono la classe salariata possono e devono essere spezzaticontrapponendo all’unità dei sindacati tricolore, che è contro la lotta operaia, l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale, cioè dei gruppi e delle correnti sindacali conflittuali entro la Cgil coi sindacati di base, nati in reazione al tradimento di quest’ultima.

La coerenza col sindacalismo di classe dei militanti e delle aree sindacali combattive entro la Cgil si misura con la disponibilità a perseguire l’unità d’azione coi sindacati di base, senza timore di scontrarsi coi propri vertici sindacali venduti al nemico di classe.
La coerenza col sindacalismo di classe dei militanti e dei lavoratori dei sindacati di base si misura con la volontà a perseguire l’unità d’azione dei lavoratori, anche con quelli ancora inquadrati e mobilitati in Cgil Cisl e Uil.

L’unità d’azione del sindacalismo conflittuale è la strada giusta sia per togliere il controllo che le dirigenze vendute di Cgil Cisl e Uil hanno sulle masse salariate sia per vincere l’opportunismo delle dirigenze del sindacalismo di base, che è una delle ragioni della debolezza di queste organizzazioni di lotta, e che le porta a non unirsi agli scioperi organizzati dalla Cgil, come quello odierno della Fiom Cgil e quello nazionale dei lavoratori della scuola, promosso dalla Flc Cgil.

 

 

 

 

 


Sciopero nazionale dei siderurgici ex-ILVA e Piombino
- per una linea sindacale di classe
- per l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale

12 novembre

Fim Fiom e Uilm hanno proclamato per mercoledì 10 novembre scorso lo sciopero nazionale dei siderurgici dei gruppi Acciaierie Italia (ex ILVA) e Acciaierie Piombino. Lo hanno impropriamente, ed equivocamente, definito sciopero “generale” – formula che è utilizzata quando a scioperare sono tutte le categorie della classe lavoratrice insieme – nonostante non si sia trattato né di uno sciopero della categoria dei metalmeccanici – nel cui contratto collettivo nazionale rientrano i siderurgici – né del solo settore siderurgico, giacché ne sono rimasti esclusi i lavoratori degli altri gruppi industriali: Marcegaglia, Thyssen Krupp, Arvedi, Dalmine...

A Genova, il giorno precedente, si era svolta fuori dall’ingresso della acciaieria di Cornigliano un’assemblea retribuita, presenti circa 150 operai. Erano intervenuti i tre segretari provinciali di Fim Fiom e Uilm, e un delegato Fiom della fabbrica. Non è intervenuto il rappresentante dell’Usb, da pochi mesi insediatasi nella fabbrica. Il giorno dopo, alla presenza dei tre segretari nazionali, si è svolta una piccola manifestazione a Roma, sotto il Ministero per lo Sviluppo Economico. Da Genova erano presenti in una decina. Nella fabbrica di Cornigliano l’adesione allo sciopero è stata circa del 40% sul primo turno, 30% sul secondo, quasi del 50% nel turno di notte. Nel complesso un’azione sottotono, ma assai propagandata dai sindacati tricolore.

La rivendicazione principale di Fim Fiom e Uilm è un “piano nazionale della siderurgia”: chiedono allo Stato della borghesia di difendere la sua industria.

Questi sindacati di regime, infatti, credono nel principio – proprio del corporativismo sindacale – secondo cui industriali e lavoratori non formano classi sociali del capitalismo con interessi contrapposti e inconciliabili, bensì, di concerto col Governo e lo Stato, potrebbero concorrere al preteso bene superiore e comune del “Paese”, che è la favola vecchia quanto il capitalismo con cui i borghesi cercano di far sgobbare i proletari a loro vantaggio.

Il sindacato – se è un sindacato di classe e non di regime – difende il salario, lotta per ridurre l’orario, per la salute e la sicurezza in fabbrica, insomma per gli interessi elementari e immediati dei lavoratori, non per la loro soddisfazione attraverso fantomatiche diverse “politiche industriali”.

Il sindacato di classe si batte anche contro i licenziamenti ma questa lotta non va a difesa dell’industria capitalistica – sia essa privata o di Stato – ma contro di essa: si cerca di imporre, a danno dei profitti aziendali, il mantenimento di tutti i lavoratori.

Se invece, come fanno Cgil Cisl e Uil, si fa coincidere la lotta contro i licenziamenti con la difesa dell’industria di un dato settore, o dell’azienda, si portano i lavoratori su un terreno inclinato tutto a favore dei padroni, che li fa scivolare verso l’accettazione di sacrifici sempre maggiori: riduzione dei salari, aumento dei ritmi, insomma, tenere un profilo sindacale basso, che si limita a “difendere il posto” difendendo l’azienda.

Il ricatto della disoccupazione è prodotto della crisi di sovrapproduzione del capitalismo: è dalla fine degli anni ‘70 che, nei paesi capitalisticamente maturi (cosiddetti occidentali), le fabbriche chiudono, sono ridimensionate e trasferite nei paesi ove il minor costo del lavoro garantisce un saggio del profitto maggiore. Un processo in atto da decenni e che continua ad aggravarsi.

Affinché la minaccia della disoccupazione non annichilisca la lotta in difesa delle condizioni di vita dei lavoratori, l’autentico sindacalismo di classe – sulla base della consapevolezza dell’incompatibilità dei bisogni della classe lavoratrice con gli interessi dell’azienda e dell’economia capitalistica in generale – la contrasta cercando di elevare l’azione sindacale al di sopra degli angusti confini aziendali.

Se la lotta contro i licenziamenti dev’ essere condotta, e con tenacia, pensare che basti attestarsi su questa trincea è una linea perdente. Nella concorrenza capitalistica le aziende che perdono chiudono e licenziano. Quelle vincenti spesso lo diventano in virtù di investimenti che implicano nuovi impianti e meno lavoratori. Questi normali processi del capitalismo si acuiscono con l’avanzare della crisi economica.

“Stiamo entrando in una nuova era caratterizzata dall’ipercompetitività”, ha sentenziato il presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen nel discorso sullo Stato dell’Unione del 15 settembre. Che un esponente politico borghese affermi questa che per il marxismo è un’ovvietà, è conseguenza del fatto che la crisi di sovrapproduzione inizia a manifestarsi anche nei capitalismi fino a poco tempo fa “giovani”, che hanno permesso al capitalismo mondiale di non crollare in questi decenni, grazie ai loro ritmi di crescita elevatissimi, i quali però hanno comportato il loro precoce invecchiamento: il fallimento di Evergrande in Cina ne è una chiara manifestazione.

Di fronte a un processo di portata storica quale il declino e la crisi mondiale dell’economia capitalista, se una borghesia nazionale – come quella italiana – soccombe nella competizione capitalistica internazionale in un dato settore – come accaduto in quello dell’aeronautica civile con Alitalia – può ed è forse compito del sindacato impedirlo, invocando uno Stato borghese più forte che difenda l’industria nazionale?

Un sindacato di classe, per fronteggiare la minaccia montante della disoccupazione, avrebbe chiamato a scioperare quanto meno tutti i siderurgici, non solo quelli dei gruppi interessati dall’intervento dello Stato (tramite Invitalia), e non per un “piano nazionale per la siderurgia” ma per ridurre l’orario di lavoro a parità di salario, per incrementare la cassa integrazione al 100% del salario, e per unire la lotta dei siderurgici in Italia coi loro fratelli di classe in Francia, Spagna, Germania, insomma a livello internazionale.

Difendere la siderurgia “italiana” va in direzione opposta, evidentemente: chiudano le acciaierie e licenzino gli operai negli altri paesi, non in Italia! A prescindere dai contorsionismi dell’opportunismo per giustificarsi e negare che con questa linea sindacale si alimenta il nazionalismo, inducono gli operai a pensare esattamente questo.

Vi è inoltre da domandarsi perché sia stata organizzata da questi sindacati collaborazionisti una mobilitazione di una frazione di un singolo settore produttivo in un momento in cui è tutta la classe salariata ad essere sotto attacco.

A fronte del nuovo attacco alle pensioni e degli altri contenuti antioperai della legge di bilancio, a fronte del calo dei salari in atto dal 1990 certificato recentemente dai dati OCSE (-2,9%), a fronte dell’ulteriore calo dei salari conseguenza dell’inflazione delle ultime settimane, ciò che sarebbe necessario dispiegare è una mobilitazione di tutta la classe lavoratrice.

L’azione dei siderurgici di Fim Fiom e Uilm, parziale, debole, in difesa dell’industria nazionale, è motivata almeno in parte dalla preoccupazione di riempire, in questo quadro, il vuoto di mobilitazioni lasciato dalle Confederazioni Cgil, Cisl e Uil, a fronte del, sia pur piccolo, passo in avanti del sindacalismo di base compiuto con lo sciopero generale unitario dell’11 ottobre.

Per difendersi dalla crisi economica, la classe lavoratrice deve essere chiamata a lottare unita al di sopra delle divisioni fra aziende e categorie. Per resistere alla pressione crescente della disoccupazione, dalla necessariamente iniziale reazione fabbrica per fabbrica contro i licenziamenti, l’azione sindacale deve esser elevata in un movimento generale per rivendicare:
     - forti aumenti salariali, maggiori per le categorie e le qualifiche peggio pagate;
     - riduzione dell’età pensionabile, abbandono del sistema contributivo, assegno pensionistico uguale al salario pieno;
     - riduzione generale dell’orario di lavoro;
     - trattamento di cassa integrazione unico per tutti i lavoratori pari al 100% del salario, a carico del padronato (non pagata coi contributi pensionistici dei lavoratori versati all’INPS);
     - salario pieno ai lavoratori licenziati a carico della borghesia e del suo Stato.

Cgil, Cisl e Uil, che non vogliono una battaglia nemmeno per gli obiettivi fuorvianti da esse proclamati, mai organizzeranno la lotta per queste rivendicazioni di classe, che hanno ripudiato per sempre.

Solo il sindacalismo conflittuale – sindacati di base, aree sindacali conflittuali interne alla Cgil, gruppi di lavoratori combattivi entro ogni sindacato – può farsi carico del compito di chiamare i lavoratori a una lotta generale in difesa dei loro interessi immediati, economici, elementari, ma può assolverlo solamente agendo in modo unitario. Una linea sindacale di classe può affermarsi solo nell’unità d’azione del sindacalismo conflittuale, liberandosi della camicia di forza dell’unità del sindacalismo di regime di Cgil Cisl e Uil.

Un primo passo in questa direzione è stato compiuto con lo sciopero generale unitario del sindacalismo di base dello scorso 11 ottobre, che a Genova ha visto sfilare oltre 4 mila lavoratori in corteo, e a cui hanno aderito operai e Rsu di alcune grandi fabbriche metalmeccaniche pur inquadrati nella Cgil (Gkn di Firenze, Perini di Lucca, Piaggio di Pontedera...). È in questa direzione che ogni area e frazione sindacale, gruppo operaio e singolo lavoratore deve marciare, a prescindere dall’organizzazione sindacale di appartenenza, per essere coerente e conseguente con la difesa degli interessi della classe lavoratrice!

Purtroppo le dirigenze della maggior parte dei sindacati di base, invece di promuovere un nuovo sciopero generale, hanno deciso in questi giorni di organizzare delle manifestazioni a carattere antigovernativo, politico e popolare, non di classe e sindacale. Un passo indietro.

Questa condotta altalenante delle attuali dirigenze del sindacalismo conflittuale non sorprende perché è tipico dell’opportunismo far deviare il movimento operaio dalla strada necessaria al suo rafforzamento, rallentandolo e spingendolo all’inseguimento di illusorie politiche riformistiche.

Ciò conferma che l’affermarsi dell’indirizzo sindacale di classe è una battaglia che va condotta su più fronti, contro i sindacati di regime e contro l’opportunismo delle dirigenze del sindacalismo di base.

 

 

  


Sindacato di classe o One Big Union ?

Il nostro partito sostiene la necessità della formazione di un unico grande sindacato di classe votato a proteggere gli interessi economici dell’intera classe operaia.

Un autentico sindacato di classe organizza i lavoratori cercando di unificarne il movimento di lotta al di sopra delle false divisioni fra aziende, territori, categorie, e anche al di sopra dei confini nazionali. Inquadra quindi i proletari di tutte le occupazioni, non importa siano esse qualificate o non qualificate, operaie o impiegatizie.

Promuove e mantiene una condotta combattiva contro i padroni, senza mai collaborare o cooperare con essi in nessuna circostanza. Per principio non si sottomette alle leggi che proteggono la borghesia, specialmente quelle che limitano la libertà di sciopero, d’azione e di organizzazione dei lavoratori.

Tende a ridurre all’essenziale la struttura degli stipendiati e a mantenere uno stretto legame tra dirigenza, livelli intermedi e base, lavorando al fine di favorire al meglio la partecipazione degli iscritti alla vita sindacale, ad esempio convocando quanto più possibile le assemblee sui posti di lavoro e, preferibilmente, nelle sedi territoriali dell’organizzazione.

Il sindacato di classe ambisce a darsi una base proletaria più ampia possibile e inquadra i lavoratori indipendentemente dalle loro idee politiche. In ciò si distingue dai fallimentari tentativi di creare organismi ibridi, a metà partitici a metà sindacali, tipica illusoria scorciatoia immediatista.

Questo non significa che il sindacato debba essere apolitico. Certo non può esserlo. Ma gran parte dei lavoratori non sono e non saranno comunisti prima della rivoluzione, e a lungo anche dopo, e aderiranno ad altri partiti; i più non militano in alcun partito ma solo intendono disporre di una forte organizzazione che ne difenda gli interessi immediati.


Gli Industrial Workers of the World

Nella loro gran parte gli Industrial Workers of the World (IWW) sono impantanati in ideologie anarchiche e “socialiste libertarie”. Un loro chiodo fisso è oggi il concetto di “autonomia” delle strutture territoriali e dei gruppi sindacali di fabbrica. Questa ubbia, estranea agli IWW originari, data dagli anni ‘70, sotto l’influenza deleteria del movimento studentesco, con le sue pose piccolo borghesi.

L’ideologia autonomista porta alla incapacità degli IWW di trarre vantaggio dai loro punti di forza. Per esempio, il loro seguito tra i lavoratori della scuola se pur piccolo non è insignificante. La sezione 620 della Educational Workers Industrial Union (negli Stati Uniti le sezioni sindacali usano identificarsi con un numero) ha diretto nel 2018 lo sciopero dei lavoratori della scuola del West Virginia. Gli IWW hanno anche condotto il movimento degli studenti-lavoratori all’Università della California (Santa Cruz) nel 2020. Ma manca la volontà di unire i vari gruppi isolati in una organizzazione e una lotta comune.

La pratica dell’autonomia locale, inoltre, non è affatto vero, come si pretende, che sia efficace contro le derive collaborazioniste nel sindacato. Ad esempio la Burgerville Workers Union – la struttura sindacale locale degli IWW in una catena di fast food a Portland, in Oregon – è arrivata ad accettare nel contratto una clausola di “raffreddamento” contro gli scioperi, che è in aperta contraddizione con lo statuto degli IWW.

Questi limiti e problemi non significano che gli IWW non possano diventare in futuro un vero sindacato di classe. Conducono infatti molte importanti lotte operaie, nonostante queste loro debolezze.

 

 

 


Tornado in USA
In Amazon si muore per il profitto

Il 10 dicembre è crollato un magazzino di Amazon a Edwardsville, Illinois, vicino a St. Louis, vi sono morti sei lavoratori, secondo quanto informa l’azienda, ma forse molti di più. Al passaggio di una serie di tornado, ampiamente annunciati, la struttura è stata in parte rasa al suolo.

I lavoratori che si trovavano all’interno non hanno avuto scampo. I padroni di Amazon, nonostante l’allarme lanciato dal servizio meteorologico, che aveva informato con mezz’ora di anticipo del pericolo e di portarsi al sicuro, hanno impedito a questi lavoratori di lasciare le postazioni.

Come i rematori incatenati alle galere questa è la fine imposta ai proletari per i profitti dei borghesi, nell’infame e assassino modo di produzione capitalistico.

Sempre attuale quanto riportato da Marx: «Il capitale fugge il tumulto e la lite ed è timido per natura. Ma garantitegli il dieci per cento e lo si può impiegare in ogni dove; per il cento per cento si mette sotto i piedi tutte le leggi umane; dategli il trecento per cento e non ci sarà alcun crimine che non arrischi, anche pena la forca».

 

 

 


Un volantino distribuito dai nostri compagni in Venezuela


- Per un aumento dei salari e una riduzione della giornata lavorativa!

- Unità delle lotte dei lavoratori!
- Organizzazione alla base per la lotta!
- Per dei veri sindacati di classe!
- Preparatevi alla mobilitazione e allo sciopero!

I lavoratori non possono più credere alle menzogne dei politici borghesi, che si vestano di sinistra o di destra. Tutti questi politici sono agenti della borghesia e dell’imperialismo, che mantengono salari da fame, rendono i ricchi più ricchi e gettano i lavoratori nella miseria.

Anche gli attuali sindacati sono dalla parte degli sfruttatori e si impegnano a mantenere i lavoratori passivi e divisi.

L’unico modo per i lavoratori è mobilitarsi e scioperare, organizzandosi dalla base e scavalcando i dirigenti degli attuali sindacati.

I lavoratori devono rifiutarsi di andare a votare per eleggere i loro boia. Non si lascino confondere con gli appelli alla difesa della patria e dell’economia nazionale. Quando l’economia va bene, i lavoratori vanno male: questa la regola del capitale.

 

 

 

 

  


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Solo la classe operaia può emancipare i diseredati e le minoranze oppresse
Le origini di classe dell’insurrezione mapuche in Cile

A differenza del Nord America, dove la maggior parte degli indigeni sono stati sterminati nei genocidi dei colonizzatori borghesi, in America Latina i popoli nativi costituiscono una parte significativa della popolazione in molti paesi, Cile compreso.

La dinamica del modo di produzione capitalista trasforma una parte di queste popolazioni indigene che integra nella sua economia come proletari salariati, artigiani, commercianti e piccoli e medi contadini, tuttavia conservando spesso parte della loro cultura e dei loro costumi ancestrali.

I mapuche sono il più grande gruppo indigeno del Cile, circa 1,7 milioni, l’84% della popolazione indigena e il 9% dei 19 milioni di cileni. La maggior parte dei mapuche si sono trasferiti nelle città, Concepción, Temuco e Santiago, dove lavorano soprattutto come proletari, ma sono originari del Sud del Cile, specialmente del Biobío e dell’Araucanía, dove molti di loro vivono in povertà.

In queste zone si combatte una resistenza tra gruppi di mapuche e le forze del terrorismo del regime borghese. L’insurrezione mapuche, iniziata da tempo, è recentemente esplosa ancora, giungendo per la prima volta a scontri a fuoco in un contesto generale di terrorismo di Stato, in appoggio alle imprese agricole e forestali che sistematicamente tolgono la terra ai contadini mapuche impoveriti.


Origini economiche del conflitto

Mai soggiogata dagli incas, la società tribale dei mapuche è rimasta indipendente fino al termine del XIX secolo. La guerra e il commercio erano le principali relazioni tra i mapuche, il Cile e l’Argentina. Acquisendo l’uso dei cavalli, i mapuche resistettero alla conquista e si davano a razziare gli insediamenti ispanici. Commerciavano anche in cavalli e bestiame, tessuti e argenteria. Sviluppando l’antica tradizionale lavorazione del rame, passarono all’argenteria.

Nel 1881 i mapuche furono “pacificati” dall’esercito cileno e confinati nelle riserve, come molti altri indigeni nei regimi borghesi. La terra delle riserve continuò ad essere tenuta in comune, non assegnata in proprietà privata. Questo cambiò quando i potenti proprietari terrieri si impadronirono della loro terra. A partire dagli anni ‘30, la fame di terra portò molti mapuche a migrare verso le città.

Il governo borghese di Unità Popolare di Allende aveva approvato una legge indigena e iniziato a restituire le terre ai mapuche, ma questo cessò dopo il colpo di Stato di Pinochet. Durante il regime furono torturati e uccisi molti attivisti per i diritti mapuche, oltre che sindacalisti, lavoratori combattivi e membri dei partiti di sinistra.

Ma, nonostante il successivo passaggio dalla dittatura aperta alla facciata democratica, nulla è cambiato nello sfruttamento dei mapuche: le compagnie forestali sfruttano la maggior parte della loro terra, un monopolio che fanno rispettare con un terrorismo spietato, mentre i mapuche vivono in povertà, guadagnando circa il 60% in meno del cileno medio, e spesso senza accesso all’acqua potabile o all’elettricità.

Quindi, questa non è una rivolta razziale, indigena, come i borghesi amano dipingerla per cancellare qualsiasi carattere di classe da questi drammatici eventi. La base della rivolta mapuche è evidente: un movimento di piccoli contadini impoveriti a cui viene sottratta sempre più della loro “terra ancestrale”, che lavorano per sopravvivere in un ambiente di povertà diffusa.

Pretendono di mantenere l’antica autonomia dei loro territori, l’autogoverno, la loro lingua e costumi, ma in pratica finiscono per essere integrati nella società moderna come piccoli e medi contadini, artigiani, commercianti, o lavoratori salariati, all’interno dei rapporti di produzione capitalisti. È lo sviluppo capitalista nelle campagne cilene che porta all’espulsione dei mapuche dalle terre avite.

Secondo il decreto 701 introdotto da Pinochet nel 1974 le imprese forestali godono oggi di sussidi statali fino al 75%. Non è quindi un caso che due delle più grandi corporazioni forestali, CMPC e Bosques Arauco, possiedano da sole più di due milioni di ettari mentre ai mapuche ne restano meno di 500.000.

Per mantenere la dittatura borghese, nascosta dietro la facciata democratica, lo Stato ha militarizzato queste aree del Sud: le grandi piantagioni di eucalipti e pini sono circondate da posti di blocco di carabinieri, da carri armati dell’esercito e da fucilieri pesantemente armati.


Il corso degli eventi

L’insurrezione non è cosa nuova: la guerriglia del più combattivo dei gruppi per i diritti dei mapuche iniziò già nel 1997, con la distruzione delle proprietà delle imprese. Le sue rivendicazioni vanno dalla restituzione delle terre ancestrali a uno Stato mapuche indipendente.

Il regime borghese naturalmente chiama questo “terrorismo” e usa le leggi dell’epoca di Pinochet per permettere alle Forze Speciali di uccidere mapuche disarmati, torturare, abusare, fabbricare prove, detenere senza processo per mesi e mesi, ecc. I gruppi di guerriglieri, a loro volta, pur evitando gli scontri a fuoco, distruggono i veicoli aziendali, lanciano molotov e sabotano i macchinari.

Ma lo scontro si sta intensificando, passando a una nuova fase: a luglio ci sono stati scontri armati tra la polizia e militi della Coordinadora Arauco-Malleco (CAM), un gruppo di guerriglia indigeno che combatte per uno Stato mapuche indipendente, non diversamente dall’EZLN nel Chiapas, in Messico.

Un gruppo di guerriglieri del CAM ha dato fuoco a tre veicoli di una impresa forestale; la polizia ha aperto il fuoco e ha ucciso uno di loro. Secondo il CAM è stato giustiziato sul posto. La ribellione scoppia poco dopo con conflitti armati. In ottobre, dopo gravi scontri a fuoco, che fino a quel momento erano stati una rarità, il governo cileno dichiara lo stato di emergenza per ristabilire l’ordine. All’inizio di novembre la polizia, sostenuta dall’esercito, ha ucciso dei mapuche, tra cui un bambino.

Il Weichán Auka Mapu (WAM), una scissione più radicale del CAM, rilascia video delle sue milizie con in pugno e armi di tipo militare, fucili d’assalto e pistole semi-automatiche. Il 6 novembre la polizia apre il fuoco su alcuni mapuche disarmati mutilando un bambino e uccidendo un uomo di 23 anni. Le proteste per queste morti escono dal Sud rurale per arrivare nelle città, con scontri a Santiago. Il CAM e il WAM intensificano la campagna armata contro lo Stato in una insurrezione sempre più violenta e ancora in sviluppo: si contano morti da entrambe le parti in un conflitto di una intensità mai vista prima.


Impotenza della guerriglia

La guerriglia pare il fondamento nelle lotte sociali latino-americane fin dalla vittoria castrista a Cuba. Ma fin dagli scontri urbani in Brasile, nessuna delle rivolte indigene, ispirate a Guevara e che seguivano le tecniche della guerriglia, hanno portato a dei successi. Guevara stesso morì in una di queste insurrezioni in Bolivia. E i partiti che dirigevano i movimenti di guerriglia si sono infine dimostrati solo una alternativa politica alla dominazione borghese.

La guerriglia è un prodotto della disperazione del contadino, del sotto-proletario o del semi-proletario, sfruttato, schiacciato dallo sfruttamento, e che non vede altra via d’uscita, per la tragica mancanza di una classe operaia organizzata, e che prendere le armi come unica forma di lotta possibile. Arriva a definirsi in molti casi “socialista”, benché rivendichi programmi interclassisti, democratici e nazionalisti, rispetti la proprietà privata e la produzione di merci.

Incapaci di affrontare da soli le forze dello Stato, i gruppi guerriglieri sono costretti a scaramucce nella giungla, non sperano di rovesciare lo Stato borghese ma solo cercano di resistere ai loro sfruttatori.

L’autonomia territoriale e l’autogoverno indipendente mapuche è quindi un’utopia impossibile. Se fosse possibile, non sarebbe desiderabile, una illusione piccolo-borghese che va contro lo sviluppo capitalista delle campagne in Cile. Un autogoverno mapuche non cambierebbe la realtà della povertà e dello sfruttamento subita da questa popolazione indigena e non potrebbe sussistere senza sottomettersi alle forze del capitale e degli affari con cui oggi si stanno scontrando.

Anche gli zapatisti intendevano in Chiapas proteggere i tzotzil, sfruttati e repressi violentemente per secoli, confinati nelle parti più remote della giungla e impegnati in una dura lotta, seppure senza sbocchi. Lo Stato messicano ha inviato i suoi squadroni della morte proprio su Acteal ad eseguire un massacro che ha fatto 45 morti, mentre l’EZLN non poteva fare altro che rimanere barricato e impotente ad osservare. Dopo questa sconfitta, quello che è riuscito ad ottenere è stata l’autogestione municipale per il Chiapas, che non danneggia la borghesia né impedisce lo sfruttamento degli indigeni ed è qualcosa che lo scaltro governo messicano sa benissimo che può far cessare appena lo voglia. E lo ha fatto.


La crescente militarizzazione

Le forze degli Stati borghesi combattono le rivolte dei nativi non solo in Cile ma in generale in Sud America.

Il 18 ottobre il governo ecuadoriano ha decretato lo stato di emergenza per 60 giorni, dice per combattere il traffico di droga, in realtà per reprimere le proteste e gli scioperi. Sono state schierate le forze armate nelle strade in appoggio alla polizia. Le organizzazioni indigene, che pure hanno già contribuito alla caduta due governi in questo secolo, hanno inscenato delle proteste e blocchi stradali, a cui sono seguite scaramucce con la polizia. A seguito delle agitazioni indigene e proletarie il Presidente Piñera ha dovuto aprire delle trattative e ritirare l’aumento dei prezzi del carburante.

In Guatemala, il 17 novembre, la polizia ha dato fuoco alle case delle famiglie Maya Q’eqchì a El Estor, in un assedio di Stato contro le comunità indigene che si oppongono alle piantagioni di palma da olio e a una miniera di nichel. Questo dopo che la polizia pesantemente militarizzata ha effettuato più di 40 incursioni e 60 arresti e il governo ha dichiarato lo stato di emergenza per 30 giorni.

Come ovunque la lotta è la stessa, di contadini nativi che hanno bisogno della terra per sopravvivere, e che sanno che l’arrivo del capitale lo renderà impossibile, così è il nemico, lo Stato borghese, che reprime chi che si ribellano allo sfruttamento.

La lotta dei nativi non potrà mai vincere sul terreno dei compromessi democratici, non importa quanti atti di violenza della guerriglia li sostengano. Questo vale anche per gli indigeni latinoamericani, violentemente sfruttati per secoli.

Il popolo mapuche, così come tutte le minoranze sfruttate, non può riporre le sue speranze di liberazione in piccole lotte armate, tanto meno negli opportunisti che corteggiano la democrazia, ma solo in un partito veramente rivoluzionario che organizzi i lavoratori e ogni tipo di sfruttato ed oppresso, che possa collegare le lotte dei lavoratori urbani con quelle dei rurali e degli indigeni poveri per abbattere la dittatura borghese che li opprime entrambi.

Nelle proteste del 2019 il proletariato cileno in rivolta e in sciopero è riuscito, con le proprie forze (non con la democrazia!) a strappare al governo importanti concessioni: l’aumento del salario minimo da 310.000 a 350.000 pesos, l’aumento del 20% dell’assegno pensionistico di base e la cancellazione del recente aumento del 9,2% delle tariffe elettriche. Il governo ha agito nello stesso modo terroristico in cui agisce nei confronti degli indigeni.

Durante le proteste molti manifestanti sventolavano la bandiera mapuche in opposizione al governo. Ma, mentre i lavoratori urbani mapuche hanno ottenuto una vittoria agendo insieme a tutta la classe operaia, nessuna concessione è stata fatta agli indigeni rurali della Zona Sud. Questo perché il movimento mapuche non ha alcun legame con il movimento operaio. Da qui, la strada da percorrere è chiara: far convergere le lotte rurali con quelle urbane della classe operaia, e non su base razziale o nazionale.

Solo il partito comunista può e vuole questo collegamento tra le forze del proletariato e quelle del contadiname povero.

Il partito comunista, l’unico che può dirigere ogni lotta contro lo Stato borghese, non può far sua la difesa dell’indigenismo o di società ancestrali. Il proletariato può solo affiancare a sé i piccoli contadini impoveriti nella sua lotta anticapitalista.

Il partito non è indifferente all’oppressione dei poveri contadini e degli indigeni sfollati dalle loro terre dalla borghesia e dai proprietari terrieri. Ha previsto nella sua tattica di portare i contadini poveri e le minoranze oppresse nella lotta della classe operaia per la presa del potere e durante l’esercizio della dittatura del proletariato.

In una situazione storica assai diversa, Lenin, nel 1917, previde la necessità che la rivoluzione adottasse un programma di riforma agraria, senza illusioni sul suo carattere del tutto borghese e transitorio.

Perché, se la classe operaia è in guerra contro la stessa borghesia, lo stesso grande capitale e lo stesso Stato che opprimono i mapuche e li cacciano dalla loro terra, il programma rivoluzionario prevede l’eliminazione di ogni formeadi proprietà, compresa la piccola proprietà terriera.

Quando il movimento operaio, liberato dai partiti opportunisti e dai sindacati del regime, assumerà il suo programma di classe comunista senza compromessi, sarà riconosciuto da tutti gli oppressi come l’unico che apre la via ad ogni emancipazione dall’oppressione capitalista.

 

 

 

  


Lo sciopero dei portuali al Pireo

Il gruppo cinese Cosco – di proprietà statale – nel lontano 2009, approfittando delle difficoltà finanziarie della Grecia, per ripagare i suoi debiti e scongiurare il default riuscì ad ottenere dal governo in concessione per 35 anni la gestione di due dei tre moli del porto del Pireo. L’Autorità Portuale, di proprietà pubblica, continuò ad assicurare il funzionamento del molo I.

Nel 2016, sotto il governo Syriza, la Cosco acquistò il 51% dell’intera Pireus Port Authority (PPA), per 280 milioni di euro, prendendo possesso del porto; nel 2021, con il governo di Nuova Democrazia, ha acquistato un altro 16% della PPA.

Il governo cinese si è così assicurato il controllo del porto fino al 2052. Pechino è intenzionata ad allargarsi ancora e punta a costruire un quarto terminal container, anche se le Autorità locali mostrano una certa insofferenza verso questi progetti sempre più invasivi, come quello per la costruzione di quattro hotel di lusso all’interno dell’area portuale.

L’arrivo dei capitali cinesi ha portato a un notevole sviluppo del porto: nel 2009 movimentava meno di 700.000 container da 20 piedi (TEU); nel 2014 ne movimentava 3,6 milioni, nel 2019 già 4,9, nel 2020 è arrivato a 5,4 milioni.

Quando nel 2019 il presidente cinese Xi Jinping è venuto in visita ad Atene, insieme al capo del governo greco Mitsotakis hanno celebrato la collaborazione tra i due Stati e dichiarato che il progetto avrebbe portato alla creazione di migliaia di posti di lavoro; la Cosco infatti impiega già 2.500 lavoratori ma prevede di assumerne, tra diretti e in subappalto, altri 3.000 ogni anno fino a circa 10.000 unità.

Però, dietro i brindisi ufficiali, la dura realtà è che i nuovi padroni hanno sì investito capitali per aumentare l’attività del porto, ma non altrettanto per la sicurezza dei lavoratori, puntando invece ad aumentare il loro sfruttamento, sottoposti spesso al ricatto del lavoro precario o del sub appalto per costringerli ad accettare condizioni di lavoro estremamente dure.


Una morte annunciata

Il 25 ottobre scorso, al molo II, un portuale di 46 anni è stato tagliato in due dal movimento di un carro ponte. Secondo il Sindacato dei Lavoratori della Movimentazione dei Container (ENEDEP) l’incidente ha tragicamente dimostrato le carenze nelle predisposizioni per la sicurezza e dunque è stato immediatamente dichiarato lo sciopero.

Il giorno successivo i lavoratori, riuniti in assemblea, hanno indetto un nuovo sciopero di 24 ore, chiedendo un incontro con i padroni della China Ocean Shipping Company. Ma, arrivati agli Uffici della COSCO, hanno trovato i cancelli chiusi. La recinzione non li ha fermati. Gridando “basta con il sangue dei lavoratori sparso per i profitti degli armatori”, “abbiamo perso un compagno di lavoro non un animale”, un cancello è stato abbattuto e i portuali, sempre più determinati, si sono riuniti nel cortile davanti all’edificio finché non sono stati ricevuti dai rappresentanti dell’Azienda. L’incontro però non è servito a nulla se non a mettere nero su bianco le semplici e più che legittime richieste dei lavoratori:
     - l’aumento del personale: squadre di sei portuali invece degli attuali quattro;
     - la fine dei turni di 12 ore e dei doppi turni, cioè due turni completi con solo otto ore di riposo in una singola giornata;
     - la conversione di tutti i contratti a termine in contratti a tempo indeterminato;
     - la creazione di un organismo di controllo della sicurezza e della salute dei lavoratori di cui facciano parte i lavoratori stessi.

Dopo la riunione, ribadendo la riuscita dello sciopero e la decisione di continuare la lotta fino al raggiungimento completo delle loro richieste, il presidente del sindacato ha aggiunto “È nostro dovere continuare la lotta. Avvertiamo il padrone e il governo che se mandano forze di repressione e toccano un lavoratore in sciopero, vedranno i container galleggiare nel golfo”.

Ricordiamo che il governo greco solo alcune settimane fa aveva approvato una nuova legge contro le organizzazioni sindacali e il diritto di sciopero (“, nella impotenza dei sindacati, un nuovo grave attacco alla classe operaia”).


Una lotta per tutti i lavoratori

Giovedì, al quarto giorno di sciopero, c’è stato un grande corteo motorizzato degli scioperanti che, attraversato tutto il Pireo ha raggiunto Piazza Korai, dove già aspettavano centinaia di lavoratori, anche di altre categorie. Di nuovo ha parlato il presidente del sindacato ENEDEP, che ha detto come la morte del loro compagno fosse prevedibile data la completa mancanza nel porto delle più elementari misure di sicurezza. Ha denunciato come i padroni, gli armatori, gli uomini d’affari, le autorità politiche, che si combattono e si fanno concorrenza quando c’è da dividersi i profitti, di fronte a questo assassinio si sono mostrati tutti uniti per coprirne la responsabilità, in difesa del loro interesse comune che è lo sfruttamento dei lavoratori.

Il sabato il Sindacato ha trasmesso un messaggio agli equipaggi delle navi ferme nel porto in attesa di essere scaricate: “I lavoratori del porto in sciopero si rivolgono a voi. Sei giorni fa, uno dei nostri compagni è stato ucciso in un incidente di lavoro. Questo è avvenuto a causa della mancanza di misure di sicurezza. Siamo in sciopero per il nostro diritto al lavoro, per le misure di sicurezza e per un contratto collettivo. La vostra solidarietà è il nostro più importante alleato nella nostra lotta. La nostra è una lotta per tutti i lavoratori”.

Il sindacato, dopo diversi incontri con l’Azienda e con i rappresentanti del governo, ha deciso di riprendere il lavoro lunedì 1 novembre, mantenendo però la mobilitazione e dichiarando uno sciopero di 48 ore per venerdì 5 e sabato 6 novembre.


La COSCO è costretta a venire a patti

A questo punto, nella serata di giovedì la Cosco, di fronte alla compattezza e alla determinazione dei lavoratori, ha cambiato atteggiamento ed è venuta a patti: in una lettera al sindacato si dichiarava disposta ad accettare l’aumento da 4 a 5 dei componenti dei gruppi di carico e scarico, l’abolizione dei doppi turni, l’istituzione di un comitato congiunto per la salute e la sicurezza con la partecipazione di tecnici e medici, rappresentanti dei lavoratori e di un organismo di certificazione europeo.

L’accettazione da parte di Cosco di una parte significativa delle richieste del sindacato, dopo la sua iniziale chiusura totale, ha permesso ai capi del sindacato di gridare vittoria. Lo sciopero di 48 ore già proclamato è stato ritirato. La mobilitazione prosegue per imporre alla Cosco di aderire al contratto nazionale di lavoro e di trasformare i contratti a tempo determinato in contratti a tempo pieno.

È interessante come questi lavoratori, aderenti a un sindacato di mestiere e non d’azienda, un sindacato dunque che è più soggetto ad esprimere posizioni corporative, abbiano invece condotto la lotta in maniera esemplare su un piano di classe, senza cedere a tentazioni nazionaliste o razziste, come qualche partitino della sedicente estrema sinistra che aveva incitato a chiedere la “cacciata dei cinesi” e la nazionalizzazione del porto!

Il capo del sindacato ENEDEP ha ben ribadito nel suo discorso di fronte a centinaia di operai in sciopero che i padroni sono tutti uguali nei confronti dei lavoratori, e sono tutti uniti nella difesa dei loro profitti. Lo stesso devono fare i lavoratori, ricercando sempre, nelle loro lotte la massima unità per la difesa delle loro condizioni di vita e di lavoro, opponendosi alla politica di conciliazione dei vertici dei loro sindacati con lo Stato e il padronato.

Questo sciopero ha avuto un esito parzialmente positivo non solo per la determinazione dei lavoratori, esasperati da condizioni particolarmente dure, ma anche perché si trovano in un punto strategico per il funzionamento dell’apparato del capitalismo e i padroni hanno valutato che era meno costoso cedere a una parte delle loro richieste piuttosto che rischiare di vedere chiusure del porto in periodo natalizio.

Non sempre i lavoratori lottano in queste condizioni e spesso non ricevono la solidarietà di altre aziende e di altre categorie, essenziale per assicurare un esito positivo della battaglia. Questo coordinamento, questa ricerca dell’unità nella lotta è compito del sindacato confederale. Per questo è così importante che i lavoratori riescano a dotarsi di organizzazioni sindacali devote alla difesa dei loro interessi di classe.

Anche i lavoratori portuali, nonostante il ruolo cruciale che ricoprono nel sistema produttivo capitalistico, sono messi sempre più in concorrenza coi lavoratori degli altri scali, nazionali e dei paesi limitrofi. Per questo, anche per questa categoria, è urgente e necessaria la tessitura di una rete sindacale internazionale, per unirli fra diversi porti e paesi, e impedire che siano divisi dalla concorrenza capitalistica a solo vantaggio dei profitti delle imprese.

Per questo nemmeno i portuali devono cadere nell’inganno dell’opportunismo, che li chiude in una visione nazionale dei loro problemi, illudendoli che possano trovare protezione dallo sfruttamento sotto l’ombrello dello Stato borghese, invocando la difesa della “portualità nazionale”, magari attraverso la nazionalizzazione. Questa è una strada fallimentare, un nazionalismo economico che spiana la strada al nazionalismo politico, ed è un percorso che va in direzione opposta a quella dell’unità internazionale dei lavoratori.


Un quarto molo

Dopo lo sciopero comunque la Cosco è passata subito all’offensiva cercando di far passare la notizia di una crisi dello scalo: “I numeri di ottobre sono indicativi – scrive il sito Capital.gr – secondo Cosco i moli II e III hanno servito un totale di 364,4 mila container, rispetto ai 407,2 mila container dell’ottobre dello scorso anno, con un calo del 10,5%”. Ma questo ribasso è dovuto ai sei giorni dello sciopero! “Quando vengono effettuati 11.000-12.000 spostamenti su base giornaliera, anche un giorno di inattività crea seri problemi”, sottolinea.

I lamenti della Cosco hanno uno scopo preciso: essa intende tornare a chiedere la concessione per la costruzione di un quarto molo, fregandosene delle proteste della popolazione della zona già sottoposta a pesanti problemi di inquinamento, rumore, traffico ecc. Quello che conta per i padroni è che il nuovo molo aumenterà la capacità del Pireo di oltre 11 milioni di container all’anno, con relativi profitti!

 

 

 

 

 

 


PAGINA 6



Una dottrina e un metodo che già nell’oggi indicano alla classe operaia la sua comunistica negazione
Riunione internazionale del partito
In video-conferenza, 24-26 settembre
[RG141]
 


(
continua dal numero scorso)


Sulla storia dell’Afghanistan

Le recenti vicende dell’Afghanistan impongono al nostro partito uno studio sulla sua storia che ci consenta di ricostruire le condizioni che vi hanno reso tormentato e tardivo il passaggio al capitalismo. La complessità del tema e le fonti storiografiche non facilmente reperibili e non sempre affidabili hanno costretto la relazione a una raccolta di materiale piuttosto che il semilavorato che siamo soliti dare ai rapporti per le riunioni generali. Individuare i temi dello studio e formulare le domande cui rispondere richiederà tempo e il coinvolgimento di più compagni. Si tratta di approfondire l’organizzazione sociale precapitalistica e seguirne l’evoluzione, che mantiene caratteri di arretratezza fino a tempi recenti, specialmente nelle campagne.

La vittoria politica e militare dei talebani, che il 15 agosto scorso si sono impossessati della capitale Kabul in una offensiva fulminea, ci pone una prima domanda: chi sono i cosiddetti “studenti coranici”? Il nostro metodo deve tenere presente il contesto generale, in un’area complessa e peculiare.

In Afghanistan non c’è stata una borghesia nazionale che abbia lottato per unificare i mercati dando vita a un suo Stato centralizzato. Nel mezzo del XIX secolo fu l’urto fra le potenze occidentali a determinare la genesi di una sovrastruttura statale sopra una società prevalentemente precapitalistica. La Russia avanzava in Asia centrale per muovere in direzione dei mari caldi; nella direzione contraria spingeva l’Inghilterra, a partire dai domini indiani, per contenere le ambizioni zariste. La contesa partorì l’unificazione nazionale afgana. Lo Stato fu deciso dalla politica coloniale britannica, che lo disegnò sulla carta.

L’Afghanistan, divenuto pienamente indipendente soltanto dal 1919, fu la conseguenza delle tre guerre anglo-afgane che in un arco di 80 anni non erano riuscite ad assoggettare il paese.

La Repubblica Democratica esce da un colpo di Stato dell’aprile 1978.

Alla metà degli anni ’70 del secolo XX il “Grande Gioco” degli imperi sull’Asia centrale tornava di attualità in conseguenza della prima grave crisi economica successiva alla seconda guerra mondiale. Negli ultimi 42 anni l’Afghanistan è passato da una guerra all’altra, in uno sconvolgimento sociale che ha prodotto anche l’inurbamento di ampie porzioni della popolazione rurale.

La prima guerra anglo-afgana si era conclusa con una parziale vittoria britannica e il protettorato sul nascente Stato. Il regno dell’emiro Abdul Rahman (1880-1901) vide un accentramento del potere statale, che schiacciò nel sangue disperate ribellioni. Scopo era ridurre l’autonomia delle tribù che, una volta pagata la decima, gestivano il territorio in condizioni di quasi totale autogoverno.

Il successo dell’emiro si doveva anche al sostegno finanziario e alle armi forniti dall’Inghilterra, che intendeva creare uno Stato cuscinetto. Il trasferimento di alcuni clan pashtun rivali a nord dell’Hindu Kush, trasformati in coloni su vasti appezzamenti di terreno, contribuì alla pashtunizzazione del nord dell’Afghanistan, politica efficace nell’arginare le spinte secessioniste delle popolazioni minoritarie a ridosso degli attuali confini con il Turkmenistan, l’Uzbekistan e il Tagikistan, sensibili alla propaganda zarista. Questa politica demografica, di carattere dispotico-orientale, conservava un carattere eminentemente precapitalistico ma contribuì alla coesione dello Stato.

Abdul Rahman introdusse alcune timide modernizzazioni economiche e sociali. Nel 1883 fu abolito il levirato, che considerava la donna proprietà della famiglia del marito, così che alla morte di questo era costretta a sposarne il fratello. Ancora oggi persiste di questa pratica; non è escluso che oggi la sua sopravvivenza sia conseguenza dell’altissimo numero di vedove dopo un quarantennio di guerre. Si parla fra le 600mila e i due milioni, di cui almeno 70mila procacciano il reddito alla famiglia. Nel 1895 fu abolita la schiavitù; nel 1891 un primo tentativo di unificare le diverse monete locali. Energici sforzi dello Stato per garantire trasporti sicuri contro il banditismo e un ambizioso piano per la costruzione di strade, ponti e caravanserragli. Il controllo dello Stato si estese sul commercio interno ed estero. Specialisti inglesi e indiani furono reclutati per impiantare le prime officine, soprattutto per la produzione di armi. Medici inglesi aprirono la prima clinica a Kabul nel 1895. Nascono i primi embrioni di borghesia in Afghanistan.

Leggiamo nella Encyclopædia Iranica: «Una serie di commissioni bilaterali avevano delimitato con successo i confini dell’Afghanistan con la Russia nel nord-ovest (1884-86) e nel nord-est (1895), con l’India nell’est (1994-1996), dove la famosa Linea Durand conferma la perdita di controllo da parte dell’Afghanistan delle principali vie d’accesso alla valle dell’Indo, creando il problema dell’irredentismo pashtun».

Nel 1905 fu rinnovato l’accordo personale che legava l’emiro al governo britannico. L’ammodernamento del paese si intensificò. Nacque la prima fabbrica per la tessitura della lana a Kabul, fu costruita la prima centrale idroelettrica e introdotto il telegrafo. Ma il paese restava ancora estremamente arretrato. Il settore in cui si ottennero maggiori successi fu l’educazione: era più facile diffondere idee innovative in una piccola élite privilegiata piuttosto che cambiamenti materiali sia pure di modesta portata ma su più ampia scala, nell’economia, nell’amministrazione e nell’esercito. Nel 1909 fu aperta la Scuola militare, affidata a insegnanti turchi. Attorno al 1910 fu inagurato un ospedale con quaranta posti letto il cui direttore, turco, introdusse la quarantena per le malattie infettive e la produzione del vaccino contro il vaiolo. Vennero costruiti i primi due ponti di ferro sul fiume Kabul, e un terzo sul Nilab. Ma nel 1912 in Afghanistan non si contavano più di 30 automobili e i trasporti dei macchinari per le poche officine industriali si compivano ancora per mezzo di elefanti.

Per quanto riguarda il diritto criminale fu abolito il “pozzo nero”, in cui venivano gettati i condannati a morte, e le mutilazioni dei ladri furono sostituite con pene carcerarie.

Rientrati dall’emigrazione molti liberali, dopo avere vissuto per due decenni a Damasco, apprezzate le riforme modernizzatrici dell’Impero Ottomano note come Tanzimat, assimilati molti tratti del cosmopolitismo levantino, introdussero in Afghanistan elementi ideologici del modernismo musulmano e del nazionalismo panislamico. Un gruppo di costituzionalisti che si definivano Giovani Afgani, a imitazione dei Giovani Ottomani, si professavano filo-ottomani e anti-britannici. Fecero ingaggiare medici ed esperti militari ottomani, rompendo così il monopolio inglese riguardo l’assistenza tecnologica.

Al contrario, un ramo della famiglia reale risentì dell’influenza inglese; i suoi elementi erano rientrati in Afghanistan dall’India britannica. Rapidamente acquisirono una preminenza ai vertici dell’esercito.

L’occasione di scuotersi dalla tutela britannica approfittando del secondo conflitto mondiale, accogliendo le sollecitazioni della Germania e della Turchia, non venne colta dal sovrano che adottò una politica neutralista.

Per liberarsi da quella tutela il nuovo re Amanullah proclamò la Jihad dando vita alla terza guerra anglo-afgana. Le forze afgane mobilitavano non più di 50.000 uomini, male addestrati e male equipaggiati. Le pessime infrastrutture ritardavano i rifornimenti. Tuttavia gli afgani poterono contare sul sostegno di tribù pashtun dell’India che misero a disposizione 80.000 uomini, il che determinò le sorti della guerra. Seguirono diverse battaglie in cui a poco valse la superiorità di mezzi britannica e il bombardamento di Kabul. A determinare la vittoria afgana fu la riluttanza britannica a impegnarsi in una nuova guerra in un momento in cui stava emergendo il malcontento delle tribù pashtun di frontiera, che avrebbero appoggiato gli afgani. L’armistizio di Rawalpindi stabilì la fine del protettorato britannico, durato poco meno di 40 anni.

L’Afghanistan si trovò a fare i conti con l’assenza di sbocchi sul mare, quella “claustrofobia continentale” che imponeva rapporti relativamente amichevoli con i paesi confinanti. La Russia sovietica riconobbe l’indipendenza dell’Afghanistan, che a sua volta stabilì relazioni diplomatiche con diversi paesi. Vennero aperte scuole straniere, tedesca e francese. Nel 1922 fu abbandonato il calendario lunare e adottato il calendario solare-hijri che pone l’anno zero con la fuga di Maometto dalla Mecca nel 622. Nel 1923 nuove norme sancirono i diritti individuali e alle donne maggiori libertà, il diritto familiare sottratto ai religiosi e proibite la poligamia e il matrimonio delle fanciulle. Nel 1924 i mille membri della Loya Jirga, l’assemblea dei notabili, votò la prima costituzione che comportò notevoli cambiamenti in campo amministrativo, giudiziario, militare e fiscale.

Per la prima volta nella storia dell’Afghanistan moderno fu incoraggiata l’iniziativa privata. Appezzamenti di terreno furono venduti a prezzi bassi per creare uno strato sociale di contadini parcellari, mentre compagnie di import-export private posero fine al monopolio di fatto del commercio estero della corona.

Queste misure aumentarono il divario fra città e campagne, rimaste in una sorta di autonomia tribale.

Il periodo successivo, cruciale nella storia del Paese, sarà argomento che tratteremo nella seconda parte della relazione.


La politica afgana dello Stato pakistano

Lo Stato pakistano ha annunciato l’amnistia per i militanti talebani pakistani, se rinunciano alle loro attività. Questo dopo che in Afghanistan i talebani hanno liberato dalle carceri i militanti del Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP): un rapporto delle Nazioni Unite ha stimato che a luglio in Afghanistan ce ne fossero 6.000.

Recentemente sono stati compiuti molti attacchi del TTP e dei gruppi nazionalisti baluci contro il Frontier Corps (gruppo paramilitare dell’esercito responsabile dell’amministrazione del Balucistan e del Khyber Pakhtunkhwa). Anche questo suggerirebbe che recentemente i gruppi nazionalisti baluchi abbiano iniziato a collaborare con il TTP e con i gruppi militanti nazionalisti sindhi.

Il 17 settembre, una visita della squadra di cricket neozelandese è stata annullata per aver ricevuto una minaccia; anche la squadra del Regno Unito si è ritirata; le autorità pakistane tuttavia sostengono che si è trattato solo di una e-mail inviata da un indirizzo in India, definendola un sabotaggio indiano. Si stima che la televisione di Stato pakistana ne abbia subito una perdita da 200 a 250 milioni di rupie.

Il 19 settembre il Pakistan ha inviato 17 camion di generi alimentari in aiuto all’Afghanistan. Una bandiera pakistana è stata rimossa da uno di questi camion, civili e alcuni militanti talebani hanno cercato di bruciarla; l’amministrazione talebana è intervenuta, scusandosi con il Pakistan, e dichiarando di aver punito le persone coinvolte nell’incidente.

Il governo pakistano ha cercato di ristabilire i legami con l’amministrazione Biden, ma con difficoltà dopo l’insediamento dei talebani. Questo è un cambiamento nella sua politica, poiché negli anni passati dell’amministrazione Trump il Pakistan se ne era allontanato, aumentando la dipendenza dalla Cina.

Dopo la presa di potere dei talebani il Pakistan ha intensificato l’ingerenza in Afghanistan, possibile grazie al crollo dell’amministrazione Ghani, le cui relazioni con il Pakistan si erano sempre più deteriorate. C’è anche in programma di effettuare scambi commerciali con l’Afghanistan in rupia pakistana, il che darebbe al Pakistan un ruolo economico di primo piano.

Oltre a questo il Pakistan ha chiesto agli Stati di tutto il mondo di attivarsi per il riconoscimento dell’Afghanistan, e rimuovere le sanzioni economiche imposte al paese. Il 23 settembre un appello simile è stato fatto dal ministro degli esteri cinese Wang Yi. È chiaro che il Pakistan ha fatto eco agli interessi cinesi, e che lo Stato cinese vede il Pakistan come intermediario per acquisire influenza in Afghanistan. I talebani, da parte loro, hanno accolto con favore gli investimenti cinesi.

È stato stanziato per il 2020-21 un aumento del 6,2% del bilancio militare, per un totale di 1,37 trilioni di rupie, maggiore di quello del 2019-20, che fu del 4,6%. Questi dati però non riguardano le grandi acquisizioni dell’esercito, compreso il programma di armi nucleari, finanziato separatamente, e i pagamenti ai militari in pensione che ammontano a 360 miliardi di rupie.


Sul fronte del lavoro

16.000 lavoratori di vari dipartimenti governativi sono stati licenziati il mese scorso dopo una decisione della Corte suprema; erano già stati licenziati negli anni ’90, per poi essere reintegrati nel 2010 per ordine del tribunale, durante il governo del Partito del Popolo. Questi lavoratori hanno protestato in tutto il Paese. In centinaia hanno inscenato un sit-in il 12 settembre a Islamabad, una manifestazione è stata organizzata anche a Dadu Sindh dal movimento dei giovani disoccupati (PTUDC e BNT). PTUDC è l’ala sindacale dell’organizzazione trotskista (“La Lotta”).

Un’altra protesta è stata organizzata dal PTUDC a Mirpur Bhattoro contro il licenziamento dei dipendenti del Sui gas, altre proteste sono state fatte a Khairpur Mir.

Il 22 settembre il sindacato idroelettrico IESCO ha organizzato una manifestazione a Islamabad contro la proposta di privatizzazione. Il 2 settembre a Peshawar docenti e personale accademico hanno protestato contro la privatizzazione delle università e la nomina dall’alto del consiglio di amministrazione.

Il 28 agosto una manifestazione di più di un migliaio di operai della zona industriale di Korangi a Karachi è stata indetta da vari sindacati, tra cui quello trotskista (RWF), raggruppati in un comitato di solidarietà dei lavoratori. Le richieste includevano un salario di 25 mila rupie, che è già per legge il salario minimo, ma non è mai rispettato, l’eliminazione del lavoro a contratto, e l’applicazione delle leggi sulla sicurezza industriale.

Questa manifestazione si è avuta subito dopo un orribile crimine perpetrato dalla borghesia il 27 agosto, quando 17 lavoratori, tra cui un bambino di 13 anni, sono morti bruciati in una fabbrica tessile a Karachi, nella zona industriale di Korangi. I proprietari della fabbrica sono liberi, tutto il regime borghese è responsabile. La fabbrica, che produceva prodotti per l’esportazione, era stata “controllata” per la sicurezza da associazioni internazionali, non era registrata, e anche tutti i suoi lavoratori erano privi di qualsiasi diritto in quanto non registrati. Il partito Mazdoor Kisan (l’unico partito stalinista esistente, che raramente fa qualcosa) insieme ad alcune organizzazioni trotskiste e ad altri sindacati hanno tenuto delle proteste fuori dalla fabbrica.

Si stima che 12 milioni di bambini siano costretti al lavoro, il 69% nell’agricoltura, l’11% nell’industria e il 20% nei servizi. Il 70% del lavoro servile riguarda bambini. Il lavoro servile, schiavistico, include spesso il lavoro in fornaci, nell’agricoltura e nei servizi domestici. Un vero incubo per questi lavoratori vittime del peggiore sfruttamento capitalista. Una quota di lavoro minorile non finirà mai nel capitalismo poiché le necessità del profitto lo impongone.

Per la formazione dei giovani, come Marx affermò assai prima che la stessa pedagogia moderna lo scoprisse, è essenziale coniugare studio e lavoro, in modi e tempi graduati all’età, in uno stretto rapporto fra generazioni, finalmente non concorrenziale.

I lavoratori, giovani e anziani, devono avere i loro sindacati di classe e il loro autentico Partito Comunista, la soluzione delle loro misere condizioni sta solo nella dittatura del proletariato e nel comunismo!


La crisi economica

Dopo il diluvio di miliardi di dollari e di euro per evitare il collasso economico, pare esser venuto il momento della “ripresa” e dei “pacchetti” di stimolo.

Il segnale è arrivato dagli Stati Uniti che, come negli anni Trenta, stanno preparando un “New Deal” sotto forma di un mega pacchetto di sovvenzioni, parte delle quali sono ancora in discussione al Congresso. Puntano ad aumentare i consumi, inviando un assegno di 1.400 dollari a ogni americano che guadagna meno di 75.000 dollari all’anno. L’altra componente punta a investire in infrastrutture, fatiscenti dopo molti anni di mancata manutenzione, e in tecnologie futuristiche: auto elettriche, nuovi tipi di processori, intelligenza artificiale, ecc. Anche l’Europa ha i suoi piani, ma su scala minore. L’obiettivo, investendo in queste tecnologie, sarebbe rilanciare un nuovo ciclo produttivo.

Le borghesie non hanno perso la speranza in una nuova crescita economica, ma si renderanno presto conto che la loro è solo un’illusione.

Il parallelo con gli anni Trenta è calzante, siamo proprio in una situazione simile. Dopo la devastante crisi del 1929, ci fu una fugace ripresa che sfociò nella nuova crisi del 1938 e, subito dopo, nella seconda guerra mondiale.

A differenza degli anni Trenta, la crisi di sovrapproduzione del 2008-2009 non si è sviluppata appieno. Abbiamo avuto invece una crisi cronica e una precipitosa corsa all’indebitamento con aiuti artificiali grazie al “quantitative easing” delle banche centrali. Ma, proprio come negli anni Trenta, siamo sulla strada di un conflitto globale. Quanto tempo abbiamo prima che scoppi la terza guerra mondiale? Dai dieci ai quindici anni, per dare un lasso di tempo approssimativo. Sarà sufficiente questo intervallo perché la crisi cronica del capitalismo si acutizzi e porti a una ripresa della lotta di classe? Questo è ciò che speriamo.

Come sempre facciamo il punto sulla ripresa in atto, presentata come solida e vigorosa dai vari governi. Cominciamo dagli Stati Uniti. Dopo un calo di quasi il 7% nel 2020, abbiamo una ripresa che sembra vigorosa, visto che ad aprile la crescita è del 17,5%, poi del 16,1% a maggio e del 9,9% a giugno. Ma a ben guardare questa ripresa ha solo compensato il calo di produzione da aprile a giugno 2020: -17,7%, -16,2% e -11%. Sulla base degli indici dei primi 6 mesi dell’anno a nostra disposizione, vediamo che a questo ritmo la produzione industriale nel 2021 rimarrà ancora inferiore del 6/7% rispetto a quella del 2019, anno a sua volta già in recessione.

Degli altri paesi abbiamo riportato in una tabella la crescita della produzione industriale. La produzione nei primi sette mesi del 2021 è ancora inferiore a quella del 2019 e va, secondo di paesi, dal -2% al -5%. Rispetto al precedente massimo, raggiunto nel 2007, la differenza varia dal -11% al -27%. La Germania fa eccezione con un piccolo -2%. Non abbiamo quindi assistito a una vera ripresa, anche se alcuni Paesi riusciranno a riguadagnare il livello del 2019 entro la fine dell’anno.

I piani di stimolo per il momento non stanno avendo effetto. L’economia non fa miracoli. Comunque, nella migliore delle ipotesi, dopo due o tre anni di ripresa, proprio come dopo il 2010-2011, tornerà la recessione.

È in Cina, nel settore immobiliare, che si fanno sentire le prime crepe di questa ripresa. Evergrande, il secondo più grande investitore negli immobili, con 260 miliardi di dollari di debiti, non è in grado di rimborsarli e consegnare gli appartamenti già venduti. Confrontabile alla Lehman Brothers in termini di peso finanziario, non dovrebbe però portare allo stesso disastro perché lo Stato cinese, che ha un imponente tesoro di riserva, interverrà per scaglionare la sua liquidazione o la sua vendita frazionata. Tuttavia l’intero settore immobiliare è in crisi, a causa della sovrapproduzione generale e dei prezzi troppo alti dovuti alla frenetica speculazione nel settore.

D’altronde il debito delle società cinesi ammonta al 160% del PIL, il doppio delle società americane! Senza dimenticare le banche cinesi i cui bilanci sono pieni di cambiali insolventi. Quindi, nonostante il fondo di riserva dello Stato cinese, arriverà un momento in cui non potrà più farcela e i fallimenti si trasformeranno in valanghe che spazzeranno l’intero sistema.

Durante la recessione del 2015-16, per arginare la fuga di capitali e la svalutazione della moneta, lo Stato cinese ha speso un trilione di dollari in valuta estera!

L’imperialismo cinese si sta attivamente preparando militarmente a uno scontro per sfidare lo status quo dell’ultima guerra, ma prima la crisi del capitale e il crollo generale potrebbero venire proprio dalla Cina. Il capitalismo cinese dai primi anni 2000 ha conosciuto una gigantesca accumulazione, grazie al notevole afflusso di capitali dagli Stati Uniti, dal Giappone e dall’Europa, ma anche grazie al gigantesco debito. Ma la fine del gioco sta per arrivare, il rallentamento è generale, l’inflazione si avvicina al 10% e i lavoratori iniziano a scarseggiare, portando ad aumenti salariali, con crescita dei costi di produzione.

Abbiamo tutti i segnali che precedono una vasta crisi di sovrapproduzione. La borghesia cinese, riprendendo le teorie di Giuseppe Stalin, si illude di poter arginare la crisi e controllare l’accumulazione di capitale tramite lo Stato. Abbiamo visto il risultato con l’URSS: un crollo generale e un calo della produzione che ha superato quello americano del 1929-32!

Per completare questo panorama, abbiamo riportato in due tabelle i dati sulla produzione di petrolio e gas. Questi coprono solo i primi 5 mesi dell’anno. Ciò che va notato è che gli Stati Uniti rimangono di gran lunga il maggior produttore di petrolio e gas, nonostante la grave crisi del settore energetico. Come per la produzione industriale, abbiamo previsto la produzione per tutto il 2021, sulla base dei primi cinque mesi a nostra disposizione. La produzione ha continuato a diminuire, nonostante la generale ripresa economica. Anche questo prova la debolezza, per il momento, della ripresa e spiega l’aumento dei prezzi a 70 dollari al barile per il petrolio. Tuttavia, nell’ultimo mese Stati Uniti e Russia hanno aumentato notevolmente la produzione, il che indica che continuerà a crescere e potrebbe tornare ai livelli del 2019 con il rischio di un ulteriore calo dei prezzi.

Per il gas naturale il calo della produzione è stato più contenuto e dovrebbe tornare entro la fine dell’anno sui livelli del 2019. Per ora, in base ai tassi di estrazione dei primi 5 mesi, la produzione, fatta eccezione per la Russia, è ancora inferiore a quella del 2019 dall’1,7% al 3,2% a seconda del paese. La Russia, invece, ha superato del 6% il livello raggiunto nel 2019. Il Regno Unito, invece, sta vivendo uno storico declino legato all’esaurimento delle sue riserve di gas. Negli Stati Uniti la produzione di gas è tornata positiva da maggio, quindi dovrebbe riprendersi e forse superare anche il livello raggiunto nel 2019 entro la fine dell’anno.

I grafici per il commercio dimostrano che la recessione commerciale nel 2020 è stata della stessa entità di quella del 2015, ma molto inferiore a quella del 2009. Sulla curva seguente vediamo una ripresa degli scambi, ma gli incrementi di gennaio-luglio compensano appena il calo dei mesi corrispondenti nel 2020.

In conclusione, ancora produzione e commerci non sono tornati ai livelli del 2019, anch’esso già in recessione. Possiamo pensare che questo livello sarà raggiunto entro la fine del 2021. Ma d’altra parte, qualunque siano i piani di ripresa, non usciremo dalla crisi del 2008-2009, non si aprirà un nuovo ciclo economico.


La Questione Militare
Il trattato di Brest-Litovsk

All’apertura dei colloqui per un trattato di pace tra la Russia sovietica e gli Imperi centrali, il partito bolscevico giunse con due posizioni contrapposte: firmare la pace subito ad ogni costo, poiché ritenevano imminente la rivoluzione in Germania, con la quale saldarsi ed estendere la rivoluzione in Europa, sostenuta da Lenin, o proseguire la guerra per salvare la rivoluzione in Russia. Questa posizione, che aveva un discreto seguito, era sostenuta principalmente da Bucharin. La posizione di Trotski sull’immediato era “né pace né guerra”, cioè cessare la guerra senza firmare una pace.

Era chiaro a tutto il partito che la rivoluzione in Russia, la fine della guerra con una pace accettabile e la rivoluzione in Europa erano parti inseparabili dello stesso processo storico.

Nel settembre Lenin in “Il marxismo e l’insurrezione” così si era espresso nel caso che nessuno Stato belligerante accettasse la proposta di armistizio: «Se la nostra offerta di pace sarà respinta e se non otterremo neppure un armistizio allora noi diventeremo “difensivisti”, ci porremo alla testa dei partiti della guerra, diventeremo il principale partito “della guerra”, faremo la guerra in modo veramente rivoluzionario».

Dopo la rivoluzione d’Ottobre, l’8 novembre, il partito aveva ordinato al generale Duchonin, comandante in capo sul fronte tedesco, di avanzare al comando nemico una proposta di armistizio su tutti i fronti. Al suo rifiuto fu immediatamente sostituito dal bolscevico Krylenko. Duchonin fu poi linciato da una folla inferocita di soldati.

La proposta fu accolta alcune settimane dopo e il 19 novembre la delegazione sovietica per l’armistizio, diretta da Joffe, con Kamenev, Sokolnikov, alcuni esperti militari, un operaio e un contadino si incontrò a Brest-Litovsk di fronte a una imponente delegazione tedesca agli ordini del generale Hoffmann, l’ideatore della recente operazione della guerra degli 11 giorni. L’armistizio, valido per 28 giorni, fu firmato il 2 dicembre: lasciava alle armate tedesche l’occupazione di tutto il territorio da loro occupato comprese le strategiche isole dello stretto di Moon (ora Muhu, in Estonia).

Furono introdotte due clausole: prima, il comando tedesco accettava di non approfittare della cessazione delle ostilità sul fronte russo per trasferire truppe su quello occidentale; seconda, si permetteva la fraternizzazione organizzata di gruppi di 25 soldati alla volta degli opposti fronti, lo scambio di giornali e generi di conforto.

Le trattative formali per il trattato di pace iniziarono a Brest-Litovsk il 9 dicembre.

Il governo di Londra protestò vigorosamente contro la firma di una pace separata con gli Imperi Centrali, che contravveniva ai precedenti accordi tra i paesi della Triplice Intesa, accettati da Nicola II.

Nel primo giro di consultazioni i tedeschi accettarono formalmente la pace senza annessioni né riparazioni, ma reclamavano che la Lituania, la Curlandia e parti della Lettonia, pari a 18 provincie russe, fossero distaccate dalla Russia. Inoltre Hoffmann protestò contro la clausola che prevedeva la propaganda di carattere rivoluzionario e la fraternizzazione fra le armate.

Trotski iniziò da qui la sua tattica di allungare il tempo delle trattative nell’attesa che la rivoluzione scoppiasse anche in Austria e Germania e prima che il governo sovietico prendesse decisioni che la avrebbero potuto ostacolare.

Il 5 gennaio 1918 il generale Hoffmann spazientito presentò una carta su cui era segnata una linea oltre la quale le armate tedesche non intendevano ritirarsi: in mano tedesca era tutta la Polonia, la Lituania e la Bielorussia; la Lettonia tagliata in due con le isole dello stretto di Muhu, che permettono il controllo dell’accesso settentrionale al golfo e al porto di Riga. Trotski riuscì ad ottenere un altro rinvio di 10 giorni per le necessarie consultazioni col governo dei soviet, dove si aprì un acceso dibattito.

Nella riunione dell’8 gennaio nel comitato centrale del partito si delinearono tre posizioni: quella di Lenin, ben consapevole che in quel momento, con un esercito disgregato, la rivoluzione russa sarebbe stata schiacciata dalle forze tedesche, per cui bisognava firmare la pace, esigenza momentanea per difendere una rivoluzione ancora fragile. Così ammonisce Lenin nello scritto “Su un terreno pratico”: «Il solo entusiasmo non basta per fare la guerra contro un avversario come l’imperialismo tedesco. Sarebbe una grandissima ingenuità, addirittura un delitto, prendere alla leggera questa che è una guerra vera, dura e sanguinosa. La guerra bisogna farla sul serio, o non farla affatto. Vie di mezzo non ce ne possono essere».

Poi abbiamo la posizione di Trotski: “finire la guerra, senza firmare la pace”, affermando che, benché la guerra non dovesse essere ripresa, non era giusto né necessario concludere una pace sulla base dei termini tedeschi.

Infine abbiamo i “comunisti di sinistra”, guidati da Bucharin, che proponevano di respingere il diktat tedesco e iniziare una guerra rivoluzionaria. Lenin in “Strano e mostruoso” scrisse alcuni giorni prima della firma del trattato: «Forse gli autori che ritengono che gli interessi della rivoluzione internazionale esigono che questa venga stimolata, e che un tale stimolo potrebbe essere soltanto una guerra e in nessun modo la pace, che potrebbe produrre nelle masse l’impressione di una specie di “legittimazione” dell’imperialismo? Una simile “teoria” sarebbe in assoluto contrasto con il marxismo, che ha sempre negato la possibilità di “stimolare” le rivoluzioni, le quali si sviluppano a mano a mano che si inaspriscono le contraddizioni di classe che si generano».

Il Comitato centrale, prese tre giorni dopo, l’11 gennaio, le decisioni da impartire a Trotski: Lenin riaffermò il suo atteggiamento in favore di una pace immediata.

Mentre Trotski era in viaggio da Pietrogrado, il 15 gennaio a Berlino scoppiarono dimostrazioni contro la guerra che si diffusero anche in altri centri; sembrò per un momento che l’ottimismo dei bolscevichi e la politica di procrastinazione di Trotski stessero per essere confermati dagli avvenimenti. Malauguratamente i moti in Germania, che costituivano la innominata ma reale sostanza dei negoziati, si esaurirono e il 28 gennaio, mentre i tedeschi spazientiti preparavano un ultimatum, Trotski intervenne annunciando che: «La Russia, mentre si rifiuta di firmare una pace annessionistica, da parte sua dichiara finito lo stato di guerra con la Germania, l’Austria-Ungheria, la Turchia e la Bulgaria».

Da parte tedesca ciò fu considerato come una rottura dei negoziati e la fine dell’armistizio e il 17 febbraio Hoffmann comunicò ai russi la ripresa il giorno seguente delle operazioni militari. Si verificava la situazione prevista da Lenin.

Il 23 febbraio Hoffmann alzava la posta chiedendo al governo sovietico di ritirare le sue truppe dall’Ucraina e concludere la pace con la Rada ucraina, inoltre di evacuare la Lettonia e l’Estonia per permetterne l’occupazione tedesca. Lo stesso giorno lo scontro si rinnovò al comitato centrale. Lenin per la prima ed ultima volta, pose un ultimatum. Se la politica della frase rivoluzionaria continuava, egli si sarebbe dimesso dal governo.

Lenin, in “Una lezione dura ma necessaria” pubblicata sulla Pravda il 24 febbraio, in modo molto chiaro esplicita il concetto di “difesa della patria socialista”: «Un paese contadino, condotto a un impressionante sfacelo da tre anni di guerra, che ha cominciato la rivoluzione socialista, deve evitare il conflitto armato – deve evitarlo finché è possibile, anche a costo dei più duri sacrifici – proprio per avere la possibilità di fare qualcosa di serio nel momento in cui divamperà l’ultima, decisiva battaglia. Questa battaglia divamperà solo quando la rivoluzione socialista si diffonderà nei paesi imperialisti avanzati. Questa rivoluzione, non v’è dubbio, matura e si rafforza ad ogni mese, ad ogni settimana che passa. Questa forza che si matura deve essere aiutata. Bisogna saperla aiutare. Non la si aiuta, ma la si danneggia, mandando alla disfatta la vicina repubblica socialista sovietica nel momento in cui essa manifestamente non ha un esercito. Non bisogna trasformare in una vuota frase la grande parola d’ordine “Noi puntiamo sulla vittoria del socialismo in Europa”. Questa è la verità, se si ha in mente la lunga e difficile via che il socialismo deve percorrere per vincere fino in fondo. È una verità indiscutibile, storico-filosofica, se si prende tutta “l’era della rivoluzione socialista” nel suo complesso. Ma ogni verità astratta diventa vuota frase se la si applica in qualsiasi situazione concreta. È indiscutibile che “in ogni sciopero si nasconda l’idra della rivoluzione sociale”. È assurdo però pensare che da ogni sciopero si possa subito passare alla rivoluzione. Se noi “puntiamo sulla vittoria del socialismo in Europa”, nel senso che ci prendiamo la responsabilità di dire al popolo che la rivoluzione europea divamperà e vincerà immancabilmente nelle prossime settimane, immancabilmente prima che i tedeschi riescano a raggiungere Pietrogrado, Mosca, Kiev, riescano a distruggere i nostri trasporti ferroviari, allora agiamo non come seri internazionalisti rivoluzionari ma come avventurieri. Se Liebknecht vincerà la borghesia in due o tre settimane (la cosa non è impossibile), ci libererà da tutte le difficoltà. Questo è indubbio. Ma se noi determiniamo la nostra tattica di oggi nella lotta con l’imperialismo di oggi in base alla speranza che Liebknecht con tutta probabilità debba vincere proprio nelle prossime settimane, allora ci meriteremo solo la derisione. Trasformeremo le più grandi parole d’ordine rivoluzionarie della nostra epoca in una vuota frase rivoluzionaria».

Trotzki espose ancora una volta le sue obiezioni ma, per quanto non fosse convinto, quando ebbe luogo la votazione decisiva Trotski, Joffe, Krestinskij e Dzeržinskij, si astennero, permettendo così che la mozione di Lenin per l’accettazione delle condizioni tedesche venisse approvata con 7 voti (Lenin, Zinoviev, Sverdlov, Stalin, Sokolnikov, Smilga, Stasova) contro 4 (Bucharin, Lomov, Bubnov e Urickij). La notte stessa alle 4,30 di mattina del 24 febbraio, dopo un efficace discorso di Lenin, la proposta venne approvata.

La delegazione, diretta questa volta da Sokolnikov e Čičerin, partì per Brest-Litovsk. Il trattato di pace fu siglato il 3 marzo. Le condizioni saranno pesantissime e inaspettatamente umilianti per la Russia che perderà la Polonia orientale, la Lituania, la Curlandia, la Livonia, l’Estonia, la Finlandia, l’Ucraina e la Transcaucasia, quasi un quarto della sua superficie, circa 56 milioni di abitanti, il 32% della propria popolazione. La Turchia inoltre impose all’ultimo momento delle richieste territoriali nel Caucaso, la cessione dei distretti strategici di Kars, Batumi e Ardaghan.

Ad eccezione dell’Ucraina, il territorio più vasto e culla dell’impero russo, gli altri territori erano abitati da popolazioni non russe, conquistati dallo zarismo in varie epoche precedenti. In termini produttivi significava un terzo del raccolto, l’80% delle fabbriche di zucchero, del 73% della produzione di ferro, il 75% del carbone e di 9.000 imprese industriali su un totale di 16.000 e un terzo delle strade ferrate.


L’attività sindacale del partito

L’attività sindacale nei mesi estivi in Italia, da fine maggio ad oggi, ha avuto due aspetti principali. Da un lato, il tentativo delle dirigenze del sindacalismo di base di organizzare azioni di lotta unitaria, prima nella categoria della logistica, poi proclamando uno sciopero generale per lunedì 11 ottobre. Dall’altro, il panorama sindacale è stato vivacizzato da una vertenza a carattere aziendale – presso la GKN di Campi Bisenzio, in provincia di Firenze – che, sia per la combattività di quei lavoratori sia per la generale passività della classe lavoratrice, ha assunto un rilievo nazionale, attirando speranze e attenzioni del sindacalismo conflittuale e dei gruppi e partiti operai opportunisti e della sinistra borghese.

Per venerdì 18 giugno scorso i tre principali sindacati di base nella logistica – SI Cobas, Adl Cobas e Usb – avevano proclamato unitariamente uno sciopero nazionale di categoria, cui poi hanno aderito gli altri sindacati di base presenti in forze minori nel settore: Sol Cobas, Cub Trasporti, AL Cobas, Sgb, Slai Cobas per il Sindacato di Classe. Siamo intervenuti con un volantino che ha dato enfasi a questa azione fra sindacati di base – quali il SI Cobas e l’Usb – che nel settore logistico più che in ogni altro si erano scontrati, ammonendo al contempo della fragilità di questa intesa fra dirigenze sindacali opportuniste, che per anni si sono opposte a ogni azione unitaria con ogni sorta di argomentazioni strumentali e che ora, per ragioni non ancora chiare e forse ugualmente strumentali e contingenti, sono venute ad agire secondo l’indirizzo da sempre indicato dalla nostra frazione sindacale. La revocabilità della condotta unitaria delle organizzazioni sindacali di base promossa dalle attuali dirigenze è stata confermata dagli eventi successivi.

Il giorno dello sciopero, in un picchetto dinanzi a un magazzino in provincia di Novara, un dirigente locale del SI Cobas è stato investito e ucciso da un padroncino alla guida del suo camion. Il giorno stesso abbiamo pubblicato un comunicato. La risposta del sindacalismo di base a questo atto abietto non è stata purtroppo all’altezza della sua gravità. In particolare la responsabilità ricade sulla dirigenza del SI Cobas che, organizzazione del sindacalista ucciso, era nella posizione di promuovere una risposta unitaria. Da varie sponde del sindacalismo conflittuale si è invocato uno sciopero generale ma, anche senza ricorrere alla massima mobilitazione della classe, una risposta avrebbe potuto essere uno sciopero nazionale di categoria unitario del sindacalismo di base o generale nella provincia di Novara. Invece la dirigenza del SI Cobas ha proclamato da sola uno sciopero nazionale nella logistica di 4 ore per giovedì 24 giugno e organizzato una manifestazione a Novara il sabato successivo, il 26, senza invitare le altre organizzazioni del sindacalismo conflittuale. Abbiamo commentato questi fatti sulla nostra stampa internazionale e diffuso un volantino.

Il 29 giugno governo, sindacati di regime e organizzazioni padronali hanno raggiunto un accordo per ripristinare la libertà di licenziare delle imprese, sospesa a inizio pandemia per evitare un’ondata di licenziamenti. I padroni hanno così potuto lasciare a casa i lavoratori senza sobbarcarsi costi della cassa integrazione, ricaduti sull’INPS, che nel frattempo ha risparmiato per le decine di migliaia di pensionati morti per Covid da inizio pandemia: la speranza di vita nel 2020 è scesa di 1,2 anni, di 4,5 anni nelle province di Bergamo, Cremona e Lodi. I sindacati di regime hanno avallato il ritorno alla libertà di licenziamento – eccezion fatta per i settori tessile e calzaturiero, dove il blocco è stato prorogato sino al 30 settembre – senza battere ciglio e in pieno periodo estivo, quando più è difficile organizzare le lotte, ottenendo in cambio la ridicola “raccomandazione” alle imprese a ricorrere a 13 settimane di ammortizzatori sociali prima di licenziare. Subito sono giunte le notizie di fabbriche che annunciavano la chiusura o i licenziamenti.

L’Assemblea nazionale dei Lavoratori Combattivi del 6 giugno si era divisa circa l’opportunità di proclamare uno sciopero generale a ridosso dello sblocco dei licenziamenti, o attendere l’autunno. Una parte minoritaria di essa riteneva dirompente tale atto governativo e perciò propizio il momento per la massima mobilitazione della classe. La maggioranza decise invece di rimandare all’autunno.

Per inciso, la Assemblea dei Lavoratori Combattivi per la prima volta è stata convocata con un comunicato a firma congiunta con il cosiddetto Patto d’Azione Anticapitalista per un Fronte Unico di Classe, sancendo in tal modo la sua dipendenza da quel fronte di natura partitica, il che le impedisce di essere un organismo davvero utile all’unità d’azione del sindacalismo conflittuale e all’unità delle lotte operaie.

Nel valutare gli effetti dello sblocco dei licenziamenti siamo stati prudenti, considerando gli oltre 800 mila lavoratori già licenziati, nonostante il blocco, in virtù del mancato rinnovo dei contratti a termine.

Per rimediare allo scontento mostratosi all’interno della Cgil di fronte allo sblocco dei licenziamenti la Fiom ha proclamato 2 ore di sciopero nazionale diviso fabbrica per fabbrica. Tanto sembra essere bastato per evitare maggiori problemi alla Cgil.

Una delle prime fabbriche ad annunciare la chiusura è stata, il 9 luglio, la GKN di Campi Bisenzio. Nel panorama di generale passività della classe operaia, questa è una delle fabbriche metalmeccaniche più combattive d’Italia. Quasi tutti gli operai sono iscritti alla Fiom e 6 delegati su 7 appartengono all’area di opposizione interna alla Fiom Cgil, il settimo è dell’Usb. Negli anni i lavoratori della GKN sono riusciti a respingere alcuni accordi peggiorativi sottoscritti da Fim, Uilm e anche dalla Fiom. Da ultimo avevano condotto una lotta per l’assunzione dei lavoratori somministrati, ottenendo temporaneamente risultati positivi. Hanno costituito un Collettivo di fabbrica, cioè un organismo più numeroso della Rsu, che la affianca, e che sta avendo un ruolo fondamentale nella lotta in corso. La GKN rappresentava uno degli ormai pochi punti di forza dell’area di opposizione in Cgil “Riconquistiamo tutto”, una piccola minoranza, dell’ordine del 2-3% all’ultimo congresso del 2018.

Per intervenire nella lotta alla GKN abbiamo diffuso ben 4 volantini: il primo appena annunciata la chiusura, l’11 luglio; il secondo distribuito allo sciopero generale provinciale proclamato dalla Cgil fiorentina, il 19; il terzo alla prima manifestazione nazionale, a Campi Bisenzio, il 24 luglio; il quarto distribuito sabato 18 settembre alla seconda manifestazione nazionale a Firenze. Vi insistiamo in tre direzioni: a) elogiare la combattività dei lavoratori della GKN; b) spiegare la necessità che l’unità che sono riusciti a costruire dentro la fabbrica debba essere estesa al di fuori unendo alle lotte in corso quelle contro i licenziamenti, degli occupati e dei disoccupati, in difesa delle loro condizioni d’impiego e di vita; c) indicare quali rivendicazioni sindacali sono coerenti a questo proposito.

Di fatto il collettivo di fabbrica GKN si è impegnato molto nel tessere relazioni con altri lavoratori in lotta e gruppi di operai combattivi, a prescindere dai falsi confini di categoria e sigla sindacale. I casi più importanti sono stati il sostegno dato agli operai tessili pakistani licenziati dalla Texprint di Prato e la relazione intessuta col comitato di lotta “Tutti a bordo!” dei lavoratori ex Alitalia, in lotta da mesi contro licenziamenti e peggioramenti contrattuali.

È invece sul piano dell’impianto rivendicativo che la combattività di questi operai si perde nell’opportunismo politico sindacale, finendo per sviare dal percorso verso l’unità di lotta per impaludarsi nelle alchimie della politica riformista e parlamentare. La rivendicazione identificata dal Collettivo di fabbrica per unire le lotte operaie sarebbe una “legge contro la delocalizzazione”. Si illudono gli operai che si possa regolare il funzionamento dell’economia capitalista, che lo Stato borghese possa prestarsi a una tale funzione e che ciò possa accadere in virtù di una forza politica in grado di entrare in parlamento sulla spinta del ritorno alla lotta della classe lavoratrice.


Il commercio di sistemi d’arma nell’acuirsi dello scontro interimperialistico

Il compagno, per dare un quadro dei rapporti di forza tra gli Stati, ha utilizzato i dati sul commercio mondiale di armi nel 2020, forniti dal Sipri nel marzo scorso, e notizie dalla stampa specializzata. Ha riportato dati sui principali Stati esportatori e sugli acquirenti di sistemi d’arma, ricordando anche l’andamento della spesa militare in generale di cui abbiamo riferito in un precedente lavoro.

Il commercio internazionale di armi e sistemi d’arma ha ovviamente una grande importanza strategica, più del petrolio, gas o grano, ad esempio. Queste armi moderne ed efficienti rafforzano la capacità offensiva di uno Stato, all’esterno e all’interno dei suoi confini.

D’altra parte chi è in grado di produrre e vendere questi ordigni ha un potere di indirizzo sugli acquirenti e di estendere il suo controllo in quelle aree strategiche.

Durante la cosiddetta “guerra fredda”, gli Stati usciti vincitori dalla seconda guerra mondiale, avevano stabilito una rigida divisione delle competenze nel controllo sulle varie regioni del mondo. Ognuno aveva una sua zona d’influenza militare, ma anche economica, all’interno della quale gli scambi commerciali erano agevolati mentre quelli verso l’esterno erano piuttosto limitati. Questo accadeva anche per il commercio delle armi.

Con la fine della guerra fredda anche la parvenza che la vendita di armi rispondesse a scelte politiche o ideologiche è svanita. Nessuno avanza più questioni ideologiche sul commercio di armi. Italia, Francia e Germania, tre Stati che si definiscono difensori dei “diritti umani”, fanno a gara per vendere armi al regime militare egiziano ed è un’utopia pensare che rinuncino ad affari miliardari per questioni “morali”.

Spesso accade che si vendano armi ai propri nemici, anche durante un conflitto aperto, come attualmente tra Ucraina e Russia. “L’argent fait la guerre”.

Gli Stati produttori di sistemi d’arma sono un numero molto limitato perché l’industria militare, oltre a necessitare di alti livelli tecnici, richiede ingenti investimenti per ricerca e sviluppo e per l’acquisizione dei materiali. Allo stesso tempo assicura enormi profitti e un grande potere. Gli investimenti per progettare e produrre alcuni sistemi sono ormai esorbitanti e spesso richiedono che lo Stato anticipi almeno una parte dei capitali. Questo spiega la necessità per le aziende produttrici non solo di assicurarsi che il proprio Stato ne acquisti un consistente numero di esemplari, ma anche di venderli ad altri.

Ovviamente esiste una forte correlazione tra gli Stati che investono di più in spese militari e quelli che esportano armi, prodotti e servizi bellici.

Negli ultimi 5 anni, sui 140 miliardi di dollari di vendite i primi 10 paesi esportatori se ne sono aggiudicati 127, cioè il 90%, e i primi 15 paesi il 95%. Le 5 aziende più grandi sono tutte negli Stati Uniti e nel periodo 2015-2019 da sole hanno rappresentato il 36% delle esportazioni globali.

Anche la produzione è altamente concentrata e questa è la dimostrazione di quanto senza fondamento siano i discorsi sulla eguaglianza delle nazioni e sulla “distensione” e la pace tra gli Stati. Il “complesso militare industriale” ha un enorme potere finanziario, economico e politico e può tranquillamente influenzare le scelte degli Stati, in politica sia estera sia interna.

Al primo posto tra gli Stati esportatori, si piazzano gli Stati Uniti che nel periodo 2014-19 hanno venduto il 37% delle esportazioni globali contro il 32% del quinquennio precedente. Nel 2020 le loro esportazioni hanno rappresentato il 41% del valore globale. La Russia, tradizionalmente grande esportatrice di sistemi d’arma, pur mantenendo il secondo posto, nell’ultimo anno ha esportato solo il 14% del totale mondiale in netta discesa rispetto al 20% registrato nel quinquennio 2016-20. Si calcola che le sue esportazioni in valore assoluto si siano ridotte del 22%. Al terzo posto tra gli esportatori si trova la Francia che partecipa per l’8,2% al valore complessivo delle esportazioni. Al quarto posto la Germania che ha aumentato le sue esportazioni nell’ultimo quinquennio del 21% rispetto a quello precedente e che ad oggi rappresenta il 5,5% delle esportazioni globali.

Al quinto posto si trova la Cina che però tra il periodo 2011-2015 e il 2016-2020 ha visto diminuire le sue esportazioni del 7,8%. Nel periodo 2016-20 le esportazioni cinesi hanno rappresentato il 5,2% del totale delle esportazioni di armi.

Le esportazioni del Regno Unito tra il quinquennio 2011-2015 e il successivo sono diminuite addirittura del 27%. Nell’ultimo quinquennio il Regno Unito ha rappresentato il 3,3% del totale delle esportazioni. La Spagna ha aumentato invece notevolmente le sue esportazioni negli ultimi tre anni guadagnando così il settimo posto nella classifica mondiale.

Particolare il caso di Israele che, nella media del quinquennio, ha aumentato le esportazioni del 59% rispetto al precedente, conquistando l’ottavo posto. La Corea del Sud, da parte sua, nell’ultimo quinquennio ha davvero fatto miracoli aumentando le sue esportazioni rispetto al quinquennio precedente di ben il 210% guadagnandosi così il 2,7% dell’export mondiale e il nono posto. Immediatamente a seguire l’Italia che nel 2020, in controtendenza con quanto accaduto a molti paesi esportatori, ha più che raddoppiato il suo export rispetto all’anno prima.

Da questa classifica è assente il Giappone che pure dispone di industrie capaci di produrre ogni tipo d’arma. Questa difficoltà del Giappone ad inserirsi nel mercato delle armi è un retaggio della sconfitta nel secondo conflitto mondiale.

Fra i principali Stati importatori al primo posto, e da molti anni, si colloca l’Arabia Saudita, primo cliente dell’industria militare statunitense. Al secondo posto il gigante indiano: l’11% delle armi vendute al mondo arriva nel subcontinente, il 60% del potenziale bellico del paese è importato, un mercato di più di 13 miliardi di dollari negli ultimi 5 anni: più del doppio delle importazioni cinesi.

Al terzo posto si colloca sorprendentemente l’Egitto, le cui importazioni sono aumentate di ben il 136% tra il quinquennio 2011-15 e il 2016-20.

Da notare il riarmo intrapreso dall’Australia, preoccupata soprattutto dalla crescente influenza della Cina.

Anche la Cina, nonostante i risultati della sua industria militare, resta una grande importatrice di armi (5° posto). Gli altri sono la Corea del Sud (7°) il Giappone (12°), la Gran Bretagna (14°), Israele (15°) e gli stessi Stati Uniti (13°).

Altro grande importatore è l’Algeria, il maggiore del continente africano, dopo l’Egitto, del resto questo considerato un paese mediorientale. Il piccolo Qatar spende cifre astronomiche in armamenti. Gli Emirati Arabi Uniti mantengono il nono posto.

Il rapporto “Omosessualità, transessualità e marxismo” sarà pubblicato per esteso nel prossimo numero.


FINE DEL RESOCONTO DELLA RIUNIONE GENERALE DI SETTEMBRE

 

 

 

 

  


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I dieci giorni di dura lotta dei metalmeccanici a Cadice

Da martedì 16 novembre gli operai metalmeccanici della Baia di Cadice, nel sud della Spagna sulla costa atlantica, hanno dato luogo a un grande sciopero, uno dei più duri nella storia recente della classe lavoratrice in quel paese.

Un commentatore borghese, nell’editoriale di un quotidiano locale della città, lo ha paragonato allo sciopero nei cantieri navali di 45 anni fa in quella stessa città, lamentando – secondo la sciocca ideologia della sua classe sociale – come la città sarebbe “ferma al XIX secolo”.

I borghesi si cullano nella illusione di una eterna pace sociale e non possono ammettere che la lotta di classe, che scaturisce dal rapporto sociale fra Capitale e Lavoro salariato, non appartenga solo al passato del capitalismo ma al suo presente, e ne determinerà le sorti future. Basti osservare l’ondata di scioperi che ha attraversato negli ultimi mesi gli Stati Uniti per negare la tesi secondo cui i più avanzati capitalismi nazionali avrebbero definitivamente superato la lotta di classe.

Lo sciopero a Cadice è stato causato dalla perdita del potere di acquisto dei salari negli ultimi dieci anni, aggravata dalla salita dell’inflazione delle ultime settimane, e, in questo quadro, dalla rottura da parte padronale delle trattative per il rinnovo del contratto collettivo provinciale, scaduto il 31 dicembre 2020, fra l’associazione padronale delle piccole e medie imprese – la Femca – e i sindacati di regime – le Comisiones Obreras (Ccoo) e la Union General del Trabajo (Ugt).

Dei circa 27.000 metalmeccanici della provincia, il 70% lavorano con contratti a termine. Questi ricevono un salario in media inferiore di 1.500 euro annui rispetto ai lavoratori con contratto a tempo indeterminato. I primi lavorano soprattutto in piccole e medie aziende, che operano in appalto per le grandi imprese della zona, come i tre cantieri navali della Navantia di Cadice, Puerto Real e San Fernando, la Airbus, la Dragados. I dipendenti di queste sono invece per lo più assunti a tempo indeterminato, con condizioni d’impiego relativamente migliori, definite in contratti aziendali. Le trattative per il rinnovo del contratto provinciale quindi coinvolgono solo l’associazione padronale delle piccole medie imprese e non le grandi aziende committenti.

Una prima manifestazione era stata convocata da Ccoo e Ugt il 21 ottobre di fronte alla sede della Femca.

Pochi giorni dopo un sindacato minoritario presente fra i metalmeccanici di Cadice, il Coordinamento dei Lavoratori Metalmeccanici (Coordinadora de Trabajadores del Metal, Ctm), costituitosi nel marzo 2020, denunciava le condizioni di sfruttamento nei cantieri navali di Navantia a Cadice e Puerto Real. Questi negli ultimi mesi hanno ripreso a lavorare a pieno regime acquisendo commesse per la riparazione di grandi navi da crociera, impiegando circa 1.400 operai, la maggior parte dipendenti di piccole e medie imprese, molti dei quali fatti lavorare fino a 12 ore al giorno per sette giorni la settimana.

Il sistema di impiego della manodopera appare analogo a quello dei cantieri navali in Italia, dove la maggior parte degli operai non sono dipendenti diretti di Fincantieri che, come Navantia, è un’azienda di Stato. Questo fatto dovrebbe liquidare ogni dubbio circa la presunta bontà della rivendicazione delle nazionalizzazioni, in Italia impugnata dalla maggioranza del sindacalismo conflittuale.

La Ctm denuncia anche l’esistenza di una lista nera padronale, cioè l’elenco dei lavoratori indesiderati per la loro combattività sindacale. Decine di essi sono espulsi dai posti di lavoro e costretti all’emigrazione. Poiché le assunzioni sono filtrate da Ccoo e Ugt, la Ctm chiede l’istituzione di una “Borsa del lavoro”, una graduatoria dei lavoratori da assumere in base a criteri non discriminatori, gestito dai sindacati.

A fine ottobre l’associazione padronale Femca ha rotto la trattativa per il rinnovo del contratto provinciale. La Ctm – che si batte per il sindacalismo di classe – ha invitato i sindacati Ccoo e Ugt a convocare una assemblea generale dei metalmeccanici, al fine di portare i lavoratori a conoscenza dell’andamento della trattativa e non di condurla alle loro spalle. Sempre secondo la Ctm, Ccoo e Ugt organizzano meno del 20% dei lavoratori temporanei del settore metalmeccanico.

Ccoo e Ugt, in risposta alla rottura della Femca, hanno convocato due giorni di sciopero il 9 e il 10 ottobre, a cui la Ctm, senza ovviamente revocare le critiche a questi sindacati di regime, ha dato correttamente indicazione di aderire, nel segno dell’unità d’azione dei lavoratori nella lotta sindacale.

Altro sindacato minoritario attivo fra i metalmeccanici della provincia di Cadice è la Confederazione Generale del Lavoro (Confederacion Generale del Trabajo, Cgt), storica organizzazione anarcosindacalista presente, ad esempio, nello stabilimento della Airbus e in un’azienda appaltatrice della Dragados.

I due giorni di sciopero sono stati un successo, con migliaia di operai che hanno attraversato Cadice in un compatto e agguerrito corteo. Lo sciopero ha interessato anche Algeciras – altra cittadina della provincia di Cadice, sullo stretto di Gibilterra – fermando aziende nel porto e le acciaierie della Acerinox, che impiegano circa duemila lavoratori. Ciò ha dato la misura della rabbia e della disponibilità alla lotta.

Questa pressione dal basso ha portato Ccoo e Ugt a proclamare uno sciopero a tempo indeterminato, come detto a partire dal 16 novembre, il cui andamento ha confermato la sua inevitabilità, che i sindacati di regime hanno assecondato per evitare di perdere il controllo dei lavoratori.

Le rivendicazioni avanzate da Ccoo e Ugt sono state un aumento del salario del 2% per il 2021, del 2,5% per il 2022 e del 3% per il 2023, a fronte di una proposta padronale dell’1,5% per ciascuno dei tre anni e con un aumento della produttività.

Fin dal primo giorno di sciopero e per i nove successivi gli operai hanno dovuto fronteggiare l’azione delle forze di polizia, che hanno attaccato i picchetti davanti le fabbriche e penetrando nei quartieri operai per sparare lacrimogeni, proiettili di gomma e utilizzando un autoblindo per sfondare le barricate erette dai lavoratori.

Questa è stata la risposta del governo di centro-sinistra spagnolo, formato dal Partito Socialista Operaio Spagnolo, da Podemos, dal Partito dei Socialisti di Catalogna e da Izquierda Unita, e che si è definito “il governo più progressista della storia della Spagna”. Evidentemente è la risposta di un governo borghese a difesa degli interessi del padronato minacciati da un vero sciopero, e terrorizzato dalla possibilità che la lotta operaia possa estendersi alle altre province e regioni autonome del paese.

Nella vicenda è intervenuto anche il Partito “Comunista” Spagnolo, che fa parte di Podemos ed è nel governo con due ministri, fra cui quello del Lavoro. Il segretario generale del PCE, Enrique Santiago, che è segretario di Stato per la “Agenda 2030”, ha avuto la faccia di bronzo di chiedere agli operai di tornare al lavoro e di “avere fiducia nel lavoro che sta compiendo il governo”!

Uno dei vari fattori che concorrono a mantenere divisa la classe lavoratrice in Spagna è che in questo paese, diversamente da quanto accade, per esempio, in Italia – dove da anni comunque è in corso un’opera volta al loro svuotamento – non esistono contratti nazionali di lavoro bensì contratti provinciali. Nemmeno regionali, come accade invece in Germania, nei vari Länders. Padroni e sindacati di regime si premurano di condurre le trattative per i rinnovi dei contratti provinciali, e gli scioperi, sfasati nel tempo, onde evitare il rischio che si unifichino.

Questa divisione territoriale, provinciale, della classe operaia, viene rafforzata dallo storico regionalismo del paese iberico, sanzionato dalla costituzione del 1978 che ha istituito le regioni autonome. Autonomia, regionalismo e localismo sono le tipiche utopie e inganni della sinistra borghese radicale e dell’opportunismo, in particolare in Spagna. Contrappongono l’”autogoverno” al centralismo “della destra”, in un gioco delle parti in cui viene fatto smarrire l’interesse generale della classe operaia, che è ad unificare la sua azione, le sue organizzazioni e le sue rivendicazioni a scala nazionale e internazionale.

Ad esempio, di fronte all’azione repressiva dello Stato borghese spagnolo, il sindaco di Cadice, eletto nelle liste di “Adelante Cadiz”, una formazione politica della sinistra radicale, ha preso le difese degli scioperanti, indicando però quale loro nemico il governo centrale di Madrid, facendo leva sulla contrapposizione fra il territorio di Cadice e Madrid, mettendo in secondo piano la realtà della contrapposizione fra le classi sociali, lavoratrice e borghese, rispetto a quella fra Stato centrale e popolazione locale. Ben si è guardato dall’indicare l’unica strada che poteva aiutare i metalmeccanici nella loro lotta, l’estensione dello sciopero alle altre categorie operaie della provincia e al resto del paese, limitandosi a una solidarietà parolaia che invocava la cessazione della repressione poliziesca, che infatti è continuata.

Anche i sindacati alternativi, quali la Ctm e la Cgt, non sembrano liberi da queste catene ideologiche dell’opportunismo, se il loro manifesto comune per una manifestazione a sostegno dello sciopero il sabato 19 novembre chiamava alla partecipazione in nome della “Difesa dell’industria di Cadice”, invece che della classe operaia e per la sua unità, in Spagna e internazionale.

Un punto di debolezza dello sciopero, oltre a quello fondamentale della sua mancata estensione ad altre categorie e provincie, è stato che non vi si sono uniti i lavoratori dipendenti diretti delle grandi aziende appaltatrici. Ccoo e Ugt si sono ben guardate dal promuovere azioni in tal senso, ciò sempre nascondendosi dietro al fatto che le condizioni d’impiego di questi lavoratori non sono definite nel contratto provinciale ma in contratti aziendali. Hanno cioè sanzionato con la loro azione sindacale le divisioni fra lavoratori volute dal padronato.

Un punto di forza dello sciopero è stato invece la solidarietà ricevuta dalla classe lavoratrice della città e della provincia – con manifestazioni anche a Siviglia – che non ha potuto concretizzarsi in uno sciopero generale cittadino o regionale solo in mancanza di una organizzazione sindacale di classe sufficientemente robusta.

Ai picchetti e agli scontri fra operai e polizia si sono uniti giovani proletari e disoccupati, in una provincia con uno fra i più alti tassi di disoccupazione nel paese, circa il 23%. La precarietà contrattuale, potente arma di ricatto padronale per sfruttare meglio i lavoratori, nello sciopero si è ribaltata in un fattore a favore della lotta, portando alla mobilitazione non solo gli operai contingentemente occupati ma anche i disoccupati, tutti consapevoli del fatto che, proprio per la incertezza dell’occupazione, e quindi del salario, un suo forte aumento è ancora più necessario e vitale. La precarietà contrattuale, in prospettiva, finirà così per tornare a dare agli scioperi un carattere di genuina battaglia di classe, come ben si è visto nelle 10 giornate di lotta proletaria a Cadice!

Al decimo giorno di sciopero, giovedì 25 novembre, in un incontro iniziato a sera e terminato di notte, Ccoo Ugt e Femca hanno infine raggiunto un accordo per un aumento dei salari del 2% per ogni anno. Senza attendere che esso fosse presentato, e approvato o rigettato dalle assemblee, la mattina dopo hanno revocato lo sciopero.

Cnt e Cgt si sono dette subito contrarie e hanno invocato la prosecuzione della lotta, ma ciò è avvenuto solo in un paio di aziende. Hanno poi denunciato come in moltissime aziende non siano avvenute votazioni per approvare l’accordo, anche per il semplice fatto che i due sindacati di regime non vi hanno lavoratori iscritti.

L’accordo siglato è una via di mezzo fra la proposta iniziale padronale (1,5%) e la rivendicazione di Ccoo e Ugt. È una piccola boccata di ossigeno per gli operai ma non appare soddisfacente vista la forza della lotta messa in campo.

Lo sciopero è comunque stato un grande esempio per tutti i lavoratori, ha dato forze al sindacalismo conflittuale nella lotta per liberare la classe lavoratrice in Spagna, come sarà in ogni paese, dal controllo del sindacalismo di regime e per ricostruire il sindacato di classe!

 

 

 

  


Una manifestazione di lavoratori a Istanbul
Ma un fronte unico dall’alto non è la soluzione

Il 24 ottobre in piazza Kartal a Istanbul si è tenuto un “Raduno operaio” “Per il nostro lavoro e la nostra libertà”. Non è stata una manifestazione organizzata dalle confederazioni sindacali di regime. Nelle condizioni della Turchia, dove la lotta operaia è duramente repressa, riunirsi in una simile manifestazione è stato senza dubbio una fonte di speranza per i lavoratori che vogliono lottare contro il peggioramento delle loro condizioni economiche.

I discorsi e le richieste espresse alla manifestazione si sono mantenuti su una linea classista, sui problemi dei diversi settori della classe operaia, fatti appelli per una lotta organizzata contro il capitale, espresse rivendicazioni contro il subappalto, le molestie, il cosiddetto mobbing, e le azioni anti-sindacali. Lavoratori hanno parlato delle loro esperienze e lotte.

Purtroppo, quello che poteva essere un passo in avanti importante per la lotta della classe operaia in Turchia è stato compromesso dal modo in cui la manifestazione è stata organizzata.

Nella lista degli organizzatori c’erano da un lato i sindacati di base, alcune sezioni della D?SK (Confederazione dei sindacati progressisti dei lavoratori), diversi gruppi di lavoratori in lotta; dall’altro, vari partiti e organizzazioni della sinistra radicale borghese, per lo più stalinisti.

Una tale forma di organizzazione implica l’imposizione alla base sindacale, che ha partecipato alla manifestazione, di un fronte politico unito, calato dall’alto e composto da varie formazioni politiche.

Il risultato è stato che la mobilitazione non ha coinvolto né tutti i sindacati di base, che si tengono fuori delle confederazioni sindacali di regime, né la D?SK e la KESK (Confederazione dei sindacati dei dipendenti pubblici), organizzazioni al confine fra il campo del sindacalismo collaborazionista e quello del sindacalismo conflittuale. Inoltre, va aggiunto che i lavoratori pubblici hanno partecipato in piccola misura alla manifestazione.

Le formazioni politiche della sinistra radicale borghese presenti tra gli organizzatori della manifestazione, e quelle della sinistra moderata che non l’hanno appoggiata ma ignorata, tenendone lontani i loro sostenitori, sono entrambe da biasimare.

Naturalmente non possiamo aspettarci che i partiti della sinistra radicale o moderata borghese smettano di farsi belli e rubare un prestigio fra i lavoratori presentandosi come difensori dei loro interessi.

Ciò che conta è che la classe operaia, e i sindacati di base in particolare, si muovano invece verso la creazione di un fronte unico sindacale di classe, dal basso, che assicuri l’unità della lotta difensiva contro il capitale. Per questo occorre evitare di farsi coinvolgere in fronti politici calati dall’alto, sempre schierati nel campo della diplomazia politica borghese, senza principi e con la competizione elettorale sullo sfondo. E che sempre dividono il movimento sindacale di classe: il fronte unico sindacale cui viene imposto un fronte unico politico irrimediabilmente resta rinchiuso entro i confini del secondo, separato da quelle parti del movimento sindacale di classe che non accettano tale subordinazione.

Il partito comunista internazionale si batte, tramite la sua frazione sindacale, coi suoi compagni attivi nel movimento operaio, per conquistare la direzione delle organizzazioni economiche della classe lavoratrice. Ma si distingue da tutta la variegata galassia dell’opportunismo politico-sindacale perché esclude di perseguire questo obiettivo promuovendo scissioni sindacali o, come nel caso qui riportato, azioni falsamente sindacali e unitarie ma in realtà sotto la tutela di singoli partiti o fronti politici.

Sono gli interessi di classe del proletariato, prima che il nome di questo o quel gruppo su una lista di organizzatori, ad essere decisivi nel lungo cammino della lotta verso la sua emancipazione. Non abbiamo nulla da temere in ciò perché sappiamo che «i comunisti non hanno interessi diversi da quelli di tutto il proletariato» (“Manifesto del Partito Comunista”).

Il compito del nostro Partito è «indicare e portare in primo piano gli interessi comuni di tutto il proletariato, indipendentemente da ogni nazionalità», «in occasione delle lotte nazionali dei proletari dei diversi paesi», e di «rappresentare sempre e ovunque gli interessi del movimento nel suo insieme», «in occasione delle varie fasi di sviluppo della lotta che la classe operaia contro la borghesia deve attraversare».