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COMUNISMO
n. 84 - giugno 2018 - Anno XL
L’annunciata epocale ‘crisi dell’Occidente’
Il PCd’I e la guerra civile in Italia negli anni del primo dopoguerra (continua dal numero scorso): 3. Contro fascismo ed antifascismo
Il marxismo e la questione militare (continua dal numero scorso - Indice del lavoro) - Parte quinta: La Prima Guerra mondiale [RG128-129] - VII. Sui fronti meridionale e caucasico: 1. Spartirsi le spoglie del Grande Malato - 2. Schieramenti asimmetrici - 3. Gli interessi in conflitto - 4. Le minoranze etniche - 5. La falsa promessa di uno Stato arabo - 6. La campagna del Caucaso - 7. La rivolta degli armeni - 8. La nuova campagna nel Caucaso - 9. Il fallito sbarco a Gallipoli - 10. La campagna di Mesopotamia - 11. Il Caucaso e la rivoluzione - 12. La campagna del Sinai e della Palestina
La successione dei modi di produzione nella teoria marxista (continua dal numero scorso). Parte quarta: La forma di produzione secondaria - Variante germanica
Matematica e dialettica
Dall’Archivio della Sinistra:
    
"Il Comunista", 1921
     - Note polemiche: Anarchici (14 aprile)
     - Note polemiche: Quel desso (22 maggio)
     - Noi e gli anarchici (22 maggio)
     - Gli anarchici e noi (5 giugno)
     - Sulla valutazione della violenza: La nostra opinione (10 luglio)
     - Anarchici e comunisti (24 luglio)
     - Strascico (11 settembre)

 

 

 

 

 


L’annunciata epocale ‘crisi dell’Occidente’ fine della sua supremazia imperialista e parte della generale catastrofe del capitalismo mondiale

Il “tramonto dell’occidente” – di cui in queste settimane si fa un gran parlare a seguito della imposizione di dazi da parte degli Stati Uniti, della conseguente montante sfida fra cancellerie e delle serie ripercussioni che sul commercio mondiale ne potranno derivare – in verità risale a quel primo quarto del ‘900 che segnò l’inizio della fine dello strapotere degli imperialismi d’Europa, da allora sopravanzati economicamente e militarmente da quello statunitense.

Non a caso è nel 1918, dopo il macello della prima guerra imperialista, che fu pubblicata a Vienna un’opera inizialmente concepita come la palingenesi della Kultur tedesca vittoriosa sui campi di battaglia, ed invece ridotta a dimostrare, nella sconfitta, la Zivilisation del “denaro”, del “cosmopolitismo”, della “massa”, che esprimeva e razionalizzava la rabbia e lo sgomento delle classi possidenti e delle borghesie nazionali sconfitte. Il Tramonto dell’Occidente, opera fondamentale di O.Spengler, fu poi soggetto ad una revisione nel 1922 e ripubblicato a Monaco. L’epoca attesa dopo il dominio “della massa e del denaro”, sarebbe stata quella dei “Cesari”, che si sarebbero presi cura delle masse nell’esercizio di un potere illimitato; la riscossa delle nazioni, della purezza del sangue, del loro agire storico, contro le sovrastrutture di un mondo che aveva esaurito, al pari di un organismo biologico, il suo ciclo vitale. Fu l’estremo tentativo di dare una forma razionale ed una giustificazione “scientifica” per la fine di una fase storica ed insieme l’immaginato inizio di una nuova. Fu, in certo qual senso, la risposta, fondata sulla testa, alla concezione catastrofica del marxismo, che scaturisce dalla dialettica delle forze materiali in azione; fu il massimo che in quella condizione storica l’ideologia borghese potesse produrre per spiegare il proprio mondo, e la sua fine, sognando una rigenerazione sul piano di una sua estrema e rabbiosa difesa.

Ogni classe, se ha il coraggio o la lucidità di intuire, se non proprio comprendere, il destino cui sta andando incontro, esprime per il tramite dei suoi esegeti o teorici cause, rimedi e prospettive: tanto la borghesia quanto il proletariato, il quale purtuttavia, in quanto classe che nega nella sua dinamica storica il perdurare delle classi, opera e lotta nella prefigurazione di un superiore assetto sociale e produttivo. La sua concezione del mondo, ed il suo organo politico, contrapposto in modo assoluto all’organo della classe avversa, lo Stato borghese, gli ha permesso una teoria umana che sopravanza e demolisce tutte le teorizzazioni precedenti, pur comprendendole in una sintesi dialettica superiore. Per questo non ci fermiamo al dileggio degli impotenti tentativi teorici anche borghesi di leggere nei fatti del procedere storico.

Solamente la piccola borghesia, e in genere le infami mezze classi, che in questa fase storica finale per il capitalismo sono il fisiologico portato dell’espandersi e del dominare di questo modo di produzione, non sono in grado di enunciare alcuna seppur fallace prospettiva storica: l’ideologia che riescono ad esprimere è quella del timore di perdere il poco che nei trascorsi decenni è stato loro concesso dalle classi grande-padronali, la speranza imbelle del giorno che verrà e risolverà tutti i problemi, cacciati papponi e profittatori e ripulita la società. Erano arrivati a sperare in una “fine della storia”, come enunciato qualche decennio fa dal prof. Fukuyama, oggi, per l’evidenza dei fatti, già dimenticato.

Ai tempi odierni però questa lungimiranza, sia pure deviata, nemmeno alla grande borghesia è più permessa ed essa può solo ricordare con nostalgia un tramonto dopo il quale poteva immaginare il risorgere di un mondo nuovo. Oggi non lo immagina più, non ne è più capace. Non le interessa più. Le proprie energie teoretiche le mette in azione soltanto per sbrogliare, giorno per giorno, problemi e contraddizioni che sorgono di continuo, con soluzioni che peggiorano i problemi “appena risolti”. Oltre alla forsennata ricerca dell’accumulazione del plusvalore, evitare il disastro è la sola azione che il capitalismo riesce a compiere, ogni volta più vicino al ciglio del precipizio.

Contro tutta questa degenerazione teoretica, contro questo abbandono in attesa della fine del mondo dei borghesi, resta solo la ineluttabilità della sua prossima morte e della sua necessaria rinascita, certezza, custodita nella nostra corrente comunista e nella nostra dottrina, di un Mondo Nuovo che attende solo di essere liberato alla luce.

Nel secolo che è seguito a quel tramonto il mondo borghese ha conosciuto nuove albe; il proletariato poche abbaglianti vittorie e prolungate sconfitte. Quel declinante capitalismo d’Occidente ha poi imposto per la sua rigenerazione un secondo macello mondiale ben più atroce del precedente, che ha visto di nuovo l’Europa sconfitta, smembrata ed occupata dai vincitori, ma che non ha potuto impedire il diffondersi impetuoso ovunque ed inarrestabile del Capitale, soffocata la rivoluzione sociale della classe proletaria e stravolto il suo partito mondiale.

Quel che resta ben vivo, elemento fondamentale del futuro, tanto per il marxismo rivoluzionario quanto per i teorici dell’economia borghese e per i responsabili dei suoi governi, è il processo di crisi del capitalismo. Per gli ideologi del capitale si tratta non di prevenirlo, ché sanno di esserne incapaci, ma di renderlo meno profondo, di imbrigliarlo in qualche modo, in attesa della prossima crisi.

È vero che nel ciclo storico di ogni capitalismo nazionale si presenta in generale uno spartiacque tra una prima fase di crescita e una successiva di riorganizzazione per resistere, naturalmente in tempi e modalità diverse secondo l’area interessata. Ma il fenomeno della “globalizzazione” di fatto coinvolge ormai tutte le aree produttive ed allinea le politiche economiche adottate dai governi.

Lo sviluppo del capitalismo si è sempre caratterizzato da crisi cicliche. Le crisi sono il naturale modo d’essere del capitalismo; successivamente nel processo produttivo si presentano fasi di sviluppo impetuoso, rallentamento, ristagno e, nei casi più gravi, blocco improvviso del circuito produzione-accumulazione del plusvalore. I motivi possono essere i più disparati: mercati che si saturano, concorrenza esasperata, mancato approvvigionamento di materie prime, dinamiche finanziarie sfuggite al controllo, conflitti commerciali, blocco dei pagamenti internazionali, e così avanti.

Ma sappiamo bene dalla nostra dottrina che il capitalismo, in quanto modo di produzione come un tutto è soggetto ad una legge mortale per la sua natura di accumulo di lavoro morto, la caduta tendenziale del saggio di profitto; legge che opera sui cicli lunghi, che non procede in modo rettilineo, ma è soggetta all’opera di tendenze antagonistiche, e purtuttavia decisiva in certi determinati svolti storici. Oggi i sintomi economici che la preannunciano sono presenti ovunque.

Sui tempi ci sono meno certezze. Sappiamo che più è lungo il periodo tra l’una e l’altra crisi, più violento e devastante è il suo effetto. Sappiamo che quando si presenta con le caratteristiche sue proprie di crisi generale, è il prodromo della guerra tra gli Stati; se non la ferma la Rivoluzione.

Quanto tempo ancora abbia il capitalismo prima di sprofondare nell’abisso lo possiamo per ora solo ipotizzare. Di certo, dopo i dieci anni dall’inizio della recessione più profonda del secondo dopoguerra, che ha prodotto una crisi finanziaria senza precedenti, mentre ora una flebile ripresa stenta a rimettere in moto il processo di accumulazione, accompagnata da una massa di debito in nessun modo onorabile, sono palesi gli effetti del declino anche sociale che si accompagna alla travagliata fase storica che il mondo intero sta attraversando.

È la realtà della montante e inarrestabile crisi del capitale mondiale che costringe gli Stati, tramite gli spregevoli risibili individui che li rappresentano, a stracciare i trattati e gli accordi, militari e commerciali, che hanno affollato il ventennio trascorso, dai quali ci si attendeva maggior prosperità e, magari, un po’ di pace. Tutti sentono, governanti e governati, che l’epoca delle ostentate ragionevoli intese e della dichiarata volontà di “coesistenza” e di “emulazione pacifica” fra nazioni sta per chiudersi.

Il terrore attanaglia le mezze classi dell’Occidente super industrializzato e le spinge alla difensiva estrema, rancorosa, a chiudersi nel mito fasullo della nazione, della razza, contro “gli altri”, gli “immigrati”, e questo predispone l’attitudine a schierarsi, prima o poi, sui fronti di guerra guerreggiata.

Dopo un secolo le condizioni materiali e sociali dell’Occidente si sono ormai estese a tutto il Nuovo Mondo e alla gran parte dell’Oriente, insieme alla sua crisi economica, ai suoi bugiardi valori, alle sue fisime ideologiche. Il tramonto cui assistiamo oggi, seppure con manifestarsi diverso nei diversi teatri per inerzia storica, è dell’intero capitalismo mondiale. Il suo modo di produzione e di accumulazione si è ormai dimostrato ovunque antiumano. È tempo che il proletariato internazionale, con la sua forza organizzata e illuminata dal partito, imponga la sua visione del mondo, il suo programma di liberazione. La catastrofe della borghesia sia l’occasione per il proletariato rivoluzionario, tornato cosciente dei suoi destini, di abbattere per sempre il putrido regime mondiale del salariato e del capitale.

 

 

 

 

  

 


Il PCd’I e la guerra civile in Italia negli anni del primo dopoguerra
Esposto nella riunione di Cortona nel maggio 2016

(segue dal numero scorso)

3. Contro fascismo ed antifascismo

Nello svolgimento di questo nostro lavoro, solo un brevissimo accenno abbiamo fatto al ruolo giocato dal Capitale e dallo Stato nel corso di un sanguinoso scontro di classe durato 4 anni e conclusosi con la vittoria del nostro nemico. Prima di procedere oltre dobbiamo approfondire meglio questo argomento.
 

La nostra valutazione marxista del fenomeno fascista

Ne “Il Comunista” del 13 ottobre 1921 si legge: «Noi sappiamo che il problema della rivoluzione si riduce elementarmente ad un problema di forza, e, quindi, ad un problema di “organizzazione di forze”. Fin dove lo Stato può bastare con le sue leggi e con la sua milizia a trattenere il proletariato nell’impeto che questo conduce all’assalto, la “forza” della classe borghese si confonde nella “legge”. Ma ove la organizzazione dei lavoranti soverchi, per la ineluttabilità dei fatti sociali che non consentano alla borghesia di rimanere in vita, allora la classe ha il dovere di armare tutti i suoi figli, inscritti o no nei quadri della milizia, e gettarli contro il fronte dei lavoratori».

E nel numero del 27 novembre: «La esistenza dinanzi alla organizzazione statale della organizzazione della milizia fascista non denota una indipendenza di movimento, ma segna uno sdoppiamento di funzioni che corrisponde alla esigenza della difensiva di classe antirivoluzionaria della borghesia».

Per noi comunisti rivoluzionari il fascismo non è che il metodo di governo a cui la borghesia ricorre quando le masse lavoratrici, esasperate e radicalizzate dalle crescenti crisi del capitalismo, finalmente rifiutano l’inganno democratico e si pongono l’obiettivo dell’assalto e della conquista del potere. Affermavamo nel nostro Rapporto sul fascismo al IV congresso dell’Internazionale Comunista, nel 1922: «L’offensiva controrivoluzionaria esigeva l’unificazione delle forze della classe dominante nella lotta sociale e nella politica di governo. Il fascismo è stato la realizzazione di questa esigenza necessaria. Ponendosi al di sopra di tutti i partiti borghesi tradizionali, esso li priva poco a poco del loro contenuto, li sostituisce nella loro attività e, grazie agli errori ed agli insuccessi del movimento proletario, riesce anche a sfruttare, nel perseguire i propri fini, la forza politica e il materiale umano delle classi medie».

Quindi il fascismo non rappresenta altro che «un grande movimento unitario della classe dominante, capace di mettere al proprio servizio, utilizzare e sfruttare, tutti i mezzi, tutti gli interessi parziali e locali di gruppi di imprenditori agricoli e industriali [e di] arruolare elementi diversi da quelli che l’alta classe dominante poteva fornire dai suoi ranghi [ed] ha attinto partigiani negli strati più vicini al proletariato».

Nella Relazione del Comitato Centrale per il II Congresso Nazionale del PCd’I, Roma 1922, il punto 20 è intitolato: “La lotta contro la reazione fascista”:

«Tutto l’atteggiamento del partito dinanzi al fascismo dipendeva dalla spiegazione da dare a questo fenomeno e dalle previsioni che si potevano fare sul suo sviluppo e sui suoi rapporti con la organizzazione dello Stato borghese [...] Secondo il nostro punto di vista il fascismo è una delle molteplici manifestazioni di un fatto internazionale: la controffensiva borghese contro il proletariato che succedeva al periodo dell’immediato dopoguerra in cui la classe lavoratrice era presa da grande slancio rivoluzionario, ma, meno che in Russia, falliva al suo scopo per la natura della sua organizzazione e della preparazione minate dalle influenze degli opportunisti nei sindacati e nei partiti socialisti. Carattere di una tale offensiva di classe non era solo quello puramente politico di schiacciare e terrorizzare il proletariato perché divenisse impotente ad ogni attacco rivoluzionario, ma anche quello più vasto di ritogliere alle masse le loro conquiste di ordine sindacale per assoggettarle ad un tale sfruttamento, che potesse uscirne il successo del tentativo di ricostruire l’apparato in dissoluzione dell’economia borghese [...]

«Se questa azione, che si svolse su fronti molteplici, con il terrore disciplinare delle rappresaglie nelle officine, coi licenziamenti in massa, con le denunce dei concordati che sancivano le conquiste operaie, con la reazione poliziesca e giudiziaria, si completò con l’azione di una milizia di classe organizzata dalla borghesia tra elementi vari e variamente guadagnati a una tal causa, al di fuori della organizzazione legale dello Stato, che pure è una organizzazione borghese di classe [...]

«Il fascismo quindi non è un movimento che tende a mutare le basi della costituzione democratica borghese, bensì a integrare l’azione dello Stato, con tutta la naturale connivenza di questo, e procurandogli al tempo stesso un alibi che eviti che tutte le masse si convincano della necessità di prepararsi per una riscossa diretta contro le istituzioni legali [...]

«La situazione tende a due ben distinti sbocchi: o allo schiacciamento del proletariato e dei suoi sindacati e ad un regime di sfruttamento negriero, o ad una risposta rivoluzionaria delle masse che in tal caso contro di sé troveranno la coalizione del fascismo, dello Stato e di tutte le forze che difendono il fondamento democratico delle presenti istituzioni».
 

La funzione della democrazia e della socialdemocrazia

Lenin nella “Lettera agli operai d’Europa e d’America”, del 24 gennaio 1919, aveva scritto:

«Adesso che la storia del mondo ha messo all’ordine del giorno la questione della distruzione di tutto questo regime, dell’abbattimento e dello schiacciamento degli sfruttatori, del passaggio dal capitalismo al socialismo, adesso, limitarsi al parlamentarismo borghese, alla democrazia borghese, abbellirla come “democrazia” in generale, tacerne il carattere borghese, dimenticare che il suffragio universale, finché perdura la proprietà dei capitalisti, è una delle armi dello Stato borghese, significa tradire vergognosamente il proletariato, passare dalla parte del suo nemico di classe, la borghesia, essere un traditore e un rinnegato».

E questa azione da rinnegati fu quella svolta dal Partito Socialista Italiano che rinchiuse all’interno della competizione elettorale tutte le spinte rivoluzionarie di classe.

Il 16 novembre 1919 c’erano state le elezioni politiche, per la prima volta con il sistema proporzionale. Votando socialista il proletariato volle protestare contro la guerra e le sue conseguenze ed intese fare atto di ribellione contro tutta la struttura economica e politica borghese. Il PSI risultò il primo partito italiano con il 31,86% di voti e 156 suoi deputati entrarono in parlamento.

Mussolini in quelle elezioni venne ridicolizzato e l’ubriacatura elettorale fece il suo corso. L’ “Avanti!” del 18 novembre, fradicio di cretinismo parlamentare, sarcasticamente scriveva:

«Un cadavere, in stato di putrefazione fu ripescato stamani nel Naviglio: pare si tratti di Benito Mussolini».

Questo scriveva l’“Avanti!”, senza accorgersi che il vero cadavere era quello del Partito Socialista. Mussolini, non senza ragione, poteva rispondere:

La borghesia italiana fu ben felice che 156 deputati entrassero in parlamento, pure al canto di “Bandiera rossa”, l’importante era che dall’interno del caravanserraglio democratico mantenessero il controllo della piazza.

Nel nostro “Estremismo” abbiamo scritto: «Il fascismo ebbe gioco facile e partita vinta perché noi proletari passammo con tutte le forze sul terreno legalitario, mentre su quello della piazza eravamo allora i più forti [...] Eravamo i più forti non solo perché era cominciata magnificamente l’ondata di scioperi rivendicativi di categoria, ma perché le masse operaie sentivano che i risultati sarebbero stati magri e precari se non si scendeva sul terreno politico».

Mentre il partito socialista manteneva il proletariato sul piano della legalità la borghesia ed il suo Stato, giustamente, organizzavano la riscossa ed affilavano le armi.

«Lo Stato borghese – la cui macchina effettiva non è nel Parlamento, ma nella burocrazia, nella polizia, nell’esercito, nella magistratura – non è affatto mortificato di essere scavalcato dall’azione selvaggia delle bande fasciste. Non si può essere contrari ad una cosa che si è preparata e che si sostiene: burocrazia, polizia esercito, magistratura, sono per il fascismo, loro naturale alleato, indipendentemente dalla composizione di pagliacci in feluca che reggono il potere» (“Il Comunista”, 2 dicembre 1921).


Quindi la nostra corrente ha sempre affermato che la genesi del fascismo deve essere attribuita a tre fattori principali: Lo Stato (attraverso tutte le sue strutture: governo, esercito, magistratura, etc.); la grande borghesia, ossia il grande capitale; le classi medie.
 

I governi democratici e il fascismo

«Durante l’immediato periodo post-bellico, l’apparato statale attraversa bensì una crisi, la cui causa manifesta è la smobilitazione; tutti gli elementi che fino allora partecipavano alla guerra vengono bruscamente gettati sul mercato del lavoro, e in questo momento critico la macchina statale che, fino allora, si era occupata di procurare ogni sorta di mezzi ausiliari contro il nemico esterno, deve trasformarsi in un apparato di difesa del potere contro la rivoluzione interna. Si tratta per la borghesia di un problema gigantesco. Essa non poteva risolverlo né dal punto di vista tecnico, né da quello militare mediante una lotta aperta contro il proletariato; doveva risolverlo dal punto di vista politico» (Rapp. IV congresso IC).


Non a caso in questo periodo salgono al potere gli esponenti della sinistra borghese: Nitti, Giolitti, Bonomi. Furono proprio questi presidenti di sinistra che permisero il futuro avvento del fascismo, ed è del tutto falsa la critica che veniva loro fatta, da destra, di non aver saputo contrastare il bolscevismo. Tant’è che, lo abbiamo visto, Nitti istituì il corpo della Regia Guardia con l’unico scopo della repressione del movimento operaio. Per i cultori della legalità possiamo ricordare che la Regia Guardia venne istituita in maniera “illegale”, sia per la procedura (non avendo richiesto il consenso del parlamento), sia dal punto di vista costituzionale, con la creazione di un secondo esercito. Abbiamo usato il termine “illegale” e non “antidemocratico”: la democrazia non si sentì affatto offesa in quanto nessuna protesta venne dal parlamento contro il regio decreto di istituzione (n. 1790 del 2 ottobre 1919).

Nemmeno dal gruppo parlamentare socialista: il Partito Socialista latitava pure nel terreno parlamentare. Anche la rivista dei gesuiti poteva rinfacciargli che, anziché promuovere riforme per il bene del popolo «da loro tanto decantato», si erano limitati durante la legislatura a presentare due proposte di legge nelle quali in «nulla è avvantaggiato il bene pubblico», cioè l’aumento dell’indennità parlamentare a 15.000 lire annue e, «a vantaggio dei viziosi e dei gaudenti», il divorzio. (“Civiltà Cattolica”, II, 1921).

Caduto Nitti, nel giugno 1920, tornò al governo, per l’ultima volta, il capo mazziere Giolitti. La sua vocazione di sbirro era a tutti nota tant’è che i suoi stessi colleghi parlamentari così lo definivano: «un carabiniere travestito da guardia di pubblica sicurezza in borghese»!

Lo Stato, verso la fine del 1920, aveva cominciato ad organizzare direttamente la reazione servendosi di ogni mezzo a sua disposizione: vennero, ad esempio, studiati i piani per formare una salda organizzazione militare, specificamente adatta ad essere usata per spedizioni punitive.

Riferendosi a questo periodo Angelo Tasca ha scritto (“Nascita e avvento del Fascismo”):

«Un colonnello, inviato dal Ministero della Guerra, ha percorso tutta l’Italia, costituendo dei nuclei di ufficiali, stabilendo dei legami, diffondendo parole d’ordine tra i comandanti di divisione. Il suo rapporto, pubblicato un anno dopo, contiene già un piano preciso di offensiva antisocialista ed una analisi assai esatta delle forze e soprattutto delle debolezze del movimento che si vuole soffocare [...] “Ai 300 mila soldati obbligati al servizio, dice il rapporto, ai 250 mila mercenari dei quali presto disporremo, bisogna aggiungere – per sostenere, correggere, affiancare l’azione – una milizia di idealisti, fatta dei più esperti, dei più valorosi, dei più forti e aggressivi fra di noi. Bisogna che essa compia azione di resistenza e azione politica insieme, che riesca, in questi duri momenti a infondere sangue, vita e omogeneità nelle forze nazionali per portarle alla vittoria [...] Creare squadre, compagnie, battaglioni [...] nei quali agli idonei della nostra classe sia un obbligo appartenere [...] Parziali azioni destinate a fiaccare la tracotanza locale di alcuni centri più accesi nella furia sovvertitrice, mentre varranno a demoralizzare e a spezzare il nemico, saranno un’ottima scuola per la nuova milizia [...] Avvertenza da usarsi sarà sempre quella di avere una o più basi d’operazione a distanza sufficiente dal punto da colpire, nei quali ammassare i mezzi, iniziare l’azione, e alle quali poter ritornare sicuri, senza dar sospetto”».

Il 20 ottobre 1920, per arginare e scompaginare ogni tentativo rivoluzionario, il ministro della guerra del governo Giolitti, che si era formato il 15 giugno 1920, inviava una circolare per disporre che gli ufficiali da smobilitare fossero inviati nei centri più importanti dove si sarebbero iscritti ai Fasci di Combattimento prestando la loro opera per l’inquadramento e la direzione dei medesimi. Gramsci commentò: «Un lavoro febbrile di organizzazione controrivoluzionaria [...] In luglio il Ministero della Guerra, Bonomi in testa, cominciò la smobilitazione di 60 mila ufficiali alle condizioni seguenti: gli ufficiali furono smobilitati conservando i quattro quinti del loro stipendio; la maggior parte furono inviati nei centri politici più importanti coll’obbligo di aderire ai Fasci di Combattimento» (“Correspondance Internationale”, 20 novembre 1922).

Giovanni Ansaldo nel suo libro “Il Ministro della Buona Vita” cerca di scagionare Giolitti dall’accusa di connivenza con il fascismo e scrive: «Questi [Giolitti - n.d.r.] fu certo alienissimo dall’appoggiarlo con una azione di Stato; ma sotto di lui c’era in atto una congiura alla luce del sole, da parte della burocrazia, delle forze armate, di tutti. Erano i prefetti e i questori, che per la prima volta in vita loro facevano finta di non ricevere i telegrammi cifrati firmati da lui; erano i colonnelli comandanti di deposito che davano le armi agli squadristi, e se non erano i colonnelli erano i piantoni; erano i marescialli dei carabinieri che non vedevano i “manganelli” sotto i panni di chi li portava, erano i medici che dichiaravano le ferite dei percossi dagli squadristi sempre guaribili in meno di dieci giorni, erano i giudici che senza alcuna coazione sentenziavano a favore di quelli del Fascio». Così l’autore, nel tentativo di propinare la frottola del Giolitti antifascista, è costretto ad affermare una grande verità, ossia che l’apparato statale nel suo insieme, nessun organo escluso, alimentò, sostenne e protesse il fascismo.

Giolitti, al momento dell’occupazione delle fabbriche si era guardato bene dal ricorrere alla forza, perché mettere delle guarnigioni in un migliaio di fabbriche sarebbe stato come mettere polizia ed esercito sotto assedio. D’altra parte passare alla repressione significava dare il via allo scontro diretto di classe: «se impegno la polizia e la truppa a occupare le officine, chi mi sorveglierà i centri realmente decisivi della vita del paese?». Queste sue parole sono la conferma della impotenza dello Stato a fronteggiare in campo aperto un assalto proletario. Solo grazie al tradimento dei dirigenti sindacali e politici Giolitti poté contare, a ragione, nell’esaurirsi del movimento. E se questo suo atteggiamento piacque ai socialisti riformisti ciò non toglie che Giolitti appoggiò il fascismo in tutto e per tutto. In occasione delle elezioni del 1921, accogliendo i fascisti nel suo “Blocco nazionale” non solo diede loro la possibilità di entrare in parlamento con 35 deputati, ma tale accoglienza equivalse a legalizzare la violenza ed il terrore squadrista. Lo stesso Angelo Tasca riconobbe che «Giolitti è stato, assai più di Mussolini, il Giovan Battista del fascismo».

Il 31 gennaio 1921 il gruppo parlamentare socialista presentava la seguente mozione di sfiducia nei confronti del governo Giolitti: «La Camera constatando che gli ultimi episodi di violenza organizzati in varie regioni d’Italia conducono inevitabilmente il Paese alla guerra civile, rilevando che il Governo e le autorità locali assistono impassibili alle minacce, alle violenze, agli incendi da parte di bande armate e pubblicamente organizzate a tal scopo, e le proteggono anche con l’impedire la difesa legittima delle persone, delle Amministrazioni e delle organizzazioni colpite, condanna la politica del Governo».

Dello svolgimento della mozione fu incaricato Giacomo Matteotti. Nella sua esposizione le accuse di connivenza e sostegno tra governo, organi statali e fascismo furono precise e circostanziate. Riportiamo alcuni stralci del discorso: «Noi affermiamo, in precise parole, che il Governo dell’onorevole Giolitti e dell’onorevole Corradini [Camillo Corradini, sottosegretario agli Affari Interni - n.d.r.] è complice di tutti codesti fatti di violenza [...] Onorevole Giolitti; sappiamo che voi dovete esserne il complice inevitabile [...] L’incendio della casa Donati e della Camera del Lavoro di Modena era stato preannunziato al vostro prefetto di Modena parecchie ore prima che si compisse; e fu compiuto, assistendo la forza pubblica! All’incendio della Camera del Lavoro di Bologna assistevano due tenenti colonnelli, carabinieri e guardie, in numero eccedente di gran lunga quello degli assalitori, onorevole Giolitti! Ma non si muovono. L’ordine è di non muoversi. Il portone della Camera del Lavoro di Bologna impiega mezz’ora quasi a cedere, a cadere, prima che gli incendiari entrino; la forza pubblica assiste; assistono i tenenti colonnelli, assistono le guardie di pubblica sicurezza, ma nessun fascista, nessuno di coloro che vanno ad appiccare l’incendio, è arrestato; onorevole Giolitti, smentite se potete! Poi vengono i pompieri; arrivano per spegnere l’incendio, opera d’umanità per le famiglie che stanno attorno; si inveisce; la forza pubblica, che pure è affollata nella piazza a cinque minuti di distanza, ancora non interviene. Onorevole Giolitti, smentite!

«Il “Messaggero” racconta che a Firenze “la valanga dei fascisti non si lascia intimorire dal maresciallo dei carabinieri che si trovava fin dal pomeriggio nella tipografia”. È naturale. Può un maresciallo dei carabinieri intimorire i fascisti? [...] Quando da Ferrara partono dei camions di fascisti armati, nessuno li ferma per vedere se sono in regola col fisco, che vuole che i camions non portino persone. I camions scorrazzano, dicono tutti i giornali, non sono fermati. Li segue soltanto un compiacente seguito di camions di carabinieri: scorta d’onore! Regolarmente; lo dicono i vostri giornali. Io tutto questo lo posso documentare con i vostri giornali. Arrivano i fascisti nel paese, sparano per aria, lanciando grida e invettive.

«Qualche contadino stupido, perché questa è la parola che dobbiamo dire, risponde con un vecchio fucile alla follia di questa gente; e i carabinieri sono pronti allora a precipitarsi e arrestano tutti i capo lega, i lavoratori del paese; poi entrano insieme, lo dice la “Gazzetta Ferrarese”, fascisti e carabinieri, insieme asportano registri, timbri, tavoli e oggetti, ci si trattengono insieme fino a tarda notte, e tutta la farsa o la tragedia si svolge nell’idilliaco consenso fra la forza pubblica e la violenza fascista. Così a Porta Zamboni, a Bologna, dove i carabinieri servirono per perquisire le case di coloro che si erano difesi [...]

«Più ancora: ex-ufficiali ed ufficiali in divisa partecipano alle spedizioni fasciste regolarmente, continuamente. Vi sono dei vice-questori, che conosco di nome e di vista, e dei commissari che sono conosciuti come amabilissimi frequentatori dei locali dove bande armate si organizzano. Il colonnello comandante del distretto militare di Ferrara è un ispiratore dei fascisti riconosciuto, e si presenta come tale. Dopo ogni atto di violenza, così come dopo l’incendio della Camera del Lavoro di Bologna, si svolgono colloqui amichevoli tra i capi del fascismo, che si vantano di aver compiuti quegli atti, e le autorità, i questori e i prefetti [...] Ho potuto vedere, e con me ha potuto vedere lo stesso segretario della Camera del Lavoro di Bologna, agenti dell’ordine, ufficiali che andavano ad avvisare le organizzazioni fasciste di quello che da parte nostra si faceva, affinché si regolassero e iniziassero le rappresaglie [...] Alle vittime dell’incendio, ai padroni della casa, è proibito di rientrare nei loro locali. Ma di notte, assistendo la forza pubblica, possono entrare liberamente gli altri ad asportare quegli oggetti, che nella notte precedente non avevano potuto asportare! [...]

«Si diffondono foglietti, di cui ho qui qualche esemplare, senza indicazione di stamperia, ove si minaccia rappresaglia, morte e vendetta contro gli amministratori, contro il deputato tale, contro i leghisti, ecc. Sono distribuiti pubblicamente, nessun carabiniere, nessuna guardia ne impedisce la distribuzione, nessun agente dell’ordine cerca di riconoscere da dove vengano, nessuno s’interessa, e sui muri, sulle cantonate si predica la vendetta con manifesti, anche firmati, senza che le autorità intervengano in alcun modo. E così potrei continuare, egregi colleghi, per lungo tempo».

Oh, finalmente! Anche Matteotti riconosce che lo Stato democratico ha gettato la sua maschera legalitaria ed apertamente dimostra di essere un tutt’uno con il fascismo, un complice degli assassinii, degli incendi e delle devastazioni. Ma la lezione che Matteotti ed il suo partito ne traggono è che lo Stato borghese non avrebbe dovuto togliersi quella maschera, altrimenti, continua Matteotti, «è dunque una burla – pensano i lavoratori – lo Stato democratico che dovrebbe assidersi sulla definizione della legge per tutti. Non è dunque vero quello che i democratici hanno detto, che cioè dentro la Costituzione è possibile qualunque sviluppo delle classi lavoratrici, qualunque sviluppo del proletariato! E i semi della violenza frutteranno; frutteranno largamente» (dal resoconto stenografico del 31 gennaio 1921).

I socialdemocratici non temono la violenza in generale, temono lo scatenarsi di quella proletaria!

A Giolitti succedette Bonomi e sotto il suo governo fu firmato fra socialisti e fascisti il cosiddetto “Patto di pacificazione” con il dichiarato scopo di stroncare il movimento comunista.

Il successivo governo Facta servì solo a mascherare la completa libertà di azione del fascismo. «Il governo Facta aveva lasciato libero gioco ai fascisti nell’attuazione della loro politica [...] Il governo non era che un governo ombra, la cui sola attività consisteva nell’appoggiare l’offensiva fascista in direzione del potere» (Rapp. IV congresso IC).
 

L’appoggio al fascismo di polizia ed esercito

«Il metodo di cui il fascismo si servì è quanto mai caratteristico: esso radunò quegli elementi smobilitati che non riuscivano più, dopo la guerra, a trovare il loro posto nella società, e mise a suo profitto le loro esperienze militari [...] I fascisti dispongono di armi e mezzi di trasporto e dispongono dell’impunità di fronte alla legge» (Rapp. IV congresso IC).

Il fascismo godeva dell’appoggio morale e materiale delle forze repressive dello Stato: uomini, armi, camion per le spedizioni punitive venivano forniti da polizia ed esercito, quando addirittura non vi era una diretta partecipazione a fianco delle camicie nere. E se, come spesso accadeva, negli scontri a fuoco i fascisti avevano la peggio intervenivano le forze statali e rimettevano le cose nel loro giusto equilibrio.

Umberto Bianchelli, nei suoi “Ricordi di un fascista”, racconta: «Il fascismo, occorre ammetterlo, poteva svilupparsi e non avere quasi preoccupazioni perché trovava nei funzionari e negli ufficiali cuori d’italiani che erano lieti di vederci andare alla riscossa. Sottufficiali e appartenenti alla forza pubblica rivaleggiavano tra loro per aiutare i fasci».

Esempi al riguardo se ne potrebbero portare a centinaia; ci basti qui accennare ai fatti di Scandicci. Era il marzo 1921, a Firenze Spartaco Lavagnini era stato da poco assassinato, saccheggi e devastazioni da parte delle squadre fasciste si erano verificate nei comuni di Certaldo, Montespertoli, Barberino di Mugello, Fiesole, S. Casciano. Si venne a sapere che il prossimo comune rosso attaccato sarebbe stato quello di Scandicci. Il sindaco comunista dava ordine di prepararsi alla difesa sbarrando le vie d’accesso al paese con barricate; quella più consistente, “il trincerone”, venne posta sul ponte della Greve, formata da tronchi d’albero, massi e filo spinato. Proletari armati si alternavano a presidio. Nella sua relazione dell’11 marzo il prefetto di Firenze scriveva: «In Scandicci, capoluogo del comune di Casellina e Torri, si riunivano improvvisamente in armi gli ascritti al partito comunista, i quali isolavano la frazione con barricate, tagliavano i cavi telegrafici e telefonici e sopprimevano con la violenza il diritto di circolazione e di transito. Le barricate erano presidiate da uomini armati ed a quella che era stata eretta presso il ponte della Greve veniva collocata una mitragliatrice [...] Il 2 corrente, alle ore 9,30, contro detta barricata da truppe provenienti da Firenze, furono poste in azione una batteria da 75 ed una autoblinda. Dopo parecchi colpi di cannone e di mitragliatrice la barricata fu sconvolta e l’esercito ebbe ragione sui rivoltosi che si diedero alla fuga».

Compiuti i dovuti arresti e ripristinato il “diritto di circolazione e di transito” l’esercito si ritirò. «Dopo – scriveva il Nuovo Giornale – arrivarono i camion con i fascisti, fecero irruzione nei locali della società di mutuo soccorso devastando ogni cosa».

Il quotidiano fiorentino “La Nazione” il 3 marzo così relazionava sui fatti di Scandicci: «Verso le 18 una parte delle truppe che aveva partecipato all’azione di Scandicci faceva ritorno in città [Firenze – n.d.r.], accolta dal più grande entusiasmo. La colonna composta di tre camion carichi di bersaglieri e di soldati di fanteria e tre pezzi di artiglieria con gli affusti ed i cassoni, entrava in città dalla porta di San Frediano [...] I camion erano carichi di trofei, costituiti da armi, sequestrate sul posto, bandiere rosse, stemmi ed altri emblemi comunisti [...] Sul terzo camion si notava anche un grande ritratto di Lenin, raccolto nella sede della sezione comunista di Scandicci che veniva sollevato ed esposto da due soldati. Alcuni bersaglieri agitavano anche due grandi bandiere rosse [...] Appena imboccata via Tornabuoni i soldati venivano fatti segno a una calorosa manifestazione di simpatia. Dalle finestre si gettavano fiori e si acclamava entusiasticamente [...] La colonna era costretta a fermarsi per la grande affluenza del pubblico e i soldati venivano attorniati dalla folla plaudente. Alcuni cittadini [...] facevano a gara per offrire ai soldati sigari, sigarette, fiori e altri omaggi gentili [...] I camion e gli affusti dei cannoni erano ormai tutti infiorati con grosse fasce di mimosa e i soldati rispondevano agli applausi del pubblico intonando a gran voce l’inno di Mameli [...] Terminata questa dimostrazione un’altra se ne formava subito dopo, non meno entusiastica e spontanea della prima. Due camion di fascisti con delle grandi bandiere tricolori attraversavano le vie centrali della città [...] Ai camion dei fascisti ne facevano seguito altri carichi di bersaglieri, i quali agitavano in segno di giubilo, alcune bandierine tricolori».

Uno studente fascista inviava ad un giornale di sinistra questa specie di confessione: «Noi vi facevamo disarmare dalla polizia prima di attaccarvi, non per paura di voi, perché vi disprezziamo, ma perché il nostro sangue è prezioso e non deve essere sparso contro vile ed abbietta plebaglia». (Riportato in: Guerin, “Fascismo e gran capitale”).

La falsificazione storica post-fascista ha sempre messo in evidenza i casi di Modena e Sarzana dove la forza pubblica, effettivamente, sparò sui fascisti. Bisogna però chiarire che, per quanto riguarda Modena, i fascisti stavano attaccando la sede della prefettura e, con tutta la buona volontà, la forza statale non poteva non intervenire. Agli spari della Guardia Regia gli oltre 500 fascisti che avevano preso parte all’assalto se la diedero immediatamente a gambe lasciando sul selciato 7 morti e più di 20 feriti. Però, su “La Stampa” di Torino del 27 settembre 1921 si legge che «per ordine del prefetto tutte le guardie regie componenti il plotone che ha sparato sulla folla sono state rinchiuse nella caserma di pubblica sicurezza». Il questore di Modena venne esonerato e furono arrestati il commissario Guido Cammeo ed un paio di agenti. Nel caso di Sarzana a respingere le camicie nere sarebbero bastati i lavoratori perché armati e pronti ad intervenire se non fossero stati i carabinieri ad aprire il fuoco dopo che uno di loro era stato freddato dai fascisti. Ma c’è un altro fatto che la storiografia democratica si dimentica di dire e cioè che in ambedue i casi, di Sarzana e di Modena, «i funzionari che fecero sparare sui fascisti sono ancora oggi [1922] in carcere in attesa di giudizio, e sono state proibite le sottoscrizioni che i colleghi volevano fare per alleviare la miseria delle loro famiglie» (Togliatti, Rapporto per il IV congresso dell’IC, Rinascita, 8 dicembre 1962).

Fa un certo effetto sentire le parole di Togliatti prima che diventasse un rinnegato, quindi approfittiamone. «Per addestrare le squadre di giovani studenti si giunse ad incorporare in esse dei nuclei di carabinieri e di guardie regie vestiti in borghese [...] Ai giovani soldati vengono fatte conferenze in cui si parla del fascismo come di un movimento che ha salvato il paese dalla rovina. A coloro che si iscrivono ai fasci vengono fatte agevolazioni speciali, si concedono permessi, licenze, promozioni di grado ecc. Non è raro il caso di aderenti fascisti i quali vengono introdotti nei reparti di reclute per farvi opera di spionaggio e di propaganda».
 

La magistratura e il fascismo

A dimostrazione di quale fosse l’atteggiamento di questo organo dello Stato nei confronti del fascismo sarebbe più che sufficiente riportare quanto scrisse al riguardo il magistrato Ettore Vutterini in un suo articolo intitolato “Arditi comunisti e squadre d’azione fasciste”: «Di fronte ed in contrasto [alla] preparazione rivoluzionaria dei partiti sovversivi, e principalmente del partito anarchico e di quello comunista, sorge, con l’impeto della giovinezza e dell’amore di patria, all’ombra suggestiva del tricolore nazionale, il Fascismo». Ed ancora. «Se un Corpo armato si organizza in vista e con la tolleranza delle Autorità, e ancor più, se del Corpo armato così organizzato si servono costantemente o in speciali contingenze, non può dirsi che esso si sia costituito senza legittima autorizzazione bastando la tolleranza o l’accettazione del fatto compiuto a legittimare la costituzione del Corpo» (Riportato in: “M. Palazzino - Da prefetto di Parma a gabinetto Ministro Interno”). Questo è quanto affermava, in piena sincerità, un giudice dell’Italia demo-liberale. Quindi nessuna meraviglia poteva esserci per i comunisti se «la magistratura, che nel caso di delitti sovversivi e “agguati comunisti” distribuiva trentine di anni di galera ed ergastolo, in pieno regime liberale assolveva quei bravi ragazzi degli squadristi di Mussolini, pescati in pieno esercizio di rivoluzione e di assassinio» (Rapp. IV congresso IC).

Nel 1921 il ministro della giustizia Fera inviava una circolare alla magistratura invitandola a lasciar dormire nei cassetti le pratiche concernenti i crimini fascisti. Continua Togliatti: «Di fronte ai fascisti la magistratura si comporta come un tempo [...] di fronte ai carabinieri che sparavano sulle folle. Non solo li assolve da qualsiasi accusa, ma nella maggior parte dei casi non inizia nemmeno il procedimento giudiziario per delitti [...] compiuti dai fascisti. È rimasto famoso il caso di un fascista che uccise, a Torino, un borghese, avendolo preso per un operaio: fu assolto perché si ritenne che sebbene egli si fosse sbagliato, il movente dell’azione – cioè il desiderio di ammazzare un sovversivo – non era riprovevole». Molto probabilmente Togliatti si riferiva all’episodio dell’uccisione del giovane industriale Francesco Guala: scambiato per un comunista, veniva crivellato di proiettili da un gruppo di fascisti guidati da Vittorio Baratieri, figlio del sanguinario generale. Maggiori dettagli sull’episodio si possono leggere sull’ “Ordine Nuovo” del 12 giugno 1921.

 

La grande borghesia e il fascismo

Noi abbiamo sempre rifiutata la teoria secondo la quale il fascismo rappresenterebbe gli interessi di alcuni “residui del feudalesimo”, come gli agrari ed in special modo quelli del meridione. La prima nazione capitalista è stata l’Italia e parlare di residui del feudalesimo in Italia, e tanto più nel Sud, è il più grossolano dei falsi storici. Il fascismo rappresenta così poco gli interessi della parte più retrograda della borghesia che esso fece la sua prima apparizione non nell’Italia meridionale, ma a Milano, centro della grande industria e dell’alta finanza e dove il movimento operaio era più sviluppato e la lotta di classe si era manifestata in forme più nette. «Pochi giorni dopo la costituzione dei fasci di combattimento, in una riunione plenaria gli industriali, in un ordine del giorno, esprimono la loro volontà di “resistere ormai! e, fino a che si è in tempo, di valersi dell’autorità e della forza propria, prima che sia troppo tardi”, e si interdice ogni azione individuale laddove, nel campo della resistenza alle richieste dei lavoratori come in quello politico, ogni azione dovrà essere coordinata e collettivamente decisa dalla loro organizzazione» (“Prometeo”, n. 3, 1946).

Il padronato italiano, di fronte all’incalzare degli avvenimenti sociali, abbandonava l’individualismo competitivo per ritrovare la sua coscienza di classe. Gli industriali formarono il loro sindacato, così come i grandi agrari avevano fatto fin dal 1908 costituendo la potente Associazione Agraria. Ulteriore dimostrazione che i proprietari terrieri non hanno niente a che spartire con i pretesi residui del feudalesimo.

Il fascismo non poteva che impressionare in modo favorevole la Confederazione degli industriali, e questo è del tutto naturale perché, come scriverà Luigi Einaudi (il secondo democraticissimo presidente della Repubblica post-fascista), gli industriali «insistono sulla necessità preminente di un governo forte; e ritengono che la tranquillità sociale, l’assenza degli scioperi, la ripresa intensa del lavoro, il pareggio del bilancio siano beni tangibili, effettivi, di gran lunga superiori al danno della mancanza di libertà politica, la quale, dopotutto, interessa una minoranza infima degli italiani, alle cui sorti scarsamente essi si interessano. Prima bisogna lavorare, produrre, creare le condizioni materiali di una vita larga; il pensare, il battagliare politicamente sono beni puramente ideali, dei quali si può anche fare a meno. I più cinici i più aderenti ad una inconsapevole concezione materialistica della vita aggiungono che val la pena di pagare un tenue tributo di denaro e di libertà, pur di salvarsi dal pericolo del bolscevismo, dell’anarchia, della distruzione della ricchezza» (“Corriere della Sera”, 6 agosto 1924).

Perché meravigliarsi, allora, se dalla fine del 1920, dopo il fallimento dell’occupazione delle fabbriche, il fascismo venne sempre più ampiamente sovvenzionato dagli industriali e dai grandi agrari?

I capi dell’industria si erano convinti che questo fosse il migliore investimento dei loro sopraprofitti, di guerra e di pace, e generosamente fornivano i mezzi necessari per organizzare le spedizioni punitive, le occupazioni delle città, per terrorizzare e distruggere le organizzazioni rosse. Il motivo per cui il grande capitale dimostrava una così forte simpatia per il movimento dei fasci è lo stesso Stefano Benni, presidente della Confindustria dal 1923 al 1934, a dichiararlo: «Quando il fascismo, creato da Mussolini, fece la sua prima apparizione in Italia, [...] le masse ubriacate dalla propaganda sovversiva, addimostravansi indisciplinate al massimo grado ed insofferenti del lavoro; le classi dirigenti della produzione, a loro volta, apparivano del tutto disorientate, invase dalla sfiducia, quasi desiderose di sottrarsi all’arduo compito che incombeva loro [...] Contro tutto questo insieme di debolezze, di ignavie, di disorientamenti, il fascismo pose arditamente la sua volontà di riscossa».

Dopo quasi un secolo di falsificazione storica, prima fascista poi democratica, siamo solo noi ad affermare che la grande borghesia organizzata (banche, industrie ed agrari) fu l’unica beneficiaria del regime fascista. Ma, all’epoca dei fatti tutti, bene o male, erano costretti a riconoscerlo. Perfino Turati, in risposta al discorso del “bivacco”, aveva dichiarato: «La confederazione dell’industria, che si è vantata di essere essa la vera vincitrice, di aver essa decisamente influito perfino sulle più alte sfere, per il vostro [del fascismo - n.d.r.] trionfo, è oggi lì, al banco del Governo per interposte persone. Onorevole Mussolini, io vedo il naso aguzzo e semitico dell’onorevole Olivetti spuntare troppo visibilmente dietro la vostra ombra. È essa, la confederazione dei grossi industriali, che vi presta il programma; poiché nessuno potrebbe essere così analfabeta da non avere veduto lo strano parallelismo fra le deliberazioni dell’ultimo congresso delle organizzazioni industriali e le deliberazioni successive dei vari vostri Consigli dei ministri» (17 novembre 1922, dal resoconto stenografico). Il fatto che Turati avesse chiaro quale fosse la funzione del fascismo a maggior ragione dimostra il suo ruolo di traditore controrivoluzionario.

Il grande capitale aveva finanziato i capi, i giornali, le squadre fasciste, aveva procurato loro le armi ed i mezzi di trasporto (I soli armatori di Genova avevano dato un milione per abbattere le organizzazioni portuarie), facendo leva su tutto il suo potere aveva imposto il governo Mussolini con la complicità di tutti gli altri organismi legali: partiti, chiesa, massoneria, corona, etc. etc.

Riguardo all’azione svolta dalla confindustria a favore della “marcia su Roma” è di una chiarezza cristallina il comunicato diramato dall’Agenzia Volta il 1° novembre 1922: «La confederazione generale dell’industria, che, pure essendo una organizzazione economica e sindacale, non potrebbe assolvere funzioni squisitamente politiche, ha preso parte attiva allo sviluppo delle crisi nazionali ed ha esercitato una influenza diretta e pressante a favore della soluzione Mussolini. L’on. Olivetti con la presidenza della Confederazione, si è trasportato a Milano, la quale rappresentava maggiore importanza di Roma per il decorso degli avvenimenti, e si è mantenuto in continuo contatto con l’on. Mussolini, agendo con la massima energia e facendo agire in correlazione gli organi di Roma; uno degli atti più efficaci è stato quello di far pervenire al Re la voce del mondo dell’industria, quando ancora dall’atteggiamento del Re tutto dipendeva».

Assieme ad Olivetti, nelle laboriose giornate di Milano troviamo in prima fila il prefetto Lusignoli, il deputato Antonio Stefano Benni (futuro presidente della confindustria), Alfredo Rocco, l’on. De Capitani (direttore del “Corriere della Sera”), il senatore Conti (imprenditore dell’industria elettrica ed ex presidente della confindustria), il senatore Crespi (comproprietario di alcuni fra i maggiori complessi cotonieri e presidente del Banco Commerciale).
 

Le classi medie e il fascismo

Nelle tesi presentate dalla Sinistra al III Congresso del partito (Lione 1926) si legge: «Il movimento fascista [...] ha realizzato una mobilitazione degli elementi disgregati delle classi medie, che ha scagliati in una alleanza stretta con tutti gli elementi borghesi contro il proletariato».

Il “terzo fattore”, le classi medie, giocò anch’esso un ruolo di primo piano. Per creare, accanto allo Stato, una organizzazione illegale reazionaria, occorreva arruolare elementi diversi da quelli che erano i formali rappresentanti dell’alta classe dominante. Il movimento fascista puntò su quello che al “Corriere della Sera” appariva come un «forte tentativo di organizzare e preparare alla vita nazionale quelle masse giovani del ceto medio che per il passato si mantennero quasi interamente estranee alle lotte politiche».

Quello che il fascismo tentò di realizzare e realizzò con ottimi risultati fu un inquadramento militare di classe con questi strati sociali. «Esso ha attinto partigiani dagli strati più vicini al proletariato, come tra gli insoddisfatti della guerra, fra tutti i piccolo-borghesi, semi-borghesi, bottegai e mercanti e, soprattutto, tra gli elementi intellettuali della gioventù borghese che aderendo al fascismo ritrovano l’energia per riscattarsi moralmente e vestirsi della toga della lotta contro il movimento proletario e finiscono nel patriottismo ed imperialismo più esaltato. Questi elementi apportarono al fascismo un numero notevole di aderenti e gli permisero di organizzarsi militarmente» (Rapp. IV congresso IC).

Questa adesione compatta dei rappresentanti dei ceti medi al fenomeno fascista ed il loro inquadramento nelle squadre illegali della reazione non fa del fascismo un movimento emanante dalla piccola e media borghesia, mentre, al contrario, costituisce una reazione unitaria della classe dominante.

Su questo carattere piccolo-borghese, “anticapitalista”, lo stesso fascismo aveva demagogicamente puntato definendo le classi medie una «terza forza che si rivolge contro il proletariato, ma anche contro la vecchia borghesia e i loro capitalisti classici [...] Tale è l’apparenza esterna sotto la quale il fascismo si presenta. Ma in realtà si tratta di una mobilitazione dei ceti medi per iniziativa e sotto la guida delle forze conservatrici della grande borghesia e con il concorso e l’aiuto dell’apparato statale [...] Di qui il doppio volto del fascismo: si tratta in primo luogo della difesa degli interessi grandi borghesi [e], in secondo luogo di una mobilitazione dei ceti medi».

Stato, grande capitale, classi medie: sono questi i tre principali fattori che «consentirono ai nostri avversari di contrapporci un movimento che non ha uguale in rozzezza e brutalità, ma che, bisogna riconoscerlo, dispone di una organizzazione solida e di capi di grande abilità politica» (Rapp. IV congresso IC).

«Senza il gioco concomitante di questi tre fattori il fascismo non avrebbe vinto, e, se nella storia ha un senso parlare di fatti non realizzati, la mancata vittoria del fascismo avrebbe significato non la salvezza della democrazia, ma il proseguimento della marcia rivoluzionaria rossa e la fine del regime della classe dominante italiana. Questa, ben comprendendolo, in tutti i suoi esponenti, conservatori e social-riformisti, preti e massoni, plaudì freneticamente al suo salvatore» (“Prometeo”, n.2, agosto 1946).

«L’offensiva controrivoluzionaria esigeva l’unificazione delle forze della classe dominante nella lotta sociale e nella politica di governo, il fascismo è stato la realizzazione di questa esigenza necessaria [...] Il partito fascista [...] sostituisce i vecchi aggruppamenti di politicanti con una sintesi unitaria delle forze sociali che stavano nel caos e nella disorganizzazione politica borghese, dietro di quelli» (Rapp. IV congresso IC).

Le varie frazioni della borghesia intesero la necessità di mettere da parte i loro interessi particolari e si diedero una organizzazione unitaria per fronteggiare l’offensiva rivoluzionaria del proletariato: il fascismo rappresentò un grande tentativo unitario della classe dominante. È quindi totalmente falso che rappresenti la parte più reazionaria della borghesia, gli interessi di ceti retrivi anticapitalisti o, addirittura, precapitalisti, tant’è vero che, come abbiamo ricordato, fece la sua prima comparsa non nella arretrata Italia meridionale, ma a Milano, capitale dell’industria e della finanza.
 

La conseguente tattica del Partito Comunista in Italia

Con questa analisi, seppure molto sbrigativa, dei tre principali fattori che determinarono la vittoria del fascismo, potrebbe sembrare che siamo andati fuori tema. Non è così: solo la conoscenza di ciò che realmente rappresentava il fascismo dal punto di vista delle classi permise al Partito Comunista, finché fu diretto dalla nostra corrente, di evitare errori madornali, quale quello di aderire a formazioni, sia pure armate, che si ripromettevano di ricondurre la vita politica ed i rapporti sociali all’interno della dialettica democratica, ossia all’interno dell’ordine borghese. Fascisti ed antifascisti su fronti tatticamente contrapposti lavoravano per il medesimo fine: la conservazione dello Stato capitalista ed il dominio della classe borghese sul proletariato.

Quindi, anche quando un governo o partiti e gruppi della sinistra borghese avessero invitato il proletariato a partecipare alla lotta armata, da loro controllata, contro il fascismo questo invito non avrebbe potuto che nascondere la sconfitta della classe operaia, «per conseguenza nessun lealismo dovrà essere proclamato né praticato verso un tale governo; e dovrà soprattutto essere indicato alle masse il pericolo che il consolidamento del suo potere con l’aiuto del proletariato contro la sommossa di destra o il tentativo di colpo di Stato vorrebbe dire consolidamento dell’organismo che contrasterà l’avanzata rivoluzionaria del proletariato quando questa si imporrà come unica via d’uscita» (Tesi di Roma, 1922, n.39).

Infatti, qualora il fascismo fosse stato sconfitto, altre organizzazioni armate, tipo Arditi del Popolo, avrebbero costituito l’ultimo baluardo innalzato dalla borghesia in funzione controrivoluzionaria. Ma di questo tratteremo più avanti.

Una, e forse la maggiore risorsa difensiva della borghesia, strettamente collegata alle sue risorse offensive, è rappresentata dalla illusione democratica. La menzogna democratica, questo formidabile inganno per la difesa borghese, continuò a giocare un ruolo essenziale anche quando, nel pieno dell’offensiva fascista, sorretta dallo Stato con ogni mezzo, la borghesia adottava su ampia scala sistemi di violenza e di terrore. Anche allora non fu semplice far comprendere alle masse proletarie che si trattava di una pura e semplice divisione del lavoro borghese. La tenace azione di propaganda del partito comunista consisteva soprattutto nel chiarire questa falsa opposizione che portava le masse proletarie ad adagiarsi nella illusione che un governo, sorto su base parlamentare e composto di taluni partiti di sinistra, avesse la possibilità legale di eliminare le forme illegali dell’offensiva antiproletaria. Il ritorno ad una situazione di “normalità ed ordine” non era concepibile se non con il rigoroso ristabilirsi del controllo dello Stato su tutte le forme di attività proletaria, ossia attuando il medesimo programma a cui tendeva il fascismo.

Non a caso all’indomani delle elezioni politiche del 1921, quando ancora una volta il partito socialista risultò il più votato ottenendo 124 deputati, scrivemmo: «Al contrario della socialdemocrazia italiana noi pensiamo che il governo borghese, nelle ultime elezioni politiche ha vinto e vincerà se i comunisti non effettueranno subito l’affasciamento militare delle forze proletarie rivoluzionarie in blocco granitico, da opporsi a quello di tutti i partiti presi insieme e coalizzati, compreso il socialista. I cui rappresentanti alla Camera hanno ormai smarrito il senso della ragione» (“Il Soviet”, 3 luglio 1921).

(continua al prossimo numero)

 

 

 

 

 


Il marxismo e la questione militare
[Indice del lavoro]
Parte quarta - Imperialismo - C. La Prima Guerra mondiale

(continua dal numero scorso)

VII. Il fronte mediorientale e caucasico
Capitolo esposto alle riunioni generali di maggio e settembre 2017

1. Spartirsi le spoglie del Grande Malato

La principale importanza dello studio del fronte mediorientale e caucasico nel primo conflitto mondiale risiede nelle conseguenze territoriali e politiche, che persistono tutt’oggi in tutta la vasta area in profonde e perduranti crisi. Dalla Libia all’Iraq, passando per l’Egitto, la Palestina e la Siria le loro popolazioni, prevalentemente proletarie e semi-proletarie, sono ridotte a vittime e ostaggi delle congiure dell’imperialismo mondiale e delle potenze regionali per espandere le rispettive aree d’influenza.

Fu dopo la Prima Guerra mondiale che tutto il Medio Oriente fu completamente stravolto, ancor più che dalle conseguenze della Seconda, con artificiali confini imposti dalle potenze coloniali. Risale ad allora il sostegno tedesco ai movimenti islamici radicali in funzione antibritannica e antifrancese, continuato fino ad oggi da tutti gli schieramenti imperialisti e locali che usano formazioni paramilitari su base etnica o religiosa secondo i loro scopi e le loro mutevoli alleanze.

Al collasso dell’Impero Ottomano le potenze imperialiste impedirono che si affermassero valide entità governative locali, imponendo gruppi di potere solo perché loro alleati sottomessi e prezzolati.

In questa instabilità ed arretratezza venne ad inserirsi la perturbazione provocata dalle prime importanti realizzazioni del movimento nazionale sionista in Palestina.

Su tutto questo specifico argomento rimandiamo alla lettura del nostro “Lezione marxista della formazione di Stati e delle lotte sociali in Medio Oriente” in Comunismo n.10, giugno 1983.

Ad inizio ottocento ancora persistevano significative differenze tra le definizioni geografiche nella regione, che risentivano delle trascorse vicende coloniali. Nelle prime indicazioni dell’inglese India Office, il Middle East comprendeva tutto l’Impero Ottomano del tempo, Grecia compresa, più il sub-continente indiano. Per gli italiani il Medio Oriente si limitava ai paesi rivieraschi del Mediterraneo Orientale, Egitto compreso, mentre il francese Proche Orient comprendeva il bacino del Levante, dagli altopiani irano-afgani all’Asia minore. Successivamente lo stratega navale americano Mahan nel 1902 lo portò praticamente alla configurazione ora generalmente riconosciuta, coperta da 16 Stati con 411 milioni di abitanti e 60 lingue parlate: dalla Turchia fino al Caucaso, scende poi all’Iran, alla penisola Arabica e in Africa comprende solo l’Egitto. Ma alcune fonti vi includono Georgia, Armenia e Azerbajdžan.
 

2. Schieramenti asimmetrici

Sul teatro di guerra del Medio Oriente, il più geograficamente esteso di tutta la Prima Guerra mondiale, si scontravano l’Impero Ottomano, alleato degli Imperi Centrali, e di fatto sotto il diretto controllo della Germania, contro gli Imperi russo e britannico. Si aggiunsero poi, con un significativo ruolo, forze irregolari che dettero corso alla Rivolta Araba, e le truppe volontarie della Resistenza Armena, le quali infine riuscirono a costituire la Repubblica Democratica di Armenia.

Ci furono cinque campagne militari principali: del Sinai-Palestina, della Mesopotamia, del Caucaso, di Persia e di Gallipoli. Sono considerate minori la campagna della Rivolta Araba, quella del Nord Africa e quella dello Yemen e del Sud Arabia, a cui si possono associare la campagna di Arabia e quella di Aden.

Grande fu il numero delle truppe necessarie a sostenere l’intero conflitto, con notevole e generale loro asimmetria per il massiccio utilizzo di forze locali e provenienti dalle colonie delle potenze europee: la Francia mobilitò dai suoi territori africani e caraibici circa 1,4 milioni di soldati, l’Inghilterra 4,5 milioni da tutto il suo Impero. Le unità più efficienti provenivano dal British Indian Army, che avevano acquisito esperienza negli scontri contro le forze tribali che si opponevano agli occupanti stranieri.

Così ebbe a commentare Lenin nel Rapporto al secondo congresso dell’Internazionale Comunista il 19 luglio 1920, ovviamente riferendosi solo alle colonie e non all’Europa e all’America:

«La guerra imperialista ha aiutato la rivoluzione. La borghesia ha strappato dalle colonie, dai paesi arretrati, dalle regioni più lontane i soldati per farli partecipare a questa guerra imperialista. La borghesia inglese ha persuaso i soldati dell’India che la causa dei contadini indù è la difesa della Gran Bretagna dalla Germania; la borghesia francese ha persuaso i soldati delle colonie francesi che la causa dei negri è la difesa della Francia. Si è insegnato a questi soldati come servirsi delle armi. Questo è un addestramento molto utile [...] La guerra imperialista ha coinvolto i popoli dipendenti nella storia mondiale».

Allo scoppio della guerra l’esercito imperiale russo aveva a disposizione 16 milioni di soldati inquadrati in 112 divisioni, ma a proteggere territori vasti e lontani, senza una moderna rete di trasporti; a questi fattori sfavorevoli si aggiungevano diffuse inefficienza e corruzione. La maggior parte delle divisioni fu dislocata sul fronte europeo mentre nel settore mediorientale, considerato di secondaria importanza, tolto quanto spostato nei punti critici in Europa, infine rimasero solo 60 mila effettivi. L’Armata russa del Caucaso si dissolse nel 1917 quando tutti gli esausti reggimenti regolari disertarono e abbandonarono il fronte per partecipare alla rivoluzione.
 

3. Gli interessi in conflitto

Il 2 agosto 1914, giorno di inizio delle operazioni militari della Prima Guerra in Europa, fu anche firmato un trattato segreto tra l’Impero tedesco e quello ottomano.

Il ministro della guerra ottomano, Enver Pascià, ufficiale militare e capo della rivoluzione dei Giovani Turchi, convinto sostenitore della necessaria eliminazione delle popolazioni non di origine turca dal territorio nazionale e principale ideatore del genocidio armeno, rappresentava gli interessi nazionali della nuova borghesia che si esprimeva nel regime dei Giovani Turchi.

Questa cullava ambiziosi progetti di espansione territoriale, che si scontravano con gli interessi imperialistici, principalmente inglesi e francesi. Intendeva riprendersi i territori dell’Anatolia orientale, persi a seguito della guerra russo-turca del 1877-78, con la città fortificata di Kars, ed il porto di Batumi in Georgia. Era certa che le potenze coloniali non disponessero delle risorse necessarie a sostenere una lunga guerra mondiale mantenendo il controllo di vasti territori lontani dalle loro linee di rifornimento.

Decise quindi di agire, contando anche sull’aiuto dell’alleato tedesco. Attaccando i russi avrebbe impedito loro di occupare le città chiave della Persia, aprendosi così la via verso l’Asia centrale, ove risiedevano popolazioni turcofone. Quei paesi, sottratti al controllo delle potenze occidentali, avrebbero potuto formare un’area di libera cooperazione economica, nell’ambizioso progetto nazionale del panturanismo.

Per contro, a Londra e a Parigi intanto si discuteva su come dare il colpo finale all’Impero Ottomano, il “grande malato”, e su come spartirselo: “porta dell’Oriente”, con i suoi estesi territori sbarrava, poderosa diga, anche se decrepita, la penetrazione dell’imperialismo europeo verso l’India e l’Asia. Lo scontro diretto era inevitabile.

La prima figura mostra il massimo sviluppo territoriale dell’Impero Ottomano al 1680: con la sconfitta del suo esercito sotto le mura di Vienna nel 1683 inizia di fatto la parabola discendente. La seconda mostra la sua spartizione dopo la Prima Guerra mondiale e la definizione dei confini della Turchia concordati con il trattato di Losanna del 1923.

Da parte tedesca la priorità strategica assoluta in questo settore era distogliere truppe russe dal fronte europeo. Ma avvenne il contrario, come abbiamo appena accennato.

Da un punto di vista economico anche l’impero tedesco puntava allo smembramento dell’Impero Ottomano, sebbene suo alleato, soprattutto per l’accesso alle enormi risorse di idrocarburi del mar Caspio. Allo scopo di indebolire la fragile intesa stipulata nel 1907 tra russi e britannici sulla spartizione della Persia, Berlino istituì speciali unità di sabotaggio che operavano in Russia ed in Afghanistan.

Il grande progetto della ferrovia Berlino-Baghdad, che avrebbe collegato anche Amburgo, Dresda, Vienna, Budapest, Belgrado, Sofia, Istanbul, Konya, Aleppo, Mosul, fortemente ostacolato dall’Inghilterra che non ammetteva intrusioni del capitalismo tedesco nell’area, aveva impegnato fin dal 1903 capitali e tecnologia tedesca ma fu completato solo nel 1940 e solo nella tratta di 1.679 chilometri dalla città turca di Konya a Baghdad, dopo aver superato notevoli difficoltà tecniche e diplomatiche.

L’imperialismo britannico, che basava i suoi traffici commerciali principalmente sulle rotte marittime, aveva importanti interessi in tutta l’area, sia per il controllo delle nuove linee commerciali terrestri, sia per lo sviluppo dei nuovi importanti investimenti nel settore petrolifero in Persia. Mentre il petrolio andava velocemente a sostituire il carbone come combustibile di tutta la flotta inglese, militare e civile, e dei veicoli terrestri, la Anglo-Iranian Oil Company aveva ottenuto i diritti in esclusiva dei giacimenti persiani, divenuti strategici. Era quindi assolutamente necessario mantenere il controllo di tutta la regione.

L’imperialismo zarista, a compensazione del forte impegno sul fronte orientale europeo, aveva comunicato all’ambasciatore francese che per un durevole accordo nel dopoguerra Costantinopoli sarebbe dovuta passare alla Russia, compreso il Mar di Marmara con gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli e di buona parte della costa turca del Mar Nero. Il governo zarista intendeva sostituire la popolazione musulmana di Istanbul e dell’Anatolia settentrionale con i più affidabili e sottomessi coloni cosacchi.

La Francia, duramente impegnata sul suolo patrio, qui inviò un’unità composta di forze prevalentemente armene e aggregate alla Legione Straniera, che operò in Siria e in Palestina, secondo le clausole dell’ancora segreto accordo Sykes-Picot, ufficialmente denominato “Accordo sull’Asia Minore”, sulla divisione delle zone d’influenza per il controllo dei vasti territori ottomani.

Si intendevano anche costituire nuove entità statali, come il primo punto dichiarava in modo ipocrita e menzognero: «Francia e Regno Unito sono pronti a riconoscere e proteggere uno Stato arabo indipendente o una confederazione di Stati arabi sotto la sovranità di un capo arabo».

In realtà alla Francia sarebbero andati i territori dell’attuali sud-est della Turchia, il Libano, la Siria e quello che ora è il Kurdistan iracheno; alla Gran Bretagna i porti di Alessandretta ed Haifa, la Palestina con lo sbocco sul golfo di Aqaba, la Giordania, l’Iraq da Kirkuk fino al Kuwait e tutta la costa occidentale del Golfo; alla Russia tutto l’oriente della Turchia, da Trebisonda a Van. Attorno a Gerusalemme era prevista una zona ad amministrazione internazionale.
 

4. Le minoranze etniche

Tra le numerose minoranze nazionali caratterizzate come gruppi etnici o religiosi stanziate nell’Impero Ottomano che si mobilitarono per una loro guerra d’indipendenza ricordiamo la grande comunità armena, stimata attorno ai 2 milioni, diffusa su gran parte del territorio ma con una maggiore concentrazione nell’area caucasica al confine con la Russia. Tra i popoli caucasici quello armeno fu il più attivo e organizzato politicamente nel suo principale partito, la Federazione Rivoluzionaria Armena.

Nel 1915 la Russia aveva costituito ai confini con l’Impero Ottomano l’Amministrazione dell’Armenia Occidentale allo scopo di creare un punto di crisi al suo interno. Fin dal 1914 erano state formate unità di volontari armeni a rinforzo delle forze regolari russe: essendo i coscritti russi di nazionalità armena già arruolati per il fronte europeo, queste nuove unità erano formate da armeni senza cittadinanza russa, non obbligati al servizio militare per lo zar. L’Amministrazione dell’Armenia Occidentale divenne poi la Repubblica dell’Armenia Montanara. Vi sarà fondata anche una Dittatura Centrocaspiana, creatura britannica anti-sovietica ed anti-ottomana.

Allo scoppio della guerra molti soldati e ufficiali armeni disertarono dall’esercito turco per arruolarsi in quello russo, aspettandosi un aiuto dallo zar. Il primo gruppo immediatamente disponibile fu stimato in circa 20 mila uomini, compresi i volontari civili arruolati nelle città ottomane occupate dall’avanzante esercito russo, ma crebbe fino a 150 mila unità durante il corso della guerra. La città di Van fu conquistata da queste truppe armene, che intendevano cederla ai russi. Altre milizie armene, finanziate e armate dalla Francia, erano sotto il diretto controllo del Movimento di Liberazione Nazionale dell’Armenia, e divennero poi parte del neonato esercito della Repubblica Democratica di Armenia.

Il governo dei Giovani Turchi, temendo una grave crisi militare interna proprio in quel settore, il 24 aprile 1915 dette l’avvio ad una vasta campagna di rastrellamenti di maggiori dimensioni rispetto ai precedenti, con arresti, impiccagioni e deportazione degli armeni verso improvvisati campi di prigionia nell’Anatolia centrale, che dovevano raggiungere con le lunghe ed estenuanti “marce della morte”, anche con l’organizzazione di ufficiali tedeschi. È generalmente riconosciuto che 1,5 milioni di armeni furono sterminati dagli stenti, dalle malattie e dalla denutrizione e a centinaia di migliaia uccisi dall’esercito turco e dalle milizie curde. Ma anche agli armeni sono attribuiti stermini nei confronti delle popolazioni musulmane nei territori caduti sotto il loro controllo.
 

5. La falsa promessa di uno Stato arabo

La rivolta nazionalista araba scoppiò nel 1916 nella regione dell’Hegiaz, la lunga fascia costiera sul Mar Rosso oggi parte dell’Arabia Saudita, combattuta da forze eterogenee per liberarsi dalla dominazione ottomana. Circa 5 mila soldati regolari, prevalentemente ex prigionieri di origine araba, si unirono alle forze ribelli, cui si aggiunsero unità tribali irregolari guidate dall’emiro Faysal sceriffo de La Mecca. Erano addestrati da consiglieri militari britannici, tra cui il colonnello Lawrence detto d’Arabia, in seguito all’accordo, anche questo segreto, tra H. Mac Mahon, Alto Commissario inglese per l’Egitto, e l’emiro Faysal, al quale garantì il sostegno per la realizzazione di uno Stato arabo che avrebbe compreso tutti i territori arabi dell’Impero Ottomano. Questi stessi territori però erano già stati promessi alla Francia con l’Accordo Sykes-Picot. A riprova del costante doppio gioco inglese, fonte di continue complicazioni diplomatiche e di infinite sofferenze per quelle popolazioni, va ricordata la dichiarazione del ministro britannico Balfour del novembre 1917 che concedeva agli ebrei sionisti di Theodor Herzl tutto il territorio della Palestina, benché abitato da decine di migliaia di arabi.

Al crollo dell’Impero Ottomano si costituì il regno hascemita dell’Hegiaz, che ebbe vita breve e travagliata dal 1916 fino alla definitiva conquista e annessione al regno saudita nel 1932, resa possibile per l’ennesimo voltafaccia dell’imperialismo britannico. Nel 1938 vi verrà infine scoperto il petrolio. Si vanificavano quindi tutte le speranze arabe di ottenere uno Stato unitario, che si scontrava con gli interessi imperialistici di Francia e Regno Unito. Questi furono poi sanciti dalla Società delle Nazioni con l’istituzione del Mandato, che dette veste giuridica all’occupazione militare dei paesi arabi. I maneggi delle due nazioni, che si vantavano entrambe depositarie della democrazia e della sua applicazione, mostrarono così il volto di quella rapina imperialista che Lenin chiaramente descrisse ne “L’Imperialismo fase suprema del capitalismo”.

Il governo di Parigi depose con le armi re Faysal al-Husayn, la guida della rivolta araba e capo del breve Regno Arabo di Siria (1918-1920), nonostante le molte promesse ricevute nel momento del bisogno. Il governo di Londra intese però “ricompensare” la famiglia hascemita: in forza degli Accordi Sykes-Picot e del Mandato della Società delle Nazioni, che assegnavano a Londra piena autonomia nella regione, nominò Faysal primo re dell’Iraq, Stato “inventato” nel 1921 e che comprendeva ampi territori rivendicati dalle popolazioni curde, e suo fratello Abd Allah b. al Husayn emiro di Transgiordania, ora trasformata nel Regno Hascemita di Giordania, dopo diverse modifiche dei confini originari.

La consistente minoranza etnica dei curdi all’interno dell’Impero Ottomano era stata anch’essa sottoposta ad una politica di marginalità spesso sfociata in genocidio quando ne era temuta una rivolta. Questo argomento è estesamente esposto in: “Come gli imperialismi strumentalizzano la questione curda” al numero 381 del 2017 del nostro “Il Partito Comunista”. Anch’essa popolazione di confine, fu usata in funzione antiturca con l’abbaglio di qualche miglioria politica: dai russi nella guerra di Crimea e dagli inglesi nella Prima Guerra mondiale, senza peraltro che essa venisse a conseguire alcuno dei vantaggi promessi, a causa soprattutto degli enormi interessi economici in gioco nelle aree rivendicate. Milizie curde parteciparono alla campagna del Caucaso, alcune a fianco degli ottomani, altre con i russi. Una prima autonomia di una regione curda sarà definita dal trattato di Sèvres del 1920 che verrà a spartire l’Impero Ottomano, ma gli inglesi, forti dei precedenti accordi segreti con la Francia, si guardarono bene dal rinunciare alla zona più ricca di petrolio che si erano accaparrati.

Le conseguenze di quelle imposizioni dell’imperialismo, che hanno tracciato artificiali confini sui tavoli delle loro brigantesche conferenze, sono ben visibili ancor oggi: a fiumi si commercia e contrabbanda oro nero in una situazione sociale che soffre della mancata affermazione nazionale delle divise e corrotte classi superiori arabe.
 

6. La campagna del Caucaso

Riferiamo su questa campagna perché strettamente legata alla rivoluzione russa. Fu inizialmente combattuta tra gli Imperi ottomano e russo nei vasti territori dalla catena del Caucaso all’Anatolia orientale e che comprendeva obiettivi importanti come le città di Trebisonda, Bitlis e Van. La storiografia militare russa vi comprende anche la campagna di Persia, entrambe affidate, a seguito della riorganizzazione dell’esercito, al comando del generale Judenič, fino alla sua destituzione nel maggio 1917.

Nel 1917, alla dissoluzione dell’Impero Russo, intervennero in questo settore gli inglesi con la fondazione della Repubblica Democratica d’Armenia e della Dittatura Centrocaspiana, di vita breve e travagliata e con il sovrapporsi di diverse altre entità.

Per gli strateghi tedeschi una profonda avanzata ottomana nel Caucaso a danno dei russi avrebbe costretto questi ad un significativo spostamento di truppe dal fronte polacco e galiziano. In questa “strategia di distrazione” Berlino fornì i mezzi necessari a rafforzare la Terza Armata turca schierata nel Caucaso. Da parte sua Enver Pascià dava per certo che una sua rapida e vittoriosa avanzata verso Tbilisi, storica capitale della Georgia, avrebbe innescato la rivolta delle popolazioni musulmane del Caucaso, oppresse dal regime ortodosso dello zarismo. Altro motivo strategico per i tedeschi era arrivare alle enormi riserve di idrocarburi del mar Caspio, situate principalmente nelle province dell’Azerbajdžan. Anche la Anglo-Persian Oil Company, che aveva il diritto esclusivo sui giacimenti persiani eccetto alcune province sulla costa del Caspio, era fortemente interessata a quei territori.

Questi gli avvenimenti salienti della campagna.
     1° novembre 1914: la Russia dichiara guerra all’Impero Ottomano e il giorno successivo inizia la Offensiva Bergmann, dal nome del generale russo che l’aveva pianificata, penetrando in territorio turco ed ottenendo un iniziale successo.
     7 novembre: parte la controffensiva ottomana con la Terza Armata, con tutte le unità di cavalleria a disposizione e con l’appoggio di milizie tribali curde, che si rivelano inaffidabili, nel tentativo di aggirare i russi, che non riesce per l’arrivo di forti rinforzi russi. Vi sono diverse avanzate e ritirate su entrambi i lati del fronte. Le truppe volontarie armene si distinguono per valore riuscendo a conquistare posizioni sulla costa del lago Van.

Alla fine di novembre il fronte si stabilizza con i russi che controllano un saliente di 25 chilometri nel territorio turco lungo l’asse Erzurum-Sarikamiş. Le perdite ottomane, compresi i disertori, sono elevate.

22 dicembre: nonostante il deciso parere contrario dei consiglieri militari tedeschi, Enver Pascià lascia Costantinopoli, assume il diretto comando della Terza Armata, dopo aver rimosso il generale in capo Hasan Izzet e i suoi più stretti collaboratori, apertamente contrari al suo piano, per dirigere una grande offensiva invernale su tutta la linea del fronte.

Questa era impostata sulle dottrine napoleoniche di rapidi spostamenti di unità separate riunite poi per grandi attacchi improvvisi. Doveva essere una manovra aggirante le linee russe per tagliarle in diversi tronconi con rapidi ed efficienti spostamenti. Ma era un piano non realistico nelle condizioni di generale inefficienza dell’esercito e di avverse condizioni meteorologiche. Il fronte si snodava per circa 1.500 chilometri dal Mar Nero al lago di Van; il terreno previsto per le operazioni più importanti si trovava ad un’altezza compresa tra i 1.500 e i 2.000 metri, con una rete stradale nel versante ottomano assolutamente inadeguata ad operazioni militari di grande portata attraverso innevati valichi di montagna che limitavano l’uso dell’artiglieria media e pesante.

Sul versante russo, al contrario, una linea ferroviaria arrivava a 24 chilometri dal fronte agevolando i rifornimenti per le truppe che, dopo il trasferimento di circa il 40% di esse sul fronte europeo, erano di 62 mila unità. A queste si aggiunsero 4 battaglioni di volontari armeni allestiti al momento, che svolsero importanti e non secondarie azioni di disturbo dei movimenti nemici.

Le truppe regolari della Terza Armata ammontavano a 83 mila uomini; con le riserve e le truppe della fortezza di Erzurum il totale saliva a 118 mila uomini; a questo andavano aggiunte le unità dei servizi vari che facevano arrivare lo schieramento ottomano a 150 mila uomini, in netto vantaggio numerico rispetto a quello zarista. Tuttavia queste truppe erano mal equipaggiate per l’offensiva: due divisioni iniziarono la lunga marcia senza equipaggiamento invernale con razioni alimentari consistenti solo in pane secco ed olive.

Le forze russe erano concentrate presso la fortezza di Kars, le turche in quella di Erzurum, entrambe a circa 80 chilometri dal confine.

Il piano turco prevedeva avanzate su tutto il fronte per almeno 30 chilometri al giorno per giungere al controllo della linea ferrata Kars-Sarikamiş:
     22 dicembre: combattimenti favorevoli ai turchi inducono i russi a ritirarsi verso Ardahan, inseguiti da due divisioni turche.
     23 dicembre: vi è un duro scontro tra unità turche di due diverse divisioni, che nella nebbia si erano reciprocamente scambiate per russe, che provoca la perdita di 2 mila uomini.
     24 dicembre: la punta più avanzata turca in soli 3 giorni penetra per 75 chilometri in territorio russo, ma non riesce a ricongiungersi con le altre a Barduz.
     25 dicembre: le truppe ottomane sono in marcia da 14 ore sotto una tormenta di neve tra il pericolo di congelamento e di attacchi russi; crolla il morale; si modificano i piani di attacco; intanto il reggimento ottomano affidato al comando del maggiore tedesco Augusto Stange, sbarcato a Trebisonda, giunge in vista di Ardahan in tre giorni attraverso un passo montano a quota 2.438 metri: mosso dal panico il comandante in capo russo Malyshevsky dà l’ordine di ritirata generale immediata.
     26 dicembre: il 91° reggimento turco copre il percorso di 9 chilometri da Penek a Kosor in 21 ore; altre unità raggiungono in ritardo i loro obiettivi mentre alcune procedono anche di notte; ma i reparti più avanzati si trovavano ancora a 35 km da Sarikamiş; altre sono bloccate al Passo Barduz in combattimenti contro battaglioni di volontari armeni del Turkestan che accusano la perdita di 600 uomini.
     27 dicembre: Sarikamiş è evacuata dai russi che vi lasciano a difesa solo 1.000 operai delle ferrovie e due squadroni di cavalleria.

La maggior parte del quartier generale russo non rispetta l’ordine di Malyshevsky e mantiene il controllo della situazione e l’efficienza della catena di comando. Il generale Judenič, comandante del II Corpo d’Armata decide di resistere all’avanzata dell’XI Corpo ottomano presso Horasan mentre il IX è a Sarikamiş, il X sta per sfondare il fronte russo lungo la ferrovia per Kars ed il gruppo del maggiore Stange marcia liberamente verso Ardahan.

Apparentemente il piano di Enver Pascià sta funzionando, i russi sono in ritirata verso Kars e la manovra di aggiramento si sta concludendo positivamente. Decide quindi di portare l’assalto finale. Ma nel campo ottomano le truppe sono stanche, affamate, scarseggiano di armi, munizioni e cibo perché sono ormai troppo lontane dalle basi di rifornimento e con poche possibilità di essere raggiunte rapidamente.
     29 dicembre: inizia l’attacco alla città di Sarikamiş con 12 mila uomini con un sanguinoso assalto alla baionetta; solo in 300 riescono ad entrarvi, ma alla fine della giornata ne sono ricacciati. Le perdite sono di 6 mila uomini. L’ottimismo di Enver crolla quando è informato che 5 reggimenti russi stanno per accerchiare le sue forze.
     31 dicembre: Il IX Corpo è bloccato nelle foreste fuori la città dopo la perdita di 2.500 uomini e di molta artiglieria; nel settore di Bardiz le truppe abbandonano le posizioni dopo un contrattacco russo e perdono il controllo delle strade della zona. Gli ottomani sono accerchiati ma, nonostante sia ancora praticabile una via di ritirata, Enver ordina di proseguire l’attacco.
     1° gennaio 1915: parte un nuovo attacco frontale dell’XI Corpo su Sarikamiş che dura 4 giorni, perdendo via via intensità mentre la neve blocca rifornimenti e soccorsi. Il IX Corpo si sfalda: durante una tempesta una divisione perde il 40% degli effettivi. Il X Corpo non può portare soccorso e il 90% dei suoi componenti si disperde sui versanti della catena montuosa dell’Allahüekber; uno dei reggimenti dell’XI Corpo riesce a penetrare in Çerkezköy nella regione di Aras, con l’unico risultato di doversi arrendere ai russi. Solo la Stange Bey, esausta, riesce ad entrare in Ardahan. Ma sono ora i russi che circondano le forze ottomane superstiti.
     2 gennaio: l’artiglieria russa bombarda pesantemente; i comandanti di diverse unità comunicano ad Enver Pascià che le truppe non sono più in grado di portare attacchi; dopo la sua risposta “alla Napoleone”, “offensiva significa avanzare”, deve preparare la ritirata dopo aver riorganizzato le forze rimanenti in una nuova armata e ceduto il comando al generale Hafiz Hakki
     6 gennaio: anche il quartier generale dell’Armata viene colpito dai russi che avanzando catturano interi reggimenti e ufficiali superiori del IX Corpo; Hafiz Hakki riesce a sfuggire alla cattura ed ordina la ritirata generale.
     7 gennaio: le restanti forze turche con Enver Pascià e la missione militare tedesca iniziano la marcia verso la fortezza di Erzurum che raggiungono dopo 4 giorni di marcia mentre i trasporti inviati da Costantinopoli via mare a Trebisonda sono affondati da una squadra navale russa e due navi di scorta ritornano alla base.
     17 gennaio: sono catturati gli ultimi e valorosi soldati ottomani che ancora vagano nelle foreste attorno Sarikamiş, mentre l’ala destra russa riprende il completo controllo della zona.

Il piano di Enver si conclude dopo tre settimane di eroici combattimenti in condizioni proibitive in un totale fallimento, in cui alla fine furono gli ottomani ad essere intrappolati, assicurando ai russi che nel Caucaso non ci sarebbero state altre incursioni nel breve periodo.

Hafiz Hakki Pascià, convinto che i russi avrebbero approfittato della situazione per attaccare la fortezza di Erzurum, ne predispone la difesa con le poche forze rimaste, colpite dall’epidemia di tifo che sta decimando i superstiti e che uccide anche lui il 12 febbraio.

Pesanti furono le perdite di questa campagna sebbene con differenti computazioni; la fonte ufficiale turca dichiara che la Terza Armata al termine della ritirata contava ancora 42 mila effettivi sui 118 mila iniziali; altri contano 32 mila morti in combattimento, 15 mila per malattia e febbre tifoide, 3 mila prigionieri e 10 mila feriti. Altre fonti parlano di 7 mila prigionieri compresi 200 ufficiali di grado elevato.

Le perdite dichiarate dai russi in questa offensiva del 1914/1915 sono: 16 mila morti in combattimenti più 12 mila per malattia e congelamento. Secondo il comando turco le perdite russe in combattimento furono di 30 mila.

La fanteria leggera fu l’arma usata prevalentemente dai due schieramenti.
 

7. La rivolta degli armeni

I russi, dopo aver promosso con encomio il generale Judenič a comandante di tutte le truppe del Caucaso, chiesero agli alleati francesi e inglesi, in contropartita del loro impegno sul fronte europeo, di organizzare un attacco navale nel Mar Nero allo scopo di alleggerire la pressione ottomana nel Caucaso e dar loro il tempo necessario a rinforzare quel fronte inizialmente considerato secondario.

Nei mesi successivi il nuovo comandante turco nel Caucaso provvedeva a riorganizzare le forze per una prima difesa del settore. Ma la residuale Terza Armata ricevette minimi rinforzi mentre i russi poterono migliorare la loro situazione. Dal marzo 1915 su quel fronte la situazione divenne stagnante con i russi che occupavano alcune città turche, sebbene gli ottomani non avessero sufficienti forze per contrastare un eventuale attacco.

Il 20 aprile 1915 iniziava la Resistenza della città di Van quando la comunità armena di 30 mila residenti più 15 mila rifugiati prese le armi contro le forze ottomane impegnate ad eliminare la popolazione armena nella regione. Questo fu uno dei pochi casi in cui gli armeni si organizzarono in armi per difendersi nonostante a Van disponessero di soli 300 fucili, 1.000 pistole ed altre armi antiquate. I combattimenti durarono fino al 6 maggio quando gli ottomani si ritirarono frettolosamente perché il generale Judenič, sicuramente sotto forte pressione delle sue brigate di volontari armeni, stava marciando su Van lungo due direttrici. Le unità di fedayn armeni lasciarono il controllo militare ai russi, che confermarono il governo provvisorio armeno. Dopo di che cessarono i combattimenti in quella regione.

Ma il governo di Costantinopoli, affermando che gli armeni del Caucaso si erano ribellati al legittimo governo e coalizzati col nemico russo, per ritorsione emanò la legge Tehcir, con la quale si ordinava la deportazione forzata di tutti gli armeni della regione di Van verso la Siria e la regione di Mosul. In più furono arrestati 270 capi armeni di Costantinopoli. Si salvarono dalla deportazione i rivoltosi di Van perché al di là delle linee russe.

Da quella posizione Judenič, iniziò un’offensiva verso nord in direzione di Erzurum spingendo sempre più indietro le forze ottomane, in difficoltà anche a causa dei frequenti sabotaggi che gli armeni provocavano alle linee dei rifornimenti. Nella regione montagnosa a sud del lago Van le forze turche di 50 mila unità si trovavano a difendere un fronte di ben 600 chilometri mentre le forze zariste erano in netto vantaggio numerico, il che permetteva loro di avanzare sensibilmente nonostante gli ottomani, dopo essersi riorganizzati, tentassero delle insufficienti controffensive.

Segue un periodo di relativa calma: il granduca Nikolaj Romanov, cugino dello zar, fu rimosso dall’incarico di comandante supremo di tutte le forze russe e assegnato a questo fronte, ritenuto sempre secondario. Il comando effettivo sul campo rimase però al generale Judenič, impegnato nella riorganizzazione e potenziamento dell’Armata del Caucaso che agli inizi del 1916 arriva a disporre di 200 mila effettivi e 380 pezzi di artiglieria.
 

8. La nuova campagna nel Caucaso

Nel gennaio 1916 a sorpresa Judenič lancia una forte offensiva invernale volta alla conquista della fortezza di Erzurum, la seconda per potenza e importanza delle difese turche dopo quella di Adrianopoli, considerata imprendibile e sede del comando generale della Terza Armata. L’offensiva si svolge sull’asse Kars-Erzurum, dove le difese ottomane sono meglio organizzate nonostante il loro netto svantaggio numerico. Quella invernale non è la stagione migliore per una offensiva nel Caucaso, come era risultato dal fallimento turco l’anno prima, ma si contava di cogliere le difese ottomane impreparate e disorganizzate.
     10-18 gennaio: l’effetto sorpresa permette ai russi nella battaglia di Köprüköy di annientare un’intera divisione ottomana sorpresa nei suoi quartieri invernali; le perdite sono tali che le forze rimaste si debbono ritirare nella fortezza di Erzurum.
     11 febbraio: i russi attaccano la fortezza impiegando 250 pezzi d’artiglieria.
     16 febbraio: gli ottomani, in svantaggio numerico di 3 a 1, si ritirano da Erzurum perdendo altri 25 mila uomini, 327 pezzi di artiglieria e gran quantità di rifornimenti.

La situazione ottomana è fortemente compromessa; Costantinopoli teme una sconfitta totale su tutto il fronte caucasico e a marzo decide di inviare la sua Seconda Armata sul fianco destro della Terza.

Ad aprile da Erzurum prosegue l’offensiva zarista, una a nord verso il porto di Trebisonda, conquistato il 16 aprile, l’altra in direzione di Mu e Bitlis. Grave per i turchi è la perdita di Trebisonda per i rifornimenti via mare, il mezzo più celere e sicuro vista l’inadeguatezza della rete ferroviaria e stradale in tutta l’Anatolia.

L’offensiva russa verso sud costringe gli ottomani a ripiegare verso l’interno. Sono inviati a rinforzo i reparti veterani della campagna di Gallipoli.
     25 luglio: anche a nord proseguono i successi delle truppe di Judenič, ben appoggiate dai volontari armeni, respingendo nella battaglia di Erzincan, importante centro di comunicazioni, un tentativo ottomano di riconquistare Trebisonda.
     15 agosto: una controffensiva ottomana riconquista Mu e Bitlis.

Questo successo ottomano, costato la perdita di 30 mila effettivi, non è risolutivo perché, oltre a fronteggiare gli zaristi, che stanno rafforzando le loro linee, devono reprimere la ribellione armena, oltre ai notevoli problemi logistici e di rifornimento perché ora la marina russa controlla pienamente il Mar Nero.

Per il resto dell’anno i russi rimangono inattivi dando il tempo alle nuove formazioni ottomane di completare la loro riorganizzazione. L’inverno 1916/17 è molto duro e impedisce ogni combattimento.
 

9. Il fallito sbarco a Gallipoli

Nel campo ottomano la campagna di Gallipoli assorbì gran parte delle scarse risorse: dei 126 mila effettivi sulla carta della Terza Armata del Caucaso solo 50 mila erano realmente disponibili con solo 77 mitragliatrici e 180 cannoni. Inoltre diversi suoi reparti furono riposizionati a contrastare l’attacco britannico sul fronte della Mesopotamia, anche Enver considerando di secondaria importanza il fronte caucasico. Si dava inoltre per scontato che i russi non avrebbero ancora attaccato in quel settore.

La Campagna di Gallipoli, o dei Dardanelli, fu intrapresa principalmente dal Regno Unito con 489 mila uomini e dalla Francia con 79 mila uomini, con il notevole contributo di uomini e mezzi navali dell’Australia e della Nuova Zelanda, per permettere alle loro marinerie di forzare lo stretto, occupare Costantinopoli e costringere così l’Impero Ottomano ad uscire dal conflitto, ristabilendo le comunicazioni marittime sul Mar Nero con l’Impero Russo.

Malamente organizzata, con gravi carenze logistiche, si svolse dal febbraio 1915 fino all’evacuazione dell’ultima testa di ponte nel gennaio 1916, mentre sul fronte europeo la guerra era in una fase di stallo nelle trincee. L’impresa si risolse in uno dei più disastrosi insuccessi della Triplice Intesa che vi perse oltre a 252 mila uomini, circa la metà del contingente, diverse unità navali di grosso tonnellaggio ed alcuni sottomarini. I reparti ottomani forti di 315 mila unità, coadiuvati da consiglieri tedeschi, opposero un’inaspettata resistenza ai ripetuti sbarchi bloccando gli attaccanti in una serie di sanguinose e sterili battaglie a ridosso delle spiagge; anche le loro perdite furono elevate, stimate di poco inferiori alle 250 mila unità, circa l’80% del totale.

Fu la prima grossa operazione anfibia moderna, che sarà oggetto di studio per la preparazione dello sbarco in Normandia e dei successivi nella Seconda Guerra mondiale.
 

10. La campagna di Mesopotamia

Anche la Campagna della Mesopotamia, grosso modo l’attuale Iraq, fu un fronte aperto dai britannici per attaccare l’Impero Ottomano. Era ancora attivo il fronte caucasico: oltre a sostenere l’alleato russo, intendevano proteggere ed eventualmente estendere le loro preziose concessioni petrolifere.

All’inizio della guerra in Europa, Londra inviò un consistente contingente militare, per la maggior parte forze indiane, a proteggere la città di Abadan, nell’attuale Iran, dove era installata una delle prime raffinerie di petrolio al mondo, prevedendo inoltre uno sbarco di truppe nello Shatt al-Arab.

Queste risorse petrolifere erano ambite anche da Costantinopoli. Pur avendo conquistato la regione nei secoli precedenti, gli ottomani non ne avevano il saldo controllo. Non vi si aspettavano azioni militari di rilevanza ed avevano stanziato parte della Quarta Armata principalmente a Mosul e a Baghdad, verso cui furono poi destinati i rinforzi dalle truppe del Caucaso.

Questa campagna si protrasse duramente fino al novembre del 1918 con alterne vicende ma alla fine, nonostante il valore dimostrato dai soldati turchi, la quasi totalità della loro Armata nella regione fu distrutta con perdite di circa 100 mila effettivi. Anche gli inglesi accusarono forti perdite: 92 mila su un totale iniziale di 118 mila.

Alla fine del 1918 l’imperialismo britannico era presente nell’area con 410 mila uomini, di cui solo 100 mila combattenti. Per il rimanente erano funzionari civili indiani qui destinati per la loro consolidata esperienza nell’amministrazione dei possedimenti coloniali inglesi. L’espulsione degli ottomani dalla regione con il massiccio utilizzo di funzionari indiani, modificò gli equilibri regionali perché gli arabi, che avevano combattuto a fianco degli inglesi, speravano in una maggiore loro autonomia e primario coinvolgimento, prospettiva andata subito in fumo con l’istituzione del Mandato britannico dell’Iraq.
 

11. Il Caucaso e la rivoluzione

La situazione di stasi si protrasse nella primavera del 1917. I vecchi piani russi di una nuova offensiva non furono attuati perché la rivoluzione di Febbraio aveva interrotto ogni operazione. In particolar modo le unità nel Caucaso iniziarono a ritirarsi dal fronte non solo per stanchezza ma per la grande agitazione politica e sociale che influenzava i ranghi dell’esercito. Il processo di disintegrazione del potente esercito zarista era tale che alla fine del 1917 non c’era più alcuna forza militare attiva nel Caucaso.

Ma gli ottomani non riuscirono ad approfittare della situazione per il pessimo stato delle sue unità al punto tale che Costantinopoli decise di spostare 5 divisioni da questo settore verso la Palestina e la Mesopotamia per contrastare la pressione britannica.

Il 9 marzo il borghese Governo Provvisorio russo costituì il Comitato Speciale della Transcaucasia cui demandava tutta la precedente amministrazione civile; la presiedeva un membro della Duma di Stato a sostituire il viceré nominato dallo zar. Decise anche di trasferire il generale Judenič in un settore marginale nell’Asia Centrale, il quale poco dopo si dimise dall’esercito (lo ritroveremo fra i bianchi).

Durante quei cambiamenti politici e militari l’Amministrazione per l’Armenia occidentale premeva per l’ampliamento e un migliore inquadramento delle sue milizie, ottenendo per il loro comandante Andranik la nomina a maggior-generale.

Nel novembre 1917, in seguito alla presa del potere dei bolscevichi a Pietroburgo, a Tbilisi fu instaurato il primo governo della Transcaucasia indipendente, presieduto dal menscevico georgiano Nikolaj Semënovič Čcheidze.

Nello stesso periodo ad Erevan i capi dell’Armenia Orientale costituivano il Corpo dell’Esercito Armeno forte di 32 mila effettivi ben organizzati cui si aggiunse una milizia formata da civili in grado di combattere di circa 45 mila unità. A queste unità combattenti si aggiunsero addetti ai depositi, servizi ausiliari, medici e di guarnigione: un vero piccolo esercito ben strutturato e armato tramite l’arsenale russo.
     5 dicembre 1917: ottomani e bolscevichi firmano l’armistizio di Erzincan che segna la fine delle ostilità tra Impero ottomano e Russia. Da quella data solo le truppe armene sono posizionate sulla prima linea del fronte sostituendo i soldati russi che fanno ritorno a casa, lasciando di fatto quei vasti territori senza una consistente protezione militare.
     6 febbraio 1918: approfittando di questa insperata situazione la Terza Armata ottomana dà inizio alla riconquista di tutti i territori precedentemente persi battendo facilmente le truppe armene: in due settimane rioccupa tutte le città
     25 febbraio: gli ottomani riprendono il porto di Trebisonda.
     3 marzo: la delegazione ottomana firma con la nuova Repubblica Sovietica Russa il trattato di Brest-Litovsk con la quale i bolscevichi, per il conseguimento della pace, cedono agli ottomani anche ex territori russi con le importanti città di Batumi, Kars e Ardahan che erano stati annessi ai possedimenti zaristi dopo la guerra russo-turca del 1877-78. Il trattato garantisce l’istituzione della Repubblica Indipendente della Transcaucasia, mentre una clausola accessoria segreta avrebbe contemplato l’obbligo per i russi di smobilitare le forze armene.
     4 marzo 1918: comincia la Conferenza per la pace di Trebisonda cui partecipano anche delegati delle nuove entità statali; ma la pace è ancora molto lontana per le opposte ed inconciliabili posizioni e per le ulteriori richieste territoriali ottomane. Le successive conferenze di pace, con la mediazione tedesca e i temporeggiamenti di georgiani e armeni, si interrompono quando l’Armata ottomana riprende le operazioni militari.
     21-29 maggio: sono combattute tre battaglie con alterni risultati, al temine delle quali le forze armene sono disperse.
     26 maggio: la Georgia abbandona la Federazione della Transcaucasia e proclama la Repubblica Democratica di Georgia (diretta dai menscevichi), seguita nei giorni seguenti dalla Repubblica Democratica dell’Azerbajdžan e dalla Repubblica Democratica di Armenia.

La popolazione armena di Van riuscita a fuggire dall’Impero Ottomano verso l’Armenia Orientale ripara tra le montagne del Nagorno-Karabakh dove, dopo aspri combattimenti, riesce a fondare la Repubblica dell’Armenia Montanara.

3 giugno: arriva un contingente tedesco in Georgia con obbiettivo principale la corsa ai pozzi petroliferi di Baku. Il distaccamento tedesco-georgiano si scontra con le forze ottomane avanzanti con lo stesso obiettivo. Queste riescono a far prigionieri molti soldati tedeschi creando così un contenzioso diplomatico tra i due alleati. Il governo ottomano cede alle minacce tedesche di ritirare il suo sostegno e sospende l’avanzata in Georgia, spostando l’offensiva verso l’ Azerbajdžan e l’Iran.

Le successive mediazioni diplomatiche da firmarsi a Berlino sono vanificate dalla disfatta militare tedesca del novembre 1918.
     30 ottobre 1918: firma dell’armistizio di Mudros tra ottomani e armeni che pone ufficialmente fine alla Campagna del Caucaso.

L’Impero Ottomano alla fine della Prima Guerra mondiale è stato sconfitto in Persia, nel Sinai, in Palestina e in Mesopotamia; nel Caucaso ha invece riconquistato dalla Russia ora sovietica tutti i territori perduti nell’Anatolia Orientale. Quei confini saranno stabiliti solo dal trattato di Sèvres del 1920 tra Alleati, Potenze Associate ed Impero Ottomano. Gli armistizi non erano stati sufficienti a garantire la pace perché già nel 1918 era scoppiata la guerra fra Georgia ed Armenia e successivamente tra Armenia ed Azerbajdžan. Sull’altro fronte era in corso la guerra d’indipendenza turca. Nemmeno oggi, con la nuova Armenia sorta dopo la dissoluzione dell’URSS, c’è una stabile pace nel Caucaso per i forti contrasti, sovente con scontri armati, tra Armenia, Turchia e Azerbajdžan.
 

12. La campagna del Sinai e della Palestina

La campagna del Sinai e della Palestina si inserisce nel quadro di quella più estesa del fronte mediorientale e caucasico e si svolse dal 28 gennaio 1915 al 30 ottobre 1918 quando l’Impero Ottomano firmò l’armistizio.

I tedeschi avevano spinto gli ottomani ad attaccare in Egitto le forze inglesi ed egiziane per due scopi: occupare il canale di Suez e chiuderlo al traffico ritenuto ostile, specialmente verso le colonie inglesi; impegnare le forze inglesi su più fronti lontani per ridurre il loro potenziale in Europa.

Su questo fronte le statistiche riportano per l’esercito ottomano, diretto dai consiglieri militari tedeschi, truppe per 650.000 uomini, disposte ad affrontare uno schieramento misto di truppe inglesi, dell’Australian and New Zealand Army Corps, dell’India britannica, francesi ed italiane per un totale di 550.000 effettivi.

All’epoca il Sinai era una enorme distesa desertica, priva di strade e di fonti d’acqua, una situazione che rendeva estremamente difficile l’operato di un moderno esercito.

Il 2 febbraio 1915 un’offensiva ottomana portò un primo attacco al canale, ma si esaurì in soli due giorni di combattimenti perché gli inglesi erano a conoscenza dei piani d’attacco avversari, ai quali sono attribuite perdite di 2.000 uomini. Riconosciuto il pericolo gli inglesi rinforzarono i loro effettivi prelevando uomini dal fronte di Gallipoli e richiesero un maggiore impegno agli egiziani, le cui truppe erano mal armate e mal addestrate.

Dopo questa offensiva il fronte si fermò per oltre un anno perché a Gallipoli, in Mesopotamia e nel Caucaso lo scontro si infiammava e assorbiva le maggiori energie.

Nel luglio 1916 ripartì un’offensiva ottomana che fu decisamente respinta dagli inglesi presso la città di Romani ai primi di agosto. In seguito a queste offensive gli inglesi decisero di spostare la linea del fronte più avanti, nella fascia costiera del Sinai che li portò a conquistare El Arish.

Dopo questo risultato il piano di avanzata inglese nel Sinai proseguì con la costruzione di collegamenti ferroviari e acquedotti, dopo di che il 23 dicembre 1916 occupavano la posizione fortificata di Magdhaba. L’8 gennaio 1917 le truppe dell’Anzac conquistarono la città fortificata di Rafah sul confine ottomano: l’obbiettivo di proteggere il canale occupando una buona porzione di territorio nemico era raggiunto con successo e senza un particolare sforzo.

Nel frattempo a Londra l’ala più attiva ed interventista dell’imperialismo britannico trovò nel ministro alle munizioni, Lloyd George, il suo paladino. L’energico ministro spinse per lo sviluppo della guerra esercitando un controllo sui capi militari molto maggiore rispetto ai governi precedenti. Per assicurarsi l’appoggio delle “opposizioni” laburiste concesse loro ben otto ministeri.

L’armata britannica in Egitto, senza ottenere i necessari rinforzi richiesti, ricevette quindi l’ordine di proseguire l’offensiva in Palestina, nominalmente per dare sostegno alla rivolta araba anti ottomana in corso nella regione, in realtà per ottenere in quel settore un qualche successo militare dopo le infruttuose offensive sul fronte occidentale.

Le forze ottomane erano ben attestate su una linea fortificata che dalla fortezza di Gaza, sulla costa, si sviluppava fino alla località di Beersheba, capolinea della linea ferroviaria per Damasco.

L’attacco aggirante inglese del 26 marzo 1917 si risolse in un clamoroso fallimento per lo scoordinamento fra le varie unità dovuto a inefficienti ed errate interpretazioni delle comunicazioni e la fortezza di Gaza non fu conquistata.

Nonostante i rapporti riguardanti la relativa debolezza delle forze britanniche fossero ben chiari a Londra, il governo britannico ordinò al comandante inglese Murray di procedere alla conquista di Gerusalemme, nonostante il fatto che le linee ottomane si stavano rafforzando.

Un secondo attacco fu portato dagli inglesi il mese successivo, sostenuto ora da bombardamenti navali, da un piccolo numero di carri armati e da gas asfissianti: un semplice attacco frontale contro postazioni nemiche ben fortificate, si risolse anche questo in un insuccesso costato la perdita di 6.000 soldati inglesi più un numero non ben precisato di alleati. Rimossi i precedenti comandanti inglesi, al nuovo, il generale Allenby, fu ordinato di conquistare Gerusalemme entro Natale. Ricevette i rinforzi richiesti di fanteria addestrata, artiglieria e alcuni nuovi aerei da bombardamento ora utilizzabili.

Allenby disponeva di 88.000 soldati ben equipaggiati mentre le forze ottomane del settore, già impegnate in Mesopotamia e in Arabia, erano di appena 35.000 effettivi dislocati nelle tre postazioni principali di Gaza, Tel el-Sheria e Beersheba.

Ai primi riposizionamenti inglesi in avanti seguì un infruttuoso contrattacco ottomano nella battaglia di El Buqqar Ridge. Lo scopo inglese era di far credere ai comandanti ottomani e tedeschi, anche con spie e infiltrati, che un poderoso attacco su Gaza era imminente, mentre invece gli Alleati il 31 ottobre 1917 lanciarono un’offensiva a sorpresa su Beersheba. Questa volta il piano fu ben studiato sì che poterono spostare all’insaputa degli ottomani ben 40.000 uomini a cavallo attraverso il deserto. La fase centrale di questa battaglia, che portò alla conquista della città, vide due reggimenti australiani che attuarono una delle ultime cariche di cavalleria in una guerra moderna.

Il 7 novembre gli Alleati lanciarono il terzo attacco alla fortezza di Gaza e i difensori ottomani, ritiratisi per non restare tagliati fuori dalle loro retrovie, approntarono una nuova linea di difesa sulla direttrice Betlemme-Gerusalemme-Jaffa, che resistette bene ad alcuni attacchi inglesi. Ma questi, ricevuti altri rinforzi, il 9 dicembre 1917 sfondavano le linee ottomane e conquistavano Gerusalemme.

Fu un grande successo politico per il governo di Lloyd George e uno dei pochi successi militari inglesi dopo tre anni di una furiosa guerra. Sull’altro fronte furono rimossi e sostituiti tutti i vertici del comando ottomano e tedesco.

Il governo britannico sperava che l’Impero ottomano, dopo le sconfitte in Palestina e in Mesopotamia, uscisse dal conflitto già nel corso del 1917, tanto che con i francesi stava preparando una vasta operazione in Siria come colpo definitivo. Questa però fu rinviata per ben 9 mesi perché sul fronte occidentale, in Francia, era in corso una potente offensiva tedesca. Per contrastarla, la parte più efficiente dell’armata di Allenby fu trasferita in territorio francese e le sue divisioni furono rimpiazzate da recenti unità reclutate in India, che trascorsero gran parte dell’estate del 1918 ad addestrarsi e riorganizzarsi. In quel settore non vi furono particolari attività belliche mentre i nuovi aerei da caccia inglesi avevano il completo controllo dell’aria.

Anche le più efficienti unità ottomane in quel settore furono trasferite in Mesopotamia per formare l’Armata ottomana dell’Islam, lasciando sul posto, sotto un nuovo comando tedesco, truppe scarsamente addestrate e demotivate che dovevano fronteggiare ad est le incursioni dei rivoltosi arabi guidati dall’emiro Faysal. I presidi ottomani più importanti erano nelle fortezze in Palestina, Siria e Giordania.

Il 19 settembre 1918 partì un’improvvisa offensiva britannica di Allenby che obbligò gli ottomani, dopo la battaglia di Megiddo, ad una ritirata generale. Le colonne ottomane in ritirata furono pesantemente colpite dai nuovi aerei inglesi da bombardamento, al punto che dopo una sola settimana la Settima Armata ottomana cessava di esistere come unità combattente.

Si apriva la strada per la presa di Damasco, che fu raggiunta da due colonne: la prima, composta da cavalleria indiana e australiana, attraverso la Galilea, la seconda, usando la ferrovia dell’Hegiaz (Hijaz), da cavalleria indiana e irregolari arabi guidati da T. Lawrence. L’avvicinamento non incontrò resistenze e il 1° ottobre la guarnigione ottomana di 12.000 uomini si arrese senza combattere.

Si concludeva così la campagna di Palestina. Ma in Siria durò ancora un mese perché il governo ottomano, mal disposto a cedere le province non turche, intendeva ancora resistere. La capitolazione della Bulgaria venne a mettere l’Impero ottomano in grave pericolo di invasione per cui il 30 ottobre fu firmato l’armistizio di Mudros che concluse non solo la guerra nel Vicino e Medio Oriente, ma anche 600 anni di dominio ottomano nella regione.

In questa campagna durata 4 anni i britannici dichiararono la perdita di 55.000 soldati, dei quali il 90% per malattia e altre cause non belliche. Le perdite ottomane, non dichiarate, furono molto elevate perché l’intera armata nella zona fu distrutta.

Dopo la guerra la regione passò sotto il condominio diretto dell’imperialismo inglese e francese sotto la forma dei “Mandati” senza tenere in alcun le popolazioni arabe, che pure con la loro rivolta avevano dato un importante contributo militare alla vittoria contro gli ottomani.

L’Impero Ottomano arrivava alla fine della Prima Guerra mondiale dopo aver perso la campagna di Persia, la campagna del Sinai-Palestina e la campagna di Mesopotamia. Tuttavia nel Caucaso aveva ottenuto un grande successo, riconquistando dalla Russia tutti i territori che aveva perso nell’Anatolia Orientale.

Quei confini saranno stabiliti solo dal trattato di Sèvres del 1920 tra Alleati, Potenze Associate ed Impero Ottomano. E tutti gli armistizi non saranno sufficienti a portare ad una vera e stabile pace perché già nel 1918 scoppiò la guerra georgiano-armena e successivamente quella tra Armenia e Azerbaigian, mentre era in corso la guerra d’indipendenza turca. Nemmeno oggi, con la nuova Armenia, sorta dopo la dissoluzione dell’URSS, c’è una stabile pace nel Caucaso per i forti contrasti, sovente con scontri armati, tra Armenia, Turchia e Azerbaigian.

Nel prossimo capitolo riferiremo della situazione militare nella Russia dei Soviet.

(continua al prossimo numero)

 

 

 

 

 

 


La successione dei modi di produzione nella teoria marxista

3. La forma di produzione secondaria - variante germanica

(continua dal numero scorso)

Capitolo esposto alla riunione generale di Firenze nel gennaio 2018

La transizione dalla variante antico classica alla germanica

Lo studio della successione dei modi di produzione si era arrestato all’analisi dei motivi del declinare della variante antico-classica.

In Roma si mostrò come si trattasse oramai di un grande impero in piena decadenza. La descrizione che ne fa Engels ci offre un suggestivo parallelo con il moderno imperialismo capitalista e la sua politica di vorace rapina dei territori:

«Lo Stato romano era divenuto solo una macchina gigantesca e complicata per lo sfruttamento dei sudditi. Imposte, tributi, prestazioni di ogni genere spingevano la massa della popolazione in una povertà sempre maggiore. Al di là del tollerabile si spingevano le opprimenti estorsioni dei governatori, degli esattori d’imposte, dei soldati. A questo aveva portato il dominio dello Stato romano esteso su tutto il mondo: esso fondava il suo diritto all’esistenza all’interno sulla conservazione dell’ordine, all’esterno sulla difesa contro i barbari. Ma il suo ordine era peggiore del peggiore disordine e i barbari, da cui lo Stato romano pretendeva di proteggere i cittadini, erano considerati da costoro come salvatori. La situazione sociale non era meno disperata. Già fin dagli ultimi tempi della repubblica il dominio romano aveva mirato allo sfruttamento senza scrupoli delle province conquistate; l’impero non aveva abolito questo sfruttamento, al contrario lo aveva regolato. Quanto più l’impero declinava, tanto più aumentavano i tributi e le prestazioni, tanto più sfrontatamente i funzionari predavano ed estorcevano» (“L’Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato”).

Il processo di ruralizzazione portava alla disgregazione dell’unità centrale ospitata in città divenute centri del potere politico ma prive di un significativo ruolo produttivo. La delocalizzazione della riscossione dell’imposta in natura, decisa dagli imperatori romani, non fa altro che accentuare la crisi. Scrivemmo nel 1962, riunione di Genova:

«L’economia che va sempre più ruralizzandosi sposta la popolazione verso la campagna. Ciò si stava già verificando sotto il Basso Impero: allora, per lo spostamento del commercio verso l’oriente e la rarefazione della moneta, la finanza statale di Roma si andava basando sull’imposta fondiaria in natura che, per la difficoltà della riscossione e della utilizzazione, provocava il decentramento del potere politico perché induceva ad affidare ai grandi proprietari il mantenimento della burocrazia e delle guarnigioni militari»

L’ideologia borghese ricerca le cause di questo declino in anodini afflati ideali, quali lo spirito egualitario del Cristianesimo e la sua critica iniziale contro la schiavitù, ma, se pure non è possibile nascondere l’importanza del fattore “spirituale”, ciò non di meno il marxismo rintraccia il motore delle transizioni fra modi di produzione nel contrasto tra le forze e i rapporti di produzione. «La schiavitù non rendeva più, ecco perché scomparve. Ma la schiavitù morente lasciò il suo pungiglione avvelenato nel dispregio in cui era tenuto il lavoro produttivo dei liberi. Questo era il vicolo cieco nel quale andò a cacciarsi il mondo romano: la schiavitù era economicamente impossibile, il lavoro degli uomini liberi era moralmente al bando. L’una non poteva più essere, l’altro non poteva ancora essere la forma fondamentale della produzione sociale. Solo una completa rivoluzione poteva portare un rimedio a questo stato di cose» (Engels).

Il sistema schiavista si era dialetticamente mutato in un ostacolo all’ulteriore sviluppo della produttività del lavoro e andava sostituito. Leggiamo in “I fattori di razza e nazione nella teoria marxista”, del 1953:

«Se il sistema di diritto romano circa la vendibilità della terra e il mercantilismo delle scorte mobili rappresentava la sovrastruttura “di forza” di una nuova economia produttiva di rendimento più alto che il primitivo comunismo di tribù, e tale fatto economico ne spiega l’avvento, sono altri fatti economici che spiegheranno gli eventi politici e storici della sua fine. Coll’aumentare della ricchezza tratta dai commerci in uno spazio immenso e dal cumulo di lavoro schiavista, si va determinando lo scavarsi di un solco di classe profondissimo nel “fronte nazionale”, una volta tanto solido.

«I piccoli coltivatori, che avevano combattuto per la patria e faticosamente colonizzate le terre di conquista, si vedono sempre più espropriati e depauperati, e gli schiavi acquistati coi tesori dei ricchi terrieri (nonché allo stesso titolo gli armenti e le greggi) li sostituiscono sui loro fertili campi, che vanno in rovina. Il rapporto tra liberi e schiavi poteva reggere con una densità di popolazione medio-bassa, assicurando ai secondi la materiale vita e riproduzione, ai primi la ricca gamma di soddisfazioni delle età fiorenti; ma diminuendo la terra da occupare oltre frontiera, ed anzi agitandosi, oltre quelle, nuove popolazioni emigrate e demograficamente dilaganti, e crescendo gli aspiranti, si verifica la crisi ineluttabile e la degenerazione dei metodi di coltura. Questa decade al punto di non potere mantenere né l’animale né lo schiavo, e col proseguire della disorganizzazione lo stesso padrone libera gli schiavi, che vanno ad aumentare la massa dei poveri liberi e privi di lavoro e di terra».
 

Caratteri strutturali fondamentali della variante  germanica

Cesare descrive con queste parole le popolazioni germaniche incontrate nelle campagne militari:

«Gli Svevi sono il popolo di gran lunga più numeroso e bellicoso dei Germani. Si dice che sia composto da cento tribù, ciascuna delle quali fornisce ogni anno mille uomini, che vengono condotti a combattere fuori dai confini. Coloro che rimangono in patria provvedono al loro e al proprio sostentamento. L’anno successivo sono questi a prendere le armi, e quelli rimangono in patria. In questo modo i lavori agricoli, come l’arte e la pratica delle armi, non subiscono interruzioni. D’altra parte non esiste presso di loro la proprietà privata e a nessuno è permesso di coltivare per più di un anno lo stesso appezzamento di terra. Il frumento non è il loro alimento principale, si nutrono prevalentemente di latte e carne ovina, e praticano molto la caccia (“De bello gallico”, IV).

La struttura della comunità presso i Germani rispetto alla variante antico-classica ha come centro la campagna; la comunità non fa un tutt’uno con i propri membri ma si manifesta soltanto in qualità di assemblea; non appare come un ente che tutto ingloba ma è un’associazione di soggetti, piccoli proprietari fondiari, autonomi; non si afferma come Stato e perché abbia un’esistenza reale i coltivatori devono fisicamente riunirsi, mentre nella variante antico classica esiste anche al di fuori delle riunioni periodiche.

Presso la variante antico classica l’agro pubblico è l’esistenza economica dello Stato, che convive accanto ai contadini parcellari; questi sono proprietari parcellari in quanto romani; anche nella variante germanica è presente l’agro pubblico ma questo si riduce a completamento della proprietà privata individuale; la comunità ha sì un’esistenza economica propria nei terreni comuni, ma ogni lavoratore individuale li usa a titolo di proprietario individuale e non in quanto membro dello Stato: è proprietà comune dei proprietari individuali, non proprietà della società di questi.

Non è la proprietà del singolo che è mediata dalla comunità, ma l’esistenza della proprietà comune è mediata dalle relazioni tra i lavoratori autonomi. Ogni abitazione costituisce un centro autonomo di produzione, come nella variante antico-classica la città – con la sua marca rurale – rappresenta la totalità economica.

Nella variante germanica, pertanto, si ha un’inversione per cui il primato passa alla entità economica privata, la famiglia allargata, autosufficiente, e la terra comune è funzionale all’esistenza della prima.

Si legge nei Grundrisse di Marx:

«La comunità germanica non si concentra nella città; mentre è attraverso questa semplice concentrazione – nella città in quanto centro della vita rurale, domicilio del lavoratore agricolo, e al tempo stesso centro delle operazioni militari – che la comunità come tale possiede un’esistenza esterna, distinta da quella dei singoli. La storia dell’antichità classica è storia di città, ma di città basate sulla proprietà fondiaria e sull’agricoltura; la storia asiatica è una specie di unità indifferenziata di città e campagna; (le vere grandi città vanno considerate qui solo come accampamenti principeschi, come superfetazioni sulla struttura economica vera e propria); punto di partenza della storia del Medioevo (periodo germanico) è la campagna; il suo ulteriore sviluppo procede poi nel contrasto tra città e campagna; la [storia] moderna è urbanizzazione della campagna, e non, come presso gli antichi, ruralizzazione della città.

«Con l’unificazione nella città, la comunità in quanto tale possiede un’esistenza economica; la stessa esistenza della città come tale è diversa dalla semplice molteplicità delle abitazioni indipendenti. Qui il tutto non è la somma delle sue parti. È una specie di organismo autonomo. Presso i Germani, dove i singoli capi famiglia si stabiliscono nei boschi, divisi da larghe estensioni di territorio, la comunità, considerata anche solo esternamente, esiste unicamente attraverso la riunione periodica dei suoi membri, sebbene la sua unità a se stante sia posta nella discendenza, nella lingua, nel passato e nella storia comuni, ecc. La comunità si presenta dunque come riunione; non come unione, come unificazione i cui soggetti autonomi sono i proprietari fondiari, non come unità. La comunità esiste pertanto in fact, non come Stato, non come entità statale, come presso gli antichi, poiché essa non esiste come città. Perché la comunità acquisti un’esistenza reale, i liberi proprietari fondiari devono tenere un’assemblea, mentre ad esempio a Roma la comunità esiste al di fuori di queste assemblee, nella realtà concreta della città stessa e dei funzionari che sono ad essa preposti, ecc.

«È vero che anche presso i Germani troviamo l’ager publicus, la terra comune o terra pubblica, distinta dalla proprietà del singolo. È terreno di caccia, di pascolo, di legnatico, ecc., ossia la parte del paese che non può essere divisa in quanto deve servire, in questa forma determinata, quale mezzo di produzione. Ma questo ager publicus non si presenta, come accade ad esempio presso i romani, come l’esistenza economica particolare dello Stato accanto ai proprietari privati, sì che questi propriamente sono proprietari privati come tali, in quanto erano esclusi, erano privati, come i plebei, [del] godimento dell’ager publicus. Al contrario l’ager publicus si presenta, presso i germani, solo come integrazione della proprietà individuale, e figura come proprietà solo in quanto viene difeso contro tribù nemiche, come possesso comune di una delle tribù.

«Non è la proprietà del singolo che si presenta mediata dalla comunità, ma è l’esistenza della comunità e della proprietà comune che si presenta come mediata, cioè come relazione reciproca dei soggetti autonomi. La totalità economica è au fond contenuta in ogni casa, che costituisce di per sé un centro autonomo della produzione (manifattura puramente come lavoro domestico accessorio delle donne, ecc.). Nel mondo antico la totalità economica è data dalla città con la sua marca rurale; nel mondo germanico è data dalla singola dimora, che a sua volta è solamente un punto nella campagna che ad essa appartiene, non è una concentrazione di molti proprietari, ma una famiglia come unità autonoma.

«Nella forma asiatica (almeno in quella prevalente) non esiste proprietà, ma solo possesso del singolo, la comunità è il vero e proprio proprietario effettivo – quindi la proprietà è solamente proprietà collettiva della terra. Presso gli antichi (i romani ne sono l’esempio più classico, il fenomeno compare nella forma più pura e più marcata) esiste una forma antitetica di proprietà fondiaria pubblica e proprietà fondiaria privata, tale che la seconda è mediata dalla prima oppure la prima stessa esiste in questa duplice forma. Il proprietario fondiario privato è per ciò al tempo stesso cittadino urbano. Dal punto di vista economico la cittadinanza statale si risolve nella semplice forma per cui il contadino è abitante di una città. Nella forma germanica il contadino non è cittadino dello Stato, cioè non è abitante della città, ma alla base c’è l’abitazione familiare isolata, autonoma, garantita dall’unione con altre simili abitazioni di famiglie della stessa tribù e dal loro radunarsi occasionale per motivi bellici, religiosi, per decidere in materia di giustizia ecc., al fine di attuare tale garanzia reciproca. La proprietà fondiaria individuale non si presenta qui come forma antitetica della proprietà fondiaria della comunità né come mediata da essa, ma viceversa».

È difficile stabilire l’evoluzione delle tribù germaniche dal comunismo primitivo al dualismo di proprietà privata familiare e collettiva. Si può affermare con certezza che fino ai tempi di Cesare i Germani vivessero organizzati in gentes, comunità essenzialmente unite da un vincolo di consanguineità le quali possedevano in comune tutti i mezzi di produzione. Più villaggi imparentati formavano una centena, più centene un paese, l’insieme dei paesi era il popolo. Il suolo non direttamente in possesso delle famiglie rimaneva a disposizione parte della centena, parte del paese, parte del popolo come proprietà collettiva indivisa.

Leggiamo sempre da Riunione di Genova, 1962:

«Con il progredire della «divisione naturale del lavoro (secondo il sesso e l’età: la caccia affidata agli uomini e la raccolta di frutti e radici alle donne) e poi quella sociale (comunità intere o membri di essa dediti solo all’allevamento o all’agricoltura o ai mestieri) si rese sempre più necessario lo scambio dei prodotti fino allora creati e consumati nell’interno della stessa comunità. E quando la produttività è tale che una famiglia può produrre da sola più di quello che prima non era in grado di fare, il lavoro e la produzione finiscono di essere una necessità assoluta. A questa evoluzione non potevano più adattarsi nemmeno la proprietà comunitaria di tutte le condizioni di esistenza e la ripartizione egualitaria. Nasce così la proprietà privata come necessità economica e l’interesse familiare o individuale si viene a sovrapporre a quello della gens che è destinata a disgregarsi. Al regime gentilizio e di comunismo primitivo succede quello basato sulla comunità rurale o «marca» (in Russia «mir») in cui gli strumenti di produzione diventano proprietà privata e, fra essi, la terra arabile viene divisa fra famiglie mentre la terra destinata al pascolo e al bosco rimane ancora proprietà comune».

Da quanto precede è possibile affermare che la distinzione fondamentale tra le varianti antico classica e asiatica e quella germanica è che nelle prime i rapporti della proprietà fondiaria comportano forme collettive che assicurano la predominanza allo Stato; nella germanica invece la proprietà privata prevale sulla proprietà fondiaria collettiva, che è al servizio della prima. Paradossalmente la proprietà privata fa leva sulla proprietà collettiva per svilupparsi, in quanto la comunità esiste solo come relazione reciproca tra i proprietari fondiari individuali ed è – se vogliamo – il completamento collettivo delle abitazioni individuali. «La comunità ha un’esistenza economica a sé nei terreni di caccia, di pascolo, ecc. utilizzati in comune, ed ogni proprietario individuale li sfrutta come proprietario individuale, e non, come a Roma, in qualità di rappresentante dello Stato: è una proprietà comune di proprietari individuali, che deve la sua esistenza specifica al fatto di essere difesa contro le comuni nemiche come bene collettivo. Il rapporto individuo-comunità è, rispetto alle forme precedenti, capovolto: non la proprietà dell’individuo è mediata dalla comunità, ma la sua esistenza è mediata dal rapporto reciproco dei suoi membri autonomi, ognuno dei quali è al centro di un’unità parimenti autonoma di produzione».
 

I barbari a contatto con il mondo romano

L’insediamento delle genti germaniche nei territori del morente impero romano venne a coincidere con il processo di dissoluzione della variante germanica. La parcella divenne proprietà esclusiva del contadino-lavoratore, che perse però le garanzie date dalla marca. Questo processo favorì l’accaparramento della terra comunitaria da parte della gerarchia (in special modo militare) al comando delle tribù. L’insediamento nei nuovi territori delle tribù migranti era reso impossibile dal processo migratorio stesso, durante il quale si mescolavano non solo tribù e stirpi, ma addirittura interi popoli.

«Come compenso per aver liberato i romani dal loro proprio Stato, i barbari tedeschi si presero due terzi dell’intero territorio e se lo divisero tra loro. La divisione avvenne secondo la costituzione gentilizia; dato il numero proporzionalmente piccolo dei conquistatori, grandissime estensioni di terreno rimasero indivise, in parte in possesso di tutto il popolo, in parte delle singole tribù e gentes. In ciascuna gens le terre arative e prative vennero sorteggiate tra le singole comunità domestiche in parti uguali; non sappiamo se si effettuassero spartizioni periodicamente ripetute; in ogni modo, queste spartizioni cessarono presto nelle province romane e le parti individuali divennero proprietà privata alienabile, allodio. Boschi e pascoli rimasero indivisi per uso pubblico; quest’uso, come il modo di coltivare la terra spartita, fu regolato secondo l’antico costume e secondo le decisioni della collettività» (Engels).

I conquistatori militari sono spesso costretti dai potenti fattori che muovono la storia delle forme di produzione ad acquisire i progressi sociali dei conquistati. «Se il vincolo di sangue nella gens andò presto perduto, ciò fu la conseguenza del fatto che, anche nella tribù e nell’insieme del popolo, i suoi organi degenerarono in seguito alla conquista. Sappiamo che l’assoggettamento di individui è incompatibile con la costituzione gentilizia. Lo vediamo qui su vasta scala. I popoli tedeschi, ora signori delle province romane, dovevano organizzare quel che avevano conquistato. Non potevano però né accogliere la massa dei romani nelle gentes né dominarli per mezzo di esse. Alla testa degli enti amministrativi locali romani, che frattanto in gran parte continuavano ad esistere, si doveva mettere un sostituto dello Stato romano, e questo poteva essere soltanto un altro Stato. Gli organi della costituzione gentilizia dovevano in tal modo trasformarsi in organi statali e, sotto la spinta delle circostanze, molto rapidamente. Il più diretto rappresentante del popolo conquistatore era però il capo militare. La sicurezza del territorio conquistato all’interno e all’esterno richiedeva un rafforzamento della sua potenza. Era venuto il momento di trasformare il capo militare in monarca e questa trasformazione fu effettuata».

Le strutture sociali più avanzate dei vinti agiscono su quelle dei vincitori. Lo spezzettamento fondiario operato dai romani ha termine e si verifica l’opposto processo di concentrazione della terra nelle mani dei signori, da cui si svilupperà il rapporto di servaggio.

«La dispersione su una vasta area geografica del numero relativamente limitato dei germani portò all’allentamento dei legami di parentela dei clan e la classe dei liberi e la loro assemblea popolare scomparvero mentre l’aristocrazia militare, divenendo ancor più un’aristocrazia terriera, s’innalzava sempre più. I capi militari, appoggiandosi al loro seguito di guerrieri, si andarono trasformando in re con estesi poteri. Ma gli organi militari non potevano da soli sostituire completamente i vecchi poteri. La nuova monarchia barbara dovette appoggiarsi anche ad elementi della aristocrazia romana delle cui conoscenze tecnico-economiche e di governo, senz’altro più progredite, essa non poteva fare a meno. Così si formarono i primi Stati feudali, detti romano-germanici.

«Sotto questi regni, e specie sotto la dinastia merovingia dei Franchi, in mezzo a lotte continue un duplice processo di concentrazione della proprietà terriera si andava sviluppando tra il V e l’VIII secolo. Un processo dall’alto: i re erano costretti a fare sempre nuove concessioni di terra (feudi) ad elementi del loro seguito (vassalli). Un processo dal basso: i piccoli contadini rovinati dalle continue lotte, preferivano cedere i loro fondi a grandi signori, a Chiese, a conventi, per riceverli in concessione (beneficium) con l’obbligo di prestazioni personali» (Riunione di Genova).

Dissoluzione della forma di produzione secondaria

Seguiamo ancora la fondamentale opera di Engels per descrivere il periodo che dalla dissoluzione della forma secondaria porterà al modo di produzione feudale.

Le varianti della forma secondaria sono caratterizzate dal predominio dell’agricoltura-campagna. Questa è caratterizzata dalla produzione di valori d’uso, non di valori di scambio. Nella produzione di valori d’uso è la riproduzione della comunità quale è. L’elemento disgregante è invece il valore di scambio.

Nei secoli di declino dell’impero romano, la città, residenza dei grandi proprietari fondiari, aveva perduto il predominio sulla campagna e non riuscì più a riconquistarlo, il che corrispondeva alla dissoluzione dello Stato quale autorità centrale.

Economicamente questa decadenza ebbe la conseguenza di un abbassamento della produttività del lavoro, soprattutto agricolo, nei grandi latifondi a coltura estensiva. La soluzione poteva essere solo il loro smembramento in parcelle da affidare a contadini-lavoratori a titolo di proprietà privata per sviluppare l’agricoltura in maniera intensiva. Le grandi ville romane – a causa del costo eccessivo della manodopera schiavista e del degrado del loro rendimento produttivo – vengono smembrate, il che significa la fine delle colture a carattere estensivo; il rapporto del produttore immediato rispetto agli strumenti di produzione muta progressivamente, passando per lo stadio del colono, per addivenire alla servitù della gleba.

«L’agricoltura, il ramo di produzione decisivo in tutto il mondo antico, ritornava ad esserlo più che mai. In Italia gli enormi complessi fondiari (latifondi), che a datare dalla fine della repubblica comprendevano quasi tutto il territorio, erano stati sfruttati in due modi: o come pascoli, dove la popolazione fu sostituita da pecore e buoi, alla cui sorveglianza bastavano pochi schiavi; o come ville, in cui con masse di schiavi si praticava l’orticoltura in grande stile, in parte per il lusso del proprietario, in parte a scopo di vendita sui mercati cittadini.

«I grandi pascoli erano stati conservati e forse anche allargati; le ville e la loro orticoltura erano andate in rovina per l’impoverimento dei loro proprietari e la decadenza delle città. L’economia dei latifondi, fondata sul lavoro degli schiavi, non fruttava più; ma era, allora, l’unica forma possibile della grande agricoltura. La piccola coltivazione era ridiventata la sola forma redditizia. Tutte le ville, una dopo l’altra, vennero spezzettate in piccoli appezzamenti e assegnate a fittavoli ereditari che pagavano una determinata somma o a partiarii, più amministratori che fittavoli, i quali, in cambio del loro lavoro, ricevevano la sesta o la nona parte del raccolto annuale. Prevalentemente, però, questi piccoli appezzamenti venivano concessi a coloni che pagavano un certo canone annuo, che erano incatenati alla gleba e potevano essere venduti insieme al loro appezzamento; essi non erano certo schiavi, ma neppure liberi, non potevano sposarsi con donne libere, e i matrimoni tra loro erano considerati non pienamente validi ma, come quelli degli schiavi, semplici concubinati (contubernium). Essi erano i precursori dei servi della gleba medievali» (Engels).

Il collasso della potente autorità centrale, se da una parte liberava i produttori da un’imposizione fiscale arrivata a livelli oramai insostenibili, dall’altra parte equivaleva ad esporre i produttori stessi all’insicurezza dovuta alle devastazioni, ai saccheggi delle popolazioni barbariche, che potevano scorrazzare in lungo ed in largo per i resti dell’impero romano. I produttori impoveriti da secoli di guerre e carestie non ebbero altra possibilità che alienare la loro “libertà” ai conquistatori, i quali videro così trasformarsi i loro antichi rapporti di produzione. Lentamente l’agro pubblico venne usurpato dalla gerarchia militare dei conquistatori.

A questo punto i contadini per accedere alla terra (sia ai piccoli appezzamenti da coltivare direttamente sia a quella comunitaria) furono obbligatori ad effettuare corvèes (fornendo così sopralavoro) per le classi dominanti, ma la protezione della nuova nobiltà a carattere locale ha un prezzo: la gleba.

«I liberi contadini franchi si trovavano in una situazione analoga a quella dei loro predecessori: i coloni romani. Rovinati dalle guerre e dai saccheggi, poiché il potere regio era troppo debole per proteggerli, avevano dovuto mettersi sotto la protezione dei nobili di recente data o della Chiesa. Ma questa protezione doveva costar loro cara. Come già i contadini della Gallia, così essi dovettero trasferire nelle mani del signore la proprietà del loro pezzo di terra, e riceverla da costui come fondo a canone in forme diverse e mutevoli, ma sempre solo in cambio di prestazione di servigi e di tributi; una volta posti in questa posizione di dipendenza, essi finirono col perdere anche la libertà personale e dopo poche generazioni erano per lo più già servi della gleba» (Engels).

Sintetizzando il percorso storico che ci ha condotti dal comunismo primitivo alle soglie del Medioevo possiamo affermare: la fine della comunità naturale ha coinciso con l’inizio della proprietà privata della terra che darà luogo alle varianti asiatica (la proprietà collettiva viene data esclusivamente in possesso), a quella antico-classica (la proprietà collettiva si trova accanto a quella privata con la prima che inizialmente domina la seconda), a quella germanica (la proprietà privata domina quella collettiva che è semplice sommatoria della prima).

In questa fase del processo di separazione delle condizioni della produzione dal produttore, nella proprietà della terra è inclusa anche la proprietà degli strumenti e dei prodotti del lavoro. Marx identifica questa transizione come la prima forma di dissoluzione «del rapporto [del produttore] con la terra – col suolo – quale condizione naturale di produzione – con cui egli sta in rapporto come con la sua propria esistenza inorganica, laboratorio delle sue forze e dominio della sua volontà. Tutte le forme in cui si presenta questa proprietà presuppongono una comunità, i cui membri, pur se tra loro possono esistere differenze formali, in quanto suoi membri sono proprietari. La forma originaria di questa proprietà è pertanto la stessa proprietà comune diretta (forma orientale, modificata nella forma slava; sviluppata fino all’opposto, ma pur sempre base nascosta anche se contraddittoria nella proprietà antica e germanica)» (Grundrisse).

Viceversa

«nella formula del capitale, in cui il lavoro vivo è in un rapporto negativo, di non-proprietà, sia con la materia prima, sia con lo strumento, sia con i mezzi di sussistenza necessari durante il lavoro, è d’abord inclusa la non-proprietà fondiaria, ossia è negata la situazione in cui l’individuo che lavora ha un rapporto con la terra, col suolo, come con cosa propria, cioè lavora, produce, come proprietario della terra».

Il processo di dissoluzione dell’antica comunità può dirsi a metà percorso. Siamo partiti dalla comunità naturale che tutto ingloba (forma primaria) per arrivare alla variante germanica dove il dominio passa alla proprietà privata individuale e la proprietà collettiva è solo accessoria; il prossimo passo sarà il trasferimento (forma terziaria) della proprietà comune al singolo quale incarnazione di un autonomo centro produttivo; nella forma quaternaria poi questa proprietà privata singolare diverrà proprietà di classe della borghesia.

Come ogni modo di produzione, anche la variante germanica sarà incapace di evolvere autonomamente, spontaneamente – senza rivoluzione nei rapporti politici – in feudalesimo, il quale sarà il risultato di secoli di lotte di classe. Sulla dissoluzione della variante germanica si impianterà il feudalesimo, patto di alleanza tra il piccolo libero contadino e la nobiltà armata, la quale garantirà al primo quella sicurezza necessaria allo svolgimento del suo lavoro.

(continua al prossimo numero)

 

 

 

 

 

 

 


Matematica e dialettica
 
Economia politica e dialettica in Marx

Lassalle scrisse un’opera intitolata Eraclito, il filosofo oscuro. Vi tentava di imbastire un discorso proponendo qua e là qualche almanaccata citazione della logica hegeliana, cercando in tutti i modi di dimostrare al lettore tedesco che aveva ben imparato il significato di “apparenza”, “essenza” e “processo dialettico”. In questo modo, commenta Marx scrivendo ad Engels il 1° febbraio 1858, Lassalle si «pavoneggia come un uomo che per la prima volta nella sua vita indossa un vestito alla moda».

Bene, il lettore può aver già intuito perché Marx ha preferito evitare di esporre il suo metodo dialettico al principio della sua opera più importante. Infatti, ecco come Marx ha commentato l’operazione “dialettica” portata avanti da Lassalle:

«È chiaro che questo tipo intende esporre l’economia politica alla maniera di Hegel. Scoprirà a spese sue che una cosa è portare avanti una critica per far maturare una scienza fino al punto di renderla esponibile attraverso la dialettica, altra cosa è applicare un astratto sistema logico bello e pronto soltanto con un vaga intuizione di tale sistema».

Insomma, fra Marx e Lassalle c’è un abisso metodologico. L’esposizione dialettica di Marx ne Il Capitale è nient’altro che il coronamento del massimo livello di maturazione raggiunto dalla critica rivoluzionaria dell’economia politica. Questo è comprovato dal fatto che Marx ha scritto la sua grande opera alla rovescia: a partire dal Quarto Libro, quello dedicato alla storia delle dottrine economiche, per arrivare infine al Primo. Solo quando era sufficientemente informato sulla storia del pensiero economico, soltanto dopo aver doverosamente portato avanti una critica a tutta l’economia politica, e dopo un attento studio del movimento reale capitalistico etc., ha potuto scrivere la Prima Sezione, in cui viene esposta la teoria del valore, facendo ampi richiami agli strumenti logici della dialettica. Mai si sarebbe permesso di fare il contrario. In questo sta la sostanziale differenza fra il materialismo dialettico e l’idealismo.

Lo stesso concetto viene ripreso l’anno dopo da Engels in Das Volk, n. 14 e 16, 1859:

«Dalla morte di Hegel quasi nessun tentativo è stato intrapreso per far fare un passo avanti in un qualsiasi campo della scienza nella sua specifica coerenza interna. La scuola hegeliana ufficiale ha assimilato solo i più semplici dispositivi del maestro per applicarli a tutto e a niente, oltretutto spesso con ridicola incompetenza. L’eredità di Hegel si limitava, per quanto li riguardava, esclusivamente ad un modello secondo il quale qualsiasi argomento avrebbe cambiato di forma; quindi, un insieme di parole e frasi il cui unico scopo era quello di tornare utili ogniqualvolta accusavano una mancanza di idee e di conoscenza concreta. Così è successo che, come un professore di Bonn ha detto, questi hegeliani non sapevano nulla ma potevano scrivere su qualsiasi questione. I risultati erano, evidentemente, conseguenti». Allo stesso modo in cui non si colgono le pagnotte dagli alberi, non si coglie la critica dell’economia politica dall’albero “della dialettica”.

Il modo di esposizione dialettico di Marx è stato reso possibile da uno studio approfonditissimo della realtà storica ed economica, oltreché ad un faticoso lavoro di esamina e critica del pensiero economico. Questo stesso concetto viene ribadito nel Poscritto alla seconda edizione de “Il Capitale”: «Certo il modo di esporre deve distinguersi formalmente dal modo di indagare. L’indagine deve appropriarsi nei particolari della materia, analizzarne le diverse forme di sviluppo e scoprirne i legami interni. Solo dopo che questo lavoro sia stato condotto a termine si può esporre in modo adeguato il movimento reale. Se questo tentativo riesce, e se la vita della materia vi si rispecchia idealmente, può sembrare di trovarsi di fronte a una costruzione a priori».

Ora, si intuisce di quale genere fossero le preoccupazioni di Marx. Non voleva assolutamente far sembrare che il suo lavoro di critica fosse il prodotto di un elenco di principii logici, ovvero un lavoro dalle fondamenta ideologiche. Non voleva esporre il suo lavoro a facili critiche, dal momento che nessun principio logico, nessuna Idea ha partorito quei risultati. Invece, solo una generale comprensione del movimento reale ha reso possibile la critica rivoluzionaria.

La ricchezza della sua opera, la sua grande profondità e aderenza con il concreto, sono state rese possibili da una veste logico-razionale ricchissima, benché la sostanza, il corpo del suo lavoro, è tutto fondato nel sensibile e nella storia, si erge su questa e dà forma ad un enorme mole di conoscenze e riflessioni.

Non si può privare questo lavoro del suo scheletro ma allo stesso tempo non si può pensare che un mucchio di ossa possano costituire un essere vivente! In questo modo, dice Engels, gli stessi hegeliani avevano ridotto la dialettica ad un mucchio di ossa:

«Vi erano delle ragioni abbastanza naturali. Il regno dei Diadochi hegeliani, che è finito in frasi vuote, era stato superato quando il contenuto concreto della scienza ha prevalso ancora una volta sul suo aspetto formale. Inoltre la Germania a quel tempo si applicava con straordinario impegno di forze nelle scienze naturali, in accordo con l’immenso sviluppo borghese che ha avuto seguito al 1848; assieme alla venuta di moda di queste scienze, in cui la tendenza speculativa non aveva assunto alcuna importanza reale, il vecchio modo di pensare metafisico, anche se abbassato all’estrema trivialità di Wolff, guadagnò rapidamente terreno. Hegel fu dimenticato e sorse un nuovo materialismo attraverso le scienze naturali; si distingueva veramente poco dal materialismo del diciottesimo secolo e il suo maggior vantaggio era una grande mole di dati, specialmente nei campi della chimica e della fisiologia. La dialettica era ormai associata interamente ad un passato metafisico. La preoccupazione di essere associato a questo passato è oggi più che mai condivisa dalla nostra generazione di rivoluzionari» (Recensione a “Per la critica dell’economia politica”, 1859).

Oggi, del resto, sappiamo quanti “tipi” nel corso della controrivoluzione staliniana si siano improvvisati dialettici, alla maniera degli hegeliani e di Lassalle. Costoro credevano di comprendere le cose più svariate semplicemente agitando parole a caso.

Questa premessa per chiarire il rapporto che c’è fra la veste dialettica dell’opera dottrinaria del Partito e il suo effettivo studio, volto a indagare sul movimento reale.
 

Critica dell’economia e sua forma dialettica

Taluni, avendo assorbito i tanti sfoghi intellettualistici propri degli ambienti universitari, sicuramente non ammetterebbero un qualunque tentativo di trasposizione matematica dei concetti espressi da Marx, in quanto “dialettici”, “filosofici”, irriducibili a “formule”. Questo è dovuto a un pregiudizio intorno al modo con cui Marx avrebbe utilizzato le forme della dialettica: si vorrebbe vedere ne “Il Capitale” quanto fa comodo, un corpo dialettico in veste storica, nel tentativo disperato di appiattire Marx. Si vorrebbe rappresentare Marx non come il fondatore del comunismo scientifico, e quindi del partito comunista, non il rivoluzionario sociale che criticò la scienza borghese con le armi stesse della scienza, oltreché con ironia, con un potente bagaglio formale strappato alla filosofia hegeliana, bensì come un precursore del loro club inutile, fuori dalla storia e in generale da tutto quello che in questo mondo conta.

Quella dialettica costituisce la forma razionale più alta che può assumere la critica rivoluzionaria. Rinunciando a questa forma si rinuncia inevitabilmente alle sfumature, al dettaglio teoretico, alla profondità contenuta nella critica rivoluzionaria dell’economia politica. Soprattutto, rinunciando a questa forma, si perde il carattere distintivo del lavoro di Marx: la sua critica riflette il movimento, non è semplicemente descrittiva, statica, ma permette di cogliere la natura transitoria di questa formazione sociale. E la forma dialettica è la più adeguata a rappresentarlo. In nessun altro modo, poteva Marx esporre una tale mole di concetti.

Lo dimostra il fatto che coloro che hanno tentato di rimuovere la “forma dialettica”, credendo di cambiare solo “il modo di esposizione”, hanno inevitabilmente anche rimosso un po’ di contenuto. Rimuovere il metodo con cui Marx ha esposto la sua critica rivoluzionaria significa inevitabilmente esporre un’altra teoria, più povera.

Marx a Engels il 16 gennaio 1858:

«Sto scoprendo un bel po’ di dimostrazioni. Per esempio: ho completamente demolito la teoria del profitto per come è stata sinora propinata. Quel che mi è stato di grande aiuto, per quanto concerne il metodo di esposizione, è stata la Logica di Hegel a cui ho dato un’altra occhiata in modo del tutto accidentale, giacché Freiligrath mi ha trovato e regalato diversi volumi di Hegel, originariamente di proprietà di Bakunin. Semmai arriverà il tempo in cui questo lavoro sarà possibile, mi piacerebbe tanto scrivere 2 o 3 fogli per rendere accessibile al lettore comune l’aspetto razionale del metodo, che Hegel non solo ha scoperto ma anche mistificato»

Così scriveva, solo poche settimane prima di commentare il suddetto lavoro di Lassalle. Insomma nella lettera ad Engels, Marx non ha confessato un delitto. Niente di impressionante! Sappiamo benissimo che una pletora di accademici hanno innalzato montagne di carta su questa lettera. Taluni erano giunti persino a parlare di “svolta” in Marx, per cui esisterebbe secondo loro un Marx post-hegeliano ed un Marx neo-hegeliano. Si tratta evidentemente di fesserie raccogliticce. Ci limitiamo a commentare brevemente, giacché non c’è in realtà molto da dire: Marx era felice del regalo ricevuto dall’amico e, rileggendo la Logica di Hegel, ha trovato spunto per dare una forma razionale ad una critica che aveva intuito attraverso anni di studi economici sulla questione del profitto.

Ebbene, in che modo la Logica hegeliana avrebbe potuto aiutare Marx? Perché mai proprio quella Logica che era stata elevata in certo qual modo al grado di regia filosofia dallo Stato prussiano? Come possono le parole pedantescamente oscure di Hegel, il suo ponderoso periodare, essere stati di aiuto a Marx nell’esporre la critica all’economia politica?

La risposta ce la fornisce lo stesso Marx:

«Nella sua forma mistificata, la dialettica divenne una moda tedesca perché sembrava trasfigurare la realtà esistente. Nella sua forma razionale, per la borghesia e i suoi corifei dottrinari essa è scandalo ed abominio perché, nella comprensione positiva della realtà così come è, include nello stesso tempo la comprensione della sua negazione, del suo necessario tramonto; perché vede ogni forma divenuta nel divenire del moto, quindi anche nel suo aspetto transitorio; perché non si lascia impressionare da nulla, ed è essenza critica e rivoluzionaria» (Postfazione...).
 

Marx non si è mai interessato di matematica!

Questo luogo comune del tutto infondato si può smentire subito citando Marx. Il 23 novembre 1860 scriveva in una lettera per Engels:

«L’unica attività in cui ritrovo una certa pace mentale è la matematica». E ancora nel 6 luglio 1863: «Nel mio tempo libero mi dedico allo studio del calcolo differenziale e integrale. A proposito! Ho molti libri sull’argomento e te ne invierò alcuni perché tu possa affrontare questo campo. Lo considero quasi indispensabile per i tuoi studi militari».

Engels era piuttosto impressionato degli avanzamenti di Marx in matematica. Scrisse a F.A. Lange il 29 marzo 1865:

«Non posso esimermi dal fare una osservazione sul vecchio Hegel, cui tu neghi una formazione matematico-scientifica profonda. Hegel sapeva talmente tanta matematica che nessuno dei suoi studenti fu capace di mettere ordine ai numerosi manoscritti che ci ha lasciato. Per quanto ne so io, l’unica persona che conosce abbastanza matematica e filosofia per affrontare questo lavoro è Marx».

Quindi, vale la pena accennare ai Manoscritti Matematici. Questi, incentrati principalmente a criticare i fondamenti del calcolo differenziale – lo studio di come una funzione matematica varia: cresce? dove? quanto? – sono stati quasi tutti scritti nell’ultimo decennio della sua vita, vale a dire dal 1873 al 1883. Nel 1885 Engels già si espresse nella seconda edizione dell’Anti-Dühring per pubblicare le oltre mille pagine che compongono questi manoscritti. Tuttavia la pubblicazione fu annunciata soltanto nel 1932 e completata nel 1968 da S.A. Yanovskaya, che morì due anni prima della pubblicazione. Ma i russi hanno pubblicato solo 300 di quelle 1.000 pagine e hanno messo da parte le matematiche riguardanti l’economia. Queste le traduzioni disponibili, delle quali solo la francese è completa: The mathematical manuscripts of Karl Marx (New Park Publications); Les manuscrits mathématiques de Marx (Éd. Économica, 1985); Mathematische Manuskripte Karl Marx (Scriptor Taschenbücher). Da considerare anche le lettere di Engels a Marx del 18 agosto 1881 e del 21 novembre 1882 e la risposta di Marx del giorno dopo. È evidente che lo studio del partito sull’argomento può qui soltanto iniziare aprendosi un vasto terreno di indagine, afferente certo anche alla cruciale “teoria delle crisi”.

Il lavoro matematico di Marx si inserisce in un periodo storico in cui era in corso una messa a punto dei concetti del calcolo differenziale ed una critica di quelli settecenteschi di Newton e di Leibniz. Il suo intento era di lavorare ad una vera e propria storia critica del calcolo differenziale. Per questo motivo il lavoro di Marx sarà molto apprezzato dagli storici della matematica del novecento.

Scrive Engels:

«Il mistero che ancor oggi circonda le grandezze usate nel calcolo infinitesimale – i differenziali e gli infiniti dei differenti ordini – è la miglior dimostrazione del fatto che si ha ancor sempre la convinzione di avere a che fare in questo campo con pure “libere creazioni e immaginazioni” dello spirito umano, alle quali il mondo obiettivo non offrirebbe alcun riferimento. E tuttavia siamo proprio nel caso opposto. La natura offre i prototipi di tutte queste grandezze immaginarie (...) L’infinito matematico è tratto dalla realtà, anche se inconsciamente, e può perciò venire anche spiegato solo dalla realtà, e non da sé medesimo, dalla astrazione. E quando noi indaghiamo la realtà a tal proposito, troviamo anche i rapporti reali dai quali il rapporto matematico di infinità è stato tratto, e addirittura gli analoghi naturali del modo matematico di far operare questo rapporto» (“Dialettica della Natura”).

E Marx nei manoscritti critica il “misticismo” della procedura di derivazione di Leibniz e sviluppa un metodo di derivazione, che coincide perfettamente con la nozione, diremmo “meccanica”, di derivata attualmente fatta propria dai matematici, come limite del rapporto incrementale, Δy/Δx , quando Δx diventa molto piccolo. Se x passa da x1 a x2 , e in corrispondenza la funzione va da y1 a y2 , Δx è la variazione di x = x2 - x1 , Δy la variazione di y = y2 - y1 . In geometria, rappresentando la funzione matematica come una curva nel piano xy , la derivata non è che la pendenza della tangente alla curva, costruita nella similitudine fisica del limite della corda passante fra due punti della curva che si avvicinano.

Il concetto di limite di una funzione, che Marx aveva riscontrato nei testi di matematica a sua disposizione, era quello associato al matematico Lacroix. Anche qui, Marx in una bozza di critica intitolata Sull’ambiguità dei concetti di limite e valore limite, denuncia una certa imprecisione nelle definizioni dei succitati, accennando ad un concetto che con chiara evidenza prefigura la definizione di limite adottata oggi.

Tuttavia il contributo di Marx in matematica non è dato dalla “scoperta” di una nuova procedura di derivazione, cosa che conta il giusto. Marx fu il primo nella storia a mettere in luce che la derivata non è un rapporto fra due zeri bensì, volendo usare una espressione odierna, un operatore. Si trova ampia conferma di questa grandissima intuizione nelle parole usate da Marx per riferirsi all’operatore derivata, concepita come “espressione di un processo”, “simbolo di un processo reale”. Questa scoperta riuscì con largo anticipo storico a emancipare il calcolo differenziale dalle sue origini mistiche, dal costrutto metafisico dato da “grandezze infinitesimali”, che non sono né finite, né nulle.

Dal punto di vista del partito e del comunismo, non è essenziale che si dia un nome e cognome a questa scoperta. A dire il vero, è giovato molto più allo sviluppo della matematica che questo contributo sia rimasto anonimo! Né a noi interessa battagliare per fare sì che a Marx sia dato un riconoscimento da qualche istituzione accademica. A noi interessa soltanto chiarire, a chi ama spettegolare su un presunto disinteresse per la matematica in Marx, che, al contrario, il partito che si batte per il comunismo ha una concezione del mondo che non rinuncia, non può rinunciare alle matematiche.
 

Continuo o discreto?

Nella seconda parte dell’ottocento e nella prima metà del novecento c’è stato un grande sforzo di riscrittura della matematica alla luce della logica formale e della teoria degli insiemi. Questo lavoro ha portato ad una generalizzazione e ad una maggiore precisione.

Tuttavia ciò che si è guadagnato da un lato si è perso dell’altro: la possibilità data dalla matematica classica di Laplace, di Fourier, ecc. di comprendere fenomeni fisici del continuo. La logica classica binaria è propria di una visione statica del mondo e della materia. Non permette di cogliere il movimento, percepito non come moto in divenire, ma come ripetizione dello stesso, e soprattutto come esterno all’essere. “Niente è, tutto diventa” diceva già Eraclito, un greco pre-socratico. “Ciò che è, non è già più”. Il movimento è l’essenza della materia: non c’è movimento senza materia, e non c’è materia senza movimento.

È questo carattere dialettico che è a fondamento delle scienze naturali e che Marx ed Engels hanno esteso alle scienze sociali. Quando disporremo di un linguaggio matematico più adeguato e superiore, nella società comunista, le scienze naturali faranno un grande balzo avanti e risolveremo ciò che la scienza attuale non riesce a spiegare, per esempio il divenire dell’Universo, per il quale deve ricorrere alle ipotesi della “materia” e dell’ ”energia oscura”. Riusciremo così a capire come l’universo, nel suo divenire, sia condotto a negare le sue proprie leggi fisiche e chimiche e a riprodursi in un universo diverso, con leggi diverse.

Già Engels aveva notato che

«il punto di svolta nella matematica fu la grandezza variabile di Descartes. Con essa il movimento e con essa la dialettica nella matematica, e con essa anche subito, necessariamente, il calcolo differenziale e integrale (...) Il calcolo differenziale diede per la prima volta alla scienza naturale la possibilità di rappresentare matematicamente processi e non soltanto stati: il movimento»

Invece il carattere discontinuo della matematica moderna è evidente nella definizione delle funzioni. La funzione, che dovrebbe esprimere il moto, un divenire, è concepita come una “applicazione”, cioè una legge, che, dall’esterno dei due insiemi, mette in relazione singolarmente ogni elemento del primo insieme con un elemento del secondo. Ma questa relazione fra i singoli elementi non risulta da un movimento interno all’insieme, è un legame esterno e puramente puntuale. La necessità non è inerente agli insiemi, ma viene da fuori. Al contrario, per noi dialettici, una funzione è una legge organica, nel quale ogni punto descritto dalla curva è determinato da tutti i punti precedenti e, dialetticamente, da tutti i punti che seguono.

Una funzione matematica esprime il movimento inerente all’oggetto studiato. Dialettico perché, come in ogni movimento, è all’opera un lavoro di negazione. È proprio questo aspetto che l’algebra fondata sulla teoria degli insiemi ha reso difficile mettere in rilievo e concettualizzare. La moderna riscrittura dell’algebra ha inevitabilmente risentito dell’ideologia decadente della borghesia, “individualista” e “democratica”. Anche la matematica, come le scienze naturali, è condizionata e frenata nel suo sviluppo dall’ideologia borghese e dai suoi interessi di conservazione.

Per la logica formale una proposizione è o non è, quando, nella realtà, nulla è, tutto è in divenire. La logica formale è alla base di tutte le costruzioni metafisiche e può divenire un freno allo sviluppo delle scienze naturali.

Per di più conduce a dei paradossi insolubili, vedi Bertrand Russel, fra l’altro. Gli stessi studiosi di matematica che ne hanno riscritto i fondamenti allo scopo di dargli una base sicura e solida, oggi si accorgono che questi fondamenti non sono così dimostrati e solidi quanto credevano.

Nel suo studio economico, Marx ha carpito le leggi che sono all’opera nella trasformazione di una forma economica in un altra. Ha messo in luce come il capitale, nel suo movimento di accumulazione, socializza le forze produttive, sviluppando in questo la sua propria negazione. Antagonismo che conduce regolarmente alle crisi di sovrapproduzione. Con la logica binaria sarebbe stato assai difficile descrivere come il modo di produzione schiavista abbia generato il modo di produzione feudale e quest’ultimo il capitalismo.

La distinzione nel linguaggio matematico fra continuo e discreto non fa che corrispondere nella scienza della natura alla oggi non ancora risolta opposizione fra le leggi fisiche del mondo microscopico e quelle del macroscopico.
 

Ma la matematica può descrivere la dialettica dei fenomeni?

La dialettica, quella cosiddetta obbiettiva, domina tutta la natura e la storia dell’umanità. Quella cosiddetta soggettiva, che noi apprendiamo da Hegel, è riflesso nel nostro cervello e nel nostro linguaggio del movimento obbiettivo che si manifesta nella storia come nella natura, attraverso delle opposizioni, che con il loro contrastarsi, finiscono per risolversi l’una nell’altra, in forme superiori.

Le leggi della dialettica vengono quindi ricavate per astrazione tanto dalla storia della natura quanto da quella della società umana. Esse non sono appunto altro che le leggi più generali di entrambe queste fasi dell’evoluzione e del pensiero stesso. Si possono ridurre a tre leggi:
     1. La legge della conversione della quantità in qualità e viceversa;
     2. La legge della compenetrazione o unità degli opposti;
     3. La legge della negazione della negazione.

Tutte e tre le leggi sono state sviluppate da Hegel, nel suo modo idealistico, in quanto per lui pure leggi del pensiero: la prima viene sviluppata nella prima parte della Logica, nella Teoria dell’essere; la seconda ne occupa la seconda e più importante parte, nella Teoria dell’essenza; la terza infine figura come la legge fondamentale di tutto il suo sistema di pensiero, e occupa la parte della Teoria dell’idea (o del concetto).

Ma se queste leggi sono anche leggi della natura e la matematica altro non è che il linguaggio della natura stessa, risulta quantomeno contraddittorio affermare che il nostro umano strumento matematica non possa concrescere con noi ad esprimere un contenuto dialettico.

Ma qui si tratta di smontare quello che è un luogo comune: si pensa che la matematica sia una scienza che si occupa del “quantitativo”, non del “qualitativo”; che la matematica sia la dottrina della conta del bestiame e che la natura sia troppo “complicata” per essere raccontata in equazioni. Tanto più i fatti umani. Questo pensiero altro non è che religioso.

Invece, è nostro credo, perché il credo trova spazio nella nostra dottrina e nella nostra lotta che religiosa non è, che l’umana specie in futuro potrà approfondire e tradurre sempre più in una generale e elegante formalizzazione matematica i fenomeni naturali più complessi. Se questo può apparire improbabile per alcuni problemi è perché o non è giunta a maturazione la comprensione di questi fenomeni, o non è maturato lo sviluppo del linguaggio per descriverli, che per forza di cose è matematico ma limitato dallo sviluppo sociale della specie.

L’orrore per la matematica è alimentato in prima istanza dall’astio religioso verso la scienza. Fine logico di questo odio è dimostrare che il creato, in quanto prodotto divino, è indiscernibile. Questo è un portato della società classista che impone la divisione del sapere e delle funzioni umane e che ha conservato il proprio portato unendolo al credo religioso. Per cui allo scienziato competerebbe di sperimentare, al tecnico di applicare e l’umanista, cosiddetto, dovrebbe disinteressarsi sia del lavoro dello scienziato sia di quello del tecnico per occuparsi di cose “umane”. Nel quadro della dottrina comunista invece, che rigetta in blocco questa costruzione ideologica, si intreccia a dovere quanto più possibile tutto lo scibile, collocandone tutti i contenuti soltanto nello sviluppo storico della specie, sotto la spinta dalla volontà pratica di distruggere dalle fondamenta questa società per liberare l’uomo dalla coercizione e liberamente vivere secondo un piano di specie armonioso e cosciente che potrà concedere uno sviluppo umano inedito.

Del resto già

«gli uomini che fondarono il moderno dominio della borghesia erano tutto fuorché limitati in senso borghese. Al contrario, il carattere avventuroso della loro epoca ha lasciato una impronta più o meno forte su tutti. Non vi era allora quasi nessun uomo di rilievo che non avesse fatto grandi viaggi, che non parlasse quattro o cinque lingue, che non brillasse in parecchie discipline. Leonardo da Vinci non era soltanto un grande pittore, ma anche un grande matematico, meccanico e ingegnere, alla cui opera devono importanti scoperte i più diversi rami della fisica. Albrecht Dürer era pittore, incisore, scultore, architetto, ed ideatore inoltre di un sistema di fortificazione, che contiene già parecchie delle idee che saranno riprese molto più tardi dai Montalembert e dalla moderna arte militare tedesca. Machiavelli era uomo politico, storiografo, poeta, e insieme il primo scrittore di cose militari degno di nota nell’epoca moderna» (Engels).

Lo sviluppo della produttività capitalistica, la produzione di plusvalore relativo si riconduce sempre, in ultima analisi, al carattere sociale del lavoro messo in azione; alla divisione del lavoro entro la società; allo sviluppo del lavoro intellettuale, soprattutto nelle scienze naturali. In questo modo il singolo proprietario capitalista utilizza i vantaggi dell’intero sistema della divisione sociale del lavoro. Quindi nell’economia di grande scala le invenzioni e le scoperte scientifiche sono e il presupposto e il risultato della produzione sociale.

In questo contesto è l’intero sistema capitalistico della divisione sociale del lavoro su scala mondiale a rendere possibile, a sollecitare, ad imporre anche un dato sviluppo storico della logica e della matematica.

Tornando al nostro limpido Engels:

«Il pensiero teorico di ogni epoca, e quindi anche della nostra, è un prodotto storico, che assume in differenti tempi forme assai differenti e con ciò un contenuto assai differente. La scienza del pensiero è perciò, come tutte le altre, una scienza storica, la scienza dello sviluppo storico del pensiero umano. E ciò è importante anche per l’applicazione pratica del pensiero a campi empirici. Poiché, in primo luogo, la teoria delle leggi del pensiero non è affatto una “verità eterna”, fatta una volta per tutte, come il senno dei filistei immagina quando si pronuncia la parola “logica”. La stessa logica formale ha continuato ad essere, da Aristotele ai giorni nostri, il terreno dei più vivaci dibattiti» (Prima prefazione all’“Anti-Dühring”).
 

La matematica delle catastrofi

Eventi tipicamente “dialettici” sono le catastrofi, parola che infatti significa “rivolgimento”, “rovesciamento”.

Già Eulero analizza e risolve compiutamente, con gli strumenti matematici del continuo, un noto fenomeno catastrofico, quello del “carico di punta”, un problema semplice: fino a quanto si può aumentare il carico su di un’alta e snella colonna senza vederla improvvisamente piegarsi di lato? Qui si verifica una crisi, un brusco collasso, con cambiamento nel materiale delle leggi fisiche che ne descrivono il comportamento. Eulero fornisce al nascente capitalismo la formula su quanto può ridurre la robustezza della colonna, al costo minimo possibile, per scongiurare la catastrofe.

Ma analoghe necessità della produzione capitalistica richiedono sempre più lo sviluppo di una teoria qualitativa e dinamica anche nel campo della matematica degli insiemi. Nel secolo scorso un lavoro pionieristico in questo senso lo dobbiamo al matematico René Thom. Ovviamente il suo altro non era che un lavoro integrato in uno sforzo collettivo del suo tempo volto a sviluppare una nuova disciplina matematica e nasceva anche dal lavoro abbozzato il secolo precedente da altri illustri matematici quali Poincaré e Lyapunov.

Prima dell’avvento della “dottrina matematica delle catastrofi”, detta per l’appunto anche “teoria delle discontinuità”, «niente metteva un matematico più a disagio di una discontinuità, perché ogni modello quantitativo utilizzabile si fonda sull’impiego di funzioni analitiche, dunque continue» (Thom).

Ma già con Hegel la filosofia si era sbarazzata di questo problema.

«Nella interrotta continuità della quantità, i rapporti approssimantisi ad un punto qualificante [ad un salto], considerati quantitativamente, differiscono solo per il più ed il meno. Da questo lato il mutamento avviene a poco a poco. Ma l’avvenire a poco a poco riguarda semplicemente il lato estrinseco del mutamento stesso, non il suo qualitativo; il rapporto quantitativo precedente, che è infinitamente vicino al susseguente, è pur tuttavia un altro esserci qualitativo. Dal lato qualitativo, perciò, il procedere puramente quantitativo dell’a poco a poco (...) resta assolutamente interrotto; in quanto la nuova qualità che si affaccia (...) è, a fronte di quella che sparisce, una qualità diversa indeterminatamente, una qualità indifferente, il passaggio è un salto; le due qualità sono poste come completamente estrinseche l’una all’altra».

E ancora:

«L’acqua, col cambiare temperatura, non diventa semplicemente meno calda, ma passa attraverso gli stati solido, liquido e vaporoso. Questi diversi stati non sorgono a poco a poco, ma il semplice progresso graduale del mutamento di temperatura viene anzi interrotto e arrestato ad un tratto da questi punti, e il subentrare di un altro stato è un salto. Ogni nascita ed ogni morte, invece di essere un continuato “a poco a poco” sono anzi un troncarsi degli “a poco a poco” e il salto dal mutamento quantitativo nel mutamento qualitativo».

Oggi le transizioni di fase dell’acqua hanno trovato una formulazione matematica completa nella “teoria delle catastrofi”.

Anche riguardo la legge della compenetrazione degli opposti, contrariamente a quanto si crede, la matematica odierna è andata un po’ oltre la logica del vero/falso, e dell’aritmetica booleana, che opera solo con lo zero e con l’uno. Già Cartesio aveva accennato ad una matematica degli insiemi sfocati: in essa un dato può essere valutato, oltre che vero o falso, anche parzialmente vero, tecnica che ha fortemente semplificato la rappresentazione matematica di alcuni fenomeni naturali. Dal punto di vista della nostra concezione del mondo, un linguaggio, compreso quello matematico, è uno strumento, che si valuta nella pratica, ovvero se si dimostra utile alla produzione sociale.

Anche il legame dialettico fra la parte e il tutto ha trovato una formalizzazione nella teoria matematica dell’evoluzione e similari.

Dinanzi a questi accenni di sviluppo della matematica già in regime tardo borghese, e nonostante esso, come si può affermare che la matematica superiore di una società superiore non sarà in grado di descrivere compiutamente i fenomeni dialettici, e trarne attendibili previsioni?

 

 

 

 

 

  


Dall’Archivio della Sinistra

La sera del 23 marzo 1921, all’esterno del teatro Diana di Milano, nell’intervallo tra il secondo e terzo atto della rappresentazione in corso, una valigia contenete 160 cartucce di gelatina esplodeva provocando la morte di una ventina di persone ed il ferimento di moltissime altre. L’esplosione investì le prime quattro file di poltrone e la buca dell’orchestra. La bomba, scoppiata fuori dal teatro, nelle intenzioni degli autori dell’attentato era destinata al questore Gasti che, secondo le loro approssimative e non verificate informazioni, avrebbe occupato un appartamento del vicino hotel Diana. Gli attentatori volevano colpire un rappresentante dell’apparato repressivo dello Stato come risposta alla ingiustificata detenzione, da oltre 4 mesi, dei dirigenti anarchici Malatesta, Borghi e Quaglino.

Immediata fu la reazione fascista: poco dopo le ore 11 della sera assaltavano e distruggevano la sede e la tipografia di “Umanità Nova”, la sede dell’U.S.I. e il Circolo Socialista di Porta Venezia. Poi andarono ad incendiare la nuova e non ancora non ultimata redazione dell’”Avanti!”.

Il quotidiano socialista del 25 marzo riferiva: «Verso le 2 della notte una colonna di fascisti si diresse alla nuova sede del nostro giornale, in via S. Gregorio [...] Dopo aver sparato delle rivoltellate, lanciarono contro il fabbricato varie bombe a mano [...] Le bombe scoppiando contro lo steccato in legno che circonda l’edificio produsse una breccia per la quale i fascisti sono penetrati nell’interno e hanno appiccato il fuoco ad un capannone che serve da deposito di materiali da costruzione. Il fuoco in breve si è esteso ad altri capannoni dove è il deposito della carta, della benzina e dei camions, ed alla palizzata. Immediatamente avvisati [...] si affrettavano sul posto i pompieri, ma [...] le macchine non potevano avvicinarsi all’incendio per l’opposizione dei fascisti che avrebbero sparato anche qualche rivoltellata e che tagliavano i tubi degli idranti [...] Verso le 4 l’incendio era domato, ma i due capannoni esterni sono andati completamente distrutti col loro contenuto [...] Nello stabile adibito a tipografia e che è quasi ultimato sono stati infranti tutti i vetri ed abbattuti alcuni muri divisori. Le tre macchine piane sono state infrante in più parti a colpi di leva e di martello, indi, accumulata intorno di esse carta, paglia, e stracci imbevuti di benzina e petrolio vi venne appiccato il fuoco che produsse altri danni rilevanti. Due grossi motori sono stati distrutti a colpi di martello [...] Da San Fedele giunsero di rinforzo guardie regie, bersaglieri ed un’autoblindata al comando del commissario cav. Renzanigo. Mentre le fiamme divampavano [...] da persone presenti al fatto e dagli stessi pompieri accorsi per lo spegnimento dell’incendio, si afferma che il contegno delle guardie regie fu completamente passivo, anzi alcune di queste rifornivano di proiettili gli assalitori e si opposero, insieme ai fascisti, all’opera di spegnimento».

Le “spedizioni punitive”, con una tempestività davvero impressionante, erano partite immediatamente dopo lo scoppio della bomba anarchica, e forse anche prima.

Il verbale ufficiale di polizia, trasmesso al procuratore del Re, fissava alle ore 22 lo scoppio della bomba al Diana, mentre l’“Ordine Nuovo” del 25 marzo notava che «il grande orologio sul frontale del palcoscenico del teatro Diana, si era fermato alle 23 meno due minuti a causa dello spostamento d’aria provocato dall’esplosione».

L’anticipazione di un’ora dello scoppio della bomba, se ci fu, sarebbe servita a giustificare la reazione violenta dei fascisti, mentre la concomitanza dell’esplosione e degli assalti avrebbe sollevato molti sospetti sul coinvolgimento dei fascisti nell’attentato: questo spiegherebbe l’interesse ad alterare gli orari. Non è infatti affatto escluso, e questo dubbio sorse immediatamente, che l’attentato fosse stato ideato ed organizzato ad opera di provocatori infiltrati nei gruppi degli anarchici individualisti, cosa facilissima in quegli ambienti. Ma questo è un argomento che a noi poco interessa.

La polizia provvide all’arresto indiscriminato di anarchici, comunisti, socialisti ed altri mal capitati. Vennero fatte vere retate in massa, l’”Avanti!” parlò di circa 800 arrestati; tra di essi c’erano effettivamente gli esecutori materiali dell’attentato. Al processo che seguì Giuseppe Mariani e Giuseppe Boldrini vennero condannati all’ergastolo, Ettore Aguggini a 30 anni. Numerosi altri anarchici, pur estranei all’attentato, subirono pesanti condanne varianti dai 5 ai 18 anni.

Chiaramente le morti del teatro Diana, tra queste quella di una bimba di 5 anni, servirono egregiamente a scatenare l’odio della borghesia nei confronti di tutte le organizzazioni proletarie. Da tutti gli ambienti si chiese “giustizia” e “vendetta”. Tutti, compresi socialisti ed anarchici, vollero aderire all’indignazione interclassista contro l’”inutile” violenza.

Durante i grandiosi funerali tributati alle vittime, fascisti e socialisti presero parte al commosso corteo, tanto che Mussolini scrisse: «Quella di ieri è stata la prima giornata di tregua dopo la turbinosa lotta di due anni. Tutto il popolo ha voluto, nel suo dolore, consacrare questa tregua [...] Le due schiere nemiche si raccoglievano contemporaneamente attorno alle bare degli uccisi [...] Noi ci siamo persuasi che quel ch’è stato possibile oggi davanti alla morte, può essere, qualora lo si voglia, davanti a tutte le manifestazioni della vita [...] Noi siamo pronti a modificare la nostra linea di condotta [...] Abbiamo dinanzi a noi un Partito Socialista che sembra deciso a liberarsi dalla massacrante zavorra russa e rientrare nelle vecchie strade. Se questo orientamento nuovo è veramente sincero [...] è chiaro che il nostro atteggiamento dovrà cambiare ed adattarsi alla nuova realtà [...] La nazione vuol chiudere il capitolo della guerra civile. Questo monito saliva dalla moltitudine, stranamente silenziosa di stamani. Noi lo raccogliamo» (“Il Popolo d’Italia”, 29 marzo 1921).

Come si vede tono del tutto conciliante con gli addomesticati socialisti, addomesticati anche grazie all’incendio di tre giorni prima! Mussolini però sapeva che vi era un altro nemico che non avrebbe mai potuto diventare “ex”: infatti nel citato articolo scriveva: «Abbiamo di fronte il neo-Partito Comunista, il quale ha il coraggio ribaldo e criminale di assumersi la responsabilità morale cogli assassini del Diana: Bisognerà combatterlo senza quartiere. Altrettanto dicasi degli anarchici».

* * *

Comunisti ed anarchici, la questione della violenza, il suo uso, i suoi scopi. Questo è l’argomento trattato negli articoli che seguono e che dimostrano l’enorme distanza tra la concezione comunista e quella anarchica sulla questione violenza, e anche su ogni altra questione.

Mentre i dirigenti anarchici, imprigionati e liberi, si affrettarono a prendere le distanze ed a condannare l’attentato del Diana, il partito comunista si astenne da qualsiasi valutazione etica o moralista, inquadrando l’episodio, con stringente dialettica, nel violento scontro in atto, di vera guerra civile, tra le contrapposte classi sociali.

Il manifesto lanciato in occasione dei funerali delle vittime del Diana si rivolgeva al proletariato in questi termini.

«Lavoratori milanesi!
     «Sugli avvenimenti di questi ultimi giorni i partiti della classe borghese impostano un’evidente speculazione, alla quale dobbiamo prepararci a rispondere.
     «Minoranze audaci ed organizzate per l’azione controrivoluzionaria, che dovrebbe contrastare il passo all’avanzata della classe lavoratrice verso gli obbiettivi della sua lotta, che sono quelli fissati nel programma comunista, tentano di sfruttare facili motivi sentimentali per trascinare dietro di sé la massa grigia delle classi intermedie e di tutti gl’incerti ed i senza partito, per montare nella cosidetta pubblica opinione della nostra città uno stato d’animo ostile al proletariato rivoluzionario.
     «Questa manovra, in parte riuscita altrove sopratutto per l’insufficienza e l’inettitudine di certi dirigenti delle masse, non può e non deve riuscire in Milano, e noi comunisti, sicuri della coscienza della massa operaia milanese, sentiamo il dovere di additarvi il gioco degli avversari e gli errori in cui si potrebbe cadere, se di fronte ad esso si agisse nella maniera errata che già accennano ad adottare i dirigenti socialdemocratici. Si vuol ripetere qui quanto si fece a Bologna dopo l’uccisione di un consigliere comunale borghese ad opera di sconosciuti. I dirigenti del movimento proletario locale sentirono il bisogno di sconfessare con pubbliche dichiarazioni un atto, di cui non venivano accusati che per inscenare una speculazione politica su di un cadavere. Essi credettero far cadere la speculazione protestando la distanza tra i propri metodi politici e quelli degli autori di tale atto, ma non riuscirono che a spargere il disfattismo tra i lavoratori e ad agevolare la manovra degli avversari che, approfittando del disorientamento e della fuga generale dai posti di responsabilità del partito proletario, imbaldanzirono in un’offensiva, che trovando i lavoratori disorganizzati e delusi della forza dei loro organismi si vantò di facili vittorie, che schiaffeggiarono la fierezza della classe lavoratrice e spezzarono le sue conquiste.
     «Sulle vittime dell’altra notte si vuol ripetere la speculazione cinica e turpe per colpire la compattezza della massa operaia. La borghesia non si commuove sul serio per i morti e i feriti del Diana – chiude per l’imposizione fascista le sue botteghe, ma per continuare sotto le saracinesche semialzate la caccia al profitto in cui sta tutta la sua morale di classe. Ma intanto la montatura si va completando. Ma intanto da taluni vostri dirigenti vengono parole, che l’avversario attende per non tenerne altro conto che quello di vantarle come vittoria del suo intervento punitore e rintuzzatore delle idealità rivoluzionarie.

«Proletari comunisti!
     «Ben altra sia la nostra, la vostra parola. L’incanata avversaria non c’impegna a dire un nostro giudizio su atti, che essa sceglie ad argomento gradito delle sue manovre. Il nostro programma è noto; non va rabberciato o scusato per dare spiegazioni all’insolenza della stampa antiproletaria e della propaganda controrivoluzionaria.
     «L’accendersi di una lotta che dà luogo a tragici episodi non si giudica da noi col dare sanzioni o rifiutarne. Le nostre responsabilità risultano chiare dalle nostre dichiarazioni programmatiche. Pel resto, noi vediamo riconfermata la grande verità storica proclamata dal comunismo, che alla situazione non v’è altra uscita che la vittoria rivoluzionaria dei lavoratori in un nuovo ordine veramente civile, o l’infrangersi di ogni forma di convivenza sociale in un ritorno alla barbarie più tetra.
     «La borghesia piuttosto che scomparire dalla storia, vuole la generale rovina della società umana. Le bande bianche, che si formano per spezzare l’avanzata emancipatrice dei lavoratori, lavorano per questa seconda tenebrosa soluzione. Noi speriamo e crediamo che saranno spezzate dalla forza cosciente del proletariato, ma anche se ciò non fosse, in nessun caso esse salveranno dalla rovina finale il fradicio ordinamento borghese.
     «Il proletariato milanese non deve dunque in questi momenti lasciarsi impressionare dall’abile messa in iscena di un simulato cordoglio da volgere in odio contro i lavoratori ed in sopraffazioni del suo movimento. L’avversario non deve avere la soddisfazione di vederlo associarsi alle sue attitudini di ipocrisia, il che sarebbe la prima tappa della via di prepotenze che si propone.
     «Si facciano adunque i funebri delle vittime. Noi saremo estranei ad una manifestazione, cui si dà artatamente un carattere antiproletario, e colla quale si vuole ancora una volta realizzare una solidarietà di classe che cela l’agguato e la libidine di dominio della classe privilegiata. Ma se la manifestazione farà un passo solo sulla via dell’aggressione al proletariato e ai suoi istituti, dell’oltraggio alle nostre, e vostre idealità rivoluzionarie, allora, lavoratori milanesi, risponderemo con tutta la nostra e la vostra energia. Il piano dei controrivoluzionari non dovrà riuscire. Il proletariato milanese, non dimentico del suo passato, sarà al suo posto per difendersi, per difendere l’onore della sua rossa bandiera, le sorti dell’offensiva di domani, con cui prenderà il suo posto tra i compagni d’Italia e del mondo nella vittoria della rivoluzione sociale» (“Il Comunista”, 30 marzo 1921).

È evidente che la posizione del partito comunista non avrebbe potuto comportare nessuna valutazione favorevole da parte dei partiti borghesi e socialdemocratici, cosa di cui i comunisti non si interessano minimamente, e non per questo ammorbidiscono il loro programma al fine di compiacere la manipolata emotività della cosiddetta opinione pubblica, come invece era usuale costume del partito socialista.

Gli anarchici, almeno in questa occasione, si comportarono come i socialisti, proclamando palesemente e reiteratamente la loro condanna dell’attentato. Se questa condanna non fu frutto di opportunismo, come certamente non fu, la cosa risulta ancora più grave, e dai documenti che pubblichiamo risulta chiaramente: dimostra l’indeterminatezza e la contraddittorietà di tutta l’impalcatura teorica anarchica e, di conseguenza, anche del loro concetto della violenza nella storia della lotta fra le classi.

 

 

 

Note polemiche
Anarchici
(“Il Comunista”, 14 aprile 1921)

È ben curioso che in questi giorni chi ha detto una parola esatta sul terrorismo è stato, nientemeno!, quel ricordo-uomo di Guido Podrecca, e proprio nell’organo fascista. A parte la teorizzazione del terrorismo, propria degli anarchici individualisti (la filosofia individualista anarco-borghese trova una magnifica applicazione nella guerra; ragione per cui moltissimi individualisti anarchici furono interventisti), il terrore è un mezzo di offesa che vien applicato in certe situazioni storiche, indifferentemente da qualunque aggregato politico il quale debba difendere o offendere per intimorire l’avversario. Le escursioni aeree del periodo bellico, miranti alla distruzione di popolazioni non partecipanti direttamente alla guerra, sono comune patrimonio di tutti gli eserciti che scesero in lizza negli anni 1914-18. il loro scopo era quello di intimorire le popolazioni civili, e determinare uno stato d’animo di depressione che agisse, per riflesso, sullo stato d’animo delle truppe operanti. Non si può deplorare l’eccidio singolo di un bombardamento aereo, senza deplorare la guerra che lo determina. La stampa di Francia, o di Germania, d’Inghilterra o d’Italia, la quale malediceva gli assassini dell’aria, si serviva di un motivo sentimentale per mettere l’opinione pubblica contro il presunto nemico. Ma tutte le nazioni uccisero, con i loro mezzi di distruzione, i civili delle nazioni nemiche, ed il bombardamento aereo di Padova ha l’eguale nel bombardamento italiano su Lubiana.

Il terrore bianco – cui noi oggi siamo sottoposti in Italia – è un sintomo della grave situazione sociale che angoscia l’umanità proletaria intera. Deprecare il fascismo evitando di inquadrare il fenomeno fascista nella cornice della situazione generale rivoluzionaria, significa ignorare o non sentire il momento storico che attraversiamo.

È perciò noi – che non avremmo mai assunto la paternità di un gesto come quello compiuto al Teatro Diana di Milano, né lo avremmo consigliato – non volemmo deplorare l’accaduto, né favorire la speculazione borghese che del fatto ne fece a proprio uso. Ed abbiamo dovuto sentirci dire da alcuni sovversivi (del giudizio borghese ci curiamo ben poco) che noi – con il nostro atto di differenziazione dal contegno di tutti gli altri partiti avevamo solidarizzato con gli uccisori delle vittime del Diana. Trascurando di rispondere a coloro i quali non intesero rompere la loro solidarietà dagli assassini che condussero il proletariato italiano alla guerra borghese, ed a coloro che ignorano profondamente la gravità della situazione rivoluzionaria e recano incensi e viole al Sacerdote Onan schiavi della loro impotenza critica, dobbiamo dire che abbiamo ancora una volta dovuto constatare le mediocre mentalità anarchica, manifestatasi attraverso il pensiero di Errico Malatesta, di Luigi Fabbri e del Comitato di Corrispondenza dell’U.A.I.

Sapevamo che l’anarchismo è privo di ogni contenuto scientifico e vive permeando tutte le società, sino al punto di diventare domani un movimento controrivoluzionario, a similitudine di quello da tempo iniziato nella Russia Meridionale dal Macno. Ma pensavamo che gli anarchici, assai meglio di noi, interpretassero obbiettivamente l’eccidio del Diana, mettendolo in raffronto, se non alla situazione di disordine generale del regime borghese, per lo meno al movimento di protesta sorto tra le folle contro le vittime politiche. Gli anarchici ci hanno detto che la violenza è bandita dai loro testi. Essi guardano l’avvenire e dimenticano che per giungere a conquistarlo bisogna superare difficoltà sanguinose. Noi potremmo dire altrettanto: che il regime comunista è la negazione della violenza, ed aggiungere che la violenza è frutto della esistenza delle classi, che per giungere al Comunismo quanta violenza è necessaria e santa!

E gli anarchici ciò non possono provare. Si tratterebbe, dunque, di distinguere violenza da violenza, violenza buona da violenza cattiva: Eh, via! Non sempre si può disciplinare interamente la violenza di classe; e quella che resta disciplinata alla volontà di chi la usa lascia ai margini una violenza bruta, cieca, incosciente. Non possiamo pensare che un borghese di Francia dell’89 abbia ordinata la mutilazione orrenda della Lamballe. Non pensiamo che Luigi Fabbri o Errico Malatesta abbiano consigliato la strage del Diana. La nostra deplorazione va a tutto il disordine borghese che provocherà nefasti più orribili di quelli compiuti giorni or sono a Milano. Bisogna instaurare l’ordine nuovo, l’ordine comunista, se si vuole por fine al caos in cui l’umanità lavoratrice si dibatte.

 

 

  

Note polemiche
Quel desso
(“Il Comunista”, 22 maggio 1921)

Quel desso che ha postillato sul “Libertario” di Spezia una nostra nota polemica di molti giorni addietro, intitolata “Anarchici”, mostra di non intendere il valore degli appunti che noi credemmo di muovere ad alcuni libertari i quali – poco dopo l’attentato al teatro Diana di Milano – si erano affrettati a dimostrare, con la testimonianza dei maestri dell’anarchismo, che l’anarchismo è contro la violenza.

I nostri appunti muovevano da ragioni dottrinarie... e politiche. Siamo in grado – modestia a parte – di poter dare qualche lezione d’anarchismo agli anarchici, ma ben ci guarderemo dal farlo. Sapevamo assai bene che l’anarchismo accetta il metodo violento da usare contro lo Stato borghese per abbatterlo e instaurare il nuovo ordine sociale; ed il citare – come fece il Fabbri – alcune opere sul regime anarchico per dimostrare che l’anarchismo, come regime sociale, è la negazione della violenza ci parve cosa, per lo meno, superflua e, politicamente, inopportuna.

Quando noi e gli anarchici siamo tacciati dagli avversari di violenti e di delinquenti, nonostante siamo a conoscenza della grande ignoranza che gli avversari hanno delle nostre dottrine, pensiamo che essi ci definiscono e ci odiano non tanto per quel che saremo domani ma per quello che siamo oggi.

Di fronte allo Stato borghese noi siamo partiti fuori legge: se un atto di violenza proletaria viene colpito dallo Stato, non valgono le nostre belle ragioni intorno alla fraternità dei rapporti sociali nei nostri regimi futuri a deviarlo dalla applicazione di sanzioni punitive.

D’altro canto non possiamo noi e gli anarchici, come organizzazioni, assumerci la responsabilità di atti che sono spontanea eruzione della esasperata condizione di schiavitù morale ed economica delle masse lavoratrici. Ma noi comunisti sappiamo interpretare tutti i fatti storici e gli episodi sociali che si svolgono quotidianamente. E, certamente, perdendo non poca popolarità, mentre i socialisti facevano aperta opera di delazione contro i partiti sovversivi e mentre alcuni anarchici facevano delle dichiarazioni... per lo meno inopportune, o scrivevano meno opportuni articoli sul pacifismo del regime anarchico o pubblicavano dichiarazioni ufficiali con carattere deplorativo del doloroso episodio di Milano, i comunisti lanciavano quel manifesto che a molti stupidi parve una confessione di complicità in omicidio, mentre voleva essere la chiara interpretazione di un fatto doloroso il quale non poteva essere considerato fuori del quadro generale della situazione sociale, la quale, sempre più aggravandosi, ci farà assistere a ben più tristi episodi.

Noi deploravamo e deploriamo l’intera situazione nella quale spasima il proletariato e non possiamo soffermarci a considerare i sanguinosi incidenti che tale situazione provoca a migliaia, da una parte e dall’altra degli eserciti in contesa.

Noi comprendiamo benissimo che la reazione scatenatasi in modo particolare contro gli anarchici, dopo l’attentato del marzo, mise costoro nella necessità di doversi difendere da ingiuste persecuzioni; ma certi documenti ufficiali o di singoli, in determinate occasioni, hanno importanza storica e divengono “precedenti” per l’azione avvenire. In queste occasioni, ove non si possa – per motivi di opportunità – dire una parola fredda e rigida che potrebbe – come a noi toccò – essere interpretata quale cinica confessione di colpevolezza, ci pare sia meglio tacere.

 

 

 

Noi e gli anarchici
(“Il Comunista”, 22 maggio 1921)

Pubblichiamo volentieri questa lettera dell’amico Fabbri, confermando naturalmente quanto abbiamo scritto nei numeri del 14 aprile e dell’ 8 maggio, circa l’attitudine degli anarchici dinanzi al problema dell’impiego della violenza.

Non intendiamo né intendemmo dare dell’ignorante al Fabbri, che ignorante non è, e nemmeno ad altri anarchici. Il Fabbri cita tutta una letteratura anarchica a noi così poco ignota che scriviamo questo commento dopo che era già stesa la replica al “Libertario”.

I testi su cui si basavano i nostri rilievi, erano altri: un ordine del giorno della Commissione di corrispondenza della U.A.I., una lettera dello stesso Fabbri all’“Avanti!”; una intervista di Malatesta col suo avvocato Buffoni.

Questi testi giustificano in modo caratteristico le nostre critiche.

È difficilissimo, come rilevava ironicamente Federico Engels, far riconoscere agli anarchici quale sia precisamente il concetto che essi sostengono in una data polemica. Poiché il loro difetto non è di non avere coltura o dottrina, elementi individuali, ma di mancare di una linea storico-critica nel loro pensiero. Ecco perché nei loro testi si trova tutto quello che si vuole: ieri gli argomenti con cui Fabbri dimostrava come Malatesta non avesse detto eresia sconfessando gli attentati, oggi quelli coi quali vorrebbe respingere il concetto semplicista e negativo che noi loro attribuiamo sulla violenza.

Egli è che la concezione anarchica manca di vigore e di rigore dialettico, non compendia come quella marxista il divenire di una forma sociale in un’altra, ma considera il tipo di società perfetta anarchica non come totalmente separata da un’epoca storica, ma come in piccola parte già tra noi realizzata nella comunità ideale dei pochi anarchici, che sarebbero gli eletti, i coscienti, che soggettivamente avrebbero risolto il problema di vivere secondo i rapporti della società futura.

Il comunista è colui che prepara, negli odierni rapporti sociali, l’avvento dei nuovi; l’anarchico al contrario vive già, o pensa di vivere, i rapporti sociali che teoricamente costruisce. Da ciò la enorme diversità nelle valutazioni tattiche. Da ciò, e non da volgare ignoranza, l’incapacità anarchica ad intendere che si giunge alla libertà con l’autorità e al non-stato collo Stato, alla violenza colla violenza, dappoiché coloro che tali mezzi praticassero contraddirebbero la loro fede e la loro norma di vita.

Dall’eclettismo teorico anarchico può sorgere una distinzione tra violenza di ribelli e violenza di governanti. Ma che questa sia insufficiente lo dimostra il fatto che gli anarchici nella polemica attuale pongono limiti anche alla violenza dei ribelli. Limiti non tattici, non elastici, ma fissi, soggettivi, etici.

Noi sappiamo che l’amico Fabbri sciorinerà testi e fatti per contraddirci, con la erudizione di cui non difetta. Ma le conclusioni nostre sorgevano da constatate contraddizioni, attraverso le quali è logicamente possibile e legittimo attribuire agli anarchici quella certa linea che da se stessi o non sanno formulare o sanno formulare troppo, con enunciazioni molteplici e discordi. Cosicché essi, anziché spiegare la violenza ed intenderne il gioco che sfugge ad ogni pietismo idealistico, si preoccupano di classificarla in legittima ed illegittima, non dinanzi ad un potere costituito che non ammettono ma dinanzi ad una costruzione ideale di cui certo non sapranno mai dare i connotati precisi.

 

 

  

Gli anarchici e noi
(“Il Comunista”, 5 giugno 1921)

Ospitiamo di nuovo volentieri la lettera del Fabbri, anche se colpevoli di qualche ironia anti-anarchica, appresa dal nostro maestro Engels, il quale non ci ha però contemporaneamente appreso il “riformismo”.

Adunque, secondo la enunciazione della U.A.I., condivisa dal Fabbri, la distinzione tra violenza accettabile e non accettabile è che vi presieda la ragione, il senso di responsabilità e la coscienza del fine. Ahimè!, ché questa distinzione è quanto mai inconsistente, e sopratutto, come dicevamo nella precedente nostra nota, terribilmente antistorica.

È strano che proprio gli anarchici i quali fieramente si oppongono alla funzione ed alla disciplina di un partito, esigano poi dagli attori individuali o collettivi dell’atto rivoluzionario, un senso critico che faccia loro distinguere così sottilmente se l’impiego di certi mezzi di lotta risponda o meno a delle condizioni eticamente astratte.

Questo giudizio dovrebbe sorgere dalla ragione e dalla critica di ciascun rivoluzionario. È chiarissimo che tali condizioni non potranno mai essere raggiunte nella realtà tra le file del proletariato sfruttato, depresso, limitato nel suo sviluppo intellettuale e morale.

Gli anarchici si aggirano sul contrasto tra le condizioni sociali attuali e la illusione di far vivere in mezzo ad esse uomini perfetti e perfettamente coscienti che sarebbero gli antesignani della rinnovazione.

Intanto la definizione che essi cercano dare dei limiti dell’uso della violenza, conduce a porre in evidenza la tesi comunista della necessità di un Partito.

Per i comunisti è fatica sciupata fare disquisizioni sulla opportunità di sanzionare o condannare un atto di violenza.

Ma per far sì che le reazioni rivoluzionarie difensive e offensive della classe oppressa possano essere inspirate a una ragionevole proporzione di mezzo al fine, essi posseggono la soluzione concreta ed efficace dell’inquadramento nel Partito organizzato e disciplinato degli elementi di lotta della classe rivoluzionaria.

Perciò quella distinzione che non può trovarsi in astratte regole etiche né nella perfezione della coscienza e della valutazione di un individuo, sorge chiarissima e logica dalla condizione che la lotta e le sue fasi vengano dirette da un organismo collettivo che solo può realizzare una linea di azione razionalmente indirizzata al successo.

E questo organismo, il Partito, mentre svolge le sue forme di azione, non condanna ma spiega e cerca di inquadrare le tendenze spontanee che sorgono dalla massa ad azioni isolate e slegate, che si possono criticamente trovare mancanti (a meno che non si condannino in principio in base ad una morale tolstoiana) non di un certo crisma psicologico o etico, ma solo di una condizione reale: la disciplina collettiva.

 

 

  

Sulla valutazione della violenza
La nostra opinione
(“Il Comunista”, 10 luglio 1921)

Abbiamo voluto dar posto a questo scritto dell’amico Fabbri in merito ad una polemichetta tra noi e gli anarchici perché l’argomento è interessante e perché vogliamo così dimostrare che non è esatto che discutiamo le tesi proprie degli anarchici in base ad opinioni che noi stessi arbitrariamente attribuiamo loro.

È fuor di dubbio che mai abbiamo pensato o detto che l’anarchismo ripudi il metodo dell’impiego della violenza; si tratta appunto di intendersi sulla valutazione del limite che si pone a tale impiego, ed e qui che vediamo un lato debole nella posizione assunta dagli anarchici, che ci ha indotto a ricollegarlo alle altre loro tesi non condivise e criticate da noi marxisti.

Ragione, senso di responsabilità e coscienza del fine, ecco le condizioni che gli anarchici, almeno nei casi invocati dal Fabbri, pongono per la “utilità” della violenza, pur non rifuggendo dallo “spiegarsi” con gli stessi nostri argomenti tutti gli altri spontanei atti di violenza che sorgono dai membri della classe sacrificata per effetto delle sue condizioni di sfruttamento e di inferiorità. Questa ammissione è qualche cosa, ma non conduce essa ad una chiara conclusione per la condotta che devono tenere dinanzi a tali atti i rivoluzionari, cioè astenersi da superflue “sconfessioni” che sono indice di debolezza e fanno il gioco di speculazioni avversarie, contentandosi, per la distinzione delle responsabilità della “antecedente” precisa predicazione dei propri metodi di azione?

Ma riandiamo pure più addentro alla cosa. In chi deve essere questa valutazione del mezzo e del fine, questo giudizio critico sulla natura dell’atto da compiere? Nell’individuo o nel gruppo che lo progetta e lo esegue, sia pure influenzato da una chiara propaganda sulla natura di quei mezzi e di quei fini fatta da altri individui e da altri gruppi? Ed allora sarà facile mostrare che ogni atto terroristico si presenta a chi lo compie come mezzo per raggiungere un dato fine, attraverso un giudizio che se sarà molto probabilmente errato, lo sarà per quella tale ragione che menoma la profondità e la capacità critica di ogni sfruttato ribelle. Ogni atto dovrebbe allora essere accettato purché non fosse stato motivato da fini di interesse personale o da materiale irresponsabilità insita nell’individuo, assumendo in tale caso solo il carattere antisociale della “delinquenza”.

Ma se l’individuo e il gruppo in vista di un dato fine (terrorizzare, poniamo, la borghesia che detiene vittime politiche) crede opportuno un dato mezzo, chi si erigerà a giudice della valutazione di rapporti che sarà fatta da quelli? Essi erano soggettivamente convinti della corrispondenza del mezzo al fine, perciò hanno agito. Sconfessarli perché in realtà non era così, alla luce di un discernimento superiore al loro? È opera sterile perché non ha impedito l’“atto” né impedirà atti simili “antieconomici” per la causa rivoluzionaria. È opera vana perché il criterio che guida il vero, il giusto giudizio è imprecisabile, non può essere, come dicemmo, quello del danno ai terzi, e se non vuole essere un criterio di vuota astrazione etica (alla luce del quale c’è una sola soluzione giusta, la condanna di ogni violenza) deve essere un criterio tattico.

E che razza di tattica è quella che sta alla finestra per dire: possiamo condividere questa azione e non quell’altra, e di nessun mezzo oltre la propaganda e una vaga disciplina degli spiriti (assurda per gli “spiriti” di “corpi” sfruttati e tormentati) dispone per far sì che effettivamente gli atti si compiano secondo la utile corrispondenza al fine? Non vi è valutazione soggettiva di fine e mezzo, nel senso che tutte le valutazioni soggettive hanno eguale diritto ad essere riconosciute. L’attentatore ha fatto una cosa atroce e feroce finché volete ma non l’ha fatta per “guadagnarsi” qualche vantaggio personale col danno altrui. Su che cosa baserete una condanna che non sia: o viltà o complicità?

Ragione, responsabilità, perseguimento utile di fini, sono, amici anarchici, ed è qui che vi vogliamo (o ci giungete, o non sconfessate gli eccessi dell’azione individuale, dinanzi ai quali noi stessi abbiamo fieramente taciuto!), funzioni collettive. Ciò vuol dire che finché ogni uomo non sarà economicamente e quindi solo dopo “spiritualmente” redento, quelle condizioni si realizzano solo attraverso una disciplina che non sia una evanescente adesione a concetti più o meno efficacemente e concordemente propagandati da una “minoranza rivoluzionaria”, ma abbia carattere “organizzativo”; ossia corrisponda ad una effettiva “autorità”.

Solo un organismo che controlli, diriga e inquadri l’azione rivoluzionaria potrà “raccogliere le massime probabilità” di agire con mezzi utilmente proporzionati al fine; potrà “avvicinarsi” alla eliminazione delle violenze “inutili”. Perché questo organismo non esiterà a preordinare azioni anche di gravissime conseguenze quando l’insieme delle sue esperienze lo condurranno a ritenerle indispensabili per resistere all’avversario, e sopraffarlo, in base a criteri di freddo realismo che garantiranno gli “innocenti” assai più di una preparazione spirituale ed etica affidata al controllo soggettivo di chi ha “il diritto” di essere anche un esaltato. Perché tale organismo non pronunzierà inutili condanne a cose fatte ma tenderà ad evitare che si agisca da individui e gruppi slegati indipendentemente dalle sue decisioni, non piangerà ma cercherà di prevenire l’uso “irrazionale” della violenza.

Questo organismo avrà il diritto di riconoscere o meno la sua iniziativa in dati atti. Ma deve poter contare su di una disciplina effettiva e severa.

Affidare ad altro il gioco del controllo sulle conseguenze reali della predicazione della azione violenta, contare per questo su distinzioni postume ed inafferrabili, ecco in verità un mezzo che poco si confà al fine della vittoria rivoluzionaria, ecco in realtà – come legittimamente dicemmo e dobbiamo confermare – un indice sicuro di mancanza di reale comprensione del problema della emancipazione degli sfruttati nella sua prospettiva storica, per sostituirvi una imprecisabile concezione della emancipazione delle coscienze ereditata incoscientemente da filosofie borghesi.

 

 

  

Anarchici e comunisti
(“Il Comunista”, 24 luglio 1921)

Il giornale anarchico “Il Libertario” di Spezia, rileva la polemica svoltasi sulle nostre colonne, a proposito della violenza, con Luigi Fabbri, mostrando di condividere la distinzione del Fabbri tra violenza cieca e violenza “guidata dalla ragione, dal senso di responsabilità e dalla coscienza del fine”, senza che questa debba coincidere col concetto di violenza militarmente organizzata (e nemmeno escluderlo).

Questo argomento lo abbiamo abbastanza sviscerato per dovervi ritornare sopra. Vogliamo piuttosto rilevare brevemente un accenno del “Libertario”, laddove questo dice che il dissenso vero tra anarchici e comunisti è un altro: se la violenza debba restare solo e sempre insurrezionale per essere rivoluzionaria, come pensano loro, oppure possa restare rivoluzionaria anche se affidata ad un governo più o meno dittatoriale, come pensiamo noi.

Giustissimo che il vero e maggiore dissenso sta proprio qui.

Ma non è altrettanto giusto quanto subito dopo dice il detto giornale, e cioè tale punto mentre sarebbe stato trattato ampiamente dalla stampa anarchica, non sarebbe stato abbastanza sviluppato da quella comunista.

Per confutare questa affermazione basterebbe ricordare al “Libertario” non diciamo gli scritti fondamentali della Internazionale Comunista ampiamente tradotti negli ultimi tre anni dalla stampa nostra, dalle tesi dei congressi agli articoli e scritti dei migliori compagni esteri e al libro di Lenin sullo “Stato e Rivoluzione”, ma una serie di articoli e polemiche della stampa comunista italiana: ci limitiamo ad accennare quelle del “Soviet” e dell’“Ordine Nuovo” settimanale.

Vogliamo quindi dare solo brevi cenni a proposito, soprattutto per disilludere il nostro contraddittore anarchico e i suoi compagni di fede che noi possiamo mai comunque attenuare quella fondamentale nostra tesi che li trova fieramente avversi.

Se la distinzione sull’impiego della violenza del Fabbri non regge ad una critica attenta, quella generale degli anarchici tra violenza contro lo Stato e violenza di Stato (nel senso di negare la seconda come mezzo di azione della classe proletaria nella rivoluzione) è semplicemente la negazione della storia, e, per stretta conseguenza, della rivoluzione.

Deve essere tra noi e gli anarchici cosa pacifica che tutte le rivoluzioni che finora si sono svolte, sono consistite in un trasferimento del potere statale da una classe ad un’altra, da un gruppo all’altro, e che il gruppo protagonista della rivoluzione, appena vincitore, ha dovuto ricorrere alla dittatura ed al terrore contro il gruppo sconfitto, ma tuttora lottante per una restaurazione del suo potere, per una rivincita sulla rivoluzione.

Ma, dicono trionfalmente gli anarchici, è appunto per questo che tutte le rivoluzioni non hanno segnato la definitiva emancipazione degli oppressi e degli sfruttati, in quanto, dando nascita a nuove forme di potere statale, hanno costituiti nuovi rapporti di dominazione e di sfruttamento. Se la rivoluzione proletaria deve segnare la fine di ogni sfruttamento, essa non deve dar vita ad una nuova forma di Stato, ma sopprimere lo Stato.

Pare perfino impossibile che una questione tanto chiara possa ancora essere controversa tra rivoluzionari, dopo che il marxismo e la propaganda mirabile di chiarezza della Terza Internazionale ne hanno fornito brillantemente la soluzione decisiva.

Anche noi marxisti diciamo che la rivoluzione proletaria deve sopprimere lo Stato, e che questo ne sarà il risultato finale. Ma dire che lo Stato sarà soppresso, non è la stessa cosa che dire: si potrà fare a meno della forza statale per gli scopi della rivoluzione.

Perché la rivoluzione proletaria sopprimerà lo Stato? Non già perché, secondo (speriamo di non sollevare la solita indignazione con questa frase) la mentalità antistorica degli anarchici, essa sia la “vera” rivoluzione che finalmente eviterà l’errore delle rivoluzioni precedenti e realizzerà la formula bakuniana di non far sorgere né costituenti né dittature, abbattendo lo Stato, lo Stato in sé, e non una data forma di Stato.

La rivoluzione proletaria giungerà a sopprimere lo Stato per ben altre condizioni reali, che nelle passate rivoluzioni non esistevano, e che le danno la possibilità di “sopprimere la divisione della società in classi sociali”. Questa prospettiva era impossibile per quelle rivoluzioni che non avevano il loro punto di partenza nella situazione oggi rappresentata dallo sviluppo del capitalismo.

Ciò che metterà in grado il proletariato rivoluzionario vincitore di pervenire alla soppressione delle classi e dello Stato non sarà la sua avvedutezza di non permettere la costituzione di un potere rivoluzionario, ma una condizione di ordine reale economico, ossia la esistenza di un tale ingranaggio produttivo da poter essere amministrato da una società che non presenti sfruttamento del lavoro.

È pacifico tra anarchici e noi che questa società non può sorgere dai rapporti attuali di produzione, se non si abbatte il potere dello Stato capitalistico. Ma il loro errore è di vedere contemporanea la morte del capitalismo con quella dello Stato capitalistico. Se lo Stato attuale è la conseguenza e non la causa del sistema economico capitalistico e della divisione attuale della società in classi, è evidente che, se è vero che quando avremo soppresso la economia capitalistica e la suddivisione della società in classi, lo Stato sarà morto, non è invece affatto da aspettarsi che, abbattuto lo Stato borghese, sia risolto il problema della soppressione della economia capitalistica e della esistenza di classi sociali contrastanti.

La soluzione di questo problema non può essere istantanea come il rovesciamento del potere borghese. Essa è il risultato di un lungo processo storico di trasformazione, operata dalla energia del proletariato. Durante questo processo, e specialmente nella prima fase di esso, quando la borghesia ha maggiori possibilità di risollevarsi, esso è garantito solo da una organizzazione di forza proletaria che è lo Stato, la dittatura di classe.

Lo Stato non muore in una rivoluzione. In tutte le rivoluzioni lo Stato “si capovolge”. Lo Stato muore per lento esaurimento delle sue funzioni. La rivoluzione proletaria è la sola, la prima, che inizia questo “esaurimento”, dopo avere, come le altre, cominciato da una pura utilizzazione della forza statale.

Non è certo il caso di insistere sulla dimostrazione di tutto ciò. Val la pena però di ricostruire il curioso modo di ragionare degli anarchici. Essi concepiscono che la violenza rivoluzionaria insurrezionale è oggi indispensabile in una lotta tra borghesia e proletariato.

Che cosa vuol dire che la violenza dopo il rovesciamento dello Stato borghese non resta rivoluzionaria “se affidata ad un governo”?

Forse che sarà rivoluzionario lasciar risorgere lo Stato borghese senza opporvisi? Questo certo no. Ma il concepire questa lotta, tra una classe che vincendo non esiterà a costituire la sua dittatura più terroristica, assetata di vendetta (la borghesia) ed una classe opposta, che in omaggio al principio anarchico rinunzi vincendo alla dittatura statale che immobilizza l’avversario, è forse rivoluzionario, quando equivale evidentemente a lasciare all’avversario della rivoluzione un incalcolabile vantaggio nella lotta?

Come risulta dalle stesse parole del “Libertario”, una organizzazione militare, ossia disciplinata e gerarchica, è indubbiamente una condizione di maggiore successo nella lotta contro una organizzazione analoga avversaria, che non l’azione slegata ed informe. Ora se gli anarchici cominciano ad arrivare a questo concetto: “organizzare militarmente la violenza insurrezionale” vuol dire che essi stanno per darci totalmente ragione.

Questa organizzazione militare si dovrà liquefare appena l’avversario, lo Stato borghese, avrà piegato? Ed allora i controrivoluzionari non si daranno subito ad organizzare una “violenza militarmente organizzata” che tanto più facilmente vincerà, in quanto non avrà di contro una organizzazione stabile? Converrà, rivoluzionariamente parlando, che il proletariato non renda permanente la sua organizzazione militare, in modo da reprimere ogni indizio di organizzazione avversaria, con difficoltà, sforzi e vittime assai minori?

Ora, amici anarchici – quando mancasse ogni altra ragione dipendente dai complessi rapporti tra l’avanguardia rivoluzionaria delle masse e gli innumeri residui di antisocialisti lasciati come lunghissimo retaggio dal capitalismo, per dimostrare indispensabile lo Stato proletario – basterebbe avervi condotto a questo. Una organizzazione militare permanente anche nei momenti in cui la lotta tace, e per impedire che l’avversario la ridesti utilmente; ecco in verità, lo Stato, nella sua interezza. È vano fare gli scongiuri...

 

 

  

Strascico
(“Il Comunista”, 11 settembre 1921)

Con gli anarchici si potrebbe anche amichevolmente polemizzare. Così abbiamo fatto con Luigi Fabbri, ospitando anche un suo scritto sulle nostre colonne. A distanza di tempo, cosa dovuta alle molteplici nostre mansioni e occupazioni, vogliamo riprendere alcuni spunti della sua ultima replica su “Umanità Nova” del 12 agosto. Alcuni spunti soltanto.

È già molto quando in polemica si riesce a rendere bene la tesi altrui che si confuta. Tanto noi facevamo con successo, e Fabbri riporta la formulazione da noi data al suo pensiero, accettandola:

«Se la rivoluzione proletaria deve segnare la fine di ogni sfruttamento, essa non deve dar vita ad una nuova forma di Stato, ma sopprimere lo Stato».

Noi però non possiamo ancora accettare la formulazione che Fabbri traccia a sua volta del pensiero comunista, quando egli scrive:

«Gli anarchici accettano la violenza contro lo Stato e respingono la violenza di Stato. I comunisti accettano la prima per arrivare ad esercitare la seconda».

No, amico Fabbri. Né la violenza contro lo Stato, né la violenza di Stato sono per noi finalità, ossia punti ai quali “vogliamo arrivare”. Noi – come voi del resto, e Lenin lo ha chiarito nel suo libro “Stato e rivoluzione” – vogliamo “arrivare” alla soppressione di ogni violenza sia di Stato che, per conseguenza logica, contro lo Stato. Con voi riconosciamo che la condizione per la sparizione della violenza nella vita sociale è la soppressione della divisione della società in classi. Ma, mentre per voi basta per giungere a tanto solo la violenza contro lo Stato, per noi comunisti, occorre prima la violenza contro lo Stato borghese, indi la violenza dello Stato proletario.

Sono due mezzi, di cui voi accettate uno solo, noi entrambi, in corrispondenza di rispettive condizioni storiche, e non avete il diritto, onestamente polemizzando, di dipingerci come quelli che vogliono arrivare ad esercitare la violenza di Stato, per dire, una volta afferrato il potere: ci siamo, e ci resteremo...

Coll’uso della seconda forma di violenza rivoluzionaria, il proletariato comunista andrà verso la realizzazione della società senza classi. Sorreggendo la prima forma di violenza contro lo Stato, gli anarchici ne appoggeranno lo sforzo, sabotando la seconda forma – violenza di Stato – lo renderanno più irto di difficoltà; lungi dall’abbreviare il periodo in cui lo Stato proletario sarà una ferrea necessità, lo prolungheranno: la dittatura proletaria sarà tanto più breve, e tanto meglio preparerà la fine dei regimi autoritari, quanto meno avrà scrupoli e pregiudiziali liberali e libertarie, quanto meno ascolterà le rampogne metafisiche dei socialdemocratici e degli anarchici. Qui è un altro soffio di quella dialettica di cui vi accusiamo di mancare.

* * *

L’altro spunto è questo: è curioso come il Fabbri accolga la nostra accusa alla concezione anarchica di essere antistorica, poggiata sul ragionamento che Fabbri accetta e conferma: se tutte le passate rivoluzioni hanno trasferito il potere da una classe all’altra, e tutte hanno determinato il passaggio dal privilegio economico di una classe a quello di un’altra; la rivoluzione che ucciderà i privilegi non deve essere un passaggio di potere, ma una soppressione del potere statale.

Fabbri trionfalmente risponde che è questo il modo “storico” di ragionare, e che sarebbe “antistorico” il nostro che invece promette una rivoluzione di cui la storia non ha dato esempi.

Mio dio! Avere una concezione “storica” significa per noi, modesti marxisti, questo: che si possono utilizzare le esperienze storiche del passato per trarne la previsione di ulteriori sviluppi, che nei fatti passati hanno le loro cause ed origini, ma che per la diversa epoca, per il diverso grado di sviluppo delle condizioni generali (di cui è per noi base fondamentale lo stadio di sviluppo della tecnica produttiva) presenteranno caratteri nuovi e diversi. Appunto perché abbiamo una concezione storica, siamo in grado di tracciare il processo della rivoluzione proletaria nei termini diversi da quelli presentati da altre rivoluzioni, diversi perché dai primi appunto dipendono e ai primi succedono.

Fabbri, e con lui gli anarchici e con lui – non s’arrabbi – i filistei piccolo borghesi pensano la storia metafisicamente, come un dramma che snoda le stesse situazioni e ripete le stesse scene e dà luogo alla stessa fissità di regole, il che – non è paradosso – si identifica con assenza di regole. Peggio, come uno scolaretto che rinnova i suoi tentativi di rifare il compituccio senza errori. Non dice nulla che tra il governo di Lenin e quello, poniamo, di Cesare, siano passati duemila anni segnati da tutta una rivoluzione dei rapporti tecnici ed economici entro i quali vive la società umana: se Cesare ebbe i pretoriani, anche Lenin dovrà averli. Se la signora storia, che da millenni sta alla scuola dei riformatori utopisti, di cui i “libertari” sono l’ultima edizione, non vuole rifare lo sproposito di “sbagliare” le sue rivoluzioni, deve guardarsi dal fabbricare un nuovo Stato quando ne rovescia uno vecchio...

Invece, marxisticamente, rovesciando e fabbricando Stati, rovesciando e costituendo rapporti di dominazione di classe, la storia è giunta a un punto in cui rovesciando la forma di Stato cui ha dato il nascere l’economia capitalistica, e fondando il nuovo Stato proletario, non si troverà dinanzi al nascere di una “terza” classe destinata allo sfruttamento della classe rivoluzionaria vincitrice, ma si troverà nel periodo in cui la forza dello Stato lavorerà a sradicare quegli stessi rapporti economici da cui la divisione in classi, e il privilegio di classe prima fatalmente sorgeva.

Un esempio, forse più chiaro, del rinnovarsi di situazioni rivoluzionarie con diversità di sviluppi e rapporti, dipendenti appunto dalla diversa epoca e situazione storica. La borghesia vinse il potere delle vecchie aristocrazie terriere. Il suo potere fu un’arma rivoluzionaria finché servì a lottare contro i conati della restaurazione. Divenne un potere protettore di privilegi, perché dominio politico della borghesia significava massima libertà di sviluppo alle forme economiche del capitalismo e del salariato. Il potere rivoluzionario proletario, succedendo alla caduta del governo borghese, funzionerà finché sarà necessario contro le forze che tendono a restaurare il capitalismo, ma nella misura che le dominerà, farà sorgere il regime economico della produzione accentrata e collettiva, in cui non vi sono datori di lavoro e salariati, in cui scompare la divisione in classi.

Il potere della classe borghese, come quello delle classi che precedettero la borghesia, ebbe una prima fase in cui tenne il fronte contro il passato e i suoi tentativi di risorgere, ne ebbe una seconda in cui lo tenne e lo tiene contro il movimento rivoluzionario del proletariato. Il potere proletario avrà una prima fase analoga di lotta contro l’antirivoluzione, non avrà la seconda perché appunto la diversità di situazioni da cui sarà nato e che accompagnerà nel suo sviluppo daranno luogo alla “morte dello Stato”. Questa non dipende dall’aver saputo trovare la metafisica verità che per uccidere lo Stato occorre... strozzarlo in fasce, ma da un progressivo accumularsi di condizioni reali della vita economica...

Questa diversità dei due sviluppi si inserisce in una concezione “storica”: la ostinata identificazione dei loro “errori” dà la prova dell’antistoricismo anarchico. Di cui rinunziamo a cercarne altre nell’articolo del Fabbri, che arriva ad assomigliarci ai riformisti perché diciamo che l’esistenza del capitalismo avanzato è la condizione della rivoluzione proletaria... Ma internazionalmente, internazionalmente, amico Fabbri! Internazionalmente. Inutile citare la Russia. Senza la importazione delle risorse tecniche dell’industrialismo occidentale, e anche senza i prestiti di miliardi degli Stati europei, la Russia del 1917 non avrebbe avuto quel proletariato che è oggi alla testa della rivoluzione: non della rivoluzione russa solo, ma, nella complessità delle influenze del divenire storico precipitato dalla guerra, della rivoluzione del proletariato mondiale, suscitato dagli sviluppi della società capitalistica.