Partito Comunista Internazionale Indice - Numero precedente - Numero successivo

COMUNISMO

n. 35 - luglio-dicembre 1993
AZIONE E TEORIA, CLASSE E PARTITO NELLA CONCEZIONE MARXISTA E NELLA RIVOLUZIONE (continua dal n.34): La necessità della rivoluzione - La probabilità della rivoluzione proletaria [RG.55-56-57]
ORIGINI E STORIA DELLA CLASSE OPERAIA INGLESE (9 - continua dal numero 31) [RG50] Retroscena degli sviluppi in Gran Bretagna - La trasformazione politica della borghesia in Inghilterra - Il monopolio industriale mondiale - Il rafforzamento del dominio borghese
Partito e sindacato tra vecchio e nuovo secolo (2/11 - continua dal numero 33):  LE LOTTE DI CLASSE IN ITALIA - Dal 1892 AL 1895
LA RINASCITA DEI SINDACATI NEL DOPOGUERRA (2/2 - continua dal numero 33) [RG55-56]
Sul non concluso dramma tedesco: Gennaio ’43: Fraternizzazione a Stalingrado - La Seconda Guerra mondiale: guerra del capitale internazionale contro il proletariato - La politica razzista e bellicista della democrazia antifascista e dello stalinismo nella seconda guerra - Disfattismo rivoluzionario e fraternizzazione nell’azione del Partito Comunista Internazionalista - Il crollo degli equilibri di Yalta e la prefigurazione dei futuri scontri imperialistici - Il revisionismo storico, timido tentativo della borghesia tedesca di liberarsi della “colpa” - Al punto di partenza
Appunti per la storia della Sinistra [RG56] (continua dal n. 34): Lezioni tragicamente apprese da un eroico proletariato
Dall’Archivio della Sinistra:
     - Presentazione
     - MENTRE I SICARI DEL FRONTE POPOLARE SCANNANO I PROLETARI PER LE VIE DI BARCELLONA - Agli operai, alla opinione pubblica di tutto il mondo. Barcellona, 8 maggio 1937 (Prometeo, n.145, 30 maggio 1937)
     - PIOMBO, MITRAGLIA, GALERA - Così risponde il Fronte Popolare agli operai che osan resistere all’attacco capitalista (Prometeo, n.145, 30 maggio 1937)
     - Spiragli di luce (Prometeo, n. 146, 4 luglio 1937)
 
 
 

 


  


Azione e teoria, classe e partito nella concezione marxista e nella rivoluzione

(continua dal n. 34)

Riunioni di gennaio, maggio e ottobre 1993 [RG55-56-57]

  

Le “probabilità” della rivoluzione

[ È qui ]

  

La necessità della rivoluzione proletaria

Conclusa l’analisi dei modelli economico-politico-sociali, secondo la nostra versione e la nostra distinta scuola, s’impone un’organica impostazione del tema “Stato” che prenda le mosse dal seguente problema:
      1) Cosa c’è di vero e di attendibile nella dura polemica anti-marxista secondo la quale il materialismo dialettico mancherebbe di una credibile concezione dello Stato?
      2) Tale polemica comporta la necessità di seguire l’evoluzione storica del problema stesso, partendo però da premesse che i nostri avversari non potranno mai condividere, non per ragioni di astratta scienza, ma per motivi di opposti interessi e finalità storiche.
     3) Nel pensiero nostro e di Marx la questione politica è centrale, ma deriva dal tema della emancipazione della classe lavoratrice dal punto di vista economico.
     4) I nostri modelli sociali sono la rappresentazione e la prova provata che il tema delle forme di governo, e in particolare della dittatura proletaria, non sono per noi una questione feticistica, ma una dialettica funzionale alla società comunista.
      5) La Sinistra italiana, in particolare, ha elaborato una visione differenziata delle aree di sviluppo del capitalismo in relazione alle forme di governo borghese, inteso come sovrastruttura non puramente platonica ed indifferente di esse.

La Tavola VIII, l’ultima prodotta, costituisce la rappresentazione grafica e la prova sintetica di questo problema. Giunti alla rappresentazione di come solo il partito politico della classe lavoratrice è in grado di rovesciare la prassi in determinate e favorevoli condizioni storiche, dopo aver parlato delle probabilità della rivoluzione, affronteremo il tema della necessità di essa, secondo un modulo concettuale che non è in contraddizione con esse, ma l’altro lato dialettico della questione.

Partiremo, come abbiamo da poco ricordato, dalla considerazione molto generale per la quale la classe operaia non potrà emanciparsi se non conquisterà il potere politico: il tema delle forme di governo che il proletariato dovrà mettere in piedi dipende da questa capitale considerazione, che non ha nulla a che vedere con le più disparate estetiche della volontà di potenza di matrice borghese e peggio, piccolo‑borghese.

Il preambolo che Marx preparò nella redazione definitiva degli Statuti Provvisori della Prima Internazionale così proclama:

     «Considerando che l’emancipazione della classe operaia deve essere opera dei lavoratori stessi; che la lotta della classe operaia per l’emancipazione non deve tendere a costituire nuovi privilegi e monopoli di classe, ma a stabilire per tutti doveri e diritti uguali, e ad annientare il predominio di classe; che la soggezione economica del lavoratore nei confronti dei detentori dei mezzi di lavoro, cioè delle fonti della vita, è la causa prima della schiavitù in tutte le forme, di ogni miseria sociale, di ogni pregiudizio spirituale e di ogni dipendenza politica; che l’emancipazione delle classe operaia è in conseguenza il grande scopo al quale ogni movimento politico è subordinato come mezzo; che tutti i tentativi rivolti a questo scopo fino ad oggi sono falliti per mancanza di solidarietà tra le diverse branche di lavoro di ogni paese e per l’assenza di una unione fraterna tra le classi lavoratrici dei diversi paesi; che l’emancipazione della classe operaia, non essendo né un problema locale né nazionale, ma sociale, abbraccia tutti i paesi nei quali esiste la società moderna, e per la sua soluzione dipende dal concorso pratico e teorico dei paesi più progrediti; che il movimento della classe operaia che attualmente si rinnova nei paesi più industriali d’Europa, mentre fa nascere nuove speranze, in pari tempo costituisce un solenne avvertimento contro una ricaduta negli antichi errori e la spinge a congiungere immediatamente i movimenti ancora isolati, per queste ragioni i sottoscritti membri del comitato eletto il 28 settembre 1864 nell’assemblea pubblica di St. Martin’s Hall di Londra, hanno preso le misure necessarie per fondare l’Associazione Internazionale degli Operai».

In questo famoso preambolo-sintesi ed indirizzo inaugurale è contenuto l’essenziale di ogni possibile organizzazione politica che abbia per fine l’emancipazione delle classi sfruttate. Potremmo dire che non c’è nulla da togliere e nulla da aggiungere, nemmeno oggi, quando si celebrano i crolli ed i fallimenti di presunti sogni ed utopie; ed allorché, lo sappiano o meno le classi dirigenti borghesi, uno “spettro” s’aggira per il mondo capitalistico, quello di sempre, e cioè del Comunismo. Se non facessimo caso alla data del 1864, potremmo scambiarlo bene per un indirizzo inaugurale che ci sentiamo di riproporre ai lavoratori di tutto il mondo, quando al contrario si ingannano con programmi “minimi” neo-tribali, neo localistici, regionalistico-federalistici, propri di ogni involuzione proudhoniana ed anarchicheggiante.

Confrontando l’indirizzo inaugurale del 1864, anno di fondazione concreta del partito comunista internazionale, con il punto primo delle nostre considerazioni iniziali, affermiamo che per noi un’analisi astratta delle forme di governo, compresa quella della dittatura proletaria, indipendente dallo stato delle forze produttive alla scala mondiale, o anche della forma-Stato, come problema puramente politico, è senza senso e valore oggettivo.

La nostra Tavola VIII mostra chiaramente come il Partito sia concepito quale organo della classe che, nel corso secolare della lotta contro il Capitale e la borghesia, detiene la dottrina capace di dirigere il movimento operaio verso la sua emancipazione.

La dittatura proletaria, preconizzata e perseguita come l’unica forma di governo in grado di spezzare (zerbrechen, in tedesco) la macchina statale borghese, costituisce e costituirà la forma-Stato del proletariato in armi.

La domanda insistente degli avversari è se sarà democratica. Naturalmente il giudizio storico è che non è stata e non potrà essere democratica. Le varie forme di opportunismo, non ultimo quello staliniano, hanno fatto di tutto per rassicurare possibili alleati e “compagni di strada” sulla possibilità di fare della dittatura proletaria una organizzazione statale non solo democratica, ma la più democratica di questo mondo e della storia. Non a caso anche costituzionalisti borghesi hanno riconosciuto, ad esempio, che la Costituzione russa varata da Stalin nel 1936 è, almeno nella enunciazione e sulla carta, la più avanzata e progressista di tutte quelle fino a quel momento conosciute. Che cosa hanno inteso fare insomma gli opportunisti di ogni clima? Hanno voluto rassicurare i borghesi e piccolo-borghesi sulla democraticità del governo proletario, mentre la nostra Frazione e il marxismo radicale di sempre hanno fatto puntualmente il contrario, cioè predicato “dai tetti” il suo programma rivoluzionario e promesso la sua forma di Stato e di governo.

L’esortazione, contenuta al termine del Manifesto del Partito Comunista, “Proletari di tutto il mondo unitevi” entrava nella fase di concreta realizzazione.

Né Marx né Lenin si sono mai avventurati sul viscido terreno delle “garanzie costituzionali” per i cosiddetti “cittadini”, consapevoli che se la dittatura proletaria scendesse su questo terreno verrebbe meno alla sua funzione dinamica di governo dispotico della classe operaia sui suoi nemici. Questo non significa che non si renda conto della funzione dello Stato proletario, che, come ogni Stato, nella accezione marxista, non è che una macchina repressiva nei confronti della classe nemica: ma è anche consapevole che lo Stato della dittatura proletaria è l’ultima forma di Stato, perché l’emancipazione proletaria «non deve tendere a nuovi privilegi e monopoli di classe».

L’obiezione che queste sarebbero state solo delle “buone intenzioni” comuniste è nota, e da non prendere per pura e semplice provocazione. In realtà la teoria marxista non sa che farsene delle buone intenzioni, delle quali, come si dice, è lastricato l’inferno: non indulgendo dunque a nessun tipo di moralismo e di retorica, noi abbiamo sempre sostenuto in dottrina che lo Stato di classe, quello proletario, tende ad estinguersi. Questa posizione si differenzia in modo netto dalla teoria volontarista sullo Stato e le forme di governo proprie di tutti i movimenti anarcoidi e libertari: né ci illudiamo di “abolire” lo Stato, come se questo fosse una sorta di superfetazione della coscienza e della volontà di sopraffazione insita nella “natura umana”, né lo consideriamo una “forma naturale dell’autorità” come è proprio della coscienza decaduta di tipo luterano. Noi sappiamo che lo Stato è una macchina repressiva che ha qualcuno e qualcosa da reprimere: la classe nemica. Nel caso nostro, se l’emancipazione economica e sociale del proletariato non tende per definizione a ricreare monopoli e privilegi di classe, lo Stato proletario deve tendere necessariamente ad estinguersi, mano a mano che la società socialista mette nelle mani dell’intera specie i mezzi di produzione (della società, non dello Stato, o di qualche Stato nazionale!).

L’analisi che ha fatto la Sinistra delle vicende dello Stato russo e della struttura sociale russa sono note a tutti i militanti: abbiamo puntualmente respinto la tesi di Trotski sulla “burocratizzazione” dello Stato di dittatura proletaria e sulla necessità di ripristinare l’autentica democrazia nel partito e nello Stato, che non abbiamo mai rivendicato e che non c’è mai stata.

Il metro di misura dunque della corretta applicazione della dittatura proletaria non sta nel metodo democratico o nella “legalità socialista”, ma nel dato oggettivo sulla tendenza ad estinguersi dello Stato. Ancora una volta, poiché intendiamo essere materialisti-dialettici non solo contro gli altri, ma e forse principalmente nei confronti di noi stessi, la chiave della estinzione dello Stato di dittatura proletaria non sta nella volontà, neanche nella nostra buona volontà, di dichiarare estinta ogni macchina repressiva, ma nella realtà sociale ed economica. Se la società marcia, sotto la direzione proletaria, nella direzione del superamento a ogni residuo della vecchia società di classe, allora avremo “segni” di estinzione dello Stato; segni a volte non facili a decifrarsi, a volte anche contraddittori, ma in ogni caso di tendenza all’estinzione dello Stato.

Tutti ricordiamo la complessa dialettica della società russa post-rivoluzionaria, con una situazione di governo-Stato a dittatura politica proletaria, una base economica per certi aspetti non ancora dispiegatamene capitalistica (si pensi alla Nep di Lenin) ed una caotica realtà postbellica, sia di natura classica (guerra imperialistica) sia specificamente od apertamente sociale… Eppure, anche in quelle difficili situazioni, il Partito non ha rinunciato a leggere la realtà secondo la sua dottrina compiuta e integrale: nella lettura di Lenin e della Sinistra lo Stato proletario svolge la sua irrinunciabile funzione di macchina repressiva, ma che intende non essere la copia meccanica di quella borghesia abbattuta e distrutta. La sua funzione è infatti nel contempo di combattere militarmente i nemici, a livello internazionale e russo, e nello stesso tempo quello di esaltare la capacità di governo del proletariato non semplicemente nazionale russo, ma appunto mondiale. L’occhio del Partito è attento a non favorire la formazione d’uno Stato elefantiaco e pletorico, ma di una macchina efficiente ed affidabile. Il problema è quello di favorire le condizioni che aprono nella direzione della estinzione dello Stato. Si noti come il termine richiami il dato naturalistico: si pensi tanto per intenderci, all’estinzione dei… dinosauri (lo diciamo non senza un velo d’ironia).

La macchina statale proletaria, come mostra l’esperienza del glorioso Ottobre rosso, non aspetta i “tempi ultimi” nel mettere a punto un suo specifico ed inconfondibile modo d’essere: senza nessun complesso d’inferiorità nei confronti del cosiddetto “Stato di diritto”, di fronte al quale oggi tutti, almeno a parole, sembrano genuflettersi, superando i limiti ipocriti angusti e classisti della divisione di poteri, divenuto un vero e proprio feticcio per l’opportunismo, inizia una esperienza di governo e di Stato organico. Chi fa la legge si trova ad applicarla e ad amministrare la giustizia, secondo il concetto marxista per il quale la divisione del lavoro degli organi statali, piuttosto che essere una garanzia di balance of power diventa sempre più, nell’ambito borghese, una specializzazione di compiti e un mascheramento interessato della logica di potere del Capitale, che, per altro, non può rinunciare all’unità di comando ove si metta in discussione la sua sopravvivenza e la sua sovranità politica.

Nello Stato proletario i tre distinti poteri vengono ad essere riassunti da istanze di governo che non delegano ad altri le necessità incombenti di amministrazione politica, economica e militare. Chi, invocando il vecchio tipo di assolutismo, taccia questa esperienza di totalitarismo dimentica le necessità della rivoluzione come evento non certamente normale e convenzionale: la dittatura proletaria rivendica espressamente questo tipo di riassunzione di potere, né lo improvvisa da un momento all’altro, essendo iscritto a pieni titoli nel programma storico.

Resta fermo che la macchina statale sovietica, e ciò in forma paradigmatica, non semplicemente come peculiarità russa, è subordinata strettamente alle direttive del Partito. Questo aspetto fondamentale, scandalo per le forme di governo e di Stato di tipo precedente di natura borghese, risponde all’esigenza dialettica per la quale, essendo un organo della classe, elemento insostituibile nella direzione politica, il Partito comunista sta al vertice dell’apparato e tiene lo Stato proletario, in quanto macchina, sotto il suo controllo e le sue direttive.

Nella versione borghese lo Stato non tollera direzioni partitiche (e di questo si vanta), sia nella versione hegeliana di «incarnazione stessa della coscienza» sia nella versione dello “Stato di diritto” come male inevitabile per la garanzia del “bilanciamento dei poteri” che in un altro modo strariperebbero, in quanto non ha effettiva coscienza di sé ed ammette così di non aver una visione generale della realtà umana e naturale. Rovesciando le cose, come è vanto del marxismo, l’idea che la parte (in questo caso il proletariato) diventi tutto, e cioè incarni il punto di vista complessivo della specie umana in senso storico e abbia coscienza di sopprimere se stessa una volta che il fine sia dispiegato e raggiunto, denota come solo il lavoro emancipato e divenuto sociale sia in grado di eliminare lo Stato come macchina che reprime e sta sopra (questo è il significato etimologico di sovrano).

La società degli uomini unificati dal comune destino, «di una effettiva solidarietà e dalla comune missione di stabilire un rapporto ottimale di integrazione con le forze della natura», transcresce inevitabilmente nella pura e semplice «amministrazione delle cose», secondo la classica formula di Engels.

È questo lo scandalo insopportabile per la borghesia come classe e per tutte le classi sfruttatrici che si sono succedute nella storia. È per questo motivo che il materialismo storico è condannato come “ideologia”, che spiega la realtà in quanto la trasforma, e la trasforma in quanto non rinuncia ad interpretarla nel suo finalismo di fondo, che non può essere una semplice affermazione d’un imperativo morale individuale in senso kantiano, ma implica un imperativo categorico di tipo generale e di specie.
 

 

 

 

 

 


Origini e storia della classe operaia inglese

(IX - continua dal numero 31)

Retroscena degli sviluppi in Gran Bretagna - La trasformazione politica della borghesia in Inghilterra - Il monopolio industriale mondiale - Il rafforzamento del dominio borghese

[ È qui ]

  

  

  

  


Partito e sindacato tra vecchio e nuovo secolo

(continua dal numero 33)

LE LOTTE DI CLASSE IN ITALIA DAL 1892 al 1895

 

Dopo la fondazione del Partito Socialista nel 1892, le lotte di classe in Italia continuarono senza una vera direzione, come negli anni precedenti.

Prima di passare a queste, diamo un’occhiata alle posizioni assunte dalla Chiesa e dalla borghesia cattolica di fronte al pericolo giustamente individuato nel proletariato e nel socialismo.

Già negli anni immediatamente successivi alla formazione dello Stato unitario la borghesia cattolica, astensionista riguardo alle elezioni politiche ma certamente non riguardo ai propri interessi di classe, sosteneva la necessità di associazione di tipo corporativo che comprendessero sia i padroni sia gli operai.

Nel 1888 la rivista ufficiale dell’Opera dei Congressi, organizzazione cattolica intransigente, riportava un articolo di Giuseppe Toniolo, il quale respingeva i presupposti individualistici dell’economia liberale e sosteneva che il problema sociale poteva essere risolto tramite corporazioni di padroni e lavoratori riconosciute dallo Stato. Si aggiungevano inoltre misure di tutela dei lavoratori di tipo paternalistico e la difesa della piccola proprietà. Erano proposte che miravano a stabilizzare i rapporti sociali frenando gli eccessi del capitalismo e tutelando paternalisticamente gli operai, i contadini e i piccoli proprietari di terre.

Nel 1891 con l’enciclica Rerum Novarum di papa Leone XIII la dottrina sociale della Chiesa continuò ad esprimersi nel solco in precedenza tracciato. C’è nell’enciclica una confutazione teorica del socialismo e una difesa della proprietà privata, “diritto naturale”, che doveva tranquillizzare la borghesia cattolica e stabilire un confini invalicabile tra l’azione sociale dei cattolici e quella dei socialisti. Per la Chiesa il socialismo è ora il nemico principale e si vuole quindi sottrarre alla sua influenza il proletariato e le masse contadine. Nell’enciclica si dice che lo Stato, oltre a garantire l’ordine quando la lotta di classe è più acuta, deve anche agire per tutelare il riposo festivo, per limitare l’orario di lavoro e limitare od abolire il lavoro delle donne e dei bambini.

L’enciclica dice anche che nel contratto di lavoro entra «sempre un elemento di giustizia naturale, anteriore alla libera volontà dei contraenti, ed è che il quantitativo della mercede non deve essere inferiore al sostentamento dell’operaio, frugale, s’intende, e ben costumato». Evidentemente il buon pastore sa che le bestie da soma devono avere la quantità di foraggio necessaria per lavorare e per riprodursi.

Nella Rerum Novarum si parla quindi di associazioni miste di tipo corporativo, ma senza insistervi molto poiché ci si rende conto della scarsa praticabilità di tale soluzione; si insiste invece sulla creazione di associazioni operaie cattoliche, che evitino ai lavoratori cattolici di entrare in associazioni dirette dagli odiati socialisti. Quando sorgono le prime Camere del Lavoro i cattolici sono sconsigliati dai propri dirigenti dal farne parte.

A Milano nel 1894 viene approvato il “Programma dei cattolici di fronte al socialismo”, scritto dal Toniolo, in cui si riconosce il malessere da cui nasce il socialismo, ma si respinge la soluzione socialista, contrapponendo alla “rivoluzione socialista” il “restauro sociale cristiano”. Veniva ammesso in via eccezionale l’intervento dello Stato e venivano ancora proposte le corporazioni.

Nell’impossibilità di realizzare queste ultime il Programma prevedeva di incoraggiare i lavoratori a stringersi in «unioni professionali esclusivamente operaie» e rivendicare i propri diritti «per la via di una legale resistenza». Si proponeva quindi la formazione di organizzazioni sindacali cattoliche con lo scopo principale di dividere il proletariato in una fase in cui le lotte di classe andavano aumentando di numero, di intensità e di pericolosità per l’ordinamento di classe esistente. In altre fasi tornerà a galla il mai sopito corporativismo cattolico, che insieme a quello mazziniano è la base ideologica del corporativismo fascista e di quello post-fascista.

All’inizio degli anni ’90 osserviamo la nascita delle Camere del Lavoro, ad imitazione delle Borse del Lavoro francesi, quindi non organizzazioni sindacali ma istituti atti a facilitare il collocamento. Fin dall’inizio però furono anche considerati organi a difesa della mano d’opera contro il capitale, e con l’estensione di tale concetto di difesa finirono ben presto per comprendere la lotta sindacale. Le prime C.d.L. furono sovvenzionate spesso da Comuni e Prefettura. La prima C.d.L., quella di Milano fondata nel 1891, ebbe L. 15.000 di finanziamenti e la concessione dei locali da parte del Comune. A Torino ci fu un finanziamento di L. 5.000 e la concessione di un locale da parte del Comune e dell’Amministrazione Provinciale conservatrici. Al primo congresso nazionale delle C.d.L., nel 1893, venne approvato un programma ancora moderato, che non parlava di lotta di classe ma di tutela dei lavoratori nel sistema esistente con mezzi conciliativi. Le C.d.L. divennero organismi di lotta sindacale caratterizzati sempre più in senso socialista con la crisi economica e i moti del ’93/94 e la successiva repressione durante il governo Crispi.

Allo sviluppo di queste organizzazioni tendenzialmente sindacali a livello territoriale, seguì più lentamente il formarsi di organizzazioni sindacali di categoria a livello nazionale. Negli anni ’90 solo l’Associazione nazionale dei tipografi era unitaria ed efficiente, mentre esistevano tre organizzazioni dei ferrovieri unificatesi nel 1900, e una Federazione dei muratori che però cominciò a funzionare solo alla fine degli anni ’90.

Molti hanno attribuito tale situazione e le caratteristiche suddette delle C.d.L. all’arretratezza del proletariato del tempo. Noi comunisti sosteniamo esattamente il contrario: ovviamente non consideriamo positiva la mancanza allora di organizzazioni di categoria unitarie su base nazionale, ma consideriamo viceversa punto di forza e non di debolezza l’organizzazione su base territoriale delle C.d.L. che permetteva ai proletari di trovarsi uniti in quanto tali e di non rimanere prigionieri di quel settorialismo che un’organizzazione di categoria inevitabilmente comporta.

In questi anni ci fu il grande scandalo della Banca Romana, che mise in luce casi di corruzione e di finanziamento a partiti e a uomini politici. Anche allora non mancarono gli intelletti sopraffini che parlarono di una “questione morale”, e che attribuirono il tutto agli effetti perniciosi del sistema elettorale uninominale. Anche allora si parlava di “riforme istituzionali”, anche allora c’era un magmatico processo di aggregazione e disgregazione di partiti e gruppi parlamentari, che. con minore ipocrisia di oggi, fu chiamato “trasformismo”. Anche allora c’era chi, come il deputato radicale Felice Cavallotti, campione dell’estrema sinistra borghese, parlava di una unione “degli onesti” per una “rinascita morale” dell’Italia. C’era anche un “picconatore”, l’esponente conservatore Sidney Sonnino, che sosteneva il ritorno allo Statuto Albertino del 1848 per rafforzare l’esecutivo limitando le prerogative e le ciarle del parlamento.

Sullo scandalo della Banca Romana cadde il governo di Giolitti nel novembre del 1893, lasciando il posto a Crispi il quale, per la verità, non era meno implicato nello scandalo del suo predecessore.

Nel 1893 si ebbero dei moti proletari in varie parti d’Italia. La scintilla fu costituita dall’eccidio di Aigues-Mortes, nella Francia meridionale, dove circa 400 operai italiani che lavoravano nelle saline a salari più bassi dei francesi, furono attaccati da questi, che ne uccisero una trentina e ne ferirono un centinaio. Tale episodio suscitò una commozione di tipo nazionalistico in Italia con manifestazioni di associazioni patriottiche e studentesche. Ma col passare dei giorni le manifestazioni assunsero un carattere sempre più popolare e di rivolta di classe: la polizia, che aveva affiancato benevolmente i borghesi che manifestavano, ora caricava i popolani. Manifestazioni e scontri con la polizia, e in alcuni casi con l’esercito, si ebbero a Genova, a Roma e a Milano dove alcuni socialisti indirizzarono la manifestazione contro il capitalismo internazionale, primo responsabile dell’eccidio. Gli scontri più gravi avvennero però a Napoli, dove migliaia di dimostranti si scontrarono anche con l’esercito.

Tra gli arrestati, riportava il giornale Il Mattino in quei giorni, c’erano «due giovani socialisti: Croce e Labriola», che partecipavano alla lotta a titolo personale. Questo dimostra che il Partito Socialista era estraneo ai moti, ne era sorpreso. Scriveva Labriola in una lettera a Liebknecht: «Si tratta di un singolare risveglio di spirito proletario, ma io debbo francamente confermare che in questo caso la nostra influenza fu scarsa e che il moto popolare contro il Governo e la borghesia è stato del tutto spontaneo e istintivo». A Napoli tra gli arrestati c’erano anche dei socialisti e dei repubblicani, i cui partiti inviarono una protesta ai giornali deplorando l’arresto dei loro compagni «i quali sono rimasti estranei ai movimenti popolari».

All’inizio del 1894, insorsero i cavatori di marmo della Lunigiana, dichiarando lo sciopero generale e imbracciando i fucili contro la polizia, i carabinieri e le truppe poi incaricate della repressione. Si trattava di proletari coraggiosi ma non educati dalla disciplina della fabbrica, abituati a lavorare individualmente o in piccoli gruppi, e con un forte senso di corporazione. Erano i tipici proletari tra cui faceva breccia l’ideologia anarchica, infatti anche in questo caso trovarono tra gli anarchici i propri dirigenti. I moti della Lunigiana, come anche quelli di minore entità delle Puglie, furono dovuti anche alla speranza suscitata dai fatti di Sicilia.

A Catania nel 1891 era stato fondato il primo Fascio dei lavoratori, a Palermo nel 1892, con il fine delle «rivendicazioni economiche, cui è mezzo precipuo la conquista del potere politico». Tra il 1892 e il 1893 furono fondati in Sicilia molti Fasci dei lavoratori, prima nelle città e poi anche nelle campagne.

La crisi economica sommandosi all’unificazione del mercato interno, all’obbligo di acquistare dal Nord prodotti che si sarebbero potuti acquistare all’esterno più a buon mercato, ai nuovi dazi dovuti alla guerra doganale con la Francia, peggiorarono una situazione che con la struttura sociale improntata dal latifondo e con le tasse dello Stato unitario era già molto pesante. In pochi mesi vennero a trovarsi su posizioni di rottura con l’ordinamento sociale esistente e con lo Stato quasi tutte le classi sociali dell’isola, dalle plebi urbane ai contadini senza terra, ai mezzadri, ai minatori delle zolfatare, alla piccola borghesia dei commercianti e dei coltivatori. Quasi dappertutto sorgevano Fasci dei lavoratori, alla cui testa venivano a trovarsi gli intellettuali dell’estrema sinistra borghese ora divenuti socialisti.

Scrive il Romano che mentre al Nord gli affitti delle terre diminuivano del 20% ed anche del 30% in conseguenza della crisi, in Sicilia i fittavoli potevano ancora offrire alti fitti ai proprietari, dato l’aumento della mano d’opera che poteva essere ottenuta a prezzi sempre inferiori.

I Fasci dei lavoratori erano organismi embrionali e quindi scarsamente differenziati per funzioni: erano al tempo stesso società di mutuo soccorso, leghe di resistenza, organismi di lotta sindacale e organismi insurrezionali. Di essi facevano parte tanto socialisti quanto anarchici, anche se questi ultimi in diversi casi, come a Palermo, furono espulsi.

I Fasci siciliani, al congresso del maggio 1893, presero la denominazione di Partito Socialista Siciliano: ciò è significativo della confusione ideologica dei dirigenti. Del Partito infatti avrebbero dovuto far parte solo i socialisti, mentre tra i membri dei Fasci c’erano anche repubblicani ed anarchici, oltre a molti apolitici. I 9 membri del Comitato centrale del Partito Socialista Siciliano si adoperarono quasi sempre per calmare le situazioni più incandescenti e riportarle o mantenerle nella legalità. Questo non significa che fossero dei traditori. La concezione positivistica, gradualista e legalitaria tipica del socialismo turatiano era sicuramente presente tra molti dirigenti siciliani, ma è pur vero che il partito non poteva promuovere un’alleanza tra le classi senza rinunciare alla propria ragione di essere.

Il neonato Partito Socialista Italiano riguardo alla sua azione nelle campagne mirava, giustamente, ad organizzare il proletariato agricolo, cioè i braccianti, e non certo i mezzadri e gli affittuari. Ad un proletariato agricolo organizzato dal partito si sarebbe poi potuta accordare la gran massa dei contadini poveri.

La situazione in Sicilia si avvicina ad un punto di rottura, tanto è vero che ci fu la proposta da parte della mafia di affiancare ai Fasci i suoi 200.000 uomini. Il tentativo di collegamento non andò avanti, probabilmente perché la mafia si rese contro che il Governo era più forte dei Fasci.

In Sicilia si ebbero molti scontri tra manifestanti o scioperanti e forza pubblica, ma nessun tentativo di presa del potere, benché ad un certo punto i Fasci potessero contare su circa 300.000 uomini contro i 14.000 della forza pubblica. Con lo stato d’assedio e la seguente repressione del nuovo governo Crispi, dal gennaio 1894, l’ordine borghese tornò a regnare nell’isola, appaltato come in precedenza ai latifondisti, agli affittuari e alla mafia. Quest’ultima stava allo Stato italiano come gli ascari stavano all’esercito coloniale italiano o come la polizia ebraica del ghetto di Varsavia all’esercito tedesco.

Il Partito Socialista dei Lavoratori non seppe fare di meglio che sconfessare i moti siciliani, dicendo che la rivolta della fame non è una rivolta di partito. Un partito rivoluzionario avrebbe avuto la posizione che ebbe Marx riguardo alla Comune di Parigi, la cui lotta armata fu sconsigliata fino all’ultimo in quanto votata alla sconfitta, ma una volta iniziata fu tenacemente difesa e rivendicata affinché una sconfitta del proletariato non fosse inutile ma mezzo di future vittorie. A nome del Partito il socialista Badaloni, alle Camere riaperte nel febbraio 1894, disse che in Sicilia era avvenuta la rivoluzione sia per cause economiche sia per mancanza di «quel nuovo e potentissimo elemento d’ordine» che sarebbe stato costituito da «l’organizzazione cosciente dei lavoratori in partito di classe».

Crispi fece seguire alle misure poliziesche e amministrative anche delle leggi eccezionali che vietavano le associazioni e le riunioni che avessero per oggetto di «sovvertire per vie di fatto gli ordinamenti sociali». Quindi il 22 ottobre 1894 fu decretato lo scioglimento del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani e di tutte le associazioni aderenti.

Il Partito Socialista al congresso di Reggio Emilia del 1893 aveva approvato un ordine del giorno intransigente presentato da Lazzari ed altri, che diceva:

     «L’azione politica per la conquista dei pubblici poteri deve rappresentare la volontà del partito di agire indipendentemente dagli altri partiti, sostenendo nelle occasioni elettorali, tanto politiche che amministrative, candidature proprie che abbiano accettato senza riserve il programma ed appartengano al partito, ripudiando quelle combinazioni e compromessi che, pur tenendo conto delle situazioni locali, dovessero menomare i principi e la linea di condotta del partito stesso o essere in contraddizione col medesimo».

Dopo lo scioglimento del partito Turati, già sostenitore della linea intransigente, entrò a far parte con altri dirigenti socialisti della Lega per la Difesa della Libertà, fondata dai radicali borghesi di Cavallotti, sostenendo quindi da allora l’alleanza elettorale coi radicali. Questa alleanza fu accettata, con maggiore prudenza, dal congresso di Parma del 1895. In tale congresso venne presa anche una decisione senz’altro sana, quella di organizzare il partito sulla base dell’adesione individuale e non più di associazioni e società operaie.

Possiamo dire che il Partito Socialista Italiano, che a Parma prese tale denominazione, nonostante alcune indecisioni che pure andavano nel senso giusto, continuava nella sua politica di collaborazione di classe. A tal fine venivano strumentalizzate anche le posizioni di Engels il qual sosteneva che il proletariato avrebbe dovuto partecipare a sommovimenti che avrebbero portato forse alla repubblica borghese e comunque ad una maggiore libertà d’azione per il proletariato stesso. Fin qui il partito socialista italiano sembrava accettare le tesi di Engels, ma non le accettava certamente quando questi diceva:

     «Ma allora dovrà essere ben inteso, e noi dovremmo proclamarlo altamente, che noi partecipiamo come partito indipendente, alleato per il momento ai radicali e repubblicani, ma interamente distinto da essi: che non ci facciamo nessuna illusione sul risultato che, lungi dal renderci soddisfatti, non sarà per noi che una tappa guadagnata, nuova base d’operazione per conquiste ulteriori; che il dì stesso della vittoria le nostre strade si divideranno; che da quel giorno, di fronte al nuovo governo, noi formeremo la nuova opposizione».

A scanso di equivoci è necessario specificare che la rivoluzione borghese in Italia si era compiuta con l’unificazione nazionale e con il governo della Destra Storica, e che era proprio Crispi a parlare di una rivoluzione borghese incompiuta nel Sud e in Sicilia. Egli infatti accompagnò alla repressione un tentativo, regolarmente fallito, di riforma del latifondo tendente a creare un ceto di piccoli e medi proprietari agrari, coerente in questo con la propria radice ideologica mazziniana. La tesi di una rivoluzione borghese incompiuta al Sud con una conseguente “questione meridionale”, attraverso Gramsci è poi arrivata fino ai riformisti staliniani di pochi anni fa.

 (continua)

  

  

  

  

  

  

  


La rinascita dei sindacati nel dopoguerra

Esposto a Torino nel gennaio 1993 [RG55]

(continua dal numero 33)

[ È qui

  

  

  

  

  


Sul non concluso dramma tedesco


1) Gennaio ’43: Fraternizzazione a Stalingrado

     «Gennaio 1943.
     «Cari genitori, eravamo nella fabbrica Ottobre Rosso a Stalingrado, di fronte ai Russi. A poco a poco abbiamo fatto conoscenza con i nostri nemici, e nelle pause della battaglia gli abbiamo gridato: avete del burro o della carne? Loro ci hanno risposto urlando che avevano delle aringhe salate e qualche altra cosetta. Allora abbiamo avvolto un po’ di pane in una vecchia tenda da campo, e glielo abbiamo buttato, e loro ci hanno buttato qualcosa da mangiare. Naturalmente non dovevamo farlo, ma anche loro erano stanchi della guerra e affamati come noi. All’inizio ci si spara a vicenda, e poi si butta il pane. È un controsenso, ma la guerra è un controsenso. L’abbiamo riconosciuto, siamo stufi della guerra, di questi slogan. Tutto stupido.
     «Il vostro Hubert».

Questa lettera di un soldato ai genitori è stata resa pubblica in Germania, dopo 50 anni, insieme a moltissime altre. Da tutte emergono l’odio e il rifiuto della guerra. Queste lettere sono la migliore risposta alla canaglia democratica e antifascista che da quasi 80 anni attribuisce al popolo tedesco la responsabilità del nazismo, della Seconda Guerra mondiale (oltre che della Prima) e dell’olocausto.

La tesi di comodo dei vincitori democratici della guerra mondiale è che l’aggressività e la brutalità del popolo tedesco sono stati la causa della guerra. La guerra, massima espressione della virulenza distruttiva del modo di produzione capitalistico, viene dalle democrazie antifasciste ridotta a parte costitutiva del patrimonio genetico del popolo tedesco, da cui quindi gli altri popoli, geneticamente pacifici, devono essere pronti a difendersi in ogni momento.

Questa ridicola tesi è stata ripresa dai pennivendoli di regime al servizio degli interessi americani a commento delle aggressioni di squadracce di sottoproletari contro gli stranieri immigrati avvenute nella Germania unificata. Questi episodi sono stati utilizzati per rilanciare l’accusa contro il popolo tedesco di rifiuto congenito della democrazia, predisposizione all’intolleranza e al nazismo. Gli stessi organi di stampa ci hanno ricordato che la democrazia non è stata una conquista dei tedeschi, che da parte loro l’avrebbero senz’altro rifiutata, ma è stata loro imposta, insieme alla Costituzione, dal “liberatore” americano. È stato rinfacciato al popolo tedesco il “passato che non passa”, il crimine dell’olocausto, unicum della storia, punto di non ritorno della bestialità di cui i tedeschi si sono macchiati e di cui non saranno mai emendati.

In questa ridicola pagliacciata si sono distinti al solito gli ex e post-stalinisti, rifondatori o meno.


2) La Seconda Guerra mondiale: guerra del capitale internazionale contro il proletariato

Il popolo tedesco, ed in particolare il proletariato tedesco, al pari di tutti gli altri, è stato la vittima del secondo macello imperialistico dovuto alla necessità del capitalismo mondiale di distruggere il capitale costante e la forza-lavoro in eccedenza per uscire dalla crisi aperta dal crollo del 1929 e riprendere il processo di accumulazione.

La Seconda Guerra mondiale ancora e più della Prima ha rivestito un carattere antiproletario. Questo carattere era rafforzato dal processo di internazionalizzazione del capitale dalla fine della Grande Guerra al 1939. Era tale la compenetrazione dei capitali nazionali nel 1939 che nessun dirigente di nessuno Stato avrebbe mai potuto proclamarsi difensore della propria patria. Il nazismo non era il risultato della brutalità del popolo tedesco, ma della virulenza del capitalismo che in Germania assumeva un carattere patologico, a causa delle difficoltà che tale paese incontrava nell’esportare nei mercati strettamente controllati dagli altri imperialismi. Non a caso Hitler nel febbraio del 1939 lanciò la parola d’ordine: «La Germania deve esportare o morire».

La macchina bellica tedesca nel 1939 era quanto di meno “nazionale” ci fosse sull’arena mondiale. Il nazismo è stato il prodotto del capitale internazionale in funzione antibolscevica, più che del capitale tedesco. Per Bettelheim «i settori vitali dell’economia tedesca erano controllati, più o meno parzialmente, dal capitale internazionale» (“L’economia tedesca sotto il nazismo”). Il 52% della produzione di autoveicoli venduti in Germania era prodotta sul luogo dalla Ford e dalla General Motors. L’IBM e l’ITT possedevano molte fabbriche e producevano macchinari bellici sia per la Germania sia per gli Alleati. Il mercato del petrolio era controllato per il 50% dalla Standard e dalla Shell (GB e Olanda). Nel campo elettronico il capitale straniero investito in Germania ammontava al 23% del capitale totale del settore. L’industria del vetro era completamente in mano belga (Solvay) e francese (Saint-Gobain).

In Francia durante la guerra giornalmente passavano indisturbati – anche dopo la denuncia pubblica dei trotskisti francesi – provenienti dalla Spagna, rifornita a sua volta dall’America fino alla fine del 1944, due treni cisterna contenenti benzina e diretti in Germania, mentre aerei americani venivano venduti ai tedeschi attraverso il Portogallo.

Potremmo continuare all’infinito. Pensiamo basti questo a provare come il capitale internazionale continuava, anzi moltiplicava i suoi affari, infischiandosene dei confini e delle patrie, del suo appartenere al “campo democratico” o a quello “totalitario”.

La guerra, dissanguando il proletariato, ringiovaniva il capitale mondiale e gli preparava il sontuoso banchetto della ricostruzione.


3) La politica razzista e bellicista della democrazia antifascista e dello stalinismo nella Seconda Guerra

L’atteggiamento dei partiti comunisti controllati dalla Russia ormai deviata dal marxismo rivoluzionario, fu inizialmente filo-nazista e simulò la tesi leninista del disfattismo rivoluzionario contro Francia, Inghilterra e America. Ma quando la Germania attaccò la Russia rovesciarono le loro posizioni gettandosi nel crociatismo democratico più criminale. In questa seconda fase fecero a gara con i partiti democratici nel denunciare nella Germania l’incarnazione del “male” e nel tedesco un popolo di barbari e brutali assassini. Lo stalinismo si macchiò del crimine della parola d’ordine «l’unico tedesco buono è il tedesco morto».

Nessuna distinzione fu fatta tra il proletariato tedesco gettato nella carneficina imperialista e le sue classi dominanti capitaliste, strettamente intrecciate con le classi dominanti degli altri paesi belligeranti.

La propaganda democratica e stalinista assunse ben presto toni apertamente razzisti. Ancora nel 1974 Luciano Gruppi, teorico del PCI, riferendosi alla propaganda comunista (cioè stalinista) nella Resistenza scriveva: «si parla di tedeschi poiché si esprime un giudizio politico (…) Il popolo tedesco – di buono o di malgrado – sta sino a quel momento intorno al nazismo, e (…) gli italiani hanno da combattere non solo contro le SS o altre frazioni naziste o fasciste, ma contro i soldati tedeschi» (“Critica marxista”, Quaderno n. 7, 1974).

La tattica democratica e stalinista parodiava la tesi leninista del disfattismo rivoluzionario. Gli stalinisti propagandavano il disfattismo nell’esercito tedesco per rafforzare il fronte degli Alleati. Il loro era disfattismo a senso unico. Nella sostanza si lanciarono nella caccia al tedesco senza distinzione di classe. In questo modo coscientemente impedirono l’estendersi dei molti casi di disfattismo e di fraternizzazione tra i soldati tedeschi e italiani che si erano avuti dopo il 25 luglio e ancora di più dopo l’8 settembre.

La fraternizzazione dei proletari in divisa era il pericolo principale per la borghesia imperialista. La fraternizzazione del proletariato armato è infatti la premessa dell’Ottobre rosso. Per questo deve essere fermata con ogni mezzo. E dove si rivelò insufficiente la propaganda bellicista e l’incitamento all’odio tra i popoli, da ambo i lati del conflitto intervennero i corpi scelti di assassini al servizio del capitale: SS, GPU, OSS (futura CIA), bande fasciste, partigiane staliniste e democratiche, i quali, in assoluta “fraternità”, uccidevano gli internazionalisti e i fraternizzatori.


4) Disfattismo rivoluzionario e fraternizzazione nell’azione del Partito Comunista Internazionalista

Il nostro Partito pur operando in condizioni di estrema difficoltà, braccato come era dalle bande naziste, fasciste, democratiche e staliniste, non rinunciò a operare nel corso del secondo conflitto mondiale dentro il movimento operaio per indirizzarlo nella via di Lenin.

Contro la propaganda razzista dei democratici e degli stalinisti, che riducevano il nazismo ad un prodotto dell’anima tedesca, il Partito rispose che esso è «un fenomeno tedesco non perché abbia radice nella cosiddetta “anima germanica”, o in qualche oscura maledizione della razza, ma perché appunto in Germania il capitalismo ha raggiunto le sue manifestazioni più parossistiche» (“La nostra via”, Prometeo, n. 1, novembre 1943).

Essendo il capitalismo la causa prima della guerra bisognava respingere gli appelli alla “lotta di liberazione” contro la “barbarie tedesca e fascista” per ritornare alla strategia leninista della fraternizzazione e della trasformazione della guerra imperialista in guerra civile. Bisognava «spargere tra le fila dei soldati germanici il seme della fraternizzazione, dell’antimilitarismo e della lotta di classe, diffondendovi il contagio della (…) volontà rivoluzionaria».

Si consideri che dopo l’8 settembre erano sempre più numerosi i casi di insubordinazione, di diserzione e di fraternizzazione nell’esercito tedesco. Mentre gli stalinisti e i loro reggicoda democratici cercavano di utilizzare il rifiuto della guerra dei proletari in divisa tedesca in funzione antigermanica e filo-alleata, con ciò condannandolo all’impotenza e alla sconfitta, collaborando oggettivamente con le SS alla distruzione dell’iniziale movimento disfattista, il Partito lanciava l’appello alla fraternizzazione e ad disfattismo di tutti i fronti militari, in assoluta autonomia dell’avanguardia proletaria rivoluzionaria da tutti gli schieramenti bellici.

Memore delle tesi leniniste sulla guerra imperialista il Partito respinse l’”antitedeschismo” profuso a piene mani dai democratici e dagli stalinisti, per riprendere lo studio sul ruolo del proletariato tedesco nella rivoluzione mondiale. È tesi di sempre del Partito, sin dal suo sorgere come Partito mondiale della rivoluzione nel 1848, che il proletariato tedesco per la sua formazione teoretica, per la sua collocazione geopolitica, è il cuore e il cervello della rivoluzione mondiale.

     «La rivoluzione fu sconfitta a Berlino nel 1919 e a Berlino dovrà vincere se vorrà dare l’assalto al potere mondiale del capitale.
     «Di questo ha piena coscienza anche la controrivoluzione che non cesserà la guerra fino a quando non il nazismo sarà sconfitto, ma la Germania occupata per impedire ogni movimento autonomo del proletariato rivoluzionario.
     «Fra tanto miope antitedeschismo (…) non deve perciò fare meraviglia se la nostra attenzione si appunta, oggi, con maggiore intensità proprio sul proletariato tedesco (…) Fa parte della mentalità prettamente patriottarda allineare sul piano della corresponsabilità della guerra e delle forze che l’hanno provocata anche il proletariato».

Ed ancora:

     «Si assisterà allo smembramento della Germania e del suo proletariato, che in realtà è il pericolo numero uno della futura pace democratica, così come lo è stato della “pace” nazista (…) Le apparenze indicano che saranno, almeno in un primo momento, le baionette alleate, a garantire sulle rovine della Germania la vittoria della borghesia democratica, non più contro il nazismo, ma contro il ritorno offensivo del proletariato rivoluzionario» (“Il proletariato tedesco cardine della strategia rivoluzionaria”, Prometeo, n. 10, agosto 1944).

Sappiamo tutti come finì. Troppo deboli erano le forze internazionaliste, troppo forte era ancora il richiamo del mito sovietico nel proletariato mondiale poiché fosse possibile la generalizzazione della fraternizzazione e del disfattismo, premessa alla trasformazione della guerra imperialista in guerra civile.

Ad ogni buon conto e per maggior prudenza le truppe alleate occuparono la Germania, divisero e controllarono con le baionette il proletariato tedesco, processarono e impiccarono le marionette del regime nazista e consegnarono il potere al capitale “democratico”, perché democraticamente continuasse a succhiare il sangue del decimato proletariato germanico.

“Scoprirono” Auschwitz e misero anche questo in conto al proletariato tedesco. In avvenire poteva tornare utile. 


5) Il crollo degli equilibri di Yalta e la prefigurazione dei futuri scontri imperialistici

Nel 1989 è crollato il muro di Berlino e con esso è crollato l’equilibrio imperialistico decretato a Yalta e a Potsdam.

Questo crollo riflette oltre che il dilagare della crisi del capitale mondiale anche lo spostamento dei rapporti di forza economici tra i vari centri capitalistici.

Da materialisti marxisti, pur non sottovalutando le sovrastrutture ideologiche, leggiamo gli avvenimenti nei fatti economici. Il secondo dopoguerra ha visto una diminuzione progressiva della produzione industriale di USA più URSS in percentuale sulla produzione mondiale. Si è passati dal 67,6% (53,6% USA più 14% URSS del 1947-50) al 44,4% del 1985 (24,4% USA più 20% URSS).

Mentre Germania occidentale più Giappone sono passati insieme dal 5,7% al 10,7% negli stessi anni

L’URSS è crollata insieme al crollo della sua produzione, l’America ha perso posizioni su posizioni. La Germania unificata, assorbito il grosso boccone della RDT non tarderà a lanciarsi nell’occupazione economica del centro-est Europa, già adesso inserito pienamente nell’orbita del Marco. Al 1993 non è azzardato affermare che la quota USA più Russia (nel frattempo l’URSS è sparita) sia scesa al 34% mentre quella di Germania più Giappone sia salita al 12-13%. Può sembrare ancora poco, ma è già sufficiente per allertare le orecchie sensibilissime degli attuali dominatori del mondo: gli USA.

Ricordiamo che nel 1938 la quota della produzione industriale USA più URSS era del 46,8% mentre quella di Germania più Giappone dell’11,3%, per cui i rapporti di forza industriali oggi sono meno sfavorevoli all’asse Berlino-Tokio di quanto lo fossero nel 1939.

Senza dimenticare che la struttura produttiva tedesca e giapponese è molto più moderna di quella russo-americana.

Questo spiega il maggior dinamismo diplomatico e militare della Germania e del Giappone dopo il 1989. Il parlamento tedesco sta discutendo una modifica della Costituzione per l’invio di truppe al di fuori dell’area atlantica. Il testo concordato tra i partiti di governo CDU-CSU e Liberali prevede possibili interventi militari anche senza mandato dell’ONU nell’ambito di Nato, Unione Europea Occidentale, Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa. Il testo governativo ammette tra l’altro l’impiego delle forze armate nell’esercizio del diritto di difesa collettiva secondo l’art. 51 della carta dell’ONU, il quale si presta a molte forzature:

     «In caso di aggressione armata ad un membro delle Nazioni Unite, questa carta non pregiudica affatto il diritto naturale dell’autodifesa individuale o collettiva, finché il Consiglio di Sicurezza non abbia adottato misure adeguate per il mantenimento della pace».

Si evince che finché il Consiglio di Sicurezza non ha deciso ognuno può fare quel che vuole. Se a ciò si aggiunge la richiesta sempre più pressante dei tedeschi di entrare con diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza si vede come la Germania stia liberandosi della tutela russo-americana per occupare il posto di grande potenza che le compete.

Per quanto riguarda il Giappone, anch’esso ha iniziato a mandare truppe all’estero anche se su mandato dell’ONU (Cambogia). Il crollo dell’URSS sta spingendo Tokyo a rivedere la strategia militare che vede al primo punto la liberazione dalla tutela militare americana.

Il Giappone è l’unico paese “occidentale” che continua ad accrescere le spese militari, che superano ormai in volume il bilancio della Difesa della Francia e della Gran Bretagna, tenendo presente che questi due paesi destinano fino al 30% del loro bilancio militare alle spese nucleari, mentre per il Giappone le spese nucleari, ufficialmente a fini pacifici, non rientrano nel bilancio militare. Sta di fatto che tutte le potenze ed in particolare USA ed Europa sono allarmate dai piani nucleari del governo giapponese. Il Giappone è dotato di tutte le capacità tecnologiche ed industriali per fabbricare armi nucleari e possiede l’intera capacità missilistica. Entro il 2010 circa il Giappone accumulerà un centinaio di tonnellate di plutonio puro che corrisponde a circa 2.000 testate nucleari militari ed è pari alla quantità di stoccaggio militare dell’ex-URSS. È sicuro ormai che solo una parte di queste cento tonnellate potrà essere riciclata nel programma civile (Il Sole 24 Ore, 8-9 gennaio 1993).

Anche Tokyo chiede sempre più insistentemente l’ingresso nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU con poteri di veto. Gli USA e la loro colonia britannica, centro della controrivoluzione mondiale, nel momento del loro trionfo sull’orso sovietico vedono ergersi all’orizzonte più potenti che mai i loro nemici strategici. Questi saranno ossi ben più duri dello spelacchiato orso staliniano.


6) Il revisionismo storico, timido tentativo della borghesia tedesca di liberarsi della “colpa”

La Germania ha una debolezza strategica. Essa è potente sul piano della produzione, della tecnica, della infrastruttura, etc., ma sul piano finanziario essa molto dovrà fare per emanciparsi dal dominio delle centrali finanziarie di Wall Street e della City.

Uno dei primi atti di un governo tedesco che intenda contrapporsi nettamente sul piano finanziario agli USA sarà la ripresa del controllo statale della Bundesbank, la cui completa autonomia dal potere politico fu imposta dai “liberatori” nel ’45. Ma anche su questo piano non esistono ostacoli insormontabili. Lo stesso per quanto riguarda la potenza militare.

Quando la borghesia tedesca deciderà di armarsi nessun potere al mondo glielo potrà impedire, a meno che la potenza dominante USA non decida un attacco preventivo terroristico. In questo caso la Germania verrà schiacciata ma cadrà finalmente la menzogna dell’aggressività genetica del popolo tedesco e della filantropia quacchera del popolo americano, elargitore di libertà a suon di bombardamenti a tappeto.

La debolezza strategica della Germania è di tipo ideologico. L’ideologia non è una mera astrazione, essa marxisticamente è una forza materiale specialmente quando conquista il cuore dei popoli.

Alla Germania dopo il ’45 i “liberatori” accollarono tutto il peggio del XX secolo. La manovra degli alleati fu un’azione preventiva. Non potendo trasformare la Germania in un popolo di pastori come era nei progetti originari, era necessario operare nel profondo dello spirito tedesco. L’operazione è consistita nel marchiare l’anima del popolo tedesco della colpa originaria, del crimine assoluto. Il popolo tedesco, e la sua parte più combattiva il proletariato, è stato con questa criminale azione ideologica svirilizzato, reso impotente storicamente.

In questa gigantesca operazione di mistificazione storica e di castrazione ideologica di un intero popolo la borghesia mondiale ha trovato il maggior suo complice nella borghesia tedesca, che tutto ha accettato dagli Alleati senza osare reagire. Infatti le prime reazioni allo stravolgimento storico delle cause del nazismo e della Seconda Guerra mondiale non vennero dalla Germania ma dall’America e dall’Inghilterra. La scuola revisionista inizia in quei paesi nei primi anni ’60. Il fondamentale testo revisionista dell’inglese Taylor (“Le origini della seconda guerra mondiale”) che smantella la tesi tradizionale della colpevolezza di Hitler nello scoppio della guerra è del 1961.

Allora ci furono reazioni alle tesi dell’insigne professore oxfordiano solo negli ambienti specialistici.

La borghesia tedesca, accucciata ai piedi dei due dominatori del mondo macinava i suoi affari e ricostruiva la potenza industriale che avrebbe in futuro riproposto l’eterno “problema tedesco” che già Marx aveva spiegato centocinquant’anni fa essere la sintesi in un popolo, anzi in una classe, il proletariato tedesco, del problema del comunismo.

     «L’emancipazione della Germania è praticamente possibile solo mettendosi dal punto di vista della teoria la quale dichiara che l’uomo è l’essere supremo dell’uomo» (“Per la Critica della filosofia del Diritto di Hegel”, Introduzione).

Più di 30 anni sono passati da allora. È caduto il muro e la Germania si è unificata. Non solo, ma con la semplice forza della sua potenza industriale e finanziaria ha conseguito pacificamente tutti gli obiettivi dell’originario piano hitleriano di espansione ad Est.

La borghesia tedesca è costretta dalla dinamica dei fatti economici e storici a prendere partito. Non può, se non vuole suicidarsi storicamente, subire il giudizio dei vincitori senza reagire. Se ancora non ha la forza per imporre il suo punto di vista, liberandosi dal fardello del peccato e del male accollatole dagli Alleati, può però cominciare a chiedere un “giusto processo”.

Il moderno revisionismo storico, il cui esponente più intelligente è Ernst Nolte, rappresenta la più articolata reazione teorica della borghesia germanica. Nel suo “Nazionalsocialismo e Bolscevismo” (pag. 21) scrive:

     «La non partiticità del pensiero storico non può certo aspirare a una infallibilità di tipo divino ed essere quindi libero da errori. Essa continua a correre il pericolo di prendere partito in modo particolarmente nascosto o sottile. Tuttavia, per usare un’immagine giuridica, essa vuole soltanto che le regolari procedure prendano il posto delle corti marziali e dei processi clamorosi, procedure cioè nelle quali vengono ascoltati seriamente anche testimoni a discarico e i giudici non siano diversi solo formalmente dai pubblici ministeri. Le singole sentenze saranno ugualmente discordanti l’una dall’altra ma, a differenza di quelle delle corti marziali, esse conoscono dei livelli intermedi tra la pena di morte e l’assoluzione. Ciò nonostante non sono infallibili e quindi non escludono la revisione».

Si può intanto evidenziare, a dispetto dei detrattori antifascisti di Nolte che lo accusano di riabilitazione del nazismo, una certa timidezza nel difendere le sue tesi di fondo, espressione della relativa debolezza tedesca nei confronti del condominio russo-americano (il libro è del 1987).

Se è vero che egli scrive:

     «La “soluzione finale” è unica in un senso non banale, ma con ciò non è incomparabile; infatti il diritto di chiamarla unica nel suo genere nasce solo dal confronto il più ampio possibile ed il grande iato della incomprensibilità può essere collocato solo in un punto che viene alla luce dopo un lungo cammino per la lotta della comprensione»,

 è altrettanto vero che egli diminuisce la forza delle sue argomentazioni quando scrive:

     «Tuttavia i genocidi di Hitler sono di un’altra categoria. La differenza non consiste nel fatto che essi sarebbero stati più ampi sul piano quantitativo».

In questo Nolte riflette quanto la “colpa” pesi ancora sul popolo tedesco.

Autori non revisionisti hanno espresso sull’olocausto tesi ben radicali e non lontano dalle posizioni del Partito. Zygmunt Baumann nel suo “Modernità e Olocausto” esprime:

     «il sospetto che l’olocausto non sia stato in antitesi della civiltà moderna e di tutto ciò che essa rappresenta. Noi sospettiamo (anche se ci rifiutiamo di ammetterlo) che l’olocausto possa semplicemente aver rivelato un diverso volto di quella stessa società moderna della quale ammiriamo altre e più familiari sembianze; e che queste due facce aderiscano in perfetta armonia al medesimo corpo. Ciò che forse temiamo maggiormente è che ciascuna delle due non possa esistere senza l’altra, come accade per le due facce di una moneta».

L’olocausto, sarebbe meglio dire gli olocausti, proprio per negare l’unicità dell’olocausto ebraico, è un prodotto della moderna società capitalista.

     «Quando si pensa ai crimini intenzionali dell’imperialismo, quando si pensa ad esempio che nello stesso momento (1945) in cui i nostri Thorez cantavano vittoria sul fascismo, 45.000 algerini (provocatori fascisti!) cadevano sotto i colpi della repressione; quando si pensa che è il capitalismo mondiale il responsabile di questi massacri, l’ignobile cinismo di questa soddisfazione dà veramente la nausea» (“Auschwitz ovvero il grande alibi”, Il Programma Comunista, 11/1960).

Per Henry Feiugold Auschwitz è la sintesi, senza orpelli, della moderna fabbrica capitalistica in cui forza-lavoro e materie prime vengono a coincidere.

     «Auschwitz fu anche una estensione del moderno sistema di fabbrica. Invece di produrre merci, esso utilizzava gli esseri umani come materie prime e sfornava la morte come prodotto finale, con le quantità giornaliere accuratamente riportate sul rendiconto dei dirigenti. Le ciminiere, simbolo stesso del moderno sistema di fabbrica, sputavano l’acre fumo prodotto dalla combustione della carne umana. La rete ferroviaria dell’Europa moderna, perfettamente organizzata, trasportava alle fabbriche un nuovo genere di materie prime, così come faceva con altri materiali. Nelle camere a gas le vittime respiravano vapori tossici generati da pastiglie di acido prussico, prodotte dall’avanzata industria chimica tedesca. Gli ingegneri progettarono i crematori, gli amministratori crearono un sistema burocratico funzionante con un fervore e un’efficienza che nazioni più arretrate avrebbero invidiato. Persino lo stesso progetto complessivo era un riflesso del moderno spirito scientifico deviato dalla propria strada. Ciò di cui siamo stati testimoni non era altro che un enorme progetto di ingegneria sociale» (citato da Baumann, pag. 25-26).

Non è quindi un caso che mentre Baumann considera riproducibile Auschwitz in quanto prodotto della modernità, cioè del capitalismo, Nolte, espressione di una classe nazionale storicamente ancora sulla difensiva, la borghesia tedesca, affermi che

     «una nuova versione di Auschwitz (…) è oggi solo una follia» (op. cit. pag. 13).

Il moderno revisionismo non è passato sotto silenzio come il revisionismo di Taylor degli anni ’60. È divenuto un fenomeno di dibattito di massa. Ciò non a caso. Come si è ricordato, la Germania del 1993 non è la Germania del 1960 e la borghesia tedesca non può più rimanere rintanata. È, e lo sarà sempre di più in futuro, costretta a prendere partito.


7) Al punto di partenza

Questo articolo ha preso spunto da un episodio di fraternizzazione tra soldati tedeschi e russi in un luogo ricco di simboli: la fabbrica Ottobre Rosso, simbolo della fraternizzazione universale dei proletari e la città di Stalingrado, simbolo del dissanguamento insensato del proletariato russo per difendere le centrali della controrivoluzione mondiale di Londra e Washington.

Il grido di disperazione del soldato Hubert, al pari dei gridi contro la guerra dei milioni di anonimi proletari di cui nulla sappiamo, è rimasto inascoltato sia durante sia dopo la guerra. Il proletariato irreggimentato dalla socialdemocrazia e dallo stalinismo non aveva organi per ascoltare e interpretare i segnali che gli provenivano dal suo immenso corpo sociale. Oggi, di fronte al dilagare della crisi generale del capitalismo, socialdemocrazia e stalinismo vengono private dei mezzi materiali per la loro corruzione.

Il proletariato non si è certo liberato dall’opportunismo socialdemocratico e stalinista. Le forze veramente comuniste e internazionaliste sono ancora allo stadio molecolare, è indiscutibile però che sarà la crisi a sgombrare il terreno dai rottami dell’opportunismo.

Può darsi che il partito della Rivoluzione non riuscirà a fermare la guerra, ma forse gli opportunisti troveranno grandi difficoltà, superiori a quelle incontrate nel ’14 e nel ’39, a far marciare i proletari sotto le bandiere delle rispettive borghesie.

Senza cadere in un ottimismo fuori luogo, visti gli attuali sfavorevoli rapporti di forza, possiamo però ragionevolmente prevedere che nel caso di una guerra imperialista il proletariato dopo le prime batoste reagirà in modo classista, riallacciandosi, attraverso il sottile filo rosso degli innumerevoli e anonimi Hubert, alla gloriosa Comune di San Pietroburgo.

Ed in questa ardua e grandiosa prospettiva il posto di primo piano sarà occupato dal proletariato tedesco, come già scritto dal Partito nel 1960:

     «Non una guerra nazionale di tedeschi di nuovo patrioti e razzisti, contro tutti. Ma una guerra civile, nelle due Germanie contro i governi manutengoli dell’America e della Russia, ossia una rinascita di classe del proletariato tedesco, il ritorno della parola della dittatura proletaria e della grandiosa tradizione di Marx. Non è la prospettiva di un’assurda impresa, a condizione che la lotta interna di classe risorga nel centro, nell’ovest e nell’est. Quasi mezzo secolo è bastato a decidere che la direzione russa della lotta per il comunismo è finita nel fallimento. Le speranze possono essere solo in una missione del grande proletariato tedesco che riempia la storia di quanto resta del secolo. Non si tratta più della sola Europa. Sono in moto tutti i continenti. Benché la zavorra nazionale pesi ancora per molto, pur con rivoluzionario effetto, per quei popoli di colore, la loro guida sarebbe in un pieno internazionalismo della formula unitaria tedesca; il nuovo grande Stato del proletariato tedesco, che affronti le forze dell’est e dell’ovest tutte capitaliste socialmente» (“Vae victis Germania”).

 

 

 

 

 

  


Appunti per la Storia della Sinistra

Esposto alla riunione di maggio 1996 [RG56]

(continua dal numero 34)


Lezioni tragicamente apprese da un eroico proletariato

Chiudevamo il precedente rapporto con questa lapidaria ed inequivocabile affermazione:

     «A chi ci dice che dobbiamo essere dove proletari si battono, noi rispondiamo che ci batteremo per ritirare fino all’ultimo operaio da queste armate di Unione Sacra che lavorando accanitamente in Spagna e negli altri paesi noi combattiamo per distruggere la macchina capitalista dell’oppressione, quella da cui sgorga il fascismo e l’antifascismo, per battere la borghesia, per scacciarla dalla comoda finestra che ella occupa attualmente e dove può fregarsi esultante le mani contemplando la carneficina del proletariato spagnolo ed internazionale» (Prometeo, 20 settembre 1936).

Nel numero 36 di Bilan veniva pubblicato un articolo intitolato “L’isolamento della nostra Frazione di fronte agli avvenimenti di Spagna”. Lo scritto, dopo avere esaminato le posizioni delle varie organizzazioni aderenti alla Opposizione Internazionale, concludeva nel modo seguente:

     «Se, oggi, la difesa del marxismo rivoluzionario equivale all’isolamento completo, noi lo dobbiamo accettare considerando che non faremo altro che esprimere l’isolamento terribile del proletariato; il quale è tradito da tutti e gettato nell’annientamento da tutti quei partiti che si dichiarano promotori della sua emancipazione. Noi non ci nasconderemo i pericoli che da tale situazione possono derivare alla nostra organizzazione, perché essa è perfettamente cosciente di non possedere la somma delle conoscenze marxiste, ed è altrettanto cosciente che i movimenti sociali di domani, che rimetteranno i proletari sul loro terreno di classe, riaccorderanno la loro vera potenza soltanto al marxismo rivoluzionario ed agli organismi che ad esso si riallacciano, compresa la nostra Frazione» (n. 36, ottobre-novembre 1936).

Per i nostri compagni, quindi era molto meglio preoccuparsi per il domani anziché rincorrere le chimere ed i facili entusiasmi dell’oggi.

Non fu certamente un caso se la Sinistra italiana fu la sola corrente marxista che, sia nel periodo della guerra di Spagna, sia in quello successivo del secondo macello imperialista, non perse mai il suo orientamento poiché, anche nella terribile tempesta che si era scatenata sul mondo e senza segnali visibili di riferimento, non aveva abbandonato la bussola marxista che indicava la sicura rotta del Nord rivoluzionario. Che i partiti socialisti e “comunisti” staliniani avrebbero esercitato un ruolo ferocemente controrivoluzionario sempre più aperto mano a mano che la situazione maturava, era prevedibile; ma la Spagna rappresentò la tomba anche del trotskismo e delle scuole anarchiche.

Trotski, scaduto ormai a campione del manovrismo, aveva perfino giustificato teoricamente la partecipazione del proletariato alla lotta tra democrazia e fascismo. Secondo Trotski la democrazia era incapace di difendersi dal fascismo, di conseguenza l’intervento del proletariato in questa lotta tra i due antagonisti borghesi avrebbe potuto fare approdare la lotta antifascista a una conclusione rivoluzionaria. Era del tutto naturale, quindi, che i trotskisti si sarebbero gettati nella mischia per difendere ed incrementare le "realizzazioni rivoluzionarie" ottenute nelle fabbriche, nei campi e nell’esercito. Anche a questo proposito la nostra posizione fu nettissima:

     «Per il fatto che la borghesia si ritira provvisoriamente dalla scena politica, per il fatto che i borghesi non si trovano più a capo di certe imprese, si arriva a credere che il potere borghese non esista più. Ma se questo fosse davvero inesistente, allora è l’altro che dovrebbe sorgere: quello del proletariato (...) Il nostro punto di vista, al riguardo, è estremamente preciso: due principi si contrappongono, due classi, due realtà: quella della collaborazione e del tradimento, o l’altra della lotta (...) La strada che conduce al fiorire della lotta di classe non passa attraverso il progressivo allargamento di conquiste materiali lasciando in piedi lo strumento di dominazione del nemico, ma nella direzione opposta che porta allo sviluppo dei movimenti proletari. La socializzazione di una impresa, che lascia intatto l’apparato statale non è altro che uno degli anelli della catena che immobilizza il proletariato dietro il suo nemico, sia sul fronte interno, sia su quello imperialista dall’antagonismo fascismo-antifascismo, mentre lo scoppio di uno sciopero per una minima rivendicazione di classe, e ciò vale anche in una industria “socializzata”, è un anello che può condurre alla difesa e alla vittoria del proletariato spagnolo ed internazionale» (Bilan, n. 34, agosto - settembre 1936).

Da parte loro gli anarchici, lo abbiamo visto, compromisero immediatamente la loro purezza antistatale e rivoluzionaria svendendo tutto il loro “libertarismo” in cambio della sola libertà di aderire alla guerra antifascista.

     «In ottobre lancerà le sue consegne sindacali in cui vieterà le lotte rivendicative di qualunque tipo e farà dell’aumento della produzione il dovere sacro del proletariato» (Bilan, n. 36).

     «I congressi sindacali anarchici (...) impegnano la battaglia per strappare l’economia spagnola dal controllo dello “straniero” e gli operai sono impegnati alla realizzazione di una produzione intensificata» (Prometeo, 11 aprile 1937).

Il Partito Comunista d’Italia, fin dalla sua fondazione, prese una chiara posizione riguardo alla lotta rivoluzionaria di classe e di conseguenza riguardo all’atteggiamento da adottare nei confronti di democrazia e fascismo. Secondo il nostro schematismo dottrinale – merito che la Sinistra italiana si è sempre attribuito – il dilemma democrazia-fascismo resta circoscritto nell’ambito della classe borghese, mentre l’azione del proletariato può svilupparsi solo in funzione dei suoi specifici obiettivi. La battaglia per il conseguimento di questi obiettivi specifici del proletariato impone la simultaneità della lotta contro la democrazia e contro il fascismo. Anche nel momento dell’attacco legalitario o extra legalitario del fascismo. Nel marzo 1922 quando il fascismo era praticamente già padrone del potere e dalle stesse file della borghesia democratica si delineava una opposizione anche armata contro lo spettro della dittatura, il Partito Comunista, mantenendo inalterata la sua posizione, affermava:

     «Da questo punto di vista generale discende questa norma di azione pratica: le masse devono dotarsi di una organizzazione di lotta che sia capace di fronteggiare l’offensiva fascista con gli stessi suoi mezzi; di agire contro la organizzazione legale dello Stato» (L’Ordine Nuovo, 8 marzo 1922).

La giustezza della nostra ferma posizione venne confermata da tutto lo sviluppo degli avvenimenti spagnoli che videro, nel corso della estenuante guerra durata circa tre anni, il contrapporsi di due eserciti inquadrati nei rispettivi apparati statali, entrambi capitalisti.

Le stesse vittorie riportate nel campo antifascista erano sufficienti a smentire le posizioni difese dal trotskismo, poiché risultava chiaro come queste non rappresentassero una affermazione dell’autonomia del proletariato, ma, al contrario, dimostravano indispensabile per il successo della lotta antifascista lo stretto legame tra proletariato e Stato democratico-borghese. Argomento inconfutabile quando si ammetta la partecipazione alla guerra.

Conferma più netta della posizione marxista intransigente non poteva aversi nello stesso tempo che non poteva aversi smentita più drastica di tutte le teorizzazioni anarco-sindacaliste.

Dall’agosto 1936, fino a tutto il maggio 1937, l’anarchismo si trovò ad avere le più favorevoli condizioni per realizzare i suoi postulati rivoluzionari. Di fronte al disfacimento dell’apparato statale, alla fuga ed alla eliminazione dei capitalisti, tutte le iniziative libertarie ebbero libero sfogo. Gli anarchici erano in maggioranza alla testa dell’esercito, nei sindacati, nelle cooperative agricole e in quelle industriali, nella stessa struttura statale della Catalogna. Il fallimento dell’utopia anarchica non può quindi essere imputato alla mancanza di condizioni oggettive.

Gli anarchici non possono nemmeno invocare il pretesto dell’intervento delle potenze fasciste a fianco del Caudillo, poiché loro per primi, anziché chiedere la lotta dei proletari degli altri paesi contro i rispettivi Stati borghesi, richiedevano che il proletariato internazionale facesse pressione sui governi capitalisti democratici per spingerli ad intervenire a fianco della Spagna repubblicana, o quanto meno ad inviare armi per la guerra antifascista.

Al massacro proletario dei due contrapposti fronti la nostra Frazione contrapponeva la parola d’ordine leninista della fraternizzazione per la trasformazione della guerra civile capitalista in guerra civile rivoluzionaria. Al proletariato si dovevano dare direttive che potessero permettere la ripresa della lotta di classe sui due fronti:

     «Al volontariato, opporre la diserzione. Alla lotta contro i “mori” ed i fascisti, la fraternizzazione. Alla Unione Sacra il fiorire della lotta di classe sui due fronti. All’appello per la fine del blocco contro la Spagna, le lotte rivendicative in tutti i paesi e l’opposizione a tutti i trasporti di armi. Cominciare con questo rifiuto nei paesi dove il proletariato ha ancora delle possibilità di lotta significa realizzare la condizione, la sola condizione per il risveglio della lotta di classe in Italia ed in Germania. Alla direttiva del solidarismo di classe occorre contrapporre quella della lotta di classe e dell’internazionalismo proletario» (Bilan, n. 38, gennaio 1937).

Questo concetto rivoluzionario abbondantemente sviluppato sulla nostra stampa e nella nostra propaganda fu espresso direttamente nell’agosto 1936 ad una riunione del C.C. del POUM da un delegato della Frazione, presente in qualità di osservatore. Il C.E. della Frazione aveva infatti deliberato (nella sua riunione dell’8 agosto 1936) la «presa di contatto con invio di una delegazione con gli elementi di opposizione di sinistra comunista in Ispagna per contribuire alla formazione di un Partito Comunista. Presa di contatto sul fronte sindacale con tutte le forze politiche agenti sul campo proletario al fine di orientare i movimenti attuali su un piano rivoluzionario di classe».

Per tutta risposta i rappresentanti del POUM affermarono che, per le nostre proposte, ci meritavamo solo la pena di morte. A Barcellona fu vietata la diffusione della stampa della nostra organizzazione.

Prometeo, nell’aprile dell’anno successivo, tornava sull’argomento in questi termini: «È così, oggi si è agenti di Franco se si difende il programma dell’internazionalismo proletario e si solleva la bandiera della fraternizzazione degli sfruttati di tutte le nazionalità contro il fronte unico degli sfruttatori di tutti i paesi» (Prometeo, 11, aprile 1937).

Ma su quali basi la Sinistra italiana poteva pretendere di qualificare la guerra di Spagna come una guerra imperialista,

     «quando era non solamente impossibile, ma inconcepibile determinare gli interessi imperialisti in antagonismo poiché si trattava di due eserciti dello stesso paese? È indiscutibile che gli avvenimenti spagnoli ponevano, per quanto concerne la caratterizzazione della guerra che vi si sviluppava, un problema inedito ai marxisti. Ma se precedenti storici calzanti non potevano essere trovati, il metodo di analisi marxista permetteva tuttavia di affermare che, per quanto fosse vero che contrastanti interessi specifici ed imperialistici non potevano essere individuati nel duello Franco-Frente Popular, il carattere imperialista sia della guerra di Franco, sia di quella del Frente Popular risultava in modo indiscutibile dal fatto che né l’una né l’altra si appoggiavano sulla organizzazione dittatoriale e rivoluzionaria dello Stato proletario.
     «La cosa era analoga per quanto concerne la Catalogna dell’autunno 1936: il deperimento dello Stato catalano precedente, non essendo superato dall’istituzione dello Stato proletario, non poteva che conoscere una fase (d’altronde transitoria) nel corso della quale la persistenza della classe borghese al potere si affermava non fisicamente e direttamente, ma grazie all’inesistenza di una lotta proletaria diretta alla fondazione dello Stato proletario. Nei due casi, della caratterizzazione della guerra e dello Stato catalano, la natura imperialista della prima, capitalista del secondo non risulta dagli elementi esteriori (la posta della guerra, l’apparato di costrizione dello Stato), ma dagli elementi sostanziali che si condensano nell’inesistenza dell’affermazione della classe proletaria, la quale in Ispagna non è in grado – nemmeno attraverso una sua sparuta minoranza – di porre il problema del potere» (Prometeo, n. 8, 1947).

Già su Bilan n. 12 dell’ottobre 1934 la Frazione aveva chiaramente affermato:

     «Sinistra- destra, repubblica-monarchia, appoggio alla repubblica ed alla sinistra contro la destra in vista della rivoluzione proletaria, ecco le alternative e le posizioni difese dalle differenti correnti nel seno della classe operaia. Ma l’alternativa era un’altra e consisteva nella contrapposizione: capitalismo-proletariato, dittatura della borghesia per la distruzione del proletariato o dittatura del proletariato per la costruzione di un bastione della rivoluzione mondiale in vista della soppressione degli Stati e delle classi».

Ma una simile indicazione il proletariato spagnolo avrebbe potuto riceverla soltanto dal suo partito di classe, partito che nella penisola iberica non esisteva affatto. Nella Frazione, al proposito c’erano delle idee molto chiare:

     «Date le situazioni obiettive in Ispagna, l’assenza del partito di classe, l’influenza deleteria dell’anarco-sindacalismo, dobbiamo escludere la possibilità che il proletariato possa passare ad un intervento diretto per cercare di imporre la sua soluzione proletaria».

Italia, Germania e Russia rifornivano i due fronti di ingenti quantità di materiale bellico, di truppa e di consiglieri militari; ma l’intervento in Spagna, anche se in misura minore, o forse sarebbe meglio dire, in forma sofisticata, avveniva da parte di tutti quanti i paesi europei.

Sui campi di battaglia, per tutto il 1936 ed i primi mesi del 1937, le operazioni militari seguirono un corso apparentemente instabile. Grandi vittorie si susseguivano da parte di uno e dell’altro esercito senza però che si arrivasse a conclusioni definitive. La lentezza dello sviluppo delle operazioni militari rispondeva evidentemente ad un piano capitalista prestabilito che oltrepassava di gran lunga i confini spagnoli; era cioè la necessità che la guerra, anche se limitata, durasse il più a lungo possibile, sia per uno scopo economico capitalista, sia per un progetto politico a più vasto raggio. Nemmeno questo aspetto della guerra era sfuggito all’analisi della Frazione quando si chiedeva come fosse possibile che una città come Madrid, da mesi bersagliata dai colpi degli attacchi aerei, dell’artiglieria dell’esercito nazionalità, dai quali era quasi completamente investita, potesse resistere per così lungo tempo. Come fosse possibile per così lungo tempo rifornire di viveri una popolazione tanto numerosa che si trovava nella impossibilità di lavorare. Inoltre, la situazione di Madrid, era la situazione dell’intera Spagna, poiché i fronti di guerra passavano attraverso tutti quanti i centri produttivi del paese, sia industriali, sia agricoli, sia commerciali.

     «Se ne deve dedurre – commentava Prometeo–- che se la vita economica può continuare a funzionare, questo corrisponde ad una volontà prestabilita di Franco e di Caballero, per potere ottenere, insieme e solidarmente, una vittoria nei confronti degli operai spagnoli e di quelli degli altri paesi che sono stati – dai traditori di tutte le risme – mobilitati intorno alla causa dell’esercito capitalista repubblicano. Solamente l’avvenire permetterà di chiarire queste questioni e di vedere se non vi era simultaneità fra il lento assassinio del proletariato spagnolo, la graduale corruzione degli operai degli altri paesi e l’andamento di situazioni economiche dove il provvisorio slancio produttivo non è dovuto che alla intensificazione folle dell’industria degli armamenti, alla truffa della svalutazione ed alle manipolazioni doganali e tributarie» (Prometeo, 11 aprile 1937).

Se a prima vista l’accusa di complicità tra Franco e Caballero, per sgominare le forze della classe operaia, può sembrare eccessiva, in seguito vedremo come di fatto questa solidarietà di classe borghese si realizzò effettivamente. Ed anche se Franco e Caballero non ne fossero stati completamente coscienti, ne aveva certamente piena coscienza il capitalismo internazionale al soldo del quale i due loschi figuri combattevano.

     «Che si tratti dell’Inghilterra, della Francia, del Belgio o degli altri paesi a dittatura fascista o centrista – scriveva Prometeo – è grazie agli avvenimenti spagnoli che si crea quella psicosi che permette di ottenere l’indifferenza delle masse di fronte al voto dei crediti di guerra, se non addirittura la cessazione di movimenti di classe».

Non solo l’Unione Sacra veniva rafforzata in Spagna dove le vittorie del Fronte Popolare rappresentavano la conferma che uniti si sarebbe potuto vincere la reazione fascista, e le sconfitte dimostravano la necessità, per il proletariato, di abbandonare “temporaneamente” ogni tipo di rivendicazione di classe. La stessa Unione Sacra aveva buon gioco nei paesi a regime democratico: lì la classe operaia aveva il compito di sostenere i propri governi e addirittura di spingerli verso la crociata antifascista. Ad esempio L’Humanitè del 26 aprile si indignava e proclamava:

     «Con quale diritto il presidente del Consiglio, cui il posto proibisce di intervenire in favore di un partito o contro un partito, si permette di mettere in dubbio la nostra sincerità. Con quale diritto afferma che noi non abbiamo avuto sempre la preoccupazione esclusiva degli interessi della Nazione?»

Ma l’infezione interclassista trovava terreno fertile perfino negli Stati a dittatura fascista.

L’antifascismo italiano, grazie alla guerra di Spagna cercava di riguadagnare un certo credito fra le masse proponendosi come carta di riserva per il capitalismo qualora il braciere spagnolo ed altri fatti internazionali avessero dovuto determinare la necessità di una messa a riposo del regime fascista. Prometeo del 12 aprile 1936 riportava e commentava alcuni manifesti lanciati dal PCI: «Non date un centesimo per la guerra. Date armi alla lotta antifascista! Date armi ai combattenti per la pace! Date armi ai soldati della libertà! Date armi per la salvezza dell’Italia!», con queste parole d’ordine terminava un appello del partito di Togliatti.

In un altro, firmato “I reduci della Grande Guerra”, ma di chiara ispirazione stalinista, si diceva: «Una soluzione che salvi la dignità del soldato italiano ed il prestigio del nostro Paese è ancora possibile. Ma questa soluzione non può essere né offerta né accettata da chi ha scatenato il conflitto (in Europa, ndr). Bisogna eliminare il principale, il maggiore responsabile della guerra (Mussolini, ndr) perché il mondo faccia credito all’Italia per una pace giusta e onorevole».

Seguiva il commento della nostra Frazione:

     «No, mille volte no! Non abbiamo mai accreditato la formula del “non un centesimo per i bilanci di guerra”, quando essa era sollevata nei parlamenti borghesi giacché abbiamo sempre pensato e pensiamo che il proletariato deve infrangere la catena del servaggio, distruggere nello Stato capitalista l’organo specifico della oppressione, e solo poi potrà stabilire la destinazione del prodotto del lavoro dei proletari. Nel seno del regime capitalista l’unica azione possibile è quella che consiste a stabilire sul fronte di classe, e giammai sul terreno parlamentare, un’azione di resistenza delle masse.
     «Ma qui si tratta di un appello del centrismo a rafforzare una politica che è altrettanto spiccatamente di guerra quanto lo è quella delle carogne più nere del fascismo. È concepibile che gli operai non arrivino a vedere chiaro nella situazione giacché esistono dei potenti organismi che gli impediscono di comprendere la realtà terribile che viviamo. Ma sarebbe davvero incomprensibile che gli operai lascino un solo centesimo dei magri salari che guadagnano per rafforzare direttamente il bilancio di guerra del centrismo, arteria centrale del Fronte Popolare.
     «Le armi della lotta antifascista, le armi della pace, le armi della libertà, le armi della salvezza d’Italia – per riprendere esattamente la formulazione del manifesto centrista – sono, come nella Grande Guerra, quelle che dovrebbero servire ad ammazzare i proletari di un altro paese (...)
     «All’appello centrista i proletari emigrati, se vogliono dare una manifestazione elementare di coscienza di classe devono rispondere con un rifiuto preciso ed energico. Se gli stomachi di Di Vittorio, di Grieco e compagni d’Italia e degli altri paesi (...) non ne hanno abbastanza di dissanguare il proletariato russo, ebbene, che si rivolgano direttamente ai loro padroni, ai ministri della guerra dei gabinetti centristi, fascisti ed antifascisti. I proletari non vogliono preparare volontariamente le armi che serviranno per il loro macello» (Prometeo, 12 aprile 1936).

Ma anche lo stesso fascismo riusciva a realizzare una atmosfera di collaborazione di classe, chiamando le masse a solidarizzare con la causa di Franco per dare scacco all’imperialismo plutocratico e a permettere lo sviluppo dell’“Italia proletaria”. E su questo terreno scopriva di avere un alleato proprio nel partito stalinista che, contemporaneamente, si faceva portabandiera delle libertà e della democrazia.

Il PCI infatti poneva come piano di agitazione fra le masse, per la conquista della democrazia, il programma fascista del 1919 e dava l’indicazione agli operai di inserirsi nei sindacati e nelle organizzazioni fasciste.

     «Oggi i traditori centristi – era il commento di Prometeo–- non realizzano altro, traverso la corruzione, che quello che la borghesia non era riuscita ad ottenere traverso la violenza fascista. Sul terreno della riconciliazione nazionale il centrismo fa oggi suo anche il programma fascista del 1919 (...) Ciò non significa altro che la borghesia, nella preparazione al conflitto mondiale, ha trovato nei nuovi traditori gli strumenti più adatti e più spudorati per ingannare le masse precipitate nel vortice della guerra» (Prometeo, 22 novembre 1936).

Come era stato possibile questo repentino mutamento della politica del PCI? Quale fatto nuovo aveva determinato una così brusca svolta? La risposta era di una semplicità estrema. Il 5 maggio l’esercito italiano aveva occupato Addis Abeba ed il giorno 9 Mussolini proclamava la nascita dell’Impero. Lo stalinismo italiano si adeguò prontamente alla nuova situazione e, nell’agosto, in una riunione preparatoria del C.C., Grieco affermava: «Dobbiamo specificare che lotteremo per una democrazia nuova che tenga conto della esperienza fascista. Dobbiamo tener conto che i sindacati fascisti sono i soli sindacati oggi esistenti. Bisogna riconoscere che la CGL oggi non esiste».

Nel verbale della riunione dell’ U.P. del PCI del 10-11 agosto si legge il seguente intervento di Montagnana: «Noi dobbiamo avere il coraggio di dire che non ci proponiamo di abbattere il fascismo. Il nostro obiettivo attuale (...) sono le libertà democratiche in regime fascista. Vogliamo oggi migliorare il fascismo perché non possiamo fare di più». Di Vittorio: «Libertà nei sindacati, nei fasci, nei comuni. La CGL deve presentarsi come un centro di studi dei problemi sindacali». Ciufoli dice che il PCI «facendo suo il programma (fascista, ndr) del 1919 colmerà il vuoto che esiste ancora tra noi e le masse». Ancora Montagnana: «La fase attuale (il regime fascista, ndr) dura da 14 anni e tutti i nostri sforzi non sono riusciti a farla superare. In 14 anni non abbiamo avuto nessuna modificazione dei rapporti di forza (...) di qui la necessità di fare uno sforzo per rendere più audace la nostra politica (...) È vero che la linea del VII congresso è la lotta per la democrazia, ma la linea che ci viene indicata è quella di agganciarci alle forze decisive, che in Italia sono quelle fasciste».

Il 30 agosto il vertice del PCI si riunisce di nuovo e, di nuovo, si ribadiscono gli stessi concetti. Montagnana: «L’attività degli antifascisti, degli stessi comunisti, è pressoché nulla. Gli elementi attivi sono fascisti. Bisogna che i nostri compagni diventino i dirigenti dei dirigenti fascisti».

Egidio Gennari pubblicava a Parigi uno scritto intitolato: “Italia in Cammino”. Vi si legge: «L’attività svolta dalle masse nei sindacati fascisti e i risultati ottenuti dimostrano che già i sindacati fascisti possono essere uno strumento di lotta contro il padronato e che perciò essi debbono essere considerati come i sindacati operai nella attuale situazione italiana (...) Lottare fraternamente per realizzare il programma di Piazza San Sepolcro del 1919 con ogni corrente di giovani, o di lavoratori, o di dirigenti fascisti (...) Nella situazione attuale siamo disposti a sostenere una qualsiasi riforma politica democratica, anche parziale, anche se non esce dal quadro del regime attuale – come il programma del 1919 – purché sia voluta dal popolo italiano e corrisponda a più vitali e urgenti interessi del popolo italiano».

Se ci sono dei compagni interessati ad approfondire questa attitudine boia del PCI, purché abbiano uno stomaco abbastanza forte, si vadano a leggere, su Lo Stato Operaio n. 10 dell’ottobre 1936, l’articolo: “Riconciliazione ed unione del popolo italiano per la conquista del pane, della pace e della libertà”.

I nostri compagni, ormai abituati alle più aberranti capriole del PCI, non potevano far altro che registrare la profondità del baratro in cui queste canaglie erano sprofondate.

     «Una cosa bisogna riconoscere: che il centrismo ha ormai perso il senso del ridicolo. In effetti, dopo avere affermato che il loro comitato centrale avesse stabilito come parola d’ordine della situazione attuale quella della conquista della democrazia, suggerisce di porre, come piano di agitazione fra le masse, il programma fascista del 1919 (...) Sul terreno della riconciliazione nazionale il centrismo fa oggi suo anche il programma fascista del 1919 e non è da escludersi di vederlo in un prossimo domani partecipare alla commemorazione della marcia in Roma. Ciò non significa altro che la borghesia, nella preparazione del conflitto mondiale, ha trovato nei nuovi traditori gli strumenti più adatti e più spudorati per ingannare le masse e precipitarle nel vortice della guerra (..) Per oggi, ancora, riformismo e centrismo possono, senza provocare la reazione delle masse, l’uno sollevare la tradizionale politica rinunciataria, l’altro far sua quella del fascismo massacratore, e possono a vicenda congratularsi per il numero crescente delle vittime gettate sul fronte del capitalismo nella Spagna. Ma con ciò essi non riusciranno ad arrestare il processo di decomposizione del regime capitalista al cui termine si trova anche la loro tomba. Perché il proletariato, lo storico becchino, riserverà loro la degna sepoltura che si meritano simili traditori» (Prometeo, 22 novembre 1936).

Frattanto, in Spagna, la controrivoluzione marciava segnando vittoria dopo vittoria: specialmente nei settori controllati dalle forze democratiche repubblicane. Gli anarchici impegnavano tutte le loro forze per rimanere abbarbicati al potere e, con la loro presenza, ne avallavano tutta la strategia controrivoluzionaria. Ma, per la loro stessa ammissione, perdevano sempre più influenza, perfino in Catalogna. Di pari passo si rafforzavano i partiti borghesi e lo stalinismo, forte dell’intervento russo. Il POUM sembrava cominciare a dare segni di distacco dalla politica del Fronte Popolare, ma questo solo dopo essere stato espulso dal governo di Catalogna e perseguitato come quinta colonna del fascismo. A Madrid era stato messo fuori legge, a Barcellona sospeso il suo organo centrale.

Si arriva al maggio 1937, la controrivoluzione ormai dilaga. Il 17 aprile, i carabinieri di Negrin, in tutta la regione di frontiera, tolgono il controllo delle dogane ai militanti della CNT. Il 3 maggio, sotto la pressione dello stalinista Camorera, capo del Partito di Unificazione Socialista Catalana, la Generalidad di Barcellona decide di riprendere il controllo diretto della Compagnia dei Telefoni. È il segnale di una azione generale che tende ad eliminare tutte le gestioni ancora non direttamente inquadrate dallo Stato. Rodriguez Salas, commissario dell’ordine pubblico e membro del PSUC, con tre camion di poliziotti irrompe nel palazzo dei telefoni, occupato dagli anarchici. Si sviluppa una accanita battaglia.

Il 4 maggio, scoppia uno sciopero generale spontaneo. Dovunque si formano barricate. Malgrado le imponenti forze di polizia affiancate dai mercenari del PSUC e della sinistra catalana, gli operai si rendono padroni di Barcellona e di altri importanti centri di Catalogna. Il POUM si schiera a fianco della sollevazione operaia. Malgrado gruppi anarchici prendano parte attiva allo sciopero, il Comitato Regionale del CNT lancia questo appello: «Deponete le armi. È Il fascismo che dobbiamo combattere». Barcellona viene accerchiata dalle forze governative. «Companys, vistosi in pericolo, chiama rinforzi dal fronte, magnifico esempio di solidarietà capitalista. Purché gli operai non vincano, venga Franco, noi sguarniremo il fronte» (Prometeo, 30 maggio 1937).

Il 5 maggio gli operai sono sempre in lotta ed il movimento tende ad espandersi. Due navi da guerra arrivano nella rada. Una colonna motorizzata di cinquemila soldati viene tolta dal fronte per ristabilire la pace a Barcellona. La comanda il tenente colonnello Torres Iglesias, vecchio capo della colonna anarchica "Tierra Y Libertad". La truppa entra a Barcellona al grido di "Viva la Fai". I dirigenti della FAI e della CNT ordinano agli operai la ripresa del lavoro. Nel pomeriggio sottoscrivono la resa degli operai; ma la lotta continua.

Il 6 maggio gli operai sfiduciati riprendono il lavoro. Restano gruppi isolati di combattenti. La situazione si capovolge e le forze dell’ordine iniziano l’opera repressiva. I dirigenti anarchici Ascaso, Berneri e Barbieri vengono assassinati. Viene operato un vero pogrom nei confronti degli anarchici e degli operai che hanno partecipato alla rivolta. Gli iscritti alla “Gioventù Libertaria” per le strade di Barcellona sono abbattuti come cani rabbiosi.

Il 7 maggio l’ordine capitalista regna su tutta la Catalogna. Il consiglio generale della UGT decreta l’espulsione di tutti i dirigenti del POUM. Lo stesso consiglio definisce la difesa del proletariato di Barcellona come un movimento fascista.

L’8, il 9 e il 10 maggio continua l’arrivo delle truppe richiamate dal fronte. La Generalidad proclama la censura della stampa. Continuano le perquisizioni, gli arresti, gli assassinii.

L’11 e il 12 maggio il governo emana un decreto sulla detenzione di armi ed esplosivi. I detentori saranno passibili delle leggi di guerra. Viene pubblicato un documento della CNT che addossa colpe della rivolta a provocatori ed elementi incontrollati; scinde ogni sua responsabilità con i massacrati dalle iene borghesi. Giura di essere fedele al governo e di continuare a mantenere fede al fronte antifascista. Si onora di avere sabotato le lotte operaie, di avere facilitato l’arrivo delle forze armate per effettuare la repressione.

Benché importanti settori dell’armata repubblicana abbiano abbandonato il fronte per ristabilire l’ordine e la pace in Catalogna, i fascisti non approfittano dell’occasione per scatenare l’offensiva militare. Franco concede una tregua ai suoi collaboratori antifascisti, perché dal loro successo dipende anche il suo. L’operazione riesce in pieno.

Che la borghesia, di fronte alla minaccia proletaria, facesse tacere le armi sui fronti di guerra per procedere allo sterminio del proletariato, non solo era previsto, ma già registrato dall’esperienza storica: la Comune di Parigi. Quello che ancora non si era materializzato, anche se tutta l’esperienza della crisi spagnola portava ad una tale conclusione, era il tradimento aperto e dichiarato del movimento anarchico.

Inesorabile cade la lapidaria condanna della Sinistra italiana che a lettere di fuoco bolla, una volta per sempre, il movimento anarchico con il titolo di Giuda, degno compare degli assassini socialdemocratici e dei boia stalinisti. Come né la restituzione del “prezzo del sangue” ai sacerdoti del Tempio, né il suo disperato suicidio valsero a riscattare Giuda, così non varranno a riscattare l’anarchismo e le feroci persecuzioni subite, in seguito, dai nemici-alleati stalinisti.

     «Per la seconda volta – grida la nostra Frazione in faccia agli anarchici – avete avuto il proletariato con voi, forza terribile e irresistibile, per la seconda volta avete avuto il proletariato catalano che vi ha indicato la via da percorrere fino in fondo, e lo avete tradito ricacciandolo sui fronti del capitalismo, cimiteri della classe proletaria. Ora basta. L’ora del crollo dell’anarco-sindacalismo è suonata, come quella della burocrazia sindacale, il posto di tutti questi transfuga è nel seno della borghesia e non fra il proletariato. Le masse sapranno fecondare nel loro sangue e al prezzo dei più grandi sacrifici l’arma per dirigere le lotte future: il loro partito di classe. Il mostro capitalista fino a ieri poteva disporre di tre tentacoli: il fascista, il democratico, il sovietico, oggi può disporre di un quarto: dell’ anarco-sindacalista. Salutiamo invece i caduti sul fronte della lotta di classe, a qualunque scuola essi appartengano, essi non appartengono a nessuno degli organismi che tradiscono, essi rappresentano la garanzia che la classe proletaria sa e vuole battersi per la sua liberazione sociale, per la rivoluzione comunista» (Prometeo, 24 maggio 1937).

A poca distanza l’uno dall’altro morivano, in Italia, Antonio Gramsci e, in Spagna, Camillo Berneri; il primo vittima del fascismo ed il secondo dello stalinismo. Nessuno dei due era appartenente alla nostra scuola, ma tutti e due erano stati assassinati perché il proletariato vedeva in loro dei capi rivoluzionari. Prometeo li commemorò in questi termini.

     «Il centrismo, che aveva lasciato, ancora in vita, cadere ultimamente il “capo”, certo perché la galera fascista lo aveva salvato dall’ignominia finale, lo rivendica morto, e si getta sul suo cadavere come lo sciacallo, per speculare ai fini innominabili della sua immonda politica di tradimento. Gli anarchici, da parte loro, rivendicano Berneri mentre, colla loro politica, accumulano i fattori che hanno condotto al massacro del 4 maggio. No, né Gramsci né Berneri, dopo il loro olocausto, non appartengono né al centrismo, né all’anarco-sindacalismo. Essi appartengono ormai unicamente al proletariato che nel loro sacrificio saprà ritemprarsi e ritrovare le energie necessarie per continuare la lotta fino alla vittoria finale. Solo l’Ottobre mondiale potrà degnamente commemorare queste nuove vittime della guerra di classe che allungano la ormai sterminata teoria di coloro che li hanno preceduti nell’olocausto della vita per la causa del proletariato» (Prometeo, 24 maggio 1937).


* * *


La Frazione italiana all’estero che, a seguito del suo fermo atteggiamento sui fatti di Spagna, era stata condannata al completo isolamento, inaspettatamente ricevette dal Messico, da parte di uno sconosciuto "Gruppo di lavoratori marxisti del Messico", un documento sul massacro proletario di Barcellona. Questo documento (che pubblichiamo in appendice), nelle sue linee generali collimava con la nostra analisi: la repressione del maggio in Catalogna smascherava il vero volto del fronte popolare che dimostrava di avere una identità di interessi con i fascisti. I lavoratori venivano chiamati a fraternizzare con i soldati e a trasformare la guerra capitalista in guerra di classe. Dichiarava indispensabile, per la realizzazione delle finalità rivoluzionarie, la direzione del proletariato da parte del partito. Rivolto al proletariato del Messico lo ammoniva dal non commettere lo stesso errore commesso in Spagna, di non cadere nella trappola “operaista” del governo Cardenas, ma di condurre la sua battaglia «per la rivoluzione proletaria in Messico sotto la bandiera di un nuovo partito comunista (...) garanzia di un nostro trionfo e miglior aiuto ai nostri fratelli di Spagna». Il manifesto del gruppo dei marxisti messicani venne pubblicato su Prometeo e Bilan.

La scoperta, inaspettata, di una corrente rivoluzionaria che, nel lontano Messico, su questioni di così grande importanza come l’antifascismo ed il Fronte Popolare, traeva le stesse conclusioni della Sinistra italiana e che dava ai proletari le medesime indicazioni di lotta, sembrò, ai nostri compagni, uno “spiraglio di luce”; la possibilità di intraprendere legami concreti e costruttivi con altre formazioni, nate da esperienze diverse, che lottavano per le stesse finalità rivoluzionarie.

La Frazione dichiarò subito che non si trattava di registrare la concordanza delle idee politiche su una data questione, anche se ciò poteva procurare un grandissimo conforto ed aiuto morale nella lotta da condurre contro il nemico capitalista; nemico capitalista al servizio del quale si trovavano ormai tutte le forze politiche che avevano una qualche influenza tra le masse lavoratrici.

     «Soprattutto – scriveva Bilan – quando il crollo colpisce i gruppi stessi che avevano preteso di lottare per la rigenerazione del movimento comunista e che sono arrivati a far coincidere l’appoggio alla guerra imperialista e la lotta per la rivoluzione, il dovere dei comunisti consiste nell’andare al di là degli avvenimenti dell’ora per intraprendere un confronto politico sulle questioni fondamentali del comunismo» (Bilan, n. 42 lugli-agosto 1937).

La Frazione si rivolse quindi ai compagni del Messico chiedendo di procedere senza indugio ad un confronto delle posizioni rispettive.

Nel n. 43, del settembre-ottobre 1937, Bilan pubblicava un nuovo documento del gruppo messicano. Il documento sviluppava le stesse analisi esposte precedentemente e condivise dalla Frazione italiana, in particolar modo veniva evidenziata la funzione controrivoluzionaria della democrazia in generale ed in particolare della demagogica democrazia “operaista” del Messico.

Nel numero di ottobre-novembre Bilan pubblicava inoltre una lettera aperta trasmessa dalla nostra Frazione al “Centro” della IV Internazionale ed al Partito Socialista Rivoluzionario del Belgio. La Sinistra denunciava la campagna denigratoria che la sezione trotskista del Messico conduceva, adottando metodi criminali propri dello stalinismo, nei confronti del gruppo in contatto con la Frazione. Nella lettera aperta si invitava il centro della IV Internazionale ad intervenire perché cessassero tali disgustose diffamazioni, che rappresentavano, oltretutto, una minaccia per la vita stessa di quei compagni in un paese dove l’eliminazione fisica era uso quotidiano sia da parte della polizia sia da parte dello stalinismo. L’accusa di essere agenti fascisti ed al servizio della GePeU lanciata da parte dei trotskisti, non poteva non fare venire alla memoria le accuse di agenti trotskisti ed al servizio della Gestapo lanciate dagli stalinisti nei confronti di tutte le organizzazioni rivoluzionarie.

Il Gruppo dei lavoratori marxisti era attaccato dal trotskismo essenzialmente sulla base dell’atteggiamento tenuto nei confronti della guerra di Spagna, del rifiuto cioè di inchinarsi al fatto compiuto della solidarietà di classe sul fronte imperialista ed alla caparbia volontà di tenere ben alta la bandiera dell’internazionalismo proletario e della contrapposizione della guerra di classe alla guerra fra Stati; bandiera che Lenin, nel 1914, aveva raccolta dal fango dove i partiti della Seconda Internazionale l’avevano gettata. Com’era da aspettarsi, nessun cenno di risposta venne da parte dei trotskisti alla nostra richiesta.

Nel 1914 di fronte allo scoppio della prima carneficina mondiale, la socialdemocrazia dovette manifestare la sua vera funzione: quella di quinta colonna al servizio del capitale. Il proletariato ebbe allora la forza di ritessere le file del movimento comunista rivoluzionario attraverso la costituzione della Terza Internazionale. La borghesia, che nel primo dopoguerra era riuscita a mantenere il suo potere nel cuore d’Europa e a far degenerare sia la rivoluzione di Ottobre sia l’Internazionale Comunista, preparò, preventivamente, in vista del secondo massacro mondiale, la completa dissoluzione del movimento rivoluzionario attraverso il suo inquadramento nell’Unione Sacra nazionale. In vista di tale fine, democrazia, fascismo e stalinismo collaborarono attivamente ed i partiti aderenti alla degenerata Internazionale di Mosca svolsero, in questa azione, un ruolo determinante. Alla Unione Sacra aderirono anche di buon grado anarchici e trotskisti, in nome dell’antifascismo e della difesa dello Stato proletario.

Dopo più di 50 anni la classe operaia risente ancora del tradimento stalinista e non è riuscita ancora a ritrovare la sua strada di classe: quella dell’internazionalismo rivoluzionario, unico mezzo di riscatto e di salvezza. Il proletariato, però, in Russia e in Italia, in Cina e in Germania, in Spagna e in mille altre occasioni ha sempre dimostrato, al momento opportuno, di essere disposto alla lotta e all’eroico sacrificio. Possiamo affermare tranquillamente che la classe operaia ha sempre fatto fino in fondo il proprio dovere e possiamo stare certi che a questo dovere non verrà meno domani. Le brucianti sconfitte ed i tradimenti che in 150 anni ha accumulato sono però serviti a selezionare l’unica organizzazione politica che sarà in grado di portare a compimento il suo compito storico, l’unica organizzazione marxista che non abbia mai tentennato, l’unica che non abbia mai spezzato il filo rosso che unisce, attraverso gloriose tappe, il 1848 all’Ottobre di domani: quella della Sinistra Comunista italiana.

 

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Dopo la violenta repressione del movimento di sciopero del maggio 1937, tutte le iniziative periferiche vennero eliminate.

Il Partito Socialista provocò la crisi del governo. Se ne formò uno nuovo presieduto dal socialista Negrin, servo di Stalin e dei capitalisti. Fu lui che spedì in Russia la riserva aurea della repubblica spagnola. Gli anarchici ne restavano fuori, ma continuarono a dichiararsi fedeli alla lotta contro il fascismo e disposti ad appoggiare, dal di fuori o dal di dentro, il governo della repubblica. Fu questo governo che dopo aver abbandonato Madrid si trasferì prima a Valenza, poi a Barcellona ed infine a Parigi.

Il 16 giugno furono arrestati tutti i membri del C.E. del POUM, compreso l’ex ministro della Giustizia del primo governo di Barcellona, Andrea Nin. Il 29 luglio fu annunciato il processo per spionaggio e tradimento nei confronti di Gorkin, Andrade, Bonet ed altri dirigenti del POUM. Il 4 agosto il governo annunciò che Nin era scomparso dal carcere di Madrid. L’8 agosto il corrispondente del New York Times scrisse «Nin è stato trovato nella periferia di Madrid assassinato». Altri oppositori sparirono senza lasciare tracce: Kurt Landau, già segretario dell’Opposizione di Sinistra; il trotskista polacco Freund; Wolf; Josè Robles. Le prigioni statali e quelle “private” della GePeU erano stracolme di antifascisti, in maggioranza stranieri.

Dopo che la democrazia ebbe definitivamente spianato la strada al fascismo, si sarebbe conclusa, nella primavera del 1939, la guerra spagnola, con la totale vittoria di Franco.

Pochi mesi dopo, il 1° settembre, scoppiava la Seconda Guerra mondiale.

(continua)

  

  

  

 

  


Dall’Archivio della Sinistra

 

- Presentazione

- Barcellona, 8 maggio 1937 - MENTRE I SICARI DEL FRONTE POPOLARE SCANNANO I PROLETARI PER LE VIE DI BARCELLONA - Agli operai, alla opinione pubblica di tutto il mondo (Prometeo, n.145, 30 maggio 1937)

- PIOMBO, MITRAGLIA, GALERA - Così risponde il Fronte Popolare agli operai di Barcellona che osan resistere all’attacco capitalista (Prometeo, n.145, 30 maggio 1937)

- SPIRAGLI DI LUCE (Prometeo, n. 146, 4 luglio 1937)


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