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"COMUNISMO" n. 49 - novembre 2000
Presentazione.
– Per una Storia dell’Asia Orientale nell’età dell’imperialismo:
        LA COREA DALLE ORIGINI ALLA DIVISIONE NAZIONALE.
– LA «EMANCIPAZIONE DEL LAVORO»
– Appunti per la Storia della Sinistra     [ nn. 42 - 43 - 44 - 45 - 46 - 47 - 49 - 50 ]
        FASTI ITALICI DELLA CONTRORIVOLUZIONE.
– Dall’Archivio della Sinistra
     - Lenin, dicembre 1900, La guerra cinese;
     - 1° Congresso dei Comunisti e delle Organizzazioni Rivoluzionarie dell’Estremo Oriente - gennaio 1922;
     - Risoluzione del 1° Plenum della Terza Internazionale sulla questione orientale - 4 marzo 1922;
     - “Prometeo” 1950, n. 1, Corea è il Mondo;
     - “Battaglia Comunista” 1951, n. 9, Asia amara - n. 10, Considerazioni sulla guerra in Corea
       - n. 14, Una pace che è ancor più cinica della guerra - n. 15, Guerra e pace in Corea -
       La guerra rende - n. 17, Non c’è pace ma solo un’apparente tregua d’armi in regime capitalista;
     - “Programma Comunista” 1953, n. 11, Il morto giace e il vivo si dà pace -
       n. 15, Dagli affari in guerra agli affari in pace.
 
 
 
 
 



Quando questo numero della Rivista del Partito sarà in libreria, sarà di certo anche terminata la sconcia pantomima che, tra l’amaro divertimento del resto del mondo, finge di agitare il turpe mercato dell’acquisto della presidenza del primo Stato imperialista. Non che ci interessi minimamente l’esito finale della farsa, o che ci sfiori l’idea che il trionfo dell’una o dell’altra banda che si contendono le stanze del potere a Washington possa avere una qualche minima influenza sulla politica dello Stato; men che meno esprimiamo alcuna considerazione sulle scialbe figure che a tanto onore mirano assurgere.

Ma se la Rivista riporta il lavoro teorico del Partito, che traguarda questioni di ben altro peso e serietà che l’indegna carnevalata elettorale americana, una conferma tiriamo dalla vicenda, risibile ma truce nella sostanza, arrogante nel cinismo della dittatura che nulla teme e si sente vittoriosa sul resto del mondo.

La pretesa volontà popolare trasferita nelle aule dei tribunali, l’elezione del Super Big ridotta a puro spettacolo, un gioco a premi, non è un accidente di percorso, uno sgradevole inconveniente causato da un imponderabile concorso di eventi. A dispetto di tanta conquista dell’umana convivenza, l’accettazione della volontà della maggioranza popolare e lo scrupoloso rispetto della minoranza, sorge spontanea la conclusione che nei termini in cui si è sviluppata la vicenda, un dittatore sanguinario, un politico astuto, un povero imbecille, tutti andrebbero ugualmente bene per recitare quella parte formalmente così densa di potere e di forza.

C’è una sorta di triste e feroce ironia in queste vicende del millennio dello stupore “tecnologico”, della “scienza” che tutto domina e comprende, e finisce invece con dei guitti che si azzuffano per far finta di mettersi al timone della più spaventevole ed infernale macchina dell’epoca dell’imperialismo.

C’è un’aria beffarda che aleggia intorno alla Democrazia, bene eterno infine raggiunto dopo il secondo macello mondiale, concimata dal sangue sparso da milioni di creature umane maciullate in quello e nei mille e mille conflitti poi seguiti, una beffa per chi continua a crederci perché gode i miserabili privilegi del migliore dei mondi possibile.

È necessario andare oltre. Nella sostanza, questa tragicommedia rispecchia alla scala più alta lo stato della Democrazia postbellica in tutti gli Stati del mondo. Ancora una volta gli Stati Uniti d’America sono il paradigma del connubio strettissimo democrazia vincitrice – fascismo sconfitto, con la prima che assorbe e riassume i contenuti del secondo, vincitore alla scala storica nel mondo intero. È la conosciuta lezione della Sinistra Comunista, lezione che sempre ribadisce ogni vicenda politica degli Stati, tra loro quando trattano, guerre, accordi di pace, alleanze, o quando al loro interno si scelgono forma e modi di governo. O infine quando i loro eserciti marciano alla “liberazione” di qualcuno in nome dei “diritti” dell’umanità...

Questo inganno è uno dei più feroci e tremendi a cui soggiace l’umanità lavoratrice. Cancellata con la forza l’idea e la speranza del Comunismo, rimane per le masse proletarie dei paesi ricchi l’illusione dell’eterno sviluppo nella Democrazia, per i reietti del mondo il sogno della ribellione in nome della Religione. La forma iridescente del nulla che il capitalismo, pel tramite di particolari istituti del suo apparato di dominio, ammannisce periodicamente allo spettabile pubblico, sotto la sovrastruttura democratica cela ferro, cannoni, violenza di classe. Spettacolo da una parte, ferocia e morte dall’altra.
 
 
 
 
 
 
 
 
 



Per una Storia dell’Asia Orientale nell’età dell’imperialismo
LA COREA DALLE ORIGINI ALLA DIVISIONE NAZIONALE

L’antico Stato

Nonostante la penisola coreana sia geograficamente un’appendice delle terre che formano la retrostante Manciuria, ha ospitato uno Stato unitario e indipendente da molti secoli, il più antico dell’Asia dopo la Cina. Protetta dalla catena di monti del Changpai-shan, che ha contribuito a crearne e a mantenerne l’indipendenza, la Corea ha avuto, fino al 1945, una popolazione estremamente omogenea per stirpe, lingua e cultura. La vicinanza all’immenso Impero di Mezzo ha portato però più volte all’invasione del Paese da parte di eserciti provenienti dal settentrione: già nel 108 a.C. lo Stato di Choson, come si chiamava allora la Corea, fu invasa da tre eserciti cinesi; l’anno successivo venne annesso alla Cina e diviso in quattro parti. Nei secoli successivi questi territori, con l’indebolirsi della potenza degli Han anteriori, tornarono a godere di una certa indipendenza. Verso la metà del VII secolo si arrivò nuovamente all’unificazione del paese. Con l’avvento dei mongoli in Cina nel 1271, la Corea divenne ancora una volta uno Stato vassallo finché nel 1392, detronizzati i Mongoli dai Ming, il generale Yi Song-gye organizzò una rivolta e si proclamò re nel 1392, fondando la nuova dinastia Yi che regnerà fino al 1910.

Anche in questo periodo però il Paese, che aveva ripreso l’antico nome di Choson, dovette subire una breve invasione da parte dei Giapponesi tra il 1592 e il 1597, poi dei Manciù che, detronizzati i Ming in Cina nel 1627, intesero punire la Corea per l’appoggio fornito ai loro nemici, interrompendo così la splendida fioritura della dinastia Yi. Questa invasione sconvolse a tal punto l’assetto economico del regno da indurlo ad adottare una rigida politica di isolamento. Per circa due secoli la Corea fu preda di continue lotte interne, governata congiuntamente da una “monarchia debole” e da una “aristocrazia ereditaria forte”, i cosiddetti yangban, che detenevano il monopolio delle cariche politiche, amministrative e militari: due forze che «sebbene reciprocamente antagoniste, generalmente si sostenevano a vicenda in una relazione simbiotica» (Beasley). La popolazione intanto languiva a causa della profonda crisi agricola ed economica che colpiva il Paese.
 

La guerra cino-giapponese

La politica di isolamento della Corea era destinata a cadere all’epoca della seconda penetrazione degli occidentali in Asia Orientale, che innescò profondi cambiamenti nella zona attraverso l’imposizione di trattati ineguali alla Cina (1842-1858), mercato ambito per la sua immensità, e al Giappone (1854-1858), arcipelago di passaggio e di scalo per le navi statunitensi in rotta verso la Cina. La Corea, che non rivestiva per gli occidentali l’importanza dei due confinanti, fu aperta alcuni anni più tardi dal Giappone Meiji, col trattato ineguale di Kanghwa nel 1876, che aprì al commercio due porti coreani.

Poiché la Corea era ancora uno Stato vassallo della Cina, questa protestò vanamente col Giappone affermando che la Corea non possedeva la potestà giuridica per concludere accordi con altri Paesi. Il contenzioso cino-giapponese sulla regione si protrasse per alcuni anni finché, nel 1894 il Giappone decise di passare all’offensiva, sia per prevenire la Cina, che sembrava intenzionata a rendere effettiva la propria sovranità, sia per opporsi alle ambizioni russe nell’area, rese evidenti dall’intenzione di costruire una ferrovia per collegarla alla Siberia.

L’intervento in Corea si basava «su considerazioni sia economiche, relative agli scambi commerciali di recente istituiti tra i due paesi, sia strategiche in quanto la Corea costituiva per il Giappone la via naturale di accesso all’Asia nord-orientale, pertanto entrambe sarebbero state minacciate se la Corea cadeva sotto il dominio di un’altra potenza».

La guerra, iniziata ai primi di agosto del 1894, fu facile impresa per il Giappone, data la superiorità del suo esercito, che disponeva di un armamento moderno, su quello cinese. Alla fine di settembre l’armata giapponese controllava la maggior parte della Corea e la sua flotta dominava il Mar Giallo. In ottobre fu occupata la Manciuria meridionale e nei primi mesi del ’95 cadde Port Arthur. Era così aperta la via per avanzare su Pechino: con sette divisioni giapponesi pronte ad occupare la capitale, la Cina fu costretta a trattare.

Il trattato di pace, firmato in aprile a Shimonoseki, fu duro: impose alla Cina di riconoscere l’indipendenza della Corea ponendo fine alle sue pretese di sovranità; cedeva al Giappone l’isola di Formosa-Taiwan e la penisola di Liaotung, compreso Port Arthur; altre quattro città cinesi venivano aperte al commercio, inoltre la Cina era obbligata al pagamento di una forte indennità.

Ma la soddisfazione dei nazionalisti giapponesi per la vittoria e per i risultati che aveva portato fu di breve durata: pochi giorni dopo la firma del trattato di pace, il 23 aprile, Russia, Francia e Germania informarono Tokio che consideravano con preoccupazione la cessione al Giappone della penisola di Liaotung e ne consigliavano la restituzione alla Cina. Il motivo addotto era che il controllo giapponese sulla penisola avrebbe rappresentato una minaccia per la Cina. In verità la Russia vedeva in quella conquista una minaccia alle sue proprie velleità di espansione, che miravano a mettere un piede saldo sulle coste del Pacifico libere dai ghiacci; da parte sua la Francia favoriva la Russia per ottenerne l’appoggio nel suo tentativo di espansione nelle regioni meridionali della Cina, mentre la Germania era interessata a distogliere l’attenzione di Mosca dal confine occidentale ed era portata ad acconsentire agli sforzi di espansione di Mosca verso Oriente.

Il Giappone, già logorato dalla guerra con la Cina, non poteva rischiare uno scontro diretto con la Russia e dovette accettare di rinunciare alla penisola; anche la Corea tornò sotto sovranità cinese. L’orgoglio nazionale giapponese ricevette un grave colpo e l’episodio ne rafforzò le correnti nazionaliste.

D’altra parte le tre potenze accorse in aiuto di Pechino si fecero pagare caro il loro interessamento: la Russia, che tramite la Banca Russo-Cinese, con capitali francesi, aveva prestato allo Stato cinese il denaro per pagare l’indennità di guerra al Giappone, a garanzia del prestito si fece riconoscere un più stretto controllo sulle entrate doganali di quello Stato.

Nel 1896 la Russia ottenne la concessione per la costruzione della ferrovia transiberiana, tra Cita e Vladivostok, attraverso la Manciuria settentrionale, che avrebbe abbreviato di molto il vecchio percorso, e di farla presidiare da truppe russe. Alla Società costruttrice fu anche riconosciuto il diritto allo sfruttamento minerario e industriale in vaste zone; in tal modo la Russia attuava un’annessione appena velata della Manciuria settentrionale.

La Germania, da parte sua, nel 1897 si impadronì della fortezza di Kyao-Cin.

Nello stesso anno la flotta russa attraccò a Port Arthur con il pretesto di svernare, ma tre mesi dopo il governo di Pechino fu costretto a cedere il porto in affitto per 25 anni e a congiungere Port Arthur a Vladivostok con una linea ferroviaria.

L’Inghilterra nel 1898 occupò la città portuale di Wei-hai-vei, di fronte a Port Arthur, col proposito evidente di mettere un freno alle brame russe. La Francia si accontentò di arrotondare, a spese della Cina, i suoi possedimenti nel Tonchino, di acquistare concessioni minerarie e ferroviarie nelle province cinesi meridionali e di farsi concedere favorevoli condizioni commerciali.
 

Artigli imperialisti sulla Cina

Ai giapponesi non poteva sfuggire quanto tutto ciò li danneggiasse; le loro truppe avevano sconfitto l’esercito cinese ma i frutti della vittoria passavano nelle mani di altri Stati, principalmente dell’Impero degli Zar.

Il governo nipponico reagì immediatamente sul piano militare. Nel 1896 fu raddoppiato il potenziale dell’esercito che passò da 7 a 13 divisioni. Nel 1898 cavalleria e artiglieria divennero corpi indipendenti. Fu migliorato l’armamento portatile e l’artiglieria fu dotata di moderni cannoni a ripetizione. Anche la flotta ebbe un incremento notevole: nel 1896-97 fu varato un programma di costruzioni navali che prevedeva la costruzione di 4 grandi navi da battaglia, 16 incrociatori, 23 cacciatorpediniere, 600 altre navi minori; il numero delle navi da guerra più grosse, da cacciatorpediniere in su, alla fine del 1903, salì a 76, per un totale di 258.000 tonnellate.

Una breve schiarita nei rapporti tra Giappone e Russia si ebbe nel 1898 quando la Russia riconobbe al Giappone i suoi “maggiori diritti” sulla Corea, ma nello stesso anno in varie regioni della Cina scoppiarono rivolte contro la svendita del paese agli imperialisti stranieri che culminarono nella insurrezione dei Boxer; gli insorti nel giugno del 1900 penetrarono in Pechino e uccisero una settantina di europei tra cui l’ambasciatore tedesco e alcuni missionari.

Le grandi potenze approfittarono della sollevazione per accelerare la spartizione dell’Impero di Mezzo. Mettendo momentaneamente da parte le rivalità, fu organizzato un contingente internazionale forte di 16.000 uomini tra Giapponesi, Russi, Americani, Inglesi, Tedeschi, Francesi, Austriaci e Italiani, che si concentrò a Tientsin.

È passato alla storia il discorso dell’Imperatore Guglielmo II di Germania alle truppe in partenza per la Cina: «Nessuna grazia!, Nessun prigioniero! Mille anni fa gli Unni di Re Attila si sono fatti un nome che è entrato nella storia e nella leggenda. Allo stesso modo voi dovete imporre in Cina, per mille anni, il nome di “tedesco”, in maniera che mai più in avvenire un cinese osi guardare di traverso un tedesco». Queste direttive verranno seguite da tutti i corpi di spedizione che gareggiarono in crudeltà contro la popolazione cinese.

Il 14 agosto il corpo di spedizione entrò in Pechino e liberò il quartiere delle legazioni che era in stato di assedio da due mesi. La città venne saccheggiata, migliaia di cinesi vennero massacrati, il Palazzo imperiale fu occupato dalla soldataglia e depredato della maggior parte dei suoi tesori. Spedizioni punitive vennero organizzate anche verso le zone rurali dove i Boxer avevano agito. In Manciuria, dove furono i Russi ad assumersi il compito della pacificazione, interi villaggi vennero distrutti e migliaia di persone sgozzate e gettate nell’Amur; le truppe russe occuparono tutta la Manciuria.

Lenin sferzò con parole di fuoco, nel primo numero dell’Iskra, la spietata politica di assassinio e di rapina dell’Imperialismo: «Ed ecco che ora i capitalisti europei hanno allungato le loro avide grinfie sulla Cina. E fra i primissimi ad allungarle è stato proprio il governo russo, che ora va tanto millantando il proprio “disinteresse”. “Disinteressatamente” esso ha tolto alla Cina Port Arthur e ha cominciato a costruire, sotto la protezione delle truppe russe, una ferrovia per la Manciuria. Uno dopo l’altro i governi europei si sono messi con tanto zelo ad arraffare, scusate, ad “affittare” terre cinesi che non a torto si è cominciato a parlare di spartizione della Cina (...) Si sono messi a depredare la Cina come un morto e quando questo morto apparente ha tentato di opporre resistenza, gli si sono avventati contro come bestie feroci, dando alle fiamme interi villaggi, annegando nell’Amur, fucilando e infilzando sulle baionette gli abitanti inermi, le loro donne i loro bambini. E tutte queste cristiane imprese sono accompagnate da grida contro i selvaggi cinesi che osano levare la mano contro i civili europei. (...) Povero governo imperiale! Alcuni anni fa ha disinteressatamente occupato Port Arthur e sta ora disinteressatamente occupando la Manciuria; ha disinteressatamente sguinzagliato per le regioni della Cina confinanti con la Russia una masnada di appaltatori, ingegneri e ufficiali che, col loro comportamento, hanno spinto alla rivolta perfino i cinesi, noti per loro docilità» (Lenin, La guerra cinese, 1900).
 

La guerra russo-giapponese

Questa presenza russa in Manciuria era sgradita soprattutto al Giappone e all’Inghilterra; quest’ultima paventava il declino della propria influenza in Cina qualora l’occupazione russa della Manciuria fosse diventata permanente; il Giappone aveva sempre più bisogno della Manciuria (ricca di carbone e di ferro oltre che di potenzialità agricole) e della vicina Corea per la fornitura delle materie prime alla sua industria in grande sviluppo ed anche di riso per la popolazione passata dai 35 milioni del 1873 ai 46 del 1903 con un’urbanizzazione del 21%.

I due Paesi arrivarono alla firma di un trattato di collaborazione militare il 30 gennaio 1902 col quale l’Inghilterra riconosceva che il Giappone «oltre agli interessi in Cina, nutre particolari interessi, sia politici, sia commerciali, sia industriali in Corea». In un primo tempo la Russia parve temere la nuova alleanza e dichiarò di essere pronta a ritirare gradualmente le sue truppe dalla Manciuria, ma in seguito non mantenne gli impegni presi e alle nuove proposte di accordo avanzate dal Giappone rispose con controproposte intransigenti, sicura della sua superiorità militare.

Nonostante le titubanze all’interno del suo stesso governo, a questo punto il Giappone decise di entrare in guerra con la Russia. Il 6 febbraio 1904 Tokio ruppe le relazioni diplomatiche con Mosca. Due giorni dopo, inaugurando una tattica che sarebbe stata ripetuta anche nella II Guerra mondiale, torpediniere giapponesi si avvicinarono a luci spente a Port Arthur aprendo le ostilità, senza preventiva dichiarazione di guerra, con un poderoso attacco alla flotta russa. Grazie alla sorpresa furono distrutte 7 navi tra cui 3 grossi incrociatori, il Giappone assicurandosi la superiorità sul mare. La guerra di terra fu particolarmente dura: nella battaglia decisiva per la conquista di Mukden i giapponesi impegnarono 16 divisioni per un totale di circa 400.000 uomini. Ma il colpo decisivo alla resistenza russa fu dato dalla spettacolare vittoria dello stretto di Tsushima, che divide la penisola coreana dalle isole giapponesi, dove la flotta russa del Baltico, che aveva lasciato l’Europa in novembre e compiuto mezzo giro del mondo col proposito di spezzare il blocco navale di Vladivostok, fu attaccata e distrutta dalla più moderna ed efficiente flotta giapponese comandata dall’ammiraglio Togo.

Nel frattempo l’esercito russo era riuscito a ricevere sostanziali rinforzi e a riorganizzarsi, mentre quello giapponese risentiva dello sforzo compiuto, della lunghezza delle linee di rifornimento, dell’esaurimento finanziario, dato che l’Inghilterra, preoccupata dalla prova di efficienza offerta dalla potenza militare giapponese, aveva stretto i cordoni della borsa. L’armata russa avrebbe potuto nuovamente passare all’offensiva, ma lo scoppio della rivoluzione in Occidente costrinse il governo dello Zar a venire a patti.

Alla conferenza di pace di Portsmouth (agosto 1905) la Russia riconobbe la supremazia del Giappone in Corea, il passaggio al Giappone degli interessi russi in Manciuria meridionale compresa la ferrovia e la penisola di Liaotung, la cessione della parte meridionale dell’isola di Sahalin.
 

Protettorato del Giappone

Nel luglio dello stesso anno anche gli Stati Uniti avevano dato il benestare allo stato di subordinazione della Corea che in novembre diveniva un protettorato giapponese, per cui il Giappone assumeva il controllo dei suoi rapporti internazionali.

Nel febbraio 1906 fu nominato Residente Generale a Seoul Ito Horobumi, uno dei più noti statisti del Giappone moderno, che esercitava un’azione di supervisione e veto su qualsiasi atto del governo coreano, chiamato da alcuni storici coreani “governo dei consiglieri” in quanto i vari dicasteri erano di fatto guidati da consiglieri giapponesi là dove (Esteri, Difesa, Comunicazioni) non fossero di stretta competenza e gestione giapponese.

Nel 1907 l’ultimo monarca della millenaria dinastia Yi fu costretto ad abdicare in favore del figlio, per punirlo degli sterili ma imbarazzanti tentativi compiuti per interposta persona a Washington e all’Aja, fra il 1905 e il 1907, per fare annullare il trattato di protettorato in quanto imposto con la forza. Visto qual’era la politica delle grandi potenze era come se l’agnello chiedesse protezione al lupo. Nello stesso anno la presenza giapponese si rafforzò notevolmente fino a coprire i settori chiave del governo, dell’amministrazione pubblica, delle comunicazione e dei trasporti, del sistema giudiziario, della polizia e dell’esercito. L’esercito coreano, forte di novemila uomini, fu sciolto.

Sembra che in seguito a questi provvedimenti sia scoppiata una grande rivolta, repressa nel sangue con più di 10.000 morti. Nell’ottobre 1909 il Residente Giapponese fu ucciso in un attentato da un nazionalista coreano, il governo giapponese inviò in Corea il generale Terauchi Masakata che sottomise i coreani massacrando migliaia di persone (probabilmente 20.000) soprattutto nei villaggi. L’assassinio fu il pretesto per procedere alla definitiva annessione della Corea che ricevette il nome nipponico di Chosen.
 

La colonizzazione

Il Giappone stabilì a Chosen uno degli apparati politico-amministrativi più efficienti della storia coloniale, protetto da una numerosa polizia e dall’esercito. Il Governatore Generale aveva piena autorità ed autonomia esecutiva, legislativa e giudiziaria sul paese; veniva scelto tra i generali e gli ammiragli in servizio attivo in modo da poter essere investito al tempo stesso della carica di comandante in capo dell’amministrazione militare coloniale.

«Fino al 1905 sono soprattutto la crescita della popolazione (11 milioni all’inizio del XX secolo) e i disordini interni a scuotere l’organizzazione tradizionale dell’economia coreana, favorendo la concentrazione fondiaria e lo sviluppo del commercio e dell’artigianato indipendente. Sotto l’amministrazione giapponese le riforme fiscali e monetarie e la modernizzazione dei trasporti e delle comunicazioni tendono a confermare questa tendenza, ma stornando i profitti verso le imprese giapponesi. In seguito all’istituzione del catasto, avvenuta nel 1912, il governo generale si impadronisce delle terre che i proprietari hanno trascurato di dichiarare, cioè il 40% delle superficie coltivate. La Compagnia di sfruttamento fondiario dell’Estremo Oriente ne riceve le migliori, insieme a quelle tolte ai coltivatori indebitati verso creditori giapponesi. Nel 1916 il 77,5% delle famiglie contadine è ridotto alla condizione di mezzadria; il totale degli agricoltori proprietari è diminuito dell’80%, soltanto il 2,5% dei grandi proprietari coreani è riuscito a conservare i propri possedimenti» (P. Leon, Storia economica e sociale del mondo).

Queste affermazioni sono confermate da Collotti Pischel che scrive nel suo Storia dell’Asia Orientale 1850-1949: «I coreani (13 milioni nel 1910, 17 nel 1920, 19 nel 1930, 24 nel 1940) subirono per 35 anni una dura oppressione. Attraverso meccanismi legali e fiscali fu imposto il trasferimento di gran parte della terra della Corea meridionale a giapponesi che venivano insediati nella penisola come proprietari, mentre i contadini coreani venivano ridotti ad affittuari o conservavano piccolissimi lotti». Secondo altre fonti non sembrerebbe che i grandi proprietari coreani fossero stati così duramente colpiti. Idéo ad esempio afferma che «ad eccezione dei proprietari terrieri, i coreani vennero esclusi dalla gestione economica delle risorse del paese, tanto che alla fine della II Guerra mondiale la borghesia coreana sarà praticamente inesistente nel contesto dei paesi coloniali dell’Asia Orientale». Questa affermazione farebbe supporre che i proprietari terrieri fossero risparmiati, almeno in buona parte, dalle espropriazioni giapponesi.

Mentre la rete delle comunicazioni e dei trasporti faceva capo al governo coloniale (che svolse un ruolo ancor più preponderante e invasivo del primo governo Meiji, a cui si ispirava per promuovere la modernizzazione della colonia), la quasi totalità delle industrie moderne erano possedute e gestite da giapponesi cui il governatorato offriva numerosi incentivi: sussidi, imposte ridotte, dividendi garantiti in industrie di particolare interesse per lo sviluppo dell’economia coloniale e infine la collaborazione di un’efficiente burocrazia.

Scrive ancora Collotti Pischel «I giapponesi attuarono una politica di sviluppo in Corea: per esigenze strategiche costruirono un’importante rete ferroviaria, insediarono nel Sud industrie manifatturiere che sfruttavano la manodopera di un paese di grandi tradizioni artigiane, con l’inizio degli anni ’30 procedettero all’industrializzazione pesante del Nord, favorita dal potenziale idroelettrico del fiume Yalu. Fu però una modernizzazione che andò a beneficio delle imprese giapponesi proprietarie delle aziende: i coreani fornivano soltanto una forza lavoro qualificata – spesso coatta – e non avevano accesso ai profitti, spartiti tra i grandi zaibatsu e le imprese controllate dai militari». I coreani registrati come addetti all’industria a tempo pieno erano per il 90-95% semplici operai.

Anche in agricoltura le proprietà terriere più vaste e produttive (soprattutto i campi irrigui in alcune regioni del Sud) erano in mano a proprietari assenteisti giapponesi che le concedevano in affitto a contadini locali; alla fine della II Guerra mondiale il 75% della popolazione coreana era però ancora dedito all’agricoltura.

Nel complesso pare che la gestione economica giapponese, considerate le condizioni di partenza e la breve durata del dominio coloniale, ebbe un notevole effetto modernizzatore: aumentò la superficie coltivata e ne razionalizzò la conduzione; fu stesa una buona rete di comunicazioni e creata una base industriale, specialmente negli anni ’30.

La storiografia è concorde nel sottolineare che questo sviluppo economico fu finalizzato alle esigenze dell’Impero del Sol Levante: i coreani ad esempio non beneficiarono dell’aumentata produzione di riso (che anzi dovettero sostituire con orzo o miglio nella loro dieta) perché esso era destinato quasi totalmente al mercato giapponese. Alla fine degli anni ’30 Corea e Taiwan producevano il 98% del riso importato dal Giappone. Anche lo sviluppo dell’industria fu sfruttato dal Giappone, soprattutto nel periodo della guerra. Dal ’38 al ’40 le industrie pesanti ad alta intensità di energia (chimiche, estrattive, macchinari) rappresentavano il 44% del valore totale della produzione del settore manifatturiero, rispetto al 26% del triennio ’26-’29.

I coreani erano esclusi dalle cariche direttive e dalle funzioni specializzate; gli operai coreani guadagnavano circa la metà del loro compagni giapponesi; gli impiegati un 40% in meno. Migliaia di contadini poveri e analfabeti, serbatoio di manodopera a basso costo, furono costretti ad emigrare in Giappone, dove svolgevano i lavori più umili e peggio pagati. Tra il 1910 e il 1945 emigrò circa il 15% della popolazione coreana. L’episodio più drammatico, significativo della difficile esistenza condotta dagli immigrati si ebbe dopo il tremendo terremoto che sconvolse la zona del Kanto, in Giappone, nel settembre 1923: avendo estremisti di destra sparso la voce che i coreani avrebbero avvelenato i pozzi, saccheggiato e ucciso, la folla inferocita ne massacrò alcune migliaia.

Dal 1942 al 1945 l’emigrazione aumentò notevolmente in proporzione alle crescenti necessità giapponesi di procurarsi operai a basso costo per le miniere e le fabbriche del territorio metropolitano e dei Paesi della più grande Asia Orientale. Alla fine della guerra erano stati mobilitati circa 2 milioni di coreani per lavori pesanti in Giappone, a Sahalin e nel Pacifico del Sud. Qualche anno fa venne confermato il rastrellamento di circa 200.000 donne coreane per i bordelli dell’esercito sui vari fronti di guerra.

Il ricordo di queste sofferenze è ancora vivo nella memoria del popolo coreano anche perché la minoranza coreana in Giappone continua ad essere discriminata anche in questo dopoguerra e tuttora non gode del diritto di cittadinanza.

Nell’ultimo decennio dell’occupazione il Giappone perseguì l’obbiettivo dell’integrazione della Corea nell’Impero, cercando di sopprimerne l’identità nazionale; venne imposto lo studio della lingua giapponese e il suo uso in tutti i documenti pubblici e privati e nei giornali; tutti i sudditi vennero obbligati a frequentare i templi scintoisti eretti in Corea nel periodo coloniale, abbandonando la tradizionale religione buddista.

Una dominazione di questo tipo aveva bisogno di un efficiente apparato repressivo e di una capillare presenza della polizia giapponese. La Corea divenne così il luogo ideale per l’assorbimento di quel ceto medio basso che in Giappone veniva formato dalle scuole che non davano accesso all’Università: dal 1910 al 1945 i residenti giapponesi crebbero da 170.000 a 700.000. Per attuare meglio il controllo della popolazione, inoltre, il Governatorato fin dall’annessione aveva cooptato all’interno delle forze di polizia coloniale tutti i funzionari di polizia coreani. Nel 1930 questi ultimi costituivano il 40% del totale (18.800 uomini). Dopo il 1943 i giovani coreani furono anche costretti ad arruolarsi nelle armate imperiali giapponesi: alla fine della II Guerra mondiale 186.000 coreani erano nell’esercito e 30.000 nell’aviazione.
 

La Prima Guerra mondiale

Pochi giorni dopo lo scoppio della I Guerra mondiale la Gran Bretagna, unita in alleanza militare col Giappone, ne chiese l’aiuto per proteggere Hong Kong e Weihai, come pure per un’azione contro le navi pirata tedesche nel Pacifico.

Il governo giapponese ne approfittò per rafforzare la sua presenza in Cina. Il 15 agosto 1914 chiese alla Germania che ritirasse le proprie navi da guerra dall’Estremo Oriente e gli cedesse il territorio in affitto di Kiaochow. Poiché queste intimazioni furono ignorate il 23 agosto entrò in guerra contro la Germania. L’azione militare giapponese fu immediata e vittoriosa. Il 2 settembre le truppe cominciarono a sbarcare nella penisola dello Shantung, avanzando verso Tsingtao e la baia di Kiaochow. Il 7 novembre la città fu occupata, completando così la campagna. Nel frattempo le operazioni navali del mese di ottobre avevano portato all’occupazione delle isole del Pacifico a nord dell’Equatore in possesso della Germania. Così i giapponesi in meno di tre mesi avevano sostituito i tedeschi in tutte le basi, nelle ferrovie e nelle altre installazioni comprese nella loro sfera d’interessi.

Quando, nel gennaio del 1915, il governo cinese chiese alle truppe straniere di lasciare il paese essendo la Cina neutrale rispetto alla guerra in Europa, il Giappone presentò una lista di 21 richieste che estendevano ulteriormente la presenza giapponese in Cina: nonostante le proteste degli Stati Uniti il Giappone ottenne gran parte di quanto pretendeva.

Di fronte ad una ennesima richiesta di una maggiore partecipazione allo sforzo di guerra dell’Intesa, avanzata nel gennaio del 1917 dalla Gran Bretagna, il 16 febbraio 1917 fu concluso un accordo segreto in base al quale il Giappone prometteva di fornire una scorta navale da impiegare nelle acque europee e di appoggiare le rivendicazioni britanniche sulle isole già tedesche del Pacifico a sud dell’Equatore; in cambio la Gran Bretagna si impegnava ad appoggiare le rivendicazioni giapponesi nello Shantung, sulle isole Caroline, Marianne e Marshall.

Poche settimane dopo anche Francia e Italia strinsero accordi analoghi come prezzo per l’aiuto dato dal Giappone nel “convincere” il governo cinese a dichiarare guerra alla Germania.

Nell’agosto 1917 la Cina entrò dunque in guerra a fianco dell’Intesa: la cosa non implicò alcuno sforzo militare, ma soltanto il sequestro dei beni e delle navi tedesche in Cina, l’occupazione delle zone e delle concessioni controllate fino ad allora dalla Germania e dall’Austria (Quingdao, Tientsin, Hanku) e l’invio in Occidente di 200.000 coolie non combattenti. In cambio le Potenze accettarono di sospendere per 5 anni il pagamento dell’indennità corrisposta dalla Cina a seguito della rivolta dei Boxer.

Dopo la fine della guerra, alla conferenza di Versailles, il Giappone, ormai ottenuto il rango di grande potenza, pretese di mantenere il controllo della regione ex tedesca dello Shantung; nonostante le proteste della delegazione cinese, che ne rivendicava la restituzione, fu naturalmente il Giappone a spuntarla. Non suscitò invece alcuna opposizione la richiesta di sovranità sulle isole del Pacifico a nord dell’Equatore.

Un altro problema sorto a Versailles era quello siberiano. La rivoluzione aveva provocato nei territori russi dell’Estremo oriente un fermento rivoluzionario che minacciava di estendersi anche alla vicina Manciuria e alla Cina. Il problema era particolarmente sentito dal Giappone che già nel dicembre 1917 pensava di creare una cintura di sicurezza alle frontiere settentrionali della Cina.

Nel giugno-luglio 1917 truppe cecoslovacche, che combattevano per aprirsi un varco e uscire dalla Russia, avevano occupato Vladivostok e i tronchi orientali della ferrovia transiberiana. Le potenze imperialiste vollero approfittare dell’episodio per intervenire contro l’Unione Sovietica; gli Stati Uniti proposero un intervento limitato per coprire la ritirata dei cechi ed il Giappone ne approfittò per espandersi verso settentrione. Alla fine del 1918 quattro o cinque divisioni giapponesi operavano nel bacino dell’Amur, controllando per intero la ferrovia; il loro numero sopravanzava di gran lunga i contingenti statunitensi e degli altri alleati.

Nella lotta contro l’attacco giapponese i bolscevichi trovarono validi combattenti tra le comunità coreane che già a fine Ottocento si erano stabilite in Siberia e in Manciuria. A partire dal 1918 numerosi coreani combatterono nell’Armata Rossa formando i primi nuclei di comunisti coreani.

Nel novembre 1918 i bolscevichi riconquistarono Omsk, oltre gli Urali, e muovevano speditamente verso Est. Nel gennaio 1920 il governo statunitense annunziò il ritiro delle proprie truppe e l’esempio fu seguito anche da Gran Bretagna, Francia e Canada. Rimasero solo i giapponesi che estesero l’occupazione anche alla parte settentrionale di Sahalin.

Ecco dunque che a Versailles la Siberia era ancora un problema aperto su cui le posizioni di Giappone e Stati Uniti divergevano; lo stesso per lo Shantung perché la Cina non aveva accettato quando deciso dalle grandi potenze e gli Stati Uniti la appoggiavano; ulteriori motivi di tensione tra USA e Giappone erano costituiti dalla questione dell’emigrazione e da quella dell’armamento navale.

La Frazione della Sinistra Italiana, la cui voce era rappresentata dal periodico “Bilan”, col suo lavoro continuo nel solco della nostra tradizione di comunismo rivoluzionario, aveva compreso che un nuovo epicentro dello scontro interimperialistico era sorto in Estremo Oriente e che il Giappone era ormai a pieno titolo uno dei protagonisti della politica mondiale; numerosi lavori sono dedicati ad esaminare la situazione nella regione che viene più volte indicata come uno dei punti nevralgici delle relazioni internazionali.

In un articolo intitolato Le competizioni inter-imperialiste in Cina (n. 11, settembre 1934) si facevano queste considerazioni: «La guerra del 1914-1918 non ha né posto né risolto il problema della spartizione dell’Asia. È certo che prima della guerra mondiale la potenza dominante in estremo oriente era l’Inghilterra che sosteneva le velleità espansioniste del Giappone contro la Russia. La guerra del 1914 non ha affrontato le contraddizioni imperialiste in Asia e prova ne è la partecipazione di Inghilterra, Russia e Giappone nello stesso fronte (...) Per il Giappone la penetrazione sul continente era una questione vitale (...) È per questo che, grazie alla guerra del 1914 che aveva sviluppato enormemente la sua industria, reso possibile dalla rottura dei rapporti commerciali tra Europa e Asia, profittando dell’isolamento della Cina, il Giappone accentuò la sua penetrazione continentale. La fine dell’egemonia inglese in Cina, l’apparizione del Giappone e degli Stati Uniti, la lotta che ne risulta per la spartizione dell’Asia ha espresso nel dopoguerra l’impossibilità, visto lo sviluppo delle forze di produzione nel mondo, di mantenere la lotta interimperialista per dei nuovi sbocchi attorno alla nuova spartizione delle colonie e dei territori del Mediterraneo e dell’Europa centrale e la necessità di sviluppare questa lotta inglobandoci i territori asiatici, la cui estensione e densità di popolazione possono contentare dei capitalismi ridotti agli estremi. Gli obbiettivi del 1914, una nuova divisione del mondo, influenzata e controllata già dagli imperialismi, restano in tutta la loro attualità, ma si legano ormai alle lotte in Asia dove il capitalismo alla ricerca di nuovi mercati, di nuovi profitti si dirige inevitabilmente (...) Il problema del controllo delle rotte marittime mondiali e quello dell’occupazione degli arcipelaghi strategici dovranno essere risolti tra Giappone, Stati Uniti e Inghilterra. Questa sarà la caratteristica della nuova guerra imperialista di domani».

Per discutere di questi problemi e cercare di risolverli in modo “pacifico” i rappresentanti delle grandi potenze si riunirono a Washington nel novembre 1921. Si giunse ad un patto tra USA, Gran Bretagna, Giappone e Francia in base al quale ci si impegnava a rispettare le relative aree di influenza e a consultarsi ogni qualvolta sorgesse un motivo di crisi. Per gli armamenti fu stabilito che le navi da guerra non dovessero superare le 35 mila tonnellate e le portaerei le 27 mila; che i cannoni non superassero i 406 mm. di calibro e che non si costruissero nuovi porti a Guam, Hong Kong, Manila e altre basi più vicine al Giappone delle Hawaii e di Singapore. La proporzione del tonnellaggio complessivo delle navi da guerra fu stabilita, come richiesto dagli USA, in 5/5/3 rispettivamente per USA, Gran Bretagna e Giappone.

Questi accordi conferirono al Giappone la superiorità navale nel Pacifico e un controllo duraturo sui punti di avvicinamento alle coste cinesi. Le divergenze tra Cina e Giappone nello Shantung furono momentaneamente superate con l’accordo bilaterale del 4 febbraio 1922 che restituì alla Cina la sovranità sulla provincia, ma garantendo al Giappone gli interessi economici che vi possedeva. Nell’ottobre infine il Giappone ritirò le sue truppe dalla Siberia, sebbene dovessero passare altri tre anni prima che evacuasse la parte settentrionale di Sahalin e ripristinare le relazioni diplomatiche con la Russia.

Ma questo ordine ritrovato sotto l’egida delle quattro grandi potenze imperialiste vincitrici non poteva essere duraturo. La vittoria del proletariato in Russia, il crescere del movimento nazionalista in Cina, la pressione dell’imperialismo giapponese e statunitense; l’indebolirsi di quello britannico e francese avrebbero ben presto fatto crollare questa pace delle cannoniere.
 

1922 - Primo Congresso delle Organizzazioni Rivoluzionarie dell’Estremo Oriente

Come contraltare della conferenza imperialista di Washington, nel gennaio del 1922 si riunì a Mosca, per iniziativa dell’Esecutivo dell’Internazionale Comunista, un Congresso delle Organizzazioni Rivoluzionarie dell’Estremo oriente. Vi parteciparono 144 delegati, «per la maggior parte non comunisti» scrive Agosti (La Terza Internazionale, Storia documentaria), provenienti dalla Cina, dalla Corea, dal Giappone, dalla Mongolia, dall’India, dall’Indonesia: il contingente coreano era particolarmente nutrito, 53 delegati su 144.

Nel suo discorso Zinoviev sottolineò l’importanza decisiva che avrebbe rivestito una rivoluzione in Giappone, il solo paese dell’Estremo Oriente industrialmente già sviluppato: senza di esso il movimento rivoluzionario in quella parte del globo sarebbe rimasto «una tempesta in un bicchiere d’acqua». In generale, affermò il presidente dell’Internazionale Comunista, l’Asia orientale non era ancora matura per una rivoluzione socialista, ma lo era per una rivoluzione nazionale antimperialista. Gli stessi concetti furono ripresi da Soforov che si soffermò in particolare sulla situazione della Cina e della Corea: i comunisti dovevano appoggiare i movimenti nazionalisti rivoluzionari attivi in questi paesi, ma nello stesso tempo rafforzare la propria organizzazione e radicarla nelle masse proletarie e semiproletarie. Quello che pare essere stato il documento più significativo approvato al Congresso, le Tesi sui compiti dei comunisti in Estremo Oriente, confermano quanto era già stato chiaramente tracciato dalla tradizione marxista nello scritto di Lenin Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica (1905) alle Tesi e all’intervento, sempre di Lenin, sulla questione nazionale e coloniale al II Congresso dell’Internazionale Comunista nel 1920.

Nello stesso anno 1922 ai comunisti coreani fu data dal Comintern la direttiva di fondare il Partito Comunista in Corea, quando sembrava che il regime d’occupazione avesse un po’ allentato le misure repressive, dopo la rivolta detta del Samil che per due mesi, nel 1919, era divampata nel Paese e che era stata repressa al prezzo di 2.000 morti e circa 20.000 arresti.

Il partito però fu costituito solo nel 1925, dopo il rientro in Corea, secondo le direttive del Comintern, dei gruppi comunisti coreani che si erano formati in Siberia e nella Provincia Marittima Russa; pare che esso abbia avuto vita breve, pochi mesi, spazzato via dall’arresto in massa di quasi tutti i suoi componenti (77 persone) o, più probabilmente, dalla paurosa deriva del Partito comunista cinese e di tutta l’Internazionale che proprio in quegli anni giungeva al culmine. Anche i comunisti di Corea infatti, nonostante aspre lotte di frazione di cui abbiamo notizia, si sarebbero infine allineati alle direttive staliniste, visto che nel 1927 anch’essi, come il PCC, si unirono in una Associazione per la Nuova Corea con i “nazionalisti senza compromessi”.

Un aiuto per approfondire questi primi anni della storia del partito in Corea e descriverne l’involuzione ci potrà venire da una raccolta di documenti pubblicata da Dae-sook in Documents of Korean communism, Princeton U.P. 1970, e, dello stesso autore, The Korean Communist Movement 1918-1948, Princeton 1967, materiale che non ci è stato ancora possibile consultare e che qui segnaliamo in vista di futuri approfondimenti.
 

L’Impero giapponese

Nel 1931 l’esercito giapponese si preparò a prendere possesso della Manciuria. «Le velleità espansioniste del capitalismo nipponico, appoggiato dai signori feudali, lo spinge inesorabilmente verso la guerra – commentava “Bilan”, n. 8/1934 – La sua marcia verso il continente, cioè verso la Cina, che gli ha già permesso di impadronirsi della Corea, dello Shantung e ultimamente del Manciùkuo, questa marcia continua e urterà inevitabilmente contro la Russia, perché il Giappone ha l’imperiosa necessità di allargare da una parte le sue fonti di materie prime e dall’altra parte di riversare su nuovi territori il suo eccesso di popolazione. La lotta per la Cina è, in fondo, quella per l’egemonia del Pacifico, egemonia a cui sono interessate anche Inghilterra e Stati Uniti. Si tratta insomma di una lotta per la conquista esclusiva delle rotte commerciali, oggi essenziali per gli imperialisti, e che dal Pacifico sboccano verso la Cina, le Indie; lotta che non può sboccare che in un nuovo conflitto mondiale. Il Giappone lavora e si prepara a questa eventualità».

Il 15 settembre l’armata dello Kwantung, col pretesto di reagire ad un attentato, sparò contro soldati cinesi dando origine alla guerra; alla fine di gennaio le ostilità si estesero alla Cina vera e propria. L’intera Manciuria fu ben presto sotto il controllo dei giapponesi; nel marzo del 1932 l’ultimo degli imperatori mancesi in Cina, Pu Yi, fu messo a capo del nuovo Stato del Manchukuo che in realtà era governato dal Comandante dell’armata del Kwantung che esercitava sia il potere civile sia quello militare.

La Cina si appellò alla Società delle Nazioni, ma invano; l’unica cosa che ottenne fu il non riconoscimento del nuovo Stato “indipendente”; esso fu riconosciuto solo dal Giappone, che per questo nel febbraio 1933 dovette uscire dalla Società delle Nazioni, non appena a Ginevra si iniziò il dibattito sull’argomento.

Alla fine del 1936 Chiang Kai-shek raggiunse un accordo con i “comunisti” per fare causa comune contro il Giappone; nel luglio del 1937 l’armata giapponese passò all’offensiva per occupare l’intera Cina. «All’inizio di agosto erano state occupate sia Tientsin sia Pechino, e in settembre le truppe giapponesi al fronte ammontavano già ad oltre 150.000 uomini; le ostilità si estesero anche al sud, cominciando ancora una volta da Shangai, che venne conquistata dalle truppe agli ordini del generale Matsui dopo due mesi di feroci combattimenti. Dopo la presa di Shangai l’esercito giapponese si diresse verso Nanchino, la capitale di Chiang, che intanto era sottoposta a pesanti bombardamenti. Le truppe nazionaliste cinesi, prese dal panico, fuggirono precipitosamente, insieme al generale Chiang Kai-shek. Privi dei loro superiori, stretti in un cerchio di fuoco, migliaia di soldati cinesi lasciarono le guarnigioni e si precipitarono dentro la città. Il 13 dicembre le truppe giapponesi, 50.000 uomini, entrarono in città: I soldati cinesi si arresero e fu l’inizio del massacro. Le rosse di sangue acque dello Yangtze trascinavano innumeri cadaveri: calcolano che dal dicembre 1937 al febbraio 1938 siano state trucidate circa 300.000 persone. Migliaia di donne vennero costrette nei bordelli militari».

Quello di Nanchino fu uno dei peggiori massacri della II guerra mondiale, ma sarà tenuto nascosto per decenni da tutti gli Stati; sia la Repubblica Popolare Cinese sia quella nazionalista di Taiwan non hanno mai chiesto al Giappone i danni di guerra, in cambio di privilegi commerciali e vantaggi politici; anche gli Stati Uniti hanno preferito non indagare sulla condotta di guerra del Giappone, prezioso alleato contro il “comunismo”.

Sulla nuova guerra Cino-giapponese, “Bilan” (n. 44, ottobre-novembre 1937), scrisse: «Abbasso il macello imperialista in Cina: contro tutti i boia: per la trasformazione immediata della guerra in guerra civile. Gli sfruttati dell’Asia vivono oggi un nuovo aspetto della loro fosca tragedia sociale. Tutti i contrasti economici e sociali che obbligano il Giappone a fare la guerra in Cina e che fanno di questa un corpo convulso incapace di respingere l’invasore, sono quelli che, perché conducono alla rivoluzione, obbligano l’imperialismo giapponese e la borghesia cinese a scatenare una guerra civile contro i lavoratori e i contadini poveri dei due paesi. Gli sfruttati cinesi hanno un nemico: la loro propria borghesia, i boia del 1927, il Kuomintang e tutti i suoi alleati; gli sfruttati giapponesi devono lottare contro un imperialismo feroce ma minato da antagonismi strutturali che dipendono dalle particolarità storiche della formazione del capitalismo nipponico. La partita è decisiva: nel 1931 il Giappone si impadroniva – con l’approvazione della borghesia cinese – della Manciuria e realizzava infatti il fronte unico con il Kuomintang per la repressione del movimento operaio; nel 1937 sotto la copertura di una guerra “nazionale” gli sfruttati cinesi sono offerti alle bombe giapponesi e sotto due bandiere capitaliste dei proletari si fanno assassinare a decine di migliaia (...) Isolata, la borghesia cinese teme le masse di proletari che diedero prova del loro valore prima del 1927; essa ha bisogno, come un malato delle medicine, dell’aiuto economico, politico e sociale dell’imperialismo. Ed è in questa fase storica, in cui le guerre nazionali sono relegate al museo delle anticaglie, che si vorrebbero mobilitare gli operai attorno alla “guerra di emancipazione nazionale del popolo cinese”».

Entro la fine dell’anno i giapponesi avevano sistemata la Cina settentrionale e alcune aree prossime alla Mongolia, conquistata l’area carbonifera dello Shansi e la parte cinese di Shanghai, e presa Nanchino. Volevano arrivare ad un accordo col governo nazionalista cinese, ma non fu raggiunto, essendo quello certo di poter sconfiggere i comunisti anche senza l’aiuto dei giapponesi. Il governo nazionalista, ritiratosi nell’isolata provincia occidentale del Szechwan, continuò la guerra mentre i “comunisti”, che avevano ormai anteposto la lotta contro il Giappone al perseguimento di ogni obiettivo di classe, anche borghese, come la questione agraria, iniziavano la guerriglia nelle zone occupate dai giapponesi.
 

La guerra mondiale

La guerra era costosissima per il Giappone in uomini e materiali: i soldati utilizzati nel 1937 arrivarono a quasi un milione e divennero oltre 2 milioni nel 1941, per ridursi successivamente.

La guerra mondiale, scoppiata il primo settembre 1939, rimase a lungo una guerra europea; il 27 settembre 1940 il Giappone firmò il patto tripartito con Germania e Italia e il 13 aprile del 1941 un patto di reciproca neutralità con la Russia, ancora legata alla Germania dal patto di non aggressione.

«Credendo di essersi assicurati la copertura da pericoli al nord, i giapponesi lavoravano ormai al progetto di penetrazione nell’Asia sud-orientale: calcolavano il rischio di un confronto militare con gli Stati Uniti; in particolare la marina, più avvezza ai contatti internazionali, giudicava scarse le probabilità di successo in una lunga guerra nel Pacifico. Nessuno in Giappone era tanto pazzo da pensare veramente a conquistare gli Stati Uniti; si contava solo su un successo decisivo iniziale tale da indurre Washington a rinunciare a una lunga guerra e a concludere, dopo una sconfitta grave ma parziale, una rapida pace che lasciasse al Giappone il potere sull’intera Asia orientale. Per questo gli strateghi stavano già elaborando i piani quando Hitler li sorprese di nuovo attaccando l’URSS il 22 giugno 1941: non mutarono però i progetti già avviati per rincorrere le scelte di quell’alleato europeo tanto infido. La strategia per la “marcia verso il sud” e per un intervento che eliminasse dal gioco asiatico gli Stati Uniti era in via di preparazione e il primo ministro nominato a fine ottobre, l’ammiraglio Tojo Hideki, non aveva esitazioni sull’urgenza della scelta della guerra. Le trattative condotte tra Giappone e Stati Uniti in un’atmosfera di crescente diffidenza erano ormai solo destinate al fallimento: le troncò l’attacco a Pearl Harbor il 7 dicembre 1941» (Collotti Pischel).

Con quell’attacco i giapponesi riuscirono ad menomare la forza navale statunitense nel Pacifico: furono affondate 8 navi da battaglia e gran parte delle navi d’appoggio e distrutta metà dell’aviazione; poco dopo, nel natale del 1941 cadde nelle mani dei giapponesi Hong Kong, il simbolo del potere britannico in Estremo Oriente; l’annientamento della flotta statunitense aveva reso indifendibili le Filippine che furono occupate dai giapponesi nel maggio 1942; subito dopo fu occupata la Malesia e la roccaforte di Singapore; le Indie Orientali olandesi si arresero all’inizio di marzo, mentre iniziava la penetrazione in Birmania che fu occupata entro la fine della primavera.

Con la conquista di Guam, delle isole Salomone, delle Aleutine e della parte settentrionale della Nuova Guinea, porta dell’Australia, tutto il Pacifico occidentale era, alla fine della primavera del 1942, nelle mani dei giapponesi.
 

Il gendarme statunitense

Per sconfiggere il Giappone i generali statunitensi non puntarono su azioni terrestri ma su grandi scontri aeronavali nei quali potesse entrare in gioco il potenziale tecnico e produttivo di cui disponeva la macchina economica degli Stati Uniti: i grandi cantieri e gli impianti aeronautici creati all’Ovest – dalla California all’Oregon – furono la carta vincente degli Stati Uniti.

La prima battaglia aeronavale fu combattuta all’inizio di maggio del 1942 nel mar dei Coralli, a nord-est dell’Australia, per il controllo degli accessi alla parte meridionale della Nuova Guinea, e si risolse in una parziale sconfitta per la flotta giapponese. Ma fu un mese dopo nella battaglia delle isole Midway che i giapponesi subirono una dura sconfitta, perdendo quattro portaerei ed altre navi minori; la battaglia tolse al Giappone quella superiorità navale di cui avevano goduto dopo Pearl Harbor. Divenne loro sempre più difficile mantenere i collegamenti con le basi sparse nell’area vastissima dalle Aleutine alla Nuova Guinea. Anche sul fronte terrestre, in Nuova Guinea e a Guadalcanal, nelle isole Salomone, i giapponesi, nonostante la loro determinazione, furono sconfitti.

Da allora i successi americani si susseguirono, volta a volta venivano investiti i capisaldi del troppo esteso impero navale giapponese ed espugnati dopo battaglie navali ormai impari per la marina giapponese. Furono riconquistate le isole Marshall e le Gilbert, a giugno dello stesso anno fu la volta di Saipan, nelle Marianne. Dopo una grande battaglia navale e durissimi scontri a terra l’isola fu presa ma la guarnigione giapponese – e gran parte dei civili – perì in battaglia o si suicidò. Nell’ottobre i primi marines sbarcarono nelle Filippine che furono occupate in cinque mesi. Intanto dalle isole Marianne l’aviazione americana aveva iniziato a bombardare il suolo giapponese: il 10 marzo del 1945 l’attacco su Tokio con bombe incendiarie distrusse la città e causò 100.000 morti; le altre città non subirono sorte migliore, la popolazione era ormai ridotta allo stremo e si sopravviveva con 1500 calorie al giorno, fornite soprattutto da miseri tuberi.

«Nonostante questo si continuava ad esigere dalla popolazione un lavoro sempre più duro e sempre meno remunerato. La durata del periodo scolastico era stata abbreviata per permettere ad un maggior numero di studenti di entrare nell’esercito o di lavorare nelle fabbriche. Erano state abolite le restrizioni sul lavoro femminile e minorile; perfino le norme che limitavano l’orario di lavoro, per quanto blande, furono soppresse» (Beasley). Nonostante questo la resistenza continuava accanita. A metà febbraio la battaglia di Okinawa, nelle isole Ryukyu, fu durissima; anche qui militari e civili combatterono fino all’ultimo uomo; gli americani ebbero 12.000 morti e 30.000 feriti.

Durante la conferenza di Yalta, Roosevelt aveva chiesto a Stalin di dichiarare guerra al Giappone per impegnare le truppe giapponesi ancora presenti in Manciuria. Stalin aveva promesso l’intervento «entro tre mesi dalla fine della guerra in Europa» e aveva chiesto in cambio «tutto ciò che il Giappone aveva tolto alla Russia nella sua guerra imperialista del 1905», ribaltando ignominosamente il giudizio su quella guerra espresso dal partito e dando un’altra dimostrazione della natura imperialista della guerra. La Russia pretese Sahalin, le Curili meridionali, ma anche le basi russe della Manciuria situate in territorio cinese.

Il 26 luglio Stati Uniti, Gran Bretagna e Cina lanciarono al Giappone un proclama comune nel quale pretendevano la resa incondizionata. Il 6 agosto veniva lanciata la bomba atomica su Hiroshima. Due giorni dopo la Russia dichiarava guerra al Giappone e occupava la Manciuria costringendo alla resa le forze giapponesi. Il 9 agosto la seconda bomba atomica distruggeva Nagasaki.

Il 14 l’Imperatore del Giappone annunciava la disfatta; il 2 settembre il Giappone veniva occupato per la prima volta da un esercito straniero.
 

Il dopoguerra nel Nord

Il destino della Corea, colonia giapponese, era già stato deciso dai nuovi padroni del Pacifico durante la guerra. Nella Conferenza del Cairo, 1 dicembre 1943, Stati Uniti Gran Bretagna e Cina «consapevoli dello stato di servitù del popolo di Corea», avevano deciso che, una volta sconfitto il Giappone, quel paese sarebbe divenuto libero e indipendente «a tempo debito».

Successivamente a Yalta, nel corso di conversazioni informali con Stalin, Roosevelt, in cambio di concessioni territoriali, aveva proposto un piano di amministrazione fiduciaria per la Corea della durata di venti o trent’anni. Questo nella decisione di eliminare l’influenza delle potenze europee dall’Asia Orientale attraverso la dissoluzione degli imperi coloniali e pensando di associare l’URSS come partner minore in una politica che avrebbe portato l’egemonia statunitense in quel settore. Stalin aveva aderito in linea di massima suggerendo un periodo più breve.

I piani militari prevedevano che la liberazione della Corea dovesse avvenire con la penetrazione congiunta delle truppe russe dal nord e delle truppe da sbarco americane dal sud fino alla linea di demarcazione del 38° parallelo. Le truppe russe sbarcarono nella Corea settentrionale, nei porti di Unggi e Najin, il 10 agosto 1945, cinque giorni prima della resa del Giappone, dopo il lancio delle bombe su Hiroshima e Nagasaki.

Con l’esercito di Mosca c’erano anche 30.000 coreani ormai cittadini sovietici e un piccolo gruppo che aveva combattuto i giapponesi in Manciuria, tra cui Kim Il Sung. I russi, forti dell’aiuto dei coreani sovietizzati, non costituirono un governo militare e non si opposero alla formazione di un governo “popolare”. Del resto gli stalinisti controllavano la situazione.

«A favore dei comunisti e della moderata politica di riforme che portarono avanti dal 1945 al 1948 giocarono favorevolmente le condizioni geografiche e socio-politiche delle regioni a nord del 38° parallelo. Regioni per lo più montagnose, abitate da una popolazione inferiore di un terzo a quella del Sud, che ereditavano dall’amministrazione coloniale giapponese un apparato di industrie pesanti, centrali idroelettriche, banche e un’ottima rete di comunicazioni di cui la zona a sud del 38° parallelo, ricca piuttosto di grandi latifondi e di industrie leggere, era essenzialmente priva» (Idéo).

Eliminata l’alternativa nazionalista, i cui capi furono arrestati e fatti sparire, il nuovo Comitato Centrale del Popolo (eletto nel febbraio 1946) presieduto da Kim Il Sung varò nel marzo successivo una riforma agraria di cui beneficiò il 70% della popolazione rurale (la metà dei terreni coltivabili furono assegnati a circa 725.000 contadini) e poco dopo, nell’agosto, procedette alla nazionalizzazione dell’industria di proprietà giapponese (circa il 90% del totale).

Naturalmente nulla di socialistico nei provvedimenti del governo stalinista, come riconosce anche Idéo: «Nel complesso la riforma agraria, che rese i contadini padroni della terra che lavoravano (non si parlò di collettivizzazione), fu la correzione di un sistema di conduzione agraria assolutamente iniquo basato su rapporti di produzione di tipo feudale, mentre la nazionalizzazione dell’industria rappresentò la riappropriazione delle risorse nazionali». Nel luglio del 1948 fu varata la nuova costituzione ed eletta la Suprema Assemblea del Popolo. Il 9 settembre 1948, circa un mese dopo la proclamazione della Repubblica di Corea, venne annunciata la fondazione della Repubblica Democratica Popolare di Corea.

Nel periodo che precedette la nuova guerra che stava per venire Kim ed il suo gruppo rafforzarono la loro posizione, estromettendo dal partito le fazioni dissidenti.
 

Il dopoguerra nel Sud

Le truppe statunitensi sbarcarono in Corea l’8 settembre 1945 e trovarono una situazione sociale molto più complessa. Il 6 settembre si era riunita a Seoul una Assemblea Nazionale dei Comitati locali che avevano partecipato all’insurrezione anti-nipponica; questi (circa un migliaio) avevano formato un governo nazionale con giurisdizione su tutta la Corea; il governo comprendeva tutte le forze di sinistra e i nazionalisti favorevoli a collaborare con esse, ma gli stalinisti, benché avessero solo la metà dei ministri, ne avevano la direzione. Prima dell’arrivo degli americani fu costituito anche un partito d’opposizione, il Partito democratico di Corea (PDC) che riconosceva come unico governo legittimo il Governo provvisorio Coreano formatosi in Cina nel 1919 all’indomani della rivolta nazionalista del Samil. Ambedue gli organismi avevano eletto come loro presidente l’uomo degli americani, Syngman Rhee, il nazionalista che viveva da quarant’anni negli Stati Uniti.

Washington era però sospettosa nei confronti dei movimenti di resistenza, spesso influenzati dallo stalinismo e il generale John R. Hodge «non aveva istruzioni di cooperare con il governo coreano locale, il quale aveva inviato delegati a dargli il benvenuto. Hodge trattava solo col governatore generale giapponese» (D. F. Fleming, Storia della guerra fredda, 1917-1960), che però, con uno dei suoi ultimi atti aveva trasferito la responsabilità di governo ad un comitato ad interim. «Quando fu chiaro che gli americani ignoravano completamente il governo repubblicano popolare e preferivano servirsi dei giapponesi e dei collaborazionisti, gli uomini dei comitati attaccarono violentemente il governo militare con manifesti e volantini. Il 5 ottobre gli americani nominarono un organismo consultivo che contava molti noti collaborazionisti e lanciarono l’idea di un’amministrazione fiduciaria a tempo indefinito; il 10 il governo militare si proclamò unica autorità della Corea meridionale e vietò tutte le prese di posizione di “gruppi politici irresponsabili”». Queste decisioni spinsero la maggioranza della popolazione a nutrire un forte risentimento verso gli americani; i “liberatori” si erano trasformati in oppressori.

«Infine il 20 novembre 1945 fu convocato un Congresso della Repubblica Popolare il quale all’intimazione di sciogliersi rifiutò obbedienza; allora il generale Hodge dichiarò illegali le sue attività. Da quel momento gli statunitensi dettero un appoggio completo al governo coreano provvisorio in esilio di Syngman Rhee. Il 14 febbraio 1946 fu formato un Consiglio democratico rappresentativo con a capo Rhee». In verità il governo era composto da proprietari terrieri, capitalisti ed in genere elementi della destra nazionalista e collaborazionisti.

Commentando la politica statunitense nell’area asiatica dopo la fine della guerra, così scrivevamo sul nostro giornale “Battaglia Comunista” (n. 14, 12-26 luglio 1950), in un articolo dal titolo Americani e russi in Corea: «Dobbiamo ora constatare che contrariamente a quello che accade in Europa e in altre parti del mondo, in Asia la politica russa ha più fortuna di quella americana. Essa è riuscita a sostituire l’influenza degli Stati Uniti nell’immensa Cina, a creare numerosi diversivi nell’arcipelago malese, in Indocina, ecc. In queste zone densissimamente popolate i russi acquistano prestigio e clientela mentre gli americani con i loro alleati colonizzatori inglesi, francesi ed olandesi, li perdono.

Anche il Giappone, pur essendo un paese basato su un capitalismo enormemente sviluppato e sviluppantesi, non ha avuto modo di operare trasformazioni veramente radicali nelle zone da esso conquistate, anch’esse mantenute sotto un regime prettamente coloniale. In ogni caso la resistenza alla spinta giapponese, veniva naturalmente da parte delle classi superiori dell’Asia continentale allo stesso modo ad esempio in cui il Negus Selassiè resisteva all’aggressione di Mussolini; ma l’alleanza internazionale tra Russia, America e Inghilterra portò anche qui alla creazione di unitari blocchi nazionali in cui agrari, borghesi, piccolo borghesi e progressisti di ogni specie venivano uniti ai superiori fini della guerra d’oltremare.

Ora, a conflitto finito, gli Americani, con la tipica idiozia che distingue la loro politica, i cui successi sono unicamente dovuti al peso dei dollari, hanno proceduto come in Europa, cioè si sono sforzati di ricreare lo “statu quo ante”. In qualunque paese asiatico, dalla Corea al Giappone, dalla Cina alla Malesia, essi sono intervenuti per riportare democraticamente al potere le vecchie classi dirigenti, in altre parole i vecchi ceti agrari e conservatori. Evidentemente il gioco non poteva andare. Non solo gli esponenti di queste classi non erano più in grado di comprendere e di controllare la situazione, ma la guerra stessa aveva accentuato l’opera di trasformazione economica dell’Asia, facendo acquistare importanza agli elementi borghesi e capitalistici del luogo che necessariamente chiedevano un profondo rinnovamento dei regimi in vigore.

E così mentre gli americani e i loro vassalli spaventati dalla minaccia del comunismo si sono intestati nella difesa della economia agraria e semifeudale del passato, i russi, con abilità veramente encomiabile, hanno sfruttato la situazione e hanno dato il loro appoggio alla borghesia e al capitalismo indigeni, conquistandoli pienamente alla propria causa.

Né è tutto qui, ma per la particolare forma di arretratezza produttiva di queste zone, per la scarsità di capitali iniziali, per la difficoltà dell’accumulazione privata, il sistema capitalistico introdotto dai russi, con la suddivisione dei grandi fondi e con l’accumulazione e gli investimenti regolati dallo Stato, è quanto di meglio si poteva augurare alla situazione asiatica e perfettamente coincidente con le esigenze dell’economia borghese del luogo e del momento dato.

L’alleanza tra russi e capitalisti asiatici e tra americani e agrari spiega i conflitti dell’Estremo Oriente e soprattutto i rovesci che vi hanno subito gli Stati Uniti».

Intanto alla Conferenza di Mosca (dicembre 1945), cui parteciparono Stati Uniti, URSS, Gran Bretagna e Cina, fu riconfermato quanto già deciso ad Yalta, di porre cioè la Corea in regime di amministrazione fiduciaria (trusteeship) per un periodo di cinque anni. Al Nord il governo stalinista si sottomise ai voleri di Mosca, al Sud i comunisti diedero il loro assenso, ma non le altre formazioni politiche di sinistra e i nazionalisti che reclamarono l’indipendenza immediata. Il nuovo governo Rhee, che aveva assoldato nella sua polizia circa la metà della vecchia polizia coloniale, compresi i poliziotti fuggiti dal Nord all’arrivo dei sovietici, si scontrò dunque in un primo momento sia contro i nazionalisti sia contro gli stalinisti, nonostante la loro posizione conciliatrice; ma successivamente si cercò l’accordo con le forze nazionaliste moderate, dopo aver proceduto a togliere di mezzo l’incomodo stalinista. Il Partito Comunista fu messo al bando, i suoi giornali chiusi ed emessi ordini di cattura contro i suoi maggiori esponenti, che furono costretti a fuggire al Nord.

La Commissione congiunta tra Stati Uniti e URSS per cercare un accordo per la formazione di un unico governo coreano, riunitasi dal 15 marzo all’8 maggio 1946 non riuscì a trovare alcun accordo e la questione fu rimessa all’ONU. Questa accettò la risoluzione statunitense che chiedeva la formazione di una Commissione temporanea incaricata di sovraintendere alle elezioni in Corea per permettere la formazione di un governo rappresentativo che avrebbe poi negoziato il ritiro delle truppe sovietiche e americane. La Russia si era opposta alla risoluzione americana e proponeva che il ritiro delle truppe d’occupazione precedesse le elezioni. Rifiutò l’accesso in Corea del Nord alla commissione dell’ONU, che decise quindi di procedere alle elezioni nella sola Corea meridionale.

Seguendo l’esempio del Nord, anche al Sud, poco prima delle elezioni, il 22 marzo 1948, un decreto del governo militare aveva permesso la vendita ai contadini di 278.000 ettari di terre un tempo di proprietà dei giapponesi. Questa decisione certamente contribuì a far sì che alle elezioni del 10 maggio successivo il reazionario Rhee, che poté contare sull’appoggio decisivo della polizia e dell’apparato burocratico, ottenesse una significativa vittoria. Le elezioni si svolsero in un clima di terrore, i gruppi armati dei partiti della destra spadroneggiavano e ci furono centinaia di vittime, mentre le prigioni erano zeppe di oppositori. La vittoria della destra fu schiacciante. La Commissione delle Nazioni Unite certificò che i risultati “erano libera espressione della volontà dell’elettorato”.

Il 7 dicembre una risoluzione dell’Assemblea generale dell’ONU riconobbe come unico governo legale della Corea quello di Seoul. Il 12 luglio venne approvata la costituzione e il 20 luglio Rhee fu designato presidente della repubblica. Il nuovo presidente, dato che la maggioranza dell’Assemblea Nazionale gli era contraria, si appoggiò sempre più sulla burocrazia e sulla polizia.

Il suo governo entrò anche in contrasto con gli USA che ridussero progressivamente gli aiuti al paese anche perché essi non lo consideravano un punto strategico per la difesa degli interessi statunitensi nella zona, né per la loro sicurezza nazionale.
 

La nuova guerra

In un discorso al Club nazionale della stampa, del 12 gennaio 1950, il segretario di Stato americano dell’epoca, Dean Achenson, aveva dichiarato che il “perimetro difensivo” degli Stati Uniti andava dalle Aleutine al Giappone, da qui all’arcipelago delle Ryukyu e alle Filippine, escludendo quindi la Corea. Anche Mc Arthur, proconsole statunitense in Giappone, si era espresso nello stesso senso in un’intervista concessa qualche mese prima, il 1 marzo 1949, ad un giornalista britannico.

Negli Stati Uniti intanto il Comitato Nazionale per la Sicurezza, riunito sotto la presidenza di Truman, aveva deciso di ricostruire un esercito capace di rispondere ad ogni specie di sfida e aveva previsto di devolvere alle spese militari l’enormità di un quinto del pur ingente reddito nazionale statunitense, portando il bilancio militare da 13 a 50 miliardi di dollari.

In Corea del Sud le elezioni del maggio 1950 avevano dato una netta maggioranza agli avversari di Syngman Rhee, ma questo represse duramente qualsiasi attività dell’opposizione facendo imprigionare 14.000 persone, fra cui 14 deputati. Quando a tale situazione si aggiunse una crescente aggravamento della crisi economica l’agitazione divenne generale. Rhee proclamava intanto continuamente la sua intenzione di voler attaccare il Nord.

Le truppe americane non erano certo ben viste in Corea del Sud. Il generale Hodge, capo della forza di occupazione, aveva dichiarato appena giunto a Seoul, dimostrando l’abituale “intelligenza” politica statunitense: «I coreani appartengono alla stessa specie animale dei giapponesi». Quando l’URSS aveva annunciato il ritiro delle proprie truppe dal Nord, il primo gennaio del 1949, anche gli USA, seppure tra molte incertezze, avevano dovuto fare lo stesso, anche se i soldati partirono sei mesi dopo. In Corea del Sud erano rimasti 500 soldati americani, col compito di addestrare l’esercito della repubblica composto da 60.000 uomini.
 

Il cannone della Democrazia Universale

La guerra scoppiò il 26 giugno 1950; appena ventiquattr’ore dopo i carri armati nordisti si trovavano già nei sobborghi di Seoul.

A guerra appena iniziata “Battaglia comunista”, n.13, giugno-luglio 1950, nell’articolo Corea: tuona il cannone della democrazia universale, andando oltre i motivi contingenti, spiegava gli avvenimenti con le necessità propagandistiche e belliciste del Capitale: «La guerra, ombra che il capitalismo getta continuamente davanti a sé, non fa a tempo ad assopirsi in un angolo del mondo che si riaccende in un altro. Diventata logora la carta cinese, l’offensiva coreana darà ai partiti dell’imperialismo russo un atout propagandistico per rigalvanizzare gregari ed amici; per l’imperialismo americano essa sarà l’occasione tanto a lungo attesa per ricreare l’unità nazionale fra repubblicani e democratici, per intervenire decisamente nel Pacifico, per ottenere dal parlamento il voto dei crediti militari, per soddisfare i generali che sognano basi navali ed aiuti diretti in Estremo Oriente, per dare all’industria di guerra la spinta che la previsione dei consiglieri economici del Presidente di un’ulteriore espansione dell’economia statunitense postula come necessità ineliminabile». Il nostro giornale lanciava un appello al proletariato: «Sbattano i proletari in faccia ai liberatori e ai pacificatori della seconda guerra mondiale la realtà della catena ininterrotta di guerre e di “paci”, di miseria e di oppressione in cui si riassumono i cinque anni seguiti alla “vittoria dei popoli liberi”. Dicano loro: non marceremo né con gli uni né con gli altri; marceremo per la nostra strada di classe».

Naturalmente il proletariato, data la situazione completamente controrivoluzionaria, si schierò eccome, in Corea, ma anche negli Stati Uniti e poi in Cina, dove centinaia di migliaia di proletari furono costretti ad imbracciare nuovamente il fucile gli uni contro gli altri.

Nonostante le precedenti dichiarazioni infatti, Washington si affrettò a dichiarare che «la Repubblica di Corea aveva bisogno di un immediato aiuto per evitare una completa disfatta» che avrebbe messo in pericolo il Giappone, Formosa e la base americana di Okinawa.

Mac Arthur fu incaricato di organizzare l’invio immediato di truppe e armi in Corea e la VII flotta fu schierata tra Formosa e il continente per avvertire la Cina di stare al suo posto.

Russia e Cina scelsero una linea prudente e riconfermarono il non intervento, quando, in quella prima fase della guerra, anche un piccolo appoggio avrebbe potuto rivelarsi decisivo per le truppe nordcoreane. Scriveva a questo proposito un corrispondente di guerra americano: «anche solo due bombardieri nemici che avessero attaccato l’interminabile fiumana dei nostri trasporti che si snodava in pieno giorno lungo le orribili strade coreane, sarebbero bastati a creare in ventiquattr’ore una tale confusione che avremmo perduto la nostra testa di ponte in Corea».

Mentre Russia e Cina si tenevano in disparte, gli Stati Uniti premevano sul Consiglio di Sicurezza dell’ONU che autorizzò il corpo di spedizione statunitense a fregiarsi della bandiera dell’ONU.

Nel numero di luglio di “Battaglia” così commentavamo, opponendoci alla propaganda sia della sinistra sia della destra che cercava di schierare la classe operaia sui due fronti: «Il conflitto in corso, per quanto geograficamente localizzato, ha natura schiettamente internazionale. Come nei precedenti episodi bellici della “pace democratica” l’urto non è tra forze nazionali contrapposte, ma tra i due centri mondiali dell’imperialismo, America e Russia, rispetto ai quali le nazioni minori non sono che miserabili e impotenti pedine. Falsa, dunque, la parola di guerra d’indipendenza, di liberazione, di unità nazionale (...) La posta della guerra di Corea non è né la difesa dell’indipendenza nazionale di cui cianciano gli stalinisti, né la rivendicazione della libertà politica di cui vorrebbero farsi paladini gli americani, né la pace che entrambi giurano di voler ristabilire: è la conservazione e il rafforzamento di posizioni imperialistiche da parte dei due blocchi e, per conseguenza, del regime internazionale dell’imperialismo. Nessun interesse operaio vi è in gioco, nessuna rivendicazione proletaria è affidata all’esito vittorioso in un senso o nell’altro del conflitto: aggredito è in Corea, come in tutto il mondo, da entrambe le potenze in guerra, il proletariato».

Il 15 settembre 1950 un corpo d’armata statunitense sbarcò alle spalle dell’esercito della Corea del Nord che aveva già conquistato quasi tutto il Sud esclusa la sola zona di Busan e da un giorno all’altro rovesciò la situazione.

Il 30 settembre Seoul fu riconquistata. «I liberatori furono accolti freddamente per le distruzioni che avevano provocato in tutta la città con i loro bombardieri e i loro cannoni. I comandanti dei vari reparti dell’esercito e dei marines fecero presente (sic!) l’inutilità dei grandi danni e delle forti perdite causate e subite; il fatto è che secondo questi ufficiali, avevano ricevuto l’ordine di fare un ingresso trionfale nella città al più presto possibile, “li accontentammo ma costò assai caro a noi e ai coreani”» (New York Times, 1 ottobre 1950).

Il primo ottobre gli americani avevano catturato circa la metà dell’esercito del Nord e raggiunto il 38° parallelo. Il primo ministro cinese Chou En-lai dichiarò che «i cinesi non avrebbero sopportato nell’inerzia di vedere i loro vicini selvaggiamente invasi dagli imperialisti». Le dichiarazioni di Chou erano suffragate dal fatto che forti contingenti dell’esercito cinese stavano dislocandosi in Manciuria, sembra anzi che un importante corpo di spedizione cinese fosse già presente in Corea del Nord e che il generale Mac Arthur ne fosse a conoscenza.

Il 2 ottobre l’esercito degli Stati Uniti superò il 38° parallelo senza incontrare resistenza; il giorno dopo fu seguito dalla terza divisione coreana.

L’esercito cinese cominciò a contrattaccare ai primi di novembre. I primi di dicembre il generale Mac Arthur scatenò una gigantesca offensiva denominata “A casa per Natale”: 100.000 uomini furono lanciati all’attacco contro il fiume Yalu in due gigantesche mosse aggiranti; gli statunitensi disponevano delle armi più moderne; i soldati cinesi andavano all’attacco in ondate successive armati solo di fucile e venivano falciati dalle mitragliatrici, dalle bombe, dall’aviazione. L’armata cinese però, forte probabilmente di 400.000 uomini, riuscì a sfondare nel varco rimasto aperto tra le due ali dell’esercito americano e l’offensiva costrinse gli americani ad una ritirata precipitosa e in disordine; evitarono la totale distruzione solo perché un contingente dell’esercito turco si fece massacrare alla retroguardia.

Ma Pechino non volle approfittare della vittoria. A fine dicembre superarono il 38° parallelo e a fine di gennaio stabilirono una linea di fronte che tagliava in due la penisola. L’esercito statunitense riparato al Sud ebbe il tempo di riorganizzarsi e scatenare una controffensiva, a fine gennaio 1951. Il fronte tornava così, dopo sei mesi di combattimenti accaniti con centinaia di migliaia di morti, sul 38° parallelo.

Si apriva la strada per una tregua. Le trattative si aprirono nel luglio 1951, ma si conclusero solo due anni dopo lasciando praticamente invariata la situazione che si era creata sul campo. La parte settentrionale della Corea restò legata al blocco russo-cinese; la parte meridionale, tutt’ora sotto occupazione militare statunitense, fu aggregata al blocco occidentale.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 



LA «EMANCIPAZIONE DEL LAVORO»

Riunione di Genova e di Torino, maggio e ottobre 1999.
 

Il lavoro espressione umana fondamentale

Contro il ghigno ottuso del motto all’ingresso nel Lager di Auschwitz “Arbeit macht frei”, che sinteticamente esprime l’anima del Capitale, il materialismo storico radicalmente sostiene, ed opera, per l’affermazione del lavoro, per la sua espressione dispiegata e integrata a livello sociale. Storicamente, la Sinistra l’ha ampiamente sottolineato, la versione più bieca della dominazione capitalistica ha assunto i connotati prima del nazional-socialismo, poi del nazional-comunismo. E non ci si lasci oggi fuorviare dai peana del libero mercato e dai formalismi liberal-liberisti: la lezione sociale uscita dal II dopoguerra mondiale è la vittoria del modello sociale fascista e nazional-comunista.

L’istinto dei dominatori nelle società di classe, al di là di tutte le distinzioni, mira all’assoggettamento del lavoro a partire, non a caso, da quello più umile, che è quello della produzione materiale di tutti i tempi. Le società di classe hanno questa permanente necessità ed interesse a soggiogare il lavoro vivo, oggi capitale variabile, perché per sua definizione è creativo, e in qualche misura incontrollabile (come poteva apparire al nazional-socialismo l’elemento mobile identificato, a torto o a ragione, nell’ebraismo). È inevitabile che la reazione capitalistica trovi nella ideologia del nazismo la sua espressione più conseguente in quanto il suo pendant, il lavoro dell’uomo in veste di proletario, è ribelle ad ogni dominazione, anche quando dà l’impressione e crede di non avere scampo.

L’analisi che Marx fa ne Il Capitale consiste proprio in questo: nonostante tutti gli apparati di forza e di consenso, il lavoro proletario tende alla sua emancipazione e ad unificarsi nella società umana di specie. Non solo: dialetticamente, tanto più il lavoro proletario sembra ormai sotto controllo, tanto più, per la sua intrinseca vitalità di elemento portante della vita sociale, tende a organizzarsi per fuoriuscire dai ceppi nei quali lo relega il Capitale. Ciò è da rimarcare con tutta la forza proprio quando i processi storici reali vengono interpretati dal Capitale dominante come definitivamente chiusi.
 

Dove si rintraccia la comunanza di specie

Chi crede (ed oggi in molti, troppi! nonostante la presunta caduta del “comunismo” si dimostrano disposti ad ammetterlo) che il Capitale di Marx sia un’analisi del modo di produzione capitalistico necessaria alla comprensione di esso, e non soltanto un metodo e una “filosofia”, sa quello che fa. La nostra versione va oltre: ciò che anima quell’analisi scientifica è la fede, la convinzione che il lavoro, in tutte le società di classe è il motore che le giustifica. Unire in un sol arco l’uomo con la clava ed il proletario della società moderna non significa semplicemente riconoscere in essi una “comune umanità” di tipo astratto, magari la sua “razionalità”, come ha preteso fino ad oggi la ideologia borghese, o la sua “anima”, come hanno fatto le concezioni filosofico-religiose, che hanno giustificato il modo di vita feudale e quello schiavistico, ma una comunanza più concreta, più pratica: il lavoro.

Se così non fosse non si spiegherebbe di che cosa si è appropriato il Capitale in rapporto al signore feudale. Gli ha espropriato la Terra, si risponde. Ma Terra, in senso sociale produttivo, significa tutto l’apparato che comprende principalmente quel lavoro servile che sosteneva l’assetto feudale. In precedenza il signore feudale aveva ereditato il lavoro di schiavi, giunto al suo sgretolarsi. Il materialismo storico quando ricostruisce i modi di produzione ha sempre presente il lavoro in carne ed ossa e mai, come al contrario si sostiene, le categorie economiche in astratto. Ciò spiega, nella nostra lettura, come il cuore e i nervi de Il Capitale sarebbero poca cosa se fossero soltanto apporto del “genio” di Marx al metodo di comprensione dell’Economia come scienza pura. Ciò spiega perché l’autore alterna invettive sanguigne e violente alla più sofisticata dialettica di tipo formale.
 

La condanna di Adamo

Con la formula “emancipazione del lavoro” il socialismo delle origini si riferiva alla condizione dei lavoratori “sfruttati” dal Capitale, ai quali prometteva “liberazione” ed affermazione. “Liberare l’uomo” dal lavoro alienato del modo di produzione capitalistico significa, per il Comunismo, affermare il lavoro di specie, ma una volta compresi i perversi meccanismi che lo impediscono, non limitandosi a retoriche declamazioni o enunciazioni di principio.

Più d’una corrente ideale nel corso della storia ha tentato di dare corpo ad una “teoria del lavoro”, che ne spiegasse le ragioni, i limiti e le possibilità, fino alla paradossale e nefanda formula del nazional-socialismo. Non è neanche il caso di accennare, né respingere, le assimilazioni correnti tra nazional-socialismo e presunto “comunismo”, tra i campi di lavoro e di annientamento tedeschi e i gulag staliniani, non essendo questi che il prodotto dei tragici equivoci determinati dalla controrivoluzione borghese che invertiva il senso dello scoppio rivoluzionario di Ottobre 1917. Se c’è una corrente che non si è limitata ad analizzare la questione, ma a pagarne le conseguenze sulla propria carne, non dall’esterno ma dall’interno, è la Sinistra; ma per noi non è un’occasione per lamentarci, piuttosto per continuare in un compito senza il quale il lavoro è destinato a rimanere vittima, e non espressione felice della vita umana.

Le credenze espresse dalle più antiche società di classe ed infino ad oggi hanno fatto tutte leva su una interpretazione del lavoro di tipo pessimistico, dovuta ad una tabe d’origine variamente giustificata. L’uomo, secondo tale visione, non può che soffrire le “pene” del lavoro, inteso come “espiazione” di una “caduta” e della “colpa” che ne è derivata ai primordi della vita. Se il lavoro è per sua natura una punizione, ai lavoratori veri, quelli che pagano il prezzo più alto nell’organizzazione della vita sociale, non resta che assoggettarsi e rassegnarsi.

In verità, anche intorno a questo tema non si è scavato abbastanza. Sia la ricerca antropologica sia una effettiva lettura dei testi antichi, al contrario, danno notizia d’un ricordo di una condizione umana diversa, riportata anche nell’antichità nella forma di “età dell’oro”, di “paradiso terrestre”. Poiché, come il secolare marxismo ha ampiamente acclarato e noi ribadito in un’infinità di analisi e di lavori, il nostro metodo scientifico non si contenta di negare le verità dogmatiche e i Miti, ma pretende di spiegarne l’origine e le intrinseche motivazioni, siamo della convinzione che un nucleo di verità si annidi in questo racconto, non solo favola per menti arcaiche e poco “scientifiche”.

L’età dell’oro, nella nostra versione, allude non tanto a templi coperti del metallo prezioso (anche se troviamo anche questo) ma ad una condizione di vita sociale organica che identifichiamo nel comunismo “rozzo e primitivo”. Non un bengodi, come possono intenderlo gli epuloni fasulli del nostro squallido e misero tempo, ma certamente un assetto umano di gran lunga più sapiente dell’attuale atomizzazione nell’isolamento, nello schiacciamento dei più indifesi nella scala sociale.

È l’uomo cacciatore e raccoglitore che troviamo nel “paradiso terrestre”, allorché, come recita la Bibbia, “la terra era di tutti”, data in usufrutto da Dio non a singoli uomini ma all’uomo-specie, il cui progenitore era fatto di “terra/fango” (Adam=creta). Non “sogni” dunque, ma realtà effettive, oggi neanche più compatite ma riconosciute dalla scienze dell’uomo antico e financo dalla teologia più avvertita. Con la non secondaria postilla che i loro fautori si guardano bene dal trarne le conseguenze più elementari e coerenti, che coincidono con la necessità del comunismo come unico modo di vita sociale degno e capace di ristabilire, s’intende in senso storico/dialettico, una società organica di specie.

Lo stesso Freud, che col comunismo e col marxismo non ha avuto niente a che fare, all’inizio della sua ricerca sulle “nevrosi” aveva avuto l’idea di muovere dall’Età dell’oro per meglio spiegare come fosse sopravvenuta nella storia umana la malattia psico/fisica e il “disagio della civiltà”, come si intitola una sua opera; ma presto si rese conto che più “produttivo” sarebbe stato un programma meno ambizioso che si concentrasse sulle “cause più circostanziate e positive”, intervenendo “sul singolo” per influenzare, indirettamente, la società. Noi invece non abbiamo mai abbandonato quel disegno troppo ambizioso, senza con questo ignorare la “concretezza” della condizione umana determinata dalle società di classe.

Se la utopia comunista consiste nel voler “emancipare” non tanto l’uomo astratto, ma l’umanità concreta, beh, allora una certa tabe utopistica si mantiene nonostante il nostro “socialismo scientifico”. Per dirla meglio: non vediamo alcuna contraddizione tra lo studio delle origini e quello dei fini, anzi siamo convinti che quanto più riusciamo a diradare le nebbie del passato tanto più chiaro si farà l’orizzonte futuro. Se il borghese Freud si è rassegnato a considerare la “nevrosi” come al massimo suscettibile di “alleviamento”, noi rimaniamo convinti che la guarigione della alienazione del lavoro sarà in grado di guarire l’uomo intero, restituendolo alla terra, che è di tutti, e a un tipo d’organizzazione sociale nella quale il lavoro non sia punizione ma forma propria di espressione umana.
 

Terra - Capitale - Lavoro

Per far questo è necessario liberarsi dagli “assoluti” di cui sono vittime non solo le correnti reazionarie ma anche quelle “democratiche”, che riconoscono e rivendicano la loro ascendenza dal liberalismo, che a suo tempo credette di liberare l’uomo dai fantasmi del dogmatismo e del fanatismo.

Ogni forma di liberalismo, nel suo tentativo, di dare giustificazione dei principi sui quali si fonda il lavoro umano, parte dal presupposto dottrinario secondo il quale i fattori della produzione, “naturali ed eterni”, sono la Triade Terra - Capitale - Lavoro, una Trinità che costituisce la mondanizzazione in chiave economica di quella teologica, Dio-Padre, Figlio, Spirito. Il legame tra i tre fattori è infatti concepito come stabilito ab aeterno, insuperabile, anche se si ammette soggetto agli “alti e bassi” delle relazioni reciproche. Non a caso, ed esempio, Oriente ed Occidente hanno tanto lottato, quest’ultimo aderendo ed elaborando la formula “Lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio”, mentre per il primo “Lo Spirito procede solo dal Padre”, nella classica diatriba del filioque. Il Lavoro “procede” dalla Terra o dalla Terra e dal Capitale?

C’è veramente da ringraziare la volgare e bottegaia formula inglese secondo la quale Terra, Capitale e Lavoro sono una “unità mistica”, i cui reciproci scambi dovrebbero garantire l’eternità del Dio Capitale.

Ma ne sono proprio sicuri? Al contrario noi siamo convinti che i fattori della produzione, come erano due dall’origine, Terra e Lavoro, così torneranno ad essere. Il “demiurgo Capitale”, il terzo incomodo, proprio per questo è stato sottoposto dalla nostra tradizione teorica ad una trattazione che lo vede svolgersi dall’accumulazione primitiva al suo affermarsi come indipendente e sovrano, fino al suo declino e morte. In questo legame dialettico il Capitale non è inteso come Male assoluto, ma come prodotto della storia, ed in quanto tale destinato a perire.

Quando la Terra era in usufrutto per l’intera specie umana, non aveva ragion d’essere la intermediazione del fattore Capitale: il Lavoro sociale si applicava direttamente alla Terra, sia nelle attività che oggi chiameremo agrarie sia nelle prime forme di estrazione di minerali utili per l’industria, per la costruzione di utensili di vario genere.
 

Il Lavoro prima del Salario

Ma la pretesa di eternità del Capitale e dei suoi sostenitori manca d’una premessa credibile; esso ostenta la sua autosufficienza, ma non sa fondare credibilmente la sua origine storica.

Nella trinità della produzione, Terra - Capitale - Lavoro, crede che la “giustizia” consista nel classico e peloso dare unicuique suum, a ciascuno il suo: tanto alla Terra, tanto al Capitale, tanto al Lavoro, e non si domanda, in questa astratta ed astorica ipostasi, come possa esser avvenuto che il Lavoro si sia assoggettato al Capitale, e secondo quali condizioni. Secondo “contratto”, che si pretende simbolo e pratica d’incontro “tra eguali volontà e libere”, il Lavoro accetterebbe di servire il Capitale, che a sua volta si è inteso con la Terra.

Non c’è capitalista, però, che assumendo un operaio gli anticipi il salario. La scienza del Capitale non chiarisce chi debba anticipare i mezzi di sussistenza alla classe dei salariati, per definizione manchevoli d’ogni riserva, non chiarisce come il Lavoro si acconci a prestare il suo servizio privo dei mezzi necessari per vivere. Teoricamente il salariato deve “trattenere il respiro”, prestare il lavoro il tempo necessario per giustificare la mercede che gli verrà attribuita soltanto dopo, risaputamente decurtata della parte che va al Capitale per l’accumulazione. Quest’anello mancante (...secondo una fortunata battuta l’anello mancante tra uomo e scimmia è... l’Umanità) che aspetta d’essere scoperto è il Lavoro.

Così, la rivendicazione di “praticità” contro l’astratta teoria, da parte dell’economia borghese, cade in una falla vistosa. Nella nostra visione delle cose, come il Capitale a suo tempo ha strappato la Terra al feudatario, espropriando gli strumenti di produzione necessari alla sua fondazione come modo di produzione, così storicamente strappa la forza lavoro, costringe il proletariato a sacrificarsi al suo Idolo, ma non accetta di pagare la mercede se non una volta che la merce è entrata nel circolo della distribuzione.
 

Lavoro - Rivoluzione - Partito

La carica eversiva della resistenza operaia agli effetti della pressione capitalistica fu percepita immediatamente dalla borghesia al potere. Questo giustifica la ragione per la quale le prime associazioni operaie furono vietate per legge (vedi Legge Le Chapelier 1791 in Francia), e soltanto in svolti storici diversi le organizzazioni dei lavoratori sono state legalizzate prima in Inghilterra poi in Francia. Se nella fase ultraimperialistica del Capitale la tendenza è quella di incorporare le forze operaie dentro l’apparato statale, non è per un ritorno alle origini ma, dialetticamente, per il fatto che il sistema statale borghese percepisce le potenziali forze classiste organizzate ancor come potenzialmente eversive.

È necessario premettere tutto questo per spiegare come la forza operaia alle origini è un tutt’uno di resistenza economica e di carica politica. Tra fatti e parole non ci sono contraddizioni. L’esperienza della lotta di classe insegna che non è possibile rovesciare l’apparato sociale capitalistico senza porsi il problema politico dello Stato e della lotta su tutti i fronti. Solo le correnti rivoluzionarie, sia pure tra errori di prospettiva e manchevolezze di sistemazione teorica, non hanno mai perso di vista il nesso tra fatti e parole, o teoria. Se così non fosse si sarebbe perduta la possibilità di abolire il modo di produzione capitalistico, che non a caso è stato sempre più subìto e giustificato come l’unico possibile dalle correnti economicistiche e revisionistiche passate armi e bagagli dalla parte opposta.

Inevitabilmente la sistemazione delle esperienze operaie in teoria rivoluzionaria non è stata indolore: per farlo era necessario che nascesse il Partito, che avesse chiaro il principio per il quale “il senso dell’universo capitalistico non poteva essere visto se non dall’esterno”. La pretesa che la sistemazione teorica avvenisse per via interna e per capacità di elaborazione propria del mondo operaio continua ad essere motivo di totale disaccordo tra le forze che pretendono di operare in vista dell’abolizione del Capitale.
 

Impotenza delle Terze Vie

Il Capitale è un “demiurgo” entrato in azione relativamente di recente ad una scala sociale considerevole e prevalente. La formula classica della riproduzione semplice M-D-M, che si applicava a produzioni a scala costante, indica che la mediazione del denaro in rapporto alla merce non comporta un modo di produzione finalizzato alla realizzazione d’un surplus M’ tale da condizionare ogni forma di vita produttiva. Ciò prova la storicità della funzione del denaro, ed in particolare del denaro di oggi segno e simbolo del Profitto.

La nostra “mistica del lavoro”, in quanto dialettica, non può accettare un meccanico snodarsi delle relazioni tra Terra, Capitale e Lavoro al di fuori dei termini delle Forme di produzione, determinate da contraddizioni e lotte di cui ancora la società umana sopporta l’asprezza.

Al culmine dello sviluppo capitalistico la Mistica della “Civiltà del Lavoro”, enunciata dai teorici del Capitale (vedi le elaborazioni oggi molto riconsiderate dei vari Gentile, Ugo Spirito e ai più o meno camuffati corporativisti democratici), parte dal presupposto che le contraddizioni interne del capitalismo siano sanabili e ricomponibili. Si tratta della fantomatica “terza via” di sviluppo, che permetterebbe la “fuoriuscita” dal capitalismo in forma indolore e utile per tutte le classi. Oggi, superato lo “Stato etico”, si crede di poter realizzare la “terza via” con la “concertazione”, il rispetto di “compatibilità” che non intacchino la crescita del profitto medio. Ma ogni “terza via” fino ad ora tentata, a cominciare da quella classica fascista, è destinata ad infrangersi sugli scogli della caduta tendenziale del saggio di profitto.

I compromessi storici tra Capitale e Lavoro (ormai di Terra non si parla più, prostituita al demiurgo!) finiscono nel fallimento perché soltanto quando ci sono consistenti briciole da spartire (leggi Stato sociale o welfare che si rispetti) il proletariato finisce nelle mani delle sue false organizzazioni, mentre quando gli imperi coloniali si disfanno e dal banchetto cade poco da rastrellare, allora si ripresenta la minaccia della “sovversione” rossa... anche quando, bontà loro, il comunismo è morto!

Perché allora, suggerisce un Solone della forza del sociologo Sir Dahrendorf, non riconoscere che non esiste nessuna “terza via” ma un’infinità di soluzioni, un pluralismo di opzioni valide da Stato a Stato, da area ad area? «La terza via è un’espressione orribile, può essere utilizzata solamente da chi non ha molto senso della storia». Nel corso della sua analisi il personaggio fa notare che non esistono “ricette” identiche per situazioni di crisi diverse, né un “monetarismo” selvaggio del tipo di quello che ebbe bisogno di Pinochet per salvare il Cile dal... “comunismo”, né stravolgimenti del laburismo storico secondo la vulgata britannica di Mr. Blair. Come dire, ognuno adotti la ricetta che vuole, purché funzioni... anche se non è molto facile. «Mi vengono in mente una dozzina di vari sistemi istituzionali per raggiungere lo stesso scopo».

Lo scopo, l’abbiamo capito, è quello di esorcizzare la ripresa inevitabile della lotta proletaria di fronte al precipitare della crisi del capitalismo come modo di produzione, che non potrà mai mettere d’accordo definitivamente il Lavoro col Capitale. La “democrazia” è una parola-valigia che può contenere tutti gli ingredienti e tutte le varianti per imbrigliare la tendenza alla polarizzazione delle forze che storicamente portano al comunismo. E tra queste varianti c’è anche la “democrazia forte” a cui aspirano tutti i regimi che nelle diverse aree si contendono la supremazia.

Ma il comune denominatore delle più diverse vie a cui allude Dahrendorf è costituito dalla necessità di far fronte alla tendenza storica del lavoro vivo, del capitale variabile, a organizzarsi in classe e inevitabilmente in Stato che non conosce nazioni patrie, e che mira alla realizzazione della società di specie. Il legame che tiene unito il sottofondo economico d’ogni società umana con il suo strutturarsi in gerarchia politica, urta con questa contraddizione: da una parte la classe dominante che detiene i mezzi di produzione e di scambio non può accettare di lasciare il lavoro proletario alla sua dinamica, dall’altra cerca di integrarlo nel proprio assetto di potere, smussandone i conati eversivi.

Questo secolo, meglio e più del precedente, è esploso in confronti letali a causa di questa contraddizione che l’apparente pacificazione “democratica” non ha saputo disinnescare una volta per tutte. Merito storico e scientifico del marxismo sta in questo, nell’aver descritto la natura del Lavoro sottomesso al Capitale, e nell’aver individuato nella sua oppressione la chiave della sua forza, che tende a liberarsi per ricomporre la Terra col Lavoro, facendo saltare il “demiurgo” Capitale, incapace di mediazioni ulteriori, dopo aver avuto il merito storico di determinare le condizioni sociali che spingono verso il Comunismo.

Come a suo tempo Machiavelli ebbe a rivendicare che il realismo della sua scienza politica non poteva essere esorcizzato colle prediche e gli ammonimenti edificanti, così il materialismo storico che tende ad essere bruciato anche in effigie, dovunque si diffonde e svolge la sua funzione, prende in esame forze materiali che non possono essere esorcizzate con i riti della “democrazia” e degli accordi momentanei.

L’emancipazione del Lavoro, che poteva apparire ancora nell’Ottocento una forma di predicazione e di mozione degli affetti, ha assunto nel secolo che sta per finire la dimensione d’una guerra ciclopica, che nessuna risistemazione tra le potenze imperialistiche può evitare in via definitiva. La nostra tradizione, pur non ironizzando sul valore delle invocazioni del movimento operaio ai suoi generosi inizi, che rispondono al nome di “emancipazione della classe operaia”, “liberazione dalle catene del Prometeo incatenato” ed altro, seguendo l’analisi del Capitale operata da Marx è consapevole che non sarà la fraseologia rivoluzionaria, come ammoniva Lenin, a portare il proletariato al potere per abolire con le classi sociali lo “sfruttamento”.

Se al cuore fervido del movimento operaio appena nato non fosse seguita la capacità di valutare la storia nel suo insieme con lucidità e vigore dialettico, non si sarebbe mai dato l’assalto al cielo non soltanto con la Comune di Parigi, tanto meno con l’Ottobre 1917. Da qui le nostre tesi che condannano la “falsa risorsa” dell’attivismo e del volontarismo, fino al punto di subire l’accusa di “determinismo”, che non respingiamo se vuol significare il riconoscimento che un “legame tiene unito se stesso con le cose legate” (per dirla con Hegel), un legame che invece tende ad essere enominato, diluito, quando non esplicitamente negato dalle correnti contingentiste ed esistenzialistiche che hanno di fatto espunto il concetto di causalità dalla storia per poter meglio adattarsi alla anarchia della produzione e distribuzione di tipo capitalistico.

In questo senso noi diciamo con Lenin: “senza teoria rivoluzionaria niente azione rivoluzionaria”, per rivendicare non tanto un’Idea perfetta ed astratta, ma una guida per l’azione che non può nascere in qualsiasi momento poiché sorge armata di tutto punto come la dea Minerva dalla testa di Giove nel mito classico.

Noi neghiamo che il lavoro umano in generale potrà mai essere emancipato, cioè potrà mai divenire espressione naturale e felice dell’uomo in generale, finché il lavoro proletario come forza di classe organizzata non si sarà liberato dai ceppi del Capitale.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 



Appunti per la Storia della Sinistra
(continua dal numero 47   [ nn. 42 - 43 - 44 - 45 - 46 - 47 - 49 - 50 ] )

FASTI ITALICI DELLA CONTRORIVOLUZIONE
Capitolo esposto alla riunione generale a Torino dell’ottobre 1999.
 
 

Il Cominform

L’imperialismo russo, nel suo piano di difesa/offesa nei confronti del rivale americano, non disdegnò, in qualche modo, di rispolverare anche un certo apparente internazionalismo con una fraseologia volgarmente populista ed impiantò in quattro e quattr’otto il Cominform, cosiddetta Agenzia di Informazioni e di Collegamento. In realtà si trattava di un organismo di controllo politico dello Stato Russo sui paesi satelliti attraverso i “partiti fratelli” instaurati al potere con la funzione di cani da guardia degli interessi imperialistici del padrone moscovita e di repressori di qualsiasi conato di ribellione proletaria. Nel settembre 1947, nella piccola cittadina polacca di Szklarska Poreba, si ebbe la riunione costitutiva di questo organismo che rappresentò l’atto di cresima delle instaurate democrazie popolari. I temi fondamentali della conferenza furono due: la rivendicazione dell’autonomia nazionale e l’affermazione della necessità impellente di purgare la vita economica dei vari paesi dalla contaminazione dell’imperialismo capitalista. Mussolini nel suo discorso di Piazza Sansepolcro non aveva detto niente di diverso.

Oltre ai partiti comunisti delle democrazie popolari i soli due partiti occidentali convocati (non invitati, convocati) furono il PCI ed il PCF. La Russia, se non poteva assumere il controllo di Italia a Francia, non si rassegnava a perdere il controllo sui partiti nazional-comunisti di questi paesi (anche in funzione di eventuale quinta colonna) e di conseguenza sulle masse che erano in grado di manovrare. Data la situazione di estrema tensione tra i blocchi, i due partiti occidentali vennero messi pesantemente sotto accusa per essere stati troppo concilianti con i partiti borghesi e troppo desiderosi di restare al governo a costo di compromettere gli interessi... della classe operaia. Longo, a nome del PCI, accettò le critiche mosse alla linea del suo partito dalla fine della guerra in poi. Zdanov richiamò all’ordine PCI e PCF dicendo che il mondo era ora diviso in due blocchi, le potenze imperialistiche erano pronte a far scoppiare una nuova guerra contro l’Unione Sovietica, ed i partiti fratelli di occidente avevano il dovere di opporsi a questi piani criminali e a «comportarsi decisamente come sentinelle della democrazia».

A parte tutte le interpretazioni borghesi che ravvisarono nel Cominform una rinascita camuffata della vecchia Internazionale Comunista, il suo carattere appare in tutta evidenza dalla lettura delle parole con le quali Zdanov chiudeva il convegno costitutivo della nuova organizzazione: «Spetta ai partiti comunisti la funzione storica di mettersi alla testa della resistenza al piano americano di asservimento dell’Europa e di smascherare risolutamente tutti gli ausiliari interni dell’imperialismo americano. Nello stesso luogo i comunisti devono appoggiare tutti gli elementi veramente patriottici che non vogliono lasciare oltraggiare la loro Patria, che vogliono lottare contro l’asservimento della loro Patria al potere straniero e per la salvaguardia del loro paese. I comunisti devono avere la forza dirigente che trascina tutti gli elementi antifascisti amanti della libertà nella lotta contro i nuovi piani americani di espansione e di asservimento dell’Europa (...) Se essi nella loro lotta contro i tentativi di asservimento economico o politico dei loro paesi sapranno mettersi alla testa di tutte le forze, pronti a difendere la causa dell’onore e dell’indipendenza nazionale, nessun piano di asservimento dell’Europa potrà essere realizzato».

Queste parole sono sufficienti per smentire che la creazione del nuovo organismo di collegamento internazionale abbia segnato un men che minimo cambiamento di rotta della politica del nazional-comunismo, se non fosse bastato il fatto che l’esigenza di un coordinamento internazionale è comune a tutti i partiti borghesi e non è affatto prerogativa di un movimento a carattere proletario (basti pensare alla “internazionale liberale”). E che la parola d’ordine contro l’imperialismo americano sia di per sé tanto poco comunista lo dimostra il fatto che era già servita come bandiera sia a Mussolini sia ad Hitler nella loro crociata di preparazione della guerra “antiplutocratica” e “proletaria”. La realtà era che lo stalinismo, di fronte alla constatazione che l’America operava sul piano internazionale secondo la logica imperialista sfruttando a suo favore l’egemonia conquistatasi nel corso della guerra per imporre dovunque il suo dominio economico e militare, non poteva offrire ai popoli soggetti dall’imperialismo americano altro che la fallimentare piattaforma dell’indipendenza nazionale. Come se la lotta contro l’imperialismo potesse essere disgiunta da una conseguente azione rivoluzionaria contro tutte le impalcature della società borghese.

Scrivevamo su “Battaglia Comunista” n. 4 del 1949: «Se per Truman il nemico numero uno è il comunismo e se egli ne combatte di urgenza la “filosofia” in un momento in cui i suoi schieramenti di classe e rivoluzionari non paiono evidenti, tanto ci è di conforto. Non è forse lontano il giorno in cui i potenti strati del proletariato mondiale capiranno che il nemico numero uno è Truman, non la persona del funzionario ignoto fino a che non morì Roosevelt, non quella faccia da parroco di paese colle mani su due Bibbie e il sorriso melato, ma la bestiale forza del capitalismo oppressore oggi concretata nella formidabile impalcatura di investimenti economici e di armamenti organizzata oltre oceano, per capire tanto e per schierarsi in guerra di classe il proletariato deve però intendere un’altra cosa, che un simile rapporto di cose e di forze non si è costruito in due anni ma in cento, e che come al tempo di Lenin spinse nel letamaio i capi rinnegati che inneggiavano all’aiuto di guerra di Wilson, lo stesso deve fare con quelli che nella seconda guerra apologizzarono in modo sconcio e traditore l’aiuto di Roosevelt-Truman, e ne stettero al servizio».

Anche la Russia usciva stremata dalla guerra. L’economia del paese era sconquassata a causa delle devastazioni operate dalla guerra e dalle perdite subite in beni e vite umane. Venivano calcolati in 20 milioni i morti ed in 25 milioni i senzatetto. La produzione industriale era diminuita di quasi la metà rispetto all’anteguerra e l’agricoltura era in gravissima crisi. La ricostruzione, organizzata con il IV piano quinquennale (1946-51) si basò sul più feroce sfruttamento degli operai, sottoposti ad orari di lavoro massacranti. Le 12 ore giornaliere erano la regola. I prigionieri di guerra tedeschi, gli ex prigionieri di guerra russi, accusati di essersi arresi al nemico, assieme agli ex internati in Germania ed ai “dissidenti” furono utilizzati in “opere di pubblica utilità”, cioè a dire, sottoposti a lavoro forzato.

È del tutto naturale che forti tensioni di classe si siano verificate e, per quanto drasticamente represse, abbiano avuto la loro ripercussione anche all’interno del partito.

Al Comitato Centrale del dicembre 1947 Malenkov aveva dichiarato: «Il partito è stato costretto a sviluppare una energica lotta contro varie manifestazioni di ammirazione servile nei confronti della cultura borghese occidentale, atteggiamento abbastanza diffuso in alcuni ambienti della nostra intellighenzia e che costituisce uno strascico del maledetto passato della Russia zarista». È probabile che le correnti revisioniste all’interno del partito comunista russo fossero ancor più reazionarie dello stesso stalinismo (di cui erano diretta filiazione), però sta di fatto che la lotta contro queste forme di deviazionismo produsse uno sfrenato nazionalismo che sotterrò per sempre qualsiasi riferimento all’internazionalismo ed allo stesso socialismo in un solo paese; al contrario diventò la glorificazione di tutto il passato russo, del passato della Russia zarista.

La stampa cominciò a riscrivere la storia dell’umanità e perfino di quelle scoperte scientifiche e tecniche che all’umanità avevano permesso di raggiungere l’attuale grado di sviluppo civile. Le grandi scoperte non sarebbero state frutto di uomini nati nella società evoluta dell’Europa occidentale o del Nuovo Mondo, che lavoravano nella atmosfera propizia di uno sviluppo capitalistico in piena espansione, bensì di ingegni educati ed istruiti nello Stato zarista e feudale «e senza che il mondo ne sapesse niente prima del XX secolo, sarebbero stati i russi ad aver inventato le macchine tessili che sono all’origine della rivoluzione industriale, l’elettrolisi dell’acqua, la penicillina, la radio, il telefono, le macchine calcolatrici, le navi ad elica, gli aerei a reazione e se li sarebbero visti portar via di mano da capitalisti senza scrupoli» (Pierre Broué, Storia del partito comunista dell’Urss). In “Prometeo” n. 13 del 1948 si legge: «Secondo una moda già invalsa, temo forte che Stalin dovrà far scoprire dagli storici di Mosca che Colombo era russo».

Entrando nel merito alle accuse che Zdanov, alla Conferenza dei nove partiti, mosse contro il PCI, scriveva “Battaglia Comunista” del 29 novembre 1947, in un articolo dal significativo titolo: Le Tavole marce del Cominform: «L’onore nazionale può essere un’esca, ma sul terreno della concorrenza politica non fa aggio sull’oro o, che è lo stesso, sul dollaro — anche ammesso che l’onore nazionale e l’indipendenza nazionale italiana siano mai stati altro che la sopraffina arte di farsi forti sull’aiuto interessato degli altri. Il Cominform non ha nulla di tutto questo da offrire. Lo dimostra lo stesso atteggiamento dei partiti aderenti e della stessa Russia che mendicano l’aiuto e la collaborazione economica dell’America pretendendo nello stesso tempo di salvaguardare la propria indipendenza politica».

È vero che la “Pravda” aveva definito il piano Marshall «un nuovo piano di pressione politica con l’aiuto dei dollari», ma ciò non toglieva che quei dollari, come aveva giustamente messo in evidenza l’articolo citato, facessero una gran gola alla stessa Russia, ed infatti, il 26 giugno 1947, Molotov si presentava a Parigi accompagnato da una nutrita delegazione, per discutere l’agenda della conferenza internazionale che si sarebbe dovuta indire per esaminare la proposta americana e formulare precise richieste sull’entità ed i termini dell’aiuto. Infine, sia la Polonia sia la Cecoslovacchia, già beneficiari di prestiti americani, avevano manifestato la loro intenzione di aderire al piano Marshall. In seguito al fallimento della missione Molotov a Parigi furono costretti a ritirarla, ma ciò non toglieva che, come affermavamo nella nostra stampa, tutti quanti, Russia compresa, tendessero la mano per mendicare qualche dollaro di quell’imperialismo americano che il Cominform dichiarava di voler combattere fino in fondo.
 

Un’altra “svolta a sinistra”

La fondazione del Cominform, con il suo diktat al ritorno all’intransigenza, non rivoluzionaria, ma... nazionalista, causò abbastanza scompiglio all’interno del partito di Togliatti che, prudentemente, in Polonia non c’era andato. All’interno del partito nazional-comunista veniva affermato che finalmente si era giunti alla vigilia di una grande svolta a sinistra che avrebbe cambiato in modo sensibile la tattica del partito. Faceva presa un po’ su tutti l’aspettazione di questa sterzata a sinistra che si sarebbe realizzata, si prometteva, con metodo schiettamente bolscevico e nella forma più appariscente e più immediata possibile. Da un momento all’altro il grande capo Togliatti era diventato un mentecatto incompetente e parlare male del “Migliore” era diventata la moda dei compagni del PCI, attribuendo a lui tutti gli “errori” commessi dal partito. Si diceva che il povero Palmiro, con tutta la sua furbizia, dalla Liberazione in poi, non ne avesse imbroccata una. Per cui, dopo tutta una serie di sconfitte, si poneva la urgente necessità tornare alla vecchia tradizione rivoluzionaria.

Per la prima volta venne ufficialmente alla luce come la vantata solenne unità ideologia all’interno del PCI fosse solo una favola. Nel partitone, al contrario, vi sarebbero state almeno tre anime: una corrente estremista di sinistra che per dimostrare l’equazione Cominform = Comintern, e la Russia di Stalin patria del socialismo, avrebbe voluto recidere il cordone ombelicale che univa il PCI alla democrazia borghese, radicalizzare l’azione delle masse proletarie e puntare (se ce ne fosse stato bisogno) alla guerra... rivoluzionaria contro l’imperialismo americano. Che, in realtà, si trattasse solo di difendere gli interessi di un imperialismo contro un altro e che gli interessi dei lavoratori (figuriamoci la rivoluzione!), non c’entrassero per niente è lo stesso Pietro Secchia a confessarlo, seppure molti anni dopo. Riferendosi alla corrente ligia ai voleri di Mosca, della quale faceva parte, ammetteva: «Nessuno di noi, sia ben chiaro, pensava all’insurrezione. Ma il nostro contrasto con Togliatti era proprio a proposito della sua tendenza a impostare troppo spesso i problemi in termini di insurrezione o di acquiescenza. Esisteva invece una terza strada, che era quella di servirsi con più coraggio, e sia pure con qualche rischio, di una spinta dal basso».

Diametralmente opposta a tale tendenza c’era quella conformista di destra che vedeva nella politica di svolta inaugurata con il Cominform il pericolo della perdita di ogni “conquista” e privilegio ottenuti con la politica del compromesso parlamentare e dell’allontanamento dal partito di quella massa non indifferente costituita dai ceti medi. Soprattutto esisteva il pericolo di perdere il ruolo di partito di massa o addirittura di essere gettato nell’illegalità. Sulla prospettiva di questi “conformisti”, oltre alle minacce di De Gasperi, incombeva tragico lo spettro della guerriglia che insanguinava la Grecia.

Togliatti ebbe facilmente ragione dei suoi oppositori di sinistra, propensi al compromesso almeno quanto lui. Contro estremisti di sinistra e conformisti di destra, entrambi definiti capitolardi, Togliatti tracciò la classica linea mediana, quella del “buon senso”, che avrebbe sì mirato alla guerra... rivoluzionaria, in caso di bisogno, ma senza dover rompere i ponti con le idee, la prassi e le conquiste della democrazia; anzi, era necessario allargare la base delle alleanze per far blocco con tutte le forze progressive in vista della lotta senza quartiere contro l’imperialismo americano. In definitiva nella sua lotta contro i capitolardi di destra e di sinistra, Togliatti fece sue, senza sconfessarne alcuna, le tesi di entrambe le frazioni. I nostri compagni scrivevano: «Davvero i capitolardi di destra e di sinistra sono stati così ben serviti dal loro segretario generale a vita, lui, che non è mai stato capitolardo; non lo è stato davanti alla monarchia; non lo è stato davanti al governo di Badoglio e di Bonomi; non lo è stato davanti all’amnistia per i fascisti e all’epurazione; e se non lo è stato davanti al governo nero di De Gasperi, lo si deve soltanto al fatto che, a partita ormai perduta, non gli era più possibile ’capitolardare’» (“Battaglia Comunista” n. 30 del 26 novembre 1947).

Comunque le accuse provenienti dal Cominform nei confronti della politica togliattiana ebbero una notevole risonanza all’interno del partito. Buona parte della vecchia guardia e dei militanti provenienti dalle file partigiane avevano accettato con molte riserve la politica estremamente legalitaria ed accondiscendente nei confronti della borghesia italiana, anche se non erano del tutto d’accordo con le posizioni “rivoluzionarie” formulate in Polonia.

I primi a fare le spese di questa “svolta a sinistra” furono i socialdemocratici di Saragat. Se una circolare interna datata 16 agosto consigliava di tenere nei loro confronti un atteggiamento di apertura per incoraggiare la corrente antigovernativa, il mese successivo vennero semplicemente definiti servi della DC e degli americani, atti a «dissimulare il carattere brigantesco della politica imperialistica».

“L’Unità” adattò il suo linguaggio all’occasione e sempre più spesso lasciava firmare gli editoriali da Longo e da Secchia. In prima pagina comparvero articoli che attaccavano Truman personalmente, ora definendolo affiliato al Ku Klux Klan (l’ 8 ottobre), ora compare di famosi gangsters (il 16). Venne riscoperta una certa fraseologia pseudo-classista, come dimostra il comunicato della Direzione del PCI che il 25 ottobre titolava: «Resistere alla offensiva padronale! Contrattaccare!». Nel documento veniva richiesta l’immediata sospensione dei licenziamenti, come se il sindacato, attraverso le sue commissioni interne e camere del lavoro locali, non provvedesse in prima persona a tale bisogna, cioè a licenziare!. Ed in ultimo, con la solita tracotante demagogia di sansepolcrina memoria, la richiesta che gli industriali dovessero «destinare alle esigenze finanziarie delle imprese e allo sviluppo della produzione i profitti realizzati durante il fascismo e la guerra e quelli di gestione, nonché la valuta realizzata mediante le esportazioni»; in ultimo, non avrebbe potuto mancare, «il controllo delle forze del lavoro sulle industrie e sul credito».

Ma le masse non si accontentavano dei documenti, degli articoli di fondo e delle ingiurie rivolte a questo o quel servo degli americani, e chiedevano azione. Furono accontentate: per ridare al PCI una verginità rivoluzionaria si ricorse alle agitazioni di piazza più o meno violente, durante le quali gli stalinisti si presentavano come gli irriducibili avversari del profitto capitalista ed i più strenui difensori degli interessi proletari; qualche appartenente a partiti di destra leggermente contuso, qualche sede monarchica o “qualunquista” devastata ed incendiata, qualche ordine del giorno presentato ai prefetti od al governo per chiedere lo scioglimento dei movimenti dichiaratamente fascisti, e via di questo passo.

Un altro effetto della “svolta a sinistra” provocata dal Cominform fu l’episodio della occupazione della prefettura di Milano. Il 12 novembre in un cascinale nei pressi di Mediglio veniva assediato da qualche decina di partigiani Giorgio Magenes, un dirigente “qualunquista” accusato di essere uno dei sovvenzionatori delle riorganizzate bande armate fasciste. Sparando fece fuori uno dei suoi assalitori prima di essere da questi linciato. Il ministro degli Interni, Scelba, accusò il prefetto Ettore Troilo di essere responsabile dell’episodio e procedette alla sua immediata destituzione. Probabilmente si trattava solo di un pretesto poiché Troilo era uno degli ultimi prefetti usciti dai ranghi della Resistenza che Scelba stava sistematicamente eliminando.

Per protesta, Giancarlo Pajetta, segretario lombardo del PCI ordinò l’occupazione armata della prefettura. Partigiani armati ed operai si riversarono nel centro della città ed organizzarono posti di blocco. Che questa iniziativa non avesse nessuna finalità eversiva lo afferma perfino Pajetta: «Io chiamai accanto a me gli altri dirigenti comunisti e dissi loro che una cosa doveva essere ben chiara: se l’esercito arriva davvero e si creano le condizioni per un conflitto, è evidente che noi ci ritiriamo» (A.Gambino, Storia del Dopoguerra). Ed infatti si ritirarono senza colpo ferire. Lo Stato capitalista, servo degli americani, fu talmente generoso nei confronti del PCI da permettergli di salvare la faccia: Troilo venne destituito, ma al successore, nominato da Scelba, fu fatto prendere un periodo imprecisato di vacanze. Sembra che molto più di De Gasperi questa bravata abbia fatto andare in bestia Togliatti: azioni simili, anche se fatte a scopo dimostrativo, avrebbero potuto portare il PCI sul terreno della illegalità.

Gli episodi sopra accennati e questo atto dimostrativo armato, per quanto sia stato una pagliacciata, ebbero un grave effetto negativo sulla classe operaia che vide nel PCI quell’organismo che, quando ce ne fosse stata la necessità, avrebbe anche saputo passare dalle parole ai fatti ed adottare la soluzione rivoluzionaria. «È doloroso ammettere — scriveva “Battaglia Comunista” n. 30 del 1947) — che queste manovre propagandistiche riescono ad annebbiare le idee a più di un proletario, specialmente a quelli che ingenuamente aspettano un’improvvisa svolta a sinistra del partito nazional-comunista. Ebbene noi diciamo a questi proletari in buona fede e a quegli operai che vedono in queste agitazioni l’occasione propizia per rompere la testa a qualche monarchico o qualunquista, che non è con queste rivoluzioni burletta che si combatte contro l’oppressione capitalista, anzi i borghesi intelligenti se la ridono di queste smargiassate alla don Chisciotte e mandano i poliziotti partigiani a difendere i dimostranti. Il capitalismo si combatte solo sul terreno della lotta di classe ed è contro il capitalismo solo chi strafregandosi dei sacri interessi della Patria borghese e delle sorti dell’economia nazionale è contro lo sblocco dei licenziamenti, contro la tregua salariale, contro l’imposta di famiglia, contro il lavoro a cottimo, contro gli scioperi con preavviso manovrati dai gerarchi della CGIL. Non può assumere la direzione di queste rivendicazioni classiste del proletariato chi ha sostituito il principio, caro agli opportunisti e social-traditori di tutte le epoche, della collaborazione di classe alla lotta di classe; chi ha firmato lo sblocco dei licenziamenti per non veder ridotto il profitto capitalista».

Non è escluso che anche operai gravitanti attorno al nostro partito rimanessero galvanizzati da questa ripresa delle armi. Immediatamente il nostro giornale metteva in guardia dal cadere in simili tranelli: «I nostri compagni debbono abituarsi a saper porre i loro problemi di classe per la azione rivoluzionaria senza lasciarsi prendere dalle facili suggestioni che provengono dalle situazioni anche le più arroventate e dalla messa in movimento delle masse, punteggiata da qualche episodio alla partigiana che non ha nulla a che fare con la violenza di classe».

Se dopo le tirate di orecchie di Zdanov il PCI volle dare prova della sua determinazione anche a prendere le armi, qualora ce ne fosse stato il bisogno, ed occupò la Prefettura di Milano con la precisa consegna «se arrivano i carabinieri, noi scappiamo», non da meno vollero essere i nazional-comunisti francesi. Chi avrebbe potuto accogliere con maggiore entusiasmo di loro le esortazioni del teorico del Cremlino quando ammoniva «che i comunisti devono appoggiare tutti gli elementi veramente patriottici che non vogliono lasciare oltraggiare la loro Patria»?

Occasione di oltraggio per la patria francese venne ritenuto il passaggio alla volta della Germania di colonne di camion americani carichi di generi alimentari. Certamente non si trattava di offerte gratuite del buon cuore di Truman ai tedeschi più miseri, ma farina, zucchero e latte in polvere, anche se offerti dalla generosità interessata dell’imperialismo americano, avrebbero permesso la sopravvivenza di proletari affamati. Non furono di questo avviso i nazional-comunisti francesi che ritennero un insulto ed una umiliazione il passaggio, attraverso il dolce suolo di Francia, dei generi alimentari destinati alle bocche dell’odiato e tradizionale nemico tedesco; unanime fu quindi il grido di: «No pasaran!». Fu così che lungo tutto il tragitto, ma soprattutto a Verdun, con il concorso degli immancabili deputati comizianti, furono erette da proletari iniettati di furore nazionale quelle stesse barricate che i dirigenti del partito di Thorez avrebbero ordinato di demolire quando si fosse trattato di combattere contro i padroni francesi. Venne mobilitata la polizia partigiana, ritornò in auge quel sabotaggio che, applicato alla produzione nazionale, sarebbe stato bollato come il peggiore ed il più antipatriottico dei delitti. Queste erano le battaglie per le quali i nazional-comunisti ritenevano di dover mobilitare le masse.

Il proletariato tedesco, dissanguato durante la guerra, affamato dopo la vittoria delle potenze democratiche, oggetto dell’odio dei partiti stalinisti di occidente, subiva in oriente, sotto il dominio del “socialismo” gli stessi trattamenti che Hitler aveva riservato ai popoli di “razza inferiore”. In “Battaglia Comunista” n. 25 dell’ottobre 1947 si legge: «A tempo di primato, da fare invidia alla spettacolare organizzazione del razzismo tedesco, si sta concludendo l’evacuazione dai paesi slavi delle minoranze etniche. Alla fine di novembre la Polonia “socialista” avrà espulso in totale 4,4 milioni di tedeschi abitanti sul suo territorio: un’inezia! Rimarranno soltanto alcune decine di migliaia di operai qualificati e di tecnici per i quali, evidentemente, la cosiddetta legge del sangue non vige. È dunque la gran massa grigia, la massa proletaria, che emigra proprio come ai tempi di Hitler e di Rosemberg. È essa che subisce la legge del taglione, come sempre!».

Scacciati, al termine della guerra, dalla Polonia, dalla Cecoslovacchia, dall’Ungheria, dalle terre incorporate nell’URSS, quasi nove milioni furono i tedeschi che, dopo essere stati spogliati di tutti i loro averi, vennero espulsi in massa. Ma questo esodo umano si dimostrerà una manna caduta dal cielo per il rinascente capitalismo tedesco occidentale che poté in tal modo disporre di una abbondantissima quantità di manodopera a basso prezzo.
 

Duplice funzione controrivoluzionaria del P.C.I.

Riferendoci alla cosiddetta “cacciata” dei socialcomunisti dal governo abbiamo affermato che si trattò non di rottura tra i partiti della coalizione antifascista, bensì di separazione consensuale, di divisione del lavoro, di necessità di chiudere una fase convulsa della storia del dopoguerra per il ritorno alla “normalizzazione” capitalista. Questa nostra interpretazione viene confermata anche dai nostri più accaniti avversari. È lo stesso Amendola che, con molta disinvoltura, parla di questa necessaria scelta politica: «Bisognava troncare le violenze, mettere fine all’epurazione, ritrovare un poco di sicurezza e di tranquillità (...) In realtà il paese era stanco, dopo le terribili prove vissute. Perfino nelle fabbriche cresceva la richiesta del ritorno dei vecchi imprenditori che ’ci sapevano fare’ (...) Vi furono su questo punto accordi diretti tra De Gasperi e Togliatti ? Questo è un punto da accertare con le dovute indagini. Certo vi furono messaggeri autorevoli che si mossero per rassicurare il PCI sulla portata limitata delle operazioni».

Al di là della demagogia con la quale le masse proletarie venivano mobilitate (in verità senza eccedere), anche se non possiamo affermare che regnasse la concordia tra i vari partiti, di governo e di opposizione, certo regnava la massima intelligenza perché unico era lo scopo per il quale tutti quanti operavano: la difesa degli interessi dello Stato capitalista. Come la rottura della coalizione governativa non aveva per nulla intaccato l’unità sindacale, dove lo stalinista Di Vittorio ed il clericale Pastore potevano convivere in perfetta armonia, altrettanto in perfetta armonia vivevano i rappresentanti dei vari partiti all’interno dell’Assemblea Costituente.

Per non essere accusati di forzare la storia con interpretazioni deformanti la realtà, o di parte, daremo ancora una volta la parola ad un nostro dichiarato nemico: Ernesto Ragionieri. «Sia le sinistre, sia la democrazia cristiana (ed anche i partiti di democrazia laica) furono infatti concordi nel prorogare i poteri della Costituente fino al 31 dicembre 1947, per consentire il compimento dell’opera iniziata, e ciò anche successivamente alla rottura della collaborazione governativa. Del pari, sempre dopo il maggio 1947, continuarono a funzionare tra i partiti di massa quei collegamenti, informali ma espliciti, che avevano ridotto al minimo i contrasti sia nel lavoro delle commissioni, sia nella prima fase di quello dell’Assemblea. Ancor più significativo, sotto questo profilo è il fatto che, dopo il maggio 1947, la presidenza dell’Assemblea Costituente, abbia continuato ad essere tenuta, fino alla conclusione dei lavori, da Terracini, fatto, questo, assai singolare nella tradizione parlamentare che vuole i presidenti di assemblea espressione della maggioranza. Tutti questi elementi inducono a pensare che anche la stessa rottura della collaborazione governativa sia stata in qualche modo accompagnata da accordi, impliciti o espliciti, tra i partiti di massa» (La Storia Politica e Sociale).

Per riuscire a dare una spiegazione dell’atteggiamento assunto dal partito stalinista italiano, che per molti aspetti può sembrare contraddittorio, è necessario inquadrarlo sia nella funzione che tale partito doveva svolgere, sia nella posizione in cui la situazione internazionale lo aveva collocato, volente o nolente.

Il risultato della II guerra mondiale era stato quello della spartizione del mondo tra le due principali potenze imperialistiche: gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Tutte le altre, di fatto, erano risultate sconfitte. L’Unione Sovietica — oltre ad essere l’unico colosso antagonista del mostro imperialistico statunitense che, per tutto il secondo dopoguerra, si sarebbe trovato a rappresentare lo Stato gendarme internazionale — svolgeva a livello mondiale un ruolo ben specifico ed insostituibile, quello di centrale dell’opportunismo, caposaldo indispensabile per il dominio del planetario Capitale. A conferma di tutta la nostra impostazione sulla guerra imperialistica, le centrali di Washington e di Mosca, mentre sul piano militare, economico e politico si combattevano senza esclusione di colpi, sul piano sociale di classe collaboravano in strettissima intesa.

Il PCI in Italia, come tutti gli altri partiti stalinisti nei rispettivi paesi, rappresentava la sezione locale dell’opportunismo internazionale mentre i partiti socialisti fungevano da semplice contorno. La sua funzione specifica era quella di collaborazione diretta con lo Stato per assorbire tutte le lotte sociali di classe ed incanalarle all’interno delle compatibilità del regime capitalista. Rappresentava altresì gli interessi di una parte della borghesia nazionale (non a caso rappresentanti del capitalismo aderivano al Fronte Democratico Popolare) che vedeva nella penetrazione economica in Europa orientale e nella stessa Unione Sovietica possibilità di grandi vantaggi per il capitalismo italiano e di conseguenza rivendicava una maggiore indipendenza politica dall’America. Quello che, in definitiva, rappresentava la continuità della politica economica fascista.

Inoltre, rivestendo Mosca la doppia funzione di centrale mondiale dell’opportunismo e di imperialismo antagonista agli Stati Uniti, il PCI, in una eventuale guerra inter-imperialistica, si sarebbe trovato a svolgere la funzione di quinta colonna, cioè di nemico interno o, a seconda dei risultati del conflitto, di salvatore della Patria. Come in tutti i doppi giochi, per il Partito di Togliatti era molto difficile riuscire a mantenere un equilibrio costante: difendere gli interessi della ricostruzione nazionale ed allo stesso tempo presentarsi come paladino dei diritti e delle aspirazioni del proletariato; fare propri i doveri di partito nazionale e nazionalista, con tanto di rivendicazioni irredentistiche e coloniali, ed allo stesso tempo predicare l’indipendenza e la libertà dei popoli; dare prova di “osservanza” nei confronti dell’Unione Sovietica senza escludere, allo stesso tempo, una collaborazione anche con gli Stati Uniti.

Tra tutti i ruoli che era costretto ad interpretare, particolarmente doloroso e... pericoloso era quello di nemico della patria, e quindi il partito di Togliatti cercò sempre di presentarsi come qualche cosa di distinto ed indipendente da Mosca. Del resto a ragione, poiché l’internazionale era stata sciolta. Così già nel corso della II Conferenza di organizzazione del PCI, tenuta a Firenze nel gennaio 1947, Togliatti aveva espresso «la necessità di seguire in Italia una via per raggiungere il socialismo, diversa da quella proposta dal modello sovietico». Ed in quella occasione per la prima volta aveva lanciato lo slogan di «via italiana al socialismo». In seguito alle strigliate di Mosca, tramite Cominform, al VI congresso del 1948 questa posizione venne leggermente modificata, nella forma, quando Togliatti «presentò la prospettiva dell’avanzata verso il socialismo in Italia come una variante di una linea comune, piuttosto che di una via italiana al socialismo» (E.Ragionieri, Storia d’Italia).

Malgrado il PCI si sia sempre presentato come partito democratico, popolare, progressivo, legalitario, tuttavia sempre è stato accusato di possedere un apparato clandestino, una organizzazione illegale armata, parallela a quella legale, pronta ad entrare in azione e collegata strettamente sia con Mosca sia con gli altri paesi dell’Est europeo. Il fatto che i nazional-comunisti abbiano sempre negato l’esistenza di questa «gladio rossa» non significa però che non esistesse, ed anche tutti i documenti che negli ultimi tempi sono usciti dagli archivi del Cremlino e che l’ex governo D’Alema non ha fatto a tempo ad incenerire, dimostrano senza dubbio che il Partito Comunista Italiano era dotato di una attrezzata organizzazione illegale ed armata. Ma questo non significa affatto che il partito stalinista italiano fosse rivoluzionario, significa solo che gli stalinisti non erano tanto fessi da non essere preparati ad eventuali situazioni critiche o, tutt’al più, che nell’eventualità di un conflitto inter-imperialistico sarebbero stati pronti ad intervenire, con azioni di sabotaggio od altro, a favore dello schieramento russo. Del resto la legalità borghese e la negazione della rivoluzione non escludono affatto la violenza e la lotta armata.

Anche questo fu Togliatti a doverlo spiegare ai suoi compagni: «Desidero precisare un punto da dove risulta che alcuni compagni confondono due cose che non devono essere confuse: prospettiva di una democrazia progressiva e sviluppo pacifico. Da alcuni interventi mi è parso che dei compagni pensano che parlare di sviluppo di obiettivi strategici, di lotta per una democrazia progressiva, voglia dire escludere dei conflitti e cioè escludere che la lotta politica delle classi bloccanti in un largo fronte democratico non debba mai arrivare a degli urti violenti ed anche armati. Secondo me è un errore fare una simile affermazione. Infatti, nella storia degli ultimi anni, cosa noi vediamo? Nella grande linea per la lotta per la democrazia, contro il fascismo, per la libertà e per la pace, noi abbiamo: una guerra civile, una guerra per l’indipendenza nazionale in Spagna che fu allo stesso tempo lotta civile, una forma di lotta politica e di classe la quale arriva alla forma più alta, più elevata della lotta politica, a quella che è la lotta armata nello stesso territorio nazionale. La lotta in Spagna era una lotta per un obiettivo di democrazia progressiva o era una lotta per la dittatura del proletariato, la lotta di classe contro classe? Era una lotta in cui vi era un fronte che univa diverse classi, un fronte nel quale vi era una base operaia, contadina larga e solida, ma vi era anche una base di piccola e media borghesia e vi erano anche delle forze borghesi (in Catalogna); avevamo un fronte che non era un fronte di classe, composto soltanto di operai e contadini poveri, ma era un fronte largo corrispondente a questa lotta per degli obiettivi nazionali e democratici molto larghi e dall’altra parte vi era pure un fronte il quale comprendeva forze eterogenee ma alla cui testa vi erano gli elementi più reazionari del capitalismo e della classe agraria spagnola nonché del grande capitale internazionale. La lotta fu una lotta armata, ma l’obiettivo era quello della democrazia progressiva che allora chiamavamo democrazia di tipo nuovo. Perché faccio questa osservazione? Perché noi non dobbiamo disarmare nel partito, non possiamo chiudere gli occhi alla classe operaia contro quello che possono essere gli inevitabili sviluppi di domani: inoltre noi dobbiamo mettere in guardia il partito contro il pericolo molto grave che è quello di legare la prospettiva di una lotta in Italia fra differenti gruppi politici con una prospettiva di isolamento della classe operaia. Noi dobbiamo far capire al partito che pur essendo oggi per uno sviluppo legale della lotta per la quale ci battiamo sul terreno della legalità, noi non escludiamo però di essere costretti a uscire da questo terreno della legalità per cercare di conquistare la democrazia. Oggi la nostra tattica non è quella extralegalitaria; sono d’accordo col compagno Longo sulla tattica legalitaria che dobbiamo seguire; però quando noi discutiamo scientificamente della nostra politica non dimentichiamo che se domani fossimo impegnati in una lotta diversa da quella legalitaria, in una lotta violenta contro gruppi reazionari, anche quella lotta dovrà essere condotta da noi come una lotta di ampie forze democratiche per schiacciare il nazifascismo e quelle forze reazionarie che volessero escluderci. Mi pare che questa correzione sia necessaria perché altrimenti il partito potrebbe essere portato su una strada sbagliata» (Dall’intervento nella discussione del C.C., 3 luglio 1947).

Qui il rappresentante della controrivoluzione stalinista getta completamente la maschera e mette a nudo il genuino carattere dell’opportunismo, che non rifiuta affatto l’uso della violenza e delle armi, nega soltanto la violenza di classe. Non per la dittatura del proletariato ci si deve battere, ma per la democrazia, che può essere “di tipo nuovo”, “progressiva”, “popolare”, e sempre interclassista. I due fronti contrapposti, anche nella guerra civile, non devono avere delle distinzioni di classe, ma la diversità deve stare nello stato maggiore che fa scontrare i due eserciti aventi le medesime composizioni sociali, proprio come avvenne durante la guerra di Spagna.

È questa attitudine della controrivoluzione stalinista che ci ha permesso di affermare che la degenerazione dell’Internazionale Comunista è stata ancora più disfattista e nefasta di quella della II Internazionale. Il tradimento della socialdemocrazia consistette nel fatto di affermare che il proletariato, di fronte alla guerra mondiale, avrebbe dovuto concedere alla borghesia una tregua momentanea per la salvaguardia degli interessi comuni, ma che «terminata la guerra, la lotta di classe e l’internazionalismo sarebbero stati rimessi in onore. La storia mostrò la fallacia di tale promessa (...) Secondo il piano dei nuovi opportunisti, la borghesia otterrà una tregua ad ogni lotta di classe, ed anzi una diretta collaborazione nei diversi governi nazionali come nella costruzione di nuovi organismi internazionali, non solo per tutto il periodo della guerra e sino alla sconfitta del mostro nazista, ma per tutto un periodo storico successivo, di cui non si intravede il termine, durante il quale il proletariato mondiale dovrebbe vigilare, in combutta con tutti gli organismi dell’ordine costituito, a che il pericolo fascista non risorga e collaborare alla ricostruzione del mondo capitalistico devastato dalla guerra. Quindi l’opportunismo non promette neanche più di ritornare dopo la guerra alla autonomia dell’azione di classe dei lavoratori» (“Prometeo”, marzo 1947)
 

Il Congresso del P.C.I. del 1948

Dal 4 al 10 gennaio 1948 si tenne a Milano il VI congresso nazionale del PCI. Questo non poteva che sanzionare, ancora una volta, in continuità con il 1926, il definitivo abbandono della linea rivoluzionaria di classe. Nessun cambiamento si verificò, né poteva verificarsi, a scorno delle attese di quei proletari che auspicavano un irrigidimento del grande partito di massa come risposta all’attacco del capitalismo attraverso il nuovo partito di regime: la Democrazia Cristiana. Anche i pochi, pallidi accenni alla violenza furono soffocati dalle valanghe oratorie dei dirigenti che confermavano la linea patriottarda, nazionalista, e quindi guerrafondaia del partito. Soprattutto guerrafondaia perché gli eventuali ricorsi alla violenza non avrebbero assunto nessun carattere rivoluzionario in vista della conquista del potere proletario, ma si sarebbero inquadrati, tutt’al più, in una lotta di tipo “spagnolo” o “greco” nella quale il proletariato avrebbe dovuto scannarsi per una composizione di governo borghese democratico di tipo “popolar totalitario” contrapposta ad una soluzione democratico borghese di tipo “liberal totalitario”.

In questa cornice di aperto sciovinismo si inquadrava perfettamente il messaggio del PC russo al congresso dei nazional-comunisti nostrani. Il messaggio, a firma del segretario del PCUS, Suslov, inneggiava alla gloriosa lotta del PCI «per una nuova vita democratica di sviluppo dell’Italia», augurando al partito di Togliatti «nuovi successi (?) nella sua lotta per una pace durevole, per la democrazia, per l’unione di tutte le forze democratiche e patriottiche del popolo italiano, per la sovranità nazionale, per l’indipendenza dell’Italia». Non c’è nessun commento da fare a questa tipica impostazione dello pseudo pacifismo stalinista se non quello di confrontarla con uno degli storici 21 punti di Mosca, totalmente accettati al Congresso di Livorno nel 1921. «6 - Qualunque partito desideri fare parte della III Internazionale è obbligato a smascherare, non soltanto l’aperto socialpatriottismo, ma anche l’insincerità e l’ipocrisia del social-pacifismo: deve sistematicamente dimostrare agli operai che, senza il rovesciamento rivoluzionario del capitalismo, nessun tribunale arbitrario internazionale, nessun accordo attorno alla limitazione degli armamenti di guerra, nessun democratico rinnovamento della Società delle Nazioni sarà in grado di impedire nuove guerre imperialistiche».

Ma già Scoccimarro, al congresso, aveva avvertito che «i tempi sono cambiati». E Togliatti, nel suo rapporto, era stato esplicito: le sinistre dovevano manovrare su di un piano politico di alleanze sulla linea di quella che nell’Europa orientale veniva chiamata “democrazia popolare”, intorno ad obiettivi non specifici di classe, ma ad interessi capitalistici nazionali e dell’imperialismo vincente. Si sarebbe dovuto puntare al Parlamento, cercando nello stesso tempo di galvanizzare le masse su di un terreno di lotta anche extra-parlamentare sotto la parola d’ordine delle “riforme di struttura” e del “controllo popolare” sull’economia e sulla amministrazione (Togliatti non era neppure alieno dall’auspicare il controllo delle masse sulla destinazione... degli aiuti Marshall!).

Al congresso nazional-comunista Togliatti presentò una relazione nella quale, dopo un esame della situazione interna ed internazionale, veniva ribadita la necessità di lottare contro il governo De Gasperi asservito ai gruppi capitalistici italiani e all’imperialismo americano. Egli rivolse inoltre varie critiche al proprio partito per la debolezza delle lotte condotte nel paese e per le oscillazioni tra posizioni opportunistiche e velleità estremistiche; lamentò anche lo scarsissimo impegno di molti tesserati nel lavoro di partito ed affermò che era necessaria una maggiore preparazione ideologica. Riguardo al modo di affrontare le elezioni dichiarò di essere favorevole alla proposta socialista di costituire un fronte democratico popolare ed alla presentazione di liste comuni.

Caratteristica dell’opportunismo è quella di presentare la società in continua evoluzione attraverso lente ma progressive conquiste. Quindi nel corso del congresso nazional-comunista, che si celebrava dopo due anni precisi dal precedente, Togliatti non mancò di sottolineare i grandi cambiamenti che durante questi 24 mesi erano avvenuti. La relazione esordiva con il dire che «profondamente diversa era la situazione di allora a quella che sta davanti a noi oggi (...) Allora, nel gennaio 1946, sussisteva ancora il cosiddetto regime luogotenenziale, il che vuol dire che non eravamo ancora riusciti a sbarazzarci di quel residuo della tirannide fascista che era la monarchia complice del fascismo». Ma Togliatti si dimenticava di dire che con quel «residuo della tirannide» lui ed il suo partito avevano attivamente collaborato fino dal 1943. «Allora, nel gennaio 1946, — continua Togliatti — eravamo ancora un paese occupato da truppe straniere e controllato da una amministrazione straniera. I nostri governi allora non erano governi liberi».

Da ciò se ne dovrebbe dedurre che il famigerato governo De Gasperi era libero ed indipendente dallo straniero più di quanto lo fossero quelli ai quali il PCI aveva partecipato! Ma che bella ammissione quella di avere sempre partecipato a dei governi asserviti allo straniero. E a quale tipo di straniero! «Noi fummo occupati e amministrati per intero dalle autorità di quegli Stati anglosassoni che nel blocco antihitleriano rappresentavano non l’ala popolare, ma l’ala imperialistica». Ed il fatto che fino ad allora i grandi strateghi del PCI non se ne fossero accorti viene attribuito da Togliatti ad un «eccesso di ingenuità di una parte del popolo italiano». Chissà come mai, lui, che ingenuo non era, non abbia mai messo in guardia questa «parte del popolo italiano» dai pericoli che stava correndo! Continuava il segretario generale, «oggi ci siamo avveduti che di fronte a noi stavano non autorità che si preoccupassero di non turbare la causa della pace, ma rappresentanti di potenze imperialistiche, le quali, approfittando della debolezza del movimento democratico, lo hanno continuamente minacciato e ricattato».

Ma la vetta più alta di dialettica opportunistica, Togliatti la raggiunge quando viene a parlare della neonata Costituzione. Secondo il leader del PCI, la Costituzione repubblicana si componeva di due parti ben distinte. La prima rappresentava «una Costituzione di tipo nuovo, che non si limita a registrare trasformazioni politiche già avvenute, ma indica una strada che dovrebbe (si noti: non “deve”, “dovrebbe”..., n.d.r.) essere seguita per operare profonde trasformazioni di carattere economico e sociale; indica la necessità di una riforma industriale e la necessità di una riforma agraria; parla non più di astratti diritti di libertà dell’uomo e del cittadino, ma del nuovo diritto di tutti gli uomini e di tutte le donne al lavoro, e a una retribuzione sufficiente ai bisogni dell’esistenza».

Parlare, come i preti, di «giusta mercede agli operai», per il rappresentante dell’opportunismo italiano e dello stalinismo internazionale, sarebbe stato troppo temerario; meglio dire «retribuzione sufficiente». Ma Togliatti vuole anche specificare a cosa si riferisce il suo concetto di sufficiente; senza dubbio ai «bisogni». E poiché anche il concetto di bisogno è di non agevole determinazione e lascia spazio alla soggettività di valutazione, il figlioccio del Grande Padre dei Popoli, per non illudere gli operai e per non impaurire i padroni, sentenzia: «sufficiente ai bisogni dell’esistenza». Quanto basti a non crepar di fame!

A differenza della prima parte, quella buona, nella seconda parte della Costituzione,«la quale organizza in modo concreto il nuovo regime democratico (...) la confluenza delle forze conservatrici della destra con quelle della Democrazia Cristiana, è riuscita a far passare una serie di misure con l’esclusivo intento di porre ostacoli e barriere all’azione di quella Assemblea di rappresentanti del popolo la quale volesse veramente e speditamente marciare sulla via di un profondo rinnovamento economico e sociale del paese, applicando nei fatti le promesse della Costituzione». Al Partito Comunista Italiano, riunito a congresso, non rimaneva altro che prendere amaramente atto che, mentre la seconda parte della Costituzione (quella “reazionaria”) organizzava in modo concreto il nuovo regime, nella prima parte (in quella “progressiva”) «non esistono articoli i quali indichino concretamente quali sono i mezzi e gli istituti attraverso i quali verranno realizzate le indicate riforme e attribuiti i nuovi diritti del lavoro». Per cui «vi sarà una parte progressiva che appoggerà su una parte della nostra Carta costituzionale e una parte conservatrice e reazionaria che cercherà nell’altra parte gli strumenti della sua resistenza».

Dopo la solita demagogia di rito con slogan del tipo «i sacrifici devono essere fatti dalle due parti, dagli operai e dai padroni» (per inciso dobbiamo dire che il programma mussoliniano di San Sepolcro era molto più a sinistra di quello togliattiano del 1948. Mussolini, tra le altre cose, chiedeva la partecipazione degli operai alla gestione delle aziende, l’imposta progressiva con carattere di espropriazione delle ricchezze, e lanciava la celebre frase demagogica del «paghino i ricchi») quello che più di ogni altra cosa premeva al congresso picciista era di dare assicurazioni al capitalismo italiano di essere un partito con le carte in piena regola per assolvere i doveri che l’interesse borghese nazionale richiedeva. E quindi la prima cosa da fare era una solenne dichiarazione di non avere nulla a che fare con il marxismo rivoluzionario e l’internazionalismo proletario.

Il 24 gennaio 1919, nella lettera di invito al Primo Congresso dell’Internazionale Comunista, Lenin e Trotzki, scrivevano che lo scopo del Congresso era quello di «far nascere, in vista di un legame permanente e di una direzione metodica del movimento, un organo di lotta comune, centro dell’Internazionale Comunista (... per la...) rivoluzione su scala internazionale». Al contrario nel 1948 Togliatti, parlando del neo costituito Cominform, affermava: «Scopo della conferenza dei nove partiti comunisti sono la difesa dell’indipendenza e della pace. Questo è ciò che è avvenuto nella conferenza dei nove partiti comunisti che ha avuto luogo in Polonia. Sia ben chiaro però che le decisioni di quella conferenza non significano niente di più e niente di meno di quanto in essa si è detto (... difesa dell’indipendenza dei loro paesi, della pace dell’Europa e del mondo intero...): tutto il resto, tutte le campagne sul rinato Comintern e sui suoi piani tenebrosi, è soltanto scemenza e provocazione». Quindi richiamava all’ordine tutti quei compagni che non avevano ancora capito che «la parola d’ordine della creazione di una democrazia progressiva non era qualcosa di transitorio, condizionato alle mutevoli vicende parlamentari (...) ma faceva parte di un piano strategico».

È pur vero che, all’interno del PCI, si era sviluppata una corrente critica nei confronti della linea togliattiana, morbida e di compromesso. Ma questa corrente, che faceva capo a Pietro Secchia e che probabilmente rappresentava una pura e semplice lotta per la direzione del partito, non aveva niente di rivoluzionario e nemmeno di rivoltoso. Le critiche all’azione del partito erano contenute in uno scritto di Secchia, rimasto a lungo inedito: «Relazione sulla situazione italiana» presentato a Mosca nel dicembre 1947. La sostanza della relazione Secchia era la seguente: «Noi lottiamo per realizzare le riforme di struttura, la pace e la libertà, si tratta di obiettivi democratici, però questa lotta non possiamo combatterla solo in parlamento; ritengo, oggi più che mai necessario, sottolineare che deve essere combattuta soprattutto fuori del parlamento. Non si tratta di avviarci verso avventure, ma non dobbiamo però lasciar consolidare l’attuale governo De Gasperi che si avvia ad essere un regime (...) Se non riusciamo a dare ampie battaglie sul terreno economico, politico, sindacale, se noi ci lasciamo strappare altre posizioni, ad una ad una, saremo portati ad un certo momento a non poter più essere una forza decisiva».

Questa relazione scritta su richiesta di Zdanov fu presentata da Secchia a Stalin e a tutti i dirigenti sovietici, i quali peraltro respinsero la proposta di intensificare le lotte extraparlamentari del PCI perché una tale linea avrebbe potuto portare ad uno sbocco insurrezionale, cosa che l’Unione Sovietica non voleva nel modo più assoluto. «Quando feci questa esposizione — racconta Secchia — mi trovai con Giuseppe (Stalin - n.d.r.), Viance, Gregorio, Andia (Zdanov- n.d.r.), Laur, si discusse. Obiezioni: Oggi non è possibile. Ma non si tratta di questo, non si tratta di porre il problema dell’insurrezione, ma di condurre lotte economiche e politiche più decise, con maggiore ampiezza. Ma, si disse, nella sostanza ciò che dici porterebbe inevitabilmente a quello sbocco. Oggi non si può» (Secchia, Annali Feltrinelli, 1978).

Stalin era il primo a non volere che le masse lavoratrici fossero messe in movimento, neppure per obiettivi democratici a puro sostegno dell’azione parlamentare. I movimenti potrebbero scappare di mano, meglio la linea demo-parlamentar-legalitaria di Togliatti che quella demo-extraparlamentar-legalitaria di Secchia. Si correvano meno rischi.
 

(Segue al prossimo numero  [ nn. 42 - 43 - 44 - 45 - 46 - 47 - 49 - 50 ] )

 
 
 
 
 
 
 
 



Dall’Archivio della Sinistra

Raccogliamo qui una serie di documenti, abbraccianti una arco temporale di cinquant’anni, sulla coerente valutazione comunista della evoluzione storica di Giappone, Cina e Corea.

La prima è espressa da Lenin in un articolo sulla Iskra del dicembre 1900, di denuncia dell’intervento, “umanitario” si direbbe oggi, della Russia contro la Cina. Chiarissimo è il quadro della situazione. Visto da occidente: un rapace imperialismo autocratico, quello russo si getta sulla Cina, insieme agli altri imperialismi moderni e capitalistici di occidente. A farne le spese sono i contadini cinesi ma anche i proletari dei paesi occidentali, che sono dal comunismo energicamente invitati al disfattismo antipatriottico. Vista da oriente: Lenin denuncia «un governo asiatico che estorce tributi ai contadini affamati e soffoca con la forza qualsiasi anelito alla libertà», cioè borghese, cui si sta venendo a sovrapporre «il giogo del capitale, che è penetrato anche nel Regno di Mezzo».

Facciamo poi seguire il testo delle Tesi approvate dal Primo Congresso dei Comunisti e delle Organizzazioni Rivoluzionarie dell’Estremo Oriente, svoltosi a Mosca nel gennaio 1922, promosso della Internazionale, quasi ad un anno di distanza da quello analogo dei Popoli di Oriente tenuto a Baku. La Corea inviò 52 delegati, la Cina 42, il Giappone 16, altri dall’India, la Mongolia, l’Indonesia. Solo una metà erano comunisti. Lo scopo della manifestazione, buon esempio di diplomazia rivoluzionaria, era dichiarare pubblicamente la solidarietà del comunismo ai movimenti nazional-rivoluzionari, con i quali si veniva a stabilire un’intesa. Nelle belle tesi si conferma che compito «primissimo dei partiti comunisti del Giappone, della Cina e della Corea è quello di impegnare una lotta decisiva per liberare la Cina e la Corea dalla schiavitù coloniale». Ci si rivolge in particolare al più maturo proletariato giapponese perché combatta le imprese coloniali della propria borghesia: «il colpo mortale dovrà essere inferto dal proletariato giapponese».

Si prevede che «in un primo tempo il movimento rivoluzionario in Cina e in Corea avrà carattere di un moto nazional-rivoluzionario», volto sia contro la schiavitù coloniale sia contro i residui dell’oppressione feudale. Ma si precisa che ciò non solleva i comunisti cinesi e coreani dal dovere di smascherare la doppiezza degli elementi liberal borghesi che tendono al compromesso coi gruppi imperialisti tradendo le classi lavoratrici. Quindi la direttiva dell’Internazionale, non ancora corrotta, è per una lotta senza quartiere contro l’imperialismo, ma «sulla base delle organizzazioni di classe e della politicizzazione in senso comunista dei lavoratori e delle masse rurali semiproletarie, e grazie alla battaglia per l’unione del movimento nazionalista rivoluzionario in Estremo Oriente con la lotta internazionale del proletariato».

Il partito in Giappone è invitato invece senz’altro alla «lotta per la conquista del potere politico da parte del proletariato», sebbene assimilata, nella insufficiente formulazione, alla «completa democratizzazione dell’ordinamento politico».

I testi che seguono, redatti a distanza di un trentennio dai precedenti, sulla nostra rivista “Prometeo”, poi su “Battaglia”, poi “Programma”, descrivono una ulteriore maturazione dell’area, in particolare coreana. Tragica si imponeva al mondo la nuova guerra di Corea, che minacciava di concrescere in un nuovo conflitto generale. Ma stavolta «i suoi protagonisti non erano né i coreani del nord, rivendicatori di un’unità nazionale spezzata, né i coreani del sud araldi di un diritto e di una giustizia violati; ma le milizie inconsce e l’ufficialità prezzolata dei due grandi centri mondiali del capitalismo, entrambi protesi per un’ineluttabile spinta interna verso il precipizio della guerra. Non in palio erano la libertà, il socialismo, il progresso, e le mille ideologie in lettera maiuscola di cui è cosparso come di tante croci il cammino della società borghese, ma i rapporti di forza e le condizioni di sopravvivenza dei due massimi sistemi economici e politici del capitalismo, America e Russia». Quindi non più erano in discussione in Corea regimi feudali ed oppressioni coloniali da riscattare da parte di un impossibile ormai movimento rivoluzionario borghese, che non esisteva né le cui istanze fossero rappresentate da alcuno dei due fronti imperiali e capitalisti. Alla guerra può solo opporsi il movimento eversivo dei puri proletari.
 
 

Lenin, Iskra, n. 1, dicembre 1900 (in Opere, IV).
La guerra cinese

La Russia sta per portare a termine la guerra contro la Cina: sono stati mobilitati tutta una serie di distretti militari, si sono spesi centinaia di milioni di rubli, decine di migliaia di soldati sono stati inviati in Cina, si sono combattute numerose battaglie, si sono riportate numerose vittorie, vittorie, per la verità, non tanto sulle truppe regolari del nemico quanto sugli insorti cinesi e ancor più sui cinesi inermi, i quali sono stati annegati e massacrati, senza arrestarsi davanti allo sterminio di donne e bambini, per non dire del saccheggio di palazzi, case e negozi. E il governo russo, all’unisono con le gazzette mercenarie che strisciano ai suoi piedi, celebra la vittoria, esulta per le nuove gloriose imprese dei valorosi soldati, esulta per la disfatta che la cultura europea ha inferto alla barbarie cinese, per i nuovi successi della «missione civilizzatrice » russa in Estremo Oriente.

In mezzo a tutta questa esultanza tace soltanto la voce degli operai coscienti, di questi rappresentanti d’avanguardia dei molti milioni di uomini che compongono il popolo lavoratore. Ed è appunto il popolo lavoratore a sopportare tutto il peso delle nuove campagne vittoriose: gli si sottraggono lavoratori per inviarli in capo al mondo, gli si strappano tributi particolarmente gravosi per far fronte ai milioni e milioni di spese. Cerchiamo dunque di orientarci nella questione: quale dev’essere l’atteggiamento dei socialisti verso questa guerra? negli interessi di chi essa viene combattuta? qual è il vero significato della politica seguita dal governo russo?

Il nostro governo ci assicura, prima di tutto, di non combattere nemmeno contro la Cina: reprime soltanto una rivolta, doma dei ribelli, aiuta il legittimo governo cinese a ristabilire l’ordine. La guerra non è stata dichiarata, ma la sostanza della cosa non viene minimamente a cambiare, giacché è ugualmente una guerra quella che si combatte. Da che cosa è stato provocato l’attacco che i cinesi hanno sferrato contro gli europei, questa rivolta che inglesi, francesi, tedeschi, russi, giapponesi, ecc. domano con tanto zelo? «Dall’ostilità della razza gialla verso la razza bianca», «dall’odio dei cinesi per la cultura e la civiltà europea», ci assicurano i fautori della guerra. Sì, i cinesi odiano effettivamente gli europei, ma quali europei precisamente, e perché? I cinesi odiano non i popoli europei, coi quali non hanno mai avuto conflitti, ma i capitalisti europei e i governi europei, proni ai voleri dei capitalisti. Potevano i cinesi non prendere ad odiare degli uomini che sono arrivati in Cina solo in vista del lucro, che si sono giovati della loro millantata civiltà solo per l’inganno, il saccheggio e le violenze, che hanno mosso guerra alla Cina per ottenere il diritto di commerciarvi l’oppio che inebetisce il suo popolo (guerra del 1856, condotta dall’Inghilterra e dalla Francia contro la Cina), che hanno mascherato ipocritamente la loro politica del saccheggio con la diffusione del cristianesimo? Già da tempo i governi borghesi d’Europa praticano nei confronti della Cina la politica del saccheggio; a questa politica si è unito ora anche il governo autocratico russo e si è convenuto di chiamarla politica coloniale. Ogni paese dotato di un’industria capitalistica in via di rapido sviluppo si affretta ad andare in cerca di colonie, di paesi cioè che abbiano un’industria debolmente sviluppata, che si distinguano per un modo di vita più o meno patriarcale e nei quali si possano smerciare i prodotti dell’industria lucrandone buoni guadagni. E per il lucro di un pugno di capitalisti i governi borghesi hanno fatto guerre a non finire, hanno mandato interi reggimenti a morire in paesi tropicali malsani, hanno sperperato a milioni il denaro sottratto al popolo, hanno spinto le popolazioni a rivolte disperate e le hanno costrette a morire di fame. Ricordate la rivolta degli indigeni indiani contro l’Inghilterra e la carestia in India, oppure la guerra attuale degli inglesi contro i boeri.

Ed ecco che ora i capitalisti europei hanno allungato le loro avide grinfie sulla Cina. E fra i primissimi ad allungarle è stato proprio il governo russo, che ora va tanto millantando il proprio «disinteresse». «Disinteressatamente» esso ha tolto alla Cina Port Arthur e ha cominciato a costruire, sotto la protezione delle truppe russe, una ferrovia per la Manciuria. Uno dopo l’altro i governi europei si sono messi con tanto zelo ad arraffare, scusate, ad «affittare» terre cinesi che non a torto si è cominciato a parlare di spartizione della Cina. E se vogliamo chiamare le cose col loro nome, bisogna dire che i governi europei (e quello russo è uno dei primi) hanno già cominciato la spartizione della Cina. Ma hanno cominciato questa spartizione non apertamente, di soppiatto, come dei ladri. Si sono messi a depredare la Cina come si deruba un morto, e quando questo morto apparente ha tentato di opporre resistenza, gli si sono avventati contro come bestie feroci, dando alle fiamme interi villaggi, annegando nell’Amur, fucilando e infilzando sulle baionette gli abitanti inermi, le loro donne e i loro bambini. E tutte queste cristiane imprese sono accompagnate da grida contro i selvaggi cinesi, che osano levare la mano contro i civili europei. La presa di Niuciuang e l’entrata delle truppe russe nel territorio della Manciuria sono misure provvisorie, dichiara il governo autocratico russo nella sua nota circolare alle potenze del 12 agosto 1900; queste misure «sono state dettate esclusivamente dalla necessità di respingere le azioni aggressive dei ribelli cinesi»; esse «non possono in alcun modo attestare l’esistenza di piani interessati, completamente estranei alla politica del governo imperiale».

Povero governo imperiale! Tanto cristianamente disinteressato e così ingiustamente offeso! Alcuni anni fa ha disinteressatamente occupato Port Arthur e sta ora disinteressatamente occupando la Manciuria; ha disinteressatamente sguinzagliato per le regioni della Cina confinanti con la Russia una masnada di appaltatori, ingegneri e ufficiali che, col loro comportamento, hanno spinto alla rivolta perfino i cinesi, noti per la loro docilità. Per la costruzione della ferrovia cinese hanno pagato gli operai cinesi 10 copechi a testa al giorno per il loro sostentamento: non è forse disinteresse, questo, da parte della Russia?

Ma come si spiega che il governo russo segua in Cina questa politica insensata? A chi torna utile una simile politica? Essa torna utile a un gruppetto di alti papaveri capitalisti che commerciano con la Cina, a un gruppetto di industriali che producono le merci per il mercato asiatico, a un gruppetto di appaltatori che ora realizzano guadagni favolosi con le ordinazioni militari urgenti (alcune officine che producono armamenti, equipaggiamenti per le truppe ecc. lavorano ora in pieno e assumono centinaia di nuovi operai a giornata). Una simile politica torna utile a un gruppetto di nobili che occupano posti elevati nella gerarchia civile e militare. A costoro occorre una politica di avventure perché in essa è possibile acquistarsi dei meriti, far carriera, coprirsi di gloria con le proprie «imprese». Agli interessi di questo gruppetto di capitalisti e di funzionari lestofanti il nostro governo sacrifica senza esitare gli interessi di tutto il popolo. Come sempre, anche in questo caso il governo autocratico dello zar rivela di essere un governo di funzionari irresponsabili che piaggiano servilmente gli alti papaveri capitalisti e nobili.

Che vantaggio trae la classe operaia e tutto il popolo lavoratore russo dalle conquiste in Cina? Migliaia di famiglie rovinate, cui vengono sottratti per la guerra uomini abili al lavoro, enorme aumento del debito pubblico e delle spese dello Stato, aumento delle imposte, rafforzamento del potere dei capitalisti — ossia degli sfruttatori degli operai — peggioramento delle condizioni degli operai, mortalità ancora maggiore nella popolazione contadina, fame in Siberia: ecco ciò che promette di portare e già porta con sé la guerra cinese. Tutta la stampa russa, tutti i giornali e le riviste sono imbavagliati, non osano pubblicare nulla senza il consenso dei funzionari governativi; manchiamo perciò di informazioni precise su ciò che costa al popolo la guerra cinese; è indubbio però che essa richiede spese in denaro ammontanti a molte centinaia di milioni di rubli. Ci sono notizie secondo cui il governo, in base ad un decreto che non è stato pubblicato, avrebbe stanziato per la guerra, tanto per cominciare, 150 milioni di rubli; inoltre le spese correnti per la guerra assorbirebbero un milione di rubli ogni tre o quattro giorni. E queste somme enormi vengono sperperate da un governo che è andato riducendo di continuo i sussidi ai contadini affamati, tirando senza fine su ogni copeco erogato, da un governo che non trova il denaro per la pubblica istruzione, che, come un qualunque kulak, sfrutta a sangue gli operai delle fabbriche di proprietà dello Stato, i piccoli impiegati degli uffici postali, ecc.!

Il ministro delle finanze Witte ha dichiarato che al 1° gennaio 1900 la tesoreria disponeva di 250 milioni di rubli in denaro liquido; ora questo denaro non c’è più, se n’è già andato per la guerra e il governo va in cerca di prestiti, aumenta le imposte, rinuncia alle spese indispensabili per mancanza di denaro, sospende la costruzione delle ferrovie. Sul governo dello zar incombe la minaccia della bancarotta, ma esso si lancia in una politica di conquiste, in una politica, cioè, che non solo richiede enormi mezzi finanziari, ma minaccia di coinvolgerlo in guerre ancor più pericolose. Le potenze europee che si sono gettate sulla Cina cominciano già a litigare per la spartizione del bottino, e nessuno è in grado di dire come finiranno questi litigi.

Ma la politica del governo dello zar in Cina non rappresenta soltanto un oltraggio agli interessi del popolo: essa mira a corrompere la coscienza politica delle masse popolari. I governi che si sostengono solo con la forza delle baionette, che debbono di continuo contenere o reprimere l’indignazione popolare, hanno compreso già da tempo questa verità: nulla vale ad eliminare il malcontento del popolo; bisogna cercare di stornare questo malcontento dal governo su qualcun altro. Si fomenta, per esempio, l’ostilità verso gli ebrei: la stampa scandalistica si scaglia contro gli ebrei, come se l’operaio ebreo non soffrisse, in conseguenza del giogo del capitale e del governo poliziesco, al pari di quello russo. Oggi sulla stampa è stata scatenata una campagna contro i cinesi, si lanciano grida sulla barbarie della razza gialla, accusandola di essere ostile alla civiltà, si parla della missione civilizzatrice della Russia, dell’entusiasmo con cui vanno al combattimento i soldati russi, ecc. ecc. Strisciando davanti al governo e davanti alla borsa del denaro, i giornalisti si fanno in quattro per rinfocolare nel popolo l’odio contro la Cina. Ma il popolo cinese non ha mai e in nessun modo danneggiato il popolo russo; il popolo cinese soffre degli stessi mali per i quali langue il popolo russo: un governo asiatico, che estorce tributi ai contadini affamati e soffoca con la forza delle armi qualsiasi anelito di libertà, e il giogo del capitale, che è penetrato anche nel Regno di Mezzo.

La classe operaia russa comincia a liberarsi dall’abbrutimento politico e dall’ignoranza in cui vive la massa del popolo. Su tutti gli operai coscienti incombe perciò un dovere: insorgere con tutte le forze contro coloro che rinfocolano l’odio nazionale e distraggono l’attenzione del popolo lavoratore dai suoi veri nemici. La politica del governo dello zar in Cina è una politica brigantesca, che rovina ancor di più il popolo, ancor di più lo corrompe e opprime. Il governo dello zar non solo tiene il nostro popolo in schiavitù; lo manda a reprimere altri popoli che insorgono contro la propria schiavitù (come avvenne nel 1849, quando le truppe russe soffocarono la rivoluzione in Ungheria). Non solo aiuta i capitalisti russi a sfruttare i propri operai, non solo lega le mani agli operai perché non ardiscano unirsi e difendersi, ma manda i soldati a spogliare altri popoli negli interessi di un pugno di ricconi e di aristocratici. Per liberarsi dal nuovo fardello che la guerra addossa al popolo lavoratore non c’è che un mezzo: convocare un’assemblea di rappresentanti del popolo che ponga fine al dispotismo del governo e lo costringa a tener conto di interessi che non siano quelli della sola camarilla di corte.
 
 

Mosca, gennaio 1922
Primo Congresso dei Comunisti e delle Organizzazioni Rivoluzionarie dell’Estremo Oriente
Tesi sui compiti dei Comunisti in Estremo Oriente
 
 

I

La conferenza di Washington, che ha dato luogo all’inconsistente patto a quattro in Estremo Oriente, ha chiaramente dimostrato che il problema dell’Estremo Oriente è divenuto oggi un importantissimo punto cruciale della politica imperialistica mondiale. Gli enormi tesori di materie prime e le scorte di mano d’opera nella popolosa Cina, le naturali ricchezze dell’Estremo Oriente russo e della Siberia, della Corea e della Mongolia, tutto ciò è un ghiotto boccone per l’imperialismo mondiale che non riesce più a ristabilire l’equilibrio del sistema capitalista di un tempo e conta di trovare qui i mercati per i suoi articoli e per i suoi capitali. I pirati capitalisti sperano che la spartizione della Cina in sfere d’influenza accolta dalla conferenza di Washington possa attenuare la crisi di sovraproduzione americana e giapponese causata dallo sviluppo sproporzionatamente rapido del capitalismo in questi paesi durante la guerra, e aiutare gli imperialisti europei a trovare una via d’uscita dall’ingarbugliata situazione nella quale essi sono incorsi per propria colpa. Adempiendo alle decisioni della conferenza di Washington il Giappone ha iniziato l’avanzata brigantesca contro la repubblica dell’Estremo Oriente rivelando così nel modo, più cinico che il colpo premeditato a Washington è diretto anche contro le masse lavoratrici oppresse dell’Estremo Oriente e al tempo stesso contro la grande repubblica sovietica dei lavoratori

Di qualunque genere possano essere i calcoli dei pirati internazionali, non v’è alcun dubbio che essi falliranno il colpo quando urteranno contro la resistenza delle masse operaie e contadine tutti i paesi dell’Estremo Oriente. E appunto per questo è adesso più necessario che mai che gli operai e i contadini di ogni paese si rendano chiaramente conto del vero stato di cose e dei compiti che stanno loro dinnanzi sulla via del movimento rivoluzionario.

II

Di tutti i paesi dell’Estremo Oriente soltanto il Giappone è a uno stadio di capitalismo avanzato. La Cina non ha ancora compiuto il passaggio definitivo dal feudalesimo militare-burocratico che si appoggia sull’economia rurale seminaturale e patriarcale al capitalismo industriale e, nonostante una serie di insurrezioni rivoluzionarie più remote, è frantumata dai venali tutschun che operano per compiacere i conquistatori capitalisti, seguendone le istruzioni. L’imperialismo giapponese ha fatto della terra agricola di Corea una sua colonia ed applica una propria politica coloniale sostenuto da una parte dell’aristocrazia coreana e dai burocrati. Le forze imperialiste d’Europa, d’America e del Giappone approfittano della debolezza e dell’arretratezza di questi paesi per reprimere brutalmente ogni tentativo di liberazione nazionale da parte delle masse popolari. Così stando le cose, primissimo compito dei partiti comunisti del Giappone, della Cina e della Corea è quello di impegnare una lotta logica e decisiva per liberare la Cina e la Corea dalla schiavitù coloniale. Soprattutto è dovere dei proletari giapponesi, in quanto costituiscono la parte più progredita e maggiormente dotata di coscienza di classe del proletariato dell’Estremo Oriente, di smascherare la politica banditesca dell’imperialismo giapponese e di combattere contro di esso una battaglia di vita o di morte. «Il nemico è in casa», il colpo mortale dovrà essergli inferto dal proletariato giapponese.

I comunisti dovranno spiegare alle masse lavoratrici e contadine giapponesi che la politica di brigantaggio dell’imperialismo giapponese in Cina e in Corea tiene tutto l’Estremo Oriente sotto la costante minaccia di una guerra mondiale, rendendo impossibile la convivenza pacifica e normali rapporti economici tra i popoli dell’Estremo Oriente, a tutto vantaggio di una minuscola cricca di militaristi e di affaristi della borghesia del tempo di guerra (Narekine)

In un primo tempo il movimento rivoluzionario in Cina e in Corea dovrà inevitabilmente avere il carattere di un moto nazional-rivoluzionario. Ne consegue chiaramente l’assoluta necessità della lotta tanto contro la schiavitù coloniale quanto anche contro tutti i residui dell’oppressione feudale che vi contribuisce. Appoggiando ogni movimento rivoluzionario nazionalistico in Cina e in Corea, i comunisti dovranno nel tempo stesso criticare e smascherare nella maniera più spietata le esitazioni e la doppiezza degli elementi liberal borghesi i quali, chi più chi meno, tendono a far affari coi gruppi imperialisti della concorrenza a scapito delle masse lavoratrici. Grazie a una lotta senza quartiere contro l’imperialismo, sulla base delle organizzazioni di classe e della politicizzazione in senso comunista dei lavoratori e delle masse rurali semiproletarie, e grazie alla battaglia per l’unione del movimento nazionalista rivoluzionario in Estremo Oriente con la lotta internazionale del proletariato, i partiti comunisti dovranno conquistare dalla loro le masse lavoratrici ed assumere via via, grazie a un ostinato lavoro, la posizione di reparti d’avanguardia del movimento nazional-rivoluzionario.

III

D’altra parte i partiti comunisti del Giappone, della Cina e della Corea non devono perdere d’occhio un solo istante i compiti di classe che si pongono al proletariato di ciascuno di paesi. Al contrario, soltanto per mezzo dell’organizzazione di massa ciascuno sotto la propria bandiera, sulla base dei propri interessi vitali, saranno in grado di diventare una forza rivoluzionaria indipendente. La lotta rivoluzionaria per il miglioramento economico della condizione della classe operaia, per la protezione dei lavoratori e la legislazione del lavoro, la lotta per la libertà di associazione della classe lavoratrice, per i consigli di fabbrica e il controllo dei lavoratori sulla produzione, dovrà servire all’educazione di classe e all’unione delle masse proletarie.

Nel Giappone capitalisticamente sviluppato la costituzione di una associazione sindacale solida, numerosa e unita è la premessa per spingere le masse proletarie alla lotta rivoluzionaria per la difesa dei propri interessi. Soltanto collegandosi alle masse, sulla base della lotta per le esigenze quotidiane, potrà riuscire alla minoranza comunista di radunare intorno a sé tutti gli strati della classe dei lavoratori. In Cina e in Corea, dove il grande capitalismo non ha ancora potuto radicarsi in profondità, i comunisti dovranno tendere con ogni energia a egemonizzare il movimento operaio nei centri industriali, ma dovranno nello stesso tempo volgere la massima attenzione alle unioni degli imprenditori delle piccole fabbriche che si trovano in tali centri (ghilde), aiutandole nella lotta contro le forme di sfruttamento caratteristiche dell’epoca dell’accumulazione primitiva e cercando di mettere in stretto contatto i migliori esponenti proletari di queste con le organizzazioni già esistenti di pretto stampo proletario. Senza voler calcolare per il prossimo futuro sulla possibilità dell’immediata conquista del potere da parte del proletariato e delle masse rurali semiproletarie di Giappone, Cina e Corea, i comunisti dovranno però svolgere un lavoro preparatorio e far propaganda sui soviet come unici e soli strumenti capaci di riportare una definitiva vittoria sul giogo del capitale e dell’imperialismo nella loro qualità di organi della lotta rivoluzionaria di massa. Mentre in Cina e in Corea una rivoluzione nazional-democratica costituisce la prossima tappa del movimento rivoluzionario, in Giappone, dove la cricca imperante dei militaristi, dei generali e dei finanzieri si oppone decisamente persino all’introduzione del suffragio universale e reprime il nuovo movimento dei lavoratori con mezzi terroristici, la lotta per una completa democratizzazione dell’ordinamento politico dovrà diventare il futuro scopo della lotta per la conquista del potere politico da parte del proletariato.

L’egemonia del proletariato su tutto il movimento rivoluzionario e più ancora la dittatura del proletariato sono impossibili a meno che il proletariato riesca a far schierare dalla sua parte le masse contadine che gemono sotto l’oppressione dei latifondisti, dei guerrafondai e dei burocrati, barbaramente sfruttate dal capitalismo. In paesi a economia rurale prevalentemente primitiva o a debole livello industriale — come è il caso della massima parte dell’Estremo Oriente — un vasto movimento rivoluzionario è pensabile soltanto con la premessa di una stretta alleanza fra operai e contadini, alleanza in cui la classe operaia sia chiamata a sostenere un ruolo di guida. Persino in Giappone, nel paese del capitalismo sviluppato, il peso specifico dell’economia contadina è notevole: in Giappone i piccoli fittavoli, i salariati a mezzo tempo, già si sforzano di unirsi alla classe lavoratrice per mezzo delle loro associazioni, che si prefiggono la lotta contro gli schiavistici canoni di affittanza. In Cina la lotta contro l’anarchia feudale vigente, per un governo unitario nazional-democratico «a buon prezzo» e l’imposta unitaria sull’entrata progressiva (a condizione di liberare la poverissima popolazione agricola dall’onere delle tasse) dovrà allineare la popolazione dei villaggi con le file dei lavoratori. In Corea la battaglia per la liberazione dall’oppressione coloniale è al tempo stesso anche la lotta dei contadini coreani. Espropriazione delle proprietà detenute dai privati e dei possedimenti terrieri della lega colonialista giapponese, questa deve diventare in Cina e in Corea la parola d’ordine dei partiti comunisti, mentre in Giappone si deve chiedere la nazionalizzazione della proprietà terriera a condizione che lo Stato la trasmetta in usufrutto ai contadini che la lavorano col sudore della fronte.

La costituzione di associazioni sindacali e cooperative a carattere semiproletario-contadino che abbiano per programma la protezione dei piccoli produttori contro lo sfruttamento del capitalismo commerciale o usurario e del latifondo dovrà senza eccezione effettuarsi ovunque se ne offra la possibilità. In Cina, dove la maggioranza dei contadini vive ancora influenzata dal mito della stirpe e della comunità, i comunisti, valendosi contemporaneamente della penetrazione della più moderna tecnica agricola e delle usanze tradizionali delle collettività, dovranno specialmente tendere ogni energia a che le masse contadine siano portate sulla via della costituzione di cooperative, spianando in tal modo il terreno anche sotto questo riguardo per l’alleanza fra operai e contadini.

Sebbene nelle attuali circostanze internazionali la suddivisione del programma dei partiti comunisti in programma massimo e programma minimo abbia soltanto un significato limitato, tale suddivisione dovrà in avvenire essere ritenuta valida soltanto per i paesi dell’Estremo Oriente, in quanto la prossima tappa dello sviluppo in questi paesi è la rivoluzione democratica e l’organizzazione autonoma di classe del proletariato, sia in campo politico sia in campo economico.

Der Erste Kongress der Kommunistischen und Revolutionären Organisationen des Fernen Ostens. Moskau, Januar 1922, Hamburg 1922.
 
 

Risoluzione del I Plenum della Terza Internazionale
sulla questione orientale
(4 marzo 1922)

1. In ragione della grande importanza dei movimenti nazionali rivoluzionari che si stanno costantemente sviluppando nei paesi coloniali del Vicino Oriente e in Asia centrale, e specialmente in Egitto e in India, la sessione plenaria dell’Esecutivo propone a tutti i partiti dei paesi che hanno legami con queste regioni di organizzare una campagna sistematica sulla stampa, in parlamento e fra le masse per la liberazione delle colonie. In particolare il Partito comunista inglese dovrebbe dare inizio ad un’azione ben organizzata e di lungo respiro per sostenere il movimento rivoluzionario in India e in Egitto.

2. I tre partiti che hanno più stretti legami con l’Africa settentrionale, l’Asia Minore e l’India, cioè i partiti comunisti francese, italiano e inglese, dovrebbero seguire l’esempio del Partito comunista francese e istituire una speciale commissione coloniale del Comitato centrale, con il compito di assicurare un’informazione regolare sui problemi coloniali, di stabilire un regolare contatto con le organizzazioni rivoluzionarie dei paesi coloniali e di rendere questo contatto praticamente operante. La Federazione comunista balcanica si incarica di occuparsi dell’organizzazione del movimento comunista in Turchia.

3. Il Comitato esecutivo propone a tutti i partiti di usufruire di ogni possibilità di pubblicare materiale comunista nelle lingue delle colonie e di stabilire in tal modo un più stretto contatto con le masse coloniali oppresse.

(Internationale Presse Korrespondenz, 1° aprile 1922).
 
 

Prometeo, n. 1, 1950, Serie II.
Corea è il Mondo

Non occorrevano quattro mesi, alla critica marxista, per ricondurre la guerra in Corea alle sue proporzioni reali, a fissarla nella sua cornice storica. Non era un episodio contingente o locale, un caso, un deprecabile incidente: era una fra le tante, e certo fra le più virulente manifestazioni di un conflitto imperialistico che non ha paralleli né meridiani, ma si svolge sul teatro di tutto il mondo, nei limiti di tempo internazionali dell’imperialismo. I suoi protagonisti non erano né i coreani del nord rivendicatori di un’unità nazionale spezzata, né i coreani del sud araldi di un diritto e di una giustizia violati; ma le milizie inconsce e l’ufficialità prezzolata dei due grandi centri mondiali del capitalismo, entrambi protesi per un’ineluttabile spinta interna verso il precipizio della guerra. Non in palio erano la libertà, il socialismo, il progresso, e le mille ideologie in lettera maiuscola di cui è cosparso come di tante croci il cammino della società borghese, ma i rapporti di forza e le condizioni di sopravvivenza dei due massimi sistemi economici e politici del capitalismo, America e Russia.

E non aveva senso porre la questione, cara agli azzeccagarbugli di tutte le guerre, di chi fosse l’aggredito e chi l’aggressore, poichè aggressivo è sempre l’imperialismo e, come è vero che la pedina russa è stata la prima a varcare un ridicolo e assurdo parallelo (espressione anch’esso di particolare fase dei rapporti di forza fra i due imperialismi), così è vero che su scala mondiale la più violenta forza di espansione e di aggressione, poco importa se tradotta in armi o in dollari o in scatolette di carne conservata, è quella che cova nelle viscere del gigantesco apparato produttivo degli Stati Uniti. Ma su un piccolo spazio si condensava, stringendo i tempi, tutto l’arroventato potenziale esplosivo di un contrasto mondiale, e più che in qualsiasi precedente episodio di guerre localizzate si proiettavano come su uno schermo tragico le forme che questo contrasto è destinato necessariamente ad assumere in tutto il mondo — lo spregiudicato sfruttamento da parte americana di macchine e ordigni di guerra, di lavoro accumulato, di capitale costante; l’altrettanto spregiudicato impiego di carne umana, di lavoro vivo, di capitale variabile (se così si potessero volgarizzare in termini di economia marxista le manifestazioni esterne del conflitto) da parte russa. E’ insieme, questa particolarità, valida soprattutto per i paesi asiatici: che la spinta russa — vòlta assai più a premunirsi dalla marcia incalzante del dollaro, che ad aprirsene una propria — si aggrappa ad un sottosuolo sociale in fermento, alla possibilità di far leva su stratificazioni borghesi insofferenti delle ultime sopravvivenze del passato, su ceti contadini in illusoria fame di terre, su masse proletarie sfruttate ed illuse (non per nulla lo stalinismo ha lì bandito la famosa tattica del «blocco delle quattro classi»), mentre la spinta americana non ha a suo sostegno che la gigantesca armatura del suo apparato produttivo dilatato fino ai limiti dell’inverosimile. Ancora una volta, la guerra portava all’esasperazione lo sfruttamento economico e politico delle masse lavoratrici, l’opera di spietata distruzione di beni e di forza-lavoro che è l’appannaggio storico inevitabile del capitalismo.

* * *

Non era guerra in Corea, ma guerra nel mondo. E la «pace», la fine ormai prossima del conflitto col tradizionale abbandono delle forze lanciate nel massacro dal padrone strapotente e la loro parziale riutilizzazione in fasi successive in rinnovati esperimenti partigiani — che sarà un altro modo di continuare la guerra vera oltre le finzioni di una pace illusoria — ha subito riaperto lo scenario di nuovi conflitti: e l’Indocina sembra essere, fin da oggi, l’anello immediatamente successivo del conflitto palese. La macina dell’imperialismo non ha soste.

E, come non ha soste nel tempo, non ha soluzioni di continuità nello spazio e nelle sue manifestazioni morbose. Chi può dire che la guerra sia più in Estremo Oriente o più in Europa, dove, di qua come di là dalla barricata, il sudore dei proletari è sfruttato, come ieri alla ricostruzione, oggi all’epilogo storico necessario della ricostruzione cioè alla preparazione di armi di guerra? Dove lo Stato non stringe, non certo per virtù o capacità proprie, ma sotto la pressione costante del dominatore internazionale, sia esso la America o la Russia, le maglie del suo apparato di repressione, di intervento economico, di accentramento e, insomma, di guerra? Dove partiti e organizzazioni cosiddette di massa non hanno, apertamente, altro contenuto e motivo di lotta che la mobilitazione senza cartolina precetto di carne proletaria da cannone per questo o quel dominatore imperialistico? Dove all’antica formula «burro o cannoni», si lancia apertamente il grido «pane e cannoni», cioè armi e, se possibile, solo pane? Dove insomma tutto è schieramento di guerra e di difesa del regime internazionale di sfruttamento del proletariato, partiti democratici di governo e partiti democratici di opposizione, associazioni padronali e sindacali, organizzazioni di massa legate alla parrocchia nera o alle mille sottoparrocchie « rosse »?

Corea è tutto il mondo; coreani i proletari di tutti i paesi, vittime predestinate del terzo macello. Il capitalismo che li divide in barricate opposte, li unifica involontariamente, per la logica stessa del suo sviluppo, in un comune destino. Per la critica marxista, l’imperialismo è la traduzione in forma spettacolare e violenta della crisi permanente di una società in putrefazione: la sua terribilità, la gigantesca spietatezza della sua marcia, non velano ai suoi occhi la realtà che i gazzettieri, i teorici, i sacerdoti laici e religiosi della società capitalistica hanno lo stesso interesse a nascondere dietro le cortine di fumo della stampa o dei cannoni — la realtà che l’imperialismo, come porta alla sua massima esasperazione e tensione le manifestazioni di violenza, di arroganza, di oppressione del modo di produzione borghese, così porta e porterà sempre più al vertice i suoi contrasti interni, le ragioni obiettive del suo disfacimento, la capacità d’urto delle forze soggettive che, nate dal suo grembo, saranno chiamate a di struggerlo. Se la guerra trova la sua base di partenza nella sconfitta della classe operaia, se le imprese dell’imperialismo trovano la strada segnata dalla parabola discendente della rivoluzione internazionale, nella sua dinamica sono contenute le ragioni della ripresa rivoluzionaria del proletariato.

La bomba atomica potrà essere o non essere usata dall’imperialismo, come strumento tecnico di guerra; quella che l’imperialismo non potrà evitare di tirarsi addosso, per quanto grande possa apparire e sia oggi la sua strapotenza, è l’atomica della rivoluzione internazionale ed internazionalista della classe operaia.
 
 

Battaglia Comunista, n. 9, 1951
Asia amara

Una furibonda rissa è scoppiata negli Stati Uniti e si è conclusa con la destituzione di Mac Arthur. Oggetto della disputa era il problema: la guerra la dobbiamo cominciare da Occidente o da Oriente? E poiché i filo-orientali sono stati sconfitti, noi occidentali sappiamo che cosa ormai ci aspetta. Non si possono nutrire dubbi sulla natura delle preoccupazioni americane causate dalla strategia sovietica. Per i primi, non si tratta affatto di limitare la guerra o evitare il conflitto, ma semplicemente di non imbarcarsi anzitempo in un’avventura che li invischierebbe come già capitò a suo tempo al Giappone in Cina, mentre i russi starebbero a guardare.

Per gli uni e per gli altri, in ogni caso, il problema non è quello della pacificazione, ma quello di fregare l’ex-amico per mezzo delle forze vassalle e controllate.

Ecco perché è diventato di attualità il problema del trattato di pace col Giappone, ecco perché gli americani parlano di riarmare i “musi gialli”, sudcoreani o nipponici sebbene, all’epoca della stipulazione dell’armistizio in Estremo Oriente, si fosse provveduto a inserire nella costituzione di quei popoli la clausola che la guerra era proibita. Ma già, come sempre da quando il capitalismo è capitalismo, la guerra che si vuoi proibire è quella dell’avversario, mentre la propria è santa e benefica.

Per ritornare all’affare cinese, va osservato che il gioco della Russia, da quando ha potuto disporre della pedina Mao-Tsè, è consistito nel fare il possibile per attirare gli yankee nella lotta con i popoli d’Asia per lasciarli poi tutti nelle peste. La Russia non ha mai nutrito seriamente l’intenzione di intervenire in Asia per sostituirsi ai bianchi d’Occidente o per cacciare gli americani dalla terraferma. Al contrario, quando la sorte delle divisioni americane in Corea era stata messa in forse dal crollo delle retrovie, i russi si guardarono bene dal farsi avanti e trattennero anche i cinesi, sebbene allora sarebbe bastato un piccolo sforzo per ributtare in mare gli eserciti di Mac Arthur. Quando questi, invece, ricominciarono ad avere la prevalenza, i russi spinsero i cinesi nella fornace. In tal modo la decisione venne evitata, il dissanguamento continuò, e l’opera di logoramento riprese vigore. Per i russi, le centinaia di migliaia di morti cinesi non hanno nessuna importanza: quello che conta è creare costanti preoccupazioni all’imperialismo rivale. A sua volta, questo se ne infischia ancor più dei mucchi di cadaveri gialli e tutto quello che lo assilla è di trovare altre divisioni di colore che si facciano uccidere al posto delle sue.

Ecco perché il contrasto fra Mac Arthur e Washington è nato sul problema della creazione di nuove unità militari sud-coreane e sulla difesa del Giappone. Ecco perché Washington strilla che non vuole “estendere il conflitto”. Al Pentagono non si intende seguire l’ambizione personale di un vecchio generale, rincitrullito al punto da scagliarsi come il toro contro la banderilla rossa che gli espada del Cremlino gli fanno sventolare davanti.

In America si sa che, quando mettessero un piede avanti in Cina, i russi si guarderebbero bene dall’esaurire le loro forze aiutando fattivamente i cinesi e si contenterebbero invece di osservare come la morte di cento gialli sia necessaria per uccidere un soldato americano.

Tutto il problema è qui. Gli uni e gli altri non solo non vogliono la pace, ma la considerano una sciagura. Quanto desiderano è che la guerra la faccia l’avversario, e che le proprie forze vengano risparmiate per uno scontro risolutivo che si annuncia altrove e per il quale americani e russi si preparano con lena indefessa.

Il chiasso che si è successivamente fatto in America intorno a Mac Arthur non ha in fondo altra spiegazione, che il gioco delle varie camarille preoccupate di assicurarsi le migliori premesse in vista delle elezioni. Repubblicani e democratici non si differenziano nella politica internazionale, ambedue i partiti saranno sempre d’accordo quando si tratterà di spingere le masse americane ad ammazzare e a farsi ammazzare per la conquista della democrazia.
 
 

Battaglia Comunista, n. 10, 1951
Considerazioni sulla guerra in Corea

“I cinesi vengono avanti a plotoni affiancati, protetti solo dal fuoco dei mortai e provvisti, di armamento leggero: il fucile (...) I veterani americani dichiarano che mai, nella scorsa guerra mondiale, hanno avuto occasione di sparare su masse umane così folte (...) Sebbene la Russia ispiri questa offensiva essa ha ritirato l’aviazione dal fronte dimostrando così la propria intenzione di evitare complicazioni internazionali”.

Questo e quanto scrivano i corrispondenti di guerra della stampa internazionale, dislocati in Corea. Questo conferma la esattezza della nostra analisi pubblicata sul numero precedente e ribadisce la verità delle nostre accuse.

I russi non vogliono essere coinvolti nel conflitto asiatico ma vi vogliono coinvolgere americani e cinesi, I cinesi sono spinti al massacro con la brutalità più cruda, praticamente sprovvisti di armamento e col solo compito di avanzare a prezzo di fiumi di sangue.

Americani e alleati trucidano senza scrupoli, con i mezzi più perfezionati le masse inviate sotto la bocca dei loro cannoni. E poiché in tale situazione qualche nucleo si infiltra anche nelle retrovie il massacro viene esteso alle popolazioni civili, completamente abbandonate e in balia degli orrori della guerra.

Gli osservatori ufficiali spediti sul posto da tutto il resto del mondo, i corrispondenti dei giornali borghesi, profumatissimamente pagati, descrivono compiaciuti l’efficacia delle nuove armi e la potenza distruttrice delle bombe al napalm. Gli inviati dei giornali comunisti cianciano di libertà, di difesa della patria, di eroismo traducendo e adattando i pezzi migliori già scritti in simili occasioni dai vari Appelius e Gobbels del fascismo.

E il capitalismo americano e internazionale accumula ordinazioni militari – quattro miliardi di dollari al mese – e ingrassa sui cadaveri come i corvi e gli sparvieri.

Il proletario mondiale rabbrividisce dallo spavento, non capisce ancora da dove viene il vero pericolo e tutto quello che si consente è di sperare di non fare la fine dei cinesi.

Noi come tutti i veri marxisti esortiamo: fuori alle trincee, il nemico non è mai il soldato che ti sta di fronte, ma il tuo ufficiale, sia russo o americano.
 
 

Battaglia Comunista, n. 14, 1951
Una pace che è ancor più cinica della guerra

Il mondo dell’imperialismo ha dunque di colpo, messo giudizio? Alla follia è successo il rinsavimento, al cinismo del ferro e del fuoco il candore dei ramoscelli d’olivo? L’aggressore, che le due centrali propagandistiche dell’imperialismo definiscono in senso opposto, essendo per l’una quello che è l’”aggredito” per l’altra, è stato dunque ricondotto a più miti consigli dalla potenza del “mondo libero” o dalla dimostrazione di “volontà di pace” dei popoli?

Niente di tutto questo. I parlamentari che si incontrano in questi giorni in terra di Corea scambiandosi sorrisi e cioccolata, non sono i portavoce di forze mondiali diverse oggi da quello che erano ieri; la pace che negoziano non è nulla di diverso dalla guerra che hanno condotta. Se mai questa loro pace è una ribadita e ancor più schiacciante conferma delle ragioni storiche della loro guerra. Se il massacro di un anno avesse tratto origine dalle idealità di cui si è rivestita, se fosse stata una lotta per la liberazione di questo o quel popolo o per la difesa di eterni principii, come potrebbe essere negoziata una pace che ristabilisce le condizioni di prima, che allegramente cancella e milioni di morti e distruzioni innumerevoli, e stende il pietoso velo “del nulla è mutato” sull’inferno della più cinica e balorda (se questi termini avessero ancora un senso) delle guerre moderne? Dove sono andati, per i due liberatori seduti al tavolo verde della tregua, i popoli coreani del nord e del sud, per la cui salvezza e salvaguardia avevano giurato di scendere in campo? Dove sono gli immortali e inconciliabili principii, le ragioni perenni di una lotta che avrebbe voluto assumere i caratteri sacrali della crociata redentrice? O che forse si dovrà pensare che è stato tutto uno scherzo, un incubo della fantasia, un pezzo di cronaca nera buttato là soltanto per esaltare i valori eterni della pace, la possibilità di una convivenza pacifica fra lupi?

Eh no. L’improvviso passaggio dell’assordante frastuono delle armi al silenzio vellutato delle conversazioni segrete, la gragnuola di lettere fra capi di Stato ieri nemici e ora proclamanti la propria inconcussa amicizia, dimostrano una cosa sola: che il mondo, ieri in guerra ed oggi in “pace”, non è che una povera pagliuzza nelle mani delle forze internazionali, economiche e politiche, che lo controllano. Non c’è nulla di reale al di fuori di questa constatazione terribile: la vita di ognuno, degli individui come dei popoli, è alla mercé di forze che fanno e disfanno, che ordinano e disdicono, secondo leggi che non sono “oscure”, che sono le leggi in piena luce della società capitalistica. La convivenza pacifica e la guerra si alternano integrandosi, la chiave che porta ad esse è nelle mani dei grandi centri mondiali dell’imperialismo. Con una variante necessaria: la convivenza pacifica non è sullo stesso piano del massacro: questa è la linea storica del capitalismo nella sua fase imperialistica, quella non è che un momento. La tregua in un punto del mondo è il preludio alla riapertura della guerra in un altro, dietro le ali della pace appena conclusa o in atto di concludersi si assiepano le baionette della preistoria dello imperialismo e gli aerei a reazione e le bombe segrete della sua maturità piena. Ci si concede un respiro per toglierci in futuro, anche la possibilità di respirare, ci si dà tregua per poterci chiedere domani l’assenza di ogni tregua, si ritorna ai colloqui amichevoli per accumulare il potenziale di contrasti e di conflitti e di rotture, che cova nelle viscere della società del profitto.

Tregua: è la parola giusta. Una pausa nel vortice di un’accumulazione di contrasti e di furibonde contese che trae dalla “pace” proprio l’alimento al suo affannoso cammino. Non è per retorica che, mentre annunciano le trattative di pace in Corea, gli “uomini di Stato” ribadiscono le ragioni del riarmo, dell’austerità, dell’economia di guerra. Almeno in questo, si può dargli credito: il cammino infernale dell’imperialismo non si arresta.

Il mondo proletario non volge gli occhi ansiosi e pieni di speranza ai parlamentari in kaki che si danno la mano al tavolo verde di una cittadina coreana. Non si attende da loro né da chi li manda nessuna liberazione, nessuna pace, nessun alleviamento al duro giogo della oppressione di classe. Li maledice oggi come in guerra; sulle loro braccia non vede che il mucchio di cadaveri proletari di cui pretendono seppellire perfino il ricordo. Odia la loro “pace” come la loro guerra; li inchioderà domani, insieme con i loro reggicoda, al palo di responsabilità, storiche e mondiali, di classe.

Non altro che questa può essere la risposta dei proletari al cinico annuncio che carri armati e aerei a velocità ultrasonica hanno cessato di seminare morte in Corea.
 
 

Battaglia Comunista, n. 15, 1951
Guerra e pace in Corea

Oggi la diplomazia del capitalismo internazionale è in movimento per riportare la “pace” in Corea, intendiamoci “pace” nel senso di un ritorno allo stato quo ante con intatti tutti i motivi di attrito che hanno portato al conflitto e che restano sempre attuali con in più e in meglio, per l’imperialismo s’intende, la devastazione di un intero paese e il massacro di milioni di proletari – Terra bruciata (l’eufemismo di uso corrente è “area depressa”) = investimenti di capitali = orgia di profitti: questa è la parola d’ordine del moderno imperialismo; sempreché il precipitare della situazione internazionale o nella terza guerra o nella rivoluzione proletaria non ne impedisca la traduzione sul piano pratico.

Ma questo è il calcolo conseguente “a posteriori” dell’imperialismo, su un determinato settore; molto più interessante si presenta per noi l’analizzare il perché si è arrivati al conflitto coreano, quali sono i motivi, in base a quali necessità gli imperialismi contendenti sono entrati in urto e perché proprio in Corea.

Chiave di volta per comprendere esattamente la situazione è l’importanza, data la sua posizione geografica, che la Corea ha nello schieramento strategico che i due blocchi hanno assunto in Estremo Oriente. Infatti la Corea si presenta come una testa di ponte protesa nel mar Giallo e può rappresentare, in mano all’imperialismo russo, una potente base militare rivolta contro il Giappone che, a sua volta, è una minaccia continua dell’imperialismo americano contro lo schieramento avversario. Quale dunque il calcolo delle “teste forti” del Cremlino, che d’altra parte si è frantumato per la contromanovra americana?

Da un lato col lanciare all’attacco i nord coreani scontavano la possibilità di una rapida occupazione di tutto il territorio, e il porre gli avversari di fronte al fatto compiuto di un governo fantoccio unitario, fedele a Mosca. Sotto un’altra prospettiva, anche questa favorevole, facendo passare sul piano politico la questione come una faccenda interna della Corea nel tentativo psicologico di porre gli Stati Uniti e per essi l’O.N.U. nell’impossibilità ti intervenire altrimenti mettendoli nella posizione giuridica di aggressori.

In altri termini si trattava per i Russi di avere a disposizione la Corea per costruirvi basi aeree, centri logistici di rifornimento, campi di addestramento, porti ecc. per un eventuale attacco contro il Giappone nel prossimo terzo conflitto.

Calcolo fallito, dicevamo, di fronte alla spregiudicatezza politica e alla strapotenza militare americana che, fregandosene della qualifica di aggressore, anzi ritorcendo, con gli stessi argomenti, l’accusa sui nordcoreani e per essi alla Russia, obbedendo a sua volta ad una necessità strategica e scartando in partenza il fatto che di fronte a un conflitto generalizzato era nell’impossibilità di mantenersi militarmente in Corea, tendeva a renderla inutilizzabile dal punto di vista strategico per il molto probabile occupante russo.

È perciò che lo sviluppo del conflitto si è svolto con un susseguirsi impressionante di avanzate e ritirate, che passavano sotto il rullo compressore degli opposti schieramenti tutta la penisola.

Manovra pienamente riuscita. La Corea è “terra di nessuno”. Il primo urto diretto si risolve in favore degli Stati Uniti e in quanto ai proletari massacrati e alle distruzioni avvenute, questo, per l’imperialismo significa solamente “vivere”.

Oggi si fa la “pace” perché la banda dei lupi imperialisti sente l’odore di un boccone più appetitoso nel Medio Oriente. Si profila all’orizzonte il petrolio persiano, altra fonte di attriti, di urti e di possibilità di giustificare il terzo conflitto internazionale.

Medio Oriente polveriera dell’Europa.
 
 

Battaglia Comunista, n. 15, 1951
La guerra rende

Mentre i negoziati in Corea battono il passo, sarà bene ricordare il colossale affare che quella guerra “limitata” ha costituito per l’economia statunitense.

Quando Roosevelt – come ricordava di recente un articolo di un giornale italiano a grande diffusione – dichiarò poco prima di morire che «il popolo americano non permetterà mai che in tempo di pace non vi sia la stessa prosperità che in tempo di guerra», la constatazione che era lecito ricavarne era duplice: che guerra è uguale (per il capitalismo) a prosperità, e che per continuare in tempo di pace la prosperità bisogna o costellare di guerra la pace o provvedere a lavorare per la guerra. Ora, la guerra di Corea, capitata proprio mentre l’economia americana cominciava a dar segni di stanchezza, ha avuto appunto la funzione di stimolare il meccanismo produttivo (e dicendo produttivo, vogliano dire essenzialmente produttivo di plusvalore). Dal 1949 al 1950, il valore della produzione americana sale da 256 a 280 miliardi di dollari (aumento effettivo, tenuto conto dell’aumento dei prezzi, del 7,5 %), il consumo privato risulta aumentato del 5 % olio, gli utili delle società per azioni salgono da trenta a quarantadue miliardi, con un aumento che è significativamente assai superiore, in percentuale, dell’aumento del valore della produzione nazionale.

Ora, la prospettiva di accordi anche solo limitati alla Corea ha provocato un’ondata di panico, che si è tradotta in un crollo dei titoli industriali nelle borse valori e in una forte diminuzione dei prezzi delle materie prime nelle borse merci. La lana scende a New York, fra il febbraio e la metà luglio 1951, da 442 cents la libbra a 251,5, la gomma a Londra da 65 pence per libbra a 42,6, lo stagno ancora a Londra da 1285 sterline per tonnellata lunga a 882,5. Il capitalismo, uno dei cui vanti era di realizzare un continuo e progressivo ribasso dei prezzi delle merci, trova invece il suo alimento solo nel loro aumento, si nutre della prospettiva ricorrente della guerra.

D’altra parte, neppure queste improvvise riduzioni devono trarre in inganno. Esse colpiscono i redditi medi e piccoli che, nel periodo bellico, erano corsi agli acquisti per timore di restare senza scorte e si sono esauriti in quest’affannosa e fittizia caccia alle merci; i grandi capitali, che, impinguatisi nel vendere a prezzi crescenti quello che avevano prodotto o comprato a prezzi bassi, hanno schiumato profitti supplementari a danno dei pesci piccoli, hanno ora l’opportunità di ricostituire in condizioni favorevoli scorte che smaltiranno nei periodi difficili di cui non hanno difficoltà a prevedere il ritorno.

Se quindi il “mercato” si dimostra preoccupato della caduta dei prezzi, state ben certi che i detentori delle leve fondamentali della produzione hanno mille ragioni per non sgomentarsi. Essi guadagnano dalla guerra come dagli alti e bassi di una situazione internazionale in cui gli accordi, le distensioni e le paci sono soltanto respiri necessari, inevitabili riassestamenti, nel quadro generale di una corsa alla prosperità, cioè al conflitto. Gli sbandamenti del mercato servono al grande capitale, oltre che per portare a termine operazioni immediatamente vantaggiose, per cementare intorno a sé l’appoggio e la solidarietà, del capitale piccolo e medio nella preparazione sempre più affannosa del massacro. Essi hanno bisogno di questo alimento: possono anche risparmiarsi di mettersi in mostra come profittatori del conflitto, quando sono certi di avere intorno a sé i cavalieri piccolo e medio-borghesi dello sciovinismo e del bellicismo.
 
 

Battaglia Comunista, n. 17, 1951
Non c’è pace ma solo un’apparente tregua d’armi
in regime capitalista

Non è una burletta, no, quella dell’armistizio lanciato, rientrato e lanciato ancora in Corea: è una riproduzione fotografica in formato piccolo della situazione generale ed internazionale del capitalismo.

Tutto il dopoguerra mondiale è stato un “armistizio”: non pace, neppure dal punto di vista giuridico, giacché, a differenza dai loro padri versagliesi, i vincitori della seconda guerra mondiale stanno ancora discutendo oggi, in pieno disaccordo, sulle clausole dei trattati da graziosamente concedere ai vinti. È stata una sospensione delle operazioni militari, con gli eserciti vittoriosi che rimanevano in loco se non sempre sul vecchio teatro delle operazioni, continuavano a spararsi addosso, a maggior gloria della definitiva liquidazione dei regimi bellicisti e della barbarie germanica o nipponica.

Kaesong è dunque solo un anello di una catena, certo brutale, ma non perciò il più significativo né il più grondante sangue. Su di esso si è concentrata l’attenzione del mondo, ma solo per distrarla da altri armistizi che si chiamano Germania, Giappone, Iran o da altri episodi di guerra guerreggiata che hanno cento nomi e diversi teatri di operazioni. Ma è un simbolo: nel regime capitalista non c’è pace, non é possibile concorrenza pacifica, c’è solo una apparente tregua d’armi.

Dietro le quinte della conferenza di Kaesong, fucili, cannoni ed aeroplani hanno continuato a sparare: e la faccia di bronzo dei negoziatori vuole che i negoziati si rompano col pretesto di incidenti bellici che non hanno mai cessato di verificarsi nel corso delle più sorridenti conversazioni. I negoziati riprenderanno, ma ciò non impedirà si continui il massacro locale soprattutto, che si sviluppi e si potenzi il meccanismo di massacri futuri. Potrà, ai “pacifisti” sembrare un successo la firma di clausole fra cinesi e americani sul 38° parallelo; ma, al coperto dei lunghi negoziati che l’avevano preceduta, e sempre ammesso che si concluda, il mondo avrà fatto un altro gigantesco passo avanti verso il macello. Si negozia in Corea; ma si sta trasformando in permanente, seppure in altre e più gesuitiche forme, l’occupazione militare americana del Giappone. Si restituisce lo autogoverno al governo nipponico: l’autogoverno è, nella moderna società capitalistica, non nelle mani dei fantocci che siedono al palazzo del ministero, ma sulle tolde delle portaerei galleggianti nei porti del Paese “libero”. Si “soffoca” un focolaio di incendi nella penisola Coreana: per spegnere quel focolaio si è affrettato di tre anni il riarmo non soltanto militare ma economico (che è assai più importante) del globo terrestre rieducato alla democrazia e alla pace. E, a consacrazione della beffa, si firma un solenne trattato di liquidazione del secondo conflitto mondiale.

Pace? Incontro fra i tre grandi? E sia; ma a ritmo vorticoso l’industria degli armamenti lavora, lavora come sempre su due fronti, fornendo all’avversario le stesse armi con le quali lo combatte; e, più la “pace” si avvicina, più questa pace ha il volto della guerra, in Germania come dappertutto. Ogni tanto, filtrano voci di processi sotterranei attraverso i quali i due vasi cosiddetti chiusi del blocco americano e russo dovrebbero divenire comunicanti: lo sono già molto più che la fittizia e propagandistica cortina di ferro lasci vedere: potrebbero divenirlo ancor maggiormente; ma le macchine non cesserebbero per questo di vomitar bombe e cannoni e, soprattutto, non cesserebbe per questo di vivere perenne nel grembo del capitalismo la ragione storica della divisione in blocchi contrastanti e in schieramenti di guerra.

Intanto, è la grande rivalutazione del “nemico”. Essa si svolge con una rapidità e inesorabilità di cui solo il capitalismo ultrasviluppato è capace; trasforma nemici di ieri in amici di oggi, fa di amici, nel giro di pochi anni, dei nemici e poi ancora degli amici (Iugoslavia, Spagna), sposta e modifica il peso delle alleanze e, soprattutto, avvolge sempre più in grandi reti continentali le nazioni del mondo.

Pace? Incontri fra grandi? E sia; ma dappertutto la classe operaia è imprigionata in gigantesche maglie di acciaio. Quando non vogliono armare totalmente il vinto, i vincitori cominciano col dargli una polizia molto più agguerrita e numerosa di quella che aveva prima di gettare la spugna nel conflitto militare. Anche questo è un simbolo.
 
 

Programma Comunista, n. 11, 1953
Il morto giace e il vivo si dà pace

È ormai quasi certo che, nel giro delle prossime settimane e forse giorni i due eserciti combattenti in Corea firmeranno l’armistizio, e vane saranno le proteste dei nazionalisti sud-coreani e degli “asiatisti” nord- americani.

Sarà così finita, come sempre finiscono – da una parte e dall’altra – una ennesima guerra di “liberazione”. Quasi tre anni di guerra, milioni di morti e di feriti, distruzioni immani, si concludono lasciando le cose al punto di prima... salvo i morti, i feriti, i senza casa, e salvo gli utili che nella spaventosa carneficina hanno fatto industriali, commercianti e Partiti politici dell’imperialismo di tutti i Paesi. I morti non possono più chiedersi perché mai sono morti; i vivi che hanno combattuto o sofferto possono alla domanda facilmente rispondere: “Abbiamo combattuto e sofferto per rimettere e mantenere in moto la macchina dell’economia capitalistica mondiale, per ravvivare la psicologia partigianesca delle crociate ideologiche, per non liberare nessuno e schiavizzare i più”.

La partita non era fra sud e nord Corea: era fra America e Russia, e si risolve in un contratto esclusivamente fra loro. Non interessi nazionali, non esigenze locali, stavano alle origini della guerra; non staranno neppure alla base della “pace” e l’altalena dei rapporti fra i due Grandi che decide del destino dei piccoli, i quali contano tanto meno quanto più si dà loro a credere di contar qualcosa. D’altra parte, l’occasione di fare a cannonate non si esaurisce certo sul 38° parallelo; il mondo ne è pieno, e non attende che la decisione dei Grandi per fornirne una.

L’indegna e cinica vicenda si sarà conclusa: e i vivi, almeno per ora, dimenticheranno. Ma al fondo del grande serbatoio in cui la storia accumula le ragioni della rivolta e della riscossa proletaria, nulla si perde, nulla si dimentica. Morti e vivi, entrambi illusi, saranno vendicati.
 
 

Programma Comunista, n. 15, 1953
In Corea - Dagli affari in guerra agli affari in pace

Pare (ma non è detta l’ultima parola, almeno per quanto riguarda le scaramucce che potrebbero anche avvenire – non è la prima volta – fra gli alleati di ieri) che la guerra in Corea sia finita. Tre anni di una guerra che, agli effetti degli obiettivi dichiarati, si proclama inutile, ma che ha pure risposto agli obiettivi sottaciuti, quelli di rianimare l’economia americana e di consentire fruttiferi investimenti bellici. È finita, evidentemente, perché gli utili non compensavano più le perdite.

Ciò non significa che la Corea abbia cessato di rappresentare un fertile campo d’investimento. La guerra rende, al capitalismo, al di la della sua durata: è una distruzione necessaria sia per smaltire prodotti giacenti, sia – e soprattutto – per riattivare un nuovo ciclo di produzione. Perciò Foster Dulles ha dichiarato che le truppe americane rimarranno in Corea per condurre a termine l’opera della... ricostruzione. Quello che potrebbe sembrare un paradosso è tuttavia la chiave del “progresso” capitalistico: si distrugge per ricostruire, si ricostruisce per riaprire sorgenti di profitto. Ricostruiscono gli stessi distruttori: benefattori due volte, liberatori due volte. La Corea, che ha avuto il sovrano beneficio di essere distrutta in nome della libertà, sarà nello stesso nome ricostruita.

Il meccanismo dell’operazione é chiaro: tutto il dopoguerra europeo lo illustra. In Germania e in Giappone le truppe “liberatrici” hanno continuato a soggiornare per rendere possibile la ricostruzione. Vi soggiornarono in parte per ragioni strategiche: vi soggiorneranno soprattutto per riservare ai vittoriosi un campo d’investimento ben difeso, un mercato di merci e di capitali, un settore cui riversare le elemosine materiali e i “beni dello spirito”, – un libero territorio di esercitazioni poliziesche contro la rivolta degli affamati. La Corea, uscita dalla guerra calda, entra nel girone della guerra fredda, altrimenti detta ricostruzione (e, s’intende, democratica). Sarà il regno delle scatolette, delle assistenze, dei traffico di sigarette americane, degli investimenti produttivi, un’appendice della colonia statunitense del Giappone. L’industria americana non ha perciò nulla da temere dalla cessazione delle ostilità. A parte l’incertezza di un armistizio le cui clausole sono state congegnate apposta per lasciare uno spiraglio a nuovi colpi di cannone, la “liberazione” della penisola, la sua “ricostruzione democratica”, chiederà alle macchine americane di girare ancora a pieno ritmo.

La generosità del capitalismo può essere infinita fino alla rivoluzione proletaria.