Partito Comunista Internazionale Indice - Numero precedente - Numero successivo
"COMUNISMO" n. 45 - dicembre 1998
Presentazione.
– LE CAUSE STORICHE DEL SEPARATISMO BASCO   [ - 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - ].
– MARXISMO E LEGGI DIFFERENZIALI    (continua dal numero scorso)     [ 1 - 2 - 3 ]
Teoria marxista della conoscenza:  «La vertà è rivoluzionario» - Mito e Materia.
– Appunti per la Storia della Sinistra: La Repubblica "catto-comunista" [ nn. 42 - 43 - 44 - 45 - 46 - 47 - 49 - 50 ].
Dall’Archivio della Sinistra:
     Strapotere dello Stato capitalista (da "Battaglia Comunista", luglio 1947).
     La realtà dell’emigrazione (da "Battaglia Comunista", aprile-giugno 1948).
 
 
 
 
 
 
 
 


Un altro anno si sta chiudendo; un altro anno di crisi capitalistica, di ampie, drammatiche lacerazioni nella trama della pax imperiale statunitense, che da un cinquantennio anchilosa il futuro dell’umanità. Questo numero della Rivista va in stampa mentre un ciclo ormai pluriennale di crisi ravvicinate e riprese sempre più faticose si trascina tra violente scosse e pause piene di minacce, travestite da finto ottimismo nelle magnifiche sorti e progressive.

La burrasca economico-finanziaria con epicentro all’estremo oriente è stata fermata nel suo progredire: riconosciamo che ancora il capitalismo internazionale ha gli strumenti, e la forza, per abbassare le sue febbri. Non per guarirne. Anzi, più oltre riesce a spostare i termini delle sue crisi, più violente esse si presentano nel successivo breve periodo. Ecco perché ora più che mai ogni sforzo della razionalità e del controllo delle borghesie è tanto ferocemente rivolto a due compiti fondamentali: tamponare i sempre più frequenti focolai di scontro politico e militare ed intervenire con tutti i meccanismi a disposizione perché non si estendano le crisi economiche, da aree regionali o nazionali ad incendi planetari. Ed in effetti quella durissima congiuntura è stata formalmente superata e, sia pure ripartendo da valori inferiori, il faro della finanza mondiale, Wall Street, ha ripreso a salire. Dichiarata in ripresa la disastrata finanza nipponica, affermato in fase di stabilizzazione il nodo economico dell’America Latina, mentre la tragedia economica e sociale della Russia continua sui conosciuti tormenti, azionisti e capitali hanno potuto tirare un sospiro di sollievo; la massa sterminata, incalcolabile, di lavoro morto e dei suoi schiavi non può tollerare pause nel suo folle circolare.

A seguire, sull’onda della ritrovata fiducia, la crisi internazionale delle Borse si è quindi stabilizzata, prima in un andamento fiacco e oscillante, poi nell’isterico scatto del rialzo. E non fa alcuna differenza se nemmeno una delle cause scatenanti è stata rimossa o sanata, se davvero alla radice tutto è rimasto esattamente come prima; la fiducia è risalita, i guadagni sono tornati. Tanto basta, nell’attesa della nuova crisi.

Non ha nessuna importanza risolvere i problemi, ed in ogni caso questo non è cosa che al capitalismo possa interessare davvero più di tanto; il cinismo disumano di oltre due secoli di vita e sviluppo senza freni hanno ben insegnato alla ragione borghese che soluzione definitiva e risolutiva non esiste, nonostante le chiacchiere dello stuolo sterminato di sicofanti e professori ultra pagati, che dall’alto di teorie ad hoc, di volta in volta spiegano tutti i perché e i percome e le relative ricette per assicurarsi il futuro. Per il Capitale conta nella sostanza solo il qui e adesso del profitto.

Vincitore oramai totale ed assoluto sul mondo intero, ridotto all’impotenza in questa tornata storica il suo storico mortale nemico, la conoscenza borghese ha perso ogni razionalità di scienza per l’uomo; e il suo divenire pare ormai sospendersi e ristagnare in una vischiosa caligine che non fa intravedere direzione alcuna, né soluzione a problemi e drammi, che si sovrappongono l’un l’altro e si avvolgono in nodo inestricabile, se non di guerre, sofferenze, miseria senza fine per la maggior parte dell’umanità.

Ed ecco che la Storia, agli occhi e all’intelletto di quanti cercano di scrutare oltre l’oggi secondo i paradigmi ormai in voga, gli unici che ammanniscono all’infessita umanità e che consentono loro una serena permanenza alla tavola dei ricchi, la Storia si riduce ad un infinito sovrapporsi di mirabolanti ordigni tecnici, il futuro Bene è solo atteso dalle balle dell’imbonimento "scientifico", il futuro Male, e interclassista punizione, nella imminente catastrofe vendicatrice di una natura violata e stravolta.

Ovvero, in un eterno divenire ciclico di democrazia e lotta ai nemici della democrazia, la Storia diventa una confusa teoria di accadimenti, accordi e compromessi, e guerre – si spera sempre da un’altra parte ed in un altro tempo – congressi di proprietari di schiavi, accordi fra Stati, ribellioni di disperati, golpe e offese ai sacri diritti dell’uomo, repressioni. A coronamento di tutto, guadagni e perdite.

Lampi illuminano la memoria. La guerra della Falkland, la guerra del Golfo, il trattato di Maastricht, il collasso dell’Unione Sovietica, la riunificazione della Germania. Ma il senso generale di tutto sfugge se non armati della dottrina, della certezza della scienza della Rivoluzione. I fatti spiegano solo i fatti e anche le teste più forti perdono, in tanta dovizia di cronaca, la chiave per comprendere, e spiegare cosa e come fare.

Noi comunisti non abbiamo nulla a che spartire con tutto questo. Per la nostra scuola esiste un senso chiaro, scientifico e definito, esiste un metodo ed un fine. Questa rivista, fintantoché saremo costretti dalla forza dell’avversario alla sola critica delle idee, vuol essere un’arma per quel fine.
 
 
 
 
 
 
 
 
 



LE CAUSE STORICHE DEL SEPARATISMO BASCO
 

[ - 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - ]
 
 
 

È fondamentale per la comprensione del fenomeno nazionalista nei paesi baschi derivare la sua traiettoria politica da quei fattori strutturali che, in definitiva, condizionano la sua evoluzione: dal carlismo, al foralismo, al nazionalismo, si inquadra in un contesto di accumulazione capitalistica e di rovina delle vecchie strutture socio-economiche. Se il carlismo fu la risposta del vecchio regime precapitalista e feudale all’irrompere del modo di produzione borghese nella sua versione ispanica, il foralismo-nazionalismo non fu altro che la risposta dei settori borghesi baschi emarginati da questa accumulazione, opposti da un lato alla poderosa oligarchia finanziario-industriale e, dall’altro, ad un combattivo proletariato confluito da quasi tutte le regioni della Spagna.

Come già abbiamo documentato, negli anni ’50 di questo secolo che muore i paesi baschi saranno travolti da una nuova ondata di industrializzazione e di immigrazione, a metà della quale, dalle viscere stesse del nazionalismo basco, sorgerà l’ETA.
 

EKIN-ETA: dalle origini alla Prima Assemblea

In un primo momento il gruppo EKIN ("Fare") non si scostò molto dall’ideologia della casa madre, il PNV, tanto che nel 1956 poté fondersi con la Gioventù Nazionalista (Eusko Gaztedi-EGI). Julen Madariaga, uno dei fondatori di EKIN-ETA, lo riconosce: «Abbiamo grande affinità ed immensa simpatia verso il partito per la semplice ragione che, nella breve storia della risurrezione della coscienza nazionale basca, il PNV, con i suoi difetti e i suoi alti e bassi, è stata la forza reale che più ha fatto per l’Euskadi».

Ciononostante i legami organici con il PNV presto si ruppero, per il modificarsi della situazione economica e politica nei paesi baschi e nel resto della Spagna, e nel 1958 si produsse la separazione definitiva. Prima di essa, nella ricerca di una ricomposizione, alcuni membri dell’EKIN si recarono a Parigi per consultare José Antonio Aguirre, presidente del governo basco in esilio, ma il tentativo non dette risultati. La motivazione, presentata superficialmente come di tipo generazionale, cioè come uno scontro fra "giovani", desiderosi di "fare" di più per Euskadi, e la "anchilosata" direzione del PNV, nascondeva la realtà dell’insoddisfazione di una parte considerevole della piccola borghesia basca, investita in pieno dal Piano di Stabilizzazione franchista. Così riassumeva la situazione di quel gruppo sociale, il più influente nel PNV, uno dei suoi massimi esponenti in esilio, Javier de Landàburu: «Dobbiamo dire tutta la verità: molti di questi stessi padroni baschi, che sono stati o sono patrioti nel profondo della loro coscienza, hanno acquisito dalla guerra civile una seconda natura, con la quale in questi anni stanno in intimo conflitto tutti i giorni.

Aborriscono il regime franchista perché la natura del sistema li ha obbligati a calcoli, sforzi, spese, immoralità, che non corrispondono agli usi tradizionali baschi dell’industria e del commercio (sic), però provano gratitudine verso quel regime che ne ha favorito l’audacia da contrabbandiere, il prevalere del più abile, mentre, allo stesso tempo, la legge penale gli evita gli scioperi degli operai».

Gli scissionisti dell’EGI (i componenti dell’EKIN più una serie di militanti delle gioventù nazionaliste che si erano uniti ad esso) dettero al loro gruppo il nuovo nome Euskadi ta Askatasuna-ETA, Paese Basco e Libertà. La nuova organizzazione, che tanta visibilità avrà nella futura vita politica basca e spagnola, sorse quindi del tutto esterna alla classe operaia, sia per ciò che corrisponde ai suoi problemi immediati sia rispetto i suoi interessi storici.

Le fondamenta teoriche della prima ETA differivano molto poco da quelle dal nazionalismo ufficiale-PNV e l’ideologia che la informò in questa prima fase fu principalmente quella di Sabino Arana e dei teorici del primo nazionalismo. L’ETA si distingueva nettamente dalla linea del nazionalismo ufficiale solo su due questioni: la prima, ma non si trattava di nulla di originale, era il rigetto del confessionalismo cattolico, che tanto aveva caratterizzato PNV e affini; la seconda era la messa in ombra del fattore razziale, che tanto piaceva agli aranisti puri, per sostituirlo con il fatto etnico, la cui base sarebbe costituita dalla lingua come elemento aggregante e determinante dell’idiosincrasia nazionale basca.

Perciò non sembrerà strano trovare nei documenti dell’ETA di quegli anni una ripetizione di tutta la mitologia e delle falsificazioni storiche fatte proprie dal nazionalismo (armonia sociale fra i baschi, inesistenza del feudalesimo nei paesi baschi, rimpianto dell’antico regno di Navarra come Stato indipendente basco, interpretazione delle guerre carliste come guerre nazionali basche, ecc.).

Inoltre, in questa prima fase l’ETA adotterà una linea politica non troppo in disaccordo con i fondamenti democratici-cristiani del PNV: per esempio lo Stato sarebbe: «l’organismo che si occupa della cura del tutto, per cui normalmente ha da difendere e proteggere il popolo nei suoi diritti e la maggioranza delle sue persone contro l’egoismo e il particolarismo di gruppi o classi privilegiate» (citato da J.M.Garmendia, Historia de ETA).

La sua scelta circa la formula della rappresentanza politica è in linea con la migliore tradizione aranista-dottrina sociale della Chiesa: «essendo la famiglia la prima delle nostre istituzioni, non solo sul terreno economico, ma anche in quello civile e politico, a parte altri aspetti di più alto livello che fanno della famiglia basca un baluardo del nostro sentimento spirituale, non deve stupire che la forma tradizionale del suffragio del nostro paese sia stata la famiglia, secondo la quale il diritto al voto è attribuito al Capo Famiglia. Nonostante il rispetto e l’ammirazione che sentiamo per tutte le nostre istituzioni tradizionali, crediamo che nelle circostanze attuali il suffragio più appropriato per il nostro popolo sia non quello tradizionale, cioè familiare, ma quello pieno o universale».

Salta agli occhi che l’ETA illude di conciliare il modo di vita proprio di una società contadina e arretrata, in fase di totale sparizione, con le "circostanze attuali", che non sono altro che i rapporti capitalistici di produzione e di scambio, presenti già ovunque nella realtà socio-economica basca. Prova di questa ambiguità, secondo la quale l’ETA pretende di adattare la realtà ai suoi postulati politici, quando sempre succede l’inverso, è il suo intento di mantenere tuttavia in vita entità che solo possono aver valore per i reazionari più impenitenti: «Forse si potrebbe mantenere il voto esclusivo del etxeke-jaun (letteralmente: signore della casa) nei piccoli paesi; però nelle città? Come suggerimento indicheremmo che il Partito Socialcristiano Belga, nel suo programma del ’45, era sostenitore, mantenendo il suffragio universale, della creazione di un Ministero della Famiglia che curerebbe la salvaguardia e la difesa degli interessi familiari nello stesso governo del paese».

In questa fase iniziale dell’ETA, precedente alla sua Prima assemblea, dimostrazione non equivoca della sua difesa della maggior parte dei postulati del nazionalismo classico nella loro versione più genuina, cioè apertamente e chiaramente reazionari, sarà l’atteggiamento nei confronti della immigrazione e del comunismo. Il fenomeno immigratorio sarà visto come una invasione straniera motivata da ragioni politiche e di assimilazione etnica: «Solamente a Bilbao stanno arrivando ogni mese più di mille stranieri. Questa invasione spagnola, secondo un piano del governo, è una manovra organizzata, culla di spagnolismo e di assimilazione» (Editoriale di "Zutik", organo dell’ETA). Sebbene più tardi riconoscano che: «queste povere genti cercano un vivere migliore di quello che in Spagna possono trovare», in altro documento apparso a quell’epoca dichiarano senza alcuna ambiguità che l’unica cosa che importa realmente è il miglior funzionamento dell’industria basca, da aversi, se possibile, senza "contaminazione etnica": «le difficoltà economiche forse potranno essere smussate con l’automazione del lavoro, una delle soluzioni dell’avvenire a termine relativamente breve. Questo farebbe sì che la manodopera, specialmente la non specializzata, cederebbe il passo alle macchine, e, giacché la maggior parte degli immigrati sono inquadrati in quelle categorie, il loro afflusso nel nostro paese sarebbe non necessario» (citato da J.Bereciartu, Ideologìa y estrategia polìtica de Eta. Con queste premesse, sarà l’atteggiamento che adotteranno i lavoratori immigrati verso il nazionalismo basco che determinerà se saranno considerati dall’ETA amici o menici: «Riconosceremo i loro diritti solo agli immigrati che riconosceranno i nostri».

Dopo la guerra civile, e a seguito della collaborazione antiproletaria prestata dal PSOE nel governo basco, l’atteggiamento del nazionalismo di fronte al PSOE era cambiato notevolmente, e le invettive, soprattutto dall’interno del PNV, si dirigevano ora contro il comunismo in generale. Non deve dimenticarsi che allora il PNV cercava di mantenere buone relazioni con gli USA, e questi a loro volta, secondo Francisco Letamendìa nella sua Breve Historia de Euskadi, pretendevano, tramite la CIA, di controllare il movimento nazionalista basco. Senza dubbio la posizione dell’ETA circa il "comunismo" si mostrava oscillante fra attrazione e repulsione. A differenza del PNV, dichiaratamente anticomunista, la direzione dell’ETA si dimostrava interessata a studiare ciò che si andava spacciando come "marxismo", tanto che nel 1962 pubblicherà un "Quaderno di formazione" dedicato al "Marxismo". Una delle sue conclusioni è che «Il pericolo del marxismo consiste nel presentare una visione completa, sebbene falsa, della vita. Approfittando del cumulo di ingiustizie sociali che ha provocato e mantiene il capitalismo, presenta una dottrina che promette un futuro paradisiaco per il proletariato e in generale per tutta l’umanità, epoca nella quale non esisteranno differenze di classe». Come si vede, il fondamento della critica dell’ETA al comunismo non è altro che quello formulato alla fine del secolo da Arana contro il socialismo, quando lo difeniva disgrazia provocata dal capitalismo e dalle sue ingiustizie.

Parallelamente a questa prima fase di riarmo dottrinale a base dei nutrienti testi dell’aranismo, l’ETA decide di passare all’azione, che in un primo momento adotterà forme strettamente propagandistiche. Per contro, poco dopo, nel 1961, la sua prima azione violenta, con riverbero di grande portata, è il tentativo di far deragliare un treno di ex- combattenti fascisti che si dirigevano a San Sebastian per celebrare il 18 Luglio. Questa azione, che fallì, provocò una brutale repressione da parte del regime franchista e la fuga in Francia, dopo permanenza in carcere, dei principali dirigenti dell’ETA.

Salvo l’episodio del treno e altre azioni di carattere più simbolico che effettivo, l’ETA va a sviluppare in questo periodo un lavoro di propaganda e prevalentemente di studio, però mancando sempre di un quadro ideologico pienamente consolidato e di una propria strategia coerente con le sue aspirazioni. È la Prima assemblea, celebrata nella primavera del 1962, dopo gli imprigionamenti e la repressione che seguì al fallito attentato contro il treno dei fascisti, che avrebbe dovuto servire a tirare una sorta di bilancio del cammino percorso dall’organizzazione.

Frutto di questa Assemblea un documento, "Principi", che mostrò soprattutto le diversità ideologiche regnanti nell’ETA, nella quale unico elemento di aggregazione era soltanto l’aranismo. L’assemblea definì l’ETA come un "movimento", definizione che quadra perfettamente con la sua visione "patriottica", nella quale, come in ogni progetto nazionale o popolare, ricadono tutte le classi sociali. La sua visione "rivoluzionaria" della prassi politica prende un senso solo patriottico e a cotanta grande missione sono chiamati tutti i baschi.

Di conseguenza risultato dell’indipendenza dalla Francia e della Spagna, e pertanto della liberazione di Euskadi, sarebbe evidentemente un regime democratico rispettoso dei diritti umani. Però ad una condizione: «sempre che questi non vengano a divenire strumento, cioè utilizzati ad attentare contro la sovranità di Euskadi, a costituire un regime dittatoriale (sia fascista sia comunista), o a servire gli interessi di gruppo o di classe (politico, religioso, sociale o economico), basco o straniero». Cioè la vecchia formulazione dello Stato al vertice degli interessi sociali e di classe, in linea con i postulati demo-liberali e democristiani che, in definitiva, saranno quelli che prevarranno in questa Prima Assemblea.
 

L’ETA e le lotte operaie

Il contenuto dei provvedimenti stabiliti dal Piano di Stabilizzazione non poteva non provocare una vigorosa risposta da parte del proletariato spagnolo. I primi anni ’60 saranno segnati da una altissima conflittualità che logicamente avrà una incidenza molto maggiore nei tradizionali centri industriali. Alla fine del 1961 si avranno nei Paesi Baschi grossi scioperi, in particolare a Beasain, E’ibar, Irùn e Bilbao. È allora che l’ETA si pose il compito di strumentalizzare la classe operaia e le sue lotte nel senso del patriottismo: «L’azione operaia è, certamente, della massima importanza. È su questo fronte che devono realizzarsi grandi sforzi (...) Soprattutto la lotta operaia deve essere una ginnastica rivoluzionaria.

Coloro che si eserciteranno in essa saranno sempre più coscienti della loro forza e lotteranno alla fine per scuotere l’Oppressione dal nostro Popolo» ("Zutik"). È la versione spagnola del sessantottismo europeo: rivestire con una estetica e una fraseologia marxista ed operaia il loro corrompimento e tradimento, impedendo così il ricongiungimento della classe con il suo partito.

Nel maggio 1962 fu dichiarato un formidabile sciopero il cui reparto avanzato furono, ancora una volta, i minatori delle Asturie. Il movimento si estese ad altre province. Fu decretato per tre mesi lo stato di emergenza nelle Asturie, in Biscaglia e in Guipùzcoa, però l’estendersi del conflitto costrinse ad ampliare il campo di azione dei provvedimenti repressivi ad abbracciare la totalità del territorio spagnolo. La repressione del regime cadrà implacabilmente sui lavoratori con incarcerazioni e licenziamenti, ma la brutalità della repressione genererà in tutto il Paese un’ondata di simpatia e di solidarietà con gli scioperanti.

È proprio di fronte alla forza di questi fatti che l’ETA va ad includere nel suo repertorio rivendicativo la "liberazione sociale dei baschi" accanto al compito che le è proprio in quanto organizzazione patriottica: «Il nostro movimento patriottico ha proclamato la nostra ferma determinazione di lottare su un duplice fronte: quello della liberazione nazionale di Euskadi e quello della liberazione sociale dei baschi di fronte all’oppressione capitalista» ("Zutik"). Intanto avevano luogo discreti quanto infruttuosi contatti politici fra il PCE e l’ETA.

È in questo periodo di piena effervescenza operaia che fa la sua apparizione il Vasconia, Estudio dialéctico de una nacionalidad, pubblicato in Argentina nel 1963, che diventerà guida teorica e riferimento obbligato per militanti e simpatizzanti del nazionalismo radicale. Il suo autore Federico Krutwig Sagredo firmò il libro con lo pseudonimo di Fernando Sarrailh de Ihartza: non era uno sconosciuto nel mondo nazionalista, segretario di Euskaltzaindia, l’Accademia della Lingua Basca, dovette abbandonare la Spagna nel 1953 dopo aver pronunciato un discorso che non gradito dalle autorità franchiste. In esilio prese contatto con l’ala radicale del nazionalismo (Jagi-Jagi-Aberri). Le posizioni esposte da Krutwig in Vasconia sono in conclusione quelle del nazionalismo aranista classico depurato, in parte, del razzismo e del clericalismo, e quelle della "guerra rivoluzionaria" nella sua versione di liberazione nazionale, propria di quel periodo in tutte le aree sottomesse al colonialismo occidentale. La sua influenza all’interno dell’ETA fu determinante: uno dei suoi organi definiva Vasconia come «il libro più importante apparso nel corrente secolo sul problema di Euskadi ("Zutik", 1963). Nel 1963 di nuovo la repressione franchista si abbatteva sui lavoratori in sciopero.

L’estensione alle fabbriche dei paesi baschi di un conflitto delle miniere delle Asturie provocò una forte ondata repressiva da parte dello Stato borghese spagnolo. In queste circostanze si formò a Bilbao un comitato clandestino col fine di coordinare le diverse fabbriche in lotta e conseguire una unità di azione e che fece un appello allo sciopero per l’inizio di ottobre. L’ETA partecipava a questo comitato. La polizia franchista disarticolò parte della direzione del movimento e molti militanti operai e dell’ETA furono incarcerati. Per l’ETA quello fu un duro colpo poiché annullava una parte importante della sua direzione politica. I dirigenti che riuscirono a fuggire in Francia pubblicarono nel 1964 un nuovo documento di orientamento, "La insurrezione in Euskadi" nel quale non si fa che ripetere le false tesi anticolonialiste e pro-guerra nazional rivoluzionaria contro la Spagna e la Francia esposte da Krutwig. In aprile-maggio del 1964 la Terza assemblea dell’ETA, celebrata in Francia, non farà che confermare queste posizioni.

Una delle grandi contraddizioni dell’ETA è appunto, pur ammettendo i paesi baschi essere un paese avanzato industrialmente ed economicamente, di propugnare ugualmente una dottrina "liberatrice" basata sui modelli anticolonialisti del "terzo mondo". L’Algeria, il Vietnam, ecc. vanno ad essere elevati a modelli da seguire, partendo dalla supposizione secondo la quale la "situazione coloniale della Euskadi" è indiscutibile, e che pertanto è inutile ogni dimostrazione fattuale di detta realtà.

Accanto a questa linea ufficiale, che è praticamente la stessa che ha ispirato l’ETA fin dalla sua fondazione, in questi anni, sospinta dalla crescente combattività proletaria, si profila con forza crescente una corrente nettamente operaista a tinte confusamente socialisteggianti. I settori ortodossi dell’ETA vi ravvisavano un pericolo di "sbandamento spagnolista" e avvertivano di questo i militanti e i simpatizzanti: «Molti chiedono il potere per il proletariato, dimenticando che una nazione oppressa deve fondare il combattimento principalmente in appelli di carattere patriottico ("Zutik", maggio 1965).

Come tentativo di conciliare le due posizioni, l’ETA pubblica in quel periodo una "Lettera agli intellettuali" nella quale si formulano dichiarazioni sul socialismo, però, come sempre succede nell’ETA, senza entrare in eccessivi dettagli sopra l’ipotetica struttura "socialista" della "nuova Euskadi indipendente": al solito il contenuto politico del "socialismo" non sarebbe altro che l’apologia delle secche della democrazia borghese: «Vogliamo una Euskadi socialista, sì, però una Euskadi nella quale l’uomo basco sia autenticamente libero. Riteniamo assolutamente necessario perché la vita del nostro popolo si sviluppi con garanzie di libertà che nella Euskadi di domani esistano la pluralità dei partiti e la pluralità dei sindacati. Riteniamo il partito unico e il sindacato unico strumenti principali dello Stato di polizia e totalitario» ("Zutik").

Approfittando della risonanza in quegli anni dalla strategia politica antimperialista seguita dai movimenti di liberazione dei paesi arretrati, nel 1964-65 l’ETA lancia un appello alle altre forze politiche basche (PNV, ANV, Enbata, EMB...) per la formazione di un Fronte Nazionale. Tanto il PNV quanto lo ANV lasceranno cadere l’appello e risponderà solo un altro gruppo della Navarra, Iratxe, con caratteristiche tanto similari all’ETA da integrarsi in essa nel 1965. In quell’anno si terrà anche la IV assemblea dell’ETA: vi si approverà una sorta di compromesso fra le due tendenze, quella operaista e quella nazional-colonialista, parlandosi di "liberazione nazionale e di liberazione sociale" come due aspetti dello stesso problema.

Nuovo principio ispiratore della tattica dell’ETA diventa il cosiddetto "azione- repressione-azione" che sarà quello che guiderà il suo attivismo da allora in poi. Così definiva l’ETA questa strategia: «Supponiamo una situazione nella quale una minoranza organizzata assesti colpi materiali e psicologici all’organizzazione dello Stato, facendo che sia obbligato a rispondere e a reprimere violentemente l’aggressione. Supponiamo che la minoranza organizzata riesca ad eludere la repressione e far che questa cada sopra le masse popolari. Infine supponiamo che detta minoranza ottenga che invece del panico sorga la ribellione fra la popolazione, in modo tale che questa aiuti e difenda la minoranza contro lo Stato, con il che il ciclo azione-repressione-azione è in condizioni di ripetersi, ogni volta con maggiore intensità» ("Basi teoriche della guerra rivoluzionaria", 1965, in Garmendia, op.cit.). È evidente il delirio tardo-borghese, poi adottato dai movimenti brigatisti d’oltre Pirenei, per il quale la lotta sociale si riduce ad un confronto fra una "minoranza organizzata" e la repressione statale.

La detenzione, a fine settembre di quell’anno, di José Luis Zalbide, per aver ordito un attacco in Vergara, fa passare la direzione dell’organizzazione a Francisco Iturrioz, esponente qualificato della corrente operaista. A partire da questo momento l’ETA va a prendere progressivamente nuovo slancio, che favorisce la penetrazione dei suoi militanti, che nonostante tutto non erano molto numerosi, nel combattivo movimento operaio basco, col fine di influenzarlo per coniugare in un impossibile amalgama la lotta rivendicativa proletaria e gli obbiettivi puramente nazionalisti, e pertanto borghesi. In questo senso alcune delle istruzioni che la nuovo direzione dell’ETA inizia a trasmettere ai militanti sono di lavorare sindacalmente dentro alle Comisiones Obreras, che in quel mentre si stavano configurando come una combattiva organizzazione sindacale di base, almeno fino a quando lo stalinismo non prevalse col suo controllo politico e organizzativo.

Questa linea spacciata per operaista e solo formalmente "marxista", insieme alla decisione dell’Ufficio Politico (la direzione dell’ETA) che i militanti operai partecipassero alle elezioni sindacali convocate dal regime franchista nell’autunno del 1966, susciterà vaste discussioni non solo all’interno dell’ETA ma anche all’interno del PNV, che accuserà la direzione dell’ETA di "filocomunismo". I settori nazionalisti ortodossi reagiranno contro il pericolo di "deviazionismo" con l’accusa tipica sempre scagliata contro quel che sembra avvicinarsi, anche timidamente o confusamente, al terreno potenzialmente di classe: spagnolismo. Così farà uno dei rappresentanti più qualificati del settore nazionalista ortodosso, Txillardegui, A’lvarez Emparanza: «Coloro che vedono solo in Euskadi oppressione sociale, sono obbiettivamente spagnoli; sostituiscono la strategia basca con la strategia spagnola, convertono il problema basco in un problema spagnolo. La loro posizione è, per omissione, una posizione spagnola e antibasca. Chi propugna questo tradisce di nuovo, questa volta per la "sinistra", coscientemente o incoscientemente, la causa del nostro popolo».

La denuncia da parte di questo settore nazionalista del supposto "marxismo" della direzione dell’ETA è esposta dallo stesso Txillardegui in questo modo: «Negli ultimi Zutik si vedono solo posizioni marxiste. Il che porta a dire che oggi il marxismo è la verità per gli attuali dirigenti. Tutto è colpa della borghesia, dappertutto sono classi, tutte le critiche sono per gli occidentali (...) I marxisti sono in Euskadi, e ovunque, esattamente come i missionari buddisti o cristiani, sono reazionari verso la nazione poiché mancano di sensibilità per tutti i fenomeni o le dimensioni che non figurano sui loro libri sacri. Gli attuali dirigenti dell’ETA vedono solo classi e lotte di classi. Automaticamente divengono atei in religione e antipatriottici nella nazione; il che li fa inutili per le lotte religiose e patriottiche, rispettivamente». Questo settore nazionalista reagirà contro la direzione dell’ETA pubblicando in modo indipendente la rivista Branka (Prora) col fine di riorientare l’organizzazione verso i suoi obiettivi originali. In questo periodo l’ideologo nell’ombra dell’ETA, Krutwig, che finora non formava parte dell’organizzazione, si integrò in essa deciso a dar battaglia alla direzione "marxista"; questo non impedì allo stesso Krutwig, manipolando nel modo più svergognato Lenin, di poggiare la sua linea "terzomondista" sulla analisi "marxista" dell’imperialismo.

Con questa divisione politica interna all’ETA si arrivò alla V assemblea, forse una delle più importanti dell’organizzazione poiché vi si definì, a seguito di scissioni ed espulsioni, la strategia successiva dell’ETA, che non ha subito grandi modifiche fino ai nostri giorni.

L’assemblea si celebrò in due parti. La prima, nel dicembre 1966, si concluderà con l’espulsione della direzione e della maggioranza del settore operaista, che fondarono una nuova organizzazione alla quale dettero il nome di ETA Berri (ETA Nuova). Insieme ad essi furono espulsi anche i militanti provenienti da ESBA (Unione dei socialisti baschi).

Nell’Assemblea si ebbero, secondo quanto racconta Letamendìa, episodi di estrema violenza e di carattere semi-mafioso. Nella seconda parte, che si celebrò nel marzo 1967, si assisté al consolidamento del concetto di ETA come "movimento socialista basco di liberazione nazionale", e all’allontanamento della corrente capeggiata da Txillardegui, corrente che si raggrupperà intorno alla rivista Branka e alla rivendicazione del "Fronte Nazionale Basco" come asse centrale del sue progetto politico.

Così spiegherà più tardi Txillardegui il suo "allontanamento" dall’ETA: «Noi eravamo partigiani di una lotta molto più politica, molto meno militare rispetto a coloro che infine vinsero nella V assemblea (...) La guerriglia urbana e la guerriglia in generale sono forse valide come forza di appoggio, però non come sistema di liberazione di un paese ultraindustrializzato come la Spagna. È valida nel Vietnam, ma non qui». Certo è che nonostante non formasse parte della struttura dell’organizzazione, il peso "ideologico" di Branka dentro l’ETA continuerà a crescere, nonostante il rigetto delle formule "marxiste- leniniste" (filo-cinesi e filo-vietnamite) e guerrigliere. Il gruppo Branka è «la più fedele e pura rappresentazione della piccola borghesia nazionalista, una piccola borghesia che, come conseguenza dell’evoluzione del mondo di produzione capitalista, ogni volta si trova più assediata e più vicina alla sua definita sparizione e, di conseguenza, risponde con una intransigenza nazionalista assoluta» (Bereciartu, op.cit.).

Correggeremo l’autore di questa azzeccata definizione aggiungendo che non solo Branca, ma l’ETA tutta, nonostante le sue proteste di "anti-colonialismo", "terzomondismo" e "socialismo", ha costituito e di fatto costituirà fino alla sua sparizione nient’altro che la risposta armata di un settore di piccola borghesia in via di proletarizzazione. Il fatto di esser sorto in una zona fortemente industrializzata e proletarizzata, insieme al particolare sviluppo storico delle province basche e alla mancanza di una genuina organizzazione di classe, ha attribuito a questo movimento piccolo borghese alcune caratteristiche proprie, che però in niente smentiscono la classica analisi marxista descritta nel Manifesto Comunista circa il socialismo piccolo borghese.

Mentre si teneva la V assemblea, nelle elezioni sindacali gli operai baschi conferivano un’ampia maggioranza alle Comisiones Obreras, soprattutto in Biscaglia. Il giorno 30 novembre 1966 comincerà nella zona di Basauri uno degli scioperi di maggiore durata di tutta il dopoguerra spagnolo, lo sciopero delle Laminaciones di Bandas, che culminerà nella occupazione della fabbrica da parte della Guardia Civil e nel licenziamento di 564 scioperanti. Per bloccare un incipiente movimento di solidarietà con i lavoratori di Bandas, lo Stato borghese scatenerà una vasta repressione che finirà con centinaia di lavoratori incarcerati e deportati e nell’aprile 1967 con la dichiarazione di stato di emergenza nella provincia di Biscaglia.
 

Dalla V assemblea alla morte di Franco

Una delle "nuove acquisizioni teoriche" della V assemblea dell’ETA diviene il concetto di "popolo lavoratore basco". In questa categoria sociale sarebbero compresi, insieme alla classe operaia basca, i contadini e la piccola e media borghesia, giacché essa: «quando si ha oppressione nazionale, è nazionalista. La borghesia nazionale, soprattutto la piccola borghesia che collabora con il Popolo Lavoratore Basco alla nostra liberazione nazionale è oggi, nella sua pratica, rivoluzionaria e, pertanto, parte del popolo».

L’influenza del modello maoista appare determinante, assimilando in modo puramente meccanico, come è abitudine nell’ETA, la situazione di un paese arretrato come la Cina con quella della Spagna e dei paesi baschi pienamente industrializzati e pertanto con una struttura economica e sociale già arcimatura per la rivoluzione proletaria anticapitalista. La lotta dell’ETA va a strutturarsi su quattro fronti: militare, economico, politico e culturale.

Questi "fronti" già erano stati ipotizzati da Krutwig nella rivista Branca, ispirandosi al modello vietnamita, coerentemente, giacché vi si assimilava il nazionalismo basco a "quelli del terzo mondo".

Per supplire alla forte perdita di militanti subita per l’espulsione dell’ufficio politico e della frazione operaista dopo la V assemblea, l’ETA va a ricorrere all’attivismo armato e ad azioni con le quali ottenere un’ampia risonanza e ripercussione propagandistica. Comunque la sconfitta e l’espulsione degli operaisti non fece sì che l’ETA voltasse le spalle al movimento operaio. La concentrazione e combattività del proletariato nei paesi baschi costrinsero l’ETA anche dopo la V assemblea a seguire e a penetrare le Comisiones Obreras per dotarle di "spirito patriottico". In definitiva si trattava di condurre per altra via lo stesso lavoro che stavano facendo gli stalinisti del PCE, cioè impossessarsi della direzione di questi organismi di difesa economica sorti dalla stessa classe operaia, per impedire al suo interno qualsiasi possibilità futura di lotta classista coordinata.

Nel giugno 1968, in questa fase di attivismo armato dell’ETA, si ha uno scontro a fuoco nel quale muore una guardia civil e, poco dopo, lo etarra Echebarrieta. Questo e la condanna a morte in un Consiglio di Guerra del militante che lo accompagnava, Sarasketa (successivamente perdonato), porterà con sé un’ampia campagna nazionalista alla quale parteciperà attivamente il basso clero basco.

In questa linea di risposta armata, il giorno 2 agosto 1968 avrà luogo l’azione di maggiore ripercussione di quante abbia realizzato l’ETA fino ad allora: quel giorno cadrà abbattuto in Irùn il commissario della tristemente celebre Brigata Politico-Sociale franchista, Melitòn Manzanas, notissimo torturatore di militanti operai e di oppositori del regime. La simpatia con la quale fu accolta la notizia di questa morte non solo nei paesi baschi ma anche nel resto della Spagna viene riconosciuta come segue nella pubblicazione Iraultza (Rivoluzione) citata da Letamendìa: «Melitòn Manzanas è la personificazione stessa dell’imperialismo spagnolo in Euskadi (...) La sua attività si diresse principalmente contro l’ETA; era il carnefice di ogni patriota basco ma anche di qualunque democratico spagnolo che cadesse nelle sue mani. Per conseguenza, senza contraddire il significato nazionale basco dell’atto, il suo significato popolare fu compreso nel mondo e in particolare dai popoli della penisola». Alcune delle azioni dell’ETA di questo periodo godettero dell’approvazione di una parte considerevole della popolazione e specialmente della classe operaia, e questo emblematico attentato in modo particolare.

Da parte nostra dobbiamo mettere in chiaro che la teoria marxista dello Stato e della violenza rivoluzionaria certamente non ha niente in comune con l’attentato individuale; tantomeno condivide le finalità "antifasciste" volte solo al consolidamento di forme sociali borghesi, come è il caso dell’ETA. L’autodifesa proletaria, chiaramente definita in quanto ai suoi metodi e finalità, quando riuscirà nei suoi intenti, non sarà che un anello della catena della lotta di classe, strettamente legato a tutto il sistema di lotta che il partito comunista deve sviluppare.

L’eliminazione di Manzanas e l’ondata di scioperi degli anni ’68 e ’69 torna a ripetere lo schema di difesa abituale applicato dal franchismo in quelle circostanze: stato di emergenza in tutta la Spagna e repressione generalizzata. La borghesia pone di nuovo in vigore il Decreto sulla Ribellione militare, il Banditismo e il Terrorismo, creato per reprimere l’opposizione armata (i maquis) e mantenuto dopo la vittoria fascista nella guerra civile.

Sicuramente sarà questa repressione generalizzata sulla popolazione che contribuirà ancor più a diffondere le idee e la popolarità dell’ETA, come forza che si scontrava con la repressione fascista sul suo terreno: quello della violenza armata e terrorista. Questo farà guadagnare all’ETA in quel periodo una affluenza inusitata di militanti, soprattutto operai e non solo baschi di origine, e logicamente il peso del Frente Obrero, propugnato dall’ETA nella V assemblea si farà ogni volta più evidente. Incontriamo qui di nuovo l’apparente "dualismo" presente nell’ETA in tutta la sua traiettoria politica: movimento operaio versus nazionalismo. Il dibattito sulle diverse modalità della sottomissione del primo al secondo sono alla base di tutte le scissioni ed espulsioni sofferte in questa organizzazione fin dalla sua apparizione, e un nuovo riflesso di esso sarà la VI assemblea.

La prima parte della VI assemblea dell’ETA, celebrata nell’agosto 1970, avrà grande ripercussione, come ebbe la V, sulla sua traiettoria futura. Già si cominciava ad intravvedere la transizione del regime capitalista spagnolo dalle sue forme fasciste a quelle democratiche, e, nell’occasione, tutti i settori nazionalisti ortodossi, dentro e fuori dell’ETA (PNV compreso), faranno il possibile per allontanare i novelli "operaisti" dal controllo della direzione. Quattro tendenze principali si affrontano: le "Cellule Rosse", le più favorevoli ad un’azione politica spacciata per "proletaria" e contrari al nazionalismo e all’attivismo armato; la direzione dell’ETA partigiana della costituzione dell’ETA in "partito della classe lavoratrice" per dirigere la "rivoluzione basca"; i fautori delle tesi colonialiste; e i cosiddetti milis, partigiani dell’azione armata in senso nazionalista più di tutti gli altri.

Ancora una volta queste ultime tendenze saranno quelle che prevarranno provocando la scissione. Ma gli scissionisti nemmeno faranno la loro uscita in maniera unitaria: le "Cellule Rosse" continueranno a pubblicare la rivista Saoiak finché non si saranno estinti gli echi del 68 europeo e spariranno dalla scena politica. Da parte sua la direzione defenestrata continuerà l’attività politica sotto la sigla di ETA VI, per distinguersi dalla linea "socialista" seguita dall’ETA V. Dopo i processi di Burgos – istruiti per vendicare la morte di Manzanas, che proiettarono l’ETA a scala nazionale e internazionale – l’ETA V, la linea ufficiale, per capirci, tenderà alla costituzione di un "Fronte Nazionale". Ma le riunioni preparatorie non sortiranno gran risultato, anche per la significativa assenza del PNV, e presto aumenterà il disagio fra i nazionalisti a seguito della proposta degli scissionisti dell’ETA VI di accettare in dette conversazioni le organizzazione presunte "marxiste" (PCE e Kumunistak-ETA Berri). La lotta fra la V e la VI assemblea si risolverà infine col prevalere di questi ultimi.

Serva a dimostrare il confusionismo teorico imperante nella direzione e fra i militanti dell’ETA VI in quel periodo il seguente documento: «Ancora una volta, dopo la fine della VI si scordarono molte delle questioni colà sviluppate e, inoltre, si tese macchinalmente ad ormeggiare l’apparato, nonché a palleggiarsi fra diverse idee messe di fronte all’ultima idea dell’ultimo libro mal assimilato, con la conseguente ripercussione di questi "dubbi" nella propaganda, nelle circolari interne e, infine, nella base dell’organizzazione, la quale si può ben dire che si corica nazionalista, si sveglia marxista, pranza maoista, cena trotzkista e finisce per addormentarsi e non rialzarsi più» ("Atti del BT ampliato", in op.cit.).

Dopo questa nuova scissione l’ETA accentuerà le sue azione armate fino a culminare nella morte di Carrero Blanco, che cadrà in un momento chiave nella preparazione alla transizione dal franchismo alla democrazia. Carrero si preparava ad essere il successore di Franco e la sua elezione a capo del governo era una garanzia di continuità per i settori più pro-franchisti della borghesia. La sua eliminazione era pertanto una necessità per un "normale" sviluppo della transizione, come la storia successiva ha dimostrato.

L’attività dell’ETA si manterrà in questa linea, che originerà qualche altra scissione minore (gruppo LAIA), fino ad arrivare al culmine delle grandi convulsioni sociali in Spagna precedenti alla morte di Franco, e che nel caso concreto dei paesi baschi si tradurranno in scioperi operai generalizzati e prolungati, attentati dell’ETA e risposta dell’agonico franchismo con le abituali repressioni, compresa la fucilazione di diversi militanti dell’ETA e del FRAP, il Fronte Rivoluzionario Antifascista e Patriottico. Parallelamente a questi atti di "fermezza", la borghesia spagnola, con l’aiuto inestimabile dell’opportunismo politico- sindacale, iniziava l’operazione del cambio di maschera, sostituendo quella fascista, incapace di contenere lo scontento operaio, con quella democratica, che si sarebbe poi dimostrata assai più efficace.

(Continua  [ - 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - ]).

 
 
 
 
 
 
 
 



MARXISMO E LEGGI DIFFERENZIALI
Riunione di Torino, ottobre 1998.

(Segue dal numero scorso)    [ 1 - 2 - 3 ]
 
 

Rendita assoluta e leggi differenziali

Mentre per Ricardo sussiste solo rendita differenziale per Marx accanto a questa vi è una rendita anche per il terreno peggiore, che Marx chiama assoluta. La rendita assoluta cambia la legge della determinazione del prezzo di mercato del prodotto agrario: il prezzo di mercato è ora uguale al prezzo di produzione P del terreno peggiore più un margine: la rendita assoluta, r. Non è qui il luogo per sviluppare la teoria della rendita assoluta in Marx.

Ci interessa mettere in evidenza la connessione tra teoria della rendita assoluta e imperialismo e tra rendita assoluta e leggi differenziali.

La rendita assoluta è una tangente pagata dalla società intera alla classe dei proprietari fondiari, grazie al loro monopolio giuridico della terra: «La proprietà fondiaria è qui la barriera che non permette nessun nuovo investimento di capitale sul terreno finora non coltivato, o non affidato, senza prelevare una tassa, in altre parole senza pretendere una rendita» (Il Capitale, III Libro). Se lo Stato con un atto di forza abolisse tale proprietà e rendesse libero l’investimento del capitale sulla terra – essendo venuta meno la forza esterna della proprietà fondiaria che impedisce il livellamento fra i capitali del plusvalore, che porta al saggio generale del profitto – verrebbe ad azzerarsi la rendita assoluta.

La teoria della rendita assoluta spiega compiutamente la dottrina generale del monopolio e dell’imperialismo. Scrive infatti Marx. «Se il capitale incontra una forza estranea, che non può superare o che può superare solo parzialmente, e che limita il suo investimento in particolare sfere di produzione, ammettendolo solamente a certe condizioni che totalmente o parzialmente escludono quel generale livellamento del plusvalore al profitto medio, è evidente allora che in tali sfere di produzione l’eccedenza del valore delle merci al di sopra dei loro prezzi di produzione verrebbe a creare un plus profitto, che potrebbe essere trasformato in rendita e reso autonomo, in quanto tale, rispetto al profitto. Ma appunto la proprietà fondiaria si contrappone al capitale nei suoi investimenti nella terra come una tale forza estranea, come una tale barriera». Tale ostacolo può essere costituito anche da un monopolio nazionale, mondiale, statale. Il monopolio proprio in virtù della sua costituzione, impedisce che il capitale si investa nel suo settore, può pretendere il pagamento di una rendita a tutta la società. Con esso il parassitismo del campo agrario si estende a tutta la società.

Affrontiamo ora il problema se l’intervento della rendita assoluta alteri o renda nulla la legge della rendita differenziale. Abbiamo visto che nella determinazione della legge entrano in gioco le differenze dei prodotti e delle rendite.

Già nel campo fisico si è soliti azzerare le costanti quando entrano in gioco solo le differenze reciproche fra i valori di determinate grandezze. Ad un corpo è attribuibile dell’energia potenziale per il fatto di essere immerso in un campo gravitazionale. Ma nei fenomeni, più che l’energia potenziale assoluta in una data posizione, entra in gioco la differenza di energia potenziale tra due posizioni, una iniziale posizione A ed una finale B.

Per esempio, non ha rilevanza conoscere l’energia potenziale assoluta propria della mela sull’albero, ma quanta energia acquista precipitando, nel campo gravitazionale, dal ramo (posizione A) alla augusta cervice di Sir Isaac (B).

Si è soliti quindi calcolare l’energia potenziale in un punto qualsiasi prendendo come riferimento il valore Uo dell’energia a livello del suolo, e per semplicità si pone Uo = O, cioè si azzera l’energia potenziale sul suolo. In realtà essa non è zero ma è comodo azzerarla nei calcoli. Questo non altera minimamente lo studio dei fenomeni energetici, che di fatto sono differenziali, cioè legati alla differenza Ua-Ub, che quindi solo realmente ci interessa.

Determiniamo l’energia potenziale in ogni punto a meno della costante Uo, costante che sparisce quando si computa la differenza Ua-Ub dell’energia potenziale nella posizione A rispetto alla posizione B.

Marx ha usato lo stesso procedimento quando ha azzerato il capitale costante nella teoria del plusvalore assoluto e relativo nel libro I. Nell’analisi della rendita differenziale fa lo stesso. Azzera la rendita assoluta r, perché tutte le rendite differenziali sono determinate a meno di r, e poiché nel computo intervengono solo le differenze la costante r sparisce.

Supponiamo infatti che non sia P il prezzo generale di produzione del terreno peggiore A, ma sia P+r dove r è la rendita assoluta. Il prezzo di produzione del terreno B sarà P1+r, di C sarà P2+r, etc. Le rendite differenziali saranno sempre determinate dalle differenze (P1+r)-(P+r)=P1-P e (P2+r)-(P+r)=P2-P, uguali ai valori ottenuti quando non era stata considerata la rendita assoluta: «La rendita differenziale sarebbe, dunque sempre la stessa, e sarebbe regolata dalla medesima legge, pur contenendo la rendita un elemento indipendente da questa legge e presentando, insieme con il prezzo del prodotto del terreno, un generale aumento. Ne deriva allora che, qualunque possa essere la condizione della rendita sui tipi di terreno meno fertili, non soltanto la legge della rendita differenziale è indipendente da ciò, ma altresì che il solo modo di interpretare la rendita differenziale stessa in modo conforme al suo carattere, è di porre la rendita del tipo di terreno A = O. Il fatto che questo sia zero o maggiore di zero è privo di importanza per quanto riguarda la rendita differenziale, e non se ne tiene conto».
 

Contro il Socialismo piccolo borghese

La teoria della rendita distrugge le basi teoriche del socialismo piccolo-borghese e permette la scientifica definizione dei caratteri della società comunista.

Abbiamo visto nei precedenti paragrafi come la rendita differenziale I e II sia causata non dal monopolio giuridico della terra ma dal monopolio economico della classe capitalistica. Essendo la legge fondamentale del modo di produzione capitalistico quella del valore, e scambiandosi tutti i prodotti secondo la legge degli equivalenti, il prodotto del terreno peggiore sarà venduto allo stesso prezzo del prodotto del terreno migliore, originando quindi un plus: la rendita differenziale appunto. Per questo la dottrina della rendita conduce direttamente alla condanna del mercantilismo e della legge del valore. Essa demistifica le rivendicazioni di falso socialismo di qualunque genere, dai socialisti ricardiani, a Proudhon, a Lassalle, a Duhring fino a Gramsci e Stalin.

Queste teorie hanno in comune questo: vedono la fonte della miseria sociale e dello sfruttamento del proletariato non nella legge degli equivalenti ma nella sua mancata estensione al rapporto di remunerazione in moneta del lavoro. Azzerando il plusvalore, eliminando le "fregature" nello scambio lavoro-moneta, ma mantenendo intatte le forme merce, denaro, salario, essi pensano di poter eliminare lo sfruttamento e instaurare il socialismo. Ma la rendita sta lì a dimostrare che lo sfruttamento sussiste finché la legge del valore non sarà abbattuta. Il socialismo piccolo-borghese non ha mai capito che è rivendicazione socialista non l’azzeramento del plusvalore ma del lavoro necessario: «Il comunismo, nel senso pieno della parola, è lavoro non remunerato effettuato a favore della società, lavoro che non tiene conto delle differenze individuali» (Lenin, VIII Conferenza del PCB, 1919).

La critica di Marx a queste posizioni risale sin dai primi testi, è dispiegata con compiutezza già nella Miseria della Filosofia ed è organicamente compresa in tutta l’opera del Capitale. Le conclusioni cui perviene Marx sono diametralmente opposte a quelle dei socialisti piccolo-borghesi. I connotati inconfondibili del capitalismo non sono affatto dati dalla proprietà personale dei mezzi di produzione e di scambio, e nemmeno dall’appropriazione personale del singolo capitalista dei prodotti del lavoro sociale, in quanto il capitalismo nel suo sviluppo instaura una produzione ed un’appropriazione sociale: «Il nuovo tipo d’appropriazione non è necessariamente, ossia perché si abbia diritto in lingua marxista di parlare di capitalismo, un diritto a tipo individuale e personale come lo era invece nell’economia artigiana, che sorpassava di rado i limiti familiari. Il capitalismo, in Marx non solo s’instaura con un’espropriazione, ma fonda un’economia e quindi un tipo di proprietà sociale» ("Proprietà e Capitale").

Il capitalismo è scientificamente determinato dal dispiegarsi della legge del valore come legge fondante della produzione sociale e su cui si regge la legge del plusvalore; dello sviluppo della produzione mercantile e monetaria che fa assumere al lavoro la forma storica sociale del lavoro salariato: «La forma del lavoro come lavoro salariato determina la configurazione dell’intero processo e lo specifico modo della produzione stessa» (Capitale, libro III); ed ancora: «Quel che dà carattere all’epoca capitalistica è il fatto che la forza del lavoro assume anche per lo stesso lavoratore la forma di una merce che gli appartiene, mentre il suo lavoro assume la forma del lavoro salariato» (libro I). Il capitalismo si configura come il modo di produzione in cui la legge del valore si estende anche alla forza lavoro vivente, trasformando questa in una merce uguale alle altre merci. È il valore d’uso particolare di questa merce che da luogo, sulla base della legge del valore, alla legge del plusvalore, specifica del solo modo di produzione capitalistico.

È solo sulla base di questi concetti che è possibile cogliere in tutta la sua portata quanto scritto dal Partito: «È Marx a dare sul duro chiodo martellate tremende (poche a tutt’oggi!): proprio finché vige la legge del valore, vige l’oppressione di classe, lo sfruttamento del proletariato. E’ proprio la legge dell’equivalenza negli scambi che dobbiamo buttare giù. Socialismo non è l’equità nello scambio, ma è la distribuzione senza scambio. Chiariamo un’altra cosa: quando leggete scambio individuale non pensate subito e solo al pettegolo individuo umano al mercato, ma meglio al blocco di merce in corso di singolo scambio: ci arriverete meglio» ("Mai la merce...").

L’ultima parte della citazione non è vezzo stilistico, ma un preciso concetto scientifico. Se il capitalismo fonda una produzione e appropriazione sociale esso deve essere studiato prescindendo dalla figura dell’individuale capitalista, e considerando tutte le funzioni di quest’ultimo come funzioni impersonali del Capitale divenuto vera comunità materiale. La sostanza delle formulazioni dei socialisti piccolo- borghesi, è invece la seguente: Lo sfruttamento del proletariato consiste nel fatto che solo una parte del prodotto del lavoro è intascato dal proletariato mentre il resto è intascato dal capitalista. Quindi tra capitalista ed operaio vige lo scambio ineguale. L’abolizione dello sfruttamento consiste nel ripristino dell’equivalenza dello scambio tra capitalista ed operaio. Vigendo la produzione mercantile e monetaria l’emancipazione del proletariato è possibile mediante l’appropriazione da parte dell’operaio del "frutto integrale del lavoro", cioè di un salario pari al valore del prodotto del suo lavoro. Essendo inoltre tutti i tempi di lavoro dello stesso valore è basandosi la società socialista sulla legge dell’equivalenza degli scambi, in questa vige la legge del valore, la produzione mercantile e monetaria e l’eguaglianza dei salari.

Dalla sterminata serie di citazioni che schiantano tutti questi teorici di una fasulla emancipazione proletaria mediante la legge del valore, simbolo invece della sua oppressione, prendiamo la seguente: «In conseguenza di quel che abbiamo detto, la determinazione del valore in base al tempo di lavoro, cioè la formula che il signor Proudhon ci dà quale rigeneratrice dell’avvenire non è che l’espressione scientifica dei rapporti economici della società attuale come Ricardo ha già chiaramente e nettamente dimostrato assai prima del signor Proudhon. Ma l’applicazione "egualitaria" di questa formula appartiene almeno essa al signor Proudhon? (...) Chiunque abbia un minimo di familiarità col movimento degli studi d’economia politica in Inghilterra, non può non sapere che quasi tutti i socialisti di quel paese hanno proposto in epoche diverse l’applicazione egualitaria della teoria ricardiana» (Marx, Miseria della filosofia).

Nella società socialista dei piccolo borghesi permane il valore, il salario, la merce, la moneta, la legge del valore e lo scambio tra equivalenti; soltanto i salari vengono eguagliati e la condizione del salariato viene universalizzata. Sulla stessa linea storica si colloca Stalin: «La nostra produzione mercantile non è produzione mercantile normale, ma una produzione mercantile di tipo particolare, una produzione mercantile senza capitalisti» (Stalin, Problemi economici del Socialismo nell’URSS), come se l’esistenza dei capitalisti fosse essenziale per il Capitale. Più oltre aggiunge: «Il male non è che da noi la legge del valore influisca sulla produzione. Il male è che i nostri dirigenti dell’industria e i dirigenti della pianificazione, salvo rare eccezioni, non conoscono bene l’azione della legge del valore, non la studiano e non sanno tenerne conto nei loro calcoli».

Marx in tutta la sua opera ha demolito queste posizioni. Il socialismo per lui non è la restituzione all’operaio di tutto il prodotto del suo lavoro ma, al contrario, è l’abolizione del lavoro necessario. Se rimane in vigore la legge del valore, questo pilastro su cui si regge tutta la società esistente, qualunque soluzione distributiva escogitata non è in grado di risolvere alcun male del proletariato.

Se la soluzione socialista stesse effettivamente nella divisione egualitaria del prodotto sociale del lavoro, mantenendo però la produzione mercantile, monetaria e aziendale, sarebbe troppo facile per l’avversario dimostrare che la distribuzione del plusvalore consumato dai capitalisti all’intera società eleverebbe le condizioni di vita del proletariato di un’entità trascurabile.
 

Una classe contro due

Il socialismo romantico piccolo-borghese affonda le sue radici nel modello classico inglese e in particolare in Ricardo.

La scuola fisiocratica aveva limitato al campo agrario la produzione del plusvalore, in quanto la loro è una teoria del valore d’uso. Se questo è il loro limite è loro grandissimo merito aver esposto il processo di riproduzione non riferito al singolo (sia esso salariato o affittuario o proprietario fondiario) ma come rapporto tra classi sociali. Essi precedono Marx nel fare avvenire i movimenti di valore tra classe e classe nel loro studio del divenire della ricchezza nazionale, opponendosi alla teoria mercantilista che pretende che la ricchezza scaturisca dallo scambio estero. La teoria fisiocratica costituisce il primo tentativo d’indagine della formazione e circolazione della ricchezza sociale complessiva nazionale fondata su un modello sociale ternario.

Anche il modello classico inglese è ternario (anche se Ricardo, lo avrebbe desiderato binario con l’eliminazione dei proprietari fondiari). Suo merito è aver scoperto che non la natura ma è il lavoro sociale a produrre la ricchezza, in qualunque settore produttivo sia esso impiegato. Ma presenta uno spaventoso rinculo rispetto all’audace schema di Quesnay: è un modello aziendale e non sociale. Cioè, mentre il modello classico inglese riferisce la dinamica economica all’individuo (azienda o singolo uomo) la fisiocrazia e il modello classico di Marx la riferiscono al complesso sociale di classe.

Il socialismo piccolo-borghese eredita dal modello classico inglese il limite aziendale, l’incapacità di andare oltre il rapporto operaio-capitalista, sfuggendogli la dinamica complessiva delle tre classi costituenti il modello marxista.

La teoria della rendita di Marx è strettamente correlata alla teoria delle classi e della lotta di classe. In Marx la lotta di classe non è riducibile, come per gli operaisti e gli immediatisti da Proudhon a Gramsci, alla lotta degli operai per una diversa spartizione del valore ex-novo prodotto. In Proudhon, Duhring, Lassalle e nei socialisti ricardiani la teoria assume un aspetto radicale perché essi rivendicano l’integrale frutto del lavoro pensando con ciò di far sparire sfruttamento e capitalismo. Ma la dinamica economica della società borghese deve essere riferita a tutte le tre classi sociali operanti, non solo a due.

La teoria della rendita differenziale colpisce al cuore il socialismo piccolo-borghese perché fa intervenire sulla scena il terzo escluso: il proprietario fondiario. Essa dimostra che anche nel caso in cui si realizzasse l’integrale frutto del lavoro, continuerebbe a sussistere lo sfruttamento, perché sparito il capitalista rimarrebbe sempre il fondiario a succhiare sangue proletario.

La teoria di Marx vede tre classi agire sul proscenio della storia e dell’economia. E se una si appropria un plus mediante la legge del plusvalore, l’altra si appropria un altro plus sulla base della legge del valore. Lotta di classe si ha quindi quando il proletariato non lotta solo per una diversa spartizione del prodotto sociale, azione accetta da ogni forcaiolo controrivoluzionario, ma quando combatte integralmente il fronte avversario, inalberando le storiche sue parole d’ordine: Abolizione del salariato, del denaro, della merce. Esse solo colpiscono al cuore tutti gli avversari, sia lo sfruttatore diretto (il capitalista d’intrapresa), sia quello nascosto (il fondiario assenteista). «La dottrina della rendita conduce direttamente alla condanna del mercantilismo, della distribuzione secondo scambi di equivalenti, che solo lascia afferrare quale è la vera e sola istanza, la rivendicazione una ed unitaria della rivoluzione comunista e del suo Partito di classe. La dottrina della rendita è indispensabile per giungere alla condanna senza attenuanti dei postulati di falso socialismo, consistenti nell’utopia che la miseria sociale vada eliminata attraverso una purificazione della equazione di scambio, dalla quale debba espellersi lo "sfruttamento", la famigerata "exploitation", riducendo a zero il termine del plusvalore; togliendo la frode dal rapporto lavoro-merce-lavoro-moneta; lasciando vivere le forme, su cui gravita la condanna del lavoro ossia la forma merce e la forma moneta, dunque la forma salario» ("Mai la merce...").
 

La difficile scienza della rivoluzione

Ci inoltriamo qui in un terreno che richiede al lettore uno sforzo di astrazione. Si tratterà di essere chiari senza semplificare troppo la questione, perché «il semplicismo conduce inevitabilmente a trascurare alcuni aspetti del problema, e quindi semplicizzare vale sempre travisare». Del resto, «non ripetiamo la baggianata che gli operai non arrivano a capire. Non importa. Voi non avete pratica degli intellettuali e non sapete abbastanza quanto sono vuoti fessi vili e difficili a spostarsi di un millimetro dai pregiudizi dominanti. Da quarant’anni ho imparato a fondo quanto più facilmente un uditorio operaio afferra tesi audaci e radicali e in controsenso alle idee tradizionali, laddove i benpensanti magari con diverse lauree rispondono enunciando fesserie giganti e pietose. Ho quindi riposto per sempre la preoccupazione che gli operai non capiscono. Appunto perché liberi della via scolastica e con un metodo che tiene più dell’istinto che del raziocinio, essi si portano sul piano della loro dottrina di classe, e agiscono in conseguenza» (da una lettera di partito del 1952).

Ai lavoratori non è chiesto di fare corsi di filosofia ma di combattere per la propria classe. Prima agiscono da combattenti rivoluzionari, poi capiscono e argomentano. Teoria e prassi diventano una sola cosa solo nella prassi distruttiva della rivoluzione sociale; la classe operaia fa teoria solo quando opera sul terreno della rivoluzione: «Una sola pratica umana è immediatamente teoria: la Rivoluzione» (Programma Comunista n.5, 1960). Nella sua prassi rivoluzionaria il proletariato fa teoria non con carta, penna e libri ma, più prosaicamente, con proiettili e fucili. Quando Engels scrive: «Il movimento operaio tedesco è l’erede della filosofia classica tedesca» ("Feuerbach ed il punto di approdo della filosofia classica tedesca"), non ha come punto di riferimento il singolo operaio o la classe operaia tutta intesa statisticamente, ma la classe operaia come classe agente storicamente, organizzata nel partito di classe: «Questo – continua la lettera del 1952 – è un fatto storico e non scolastico, o culturale: è un inseparabile aspetto dell’avvicendarsi delle classi alla testa della società e della lotta rivoluzionaria».

Essendo la classe operaia la classe di avanguardia, l’unica portatrice di un nuovo modo di produzione, essa eredita il compito storico che fu della borghesia. Dal momento che questa diventa conservatrice solo nella classe operaia le posizioni scientifiche più audaci in campo naturale e sociale possono trovare uditori e difensori: «Quanto più la scienza procede in modo spregiudicato e deciso, tanto più essa si trova in accordo con gli interessi e con le aspirazioni degli operai» (Engels, "Feuerbach...").

Ma questo compito di erede non deve essere inteso nel senso laburista del termine.

Classe in termini marxisti significa Partito: «Non resta dunque che il Partito, come organo attuale, che definisce la classe, lotta per la classe, governa per la classe a suo tempo e prepara la fine dei governi e delle classi. A condizione che il Partito non sia di Tizio o di Mevio, che non si alimenti di ammirazione per il capo, che ritorni a difendere, se occorre con cieca fede, l’invariabile teoria, la rigida organizzazione, il metodo che non parte da settario preconcetto, ma che sa come in una società sviluppata alla sua forma tipo (...) si applica al momento la formula di guerra: chi non è con noi è contro di noi» (Riunione di Milano 1952).

Il Partito ha il compito di difendere la dottrina e verificarne la verità in campo naturale e storico sociale. Cercherà di essere chiaro, ma non sempre gli sarà possibile ridurre in "pillole" questioni che sono macigni. Nemmeno attende che le questioni che affronta siano comprese, e condivise, dai singoli operai o da tutta la classe operaia statisticamente intesa.

Quello che la classe farà è già scritto nel codice genetico di essa, se la dottrina non è falsa: «Ciò che conta non è che cosa questo o quel proletario o anche tutto il proletariato si rappresenta temporaneamente come fine. Ciò che conta è che cosa esso è e che cosa esso sarà costretto storicamente a fare in conformità a questo suo essere. Il suo fine e la sua azione storica sono indicati in modo chiaro, in modo irrevocabile, nella situazione della sua vita ed in tutta l’organizzazione della società civile moderna)» (Marx, La sacra famiglia).

Obiettivo del lavoro teorico del Partito, che lo rende degno discendente della filosofia critica, è lo scolpimento della teoria e la sua verifica costante. Il farsi capire dalla massa proletaria – finché vige il capitalismo – rimane però fatto eccezionale e parziale.

Ugualmente, chi tra i mercanti ed imprenditori del ’600-’700 era in condizione di capire Galileo e Newton, rappresentanti del Partito della borghesia rivoluzionaria? Probabilmente nessuno, ma ciò non ha impedito che al momento opportuno la borghesia realizzasse i suoi compiti storici ponendosi sulle posizioni filosofiche e scientifiche di Galileo e di Newton.

Per questo giustamente il Partito può permettersi di scrivere: «La via dell’opportunismo è lastricata bene ed agevole a percorrere: lo stile dei Mussolini, dei Nenni etc., è stato sempre limpido: si vedeva limpidamente che erano traditori. La nostra via è disagevole e chi si stanca non la può percorrere: è bene su questo che la controrivoluzione poggia i suoi reiterati successi contro di noi. Il marxismo è scienza proletaria ma non è scienza popolare. Tra i gravi contrasti che si aprono dinanzi a noi sta quello che la classe illetterata deve possedere e maneggiare la teoria più ardua, mentre i colti borghesi si pascono di buaggini "alla portata di tutti"» (Lettera del 1952).
 

Meccanica e Spazio assoluto

«Non è vero che la rendita cresce (in proporzione) con la fertilità; ma la differenza tra due rendite sta in ragione della differenza tra due fertilità. Questo principio della rendita differenziale è lo stesso stabilito da Galileo con la relatività dei moti uniformi. Egli non disse più che le distanze del mobile da un punto fermo sono in proporzione dei tempi della sua corsa, ma che le distanze tra due successive posizioni stanno in proporzione alle differenze tra i tempi misurati nelle le due posizioni. Non è la stessa cosa (...) Piccolo passo avanti?! Più facile? Non siamo a scuola per dio, ma nella lotta storica. Quel passo fatto da Galileo fonda la dottrina di tutti i moti anche a velocità non uniforme e con essa la fisica moderna, scienza del tempo dell’utensile e del motore meccanico» ("Mai la merce...").

Quel primo passo, molto più difficile di quelli che sono seguiti, ha consentito all’umana specie di pervenire alla distruzione di tutti gli assoluti con la teoria della relatività generale.

I principi fondamentali della meccanica classica sono:
1. Concetto di punto materiale: oggetto corporeo che può essere descritto come un punto di coordinate x, y, z. Il suo stato di moto rispetto ad uno spazio S viene descritto dando le sue coordinate in funzione del tempo.
2. Principio galileiano di inerzia: ogni corpo persevera nel suo stato di moto rettilineo uniforme fino a che non intervenga una forza esterna.
3. Legge del moto per il punto materiale: F = M x A (Forza uguale a massa per accelerazione).
4. Legge della Forza: uguaglianza tra azione e reazione.

Tali principi furono in parte suggeriti a Newton dall’opera di Galileo, in parte furono frutto delle sue deduzioni: la grandiosa costruzione meccanica newtoniana è il primo e finora unico tentativo, che ha retto da Newton fino all’inizio di questo secolo, di dare una base teorica uniforme alla fisica. Ed anche adesso che è stata delimitata continua a costituire il centro del modo di considerare la fisica, in quanto non si è ancora giunti a stabilire un nuovo fondamento da cui possa dedursi l’intero complesso dei fenomeni fisici studiati e dei sistemi teorici parziali. A rigore manca in Newton un fondamento onnicomprensivo in quanto, tranne che nel caso gravitazionale, manca una legge specifica della Forza: viene solo formulata la legge dell’uguaglianza di azione e reazione.

Nel formulare le leggi della Meccanica, Newton premise delle asserzioni definite sullo spazio e sul tempo, senza le quali anche la legge d’inerzia è priva di senso.

Consideriamo infatti un piano tangente alla Terra in un punto dell’equatore e che si estenda all’infinito. Supponiamo che una sfera rotoli liberamente su tale piano. La sfera descriverebbe sul piano una retta, che però apparirebbe una curva ad un altro osservatore che non sia solidale con la Terra. La legge d’inerzia ha quindi senso solo quando si specifica esattamente lo spazio rispetto al quale il moto deve essere rettilineo.

Considerato che in natura abbiamo solo corpi in movimento gli uni rispetto agli altri, Newton giunse alla convinzione che un sistema di riferimento empirico, fissato da corpi materiali, non avrebbe mai potuto costituire il fondamento di una legge che implicasse il concetto di inerzia. La soluzione newtoniana del problema è efficacemente sintetizzata da Einstein: «Il comportamento meccanico di un sistema di corpi liberamente fluttuanti nello spazio vuoto dipende non soltanto dalle reciproche distanze di tali corpi e dalle velocità relative degli uni rispetto agli altri, ma anche dallo stato di rotazione. E questo, da un punto di vista fisico, non può essere considerato come una caratteristica assoluta del sistema. Per concepire la rotazione del sistema come qualcosa di reale, sia pure soltanto dal punto di vista formale, Newton obiettivò lo spazio. Avendo egli posto il suo spazio assoluto fra gli oggetti reali, la rotazione rispetto allo spazio assoluto diventa anch’essa una realtà. Newton avrebbe potuto benissimo chiamare etere lo spazio assoluto; ma l’essenziale sta in ciò: che si suppone come reale, accanto agli oggetti che ci si manifestano con l’osservazione, un oggetto che non lo è affatto, allo scopo di poter considerare l’accelerazione e la rotazione come qualcosa di reale» (Etere e teoria della relatività).

L’accelerazione nella Meccanica newtoniana significa accelerazione rispetto allo spazio assoluto, il quale deve essere pensato non accelerato perché l’accelerazione possa essere considerata una grandezza fornita di significato. Nelle prime pagine della sua Opera fondamentale Newton definisce lo spazio assoluto concepito come un ente realmente esistente: «Lo spazio assoluto, per sua natura senza relazione ad alcunché di esterno, rimane sempre uguale e immobile; lo spazio relativo è una dimensione mobile o misura dello spazio assoluto, che i nostri sensi definiscono in relazione alla sua posizione rispetto ai corpi, ed è comunemente preso al posto dello spazio immobile (...) Il luogo è la parte dello spazio occupata dal corpo, e, a seconda dello spazio, può essere assoluto o relativo (...) Il moto assoluto è la traslazione di un corpo da un luogo assoluto in un luogo assoluto, il relativo da un luogo relativo in un luogo relativo (...) Invece dei luoghi e dei moti assoluti usiamo i relativi; né ciò riesce scomodo nelle cose umane: ma nella filosofia occorre astrarre dai sensi. Potrebbe anche darsi che non vi sia alcun corpo in quiete al quale possano venir riferiti sia i luoghi sia i moti» (Principi matematici della filosofia naturale).

Condizioni analoghe si ottengono nel caso del tempo. Lo scorrere del tempo, infatti, si esprime attraverso il moto uniforme dovuto all’inerzia. Qualunque moto periodico di un corpo celeste assunto come unità di tempo, presenta irregolarità per cui la legge d’inerzia non sarebbe esattamente valida: «Il tempo assoluto, vero, matematico, in sé e per sua natura senza relazione ad alcunché di esterno scorre uniformemente, e con altro nome è chiamato durata; quello relativo, apparente e volgare, è una misura (esatta o inesatta) sensibile ed esterna della durata per mezzo del moto, che comunemente viene impiegato al posto del vero tempo: tali sono l’ora, il giorno, l’anno (...) Infatti i giorni naturali, che di consueto sono ritenuti uguali, e sono usati come misura del tempo, sono ineguali. Gli astronomi correggono questa ineguaglianza affinché con un tempo più vero possano misurare i moti celesti. È possibile che non vi sia movimento talmente uniforme per mezzo del quale si possa misurare accuratamente il tempo. Tutti i movimenti possono essere accelerati e ritardati, ma il flusso del tempo assoluto non può essere mutato. Identica è la durata o la persistenza delle cose, sia che i moti vengano accelerati, sia che vengano ritardati, sia che vengano annullati; per cui, e a buon diritto, questa durata viene distinta dalle sue misure sensibili».

Nella formulazione di spazio e tempo assoluto Newton viola il principio epistemologico posto da lui a fondamento della sua opera: "Hypotheses non fingo", non faccio ipotesi. Spazio e tempo assoluti nella sua concezione esistono indipendentemente dai corpi esterni, "per sua natura senza relazione ad alcunché di esterno", per cui essi non sono osservabili. Non esiste cioè nessun procedimento sperimentale per verificare l’effettiva esistenza di spazio e tempo assoluti.

Non si pensi che Newton non avesse presente l’insufficienza del principio d’inerzia.

Egli sa che lo spazio assoluto viene ad assumere il ruolo di causa del comportamento inerziale del punto materiale. «L’idea di spazio assoluto, che implica quello di riposo assoluto, era per Newton fonte di inquietudini; egli era, infatti, convinto che nulla nell’esperienza sembrava corrispondere a quest’ultimo concetto» (Einstein). Ma spazio e tempo assoluto rivestono un ruolo insostituibile nella fisica classica. Senza di essi l’inerzia e l’accelerazione (la rotazione) sono privi di significato.

Tralasciando per il momento la critica di Leibniz allo spazio assoluto, bisognò attendere Ernst Mach per avere una nuova interpretazione dell’inerzia. Mach concepì l’inerzia come una resistenza dei corpi all’accelerazione relativa degli uni rispetto agli altri e non all’accelerazione rispetto allo spazio assoluto. In questo modo cercò di pervenire ad una comprensione dell’inerzia senza far intervenire un oggetto, come lo spazio assoluto, non suscettibile di essere direttamente sperimentato. Tale concezione si dimostrò sostanzialmente corretta con la Teoria della relatività generale che eliminò la distinzione fra effetti inerziali e gravitazionali.

Nello spazio assoluto immobile le leggi della meccanica sono valide. Si può dimostrare per estensione che esse valgono per ogni sistema di riferimento in moto rettilineo uniforme nello spazio assoluto. Questo costituisce il Principio di relatività classica, il quale è intimamente legato al concetto dello spazio assoluto.

È lecito chiedersi dell’effettivo contenuto di realtà del concetto di spazio assoluto, se si vuole procedere scientificamente senza pregiudizi e preconcetti. In fisica un concetto è inerente alla realtà se è possibile rilevare, mediante l’osservazione sperimentale, l’esistenza di qualche fenomeno a cui esso corrisponde. Questo concetto di realtà fisica, che dal nostro punto di vista materialistico avrebbe bisogno di ulteriori precisazioni, ci può bastare per comprendere come al concetto di spazio e tempo assoluti non corrisponda alcuna realtà fisica.

Un sistema di riferimento in quiete nello spazio assoluto è privo di significato fisico, in quanto esso appare in moto rispetto ad un altro sistema in moto rettilineo uniforme rispetto al primo, mentre le leggi della meccanica sono le stesse in entrambi i sistemi. Lo spazio assoluto in cui nessun luogo può essere rilevato per mezzo di un qualsiasi strumento fisico deve essere quindi considerato una mera ipotesi introdotta per spiegare l’inerzia.

Il Principio di relatività classica può essere ora formulato in questi termini: "Esistono infiniti sistemi di riferimento equivalenti in cui le leggi della meccanica sono valide nella loro semplice forma classica". Tali sistemi, gli uni in moto rettilineo uniforme rispetto agli altri, sono detti inerziali in quanto in essi è valida la legge d’inerzia. Essi sono in tutta evidenza privilegiati, rispetto agli spazi accelerati, in quanto le leggi della natura assumono rispetto ad essi una forma che si fa preferire per la sua semplicità. Ma dal punto di vista dell’esperienza e della logica, come dimostrerà la Teoria della relatività generale, non c’è ragione per cui la natura debba preferire gli spazi inerziali rispetto agli altri.

Possiamo qui mettere in evidenza come l’introduzione del tempo assoluto si renda necessaria per spiegare le azioni istantanee a distanza, nei cui confronti Newton non ha mai nascosto un profondo disagio. L’azione istantanea a distanza implica infatti il concetto di simultaneità assoluta o tempo assoluto. Tutti gli spazi inerziali hanno lo stesso tempo. Due eventi simultanei in un sistema inerziale sono anche simultanei in ogni altro sistema inerziale.

Con riferimento alle equazioni di trasformazione di Galileo, che permettono di passare da un sistema inerziale all’altro, il Principio di relatività classica assume la forma: "Le leggi della meccanica sono invarianti rispetto alle trasformazioni di Galileo". Il Principio di relatività è quindi un principio di invarianza. Il cammino dalla Meccanica classica alla Teoria della relatività generale, cioè il passaggio dal Principio di relatività classica al Principio di relatività generale è il passaggio dall’invarianza meccanica alla invarianza assoluta.
 

Interazione del tutto

Ritornando allo spazio assoluto è utile aggiungere ancora quanto segue. Newton ha sempre cercato prove sperimentali dell’esistenza dello spazio assoluto. Il famoso esperimento del secchio (che fatto ruotare si inclina ma non rovescia l’acqua) è la prova dell’esistenza dello spazio assoluto e del moto assoluto: «Gli effetti per i quali i moti assoluti e relativi si distinguono gli uni dagli altri, sono le forze di allontanamento dall’asse del moto circolare (le forze centrifughe, ndr). Infatti nel moto circolare puramente relativo queste forze sono nulle, mentre nel moto vero e assoluto sono maggiori o minori, a seconda della quantità di moto».

Nei sistemi accelerati, accanto alle forze vere agiscono delle forze apparenti, le forze inerziali. Per avere un’idea di queste forze apparenti basta ricordare la spinta che si ha nell’atto della partenza o dell’arresto di un treno. La spinta non è altro che la forza inerziale agente nel sistema accelerato del treno in fase di partenza o di arrivo. Nella concezione di Newton, la comparsa di forze inerziali nei sistemi accelerati costituisce una prova a favore dell’esistenza dello spazio assoluto. È anche il motivo per cui i sistemi inerziali acquistano una tale posizione privilegiata nella Meccanica newtoniana.

Le forze inerziali si possono mettere particolarmente in evidenza nei sistemi di riferimento in rotazione sotto forma di forze centrifughe. A causa di tali forze le masse tendono ad allontanarsi dall’asse di rotazione. Come conseguenza si verifica lo schiacciamento della Terra ai poli e la diminuzione della gravità procedendo dai poli verso l’equatore. Secondo la Teoria dello spazio assoluto di Newton, questi fenomeni devono essere considerati non come dovuti al moto relativo ad altre masse, come ad esempio le stelle fisse, ma come derivati della rotazione assoluta nello spazio vuoto. Se la Terra fosse in quiete e se fosse l’intero sistema stellare ad eseguire una rotazione in senso opposto intorno all’asse terrestre in 24 ore, allora, per Newton, le forze centrifughe non potrebbero comparire, la Terra non sarebbe schiacciata e la forza gravitazionale avrebbe lo stesso valore sia ai poli sia all’equatore. La comparsa di questi fenomeni sarebbero la prova della rotazione assoluta della Terra rispetto allo spazio vuoto. Le stesse considerazioni si possono fare in riferimento al pendolo di Foucault la cui rotazione del piano di oscillazione rispetto alla Terra è la dimostrazione della rotazione assoluta della Terra.

Da questi ed altri esempi, che qui tralasciamo per questioni di spazio, emerge che l’esistenza delle forze centrifughe è un fenomeno universale, non attribuibile a processi di interazione, ma allo spazio assoluto. Newton e la maggior parte dei fisici a lui posteriori posero come causa dell’inerzia e delle forze inerziali lo spazio assoluto.

Fra i pochi che si opposero a questa concezione, come abbiamo già ricordato, emerge la figura di Ernst Mach. Nel suo testo La meccanica nel suo sviluppo storico-critico egli analizzò i concetti di tempo, spazio, luogo e moto di Newton e ne esaminò i fondamenti logici. Egli arrivò alla conclusione che noi conosciamo solo posizioni e moti relativi, che sono gli unici ad avere realtà fisica. Considerò le dimostrazioni di Newton sullo spazio assoluto e tempo assoluto come puramente illusorie.

Mach scrive: «Si ha l’impressione che Newton sia ancora sotto l’influenza della filosofia medievale, e non abbia mantenuto il proposito di attenersi al fattuale (...) Un moto può essere uniforme solo in rapporto ad un altro. Il problema se un moto sia uniforme in sé è privo di significato. Allo stesso modo non si può parlare di "tempo assoluto" (indipendentemente da ogni mutamento). Infatti questo tempo assoluto non può essere commisurato ad alcun moto, e perciò, non ha valore né pratico né scientifico. Nessuno può pretendere di saper alcunché al riguardo di esso. È dunque un inutile concetto metafisico».

Per quanto riguarda la prova di Newton sull’esistenza del moto assoluto (schiacciamento ai poli e diminuzione della gravità terrestre dai poli all’equatore, rotazione del piano di oscillazione del pendolo di Foucault, ecc.), Mach mette in evidenza come tutto il ragionamento newtoniano è basato sulla ipotesi, che è al di fuori di ogni verifica sperimentale, che non ci sarebbe schiacciamento ai poli e diminuzione di gravità se la Terra stesse ferma e l’intero sistema stellare ruotasse intorno alla Terra: «Consideriamo ora i fatti sui quali Newton ha creduto di fondare solidamente la distinzione fra moto assoluto e moto relativo. Se la Terra si muove con moto rotatorio assoluto attorno al suo asse, forze centrifughe si manifestano su di essa, il globo si appiattisce, il piano del pendolo di Foucault ruota ecc. Tutti questi fenomeni scompaiono, se la Terra è in quiete, e i corpi celesti si muovono intorno ad essa di moto assoluto, in modo che si verifichi ugualmente una rotazione relativa. Rispondo che le cose stanno così solo se si accetta fin dall’inizio l’idea di uno spazio assoluto. Se invece si resta sul terreno dei fatti, non si conosce altro che spazio e moti relativi. Relativi sono i moti dell’universo sia nel sistema tolemaico sia in quello copernicano, quando si astragga dal presunto misterioso mezzo che pervade lo spazio.

Queste due teorie sono ugualmente corrette, solo che la seconda è più semplice e più pratica dell’altra. L’universo non ci è dato due volte, con la Terra in quiete e poi con la Terra in moto rotatorio, ma una sola volta, con i suoi moti relativi, i soli che siano misurabili. Non possiamo dire come sarebbero le cose se la Terra non girasse. Possiamo invece interpretare in modi diversi l’unica cosa che ci è data; se però la nostra interpretazione è tale da contraddire l’esperienza, vuol dire che è falsa».

La critica di Mach a Newton e sostanzialmente corretta. Newton con il tempo e lo spazio assoluti diede statuto di realtà fisica a fatti che non potevano essere verificati sperimentalmente. Mach tentò di liberare la Meccanica da questi difetti, cercando di interpretare l’inerzia e le forze inerziali come azioni delle masse di tutto l’universo. Il suo tentativo fallì ma la sua intuizione, unita alla teoria relativistica dei fenomeni elettrici e magnetici e al profondo contenuto fisico sottostante all’espressione dell’inerzia e della gravitazione mediante la stessa costante, la massa, portò alla elaborazione della Teoria della relatività generale da parte di Einstein in cui spazio e tempo assoluti perdono ogni ragione esplicativa dei fenomeni fisici.

Concludendo: nella Meccanica classica lo spazio e il tempo svolgono un duplice ruolo che verrà superato con la Teoria della relatività generale. Da una parte essi servono da cornice agli avvenimenti fisici in quanto questi vengono descritti mediante le coordinate spaziali e temporali. Tutta la realtà fisica è concepita come costituita di spazio, tempo e punti materiali in moto rispetto allo spazio ed al tempo. In questo contesto spazio e tempo hanno una esistenza indipendente dalla materia. Anche se questa dovesse sparire spazio e tempo rimarrebbero.

È la concezione posizionale dello spazio comune sia agli Atomisti greci sia a Platone e a Newton, che dominerà il pensiero fisico e filosofico nel ’700 e ’800. A questa concezione si è sempre opposta la concezione relazionale dello spazio che appartiene ad Aristotele e che sarà difesa in splendida solitudine da Leibniz: lo spazio deriva da una rete di oggetti senza i quali esso non esisterebbe. Il concetto di spazio come recipiente vuoto di materia era stato respinto, in quanto privo di senso, da Cartesio. Però Cartesio non ha negato l’assolutezza dello spazio e del movimento. Partendo da premesse diverse sullo spazio Cartesio giunse alle stesse conclusioni di Newton sullo spazio assoluto e sul movimento assoluto. La critica di Leibniz allo spazio e tempo assoluti newtoniani non poteva risparmiare lo stesso Cartesio.

Leibniz contrappone dunque agli spazi assoluti di Cartesio e di Newton uno spazio relazionale che non ha affatto una esistenza autonoma, ma che è una funzione dei corpi coesistenti, come verrà confermato dalla Teoria della relatività generale. Nella concezione posizionale dello spazio in cui questo è concepito come il grembo delle cose (Platone) e da esse non influenzato, la metrica di tale spazio è quella euclidea. Nella concezione relazionale dello spazio in cui questo è una funzione dei corpi, la metrica euclidea si rivelerà inadatta e si renderà necessaria una nuova geometria dello spazio-tempo come risulterà dalla Teoria della relatività generale.

Non è quindi per caso che Einstein nella sua isolata lotta contro l’interpretazione ortodossa della Meccanica quantistica si rifaccia alla lotta condotta contro corrente da Leibniz contro Newton dominante: «Per il momento sono solo nelle mie convinzioni, come Leibniz di fronte allo spazio assoluto della Teoria di Newton».

Dall’altra parte lo spazio e il tempo assoluti si pongono come un sistema inerziale, cioè come sistema privilegiato in quanto rispetto ad esso vale il principio d’inerzia. L’effetto determinante dell’inerzia dello spazio è considerato indipendente, cioè non subisce alcuna influenza di circostanze fisiche qualsiasi, per cui lo spazio agisce sulle cose mentre le cose non agiscono sullo spazio. La Teoria della relatività generale dimostrerà al contrario che la materia influenza lo spazio-tempo.

Infine la Meccanica classica non spiega il fatto, sperimentalmente verificato, che sia l’inerzia sia il peso di un corpo sono misurati dalla stessa costante: la massa. Non spiega cioè perché un corpo che pesa il doppio di un altro opponga resistenza esattamente doppia ad essere accelerato "in piano". Dall’identità tra massa inerziale e massa gravitazionale segue che è impossibile scoprire con un esperimento se un sistema è accelerato o se il suo moto è rettilineo uniforme e gli effetti osservati sono dovuti ad un campo gravitazionale (Principio di equivalenza della Teoria della relatività generale). Lo spazio inerziale viene distrutto appena compare la gravitazione ed è possibile enunciare l’equivalenza fra tutti i sistemi di riferimento per la formulazione delle leggi della natura (Principio di relatività generale).

* * *

In "Mai la merce sfamerà l’uomo" il capitolo "Terra vergine, capitale satiro" contiene un paragrafo di tre scarse paginette dal titolo "La legge differenziale" in cui con finta leggerezza ed in modo estremamente succinto vengono affrontate due questioni centrali della teoria marxista della conoscenza: la distruzione degli assoluti e il determinismo dei fenomeni. La conclusione del paragrafo riassume il valore della legge differenziale per il materialismo dialettico marxista: «Le cifre assolute conducono i cercatori del vero nelle alte regioni della coscienza e dello spirito, sede sola e immarcescibile degli assoluti valori. Noi crediamo invece solo ai differenziali e di essi solo facciamo scienza. Essi ci conducono a constatare le fottiture della realtà».

[ 1 - 2 - 3 ]

 
 
 
 
 
 
 



Teoria marxista della Conoscenza
Riunione di Torino, ottobre 1997.

"LA VERITÁ È RIVOLUZIONARIA"
 
 

La "filosofia perenne" fa della Verità la meta assoluta della sua ricerca. Noi abbiamo sempre sostenuto che non può essere indipendente dalle condizioni storiche nelle quali si forma e nasce. Ma è vero anche, per noi comunisti, che è legata al sentimento comunista che «lega in un sol arco l’uomo armato di clava e l’uomo sociale del futuro». Come conciliare tale almeno apparente contraddizione? È noto che i Greci chiamavano la Verità con il nome di Aleteia, che significa "mancanza di nascondimento".

Marx ha chiaramente sostenuto che il comunismo scorre sotto i nostri occhi, è nella stessa realtà dei fenomeni; ma non tutti sanno vederlo, allo stesso modo in cui non tutti vedono «i triangoli, i cerchi» con cui è scritta la realtà naturale, che invece era capace di vedere Galilei. Ne discende che per vedere nei fenomeni, nei "duri fatti", il comunismo che scorre, è necessaria una visione d’insieme, dialettica, della realtà. Questa è la nostra nozione di Verità. La scoperta di questa Verità da parte di Marx sconvolse e continua a sconvolgere i filistei, provoca scandalo, perché non è inquadrabile nei paradigmi viventi e dominanti, di tipo scientifico e sociale, propri della classe borghese. Per accettare tale verità è necessario rompere i veli del conformismo, accettare in un sol blocco la teoria rivoluzionaria; ciò naturalmente suona bestemmia agli orecchi della scienza, almeno come oggi viene intesa. La scienza rivoluzionaria non è un "pezzetto di verità", ma una totalità che lega in un filo unico fenomeni e sottostanti realtà, non visibili nell’immediatezza della percezione dei fatti sociali e storici.

Il metodo proposto da Marx, che confermiamo, consiste nel passaggio dall’astratto al concreto, e non viceversa, anche se ciò può suonare contraddittorio, per la ragione che l’astratto del pensiero è, materialisticamente, un condensato formale che si è prodotto storicamente, ma senza il quale non è leggibile alcun fatto per sé preso. Il senso autentico del metodo marxista è questo, non il dis/velamento d’un fatto isolato e la sua delimitazione, ma il legame dialettico che viene stabilito tra i vari e specifici fatti tra di loro in forme, strutture e sovrastrutture, che permettano una lettura unitaria della realtà.

Ci rendiamo conto che nel lungo e aspro percorso della storia della lotta di classe la Verità, che ad un certo punto sembrava "rivelata", si è spesso appannata; ma questo non solo non giustifica di gettare alle ortiche il metodo, quanto quello di riacquisirlo per intero.

Quando la scoperta è stata fatta è accompagnata da un sentimento che sconvolge la realtà come precedentemente interpretata: la scoperta della legge del plusvalore in campo economico sociale equivale per noi a quella della legge d’inerzia di Galileo: da quando Marx l’ha formulata nessun teorico borghese ha potuto farne a meno, facendo finta che non sia avvenuto. Questo, in positivo ed in negativo, è sotto gli occhi di tutti, anche quando ci si vanta d’aver debellato "l’ideologia comunista". Una volta compreso che la classe borghese opera un’estorsione sociale alla sua antagonista, quella proletaria, è nato un senso di stupore e di necessità: nell’ambito storico non si poté più agire come se ciò non fosse "o vero o possibile". La negazione della pressione sociale della borghesia sul proletariato rimane un punto fermo, e non vale alcun esorcismo per far finta che ciò non accada, anche dopo la presunta vittoria a tutto campo del "mercato capitalistico". La Verità del plusvalore assume per noi la forma d’un assoluto invariante, diventa una pietra angolare, rinunciando al quale non è più in alcun modo leggibile al realtà sociale ed i conflitti che la sconvolgono. Insieme con altri fondamenti, quali la necessità della lotta non solo economica ma politica, fino alla presa del potere, il suo esercizio transitorio fino al comunismo pieno, non è più opzione generica, ma una legame ferreo di necessità: in questo consiste l’invarianza della dottrina, valida per tutto l’arco della storia come lotta tra le classi.

Pure, anche noi siamo interessati alla questione classica del perché «la verità ama nascondersi» (Eraclito); ma lo fa in un’infinità di espressioni mitiche e religiose di diversa natura. La nostra concezione generale non solo non è estranea a questi problemi, ma ne ha dato giustificazioni di grande effetto e credibilità.

Che cosa "manca" alla Verità per nascondersi nel "velo" del mito, perché non si manifesta in modo completo, una volta per tutte? Noi siamo della convinzione che è un sentimento, il sentimento comunista, del quale era piena la non divisa comunità delle origini.

Qualcosa ha provocato una frattura, un grande evento che Girard (La Violenza ed il Sacro) attribuisce ad un "reale sacrificio" delle origini. Noi parliamo di lotta di classi: soltanto ad un certo grado di sviluppo della forze produttive la storia umana è diventata storia della lotta fra le classi (lettera di Marx a Weidemayer del 1852).

Nella visione dialettica della storia affermare è negare, quello che si perde si acquista per altra via. Non abbiamo da rimpiangere con romantica nostalgia la "pienezza delle origini", ma nello stesso tempo, per quanto siamo "realisti", il sentimento comunista si trova a perseguire il disegno della società intera, di Specie. Non ci sono teoremi puramente matematici a dimostrare questa verità e questa necessità. Eppure lo sviluppo estremo delle forze produttive provocate del moderno capitalismo getta le basi, per noi, della società socialistica. L’idea che ogni forma economica della società nasconda nel suo grembo una nuova formazione è stata tratta da Marx da precedenti intuizioni ideologico-sociali. In tedesco la parola Offenbahrung (che significa grembo aperto/chiuso) allude alla nostra "Ri/velazione". Marx dice che quando una società è matura partorisce una nuova forma, e sottolinea che, nel caso del passaggio dal capitalismo al socialismo, la Rivoluzione, il Partito e la dittatura di classe con la loro violenza aiutano il parto. Tanto Marx che Lenin non pretendono d’aver "inventato" la dialettica. Anzi, nei Quaderni Lenin riconosce che Aristotele aveva a suo tempo centrato alcuni temi e movimenti centrali della dialettica stessa. La dialettica insomma è nata in Grecia, ed è avvolta nel velo religioso (Ri/velazione) nella cultura ebraico-cristiana. E cosa voleva dire Eraclito con la formula "alla verità piace nascondersi", se non proprio che "la verità è dialettica"? Ci si domanda perché tanta difficoltà da parte della Realtà a presentarsi per quella che è. La chiave di volta sta nel fatto che «tutto scorre», che la «realtà è movimento», che polemos (la guerra degli elementi) anima l’intera realtà.

Queste considerazioni sono elementari nella teoria, ma è difficile "tematizzarle" con precisione. Se noi potessimo "vedere" in modo continuo e coerente tutta la realtà non avremmo queste difficoltà. Lenin insiste nel dire che è necessario un «organo (il Partito) capace di vedere da un punto di vista d’insieme» la realtà storica e sociale: per questo non possiamo fare a meno dell’organo politico della classe.

Se ci domandano in che cosa consista la "proprietà" essenziale e specifica del Vero, siamo nelle necessità di dare risposte non assolute, ma storiche. Ecco il "relativismo" tanto rimproverato, non solo a noi. Ma chi ha preteso di rispondere in forma "metafisica" la realtà ha sempre fatto pagare il conto con le sue repliche spesso tragiche. Certo che a tutti piacerebbe avere una comprensione definitiva della realtà, aver scoperto tutto per poterci sedere sereni a godere dei frutti della Verità. Ma così non è, e probabilmente (c’è chi l’ha fatto notare) potrebbe essere abbastanza noioso. L’appello alla prassi, all’azione, non è una forma di volontarismo, che noi rifuggiamo: è il riconoscimento oggettivo che il pensiero e la pratica sono due attività complementari che si rimandano incessantemente in compiti.

Insomma, la "Verità vera" sa di pleonastico, ma rivela questa necessità in movimento. Poiché non siamo fautori "dell’azione per l’azione" non ci meravigliamo se la dialettica presenta dei picchi, o dei "massi" (magari erratici...) sui quali è opportuno mettere i piedi. Certi "rigidismi", di cui siamo stati a più riprese rimproverati, sono necessari, specie in determinate fasi in cui c’è bisogno di tenersi ben aggrappati ai principi. Le "pietre angolari" della teoria, i principi di cui non è lecito fare mercato, pena le perdita d’ogni possibilità rivoluzionaria, sono per noi irrinunciabili. Se la natura ama nascondersi, come dice Eraclito, i principi ed i picchi rivoluzionari a cui ci richiamiamo costituiscono i punti di riferimento che ci permettono di vedere quello che con gli altri metodi è impedito di vedere. Il flusso continuo della realtà economica e sociale, il gioco di interessi che costituisce hegelianamente la "società civile", sarebbero illeggibili senza la bussola del Partito.

Notoriamente la nostra corrente non ha mai accettato di considerare le tragiche sbandate che hanno portato ad aberrazioni del tipo del "socialismo in un solo paese" alla volontà soggettiva di nessuno, si chiamasse anche Stalin. Così la battaglia sul terreno della logica e della dialettica non può essere affrontata in termini di accademia e di pura vuota fraseologia: le regole della tattica nella nostra versione non furono abbandonate per un "errore logico", ma determinate del prevalere di forze che vinsero in certe circostanze di tempo e di luogo, attraverso alleanze spurie, come quelle del "fronte unico", fino alle enunciazioni chiaramente controrivoluzionarie di cui abbiamo fatto menzione. Non è casuale che Stalin, di fronte all’osservazione polemica: "Josip Vissarionovic, vi contraddite!", sembra che abbia sardonicamente risposto: "ebbene, mi contraddico, ed allora?" Ma per noi contraddizione non significa semplicemente negare ciò che si è affermato prima: questo sarebbe un gioco verbale, o di bussolotti. La contraddizione reale e materiale consiste nella determinazione di rapporti di forze che devono essere sciolte, combattendo. Non c’è dubbio che il "senso di identità", tanto reclamizzato oggi nella società capitalistica, che tutto omologa e tutto appiattisce, per noi non può che essere la società comunista. «Una delle proprietà di X è quella di essere identico a X» (Principia Matematica, B.Russell). La Verità è il manifestarsi dell’Identità. Ciò attraverso le differenze e le grandi trasformazioni storiche, che nella fase moderna significano scontro di base tra capitalismo e proletariato. Chi teme che la società comunista sia o possa diventare il regno del "grande fratello", dimentica che quel reame già esiste, ci siamo perfettamente dentro.

Non basta una confezione diversa per mascherare la grande accolta di merci che si equivalgono fondamentalmente tutte, da quelle sublimi dell’arte a quelle vilie del supermercato, per il fatto di essere impastate di plusvalore. Anche la più elementare conoscenza dei processi competitivi scatenati dal capitalismo putrido prova che le differenze tendono ad appiattirsi intorno a valori di massima. Mano a mano che si avvicina la "crisi sacrificale" sempre più aspra ed evidente, le differenze si fanno quasi invisibili, il saggio di profitto si spunta con grande difficoltà, il pennino che segna la curva di sviluppo delle forze produttive tende ad impazzire.

Non è la società comunista che rende tutti miseramente "uguali", ma il capitalismo schiacciato dalle ragioni della sua crisi senza sbocchi. Non ci fa dunque paura l’accusa che viene rivolta ad ogni residua idea di socialismo, d’essere foriera di appiattimento e di mancanza di varietà anche umana. È proprio dallo studio del Capitale che Marx arriva a formulare il "Programma di Gotha", che non prevede "diritti uguali", ma finalmente liberazione reale delle differenze, dei meriti e delle possibilità; non contro la Specie, ma finalmente per l’umanità, che non teme la diversità e l’apporto delle capacità di ognuno.

Né ci impressiona l’idea che nella stessa società comunista il piano di conoscenza della realtà continuerà: noi sappiamo solo per negativo che la "scienza" attuale è scienza "divisa" perché di classe, e mentre, umanamente, aspiriamo ad una conoscenza completa, sappiamo fin d’ora che è infinita. Con una differenza di non poco conto, che fu tipica delle "menti geniali", come quelle fiorite nel Rinascimento, e che cioè la conoscenza non ancora acquisita non sia da assimilare ad una oscurità minacciosa, ma ad un territorio da esplorare con piacere ed ulteriore soddisfazione per la Specie umana.

Cade così la metafora della "cosa in se" assimilata dai fenomenologi ad un nucleo inesistente, come le foglie d’un carciofo che, una volta esaurite, rivelerebbero la sua...

inesistenza. Se è vero che lo "essenzialismo" è duro a morire, dobbiamo anche ammettere che costituisce un’idea "regolativa" che giustifica e spinge in avanti il processo della conoscenza. Tra essenzialismo vuoto ed essenzialismo pieno noi stiamo sul terreno delle dialettica, che non si pasce né di "origini assolute" né di assolute e vuote plaghe del Nulla.

La natura dell’aleteia greca lascia intendere nel Mito, che non schifiamo ma che cerchiamo al contrario di comprendere, che quanto è stato portato alla luce non esaurisce le potenzialità infinite della conoscenza e della Verità.

Quello che ci sta a cuore è che questo patrimonio sia di usufrutto per tutta la specie umana, e non un beneficio esclusivo delle classe proprietarie. Ancora una volta così rimarchiamo il valore di sentimento di base che attribuiamo al comunismo come progetto sociale. Siamo inguaribili "specisti"? E cosa è stato allora "l’umanesimo" per la borghesia nascente? Che cosa l’idea del Paradiso per le religioni di tutte le culture? Sappiamo però anche che la conquista non è senza sacrificio e senza lotta. È questo che manca nelle proposte belanti e belatorie delle attuali forze sociali dominanti.

Nel frattempo la borghesia, in quasi tutte le sue componenti, reclamizza la necessità di attenersi ai "fatti": "Fatti, non parole", predica da ogni pulpito. Chiunque pretenda di legare i fatti secondo un nesso che alluda ad una "verità più larga e completa" è accusato come noi di utopia, ideologia, totalitarismo. Eppure nei suoi sempre più intollerabili tribunali impone alle sue vittime la sua "verità": "Giuro di dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità", è la formula d’uso che non ha il coraggio di togliere. Per noi, al contrario, la Verità di questa società fondata sull’estorsione del plusvalore, è "mancanza"; solo il comunismo è in grado di ricomporre il lavoro, diviso, strappato, molto spesso vilipeso e deriso.

Gli ideologi più raffinati della borghesia e dell’opportunismo, ormai innominabile, si pascono ancora di frasi ad effetto, riconoscendo l’impossibilità di trovare l’"intero" nell’ambito sociale ed umano in genere. Habermas crede che la "partecipazione" alla "pacifica conversazione" tra gli uomini deve avvenire senza che nessuno abbia la pretesa, "nessuna pretesa", di dire la verità. Heidegger sostiene che il filosofo debba essere un "liberatore", anche se afferma che il suo gesto è "un afferrare, uno strappare via con violenza". Aristotele diceva che "l’animale lunare" deve cercare la verità senza vergogna né paura. Come si vede, voci contraddittorie, che s’illudono di appropriarsi della verità in una sorta di torneo filosofico.

Niente di più lontano dalla nostra versione, che sa vedere nella lotta delle idee, o nella partecipazione alla pacifica conversazione, gli interessi sotterranei, le pulsioni e gli istinti che la civiltà chiama asetticamente "Idee".

Marx ha chiaro che la società comunista sta nel grembo aperto/chiuso della vecchia e decrepita società del Capitale. La Verità del comunismo si rivela, per chi la sa vedere, ogni giorno, ma è anche vero che soltanto in determinati risvolti storici si accumulano contraddizioni e necessità di essere sciolte, secondo maturazioni di eventi che costituiscono non tanto la "rivelazione" della verità completa, ma certamente un approdo epocale e significativo. È vero che anche noi parliamo dell’ora X, quella dello scoppio della rivoluzione sociale, ma sappiamo anche vedere come quell’accadimento è il prodotto e risultato dialettico della natura stessa delle cose, assecondata e diretta dall’organo rivoluzionario. Noi assegniamo alla tattica il compito di aderire ai fatti sociali senza esserne vittime, ed alla strategia la funzione di allineare i fatti anche contingenti nell’arco di una lunga battaglia storica fino al raggiungimento del fine.

La verità dei fatti, meglio ancora, degli "eventi", ci mette allo scoperto di fronte allo scorrere della realtà che non possiamo adattare "con le mani": il non/nascosto rivelato dagli eventi non è ancora Verità dispiegata, ma nella nostra lettura non deve essere slegato da essa. Fa un effetto strano sugli avversari la nostra nozione seconda la quale il partito non "fa", ma "dirige" il processo rivoluzionario. L’accusa è nota: determinismo, mancanza di intervento volontario e consapevole sui fatti. Non a caso Lenin è stato letto da certi ambienti opportunisti-concretisti come il "rivoluzionario dell’azione", noi invece i "nullisti" che aspettavano passivamente gli eventi. Cosa dovremmo opporre, se non le severe repliche della storia che stanno lì a sottolineare come i volontaristi della rivoluzione hanno esplicitamente deposto ogni illusione ed hanno confessato la loro effettiva nullità; anzi, ed è peggio, il loro esplicito tradimento. Rimaniamo allora fedeli al nostro metodo, senza farci fuorviare da interpretazioni della "verità" che non sono altro che forzature e cattiva direzione del proletariato contro la sua liberazione storica. Una volta che, come si conviene alla "scienza", la verità storica del moderno proletariato impoverito dalla classe antagonista è stata tratta fuori dall’oscurità, è impossibile che la lasciamo tornare nelle sue caverne. La scienza che si rispetti testimonia la verità anche a costo di gravi sacrifici: è quello che stiamo facendo, per non annacquarla, come hanno fatto storicamente tutti gli opportunisti, con la melassa di mezze verità più appetibili contingentemente.

Ma è anche vero che mai, come con i moderni mezzi della manipolazione, il Vero era stato messo sotto controllo, catturato, perché non potesse dare i suoi frutti. Gli sforzi di tenere in ostaggio la verità fa sì che "l’attuale" viene spacciato per reale, senza tener conto della storia nella sua interezza. Nel "tempo reale" la differenza, lo scarto tra il vero/fenomeno e la fonte che lo teneva in grembo tende ad essere annullato. Eppure continua ad esistere, al punto che nella fisica dei quanti si riconosce che è impossibile far coincidere impulso e posizione delle particelle.

Perché mai dovrebbe riuscire alla classe dominante di imporre la sua Verità in eterno? Ciò viene escluso dalla pur minima conoscenza dei fatti sociali e storici, ma deve essere ogni giorno ribadito, pena la perdita di prospettiva per l’avvenire della classe operaia e del proletariato nel suo insieme. La nozione arcaica, ma sempre viva, secondo la quale il fuoco della Luce e della Verità comporta il sacrificio dell’Eroe Prometeo rifulge come non mai, e noi non intendiamo lasciarla cadere. Parafrasando una felice battuta diciamo: "il mito non genera la fede, ma si genera dalla fede"!. L’adesione alla concezione comunista non è una pura questione di conoscenza, ma innanzi tutto di convinzione e di lotta.
 
 
 

Riunione di Firenze, gennaio 1998

MITO E MATERIA
 

«L’idea di una natura sempre uguale a se stessa, nonostante le complesse trasformazioni chimiche e fisiche, il movimento vorticoso a cui è soggetta, il cambiamento ciclico delle stagioni, le fluttuazioni, i moti di rotazione e di rivoluzione, è quanto mai resistente ed illusorio» (Einstein). Una natura capace di rinnovarsi continuamente, animata da una sua intrinseca "dialettica" è l’immagine che Engels ci ha dato, scrivendo la controversa (per tanti) Dialettica della Natura. Noi, con lui, siamo della convinzione che la materia, piuttosto che essere "in movimento", è "movimento". Naturalmente non un movimento qualsiasi, che potrebbe così giustificare un "movimento è tutto, il fine nulla" applicato alla materia, ma invece un movimento che ha i suoi "ritmi" e le sue leggi, come del resto la società umana che si è sviluppata in seno ad essa.

È noto che ci viene, a noi della Sinistra, rimproverata una concezione della realtà meccanicistica, o meglio "deterministica", come se fosse una tabe, una macchia indelebile.

In verità né siamo fautori d’una natura in seno alla quale agirebbe "una forza operosa che affatica le cose di moto in moto", di tipo sensistico, alla Foscolo, né d’una organizzazione materiale nella quale ad un tratto un clinamen alla Epicuro, si ritaglia una sua non meglio definita libertà, per poter così giustificare la "libertà umana" come sua inevitabile conseguenza.

Nella nostra concezione la natura non è né impenetrabile ed assurda, come per gli esistenzialisti d’ogni risma, alla Sartre, né penetrabile e trasparente attraverso una generica "forza di volontà", come per tutti gli idealisti-spiritualisti in mille rivoli ramificati, ieri come oggi. Il "determinismo", il continuum da esso postulato, continua ad essere frainteso. Ma il nostro "determinismo" viene dopo quello di Laplace, cosicché, hegelianamente, è per noi "superato mantenendosi" (secondo il concetto di Aufhebung).

Rimane fermo per noi che il mondo possa essere conoscibile. Non solo, rimaniamo della convinzione che, se è vero che dividere la realtà, da una parte l’oggetto dall’altra il soggetto, è una questione scolastica, come ricorda Marx nelle sue tesi a Feurbach, non cadiamo nell’esistenzialismo pessimistico degli indeterministi. «Einstein era della convinzione che il mondo può essere completamente diviso in una sfera oggettiva e una soggettiva, e l’ipotesi che si potevano formulare degli enunciati precisi, rispetto all’aspetto oggettivo di essi, formava una parte delle sue convinzioni filosofiche di fondo». È evidente in queste considerazioni di Heisemberg sia un riconoscimento sia una sorta di compatimento.

La nostra posizione, notoriamente, è molto più comprensiva di quella di Einstein che dei suoi avversari nel campo della fisica. Ma poiché la nostra "filosofia" non è un sistema chiuso che si regga sulle "Idee", ci è sempre sembrata poco accettabile una visione totale dell’Universo, ammesso che si possa porre una questione "scolastica" di questo genere.

È il mondo in sé un perfetto armonico, una sorta di proiezione della divinità? Che senso ha l’aspirazione umana, della Specie, ad una conoscenza compiuta della realtà, sia umana sia naturale? Il mondo antico, di stampo greco, ha in mente, con Parmenide, un’Unità finita, perfetta, rotonda. Alla fine del mondo classico, una società divisa tra schiavi e padroni di schiavi, con l’avvento del Cristianesimo, che aveva rappresentato la fine dello schiavismo, la visione del mondo cambia completamente. All’andamento ciclico della natura si contrappone una nozione finalistica, "escatologica". Ne discende per noi una lezione evidente: la concezione della natura non è certo indifferente alle elaborazioni ideologiche che sono il frutto dei rapporti sociali contraddittori ed in permanente conflitto tra di loro.

La visione del mondo greco non prevede la redenzione degli schiavi, tanto che anche i più celebrati dei maestri della scienza e della filosofia come Socrate ed Aristotele, non riuscivano a concepire la loro missione, e la libertà dei loro studi, senza avere a disposizione degli schiavetti che accudissero ai lavori manuali. Il Cristianesimo invece concepisce la libertà degli schiavi, e dagli ultimi è salutato ed identificato come la "religione" che li potrà rendere liberi: ma il cristianesimo è espressione d’una determinata società in cui vengono a cozzare le nuove forze produttive contro i vecchi, marci rapporti di produzione. Il seguito della storia ha ampiamente dimostrato come agli schiavi seguirono nei gradini più bassi della gerarchia sociale i servi prima, ed i salariati poi, fino ai nostri tempi. Noi siamo convinti che non è la "contemplazione" a decidere la vera natura e la conoscenza dell’Universo, ma la prassi, il lavoro e le forme contraddittorie e mutevoli del suo sviluppo. Il nesso tra pratica e teoria, per dirla in termini dialettici, costituisce l’anima della storia e delle sue drammatiche accelerazioni.

Il metodo per conoscere si trova a dover passare "dall’astratto al concreto": il concreto vivente a sua volta si riflette nella mente, determinando nuovi livelli di astrattezza, che però "mantiene superandola", la precedente "filosofia" sociale. La metafisica antica, mirabile ed apparentemente insuperabile, cede il posto all’esperienza storica fondata sull’evidente e vincente dinamica della forze storiche in lotta tra di loro. L’idea della "redenzione" turba il mondo greco degli intellettuali che si dedicano alla filosofia come scienza dei conflitti: il Cristianesimo auspica una comunità umana senza schiavi, ma crede che ciò possa determinarsi per la sola forza dell’Amore. Ma non è sufficiente amare l’Amore... è necessario il riconoscimento dell’azione pratica, cui è legato l’uomo "in cane ed ossa".

Non ci sfugge che l’indagine sulla materia non sia semplicemente una questione da lasciare ai fisici, anche quando risulta che i primi filosofi furono proprio i fisiologoi: nell’età moderna da Galilei a Newton, sempre più l’approccio alla natura si è avvalso delle teknai e dell’ausilio delle matematiche. Non neghiamo certo dignità alle discipline che si preoccupano di dare forma, anche algebrico/matematica, alle loro ricerche nel campo fisico.

È necessario, possibile, e in qualche modo elementare, avvicinarsi ad argomenti e dimostrazioni matematiche, riconducendo la loro eventuale aura di segretezza alle verità della logica, non soltanto formale, ma prima di tutto storica e dialettica. Il sogno di racchiudere l’universo in una sola formula è vecchio quanto il mondo, ma la storia attesta che la fatica di farlo deve fare i conti con le contraddizioni della vita sociale. In questo consiste la nostra convinzione per la quale anche la fisica è in qualche modo una scienza di classe.

Non neghiamo che nella storia umana la conquista della "identità di specie" è una grande impresa, ma, mentre la "filosofia perennis" la attribuisce ad un’illuminazione improvvisa d’un qualche genio, noi siamo della convinzione che invece è stata un’acquisizione prodotta dal lavoro, dalle difficili forme di adattamento all’ambiente, all’interazione fra uomo e natura come si è sviluppata nel tempo.

Quando si arriva alla definizione apparentemente elementare del principio di "identità" (A=A) siamo un bel passo in avanti nella individuazione, da parte della Specie umana, del proprio ruolo nell’adattamento dell’ambiente naturale attraverso l’attività produttiva, e dunque tecnica, scientifica e conoscitiva. Non sottovalutiamo affatto il valore della scoperta della logica e della matematica, ma le grandi opere degli Egiziani antichi, dei Sumeri, degli Assiri, dei Fenici, stanno ad attestare che la sistemazione del suolo, del corso dei fiumi, la scienza idraulica, navale ed altre esperienze pratiche, è stata possibile da determinate forme organizzative del lavoro, delle forze produttive in generale.

Quando si presenta la nascita del pensiero greco come una sorta di miracolo teoretico, si dimentica che la "teoria pura", la cosiddetta "filosofia disinteressata" si è elevata come sovrastruttura di grande effetto e valore, proprio sopra il lavoro schiavistico, la divisione della società in classi nella quale si è affermata la divisione del lavoro, Repubblica di Platone docet! Quando allora, nell’età moderna, sorge un Einstein che sogna di dare finalmente forma ad una equazione risolutiva generale che racchiuda in sintesi e verità la natura e la dinamica energetica dell’intera realtà materiale, non ci meravigliamo, anche se naturalmente non siamo certo estranei all’ammirazione per l’elevato grado umano di "conoscere" e dare giustificazione d’una miriade complessa di fenomeni fisici. Così non siamo indifferenti alla forza di astrazione che ha "formalizzato" l’universo nel linguaggio matematico.

Ogni tipo d’equazione affianca due espressioni che si equivalgono. Ma noi, fautori della dialettica di ascendenza hegeliana, è vero, siamo pur sempre memori della considerazione che nell’opposizione tra tesi e antitesi si genera quel "terzo" a cui spetta di superare la contraddizione. Nella versione idealistica questo "terzo" "supera mantenendo", mentre nella nozione materialistica le cose stanno in una forma un po’ meno logica, e più concreta. È vero che si mantengono, cioè si conservano forze e forme del passato, ma non con la stessa valenza di prima. Dopo la rivoluzione non avviene "per decreto" che tutto si trasformi secondo i nostri sogni, ma certamente le cose non stanno più come prima. Siamo insomma convinti che i "formalismi logico matematici" abbiano il loro valore indicativo, ma siamo troppo convinti "materialisti" per illuderci che le formule siano risolutive. La forza risolutiva in senso sociale ed umano rimane il Lavoro di Specie liberato dall’ipoteca delle strettoie capitalistiche. La nostra concretezza dialettica comporta che le equazioni, anche le più complesse, sono in grado soltanto di darci una "rappresentazione" conoscitiva della realtà, ma mai di sostituirsi ad essa.

Nel secondo membro d’una equazione viene rappresentata una realtà "equivalente", ma espressa in "altra forma"; e noi, pur non essendo "formalisti" siamo consapevoli che quella nuova forma è sintomo di cambiamenti non soltanto quantitativi. Nella famosa formula di Einstein, E = Mc2 (Energia = Massa moltiplicata per la Costante c2), nel secondo membro abbiamo espressi concetti nuovi, intrinseci a quello generale di Energia, ma detti in forma che introduce la Massa. Queste sono rappresentazioni che alludono ad esperienze precise, che gli stessi sensi possono in qualche modo avvicinare. Nella nostra versione non c’è irriducibile opposizione tra Concetto e Realtà, ma scambio tra Esperienza e Teoria.

«Per erigere l’altare del Fuoco, su cui incombe il non lieve compito di ricomporre un corpo ed una mente dispersi e disarticolati ovunque nel mondo, occorrono 11556 mattoni o "citi". "Citi" significa "pensare intensamente". Per gli "Arya" ogni mattone squadrato era pensiero. Su di esso poggia il pensiero successivo, e lentamente s’innalza una parete solcata da giunture» (R.Calasso, Ka). Ed i moderni fisici non hanno forse parlato di "mattoni elementari" della materia? Ma i mattoni devono essere organizzati l’uno accanto all’altro, secondo regole e metodo, come direbbe Cartesio, altrimenti avremmo un ammasso di mattoni... Come, nel caso nostro, un enorme raccolta di merci, quale è il Capitale, secondo Marx.

Una volta che ragioniamo della realtà materiale in termini di E = Mc2 abbiamo a che fare con determinazioni concrete più ricche che se parliamo genericamente di materia, spirito, o energia tout court. L’andamento ritmico delle equazioni è dinamico e dialettico, organizzato secondo espressioni logiche che si saldano in "giunture" capaci di garantire la solidità ed il senso dell’edificio. Anche nella nostra concezione non è sufficiente parlare di Materia per essere "materialisti": è necessario che la teoria la spieghi in modo tale che le formule che usiamo non siano astrazioni e tanto meno una sorta di "diluizione" della ricchezza infinita della materia stessa.

Siamo però consapevoli che le più fini determinazioni operate attraverso la conoscenza teorica non sono mai "infinitesimi" ideali, ma sempre "reali". Nella nostra concezione tra logica dialettico-materiale e concretezza empirica ci deve essere "passaggio", e mai opposizione irriducibile, anche quando determinabile con difficoltà.

La funzione della teoria è quella di rappresentare la realtà oggettiva in divenire, sapendo che ciò può essere fatto per approssimazione, come sottolinea incessantemente Engels. Le espressioni formali raggiunte possono sempre essere perfezionate, da una parte perché la realtà fisica-sociale conosce un suo intrinseco svolgersi, dall’altra perché il processo di avvicinamento da parte della conoscenza umana non è indifferente, anzi, determinato dal lavoro. E come il lavoro con le sue forme nel corso storico non è mai lo stesso, pur essendo sempre lavoro umano, così la nozione che ci facciamo della realtà non è fissa ed ultima, ma rispecchia il livello di sviluppo che la prassi ha raggiunto nelle diverse fasi produttive che si sono verificate nella storia.

Il vero problema della Scienza è quello di non farsi un feticcio né del linguaggio rigoroso ed astratto delle matematiche, né di quello prosaico ed approssimativo proprio dei demagoghi. I diversi tipi di linguaggio corrispondono al grado di lotta e di approfondimento anche tattico-strategico che le classi sociali sono capaci di mettere a punto nell’ambito dei loro ritmi storici. Quanto più il linguaggio scientifico diventa patrimonio ed acquisizione diffusa, tanto più l’organizzazione politica si fa efficiente e pronta a svolgere la sua funzione; ma mai indipendentemente dal livello raggiunto dalle contraddizioni di classe.Anche la nostra logica dialettica non rifugge dal confrontarsi col linguaggio articolato ed ordinario, spesso impreciso ed il più delle volte retorico. Nel Partito si "traducono" tutti i linguaggi.

Prova ne sia che nel Partito non prevediamo gerarchie di sacerdoti esclusivi conoscitori della "lingua", che soli sanno tradurre alla base dei militanti, ciechi esecutori di ordini e "zoccolo duro" per le occasioni difficili. Niente di questo ci riguarda e può assimilarci al modo d’essere di partiti borghesi e democratici. La validità del nostro progetto, programma, battaglia e milizia non è garantita da nessuna "doppia verità", ma da un filo organico di esperienze che legano grandi e piccoli "personaggi", di ieri e di oggi.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 



Appunti per la Storia della Sinistra
(continua dal numero scorso   [ nn. 42 - 43 - 44 - 45 - 46 - 47 - 49 - 50 ] )

LA REPUBBLICA «CATTO-COMUNISTA»
Riunione di Firenze, gennaio 1998
 
 

1946: la Democrazia perdona i fascisti

Il governo che aveva portato gli italiani alle elezioni del 2 giugno 1946 fu l’ultimo basato sui criteri paritetici del CLN. Con quelle elezioni il peso politico dei vari partiti venne calcolato sul numero di suffragi ottenuti e De Gasperi dimissionava per formare un nuovo governo sulla base dei rapporti di forza «che l’aritmetica impone».

Il vecchio governo modello CLN non scomparirà, comunque, dalla scena politica prima di avere compiuto il suo supremo atto di disprezzo ed insulto nei confronti di quel proletariato illuso e sbeffeggiato, che aveva imbracciato le armi ed aveva combattuto per il trionfo del regime democratico: l’amnistia.

Nella tradizione monarchica all’ascesa al trono di un re fa seguito un atto di clemenza, ed in questo senso si era orientato anche Umberto II che, all’indomani del 9 maggio, aveva proposto la concessione di un’ampia amnistia. È più che evidente quale fosse lo scopo dell’amnistia umbertina, alla vigilia del referendum istituzionale: guadagnare alla sua causa i voti degli ex-fascisti. Contro questa strumentalizzazione da parte del Quirinale si oppose con tutte le sue forze l’allora ministro di Grazia e Giustizia, Palmiro Togliatti e, senza vietare al nuovo sovrano di varare un decreto di clemenza, al neo re venne tuttavia imposto di attenersi esattamente a quanto, 46 anni prima, Vittorio Emanuele III aveva decretato al momento della sua incoronazione: amnistia per pene fino a sei mesi di reclusione e poco altro.

Uscito di scena l’ingombrante monarca sarà proprio il ministro di Grazia e Giustizia Palmiro Togliatti a presentare, il 19 giugno, al consiglio dei ministri un suo progetto di amnistia e, due giorni dopo, fu lo stesso Togliatti che propose un nuovo testo di decreto perché il precedente risultava troppo... restrittivo: qualche fascista avrebbe anche potuto rimanere in galera! Il decreto Togliatti, con la sua distinzione tra torture "normali" e "sevizie particolarmente efferate" e con la massima discrezionalità di interpretazione concessa alle Corti giudicanti, aprì le porte delle galere a tutti quanti i fascisti, ed il loro posto sarebbe stato occupato da ex partigiani.

Tanto per farsi un’idea di quale fosse lo spirito con il quale i tribunali si sarebbero accinti a giudicare i crimini commessi dai fascisti, per determinare il possesso o meno dei requisiti per godere dei benefici dell’amnistia, è utile rileggere una sentenza della Corte di Cassazione dell’agosto 1945: in questa sentenza la Suprema Corte aveva escluso che il "Partito fascista repubblicano" (quello di Salò, per intenderci) potesse considerarsi associazione "sovversiva" o "antinazionale". Ecco un estratto della sentenza: «Il Partito fascista repubblicano non è altro che la ricostituzione del Partito nazionale fascista e, dal punto di vista sociale, il suo programma non fu che la continuazione del programma del 1919. Più di un nuovo indirizzo, esso fu un ritorno alle posizioni originali. Ora, nello statuto del PNF si rileva che questo non si è mai proposto di raggiungere nessuna delle finalità sovversive specificate nell’art. 270 (...) essendo suo fine precipuo di riportare e mantenere l’autorità dello Stato al di sopra delle classi e degli individui. Nemmeno il PFR si propose alcune delle finalità di cui all’art. 271, in quanto la sua attività non era diretta a deprimere o a distruggere il sentimento nazionale. Al contrario, non ha insinuato la sfiducia sulla potenza e sui destini della patria, e sempre, nelle sue dichiarazioni ufficiali, ha affermato di voler potenziare il sentimento nazionale, e mediante la continua esaltazione delle nostre energie morali e materiali, lo ha fin troppo esacerbato e inasprito, non potendo escludersi che, per pervenire all’attuazione di quel fine, sia anche ricorso a mezzi violenti di repressione, che si dimostrarono in atto non idonei allo scopo» ("Il Ponte", n.11/12, 1947).

Antonio Gambino, nella sua Storia del Dopoguerra, si chiede ingenuamente come mai «nonostante questi precedenti, l’assoluta maggioranza del Consiglio dei ministri, nella seduta del 21 giugno, appare concorde nell’attribuire ai giudici il più ampio margine di discrezionalità interpretativa».

Ma la risposta è semplice: la definizione data dalla Corte di Cassazione in merito al programma del Partito nazionale fascista e del successivo Partito fascista repubblicano era esatta, come, d’altra parte, è estremamente esatto dire che quel programma era il medesimo di quello dei sei partiti del CLN, e del PCI in modo particolare. Perché dunque i fascisti avrebbero dovuto marcire nelle galere? A questo proposito vale la pena di riportare una dichiarazione di Giancarlo Pajetta. Pajetta racconta: «Delle volte, quando al Nord si prendevano prigionieri dei militi repubblichini, capitava che qualcuno di loro cercasse di mettere in imbarazzo i partigiani dicendo: ma non vi rendete conto che state combattendo per nulla, e che anche se vinceranno quelli che oggi sono i vostri alleati, è con noi che cercheranno di mettersi d’accordo, mentre voi in pochi mesi rischiate di essere di nuovo fuori legge?». Ed infatti, alla fine, l’unica effettiva epurazione fu quella condotta contro i partigiani e gli antifascisti che erano entrati nell’amministrazione statale subito dopo l’insurrezione nazionale. I prefetti nominati dal CLNAI vennero progressivamente sostituiti con funzionari di carriera e nel 1947/48 il ministro democristiano degli Interni, Mario Scelba, epurò con sveltezza la polizia dal consistente numero di partigiani che vi erano entrati nell’aprile 1945.

L’amnistia, varata su proposta del Ministro della Giustizia, provocò non poca tensione all’interno di quel partito che si dichiarava l’unico autentico raggruppamento politico antifascista ed all’interno del quale militava la stragrande maggioranza di quei proletari che sinceramente avevano lottato per abbattere, con il fascismo, la dittatura di classe borghese, che fosse in camicia nera o tricolore. Ma la Direzione del partito non si scompose più di tanto per la levata di scudi che il decreto Togliatti aveva provocato ed il 27 giugno 1946 diramò a tutti i segretari di federazione la seguente circolare: «È opinione nostra che (...) anche per specifiche ragioni di partito era necessario che aderissimo a questa misura di clemenza e che essa venisse fatta proprio nel momento in cui un comunista è al Ministero della Giustizia». Ecco ora l’esposizione di quali fossero le ragioni di partito. La circolare continua: «Un primo esame dei risultati elettorali ci ha portato a concludere che abbiamo riportato scarsi risultati in tutti o quasi tutti quei luoghi dove i nostri compagni e le nostre organizzazioni sono rimasti più tenacemente legati a posizioni che erano logiche e giuste nel momento che si combatteva con le armi alla mano, ma richiedevano di essere attenuate e rivedute col ritorno a condizioni normali della lotta politica. Il voler perseguitare a fondo tutti, anche per colpe non gravi; il mettere al bando dalla società civile intieri gruppi di cittadini; il continuare oltre il giusto limite nel costume della lotta armata partigiana ci hanno nociuto e ci nocciono, limitando le capacità di estensione della nostra influenza».

I proletari partigiani in buona fede vennero a sapere, con tanto di circolare della Direzione del partito, che la loro mobilitazine poteva essere ammessa solo per quel tanto che era durato l’ultimo periodo di guerra, ma poteva essere un pericolo per la pace, specialmente per quella sociale; e quindi tutto un ventennio di persecuzioni, di martiri, di sacrifici e di lotte dovevano essere di colpo dimenticati (Amnistia, significa infatti "dimenticare") per... "specifiche ragioni di partito". Certo che la democratica lotta parlamentare è proprio una gran bella invenzione! Se la democrazia era stata tanto magnanima nei confronti del fascismo altrettanto lealmente si comportò con il partito monarchico e, sempre su proposta di Togliatti, il primo Presidente della repubblica italiana, eletto il 26 giugno 1946 con 396 voti favorevoli su 504, fu Enrico De Nicola di specchiata fede monarchica.

Il 13 luglio 1946 vide la luce il secondo governo De Gasperi che fu allo stesso tempo anche il primo governo repubblicano e, come tale, doveva assumere una forte connotazione di sinistra. Oltre alla DC i partiti presenti nel nuovo Gabinetto furono il PCI, il PSIUP e, per la prima volta, il Partito Repubblicano Italiano. È ancora una volta il PCI a dare prova di saggezza e moderazione non protestando né per la diminuzione del suo peso nel nuovo governo, né per il fatto che otto democristiani detenessero ben dieci portafogli. Anzi fu proprio il PCI a rimettere in riga i socialisti che con il loro velleitarismo rischiavano di provocare la rottura dei rapporti tra i partiti di governo.
 

Si prepara il ritorno all’opposizione del PCI

Il PCI, che aveva partecipato a tutti i governi reazionari del dopoguerra per dare al proletariato l’impressione di essere giunto alla partecipazione del potere, non poteva certo ritirarsi nell’opposizione proprio quando la Repubblica era stata costituita, altrimenti troppo facilmente il proletariato avrebbe compreso di essere stato turlupinato, quando ogni tipo di rivendicazione era stata fatta passare in secondo piano rispetto alla giostra schedaiola del referendum istituzionale. Il partito di Togliatti sapeva bene quale era la sua funzione ed inoltre sapeva bene portare a compimento i suoi impegni controrivoluzionari: piano piano, pur restando al governo, il PCI cominciava ad intensificare la sua politica di opposizione perché le masse lavoratrici non si riallacciassero istintivamente al loro partito di classe. Il PCI oltre a tener conto del giudizio di sempre più larghi strati proletari che ritenevano un vero e proprio tradimento la politica di collaborazione governativa, doveva far fronte alle critiche ed alle pressioni dei suoi iscritti di base e perfino di molti dirigenti periferici che chiedevano la rottura con il governo ed una politica di aperta opposizione, per quanto democratica e legale.

La politica dell’unità e solidarietà nazionale era stata indicata dal PCI come base fondamentale per la ricostruzione economica e Pesenti non aveva tralasciato di istigare i capitalisti (come se ce ne fosse stato bisogno) a ricercare quel "sano profitto economico" che deriva "dalla libera iniziativa privata". Solo che il "sano profitto economico", necessariamente, era accompagnato da un insano peggioramento delle condizioni materiali della classe lavoratrice, avvantaggiando unicamente quella speculazione finanziaria a spese della quale la demagogia opportunista dichiarava di voler fare la ricostruzione. Nel settembre 1946 i problemi della situazione economica, accompagnata dalle forti tensioni sociali, si ripercuotevano all’interno del partito togliattiano con polemiche che raggiungevano, a volte, livelli preoccupanti. In una pubblicazione interna del PCI si legge: «Si poneva al Partito la questione se partecipare ancora al governo o passare all’opposizione. La questione venne discussa nella riunione del C.C. che si tenne nel mese di settembre. Unanimemente il C.C. decise che il PCI doveva continuare a partecipare al governo».

Nel corso del C.C. Togliatti difese la partecipazione del suo partito al governo con l’argomentazione che, innanzi tutto, il governo altro non era che «una specie di Comitato Esecutivo della società italiana (quindi) può esistere una situazione in cui noi rimaniamo al governo pur non sottoscrivendo, anzi criticando determinati atti governativi». Ma l’argomento sul quale più che altro Togliatti puntò fu quello che l’uscita del PCI dal governo avrebbe avuto come conseguenza quella di «acutizzare molto rapidamente la situazione in tutto il Paese.

Noi – continuava Togliatti – ci avvieremmo rapidamente a lotte di massa aperte molto più larghe di quelle che si sono sviluppate prima d’ora e in forme molti più acute». Infine, Togliatti spiegava: «La nostra partecipazione al governo ci offre (...) la possibilità di mantenere i contatti con determinati gruppi politici con i quali riteniamo necessario trovare un terreno di collaborazione. È certo che il malcontento contro questo governo è generale.

Ma è certo però che se noi rovesciassimo oggi, di nostra iniziativa, questo governo ci metteremmo contro molti strati, soprattutto medi, della popolazione e non potremmo sperare poi di avere un governo migliore dati i rapporti di forze che si sono creati nel Paese in seguito alla consultazione elettorale» ("Rivista di Storia Contemporanea", n.2, 1973).

Quindi la falsa svolta a sinistra del PCI sarà fatta essenzialmente in campo sindacale. Fino al 2 giugno i nazional-comunisti si erano serviti della loro posizione di forza all’interno della CGIL per avvalorare l’immagine di moderazione del PCI: avevano fatto accettare ai proletari la pariteticità degli organi direttivi sindacali pur non rispettando minimamente i rapporti sia numerici sia di forza. Ed avevano fatto ingoiare questo rospo ai lavoratori dicendo che la politica sindacale era riassumibile con una sola parola: Unità.

Sempre in nome di questa unità avevano perfino fatto eliminare dalle sedi sindacali anche la simbologia tradizionale del movimento operaio, perché quei simboli avrebbero potuto ferire la suscettibilità degli altri partiti democratici.

Dopo il 2 giugno il sindacato riprese una certa, misurata, vivacità. Al direttivo della CGIL, il 15 luglio, Di Vittorio dichiarava: «Oggi (...) non sarebbe più giustificato, come ieri, un atteggiamento estremamente remissivo per impedire alla CGIL di realizzare per i lavoratori tutti i benefici realizzabili, anche se questi sono limitati». Non si trattava di una dichiarazione di guerra al capitalismo, ma semplicemente un chiedergli scusa, da parte del sommo bonzo, per il fatto che in qualche modo il sindacato avrebbe dovuto assumere la direzione delle rivendicazioni operaie, assicurando tuttavia la classe padronale che queste rivendicazioni saranno "limitate" e "realizzabili", cioè compatibili con le esigenze della produzione e dell’economia capitalista. Si faceva fischiare la valvola di sfogo perché la caldaia non esplodesse, ed a questo scopo la Direzione del PCI del 19 luglio approvava una mozione nella quale si diceva: «Nella attività sindacale deve essere compiuta una svolta che dia a tutti i sindacati dal basso all’alto una attività concreta di agitazione e di lotta, abbandonando il sistema attuale che fa dipendere ogni conquista dall’azione quasi esclusiva degli organi centrali presso il governo. I sindacati di categoria devono condurre le loro lotte in modo ben organizzato, e mantenere costantemente viva la vigilanza per la difesa delle conquiste ottenute. Nell’azione sindacale i comunisti devono apparire (visto che ogni parola ha un suo ben preciso significato, si noti come la mozione del PCI non dica: "i comunisti devono essere", ma "devono apparire" - ndr) come gli assertori e difensori più conseguenti delle rivendicazioni operaie».

Quanto ci fosse di vero in queste affermazioni lo si vide ad ottobre quando la CGIL firmò con la Confindustria la "tregua salariale"; proprio in un momento in cui, tra l’agosto ed il dicembre, il costo della vita era aumentato di oltre il 35%. Secondo la Relazione del 1946 della Banca d’Italia l’indice del costo della vita (fatto 1938 = 100) era passato dal 2.900 di agosto al 3.964 di dicembre.

Il fatto che l’opposizione del PCI fosse solo strumentale venne denunciato perfino dagli alleati socialisti i quali, sull’"Avanti!" del 1° agosto 1946 scrivevano: «E giacché ci siamo ci sia consentita una domanda anche a Scoccimarro: che fai compagno, alle Finanze? (Scoccimarro era stato ministro delle Finanze sotto il governo Parri, nel primo e nel secondo governo De Gasperi - ndr) non ci sei da ieri, ma di un piano organico di tassazione non abbiamo ancora notizie. A pagare sono ancora e sempre i lavoratori e i consumatori, mentre i profitti si sviano per tasche che lo Stato ignora». Fin dal 1944 i ministri delle Finanze erano degli iscritti al PCI, ma secondo quanto pubblicava l’ "Avanti!" del 27 luglio 1946, nell’esercizio 1945/46, dei 132 miliardi di entrate statali i 2/3 provenivano ancora da imposte sui consumi popolari e solo 1/3, cioè poco più di 40 miliardi, dalla tassazione diretta dei redditi delle classi borghesi.

Nel C.C. del settembre ’46 il PCI lanciò la parola d’ordine del "Nuovo corso" di politica economica: «La sola via di uscita dalla grave situazione presente sta nell’imprimere all’economia nazionale un "Nuovo corso" nel quale sia lasciata ampia libertà alla iniziativa privata, ma lo Stato intervenga per impedire con ogni mezzo la speculazione che tende a provocare il crollo della moneta e affamare il popolo, e in pari tempo eserciti una funzione di guida di tutta la ripresa economica nell’interesse nazionale: rientrano in questo campo tanto un’energica politica fiscale per colpire le classi abbienti, quanto l’azione pianificatrice esercitata dagli appositi organi di governo al centro e alla periferia, il controllo sulla produzione esercitato dai Consigli di Gestione, un’efficace controllo sui prezzi e l’aumento delle razioni alimentari, la nazionalizzazione delle imprese monopolistiche, l’inizio di una riforma agraria a favore dei contadini senza terra» ("Rinascita", 9 settembre 1946). Togliatti aveva però già precedentemente tranquillizzato la borghesia sulla sua intenzione quando si era sentito in dovere di scrivere che nella formazione del blocco antifascista avevano «avuto necessariamente larga parte le forze conservatrici italiane (...) ed era evidente – ed ora, bisogna riconoscerlo, anche normale – che i conservatori italiani potessero aderire alla politica delle forze più avanzate del blocco antifascista unicamente al patto di avere tra le mani solide garanzie. I conservatori italiani dovevano assicurarsi che la liquidazione politica del fascismo non coincidesse con modificazioni profonde o addirittura rivoluzionarie della struttura economica italiana. Esistevano tutte le condizioni, dunque, perché in seno al fronte antifascista, tra le sue due grandi ali, si addivenisse ad un preciso compromesso. La natura del compromesso non poteva essere basata che su questi punti: rinuncia ad impostazioni economiche di tipo rivoluzionario; direzione della vita economica – e quindi anche il risanamento finanziario e della ricostruzione – lasciato nei punti decisivi alle forze conservatrici; impegno di tutti i partiti alle soluzioni politiche fondamentali (...) libertà di azione sindacale, riforme minime sul terreno agrario» ("Rinascita", 8 agosto 1946).

Sempre dalle colonne di Rinascita il catto-comunista Franco Rodano spiegava nel modo più esauriente possibile la vera natura del "Nuovo corso" proposto dal PCI. Esso rappresentava «una lotta per il ripristino dell’autorità e della funzione dello Stato in seno alla vita produttiva del Paese (e) nel settore della redistribuzione del reddito». E dopo avere esplicitamente rinnegato anche «l’aspirazione impotente (e sovente astratta, esagerata...) alla "pianificazione"», terminava con la salomonica affermazione che «nell’ambito del nuovo corso si può ravvisare l’utilità di una tregua salariale, purché sia trampolino di lancio della nuova politica economica» ("Rinascita", 10 ottobre 1946). Nemmeno i partiti dichiaratamente borghesi avevano avuto il coraggio di esporre in maniera più chiara una dichiarazione così apertamente corporativistica, e lo stesso De Gasperi, il 17 settembre, quando aveva parlato alla Costituente della tregua salariale quale misura «intesa ad agevolare il consolidamento dell’equilibrio fra prezzi e salari (...) determinando condizioni favorevoli per una ripresa dell’economia», si era però affrettato a dire che l’iniziativa del governo aveva trovato il pieno accordo dei ministri di tutti quanti i partiti.

La tregua salariale benedetta da PCI e DC, il 27 ottobre venne ufficialmente sottoscritta dalla CGIL per un periodo di sei mesi rinnovabili (ed infatti venne rinnovata), presentandola come «normalizzazione (della) situazione salariale in armonia con le necessità dei lavoratori e con le possibilità della produzione, nel quadro della politica economica e finanziaria del governo» (Gli Accordi Interconfederali di Lavoro, Ed. Giuridiche del Lavoro).

Da parte sua il governo si era preso l’impegno di uno stretto controllo sui prezzi instaurando, almeno nelle maggiori città, il cosiddetto "calmiere", al rispetto del quale i vari Prefetti sarebbero stati chiamati a vigilare. Ma fu lo stesso capo del governo che durante un incontro con i Prefetti del Nord Italia li aveva invitati a comportarsi "secondo le situazioni locali" ("L’Unità", 3 e 4 settembre ’46). D’altra parte, come era prevedibile, dove venne applicato (Milano, Genova, Torino) il calmiere ebbe il solo effetto di provocare il blocco delle scorte presso i grossisti o gli intermediari, paralizzando la distribuzione al minuto ed incrementando lo sviluppo del mercato nero. Dopo alcune settimane il Comitato Provinciale Prezzi di Genova, annunciava l’abolizione del calmiere a causa della «rarefazione e scomparsa totale delle merci calmierate» ("Il Sole", 26/27 settembre ’46). Gli stessi successi il calmiere li ebbe in tutte le altre città, finché non morì di quella morte naturale che tutti sapevano sarebbe sopraggiunta.

Ecco come "L’Unità" faceva la cronaca di una grandiosa manifestazione contro il caro viveri tenuta a Milano, in piazza Duomo: «Ai dimostranti che ammontavano a centinaia di migliaia ha parlato per primo Alberganti, segretario della Camera del Lavoro di Milano (...) Per ultimo ha preso la parola il Segretario Generale della Confederazione del Lavoro, compagno Di Vittorio. (...) Una delegazione di rappresentanti delle Camere del Lavoro e guidata dagli onorevoli Di Vittorio e Alberganti si è recata in Prefettura. Qui essa ha conferito col Presidente del Consiglio on. De Gasperi che ha presieduto la riunione dei prefetti dell’Alta Italia (...) Gli onorevoli Di Vittorio e Alberganti hanno fatto presente a De Gasperi le ragioni della grandiosa manifestazione popolare di oggi. Il Presidente del Consiglio ha mostrato di comprenderle» ("L’Unità", 3 settembre). I bonzi sindacali dopo avere svolto la loro azione di pompieraggio nei confronti della classe operaia, vanno a rapporto dal rappresentate del comune padrone, il quale sembra apprezzare la loro servile attività.
 

Divisione dei compiti in politica estera

Un altro aspetto della totale sottomissione del PCI agli interessi dello Stato borghese è dato dal suo atteggiamento sulla politica estera. Senza entrare nel merito della questione basta accennare che, mentre il "Popolo", organo della DC, accusava il partito di Togliatti di essere al servizio dell’URSS e di assecondare le pretese espansionistiche della Iugoslavia, "L’Unità", di rimando, bollava la DC come serva degli americani e di svendere l’indipendenza nazionale per un piatto di lenticchie. Questi scambi di accuse, con tanto di insulti, avvenivano sulle pagine dei giornali, ma all’interno del governo i ministri nazional- comunisti esprimevano tutta la loro solidarietà a De Gasperi in quanto interprete ed esecutore degli interessi del capitale nazionale. Così avveniva che molto spesso i ministri piccisti, nelle sedute di gabinetto, prendessero le distanze dalla politica ufficiale del loro partito e dalle dichiarazioni pubbliche riportate sull’organo di stampa. Ad esempio, nella seduta del 4 agosto Scoccimarro si dissociava dagli articoli apparsi su "L’Unità" a firma di Pastore e Montagnana. Il 21 novembre, sempre Scoccimarro, si rivolgeva al capo del governo con queste parole: «Accetto in tutto le tue dichiarazioni (...) Dichiaro, certo di interpretare il pensiero personale dei miei colleghi e dello stesso intero mio partito, che nulla può contestarsi di meno che onorevole per il Presidente del Consiglio».

Ma se dalle colonne de "L’Unità", il giornale che andava nelle mani dei lavoratori, veniva talvolta fatta la voce grossa, "Rinascita", la rivista degli addetti ai lavori e del dialogo con gli altri partiti, argomentava con teoremi veramente ineccepibili... da un punto di vista nazionalista-borghese. E quindi si risentiva per tutte le accuse che, anche se dovute solo a necessità di copione, il PCI era costretto ad incassare: «Per quasi due anni questo partito, (la DC - ndr) pur sapendo ed avendo tutte le prove che i comunisti rivendicano l’italianità di Trieste, ha avvelenato il paese di calunnie, gridando in tutti i comizi, che i comunisti sono antinazionali perché di Trieste se ne infischiano» ("Rinascita", n.10, ottobre 1946).

Il PCI aveva le idee chiare sul fatto che L’Italia rappresentava un vaso di coccio in mezzo a due vasi di acciaio: l’imperialismo americano da una parte e quello russo dall’altra.

La posizione che il vaso di coccio doveva tenere nei confronti di quelli di acciaio veniva esposta su "Rinascita" del dicembre 1946, dove si legge: «Il dirigente di un grande partito politico di massa (Togliatti - ndr) si è recato a Belgrado; il presidente del consiglio dei ministri (De Gasperi - ndr) sta per recarsi a Washington. Sembra che i due fatti difficilmente si possano avvicinare: iniziativa di un partito da una parte, nei confronti di uno Stato con cui l’Italia non ha ancora rapporti diplomatici; ufficialissima impresa dall’altra, senza dubbio preparata e meditata da lungo tempo da parte della diplomazia di una delle grandi potenze (...) Non ostante il differente terreno e la natura profondamente diversa dei due atti politici, unico è il tema attorno al quale essi si muovono: il tema della pace e dell’indipendenza reale della nazione italiana». Si trattava quindi di cercare di trarre, per quanto possibile, il miglior partito dal dissidio tra i due colossi imperialistici senza legarsi indissolubilmente né all’uno né all’altro.

I primi a non voler cadere sotto le grinfie dell’URSS erano proprio i nazional- comunisti di Togliatti che si affrettavano a dire che «pensare ad una politica estera di inimicizia verso l’Inghilterra o verso gli Stati Uniti, sarebbe cosa da pazzi o da criminali» ("Rinascita", n.10, ottobre 1946). Ciò non significava però che non perseguissero, come del resto perseguiva De Gasperi, la maggior indipendenza politica possibile per un paese vinto tentando di amoreggiare contemporaneamente con URSS ed USA. Si trattava della vecchia, tradizionale politica estera italiana, da Cavour in poi.

Nella foga di sostenere la tesi di una politica estera di equidistanza tra i due colossi imperialistici, sia per non cadere in un vassallaggio economico e politico, sia per non provocare la suscettibilità dei nuovi padroni del mondo, la rivista del PCI si lasciava scappare una ammissione veramente straordinaria, cioè... vera: «Diciamo pure la verità (per l’organo del PCI dire la verità era una cosa tanto straordinaria da doverlo espressamente sottolineare! - ndr) il fascismo è crollato non tanto per la criminale politica antidemocratica da esso seguita all’interno, quanto per la impostazione (...) da esso data alla politica estera dello Stato italiano. Inghilterra, Stati Uniti, Francia, non si sarebbero scomodati a chiedere la liquidazione della tirannide di Mussolini se Mussolini non avesse aggredito questi paesi nei loro interessi nazionali e imperiali (...) E non ebbe Mussolini, del resto, fino a che si trattò solo del carattere antidemocratico e barbaramente tirannico del suo regime interno, l’appoggio incondizionato e dei Chamberlain (zio e nipote), e dei Churchill, e dell’opinione borghese degli Stati Uniti e della destra francese?» ("Rinascita", n.10, ottobre 1946).

L’organo di Palmiro Togliatti si dimenticava di aggiungere all’elenco l’Unione Sovietica: la verità, si sa, va propinata a piccole dosi! L’accusa che i partiti di destra rivolgevano agli stalinisti made in Italy di voler consegnare alla Iugoslavia di Tito le contestate zone di frontiera, ed in special modo Trieste, erano veramente delle falsità. I patrioti togliattiani non si sognavano neppure di alienare un solo metro del territorio nazionale. È vero che le iniziative del PCI, ed in particolar modo il viaggio di Togliatti a Belgrado sembravano divergere dalle posizioni ufficiali del governo italiano, ma non era così. Lo sembravano soltanto: la politica del PCI era complementare a quella dello Stato italiano. Se fosse fallita l’azione del governo, per mancanza di appoggio da parte degli Alleati o per giochi di spartizione delle zone di influenza che i vincitori si contendevano con le unghie e con i denti, al capitalismo italiano sarebbe rimasta ancora una carta da giocare. Questa carta era il PCI con il suo atteggiamento conciliante nei confronti del confratello partito al potere in Iugoslavia e di formale sudditanza verso l’imperialismo sovietico. Questa politica avrebbe potuto far guadagnare all’Italia qualche estrema posizione. In altre parole, il PCI giocava un ruolo di riserva.

Su di una cosa però la linea del partito di Togliatti era chiara, e cioè che, comunque i confini venissero stabiliti, questo tracciato avrebbe dovuto scaturire da intese tra Stati, negando nel modo più assoluto il ricorso alla consultazione popolare nelle zone contestate.

In barba al principio dell’autodeterminazione dei popoli, concetto periodicamente sbandierato dagli imbonitori democratici.

Scriveva Rinascita: «È spuntata fuori ancora una volta la proposta del plebiscito per le zone controverse alla frontiera orientale. In realtà si è fatto bene, sinora, da parte della diplomazia italiana, a non porre al centro la richiesta del plebiscito per le zone controverse (...) Difficilmente sarebbe stato possibile ad una rappresentanza italiana chiedere il plebiscito per le zone giuliane e respingere in pari tempo l’analoga richiesta per l’Alto Adige (Tirolo meridionale). E non solo è certo che, qualora si fosse parlato di plebiscito per la Venezia Giulia, immediatamente il plebiscito sarebbe stato chiesto dagli austriaci per l’Alto Adige (...) ed è più che certo che una richiesta austriaca, fatta in queste circostanze, avrebbe l’appoggio angloamericano. (E’) interesse nazionale decisivo di mantenere al Brennero la linea di difesa strategica della italianità contro il germanesimo. Tralasciamo di commentare questi profondi concetti sulla eterna lotta tra italianità e germanesimo.

Il PCI, poi, metteva in evidenza come la consultazione popolare non solo avrebbe avuto un esito sfavorevole all’Italia in tutta la zona contestata, compresa, grosso modo, tra la frontiera del 1919 e l’Isonzo, dove la maggioranza avrebbe espresso il suo favore all’adesione alla Iugoslavia, ma anche nella stessa zona di Trieste. A Trieste, scriveva "Rinascita", «la popolazione slava voterebbe compatta per la Iugoslavia (...) mentre la popolazione italiana si dividerebbe nel voto, e si dividerebbe in modo molto profondo e molto pericoloso per l’Italia. Nella città di Trieste, per esempio, la maggior parte degli operai italiani non voterebbe certo per il passaggio a uno Stato italiano la cui natura democratica è ancora per loro qualcosa di molto dubbio (uno Stato italiano che mette in libertà quei giudici del Tribunale speciale che condannarono a morte gli operai triestini!) e soprattutto poi voterebbero contro l’Italia se, com’è da prevedere che avverrebbe, la propaganda "italiana" fosse affidata ai vecchi arnesi del nazionalismo e della reazione (...) Nella zona attorno a Monfalcone, si produrrebbe, e in misura ancora più accentuata, lo stesso fenomeno che a Trieste. Voterebbero per la Iugoslavia, per ragioni politiche, gli operai del cantiere, e insieme con loro voterebbe la maggior parte dei contadini italiani della zona, i quali sanno, per esempio, che nella Iugoslavia il mezzadro divide col padrone» (Senti, senti! Oltre allo staliniano "mercato socialista", esisteva pure il titino "padrone socialista"! - ndr) al 65 per cento (...) Conviene, per avere questo risultato, chiedere il plebiscito?» ("Rinascita", ottobre 1946). E poi c’era chi aveva il coraggio di dire che Togliatti voleva vendere l’Italia allo straniero!
 

Stato e Chiesa

Non l’opposizione del PCI nei confronti del governo, ma la semplice accusa che gli veniva mossa da parte dei partiti borghesi fu sufficiente per fargli riconquistare molta della fiducia delle masse lavoratrici, ed il 10 novembre, quando nelle sei maggiori città italiane (Roma, Napoli, Genova, Torino, Firenze, Palermo) si votò per le amministrative, il partito di Togliatti risultò di gran lunga il più votato lasciando dietro di sé, a lunga distanza, il PSIUP; mentre l’insuccesso della DC assunse l’aspetto di un vero e proprio tracollo. Solo a Palermo, dove il voto veniva espresso con la lupara e con le mitragliatrici di Salvatore Giuliano, la Democrazia Cristiana risultò il partito di maggioranza relativa.

Ma il successo elettorale fu gestito dal PCI in maniera molto cauta perché il pericolo principale, per la democrazia, era quello che la classe lavoratrice, galvanizzata dalla vittoria elettorale, radicalizzasse le sue richieste e le sue lotte. Così, quando Nenni, a La Spezia, con una delle sue solite sparate, lanciò lo slogan: "dal governo al potere!" ("Avanti!", 24 novembre), subito Togliatti rintuzzò il maldestro alleato affermando, in un discorso pubblico a Ferrara, che alla formula conquista del potere che «desta evidentemente preoccupazioni e fa pensare che si voglia da parte dei socialisti e comunisti abbandonare il metodo democratico», lui ed il suo partito preferivano quella di «conquista democratica della maggioranza del Parlamento. Noi intendiamo collaborare lealmente con la DC e con tutte le altre forze che vogliono lavorare concretamente alla creazione in Italia di un regime democratico solido, aperto ad ogni progresso» ("L’Unità", 10 dicembre).

Ormai la situazione era matura perché il partito opportunista potesse tornare a svolgere i suoi compiti istituzionali, cioè quelli di pompiere delle lotta di classe dall’opposizione. C’era solo da aspettare il momento propizio. Intanto i vari partiti politici affilavano le armi della retorica nella finta guerra tra i due finti schieramenti: quello dell’ordine contro quello dell’insurrezione, quello della democrazia contro quello del totalitarismo, quello di Cristo contro quello di Satana.

Anche in questa occasione il papa intervenne direttamente nell’arena politica con un discorso pronunciato la domenica del 22 dicembre. Dopo avere condannato gli «empi negatori di Dio, profanatori delle cose divine, adoratori del senso», lanciò questo appello ai fedeli accorsi in piazza S. Pietro: «Dal suolo romano, il primo Pietro, circondato dalle minacce di un pervertito potere imperiale, lanciò il fiero grido di allarme: restate forti nella fede! Su questo medesimo suolo noi ripetiamo oggi, con raddoppiata energia, il grido a voi la cui città natale è ora teatro di sforzi incessanti, volti ad infiammare la lotta tra due opposti schieramenti: o con Cristo o contro di Cristo, o per la Chiesa o contro la Chiesa» ("Il Popolo", 23 dicembre). La differenza stava però tutta nel fatto che, mentre "il primo Pietro" lottava contro un "pervertito potere imperiale", l’"l’ultimo Pietro", assieme a Palmiro, lottavano a fianco di un potere imperiale mille volte più pervertito di quello dei Cesari.

Pio XII, che nel gennaio 1945 aveva dato incarico a monsignor Montini di fissargli un appuntamento segreto con Togliatti, sapeva bene che le sue toccanti parole servivano solo alla commedia politica. Ed infatti Togliatti non se la prese a male tant’è che subito dopo, il 23 gennaio, congiuntamente a Dossetti, presentò alla "Commissione dei settantacinque" quella formula che sarebbe poi divenuto il primo comma dell’art.7 della costituzione: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani».

Questa formula tautologica fu approvata con una maggioranza schiacciante: 39 voti favorevoli, 5 contrari, 8 astenuti. Dopo una finta battaglia contro il secondo comma dello stesso articolo, il 25 marzo venne votato a stragrande maggioranza l’inserimento dei Patti lateranensi nella Costituzione: 350 furono i voti favorevoli, 149 quelli contrari. Teresa Noce fu la sola iscritta al PCI a votare contro, tutti gli altri fecero causa comune con democristiani, "qualunquisti", monarchici, gran parte dei liberali e vecchie cariatidi del pre-fascismo come Sforza, Orlando, Nitti, Ruini, ecc.

È risaputo che il Vaticano e l’Azione Cattolica esercitarono forti pressioni sulla Democrazia Cristiana, ed in particolar modo su De Gasperi, perché non «dimostrassero perplessità, anche solo di forma, su un problema fondamentale che (...) è indubbiamente di diretta competenza dell’autorità ecclesiastica». Anzi, la Santa Sede passava alla minaccia esplicita nei confronti dei democristiani recalcitranti: «Dipenderà da tale votazione la preferenza dei cattolici stessi, nelle future elezioni politiche». Tant’è che anche il devoto De Gasperi di fronte a simili pressioni doveva sbottare: «Non accetto intimazioni di questo stile» (Gambino).

Perché queste pressioni/imposizioni al partito di De Gasperi? Perché la Chiesa Cattolica ed il suo Sovrano non erano affatto sicuri che il partito cattolico portasse avanti compatto la battaglia del Concordato. Ma nei confronti degli "empi negatori di Dio, profanatori delle cose divine e adoratori del senso", gli anatemi papali non avrebbero dovuto fare presa e nemmeno le minacce di convogliare su altri partiti i voti dei cattolici. Eppure il PCI, se si eccettua la defezione di Teresa Noce, si eresse compatto a baluardo del cattolicesimo benché venisse, da quest’ultimo, continuamente ed ingiustamente vilipeso.

"L’Unità" giustificava il voto del PCI a favore dell’articolo 7 come «il più alto esempio di responsabilità nazionale per la pace religiosa e l’unità dei lavoratori».

Ma, PCI a parte, anche gli altri partiti "laici" del post-fascismo dimostrarono tutto il loro servilismo nei confronti della Chiesa. Già nel 1944, nel pieno della guerra, il conte Visconti Venosta, a nome del governo del Regno del Sud, assicurava al cardinal Maglione il 12 luglio 1944 che, «come base delle buone relazioni con la Santa Sede, è l’applicazione esatta e cordiale dei Patti Lateranensi» e, qualche giorno dopo, il 30 luglio, Ivanoe Bonomi, rivolto al nunzio apostolico, affermava che «tutti i partiti, ad eccezione soltanto di quello d’Azione, sono d’accordo di non toccare la questione» (Le Saint Siège et la Guerre Mondiale - janvier 1944/mai 1945).

L’articolo 7 non solo traghettava all’interno della Costituzione repubblicana, democratica ed antifascista, gli ordinamenti fascisti, ma con questo articolo si poneva in chiaro contrasto con tutto quanto il Corpo costituzionale pretendeva di rappresentare e garantire. Ad esempio, l’articolo 5 del Concordato recitava: «Nessun ecclesiastico può essere assunto o rimanere in un impiego od ufficio dello Stato italiano e di enti pubblici dipendenti dal medesimo senza il nullaosta dell’Ordinario diocesano. La revoca del nullaosta priva l’ecclesiastico della capacità di continuare ad esercitare l’impiego o l’ufficio assunto. In ogni caso sacerdoti apostati o irretiti da censura non possono essere assunti né conservati in un insegnamento, in un ufficio od in un impiego, nei quali siano a contatto immediato col pubblico». Come si vede il basso clero era quello che meno di tutti avrebbe dovuto gioire dell’introduzione del Concordato, tramite l’articolo 7, nella Costituzione italiana.

Nei confronti degli articoli del Concordato che erano in aperta antitesi con quanto dichiarato dalla Costituzione sarebbe valso il concetto che «non omne quod non licet nullum est». Ossia, in altre parole, le regole dello Stato vanno rispettate anche quando questo agisce o legifera in modo illegale. L’articolo primo del Concordato assicurava alla Chiesa il «libero esercizio del potere spirituale (...) nonché della sua giurisdizione in materia ecclesiastica (e) ove occorra (lo Stato) accorda agli ecclesiastici per gli atti del loro ministero spirituale la difesa da parte delle sue autorità». Quindi si poteva arrivare al limite che «lo Stato non possa prestare alcuna tutela al cittadino, neppure se ecclesiastici, o laici incaricati da ecclesiastici, gli strappino di mano il giornale dannoso per il suo bene spirituale, o vengano in casa a depurare la sua biblioteca, anzi neppure nel giorno in cui la Chiesa volesse ristabilire carceri ecclesiastiche per i bestemmiatori od i concubinari» (Jemolo).

Un chiaro esempio del potere di interferenza che la Chiesa acquisì con l’articolo 7 della Costituzione nella vita non solo del clero, non solo dei cattolici praticanti, ma di qualsiasi cittadino, fu il "caso Fiordelli-Bellandi" scoppiato a Prato e che si trascinò dal 1956 al 1959.

Era l’agosto 1956 quando a Prato venne celebrato un matrimonio con solo rito civile.

Il vescovo, mons. Fiordelli, scrisse una pastorale nella quale definiva tale matrimonio "inizio di uno scandaloso concubinato" e dava disposizione al parroco per una serie di provvedimenti. «Lei, signor Proposto, alla luce della morale cristiana e delle leggi della Chiesa, classificherà i due tra i pubblici concubini e considererà a tutti gli effetti il signor Bellandi Mauro come pubblico peccatore e la signora Nunziati Loriana come pubblica peccatrice. Saranno loro negati tutti i Santissini Sacramenti, non sarà benedetta la loro casa, non potranno essere accettati come patrini a battesimi e cresime, sarà loro negato il funerale religioso (...) Infine poiché risulta che i genitori hanno gravemente mancato ai propri doveri, la signoria Vostra, negherà l’acqua santa alla famiglia Bellandi e ai genitori di Nunziati Loriana». ("Il Tirreno", 5 marzo 1998). Sulla scorta del Codice di Diritto Canonico il vescovo dava ordine che la sua pastorale fosse letta durante tutte le messe nella parrocchia degli sposi, senza impedire che, per zelo pretesco, anche tutti gli altri parroci diffondessero dai loro pulpiti l’autorevole voce apostolica. Infine la lettera venne pure pubblicata prima sul "Bollettino Parrocchiale" poi sui giornali cattolici della provincia. «La lettera del vescovo, letta in tutte le chiese di Prato ebbe conseguenze gravi. Il giro d’affari dello sposo (commerciante - ndr) si ridusse della metà, per non parlare degli insulti, delle lettere anonime e di una aggressione subita da tre sconosciuti che lo percossero alla nuca, al fianco ed alla tempia» (citazione da un giornale non menzionato, riportata, ma non condivisa, dal settimanale cattolico "Toscana Oggi" del 15 marzo 1998).

A seguito di tutto ciò il Bellandi denunciò il vescovo di Prato che, nel febbraio 1958, veniva condannato dal tribunale di Firenze ad una multa simbolica di 40 mila lire.

Immediatamente il Vaticano minacciò la rottura dei rapporti diplomatici con la Repubblica italiana. "L’Osservatore Romano" del 3 marzo 1958 comunicò che, data la «condizione di amarezza, di mestizia e di oltraggio, fatta in Italia alla Chiesa», Pio XII non avrebbe celebrato la tradizionale festa dell’Incoronata con l’udienza del Corpo Diplomatico che doveva svolgersi il 12 marzo. «La reazione della chiesa alla condanna del vescovo assunse toni inusitati. Giornali ed associazioni cattoliche, vescovi, cardinali e perfino il papa, condannarono le decisioni del tribunale di Firenze e i giudici vennero minacciati di scomunica. Il giornale dell’Azione Cattolica arrivò al punto di paragonare la condanna di Fiordelli alle persecuzioni dei vescovi in Cina (...). Un anno dopo la disputa si chiudeva con l’annullamento della sentenza da parte della Corte di Appello di Firenze, che assolveva il vescovo dichiarandosi incompetente a giudicare» (G.Mammarella, L’Italia dopo il Fascismo).

A 40 anni di distanza, il vescovo Fiordelli ricorda il suo rifiuto di partecipare al processo con questa giustificazione: «Se mi fossi presentato al dibattimento processuale avrei per ciò stesso riconosciuto che il giudice di un Tribunale dello Stato poteva sindacare il mio operato di Vescovo, e questo assolutamente non potevo ammetterlo. Sarei venuto meno al mio dovere di difendere la libertà religiosa dei Pastori della Chiesa e avrei tradito la lettera e lo spirito del Concordato, e quindi anche della Costituzione che quel Concordato aveva recepito» ("L’Osservatore Romano", 8 marzo 1998). Quello che il vescovo si dimentica di dire è che questa possibilità di appellarsi, e con ragione, alla Costituzione della Repubblica Italiana la deve esclusivamente al voto dato all’articolo 7 dal partito del povero Bellandi.
 

Verso una separazione consensuale

Con il 4° governo De Gasperi si parla, generalmente, di "cacciata" delle sinistre dal governo, dove la DC si sarebbe fatta strumento dei voleri americani e di quelli della Chiesa.

Senza dubbio pressioni in questo senso vennero fatte alla DC, sia da parte della Chiesa sia degli americani. Ad esempio, in un appunto di pugno di De Gasperi datato 12 novembre 1946 si legge di un incontro tra lui e mons. Montini, durante il quale quest’ultimo, facendosi portavoce del papa, avvertiva il dirigente democristiano che «qualunque collaborazione, non solo per il comune di Roma, ma anche per il governo, con i partiti anticlericali non è più ammessa. Se la DC dovesse continuare in tale collaborazione sarebbe considerata come un partito "filonemico". La DC non avrebbe più né il nostro appoggio, né la nostra simpatia» (P.Scoppola, La Proposta Politica di De Gasperi).

L’altro aspetto riguarda il prestito di cento milioni di dollari che gli USA concessero all’Italia in occasione del viaggio di De Gasperi in America, nel gennaio 1947. Raccontando di questo viaggio e delle esortazioni ricevute da parte dei benefattori di oltre Atlantico a liberare il governo dai comunisti, De Gasperi ricordava: «ce lo siamo sentiti ripetere dappertutto». In fotografie o documentari dell’epoca ci capita ogni tanto di rivedere il dirigente democristiano che, di ritorno in Italia, scende dall’aereo sventolando di fronte ai fotografi il famoso assegno dei cento milioni di dollari, il presunto prezzo della cacciata dei socialcomunisti dal governo.

Noi invece neghiamo nel modo più assoluto questa versione. Non di rottura si trattò, ma di consensuale separazione e divisione dei compiti nella quale il PCI non subì, ma caso mai fu regista della "rottura".

Innanzi tutto il viaggio del capo democristiano negli Stati Uniti non venne affatto avversato dai colleghi del PCI (abbiamo visto poco innanzi come per "Rinascita" questo viaggio si inserisse nella legittima ricerca di "indipendenza reale della nazione italiana"), ma addirittura Scoccimarro ricordava come, alla vigilia della partenza di De Gasperi per l’America, lavorò fino alle prime ore del mattino per redigere il bilancio provvisorio per l’anno seguente, in modo che gli americani potessero vedere che le finanze del paese, di cui erano responsabili i comunisti, erano state amministrate con saggezza. Egli corse all’aeroporto a portare a De Gasperi i risultati della sua fatica notturna, promettendo ulteriore documentazione se gli americani l’avessero richiesta.

Il famoso "assegno" di 100 milioni di dollari rappresentò semplicemente uno schiaffo che Zio Sam volle dare alla pezzente Italia che era andata ad implorare un aiuto finanziario di ben 940 milioni di dollari. «Gli esperti economici italiani avevano infatti calcolato che per una efficace e rapida ricostruzione sarebbero state necessarie, nel 1946, importazioni per un miliardo e 700 milioni di dollari. Di questi, 760 milioni potevano essere coperti con le esportazioni. Era quindi necessario un aiuto esterno, cioè americano, per i rimanenti 940 milioni (...) Per valutare le dimensioni ridotte del prestito concesso all’Italia, si tenga presente che alla fine del maggio 1946 il governo americano aveva concesso alla Francia un prestito di un miliardo e 350 milioni di dollari, e che l’Eximbank, la quale aveva già versato al governo francese 550 milioni di dollari nel dicembre precedente, vi aveva contribuito con 650 (...) Ma la riprova del valore più simbolico che concreto dei 100 milioni di dollari è data dal fatto che, ancora alla metà del successivo settembre, l’Eximbank si sarà impegnata a versare solo 30 milioni di dollari e neppure uno solo di questi dollari sarà stato ritirato dalle ditte italiane» (Gambino).

De Gasperi che per indole non era servo né della Chiesa né degli americani, ma soltanto degli interessi del capitale nazionale, al suo ritorno dagli USA rassegnò le dimissioni. Ma, nel febbraio, formò un nuovo governo, il 3°, con la partecipazione di PCI e PSIUP. A chi lo critica per questa rinnovata collaborazione con gli "empi negatori di Dio", dalle colonne del suo organo di stampa la DC risponde che «non può dimenticarsi il peso reale ed effettivo dei comunisti alla Camera e nel paese. Un governo di minoranza della DC comporterebbe uno stato di aspre polemiche e di continua tensione, che potrebbe compromettere l’atmosfera costruttiva necessaria» ("Il Popolo", 29 gennaio 1947). Dello stesso parere di De Gasperi era anche il "capo Storico" del partito cattolico, Don Sturzo, che qualche mese prima, rivolto agli "Amici Pensierosi del Presente e del Lato Manchevole del Tripartito", aveva scritto: «Come per ottenere la pace nel mondo non può farsi a meno dell’intesa concorde fra i Tre Grandi, così, si parva licet componere magnis, l’Italia non potrà risolvere i suoi problemi senza l’intesa politica fra i tre grandi partiti di massa» ("L’Italia", 20 ottobre ’46).

Ancora all’inizio del maggio 1947, dopo che il nuovo Segretario di Stato americano, Marshall, aveva "suggerito" all’ambasciatore a Roma la formazione di un governo tecnico "senza basi parlamentari", senza i comunisti e senza nemmeno De Gasperi, quest’ultimo ostinatamente dichiarava che non avrebbe formato un governo senza il PCI finché questo partito non fosse stato pronto a restare fuori dal governo. In altre parole, bisognava dare ai nazional-comunisti il tempo di "aggiustare il tiro della loro critica contro di esso". Pietro Scoppola commenta: «Dai ricordati accenni dell’ambasciatore americano ai colloqui con De Gasperi emerge non solo l’estrema cautela del presidente del consiglio italiano, ma anche l’intenzione di sospingere i comunisti verso una opposizione al governo, non al sistema» (La Proposta Politica di De Gasperi).

Per la loro partecipazione al nuovo governo De Gasperi, i socialisti posero una serie di condizioni: a) una legge per la "difesa della Repubblica"; b) un sussidio di disoccupazione; c) il ripristino del controllo statale sugli scambi con l’estero; d) una imposta patrimoniale straordinaria; e) l’approvazione del progetto Morandi sui consigli di gestione; f) un piano organico sugli ammassi di tutti i generi di prima necessità; g) la vice-presidenza del consiglio da assegnare a Romita. Che si trattasse solo di demagogia lo dimostra il fatto che senza che nessuna delle richieste avanzate venisse presa in considerazione, i socialisti si precipitarono ad entrare comunque nel governo senza fare gli schizzinosi. Il PCI, al contrario, non mise nessuna condizione alla sua partecipazione, accettò la diminuzione dei propri ministri e la perdita del prestigioso Ministero delle Finanze, non solo di buon grado ma come un sollievo. Il 19 febbraio, parlando alla Costituente, in occasione del voto di fiducia del governo, Togliatti disse: «Che un comunista fosse prima ministro delle Finanze e un comunista sia oggi ministro dei Lavori Pubblici, non è questione di sostanza. Vorrei, anzi, dire che tra la funzione di spremere il denaro ai contribuenti e quella di distribuire il denaro per uso pubblico alle pubbliche amministrazioni, preferisco la seconda funzione; mi sembra meno antipatica» (Togliatti, Discorsi alla Costituente).

Il 20 aprile si votò in Sicilia per eleggere la prima Assemblea Regionale. I risultati confermarono le votazioni del novembre precedente: netto calo della Democrazia Cristiana, che rispetto al 2 giugno perse circa 250 mila voti, e netta avanzata dei partiti di sinistra (PCI, PSIUP, Pd’A) riuniti nel cosiddetto "Blocco del Popolo", che ne guadagnarono oltre 80 mila.
 

Il "Patto non scritto" fra DC e PCI

Per spezzare il connubio tra DC e PCI c’era bisogno di trovare un casus belli quanto più eclatante possibile che oltrepassasse le barriere dei confini nazionali e suscitasse uno scalpore immenso. Ne fu trovato uno veramente cretino.

Mentre il proletariato dei paesi vincitori soffriva la fame e quello dei paesi vinti era sotto il limite della sussistenza, i due maggiori partiti italiani potevano permettersi il lusso di avere bilanci, per l’epoca, astronomici. La Russia non lesinava valuta pregiata al PCI e più che altrettanto facevano gli Stati Uniti nei confronti della DC e degli altri partiti "liberi". Era naturale, tutti lo sapevano, salvo ognuno accusare il partito concorrente di ricevere denaro da una potenza straniera con lo scopo di togliere all’Italia la sua indipendenza. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, il seguente telegramma del 19 febbraio 1948, trasmesso dall’ambasciata USA di Roma al Dipartimento di Stato, ci dà un po’ l’idea della situazione: «Il 21 prossimo, la DC manderà il dott. Pietro Ruffini in America a raccogliere fondi elettorali (...) Il suo piano è di formare un piccolo comitato di banchieri e industriali di New York, interessati all’Europa, che siano disposti a finanziare la DC come guida della lotta contro il comunismo in Italia (...) L’attività del dott. Ruffini non dovrà essere pubblicizzata e il comitato dovrà mantenere la massima riservatezza. I fondi raccolti verranno depositati su un conto speciale dell’Istituto per le Opere di Religione alla National City Bank per essere trasferiti al Banco Vaticano. Il dott. Ruffini è un industriale tessile milanese noto a molti industriali tessili americani. Ufficialmente il suo sarà un viaggio di affari» (Caretto/Marolo, Made in Usa).

Veniamo ora al casus belli cretino. Il 12 maggio De Gasperi aveva presentato le dimissioni del suo 3° governo; il giorno 18 l’ex sottosegretario di Stato del defunto Roosvelt, Sumnes Welles, in una intervista ad un giornale affermava che la forza del PCI derivava dai fondi che gli arrivavano direttamente da Mosca. In risposta a quella che ormai era l’opinione di un semplice cittadino americano, Togliatti, sempre così misurato e contenuto nelle sue reazioni, pubblicava su "L’Unità" un violentissimo attacco intitolato Ma come sono cretini. In questo articolo di fuoco Togliatti accusava gli americani di essere «ancora nell’animo negrieri: un tempo commerciavano con gli schiavi, ora vorrebbero mettersi a commerciare con i paesi e i popoli interi, come fossero partite di cotone in ribasso»; li tacciava di essere «poco intelligenti, perché mancano di preparazione culturale e storica, di finezza mentale», e concludeva: «non vi pare che questo tipo di americani anticomunisti siano proprio cretini assai?» ("L’Unità", 20 maggio 1947). Il governo degli Stati Uniti che, evidentemente, era abbonato a "L’Unità", alla lettura dell’articolo si offese a tal punto che minacciò di gravissime ritorsioni economiche e commerciali l’Italia se i comunisti, che tanto avevano osato e dimostrato di essere dei nemici dichiarati del popolo americano, fossero restati un giorno di più al governo. Così l’articolo rissoso di Togliatti avrebbe causato la cacciata del suo partito dal paradiso terreste governativo per ben mezzo secolo. Se ciò fosse vero, Togliatti, sarebbe stato proprio un grande stratega! Però, quando Togliatti scriveva: Ma come sono cretini!, probabilmente si riferiva ai proletari ingannati che lo seguivano, non certo agli americani. Infatti della sua esclusione dal governo, Togliatti, non si rammaricò affatto. Fabrizio Onofri racconta: «il 28 o il 29 maggio si svolse una riunione alla direzione del partito alla quale Togliatti espose in modo molto succinto il colloquio in cui De Gasperi gli aveva comunicato la definitiva decisione di fare un governo senza la sinistra. Io (...) rimasi molto colpito da questo tono di distacco e quasi di passività. Dopo qualche ora andai quindi a trovare il segretario generale a Montecitorio e gli esposi tutto un piano di manifestazioni e di agitazioni graduate (si noti il "graduate" - ndr) che, nel frattempo, avevo elaborato. Togliatti (...) mi lasciò parlare per qualche minuto giocherellando con una matita. Poi, senza ribattermi nulla, mi disse: "No, non mi sembra il caso"» (Gambino).

Il motivo era evidente. L’opportunismo entra nel movimento delle masse per imbastardirlo, frenarlo, deviarlo per evitare che esso assuma precisi connotati di classe e rivoluzionari; ma non si sognerà mai di mettere le masse in moto, neanche a scopi opportunistici e reazionari. Una volta partite chissà se sarà possibile mantenerle all’interno del letto opportunista, senza che la corrente straripi. Meglio quindi tenere ben chiuse le cateratte.

All’indomani del voto di fiducia del 4° governo De Gasperi, ottenuto con i voti delle destre, Togliatti scriverà semplicemente: «Siamo gente troppo seria e troppo consapevole della nostra responsabilità e troppo strettamente legata a quelle conquiste democratiche per cui abbiamo combattuto per tutta la nostra esistenza di singoli e di partito, per farneticare di ricorsi alla violenza» ("L’Unità", 30 maggio 1947). Il 31 maggio, prendendo pretesto da «voci allarmistiche (...) diffuse tra le forze di polizia e nei quadri dell’esercito (...) a opera di determinati organi del Ministero degli Interni (...) circa pretesi ed assurdi propositi di ricorso alla violenza ed a forme di lotta insurrezionale, che esisterebbero nel partito comunista in seguito alla soluzione antidemocratica data alla crisi di governo», la segreteria del PCI diffuse un comunicato dove si precisava che i comunisti «respingono quelle forme di lotta che creerebbero nel corpo della nazione fratture insuperabili, e denunciano come una provocazione gli allarmi pazzeschi diffusi dal Ministero degli Interni».

Si vede bene che tutte queste affermazioni ufficiali non servivano ad assicurare il potere statale che il PCI non avrebbe compiuto gesti inconsulti. Questo lo Stato lo sapeva benissimo. Servivano invece ad intimare alla classe operaia di astenersi nel modo più assoluto dall’intraprendere azioni di lotta di classe. Ancora due mesi dopo Togliatti scriveva: «Non abbiamo accettato la sfida della guerra civile. Abbiamo salvato l’unità nazionale» ("Vie Nuove", 27 luglio 1947).

Ma quello che parlava senza peli sulla lingua era Giorgio Amendola. Non che rifuggisse la menzogna, ma semplicemente non aveva neppure il pudore di mentire. «Fin dal ’44 – spiegava Amendola in una confessione completa – tra noi e la DC si era infatti stabilito una specie di patto non scritto, per cui mentre il PCI garantiva il paese dai pericoli, non indifferenti, di una guerra civile e di una spaccatura in due, e anche da ogni interferenza dell’Est, la DC si impegnava ad impedire il rigido inserimento nella sfera di influenza occidentale (...) Togliatti aveva cominciato a considerare questa possibilità (l’uscita del PCI dal governo - ndr) anche prima, e proprio per questo aveva deciso di non partecipare al governo che De Gasperi aveva formato all’indomani della vittoria repubblicana. Poi, nel discorso che fece alla conferenza organizzativa dell’inizio del gennaio 1947, il segretario del partito inserì alcuni accenni alla possibile fine del tripartito».

Sulla reazione contenuta del suo partito in seguito alla "cacciata" dal governo, Amendola spiega: «Mettere in moto un processo di agitazioni di base che rischiava di non controllare avrebbe potuto portare ad uno scontro frontale e sarebbe stato quindi un grave errore (...) Infine un ultimo invito alla prudenza ci veniva dalla nostra realtà interna. Il partito, che si era sviluppato in maniera formidabile negli ultimi tre anni, era un partito di governo al quale non pochi avevano aderito per motivi di prestigio e perfino di opportunismo (ma chi l’avrebbe sospettato? - ndr). Come avrebbe reagito ora che si trovava all’opposizione? Avrebbe resistito oppure si sarebbe sfaldato? O, peggio ancora, non avrebbe avuto la tendenza ad assumere atteggiamenti estremisti?» (Gambino).

Ci si potrebbe obiettare che Amendola è sempre stato un destro, mentre all’interno del PCI esisteva anche un’anima comunista radicale che faceva una dura opposizione alla politica di compromesso di Togliatti: il gruppo di Secchia, per intenderci. O sentiamo cosa ha da dirci Pietro Secchia in proposito: «Certo, si poteva accentuare di più qualche tono, specialmente si potevano evitare certe parole la cui ironia troppo sottile sfuggiva alla grande massa degli iscritti. Ma nel fondo la reazione di Togliatti fu quella giusta. La realtà, infatti, è che la DC non aveva agito illegalmente, non aveva fatto un colpo di mano. In circostanze simili proclamare uno sciopero generale di uno o due giorni non sarebbe servito a nulla, tranne, forse, ad anticipare di un anno la spaccatura della CGIL. Uno sciopero a oltranza invece, avrebbe completamente paralizzato il paese. Ma poi quale sbocco politico, dato quello che era il quadro complessivo italiano e mondiale, avremmo potuto proporre al paese?» (Gambino).

Ma la preoccupazione dei vecchi stalinisti non era quella di non dare la parola d’ordine dell’insurrezione perché mancavano le condizioni materiali per la vittoria proletaria.

No, la loro preoccupazione era quella di non innescare un movimento che avrebbe portato alla radicalizzazione delle battaglie rivendicative ed alla ripresa della lotta di classe sotto la guida del partito comunista rivoluzionario.

Molto più significativi dei discorsi sono i fatti, e fatto è che proprio il 30 maggio la CGIL, con la totale approvazione della componente del PCI, largamente maggioritaria, rinnovasse alla Confindustria l’accordo per la tregua salariale per altri sei mesi.

Franco Rodano, ex dirigente dei cattolici-comunisti, dichiarava: «La tesi (...) che, con questa sua iniziativa, il leader democristiano abbia non danneggiato, ma obiettivamente "salvato" il PCI, appare perfettamente sostenibile» (Gambino). Infatti la politica economica del 4° governo De Gasperi si abbatté in modo tremendo sulle classi lavoratrici ed il PCI non avrebbe potuto mantenere la sua adesione al governo senza essere travolto dal proletariato, e che questo avvenisse il capitalismo non poteva permetterselo. L’unico modo per mantenere gli impegni presi con quel patto rammentato da Amendola era quello di un appoggio esterno, camuffato da opposizione. Il PCI, salvato da De Gasperi, poté riassorbire la rabbia della classe operaia ed incanalarla su false direzioni.

Il primo sintomo di una rinata fiducia nel partito stalinista si ebbe al congresso nazionale della CGIL, che si tenne a Firenze dal 1° al 7 giugno. In questo congresso i nazional-comunisti ottennero la maggioranza assoluta: il 55,8%, i socialisti il 22,6% ed i democristiani solo il 13,4%, i socialdemocratici furono relegati al 2,2%. Il congresso pose fine alla conduzione paritetica del sindacato e venne eletto un direttivo con Giuseppe Di Vittorio segretario generale responsabile, affiancato da altri 3 segretari generali: uno del PCI, uno del PSI, l’altro della DC. Conquistata la maggioranza assoluta del sindacato, che, con l’appoggio degli alleati socialisti assumeva dimensioni schiaccianti, i togliattiani se ne servirono però con grande cautela.

Durante tutta l’estate e la prima parte dell’autunno i prezzi continuarono a crescere, ma il sindacato non si fece promotore di nessuna lotta rivendicativa, la spinta alla lotta veniva unicamente dal basso, sia che si fosse trattato di scioperi di categoria, sia di agitazioni spontanee nelle piccole fabbriche. La direzione sindacale si limitava ad accodarsi al movimento cercando di frenarlo e di deviarlo su terreni che non fossero di classe: alla Fiat ed in altre fabbriche, per esempio, vennero organizzati i "Comitati di difesa repubblicana".

Solo alla fine di agosto la CGIL prese l’iniziativa di una agitazione nazionale contro il carovita.

Il pericolo di ripresa della lotta di classe faceva tanta paura al PCI che il 16 agosto la direzione del partito inviava ai quadri una circolare riservata dove si imponeva di dissociarsi perfino dagli atteggiamenti massimalistici dell’"Avanti!" e di smussare i toni polemici nei confronti della Democrazia Cristiana per non «scivolare sul terreno della lotta aperta e persino violenta». Al contrario, ordinava la circolare: «vi devono essere con la DC una polemica ed anche una lotta continue, le quali abbiano come punto di partenza l’attività stessa del governo democristiano, ma questa polemica e questa lotta devono sempre condursi in modo tale che faccia presa sulle masse democristiane ed anche su una parte dei loro quadri. A questo scopo è necessario che vengano studiati meglio i programmi originari della DC, soprattutto nella parte che rivendica un regime democratico rinnovato, riforme della struttura economica, ecc».

Il PCI per quanto cercasse di moderare le lotte operaie non riusciva a contenerle, d’altra parte i partiti di destra per quanto accusassero il PCI di dare agli scioperi un carattere "pre-insurrezionale" tenevano costantemente aperti i loro contatti e non solo dietro le quinte.

Togliatti, ad esempio, parteciperà perfino al congresso del partito ultradestro dell’Uomo Qualunque.

Intanto alle elezioni di Roma del 12 ottobre la Democrazia Cristiana dimostrava di poter diventare il nuovo partito di regime. Rispetto alle elezioni romane del novembre 1946 raddoppiava i suoi voti passando da 104 a 204 mila, spogliando ampiamente il partiti di destra: monarchici, liberali, qualunquisti, mentre il "Blocco del Popolo" subiva un lieve calo.

Il nuovo partito di regime, così come aveva tentato di fare Umberto II con la mini- amnistia, così come aveva fatto Togliatti con la maxi-amnistia, si guadagnò il favore e l’appoggio del mondo ex-fascista (che probabilmente morto del tutto non era) varando una legge che metteva definitivamente ed ufficialmente fine alla epurazione. Questa legge venne varata il 7 febbraio 1948, ma la sua sostanza era già nota nel novembre dell’anno precedente. Ecco come la rivista "Cronache Sociali", il quindicinale democristiano, l’aveva anticipata: «Il criterio dominante è quello che l’epurazione debba, per così dire, rientrare in se stessa, con la conseguenza che i colpiti potranno essere liberati non solo dall’ansia del ricorso pendente, ma avranno pure la possibilità di essere riammessi nell’amministrazione, o avere un trattamento di quiescenza di particolare favore, con un aumento di cinque anni nel computo dell’anzianità» ("Cronache Sociali", 30 novembre 1947).

In questo modo migliaia di burocrati piccoli e medi rioccuparono i loro posti all’interno dell’amministrazione pubblica. Agli accusati di atti particolarmente gravi (partecipazione a rastrellamenti, esecuzioni sommarie, ecc..) ed ai funzionari dal VI livello in su, benché espressamente esclusi dall’atto di clemenza, bastò ricorrere contro le sentenze di primo grado per riottenere posto, indennità, promozioni arretrate e possibilità di carriera per il futuro. Come aveva scritto la citata rivista "Cronache Sociali" il periodo trascorso in epurazione si risolse in una "quarantena amministrativa" che non comportò né danni economici né morali. Nel febbraio 1948 le sezioni unite della Cassazione, rivedendo una loro precedente sentenza, resero impossibile la punizione finanziaria dei fascisti tramite la confisca dei loro "illegittimi" patrimoni.

Chiuso il processo al fascismo, i tribunali si accinsero ad aprire quello all’antifascismo: a centinaia furono i partigiani arrestati, processati e condannati per essersi appropriati di cibo o avere requisito mezzi di trasporto durante il periodo della Resistenza.

L’idillio democratico, comunque, continuava. Il 12 dicembre 1947, 453 deputati, ossia tutti gli eletti dei partiti antifascisti, approvarono la Costituzione, la suprema legge dello Stato repubblicano, democratico, antifascista.
 

(Continua   [ nn. 42 - 43 - 44 - 45 - 46 - 47 - 49 - 50 ] )

 
 
 
 
 
 
 
 



Dall’Archivio della Sinistra
 

De Gasperi, da buon borghese e serio rappresentante degli interessi capitalistici nazionali, aveva espresso la necessità di un forte partito di "opposizione al governo e non allo Stato".

Il partito che senz’altro avrebbe potuto svolgere questa funzione in modo eccellente era il PCI. Il partito nazionalcomunista non si affidava all’improvvisazione; l’abilitazione ad agente controrivoluzionario in seno alla classe lavoratrice se l’era guadagnata in decenni di sistematico smantellamento degli organismi di lotta proletari, politici e sindacali, e nell’altrettanto sistematica eliminazione, anche fisica, di quei compagni che in qualche modo rappresentavano una continuità con la tradizione marxista rivoluzionaria e rivendicavano, quale finalità del partito, l’abbattimento del regime di sfruttamento capitalista attraverso la presa violenta del potere e l’instaurazione della dittatura proletaria. Russia, Cina, Germania, Spagna, Francia, Italia rappresentarono l’espressione vivente della "missione storica" dello stalinismo.

La borghesia italiana (sia antifascista sia fascista) salutando lo sbarcato di Salerno come salvatore della patria dimostrò di avere buon fiuto e lucida consapevolezza dei suoi interessi di classe. Le masse proletarie, che stanche di combattere la guerra imperialista avevano disertato i fronti, vennero di nuovo mandate al macello, anche se con l’ordine di farsi ora massacrare dagli ex camerati, mentre le bombe democratiche continuavano lo sterminio della popolazione inerme.

La ricostruzione politica dello Stato borghese, con il suo apparato repressivo riconsegnato nelle mani esperte degli ex rappresentanti dell’ex regime fascista, così come la ricostruzione economica, fondata sullo sfruttamento bestiale della forza lavoro proletaria, poterono essere realizzate solo grazie alla partecipazione attiva, al governo del neonato regime post-fascista, dei due partiti apostati del socialismo e del comunismo. Per oltre tre anni continuò la commedia del proletariato che si sarebbe conquistato pari dignità con la borghesia per la gestione della cosa pubblica, e la progressiva tendenza di quest’ultima ad assumere forme di tipo socialistico: salvo il fatto che il proletariato veniva sempre più sfruttato ed immiserito mentre la borghesia continuava ad ammassare profitti.

Alla lunga, però, la commedia del proletariato come classe compartecipe del potere non poteva più reggere, come non poteva più reggere la pace sociale. La borghesia aveva necessità di adottare metodi repressivi aperti e, allo stesso tempo, assicurarsi che la reazione di classe dei lavoratori non sfociasse in un indirizzo rivoluzionario. Non poteva quindi bruciarsi l’asso che teneva nella manica: la funzione del partito nazionalcomunista. Il PCI ed il suo partito satellite nenniano sarebbero dovuti uscire dal governo per svolgere un compito ancora più delicato, cioè di appoggio esterno allo Stato e di leale opposizione al governo dichiaratamente borghese.

Il nostro partito non mancò di denunciare immediatamente alla classe operaia il gioco che si nascondeva dietro la "cacciata" dei nazionalcomunisti dal governo. In "Battaglia Comunista" apparivano articoli i cui titoli non potevano lasciare dubbi sulla tagliente analisi critica con cui venivano analizzate le commedie politiche di quei giorni. Basti riportarne alcuni tra i tanti: "De Gasperi al Governo e Togliatti fuori hanno la stessa funzione antiproletaria"; "Operai: Governo ed Opposizione si contendono la palma del più razionale sfruttamento del vostro lavoro"; "De Gasperi a Destra, Togliatti e Nenni a Sinistra sono le voci opposte dello stesso imperialismo".

Il Congresso confederale tenutosi a Firenze pochissimi giorni dopo la formazione del primo governo "reazionario" monocolore di De Gasperi, dimostrò in pieno la complicità esistente tra le varie cosche politiche ed il loro comune intento di difesa dello Stato capitalista. I due partiti di massa, DC e PCI, che nelle piazze e nei giornali si accusavano vicendevolmente di essere dei venduti all’imperialismo straniero, all’interno della Confederazione Generale del Lavoro confermarono i loro comuni intenti di procedere speditamente alla ricostruzione economica sulle spalle dei lavoratori, attraverso la politica del contenimento del costo del lavoro, della maggior produttività, dello sblocco dei licenziamenti, del blocco o della riduzione dei salari. Per il resto si lasciava che lo Stato, attraverso il suo governo "reazionario", procedesse alla sistematica repressione dei lavoratori, attraverso bastonature, carcere e piombo. Quando non bastava quello dei carabinieri c’era sempre, come riserva, quello del bandito Giuliano.

Attraverso il suo dominio incontrastato sulla organizzazione sindacale, il PCI provvedeva a stemperare in vane azioni la sacrosanta rabbia del proletariato e la sua combattività di classe si riduceva ad essere utilizzata come forza di pressione parlamentare per il ritorno dei partiti di sinistra al governo. Ritorno che PCI e PSI, sapevano bene, non sarebbe stato possibile né era da loro auspicato.

* * *«MM» Centrato Ripubblichiamo inoltre estratti da una serie di articoli apparsi su "Battaglia Comunista" dall’aprile al giugno 1948. Danno un’immagine chiara della situazione in cui il proletariato d’Italia si era venuto a trovare alla fine del secondo conflitto interimperialista e dimostrano come la fine del fascismo ed il ritorno alla democrazia non avessero arrecato il men che minimo vantaggio alla classe operaia. Anzi l’avevano legata ancora più saldamente ed indissolubilmente alle necessità economiche e politiche delle nazioni e della classe vincitrice: la borghesia internazionale, sia quella dei paesi democratici, sia quella delle sconfitte potenze dell’Asse.

Il proletariato internazionale, che, mentre le borghesie si arricchivano con i profitti di guerra, aveva dovuto sopportare sulle sue spalle tutto il peso della carneficina imperialista, non di meno dovette farsi carico anche di ciò che gli riservò la pace, altrettanto imperialista e controrivoluzionaria come altrettanto prolifica di profitti per i borghesi.

Nel corso delle nostre trattazioni, esposte durante le riunioni generali del partito e ripubblicate nella rubrica "Appunti per la Storia della sinistra", abbiamo messo in evidenza come il proletariato, tradito da quelli che pretendevano essere i suoi partiti e dai sindacati ricostituiti ad immagine e somiglianza dei mussoliniani, si fosse trovato a subire la più ferrea dittatura delle esigenze della ricostruzione capitalista, senza avere la possibilità di opporvi nemmeno le sue immediate rivendicazioni di classe, e come, a questo scopo, gli fossero state tolte tutte le più elementari garanzie sancite dai sacri codici della umanitaria democrazia.

Ma il proletariato industriale costituiva la parte più fortunata tra la enorme massa dei diseredati poiché, almeno, aveva la possibilità di garantire alla propria famiglia un pezzo di pane per sfamarsi. Erano milioni invece quelli che tale possibilità non avevano e che, spinti dalla fame, erano costretti ad abbandonare tutto confidando nell’ignoto della emigrazione, con la sola speranza di trovare un qualsiasi sfruttatore "straniero" a cui potersi vendere a non importa quali condizioni. In "patria" sfruttatori disposti a sfamarli non ce n’erano.

Erano proprio i succhiatori nazionali di sangue proletario, sia di destra sia di sinistra, ad indicare allo sterminato numero di disoccupati ed affamati la soluzione (anche se poco patriottica) di emigrare all’estero dove, a detta loro, avrebbero potuto trovare un impiego sicuro ed una vita degna di essere vissuta. I giornali di ogni colorazione facevano una propaganda esageratamente ottimistica a favore dell’emigrazione alla volta dell’Argentina, dove i lavoratori italiani sarebbero stati attesi con ansia. Qualche giornale arrivò perfino a quantificare in ben 4 milioni di lavoratori il fabbisogno immediato richiesto dalla repubblica di Argentina. Altri paradisi venivano indicati in Perù, Venezuela, Brasile. L’importante era che quei proletari, che avrebbero potuto costituire una minaccia per l’ordine e la pace sociale, se ne andassero il più lontano possibile.

Nel numero scorso di questa rivista abbiamo messo in evidenza la vendita di carne umana effettuata con gli accordi tra Italia, Belgio e Francia, in base ai quali «per ogni minatore ci verranno date 6 tonnellate di carbone annue» e come lo stesso De Gasperi con cristiana spudoratezza avesse affermato pubblicamente che nell’accordo per l’emigrazione di 20 mila minatori italiani in Francia, le abituali, minime, garanzie contemplate per consuetudine in siffatti accordi fossero state eluse e come quegli accordi da negrieri sarebbero stati il preludio di una più vasta corrente migratoria di disperati verso la democratica consorella d’oltralpe. Queste erano le verità, affermate per bocca degli stessi borghesi, che si celavano dietro i pomposi manifestini distribuiti nei centri proletari in cui veniva riprodotto l’accordo stipulato tra le autorità italiane e quelle francesi al fine di coordinare l’emigrazione in Francia di oltre 200 mila operai di varie categorie.

In Italia i proletari emigranti, in attesa di essere avviati alle loro destinazioni, venivano concentrati nei sotterranei delle stazioni ferroviarie. Da queste topaie con carri bestiame arrivavano ai centri di smistamento all’estero dove venivano "accolti" in veri e propri campi di concentramento instaurati durante la guerra o costruiti sugli stessi modelli: pagliericci, vitto insufficiente e attesa snervante del padrone che si sarebbe presentato ad ingaggiarli alla stessa stregua del bestiame da soma. Le paghe molto al di sotto di quelle normali, il vitto e l’alloggio obbligatorio nei luoghi ed ai prezzi imposti dal padrone, l’impossibilità di inviare per molti mesi denaro a casa, il divieto (pena la galera) di abbandonare il luogo di lavoro prima di un anno, erano i corollari di questa triste condizione.

A ben vedere, dopo mezzo secolo di democrazia e di sviluppo la situazione del proletariato, a scala internazionale, non è certo migliorata, anzi possiamo senza dubbio affermare che si registra un netto peggioramento, qualitativo e quantitativo. E ciò per il semplice fatto che la sorte della classe operaia è stata legata dai partiti e dai sindacati traditori alla sorte ed alle esigenze del capitalismo internazionale, che può elargire delle briciole ai suoi schiavi nei suoi brevi periodi di sviluppo ed espansione, ma che non esita a massacrarli, nei campi di battaglia, nei forni crematoi o nei lager di fabbrica, pur di estorcere fino all’ultima goccia di plusvalore e profitto e pur di mantenere in vita il perverso modo di produzione capitalistico.
 

Da "Battaglia Comunista", n.14, 6-19 luglio 1947.

STRAPOTENZA DELLO STATO CAPITALISTA
 

Per poter dipanare la complessa matassa capitalistica, che irretisce attualmente le masse lavoratrici non soltanto in Italia, interessa non che cosa si dice ma chi lo dice, e non in quanto individuo, ma in quanto espressione di una forza sociale.

L’oracolo parla di socialismo e di comunissimo, ma non ci vuol molto ad individuare in lui il grugno dello sbirro e del servo della borghesia. Saragat e Nenni sono inchiodati dalla storia a svolgere la funzione di Noske, e unicamente quella, Togliatti ha liquidato gli artefici della rivoluzione di Ottobre e pone la sua candidatura a ripetere in Italia gli stessi crimini controrivoluzionari. Socialisti e comunisti, forze di sinistra della borghesia? Sì, a condizione di intendersi, e dire che, quando le situazioni minacciano di andare a sinistra, di orientarsi cioè verso uno snodamento rivoluzionario, le forze specifiche della controrivoluzione borghese sono appunto quelle che hanno dimostrato una ferma coerenza al passato procedendo ad un primo saggio nel 1945 con l’uccisione di Acquaviva e di Atti. Quanto alle forze della destra capitalista, chi se non i Saragat, i Nenni ed i Togliatti hanno permesso la loro riabilitazione agli occhi dei lavoratori? Basti l’odierno e ripugnante plebiscito intorno a De Nicola a dimostrare la complicità che lega gli uni agli altri sull’altare della conservazione capitalista.

Un’opinione da respingere in modo categorico è quella secondo la quale l’orpello socialista, comunista, repubblicano o popolare di cui si ammantano i partiti borghesi – di destra e di sinistra – sarebbe l’indice o di una maturazione rivoluzionaria della situazione o di una pressione delle masse. Se il capitalismo può perseguire lo sfruttamento dei lavoratori cianciando di socialismo, questo prova non la debolezza ma la forza della classe borghese, questo prova non la forza ma la debolezza della classe proletaria.

In effetti che cosa dimostrano i più recenti avvenimenti? Il capitalismo aveva due obiettivi essenziali; la sostituzione del personale antifascista a quello fascista al timone dello Stato, la ricostruzione del suo apparato di dominio sul proletariato nella difficile situazione creata dalle immense devastazioni della guerra. È infatti chiaro che la formula "ricostruzione" non investe un problema tecnico relativo ai fattori che condizionano l’edificio o l’industria distrutti, ma il problema sociale e politico di come ottenere un’alta produttività contro un misero salario, un pieno funzionamento della legge del profitto capitalista pur mancando un’appropriata installazione produttiva; in una parola, di come piegare i lavoratori a sopportare un più intenso sfruttamento della loro forza lavoro.

Ad un’analisi marxista è facile comprendere che i due obiettivi potevano essere raggiunti non da una società capitalista a tipo mussoliniano, ma da questa società a tipo antifascista; che dunque il regolamento interno cui ha proceduto il capitalismo con la liquidazione della combriccola mussoliniana risponde esclusivamente agli interessi della borghesia e mette i lavoratori in condizioni ancora più sfavorevoli sia quanto alle loro condizioni di vita, sia quanto alla lotta rivoluzionaria per il socialismo. La trilogia è indissolubile progresso della tecnica produttiva, progresso dello sfruttamento dei lavoratori, progresso della forma di dominio politico della borghesia. Nel corso del periodo fascista, le condizioni dell’economia potevano riflettersi nell’erezione di un solo gerente responsabile al timone dello Stato capitalista. Quando, soprattutto a causa delle terribili distruzioni provocate dalla guerra, lo sfruttamento dei lavoratori per "ricostruire" dovette essere ulteriormente intensificato lo Stato capitaliste ebbe bisogno non di uno solo ma di molti gerenti responsabili, non di uno ma di una serie di programmi politici, non di uno ma di svariati partiti politici. Così l’eventuale reazione dei lavoratori poteva rivolgersi non contro il solo nemico che gestisce lo Stato, ma contro il partito di destra che, associato a quelli di sinistra, frena le "realizzazioni Progressive" o – come accade attualmente – verso il "governo qualunque" che dovrebbe essere sostituito dal "governo del popolo". E questa rissa fra i complici incatena le masse, mentre il partito di classe, che aveva un problema di forza da risolvere nel periodo fascista, ne ha oggi uno assai più complicato: quello di spezzare la solidarietà che le lega coscientemente al capitalismo, l’unità fra socialismo e comunismo e la forma aggravata del loro sfruttamento realizzata oggi dal capitalismo.

Erroneo sarebbe credere che si tratti di un problema di opinioni, cioè di snebbiare i cervelli degli operai. Le opinioni socialiste e comuniste sono il prodotto di formidabili strumenti in piena azione: i partiti pseudo operai e gli attuali sindacati di Stato, inquadrati a loro volta nel ciclo totalitario dell’economia capitalista mondiale. Quando questo ciclo entrerà in crisi – e noi, all’opposto degli attuali pretonzoli socialisti e comunisti auspichiamo con tutte le nostre forze quest’eventualità – il problema che si porrà sarà ancora una volta un problema di forza, e si tradurrà nella distruzione di queste forze di conservazione sociale in un processo parallelo e simultaneo a quello della distruzione dello Stato borghese.

Quanto alla sorte dei lavoratori, essa non è mai stata altrettanto tragica. Come al Viminale l’anno scorso, così oggi in Sicilia, il capitalismo non si limita più a stendere al suolo dei proletari, ma giunge persino a sputare sulla loro memoria delegando un qualunque Di Vittorio a tenere l’orazione funebre, e rende ancora più macabra la lotta dei compari per l’assalto al governo speculando a questo fine sulle vittime cadute.

Sul piano politico non è lecito il minimo dubbio: in Sicilia sono due mafie che si affrontano, quella sotto etichetta di destra, che postula un determinato programma di sfruttamento capitalista, quella ad etichetta di sinistra agitante un programma altrettanto capitalista, che comporta in nome del socialismo e del comunismo un più intenso rendimento della forza lavoro, e quindi uno sfruttamento ancora più forte dei lavoratori.

Al proletariato ed al suo partito non si pone alcun problema di scelta fra gli uni o gli altri o di solidarietà verso gli uni o gli altri. La classe proletaria non può esistere se non si sgancia dai tentacoli che la tengono attualmente avvinta al carro dello strapotente Stato capitalista. Gli scioperi sono ordinati non già in onore dei proletari caduti (tanto i socialisti Nenni e Saragat, quanto il "comunista" Togliatti sono esperti nell’assassinio dei proletari rivoluzionari) ma al solo scopo di contenere la reazione delle masse e stritolarla nel seno di quelle diramazioni dello Stato capitalista che sono i partiti pseudoproletari ed i sindacati d’oggi. In occasione di questi scioperi, il dovere dei proletari rivoluzionari è perciò di dire chiaramente alle masse che come un generale si assicura la vittoria mettendo alla testa dell’esercito avverso un organismo a lui devoto, così le agitazioni attuali, capeggiate direttamente dallo Stato capitalista, non possono che rafforzare il dominio della borghesia.

Si tratta dunque di cominciare col delineare – anche nel corso degli scioperi – la realtà della situazione e delle forze sociali, in attesa che le situazioni maturino le condizioni per distruggerle.

L’evoluzione internazionale ed i suoi riflessi nel settore italiano non esclude l’ipotesi della costituzione di blocchi omogenei ed egemonici: nei settori regolati dall’imperialismo russo non si tollerano i pro-america, in quello dominati dall’imperialismo americano non si tollerano i pro-russi Si può quindi aprire una situazione in cui, per continuare a sviluppare in pieno la lotta contro il comunismo, una crociata "anticomunista" sarà scatenata, e il capitalismo sacrificherà almeno temporaneamente una parte dei suoi servi. Il proletariato, se resta a mille miglia di distanza da questa crociata, manterrà un’eguale distanza dai servi socialcomunisti che attendono soltanto d’essere onorati di un sollecito richiamo del padrone.

Lo Stato capitalista dimostra oggi una potenza che non si era finora manifestata e la sola sua difficoltà consiste nello scegliere nella fitta schiera dei suoi servitori quello più servo. Per ora, è solo sul piano negativo che si delinea la potenza storica della classe proletaria; alla vittoria totalitaria del nemico corrisponde un’incapacità altrettanto totalitaria di dare soluzione al terribile problema che la storia pone alla classe operaia.

L’ipotesi non è tuttavia esclusa che un’anticipata esplosione della crisi economica dei tre centri massimi – l’America, l’Inghilterra e la Russia – determini condizioni favorevoli all’aprirsi di una situazione rivoluzionaria. Preparare questa situazione è possibile solo attraverso un’autonomia assoluta delle sparute schiere del nostro Partito da tutte le forze sociali che oggi assicurano il dominio della classe capitalista.
 
 
 

Da "Battaglia Comunista", dal n.13, 7-14 aprile, al n.22, 22-29 giugno 1948.

LA REALTA’ DELL’EMIGRAZIONE
 

(...) Se, come abbiamo scritto in un nostro precedente articolo, il problema della disoccupazione non può essere risolto nell’ambito dell’apparato produttivo italiano, tenteremo, ora, di esaminare in che modo e entro quali limiti esso possa venire attenuato dagli sbocchi della emigrazione in Europa. In Europa le possibilità di assorbimento della mano d’opera nostrana sono attualmente, e lo saranno pure in avvenire, molto limitate (...) Fuori dal continente europeo, oggi, dopo che l’Australia, il Canada il Sud Africa hanno deciso di mantener chiuse le porte alla immigrazione italiana, i nostri disoccupati, e con essi molti occupati provvisori e molti male occupati, pensano al grande e spopolato continente Sud Americano. Ma, che ne sappiamo noi di preciso, e soprattutto, che ne sanno le centinaia di migliaia di aspiranti, i quali dal 1945 ad oggi, fra una delusione ed una risorgente illusione, continuano sempre a sperare che giunga finalmente la sospirata ora dell’imbarco, che ne sanno cosa li attende nei punti di approdo? Poco in verità, per non dire nulla (...) Non sappiamo nemmeno approssimativamente quanti connazionali siano affluiti in questo paese (il Venezuela) dal 1945 ad oggi. Ma da quel che abbiamo appreso (...) i risultati sono molto scoraggianti. Autisti e piloti aeronautici recatisi di propria iniziativa e quindi a prezzo di sacrifici finanziari gravosi, sono venuti a trovarsi in condizione, giunti sul posto, di dover ricorrere all’assistenza delle autorità e collettività italiane locali (...) Argentina: (...) Le vicende, i retroscena, gli scandali dei trafficanti organizzatori di merce emigrante verso questo paese non sono ancora noti alla grande massa dei disoccupati che guarda e attende il momento di ottenere il permesso di imbarco. Ben pochi conoscono l’affare Silva-Scilingo i due figuri membri della Delegazione Argentina di immigrazione in Europa, destituiti dal loro incarico dallo stesso governo argentino per riscontrate irregolarità (...) L’articolo 14 del recente accordo italo-argentino dice: «Perderà la condizione di immigrante e le agevolazioni ed i diritti inerenti alla stessa, colui il quale prima di due anni abbandonasse senza causa giustificata l’attività, professione o mestiere dichiarati all’atto di ottenere il permesso di entrata nella Repubblica Argentina. In tali casi il governo argentino avrà diritto a recuperare dall’immigrante il prezzo del passaggio che abbia pagato per lui e per i suoi familiari. Il lavoratore che per fondate ragioni giustificasse la necessità di cambiare lavoro potrà richiedere la relativa autorizzazione all’Organo Argentino di ricevimento e avviamento».

Come si vede, la classe dominante argentina, a mezzo dei suoi rappresentanti, ingaggia una data quantità di forza lavoro (che non le è costata nulla perché è stata allevata in altri paesi) secondo i suoi piani e le sue esigenze di sfruttamento, vincolandola a subire determinate condizioni per i primi due anni allo scopo di mantenere quell’equilibrio fra l’industria agricola ed il recente sviluppo industriale che, come è noto, ha provocato un preoccupante esodo dalle zone agricole verso i centri urbani da parte della popolazione indigena. L’apporto della immigrazione italiana ha appunto il compito di turare le falle verificatesi nelle campagne e, sia pure in volume minore, fornire ottimi tecnici e operai specializzati necessari allo sviluppo industriale del paese.

Ma se, per i primi, la situazione, con tutte le incognite che essa presenta, può offrire una speranza nel senso che i frutti della propria fatica, dopo anni di sacrifici e di duro lavoro saranno raccolti nella conquista di una piccola fazenda dove la vita sarà certamente meno grama di quella che conduce il nostro bracciante o il piccolo contadino delle nostre zone montane; per i secondi, cioè per gli operai, abituati a un tenore di vita relativamente più sviluppato, essa sarà senza dubbio gravida di delusioni e di ristrettezze economiche certamente non prevedute.

Si pensi per esempio alla difficoltà degli alloggi in una città come Buenos Aires (...) Una donna che desidera mantenere l’incognito per timore di rappresaglie da parte del padrone di casa, ha fatto la seguente denuncia ai cronisti di "Critica": «Pago attualmente 290 pesos di pensione per me e per mio marito. Alla mattina, quando il padrone si alza di buon’ora, ci danno caffè e latte: a mezzogiorno un pasto magro ed alla sera un cibo che fa sì che ci corichiamo con la fame. Peraltro non sappiamo dove rivolgerci se ce ne andiamo di qui (...) Non è possibile che dopo un mese di duro lavoro noi due ci si venga a trovare senza un soldo perché la pensione ci prende tutto il frutto del nostro lavoro» (...) Ma, diranno molti compagni disoccupati leggendo queste poche incoraggianti notizie, le autorità preposte che ci stanno a fare? Possibile che non siano al corrente e che non abbiano pensato, negli accordi testè conclusi con le autorità argentine, ad ovviare a questi inconvenienti nel dare ai nostri emigranti una garanzia che una volta giunti sul posto non abbiano a trovarsi di fronte a difficoltà del genere sopracitato? Mettete pure il cuore in pace, cari compagni, e tenete per certo che, quando in giro per il mondo vi capitasse di imbattervi in un nostro rappresentante il quale prestasse attenzione alle vostre querele, potreste dirvi... fortunati.

Non dovete dimenticare che abbiamo due milioni di disoccupati, e dietro a questi altrettanti e forse più (figlioli, mogli e genitori a carico). Questa massa di senza lavoro è un pericolo continuo nella già grave situazione. Liberarsene il più presto possibile nella misura massima consentita dalle circostanze è l’unica preoccupazione delle nostre autorità. Tutto il resto, di fronte a questa necessità, passa in seconda linea. Con l’attuale emigrazione il governo ottiene tre risultati di importanza enorme: diminuzione delle spese dei sussidi; alleggerimento della pressione che l’esercito dei disoccupati esercita nella piazza; divise pregiate che entrano in Italia con le rimesse che questi fanno dei loro sudati risparmi.

Tutto il resto è in funzione di questo scopo. Cosa volete che si interessino della vostra tutela, se qui a casa non hanno fatto neanche quel poco che un minimo di solidarietà avrebbe potuto consentire e quando hanno fatto qualcosa lo hanno fatto solo di fronte alla paura delle dimostrazioni incontrollate dei disoccupati? (...) Non ci scandalizziamo per queste contraddizioni fra le leggi, sia pure sancite solennemente, e la reale applicazione delle stesse a danno di chi lavora. Ciò che a noi interessa è di dimostrare con informazioni attendibili come tutto si svolga e proceda secondo i metodi del più cinico schiavismo, benedetto da nostra santa madre chiesa e sapientemente tollerato dalle burocrazie sindacali.

Neanche a farlo apposta, a confermare quanto abbiamo sempre sostenuto nei nostri articoli, sono venute le dichiarazioni del Presidente del Consiglio sulle prospettive della politica emigratoria del nostro paese. Intanto la disoccupazione è in continuo aumento e la frenesia dei licenziamenti ha travolto ogni limite di prudenza politica.

Poco più di 40 giorni sono trascorsi dalla giostra elettorale in cui, su tutte le piazze d’Italia, il partito oggi al governo ha ammonito il popolo che, nella eventualità di una vittoria del Fronte, la miseria e la disoccupazione si sarebbero immediatamente abbattute sul nostro stremato paese perché l’America ci avrebbe voltato le spalle, mentre dalla vittoria della Democrazia Cristiana dipendeva l’esistenza e l’avvenire della patria. Pane e lavoro assicurati, si disse allora: e i finanzieri americani attendevano i risultati della volontà popolare per dare mano alla grandiosa opera delle risurrezione, qualora fossero usciti conformi ai loro desideri. Il Presidente del Consiglio non deve certo avere molta stima del popolo italiano (forse tanta quanta ne hanno di lui e della classe dirigente del nostro paese i banchieri ed i politici americani?) se a così breve distanza ha potuto pensare che quanto è stato sbandierato allora sia già passato nel dimenticatoio.

Inoltre, nelle sue dichiarazioni, il Presidente del Consiglio, un pò per indorare la pillola e molto per tenere accesa una speranza che egli ben conosce vana, di fronte alla gravità del problema che, pur non potendosi risolvere, non si può negligere, ha affermato di voler convocare prossimamente il Consiglio dell’emigrazione "per esaminare se convenga creare un autonomo organo propulsore". Se con tali espedienti egli pensa di continuare a menare per il naso milioni e milioni di individui che sono già sull’orlo della disperazione, o di giocare al disordine per il disordine per aver modo di poter mettere con le spalle al muro i suoi alleati di ieri e concorrenti di oggi, faccia pure. Noi non abbiamo... suggerimenti da dare in proposito al Presidente del Consiglio: ci permettiamo solo di fare alcune constatazioni.

Dalle stesse sue dichiarazioni risulta che se qualche cosa sarà fatto lo sarà nel senso di intensificare sul mercato mondiale l’offerta della nostra merce-lavoro provocandone necessariamente un’ulteriore svalutazione.

Per quanto riguarda il trattamento usato in Italia alla partenza degli emigranti le autorità governative in materia se ne disinteressano nel modo più vergognoso, come dimostra la faccenda del "Centro Nazionale Migrazione" di Milano. Come è noto era stata destinata per la costituzione di questo centro organizzativo di selezione, sosta e avviamento degli emigranti diretti nei paesi d’immigrazione europei, la vecchia caserma di piazza S.

Ambrogio in Milano. Molti milioni furono spesi per riattare il grande edificio e notevoli lavori sono ancora in corso. Tutto il grande fabbricato era stato inizialmente designato ai servizi d’emigrazione, ma a cominciare dal 15 maggio 1947 fino al 20 maggio 1948, in varie riprese, e per disposizione del Ministero del Lavoro su richiesta del Ministero degli Interni venivano successivamente sottratti alla destinazione originaria locali e servizi per essere assegnati all’accasermamento di forze di polizia (...) L’occupazione dei locali del Centro Nazionale Migrazione di Piazza S. Ambrogio da parte della Questura di Milano ha avuto un tale sviluppo che i servizi più necessari dei lavoratori emigranti, cioè quelli della ospitalità e del soggiorno, sono prestati ancora – scrive il "Bollettino dell’Emigrazione", anno II, n.11 – «in una sede decisamente inadatta e, peggio, sicuramente pericolosa dal punto di vista igienico sanitario: nei sotterranei della Stazione Centrale. E tutti sanno quanto insalubri e poco accoglienti siano i corridoi situati nell’ex rifugio della stazione al secondo piano sotterraneo, assolutamente privi di luce e di aperture dirette (...) Questo trattamento fatto agli emigranti rivela una deplorevole insensibilità nei riguardi del problema generale dell’emigrazione italiana e incoscienza dei principi elementari di umanità ai quali si dovrebbe rispetto assoluto, perché gli emigranti nel loro trasferimento di trovano in stato di dover ricevere tutto ciò di cui abbisognano dall’autorità che ha curato la realizzazione del loro espatrio».

Questa è, compagni proletari, senza aggettivi la realtà del come sono trattati coloro che un sistema marcio e corrotto costringe a cercare di guadagnarsi un pane fuori del proprio paese. In un centro come Milano dove transitano centinaia di migliaia di lavoratori, non s’è trovato di meglio che farli sostare nelle cantine! Altro che le prediche e le pastorali!...

Prima è necessario sistemare i poliziotti: gli emigranti, questi disgraziati che abbandonano tutto ciò che è loro più caro, possono accontentarsi che l’ultimo regalo fatto loro dal capitalismo nazionale, sia una cantina, per trascorrervi l’ultimo giorno.

E poi volete che non maledicano questa patria!