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La Rivista ha già diversi anni di vita, ed ha sempre presentato a lettori e compagni il continuo lavoro teorico del Partito, nelle condizioni storiche caratterizzate, in quest’ultimo svolto di secolo, dal continuo abbassarsi del livello dello scontro di classe, dal crescente strapotere della forza statale e dell’ideologia borghese. L’esposizione del lavoro del Partito va vista come un filo continuo da un numero all’altro e attraverso i diversi temi.
Si approssima la scadenza del secondo millennio. La Rivista del Partito giunge all’appuntamento col suo solito passo; la metafora dei pali del telegrafo ci calza a pennello, e con gli anni, viste e considerate le infamie senza nome perpetrate da aggiornatori, revisori e pentiti d’ogni risma, ce ne facciamo con orgoglio divisa. Pure sembrerebbe che il tempo non lavorasse per la nostra causa. Il processo della crisi capitalistica si sviluppa in modo flaccido, discontinuo, e l’apertura forsennata di sempre nuovi mercati con le immani forze economiche e finanziarie messe in moto, scaricando il peso sulle economie più deboli e facendo valere il loro immane peso politico e militare, rallentano il processo non parallelo di ripresa del movimento di classe nelle cittadelle del capitalismo senescente. La fatidica data del terzo millennio è a pochi mesi ma, per la istupidita umanità del secolo dell’imperialismo, storia, lotte, aspirazioni, prospettive, tutto pare confondersi nell’indecifrabile «qui ed ora». Siamo invece convinti che il tempo lavori dalla parte della Rivoluzione, e non ci prende alcuna frenesia riguardo al suo anno, quello sì davvero «fatidico». Natura, Storia e Rivoluzione non hanno fretta.
Ma non si può non riconoscere una sorta di feroce umor nero nel fatto che all’approssimarsi di questo tanto strombazzato terzo millennio delle meraviglie, quando Tecnologia, Benessere e Democrazia universale avrebbero dovuto conquistare il mondo ed eliminare tutti i possibili contrasti, quando la razionalità borghese e liberale avrebbe dovuto dare tutti gli strumenti per dominare economia e politica, proprio in questa felicissima temperie il demone della guerra continui a farla da padrone e sopraffazione, sofferenza e morte siano l’altra faccia «naturale» di benessere, opulenza e guadagni. È proprio all’avvicinarsi di una data, che gli imbecilli si ostinano a considerare densa di chissà quali significati, che le colpe dei cattivi e le guerre giuste raddrizza-torti continuano ad impazzare sulla scena del capitalismo.
La tragedia dello scontro borghese in Kosovo, come avevamo previsto, si è mutato da possibilità a realtà, col mascherare le repressioni nel sangue dietro alla difesa dei «sacri diritti dell’uomo». La guerra per gli Stati borghesi è invece solo un «investimento», non conta infine vincere una o più battaglie, od anche l’esito finale stesso, ma specificamente vale il grande, immenso affare della successiva pace. Alla fine di tutto, ai borghesi vendicatori in armi della «pulizia etnica» nel Kosovo andranno i grandi affari della ricostruzione.
Qui risiede l’unico, estremo senso borghese della Storia, travestito da eterno divenire della Democrazia, della Libertà per i popoli, che si riducono per i proletari nella libertà di scegliersi lo sfruttatore di fabbrica, e, soggiacendo allo Stato dei padroni, di essere democraticamente mandati a crepare sui fronti. Il pendolo della storia, che per 50 anni ha battuto con guerre, sofferenze, miseria senza fine per la maggior parte dell’umanità nelle aree periferiche, locali o di confine, oggi sta tornando dalla parte della stessa unificata Europa e la guerra tra Stati già rosseggia di fuoco e sangue alle sue porte.
Ed invero questa guerra, anzi queste due guerre, non dichiarate ufficialmente da alcuna parte, non si limitano più agli scontri tra eserciti e bande etniche di repubblichette balcaniche, come per i precedenti massacri della dissoluzione della Iugoslavia, ma coinvolgono nel gioco delle alleanze e degli interessi gli imperialismi d’Europa e di USA.
Non c’è altro di più, se mai ce ne fosse ancora bisogno, quanto una guerra, lo ha ben insegnato il nostro passato rivoluzionario, per smascherare la vera collocazione negli schieramenti di classe di tutti: gruppi, partiti politici, finti rivoluzionari e veri reazionari, agnostici ed umanisti in genere. Oggi, dopo il massacro della seconda guerra mondiale colla sua menzogna di democrazia contro dittatura, di 50 anni di democrazia resistenziale, di terzomondismo spacciato come espressione più alta di sovversione sociale, oggi avere chiarezza degli interessi rivoluzionari di classe è compito che va oltre ogni possibilità ove non intervenga la coscienza storica del Partito a sbrogliare la tanto ingarbugliata matassa.
Forti della nostra tradizione e di una coerenza semisecolare di indirizzo rivoluzionario non abbiamo oggi, nel fragore dell’imbonimento della propaganda, da scegliere su quale dei due fronti borghesi invitare a schierarsi il proletariato. Non ci toglie da questa certezza comunista qualsiasi sbilanciamento delle forze in campo e delle responsabilità «morali». D’un lato l’intero schieramento armato della superfortezza dell’imperialismo e della sua schiera di vassalli più o meno allineati, dall’altro – per ora – il minuscolo, ma non per questo meno borghese, antioperaio e reazionario Stato iugoslavo. O almeno ciò che ne resta dopo l’atroce sanguinosissima frantumazione della Confederazione, macello apparentemente di etnie, ma in sostanza di proletari e contadini, favorito ed alimentato senza sosta, fino alle estreme conseguenze, da e per gli interessi delle borghesie europee ed americana.
In quel massacro, che giustamente vedemmo propedeutico ad un maggiore scontro inter-imperialistico, si sono ben distinte e le violenze bestiali delle milizie delle varie nazionalità e il pietismo peloso e i tartufeschi moralismi delle «democrazie» che sobillavano la follia arrogante e antiproletaria delle borghesie facenti capo alle diverse etnie di ritagliarsi, nel gran marasma e sotto l’ombrello dei più potenti Stati europei, uno straccio di staterello, un orto da affittare al potente vicino. E a sigillo di tanto ambizioso e lungimirante programma, il trionfo della Democrazia contro la Dittatura, la punizione del macellaio di turno, chiavi per giustificare sempre qualunque avventura politica ed ogni azione bellica riversando ad altri le responsabilità, ai «cattivi».
No, dinanzi a tanto macello di guerra borghese, la Rivoluzione non ha da scegliere quale fronte, per il partito di classe e per il proletariato, e quale pacifismo, per fermare la lucida omicida follia di bande sanguinarie e di eserciti contro popolazioni inermi straziate e fuggiasche, due volte cacciate, la prima dall’esercito federale in guerra con le milizie nazionaliste, armate e sostenute dagli Stati d’occidente, e poi dagli stessi «liberatori» occidentali, che intendono portare da quelle aree di confine l’attacco di terra contro l’esercito di Serbia per completarne l’occupazione. Alla faccia della turpe menzogna del rimpatrio degli sfollati.
Il mondo tardo borghese non conosce guerre giuste o ingiuste, come
vorrebbero far credere gli asfissianti apparati di propaganda di entrambe
le parti: «liberatori» gli uni, «piccoli che resistono
aggrediti», gli altri. A pagare, sono e saranno proletari ed operai,
in borghese e in divisa. Queste due guerre a noi contemporanee, infami
come tutte le guerre borghesi, prodromo al terzo conflitto mondiale quando
la NATO sarà denunciata dalla Germania e la Russia uscita – proprio
grazie al riarmo – dalla sua terribile crisi, stanno entrambe dentro la
logica del capitale, dentro il disegno territoriale ed economico degli
Stati borghesi. Dove capitalismo lì guerra. Solo il proletariato
rivoluzionario lo può fermare.
Rapporto esposto alla riunione generale del partito nell’ottobre 1998
NOTA STORICA
Queste note storiche sono il ricaccio abbastanza contenuto del Rapporto sulla questione cinese tenuto alla Riunione n. 32 del Partito, Firenze, 18 e 19 marzo 1962. Il testo completo è ne “Il Programma Comunista”, che rappresentava in quegli anni l’organo di stampa del Partito, numeri 10, 11 e 12 del 1962. Altro rapporto è nei numeri 9 e 17 del 1969.
Nel 1644 i Manciù giungono al potere centrale in Cina e danno origine alla dinastia Ts’ing che durerà fino al mutamento istituzionale del 1911 con l’instaurazione della repubblica.
Nel corso di questi quasi tre secoli il capitalismo europeo rivela tragicamente la sua intrinseca natura sopraffattrice erodendo in Cina la millenaria e immutata base di una economia naturale, forma di vita sociale legata ancora al comunismo primitivo, nella quale la coltivazione del suolo è accoppiata alla produzione di manufatti sulla base di una struttura familiare alla scala di un villaggio.
A questa struttura economica si sovrappone un potere centrale accentratore che si estende su quasi 10 milioni di Kmq., quasi quanto tutta l’Europa e 32 volte l’Italia. L’estensione odierna è di 9,6 milioni di Kmq.; alla fine del 1700, in cui la fase espansionistica cinese segna il culmine, era molto più estesa; mentre alla fine della seconda guerra mondiale grosse aree del territorio erano state staccate e fatte proprie dall’imperialismo capitalistico.
Il tradizionale modo di produzione cinese non ha fatto in tempo a passare in forma violenta e rivoluzionaria per una società schiavista, in assenza di una produzione basata sugli schiavi, come per una società feudale, almeno in relazione all’assenza di una produzione basata sui servi della gleba, quale si affermò in Europa nei secoli di mezzo dopo la caduta dell’impero romano.
La pesante, sanguinosa presenza dell’Europa capitalistica sarà la causa determinante del mutamento della statica forma di vita sociale cinese come via via di altri paesi asiatici.
La fase espansionistica cinese verso la fine del 1700 volge al termine, frenata e soffocata com’è dall’inizio di una più decisiva penetrazione europea; mentre nei primi anni del 19° secolo il processo disgregativo del Celeste Impero si può considerare soltanto incipiente.
Il capitalismo europeo, in quei tre secoli in cui opera la penetrazione imperialistica in Cina, attuerà l’accumulazione primitiva in forma ancora più selvaggia che altrove, provocando così la inevitabile reazione di lotta dei proletari cinesi, nelle vesti di uno sterminato esercito di poveri contadini da considerare puri proletari, come di un piccolo ma formidabile nucleo di proletariato industriale.
La presenza degli europei agisce come dissolvente sulla struttura economica e, quindi, sulla sovrastruttura politica. Il processo di esautorazione politica è irreversibile perché irreversibile è l’erosione della vecchia forma economica.
L’importazione dell’oppio in proporzioni sempre maggiori assumerà un’importanza determinante agli effetti dei cambiamenti sociali e politici prodottisi a partire dal 1840 circa. Con l’introduzione dell’oppio il capitalismo inglese intacca in profondità lo stato sociale del paese. In seguito, scrive Marx: «il commercio dell’oppio non fece che cambiar di mano, passando ad un ceto inferiore di uomini pronti ad esercitarlo a tutto rischio e con qualunque mezzo». Nella questione della droga il capitale inglese agisce in modo tanto più ripugnante quando lo si raffronti alla linea tenuta dal governo cinese col rifiutarsi di legalizzarne il commercio a beneficio dell’erario esausto, «a causa del danno che esso arrecava al popolo».
Dopo la guerra del 1860, le condizioni della pace forniscono al capitale europeo una base assai solida per una ulteriore penetrazione nella Cina arretrata.
Per contropartita gli europei difenderanno la dinastia imperiale dalla rivoluzione dei Taiping che viene schiacciata con l’aiuto del maggiore inglese Gordon nel 1864 dopo 15 anni.
La decadenza economica della Cina giunge ad una fase drammatica. L’importazione dei tessuti inglesi aveva già provocato una crisi di estrema gravità, rovinando completamente la già fiorente produzione nazionale. La gestione della terra come veniva attuata dalle comunità aveva, da secoli, comportato l’esecuzione di un complesso di bonifiche, di regolazioni di corsi fluviali, etc., necessari alla produzione agraria. La fuga dell’argento dal paese, accentuata dall’importazione dell’oppio attraverso i mandarini divenuti compradores, aveva avuto per conseguenza arresto o carenze nell’intervento tecnico necessario al mantenimento in funzione delle opere di bonifica, etc., con disastrose conseguenze sull’agricoltura del paese.
L’ormai sistematica spoliazione del paese fa pullulare le rivolte antieuropee, che sorgono e si sviluppano nelle campagne.
Alla fine del secolo 19° la Cina veniva a trovarsi avviluppata nei tentacoli del capitale mondiale, che aveva dato origine, specie nei grandi porti, ad uno strato di proletariato indigeno, mentre caratterizzava la borghesia cinese come quasi esclusivamente commerciale. In pari tempo il contatto con la civiltà europea aveva fatto nascere quella che potrebbe chiamarsi una “classe” politica, di studenti, studiosi e uomini d’affari. Essa cominciò a fare avvertire il suo peso sulla struttura statale solo negli ultimi anni del 1800. Fu intorno al 1898 che la Cina avvertì appieno il pericolo implicito nelle intromissioni degli interessi europei e nelle rivalità per le concessioni ferroviarie e minerarie. E’ di questo periodo il contrasto tra la nuova classe politica e la vecchia, puramente conservatrice.
E’ dall’accumulazione di lunghi decenni di pirateria imperialistica in combutta con la classe dirigente indigena che sprigionò nel 1900 l’esplosione della rivolta xenofoba e popolare dei Boxers, della quale approfittarono le grandi potenze europee per trarre pretesto non solo per ristabilire sanguinosamente l’ordine e rinsaldare le basi vacillanti della monarchia, ma per divorare altre fette del territorio nazionale cinese. Si inizia un secondo o terzo round di assalto alla Cina in nome della “civiltà” e del “progresso”.
La Cina ha costituito una sterminata riserva privata per l’imperialismo mondiale, le cui maggiori potenze hanno gareggiato tra loro nell’opera di brigantaggio, di occupazione e di mutilazione del territorio nazionale, delle sue risorse economiche e delle sue attrezzature.
Ancora agli inizi degli anni ’30 sulle sedi bancarie e commerciali straniere in Cina si poteva leggere un cartello di questo tenore: “vietato l’ingresso ai cinesi e ai cani”! E’ un fatto che l’occupazione straniera installa le prime strutture industriali e dà l’avvio alla trasformazione dell’economia cinese, ancora oggi soprattutto su basi agrarie. Infatti nell’Est e nel Nord, lungo le coste orientali dell’interminabile subcontinente, si sviluppano le ferrovie ed i primi apparati industriali, sulla base dei quali la Cina odierna prende l’avvio per uno sviluppo economico di tipo capitalistico.
Si elevavano al di sopra delle plebi infestate di colera le fortune colossali delle “quattro famiglie” dei Soong, dei Kung, dei Chen e dei Chiang, padroni della Cina con la protezione delle potenze occidentali ed in particolare degli USA. E’ proprio sotto la spinta delle “quattro famiglie” che si compie nel 1911 il primo episodio della rivoluzione borghese sotto la guida di Sun Yat-sen, tentativo della grossa borghesia cinese di liberarsi dal paternalismo oppressivo e costoso del capitalismo bianco e giapponese. Si fa molte illusioni la grande borghesia cinese che pretende di conquistare la sua indipendenza nazionale con “l’aiuto dell’imperialismo”.
Mao riprenderà pari pari i principi di Sun Yat-sen e, con alterne fortune nell’alleanza con la grossa borghesia commerciale, rappresentata da Chiang Kai-shek, porterà a compimento la rivoluzione democratico-nazionale.
Mao intuisce che prima di tutto bisogna creare uno Stato unitario, vale a dire uno Stato in cui tute le forze sociali siano subordinate al rafforzamento dello Stato stesso. Per questo il PCC abbandona la strada maestra della rivoluzione proletaria, i cui sussulti consente che siano stroncati dalla stessa grossa borghesia; infondendo fiducia alla piccola borghesia ed al contadiname.
Piuttosto che parlare di rivoluzione democratica, è più giusto parlare di controrivoluzione democratica, se si considera che senza l’abbattimento violento delle Comuni di Canton e di Shangai il capitalismo non avrebbe potuto trionfare in Cina.
I “comunisti” sia russi sia cinesi, abbandonato il corso storico della rivoluzione proletaria, si sono issati sulle spalle della piccola borghesia e dei contadini, con l’aiuto del capitalismo internazionale.
E’ vero che gli ultimi paesi che pervengono al capitalismo si trovano avvantaggiati dalla superiore tecnica sviluppata dai Paesi altamente industrializzati e quindi obiettivamente dovrebbero poter sviluppare le forze produttive con maggiore celerità. Ma è altresì vero che, appena varcate le soglie della civiltà industriale, debbono fare i conti con gli assalti iugulatori dell’imperialismo capitalistico e bruciare così le giovani forze produttive sull’altare di un industrialismo superaccelerato, nel cui crogiuolo convogliano il 90% del prodotto netto, del plusprodotto; e debbono necessariamente sviluppare un’economia monca, che va sulla sola stampella dell’industria.
Ogni potenza capitalistica è sempre pronta ad aggredire qualunque paese non tanto con la guerra, che è l’espressione saltuaria della potenza economica, quanto con l’invasione di merci a basso prezzo, di capitali a condizioni favorevoli, che saccheggiano l’economia nazionale, impediscono lo sviluppo delle forze produttive, forzano lo sfruttamento delle riserve naturali, accelerano l’anarchia della produzione.
La Cina, che come tutti i paesi coloniali o semi coloniali ha dovuto spogliarsi delle proprie risorse naturali, minerarie e agricole, per farsi inondare d’oppio o di cotonate; una volta entrata nel girone d’inferno dell’economia capitalistica ha sì in un primo tempo finanziato le proprie importazioni di impianti, attrezzature e macchine per l’industria con l’esportazione di materie prime e di derrate; ma successivamente ha finanziato le proprie importazioni con esportazione di manufatti, saldando attivamente la propria bilancia commerciale.
Quando, al principio del secolo, l’imperialismo mondiale ebbe irrimediabilmente spezzato con la forza i quadri economici e politici dell’antica Cina, accelerando l’espropriazione delle comunità agricole e screditando il potere centrale, due compiti si imponevano alla rivoluzione borghese: assicurare l’indipendenza nazionale contro gli Stati capitalistici che si erano divisi il paese e realizzare la riforma agraria, conditio sine qua non di ogni sviluppo industriale. Il problema era di sapere chi, la borghesia o il proletariato, si sarebbe assunto questi compiti assicurandosi in tal modo un vantaggio decisivo sul nemico di classe.
Si può dire che il proletariato cinese si costituì, se non prima della borghesia nazionale, certo in una relativa indipendenza da essa. Concentrato quasi esclusivamente nelle concessioni straniere, esso aveva già in mano le sorti della lotta anti-imperialista; mentre la borghesia, nata in ritardo sulla base di uno sfruttamento semicoloniale, tendeva al compromesso con l’imperialismo sotto l’incubo, ossessionante dalla fine della prima guerra mondiale, di un assalto proletario. Come nella Russia zarista e come nella Germania 1848, spettava quindi al proletariato organizzato in partito autonomo di classe prendere la testa della rivoluzione democratica e condurla a termine fino alla proclamazione della sua dittatura.
Questa prospettiva deve alla controrivoluzione staliniana d’essere stata liquidata sul suo terreno d’origine. Lo stalinismo legò il partito del proletariato al partito della borghesia e poi lo trasformò, dal 1927 e con Mao, in un partito contadino.
La Cina di Mao e compagni offre in esempio ai popoli coloniali il corso doloroso di 40 anni di compromessi con la borghesia nazionale e con l’imperialismo mondiale, di liquidazione della tattica e dei principi comunisti nella questione coloniale e di abbandono della linea della rivoluzione doppia a favore di una “rivoluzione democratica” che in Cina, per dirla con Trotzki, non fu una rivoluzione borghese, ma una vera controrivoluzione.
Nell’irrimediabile degenerazione dei partiti nati dalla III Internazionale, il partito cinese ebbe la sua parte perché fu uno dei primi a seppellire la teoria marxista della rivoluzione doppia e a predicare la rivoluzione per “tappe”. Ciò che rende doppia una rivoluzione non è che sia prima borghese, poi socialista, ma appunto che permetta di saltare le “tappe” della democrazia borghese. La rivoluzione di Ottobre, come rivoluzione politica, è socialista tout court e tutto il suo corso storico rappresenta la vittoria della linea proletaria su quella della democrazia borghese.
Mao ha avuto la meglio su Chiang non perché sia stato il migliore campione della democrazia borghese, ma perché bisognava schiacciare il proletariato e inquadrare saldamente i contadini poveri se si voleva impedire che la rivoluzione non uscisse dal binario democratico, ed egli vi è riuscito.
Quale è stato il corso oggettivo della rivoluzione borghese in Cina? Il punto di partenza è dato dallo stato di arretratezza e gracilità del suo sviluppo industriale, dalla primitività dei suoi mezzi di comunicazione, dal carattere eminentemente agricolo della sua struttura economica, dall’immaturità sociale dei suoi rapporti di produzione capitalistici.
In un ambiente di tale arretratezza l’imperialismo si installava nell’immenso territorio, accelerando la decomposizione dei vecchi rapporti di produzione e, con essi, della compagine statale, prima sotto l’impero, poi sotto la repubblica. Il fenomeno inizia alla fine del secolo scorso ed è tutt’altro che superato dall’ascesa con Mao Tse-tung dei pretesi “comunisti” nel 1949; ma presenta caratteri sostanzialmente uniformi.
La debolezza dei mezzi di comunicazione e delle risorse industriali e finanziarie, come la penetrazione accelerata dei diversi imperialismi concorrenti, accompagnate dalle guerre per la divisione della Cina, hanno imposto alle diverse zone del paese di cercare il capitale, le merci, gli sbocchi secondo la loro collocazione geografica, sfuggendo così al controllo dello Stato centrale. Ecco perché la lotta per l’unità nazionale, compito essenziale della rivoluzione borghese in Cina e sua premessa dovunque, doveva necessariamente svilupparsi contro l’imperialismo e le forze borghesi centrifughe interne ad esso legate; come contro i signori “feudali” per abbattere i quali combatterono le masse contadine.
La trama di uno Stato unitario centralizzato poteva essere tessuta solo grazie ad uno sviluppo delle forze produttive, soprattutto nelle campagne, che permettesse di liberare una manodopera per l’industria nascente e il sostentamento del proletariato urbano.
Al proletariato cinese, sconfitto sul campo di battaglia nel suo tentativo
eversivo rivoluzionario, saranno fatti pagare nei decenni a seguire i massacranti
costi della selvaggia industrializzazione capitalistica del paese.
DECORSO DELL’INDUSTRIA IN CINA
Ribadiamo un postulato fondamentale che dobbiamo sempre tener presente nei nostri lavori di presentazione dello sviluppo del moderno capitalismo secondo la dottrina del marxismo, sia esso affrontato globalmente sia paese per paese. Lo trascriviamo da “Il corso del capitalismo mondiale”: «Vogliamo giungere a far ricordare ai proletari che la folle velocità al produrre non è che la massima delle vergogne del sistema borghese, e la massima delle prove scientifiche della sua necessaria fine storica, che il marxismo ha elevata. Quella corsa non sarà accelerata, ma spezzata e frenata dalla vittoria della rivoluzione socialista».
Il capitalismo produce per ingozzarsi di plusvalore. Ma la peculiarità che contraddistingue il modo di produzione capitalistico consiste proprio nel fatto che più produce più celermente crea le condizioni che fanno scarseggiare il plusvalore; un drogato, quale è il capitalismo, è disposto a qualsiasi nefandezza per procurarsi quella droga che, nella fase finale del suo sviluppo, è divenuta sempre più ridotta.
Questa fase da un bel po’ di tempo la stiamo vivendo in tutta la sua drammaticità con guerre, mondiali o locali, con crisi più o meno estese e profonde e, per il proletariato, con disoccupazione, miseria e fame. Questi aspetti della società borghese sono tutti in rapida crescita, sono tutti provocati dalla fame crescente di plusvalore che il modo di produzione non è più in grado di soddisfare.
Noi, con l’analisi statistica, lavoriamo sui massimi produttivi dei vari Paesi che storicamente si sono succeduti, sempre di più in numero e in tempi sempre più brevi, per far risaltare che si trovano oggi tutti nella fase capitalistica terminale; per contro sono sempre meno e di scarso peso i restanti Paesi che potrebbero essere ancora in grado di manifestare un reale sviluppo. Tra questi ultimi non abbiamo compresa l’India, con il suo quasi miliardo di abitanti, perché già da qualche tempo, anche se in maniera meno vistosa, il suo capitalismo procede spedito ed è prossimo a conseguire quel traguardo che la Cina ha già fatto suo da anni, collocandosi tra le principali potenze imperialistiche. Solo che man mano che la Cina è cresciuta e si è ingrossata capitalisticamente è venuta sempre più a trovarsi invischiata nelle trame del Capitale mondiale alle cui vicissitudini si troverà sempre più legata. E la stessa sorte toccherà all’India, nonostante le differenze nella storia millenaria e recente dei due paesi pesino sulle modalità e sui tempi del loro convergere nel capitalismo universale.
Nei nostri lavori economici abbiamo sempre preso le mosse dallo studio della variazione storica dell’indice della produzione industriale. Invece la sua estensione fisica per noi è meno essenziale, in quanto non è utile per distinguere il plusvalore dal capitale, quindi l’esistenza delle classi ed il monopolio del lavoro morto sul lavoro vivo. Questo sussiste sia che esso venga esercitato da una classe fisica di borghesi, sia da uno Stato capitalistico gestore della forma mercantile aziendale, favoreggiatore di classi straniere o indigene.
Quando noi parliamo di sviluppo teniamo presente che esso riguarda un organismo che storicamente ha avuto un’origine e che, percorrendo il suo ciclo vitale, andrà incontro al suo atto di morte. Tutto il nostro lavoro si pone nell’ottica di fornire le prove, che il capitalismo stesso ci offre sempre più vistosamente, del suo cammino verso la morte sociale ed economica.
L’approssimarsi della fine del capitalismo risulta innegabile dalle Tabelle, che abbiamo a più riprese aggiornate e ripubblicate, sulla decrescenza storica dell’incremento relativo della produzione industriale, riflesso statistico della legge della caduta tendenziale del saggio del profitto, per Inghilterra, Francia, Germania, Stati Uniti, Giappone e Unione Sovietica. Le Tabelle rappresentano una rappresentazione numerica di un corso storico reale che viene a confermare le leggi scientifiche della dottrina di Marx.
Se prendiamo gli incrementi annuali della produzione industriale di quei Paesi nella loro fase giovanile, notiamo che i valori, pur nella loro diversità, hanno in comune la caratteristica di essere assai elevati. Nelle fasi della maturità, poi della vecchiaia degli stessi Paesi, come di tutto il capitalismo alla scala mondiale, gli incrementi annuali della produzione industriale si attestano su valori sempre più bassi e tendono verso lo zero. Il capitalismo, seppure si accresce mostruosamente oltre ogni limite e in ogni dimensione saturando dei suoi miasmi tutta la vita degli uomini, riesce a riprodursi sempre con maggiore difficoltà.
Quest’evento, alla scala storica e sociale, si concretizza in formidabili scontri tra classi nemiche, sia quando utilizza i metodi “pacifici” della concorrenza mercantile, della diplomazia e della minaccia delle armi, sia quando ricorre all’impiego attuale degli eserciti.
Sul decorso economico e sociale della Cina repubblicana ci riferiamo all’approfondito studio pubblicato su queste colonne negli anni dal 1979 al 1984. Qui, disponendo delle serie statistiche più aggiornate e complete, riordiniamo le nostre considerazioni volgendo uno sguardo su mezzo secolo di costruzione di un così importante capitalismo.
Tabella 1
Produzione Industriale e Acciaio in Cina dal 1949 al 1997
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Per la Produzione industriale siamo così in grado oggi di presentare la Tabella 2, identica alle altre sei già pubblicate nel "Corso..." per gli altri paesi, relativa alla Repubblica Popolare Cinese dal 1949 al 1993. Essa è ricavata dalla serie completa degli indici della produzione industriale per il periodo di quei 44 anni, serie che pubblichiamo in Tabella 1 perché i compagni dispongano come strumento di lavoro anche dei dati annuali. Gli indici e gli incrementi 1994-1997 sono nostre estrapolazioni fondate si anticipazioni apparse sui quotidiani: sono quindi dati provvisori da verificare e correggere. I dati sono tutti di fonte cinese e sono forniti, a prezzi costanti, con base 1952=100. Noi li abbiamo convertiti nella base 1949=100, visto che è in quell’anno che nasce il capitalismo della moderna borghesia cinese.
Nella prima colonna abbiamo riportato i periodi tra i massimi crescenti. Il periodo iniziale di 11 anni fino al 1960 esplode con un incremento medio annuo del 26,4%; rivaleggia con il 28,3% dell’URSS dal 1920 al 1926, quindi sull’arco di soli 6 anni. Segue il periodo di 6 anni fino al 1966 con un incremento medio annuo di un insignificante 0,4% che denuncia una crisi economica di notevole ampiezza che è da rapportarsi a livello politico da eventi di drammatica portata. Il terzo lungo periodo di 27 anni fino al 1993 marca un elevato incremento medio annuo del 12%, che rappresenta il primato al cui confronto impallidiscono quelli di tutti gli altri Paesi; solo che il suo valore rappresenta meno della metà di quello che era stato registrato nel primo Periodo dal 1949 al 1960.
Nella seconda colonna, se vogliamo prendere come anno di separazione il 1966, otteniamo due Cicli di 17 e 27 anni, il primo dei quali con l’incremento medio annuo del 16,5%, risulta ancora superiore a quello del Ciclo più recente, già riportato, del 12%.
Tabella 2
Decrescenza storica dell'incremento della Produzione Industriale
| Anni di
massimo |
Periodo tra
i massimi |
Cicli | Arco di 44 anni | ||||||
| Indici | Anni | Incr.
medi % |
Indici | Anni | Incr.
medi % |
Indici | Anni | Incr.
medi % |
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La legge della decrescenza storica è così rispettata; gli anni futuri proseguiranno nella caduta portandosi su livelli sempre più bassi. In tutto l’arco dei 44 anni su cui a tutt’oggi siamo in grado di lavorare, la Cina è andata avanti con il 13,7% registrando in questo un primato, prima detenuto dall’URSS, che le deriva dal fatto di essere il Paese più giovane capitalisticamente.
In occasione dell’esposizione orale fu mostrata ai compagni anche la rappresentazione grafica dei dati della Tabella 1, qui non riportata, per evidenziare meglio la dinamica della produzione industriale cinese: dei due diagrammi uno riguardava la serie degli indici, l’altro la serie degli incrementi.
Sul primo Grafico, quello degli indici annuali, risaltava un ampio avvallamento a partire dal massimo del 1960, che viene a concludersi con il massimo del 1966, che è di poco più elevato. Segue la più modesta caduta del 1967 e del 1968. Per il resto degli anni è una linea assai regolarmente crescente e che piega sempre più verso l’alto. E’ evidente che siamo di fronte ad un fenomeno di “storia naturale” che ubbidisce a leggi precise, percorre un itinerario determinato e prevedibile nelle sue grandi linee.
Il secondo Grafico invece rappresentava gli incrementi annuali della Tabella 1. E’ quindi differenziale, cioè parte dalla differenza di produzione da un anno all’altro, e relativo, cioè misura quell’incremento in percentuale della massa totale prodotta. Qui la regolarità è molto minore per la maggiore incidenza nei singoli anni delle vicende “ambientali” nel quale il capitale si riproduce: fatti climatici, sociali, politici, militari. Questi vengono a costituire talvolta ostacoli alla accumulazione, talvolta la rimozione di ostacoli, antichi o contingenti, segnati da ciclopici sconvolgimenti sociali. La rimozione di ogni ostacolo non fa che avvicinare il traguardo di morte che attende il Capitale alla sua conclusione storica.
Due profonde depressioni interrompono l’ascesa del grafico dell’industria: la prima, con il crollo del 48% dal 1960 al 1962, è successiva (ironia dei nomi nel mondo borghese!) al “Grande Balzo in Avanti”, la seconda, del 18% dal 1966 al 1968, corrisponde alla “Rivoluzione Culturale”.
Per render conto di queste irregolarità della curva occorre tener conto che alla fine degli anni ’50 la Cina si trovò ad affrontare i problemi derivati dalla rottura con la Russia, paese che la riforniva di strumenti tecnici e apparecchiature industriali moderne. Questo inciampo industriale va visto all’interno di un altro problema più profondo e certo il più minaccioso per la crescita e lo sviluppo della Cina fin dalla fondazione della Repubblica: la struttura della sua società ancora prevalentemente agricola. In essa dominavano le forme di autosufficienza alimentare e artigianale di villaggio, che impedivano la fluidità necessaria nel rifornire di materie prime l’industria. All’industria occorreva che aumentasse la produttività del mondo agrario e che questo producesse per il mercato e non per il consumo diretto. D’altra parte l’industria nazionale era impotente a farsi portatrice essa di un tale aumento di produttività nelle campagne a causa del suo insufficiente sviluppo, anche perché questo avrebbe supposto l’obbligo per decine di milioni di contadini di abbandonare la terra, espropriati dal campicello e momentaneamente lasciati senza mezzi di sostentamento.
L’industria esprimeva la necessità di tali masse di proletarizzati, ma il farlo in modo rapido, con la gran massa umana della Cina, dava il terror panico al PCC tanto da increspare l’imperturbabile sorriso sul faccione del Presidente.
Sicuramente quindi già negli anni ’50 si distinguevano due tendenze principali all’interno del PCC: una più “aperturista” decisa a venire rapidamente a capo delle riforme agrarie; l’altra più preoccupata per gli effetti che queste avrebbero potuto provocare, più conservatrice e meno frettolosa di attuare le riforme agrarie liberatrici. Non si scordava, questa, che la recente ascesa al potere del PCC era stata possibile per l’appoggio deciso dei contadini. In posizioni distribuite fra queste due tendenze si collocano tutti i “grandi timonieri” dello Stato cinese, benché come individui possano aver oscillato fra l’una e l’altra secondo quel che richiedevano le necessità economiche.
Tuttavia alla fine degli anni ’50 si impose la linea di Mao che prevedeva uno sviluppo autarchico della Cina, prendendo atto della insufficienza degli appoggi esterni dopo il ritiro dei tecnici russi. Puntava sull’incremento della produttività nelle campagne introducendo le Comuni e surrogando con le piccole industrie di villaggio le carenze della industrializzazione moderna del paese. Questa politica – per darsi coraggio – fu chiamata del Grande Balzo in Avanti, e si fondava più su incentivi ideologici che materiali. Tale politica fallì tragicamente nei suoi risultati, per di più venne a coincidere con catastrofi climatiche che abbatterono la produzione agricola e di conseguenza anche la produzione industriale negli anni 1961-62.
Solo a seguito di questo fallimento si introdussero le prime riforme che tornarono a concedere la vendita libera dei prodotti agricoli e che, a differenza del Grande Balzo in Avanti, ottennero di elevare la produzione e furono meglio accolte dalla popolazione. E’ di questo periodo la famosa frase del rappresentante della linea “aperturista” Deng Xiao Ping: “non importa se il gatto è bianco o nero, l’importante è che prenda i topi”.
La “Rivoluzione Culturale” nella seconda metà degli anni ’60 significò invece il tentativo delle linea più conservatrice di frenare i riformisti, che si videro espulsi a furor di popolo dai loro posti di direzione. Le affermazioni propagandistiche e le frasi celebri servono a poco se non si decifrano nel contesto della lotta fra le forze economiche in atto: fu detta Rivoluzione Culturale perché erano gli ambienti piccolo borghesi studenteschi e degli insegnanti quelli che meglio accolsero e misero in pratica gli appelli della frazione maoista del partito.
E passiamo all’esame dettagliato della Tabella 1 con gli incrementi annuali. La produzione industriale cinese parte subito alla grande. Per 4 anni fino al 1953 abbiamo un ritmo medio annuo quasi costante che oscilla intorno al 33,7%. Poi, tra grandi escursioni altalenanti, ma tutte positive, si arriva al massimo del 1960 che registra per 7 anni il necessario ridimensionamento all’incremento medio annuo del 22,4%. Ciononostante è in questo periodo che si è avuto l’incremento annuale più elevato, il 54,8% del 1958. Ma è proprio da questo incremento record di segno positivo che si arriva, come visto, in caduta verticale libera per due anni fino all’incremento record di segno negativo del 38,2% nel 1961. Nei successivi 10 anni dal 1960 al 1970, che comprendono il crollo del 1961-62 e quello meno vistoso del 1967-68, l’incremento medio annuo scende al modesto 3,9%. Il crollo del 1961-62 coincide con il fallimento delle Comuni agricole. Quello, di minore gravità, del 1967-68 con la Rivoluzione Culturale.
Nel restante periodo di 23 anni dal 1970 al 1993, dai dati tutti positivi, la ripresa non poteva mancare, con un incremento annuo medio del 12,4%. Permangono però le alternanze di accelerate e frenate dell’incremento, di cadenza annuale o biennale. Negli anni 1974 e 1976 l’apparato industriale risulta quasi fermo con incrementi prossimi allo zero (0,3% e 1,3%); di nuovo nel 1981 l’incremento si ferma al modesto 4,3%. E’ evidente come il capitalismo cinese sia, almeno dal 1974, ben connesso alla crisi generale dell’industrialismo e della finanza mondiali.
Annate di maggiore slancio si ravvisano nel 1985, con incremento del 21,4%, e nel 1988, con il 20,8%. Gli incrementi record del 1992 e del 1993, 27,5% e 28,0%, sono da attribuire alla massiccia invasione di capitali stranieri a caccia di sovraprofitti sulla pelle dei proletari cinesi; invasione che potrebbe presto tradursi in una disordinata ritirata.
Concludiamo con la scaletta legata agli eventi contingenti dei 44 anni
in esame così come ci è stata suggerita dal Grafico degli
incrementi:
– 1949-1953, exploit iniziale e di ricostruzione, 4 anni con incremento
annuo medio del 33,7%
– 1953-1960, baldanza giovanile, 7 anni, incremento 22,4%
– 1960-1970, crisi di crescita, 10 anni al 3,9%
– 1970-1993, maturità, 23 anni al 12,4%.
CONFRONTO CON GLI ALTRI CAPITALISMI
La “via al capitalismo” è una per tutti i continenti. E’ quindi utile passare al confronto tra la produzione industriale della Cina e quella dei principali Paesi imperialistici, con la leadership degli Stati Uniti che, grazie al loro potenziale economico, sono in grado di fare il brutto e il cattivo tempo nel mondo intero sia in materia economica sia politica. Il confronto ci consentirà di valutare livelli di sviluppo e posizioni intercorrenti.
Riallacciandoci al Prospetto I sullo Sviluppo storico del Capitalismo, (lo troverete nelle prime pagine de “Il Corso...”), che grosso modo si fermava al 1985, abbiamo redatto per Inghilterra, Francia, Germania, Stati Uniti, Giappone ed Italia, ai quali abbiamo affiancato la Cina, un nuovo Prospetto (qui Tabella 3) completo di indici annuali e relativi incrementi. Come anno di inizio si è scelto il 1979, che rappresenta un massimo crescente per 4 dei 7 Paesi. L’Italia consegue quel traguardo un anno dopo, nel 1980; mentre per Giappone e Cina il 1979 non è anno di massimo, ossia non seguito da decrescenza dell’Indice. L’anno finle lo abbiamo fissato al 1997 che è un massimo per tutti i Paesi esclusa l'Italia, che anticipano al 1995.
Dal confronto emerge che la Cina è l’unico Paese che nello scorso ventennio non ha avuto decrementi. Però in occasione della crisi che ha interessato tutti gli altri Paesi intorno al 1980 la Cina ha accusato il contraccolpo con la forte caduta (s’intende in relazione ai più elevati Incrementi che la contraddistinguono) al 4,3% nel 1981 e 7,8% nel 1982. La crisi che investe tutti gli altri Paesi negli anni dal 1990 al 1993 è invece anticipata in Cina con rallentamenti nel 1989 e nel 1990. Gli altri Paesi sono poi tutti andati sotto pesantemente.
Dalla Tabella 3 ricaviamo, in ordine decrescente,
le medie annue dell’ultimo ciclo fra massimi, dal 1979 al 1997: Cina 14,5%;
Giappone 2,6%; Stati Uniti 2,6%; Italia (1980-1995) 1,4%; Gran Bretagna
1,2%; Germania 1,1%; Francia 0,9%.
TABELLA 3
Produzione Industriale dal 1979 al 1997 (1979=100)
|
Anni |
|
|
|
|
|
|
|
|||||||
|
1979
|
100,0
|
100,0
|
100,0
|
100,0
|
100,0
|
100,0
|
100
|
|||||||
|
1980
|
93,5
|
-6,5
|
100,0
|
0,0
|
100,0
|
0,0
|
98,0
|
-2,0
|
104,2
|
4,2
|
105,3
|
5,3
|
109
|
9,3
|
|
1981
|
89,9
|
-3,9
|
97,9
|
-2,1
|
98,0
|
-2,0
|
100,0
|
2,0
|
105,2
|
1,0
|
103,2
|
-2,0
|
114
|
4,3
|
|
1982
|
91,7
|
2,0
|
97,0
|
-0,9
|
95,1
|
-3,0
|
93,1
|
-6,9
|
105,2
|
0,0
|
100,1
|
-3,0
|
123
|
7,8
|
|
1983
|
95,3
|
4,0
|
98,0
|
1,0
|
96,0
|
1,0
|
98,9
|
6,3
|
109,5
|
4,0
|
96,9
|
-3,2
|
137
|
11,2
|
|
1984
|
96,3
|
1,0
|
99,2
|
1,2
|
99,2
|
3,3
|
109,7
|
10,9
|
121,9
|
11,4
|
100,1
|
3,3
|
159
|
16,3
|
|
1985
|
101,9
|
5,9
|
100,2
|
1,0
|
104,2
|
5,1
|
111,7
|
1,8
|
126,2
|
3,5
|
102,2
|
2,1
|
193
|
21,4
|
|
1986
|
104,8
|
2,8
|
101,2
|
1,0
|
107,2
|
2,9
|
112,7
|
0,9
|
126,2
|
0,0
|
105,4
|
3,1
|
215
|
11,7
|
|
1987
|
107,6
|
2,7
|
103,2
|
2,0
|
107,3
|
0,0
|
118,7
|
5,3
|
130,5
|
3,4
|
109,6
|
4,0
|
253
|
17,7
|
|
1988
|
111,4
|
3,5
|
107,1
|
3,8
|
111,2
|
3,7
|
124,6
|
5,0
|
143,3
|
9,8
|
115,9
|
5,8
|
306
|
20,8
|
|
1989
|
114,0
|
2,3
|
111,1
|
3,7
|
117,2
|
5,4
|
124,6
|
0,0
|
151,9
|
6,0
|
120,1
|
3,6
|
332
|
8,5
|
|
1990
|
113,6
|
-0,3
|
112,7
|
1,5
|
123,0
|
4,9
|
124,5
|
-0,1
|
158,1
|
4,1
|
120,3
|
0,2
|
358
|
7,8
|
|
1991
|
109,8
|
-3,4
|
111,4
|
-1,2
|
123,0
|
0,0
|
122,0
|
-2,0
|
160,8
|
1,7
|
119,3
|
-0,9
|
411
|
14,8
|
|
1992
|
110,2
|
0,4
|
110,0
|
-1,2
|
120,2
|
-2,3
|
125,9
|
3,2
|
151,0
|
-6,1
|
119,0
|
-0,2
|
524
|
27,5
|
|
1993
|
112,6
|
2,2
|
105,9
|
-3,8
|
111,3
|
-7,4
|
130,3
|
3,5
|
144,2
|
-4,5
|
116,2
|
-2,4
|
671
|
28,0
|
|
1994
|
118,7
|
5,4
|
110,1
|
3,9
|
115,4
|
3,7
|
137,4
|
5,4
|
146,1
|
1,3
|
122,2
|
5,2
|
791
|
18
|
|
1995
|
120,9
|
1,8
|
112,4
|
2,2
|
117,9
|
2,1
|
144,1
|
4,9
|
150,8
|
3,2
|
128,8
|
5,4
|
910
|
15
|
|
1996
|
122,0
|
0,9
|
112,6
|
0,1
|
118,4
|
0,4
|
150,5
|
4,4
|
154,5
|
2,4
|
126,7
|
-1,7
|
1028
|
13
|
|
1997
|
123,1
|
0,8
|
117,0
|
3,9
|
122,5
|
3,5
|
160,0
|
6,1
|
160,0
|
3,5
|
129,4
|
2,2
|
1147
|
11,6
|
Spicca il formidabile incremento nel Periodo dell’ormai non più giovanissimo capitalismo cinese, che vede aumentata la produzione industriale di ben 11,5 volte in 18 anni, mentre gli altri si distribuiscono tra un aumento del 60% del Giappone e un 17% della Francia. La legge di anzianità è rispettata con i 3 classici industrialismi europei nelle ultime posizioni affiancati da presso dall’Italia; mentre il meno anziano Giappone è in seconda posizione seguito dagli Stati Uniti che non sfigurano nel confronto.
Precipita la decrescenza storica dell’incremento relativo della Produzione Industriale nell’ultimo quarto di secolo. La discesa, con poche eccezioni, è regolare per tutti i paesi. Particolari conferme di crisi (con soddisfazione di noi rivoluzionari) l'hanno date tutti i Paesi che sono in diversi anni quasi a zero. Solo gli Stati Uniti che, armi in pugno, fregano tutti e salvano la faccia. Ma per quanto tempo ancora? Anche lì si avvertono i sintomi di una imminente stanchezza, che si cerca di risolvere, per il momento, scaricando bombe made in Pittsburgh sui Balcani. La Cina si mantiene, dall’ultimo massimo del 1966, sulla media del 12,3% sui 31 anni.
Approfittiamo per dare un’errata-corrige che rende più incisiva
la decrescenza storica degli Stati Uniti dal 1859 al 1985. Nella Tabella
a pag. 52 de “Il Corso...” l’eguaglianza degli indici del 1973 e del 1974
ci ha fatto incorrere nell’errore di porre come massimo il 1974 al posto
del 1973 per cui il terz’ultimo e il penultimo Periodo risultano falsati
in relazione agli anni dei 2 Periodi che sono di 4 e 6 anni (e non di 5
e 5); ma soprattutto in relazione agli incrementi annui medi che risultano
del 3,8% e del 2,6% (e non del 3,1% e del 3,2%). La serie degli ultimi
4 Periodi, che vanno dal 1957 al 1985, dopo questa correzione presenta
una decrescenza più regolare degli incrementi annui medi che scendono
dal 4,9% al 3,8% al 2,6% e all’1,9% (e non la strana successione della
Tabella di 4,9%, 3,1%, 3,2% e 1,9%). Se poi prendiamo in considerazione
il Periodo dal 1957 fino al 1997, del quale oggi disponiamo dei dati, abbiamo
una serie di 5 Periodi in costante decremento: 4,9; 3,8; 2,6; 2,5 e 2,4.
L’ACCIAIO IN CINA
È l’acciaio che esprime la forza e che consente le dittature
di classe. Ecco perché noi avevamo elevato l’acciaio al rango di
“Maestà”. Ne “Il Corso...” gli abbiamo dedicato il Settore finale,
corredato di abbondanti Tabelle. In esse però la Cina risulta assente:
qui colmiamo il vuoto.
Già alla fine del ’700 l’Europa importava dalla Cina tè, porcellane fini, rabarbaro, sete pregiate. I cinesi acconsentivano a esportare queste merci ma volevano essere pagati in argento, poiché ritenevano di nessun valore e di nessuna utilità le merci offerte in cambio dagli occidentali. Nel 1793 l’imperatore della Cina Ch’ien Lung risose a Giorgio III d’Inghilterra, che gli aveva mandato il suo ambasciatore Macartney a proporre scambi commerciali: «...Come il tuo ambasciatore ha potuto personalmente constatare, Noi già possediamo ogni ricchezza, né Noi attribuiamo valore alcuno ai tuoi strani marchingegni, né sapremmo che farne dei prodotti del tuo Paese».
All’imperatore del Celeste Impero sfuggiva però che una di quelle merci che rifiutava, e del quale gli inglesi già vantavano una buona produzione, l’acciaio, aveva delle particolari, magiche, proprietà: forgiato a far canne da fuoco e impugnato nel verso giusto abbatte istituzioni millenarie, imperi e imperatori. Nel giro di pochi anni una delle merci più dannose, l’oppio, fu imposta alla popolazione cinese grazie alla forza delle armi, di cui gli inglesi erano molto più dotati, sia quantitativamente sia qualitativamente. Aperto il varco, fu facile inondare la Cina di tante altre merci, buona parte delle quali non meno dannose dell’oppio, e convincere i cinesi, sempre armi alla mano, che era bene acquistare le merci inglesi e farne poi l’uso che avrebbero voluto.
È questa una costante del mercantilismo capitalista: l’acciaio, sotto forma di armamenti, e non importa se in modo potenziale o in modo cinetico, fa da battistrada per lasciare subito entrare in azione l’artiglieria pesante delle merci a basso prezzo che premono per dilagare. I maggiori Paesi capitalistici sono sempre stati i maggiori produttori di merci e perciò di acciaio e di armi. Tra di essi si fa notare oggi in prima fila proprio la Cina.
La Cina moderna è nata nel 1949 con la vittoria definitiva sul regime di Chiang Kai-shek, che rappresentava l’ultima pedina della pirateria imperialistica sul suolo cinese. Dal 1911 aveva avuto inizio il tormentato e insanguinato cammino che porterà nel 1949 al traguardo della conseguita indipendenza politica della Cina borghese. Obiettivo per quasi 40 anni, contrastato con ferocia dall’imperialismo capitalistico, ma di cui esso, involontariamente, è stato il principale artefice. Come alla sete inesausta di profitti dell’imperialismo dobbiamo la nascita della classe borghese cinese che ha sentito il bisogno di emulare in sfruttamento e pirateria i capitalisti europei, americani e giapponesi.
E proprio quest’azione congiunta ha provocato la nascita sul suolo cinese della classe operaia che sin dall’inizio ha dato prova di una combattività e di uno spirito rivoluzionario per stroncare i quali c’è voluta la massiccia azione congiunta del capitalismo internazionale alleato a quello cinese. Si può senz’altro affermare che la nascita della moderna Cina borghese nel 1949 poggiava sul presupposto della sconfitta sul campo della rivoluzionaria classe operaia cinese.
Questi tre fattori, nascita della Cina moderna, nascita della classe borghese cinese, nascita del proletariato cinese, grazie all’imperialismo capitalistico, hanno risvegliato e messo in movimento non solo la Cina, ma tutto l’immenso continente asiatico; e questo è stato un risultato altamente rivoluzionario i cui risvolti sulla distanza saranno difficilmente padroneggiabili da parte del capitalismo mondiale.
Sulla base di queste considerazioni tutte le statistiche cinesi partono dal 1949. Questo non vuol dire che prima di quell’anno non vi fosse in Cina una industria: l’incubazione della Cina moderna era iniziata già nel 1911 e un apparato industriale si andava lentamente ma stabilmente sviluppando.
Una pubblicazione del 1957 della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, dal titolo "Un secolo di sviluppo della produzione d’acciaio", fornisce con un dettaglio davvero pignolo le produzioni annuali di acciaio di tutti i Paesi del mondo a partire dal 1860. Qui li riproduciamo relativamente al periodo 1935-1949:
|
|
t. |
1935=100 |
% |
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La produzione di acciaio della Cina inizia nel testo nell’anno 1935 con 132.000 t. Nei nove anni che vanno dal 1935 al 1944 risalta un aumento produttivo di quasi 11 volte con un incremento annuo medio nel periodo del 30,2%. Sarebbe qui da indagare il contributo della Manciuria, sotto occupazione giapponese dal 1931. Si parte con un incremento del 161,4%, seguito da un 29,6% per stabilizzarsi poi per un Periodo di 5 anni con dati molto ravvicinati che oscillano intorno all’incremento annuo medio del 10%. La produzione perviene così nel 1942 a 721.000 t.
Nel 1943, grazie alla Seconda carneficina mondiale, si ha una impennata del 66,% a cui segue nel 1944 un buon 18% con la produzione che approda a 1.422.000 t. Poi, per l’azione dell’Unione Sovietica che, col pretesto di “liberare” i proletari della Manciuria, ne smantella letteralmente tutto l’apparato industriale, in cui era preminente il settore siderurgico per farne dono al capitale industriale russo, e nello stesso tempo libera effettivamente tutte le maestranze dalla schiavitù delle fabbriche gettandole letteralmente sul lastrico, si ha nel quadriennio successivo 1945-1948 il crollo complessivo del 98% con la produzione che scende nel 1948 a 30.000 misere t. Non poteva quindi mancare nel 1949 l’impennata record del +240% (dati CECA; 158.000 t. e +426.7% secondo le Statistiche cinesi) che portava la produzione alle ufficiali 102.000 t., battendo un record a cui i futuri reggitori della Cina hanno potuto opporre un ancora eccellente 253,5% nel 1950.
La serie 1949-1996 riguarda invece la Repubblica Popolare Cinese (vedi Tabella 1). Si parte nel 1949 con 158.000 t. per approdare a 100 milioni di t. nel 1996. Questo risultato pone la Cina al primo posto nella graduatoria mondiale dei produttori. Nell’arco di 47 anni la produzione di acciaio è aumentata di 633 volte, cioè con incremento annuo medio del 14,7%.
Ne “Il Corso...” (da pag. 582 a pag. 595) per i 7 principali Paesi avevamo dato le Tabelle della decrescenza storica dell’incremento relativo della produzione di acciaio. Siamo in grado oggi di aggiungere, a pieno titolo, quella relativa alla Cina. Lo schema è risultato più semplice in quanto, per il molto più breve periodo che investe, ha consentito di evidenziare le sole 2 fasi della gioventù e della maturità, con esclusione dei Cicli brevi e lunghi. Ad un incremento annuo medio della fase giovanile di 24 anni fino al 1973 del 23,5% fa riscontro quello della maturità di 24 anni fino al 1997 (con i dati oggi disponibili) del 6,2%; ossia di quasi 4 volte più basso. Quell’incremento si andrà flettendo sempre di più trapassando il capitalismo cinese nella sua fase di “vecchiaia”.
TABELLA 5
Decrescenza storica dell'incremento relativo medio annuo della produzione
di Acciaio
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Dalla Tabella 1 risulta che nel biennio di grave crisi 1961-62 l’acciaio scende del 51,2%, con l’annuo medio di -30,1%, e nel biennio 1967-68 del 41,2%, con l’annuo medio di -23,3%, quindi con regressi peggiori della media della Produzione industriale. Altri tre decrementi nel 1974 del 16,3%, nel 1976 del 14,4% e nel 1981 del 4,1%, a cui corrispondono per la Produzione industriale incrementi bassi ma pur sempre positivi.
Salta agli occhi che ai forti incrementi fino al 1971, anche se interrotti dalle due gravi cadute, seguono incrementi molto più bassi la cui ridimensionamento con il tempo si accentua sempre di più. Il 33,9% del 1978 sembra quasi la nota stonata. Ad esso seguono subito incrementi bassi di cui uno negativo, tutti inferiori al 9%. Solo nel 1986 abbiamo un 11,6% a cui seguono cinque anni con l’incremento annuo medio del 6,3%. C’è poi la ripresa nel 1992 del 18,7% annuo medio, a cui segue fino al '97 un quinquennale annuo medio appiattito al 5,1%.
Tutti a magnificare i 100 milioni di t. prodotti dalla Cina nel 1996. Nessuno a far risaltare che ci si era arrivati dopo un triennio a passo di lumaca; nessuno a sottolineare che l’ultimo periodo era andato avanti più piano di tutti gli altri. E’ invece il caso di dire che l’acciaio cinese è invecchiato anzi tempo.
La Cina sta per finire il suo prolungato “a solo”. Il suo Periodo è unico a partire dal 1966. Nei 27 anni fino al 1997 ha guadagnato posizioni nella contesa mondiale con l’elevato incremento annuo medio del 12%. La grande avanzata cinese non presenta nulla di eccezionale: è l’esplodere giovanile del capitalismo quando si impianta per la prima volta in un Paese. Quella accumulazione primitiva è fondata solo sull’inaudito sfruttamento a cui è stata sottoposta la classe operaia, in Cina come ovunque, dei cui risultati ha beneficiato soltanto la borghesia mondiale.
Ci sovviene un assunto di Marx che dice che più a lungo dura una fase di positiva accumulazione, più sarà devastante il crollo che ne seguirà. La Russia ha confermato in pieno questa verità. Non sarà la Cina, che continua a vantare, anche se solo a parole, una discendenza dal “marxismo”, a smentirla.
Vediamo allora il peso dell’acciaio cinese in relazione a quello degli
altri Paesi. All’uopo abbiamo redatto la Tabella 6
sulla falsariga di quella de “Il Corso...” alle pagine 612 e 613. La Tabella
prende in esame l’acciaio che gli 8 principali Paesi di oggi hanno sfornato
da quando ne hanno iniziato la produzione fino all’ultimo anno di cui siamo
riusciti a reperire i dati.
TABELLA 6
Acciaio storicamente sfornato dai principali Paesi in milioni di
tonnellate
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Con l’avvento del capitalismo la produzione degli altiforni, che sfornano materie utili solo al Capitale, ha notevolmente superato la produzione dei forni da pane: il pro-capite mondiale di acciaio non fa che aumentare mentre si contraggono sempre più le disponibilità alimentari del Pianeta. Acciaio e Fame, nel mondo del Capitale, procedono a braccetto. Più la Produzione industriale e l’acciaio avanzano, più si infittiscono gli affamati nel Mondo.
La Tabella parte dal 1950 in quanto anno più vicino al 1949, che ha visto la nascita della Repubblica Popolare Cinese. I dati di Francia e Germania risalgono al 1860; quelli di Inghilterra, Stati Uniti e Russia al 1870. L’Italia e il Giappone partono rispettivamente dal 1881 e dal 1913. La Cina parte dal 1935/1949 in quanto effettivamente, come detto, si è cominciato a produrre acciaio in Cina nel 1935, ma il totale fino al 1949 rappresenta solo la 200a parte del suo totale storico; e quindi è quasi la stessa cosa che partire dal 1949. Fino al 1950, sul totale storico, l’Inghilterra e gli Stati Uniti avevano già prodotto il 39,9% e il 36,1% del loro acciaio; la Germania e la Francia il 31,6% e il 27,1%: l’Italia, la Russia e il Giappone il 9,9%, il 9,0% e il 4,2%; la Cina lo 0,057%, diciamo zero.
In base a queste considerazioni viene fuori questa scaletta: La produzione cinese di acciaio è in marcata ultima posizione nel 1950 quando rappresentava la 265a parte di quella degli Stati Uniti, la 63a dell’Inghilterra, la 8a parte dell’Italia. Passa quasi mezzo secolo e, in base a tutto l’acciaio prodotto in questo lasso di tempo da ogni Paese, la scaletta si configura adesso così: gli Stati Uniti ne hanno prodotto 6,5 volte in più della Cina; la Russia 4,8; il Giappone 2,8 volte; la Germania 2,5 volte in più; l’Inghilterra 1,4 volte, la Francia 1,1 e Italia il 29% in meno. Il peso dell’acciaio storicamente prodotto dalla Cina le fa conquistare il 6° posto assoluto nel Mondo.
Ovviamente nelle produzioni pro-capite la Cina, per la sua enorme popolazione, verrebbe abbondantemente distanziata da tutti gli altri Paesi.
Buona parte dell’acciaio prodotto da un qualsiasi Paese viene assorbito da un unico soggetto: dal settore degli armamenti e dall’apparato militare; ossia dallo Stato. In questo la Cina non può che ripercorrere la stessa strada delle grandi altre potenze.
Il Capitale globale si divide nei vari Paesi in tante frazioni in lotta incessante tra di loro. Più una di queste frazioni si sviluppa, più si gonfia la sua produzione di merci più è necessario dotarla di un organo con finalità offensive di sostegno allo smercio della produzione nazionale nel Mondo; ma anche con finalità difensive volte a scoraggiare e bloccare intromissioni non gradite da parte di altre frazioni del Capitale operanti in altri Paesi. Ma è anche uno strumento, di cui ha bisogno ogni frazione del Capitale per la sua conservazione, con finalità di prevenzione e protezione dai pericoli che possono essere provocati da una classe nemica interna, il proletariato. Nel caso in esame quello cinese è stato in una prima battaglia campale messo al tappeto, ma sarà sempre più numeroso e sempre più incline a lottare per i propri obiettivi, che sono irriducibilmente opposti a quelli di una qualsiasi frazione del capitale in un qualsiasi Paese del Mondo.
Nel 1996 la Cina ha conseguito il primato nel Mondo per la produzione annua di acciaio con 100 milioni di t. Questo exploit deve necessariamente tradursi in un apparato militare sempre più potente, che tendenzialmente non deve essere inferiore a quello di nessun altro Paese. Già oggi la Cina dispone di un armamento nucleare che si pone subito dopo quello degli Stati Uniti e della Russia. E, dato che tutti questi armamenti sono messi in opera per stabilire e garantire la pace borghese, ossia la pace per la borghesia di tutto il mondo necessaria per condurre in porto i suoi affari sulla pelle del proletariato mondiale, vedrete che si darà pieno riconoscimento alla potenza militare cinese con il consentirle a pieno titolo di partecipare alle guerre del Capitale.
Va tenuto presente che l’entrata della Cina nel novero delle potenze borghesi avviene nella piena fase di putrescenza del capitalismo; e la Cina ne reca tutte le stimmate.
Nella corsa all’inserimento tra le principali potenze lo Stato cinese si è assunta la gestione diretta dell’economia e ha scaricato sul proletariato tutto il peso del difficile lavoro di “rimessa in piedi” dell’economia nazionale. Finché il capitale non crollerà trascinandosi dietro il mercato, le merci e il lavoro salariato, il proletariato cinese dovrà combattere contro il suo nemico di classe.
Oggi che in Cina domina ancora il processo ascensionale del capitalismo,
riconosciamo in essa un più che valido alleato dell’Occidente nell’opera
di schiacciamento del proletariato internazionale e nella folle corsa verso
la catastrofe da cui solo la rivoluzione internazionale proletaria potrà
salvare l’umanità. Solo quando anche in Cina la classe operaia tornerà
ad opporsi alla virulenta crisi del capitalismo, potremo tornare a dire
che “l’Oriente è rosso”.
Esposto alla Riunione generale di Torino, ottobre 1998
Dalla morte di Franco allo Statuto di Guernica
È solo un mito la feroce persecuzione del regime franchista nei confronti del PNV che, nonostante la sua illegalità, poté continuare a lavorare nell’ombra senza esser eccessivamente molestato. Il contrario era riservato ai lavoratori in sciopero e alle loro organizzazioni, davvero ferocemente represse nei paesi baschi e in tutta la Spagna.
Dopo la morte di Franco, caduta nel momento giusto, le organizzazioni della democrazia spagnola continuarono, come avevano fatto durante la dittatura, a metter tutto il loro impegno nel cercare di sviare la generosa combattività proletaria di quegli anni verso obiettivi puramente democratici i quali, in definitiva, ad altro non tendevano che a rafforzare il regime borghese e del capitale. Questo compito, certo essenziale, non risultò troppo difficile giacché la classe operaia, priva di organismi genuinamente classisti e permeata di conseguenza dall’ideologia democratica dominante, si offrì docile strumento al nemico di classe.
Il particolare corso storico determinò per la regione basca in quei primi anni di transizione un ambiente assai diverso da quello del resto della Spagna, con numerosi episodi di sangue: oltre alle azioni dell’ETA, eccidio operaio a Vitoria nel marzo 1976 ordinato da Fraga Iribane, allora ministro dell’interno, cui rispose uno sciopero generale in tutti i paesi baschi; assassinio di Monteiurra due mesi dopo...
La crisi economica degli anni ’70 colpì duramente il tessuto industriale basco e le condizioni del lavoro. E’ in questo periodo che il saldo migratorio verso le province basche cominciò a stabilizzarsi e perfino arrivò al segno negativo verso la fine del decennio. Il processo di adattamento dell’industria alle nuove necessità del mercato mondiale, nel quale l’economia spagnola oramai era pienamente immersa, portò ad un aumento del tasso di disoccupazione molto superiore a quello dei paesi vicini: dell’1% nel 1973, balzò al 20% nel 1983 e al 24% nel 1985. Una delle cause principali fu la forte dipendenza dell’industria spagnola dal protezionismo statale, fedele riflesso della debole posizione di quel capitalismo a livello internazionale. Questi anni di crisi portarono ad una situazione critica molte delle piccole e medie imprese basche, meno favorite dal protezionismo statale dei grandi gruppi industriali. Questo fu il caso, per esempio, del settore della costruzione di navi per la pesca e delle macchine in ferro, entrambi settori dove era incontrastato il predominio della piccola e media industria.
Lo scontento di questa piccola borghesia si espresse inevitabilmente nelle forme ideologiche e politiche che le sono proprie: settori più o meno legati al PNV lo spingevano a richiedere al governo di Madrid anche per essi le sovvenzioni urgenti che già riceveva dallo Stato la grande industria. Questa pressione obbligava il PNV, come era successo in altre congiunture storiche simili fin dalla fondazione di questo partito clerical-borghese, a mostrare un qualche atteggiamento di intransigenza per mantenersi la base elettorale. Una chiara dimostrazione di questa politica gesuitica fu la posizione del PNV nei confronti del referendum costituzionale del 1978, per il quale invitò all’astensione. Gli scontenti della politica tiepida propria del PNV, oltre ad appoggiare l’ETA-militare, si raggrupparono nella cosiddetta Mesa de Alsasua, primo nucleo di quella che successivamente sarà la coalizione elettorale Herri Batasuna (HB, Unità Popolare). A questa coalizione, creata proprio nel 1978, aderirono una serie di organizzazioni nazionaliste con linguaggio socialisteggiante, legate alcune di esse direttamente all’ETA Militare o a gruppi di impresari cooperativisti baschi, oltre a vecchie figure del nazionalismo nella versione più antioperaia come Telesforo Monzón. Questo era stato uno dei responsabili dell’ordine pubblico nel governo basco durante la guerra civile e si era distito particolarmente per la sua politica repressiva contro i gruppi operai incontrollati, cioè contro quelli che, non confidando nella giustizia borghese repubblicana, esercitavano direttamente le rappresaglie contro i fascisti e i loro complici.
Uno dei compiti comuni ad entrambi i blocchi nazionalisti (PNV da una lato e HB-ETA Militare dall’altro) era, di fronte agli effetti della crisi, di echeggiare le richieste dei rispettivi settori borghesi col volgere ancora una volta il dito accusatore verso il centro della penisola. Così, a sentire le organizzazioni nazionaliste basche, l’odiato centralismo di Madrid, che già era stato accusato di genocidio culturale quando favoriva la invasione maqueta negli anni ’50 e ’60, sarebbe stato, alla fine degli anni ’70 e all’inizio degli ’80, responsabile della rovina economica dei paesi baschi.
All’interno dell’ETA il cambiamento di scenario dalla dittatura franchista al regime democratico provocò un periodo di crisi. Abbiamo visto come la reazione dell’ETA ad una nuova congiuntura sia stata inevitabilmente accompagnata da una serie di scontri interni (a volte molto violenti), frazioni e finali scissioni.
In questa occasione, la scissione si consumò dopo la celebrazione della VII Assemblea, nel settembre 1974. Il cosiddetto Fronte Militare si costituì in ETA Militare (ETA-M); il resto dell’organizzazione adottò il nome di ETA Politico-Militare (ETA-PM), volendo evidenziare con questa denominazione la sua intenzione di affrontare gli avvenimenti politici che si avvicinavano non solo in una prospettiva puramente militare. Alcune versioni sostengono che la causa reale della rottura fosse la divisione creata dall’attentato alla Cafetería Rolando a Madrid, che l’ETA non rivendicò mai; ma il suo peso sulla scissione fu comunque secondario. Senza rinunciare in questo periodo alle azioni armate, il settore organizzato intorno all’ETA-PM si dimostrò più interessato ad ampliare il suo campo di influenza sulla classe operaia, il che creò numerosi contrasti fra l’ETA-PM e il resto della comunità nazionalista.
Questi culminarono nel sequestro e nell’uccisione per mano dell’ETA-PM del direttore dell’impresa SIGMA, Angel Berazadi, persona legata al PNV; questo provocò l’allontanamento dal direttivo dell’ETA-PM dei suoi membri implicati nella vicenda. Alcuni mesi più tardi, nel luglio del 1976, uno dei principali dirigenti dell’ETA-PM, Eduardo Moreno Bergareche (alias Pertur) sparì senza lasciare traccia, uno degli enigmi più oscuri di tutto il periodo. Benché manchino elementi di giudizio certi circa i veri responsabili, la versione più accettata, soprattutto nella comunità nazionalista, è quella del coinvolgimento nel fatto di agenti di polizia o similari spagnoli. Per altro la famiglia di Pertur e la versione ufficiale sostengono che fu assassinato da persone legate ai comandi Bereziak dell’ETA-PM.
Con l’eliminazione di Pertur si veniva a privare l’ETA-PM di uno dei suoi principali teorici, impegnato in un ennesimo tentativo di coniugare in una impossibile mescolanza il marxismo e la liberazione nazionale in un’area arcimatura per la rivoluzione socialista. Così riassumeva le sue intenzioni politiche Pertur nel marzo 1975: «Capisco che un comunista, per la sua oppressione come si verifica in Euskadi, non possa dimenticare la sua condizione basca. Per questa ragione, perché sono basco, intendo realizzare la mia scelta comunista qui, in Euskadi, lottando non solamente per il trionfo della rivoluzione socialista, ma anche per la liberazione nazionale della gente alla quale appartengo. Mi preoccupo di dare una risposta al problema basco. Quel che c’è di nuovo in questo atteggiamento è che la lotta nazionale si sviluppa nel quadro comunista della lotta fra le classi».
Un anno dopo i comandi Bereziak (Speciali) abbandonarono l’ETA-PM dissentendo sulla scelta della direzione di appoggiare la partecipazione del suo braccio politico-elettorale Euskadiko Ezkerra (EE) alle elezioni generali del giugno 1977. Una parte dei Bereziak si integrò nell’ETA-M e un’altra formò un nuovo gruppo, i Comandi Autonomi Anticapitalisti. Parallelamente a questi fatti l’ETA-M creò un suo proprio braccio politico HASI (Herriko Alderdi Sazialista Iraultzailea, Partito Socialista Rivoluzionario Popolare) nel luglio dello stesso anno. Questo partito sarà uno dei componenti della Mesa de Alsasua e successivamente di Herri Batasuna.
E’ interessante osservare i risultati elettorali nelle elezioni del 1977, comparandoli con quelli dei posteriori comizi, giacché si ripete, a scala maggiore o minore, quel che è una costante dalla fine del secolo passato: al di sopra della volatilità delle sigle, i diversi settori della società basca sono andati orientando le loro preferenze politiche in modo costante. Il Partito Socialista Operaio Spagnolo, radicato ormai senza incertezze come partito in tutto al servizio del capitalismo, diviene, paradossalmente, la formazione politica predominante nelle grandi città industriali con gran numero di lavoratori emigranti, mentre il PNV, benché non sempre il partito più votato, è quello con maggiore influenza nella società basca. I partiti nettamente piccolo-borghesi (come Herri Batasuna) conservano un certo peso soprattutto nelle zone dell’interno della Guipúzcoa, con prevalenza di piccole industrie e botteghe, in zone ove prevale la lingua basca.
Dopo le elezioni, accogliendo la richiesta di una campagna imbastita dalle organizzazioni nazionaliste, il governo della Unione di Centro Democratico decretò un’amnistia per i carcerati politici, benché non si trattasse che di una misura di portata limitata, giacché i condannati per fatti di sangue ne rimasero esclusi. L’amnistia evidentemente non risolveva niente giacché, dal punto di vista dei nazionalisti radicali, le cause che avevano portato i nazionalisti al carcere restavano in piedi insieme alla piena legittimità della lotta armata.
Il rifiuto di una gran parte della popolazione basca al nuovo corso politico regnante in Spagna si rese evidente con la celebrazione del referendum costituzionale del dicembre 1978. Herri Batasuna e l’ETA-M dichiararono il loro rifiuto aperto ad una Costituzione spagnola che sanzionava l’oppressione e la divisione di Euskadi. Il molto influente PNV optò prudentemente per l’astensione, fedele alla sua tradizione politica gesuitica, facendo sì che nei paesi baschi la Costituzione spagnola del 1978 non fosse approvata dalla maggioranza della popolazione consultata. Ciononostante sia il PNV sia EE (il braccio politico dell’ETA-PM) accetteranno progressivamente e in modo aperto le regole del gioco costituzionale. Da questo fatto otterrà il guadagno maggiore il PNV, mentre al contrario EE e l’ETA-PM accusarono una perdita di influenza che si tradusse in un accresciuto appoggio a Herri Batasuna e all’ETA-M.
Questa divisione fra i nazionalisti, più in quanto ai mezzi che in quanto ai fini, si ripeté di nuovo in occasione della presentazione e approvazione mediante referendum dello Statuto di Autonomia basco nel luglio del 1979. In questa occasione il PNV, soddisfatto dalle prebende concesse o in procinto di esserlo, chiese il voto a favore dello Statuto, insieme a EE e al resto dei partiti democratici, salvo Herri Batasuna. Lo Statuto di Guernica offriva la possibilità, che si concretizzerà successivamente, fra l’altro, anche grazie all’esistenza del terrorismo etarra, che i settori borghesi legati al PNV andassero ampliando progressivamente la loro quota di potere economico col gestire direttamente una serie di tributi che prima erano in mano del governo centrale, cioè del governo della grande borghesia basca e spagnola. Nell’imminenza del referendum per lo Statuto di Autonomia, i partiti LAIA e ESB abbandonarono Herri Batasuna a causa dell’influenza politica che l’ETA-M manteneva nella coalizione elettorale; così il braccio politico ufficiale dell’ETA-M, HASI, divenne la forza dominante (e unica) in HB. Nonostante tutto lo Statuto risultò approvato da un’esigua maggioranza (54%), con un’astensione del 40% e un 3% di voti contrari.
Una Guerra sporca
Non c’è dubbio che l’esistenza di un forte movimento nazional-separatista nei paesi baschi costituisca un efficace muro di contenimento delle lotte operaie e, nell’occasione, un’arma imprescindibile contro la rivoluzione proletaria, come ha dimostrato l’esperienza della guerra civile del 1936. Ciononostante, trattandosi di un movimento della piccola e media borghesia, lo Stato capitalista deve limitarne le prodezze mantenendole entro limiti decenti, oltrepassati i quali il grosso bastone dello Stato cade sopra lo scapigliato “guerrigliero”, ricordandogli per le spicce come il potere reale risponda solo ai grandi capitalisti.
Circa dal 1975 sorgono delle formazioni, chiaramente legate alle forze di sicurezza spagnole, che, oltre ad attentare contro gli oppositori del regime franchista agonico e contro i militanti operai, estendono il loro campo di azione contro i rifugiati baschi nel sud della Francia. Fra queste bande di assassini al servizio dello Stato capitalista incontriamo la Tripla A (Alleanza Apostolica Anticomunista), i Guerriglieri di Cristo Re e l’ATE (Antiterrorismo ETA). Il fatto che queste bande bianche operino in territorio francese provoca qualche conflitto col governo di Parigi che, denunciandovi una violazione della sovranità nazionale francese, manifesta in realtà l’interesse da parte francese a concedere il suo territorio come santuario etarra, oltre che a trarne dei notevoli vantaggi economici.
Nel 1970 il ministro spagnolo delle Asturie Esterne López Bravo è inviato a Parigi dove si tratta del terrorismo ETA. In conseguenza di questa richiesta diplomatica la Francia allontana dalla frontiera una serie di etarra, però lasciandoli sul territorio francese. Nello stesso tempo, curiosamente, il governo spagnolo stipula un acquisto importante di aerei Mirage dalla Francia. Il governo francese ha mostrato sempre una particolare inerzia nel collaborare con i suoi colleghi a sud dei Pirenei sul tema del terrorismo dell’ETA. Questo atteggiamento contrasta apertamente con quello di altri paesi, per esempio la Germania, provando che pure sul terreno delle relazioni internazionali si hanno delle classi. Si ricordi la celerità con la quale furono concesse le estradizioni dei membri della gruppo Baader Mainhof.
Però nel gennaio 1979 il governo spagnolo vanta un relativo successo ottenendo che il governo francese sopprima lo statuto di rifugiati politici per gli etarra, benché mantenendo loro il diritto di asilo. E di nuovo questa concessione appare in relazione con una importante operazione commerciale: l’acquisto dalla Francia di 48 aerei Mirage e 1 Airbus. Questo provvedimento provoca un visibile sdegno nelle file dell’ETA-HB, che intraprendono una campagna destinata ad attentare agli interessi francesi in Spagna, ma non in Francia. Così si collocano bombe in diversi concessionarie d’auto e in enti bancari francesi di varie città basche, ed ugualmente si comincia a includere fra i responsabili della “politica repressiva francese nei confronti del popolo basco” i camionisti e i turisti francesi, che vedono i loro mezzi dati alle fiamme. Nonostante questo schiamazzo tipicamente piccolo-borghese, alla direzione dell’ETA-M non interessa affatto peggiorare le relazioni con il governo francese, che ancora permette una grande libertà di movimento ai militanti dell’ETA.
In questo periodo, nel giugno 1979, ha luogo la prima azione armata del gruppo basco-francese Iparretarrak- (Quelli del Nord). Amministrativamente i paesi baschi francesi sono inclusi nel Dipartimento dei Pirenei Altantici, e nemmeno si riconosce loro il rango di Provincia. Nonostante questa disposizione, evidente retaggio del centralismo giacobino, il nazionalismo basco-francese non ha mai raggiunto la virulenza che ha a sud dei Pirenei. La spiegazione è semplice: i paesi baschi francesi sono zona prevalentemente agraria e di servizi, completamente priva degli effetti dell’industrializzazione e dell’immigrazione in massa. Da qui l’inesistenza di un numeroso e combattivo proletariato, come è in Spagna, il che consente al nazionalismo basco-francese un carattere più nettamente piccolo-borghese e molto minoritario. La successiva campagna violenta di IK non sarà vista di buon occhio dall’ETA-M, cosciente che il suo appoggio a Quelli del Nord non mancherebbe di compromettere il permissivismo francese nei confronti dei suoi movimenti. La rottura è quasi totale dopo l’attentato di IK contro il Palazzo di Giustizia di Bayonne, nel luglio 1986. L’ETA-M e i suoi organismi satelliti accusano IK di pregiudicare con le sue azioni in Francia la lotta del popolo basco, rispondendo l’IK che l’ETA si mostra “rivoluzionaria” al sud e “riformista” al nord.
La politica di intesa fra gli Stati francese e spagnolo continua con alti e bassi dopo la venuta al potere del PSOE nell’ottobre 1982. Imprudentemente l’ambasciatore francese in Spagna, Pierre Guidoni, rispondendo alle proteste del governo spagnolo circa le facilitazioni offerte dalla Francia al movimento degli etarra, afferma: «L’ETA ha la sua direzione non in Francia, ma a Bilbao», cioè fra gli industriali che appoggiano il PNV, concentrati in Bilbao, la capitale dell’industria e della f